La Stampa 15.11.15
Renzi riunisce tutti i partiti
“Adesso basta divisioni”
Ma la Lega chiede un intervento militare. Domani Alfano alla Camera
di Carlo Bertini
Di mattina il premier riunisce i vertici dell’intelligence, quindi va al Viminale dove presiede il Comitato per la sicurezza nazionale: fatta la rassegna delle azioni sul campo, Renzi fissa la linea che resterà la stessa per tutto il giorno, «l’obiettivo è rassicurare gli italiani, ma guai a far passare l’idea che stiamo sottovalutando il problema». Poi sente al telefono Hollande ed altri leader, ulteriori colloqui li avrà oggi al G20 in Turchia, dove ci saranno Cameron e Merkel.
Responsabilità e parole
Nel pomeriggio Renzi convoca a Palazzo Chigi i capigruppo di Camera e Senato, di maggioranza e opposizione, a cui trasmette subito il primo segnale sul fatto che «non abbiamo minacce circostanziate, ma siamo un Paese esposto». Senza negare che «l’attacco di Parigi è un cambio di passo della minaccia terroristica in Occidente. Quello che sta accadendo è il tentativo di mettere in discussione un modello di vita», dice il premier calcando l’accento sugli elementi simbolici di un teatro, uno stadio, un ristorante colpiti come luoghi della quotidianità. Il secondo messaggio è l’appello all’unità nazionale raccolto da tutti, perché «l’opinione pubblica è scossa e deve sentire l’Italia unita». Un appello anche alla responsabilità nell’uso delle parole, un chiaro riferimento critico all’uso del termine guerra da parte di Salvini. «Siamo un Paese forte che ha sconfitto terrorismo interno e stragi di mafia. Vinceremo anche questa sfida», dice Renzi.
La destra scalpita
Il summit va in scena nella biblioteca chigiana al terzo piano di Palazzo Chigi, un tavolone attorno al quale siedono i vertici Pd Rosato, Zanda, Brunetta e Romani di Fi, i capogruppo leghisti, Centinaio e Fedriga, dei 5Stelle Sorial e Giarrusso, di Sel, Scotto e De Petris. Si decide che il governo, cioè Alfano, lunedì andrà alla Camera e che dunque ci sarà il dibattito parlamentare, un’informativa senza un voto previsto. Dove però gli animi si accenderanno sul tema della gestione dell’immigrazione, come si capisce già dai tweet di Salvini pro espulsioni. «Ci vuole un intervento internazionale in Siria, Iraq e Libia per fermare gli sgozzatori dell’Isis e controlli a tappetto su tutte le comunità ritenute a rischio di fondamentalismo islamico», dice Fedriga. Scalpita la Lega, «il governo non ci ha dato alcuna indicazione su come ritiene intervenire», protesta il leghista, con Centinaio a fargli eco, «Renzi ci ha fatto perdere tempo». Così come preme Forza Italia, «la vigilanza e l’intervento nei paesi dove questo terrore ha inizio è una delle opzioni che un governo forte deve valutare», dice Romani. A chi chiede più risorse per la sicurezza, Renzi però risponde che «ne abbiamo già stanziate in legge di stabilità, ma si può discutere di tutto».
La sinistra e le mani avanti
Una riunione in cui il premier conferma che la missione in Afghanistan continua. Ma dove non annuncia alcun nuovo provvedimento di legge. La sinistra di Sel mette le mani avanti, «per noi non può esserci nessuno scambio tra libertà individuali e sicurezza», dice Scotto. Che di fronte al pressing leghista di azioni militari reagisce, «mi sembra abbiamo fatto già abbastanza danni in quei territori». Piccole schermaglie in un clima che non giustifica scontri in questa fase.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
domenica 15 novembre 2015
Corriere 15.11.15
«Il Giubileo ci sarà Ne abbiamo bisogno ora più di prima»
L’annuncio: ogni diocesi avrà una Porta Santa
di Gian Guido Vecchi
Eccellenza, papa Francesco parla da tempo di una Terza guerra mondiale a pezzi…
«Ciò che è successo a Parigi non può essere sottovalutato. C’è una guerra in corso, è evidente. Un atto di violenza così gratuito e unilaterale deve scuotere gli animi e farci comprendere che la situazione storica in cui viviamo richiede un impegno comune per isolare i fondamentalisti e ristabilire la pace: gli attacchi colpiscono l’Europa e vanno contro i paesi arabi». L’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, è l’uomo cui Francesco ha affidato l’organizzazione del Giubileo che inizia l’8 dicembre.
Anche Roma è stata minacciata, molti si chiedono: è il caso di fare un Giubileo proprio adesso?
«Questo è il Giubileo della Misericordia. La sua caratteristica è di essere una espressione di concordia. Come papa Francesco ha indicato nella bolla di indizione, l’anno vissuto nella misericordia può favorire l’incontro tra le tre grandi religioni monoteiste. La violenza di Parigi rende ancora più importante il Giubileo come momento di pacificazione e riflessione. Penso ai padri e le madri che stanno piangendo, a tutti coloro che soffrono. Misericordia significa proprio trovare consolazione per la violenza subita. Altro che annullarlo: mai come ora abbiamo bisogno del Giubileo».
È una guerra di religione?
«Quando scadono nella dimensione della violenza, le religioni rinnegano se stesse, la propria natura e missione. No, non si può e non si deve parlare di guerra di religione. Capita purtroppo che la fede venga presa a pretesto. Ma, quando accade, la religione cessa di essere tale».
Lei è stato molto amico di Oriana Fallaci, che sull’Islam scrisse cose durissime…
«È uno dei punti sui quali non ero in sintonia con Oriana. Io cercavo di farle capire che l’Islam è una realtà complessa, fatta di diverse manifestazioni. Ma dopo l’11 settembre lei vedeva l’Islam come un tutt’uno, su questo abbiamo avuto discussioni vivaci…».
Però seppe vedere il pericolo, no?
«Questo sì. L’11 settembre ha dato un segnale che ha scioccato il mondo. Temo però sia stato uno choc momentaneo e le politiche internazionali non abbiano considerato con lucidità e lungimiranza ciò che stava succedendo».
Ma la Chiesa cosa propone di fare?
«Da sempre la Chiesa ha una missione di dialogo. Come diceva il Papa all’Onu, bisogna assicurare il diritto internazionale, il ricorso infaticabile al negoziato, far comprendere l’importanza della pace e quindi anche del riconoscimento delle differenze religiose, politiche, culturali. Il fondamentalismo è questo: non voler riconoscere altri modi di vita da rispettare».
Come ci si regolerà per il Giubileo?
«Sarà una cosa diversa da quello del 2000, più esteso. Il Papa ha voluto che in ogni diocesi si apra una Porta Santa, sarà vissuto in tutto il mondo».
Non concentrato su Roma, quindi…
«Certo, anche se è ovvio che Roma vivrà eventi celebrati con il Papa e attesi da tanti. Non a caso abbiamo pensato a un programma che eviterà ogni forma di assembramento: per la particolare dimensione spirituale del Giubileo e anche per salvaguardare la sicurezza e garantire la tranquillità delle persone. I pellegrini verranno distribuiti secondo la data e l’ora e seguiranno un percorso privilegiato e protetto».
«Il Giubileo ci sarà Ne abbiamo bisogno ora più di prima»
L’annuncio: ogni diocesi avrà una Porta Santa
di Gian Guido Vecchi
Eccellenza, papa Francesco parla da tempo di una Terza guerra mondiale a pezzi…
«Ciò che è successo a Parigi non può essere sottovalutato. C’è una guerra in corso, è evidente. Un atto di violenza così gratuito e unilaterale deve scuotere gli animi e farci comprendere che la situazione storica in cui viviamo richiede un impegno comune per isolare i fondamentalisti e ristabilire la pace: gli attacchi colpiscono l’Europa e vanno contro i paesi arabi». L’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, è l’uomo cui Francesco ha affidato l’organizzazione del Giubileo che inizia l’8 dicembre.
Anche Roma è stata minacciata, molti si chiedono: è il caso di fare un Giubileo proprio adesso?
«Questo è il Giubileo della Misericordia. La sua caratteristica è di essere una espressione di concordia. Come papa Francesco ha indicato nella bolla di indizione, l’anno vissuto nella misericordia può favorire l’incontro tra le tre grandi religioni monoteiste. La violenza di Parigi rende ancora più importante il Giubileo come momento di pacificazione e riflessione. Penso ai padri e le madri che stanno piangendo, a tutti coloro che soffrono. Misericordia significa proprio trovare consolazione per la violenza subita. Altro che annullarlo: mai come ora abbiamo bisogno del Giubileo».
È una guerra di religione?
«Quando scadono nella dimensione della violenza, le religioni rinnegano se stesse, la propria natura e missione. No, non si può e non si deve parlare di guerra di religione. Capita purtroppo che la fede venga presa a pretesto. Ma, quando accade, la religione cessa di essere tale».
Lei è stato molto amico di Oriana Fallaci, che sull’Islam scrisse cose durissime…
«È uno dei punti sui quali non ero in sintonia con Oriana. Io cercavo di farle capire che l’Islam è una realtà complessa, fatta di diverse manifestazioni. Ma dopo l’11 settembre lei vedeva l’Islam come un tutt’uno, su questo abbiamo avuto discussioni vivaci…».
Però seppe vedere il pericolo, no?
«Questo sì. L’11 settembre ha dato un segnale che ha scioccato il mondo. Temo però sia stato uno choc momentaneo e le politiche internazionali non abbiano considerato con lucidità e lungimiranza ciò che stava succedendo».
Ma la Chiesa cosa propone di fare?
«Da sempre la Chiesa ha una missione di dialogo. Come diceva il Papa all’Onu, bisogna assicurare il diritto internazionale, il ricorso infaticabile al negoziato, far comprendere l’importanza della pace e quindi anche del riconoscimento delle differenze religiose, politiche, culturali. Il fondamentalismo è questo: non voler riconoscere altri modi di vita da rispettare».
Come ci si regolerà per il Giubileo?
«Sarà una cosa diversa da quello del 2000, più esteso. Il Papa ha voluto che in ogni diocesi si apra una Porta Santa, sarà vissuto in tutto il mondo».
Non concentrato su Roma, quindi…
«Certo, anche se è ovvio che Roma vivrà eventi celebrati con il Papa e attesi da tanti. Non a caso abbiamo pensato a un programma che eviterà ogni forma di assembramento: per la particolare dimensione spirituale del Giubileo e anche per salvaguardare la sicurezza e garantire la tranquillità delle persone. I pellegrini verranno distribuiti secondo la data e l’ora e seguiranno un percorso privilegiato e protetto».
Corriere 15.1.15
Una patria per Bruno e per chi ama la libertà
di Nuccio Ordine
Vedendo scorrere in tv le immagini di follia e di morte, per tutta la notte non ho potuto fare a meno di ripensare alla mia Parigi, che ho frequentato e ho imparato a considerare sempre più come una mia patria. È a Parigi che ho avuto l’opportunità di capire fino in fondo una bellissima frase di Giordano Bruno: «Al vero filosofo ogni terreno è patria». Perché la patria non è solo la città in cui sei nato, ma il luogo (o i luoghi) che ti ha (ti hanno) offerto l’opportunità di diventare quello che sei.
Nelle sue peregrinazioni alla ricerca della libertà, Bruno aveva compreso che per sentirsi «a casa» bastava avere una biblioteca, un foglio, un calamaio, una penna e, soprattutto, un posto sicuro dove pensare e scrivere senza vincoli. Non a caso — accolto con tutti gli onori in Francia dal re Enrico III — il filosofo aveva capito immediatamente le pericolose conseguenze del fanatismo religioso. Nella guerra fratricida tra protestanti e cattolici, il Nolano aveva intravisto i segni di una rovinosa follia.
Ecco perché in queste drammatiche situazioni è più facile capire i nostri debiti di gratitudine per la Francia, che ci ha accolti, ci ha offerto prestigiose biblioteche e ricchissimi musei, ci ha permesso di frequentare università e centri di ricerca. È in questi luoghi che molti di noi riconoscono la loro patria. Perché, come l’esperienza stessa di Bruno ci insegna, le patrie possono essere molte.
Adesso è necessario sangue freddo per non sbagliare: chiudere frontiere, sollevare muri, alzare barriere sarebbe una risposta sbagliata. Che le scuole, le università e le accademie, invece, possano far capire ai nostri giovani che sentirsi francesi o tedeschi o spagnoli non significa tagliare le proprie radici, ma, al contrario, uscire fuori dai ristretti perimetri della piccola patria per abbracciare l’umanità intera.
Una patria per Bruno e per chi ama la libertà
di Nuccio Ordine
Vedendo scorrere in tv le immagini di follia e di morte, per tutta la notte non ho potuto fare a meno di ripensare alla mia Parigi, che ho frequentato e ho imparato a considerare sempre più come una mia patria. È a Parigi che ho avuto l’opportunità di capire fino in fondo una bellissima frase di Giordano Bruno: «Al vero filosofo ogni terreno è patria». Perché la patria non è solo la città in cui sei nato, ma il luogo (o i luoghi) che ti ha (ti hanno) offerto l’opportunità di diventare quello che sei.
Nelle sue peregrinazioni alla ricerca della libertà, Bruno aveva compreso che per sentirsi «a casa» bastava avere una biblioteca, un foglio, un calamaio, una penna e, soprattutto, un posto sicuro dove pensare e scrivere senza vincoli. Non a caso — accolto con tutti gli onori in Francia dal re Enrico III — il filosofo aveva capito immediatamente le pericolose conseguenze del fanatismo religioso. Nella guerra fratricida tra protestanti e cattolici, il Nolano aveva intravisto i segni di una rovinosa follia.
Ecco perché in queste drammatiche situazioni è più facile capire i nostri debiti di gratitudine per la Francia, che ci ha accolti, ci ha offerto prestigiose biblioteche e ricchissimi musei, ci ha permesso di frequentare università e centri di ricerca. È in questi luoghi che molti di noi riconoscono la loro patria. Perché, come l’esperienza stessa di Bruno ci insegna, le patrie possono essere molte.
Adesso è necessario sangue freddo per non sbagliare: chiudere frontiere, sollevare muri, alzare barriere sarebbe una risposta sbagliata. Che le scuole, le università e le accademie, invece, possano far capire ai nostri giovani che sentirsi francesi o tedeschi o spagnoli non significa tagliare le proprie radici, ma, al contrario, uscire fuori dai ristretti perimetri della piccola patria per abbracciare l’umanità intera.
Corriere 15.11.15
Rossana Rossanda
«A uccidere non sono i dannati della terra» La linea che non c’è «Non ho una linea. Di certo l’Occidente non ha fatto altro che alimentare furore »
Rossanda: temo un cortocircuito tra fondamentalismo, razzismo e disagio sociale
intervista di Maurizio Caprara
«Una linea non ce l’ho», ammette Rossana Rossanda quando, dopo aver risposto con numerose domande alle domande dell’intervista, le si chiede se questa volta dalla sua analisi delle circostanze non deriva un’indicazione, una proposta di strada da seguire. Dalla Parigi nella quale abita da tempo, parla avendo alle spalle una notte trascorsa fino alle due del mattino ad ascoltare notizie sugli assalti di venerdì. A 91 anni, la comunista eretica alla quale i capelli bianchi vennero a 32 nei giorni dell’invasione sovietica di Budapest, anche se la radiazione dal Pci con il gruppo del Manifesto risale a più tardi, resta critica verso i governi occidentali eppure non offre proposte di strategie. «Capisco che non è semplice per la polizia prevenire o bloccare offensive così», riconosce. E teme che, nel complesso, possa andare peggio di adesso.
Stava dicendo che vede un rischio di cortocircuito tra integralismo islamico e razzismo? Di fronte a questa domanda nel corso della conversazione, Rossana Rossanda osserva: «Sì, di un cortocircuito tra fondamentalismo, razzismo e disagio sociale. Non abbiamo ancora capito bene e del tutto da dove vengano quelli che hanno sparato. Esiste comunque a Parigi e altrove un disagio sociale forte. E per ragazzi scombussolati, avviliti, forse è più facile sentire le predicazioni di un imam, elementari, ma chiare, piuttosto che quelle della destra atea».
Lei ha vissuto passaggi anche brutali della storia. Da «ragazza del secolo scorso», per usare la definizione data di sé nella sua autobiografia, quali le evocano le stragi di venerdì?
«Non i tedeschi o la guerra. Con lo Stato Islamico siamo davanti a un fenomeno del tutto nuovo. Non era il modo di operare dei tedeschi in guerra. Qui c’è un gruppo, non si sa quanto consistente, di persone decise a morire. Non le spaventi. Hanno messo la morte nel conto. Quelli che fanno esplodere le cinture sono tagliati in due».
Uno dei suoi articoli più celebri per il Manifesto fu un commento nel quale, pur condannandoli, definì i terroristi rossi degli anni 70 parti dell’«album di famiglia» del comunismo italiano. I terroristi che hanno agito a Parigi non appartengono ad alcuna famiglia culturale europea: come influisce sui modi di contrastarli?
«È una domanda. Vorrei capire: chi sono? Vengono dalla Siria o sono francesi?».
Se si capirà che venivano principalmente dalla Siria sarebbe stata un’operazione più marcatamente militare?
«Sì. Una risposta ai bombardamenti voluti da François Hollande in Siria».
Se i terroristi erano in prevalenza francesi?
«Problema ancora più grosso: allora venivano dalle periferie, si confondono con il disagio sociale».
Neppure per lei sarà però una disperazione assecondabile: le sembrano «i dannati della terra», oppressi in cerca di giusto riscatto?
«No, non sono i dannati della terra. A giudicare dai casi passati non sono neppure i più poveri. Ci sono tracce di disperazione vendicativa: perché un ragazzo si faccia ammazzare serve una decisione. Non posso pensare che siano tutti musulmani integralisti che si fanno uccidere perché sarebbero accolti da bellissime vergini. È un fenomeno che nel ‘900 non c’era, e c’è la necessità di capire come e perché avviene».
Rossanda, dunque non ha una linea? Al di là della condanna, naturalmente.
«Una linea non ce l’ho. Se non osservare che l’Occidente finora non ha fatto altro che alimentare questo furore, questa disperazione. La Libia oggi è incontrollabile e per una scelta di Nicolas Sarkozy. Abitanti di alcuni Paesi sono stati profondamente offesi, non si poteva fare operazione più cretina di quella fatta da Bush in Iraq» .
Lo pensa da anni. Ma adesso?
«Come Etienne Balibar (filosofo francese, ndr ) credo che quanti varcano le frontiere non sono decapitatori, li si appoggi per dare una scossa a un’Europa basata sull’austerità».
Rossana Rossanda
«A uccidere non sono i dannati della terra» La linea che non c’è «Non ho una linea. Di certo l’Occidente non ha fatto altro che alimentare furore »
Rossanda: temo un cortocircuito tra fondamentalismo, razzismo e disagio sociale
intervista di Maurizio Caprara
«Una linea non ce l’ho», ammette Rossana Rossanda quando, dopo aver risposto con numerose domande alle domande dell’intervista, le si chiede se questa volta dalla sua analisi delle circostanze non deriva un’indicazione, una proposta di strada da seguire. Dalla Parigi nella quale abita da tempo, parla avendo alle spalle una notte trascorsa fino alle due del mattino ad ascoltare notizie sugli assalti di venerdì. A 91 anni, la comunista eretica alla quale i capelli bianchi vennero a 32 nei giorni dell’invasione sovietica di Budapest, anche se la radiazione dal Pci con il gruppo del Manifesto risale a più tardi, resta critica verso i governi occidentali eppure non offre proposte di strategie. «Capisco che non è semplice per la polizia prevenire o bloccare offensive così», riconosce. E teme che, nel complesso, possa andare peggio di adesso.
Stava dicendo che vede un rischio di cortocircuito tra integralismo islamico e razzismo? Di fronte a questa domanda nel corso della conversazione, Rossana Rossanda osserva: «Sì, di un cortocircuito tra fondamentalismo, razzismo e disagio sociale. Non abbiamo ancora capito bene e del tutto da dove vengano quelli che hanno sparato. Esiste comunque a Parigi e altrove un disagio sociale forte. E per ragazzi scombussolati, avviliti, forse è più facile sentire le predicazioni di un imam, elementari, ma chiare, piuttosto che quelle della destra atea».
Lei ha vissuto passaggi anche brutali della storia. Da «ragazza del secolo scorso», per usare la definizione data di sé nella sua autobiografia, quali le evocano le stragi di venerdì?
