Libero 31.8.14
Fausto Bertinotti, comunista pentito: un clamoroso discorso...
"Abbiamo sbagliato tutto"
Il comunismo? “Ha fallito”. La cultura politica da cui si deve ripartire? “Quella liberale, che ha difeso i diritti dell'individuo”
Il gesto più rivoluzionario di questi anni? “Le dimissioni da Papa di Joseph Ratzinger”.
L'unica delle tre grandi culture del Novecento che è in vita oggi? “Quella cattolica, che è stata rivitalizzata da papa Francesco che si sta guadagnando consenso e attenzione di mondi lontani”
Il discorso del 29 agosto a Todi
di Franco Bechis
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Il comunismo? «Ha fallito». La cultura politica da cui si deve ripartire? «Quella liberale, che ha difeso i diritti dell’individuo». Il gesto più rivoluzionario di questi anni? «Le dimissioni da Papa di Joseph Ratzinger». L’unica delle tre grandi culture del Novecento che è in vita oggi? «Quella cattolica, che è stata rivitalizzata da papa Francesco che si sta guadagnando consenso e attenzione di mondi lontani». Parole clamorose, perché a pronunciarle è l’ultimo dei Mohicani della vecchia sinistra italiana: Fausto Bertinotti, il leader di quella che è stata Rifondazione comunista. Un discorso-choc quello che l’ex presidente della Camera ha pronunciato a Todi il 29 agosto scorso, che in qualche modo segna il vero cambiamento epocale della politica italiana, la chiusura definitiva di quella che è stata la prima Repubblica.
Bertinotti ha raccontato che il mondo è effettivamente cambiato in modo così sorprendente da abbattere qualsiasi tentazione di nostalgia. «Noi tutti siamo con un piede in un mondo che conosciamo e con un piede in un mondo che fuoriesce totalmente dal nostro quadro di conoscenze», ha premesso l’ex leader rosso. E ha raccontato un episodio per rendere l’idea: «L’altra sera stavo con alcuni dei migliori studiosi e scienziati italiani e con qualche brivido ho sentito dire che beh, insomma, non è ormai così fuori dalla portata potere progettare un essere umano e stabilire se debba avere occhi azzurri piuttosto che scuri con una taglia piuttosto che un’altra. Insomma, grosso modo come si comprerebbe un vestito...».
Una trasformazione radicale, quindi, che secondo Bertinotti «chiede una rifondazione delle grandi visioni del mondo. La sinistra che io ho conosciuto, quella della lotta per l’eguaglianza degli uomini, quella che chiedeva ai proletari di tutto il mondo di unirsi, è finita con una sconfitta. Io appartenevo a questo mondo. Questo mondo è stato sconfitto dalla falsificazione della sua tesi (l’Unione sovietica) e da un cambiamento della scena del mondo che possiamo chiamare globalizzazione e capitalismo finanziario globale». E qui la scelta di campo che non ti saresti aspettato dall’ex segretario di Rifondazione comunista: «Io penso che la cultura liberale- che è stata attenta più di me e della mia cultura all’individuo, alla difesa dei diritti dell’individuo e della persona contro il potere economico e contro lo Stato - è oggi indispensabile per intraprendere il nuovo cammino di liberazione».
Bertinotti si è reso conto di quel che stava dicendo: «Faccio fatica a dirlo. Ma io appartengo a una cultura che ha pensato che si potessero comprimere- almeno per un certo periodo- i diritti individuali in nome di una causa di liberazione. Abbiamo pensato che se per un certo periodo era necessario mettere la mordacchia al dissenso, eh, beh... ragazzi, c’era la rivoluzione». Ecco l’auto-accusa terribile: «La mia storia ha pensato che si potesse comprimere le libertà personali. L’intellettualità europea fra il 1945 e il 1950 è stata tutta comunista. Jean Paul Satre, Andrè Gide, Albert Camus per parlare dei francesi. In Italia tutti, proprio tutti: i registi del neorealismo, i principali cattedratici italiani, i grandi scrittori, le case editrici. Erano tutti comunisti. E adesso non mi dite per favore che non si sapeva niente di cosa accadeva in Unione Sovietica, e che bisognava attendere il 1956 o Praga!».
E anche questo è un racconto della storia di Italia che non è mai stato fatto nemmeno dai post-comunisti. Dopo questo lavacro purificatore, il nuovo battesimo bertinottiano: «Io penso che la cultura liberale ha in maniera feconda scoperto prima, poi difeso e rivalutato il diritto individuale come incomprimibile. Se io oggi dovessi riprendere il mio cammino politico vorrei mettere nel mio bagaglio oltre a quel che c’è di meglio della mia tradizione, sia pure rivisitata molto criticamente, ma soprattutto ciò che viene portato dalla tradizione liberale e da quella cattolica».
Era serata di grandi rivisitazioni, e non è sfuggito nemmeno qualcosa di più stretta attualità: nemmeno il sindacato è sfuggito al piccone di Bertinotti, che pure è stato una vita dirigente della Cgil: «ll sindacato in Italia ha subito una mutazione genetica», ha spiegato l’ex presidente della Camera. «È diventato un pezzo dello Stato sociale. Da 20 anni ormai ha smesso di avere una capacità rivendicativa autonoma, e si è messo a sedere ai tavoli di concertazione con governo e imprenditori». Bertinotti ha fatto un esempio pratico e assai illuminante dei risultati di questa scelta sindacale: «Nel 1975 i salari italiani erano i più alti di Europa. Più alti di quelli che c’erano in Germania: un operaio di Mirafiori prendeva di più di un operaio della Volskwagen, e la Fiat faceva 2 milioni di automobili. Oggi i salari italiani sono fra i più bassi di Europa. Qualcosa evidentemente non ha funzionato, e il sindacato è parte di questo qualcosa. Ha scelto sempre il male minore. Ma soprattutto ha scambiato la difesa dei lavoratori con un riconoscimento crescente del suo ruolo istituzionale. Hanno fatto meno contratti e sono andati più volte a palazzo Chigi».
E ora Cgil e compagnia sono destinati a scomparire: « Ora arriva Matteo Renzi», ha chiosato il suo intervento Bertinotti, «che ti cancella e il sindacato non ha più armi per difendersi. Perché nel frattempo sono i lavoratori a non riconoscerti più come prima. Avresti dovuto rinunciare tu al sovrappiù di permessi sindacali nel pubblico impiego, non fartelo imporre. Un sindacato così è un sindacato disarmato, che prima o poi si fa irretire nella rete del potere».
Corriere 1.9.14
L’impresa di resistere alla crisi in un Paese stanco senza più passioni
di Claudio Magris
Nel Tramonto dell’Occidente — libro che negli anni Venti ebbe un enorme successo peril suo pathos epocale e il suo miscuglio di intuizioni geniali ed enfasi apocalittica zeppa di strafalcioni logici — Spengler annunciava che la civiltà occidentale — per lui sostanzialmente germanica — esaurito il suo slancio faustiano di espansione e di conquista sarebbe presto morta. Il suo ultimo stadio sarebbe stata una sua pallida ed esangue copia collocata vagamente in Oriente, fra la Vistola e l’Amur, presto destinata a spegnersi. Non è il caso di lasciarsi affascinare dai bagliori della decadenza — già la musica e il suono della parola «Occidente» hanno una seduzione di declino — né dai profeti quasi sempre soddisfatti di proclamare sventure e impermaliti, come Giona, quando tali sventure non si avverano.
Se la nostra civiltà occidentale ha certo le sue gravi difficoltà, nelle altre parti del mondo e nelle altre culture non si sta molto bene.
È innegabile tuttavia che la descrizione di quella civiltà spenta e opaca, priva di passioni, che Spengler situa in un’Europa orientale semiasiatica, assomiglia all’atmosfera che, da non molto tempo ma sempre più diffusamente, si è creata nel nostro Paese. La crisi economica sembra provocare non tanto una lotta per la sopravvivenza, quanto una fiacca rassegnazione. Certamente vi sono molti individui che lottano, con le unghie e con i denti, per la loro esistenza e per la dignità della loro esistenza. Sono essi i protagonisti, i combattenti di questa difficile battaglia. Quello che resiste è il più autentico capitalismo legato ancora all’iniziativa individuale, al rapporto diretto tra il lavoro e il profitto, alla piccola attività ed impresa, mentre il grande capitalismo dei tronfi ed inetti signori del mondo, sempre più anonimi e scissi dalla dura realtà del lavoro, è spesso largamente, talvolta criminosamente colpevole della crisi.
Ma la nostra società sembra aver perso, in generale, mordente, slancio, capacità di progetto e di protesta, passione. Ciò che manca, da qualche tempo, è soprattutto la passione politica, che ha contrassegnato — con le sue lotte, i suoi furori, le sue faziosità, i suoi ideali — la vita del Paese dal Dopoguerra (l’antifascismo e i diversi antifascismi, lo scontro tra comunismo e democrazia liberale, la tumultuosa crescita economica che portava con sé tensioni, entusiasmi e progressi sociali) agli anni dei governi Berlusconi, che scatenavano ancora amori e odi. L’ultima fiammata di irruente accensione degli animi è stato il Movimento 5 Stelle, che tuttavia non solo sembra affievolirsi, ma che non pare essere stato, a differenza di altre formazioni pur tendenti all’estremismo, una componente organica del Paese.
L’Italia sembra vivere stanca, depressa ma senza drammi, indifferente alla politica ovvero al proprio destino, giacché la politica è la vita della Polis, della comunità. Un Paese senza. Fra i negozi vuoti spiccano le trattorie e i ristoranti, decisamente più frequentati; la gola è l’ultimo appetito a morire, resiste alla depressione e alla mancanza di senso più del sesso. Speriamo di non essere alle soglie di un abisso, come negli anni Venti; in ogni caso, manca quella frenesia trasgressiva e disperata di vita che c’era in quegli anni sciagurati ma vivi e che risuona nelle canzoni di Brecht o nelle musiche di Cabaret. La nostra esistenza assomiglia piuttosto a quella di un personaggio di Gozzano, Totò Merùmeni: «E vive. Un giorno è nato, un giorno morirà».
Repubblica 1.9.14
Questo non è un Paese per giovani
di Ilvo Diamanti
qui
La Stampa 31.8.14
Riforme, un ingorgo di leggi (e pericoli) aspetta il governo
Il voto si accavalla con le missioni all’estero, lo Sblocca-Italia e il Def
di Ugo Magri
Il primo a sollevare un dubbio, con quel garbo istituzionale che gli appartiene, era stato il Presidente della Repubblica. A tu per tu con Renzi, giovedì scorso, Napolitano aveva domandato se per caso il governo non avesse messo troppa carne al fuoco. Troppa non per la fame di riforme dell’Italia, ma perché ciascun disegno di legge o decreto va convertito in legge. Dunque bisogna fare bene i conti con i tempi del Parlamento e con quelli della politica, che non sempre sono fulminei: questo era il senso dei discorsi risuonati sul Colle. E siccome Napolitano parla per esperienza (è stato tra l’altro presidente della Camera), val la pena di dare uno sguardo all’agenda parlamentare nella settimana in cui onorevoli e senatori tornano tra i banchi. Sarà davvero così «infernale» come pronostica il capogruppo berlusconiano Brunetta?
Immaginare un mega-ingorgo sarebbe eccessivo. Di sicuro, tra Montecitorio e Palazzo Madama, nei prossimi ci sarà un gran traffico, da bollino nero. Basterà un piccolo incidente per causare code e trasmettere al paese un senso di paralisi. Si aggiunga che le riforme avviate da Renzi sono molto ariose e si accavalleranno con gli impegni tipici dell’autunno parlamentare, anzitutto la legge di stabilità. Quest’anno se ne occuperà in prima battuta la Camera, a partire dal 15 ottobre. Sarà preceduta dalla nota di aggiornamento del Def (Documento di economia e finanza). Poiché si ipotizza una manovra da 20 miliardi, aspettiamoci un varo laborioso. Le famose riforme istituzionali approvate in agosto al Senato faticheranno a farsi largo tra le emergenze economiche, dal momento che le prossime settimane saranno completamente assorbire da tre decreti-legge. Il primo riguarda le missioni all’estero e contiene in grembo l’emendamento che autorizza il governo a rifornire di armi i curdi. Ne può nascere un bel dibattito animato di politica estera.
Subito dopo la Camera esaminerà il decreto sulla giustizia civile (serve a scavare, nelle intenzioni, la montagna delle cause arretrate) e il cosiddetto «Sblocca Italia». Se forzisti e grillini vorranno tendere agguati, le occasioni non mancheranno di sicuro. Basti dire che il Regolamento di Montecitorio non consente di contingentare i tempi dei decreti legge, favorendo le tattiche ostruzionistiche. Ragion per cui Roberto Speranza, capogruppo Pd alla Camera, considera «decisivo il clima politico» e si augura «un rapporto corretto» con le opposizioni. Nello stesso tempo, confida che entro l’anno vada in porto la riforma del Regolamento: darebbe la possibilità al governo di approvare i suoi disegni di legge «a data certa», senza possibilità di tattiche dilatorie. Per i «Mille giorni» di Renzi, una vera manna dal cielo. Serve però una vasta maggioranza, come sulle riforme costituzionali. Forza Italia sulla carta è disponibile, in pratica si regolerà in base a ciò che più stuzzica i «berluscones», vale a dire la riforma elettorale. Che da qualche mese giace in Senato. E probabilmente verrà esaminata dalla prima commissione (Affari costituzionali) senza una speciale fretta.
Per tornare alle urne, in fondo, c’è tempo laddove altre riforme premono a Palazzo Madama. Si partirà dal ddl delega sulla Pubblica amministrazione, per proseguire con i provvedimenti sulla giustizia, sei disegni di legge appena sfornati (tra questi, la responsabilità civile dei magistrati e le intercettazioni). La Commissione cultura attende che il governo presenti mercoledì la riforma scolastica. Quella del lavoro è piuttosto avanti, resta da votare il riordino delle tipologie contrattuali, poi verrà affrontato finalmente il dramma degli esodati. In dirittura d’arrivo il testo unificato sui diritti delle coppie non sposate, ma la recentissima sentenza sulle adozioni gay rischia di riaprire il dibattito. Sintetizza Rita Ghedini, senatrice Pd con il polso della situazione: «I prossimi 100 giorni saranno un impegnativo antipasto dei 900 successivi».
il Fatto 31.8.14
Deflazione, il rischio è anche psicologico
di Loretta Napoleoni
qui
il Fatto 31.8.14
Pd, Fassina: “Avere un segretario che fa il premier non aiuta. Rilanciamo il partito”
un video qui
Repubblica 1.9.14
L’intervista. L’ex viceministro Fassina
Rispettare i parametri è miope. Serve una politica espansiva, il rigore ci fa affondare
“Se non sfora il 3 per cento Matteo imiterà Letta e la tecnica del cacciavite”
ROMA «Dal governo del “big bang” a quello del “passo dopo passo”. Mi ricorda tanto il vituperato governo del cacciavite, quello di Enrico Letta».
Nel quale lei, onorevole Fassina, era viceministro dell’Economia, e che Renzi buttò giù.
«Ma adesso anche lui, con il programma dei mille giorni, prende atto che governare è un’arte difficile».
Il premier frena?
«Il programma dei mille giorni è impegnativo, ma qui abbiamo di fronte scadenze urgenti. La prima è fra 45 giorni».
La legge di stabilità.
«Che cosa ha in mente il governo? Serve una legge di stabilità espansiva, e c’è una sola strada: abbattere il tabù del tre per cento. Sforare per qualche anno il tetto, come del resto avviene già in molti paesi europei».
Renzi vuol rispettare i parametri europei, pur negoziando.
«Il che mi preoccupa. Perché così si muove in continuità con il passato. Invece deve avere il coraggio di abbattere il tabù. E quei tredici miliardi di spending review sono una cura da cavallo vecchio stile».
Il rigore che ci impone la Ue?
«Ci manda a fondo. Nonostante la stretta, in questi anni il debito pubblico ha toccato il 135 per cento, non solo in Italia ma in tutta l’eurozona. La ricetta rigorista non funziona».
La sua qual è?
«Nella legge di stabilità estendere gli 80 euro a pensionati e incapienti. Allentare il patto di stabilità dei Comuni per dare il via ad alcune opere. Misure contro la povertà».
Renzi in Europa incassa la nomina della Mogherini.
«Risultato importante, certo. Però i nodi della crisi economica non sono stati affrontati nel vertice di Bruxelles».
Che vuol dire?
«Temo che abbia ragione il Financial Times : la Merkel ha ceduto sulla partita delle nomine per rifarsi poi in quella sull’economia ».
Il premier ha annunciato un vertice europeo sulla crescita a Roma, il prossimo 7 ottobre.
«Ho letto con preoccupazione, nel comunicato finale di Bruxelles, che si tratterà solo di una conferenza sull’occupazione, e non di una riunione formale della Ue con poteri decisionali. Insomma, la stessa che era già prevista a Torino per fine anno, sulla scia delle conferenze che si svolsero a Berlino e Parigi nel 2013. Un mare di chiacchiere sulla flessibilità del lavoro». ( u. r.)
il Fatto 31.8.14
Ue, quanto ci costa la nomina della Mogherini?
di Lucio Di Gaetano
qui
il Fatto 31.8.14
Democratici a Bologna
Festa del Pd, la Giannini fa solo passerella
di Luca De Carolis
Un ministro in bilico, quindi in fuga. Dai microfoni e dalle risposte. La responsabile dell’Istruzione Stefania Giannini si presenta alla festa dell’Unità con un bel peso sulle spalle, quello delle voci che la danno più che sacrificabile nell’eventuale rimpasto. Renzi ha preso in mano la sua riforma della scuola, quasi commissariandola, irritato (pare) per le coperture insufficienti e l’accelerazione sulle paritarie. La riforma rivista e corretta verrà presentata mercoledì prossimo. La Giannini però deve parlare di scuola già domenica, a una festa dove la attendono diversi insegnanti, in buon numero precari. Ad aggiungere nuvoloni, il Codacons: la spesa per libri e materiale scolastico per ogni studente oscillerà in media tra i 750 e gli 840 euro. Il ministro, vestito damascato e occhiali da sole da diva, avverte subito i cronisti: “Parlo solo sul palco”. Ma un minuto d’orologio lo concede, per una sola vera risposta: “Sulla riforma nessun rinvio, è stata una scelta non accumulare un tema di questa importanza con altri argomenti di peso”. Il ministro svicola via. Sul palco con lei ci sono Davide Faraone, responsabile welfare del Pd, e la giornalista Maria Latella. La partenza è scoraggiante: “Dei contenuti della riforma – dice in sintesi Giannini – non posso parlare fino a mercoledì”.
VERREBBE DA CHIEDERE: e allora perché qui? Latella ci prova: “Come valuterete nel merito gli insegnanti?”. Il ministro la prende alla larga: “Esistono criteri internazionali, mica dobbiamo inventarci nulla”. Quindi cita i test Invalsi, “che ci aiutano a valutare il lavoro delle scuole”. E l’uditorio esplode di disappunto. “Sconcertante” le gridano. Giannini recupera applausi difendendo la scelta di abolire i test d’ingresso a Medicina: “Non sono utili per scegliere gli studenti”. Ma pochi attimi dopo scivola: “Chi di voi sa chi è Noam Chomsky?”. Tante mani alzate per il linguista. Sono insegnanti, leggono libri. Latella insiste: “Ci sono tanti precari, aumenterete il numero degli insegnanti?”. Giannini dribbla ancora: “Siamo sicuramente sotto organico, ma bisogna aspettare fino a mercoledì”. Finale: “Ministro, lei rimarrà al suo posto?”. Replica: “Nell’agenda del governo non c’è nessuna volontà di occuparsi di poltrone e nomi, ci sono scadenze importanti e io mi occupo di quelle assegnatemi: il resto sta tra le righe dei giornali”. Ai saluti esodati della scuola schizzano in piedi mostrando fogli e invocando risposte. Giannini si avvicina per qualche secondo, poi se ne va. In serata, Giorgio Squinzi e Domenico Del-rio. Il presidente di Confindustria picchia sugli 80 euro: “Non hanno rilanciato i consumi, quei soldi era meglio usarli per tagliare le tasse sul lavoro”. Delrio: “Un paese non si cambia in 30 giorni, abbiamo già dato uno shock normativo”. A Squinzi promette “sgravi fiscali” sulla ricerca, e sul lavoro si distanzia da Po-letti: “Lui propone un contratto a tutele crescenti, io preferisco un modello unico, un contratto a tempo indeterminato che costi meno sia per imprese che per lavoratore”.
Repubblica 1.9.14
Scuola, in arrivo la stangata per le famiglie.
Codacons: "La spesa media a 840 euro"
Secondo l'associazione dei consumatori ci sarà un maggior esborso del 2% rispetto al 201 per l'acquisto del "corredo" per gli studenti
Se si considerano anche i libri di testo, si può arrivare a un salasso da 1.100 euro a ragazzo
qui
Repubblica 1.9.14
Scuola, la lezione di Atene e Sparta
di Alessandro De Nicola
VERSO la fine del più bel discorso politico della Storia, l’Elogio funebre dei caduti ateniesi pronunciato da Pericle e raccontato da Tucidide, il leader ateniese ricorda: «I loro figli da oggi saranno mantenuti a spese dello Stato fino alla virilità: è questa l’utile corona che per siffatti cimenti la città propone e offre a coloro che qui giacciono e a quelli che restano». Ed in cosa consisteva questo sostegno alla paideia degli orfani di guerra? Nell’equivalente del buono-scuola: lo Stato pagava i pedagoghi che la famiglia avrebbe scelto.
E gli orfani Spartani (o meglio Spartiati)? Nessun problema: l’ agoghé, vale a dire il sistema educativo della città lacedemone, prevedeva che il ragazzo fosse fin da piccolo affidato alle cure dello Stato e sottratto alla famiglia per diventare un guerriero.
Quali siano stati i prodotti culturali dei due sistemi educativi per noi contemporanei è ormai facile giudicarlo, eppure tutt’oggi c’è chi appassionatamente difende una scuola statale, uguale per tutti ed in tutto, guardando con fastidio ad ogni interferenza privata. In Italia il rifugio degli apologeti di Sparta è l’articolo 33 della Costituzione che recita: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Naturalmente si tratta di un appiglio formalistico, senza contare che “istituire” non vuol dire “gestire” né finanziare direttamente gli alunni.
Arriviamo all’oggi. Il governo Renzi vuole avviare un grande processo di consultazione per attuare una riforma della scuola “non calata dall’alto” ma che valorizzi il merito e l’autonomia. Il ministro Giannini ha usato toni favorevoli alle scuole paritarie, sempre nell’ottica della concorrenza e del merito.
Allora, visto che ci si è presi una pausa di riflessione prima di varare il riordino del sistema educativo italiano, si potrebbe consigliare sia al ministro che al premier di ascoltare poco i sindacati dei produttori (insegnanti e personale non docente), di capire cosa preferirebbero i consumatori (le famiglie) e di guardare alle esperienze positive fatte all’estero. Basta volgere lo sguardo verso Stati Uniti, Gran Bretagna, Svezia e persino Cile, Paesi che da anni sperimentano con successo sia il sistema dei buoni-scuola che quello degli istituti indipendenti ( charter school in America e free school oltre Manica).
Le charter e le free school sono promosse da fondazioni, benefattori, gruppi di genitori e a volte anche da enti commerciali. Ricevono finanziamenti statali in proporzione al numero di studenti che attraggono e godono di libertà organizzativa (come assumere, premiare o rinunciare al personale) e di una certa creatività curricolare. Gli studi relativi ai risultati accademici non sono univoci: in qualche caso non si notano differenze con le scuole pubbliche, in altri miglioramenti e comunque mai peggioramenti. Risultati positivi si riscontrano in aree come l’integrazione razziale, i servizi a studenti disabili e la sicurezza. Certamente queste scuole funzionano meglio proprio per i figli delle classi più disagiate e il costo per allievo è inferiore a quello del sistema pubblico. Inoltre, se il mercato “vota con i piedi”, il verdetto per questo genere di istituti è chiaro: ovunque ci sia la possibilità i genitori accorrono ad iscrivere i loro figli e la sperimentazione, quando non è ostacolata da politici e sindacati degli insegnanti, cresce a vista d’occhio.
Lo stesso discorso si può fare per i voucher, vale a dire un “buono” che l’autorità pubblica assegna a ciascun allievo in Svezia, Cile e in alcuni Stati Usa, spendibile in qualsiasi scuola, pubblica o privata. È il modo più semplice per far sì che gli istituti privati non siano prevalentemente per le famiglie più agiate, ma per tutti, scremando pure quei diplomifici utilizzati solo per far andare avanti i figli fannulloni dei benestanti che “comprano” la promozione che non riescono a ottenere nella scuola pubblica. La competizione fa inoltre sì che emergano soluzioni innovative che possono essere imitate anche da altri. Ad esempio, le charter school di successo anche dal punto di vista dei risultati accademici di Chicago, Washington e New York sono progressivamente imitate in tutto il Paese.
La vuota retorica che parla di “sottrazione di risorse alla scuola pubblica” non tiene conto che se insieme ai soldi si trasferisce verso il privato anche l’alunno, in realtà gli istituti statali hanno bisogno di meno risorse. Grande tuttavia è la paura di perdere discepoli, perché il personale incompetente o poco diligente del sistema pubblico si potrebbe rivelare superfluo.
I test Invalsi vanno bene per fotografare la situazione, gli aumenti di stipendio per chi lavora di più è un primo passo, la responsabilizzazione di presidi, dirigenti scolastici e famiglie nel giudicare la performance di maestri e professori è un’ottima idea. Ma niente come la concorrenza riesce ad aguzzare l’ingegno, stimolare la produttività, premiare i capaci e i meritevoli, emarginare gli inadatti e i lazzaroni e, soprattutto, dare al Paese studenti migliori. D’altronde, il mélas zomòs , il brodo nero spartano, diciamoci la verità, faceva veramente schifo.
Repubblica 1.9.14
La svolta che serve alla giustizia
di Gianluigi Pellegrino
IL PASSATO che afferra il presente. Il futuro che fatica a liberarsi da scorie ventennali. Non è affatto un caso che sia la giustizia uno dei punti di più evidente emersione del conflitto tra ambizioni e difficoltà del governo Renzi a rappresentare la «svolta buona», l’Italia che dovrebbe «cambiare verso».
E di verifica della coerenza tra questi propositi e la scelta sicuramente acrobatica (come su queste pagine si è da subito sottolineato) di conciliare un programma che si dice riformatore e un patto di legislatura con Alfano e una fitta intesa con Berlusconi.
C’è in realtà molto spirito riformista nel complessivo lavoro messo insieme da Andrea Orlando e però solo per poche appendici di questo si è ottenuto il consenso necessario per un’immediata approvazione ed effettività. Per il resto grandi rinvii.
Il grosso della riforma è infatti rimasto nei «disegni di legge» buoni nel merito (grazie in particolare alla Commissione Berruti) che però al momento non si sa né come né quando verranno esaminati dal Parlamento.
Negli ultimi vent’anni sulla giustizia si è manifestato il peggio del prodotto italiano; e non solo per la gigantesca anomalia berlusconiana ma anche per le deteriori reazioni a catena che questa ha provocato. Un potere economico e mediatico cresciuto a dismisura, avvertito che il sistema fisiologico dei contrappesi repubblicani stava per presentargli il conto, è riuscito a farsi potere politico, esecutivo e legislativo con il preciso programma, peraltro appoggiato da ampio consenso, di impedire alla giurisdizione di svolgere la propria funzione di controllo e sanzione.
Inoltre, al riparo del fragoroso braccio di ferro che ne è scaturito, si è allargato il fronte della classe politica di ogni colore che ha ritenuto di potersi considerare legibus soluta e di poter gridare al complotto ogni volta che la giurisdizione esercitava il potere di controllo. Ma è anche specularmente accaduto che la stessa giurisdizione (inquirente) si sia sentita investita di un ruolo di controllo sociale, politico e morale. Il tutto accentuato dal progressivo avvizzirsi degli altri controlli diffusi in uno con il degrado delle classi dirigenti e la scomparsa del merito, dal Porcellum in giù per li rami di un’intera società in decadenza.
A completare il quadro della pluriforme anomalia vi è stato l’oggettivo abbandono di ogni serio intervento riformatore che pure la giustizia clamorosamente richiedeva, manifestando un collasso che si colorava insieme di inefficienza (azzoppata ulteriormente dalle leggi ad personam) e di perdite rilevanti sul fronte delle garanzie individuali: dai tempi dei processi, al degrado del sistema carcerario, dal sistema di custodia cautelare a quello dei giudizi sommari, alla tutela della segretezza delle indagini, al doveroso principio di responsabilità disciplinare. Garanzie che uno stato di diritto deve assicurare non solo ad innocenti ma anche a colpevoli e condannati.
E così una giustizia efficace, responsabile e garantista non la voleva il centrodestra né un milieu trasversale, per materiali ragioni di convenienza; non riteneva di poterla proporre nemmeno la migliore cultura riformista resa afona dalla sostanziale impraticabilità del campo e da un riflesso difensivo/conservatore. Non la voleva un certo protagonismo giudiziario ben lieto del gigantismo e della sovraesposizione della fase inquirente e del sostanziale oblio sulle verifiche processuali.
È per questo semplicemente pacifico che la giustizia necessiterebbe ora e subito degli interventi che i disegni di legge presentati dal governo l’altro giorno si limitano a promettere e a condizionare a futuri malcerti negoziati. Come è altrettanto pacifico che si dovrebbe iniziare a fare sul serio chiudendo la pagine triste delle larghe intese al ribasso che hanno concepito i colpi di spugna sulla concussione e sul voto di scambio, aprendo invece quella dell’efficienza e del garantismo reale e non appiccicoso.
Ma, domandiamo senza retorica, si può fare tutto questo con Alfano e Berlusconi che sono stati insieme causa e pretesto dei vent’anni peggiori per la giustizia italiana? La partita diventa così il paradigma della fase: si volta pagina o si agita solo la superficie di un’eterna immobile palude? Siamo a un cambio di epoca o ad una appena rinnovata gestione dell’esistente? Renzi dovrebbe esserne consapevole. Qui non c’entra l’Europa né le volubili dinamiche dei mercati. Sul fronte della giustizia si misura a ben vedere buona parte della natura e della genuinità dell’impegno che il premier ha assunto nei confronti del Paese.
il Fatto 31.8.14
Firenze, sciopero dipendenti Eataly: “Farinetti santone? No, squalo capitalista”
un video qui
il Fatto 31.8.14
Editoriale
Oscar e l’ideologia “neo ottimista”
di Ferruccio Sansa
Il più rimane da fare, per questo il futuro è meraviglioso”. Indovinate chi è il relatore di questa conferenza. Ma sì, Oscar Farinetti, il guru dell’ideologia renziana, il “neo-ottimismo”. Ormai in Liguria bisogna cimentarsi in uno slalom per sfuggire ai dibattiti di Farinetti. Sono finiti i bei tempi delle sagre della focaccia, delle discoteche, dei fuochi d’artificio dell’Assunta. A ogni angolo, come un’imboscata, ti aspetta un dibattito pensoso dei “neo ottimisti” stile Farinetti. Nei prossimi giorni lo segnalano a Camogli e a Sarzana. Prima al Festival della Comunicazione, poi a quello della Mente. Difficile dire che cosa c’entri con entrambi, non essendo né un giornalista, né uno scienziato o un filosofo di chiara fama. Chissà forse, come dicono i maligni, c’entra perché da quelle parti sogna di aprire nuove sedi di Eataly. O perché qui regna il Pd che organizza festival (magari sponsorizzati da enti pubblici) che sono vetrina dell’intellighenzia renziana. Non solo Farinetti, ma, come in una compagnia di giro, i soliti giornalisti simpatizzanti capaci di coraggiose inchieste sulla corruzione (in Kamchatka, però), gli intellettuali con auto-certificazione. Tutti trasformati in predicatori da lasciare disoccupati vescovi e monsignori. È il pluralismo stile Pd.
Ma il punto è anche un altro. Lo slogan scelto per il dibattito del nostro Oscar: “Il più rimane da fare, per questo il futuro è meraviglioso”. E qui Farinetti – come tanti intellettuali di fede renziana – maneggia una merce molto più delicata della carne piemontese, dei vini doc e della pasta di Gragnano: la speranza.
Il sottinteso dell’ideologia dei “nuovi ottimisti” pare chiaro: per farcela basta crederci. I cacadubbi sono nella migliore delle ipotesi dei disfattisti, nella peggiore dei falliti rancorosi. Miopi, pure un po’ minchioni.
Ma è davvero questa la speranza, una semplice – vuota, verrebbe da dire – attitudine dell’animo che prescinde dalla memoria del passato, dalla consapevolezza del presente, da un’idea di futuro? Insomma, un’azione che si compie prima di individuarne il contenuto? Un verbo senza complemento oggetto? “Io vivo, quindi spero”, diceva Leopardi. Ma proprio per questo appare insidioso il neo-ottimismo, perché riduce un bisogno vitale a slogan, a merce. Da piazzare come spot, vedi Berlusconi, o come bistecche. No, la speranza è bene prezioso, va maneggiata con cura.
Eppure non è – esclusivamente – responsabilità dei Berlusconi, dei Renzi, dei Farinetti. È colpa anche nostra che chiediamo per l’ennesima volta solo di credere, di sperare. Delegando agli altri il compito di dirci in che cosa. Anche in niente. E così rischiamo di fare la fine che descriveva Kafka: “Ci sono molte speranze, ma nessuna per noi”.
Corriere 1.9.14
Scandalo Coop rosse: si paga per lavorare
Dipendenti costretti a versare 4000 euro per essere assunti da una cooperativa
di Giorgio Mottola
qui
il Fatto 31.8.14
L’Europa non basta
“Mare Mio”: 300 migranti salvati dalla missione privata
di Chiara Daina
Martedì 25 agosto, dall'isola di Malta è salpata la prima nave privata in soccorso dei migranti in pericolo, finanziata da un'imprenditrice italiana, Regina Catrambone, e dal marito americano Christofer. Phoenix I, questo è il nome dell'imbarcazione, è lunga 40 metri, con un team di 16 persone, due gommoni, due droni che pattugliano il mare, cibo, bevande e coperte a bordo. Sabato ha messo in salvo 300 migranti, di cui la maggior parte in fuga da Siria e Palestina, e un centinaio dall’Africa sub-sahariana. Ieri mattina sono stati tutti trasferiti sulla nave italiana “San Giusto” per sbarcare sulle nostre coste.
MA IL MINISTRO dell’Interno Angelino Alfano, preso dalla fretta di chiudere Mare Nostrum e di scaricare la gestione dell'emergenza profughi all'Ue, troppo abituato a lamentarsi che l'Italia da sola non è in grado di farsi carico dei “barconi della morte”, non si è minimamente preoccupato dell’iniziativa. Eppure costituisce un esempio virtuoso di collaborazione tra pubblico e privato per far fronte alle tragedie nel Mediterraneo. E una mano tesa al nostro Paese. “Abbiamo incontrato due volte l’ambasciatore italiano a Malta per avvisarlo del progetto e tentare di coinvolgere il governo italiano - spiega Catrambone, che da sette anni vive sull’isola maltese occupandosi di assicurazioni-, ma nessuno ci ha mai risposto”. Non poteva essere il silenzio intorno a frenare la missione che avevano in mente. Battezzata Moas (Migrant offshore aid station), per adesso potrà durare settanta giorni, cioè fino alla data di inizio di Frontex Plus, la versione europea di Mare Nostrum annunciata mercoledì dal commissario Malmström.