«Non i tedeschi o la guerra. Con lo Stato Islamico siamo davanti a un fenomeno del tutto nuovo. Non era il modo di operare dei tedeschi in guerra. Qui c’è un gruppo, non si sa quanto consistente, di persone decise a morire. Non le spaventi. Hanno messo la morte nel conto. Quelli che fanno esplodere le cinture sono tagliati in due».
Uno dei suoi articoli più celebri per il Manifesto fu un commento nel quale, pur condannandoli, definì i terroristi rossi degli anni 70 parti dell’«album di famiglia» del comunismo italiano. I terroristi che hanno agito a Parigi non appartengono ad alcuna famiglia culturale europea: come influisce sui modi di contrastarli?
«È una domanda. Vorrei capire: chi sono? Vengono dalla Siria o sono francesi?».
Se si capirà che venivano principalmente dalla Siria sarebbe stata un’operazione più marcatamente militare?
«Sì. Una risposta ai bombardamenti voluti da François Hollande in Siria».
Se i terroristi erano in prevalenza francesi?
«Problema ancora più grosso: allora venivano dalle periferie, si confondono con il disagio sociale».
Neppure per lei sarà però una disperazione assecondabile: le sembrano «i dannati della terra», oppressi in cerca di giusto riscatto?
«No, non sono i dannati della terra. A giudicare dai casi passati non sono neppure i più poveri. Ci sono tracce di disperazione vendicativa: perché un ragazzo si faccia ammazzare serve una decisione. Non posso pensare che siano tutti musulmani integralisti che si fanno uccidere perché sarebbero accolti da bellissime vergini. È un fenomeno che nel ‘900 non c’era, e c’è la necessità di capire come e perché avviene».
Rossanda, dunque non ha una linea? Al di là della condanna, naturalmente.
«Una linea non ce l’ho. Se non osservare che l’Occidente finora non ha fatto altro che alimentare questo furore, questa disperazione. La Libia oggi è incontrollabile e per una scelta di Nicolas Sarkozy. Abitanti di alcuni Paesi sono stati profondamente offesi, non si poteva fare operazione più cretina di quella fatta da Bush in Iraq» .
Lo pensa da anni. Ma adesso?
«Come Etienne Balibar (filosofo francese, ndr ) credo che quanti varcano le frontiere non sono decapitatori, li si appoggi per dare una scossa a un’Europa basata sull’austerità».
Repubblica 15.1.15
Uccido dunque sono il credo nichilista del Califfo
Il terrore degli anni ’70, ugualmente atroce, aveva almeno una logica,
per quanto folle: dietro questi omicidi di massa c’è solo l’aberrante visione apocalittica
di Adam Gopnik
Il giorno dopo gli attentati, l’aria di Parigi è satura di paradossi. Venerdì pomeriggio al cimitero di Père Lachaise si era svolta una commemorazione funebre per il filosofo André Glucksmann e molti di coloro che hanno pronunciato un discorso funebre in suo onore erano proprio coloro che fanno fatica a trovare il modo giusto per parlare di terrorismo senza cedere alla rabbia a caldo o offrire in ostaggio all’illiberalismo l’apologia.
Nessuno avrebbe potuto immaginare quello che sarebbe accaduto di notte. Glucksmann, dopo l’11 settembre, aveva scritto un libro apprezzabile e significativo, non ancora tradotto, intitolato Dostoevskij, a Manhattan, nel quale aveva sostenuto che la natura reale del terrorismo moderno, compreso quello islamico, è il nichilismo, prima ancora che la religione o la politica: «Uccido, dunque sono». Certo, il comunicato in francese col quale l’Is si assume la responsabilità delle stragi, esulta più di profonda rabbia scatenata, di pura follia sanguinaria, giù giù fino all’antica furia puritana per l’esistenza stessa di quel luogo di piacere chiamato Parigi.
A Parigi questo terrorismo così feroce e nichilista non è certo nuovo. Ma, se non altro, gli attentati dei terroristi degli anni Settanta parevano ispirati da una finalità propagandistica, uccidere per un motivo che aveva un nome preciso e si poteva enunciare, per quanto folle. La nuova frenesia di stragi di massa, che vanno ben oltre le disumane necessità di una pubblicità diabolica, paiono invece riconducibili a una visione apocalittica di più ampie dimensioni, la rinnovata guerra di religione del dodicesimo secolo che il messaggio dell’Is sottolinea con così grande esultanza. Il comunicato avverte che questo è solo “l’inizio della tempesta”. Questa visione di una guerra permanente implacabile tra la modernità e un inesorabile desiderio neo-medievale di potere assoluto e di guerra totale di religione – che era poi la visione di Glucksmann – oggi è apparsa più convincente che mai per un gran numero di parigini.
Certo, le scene al teatro Bataclan sono quelle di una follia scatenata al di là di ogni plausibile normalità: prendere ostaggi non per una finalità precisa, ma soltanto per massacrarli, uno dopo l’altro.
Dopo l’undici settembre i newyorchesi appresero che una delle conseguenze più pericolose del terrorismo è la malattia autoimmune che subentra, per la quale gli anticorpi concepiti per attaccare il male invasore si ribellano contro il loro stesso corpo sano. Ieri mattina in Francia pareva esserci un consenso generale a favore di rastrellamenti e arresti di massa. Il fatto che si tratti di pochi individui non ne riduce la nocività. Ed è altresì difficile immaginare come tra coloro che più beneficeranno politicamente di una notte come questa possano non esserci Marine Le Pen e l’estrema destra. Ed ecco che, infatti, i loro slogan antimusulmani – sono loro i nostri implacabili nemici interni.
Si tratta di un messaggio che, nelle sue implacabili certezze, alla gente terrorizzata parrà seducente. Lo scopo del terrorismo è seminare il terrore. Ed è veramente difficile non vedere le catastrofiche conseguenze di questi attentati.
Ma in Francia c’è anche il desiderio, ben noto ai newyorchesi, di non farsi intimorire, di non farsi trasformare dal terrorismo in una cittadinanza incapace di provarlo. Gli abitanti di New York hanno appreso che si può vivere la vita o le proprie paure, e che è sempre più saggio vivere la vita. Questa mattina sul giornale Les Regles De Jeu (della direzione del quale faccio parte), rivolgendosi ai suoi concittadini Bernard Schlasa ha scritto che auspica «da parte di migliaia di uomini e donne musulmane una reazione plateale ed enorme di rinnegamento (“Not in my name”) per queste azioni… e che si arrivi a uno slancio gigantesco di solidarietà… e che francesi e immigrati condividano una medesima lotta per la democrazia.E che tutti noi dimostriamo la nostra fraterna umanità, testimoniando che i nostri valori sono universali e che un piccolo gruppo di individui non può dividerci. E subito, prima possibile, che tutti noi torniamo a sorridere e bere allegramente sulle terrazze dei nostri bistro, per dimostrare che non ci sottometteremo mai. Per dimostrare che amiamo la vita e che la difenderemo restando forti, serenamente forti. Più forti dei pazzi forsennati che agognano soltanto la morte».
È stato un bel desiderio, quello della Francia di stamattina, difficile da provare in una difficile mattina parigina.
Questo articolo esce contemporaneamente sul New Yorker. Gopnik è pubblicato in Italia da Guanda. Traduzione di Anna Bissanti
Uccido dunque sono il credo nichilista del Califfo
Il terrore degli anni ’70, ugualmente atroce, aveva almeno una logica,
per quanto folle: dietro questi omicidi di massa c’è solo l’aberrante visione apocalittica
di Adam Gopnik
Il giorno dopo gli attentati, l’aria di Parigi è satura di paradossi. Venerdì pomeriggio al cimitero di Père Lachaise si era svolta una commemorazione funebre per il filosofo André Glucksmann e molti di coloro che hanno pronunciato un discorso funebre in suo onore erano proprio coloro che fanno fatica a trovare il modo giusto per parlare di terrorismo senza cedere alla rabbia a caldo o offrire in ostaggio all’illiberalismo l’apologia.
Nessuno avrebbe potuto immaginare quello che sarebbe accaduto di notte. Glucksmann, dopo l’11 settembre, aveva scritto un libro apprezzabile e significativo, non ancora tradotto, intitolato Dostoevskij, a Manhattan, nel quale aveva sostenuto che la natura reale del terrorismo moderno, compreso quello islamico, è il nichilismo, prima ancora che la religione o la politica: «Uccido, dunque sono». Certo, il comunicato in francese col quale l’Is si assume la responsabilità delle stragi, esulta più di profonda rabbia scatenata, di pura follia sanguinaria, giù giù fino all’antica furia puritana per l’esistenza stessa di quel luogo di piacere chiamato Parigi.
A Parigi questo terrorismo così feroce e nichilista non è certo nuovo. Ma, se non altro, gli attentati dei terroristi degli anni Settanta parevano ispirati da una finalità propagandistica, uccidere per un motivo che aveva un nome preciso e si poteva enunciare, per quanto folle. La nuova frenesia di stragi di massa, che vanno ben oltre le disumane necessità di una pubblicità diabolica, paiono invece riconducibili a una visione apocalittica di più ampie dimensioni, la rinnovata guerra di religione del dodicesimo secolo che il messaggio dell’Is sottolinea con così grande esultanza. Il comunicato avverte che questo è solo “l’inizio della tempesta”. Questa visione di una guerra permanente implacabile tra la modernità e un inesorabile desiderio neo-medievale di potere assoluto e di guerra totale di religione – che era poi la visione di Glucksmann – oggi è apparsa più convincente che mai per un gran numero di parigini.
Certo, le scene al teatro Bataclan sono quelle di una follia scatenata al di là di ogni plausibile normalità: prendere ostaggi non per una finalità precisa, ma soltanto per massacrarli, uno dopo l’altro.
Dopo l’undici settembre i newyorchesi appresero che una delle conseguenze più pericolose del terrorismo è la malattia autoimmune che subentra, per la quale gli anticorpi concepiti per attaccare il male invasore si ribellano contro il loro stesso corpo sano. Ieri mattina in Francia pareva esserci un consenso generale a favore di rastrellamenti e arresti di massa. Il fatto che si tratti di pochi individui non ne riduce la nocività. Ed è altresì difficile immaginare come tra coloro che più beneficeranno politicamente di una notte come questa possano non esserci Marine Le Pen e l’estrema destra. Ed ecco che, infatti, i loro slogan antimusulmani – sono loro i nostri implacabili nemici interni.
Si tratta di un messaggio che, nelle sue implacabili certezze, alla gente terrorizzata parrà seducente. Lo scopo del terrorismo è seminare il terrore. Ed è veramente difficile non vedere le catastrofiche conseguenze di questi attentati.
Ma in Francia c’è anche il desiderio, ben noto ai newyorchesi, di non farsi intimorire, di non farsi trasformare dal terrorismo in una cittadinanza incapace di provarlo. Gli abitanti di New York hanno appreso che si può vivere la vita o le proprie paure, e che è sempre più saggio vivere la vita. Questa mattina sul giornale Les Regles De Jeu (della direzione del quale faccio parte), rivolgendosi ai suoi concittadini Bernard Schlasa ha scritto che auspica «da parte di migliaia di uomini e donne musulmane una reazione plateale ed enorme di rinnegamento (“Not in my name”) per queste azioni… e che si arrivi a uno slancio gigantesco di solidarietà… e che francesi e immigrati condividano una medesima lotta per la democrazia.E che tutti noi dimostriamo la nostra fraterna umanità, testimoniando che i nostri valori sono universali e che un piccolo gruppo di individui non può dividerci. E subito, prima possibile, che tutti noi torniamo a sorridere e bere allegramente sulle terrazze dei nostri bistro, per dimostrare che non ci sottometteremo mai. Per dimostrare che amiamo la vita e che la difenderemo restando forti, serenamente forti. Più forti dei pazzi forsennati che agognano soltanto la morte».
È stato un bel desiderio, quello della Francia di stamattina, difficile da provare in una difficile mattina parigina.
Questo articolo esce contemporaneamente sul New Yorker. Gopnik è pubblicato in Italia da Guanda. Traduzione di Anna Bissanti
Repubblica 15.11.15
Nelle parole del Corano i codici del delirio islamista
Il comunicato diffuso sul web è pieno di citazioni dal Libro Sacro “Colpita una festa della perversione: erano riuniti centinaia di idolatri”
di Renzo Guolo
IL comunicato con cui l’Is rivendica il carnaio di Parigi mostra la concezione del mondo jihadista. Tradotto in molte lingue, ovviamente anche in francese, il bollettino di guerra dell’organizzazione si apre con una delle Sure coraniche, la 59, versetto 2. Partire da qui serve per comprendere come pensano gli ideologi del movimento che, fautori di un interpretazione astorica e letteralista del testo sacro, cercano sempre legittimazione alle loro azioni nel Corano.
Il comunicato è introdotto dalla sura Al-Hasr, il Bando, che fa riferimento all’elemento sorpresa. Recita: Allah ha fatto uscire dalle loro dimore «quelli fra la gente della Scrittura che erano miscredenti. Voi non pensavate che sarebbero usciti, e loro credevano che le loro fortezze li avrebbero difesi contro Allah. Ma Allah li raggiunse da dove non se lo aspettavano e gettò il terrore nei loro cuori(..). Traetene dunque una lezione, o voi che avete occhi per vedere».
Eccolo, il punto chiave: dove non se lo aspettavano. In luoghi non ritenuti “sensibili”, direbbero gli esperti di sicurezza. A dimostrazione che la scelta dei luoghi di svago e divertimento, compiuta per aggirare la vigilanza sulle ”fortezze”, è stata motivata dall’effetto sorpresa.
Scelta che, allo stesso tempo, permette di colpire uno stile di vita punito per la sua «empietà ». Come esplicita il comunicato facendo riferimento al Bataclan, locale nel quale dicono gli uomini del Califfato, si teneva una «festa della perversione» al quale partecipavano «centinaia di idolatri».
Difficile che i terroristi, pur informati dai basisti locali, volessero colpire proprio un concerto degli Eagles of Death Metal, il gruppo che suonava nel locale, che pure mescola insieme bluegrass, rock blues e stoner, sottogeneri associati generalmente alle feste con sostanze stupefacenti, ai raduni motorizzati delle bande, ai grandi spazi americani. Questo o quel gruppo, o musica, sarebbe stato lo stesso. E’ la cultura occidentale, alta o bassa, d’elite o pop, a essere rifiutata da un ambiente ideologico che non a caso, per indicare gli effetti della cultura globale, parla di «intossicazione da Occidente ».
I bersagli, dice l’Is, sono stati scelti «minuziosamente», precisazione che fa ritenere probabile che il gruppo sia composto, anche, da cittadini francesi. Magari da quei giovani di periferia già “titolari” di scheda S, la classificazione che i servizi transalpini usano per indicare i soggetti potenzialmente pericolosi per la sicurezza dello Stato.
Come confermerebbe anche la notizia che uno degli attentatori uccisi dalla polizia fosse originario della banlieue di Courcouronnes e già negli archivi dei servizi di informazione dal 2010.
Vi è poi il consueto elogio degli shahid, i “martiri” che si sono sacrificati nell’operazione. Quelli che si sono fatti esplodere allo stadio di Francia, dove giocavano le nazionali di Francia e Germania, incontro a cui assisteva, secondo le offensive e sprezzanti parole dei seguaci del Califfo, « l’imbecille» Hollande; quelli che hanno assaltato a colpi di kalashnikov gli altri locali della «perdizione». Un gruppo che ha solo «divorziato dalla vita di quaggiù», esaudendo il desiderio di morire per la causa di Allah e di salire al cielo.
Infine, la minaccia alla Francia a ai paesi occidentali che seguiranno il suo esempio: «è l’inizio della tempesta». Un monito a quanti affiancano Parigi nei conflitti nelle aree focolai del jihad. Paesi che, a partire dalla Francia, resteranno i «principali bersagli dello Stato Islamico» e continueranno a sentire «l’odore della morte» per aver preso la «testa della crociata» e aver insultato il Profeta: sottolineatura che indica come la vendetta perpetrata con la strage di Charlie Hebdo non abbia lavato un’offesa ritenuta incancellabile.
Alla République viene poi imputato di «combattere l’islam in Francia», espressione che mescola insieme il rifiuto del modello di laicità negativa, quello del tentativo governativo di fare emergere un associazionismo affidabile sul piano istituzionale a scapito delle organizzazioni radicali, bandite dalla scena pubblica e duramente represse. E, sopratutto, l’aver bombardato i musulmani nelle terre del Califfato «con aerei che a nulla sono serviti quando l’attacco è stato portato nelle maleodoranti strade di Parigi». Un vero e proprio inno alla guerra asimmetrica, quest’ultimo.
Infine ,a chiudere il versetto 8 della Sura 63 «La potenza appartiene ad Allah, al Suo Messaggero e ai credenti, ma gli ipocriti non lo sanno». Il riferimento ai
munafiqun, gli ipocriti, indica che il messaggio è diretto anche alla grande maggioranza dei musulmani, che i radicali ritengono credenti solo a parole. Ai quali si rivolgono cercando di mostrare come essi siano gli unici a combattere i nemici dell’islam.
Una rivendicazione, confermata più che dai molti tweet di simpatizzanti , dalla rivista on line Dabiq France, la versione francofona della pubblicazione dell’Is, che descrive il novembre parigino come l’11 settembre francese.
Nelle parole del Corano i codici del delirio islamista
Il comunicato diffuso sul web è pieno di citazioni dal Libro Sacro “Colpita una festa della perversione: erano riuniti centinaia di idolatri”
di Renzo Guolo
IL comunicato con cui l’Is rivendica il carnaio di Parigi mostra la concezione del mondo jihadista. Tradotto in molte lingue, ovviamente anche in francese, il bollettino di guerra dell’organizzazione si apre con una delle Sure coraniche, la 59, versetto 2. Partire da qui serve per comprendere come pensano gli ideologi del movimento che, fautori di un interpretazione astorica e letteralista del testo sacro, cercano sempre legittimazione alle loro azioni nel Corano.
Il comunicato è introdotto dalla sura Al-Hasr, il Bando, che fa riferimento all’elemento sorpresa. Recita: Allah ha fatto uscire dalle loro dimore «quelli fra la gente della Scrittura che erano miscredenti. Voi non pensavate che sarebbero usciti, e loro credevano che le loro fortezze li avrebbero difesi contro Allah. Ma Allah li raggiunse da dove non se lo aspettavano e gettò il terrore nei loro cuori(..). Traetene dunque una lezione, o voi che avete occhi per vedere».
Eccolo, il punto chiave: dove non se lo aspettavano. In luoghi non ritenuti “sensibili”, direbbero gli esperti di sicurezza. A dimostrazione che la scelta dei luoghi di svago e divertimento, compiuta per aggirare la vigilanza sulle ”fortezze”, è stata motivata dall’effetto sorpresa.
Scelta che, allo stesso tempo, permette di colpire uno stile di vita punito per la sua «empietà ». Come esplicita il comunicato facendo riferimento al Bataclan, locale nel quale dicono gli uomini del Califfato, si teneva una «festa della perversione» al quale partecipavano «centinaia di idolatri».
Difficile che i terroristi, pur informati dai basisti locali, volessero colpire proprio un concerto degli Eagles of Death Metal, il gruppo che suonava nel locale, che pure mescola insieme bluegrass, rock blues e stoner, sottogeneri associati generalmente alle feste con sostanze stupefacenti, ai raduni motorizzati delle bande, ai grandi spazi americani. Questo o quel gruppo, o musica, sarebbe stato lo stesso. E’ la cultura occidentale, alta o bassa, d’elite o pop, a essere rifiutata da un ambiente ideologico che non a caso, per indicare gli effetti della cultura globale, parla di «intossicazione da Occidente ».
I bersagli, dice l’Is, sono stati scelti «minuziosamente», precisazione che fa ritenere probabile che il gruppo sia composto, anche, da cittadini francesi. Magari da quei giovani di periferia già “titolari” di scheda S, la classificazione che i servizi transalpini usano per indicare i soggetti potenzialmente pericolosi per la sicurezza dello Stato.
Come confermerebbe anche la notizia che uno degli attentatori uccisi dalla polizia fosse originario della banlieue di Courcouronnes e già negli archivi dei servizi di informazione dal 2010.
Vi è poi il consueto elogio degli shahid, i “martiri” che si sono sacrificati nell’operazione. Quelli che si sono fatti esplodere allo stadio di Francia, dove giocavano le nazionali di Francia e Germania, incontro a cui assisteva, secondo le offensive e sprezzanti parole dei seguaci del Califfo, « l’imbecille» Hollande; quelli che hanno assaltato a colpi di kalashnikov gli altri locali della «perdizione». Un gruppo che ha solo «divorziato dalla vita di quaggiù», esaudendo il desiderio di morire per la causa di Allah e di salire al cielo.
Infine, la minaccia alla Francia a ai paesi occidentali che seguiranno il suo esempio: «è l’inizio della tempesta». Un monito a quanti affiancano Parigi nei conflitti nelle aree focolai del jihad. Paesi che, a partire dalla Francia, resteranno i «principali bersagli dello Stato Islamico» e continueranno a sentire «l’odore della morte» per aver preso la «testa della crociata» e aver insultato il Profeta: sottolineatura che indica come la vendetta perpetrata con la strage di Charlie Hebdo non abbia lavato un’offesa ritenuta incancellabile.
Alla République viene poi imputato di «combattere l’islam in Francia», espressione che mescola insieme il rifiuto del modello di laicità negativa, quello del tentativo governativo di fare emergere un associazionismo affidabile sul piano istituzionale a scapito delle organizzazioni radicali, bandite dalla scena pubblica e duramente represse. E, sopratutto, l’aver bombardato i musulmani nelle terre del Califfato «con aerei che a nulla sono serviti quando l’attacco è stato portato nelle maleodoranti strade di Parigi». Un vero e proprio inno alla guerra asimmetrica, quest’ultimo.
Infine ,a chiudere il versetto 8 della Sura 63 «La potenza appartiene ad Allah, al Suo Messaggero e ai credenti, ma gli ipocriti non lo sanno». Il riferimento ai
munafiqun, gli ipocriti, indica che il messaggio è diretto anche alla grande maggioranza dei musulmani, che i radicali ritengono credenti solo a parole. Ai quali si rivolgono cercando di mostrare come essi siano gli unici a combattere i nemici dell’islam.
Una rivendicazione, confermata più che dai molti tweet di simpatizzanti , dalla rivista on line Dabiq France, la versione francofona della pubblicazione dell’Is, che descrive il novembre parigino come l’11 settembre francese.
il manifesto 15.11.15
Marine Le Pen si fa Stato
Il Front nationale approva lo Stato di emergenza, senza rinunciare ai suoi slogan
di Francesco Ditaranto
Questa volta l’estrema destra non si farà escludere come avvenne nel gennaio scorso, quando François Hollande non invitò il Front national alla marcia contro il terrorismo dopo gli attentati a Charlie Hebdo. All’epoca, l’esclusione da quella sorta di effimero blocco di unità nazionale che marciò per le vie di Parigi insieme ai capi di stato arrivati da tutto il mondo fu vissuta malissimo dai Le Pen. Lo si è capito nel momento in cui, dopo aver espresso il cordoglio per le vittime e la vicinanza alle famiglie toccate da questa tragedia, davanti ai giornalisti convocati nella sede del partito, Marine Le Pen ha salutato favorevolmente la decretazione dello stato d’emergenza da parte dell’esecutivo.
Non era mai successo. Segno di un’evidente volontà di ricoprire un ruolo politico di rilievo in questo momento di choc per tutta la Francia. Eppure, anche senza affondare mai il colpo contro il presidente Hollande, sulla scorta di quanto appena detto, la presidente del Fn ha richiamato i temi cari al suo partito, facendo, di fatto, campagna elettorale. Innanzitutto il bisogno di rivedere i rapporti con Putin, cui ha fatto implicito riferimento quando ha sottolineato che chiunque combatta Daesh deve essere considerato un alleato.
La figlia del fondatore del movimento ha poi riaffermato la necessità di chiudere le frontiere. «Checché ne dica l’Unione europea – ha dichiarato — è indispensabile che la Francia ritrovi il controllo delle proprie frontiere nazionali definitivamente. Senza frontiere non ci possono essere protezione e sicurezza».
In chiusura, Le Pen ha dato la sua ricetta per far sì che lo Stato possa tornare «ad assicurare la sua missione essenziale di protezione dei francesi»: vietare le organizzazioni islamiste, chiudere le moschee radicalizzate, espellere gli stranieri che predicano odio e i clandestini, sino a togliere la cittadinanza ai francesi con doppia nazionalità vicini ai movimenti islamisti.
Ma se la maggior parte delle alte sfere della politica si affrettava ad affidare ai social network il proprio dolore, comunicando l’interruzione di ogni attività legata alla campagna elettorale, alcuni, anche dal profilo politico non trascurabile, non si lasciavano sfuggire l’occasione per strumentalizzare i morti di Parigi. Tutto a mezzo facebook o twitter.
È il caso del post, subito cancellato, del Front national del dipartimento di Indre e Loire che, pochi minuti dopo la diffusione delle prime notizie da Parigi, invitava a votare Front national come unica soluzione per mettere un freno alla violenza. Il post è stato rimosso, vista l’indignazione della rete.
Non sono state da meno le dichiarazioni del segretario generale del Fronte, Nicolas Bay, che su Twitter ha tuonato: «Mentre Hollande e Valls combattono il Front national, assassini sanguinari preparano i loro attentati. Vergogna». Anche in questo caso il tweet è stato cancellato. Dello stesso tono, e sempre negli stessi concitati momenti, lo sfogo di Louis Aliot, eurodeputato Fn, e compagno di Marine Le Pen.
Anche fuori dal Front national non sono mancati i tentativi di facili equazioni a proprio uso e consumo. Basta citare quello di Philippe de Villiers, ex-ministro e fondatore del partito sovranista Mouvement pour la France, che ha parlato degli attacchi come conseguenza del «lassismo e della moscheizzazione» esattamente come Lionell Luca, deputato dei Repubblicani che ha paragonato Parigi a Beirut, denunciando come «pagheremo caro il nostro lassismo davanti al comunitarismo».
Più raffinato è stato Gilbert Collard, deputato eletto nella coalizione che ha sostenuto Marine Le Pen, che ha parlato, sempre su Twitter, di «povera Francia abbandonata». L’espressione potrebbe essere la chiave di lettura per comprendere come l’estrema destra potrebbe utilizzare a suo favore i giorni che verranno, prendendosi la scena, con le elezioni dietro l’angolo.
Non attaccando direttamente Hollande, quindi, ma dipingendo un paese in posizione di oggettiva debolezza davanti alla minaccia del terrorismo, spaventato e abbandonato, appunto, che per difendersi ha bisogno di tornare pienamente sovrano, nell’accezione del Fn.
Marine Le Pen si fa Stato
Il Front nationale approva lo Stato di emergenza, senza rinunciare ai suoi slogan
di Francesco Ditaranto
Questa volta l’estrema destra non si farà escludere come avvenne nel gennaio scorso, quando François Hollande non invitò il Front national alla marcia contro il terrorismo dopo gli attentati a Charlie Hebdo. All’epoca, l’esclusione da quella sorta di effimero blocco di unità nazionale che marciò per le vie di Parigi insieme ai capi di stato arrivati da tutto il mondo fu vissuta malissimo dai Le Pen. Lo si è capito nel momento in cui, dopo aver espresso il cordoglio per le vittime e la vicinanza alle famiglie toccate da questa tragedia, davanti ai giornalisti convocati nella sede del partito, Marine Le Pen ha salutato favorevolmente la decretazione dello stato d’emergenza da parte dell’esecutivo.
Non era mai successo. Segno di un’evidente volontà di ricoprire un ruolo politico di rilievo in questo momento di choc per tutta la Francia. Eppure, anche senza affondare mai il colpo contro il presidente Hollande, sulla scorta di quanto appena detto, la presidente del Fn ha richiamato i temi cari al suo partito, facendo, di fatto, campagna elettorale. Innanzitutto il bisogno di rivedere i rapporti con Putin, cui ha fatto implicito riferimento quando ha sottolineato che chiunque combatta Daesh deve essere considerato un alleato.
La figlia del fondatore del movimento ha poi riaffermato la necessità di chiudere le frontiere. «Checché ne dica l’Unione europea – ha dichiarato — è indispensabile che la Francia ritrovi il controllo delle proprie frontiere nazionali definitivamente. Senza frontiere non ci possono essere protezione e sicurezza».
In chiusura, Le Pen ha dato la sua ricetta per far sì che lo Stato possa tornare «ad assicurare la sua missione essenziale di protezione dei francesi»: vietare le organizzazioni islamiste, chiudere le moschee radicalizzate, espellere gli stranieri che predicano odio e i clandestini, sino a togliere la cittadinanza ai francesi con doppia nazionalità vicini ai movimenti islamisti.
Ma se la maggior parte delle alte sfere della politica si affrettava ad affidare ai social network il proprio dolore, comunicando l’interruzione di ogni attività legata alla campagna elettorale, alcuni, anche dal profilo politico non trascurabile, non si lasciavano sfuggire l’occasione per strumentalizzare i morti di Parigi. Tutto a mezzo facebook o twitter.
È il caso del post, subito cancellato, del Front national del dipartimento di Indre e Loire che, pochi minuti dopo la diffusione delle prime notizie da Parigi, invitava a votare Front national come unica soluzione per mettere un freno alla violenza. Il post è stato rimosso, vista l’indignazione della rete.
Non sono state da meno le dichiarazioni del segretario generale del Fronte, Nicolas Bay, che su Twitter ha tuonato: «Mentre Hollande e Valls combattono il Front national, assassini sanguinari preparano i loro attentati. Vergogna». Anche in questo caso il tweet è stato cancellato. Dello stesso tono, e sempre negli stessi concitati momenti, lo sfogo di Louis Aliot, eurodeputato Fn, e compagno di Marine Le Pen.
Anche fuori dal Front national non sono mancati i tentativi di facili equazioni a proprio uso e consumo. Basta citare quello di Philippe de Villiers, ex-ministro e fondatore del partito sovranista Mouvement pour la France, che ha parlato degli attacchi come conseguenza del «lassismo e della moscheizzazione» esattamente come Lionell Luca, deputato dei Repubblicani che ha paragonato Parigi a Beirut, denunciando come «pagheremo caro il nostro lassismo davanti al comunitarismo».
Più raffinato è stato Gilbert Collard, deputato eletto nella coalizione che ha sostenuto Marine Le Pen, che ha parlato, sempre su Twitter, di «povera Francia abbandonata». L’espressione potrebbe essere la chiave di lettura per comprendere come l’estrema destra potrebbe utilizzare a suo favore i giorni che verranno, prendendosi la scena, con le elezioni dietro l’angolo.
Non attaccando direttamente Hollande, quindi, ma dipingendo un paese in posizione di oggettiva debolezza davanti alla minaccia del terrorismo, spaventato e abbandonato, appunto, che per difendersi ha bisogno di tornare pienamente sovrano, nell’accezione del Fn.
Corriere 15.11.15
Non è come Charlie. E Le Pen ora ha una change
Quando erano in gioco i valori, il presidente seppe compattare il Paese; sarà molto più dura adesso che vacilla la sicurezza di tutti
di Gian Luigi Stella
Stavolta non ci saranno funerali solenni: ognuno seppellirà i suoi. Non ci saranno marce con i leader del mondo sottobraccio sui boulevard della capitale; le uniche code sono per donare il sangue, visitare i feriti, riconoscere i corpi. Gli attacchi di gennaio rafforzarono Hollande e lo spirito repubblicano ed europeo; questi rischiano di indebolire l’uno e l’altro. Allora terroristi isolati agirono contro obiettivi precisi: i vignettisti irriverenti, gli ebrei vittime dell’odioso antisemitismo che ritorna. Stavolta i soldati dello Stato Islamico, apparsi molto più forti, hanno colpito la folla del venerdì sera. Quando erano in gioco i valori, il diritto d’espressione, la libertà di stampa, il presidente seppe riunificare i francesi; sarà molto più dura ora che vacilla la sicurezza di tutti, gli apparati di sicurezza si sono dimostrati impotenti, Marine Le Pen — isolata dopo la strage di Charlie Hebdo — ritrova il centro della scena. Ieri si discuteva di Voltaire; oggi si trema per la vita.
Parigi, la mattina dopo la notte peggiore dall’arrivo dei nazisti, è una città cauta, impaurita, ma viva. La prefettura ha invitato tutti a restare a casa, ma i parigini insolitamente gentili vogliono ritrovarsi, chiedersi dov’erano al momento dell’attacco, avere notizie dei conoscenti, abbracciare gli amici. Chiusi i musei, i grandi magazzini, i cinema, le mostre, la Tour Eiffel, Disneyland; aperti i mercati rionali, i bistrot, la tomba del milite ignoto sotto l’Arco di trionfo. Hollande ha tentato di interpretare la resistenza popolare con un discorso a tratti duro — « serons impitoyables », che può significare sia spietati sia implacabili — a tratti nobile: «Siamo in guerra, ma la Francia trionferà sulla barbarie. Difendiamo la nostra patria e molto di più; difendiamo i nostri valori, la nostra umanità». Sarkozy depone per il momento le armi e invita tutti a stringersi attorno alle vittime e alle forze dell’ordine, i capi del partito socialista lo ringraziano. Ma l’ union sacrée , che la scorsa volta aveva retto per una settimana, si sgretola in poche ore.
Marine Le Pen denuncia che i francesi sono insicuri: «Chiudiamo le moschee radicali, cacciamo i predicatori di odio». Il suo compagno, Louis Aliot, definisce «irresponsabile» il primo ministro Valls, apparso molto scosso: abita nel quartiere della strage. Da tutta la galassia della destra, senza distinzione tra il Front National e i Républicains di Sarkozy, arrivano invettive contro la Francia «trasformata in una grande moschea», «libanizzata», «islamizzata», «abbandonata all’utopia multiculturale», in balia di 4 mila sospetti jihadisti per cui l’ex ministro Wauquiez propone un «campo di prigionia», una Guantanamo francese. L’ex premier Fillon accusa a mezza bocca il governo di aver esposto molto il Paese con l’intervento in Siria, senza andare sino in fondo e senza preparare una difesa adeguata. Valls in tv annuncia un’escalation: «Risponderemo sul terreno in Siria e in Iraq, annienteremo lo Stato Islamico, vinceremo questa guerra». Il mese scorso si chiedeva su Le Monde : «A gennaio i francesi sono stati all’altezza, ma come reagirebbero a un nuovo attentato?». Ora avrà la risposta.
Sui social media, una minoranza sostiene il «teorema Houellebecq»: la Gauche che si rafforza, grazie alla retorica nazionale e all’alleanza con i figli dell’immigrazione — ieri il presidente ha evitato anche solo di pronunciare la parola «Islam» o «islamico» — e riporta all’Eliseo, se non proprio il leader musulmano vaticinato dallo scrittore, il tranquillizzante e «rotondo» Hollande. Ma la maggioranza è convinta che la terribile notte del 13 novembre abbia rafforzato il lepenismo e tutti i populisti d’Europa.
L’attacco non ha colpito la Parigi dei turisti, ma quella dei ragazzi. Non i caffè intellettuali e le vetrine griffate della Rive Gauche, né gli atelier del cibo e della moda della Rive Droite, ma gli arrondissement più popolari, dove il pubblico dei concerti e del calcio era venuto a passare il venerdì sera. I kamikaze si sono fatti esplodere fuori dallo stadio dove si giocava il derby d’Europa Francia-Germania, tra i tifosi delle due squadre più multietniche del continente, e dentro un teatro dove si esibiva una band americana dal nome inquietante di Eagle of the Death , Aquila della morte. Sono ancora accese le insegne del Bataclan, in boulevard Voltaire, la via dei cortei della sinistra; il municipio dell’XI arrondissement, dove i terapeuti hanno aperto una cellula di assistenza psicologica per i superstiti e i parenti dei morti, affaccia sulla piazza dedicata a Léon Blum, il primo ministro della grande vittoria del Fronte Popolare nel 1936.
Allo stadio c’era anche Hollande. L’hanno portato via, attonito. Poi si è ripreso, si è fatto vedere per strada, vicino al teatro della tragedia, prima di convocare una serie di riunioni del governo e del consiglio di difesa. Si decreta lo stato d’emergenza, si rispolverano norme scritte nel 1959 per la guerra d’Algeria. Ma l’annuncio della chiusura delle frontiere è apparso fin da subito una grida manzoniana: impossibile fermare i treni e gli aerei in arrivo o in partenza dalla Francia. Più che sul ministro degli Interni Cazeneuve, quasi in trance con gli occhi sbarrati, il presidente si appoggia al ministro degli Esteri Laurent Fabius, che era già al governo nel 1982, quando terroristi arabi attaccarono con mitra ed esplosivi un ristorante ebraico nel Marais, facendo sei morti. Fabius ha suggerito di allargare il più possibile il fronte interno della lotta al terrore; così all’Eliseo stavolta sono stati invitati tutti i leader, anche Marine Le Pen, attesa oggi alle 5 della sera. Domani sarà la giornata della messa laica a Versailles, dove si riuniranno l’Assemblea nazionale e il Senato; bandiere a mezz’asta, minuto di silenzio a mezzogiorno. I leader mondiali verranno tra due settimane, ma non per una marcia di solidarietà; per il vertice mondiale sul clima, che sarà difficilissimo, e non solo per ragioni di sicurezza.
I parigini hanno reagito con un orgoglio e una calma impressionanti. Ma dignità non significa consenso. Lo spirito di unità non va confuso con la fiducia nei governanti e nell’opposizione «repubblicana», che oggi non ha un capo indiscusso, divisa com’è tra due uomini di esperienza considerati però vecchi arnesi: Nicolas Sarkozy, appesantito dagli scandali (proprio ieri il suo braccio destro Claude Guéant è stato condannato a due anni di carcere per aver intascato 210 mila euro in nero destinati agli informatori della polizia); e Alain Juppé, primo ministro vent’anni fa con Chirac, apprezzato dai francesi ma incapace di accendere la passione dei militanti che decideranno le primarie.
I cittadini sono in piena rivolta contro la politica, le élites, l’establishment, i partiti tradizionali; rifiutano la supremazia di Bruxelles, le frontiere aperte, la libera circolazione delle persone, l’accoglienza ai migranti. L’attacco all’Europa riapre una frattura. Accende, se non «una guerra civile» come grida il sindaco di Nimes Jean-Paul Fournier, uno scontro sull’idea stessa dell’Unione Europea, sull’asse con la Germania — la Merkel è stata l’unica leader con Obama ad apparire in tutti i telegiornali — sul modello di integrazione. Il 6 e il 13 dicembre si vota per le regionali, i socialisti rischiano di perdere dappertutto, Marine Le Pen è in testa nel Nord-Pas de Calais e sua nipote Marion in Provenza-Alpi-Costa Azzurra; ma la posta in gioco è molto più alta. E se a tanti francesi sembra ancora impossibile che la figlia dell’antisemita fondatore del Front National possa diventare capo dello Stato, da ieri questa ipotesi appare meno inverosimile.
I segni di resistenza si moltiplicano. In place de la République il Comune ha innalzato uno striscione nero con il motto «Fluctuat nec mergitur», oscilla tra i flutti e non affonda; ma sono più significative le scritte di solidarietà tracciate sui muri, le canzoni intonate dai musicisti di strada, non solo il pianista che interpreta Lennon in favore di telecamera ma le tante fisarmoniche che suonano la Vie en rose. Hollande va a visitare i feriti, mischiandosi a una folla dolente che cerca notizie dei familiari nei grandi ospedali, Saint-Antoine, Saint-Louis, La Pitié-Salpetrière. Sul web si assicura che Nostradamus aveva previsto tutto: il terzo millennio si sarebbe aperto con una guerra sanguinosa contro l’Islam, e il peggio deve ancora arrivare. Al cimitero del Père Lachaise passa la sua seconda notte il corpo ridotto in cenere del filosofo che davvero aveva previsto molte cose: André Glucksmann, grande critico di un altro presidente socialista, François Mitterrand, che vent’anni fa in questi stessi giorni consumava la propria agonia. Tante piccole candele bruciano sui marciapiedi da cui gli impiegati del Comune e altri volontari hanno lavato via il sangue. Per strada piccoli gruppi cantano la Marsigliese.
Non è come Charlie. E Le Pen ora ha una change
Quando erano in gioco i valori, il presidente seppe compattare il Paese; sarà molto più dura adesso che vacilla la sicurezza di tutti
di Gian Luigi Stella
Stavolta non ci saranno funerali solenni: ognuno seppellirà i suoi. Non ci saranno marce con i leader del mondo sottobraccio sui boulevard della capitale; le uniche code sono per donare il sangue, visitare i feriti, riconoscere i corpi. Gli attacchi di gennaio rafforzarono Hollande e lo spirito repubblicano ed europeo; questi rischiano di indebolire l’uno e l’altro. Allora terroristi isolati agirono contro obiettivi precisi: i vignettisti irriverenti, gli ebrei vittime dell’odioso antisemitismo che ritorna. Stavolta i soldati dello Stato Islamico, apparsi molto più forti, hanno colpito la folla del venerdì sera. Quando erano in gioco i valori, il diritto d’espressione, la libertà di stampa, il presidente seppe riunificare i francesi; sarà molto più dura ora che vacilla la sicurezza di tutti, gli apparati di sicurezza si sono dimostrati impotenti, Marine Le Pen — isolata dopo la strage di Charlie Hebdo — ritrova il centro della scena. Ieri si discuteva di Voltaire; oggi si trema per la vita.