L’idea del Moas risale all’anno scorso, quando il Papa lanciò un appello per i migranti da Lampedusa. Regina Catrambone e il marito l’hanno preso alla lettera. In meno di un anno hanno messo a punto il progetto . “Non è un’impresa impossibile. È vero, abbiamo delle disponibilità economiche che non tutti hanno, ma ce ne sono altri come noi, e più di noi, che se lo potrebbero permettere”. La coppia ha investito circa 800 mila euro. La nave è a noleggio e un’equipe di esperti legali e umanitari li ha seguiti passo passo. Chi fosse interessato a contribuire alla missione con delle donazioni può farlo sul sito web Moas.eu. A guidare la missione è Martin Xuereb, ex-capo di stato maggiore delle forze armate di Malta: “Ci muoviamo nelle acque internazionali di competenza maltese, in tutto 250mila km quadrati, dove è attivo anche Mare Nostrum, e se avvistiamo vite umane in pericolo allertiamo subito la centrale operativa della guardia costiera dell’isola”. Alla domanda “chi glielo ha fatto fare?”, l’imprenditrice risponde: “Noi non rappresentiamo nè Malta, ma nemmeno l’Italia. Ma non è giusto che l’Italia rimanga sola a gestire le morti in mare. Noi dimostriamo che anche il privato può andarle incontro”.
Corriere 1.9.14
Cinque navi, due aerei e più fondi, il piano per impedire i naufragi
Immigrazione, le richieste di Alfano all’Europa. Le resistenze di Berlino e Madrid
di Fiorenza Sarzanini
ROMA — Almeno cinque navi e due aerei per pattugliare il Mediterraneo e affiancare i mezzi che già ci sono in modo da disporre di una flotta di dieci unità in mare e quattro in aria. Il Viminale mette a punto il piano di intervento da sottoporre all’Europa per affrontare l’ondata migratoria sempre più imponente. E calcola pure lo stanziamento economico necessario a sostenere la missione che dovrà sostituire «Mare Nostrum», garantendo il soccorso di quelle persone che si affidano agli scafisti e sempre più spesso non ce la fanno a coprire la traversata dal Nordafrica all’Italia. Il rischio altissimo è infatti quello di trasformare «Frontex Plus» in una operazione esclusivamente di polizia che mira a respingere, anziché accogliere i migranti. E invece quanto fatto finora — con una missione costata all’Italia 300 mila euro al giorno — ha dimostrato l’importanza di creare una linea avanzata di controllo per cercare di evitare i naufragi. Anche se questo comporta un impegno per l’accoglienza che non ha precedenti e che la stessa Unione Europea è stata costretta a riconoscere dopo aver sottolineando le difficoltà di farsene carico direttamente.
Nuovo allerta per altri 10 mila posti
L’ultimo telegramma spedito due giorni fa dal Viminale allerta i prefetti per l’assistenza degli immigrati, ormai ben oltre la soglia delle 115 mila persone. Stranieri, la maggior parte richiedenti asilo, che il responsabile del Dipartimento Immigrazione Mario Morcone deve sistemare nelle strutture messe a disposizione dagli enti locali, tra mille difficoltà e resistenze.
Gli sbarchi non accennano in alcun modo a fermarsi e anzi rischiano di aumentare nelle prossime settimane con l’acuirsi delle situazioni di crisi in Africa e Medio Oriente. Ormai la media è di 5 mila arrivi a settimana, ben 70mila sono stati i migranti sbarcati sulle nostre coste tra giugno e agosto.
I «bilaterali» con Spagna e Germania
Il negoziato del ministro dell’Interno Angelino Alfano con gli Stati europei comincia domani con la missione a Berlino e Madrid. Obiettivo del ministro è quello di «ottenere il consenso politico a una condivisione tecnica dell’emergenza in modo da creare un dispositivo stabile e dunque efficace». La Francia ha già risposto positivamente alla richiesta di partecipazione alla missione, con Germania e Spagna la strada potrebbe essere più in salita. L’atteggiamento del governo spagnolo è infatti di «chiusura» rispetto ai flussi che arrivano dal Nordafrica, mentre i tedeschi hanno più volte sottolineato di aver già il proprio carico di stranieri, dovendo fronteggiare gli arrivi attraverso le frontiere terrestri. Non a caso la strategia italiana è quella di sollecitare uno sforzo anche minimo che però consenta di poter contare sulla partecipazione di tutti gli Stati confinanti.
Resta però da sciogliere il nodo di chi ha raggiunto alcuni Paesi europei senza essere stato «identificato» dalle nostre autorità attraverso il «fotosegnalamento». Nei giorni scorsi le autorità della Svezia e della Svizzera affiancate da quelle di Germania e Francia, hanno annunciato la volontà di applicare il trattato di Dublino e riaccompagnare alla frontiera italiana gli stranieri richiedenti asilo che erano approdati sulle nostre coste e poi avevano varcato il confine senza un documenti di identificazione, cioè il permesso provvisorio che viene rilasciato a chi presenta istanza di asilo. La decisione, che dovrebbe essere discussa nei prossimi giorni cercando di arrivare a una mediazione sulla distribuzione dei profughi, riguarda tra i 5mila e i 10mila migranti.
Il costo delle navi: 500 euro l’ora
La trattativa che impegnerà Alfano a partire da domani riguarderà anche gli stanziamenti economici che ogni Stato e più in generale l’Unione Europea sono disponibili ad affrontare per gestire il problema dei profughi. Anche tenendo conto che le stime degli analisti non prevedono alcuna diminuzione dei flussi per le prossime settimane. Il progetto studiato dal Viminale prevede di impiegare i mezzi navali e aerei attualmente impegnati nelle spedizioni «Hermes» (nel tratto di mare antistante la Sicilia) ed «Eneas» (che coinvolge la zona di fronte alla Calabria) attualmente finanziati dall’Ue, che scadono il 30 novembre.
Gli esperti coordinati da Giovanni Pinto, il direttore dell’Immigrazione e della polizia di frontiera, hanno calcolato che ai sei mezzi navali e ai due aerei già utilizzati si dovrebbero aggiungere dalle tre alle cinque navi oltre a due aerei che possono sorvolare l’area spingendosi in prossimità delle coste africane. Il costo stimato per la messa in mare dei mezzi è di 500 euro l’ora e su questo è presumibile si scatenerà la battaglia più pesante all’interno dell’Unione visto che il commissario per gli Affari interni Cecilia Malmström aveva già evidenziato la mancanza di fondi. Proprio per tentare di aggirare queste resistenze Alfano appare intenzionato a trattare direttamente con i governi la messa a disposizione degli stanziamenti. Consapevole che l’esito positivo appare tutt’altro che scontato.
Corriere 1.9.14
Le nobili contraddizioni dell’operazione Mare Nostrum
risponde Sergio Romano
Kenia, Sudafrica, Namibia, sono gli unici tre Stati con un minimo di stabilità.
Il resto del continente africano è un pentolone in ebollizione: carestie, regimi dittatoriali, corruzione, guerre tra etnie ecc. ecc. Dovremo accogliere in un prossimo futuro 800 milioni di africani?
Gli Stati Uniti hanno schierato la Guardia nazionale ai confini con il Messico. Perché non seguiamo il loro esempio?
E cioè la Marina militare salva i naufraghi, ma li riporta indietro senza farli approdare sul suolo italiano. Perché gli africani sub sahariani non emigrano negli Stati sopra menzionati?
Barbara Gulinelli
Cara Signora,
Qualche precisazione. In primo luogo, la Guardia nazionale è stata voluta dal governatore del Texas e verrà schierata verosimilmente soltanto lungo il tratto di frontiera che separa il Messico dal suo Stato. Il New Mexico non sembra avere la stessa intenzione. In secondo luogo, l’emigrazione verso gli Stati Uniti attraverso le sue frontiere meridionali è prevalentemente sociale, mentre quella che proviene dalle coste meridionali del Mediterraneo è composta soprattutto da uomini, donne e bambini che fuggono da Paesi in cui si combatte o in cui non esistono garanzie di sicurezza. In terzo luogo, tutte le misure adottate dagli Stati Uniti per controllare la frontiera del Rio Grande (fra cui la costruzione di un muro zeppo di sensori e visori notturni) non ha impedito che vi siano oggi sul loro territorio circa undici milioni di immigrati irregolari che il presidente Obama cerca di legalizzare progressivamente scontrandosi con l’opposizione dei repubblicani.
Il caso dell’Italia e degli altri Paesi dell’Unione europea che si affacciano sul Mediterraneo è alquanto diverso. Prima delle rivolte arabe potevamo contare, entro certi limiti, sulla collaborazione dei governi locali. Dal 2011 questa collaborazione si è considerevolmente ridotta e il numero dei rifugiati provenienti soprattutto da zone di guerra è enormemente aumentato: quelli giunti in Italia durante l’anno in corso sono 102.000. L’operazione Mare Nostrum è stata la immediata risposta, a caldo, del governo Letta alla catastrofe di Lampedusa (più di trecento morti nell’ottobre 2013) e forse alla parola «vergogna», uscita allora dalle labbra di papa Francesco. Le intenzioni erano nobili e la Marina italiana ha avuto il merito di strappare alla morte alcune migliaia di persone; e di questo gli italiani dovrebbero andare orgogliosi. Ma l’operazione si è rivelata, per molti aspetti, una trappola. Quanto più le nostre navi pattugliavano le acque del Mediterraneo, tanto più cresceva il numero dei profughi e degli scafisti obiettivamente incoraggiati a tentare la traversata con barche sempre meno adeguate e attrezzate. Continuare così è chiaramente impossibile. Ma chiudere le porte dell’Europa o addirittura, come lei sembra suggerire, riportare i profughi nei luoghi da cui sono partiti, è oggi, nelle presenti condizioni dell’Africa del nord, moralmente e politicamente inaccettabile.
L’incontro del ministro Alfano con il commissario europeo agli Affari interni Cecilia Malmström, a Bruxelles negli scorsi giorni, dovrebbe preludere alla sostituzione di Mare Nostrum con una formula basata su una maggiore responsabilità collettiva dei Paesi dell’Unione europea. Ma sarà anche quella, sino al ritorno della normalità nei Paesi in guerra, una soluzione parziale e insufficiente.
il Fatto 31.8.14
Anoressia senza magrezza, un nuovo allarme
di Elisa D'Ospina
qui
La Stampa 1.9.14
Ricostruire Gaza costerà 5 miliardi di dollari
La vita riprende fra case e negozi distrutti. Ma mancano i grandi donatori
di Maurizio Molinari
qui
La Stampa 1.9.14
Israele progetta una nuova colonia in Cisgiordania
Lo Stato ebraico proclamerà «aree demianiali» 400 ettari di terre vicino a Betlemme
Nuove frizioni Hamas-Fatah, Il partito islamista protesta per gli arresti a opera dell’Anp
Il partito di Abu Mazen denuncia il trattamento riservato ai suoi sostenitori nella Striscia
qui
il Fatto 31.8.14
Angela Merkel assume psicologi trainer. Un errore?
di Mario De Maglie
qui
La Stampa 1.9.14
“Amo i socialisti”
Così Valls archivia la vecchia sinistra
Il premier francese rilancia la svolta liberale
di Cesare Martinetti
Manuel Valls sapeva di dover incassare i fischi e lo smarrimento dei socialisti. Ha attraversato con dignità e sicurezza l’accampamento dei militanti che come ogni fine agosto si ricostituisce a La Rochelle dove si mettono a fuoco le strategie per la ripresa. Ha incassato il dissenso senza scomporsi, non ha mutato di una virgola il segno politico di questa folle settimana e dopo il bastone ha usato la carota con il classico appello al «rassemblement». E senza dimenticarsi di dire «amo i socialisti», come pochi giorni fa davanti alla Confindustria francese aveva detto «amo le imprese».
È lui in questo momento l’uomo forte. Franco-catalano, 51 anni, primo ministro da centocinquanta giorni, chiamato da Hollande perché il più popolare in questa stagione di magra, il più a destra, capace di usare quella sobria retorica da tweet che oggi va tanto: «Il miglior modo di non rinunciare agli ideali è non rinunciare mai alla realtà», ha cinguettato ieri alla fine del suo discorso.
È stato lui a volere la crisi di governo durata 48 ore appena, durante le quali ha tagliato le punte della sinistra di opposizione installata nell’esecutivo, primo fra tutti Arnaud Montebourg, ministro dell’Industria, in critica perenne con le politiche di riduzione del deficit. I retroscena emersi in questi giorni dicono che il primo governo Valls si reggeva proprio sul patto tra il premier e il suo facondo ministro. Un tradimento, umano e politico, dunque, che ha fatto strillare al più brillante giornale di sinistra – il sito online Mediapart.fr – al «18 brumaio di Manuel Valls». Un colpo di stato alla Napoleone III che suggerì a Marx la massima secondo cui la storia si ripete come «farsa». E in tutto ciò Hollande, sempre più impopolare, sarebbe stato poco più di un testimone.
Addio ai socialisti fine secolo, ha scritto su «Le Monde» Arnaud Leparmentier, come fu in Germania per Oskar Lafontaine nel 1999, cacciato da Schroeder. «La sinistra tedesca non è più un modello», sentenziò allora Hollande. L’ambiguità ora si scioglie, come Schroeder aveva vinto le elezioni grazie alla forte spinta a sinistra di Lafontaine, così Hollande ha vinto le elezioni a sinistra con uno slogan non meno efficace: il mio nemico è la finanza. L’uscita di Montebourg e l’ingresso dell’ex banchiere Emmanuel Macron a Bercy, dove si trova il santuario della finanza della République, rovescia il segno di una politica.
Qui però la partita è ancora da vincere. Mentre i socialdemocratici tedeschi hanno staccato dal marxismo nel 1959 al congresso di Bad Godesberg e sposato il riformismo, il Ps francese si è ricostruito nel 1971 a Epinay su un assunto rovesciato: lotta al capitalismo e no al riformismo socialdemocratico. Tuttora Hollande ha sfoderato tutta la sua cautela per spifferare appena qualche mese fa di sentirsi «socialdemocratico». Si capisce dunque lo scandalo che la definizione «social-liberale» data Valls al suo governo ha provocato nel villaggio gallico di La Rochelle.
Schroeder alla fine ha risanato la Germania ma ha perso il potere. Per Hollande, salvo miracoli davvero difficili da immaginare, il precipizio di impopolarità è tale che il destino delle presidenziali 2017 sembra già ora segnato. Ma gli scenari sono due. O vince la destra che al momento non ha però nessuna Angela Merkel. Oppure il flop di Hollande provoca un tale cataclisma nel partito che contro tutte le tradizioni il presidente uscente non sarà automaticamente candidato ma si faranno delle primarie dove fin d’ora si può prevedere che i due contendenti saranno vincitore e sconfitto di questo giro di governo, Valls e Montebourg, un freddo riformista che sogna di diventare per la Francia ciò che Tony Blair è stato per il Regno Unito e un socialista guascone e populista.
Repubblica 1.9.14
Black nopower
La questione razziale spacca ancora l’America
Dopo Ferguson solo un bianco su tre condanna il comportamento degli agenti
L’opinione pubblica difende i “controlli selettivi” della polizia e sottolinea l’alto tasso di delinquenza tra i giovani di colore
di Federico Rampini
NEW YORK I VOLANTINI del Ku Klux Klan hanno l’immagine di un nero con la capigliatura leonina alla Jimi Hendrix, che minaccia: «Voglio la tua casa, voglio la tua nazione». Sono apparsi all’improvviso in un luogo improbabile: agli Hamptons, la Portofino dei newyorchesi ricchi. Tra le ville miliardarie che si affacciano sul quell’angolo tranquillo di Long Island, di afroamericani se ne vedono pochi. E l’alta borghesia che ha fatto i soldi a Wall Street spesso è di larghe vedute sul tema razziale, a suo tempo non esitò a finanziare anche la campagna di Barack Obama. È la prima volta che arriva in quest’angolo d’America una campagna di proselitismo del famigerato Kkk, l’organizzazione della supremazia bianca, che nel profondo Sud fece una guerra spietata contro i diritti civili, a colpi di linciaggi e impiccagioni di neri. Tutti hanno collegato questa “incursione” al Nordest del Kkk con i fatti di Ferguson: la cittadina del Missouri dove il 9 agosto un agente bianco ha crivellato un 18enne nero disarmato, Micahel Brown, scatenando settimane di proteste. Sul fronte opposto, il partito democratico spera a modo suo di sfruttare un “effetto- Ferguson”: rilanciando una campagna di sensibilizzazione perché gli afroamericani vadano a votare alle legislative di novembre, l’ultima speranza per scongiurare il trionfo della destra. Stando ai sondaggi attuali i repubblicani possono conquistare anche la maggioranza al Senato, oltre alla Camera. Una “mobilitazione razziale”, facendo risalire l’affluenza alle urne dell’elettorato nero tradizionalmente democratico, sarà la carta decisiva? Comunque la si guardi, è la conferma che la “questione nera” è tutt’altro che superata, nell’America di Obama. Da quando è entrato alla Casa Bianca il primo presidente afroamericano, diversi incidenti glielo hanno ricordato. Nel luglio 2009 Obama aveva reagito all’arresto di un noto professore nero di Harvard, Henry Louis Gates, ammanettato davanti a casa sua perché scambiato per un ladro; e da destra si era levato un coro di condanne contro il presidente reo di avere criticato la polizia. Nel febbraio 2012 un altro caso aveva infiammato gli animi: l’uccisione del 17enne afroamericano Trayvon Martin da parte di un vigilante con dei precedenti violenti, poi assolto da una giuria popolare di bianchi. «Trayvon Martin avrei potuto essere io, 35 anni fa», commentò Obama. Il presidente ha ricordato l’umiliazione di vedere una donna bianca che stringe nervosamente la propria borsa quando si trova in ascensore con un nero (lui). Il suo ministro della Giustizia, l’afroamericano Eric Holder, ha raccontato di essere stato più volte fermato dalla polizia solo perché “nero al volante”, quando era già un alto magistrato a Washington. Ma sul fronte opposto, senza arrivare fino agli estremi di odio razzista del Kkk, l’opinione pubblica bianca denuncia il “vittimismo” della comunità afroamericana, e difende i “controlli selettivi” della polizia, puntando l’indice sull’alto tasso di delinquenza tra i giovani neri. Non è sfuggito ai media il fatto che la probabile candidata alla successione di Obama, Hillary Clinton, ha atteso ben dieci giorni prima di prendere una posizione pubblica sulla tragedia di Ferguson, e ha soppesato le sue parole col bilancino, per non scontentare nessuno. Tutti i sondaggi post Ferguson restituiscono l’immagine di un’America più spaccata che mai sulla questione razziale.