Parigi, la mattina dopo la notte peggiore dall’arrivo dei nazisti, è una città cauta, impaurita, ma viva. La prefettura ha invitato tutti a restare a casa, ma i parigini insolitamente gentili vogliono ritrovarsi, chiedersi dov’erano al momento dell’attacco, avere notizie dei conoscenti, abbracciare gli amici. Chiusi i musei, i grandi magazzini, i cinema, le mostre, la Tour Eiffel, Disneyland; aperti i mercati rionali, i bistrot, la tomba del milite ignoto sotto l’Arco di trionfo. Hollande ha tentato di interpretare la resistenza popolare con un discorso a tratti duro — « serons impitoyables », che può significare sia spietati sia implacabili — a tratti nobile: «Siamo in guerra, ma la Francia trionferà sulla barbarie. Difendiamo la nostra patria e molto di più; difendiamo i nostri valori, la nostra umanità». Sarkozy depone per il momento le armi e invita tutti a stringersi attorno alle vittime e alle forze dell’ordine, i capi del partito socialista lo ringraziano. Ma l’ union sacrée , che la scorsa volta aveva retto per una settimana, si sgretola in poche ore.
Marine Le Pen denuncia che i francesi sono insicuri: «Chiudiamo le moschee radicali, cacciamo i predicatori di odio». Il suo compagno, Louis Aliot, definisce «irresponsabile» il primo ministro Valls, apparso molto scosso: abita nel quartiere della strage. Da tutta la galassia della destra, senza distinzione tra il Front National e i Républicains di Sarkozy, arrivano invettive contro la Francia «trasformata in una grande moschea», «libanizzata», «islamizzata», «abbandonata all’utopia multiculturale», in balia di 4 mila sospetti jihadisti per cui l’ex ministro Wauquiez propone un «campo di prigionia», una Guantanamo francese. L’ex premier Fillon accusa a mezza bocca il governo di aver esposto molto il Paese con l’intervento in Siria, senza andare sino in fondo e senza preparare una difesa adeguata. Valls in tv annuncia un’escalation: «Risponderemo sul terreno in Siria e in Iraq, annienteremo lo Stato Islamico, vinceremo questa guerra». Il mese scorso si chiedeva su Le Monde : «A gennaio i francesi sono stati all’altezza, ma come reagirebbero a un nuovo attentato?». Ora avrà la risposta.
Sui social media, una minoranza sostiene il «teorema Houellebecq»: la Gauche che si rafforza, grazie alla retorica nazionale e all’alleanza con i figli dell’immigrazione — ieri il presidente ha evitato anche solo di pronunciare la parola «Islam» o «islamico» — e riporta all’Eliseo, se non proprio il leader musulmano vaticinato dallo scrittore, il tranquillizzante e «rotondo» Hollande. Ma la maggioranza è convinta che la terribile notte del 13 novembre abbia rafforzato il lepenismo e tutti i populisti d’Europa.
L’attacco non ha colpito la Parigi dei turisti, ma quella dei ragazzi. Non i caffè intellettuali e le vetrine griffate della Rive Gauche, né gli atelier del cibo e della moda della Rive Droite, ma gli arrondissement più popolari, dove il pubblico dei concerti e del calcio era venuto a passare il venerdì sera. I kamikaze si sono fatti esplodere fuori dallo stadio dove si giocava il derby d’Europa Francia-Germania, tra i tifosi delle due squadre più multietniche del continente, e dentro un teatro dove si esibiva una band americana dal nome inquietante di Eagle of the Death , Aquila della morte. Sono ancora accese le insegne del Bataclan, in boulevard Voltaire, la via dei cortei della sinistra; il municipio dell’XI arrondissement, dove i terapeuti hanno aperto una cellula di assistenza psicologica per i superstiti e i parenti dei morti, affaccia sulla piazza dedicata a Léon Blum, il primo ministro della grande vittoria del Fronte Popolare nel 1936.
Allo stadio c’era anche Hollande. L’hanno portato via, attonito. Poi si è ripreso, si è fatto vedere per strada, vicino al teatro della tragedia, prima di convocare una serie di riunioni del governo e del consiglio di difesa. Si decreta lo stato d’emergenza, si rispolverano norme scritte nel 1959 per la guerra d’Algeria. Ma l’annuncio della chiusura delle frontiere è apparso fin da subito una grida manzoniana: impossibile fermare i treni e gli aerei in arrivo o in partenza dalla Francia. Più che sul ministro degli Interni Cazeneuve, quasi in trance con gli occhi sbarrati, il presidente si appoggia al ministro degli Esteri Laurent Fabius, che era già al governo nel 1982, quando terroristi arabi attaccarono con mitra ed esplosivi un ristorante ebraico nel Marais, facendo sei morti. Fabius ha suggerito di allargare il più possibile il fronte interno della lotta al terrore; così all’Eliseo stavolta sono stati invitati tutti i leader, anche Marine Le Pen, attesa oggi alle 5 della sera. Domani sarà la giornata della messa laica a Versailles, dove si riuniranno l’Assemblea nazionale e il Senato; bandiere a mezz’asta, minuto di silenzio a mezzogiorno. I leader mondiali verranno tra due settimane, ma non per una marcia di solidarietà; per il vertice mondiale sul clima, che sarà difficilissimo, e non solo per ragioni di sicurezza.
I parigini hanno reagito con un orgoglio e una calma impressionanti. Ma dignità non significa consenso. Lo spirito di unità non va confuso con la fiducia nei governanti e nell’opposizione «repubblicana», che oggi non ha un capo indiscusso, divisa com’è tra due uomini di esperienza considerati però vecchi arnesi: Nicolas Sarkozy, appesantito dagli scandali (proprio ieri il suo braccio destro Claude Guéant è stato condannato a due anni di carcere per aver intascato 210 mila euro in nero destinati agli informatori della polizia); e Alain Juppé, primo ministro vent’anni fa con Chirac, apprezzato dai francesi ma incapace di accendere la passione dei militanti che decideranno le primarie.
I cittadini sono in piena rivolta contro la politica, le élites, l’establishment, i partiti tradizionali; rifiutano la supremazia di Bruxelles, le frontiere aperte, la libera circolazione delle persone, l’accoglienza ai migranti. L’attacco all’Europa riapre una frattura. Accende, se non «una guerra civile» come grida il sindaco di Nimes Jean-Paul Fournier, uno scontro sull’idea stessa dell’Unione Europea, sull’asse con la Germania — la Merkel è stata l’unica leader con Obama ad apparire in tutti i telegiornali — sul modello di integrazione. Il 6 e il 13 dicembre si vota per le regionali, i socialisti rischiano di perdere dappertutto, Marine Le Pen è in testa nel Nord-Pas de Calais e sua nipote Marion in Provenza-Alpi-Costa Azzurra; ma la posta in gioco è molto più alta. E se a tanti francesi sembra ancora impossibile che la figlia dell’antisemita fondatore del Front National possa diventare capo dello Stato, da ieri questa ipotesi appare meno inverosimile.
I segni di resistenza si moltiplicano. In place de la République il Comune ha innalzato uno striscione nero con il motto «Fluctuat nec mergitur», oscilla tra i flutti e non affonda; ma sono più significative le scritte di solidarietà tracciate sui muri, le canzoni intonate dai musicisti di strada, non solo il pianista che interpreta Lennon in favore di telecamera ma le tante fisarmoniche che suonano la Vie en rose. Hollande va a visitare i feriti, mischiandosi a una folla dolente che cerca notizie dei familiari nei grandi ospedali, Saint-Antoine, Saint-Louis, La Pitié-Salpetrière. Sul web si assicura che Nostradamus aveva previsto tutto: il terzo millennio si sarebbe aperto con una guerra sanguinosa contro l’Islam, e il peggio deve ancora arrivare. Al cimitero del Père Lachaise passa la sua seconda notte il corpo ridotto in cenere del filosofo che davvero aveva previsto molte cose: André Glucksmann, grande critico di un altro presidente socialista, François Mitterrand, che vent’anni fa in questi stessi giorni consumava la propria agonia. Tante piccole candele bruciano sui marciapiedi da cui gli impiegati del Comune e altri volontari hanno lavato via il sangue. Per strada piccoli gruppi cantano la Marsigliese.
La Stampa 15.11.15
La lotta al terrore irrompe al summit del G20
“Patto militare anti-Isis”
Raffica di bilaterali in Turchia, Obama incontrerà Putin Ankara e Riad in pressing: interventi più incisivi in Siria
di Maurizio Molinari
Truppe speciali in assetto da combattimento, scudo anti-missile sui cieli e in agenda la necessità di colpire con efficacia lo Stato Islamico per sostenere la Francia ferita: il summit del G20 si apre con una girandola di bilaterali nel segno della volontà della Turchia di imprimere una svolta alla guerra in Siria.
Dalla crescita al terrore
Creato nel 1999 per includere le economie emergenti e rilanciato nel 2008 per soccorrere l’Occidente dalla crisi finanziaria, il G20 è il summit che rappresenta l’85 del Pil globale: finora si è sempre dedicato a crescita e sviluppo ma adesso si svolge ad Antalya, a 900 km dalle truppe del Califfo, e il massacro di Parigi catapulta la lotta al terrorismo in cima ai lavori. È quanto avviene nei resort di Belek a descrivere la trasformazione del vertice. Il primo ad arrivare, bruciando i tempi, è il re saudita Salman. Preceduto da 65 limousine, in gran parte della scorta, il sovrano wahabita si impossessa dell’intero Mardan Palace e incontra subito Erdogan. Gli ex rivali sunniti ora sono affiancati nel sostenere i ribelli anti-Assad e sono anche i due Grandi musulmani del summit: ad accomunarli è la volontà di redigere una dichiarazione finale per legittimare interventi più incisivi, forse anche di terra, in Siria. Ankara da tempo sostiene la necessità di una «no fly zone», è disposta a mandare le truppe per crearla ma vuole una copertura internazionale. Per Riad ciò che conta di più è far cadere Assad.
Le notizie che arrivano da Vienna sull’intesa Usa-Russia sul «calendario concreto verso le elezioni» vengono accolte con favore ma «bisogna fare di più» incalza il premier turco, Ahmet Davutoglu, «perché siamo al punto dove le parole finiscono e bisogna combattere il terrorismo». Per il ministro degli Esteri, Feridun Sinirlioglu, «lo Stato Islamico minaccia le nostre vite» e la risposta che il G20 darà al massacro di Parigi dovrà andare oltre il sostegno alla Francia, indicando «la strada da seguire».
Hollande assente
D’altra parte attorno al tavolo, da domani mattina, ci saranno Barack Obama e Vladimir Putin, ovvero i leader delle opposte coalizioni militari anti-jihadisti. Erdogan e re Salman puntano a un «patto militare anti-Isis». Il neo-premier canadese Justin Trudeau interpreta l’atmosfera dei bilaterali dicendo: «Compito dei governi è difendere i cittadini». L’assenza obbligata di François Hollande aggiunge pathos ma fra gli inviati europei l’urgenza di agire contro Isis si sovrappone allo scetticismo su Erdogan: non solo perché «ha aspettato troppo per colpire Isis» come dice un alto diplomatico, ma anche in quanto «ha una propria agenda anti-curdi» sotto la veste anti-jihadista.
Sono queste fibrillazioni a spiegare perché la Casa Bianca conferma solo in extremis il bilaterale Obama-Erdogan «subito dopo l’arrivo dell’Air Force One». I disaccordi sulla Siria si sovrappongono alla necessità di agire contro Isis nella cornice del resort Regnum Carya - sede del summit - dove 13 mila delegati affluiscono blindati da 12 mila soldati, jet militari e navi da guerra con gli spazi aerei e marittimi chiusi e la proibizione ai turisti di entrare nella «zona rossa».
Occhi su Rohani
I leader del G20 guardano anche a Hassan Rohani, il presidente dell’Iran da poco ammesso ai negoziati di Vienna sulla Siria. Rohani è protagonista di un’abile mossa. Nel giorno in cui cancella il primo viaggio in Europa - con tappe a Parigi, Roma e Vaticano - in segno di rispetto per l’Eliseo, adopera parole aspre contro «il terrorismo diabolico». L’intento è accelerare la trasformazione dell’Iran in un partner dell’Ue contro i jihadisti sunniti. «Serve un impegno globale per combattere tutti i terroristi», dice Rohani, con un linguaggio teso a entrare in sintonia con i leader europei in arrivo al summit.
La lotta al terrore irrompe al summit del G20
“Patto militare anti-Isis”
Raffica di bilaterali in Turchia, Obama incontrerà Putin Ankara e Riad in pressing: interventi più incisivi in Siria
di Maurizio Molinari
Truppe speciali in assetto da combattimento, scudo anti-missile sui cieli e in agenda la necessità di colpire con efficacia lo Stato Islamico per sostenere la Francia ferita: il summit del G20 si apre con una girandola di bilaterali nel segno della volontà della Turchia di imprimere una svolta alla guerra in Siria.
Dalla crescita al terrore
Creato nel 1999 per includere le economie emergenti e rilanciato nel 2008 per soccorrere l’Occidente dalla crisi finanziaria, il G20 è il summit che rappresenta l’85 del Pil globale: finora si è sempre dedicato a crescita e sviluppo ma adesso si svolge ad Antalya, a 900 km dalle truppe del Califfo, e il massacro di Parigi catapulta la lotta al terrorismo in cima ai lavori. È quanto avviene nei resort di Belek a descrivere la trasformazione del vertice. Il primo ad arrivare, bruciando i tempi, è il re saudita Salman. Preceduto da 65 limousine, in gran parte della scorta, il sovrano wahabita si impossessa dell’intero Mardan Palace e incontra subito Erdogan. Gli ex rivali sunniti ora sono affiancati nel sostenere i ribelli anti-Assad e sono anche i due Grandi musulmani del summit: ad accomunarli è la volontà di redigere una dichiarazione finale per legittimare interventi più incisivi, forse anche di terra, in Siria. Ankara da tempo sostiene la necessità di una «no fly zone», è disposta a mandare le truppe per crearla ma vuole una copertura internazionale. Per Riad ciò che conta di più è far cadere Assad.
Le notizie che arrivano da Vienna sull’intesa Usa-Russia sul «calendario concreto verso le elezioni» vengono accolte con favore ma «bisogna fare di più» incalza il premier turco, Ahmet Davutoglu, «perché siamo al punto dove le parole finiscono e bisogna combattere il terrorismo». Per il ministro degli Esteri, Feridun Sinirlioglu, «lo Stato Islamico minaccia le nostre vite» e la risposta che il G20 darà al massacro di Parigi dovrà andare oltre il sostegno alla Francia, indicando «la strada da seguire».
Hollande assente
D’altra parte attorno al tavolo, da domani mattina, ci saranno Barack Obama e Vladimir Putin, ovvero i leader delle opposte coalizioni militari anti-jihadisti. Erdogan e re Salman puntano a un «patto militare anti-Isis». Il neo-premier canadese Justin Trudeau interpreta l’atmosfera dei bilaterali dicendo: «Compito dei governi è difendere i cittadini». L’assenza obbligata di François Hollande aggiunge pathos ma fra gli inviati europei l’urgenza di agire contro Isis si sovrappone allo scetticismo su Erdogan: non solo perché «ha aspettato troppo per colpire Isis» come dice un alto diplomatico, ma anche in quanto «ha una propria agenda anti-curdi» sotto la veste anti-jihadista.
Sono queste fibrillazioni a spiegare perché la Casa Bianca conferma solo in extremis il bilaterale Obama-Erdogan «subito dopo l’arrivo dell’Air Force One». I disaccordi sulla Siria si sovrappongono alla necessità di agire contro Isis nella cornice del resort Regnum Carya - sede del summit - dove 13 mila delegati affluiscono blindati da 12 mila soldati, jet militari e navi da guerra con gli spazi aerei e marittimi chiusi e la proibizione ai turisti di entrare nella «zona rossa».
Occhi su Rohani
I leader del G20 guardano anche a Hassan Rohani, il presidente dell’Iran da poco ammesso ai negoziati di Vienna sulla Siria. Rohani è protagonista di un’abile mossa. Nel giorno in cui cancella il primo viaggio in Europa - con tappe a Parigi, Roma e Vaticano - in segno di rispetto per l’Eliseo, adopera parole aspre contro «il terrorismo diabolico». L’intento è accelerare la trasformazione dell’Iran in un partner dell’Ue contro i jihadisti sunniti. «Serve un impegno globale per combattere tutti i terroristi», dice Rohani, con un linguaggio teso a entrare in sintonia con i leader europei in arrivo al summit.
Il Sole 15.11.15
Dopo Parigi Roma?
La sfida della «doppia» Capitale
di Guido Gentili
Dopo Parigi, Roma? È inutile girarci attorno: questa è la domanda che stava già scritta, ieri mattina, nel cielo plumbeo e carico di silenzio della doppia Capitale. Quella della Cristianità, che s’avvia ad aprire le sue porte al Giubileo straordinario della Misericordia. E quella di uno Stato democratico, fondatore dell’Europa, che è parte della coalizione politico-militare anti-Isis.
È con questa doppia identità che si deve fare i conti, oggi come mai prima. Lo si sapeva, ma l’inferno di Parigi e gli annunci dell’Isis ce l’hanno riproposta col sangue versato già addosso, a un passo da noi. La voce di Papa Francesco è stata rotta dal pianto per un gesto «non umano», la prima reazione del Governo Renzi è stata quella di alzare al secondo livello, che permette anche l’intervento delle forze speciali militari, l’allerta sicurezza. Dopo c’è solo il primo livello, quello dello Stato che combatte sul campo l’attacco del terrorismo fanatico.
Di fatto un Paese dove la libertà è di casa ed è un valore così acquisito da farci dimenticare cosa significa, viene costretto ad uno stato di emergenza. Ma in queste circostanze non ci sono alternative, ed è meglio anzi riaffermarlo con chiarezza: siamo di fronte ad una guerra dichiarata e, livello di allerta che sia, è ad un atto di guerra (jihadista) che dobbiamo far fronte mettendoci nelle migliori condizioni per poter rispondere.
È un’eventualità e speriamo tutti che tale rimanga. Però le analisi dell’intelligence, fin qui dimostratesi puntuali, indicano che il pericolo è davvero reale. Gli annunci dell’Isis, dopo la guerra scatenata a Parigi, confermano un tragitto studiato da tempo. È la «goccia prima della tempesta», dopo Parigi toccherà a «Roma e Londra», e la tempesta, e il diluvio, «the flood», rimanda al 2014, quando Dabiq mette in chiaro che cosa è l’Isis e cosa ci si dovrà aspettare nel prossimo futuro. Il «diluvio» è il nome dello Stato islamico e viene riportata la profezia «….poi invaderai Roma e Allah ti permetterà di conquistarla». Nel numero successivo di Daquib, la bandiera nera dell’Isis sventola sull’obelisco di piazza San Pietro.
Per la doppia Capitale una soluzione potrebbe essere quella di mandare a monte il Giubileo? L’idea ha preso a circolare con forza sui social media e non sono mancate, a supporto, anche alcune voci di politici. Inutile dire (a parte il fatto che il Giubileo lo decide il Papa, non il governo italiano) che sarebbe un errore capitale all’insegna di una maldestra ritirata con risultati magari opposti a quelli sperati.
Il primo Giubileo «ai tempi dell’Isis», come ha detto il prefetto Franco Gabrielli, lo dobbiamo guardare in faccia. Fino in fondo. Per ciò che significa, oltre che in termini religiosi, per Roma, l’Italia e il mondo intero in questo passaggio della storia. Milano ha saputo vincere la sfida dell’Expo, la doppia Capitale deve affrontarne una infinitamente più grande. Con il coraggio della ragione e la volontà di vincerla.
Dopo Parigi Roma?
La sfida della «doppia» Capitale
di Guido Gentili
Dopo Parigi, Roma? È inutile girarci attorno: questa è la domanda che stava già scritta, ieri mattina, nel cielo plumbeo e carico di silenzio della doppia Capitale. Quella della Cristianità, che s’avvia ad aprire le sue porte al Giubileo straordinario della Misericordia. E quella di uno Stato democratico, fondatore dell’Europa, che è parte della coalizione politico-militare anti-Isis.