Dal Pew Research center alle indagini demoscopiche commissionate da Bloomberg, New York Times, Cbs, i risultati sono netti. Il 65% degli afroamericani condanna il comportamento della polizia a Ferguson, contro il 33% dei bianchi. Sull’esito delle indagini giudiziarie, che devono accertare l’eventuale colpevolezza dell’agente Darren Wilson che uccise Michael Brown, il 60% dei bianchi è convinto che saranno condotte in modo equo; il 60% dei neri non ha nessuna fiducia che l’inchiesta sia imparziale.
Se possibile, il clima è perfino peggiorato negli anni di Obama. O quantomeno, è durata poco, l’illusione che la sua ascesa alla Casa Bianca segnasse il superamento delle spaccature e l’avvento di un’America postrazziale. Subito dopo la sua vittoria elettorale del novembre 2008 un sondaggio indicò che soltanto il 30% dei neri e il 21% dei bianchi consideravano “ostili” le relazioni tra le due comunità. Oggi quelle percentuali sono raddoppiate. Lo stesso Obama ha finito per diventare un catalizzatore di tensioni, una figura controversa. La sua sola presenza alla Casa Bianca ha fatto riemergere dalle viscere dell’America profonda un razzismo latente: il Tea Party, movimento anti-tasse e anti-Stato, ha una base per il 98% di bianchi. In quel mondo ha allignato la leggenda di un Obama musulmano e “nato in Africa”, quindi ineleggibile: totalmente falsa, e tuttavia una metafora venuta dal subconscio, dalla necessità di considerare “alieno” un afroamericano. In quanto ai suoi, da Jesse Jackson a Spike Lee non sono mancate le accuse al presidente per non essere abbastanza combattivo in difesa dei neri.
Ma contro Obama ci sono poderose tendenze legate alla dinamica economica. È lì che si trovano le maggiori fonti di tensione razziale. Nicholas Kristof sul New York Times riassume uno studio fatto ad Harvard, secondo cui l’America di oggi dal punto di vista socio-economico è in una situazione peggiore del Sudafrica all’epoca dell’appartheid. Il patrimonio medio di una famiglia bianca (110.000 dollari) è 18 volte il valore dei risparmi di una famiglia nera (seimila dollari), mentre nel Sudafrica del 1970 la disparità era “solo” un multiplo di 15. La crisi economica ha ricacciato indietro gli afroamericani: il divario di reddito tra neri e bianchi è 40% più ampio oggi rispetto al 1967. Un bambino nero che nasce oggi negli Stati Uniti ha una speranza di vita media più corta di 5 anni rispetto ad un suo coetaneo bianco. La piaga della criminalità, e la risposta “militare” data da decenni a questa parte, aggrava il problema: un maschio nero ventenne oggi ha più probabilità di essere in carcere che di avere un posto di lavoro.
Repubblica 1.9.14
Quel peccato originale di un conflitto senza fine
di Vittorio Zucconi
WASHINGTON «ROSA era stanca...» canta la ballata di Rosa Parks, la sartina eroica che rifiutò di cedere il posto a un bianco su un autobus di Montgomery, in Alabama, e con quel gesto sollevò il coperchio sul pentolone fetido della segregazione razziale in America. Ma non è vero. Rosa non era affatto più stanca del solito quel primo dicembre del 1955, come lei stessa avrebbe poi detto. Rosa non era una donna qualsiasi, ma era il coraggioso, cosciente, pianificato terminale di una rivolta organizzata che nel Sud aveva cercato invano la scintilla che accendesse il fuoco e che trovò in lei la persona disposta a esserlo.
Nella genesi e nella permanenza del conflitto in bianco e nero che in agosto ha avuto a Ferguson, nel Missouri, la propria nuova, ma certamente non ultima, esplosione, miti, leggende, realtà, spiegazioni, odi si accavallano e si torcono lasciandoci con domande che sfidano la ragione. Come è possibile che nel 2014, sotto il segno del primo presidente con sangue anche africano, americani bianchi del Midwest, neppure nel solito profondo Sud delle Calde Notti, si schierino a favore di un poliziotto che abbatte a sangue freddo un teenager in mezzo a una strada soltanto perché di pelle scura? Perché, in una nazione nella quale il Censimento riconosce sei gruppi etnici e razziali distinti e un settimo gruppo «misto» sia ancora e sempre the black man , l’uomo nero, a concentrare su di sé l’odio e la violenza dei «non neri»?
La parola passepartout che viene calata in questi casi per spiegare tutto — razzismo — non spiega nulla, certamente non le origini della tragedia senza fine. Il «razzismo», come sentimento prima e ideologia poi della superiorità di una razza umana su un’altra non nasce neppure in America, ma nella Germania dell’800. La schiavitù, l’uso di altri esseri umani come animali da lavoro e come merce di scambio, certamente non comincia nei campi di mais e poi di cotone degli Stati del Sud. E il linciaggio del «diverso» conosce precedenti tragicamente illustri nei «pogrom» degli ebrei nell’Europa orientale.
L’evoluzione del rapporto fra bianchi e neri nel Nuovo Mondo, dai primi schiavi portati a forza dall’Africa Occidentale dopo essere stati venduti da altre tribù africane ai mercanti inglesi di carne umana fino a Ferguson, muove da una radice economica, dunque materialista, trascinando con sé alibi antropologici, etici, religiosi, pseudoscientifici (come spiega il signore della piantagione nel «Django» di Tarantino usando il teschio di un «negro») usati per razionalizzare lo sfruttamento. Se sia stata l’economia a produrre il razzismo, o il razzismo ad alimentare l’economia è spesso un dilemma irrisolvibile, da «uovo o gallina».
La forza della realtà, il biso- gno di enorme manodopera a bassissimo costo, si alimenta certamente di quello che lo storico George Fredrickson di Stanford ha chiamato «il Potere di un illusione», cioè la superiorità, e quindi il diritto di sottomettere altri essere inferiori. Ci fu (e segretamente ancora c’è) chi in America si appellava alla Bibbia, alla maledizione divina contro Cam, il figlio irrispettoso di Noè ubriaco, e ai suoi discendenti, condannati a essere «servi dei servi». La autorità religiose nelle colonie americane del ‘600 benedicevano il trattamento bestiale dei primi africani portati in Virginia perché «pagani». Ma di fronte alle crescenti conversioni dei pagani al Vero Dio, nel 1667 l’assemblea della Virginia si affrettò a precisare che, seppur cristianizzati, gli schiavi africani restavano schiavi. I padri fondatori avevano capito che è più facile cambiare Dio che pelle.
Anche a coloro che scrissero che «tutti gli uomini sono creati uguali» parve ovvio che i neri non fossero compresi nella promessa, essendo, loro, «non uomini ». Da questo, dal peccato originale della prima, vera democrazia moderna che non riconobbe l’umanità di uomini e donne al proprio fianco nel lavoro quotidiano, scorre la maledizione carsica che periodicamente riaffiora, nella segregazione imposta nel Sud per annullare di fatto l’emancipazione ottenuta di diritto dopo la Guerra Civile, nell’assassinio di Martin Luther King, nelle bombe del KKK nelle chiese dell’Alabama che facevano strage di bambine, nel «racial profiling», nel sospetto preventivo contro ogni persona di colore considerata, come a Ferguson, naturalmente criminale per il proprio aspetto.
Il cammino per la piena cittadinanza rimane una lunga processione di palliativi. Neppure la evidenza che mostra come la marginalizzazione sociale ed economica sia la matrice del crimine «in nero» mentre le nuove classi medie cresciute grazie alla lenta desegregazione hanno gli stessi, se non minori, indici di criminalità di altri, basta a cancellare il peccato originale. Che forse si riassume in una semplice verità trascurata: fra tutti i gruppi etnici, le razze, le tribù che hanno popolato il Continente americano a cominciare dai migranti venuti dall’Asia 10 mila anni or sono, gli africani, furono i soli ad esserci portati in catene e contro la loro volontà. Non immigrati, ma deportati, per permettere le fortune e la elegante democrazia dell’uomo bianco che ora li odia.
Repubblica 1.9.14
Il ricatto dello zar sul vertice europeo “Se voglio prendo Kiev in due settimane”
di Alberto D’Argenio
BRUXELLES «THE situation is very, very bad». Sono le 17 di sabato quando Renzi, nella veste di presidente di turno dell’Unione, incontra il presidente ucraino Poroshenko. È solo l’antipasto di una giornata nella quale tutti i leader europei prenderanno coscienza della drammaticità della situazione ucraina.
RENZI è appena arrivato a Bruxelles per il summit principalmente dedicato alle nomine europee. Tutto fila liscio, il polacco Tusk, scelto anche per la durezza nei confronti di Putin, viene designato presidente del Consiglio europeo e Federica Mogherini “ministro degli Esteri” dell’Unione. Poi si passa alla discussione sui temi economici, con la Merkel, l’olandese Rutte e lo svedese Reinfeld che bloccano l’idea italiana di convocare un summit per il 7 ottobre dedicato agli investimenti e alla crescita. «È inutile parlarne prima che la Commissione europea di Juncker si sia insediata», sentenziano ricordando che il lussemburghese ha già promesso un piano di investimenti da 300 miliardi e che quindi è inutile bruciare le tappe. Il vertice straordinario resta convocato, ma sarà dedicato solo all’occupazione, come inizialmente previsto.
Fino a qui la conversazione tra i capi di Stato e di governo dei 28 partner europei scorre su binari tutto sommato normali. Ma in tarda serata, quando affrontano il dossier ucraino, sul salone del Consiglio europeo cala un’atmosfera surreale. Poroshenko, che ha già lasciato il Justus Lipsius, nel pomeriggio ha fatto una relazione drammatica della situazione. Bisogna decidere se inasprire le sanzioni contro la Russia, colpevole di avere portato in territorio ucraino blindati e migliaia di soldati. I Ventotto sono spaccati. In particolare sono in tre a frenare: Ungheria, Slovaccia e Cipro. Sono paesi dipendenti dagli interessi russi e temono che un’escalation di sanzioni e ritorsioni economiche possa mandarli gambe all’aria. I baltici invece spingono perché l’Europa, come già fatto con i curdi, spedisca a Kiev le armi per resistere ai separatisti russi. La presidente lituana Dalia Grybauskaite è durissima con Mosca, ripete quanto detto ai microfoni dei cronisti al suo arrivo a Bruxelles: «La Russia è in guerra con l’Europa».
A quel punto prende la parola Angela Merkel, descritta da diverse delegazioni presenti al vertice come letteralmente infuriata con Putin, accusato di essere venuto meno agli impegni presi durante i negoziati intessuti nelle ultime settimane da Berlino, che con Mosca ha intensi rapporti economici ritenuti fondamentali per la crescita tedesca ed europea. Nonostante gli sforzi che abbiamo fatto per tenere aperti i canali diplomatici — è il ragionamento della Cancelliera — Putin è venuto meno alle promesse e «va verso l’escalation militare». Molti leader europei, compresa la Merkel, concordano che «ora non ci sono più limiti all’imprevedibilità di Putin». Prendono atto che non è più un attore razionale, agisce spinto dal nazionalismo e dalla fame di consenso interno. E la Merkel — solitamente lucida e ponderata nei rapporti con la Russia — arriva anche all’iperbole affermando che dopo l’Ucraina potrebbe toccare a Lettonia ed Estonia. Bisogna reagire con nuove sanzioni.
In sala cala il gelo, lo scenario descritto spaventa. Prende la parola il presidente uscente della Commissione, Josè Manuel Barroso, che ha appena sentito Putin. Racconta che quando gli ha chiesto conto dei militari sconfinati in Ucraina, il leader russo è passato alle minacce: «Il problema non è questo — è la risposta dello Zar raccontata da Barroso — ma che se voglio in due settimane prendo Kiev». Come dire, non mi provocate con nuove sanzioni. Anche il britannico Cameron — che in vista del vertice Nato di giovedì a Cardiff starebbe lavorando a una forza multinazionale di 10mila uo- mini per mandare un segnale al Cremlino — è drastico: «Questa volta non possiamo venire incontro alle pretese di Putin, si è già preso la Crimea e non possiamo permettere che prenda tutto il paese, rischiamo di ripetere gli errori commessi a Monaco nel ‘38, non sappiamo cosa possa succedere dopo». Profetico visto che proprio ieri Putin ha ipotizzato un negoziato per cristallizzare la situazione in Crimea e nelle altre zone controllate dai separatisti. Diverse delegazioni confermano il dialogo tra i leader, ma in molti invitano a pesarle con cautela visto che durante uno scambio “franco” a porte chiuse spesso i concetti vengono forzati per sostenere la propria posizione.
Renzi invita i colleghi alla calma, dice di comprendere le preoccupazioni ma che la Russia resta strategica dal punto di vista economico, energetico e nei teatri di crisi in Siria e Iraq. Viene scartata l’ipotesi di armare Kiev, si passa all’ultimatum di sette giorni dopo i quali se la situazione sul terreno non sarà migliorata scatteranno nuove sanzioni europee, quelle di terzo livello. E non si esclude di rinforzarle ulteriormente in un secondo momento. Colpiranno gli stessi interessi russi messi fin qui nel mirino, il settore bancario e finanziario. Tutti restano convinti che si debba evitare l’escalation militare che avrebbe conseguenze drammatiche ed imprevedibili. La tesi di Washington e Bruxelles è che con le sanzioni non bisogna colpire la popolazione, bensì i potentati economici e gli oligarchi che costituiscono l’ossatura del potere di Putin. Nella speranza che tutti si rendano conto, cosa finora non avvenuta, che l’occidente può ferire gravemente il sistema economico russo e convincano il capo del Cremlino a desistere dal braccio di ferro in Ucraina.
Il presidente russo Vladimir Putin Ieri ha lanciato la proposta di costruire un nuovo Stato nell’est dell’Ucraina
La Stampa 1.9.14
L’ex direttore della Cia
“Il Cremlino segue lo schema di Hitler negli Anni Trenta”
Woolsey: usa le minoranze per destabilizzare la regione
di Paolo Mastrolilli
L’ex direttore della Cia James Woolsey non usa mezze parole: «Olocausto a parte, Putin sta imitando tutto quello che Hitler fece alla fine degli anni Trenta». C’è un modo per fermarlo, però: «Agire sulla leva dell’energia, perché se facciamo scendere il prezzo del petrolio sotto la soglia indispensabile a pareggiare il bilancio della Russia, Mosca fallisce».
Il leader del Cremlino ha detto che bisogna cominciare a discutere lo status dell’Ucraina orientale per trasformarla in un paese indipendente. Come giudica la sua strategia?
«Putin sta ripetendo tutto quello che Hitler fece alla fine degli anni Trenta, a parte l’Olocausto. La strategia è la stessa: usare la presenza di minoranze russe nei paesi dell’Europa orientale, come i nazisti usarono quella delle minoranze tedesche, per staccare pezzi ai vicini, destabilizzarli, e alla fine ristabilire l’influenza o l’egemonia che l’Unione Sovietica aveva su quelle regioni durante la Guerra Fredda. A questo punto non credo che ci siano più dubbi sulle motivazioni, i mezzi, e gli obiettivi del Cremlino».
Cosa può fare l’Occidente?
«La leva fondamentale è l’energia. Sappiamo che la Russia può usare il gas per ricattare l’Ucraina, e taglieggiare l’intera Europa, ma la sua fonte indispensabile di ricavi è il petrolio. Mosca, per tenere in pareggio il suo bilancio, ha bisogno che il prezzo del barile non scenda sotto i 117 dollari: se cala oltre quella soglia, il paese va in default, perché non ha altre attività economiche significative. Su questo dobbiamo agire, perché quando il prezzo cominciasse davvero a scendere, sarebbe il peggior giorno nella vita di Putin».
Come si può raggiunge l’obiettivo?
«Gli Stati Uniti potrebbero iniziare ad esportare il loro petrolio e il loro gas, ma questo richiede tempo. Una strada più rapida sarebbe cominciare ad investire subito sulle fonti alternative, come il metanolo prodotto dal gas per alimentare le auto. Secondo uno studio del Mit, ai costruttori costerebbe solo 100 dollari in più fare macchine capaci di funzionare con questi carburanti. Però l’effetto sul prezzo del petrolio, bloccato finora dal rifiuto dei paesi dell’Opec di aumentare la produzione, sarebbe immediato. Nel momento in cui la Russia vedesse scendere i suoi ricavi energetici sotto la soglia della sopravvivenza economica, sarebbe costretta a cambiare linea, oppure a fermarsi per mancanza di risorse. Il risentimento e l’instabilità interna diventerebbero insostenibili per Putin, mentre tutti i paesi consumatori, occidentali e non, trarrebbero vantaggio da questa svolta sul piano finanziario. Le sanzioni non otterranno mai lo stesso risultato».