È con questa doppia identità che si deve fare i conti, oggi come mai prima. Lo si sapeva, ma l’inferno di Parigi e gli annunci dell’Isis ce l’hanno riproposta col sangue versato già addosso, a un passo da noi. La voce di Papa Francesco è stata rotta dal pianto per un gesto «non umano», la prima reazione del Governo Renzi è stata quella di alzare al secondo livello, che permette anche l’intervento delle forze speciali militari, l’allerta sicurezza. Dopo c’è solo il primo livello, quello dello Stato che combatte sul campo l’attacco del terrorismo fanatico.
Di fatto un Paese dove la libertà è di casa ed è un valore così acquisito da farci dimenticare cosa significa, viene costretto ad uno stato di emergenza. Ma in queste circostanze non ci sono alternative, ed è meglio anzi riaffermarlo con chiarezza: siamo di fronte ad una guerra dichiarata e, livello di allerta che sia, è ad un atto di guerra (jihadista) che dobbiamo far fronte mettendoci nelle migliori condizioni per poter rispondere.
È un’eventualità e speriamo tutti che tale rimanga. Però le analisi dell’intelligence, fin qui dimostratesi puntuali, indicano che il pericolo è davvero reale. Gli annunci dell’Isis, dopo la guerra scatenata a Parigi, confermano un tragitto studiato da tempo. È la «goccia prima della tempesta», dopo Parigi toccherà a «Roma e Londra», e la tempesta, e il diluvio, «the flood», rimanda al 2014, quando Dabiq mette in chiaro che cosa è l’Isis e cosa ci si dovrà aspettare nel prossimo futuro. Il «diluvio» è il nome dello Stato islamico e viene riportata la profezia «….poi invaderai Roma e Allah ti permetterà di conquistarla». Nel numero successivo di Daquib, la bandiera nera dell’Isis sventola sull’obelisco di piazza San Pietro.
Per la doppia Capitale una soluzione potrebbe essere quella di mandare a monte il Giubileo? L’idea ha preso a circolare con forza sui social media e non sono mancate, a supporto, anche alcune voci di politici. Inutile dire (a parte il fatto che il Giubileo lo decide il Papa, non il governo italiano) che sarebbe un errore capitale all’insegna di una maldestra ritirata con risultati magari opposti a quelli sperati.
Il primo Giubileo «ai tempi dell’Isis», come ha detto il prefetto Franco Gabrielli, lo dobbiamo guardare in faccia. Fino in fondo. Per ciò che significa, oltre che in termini religiosi, per Roma, l’Italia e il mondo intero in questo passaggio della storia. Milano ha saputo vincere la sfida dell’Expo, la doppia Capitale deve affrontarne una infinitamente più grande. Con il coraggio della ragione e la volontà di vincerla.
Il Sole 15.11.15
Il grande «vuoto» dei partiti sulle questioni internazionali
di Lina Palmerini
Gli attentati di Parigi visti da qui svelano un grande vuoto dei partiti italiani e una grande fragilità del nostro sistema: il semi-analfabetismo sulla politica estera. Dalla Lega ai 5 Stelle, ora anche Forza Italia ma in parte anche nel Pd, hanno ridotto il settore degli Esteri al rango di propaganda affidata a politici con curriculum e una formazione culturale assai poco credibili. Forse vale la pena ricordare la superficialità con cui Matteo Salvini prepara un viaggio in Israele dopo aver ospitato nelle sue manifestazioni Casa Pound e aver flirtato con loro e – dunque - gli viene negato il visto per Tel Aviv. E vale la pena ricordare anche la facilità con cui il Movimento 5 Stelle era quasi arrivato a giustificare - con Alessandro Di Battista - la violenza dei terroristi salvo poi precisare che non si riferiva all’Isis ma ad Hamas. Lapsus o confusione mentale, sta di fatto che l’impressione è che ai partiti manchino le coordinate culturali per affrontare temi complessi come le questioni internazionali.
Temi che hanno una rilevanza prioritaria per la sicurezza del Paese - come si vede da quello che è accaduto in Francia – ma che siamo ormai abituati a sentirli declinati come polemica di giornata. Una banalizzazione delle grandi scelte strategiche fatta a uso e consumo di un cortile interno, di un provincialismo povero di visione ma soprattutto di soluzioni. Basta guardare quello che è accaduto sull’Europa e sull’euro qualche mese fa quando qualcuno cercava di cancellare anni di storia con un referendum mentre altri come Grillo o Fassina facevano un viaggio – a vuoto – per sostenere lo strappo di Tsipras che non c’è stato. Pessima cultura e memoria corta. La stessa che sentiamo in queste ore sui fatti drammatici di Parigi. Tutto diventa una rincorsa allo slogan facile: fuori gli immigrati, chiudere le frontiere, combattere l’Isis. Frasi vuote che non sono soluzioni.
Sono improvvisazioni, scatti di umore, più facilmente incitazione alla rabbia come avviene sull’immigrazione dove si sollecita la chiusura di frontiere che – come si è visto – serve a ben poco. E pochi che sollevano il vero tema di scelte geopolitiche cruciali anche nella diffusione del terrorismo come sono quelle sulla Siria, il ruolo dell’Iran e le relazioni con l’Occidente, le relazioni Usa-Russia. Nessun politico si avventura fin lì, sono pochissimi gli esponenti dei partiti da cui si riesca a sentire un discorso articolato, tutto viene tradotto per consumare una rissa nel recinto di casa.
Tutto viene delegato agli esperti, ai docenti: di nuovo una grande delega della politica a chi non fa politica di mestiere. È anche questo impoverimento culturale e formativo a colpire perché ormai chi fa di professione il parlamentare o il dirigente di partito sembra non attrezzato culturalmente a dare risposte. Si è passati dalla stagione degli imprenditori a quella dei magistrati poi i professori e ora ci sono i prefetti. Le forze politiche non sono più in grado di esprimere competenze ma solo propaganda. Ma ora che il terrorismo diventa un punto nevralgico del consenso elettorale, come il taglio delle tasse o forse più, c’è la speranza che le questioni internazionali vengano rimesse dai partiti nel livello giusto. Come era nella Prima Repubblica in cui gli Esteri erano una materia nobile per politici di rango.
Il grande «vuoto» dei partiti sulle questioni internazionali
di Lina Palmerini
Gli attentati di Parigi visti da qui svelano un grande vuoto dei partiti italiani e una grande fragilità del nostro sistema: il semi-analfabetismo sulla politica estera. Dalla Lega ai 5 Stelle, ora anche Forza Italia ma in parte anche nel Pd, hanno ridotto il settore degli Esteri al rango di propaganda affidata a politici con curriculum e una formazione culturale assai poco credibili. Forse vale la pena ricordare la superficialità con cui Matteo Salvini prepara un viaggio in Israele dopo aver ospitato nelle sue manifestazioni Casa Pound e aver flirtato con loro e – dunque - gli viene negato il visto per Tel Aviv. E vale la pena ricordare anche la facilità con cui il Movimento 5 Stelle era quasi arrivato a giustificare - con Alessandro Di Battista - la violenza dei terroristi salvo poi precisare che non si riferiva all’Isis ma ad Hamas. Lapsus o confusione mentale, sta di fatto che l’impressione è che ai partiti manchino le coordinate culturali per affrontare temi complessi come le questioni internazionali.
Temi che hanno una rilevanza prioritaria per la sicurezza del Paese - come si vede da quello che è accaduto in Francia – ma che siamo ormai abituati a sentirli declinati come polemica di giornata. Una banalizzazione delle grandi scelte strategiche fatta a uso e consumo di un cortile interno, di un provincialismo povero di visione ma soprattutto di soluzioni. Basta guardare quello che è accaduto sull’Europa e sull’euro qualche mese fa quando qualcuno cercava di cancellare anni di storia con un referendum mentre altri come Grillo o Fassina facevano un viaggio – a vuoto – per sostenere lo strappo di Tsipras che non c’è stato. Pessima cultura e memoria corta. La stessa che sentiamo in queste ore sui fatti drammatici di Parigi. Tutto diventa una rincorsa allo slogan facile: fuori gli immigrati, chiudere le frontiere, combattere l’Isis. Frasi vuote che non sono soluzioni.
Sono improvvisazioni, scatti di umore, più facilmente incitazione alla rabbia come avviene sull’immigrazione dove si sollecita la chiusura di frontiere che – come si è visto – serve a ben poco. E pochi che sollevano il vero tema di scelte geopolitiche cruciali anche nella diffusione del terrorismo come sono quelle sulla Siria, il ruolo dell’Iran e le relazioni con l’Occidente, le relazioni Usa-Russia. Nessun politico si avventura fin lì, sono pochissimi gli esponenti dei partiti da cui si riesca a sentire un discorso articolato, tutto viene tradotto per consumare una rissa nel recinto di casa.
Tutto viene delegato agli esperti, ai docenti: di nuovo una grande delega della politica a chi non fa politica di mestiere. È anche questo impoverimento culturale e formativo a colpire perché ormai chi fa di professione il parlamentare o il dirigente di partito sembra non attrezzato culturalmente a dare risposte. Si è passati dalla stagione degli imprenditori a quella dei magistrati poi i professori e ora ci sono i prefetti. Le forze politiche non sono più in grado di esprimere competenze ma solo propaganda. Ma ora che il terrorismo diventa un punto nevralgico del consenso elettorale, come il taglio delle tasse o forse più, c’è la speranza che le questioni internazionali vengano rimesse dai partiti nel livello giusto. Come era nella Prima Repubblica in cui gli Esteri erano una materia nobile per politici di rango.
Corriere 15.11.15
L’indifferenza, l’altro nemico delle nostre coscienze
di Donatella Di Cesare
Lo spettro della guerra globale si è ormai materializzato nel cuore dell’Europa. A Parigi è stato decretato lo «stato di emergenza» e sono state prese misure quasi belliche, dopo che il terrorismo organizzato ha colpito la città nelle ore del riposo e dello svago, uccidendo bambini, donne e uomini. Luoghi di ritrovo, di convivialità, di incontro, sono stati trasformati in scene di un crimine planetario — un crimine voluto e pianificato. Esseri umani inermi e indifesi, nella loro nuda vulnerabilità, sono caduti sotto i colpi di una violenza senza limiti. Perché è una violenza ispirata da un fanatismo sacrificale e guidata da un progetto politico che, al di là di ogni fronte e di ogni frontiera, pretenderebbe di essere globale.
Dopo la notte del 13 novembre 2015 non è più possibile sottovalutare ancora l’attacco del terrorismo in Europa che mira a una estensione sistematica delle zone di guerra e che ha eletto a proprio nemico, passibile di essere sterminato, anche chi ne è, o vuole esserne, ignaro.
Il terrore lacera intenzionalmente le coscienze. Se alcuni hanno ormai da tempo aperto gli occhi, altri torneranno forse alle proprie nicchie, alle loro private riserve della realtà, si aggrapperanno a immagini del mondo pregresse, cercheranno illusoriamente zone di immunità, rifugi protetti di un’epoca che non c’è più. Quasi che non vivessimo nello stesso universo, quasi che non costituissimo più una società comune. Questa lacerazione sarebbe l’effetto più devastante, perché metterebbe a repentaglio la convivenza civile, svuoterebbe di significato la cittadinanza.
Come nessuno può chiudersi e ripiegarsi nell’indifferenza, così nessuno può essere lasciato solo. Tanto meno quei cittadini che, appartenendo a minoranze, sono più esposti. Il terrore è totale e mira al cuore della democrazia.
L’indifferenza, l’altro nemico delle nostre coscienze
di Donatella Di Cesare
Lo spettro della guerra globale si è ormai materializzato nel cuore dell’Europa. A Parigi è stato decretato lo «stato di emergenza» e sono state prese misure quasi belliche, dopo che il terrorismo organizzato ha colpito la città nelle ore del riposo e dello svago, uccidendo bambini, donne e uomini. Luoghi di ritrovo, di convivialità, di incontro, sono stati trasformati in scene di un crimine planetario — un crimine voluto e pianificato. Esseri umani inermi e indifesi, nella loro nuda vulnerabilità, sono caduti sotto i colpi di una violenza senza limiti. Perché è una violenza ispirata da un fanatismo sacrificale e guidata da un progetto politico che, al di là di ogni fronte e di ogni frontiera, pretenderebbe di essere globale.
Dopo la notte del 13 novembre 2015 non è più possibile sottovalutare ancora l’attacco del terrorismo in Europa che mira a una estensione sistematica delle zone di guerra e che ha eletto a proprio nemico, passibile di essere sterminato, anche chi ne è, o vuole esserne, ignaro.
Il terrore lacera intenzionalmente le coscienze. Se alcuni hanno ormai da tempo aperto gli occhi, altri torneranno forse alle proprie nicchie, alle loro private riserve della realtà, si aggrapperanno a immagini del mondo pregresse, cercheranno illusoriamente zone di immunità, rifugi protetti di un’epoca che non c’è più. Quasi che non vivessimo nello stesso universo, quasi che non costituissimo più una società comune. Questa lacerazione sarebbe l’effetto più devastante, perché metterebbe a repentaglio la convivenza civile, svuoterebbe di significato la cittadinanza.
Come nessuno può chiudersi e ripiegarsi nell’indifferenza, così nessuno può essere lasciato solo. Tanto meno quei cittadini che, appartenendo a minoranze, sono più esposti. Il terrore è totale e mira al cuore della democrazia.
il manifesto 15.11.15
Parigi, Netanyahu: «terrorismi tutti uguali»
È dal 2001 che i governi israeliani tentano di dipingere la lotta palestinese per l'indipendenza come un'offensiva a sfondo religioso contro Israele e gli ebrei, parte di un disegno jihadista globale
di Michele Giorgio
Benyamin Netanyahu offre aiuto e cooperazione di sicurezza alla Francia ferita dagli attentati dell’Isis di venerdì sera a Parigi. Più di tutto dice al presidente Hollande e ai leader ed europei di non fare distinzioni «fra tipi diversi di terrorismo», ossia non devono separare l’Intifada palestinese dal jihadismo globale. «Il terrorismo è sempre da condannare in quanto colpisce persone innocenti», ha detto ieri sera in diretta tv menzionando l’uccisione due giorni fa nella Cisgiordania occupata di due coloni israeliani, Yaacov e Netanel Litman, in un agguato armato palestinese.
È dall’attacco aereo alle Torri Gemelle del 2001 che i governi israeliani provano a trasformare agli occhi della comunità internazionale la lotta palestinese per l’indipendenza, contro la colonizzazione, per la fine dell’occupazione militare, in un’offensiva terroristica a sfondo religioso contro Israele e gli ebrei, parte di un disegno jihadista globale. Nel 2001, mentre la polvere sollevata delle macerie delle Twin Towers ancora avvolgeva New York, il primo ministro Ariel Sharon disse al segretario di stato Colin Powell che «Ciascuno ha il suo Osama Bin Laden e il nostro si chiama Yasser Arafat» mettendo sullo stesso piano il leader di al Qaeda e il presidente palestinese. Con Arafat finirono sul banco degli imputati tutti i palestinesi che, addirittura, per qualche ora dopo gli attacchi alle Torri Gemelle furono indicati, non si è mai saputo bene da chi, come i responsabili del più grave attentato della storia recente. Intervenne Gilles Kepel, specialista di Islam e del mondo arabo, per dire che era impensabile attribuire la responsabilità dell’11 settembre ad organizzazioni palestinesi e a indicare subito come colpevole Osama Bin Laden.
Persuadere l’Europa, i suoi leader e l’opinione pubblica occidentale che l’Intifada palestinese equivale al jihadismo dell’Isis e di al Qaeda è il tassello centrale nella strategia del premier israeliano a sostegno della tesi «Vorremmo ma non possiamo», ossia Israele non vorrebbe negare la libertà ai palestinesi ma non può concederla perchè facendolo metterebbe a rischio la sicurezza dei suoi cittadini e la sua stessa esistenza. Una strategia che contempla il riconoscimento occidentale dello status quo dell’occupazione di Cisgiordania e Gerusalemme Est e della “legalità” delle colonie costruite in violazione del diritto internazionale. Un punto quest’ultimo tornato alla ribalta qualche giorno dopo l’imposizione ufficiale della Commissione europea di una etichettatura diversa (rispetto al Made in Israel) per le merci delle colonie ebraiche destinate all’esportazione verso l’Ue. Un passo che ha fatto infuriare l’establishment israeliano.
Rispetto ad Ariel Sharon, Netanyahu oggi può contare su una Europa più razzista e islamofoba di 14 anni fa e davvero poco incline a sostenere i diritti dei popoli oppressi, specialmente se arabi e musulmani. La minaccia e i terribili attentati dell’Isis alla sicurezza dei cittadini francesi e più in generale europei, favoriscono la «comprensione della tesi» di Netanyahu. «Ci vorrà ancora del tempo ma alla fine l’Europa capirà» ci diceva ieri sera il professor Gerald Steinberg, analista del Centro “Besa” dell’Università di Bar Ilan (un laboratorio della destra israeliana) — «I leader europei poco alla volta si renderanno conto che i loro Paesi si trovano sotto attacco terroristico, esattamente come Israele e che non ci sono differenze Netanyahu stasera (ieri) ha parlato a nome di tutti gli israeliani».
In questo quadro si riesce appena a sentire la flebile voce del presidente palestinese Abu Mazen che ieri non ha saputo andare oltre un semplice comunicato. «Condanniamo gli attacchi di Parigi ed estendiamo la nostra simpatia e la nostra solidarietà al popolo francese e al suo governo». Con un premier israeliano tanto determinato, al leader palestinese per dare forza alle ragioni del suo popolo non sarà sufficiente essere in prima fila ai funerali delle vittime, come fece dopo l’attacco di inizio anno a Charlie Hebdo. Da Gaza il movimento islamico Hamas ha condannato gli attentati di Parigi. «Proprio i palestinesi – ha detto un suo portavoce — possono condividere i sentimenti dei francesi perchè siamo esposti quotidianamente al terrorismo dell’occupazione israeliana».
Parigi, Netanyahu: «terrorismi tutti uguali»
È dal 2001 che i governi israeliani tentano di dipingere la lotta palestinese per l'indipendenza come un'offensiva a sfondo religioso contro Israele e gli ebrei, parte di un disegno jihadista globale
di Michele Giorgio
Benyamin Netanyahu offre aiuto e cooperazione di sicurezza alla Francia ferita dagli attentati dell’Isis di venerdì sera a Parigi. Più di tutto dice al presidente Hollande e ai leader ed europei di non fare distinzioni «fra tipi diversi di terrorismo», ossia non devono separare l’Intifada palestinese dal jihadismo globale. «Il terrorismo è sempre da condannare in quanto colpisce persone innocenti», ha detto ieri sera in diretta tv menzionando l’uccisione due giorni fa nella Cisgiordania occupata di due coloni israeliani, Yaacov e Netanel Litman, in un agguato armato palestinese.
È dall’attacco aereo alle Torri Gemelle del 2001 che i governi israeliani provano a trasformare agli occhi della comunità internazionale la lotta palestinese per l’indipendenza, contro la colonizzazione, per la fine dell’occupazione militare, in un’offensiva terroristica a sfondo religioso contro Israele e gli ebrei, parte di un disegno jihadista globale. Nel 2001, mentre la polvere sollevata delle macerie delle Twin Towers ancora avvolgeva New York, il primo ministro Ariel Sharon disse al segretario di stato Colin Powell che «Ciascuno ha il suo Osama Bin Laden e il nostro si chiama Yasser Arafat» mettendo sullo stesso piano il leader di al Qaeda e il presidente palestinese. Con Arafat finirono sul banco degli imputati tutti i palestinesi che, addirittura, per qualche ora dopo gli attacchi alle Torri Gemelle furono indicati, non si è mai saputo bene da chi, come i responsabili del più grave attentato della storia recente. Intervenne Gilles Kepel, specialista di Islam e del mondo arabo, per dire che era impensabile attribuire la responsabilità dell’11 settembre ad organizzazioni palestinesi e a indicare subito come colpevole Osama Bin Laden.