La Russia però sta avanzando ora: non bisogna prendere qualche iniziativa immediata per fermarla?
«Sostenere l’Ucraina ed armarla, fornendo la collaborazione di cui ha bisogno per difendersi. Intendo appoggio politico e militare, e quindi intelligence, armi e munizioni. Senza queste mosse, sarà impossibile proteggere Kiev e convincere Mosca che la sua aggressione non verrà tollerata».
Il Washington Post ha scritto che una guerra in Europa non è più un’ipotesi non plausibile: ha ragione?
«Bisogna essere chiari su quello che sta accadendo: l’Ucraina oggi è come la Polonia nel 1939».
Il vertice Nato della settimana prossima in Galles dovrebbe avviare il suo ingresso nell’Alleanza?
«Certo. E i nostri governanti, europei e americani, dovrebbero smettere di comportarsi come Chamberlain con Hitler».
Repubblica 1.9.14
Todorov
“Abbiamo affinità culturali con la Russia. Non dovremmo alimentare un’ostilità mista a pregiudizi” sostiene il filosofo bulgaro
E aggiunge: “In Ucraina bisogna tenere conto delle forze in campo ed essere pronti a trattare per cercare un compromesso”
“L’Europa torni a dialogare con il Cremlino ma non ceda”
di Anais Ginori
L’Unione potrebbe promuovere un “potere dolce” senza mai nutrire ambizioni d’egemonia Obama è stato deludente su alcuni punti, ma non è onnipotente Dipende da un equilibrio di forze
PARIGI «L’EUROPA deve fare di tutto per riallacciare un dialogo con Vladimir Putin». Di ritorno a Parigi dopo un periodo di vacanze, Tzvetan Todorov è preoccupato per un’estate in cui si sono moltiplicati i focolai di guerre, dall’Iraq a Gaza, fino all’Ucraina, il conflitto alle porte che, spiega, evidenzia come non mai la fragilità dell’Europa. «Nessuna guerra è “giusta”, ci sono solo guerre inevitabili», spiega il filosofo bulgaro che lancia un appello per trattare con Mosca, nonostante la prova di forza in corso. «Con la Russia abbiamo affinità culturali. Non dovremmo alimentare un’ostilità mista a pregiudizi», commenta Todorov, 75 anni, che si è formato come critico letterario sulla poetica dei formalisti russi, per poi passare alla Storia antropologica e alla Storia tout court, scrivendo libri fondamentali sui campi di concentramento nazisti e stalinisti. Todorov è uno dei pochi intellettuali che non abdica a un impegno civile, in favore della tolleranza — ha raccontato la paura ancestrale dei “barbari” — e cerca di promuovere una visione del pacifismo non romantica, ma fondata sull’umanesimo, considerato come valore dell’Occidente.
Vladimir Putin è una minaccia per l’Europa?
«La Russia conduce una politica da grande potenza. È sempre stato così, anche prima che ci fosse Putin. In quest’ottica storica, i paesi dell’Ue devono mantenere con il presidente russo relazioni all’insegna della fermezza. Non significa essere ostili. Tra Russia ed Europa ci sono forze complementari. Abbiamo molte cose in comune. Eppure in Francia, e forse anche in Italia, esiste un pregiudizio russofobo. Tutto ciò che fa o dice Putin viene guardato con sospetto. Mi pare un atteggiamento eccessivo ».
La guerra è davvero alle porte come sembra dalle ultime mosse e dichiarazioni del presidente russo?
«Posso rispondere solo con un auspicio: spero con tutto il cuore che non ci sarà una nuova guerra. Solo Putin può decidere di allentare la tensione. La soluzione non è nelle nostre mani».
L’ultimatum lanciato dall’Ue e la minaccia di nuove sanzioni potrà servire?
«Il presidente russo non è sensibile alle minacce. Come sempre accade in un conflitto internazionale, bisogna tenere conto delle forze in campo, e dunque essere pronti a trattare per ottenere un compromesso».
Perché l’Europa si dimostra impotente in Ucraina e anche negli altri conflitti in corso, dall’Iraq al Medio Oriente?
«Non è sempre vero. L’Europa ha avvallato l’operazione militare in Libia, a mio avviso sbagliando. Noi europei dovremmo promuovere una puissance tranquille , un potere dolce che sia capace di difenderci contro attacchi o di intervenire per difendere i nostri alleati, ma senza mai nutrire ambizioni di egemonia. Non abbiamo vocazione a diventare il poliziotto del mondo».
Come evitare il ricorso alle armi ed esercitare una forza di dissuasione?
«L’Europa deve imparare a giocare un ruolo nelle crisi internazionali con altri mezzi, per esempio economici, come a Gaza o in Ucraina, dove finalmente sta facendo qualche passo. Potrebbe fare molto di più, ma dovrebbe parlare con una sola voce, e non attraverso prese di posizione isolate di Francia, Italia, Germania e Gran Bretagna».
La svolta in Iraq, con la proclamazione di un Califfato, ripropone il dilemma tra interventisti e pacifisti?
«La situazione in Iraq, ma anche in Libia, dimostra quali siano state le conseguenze disastrose degli interventi militari occidentali nei paesi del Vicino o Medio Oriente. Non si possono promuovere valori di democrazia o i diritti umani bombardando un paese e poi occupandolo. Queste azioni hanno esacerbato l’odio e la radicalizzazione delle forze che volevamo neutralizzare. Esistono molte altre modalità per esercitare un’influenza sugli affari internazionali, politici, umanitari. Dovremmo concentrarci per sfruttare queste opzioni alternative».
Non bisogna fermare le persecuzioni dei cristiani in Iraq?
«Quel che mi stupisce è vedere che l’appello di alcuni, come il Papa, arrivano solo quando si tratta di proteggere chi ci è più vicino. La morale cristiana è universale, difende non solo quelli che ci assomigliano ma chiunque è nel dolore. Gesù rifiuta di riservare la sua benevolenza esclusivamente a quelli che lo amano. Credo che in Iraq possiamo fare ancora molto per aiutare le popolazioni perseguitate prima di lanciare un intervento militare».
Esiste la possibilità di una “guerra giusta”?
«Quel che mi disturba è l’aggettivo “giusto” per definire un’azione deplorevole come la guerra. La guerra è una prova di forza che provoca la distruzio- ne del più debole. Talvolta, l’obiettivo sembra nobile: l’idea, per esempio, di impedire vittime civili. Ma purtroppo il mezzo usato, la guerra, è così potente che cancella la bontà delle ragioni. E dobbiamo esercitarci in un calcolo incerto: cercando di impedire un massacro, abbiamo ucciso più o meno persone che se non ci fosse stato l’intervento militare?».
Per lei il pacifismo vale sempre e comunque?
«Non bisogna aderire a un pacifismo generalizzato. Alcune guerre sono necessarie e legittime, in particolare le guerre di autodifesa come la seconda guerra mondiale per gli Alleati o anche, inizialmente, l’intervento militare degli Stati Uniti in Afghanistan per evitare un nuovo attentato come quello dell’11 settembre 2011. È legittimo e necessario fermare un genocidio in corso, per esempio quando il Vietnam è intervenuto in Cambogia, tra il 1978 e il 1979, per mettere fine alla dittatura dei khmer rossi».
Condivide le critiche a Barack Obama sulla sua politica internazionale?
«Il presidente americano è stato deludente su alcuni punti. Non ha chiuso né Guantanamo, come aveva promesso, né la base di Bagram in Afghanistan. Ha appoggiato l’intervento per far cadere il regime libico di Muammar Gheddafi. Obama non ha fondamentalmente cambiato l’atteggiamento degli Stati Uniti nel conflitto tra israeliani e palestinesi. Ha fatto incriminare coloro che hanno denunciato gli abusi dell’esercito o della polizia, come Bradley Manning o Edward Snowden».
Rimpiange un ruolo più inciso e illuminato dell’America nel mondo?
«Ci sono state azioni positive di Obama. Ha sospeso l’uso della tortura da parte dei militari Usa e si è astenuto dall’intervenire militarmente in Siria. Ricordiamoci che il presidente degli Stati Uniti è probabilmente l’uomo più potente della Terra, ma non è onnipotente: dipende dal Congresso, dalla Corte Suprema, dall’opinione pubblica. Deve sottostare a un equilibrio di forze».
La Stampa 1.9.14
Voto “cinese” a Hong Kong
I candidati li decide Pechino
Il movimento per la democrazia: non molliamo, bloccheremo la città
di Ilaria Maria Sala
Pechino mette il veto alle riforme politiche di Hong Kong, preferendo lo scontro con il movimento pro democrazia di quest’ex colonia britannica a possibili imprevisti politici.
I lunghi mesi di proteste a Hong Kong, dove da anni la popolazione aspetta che sia mantenuta la promessa di concedere il suffragio universale, non sono serviti a nulla: Pechino ha scelto la linea dura. Nel 2017 quando la città sarà chiamata ad eleggere il suo nuovo Capo dell’Esecutivo, potrà scegliere tra un massimo di tre candidati, pre-selezionati da un comitato elettorale di 1200 persone scelte da Pechino. Solo chi avrà l’approvazione di almeno la metà dei membri del comitato sarà autorizzato a candidarsi.
Sfumano dunque le illusioni di candidature libere, e di un suffragio universale con almeno le sembianze di un esercizio democratico. Ma se Pechino ha deciso per il pugno di ferro, la sua controparte non abbandona la lotta: il movimento Occupy Central, che spinge per la democratizzazione di Hong Kong, ha dato il via alla stagione di «disobbedienza civile», indicendo scioperi e promettendo di bloccare le strade centrali della città.
Ieri Benny Tsai, di Occupy Central, ha detto ai più di 5000 manifestanti raccolti davanti alla sede del governo centrale: «Questo è il giorno più nero nella storia di Hong Kong», incitando i manifestanti a lottare. Martin Lee, figura storica del movimento pro-democrazia, ha osservato che Hong Kong non può «accettare la democrazia con caratteristiche cinesi», e fra gli studenti liceali e universitari del gruppo Scolarismo, molti hanno deciso di dare immediatamente il via ad azioni di protesta. Nel corso della notte hanno cercato di parlare con Li Fei, delegato del governo centrale arrivato in serata a Hong Kong, con un sit-in davanti al suo albergo – dal quale sono stati portati via a forza dalla polizia. Secondo Bao Pu, analista politico ed editore di Hong Kong, «per la prima volta Hong Kong è in conflitto aperto e diretto con Pechino».
Si apre dunque una fase di grande incertezza, con Occupy Central che promette di paralizzare il quartiere degli affari, e Pechino che assicura che non vi saranno ripensamenti: le uniche elezioni possibili sono quelle in cui il vincitore è prevedibile ed innocuo.
La Stampa 1.9.14
La Cina “blinda” la politica di Hong Kong, scatta la mobilitazione
Pechino vuole continuare a scegliere i candidati al governo dell’ex colonia britannica
Gruppi democratici annunciano le proteste nel centro finanziario della città
qui
La Stampa 1.9.14
Così si unirono i lavoratori di tutto il mondo
Il 28 settembre di 150 anni fa nasceva a Londra la Prima Internazionale: la sua vicenda in un’antologia di testi dell’epoca, da Marx a Bakunin, agli scritti degli operai
di Angelo D’Orsi
Londra, 28 settembre 1864: la sala del St. Martin’s Hall, nel cuore di Londra, era affollata da duemila uomini e donne di umili condizioni, inglesi, ma anche tedeschi, francesi, spagnoli, russi, polacchi, italiani… Nessuno, quel giorno, sospettava che stava nascendo la prima organizzazione mondiale proletaria. Forse neppure Karl Marx, la testa pensante più celebre, autore (pur in collaborazione con Engels) del Manifesto del Partito comunista che a Londra aveva visto la luce nel 1848.
Una preziosa antologia, che il dinamico editore Donzelli manda ora in libreria, ci consente di ripercorrere la vicenda della Prima Internazionale, vissuta fino al 1876, quando le difficoltà organizzative, il contrasto con gli anarchici (e la nascita di una loro «Internazionale antiautoritaria»), oltre alle persecuzioni poliziesche, ne segnarono la fine. L’Associazione fu poi sostituita, nel 1889, dalla Seconda, naufragata nel 1914, nel fragoroso scoppio della Grande guerra, che vide i diversi partiti operai schierarsi con le rispettive classi dirigenti, facendo così crollare clamorosamente il mito dell’internazionalismo proletario. A firmare il lavoro è un esponente della giovane generazione di studiosi, Marcello Musto, uno dei tanti che il nostro bloccato sistema universitario costringe a rifugiarsi all’estero, esuli culturali che prendono il luogo degli esuli politici. Il libro si intitola con la frase stentorea che chiude il Manifesto: Lavoratori di tutto il mondo unitevi! (pp. 256, € 25).
Mentre la pionieristica opera di Gian Mario Bravo nel 1978 raccoglieva, accanto ai documenti ufficiali, tutta una serie di scritti collaterali, fornendo un panorama amplissimo (due volumi per un totale di 1300 pagine), il libro in questione si limita ai testi dell’Organizzazione, ed è diretto a un pubblico più ampio. Il curatore ne evidenzia il significato politico-culturale, in un momento storico in cui i diritti dei lavoratori vengono messi in discussione.
Accanto ai comunisti, nell’Internazionale, v’erano socialisti, sindacalisti, anarchici, mazziniani, repubblicani, eterogenea platea di militanti, ai quali da allora fu affibbiata l’etichetta, che voleva essere infamante, di «internazionalisti», sinonimo di sovversivi dell’ordine costituito. In realtà, le proteste nascevano dalle insostenibili condizioni in cui vivevano e lavoravano i proletari. Il ruolo dell’Associazione fu raccogliere fondi e convincere i lavoratori a rinunciare al crumiraggio ai danni degli scioperanti di un altro Paese. Era la traduzione concreta dell’internazionalismo proletario, sotto forma di solidarietà e di cooperazione. Ma anche nelle battaglie apparentemente sindacali il lievito impresso dall’organizzazione fu politico. È evidente il contributo di Marx, al quale si devono più di un terzo dei documenti raccolti, anche se la costruzione teorico-politica fu collettiva, e lo testimoniano i testi qui raccolti, in gran parte di operai. Era la prova del passaggio della classe operaia «in sé», ossia non ancora cosciente della propria forza, a classe «per sé», cioè matura, e pronta alla lotta per il potere, come intanto stava teorizzando Marx.
Era per esempio il francese Eugène Tartaret a perorare la riduzione dell’orario, ma rivendicando la nobiltà del lavoro, che «non dev’essere più un castigo, una schiavitù, un marchio di indegnità, deve essere un dovere imposto a tutti i cittadini». Lo scopo fondamentale della riduzione dell’orario è tuttavia quello di consentire al lavoratore di essere un cittadino istruito e cosciente, invece che «un paria, uno schiavo indifferente al progresso…».
L’Internazionale, pur tra gli scontri interni (che videro l’allontanamento di mazziniani, anarchici ecc.), svolse un ruolo fondamentale nel processo di maturazione dei proletari. Per esempio, rispetto al luddismo, la risposta distruttiva all’introduzione delle macchine in fabbrica, si scriveva: «L’uomo privato del suo pane […] aveva torto nel maledire il macchinario: il suo odio e la sua collera dovevano condurre a risultati più alti. La causa dei mali è l’anarchia sociale: la giustizia sociale sarà il loro rimedio». Era una ventata di utopia, ma nel contempo era un progetto sociale di alto respiro.
Le parole più lucide erano sempre quelle di Marx, il quale peraltro sapeva comportarsi da leader, indirizzando a Lincoln un messaggio di congratulazioni per la rielezione alla Casa Bianca, ma rimaneva un rivoluzionario conseguente, e invitava a diffidare di ogni accordo separato (un monito che pochi oggi sono disposti ad ascoltare) e ad affrontare questioni come salario e orario in termini generali, ossia politici, giacché tutto sempre «si riduce alla questione dei rapporti di forza delle parti in lotta». E, con sarcasmo, scriveva di un certo tipo di capitalista: «È così infatuato per la libertà dei suoi operai […] di lavorare in ogni ora della loro vita per lui, che, sempre e con sdegno, ha respinto ogni legge sulle fabbriche, in quanto recante pregiudizio alla suddetta libertà. Lo fa inorridire soltanto l’idea che un operaio comune sia tanto folle da aspirare a un destino più elevato di quello di arricchire il suo signore e padrone, il suo superiore naturale. Vuole […] che il suo operaio resti un misero schiavo». Di qua, la «folle furia» contro lo sciopero, considerato «una blasfemia, una rivolta di schiavi, l’indice di un cataclisma sociale».
I documenti degli internazionalisti affrontano ogni tematica di qualche rilevanza nella costruzione della società futura: l’idea che dovesse essere una società immediatamente senza Stato, secondo la tesi di Bakunin, venne lasciata cadere, grazie alla contrapposizione di Marx, che ironizzava con l’anarchico russo, e la sua battaglia contro «l’idea astratta di Stato». La tragica ed esaltante esperienza della Comune di Parigi fornì a Marx conferma che la rivoluzione aveva bisogno di uno Stato, diverso da quello borghese (abolizione dell’esercito e della polizia permanenti, eleggibilità e revocabilità dei pubblici funzionari ecc.), ma anch’esso deputato all’esercizio della forza, contro il nemico di classe, che infatti , spodestato, prese la sua sanguinosa rivincita. Ciò malgrado, con la Comune, l’Internazionale segnò la più prestigiosa vittoria ideale: «essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, […] la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l’emancipazione economica del lavoro». Era uno dei risultati storici dell’Internazionale dei lavoratori.
Corriere 1.9.14
I sospiri di Kafka per Milena «Sei entrata come la Medusa»
Un amore nella Praga degli anni Venti, tra sogno e malattia
di Pietro Citati
Nei primi giorni dell’aprile 1920, Franz Kafka scrisse due lettere a Milena Jesenská, una giovane ceca, che conduceva una vita triste a Vienna, accanto a un marito torturatore. L’aveva conosciuta a Praga nell’ottobre 1919, quando Milena aveva manifestato l’intenzione di tradurre in ceco i racconti di Kafka. Con rapidità e naturalezza, come se l’avesse conosciuta da sempre, Kafka confidò subito a Milena i grandi segreti della sua vita: la tubercolosi, la spiegazione psicologica della tubercolosi, il Processo al quale era sottoposto, i suoi fidanzamenti, il suo senso di colpa. Non solo le aprì il cuore, ma cercò di farle aprire il suo, insinuando che anche i polmoni di lei erano malati per ragioni psichiche, e presentandosi come confidente e medico.
Molta parte di quest’amore a distanza, la creò Kafka; ma la fantastica Milena collaborò con la sua inventiva. Subito Kafka avvertì, in lei, «il fuoco» della passione: lei era fuoco e le sue lettere generavano fuoco, e lui era come il moscerino o la farfalla dell’apologo iranico, che si bruciava alla fiamma. Senza essersi mai conosciute, le due anime si accesero l’una dell’altra: la divisione le teneva unite più della vicinanza; non era necessario il gesto dei corpi, bastava l’impulso incontaminato del desiderio, come se solo la distanza potesse cancellare il limite della persona.
Davanti all’assalto amoroso di Milena, Kafka si arrese subito: passivo, sfibrato, in una condizione di dipendenza totale, perduto, ridotto a un’ombra. Con lei perdeva tutto: persino il nome. A volte, gli sembrava «un sacrilegio» dipendere così da un’altra creatura umana; e questa dipendenza faceva nascere l’angoscia della soggezione amorosa. Da lei non voleva il matrimonio come l’aveva voluto da Felice: soltanto la felicità — la piena, bruciante, intollerabile felicità. Le sue lettere erano già un anticipo di questa felicità futura: egli ne traeva gioia, allegria, salvezza: gli sembrava che Milena s’immolasse per lui; e con quale slancio di gratitudine la ringraziava per il semplice fatto di esistere. Si abbandonò, si sciolse e si donò, con una immediatezza che non aveva mai conosciuto. Per la prima volta nella sua vita, intuì cosa fosse essere libero.
Subito presentì che l’amore, tra loro, non avrebbe potuto essere che angoscia e tremore. Temeva che Milena, dopo averlo attirato, lo avrebbe respinto nella sventura: ma proprio questo eventuale rifiuto lo affascinava. «Tu hai 38 anni — le scriveva — e sei stanco come probabilmente non ci si può stancare per la sola età. O meglio: non sei affatto stanco, ma irrequieto, e hai paura di fare un solo passo su questa terra irta di tagliole, perciò tieni sempre, per così dire, i due piedi sollevati contemporaneamente nell’aria; non sei stanco ma hai soltanto paura dell’enorme stanchezza che seguirà a quest’enorme inquietudine (non per nulla sei ebreo e sai cosa sia l’angoscia)». Qualsiasi minimo evento accadesse, diventava isterico: un’onda d’ansia e di frenesia lo sconvolgeva, senza capacità di controllo e di difesa.
La voce di Milena, che lo voleva con sé a Vienna, era per lui la terrificante voce di Dio che chiamava i profeti: come loro, lui era soltanto un piccolo bambino atterrito — o un passero che becca le briciole nella sua stanza, tremando, stando in ascolto, con le penne arruffate. Tutto il mondo gli crollava intorno. «Incomincio davvero a tremare come sotto la campana a martello, non posso leggere, e naturalmente leggo lo stesso, come l’animale che muore di sete beve, e ho angoscia e angoscia, cerco un mobile sotto il quale possa rintanarmi, prego tremando e del tutto fuori di me in un angolo perché tu, come sei entrata rombante in questa lettera, possa volare di nuovo via dalla finestra; tu devi avere la testa grandiosa della Medusa».
A fine maggio, Milena l’invitò a passare da Vienna, durante il viaggio di ritorno da Merano a Praga. Ma Kafka si difese, e negò, temendo che l’amore riprendesse per lui il terribile volto che aveva assunto durante il suo fidanzamento con Felice. «Io non voglio (Milena, mi aiuti! comprenda più di quanto non dico), non voglio (non è un balbettio) venire a Vienna perché non sopporterei spiritualmente lo sforzo. Sono malato spiritualmente, la malattia polmonare è soltanto uno straripare della malattia spirituale. Io sono tanto malato dopo i quattro, cinque anni dei miei primi due fidanzamenti».
Fece delle prove puerili: gettò a un passero del pane nel mezzo della sua stanza: se il passero fosse entrato, sarebbe andato a Vienna; dal balcone, il passero scorse il pane nella penombra; — e quando venne il momento della prova, egli lo rese vano, facendo fuggire il passero «con un piccolo movimento». Ribadiva che non sarebbe mai andato a Vienna: certamente non sarebbe venuto, ma se con sua paurosa sorpresa fosse arrivato a Vienna, non avrebbe avuto bisogno né della colazione né della cena, ma di una barella sulla quale coricarsi un momento. Infine chinò il capo davanti alla volontà e alla violenza amorosa di Milena: sì, sarebbe andato, alla fine di giugno.
Prima di conoscere Milena, aveva già formato in sé l’immagine di quella ragazza, che avrebbe dominato per anni la sua esistenza. Felice Bauer era stata, per lui, la moglie devota, che doveva condurlo nella terra di Canaan. Milena era invece una possente e irradiante figura erotica: il suo fascino non affondava nei sensi; l’eros di Milena respirava l’aria del paradiso terrestre, prima del peccato di Adamo e di Eva. Come Kafka disse esplicitamente, Milena era la «Madre»: l’immensa, vitale, nutritrice, figura erotica materna, nata dai sogni incestuosi che aveva rimosso per tutta la vita. Rispetto a Milena egli imitava la figura del figlio, del bambino e dello scolaro.
Milena era anche la figura simbolica opposta: la casta luna, intangibile nella sua lontananza, che attrae le acque marine; la fanciulla, la vergine, la Bella. Se Milena-madre allontanava con la sua mano soave ogni dolore, Milena-luna portava ogni dolore: dai suoi occhi irraggiava il dolore del mondo, soffriva e faceva soffrire. Eros, in lei, aveva il volto di Thanatos. Già agli inizi della loro corrispondenza Kafka la vide come l’angelo della morte, il più beato fra gli angeli, che toglie agli uomini la forza e il coraggio di morire. Ma Milena era anche qualcosa di più terribile. Dalle sue lettere, Kafka immaginò un’oscura storia di orrori, che aveva accompagnato la sua giovinezza; e scorse in lei Medusa, coi serpenti del terrore intorno al capo, che lo guardava con un occhio così penetrante da pietrificare. Aveva terrore della sua intelligenza, della sua forza, del suo coraggio, della sua energia vitale, della sua disperazione, della sua nascosta abiezione, della sua grandezza d’animo.
***
Il 24 giugno Kafka scrisse a Milena che aveva deciso di arrivare a Vienna il 29, martedì — «a meno che succeda dentro o fuori qualcosa d’imprevisto». Non aveva la forza di fissarle già ora un appuntamento: «Fino allora soffocherei, se oggi, adesso, ti dicessi un luogo e per tre giorni e per tre notti vedessi come è vuoto e come aspetta che martedì mi ci fermi ad un’ora determinata». Arrivò la mattina alle dieci, quasi svenuto dall’angoscia e dalla stanchezza. Non dormiva da due notti. Le scrisse subito, da un caffè della stazione Sud: l’aspettava la mattina dopo, mercoledì, alle dieci, all’Hotel Riva. Intanto, avrebbe consumato il tempo dell’attesa, «vedendo i monumenti», visitando i luoghi che Milena frequentava: la Lerchenfelderstrasse dove era la sua casa, l’Ufficio Postale, dove riceveva al fermo posta le lettere di Kafka; tutto, possibilmente, senza farsi vedere. Ma Milena non ebbe pazienza di attendere così a lungo: passò in rassegna tutti gli alberghi presso la stazione, e finalmente trovò Kafka, in un’ora che ignoriamo del 29 giugno.
Così, in quell’ora incerta — lui quasi svenuto, lei affettuosa e sicura — cominciarono i quattro giorni e mezzo di Franz Kafka a Vienna: gli unici di intimità con Milena. Non ne sappiamo molto: passarono molte ore nei boschi presso Vienna: sostarono in un giardino pubblico sotto una statua di Grillparzer; lui vide la casa e la stanza di lei, dove trionfava un pesantissimo armadio; e la domenica mattina, il giorno della partenza, lei portava un abito «follemente bello». Abbiamo due versioni: quella positiva e vitalistica di Milena e quella, più perplessa, di Kafka. Qualche mese dopo Milena scriveva a Max Brod: «Quando sentiva quell’angoscia, egli mi guardava negli occhi, aspettavamo un momento come se non riuscissimo a tirare il fiato, e dopo poco tutto passava. Non c’era bisogno di nessuno sforzo, tutto era semplice e chiaro, lo trascinai per le colline presso Vienna, lo precedevo correndo mentre lui camminava adagio pestando i piedi dietro a me, e se chiudo gli occhi lo vedo ancora con la sua camicia bianca e il collo scottato dal sole e lo vedo affaticarsi. Camminò per tutta la giornata, in salita, in discesa, esposto al sole, non tossì neanche una volta, mangiò tanto da far paura e dormì come un masso». Kafka distingueva i giorni: «Il primo fu l’incerto, il secondo il troppo certo, il terzo il contrito, il quarto fu il buono»; e l’anno dopo, scrivendo a Max Brod, disse che «felicità furono soltanto i frammenti di quattro giorni strappati alla notte».
Appena tornato a Praga, nella sera di domenica Kafka scrisse tre lettere a Milena. «Tutto il tempo e mille volte più di tutto il tempo e anzi tutto il tempo che esiste mi occorre per te, per pensare a te, per respirare in te». Ormai, al mondo, non esistevano altro che lei e lui: quel «noi» che declinava all’infinito; non esisteva più né passato né futuro, ma solo il presente irradiato dalla luce dei suoi occhi azzurri. Egli si annullava in lei, si perdeva in lei senza lasciare residui, e quel «noi» era così gigantesco da riempire il mondo. Non temeva più di morire: anzi desiderava morire di felicità amorosa, e poi rinascere grazie al dono di quella felicità. Nel cielo c’era un’immensa campana che suonava: «Lei non ti abbandonerà» — sebbene, ecco, mescolato a quella campana, un campanellino suonasse insistente nell’orecchio: «Lei non è più con te...».
Il giovedì mattina, arrivò la prima lettera di Milena. E subito l’Eden del presente, del puro ricordo, dell’estasiata felicità, in cui Kafka aveva vissuto quattro giorni, si frantumò. Milena gli parlava del marito: Kafka avrebbe voluto partire per Vienna e strappare Milena al marito e prenderla con sé a Praga. Questo lo avrebbe confermato nella sua esistenza: proprio lui, il paria, pedina di una pedina, avrebbe occupato per la prima volta il posto di un re nel gioco degli scacchi. Poi comprese che Milena non sarebbe venuta. La tosse lo riprese il giorno e la notte. Tutto diventò buio. L’effetto, «meravigliosamente tranquillante-inquietante», della vicinanza fisica di Milena svanì col passare dei giorni. Non aveva nessuno, tranne l’angoscia; e stretto e convulso si rotolava con essa attraverso le notti. Il venerdì non arrivarono lettere — e neppure sabato 10 luglio, domenica 11 luglio. Era disperato. Mai sarebbe arrivato più nulla. Il sabato andò ogni due ore in ufficio, per vedere se c’era posta. La domenica andò ancora peggio. Passò tutta la mattinata a letto: tornò in ufficio a chiedere se c’era un telegramma; e infine passò al Caffè Arco, che una volta Milena frequentava, cercando qualcuno che la conoscesse. Non c’era nessuno. Ma il lunedì arrivarono, tutte insieme, quattro lettere — «questa montagna di disperazione, dolore, amore, amore ricambiato».
In una di queste lettere, Milena gli scrisse qualcosa che lo ferì profondamente: «Si, hai ragione, io gli voglio bene. Ma, Franz, anche a te voglio bene». Lesse la frase molto attentamente, parola per parola: «Eppure, per non so quale debolezza, non riesco ad afferrare la frase, la leggo all’infinito e infine la trascrivo qui ancora una volta, affinché anche tu la veda e tutti e due la leggiamo insieme, tempia contro tempia». Lo feriva quell’anche, con cui Milena lo posponeva al marito. Aveva compreso che Milena amava profondamente il marito — con un amore fatto di passività, di soggezione erotica, di complicità e di abiezione. Eppure lo accettava. Kafka chiedeva l’esclusività delle attenzioni coniugali: di queste era gelosissimo, voleva che le cure, le gentilezze, il denaro con cui mantenerla, venissero soltanto da lui.
In quei giorni, Kafka scrisse a Milena una strana e accesa rivendicazione di sé stesso — forse l’unica che abbia mai avanzato. Lui — disse — non era nemmeno un suonatore: era uno dei merciai che, nell’anteguerra, percorrevano i sobborghi di Vienna; o era piuttosto, nell’economia della grande casa di Milena, un topo al quale si può permettere al massimo una volta l’anno di attraversare liberamente il tappeto. «Eppure, se tu volessi venire da me, se dunque — giudicando con metro musicale — volessi abbandonare tutto il mondo per scendere da me, non dovresti scendere, bensì passare in modo sovraumano sopra te stessa, in alto, sopra te stessa, a un punto tale che dovresti forse dilaniarti, precipitare, scomparire». Egli viveva nelle bassure — ma per giungere nel suo grigiore da merciaio o da topo, ci volevano ali.
Continuò per qualche mese a immaginare e a ricevere lettere: non faceva altro che scrivere lettere, leggere lettere, prendere in mano lettere, posarle, riprenderle, posarle e riprenderle ancora. Malgrado tutto, queste lettere — le care, fedeli, allegre lettere portatrici di felicità e salvezza — gli davano gioia. C’era mai stato, nella storia universale, un imperatore che stesse meglio di lui? Entrava nella stanza, ed ecco lì tre lettere: non aveva che da aprirle — come erano lente le dita — e appoggiarsi a loro, senza osare credere alla propria felicità. Poi arrivava un ritratto di Milena: qualcosa di inesauribile— «una lettera per un anno, una lettera per l’eternità» —; che poteva guardare solo col batticuore. Quando la posta non arrivava, viveva col fantasma di Milena. Oppure la sognava.
Sognava ancora di vivere insieme a Milena. Come sarebbe stato bello: domanda e risposta, occhiata e occhiata. Qualunque cosa potessero dire gli altri, lei aveva ragione. Per amor suo, sia pure a denti stretti, era disposto a sopportare tutto: lontananza, ansietà, preoccupazione, mancanza di lettere. Spesso, come a Merano, voleva sciogliersi in lei: posarle il viso nel grembo, sentire la sua mano sul capo, e rimanere così per sempre. Avrebbe voluto smarrire il nome e la figura, ed essere soltanto uno dei suoi oggetti, come l’armadio della sua camera. Da principio, scrivendole, aveva firmato Franz Kafka, poi solo Franz, e poi solo «tuo»: voleva perdere il nome, gettarlo nella sua ombra, dimenticare la propria identità. Infine scrisse: «Franz sbagliato, F sbagliato, tuo sbagliato, non più, silenzio, bosco profondo». Lui, il possesso, l’amore si erano perduti nella tenebra del bosco di Vienna.
Come erano lontani, a distanza di un mese, i quattro giorni passati insieme a Vienna, sebbene fossero stati soltanto brandelli di felicità. Ora c’era solo buio: sopra tutte le cose. E la tortura. Le spade si avvicinavano lentamente al corpo: quando cominciavano a scalfirlo, era talmente spaventoso che subito, col primo grido, tradiva lei, sé, tutto. Milena cercava di consolarlo, proponendogli una futura vita insieme. Non c’era nessuna possibilità: non c’era in nessun caso la possibilità che credevano di avere a Vienna. «Il mondo è pieno di possibilità, ma io non le conosco».
Alla fine di luglio, Milena seppe da Max Brod che Kafka era gravemente malato e decise di vederlo subito. Non lo amava: era troppo angelico e irreale, mentre lei posava i suoi fermi, coraggiosi e fantastici piedi sul terreno colorato della realtà. Ma lo capiva — con quale intelligenza, esattezza, e forza femminile. Da principio, Kafka rifiutò. Sentiva in lei un’angoscia segreta, non sapeva se per lui o contro di lui, un’inquietudine, una fretta improvvisa. Il convegno fu fissato: si sarebbero incontrati a Gmünd, alla frontiera fra Austria e Cecoslovacchia. Poi il progetto fallì: Milena non poteva venire. Come una talpa, Kafka aveva scavato un passaggio dalla sua buia abitazione fino a Gmünd. Ora urtò d’improvviso contro la pietra impenetrabile del «prego — non partire», e fu costretto a ripercorrere all’indietro il cunicolo scavato con tanta fretta.