Persuadere l’Europa, i suoi leader e l’opinione pubblica occidentale che l’Intifada palestinese equivale al jihadismo dell’Isis e di al Qaeda è il tassello centrale nella strategia del premier israeliano a sostegno della tesi «Vorremmo ma non possiamo», ossia Israele non vorrebbe negare la libertà ai palestinesi ma non può concederla perchè facendolo metterebbe a rischio la sicurezza dei suoi cittadini e la sua stessa esistenza. Una strategia che contempla il riconoscimento occidentale dello status quo dell’occupazione di Cisgiordania e Gerusalemme Est e della “legalità” delle colonie costruite in violazione del diritto internazionale. Un punto quest’ultimo tornato alla ribalta qualche giorno dopo l’imposizione ufficiale della Commissione europea di una etichettatura diversa (rispetto al Made in Israel) per le merci delle colonie ebraiche destinate all’esportazione verso l’Ue. Un passo che ha fatto infuriare l’establishment israeliano.
Rispetto ad Ariel Sharon, Netanyahu oggi può contare su una Europa più razzista e islamofoba di 14 anni fa e davvero poco incline a sostenere i diritti dei popoli oppressi, specialmente se arabi e musulmani. La minaccia e i terribili attentati dell’Isis alla sicurezza dei cittadini francesi e più in generale europei, favoriscono la «comprensione della tesi» di Netanyahu. «Ci vorrà ancora del tempo ma alla fine l’Europa capirà» ci diceva ieri sera il professor Gerald Steinberg, analista del Centro “Besa” dell’Università di Bar Ilan (un laboratorio della destra israeliana) — «I leader europei poco alla volta si renderanno conto che i loro Paesi si trovano sotto attacco terroristico, esattamente come Israele e che non ci sono differenze Netanyahu stasera (ieri) ha parlato a nome di tutti gli israeliani».
In questo quadro si riesce appena a sentire la flebile voce del presidente palestinese Abu Mazen che ieri non ha saputo andare oltre un semplice comunicato. «Condanniamo gli attacchi di Parigi ed estendiamo la nostra simpatia e la nostra solidarietà al popolo francese e al suo governo». Con un premier israeliano tanto determinato, al leader palestinese per dare forza alle ragioni del suo popolo non sarà sufficiente essere in prima fila ai funerali delle vittime, come fece dopo l’attacco di inizio anno a Charlie Hebdo. Da Gaza il movimento islamico Hamas ha condannato gli attentati di Parigi. «Proprio i palestinesi – ha detto un suo portavoce — possono condividere i sentimenti dei francesi perchè siamo esposti quotidianamente al terrorismo dell’occupazione israeliana».
il manifesto 15.11.15
Se gli alleati dell’Is siamo noi
di Giuliana Sgrena
L’occidente è attonito di fronte agli atroci attentati di Parigi. Angoscia, paura, impotenza sono i sentimenti di chi non riesce a decifrare il linguaggio del terrorismo globalizzato. Siamo abituati a rispondere al terrorismo con le bombe e i droni che possono uccidere, forse, Jihad John, lo sgozzatore folle, ma non riescono a impedire l’abbattimento di un aereo russo sul Sinai o l’attacco simultaneo in diverse piazze di Parigi.
Il terrorismo non può cancellare la voglia di vivere. La cultura della vita deve sconfiggere la cultura della morte di chi combatte la propria battaglia con il martirio, in nome di dio, colpendo indiscriminatamente.
È una cultura che non ci appartiene e che non appartiene ai sostenitori di uno stato laico. Non a caso la Francia sembra un obiettivo privilegiato del fanatismo dei jiahdisti, come lo è stata la Tunisia fra i paesi musulmani.
L’occidente non può e non deve arrendersi ma deve essere consapevole che non può contrastare il terrorismo con armi convenzionali, si tratta di una guerra asimmetrica che deve essere affrontata con altri mezzi. Innanzitutto quello ideologico: il terrorismo globalizzato è l’estremizzazione dell’islam globale, che attira molti adepti non solo tra gli immigrati di seconda/terza generazione, magari emarginati, delle banlieus ma anche molti europei e americani. In una società dove i valori della democrazia sono stati usurpati dal populismo, dalla xenofobia e dalla violenza non resta che rivolgersi a chi offre un’identità, un senso di appartenenza, e quindi al nazionalismo o al fondamentalismo religioso.
L’Isis che ha rivendicato gli orribili massacri di Parigi, e altri, non è una entità astratta, il frutto di un incidente della storia, e tra chi ha sostenuto questi terroristi ci sono paesi occidentali e amici dell’occidente. Innanzitutto la Turchia. Erdogan ha incarcerato i giornalisti che hanno denunciato (con prove) le forniture di armi ai terroristi. E quando la Turchia si è schierata con i paesi impegnati nella guerra all’Isis – dopo averlo rifornito perché faceva parte dell’opposizione ad Assad – ha colpito i suoi oppositori kurdi, gli unici in grado di contrastare gli islamisti con un progetto di società laico e democratico. Senza un progetto alternativo di società è difficile avere la forza per combattere il fanatismo religioso.
Basterebbero poche misure concrete per mettere in seria difficoltà l’Isis: bloccare tutto il commercio delle armi e boicottare l’acquisto del suo petrolio. Chi acquista questo petrolio? Chi fornisce i mezzi per l’acquisto di armi?
La riconquista da parte dei Peshmerga iracheni di Sinjar, abitata dagli yazidi e da un anno nelle mani dell’Isis, è una buona notizia. Ma non basta per mettere in seria difficoltà l’Isis. L’Ue sostiene la Turchia per l’accoglienza dei profughi – in modo da evitare che vengano in Europa – ma quando siamo stati nel Kurdistan abbiamo verificato che i profughi – in maggioranza – non volevano andare nei campi organizzati dal governo turco che combatte la loro gente, allora perché non aiutare i kurdi che effettivamente sostengono i profughi? Soprattutto quelli che vogliono tornare nel loro paese, quando potranno farlo. La Turchia impedisce il passaggio dei mezzi per la ricostruzione di Kobane (Rojava, Kurdistan siriano). Perché l’occidente non impone alla Turchia l’apertura della frontiera con la Siria per il passaggio di aiuti umanitari invece che lasciare a Erdogan la discrezione sul passaggio di terroristi utilizzati per gli attentati contro i kurdi? Essere nella Nato è l’alibi per la Turchia così come l’ospitalità data alle basi americane è il passe-partout dell’Arabia saudita per fornire l’appoggio ai gruppi più fanatici del terrorismo mediorientale.
Sostenendo la Turchia e l’Arabia saudita non siamo dalla parte di chi combatte il terrorismo, al contrario lo sosteniamo anche ideologicamente.
Se gli alleati dell’Is siamo noi
di Giuliana Sgrena
L’occidente è attonito di fronte agli atroci attentati di Parigi. Angoscia, paura, impotenza sono i sentimenti di chi non riesce a decifrare il linguaggio del terrorismo globalizzato. Siamo abituati a rispondere al terrorismo con le bombe e i droni che possono uccidere, forse, Jihad John, lo sgozzatore folle, ma non riescono a impedire l’abbattimento di un aereo russo sul Sinai o l’attacco simultaneo in diverse piazze di Parigi.
Il terrorismo non può cancellare la voglia di vivere. La cultura della vita deve sconfiggere la cultura della morte di chi combatte la propria battaglia con il martirio, in nome di dio, colpendo indiscriminatamente.
È una cultura che non ci appartiene e che non appartiene ai sostenitori di uno stato laico. Non a caso la Francia sembra un obiettivo privilegiato del fanatismo dei jiahdisti, come lo è stata la Tunisia fra i paesi musulmani.
L’occidente non può e non deve arrendersi ma deve essere consapevole che non può contrastare il terrorismo con armi convenzionali, si tratta di una guerra asimmetrica che deve essere affrontata con altri mezzi. Innanzitutto quello ideologico: il terrorismo globalizzato è l’estremizzazione dell’islam globale, che attira molti adepti non solo tra gli immigrati di seconda/terza generazione, magari emarginati, delle banlieus ma anche molti europei e americani. In una società dove i valori della democrazia sono stati usurpati dal populismo, dalla xenofobia e dalla violenza non resta che rivolgersi a chi offre un’identità, un senso di appartenenza, e quindi al nazionalismo o al fondamentalismo religioso.
L’Isis che ha rivendicato gli orribili massacri di Parigi, e altri, non è una entità astratta, il frutto di un incidente della storia, e tra chi ha sostenuto questi terroristi ci sono paesi occidentali e amici dell’occidente. Innanzitutto la Turchia. Erdogan ha incarcerato i giornalisti che hanno denunciato (con prove) le forniture di armi ai terroristi. E quando la Turchia si è schierata con i paesi impegnati nella guerra all’Isis – dopo averlo rifornito perché faceva parte dell’opposizione ad Assad – ha colpito i suoi oppositori kurdi, gli unici in grado di contrastare gli islamisti con un progetto di società laico e democratico. Senza un progetto alternativo di società è difficile avere la forza per combattere il fanatismo religioso.
Basterebbero poche misure concrete per mettere in seria difficoltà l’Isis: bloccare tutto il commercio delle armi e boicottare l’acquisto del suo petrolio. Chi acquista questo petrolio? Chi fornisce i mezzi per l’acquisto di armi?
La riconquista da parte dei Peshmerga iracheni di Sinjar, abitata dagli yazidi e da un anno nelle mani dell’Isis, è una buona notizia. Ma non basta per mettere in seria difficoltà l’Isis. L’Ue sostiene la Turchia per l’accoglienza dei profughi – in modo da evitare che vengano in Europa – ma quando siamo stati nel Kurdistan abbiamo verificato che i profughi – in maggioranza – non volevano andare nei campi organizzati dal governo turco che combatte la loro gente, allora perché non aiutare i kurdi che effettivamente sostengono i profughi? Soprattutto quelli che vogliono tornare nel loro paese, quando potranno farlo. La Turchia impedisce il passaggio dei mezzi per la ricostruzione di Kobane (Rojava, Kurdistan siriano). Perché l’occidente non impone alla Turchia l’apertura della frontiera con la Siria per il passaggio di aiuti umanitari invece che lasciare a Erdogan la discrezione sul passaggio di terroristi utilizzati per gli attentati contro i kurdi? Essere nella Nato è l’alibi per la Turchia così come l’ospitalità data alle basi americane è il passe-partout dell’Arabia saudita per fornire l’appoggio ai gruppi più fanatici del terrorismo mediorientale.
Sostenendo la Turchia e l’Arabia saudita non siamo dalla parte di chi combatte il terrorismo, al contrario lo sosteniamo anche ideologicamente.
Il Sole 15.11.15
Militare e di civiltà
La grande coalizione per battere il Califfato
di Alberto Negri
Due partigiani, un ucraino e un polacco, nell’inverno del 1943 escono dal loro rifugio e chiedono con apprensione a tutti quelli che incontrano: «Come va la battaglia di Stalingrado dei russi contro i nazisti?». Inizia così “Educazione europea”, un romanzo recentemente ripubblicato di Romain Gary, grande scrittore ed eroe della resistenza francese. Come va la battaglia contro il Califfato? Se avessimo ancora un’educazione europea questa è la domanda che dovremmo farci tutti i giorni e che forse si faranno adesso, con angoscia, i francesi. Rispondere al terrore con la solidarietà e le bandiere a mezz’asta va bene ma se avessimo ancora un’educazione europea dovremmo replicare colpo su colpo al terrorismo e alla sua minaccia, entrata nella nostra vita quotidiana con una strage di innocenti. Serve una coalizione globale, un’alleanza di civiltà, da quella occidentale a quella musulmana, per combattere l’Isis. Siamo chiamati a costituire una coalizione militare e di intelligence questa volta davvero efficace non come quella che dal 2014 a oggi ha colto risultati incerti e invece di rinsaldarsi si è quasi sfaldata lasciando spazio all’intervento in Siria della Russia di Putin, senza il quale peraltro oggi al-Baghdadi farebbe colazione sulle rovine di Damasco. Gli aerei sauditi e degli Emirati non volano più e i loro raid adesso li compiono in Yemen contro i ribelli sciiti Houti; la Turchia, storico membro della Nato, fa ancora assai poco perché gli stessi occidentali le hanno dato via libera per quattro anni, alzando la sbarra della frontiera al passaggio di migliaia di jihadisti, molti europei e francesi, che dovevano sbalzare dal potere Assad e che si sono poi arruolati nell’Isis. La guerra la devono fare anche i nostri riluttanti alleati mediorientali. Musulmani che si battono sul campo contro l’Isis ce ne sono: i curdi, i più eroici, osteggiati però dalla Turchia; gli iraniani, alleati di Assad come del resto gli Hezbollah libanesi; gli iracheni, che hanno avviato un’offensiva per spezzare le linee di rifornimento dell’Isis. Questi nostri alleati oggettivi anti-Califfato, che l’Occidente ha boicottato per anni mettendoli sotto sanzioni e in lista nera, hanno due difetti, sono sciiti e alleati del regime di Damasco. Siamo al punto nodale: per una guerra efficace contro l’Isis bisogna congelare anche la storica ostilità tra sciiti e sunniti. Qualche segnale positivo c’è e proviene dal vertice di Vienna sulla Siria, che per certi versi ha anticipato quello di oggi al G-20 di Antalya. A Vienna, secondo quanto riferito dal segretario di Stato John Kerry, è emerso che Bashar Assad è pronto ad avviare un negoziato per una transizione. Non facciamoci troppe illusioni ma è importante che queste cose Kerry le abbia dette con a fianco il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov. Ed è ancora più significativo che a Vienna, oltre alla Turchia, partecipassero l’Iran e l’Arabia Saudita, capofila storici di sciiti e sunniti, i veri duellanti del Medio Oriente. Entrambi hanno molto da perdere se la guerra siriana si prolunga mentre il Califfato semina sangue e terrore anche in Europa. Gli iraniani non se ne possono andare via dalla Siria e dall’Iraq, guerre che drenano risorse umane, finanziarie, e frenano il rilancio economico promesso dal presidente Hassan Rohani dopo l’accordo sul nucleare per la fine delle sanzioni. L’Arabia Saudita comprende che l’Isis minaccia la stessa legittimità delle monarchie del Golfo, è già impegnata in un conflitto ai suoi confini in Yemen e forse si rende conto che avere usato i jihadisti in chiave anti-sciita non è stata un’idea brillante. Ora rischia una sorta di Vietnam in casa. La sua potenza militare, certo non pari a quella economica, può uscire umiliata dalla guerra yemenita con conseguenze devastanti. È chiaro che sia gli iraniani che i sauditi devono ridimensionare le loro ambizioni di dominare il Levante. Gli uni devono rinunciare ad Assad, gli altri a uno stato sunnita a cavallo di Siria e Iraq. Ma anche questo, forse soprattutto questo, è il prezzo della lotta al Califfato. Saranno disposti a pagarlo? Forse verranno costretti a farlo. Oggi senza Putin Assad crolla e senza la protezione americana rischia di sgretolarsi anche l’Arabia Saudita, cliente storico che Washington non ha mai voluto mollare. L’obiettivo strategico degli Stati Uniti è proprio questo: limitare al massimo l’impegno militare e fare in modo che nessuno vinca la battaglia tra le potenze sciite e quelle sunnite, replicando esattamente la stessa politica che Washington adottò negli anni ’80 nella lunga guerra di otto anni tra l’Iraq di Saddam e l’Iran di Khomeini. I russi potrebbero essere d’accordo e allora, con qualche contropartita per Mosca ancora sotto sanzioni per l’Ucraina, ha qualche chance di nascere quella coalizione globale anti-Califfato cui accennava ieri Lavrov a Vienna. Putin e Obama possono cominciare a parlarne già oggi al G-20 di Antalya. In questa partita militare e diplomatica gli Stati europei e la Francia, che alleva jihadisti in casa, dove sono? Lavrov ha dichiarato che gli orrori di Parigi devono convincere l’ultimo scettico che non solo il terrorismo non può essere giustificato in nessun modo ma che non può essere giustificata neppure la nostra passività nel combattere questo male. Ma ci vuole una forte educazione europea alla Gary per andare in battaglia e affermare la vittoria dei propri princìpi di civiltà. Chi ha vinto a Stalingrado?
Militare e di civiltà
La grande coalizione per battere il Califfato
di Alberto Negri
Due partigiani, un ucraino e un polacco, nell’inverno del 1943 escono dal loro rifugio e chiedono con apprensione a tutti quelli che incontrano: «Come va la battaglia di Stalingrado dei russi contro i nazisti?». Inizia così “Educazione europea”, un romanzo recentemente ripubblicato di Romain Gary, grande scrittore ed eroe della resistenza francese. Come va la battaglia contro il Califfato? Se avessimo ancora un’educazione europea questa è la domanda che dovremmo farci tutti i giorni e che forse si faranno adesso, con angoscia, i francesi. Rispondere al terrore con la solidarietà e le bandiere a mezz’asta va bene ma se avessimo ancora un’educazione europea dovremmo replicare colpo su colpo al terrorismo e alla sua minaccia, entrata nella nostra vita quotidiana con una strage di innocenti. Serve una coalizione globale, un’alleanza di civiltà, da quella occidentale a quella musulmana, per combattere l’Isis. Siamo chiamati a costituire una coalizione militare e di intelligence questa volta davvero efficace non come quella che dal 2014 a oggi ha colto risultati incerti e invece di rinsaldarsi si è quasi sfaldata lasciando spazio all’intervento in Siria della Russia di Putin, senza il quale peraltro oggi al-Baghdadi farebbe colazione sulle rovine di Damasco. Gli aerei sauditi e degli Emirati non volano più e i loro raid adesso li compiono in Yemen contro i ribelli sciiti Houti; la Turchia, storico membro della Nato, fa ancora assai poco perché gli stessi occidentali le hanno dato via libera per quattro anni, alzando la sbarra della frontiera al passaggio di migliaia di jihadisti, molti europei e francesi, che dovevano sbalzare dal potere Assad e che si sono poi arruolati nell’Isis. La guerra la devono fare anche i nostri riluttanti alleati mediorientali. Musulmani che si battono sul campo contro l’Isis ce ne sono: i curdi, i più eroici, osteggiati però dalla Turchia; gli iraniani, alleati di Assad come del resto gli Hezbollah libanesi; gli iracheni, che hanno avviato un’offensiva per spezzare le linee di rifornimento dell’Isis. Questi nostri alleati oggettivi anti-Califfato, che l’Occidente ha boicottato per anni mettendoli sotto sanzioni e in lista nera, hanno due difetti, sono sciiti e alleati del regime di Damasco. Siamo al punto nodale: per una guerra efficace contro l’Isis bisogna congelare anche la storica ostilità tra sciiti e sunniti. Qualche segnale positivo c’è e proviene dal vertice di Vienna sulla Siria, che per certi versi ha anticipato quello di oggi al G-20 di Antalya. A Vienna, secondo quanto riferito dal segretario di Stato John Kerry, è emerso che Bashar Assad è pronto ad avviare un negoziato per una transizione. Non facciamoci troppe illusioni ma è importante che queste cose Kerry le abbia dette con a fianco il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov. Ed è ancora più significativo che a Vienna, oltre alla Turchia, partecipassero l’Iran e l’Arabia Saudita, capofila storici di sciiti e sunniti, i veri duellanti del Medio Oriente. Entrambi hanno molto da perdere se la guerra siriana si prolunga mentre il Califfato semina sangue e terrore anche in Europa. Gli iraniani non se ne possono andare via dalla Siria e dall’Iraq, guerre che drenano risorse umane, finanziarie, e frenano il rilancio economico promesso dal presidente Hassan Rohani dopo l’accordo sul nucleare per la fine delle sanzioni. L’Arabia Saudita comprende che l’Isis minaccia la stessa legittimità delle monarchie del Golfo, è già impegnata in un conflitto ai suoi confini in Yemen e forse si rende conto che avere usato i jihadisti in chiave anti-sciita non è stata un’idea brillante. Ora rischia una sorta di Vietnam in casa. La sua potenza militare, certo non pari a quella economica, può uscire umiliata dalla guerra yemenita con conseguenze devastanti. È chiaro che sia gli iraniani che i sauditi devono ridimensionare le loro ambizioni di dominare il Levante. Gli uni devono rinunciare ad Assad, gli altri a uno stato sunnita a cavallo di Siria e Iraq. Ma anche questo, forse soprattutto questo, è il prezzo della lotta al Califfato. Saranno disposti a pagarlo? Forse verranno costretti a farlo. Oggi senza Putin Assad crolla e senza la protezione americana rischia di sgretolarsi anche l’Arabia Saudita, cliente storico che Washington non ha mai voluto mollare. L’obiettivo strategico degli Stati Uniti è proprio questo: limitare al massimo l’impegno militare e fare in modo che nessuno vinca la battaglia tra le potenze sciite e quelle sunnite, replicando esattamente la stessa politica che Washington adottò negli anni ’80 nella lunga guerra di otto anni tra l’Iraq di Saddam e l’Iran di Khomeini. I russi potrebbero essere d’accordo e allora, con qualche contropartita per Mosca ancora sotto sanzioni per l’Ucraina, ha qualche chance di nascere quella coalizione globale anti-Califfato cui accennava ieri Lavrov a Vienna. Putin e Obama possono cominciare a parlarne già oggi al G-20 di Antalya. In questa partita militare e diplomatica gli Stati europei e la Francia, che alleva jihadisti in casa, dove sono? Lavrov ha dichiarato che gli orrori di Parigi devono convincere l’ultimo scettico che non solo il terrorismo non può essere giustificato in nessun modo ma che non può essere giustificata neppure la nostra passività nel combattere questo male. Ma ci vuole una forte educazione europea alla Gary per andare in battaglia e affermare la vittoria dei propri princìpi di civiltà. Chi ha vinto a Stalingrado?
sabato 14 novembre 2015
il manifesto 14.11.15
Uccidere i genitori
Verità nascoste. La rubrica settimanale di Sarantis Thanopulos
di Sarantis Thanopulos
Un ragazzo ha ucciso la madre e ferito gravemente il padre della sua fidanzatina, con la complicità di lei. Le vittime si opponevano al loro legame. Una ragazza ha ucciso la madre che le aveva proibito l’uso di internet, a causa del suo cattivo rendimento a scuola. In occasione di queste catastrofi affettive ci si interroga sempre sui motivi. Regolarmente le cause scatenanti appaiono del tutto sproporzionate all’enormità dell’azione in cui trovano sbocco.