A Gmünd si incontrarono il 14 e il 15 agosto. La talpa ripercorse ancora una volta con gioia il suo buio cunicolo, scavando la terra, per arrivare alla luce. Vi giunse con una strana sicurezza. Ma non vi trovò alcuna gioia: si parlarono come due estranei, divisi da troppi pensieri. Lui ebbe l’impressione di affondare: dei pesi di piombo lo trascinavano nel mare profondo; oppure era strappato via, senza appigli di nessun genere a cui potesse aggrapparsi.
Tornato a Praga, non faceva che stare seduto, a leggiucchiare: non voleva vedere nessuno; e ascoltava un dolore leggero leggero che gli rodeva la tempia. Riprese a tossire: tutte le sere tossiva ininterrottamente dalle nove e un quarto alle undici, poi si addormentava, ma a mezzanotte nel girarsi da sinistra a destra riprendeva a tossire, fino all’una. Non amava più le lettere di Milena. Cominciò ad averne paura. Quando non arrivavano, era più tranquillo. Non resisteva al dolore: le lettere venivano dal tormento, inguaribile, e procuravano soltanto tormento, inguaribile: L’inquietudine e l’angoscia lo straziavano. «Sì, la tortura è per me importantissima, non mi occupo d’altro che di essere torturato e di torturare».
A Milena aveva scritto che l’angoscia era la sua parte migliore, forse la sua sola cosa amabile, e la sola di cui lei fosse innamorata. Non era soltanto la sua angoscia: ma l’angoscia assoluta, l’angoscia da sempre, e lo costringeva a tacere per sempre. Lo obbligava a ritirarsi dal mondo: egli pensava che così la pressione del mondo sarebbe diminuita: invece, via via che si ritirava e si chiudeva nel suo castello, la pressione del mondo aumentava, e si accresceva l’angoscia. Sentiva la sua mano contro la strozza — «la cosa più orrenda che abbia sperimentato e possa sperimentare».
Scrisse a Milena: «Sporco sono, Milena, infinitamente sporco, perciò faccio tanto chiasso per la purezza. Nessuno canta così puro come coloro che sono nel più profondo inferno: quello che crediamo il canto degli angeli è il loro canto». Non era sporco: ma viveva nell’oscurità, nel sottosuolo, nel mondo animale, tra i topi e le talpe, scriveva di notte; e sognava il cibo celeste.
Era vissuto per qualche tempo alla luce e nella coscienza, come Gregor Samsa aveva vissuto giocando nella sua stanza oscura, mentre la sorella gli portava il cibo. Ora comprese che La metamorfosi aveva prefigurato il destino del suo amore per Milena. Come Gregor, aveva provato il desiderio del «nutrimento sconosciuto» e la brama di rintanarsi di nuovo nella selva, trascinando con sé Milena. «Se potessi portarla con me!» pensava, e anche: «Esiste il buio dov’è lei?». Ma comprese che non era possibile: buio e luce sono incompatibili; lui doveva scrivere nel buio e nell’angoscia della selva, Milena camminare radiosamente nella luce. Così, quasi senza volerlo, decise di ritornare nell’oscurità e nel silenzio dal quale era uscito. Interruppe la corrispondenza: l’unico mezzo per vivere era tacere; e per l’ultima volta, non in sogno, ebbe una visione. Il volto di Milena era nascosto dai capelli, lui riusciva a dividerli a destra e a sinistra, gli appariva il suo viso, le accarezzava la fronte e le tempie e le teneva fra le mani.
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La lettera non fu l’ultima: altre, che si sono perdute, seguirono fino al gennaio 1921, mentre Kafka era in clinica in montagna, a Matliary. Milena non voleva lasciarlo: durante quasi due anni, andò all’ufficio postale di Vienna per vedere se, al fermo posta, c’erano lettere per lei; mentre egli cercava di evitare ad ogni costo la sofferenza. Al principio del gennaio 1921, raccogliendo tutte le forze, chiese l’ultima grazia: non scrivere più, impedire che ci si possa mai più rivedere. Indomabile, insaziabile, Milena gli scrisse un’altra lettera, che doveva essere «l’ultima»; e un’altra nell’aprile. Kafka pregò Max Brod di avvertirlo se Milena fosse a Praga, per evitare di scendervi, e di informarlo se Milena salisse a Matliary, per fuggire in tempo. Ma, alla fine di gennaio, verso il mattino, ebbe un sogno, che lo riempì di felicità. Alla sua sinistra stava seduto un bambino in camiciola: non era certo che fosse figlio suo: ma non gli importava: a destra, Milena; entrambi si stringevano a lui, ed egli raccontava loro la storia del suo portafoglio, che aveva perduto e ritrovato. Non amava altro che avere accanto a sé quei due, nel primo radioso mattino che poi si trasformava nella triste giornata.
Alla fine del settembre 1921, tornato a Praga, seppe che anche Milena era in città, e temette che ricominciassero le notti di insonnia. Pochi giorni dopo, all’inizio di ottobre, le consegnò i suoi Diari : nel doppio desiderio di essere completamente capito da lei e di liberarsi dal proprio passato. Tra ottobre e novembre, si rividero quattro volte: forse, tornarono a discorrere col «lei», che avevano usato ai tempi di Merano. Cosa si dissero? Si parlarono con l’antica passione, l’antica tensione, l’antica sincerità? Erano l’uno il coltello dell’altro? Soffrivano e amavano soffrire? O invece era già disceso, sopra di loro, il velo della passione sconfitta e mitigata?
Quando Milena tornò a Vienna, Kafka annotò nei Diari di essere «infinitamente triste» per la partenza di lei; e che Milena era «un principio, una luce nella tenebra». L’anno dopo, si rividero ancora: nel gennaio, forse Kafka le parlò dell’idea del Castello. Nell’aprile, la sognò ancora una volta. Compresero che esisteva un’ultima possibilità tra di loro: che qualcosa o molto era ancora vivo; ma entrambi costudirono con cura la porta chiusa, «perché non si aprisse o piuttosto perché noi non la aprissimo, dato che da sola non si apriva».
Due mesi prima, alla fine di marzo, Kafka le aveva scritto una lettera singolare, impiegando un Lei pieno di gentilezza, di distanza e di affetto. Gli uomini — diceva — conoscono solo due mezzi per comunicare: se sono distanti, si pensano a vicenda; se sono vicini, si afferrano. «Tutto il resto sorpassa le forze umane... Come sarà mai nata l’idea che gli uomini possano mettersi in contatto tra loro per mezzo di lettere?» In primo luogo, scrivere moltiplica i malintesi. Poi, non è altro che entrare in contatto con i fantasmi: col proprio fantasma, che sta apparentemente seduto alla scrivania: col fantasma del destinatario che attende da noi chissà quali parole, — e con tutti gli altri spettri che popolano il mondo, davanti ai quali ci denudiamo, e che aspettano al varco le lettere portate dai postini. «Baci scritti non arrivano a destinazione, ma vengono bevuti dai fantasmi durante il tragitto». Tutta la sventura della sua esistenza proveniva dalla perversa abitudine di scrivere lettere. Tutta la sua vita amorosa era esistita attraverso le lettere: qualche incontro a Berlino, a Marienbad, a Vienna e poi nient’altro che lettere e lettere: aveva creduto di evitare così il terrore della vicinanza — e, invece, si era perduto per sempre nell’inquietante, onniavvolgente spettralità.
Malgrado i fantasmi, l’amorosa e implacabile Milena continuò a scrivere. Kafka qualche volta rispose; e le raccontò dei suoi fantastici piani di emigrazione in Palestina, del viaggio sul Baltico, dell’emigrazione a Berlino, dove viveva quasi in campagna. Il 23 dicembre 1923, le scrisse l’ultima lettera. Stava male. Anche lì, a Berlino, i vecchi dolori l’avevano scoperto, assalito e abbattuto: ogni cosa gli causava fatica; ogni tratto di penna gli appariva troppo grandioso, sproporzionato alle sue forze. Se scriveva «Cordiali saluti», avevano poi davvero, questi saluti, la forza di arrivare a Vienna, nella rumorosa Lerchenfelderstrasse cittadina, dove lui e le sue cose non avrebbero potuto nemmeno respirare? Ecco, li mandava comunque, i suoi cordiali saluti. Cosa importava se cadessero a terra già al cancello del suo giardino, senza avere la forza di arrivare al Potsdamerplatz e tanto meno a Vienna, come l’ultimo messaggio dell’imperatore non arriverà mai nella casa dell’ultimo suddito, che l’attende seduto alla finestra, e lo sogna quando scende la sera?
Repubblica 1.9.14
Il lungo e misterioso viaggio nel cuore di tenebra di Friedrich Nietzsche
Un saggio di Maurizio Ferraris sugli “spettri” che si sono addensati nel tempo intorno al grande filosofo, dalle prime interpretazioni fino alla mistificazione nazista
di Andrea Bajani
Secondo lo studioso è una leggenda anche l’episodio del cavallo abbracciato essendo in preda alla follia
IL 12 febbraio 1888, in una lettera a Reinhart von Seydlitz, Friedrich Nietzsche scrive: «Sono diventato una specie di caverna — qualcosa di nascosto, che non si riuscirebbe più a trovare, anche se lo si andasse a cercare». Siamo all’inizio di un anno che passerà alla storia per il soggiorno torinese del grande filosofo, soggiorno che a sua volta entrerà piuttosto nel folklore, grazie all’episodio del cavallo abbracciato da un Nietzsche già in preda alla follia. Maurizio Ferraris, che al pensatore di Così parlò Zarathustra dedica ora un libro importante intitolato Spettri di Nietzsche , mette in dubbio la veridicità dell’estasi equina: «Il 3 gennaio 1889 si dice che abbia abbracciato un cavallo frustato dal vetturino, ma ci sono buoni motivi per ritenere che si tratti di una leggenda».
Tuttavia, lungi dall’essere lo smascheramento di storie posticce, il libro di Ferraris è un viaggio nel cuore di tenebra dell’enigma e dello scandalo nietzschiano. Nella lettera a von Seydlitz del febbraio 1888 Nietzsche si dichiara “nascosto”, introvabile per chiunque. Sembra la lettera mai spedita da Kurtz, protagonista del romanzo di Joseph Conrad e altro pazzo, genio, mostro, o stregone venuto alla luce una decina d’anni più tardi. Ferraris lo sa bene e suggerisce un parallelismo che fa di questo libro una specie di fascinosa discesa al centro della terra: «Risaliamo la sua vita come un fiume. Io sono Marlow, il testimone secondario. Lui è Kurtz».
Il fiume al cui fondo sta nascosto Nietzsche/ Kurtz non ha acqua e spazio, ma giorni e tempo. È nella casa torinese in cui venne scritto Ecce homo che Maurizio Ferraris entra annualmente per compilare la dichiarazione dei redditi: «In quella casa c’è lo studio del mio commercialista, e pago le tasse nella stanza di Zarathustra ». Sta lì, come dentro un luogo simbolico, tutto il deposito fantasmatico di travisamenti e appropriazioni indebite che il Novecento ha realizzato e che gravano come un’ipoteca mostruosa sulle opere di uno tra i pensatori più rivoluzionari di sempre.
Ferraris risale come Marlow lungo il fiume che porta a Nietzsche. Se Marlow non può che domandare (“Per favore, mi dica chi è questo Mr. Kurtz”) il filosofo torinese ha a disposizione il gran borbottio della Storia (i documenti, gli spettri, e primo tra questi la nazificazione di Nietzsche) e quella speciale mistificazione che è Ecce homo , “l’autobiografia per se stesso” di Nietzsche. Il viaggio di Ferraris parte dal Po per giungere fino a Röcken, in Sassonia, dove Nietzsche nacque, ed è contrappuntato dai suoi commenti in qualche modo narrativi di “testimone secondario”. Ferraris ripercorre, da par suo, le tappe fondamentali del pensiero e della ricezione nietzschiana, dalla volontà di potenza all’eterno ritorno. Ciò che resta, però, è soprattutto questa discesa fino a incontrare una sorta di Kurtz primigenio in grado, solo, di stare davanti all’abisso o all’orrore: quell’invisibile soglia tra il pensiero più radicale e la follia della reclusione nei manicomi di Basilea e di Jena. Il “prodigio”, dice Marlow di Kurtz, ma le parole di Conrad valgono anche per il Nietzsche estremo di Ferraris: la “canaglia”, il “poveraccio”, la “voce”, l’uomo che “sarebbe stato un magnifico capo per un partito estremista”. Kurtz — e con lui, e prima di lui, Nietzsche — ha attraversato una terra selvaggia, “il mostruoso in piena libertà”. Quella terra ha insegnato loro “cose che non aveva[no] neppure immaginato prima di consultare la grande solitudine”.
IL LIBRO Spettri di Nietzsche di Maurizio Ferraris (Guanda pagg. 266 euro 18)
Corriere 1.9.14
Cercare un limite alla violenza
di Sebastiano Vassalli
L’ estate sta finendo, come diceva una canzone-tormentone degli anni Ottanta, e può essere di qualche utilità riflettere su questa stagione, tra le peggiori della nostra memoria. Aerei dispersi e aerei abbattuti «per sbaglio»; popoli che vengono sterminati e popoli che fuggono; guerre che nascono dall’odio e producono altro odio. Non c’erano mai state, in anni recenti, tanta violenza e tanta disperazione a premere sui confini dell’Europa e sui nostri confini. Sotto un involucro più o meno consistente di civiltà, l’animale uomo è sempre lo stesso. Chi ha scommesso sulla sua bontà, come Jean-Jacques Rousseau, o sulla sua ragionevolezza, come gli utopisti dell’Ottocento, ha sempre perso. La Chiesa dura da duemila anni perché fonda la sua idea dell’uomo sul «peccato originale»: il germe della malvagità nasce con noi, ma possiamo guarirne. Questa impostazione è stata sostanzialmente accettata anche da Freud e dalla cultura laica.
La mia personale speranza sul futuro non riguarda le donne e gli uomini in quanto individui, ma riguarda i popoli in quanto entità collettive. Il rifiuto della violenza deve venire da loro. È già successo in Svizzera durante la guerra dei Trent’anni (1618-48 ): un popolo che le guerre le faceva anche per gli altri, decise di non farne più. E poi, è successo in Europa dopo il 1945 e gli orrori delle due guerre mondiali. Forse nella natura umana c’è un limite al peggio. La speranza è che questa estate terribile ci abbia avvicinati a quel limite anche in altre parti del mondo.
il Fatto 31.8.14
Gianni Massironi
“Io e Antonioni: trent’anni amici, fino alla fine”
di Cristiana Panebianco
Dalla stazione ferroviaria di Attigliano arriviamo a Bomarzo, l’antica Policastrum in piena Tuscia viterbese a un soffio dai confini umbri tra un bosco millenario impenetrabile e il parco dei mostri voluto dal principe Pier Francesco Orsini detto Vicino “sol per sfogare il core”. È qui che inizia la nostra giornata particolare attraversando una strada impervia che all’improvviso regala una panorama struggente. Lo ammiriamo dalla casa di Gianni Massironi, milanese di origine e romano di adozione, la cui fotografia è nella collezione permanente del Moma di New York.
“TUTTO QUI È RIMASTO immobile come millecinquecento anni fa. Quando ci portai Michelangelo Antonioni a vederla mi guardò perplesso: perchè Bomarzo? Non capivo la domanda e solo dopo mi spiegò che il suo terzo documentario l’aveva girato proprio lì, documentario che poi è andato perduto e solo pochi anni fa è stato ritrovato, per caso, in una cineteca del Friuli. ” Profezia di un’amicizia che è durata ben trentuno anni quella tra Massironi, poco più che ventenne e Antonioni.
Ma come si fa a incontrare Antonioni per un giovanissimo e promettente sociologo impegnato – dopo i moti del ’68 – nel sogno di riformare l’università italiana prendendo a modello quella “critica” di Francoforte? È necessario un passo indietro.
“Facevo parte di una Commissione sperimentale insieme a Mauro Rostagno, Marco Boato e Corrado Brigo – racconta Massironi – con i professori Andreatta, Alberoni e Bobbio. In quegli anni situo la mia vera nascita, quella in cui ho sognato la possibilità di realizzare un progetto di Riforma che mettesse al primo posto l’importanza di una università di massa scientificamente qualificata. Un sogno infranto dalle stragi di piazza Fontana e da quelle successive e dalla situazione critica del paese che ha bloccato ogni tentativo di un serio riformismo che incidesse sulle strutture basilari italiane in ogni campo”.
Massironi non si arrende però e l’attrazione per il cinema insieme alla voglia di dare un contributo al cambiamento lo porta a Parigi, nella casa in cui Lenin ha vissuto prima della Rivoluzione d’ottobre. Lì realizza un corto che rappresenta il primo successo della sua vita intitolato The lack: l’assenza della rivoluzione, appunto, che apprezzato da Rossellini lo porterà al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.
Ma torniamo al Maestro. Il primo incontro con Massironi avviene nell’estate del ’76 in un tratto della costa nord della Sardegna: “Quel pomeriggio ci eravamo persi tra le strade sterrate e polverose, non riuscivamo a trovare la strada di casa. All’improvviso e a gran velocità sentiamo arrivare una macchina, mi sono affrettato a bloccarla e, in una nuvola di polvere, si è materializzato proprio lui, Michelangelo Antonioni. Gelidamente ci ha fornito tutte le informazioni per ritrovare il percorso ed è ripartito subito con un balzo, di corsa. Qualche ora più tardi verrà a farci visita la sua assistente per portarci l’invito a cena del Maestro. Quella fu la prima di una serie di numerose e bellissime estati insieme. La qualità più macroscopicamente travolgente di Michelangelo era il suo grande stile. Si dice che lo stile è l’uomo ma Lacan precisa lo stile è l’uomo a cui ci si rivolge. Nulla è più vero nel caso di Antonioni. La ricerca della qualità in tutte le cose. Oggi questa forma di attenzione, di sensibilità e di cura estrema per i particolari non esistono più. Oggi, nella maggior parte dei casi, ci sono dei nani e il confronto è impossibile”.
“Sembrava freddo, era la sua corazza, forse ci giocava un po’ per poi sorprenderti con geniali illuminazioni: ammiravo la sua vitalità, era un perfetto trentenne di settant’anni. Dormiva sempre e solo tre ore per notte. Alle cinque del mattino era già tra i suoi fiori, per innaffiarli. ”
DIFETTI? “L’impazienza, sì. Era un uomo che ‘faceva’ e fu anche ferito da un ‘sistema’ che non voleva capire. Alcuni suoi film furono bloccati anche dopo settimane di lavorazione. Quei rifiuti gli procurarono molta tristezza ma mai scoraggiamento”.
Aveva quasi novantacinque anni quando è morto. Era il 30 luglio del 2007. “Eravamo appena rientrati dalla sua casa di campagna insieme a Stella, la sua fedelissima assistente. Ricordo che si fermò sulla porta e guardandomi disse: basta. La sua vista si era ridotta per una patologia progressiva che pian piano gli aveva tolto ciò che per lui era la cosa più importante: lo sguardo. La capacità di filtrare il mondo e di capirlo prima degli altri, per poterlo raccontare. Smise di mangiare. Beveva solo del tè e ascoltava musica. Ha vissuto così gli ultimi giorni della sua vita scegliendo di morire come desiderava: con stile, a suo modo. Non era un credente, aveva una visione della vita cosmica, non temeva la morte perchè la considerava un fatto naturale, semplice. Diceva sempre: ‘proprio perchè c’è la morte dobbiamo vivere fino all’ultimo minuto’. Per chi fai i film gli chiedevo? Faccio i film per uno spettatore ideale che è me stesso quando sono al massimo: così diceva. Oggi non esiste più questo rigore ma soltanto una rincorsa al peggio eppure c’è un pubblico che vorrebbe e che meriterebbe quel massimo. Una nazione che dimentica e rimuove i suoi uomini migliori non ha futuro. ” Il museo Antonioni a Ferrara attende di essere aperto da circa venti anni. Forse è arrivato il momento di dire un altro “basta. ”
Repubblica 1.9.14
La regista Suha Arraf “La mia storia palestinese che Israele vuole fare sua”
Ho realizzato questa storia con i soldi del Fondo per il cinema a cui avevo diritto di accedere essendo cittadina della Galilea
L’atmosfera per noi arabi è difficile: due mesi fa a Tel Aviv parlavo al telefono in arabo e mi hanno gridato offese
di Maria Pia Fusco
VENEZIA DIFFICILE immaginare in un film palestinese una storia così classica, elegante, intimista come Villa Touma di Suha Arraf, in concorso alla Settimana della Critica. È una storia di tre sorelle palestinesi cristiane, vivono in una villa decadente di Ramallah che conserva i segni di un stile di vita alto e di un passato glorioso (loro e della città che una volta era la “piccola Parigi”) nel quale si sono chiuse, ciascuna con i suoi segreti, restando fuori dalla realtà. Finchè non arriva una nipote orfana, giovane, ribelle, che si innamora di un musulmano. Una vicenda così insolita per il cinema palestinese viene dal passato di Suha Arraf che faceva la giornalista prima di passare al cinema come sceneggiatrice – La sposa siriana e Il giardino dei limoni – per poi esordire nella regia con Villa Touma, un film che ha già sollevato polemiche in Israele. «C’è una ragione per cui ho fatto questo film. I palestinesi che si vedono al cinema sono vittime oppure eroi, non sono persone come tutti, con i loro lati buoni o cattivi. Con Villa Touma voglio raccontare i palestinesi solo come esseri umani».
Perché le autorità israeliane protestano contro il film?
«Mi avevano chiesto che il film rappresentasse Israele, perché è finanziato con il fondo del cinema israeliano. Ho rifiutato. E voglio spiegar bene perchè. Oggi i palestinesi vivono nelle West Bank, a Gaza, nei campi; io sono una palestinese nata in Galilea, mio nonno era lì nel ’48; oggi vivo all’interno di Israele e molti nel mondo non sanno che siamo un milioni e mezzo – gli israeliani ci definiscono arabo-israeliani – che abbiamo il passaporto e la cittadinanza israeliana, concessa dopo il 1967, che paghiamo le tasse come tutti...».
E cosa c’entra con il film?
«Avevo il diritto di accedere al Fondo per il cinema. Il progetto è stato approvato, ho avuto il finanziamento, pochi soldi, è un budget molto ridotto. Io sono palestinese, la storia è palestinese, lo sono gli interpreti, perché dovrei dire che il film è israeliano? La legge internazionale per altro dice che un’opera appartiene all’autore non al fondo finanziario ».
Quando è iniziato il dissidio con le autorità?
«Quando il film è stato selezionato per Venezia. Le immagini che vengono da Gaza sono così terribili, hanno pensato che rappresentare Israele con un film come questo fosse una buona propaganda, un segno di democrazia. Ma quale? Due mesi fa a Tel Aviv parlavo al telefono in arabo e mi hanno gridato “sporca araba vattene da qui”. Ero su un treno e qualcuno ha gridato che non dovremmo viaggiare negli stessi vagoni. È un’atmosfera terribile, ci sono manifestazioni al grido di “Morte agli arabi”. Io sono stata accusata di aver rubato i soldi del governo».
Che succederà al ritorno?
«Intanto andrò a Toronto e in altri festival, e al ritorno continuerò la mia lotta per sostenere il mio diritto a quel finanziamento, anzi presenterò un altro progetto anche se sarò nella lista nera».
Repubblica 1.9.14
Rifkin “Una Super Internet ci salverà”
L’eclissi del modello capitalista secondo l’economista Usa
di Riccardo Luna
Non usciremo dalla crisi con lo stesso tipo di sviluppo che conosciamo
“Occorre passare dal cinismo, che porta alla disperazione, alla speranza, che fa ripartire tutto”
“Le condizioni per il nuovo paradigma sociale sono pronte, serve collegarle e avviare il cambiamento”
«CARI italiani, non c’è paese al mondo dove abbia trascorso più tempo in questi anni e quindi vi parlo col cuore. So bene in quale crisi economica vi troviate da tempo. Ora anche la recessione. Sembra che non ci siano soluzioni, molti lo pensano, e invece è un errore. È la scusa di non vuole cambiare niente. La tecnologia sta davvero creando un futuro migliore, una società più giusta dove la creatività e l’operosità saranno premiate. Nuovi posti di lavoro. Ma adesso, prima di ogni altra cosa, vi serve un elettrochoc. Una svolta psicologica.
Dovete passare dal cinismo — che conduce alla disperazione — alla speranza — che fa muovere le cose in fretta e fa ripartire l’economia. Quella speranza si chiama Terza Rivoluzione Industriale e lo strumento per farla è la creazione di una Super Internet, una rete intelligente che consenta lo scambio non solo di informazioni, ma anche di oggetti, grazie alle stampanti 3D, e soprattutto di energia rinnovabile che tutti ormai possono produrre autonomamente. Le tre condizioni fondamentali per questo nuovo paradigma sociale sono già pronte, si tratta solo di collegarle e innescare il cambiamento. Credetemi, nessun paese al mondo è più indicato dell’Italia a prosperare in questa nuova era».
Meno male che c’è Jeremy Rifkin, 69 anni, che ogni tanto arriva da Washington, dove vive, con un nuovo clamoroso libro ad annunciarci la lieta novella. La società a costo marginale zero. L'internet delle cose, l'ascesa del « commons » collaborativo e l'eclissi del capitalismo esce oggi in Italia per Mondadori ma è già stato un successo planetario: best seller negli Stati Uniti e in Europa per molte settimane, solo in Cina ha venduto oltre 400 mila copie. Ma più dei numeri conta chi lo ha letto: capi di Stato e di governo, leader in cerca di una ricetta per uscire dal tunnel della crisi. Accogliendolo a Venezia per una conferenza all’inizio di luglio, il presidente del consiglio Matteo Renzi lo ha omaggiato così: «Una generazione di italiani è cresciuta con i suoi libri e con le sue idee». Rifkin ha risposto da seduttore: «Spero che vi serva di ispirazione... ». L’ultimo politico ad essersi innamorato delle teorie dell’economista americano è Sigmar Gabriel, ministro per gli affari economici e l’energia nel governo tedesco che si è profuso in lodi sperticate per il «grande scenario», «l’approccio visionario» e la capacità di sfidare «l’umore collettivo dominato dall’ansia per il futuro e dal pessimismo ». Detto dal vice cancelliere di Angela Merkel, è molto più di una semplice recensione.
L’economista americano a questo clamore è abituato e anzi è un maestro nel creare un cortocircuito virtuoso fra conferenze, consulenze e progetti, i famosi masterplan con i quali il suo team — il TIR Consulting Group — spiega agli amministratori pubblici come mettere in pratica la visione del guru: creare una Super Internet delle Cose in modo da far spazio ad una società “collaborativa” e superare il capitalismo.
Accanto alle collaborazioni con Unione Europea, Germania, Danimarca e Cina, masterplan sono stati redatti per il principato di Monaco, Utrecht, Sant’Antonio, la Francia del Nord (Calais) e persino per la città di Roma, anche se quest’ultimo è finito in un cestino: «Peccato, era un piano dannatamente bello. Me lo aveva chiesto il sindaco Alemanno, spero che qualcuno lo riprenda in mano». Sono trascorsi 40 anni dal suo primo libro: How to Commit Revolution American Style . Era il 1973, lei aveva convinto migliaia di persone a bloccare il porto di Boston contro le compagnie petrolifere. Sono seguiti ventidue libri, e ogni volta c’era un futuro a portata di mano: non la fa un po’ troppo facile?
«Non ho rimpianti per quello che ho previsto. La vita è un percorso di apprendimento continuo e si impara più dai fallimenti che dai successi, ma credo di averci azzeccato spesso: la crisi dei combustili fossili non me la sono inventata, e nemmeno lo sguardo critico sul biotech e gli Ogm. Quando poi ho scritto che con la robotizzazione un certo tipo di lavoro sarebbe scomparso, un celebre settimanale in copertina scrisse vedremo se ha ragione.
Qualche anno dopo ha fatto un’altra copertina per dire aveva ragione. Eppure non sono un indovino».
Non è neanche fortuna, immagino.
«No, sono mindful. Sono attento ai particolari. Vedo le cose ovvie che altri sottovalutano. Vedo le opportunità. L’Internet delle Cose, per esempio, mica l’ho inventato io. Se ne parla da anni, ma nessuno aveva detto quali effetti comporterà per le nostre vite. Per esempio il fatto che da lì verranno i nuovi posti di lavoro che state cercando ».
Ma non c’è un eccesso di ottimismo nelle sue visioni?
«Non credo. Basta essere determinati. E comunque ci saranno rallentamenti, passi falsi, problemi. Ma davvero qualcuno crede che possiamo restare gli stessi nei prossimi 50 anni? Che usciremo dalla crisi con le stesso modello economico con il quale ci siamo entrati? Che il petrolio e i combustibili fossili continueranno ad essere il motore del mondo? Le riforme di cui parlate in Italia e in Europa sono necessarie, ma non sufficienti a farvi ripartire. Serve una nuova visione del mondo che metta assieme i tre cambiamenti in corso. È sempre stato così del resto. Nella prima rivoluzione industriale furono decisivi il motore a vapore, il telegrafo e la ferrovia; nella seconda l’elettricità, il telefono e il petrolio. Anche adesso si sta verificando la convergenza di tre elementi: la comunicazione, l’energia rinnovabile e i trasporti guidati dai satelliti. Ma per entrare davvero nell’economia digitale, serve una infrastruttura potente, una Super Internet». Sembra un libro dei sogni. Realizzabili, forse, ma lontani no?
«La Germania si sta muovendo molto aggressivamente in questa direzione: il 27 per cento della sua produzione di energia viene dalle rinnovabili. E in Cina si sono impegnati a spendere 82 miliardi di dollari in 4 anni per creare una Super Internet dell’energia. Milioni di cinesi produrranno la propria energia rinnovabile col sole o col vento e se la scambieranno come oggi ci scambiamo una email». Curioso che proprio in America lei oggi sia meno ascoltato da chi decide.
«È una terribile ironia. Ma se uno va negli Stati Uniti oggi può sentire l’odore del vecchio mondo. Sembrano un paese stanco, che non ha più voglia di rischiare, terrorizzato di spendere soldi pubblici. Si sono innamorati dell’idea di estrarre energia fracassando le rocce, lo shale gas, invece che dalle fonti rinnovabili. Ma così facendo fra dieci anni diventeranno un paese di seconda fascia».
Veniamo all’Italia: la sua rivoluzione costa e con il debito pubblico che abbiamo chi dovrebbe pagare la Super Internet?
«Costa meno soldi di quel che immaginate. Molte cose già esistono, basta collegarle. E poi dire che non ci sono soldi per investimenti è una scusa. Ce ne sono tanti fra fondi europei, regionali, capitali privati. Basta indirizzarli in una visione. Fatelo e in 24 mesi vedrete i primi risultati».
IL LIBRO La società a costo marginale zero di Rifkin (Mondadori, pagg. 504, euro 22)
il Fatto 31.8.14
Attenzione, torturatori si diventa
di Marina Valcarenghi
Qual è la molla psicologica che rende possibile diventare un torturatore? Ho avuto in cura nel corso del tempo vittime e carnefici, qualche volta riuniti nella stessa persona e il primo denominatore comune che ho osservato nei carnefici è il possesso totale di un essere umano: il torturatore non gioca mai ad armi pari ma approfitta del potere che ha sul corpo e sulla psiche di un altro. Senza potere non c’è tortura e dunque esiste un’interdipendenza necessaria fra le due situazioni. Ma c’è un secondo collegamento: il desiderio del potere per tormentare nasconde una debolezza: si vuole annientare sadicamente quando l’oggetto dell’odio sembra essere altrimenti soverchiante e si rende allora necessario dimostrare, prima di tutto a se stessi, che se ne può fare tutto quello che si vuole. La fantasia inconscia è quella di azzerare la propria impotenza attraverso il potere sull’altro. Tre mi sembrano le possibili origini di questo desiderio.
1. La reazione alla violenza subìta e allo sradicamento culturale. Si vuole quello stesso potere come un diritto alla ritorsione, che alimenta la fantasia arcaica di reintegrare l’identità – personale o collettiva – umiliata dalla tortura.
2. L’addestramento mentale ed emotivo alla legittimazione e all’esercizio di quel potere in nome di qualche cosa che unisce in un progetto: una religione, un’ideologia, una setta, la superiorità razziale e così via.
3. Il blocco della personalità nella fase del sadismo infantile. La tortura su esseri viventi, per lo più piccoli animali, è connesso in questo caso alla intrinseca debolezza e impotenza della condizione infantile. Se non si costruiscono nel tempo una struttura dell’Io e un codice morale adeguati, lo sviluppo psichico può bloccarsi in quella fase e il comportamento sadico tende a cristallizzarsi come compensazione di una debolezza irrisolta e quindi di un perdurante e compensatorio problema di potere. In tutti e tre i casi siamo di fronte a gravi psicopatologie personali o collettive.
Corriere 1.9.14
La guerra di Bigelow regista da Oscar
di Maurizio Porro
Al più radicato razzismo culturale fa parte la convinzione che certi generi di film siano maschili e altri femminili: chi ha detto che una donna non può dirigere un bel film di guerra?
Nessuno. Infatti nel 2008 The hurt locker , di Kathryn Bigelow, clamoroso flop ai botteghini, non solo italiani, fu un fulminante reportage su un sergente americano che a Bagdad deve disinnescare gli ordigni non esplosi, come nei Recuperanti di Olmi, affrontando i rischi di pericolo della vita sua e degli altri, specie di un sergente che deve guardargli le spalle: il ritorno a casa lo riporta tra altre paure nella società pacifica e omologata dei supermercati. Purtroppo esiste anche la astinenza dal furore della guerra che diventa una specie di droga e di assuefazione, come sapeva Kirk Douglas nei suoi Orizzonti di gloria .
Hurt Locker significa alla lettera la cassetta del dolore, ed è uno slang militaresco per indicare qualcosa di molto pericoloso. La Bigelow lavora col compagno Mark Boal, giornalista «embedded», cioè del tutto complice e partecipe, nella guerra del Golfo, che aveva scritto Nella valle di Elah con Tommy Lee Jones e con cui poi scriverà l’allucinante Zero Dark Thirty .
La regista controlla l’adrenalina tipica dell’azione di questi film, scompone il racconto come in episodi, cercando l’essenziale e quasi l’astratto pur su un panorama di desolazione morale e materiale. Nonostante questo furono Oscar — quattro — e così la Bigelow batté l’ex marito, il James Cameron di Avatar : film, regìa (il primo vinto da una donna), montaggio e montaggio sonoro, qualità classiche del racconto a orologeria di guerra.
Nel cast ci sono anche nomi noti come Ralph Fiennes e Guy Pearce, Jeremy Renner e David Morse ma la partita si gioca tutta nello sguardo dell’autrice che non esprime verità assolute o etiche sulle battaglie, non induce nella tentazione di fare la morale, se mai soggiace a un certo fascino dell’eroismo comandato, raccontando la «normalità» di un soldato americano spedito a Bagdad laggiù nel 2004. Alcune volte si pensa a qualche debito di riconoscenza verso il nostro neorealismo (l’episodio del simpatico ragazzino iracheno che si sa farà una pessima fine) ma è quando il racconto si fa più patetico.
Repubblica 1.9.14
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