Nel primo interrogarsi sull’uccisione dei genitori, nell’ambito della tragedia greca, lo sguardo si muove tra l’omicidio preterintenzionale del padre (Laio) da parte di Edipo e l’omicidio intenzionale della madre (Clitemnestra) da parte di Oreste –istigato dalla sorella Elettra. Edipo cancella dalla sua strada un padre di cui ignora l’identità, un estraneo che non l’ha riconosciuto come figlio. La responsabilità è di Giocasta: estorcendo un figlio da Laio, che ne era contrario, l’ha espulso dalla sua vita di donna/madre. Oreste elimina intenzionalmente Clitemnestra, perché lei, uccidendo Agamennone, l’ha privato del padre, delegittimandolo come uomo. Il parricidio di Edipo certifica la non esistenza del padre, il matricidio di Oreste afferma la necessità della sua permanenza.
In entrambi i casi, l’eliminazione del padre da parte della madre è un atto intenzionale che rescinde il legame di lui con il figlio. Mentre Edipo fa propria l’intenzione materna, inconsapevole del suo significato e delle sue implicazioni, Oreste afferma la propria opposta intenzionalità e elimina la madre uxoricida. Il primo precipita nel baratro della cecità, il secondo si avvia a un doloroso riscatto.
La prospettiva tragica lega l’uccisione dei genitori alla dissoluzione del legame coniugale. La dissoluzione fa diventare la madre una figura autocentrata che, ignorando la figlia, usa il figlio per annientare il padre. Per i figli –fratello e sorella– l’unica salvezza possibile è di sconfiggere la volontà autocratica che la madre/Sfinge incarna. Senza cadere nella tentazione di risposare la sua causa, restaurandola nella sua potenza (la contraddizione in cui si è perso Edipo).
La tragedia colloca il parricidio e il matricidio al centro del conflitto psichico dell’essere umano: la sua oscillazione tra l’uccisione interiore preterintenzionale del padre, che lo lascia indefinito nella sua identità, e l’uccisione intenzionale della madre autocratica, che gli consente di definirsi. L’uccisione concreta della madre e/o del padre, denuncia l’impossibilità del conflitto (il cui esito decide il grado di sanità psichica del soggetto). La sostituzione della sponda genitoriale allo sviluppo di una vera conflittualità con regole astratte, al tempo stesso restrittive e indefinite, preclude ai figli lo sviluppo di una vera intenzionalità e responsabilità. L’eliminazione fisica del genitore rende manifesto il vuoto nel luogo psichico che dovrebbe ospitarlo come autorità interna. L’esplicitazione del vuoto interno invoca l’intervento di un’autorità normativa esterna, cerca nella punizione l’argine all’indeterminatezza della propria vita.
La lezione da trarre dal matricidio e dal parricidio, è che la relazione tra genitori e figli non è naturale, né sacra, ma un riconoscimento reciproco tra soggetti desideranti. La genitorialità non è una funzione che si eredita: i genitori se la devono conquistare. Quando i genitori non riescono a impegnarsi in modo personale e si affidano a un’anonima interpretazione normativa della loro funzione, i figli possono cercare nella norma il genitore «vero» e materializzarlo nell’intervento repressivo della legge.
Uccidere i genitori
Verità nascoste. La rubrica settimanale di Sarantis Thanopulos
di Sarantis Thanopulos
Un ragazzo ha ucciso la madre e ferito gravemente il padre della sua fidanzatina, con la complicità di lei. Le vittime si opponevano al loro legame. Una ragazza ha ucciso la madre che le aveva proibito l’uso di internet, a causa del suo cattivo rendimento a scuola. In occasione di queste catastrofi affettive ci si interroga sempre sui motivi. Regolarmente le cause scatenanti appaiono del tutto sproporzionate all’enormità dell’azione in cui trovano sbocco.
Nel primo interrogarsi sull’uccisione dei genitori, nell’ambito della tragedia greca, lo sguardo si muove tra l’omicidio preterintenzionale del padre (Laio) da parte di Edipo e l’omicidio intenzionale della madre (Clitemnestra) da parte di Oreste –istigato dalla sorella Elettra. Edipo cancella dalla sua strada un padre di cui ignora l’identità, un estraneo che non l’ha riconosciuto come figlio. La responsabilità è di Giocasta: estorcendo un figlio da Laio, che ne era contrario, l’ha espulso dalla sua vita di donna/madre. Oreste elimina intenzionalmente Clitemnestra, perché lei, uccidendo Agamennone, l’ha privato del padre, delegittimandolo come uomo. Il parricidio di Edipo certifica la non esistenza del padre, il matricidio di Oreste afferma la necessità della sua permanenza.
In entrambi i casi, l’eliminazione del padre da parte della madre è un atto intenzionale che rescinde il legame di lui con il figlio. Mentre Edipo fa propria l’intenzione materna, inconsapevole del suo significato e delle sue implicazioni, Oreste afferma la propria opposta intenzionalità e elimina la madre uxoricida. Il primo precipita nel baratro della cecità, il secondo si avvia a un doloroso riscatto.
La prospettiva tragica lega l’uccisione dei genitori alla dissoluzione del legame coniugale. La dissoluzione fa diventare la madre una figura autocentrata che, ignorando la figlia, usa il figlio per annientare il padre. Per i figli –fratello e sorella– l’unica salvezza possibile è di sconfiggere la volontà autocratica che la madre/Sfinge incarna. Senza cadere nella tentazione di risposare la sua causa, restaurandola nella sua potenza (la contraddizione in cui si è perso Edipo).
La tragedia colloca il parricidio e il matricidio al centro del conflitto psichico dell’essere umano: la sua oscillazione tra l’uccisione interiore preterintenzionale del padre, che lo lascia indefinito nella sua identità, e l’uccisione intenzionale della madre autocratica, che gli consente di definirsi. L’uccisione concreta della madre e/o del padre, denuncia l’impossibilità del conflitto (il cui esito decide il grado di sanità psichica del soggetto). La sostituzione della sponda genitoriale allo sviluppo di una vera conflittualità con regole astratte, al tempo stesso restrittive e indefinite, preclude ai figli lo sviluppo di una vera intenzionalità e responsabilità. L’eliminazione fisica del genitore rende manifesto il vuoto nel luogo psichico che dovrebbe ospitarlo come autorità interna. L’esplicitazione del vuoto interno invoca l’intervento di un’autorità normativa esterna, cerca nella punizione l’argine all’indeterminatezza della propria vita.
La lezione da trarre dal matricidio e dal parricidio, è che la relazione tra genitori e figli non è naturale, né sacra, ma un riconoscimento reciproco tra soggetti desideranti. La genitorialità non è una funzione che si eredita: i genitori se la devono conquistare. Quando i genitori non riescono a impegnarsi in modo personale e si affidano a un’anonima interpretazione normativa della loro funzione, i figli possono cercare nella norma il genitore «vero» e materializzarlo nell’intervento repressivo della legge.
Corriere 14.11.15
Novant’anni fa
Le sfide che minacciano il sogno liberale di Gobetti
La rivista fondata dal giornalista-politico antifascista venne chiusa per ordine del duce
Vale la pena ricordare questa storia perché corrisponde a un tema attuale: il rischio che l’Europa, dopo un percorso democratico, si affidi al pessimo rimedio del populismo e alle sirene xenofobe
di Francesco Rutelli
Obiettivo
Lo scopo della sua vita si è realizzato nel Dopoguerra e nella nascita dell’Unione
Fragilità
Se tornasse oggi, si preoccuperebbe della sfiducia verso i nostri sistemi democratici
Caro direttore, Piero Gobetti ricevette in queste ore, 90 anni fa, il decreto definitivo di chiusura de La Rivoluzione Liberale da parte del regime fascista. L’8 novembre 1925 era uscito l’ultimo numero, sotto la diffida del Prefetto di Torino, D’Adamo. L’ordine di chiusura, «in considerazione dell’azione nettamente antinazionale esplicata», viene disposto ed eseguito negli otto giorni successivi. Comporterà la chiusura della casa editrice; «Quattordici ore di lavoro al giorno tra tipografia, cartiera, corrispondenza, libreria e biblioteca (…). Penso un editore come un creatore» aveva scritto Gobetti. E, alcune settimane dopo l’esecuzione dell’ordine di Mussolini: «In realtà, se qualcuno rimane oggi in faccia al fascismo non vinto, almeno sul terreno ideale, è il nostro gruppo. Non dico neppure che sia una consolazione: tuttavia l’onore è salvo». L’onore, e non la vita: come conseguenza delle percosse subìte, un Gobetti fiaccato da problemi cardiaci e dalla bronchite morirà a Parigi il 15 febbraio 1926.
Penso che rendere onore a questo eccezionale uomo di libertà ed intransigenza democratica, nel dolente anniversario della liquidazione delle sue attività creatrici, risponda a un tema attuale: il rischio che la nostra Europa — con prospettive depresse, e in condizioni economiche difficili — perda la fiducia nella politica democratico-liberale e si affidi al perfido rimedio del populismo. La lucidità e l’ardimento di un uomo di minoranza come Gobetti di fronte all’ascesa della dittatura sono impareggiabili: «Io sto qui, e non posso altrimenti», secondo il riassunto di Norberto Bobbio. Sopra a tutto vale il suo motto (lo porto sempre con me, nel suo Ex Libris) «Ti moi sun douloisin»; «Che ho a che fare, io, con gli schiavi?».
Certo: la capacità di formare e informare nuove generazioni e leve di intellettuali, oggi, non potrebbe essere arrestata da un ordine prefettizio. Le libertà di opinione ed espressione sono tanto vaste da rendere vertiginoso — se lo confrontiamo con le realtà di molti Paesi del mondo, e con le nostre stesse, sino a pochi decenni fa — l’accesso diretto al sapere e alle possibilità di divulgazione. Ma è vero che la testimonianza gobettiana fa riflettere su un aspetto cruciale del nostro tempo: la crescita esponenziale delle libertà individuali si associa a una perdita verticale della partecipazione democratica reale. Lo scopo della vita di Gobetti, spezzata a 25 anni, si è realizzato nel Dopoguerra e nella nascita dell’Unione Europea. Ma il suo sogno di una democrazia liberale, ovvero vigile, critica, sempre in grado di produrre anticorpi contro «il potere che corrompe» (per usare le parole di un altro grande liberale, John Acton) oggi è particolarmente minacciato. Un Piero Gobetti che tornasse tra noi, dopo aver espresso gioia per la fine della censura e della violenza della dittatura, si preoccuperebbe delle fragilità e sfiducie diffuse nei nostri sistemi democratici; dell’eccessiva personalizzazione politica; dell’ansia di semplificare — e falsificare — i temi complessi, favorendo il ritorno di sirene populiste e xenofobe. Penso che su queste sfide aprirebbe, come fece quasi cent’anni fa, «la più grande battaglia ideale del secolo».
co-Presidente del Partito Democratico Europeo
nel Gruppo liberaldemocratico in Europa
Novant’anni fa
Le sfide che minacciano il sogno liberale di Gobetti
La rivista fondata dal giornalista-politico antifascista venne chiusa per ordine del duce
Vale la pena ricordare questa storia perché corrisponde a un tema attuale: il rischio che l’Europa, dopo un percorso democratico, si affidi al pessimo rimedio del populismo e alle sirene xenofobe
di Francesco Rutelli
Obiettivo
Lo scopo della sua vita si è realizzato nel Dopoguerra e nella nascita dell’Unione
Fragilità
Se tornasse oggi, si preoccuperebbe della sfiducia verso i nostri sistemi democratici
Caro direttore, Piero Gobetti ricevette in queste ore, 90 anni fa, il decreto definitivo di chiusura de La Rivoluzione Liberale da parte del regime fascista. L’8 novembre 1925 era uscito l’ultimo numero, sotto la diffida del Prefetto di Torino, D’Adamo. L’ordine di chiusura, «in considerazione dell’azione nettamente antinazionale esplicata», viene disposto ed eseguito negli otto giorni successivi. Comporterà la chiusura della casa editrice; «Quattordici ore di lavoro al giorno tra tipografia, cartiera, corrispondenza, libreria e biblioteca (…). Penso un editore come un creatore» aveva scritto Gobetti. E, alcune settimane dopo l’esecuzione dell’ordine di Mussolini: «In realtà, se qualcuno rimane oggi in faccia al fascismo non vinto, almeno sul terreno ideale, è il nostro gruppo. Non dico neppure che sia una consolazione: tuttavia l’onore è salvo». L’onore, e non la vita: come conseguenza delle percosse subìte, un Gobetti fiaccato da problemi cardiaci e dalla bronchite morirà a Parigi il 15 febbraio 1926.
Penso che rendere onore a questo eccezionale uomo di libertà ed intransigenza democratica, nel dolente anniversario della liquidazione delle sue attività creatrici, risponda a un tema attuale: il rischio che la nostra Europa — con prospettive depresse, e in condizioni economiche difficili — perda la fiducia nella politica democratico-liberale e si affidi al perfido rimedio del populismo. La lucidità e l’ardimento di un uomo di minoranza come Gobetti di fronte all’ascesa della dittatura sono impareggiabili: «Io sto qui, e non posso altrimenti», secondo il riassunto di Norberto Bobbio. Sopra a tutto vale il suo motto (lo porto sempre con me, nel suo Ex Libris) «Ti moi sun douloisin»; «Che ho a che fare, io, con gli schiavi?».
Certo: la capacità di formare e informare nuove generazioni e leve di intellettuali, oggi, non potrebbe essere arrestata da un ordine prefettizio. Le libertà di opinione ed espressione sono tanto vaste da rendere vertiginoso — se lo confrontiamo con le realtà di molti Paesi del mondo, e con le nostre stesse, sino a pochi decenni fa — l’accesso diretto al sapere e alle possibilità di divulgazione. Ma è vero che la testimonianza gobettiana fa riflettere su un aspetto cruciale del nostro tempo: la crescita esponenziale delle libertà individuali si associa a una perdita verticale della partecipazione democratica reale. Lo scopo della vita di Gobetti, spezzata a 25 anni, si è realizzato nel Dopoguerra e nella nascita dell’Unione Europea. Ma il suo sogno di una democrazia liberale, ovvero vigile, critica, sempre in grado di produrre anticorpi contro «il potere che corrompe» (per usare le parole di un altro grande liberale, John Acton) oggi è particolarmente minacciato. Un Piero Gobetti che tornasse tra noi, dopo aver espresso gioia per la fine della censura e della violenza della dittatura, si preoccuperebbe delle fragilità e sfiducie diffuse nei nostri sistemi democratici; dell’eccessiva personalizzazione politica; dell’ansia di semplificare — e falsificare — i temi complessi, favorendo il ritorno di sirene populiste e xenofobe. Penso che su queste sfide aprirebbe, come fece quasi cent’anni fa, «la più grande battaglia ideale del secolo».
co-Presidente del Partito Democratico Europeo
nel Gruppo liberaldemocratico in Europa
Corriere 14.11.15
Una nuova sconfitta per la sinistra antitotalitaria
Solitudine dopo la morte di Gluksmann
Con la scomparsa del grande intellettuale francese si è spenta un’altra voce critica nei confronti dell’autoritarismo russo
E anche i crimini del siriano Assad saranno ancora più impuniti
di Pierluigi Battista
Era un’Internazionale senza potere, ma con molta passione. Un’Internazionale del pensiero. Una comunità intellettuale che aveva nel ripudio di ogni totalitarismo il suo baricentro e la sua ispirazione. Era un Repubblica dell’antiautoritarismo, ovunque, sempre, e della difesa intransigente delle libertà e dei diritti, ovunque, sempre. Non era un partito con una sua linea rigida e asfissiante. Conosceva e rispettava le differenze interne, un partito in cui ognuno andava per conto suo ma poi si ritrovava sempre su un terreno comune. Era, perché adesso si è praticamente vanificata: battuta, sconfitta. Con la morte di André Glucksmann questo variegato gruppo culturale, questo partito intellettuale della sinistra antitotalitaria, ha perso un pilastro decisivo. Un altro, forse quello più importante. La sua scomparsa, così dolorosa, è il simbolo di una fine.
Oggi trionfano infatti gli aedi del realismo politico, i cantori della libertà d’espressione a sovranità limitata, gli apologeti dei dittatori e dei tiranni, purché siano i dittatori e i tiranni che garantiscono la «nostra» pace, i bilanci delle «nostre» imprese, gli interessi delle «nostre» nazioni. «Nostre», perché tanto il rimpianto Gheddafi torturava e massacrava gli altri. «Nostre», perché ci conviene: il contrario di una difesa appassionata dei diritti e delle libertà, ovunque, sempre.
C’era Christopher Hitchens, Hitch per tutti gli amici che ne apprezzavano l’irruenza intellettuale, che si batteva come un leone contro i totalitarismi, lui figlio del ’68 libertario e antiautoritario, lui che ha riconosciuto il volto dispotico del comunismo come lo descrivevano, in minoranza ma ostinati, Robert Conquest e Kingsley Amis, il padre dello scrittore Martin (che con Ian Mc Ewan è stato sommerso di improperi per aver denunciato l’illibertà assoluta dell’islamismo politico fondamentalista). Lui, Hitchens, all’avanguardia nella battaglie per difendere la vita e la libertà di Salman Rushdie mente una parte della cultura occidentale si ritraeva impaurita di fronte alle minacce degli ayatollah. Hitchens che, da sinistra e nella sinistra, ha appoggiato l’intervento degli Usa e dell’Inghilterra del laburista riformista Tony Blair, contro il Saddam Hussein che faceva strage di curdi con il gas. Hitchens amava molto un grande scrittore antitotalitario, George Orwell, il cui 1984 e la cui Fattoria degli animali , satire feroci della tirannia stalinista, fecero molto fatica ad avere un editore disposti a sfidare il conformismo dell’epoca. Glucksmann amava invece molto Raymond Aron, che aveva scritto L’oppio degli intellettuali e soprattutto Albert Camus che da sinistra, da libertario, da antifascista, da antitotalitario, denunciava l’orrore del Gulag contro l’establishment culturale della Rive Gauche che applaudiva Sartre quando sosteneva la necessità di nascondere il Gulag per non deprimere il morale degli operai di Billancourt.
Era la sinistra antitotalitaria di Pascal Bruckner, di Paul Berman che aveva raccontato quanto in cima all’odio degli islamisti fondamentalisti ci fosse il mondo liberale, l’Occidente dei diritti e delle libertà considerate peccaminose e frutto di Satana. Era l’atteggiamento baldanzoso dei nouveaux philosophes , dei Glucksmann e di Bernard-Henri Lévy soprattutto, che accese le luci sugli orrori dell’oppressione russa in Cecenia (altro che le stupidaggini sull’«islamofobia»), Grozny rasa al suolo, centinaia di migliaia di morti, nel silenzio dell’Occidente, tutto sommato soddisfatto che Putin si fosse assunto il compito di fare il lavoro sporco della repressione anti musulmana. Erano due eroi della libertà dell’Europa satellizzata e oppressa dall’Unione Sovietica. A Praga Vaclav Havel, il dissidente che aveva conquistato il Castello e che metteva in guardia l’Occidente dalle nuove pulsioni autoritarie che si muovevano in quel mondo. A Varsavia Adam Michnick, un nemico delle destre nazionaliste che si stanno prendendo la Polonia, già vittima del comunismo, già a favore dell’intervento occidentale per liberare il mondo dal terrorismo islamista.
Oggi la pattuglia dei critici dell’autoritarismo di Putin si è assottigliata fin quasi a scomparire. Nessuno si chiede più in quali circostanze sia stata assassinata la giornalista Anna Politkovskaja, uccisa nel 2006. Nessuno osa più protestare per le intimidazioni contro le opposizioni e figurarsi se qualcuno, nel mondo intellettuale americano ed europeo, ha qualcosa da eccepire sulla violazione della sovranità ucraina e sull’annessione violenta e unilaterale della Crimea. Oggi, con la morte di André Glucksmann, un’altra voce critica nei confronti dell’autoritarismo russo, che nel suo ultranazionalismo, è arrivata a rivalutare il terrore staliniano nella Grande Guerra Patriottica, è stata spenta. E anche i crimini di Assad saranno ancora più impuniti, anche nella dimensione dell’opinione pubblica. La sinistra antitotalitaria segna un’altra delle sue sconfitte. E chi vi rimane, resta anche un po’ più solo.
Una nuova sconfitta per la sinistra antitotalitaria
Solitudine dopo la morte di Gluksmann
Con la scomparsa del grande intellettuale francese si è spenta un’altra voce critica nei confronti dell’autoritarismo russo
E anche i crimini del siriano Assad saranno ancora più impuniti
di Pierluigi Battista
Era un’Internazionale senza potere, ma con molta passione. Un’Internazionale del pensiero. Una comunità intellettuale che aveva nel ripudio di ogni totalitarismo il suo baricentro e la sua ispirazione. Era un Repubblica dell’antiautoritarismo, ovunque, sempre, e della difesa intransigente delle libertà e dei diritti, ovunque, sempre. Non era un partito con una sua linea rigida e asfissiante. Conosceva e rispettava le differenze interne, un partito in cui ognuno andava per conto suo ma poi si ritrovava sempre su un terreno comune. Era, perché adesso si è praticamente vanificata: battuta, sconfitta. Con la morte di André Glucksmann questo variegato gruppo culturale, questo partito intellettuale della sinistra antitotalitaria, ha perso un pilastro decisivo. Un altro, forse quello più importante. La sua scomparsa, così dolorosa, è il simbolo di una fine.
Oggi trionfano infatti gli aedi del realismo politico, i cantori della libertà d’espressione a sovranità limitata, gli apologeti dei dittatori e dei tiranni, purché siano i dittatori e i tiranni che garantiscono la «nostra» pace, i bilanci delle «nostre» imprese, gli interessi delle «nostre» nazioni. «Nostre», perché tanto il rimpianto Gheddafi torturava e massacrava gli altri. «Nostre», perché ci conviene: il contrario di una difesa appassionata dei diritti e delle libertà, ovunque, sempre.
C’era Christopher Hitchens, Hitch per tutti gli amici che ne apprezzavano l’irruenza intellettuale, che si batteva come un leone contro i totalitarismi, lui figlio del ’68 libertario e antiautoritario, lui che ha riconosciuto il volto dispotico del comunismo come lo descrivevano, in minoranza ma ostinati, Robert Conquest e Kingsley Amis, il padre dello scrittore Martin (che con Ian Mc Ewan è stato sommerso di improperi per aver denunciato l’illibertà assoluta dell’islamismo politico fondamentalista). Lui, Hitchens, all’avanguardia nella battaglie per difendere la vita e la libertà di Salman Rushdie mente una parte della cultura occidentale si ritraeva impaurita di fronte alle minacce degli ayatollah. Hitchens che, da sinistra e nella sinistra, ha appoggiato l’intervento degli Usa e dell’Inghilterra del laburista riformista Tony Blair, contro il Saddam Hussein che faceva strage di curdi con il gas. Hitchens amava molto un grande scrittore antitotalitario, George Orwell, il cui 1984 e la cui Fattoria degli animali , satire feroci della tirannia stalinista, fecero molto fatica ad avere un editore disposti a sfidare il conformismo dell’epoca. Glucksmann amava invece molto Raymond Aron, che aveva scritto L’oppio degli intellettuali e soprattutto Albert Camus che da sinistra, da libertario, da antifascista, da antitotalitario, denunciava l’orrore del Gulag contro l’establishment culturale della Rive Gauche che applaudiva Sartre quando sosteneva la necessità di nascondere il Gulag per non deprimere il morale degli operai di Billancourt.
Era la sinistra antitotalitaria di Pascal Bruckner, di Paul Berman che aveva raccontato quanto in cima all’odio degli islamisti fondamentalisti ci fosse il mondo liberale, l’Occidente dei diritti e delle libertà considerate peccaminose e frutto di Satana. Era l’atteggiamento baldanzoso dei nouveaux philosophes , dei Glucksmann e di Bernard-Henri Lévy soprattutto, che accese le luci sugli orrori dell’oppressione russa in Cecenia (altro che le stupidaggini sull’«islamofobia»), Grozny rasa al suolo, centinaia di migliaia di morti, nel silenzio dell’Occidente, tutto sommato soddisfatto che Putin si fosse assunto il compito di fare il lavoro sporco della repressione anti musulmana. Erano due eroi della libertà dell’Europa satellizzata e oppressa dall’Unione Sovietica. A Praga Vaclav Havel, il dissidente che aveva conquistato il Castello e che metteva in guardia l’Occidente dalle nuove pulsioni autoritarie che si muovevano in quel mondo. A Varsavia Adam Michnick, un nemico delle destre nazionaliste che si stanno prendendo la Polonia, già vittima del comunismo, già a favore dell’intervento occidentale per liberare il mondo dal terrorismo islamista.
Oggi la pattuglia dei critici dell’autoritarismo di Putin si è assottigliata fin quasi a scomparire. Nessuno si chiede più in quali circostanze sia stata assassinata la giornalista Anna Politkovskaja, uccisa nel 2006. Nessuno osa più protestare per le intimidazioni contro le opposizioni e figurarsi se qualcuno, nel mondo intellettuale americano ed europeo, ha qualcosa da eccepire sulla violazione della sovranità ucraina e sull’annessione violenta e unilaterale della Crimea. Oggi, con la morte di André Glucksmann, un’altra voce critica nei confronti dell’autoritarismo russo, che nel suo ultranazionalismo, è arrivata a rivalutare il terrore staliniano nella Grande Guerra Patriottica, è stata spenta. E anche i crimini di Assad saranno ancora più impuniti, anche nella dimensione dell’opinione pubblica. La sinistra antitotalitaria segna un’altra delle sue sconfitte. E chi vi rimane, resta anche un po’ più solo.
La Stampa 14.11.15
Otto neonati uccisi, caccia alla madre in fuga
Orrore in Germania: ricercata una commessa di 45 anni, i resti dei corpicini ritrovati in un baule In una lite con l’ex avrebbe confessato gli infanticidi. Una subaffittuaria l’ha sentita e denunciata
di Tonia Mastrobuoni
Scene di caccia in Alta Baviera, per parafrasare un vecchio, magnifico film. Decine di poliziotti stanno setacciando ogni millimetro di Wallenfells, un ameno paesino della Franconia di duemila e ottocento anime, alla ricerca di una donna di 45 anni, Andrea G. sospettata di aver compiuto una strage. Nell’anonima casetta grigia, monofamiliare dove viveva con i cinque figli, il marito e la suocera, gli inquirenti hanno trovato otto cadaveri di bambini in avanzato stato di decomposizione. Alcuni potrebbero essere morti da molto tempo. E non è neanche detto che siano otto: Martin Dippold, il magistrato che sta conducendo le indagini, ha dichiarato che potrebbero essere di più. I corpicini dei bimbi sono «in cattivo stato», ha spiegato, tanto che all’inizio la polizia aveva parlato di sette cadaveri, ma nella giornata di ieri pare che e ne sia aggiunto un altro. La donna, nel frattempo, è sparita nel nulla.
Gli abitanti sconvolti
Apparentemente, in questo tranquillo paesino della cosiddetta «corona verde» della Baviera, meta prediletta degli escursionisti di tutto il mondo, una tragedia paurosa si è consumata nel segreto più totale. Nel «nostro piccolo mondo» ha detto con aria sconvolta il sindaco, Jens Korn, «tutti si conoscono, tutti si aiutano a vicenda». Korn si è detto «senza parole» per l‘accaduto, ha adombrato il sospetto che l’assassino possa aver avuto dei complici, ha ammesso di conoscere bene la famiglia ma non ha voluto fornire altri dettagli. I vicini sostengono che gli omicidi possano essere persino avvenuti all’insaputa del marito, che un conoscente descriveva ieri in uno «stato terribile». E i vicini di casa, come da copione, parlavano di Andrea G., sparita ora nel nulla, come di una donna «tranquilla e gentile», sempre «disponibile a dare una mano» e che si occupava «amorevolmente» degli altri cinque bambini. Tre, di dodici e tredici anni, erano figli dell’attuale marito, gli altri due erano nati da rapporti precedenti.
Tutti sono sconvolti. Eppure, nella testa di Andrea G. qualcosa non andava da molto tempo. Un vicino interpellato dai media tedeschi ha raccontato che aveva ammesso di aver avuto quattro aborti, ma di essere «tranquilla», perché gli altri bambini erano sani. Altri vicini ammettono di averla vista spesso incinta. La donna faceva la commessa e lavorava saltuariamente alla piscina comunale del paese.
La scoperta
Gli inquirenti sostengono che la stanno cercando «in quanto potenziale madre» dei bimbi morti, e aggiungono che ufficialmente non è ancora accusata di nulla. Il medico legale ha anche spiegato che per gli esami sui cadaveri ci vorranno giorni, anzitutto per capire la causa della morte. I risultati saranno pronti al più presto all’inizio della prossima settimana. Ma il retroscena del ritrovamento sembrerebbe lasciare poco spazio ai dubbi.
Da qualche settimana, secondo la ricostruzione della Bild, la donna si era separata dal marito ed era andata a vivere in un altro appartamento.
Le liti con l’ex marito
Durante alcune liti furibonde con l’ex, da ubriaca, aveva urlato all’uomo la sua terribile verità, aveva ammesso di aver nascosto dei cadaveri in casa. Una delle discussioni era stata ascoltata da una subaffittuaria, Diana W., che aveva cominciato a cercare indizi nell’appartamento. Giovedì scorso, alle quattro di pomeriggio, la macabra scoperta. In un baule nascosto in un ex sauna che la famiglia usava ormai come ripostiglio, la donna ha trovato i cadaveri in decomposizione dei bambini e ha lanciato l’allarme. Un medico del pronto soccorso non ha potuto far altro che contare i morti.
Otto neonati uccisi, caccia alla madre in fuga
Orrore in Germania: ricercata una commessa di 45 anni, i resti dei corpicini ritrovati in un baule In una lite con l’ex avrebbe confessato gli infanticidi. Una subaffittuaria l’ha sentita e denunciata
di Tonia Mastrobuoni
Scene di caccia in Alta Baviera, per parafrasare un vecchio, magnifico film. Decine di poliziotti stanno setacciando ogni millimetro di Wallenfells, un ameno paesino della Franconia di duemila e ottocento anime, alla ricerca di una donna di 45 anni, Andrea G. sospettata di aver compiuto una strage. Nell’anonima casetta grigia, monofamiliare dove viveva con i cinque figli, il marito e la suocera, gli inquirenti hanno trovato otto cadaveri di bambini in avanzato stato di decomposizione. Alcuni potrebbero essere morti da molto tempo. E non è neanche detto che siano otto: Martin Dippold, il magistrato che sta conducendo le indagini, ha dichiarato che potrebbero essere di più. I corpicini dei bimbi sono «in cattivo stato», ha spiegato, tanto che all’inizio la polizia aveva parlato di sette cadaveri, ma nella giornata di ieri pare che e ne sia aggiunto un altro. La donna, nel frattempo, è sparita nel nulla.
Gli abitanti sconvolti
Apparentemente, in questo tranquillo paesino della cosiddetta «corona verde» della Baviera, meta prediletta degli escursionisti di tutto il mondo, una tragedia paurosa si è consumata nel segreto più totale. Nel «nostro piccolo mondo» ha detto con aria sconvolta il sindaco, Jens Korn, «tutti si conoscono, tutti si aiutano a vicenda». Korn si è detto «senza parole» per l‘accaduto, ha adombrato il sospetto che l’assassino possa aver avuto dei complici, ha ammesso di conoscere bene la famiglia ma non ha voluto fornire altri dettagli. I vicini sostengono che gli omicidi possano essere persino avvenuti all’insaputa del marito, che un conoscente descriveva ieri in uno «stato terribile». E i vicini di casa, come da copione, parlavano di Andrea G., sparita ora nel nulla, come di una donna «tranquilla e gentile», sempre «disponibile a dare una mano» e che si occupava «amorevolmente» degli altri cinque bambini. Tre, di dodici e tredici anni, erano figli dell’attuale marito, gli altri due erano nati da rapporti precedenti.
Tutti sono sconvolti. Eppure, nella testa di Andrea G. qualcosa non andava da molto tempo. Un vicino interpellato dai media tedeschi ha raccontato che aveva ammesso di aver avuto quattro aborti, ma di essere «tranquilla», perché gli altri bambini erano sani. Altri vicini ammettono di averla vista spesso incinta. La donna faceva la commessa e lavorava saltuariamente alla piscina comunale del paese.
La scoperta
Gli inquirenti sostengono che la stanno cercando «in quanto potenziale madre» dei bimbi morti, e aggiungono che ufficialmente non è ancora accusata di nulla. Il medico legale ha anche spiegato che per gli esami sui cadaveri ci vorranno giorni, anzitutto per capire la causa della morte. I risultati saranno pronti al più presto all’inizio della prossima settimana. Ma il retroscena del ritrovamento sembrerebbe lasciare poco spazio ai dubbi.
Da qualche settimana, secondo la ricostruzione della Bild, la donna si era separata dal marito ed era andata a vivere in un altro appartamento.
Le liti con l’ex marito
Durante alcune liti furibonde con l’ex, da ubriaca, aveva urlato all’uomo la sua terribile verità, aveva ammesso di aver nascosto dei cadaveri in casa. Una delle discussioni era stata ascoltata da una subaffittuaria, Diana W., che aveva cominciato a cercare indizi nell’appartamento. Giovedì scorso, alle quattro di pomeriggio, la macabra scoperta. In un baule nascosto in un ex sauna che la famiglia usava ormai come ripostiglio, la donna ha trovato i cadaveri in decomposizione dei bambini e ha lanciato l’allarme. Un medico del pronto soccorso non ha potuto far altro che contare i morti.
il manifesto 14.11.15
Anche l’Austria progetta un muro
Al confine con la Slovenia. «Solo per gestire meglio i flussi di migranti»
La crisi dei profughi sarà uno degli argomenti all’ordine del giorno del consiglio Ue degli Affari esteri che riunirà lunedì a Bruxelles. Si parlerà delle conclusioni del vertice tenuto a Malta con i leader dei paesi africani, dei conflitti siriano e libico, ma soprattutto dei tanti scricchiolii alla tenuta di Schengen che si sentono sempre con maggiore frequenza. Gli ultimi arrivano dall’Austria, paese che da settembre a oggi ha visto arrivare 450 mila profughi, circa 6 mila al giorno, e che adesso, come l’Ungheria e la Slovenia, sta pensando di costruire anche lei un muro di filo spinato alla frontiera con la Slovenia (che ieri ha annunciato un temporaneo limite di sorvolo sopra il confine con la Croazia». L’idea è stata accantonata, ma solo per il momento, hanno spiegato le autorità di Vienna confermando però un aumento dei controlli ai confini. «Non ci sarà un’orbanizzazione dell’Austria», ha assicurato il ministro della Difesa Gerald Klug riferendosi alla barriera costruita al confine con la Serbia dal leader ungherese Viktor Orban. Klug ha spiegato, ripetendo quanto già detto dalla Slovena, che l’eventuale barriera servirà solo a regolare il flusso dei migranti e comunque sarà realizzata in accordo con Lubiana. Costruzione solo sospesa, dunque, ma le autorità austriache hanno comunque deciso di intraprendere i lavori di preparazione del muro — filo spinato lungo 25 chilometri di confine — in modo all’occorrenza da poterla innalzare nel giro di 48 ore.
Anche l’Austria si aggiunge così all’elenco di Paesi decisi a fare da soli pur di fermare i migranti in arrivo lungo la rotta balcanica. Ieri la Svezia ha ufficialmente comunicato alla Commissione europea il ripristino temporaneo, fino al 21 novembre, alle frontiere, alcuni porti del sud e dell’ovest del paese e al ponte di Presund che collega la Svezia alla Danimarca. Salgono così a tre (Austria, Svezia e Germania) i paesi che hanno riattivato i controlli, mentre due (Ungheria e Slovenia) hanno costruito della barriere in filo spinato. Anche la Francia sospenderà Schengen a partire dal 30 novembre in occasione della conferenza dell’Onu di Parigi sui cambiamenti climatici. Decisioni che ieri sono state definite «preoccupanti», che «non lasciano molto spazio all’ottimismo» dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muiznieks, che ha criticato anche la Germania per la decisione di riattivare il regolamento di Dublino per i profughi siriani. «Il fenomeno migratorio è sicuramente complesso da affrontare — ha detto Muiznieks — ma gli Stati Ue non dovrebbero usare queste difficoltà come una scusa per evitare l’obbligo di proteggere chi fugge dalla guerra e dalle persecuzioni
Anche l’Austria progetta un muro
Al confine con la Slovenia. «Solo per gestire meglio i flussi di migranti»
La crisi dei profughi sarà uno degli argomenti all’ordine del giorno del consiglio Ue degli Affari esteri che riunirà lunedì a Bruxelles. Si parlerà delle conclusioni del vertice tenuto a Malta con i leader dei paesi africani, dei conflitti siriano e libico, ma soprattutto dei tanti scricchiolii alla tenuta di Schengen che si sentono sempre con maggiore frequenza. Gli ultimi arrivano dall’Austria, paese che da settembre a oggi ha visto arrivare 450 mila profughi, circa 6 mila al giorno, e che adesso, come l’Ungheria e la Slovenia, sta pensando di costruire anche lei un muro di filo spinato alla frontiera con la Slovenia (che ieri ha annunciato un temporaneo limite di sorvolo sopra il confine con la Croazia». L’idea è stata accantonata, ma solo per il momento, hanno spiegato le autorità di Vienna confermando però un aumento dei controlli ai confini. «Non ci sarà un’orbanizzazione dell’Austria», ha assicurato il ministro della Difesa Gerald Klug riferendosi alla barriera costruita al confine con la Serbia dal leader ungherese Viktor Orban. Klug ha spiegato, ripetendo quanto già detto dalla Slovena, che l’eventuale barriera servirà solo a regolare il flusso dei migranti e comunque sarà realizzata in accordo con Lubiana. Costruzione solo sospesa, dunque, ma le autorità austriache hanno comunque deciso di intraprendere i lavori di preparazione del muro — filo spinato lungo 25 chilometri di confine — in modo all’occorrenza da poterla innalzare nel giro di 48 ore.
Anche l’Austria si aggiunge così all’elenco di Paesi decisi a fare da soli pur di fermare i migranti in arrivo lungo la rotta balcanica. Ieri la Svezia ha ufficialmente comunicato alla Commissione europea il ripristino temporaneo, fino al 21 novembre, alle frontiere, alcuni porti del sud e dell’ovest del paese e al ponte di Presund che collega la Svezia alla Danimarca. Salgono così a tre (Austria, Svezia e Germania) i paesi che hanno riattivato i controlli, mentre due (Ungheria e Slovenia) hanno costruito della barriere in filo spinato. Anche la Francia sospenderà Schengen a partire dal 30 novembre in occasione della conferenza dell’Onu di Parigi sui cambiamenti climatici. Decisioni che ieri sono state definite «preoccupanti», che «non lasciano molto spazio all’ottimismo» dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muiznieks, che ha criticato anche la Germania per la decisione di riattivare il regolamento di Dublino per i profughi siriani. «Il fenomeno migratorio è sicuramente complesso da affrontare — ha detto Muiznieks — ma gli Stati Ue non dovrebbero usare queste difficoltà come una scusa per evitare l’obbligo di proteggere chi fugge dalla guerra e dalle persecuzioni