lunedì 26 febbraio 2007

Repubblica 25.2.07
Verso un riformismo ben temperato
di Eugenio Scalfari


Dicono: non guardiamo a ieri, ma guardiamo a domani. E magari anche a dopodomani. D´accordo, pensiamo al futuro, alla fiducia che Prodi chiederà al Senato nei primi giorni della settimana, alle possibilità che riesca ad ottenerla e a quello che può accadere nei giorni e nei mesi successivi. Ma anche alla «dannata» ipotesi che la fiducia non sia raggiunta: in fondo basta una febbrata ad uno o due senatori del centrosinistra per mandare tutto a carte quarantotto. O viceversa.
Ebbene: sulla carta i numeri ci sono. I voti in favore del governo dovrebbero essere 158 contando i due senatori del dissenso che hanno accolto il richiamo all´ordine, il voto (sicuro al 99 per cento) di Follini e quello dell´italo-argentino Pallaro che nell´infausta giornata del 21 si schierò al centrodestra ma ora ci avrebbe ripensato (diamolo al 51 per cento). Dovrebbero essere quattro i senatori a vita presenti e votanti "sì". Forse Andreotti e Pininfarina non saranno in aula e la loro assenza abbasserebbe il quorum in favore del governo (diamo questa ipotesi al 50 per cento). Insomma, per il rotto della cuffia questa volta il governo dovrebbe farcela. Ma dopo? Si può governare in perenne bilico? Questo è il problema.
In teoria si può governare anche con un solo voto di maggioranza, ma ci vuole una cultura istituzionale che da noi non c´è. A Westminster è prassi che nel caso di maggioranze risicatissime l´opposizione faccia assentare un paio dei suoi membri per render possibile al governo di portare avanti la sua politica. Ma questo per l´attività legislativa corrente, non certo per le mozioni di sfiducia.
Comunque è evidente che le intemperanze dei dissenzienti di sinistra spingeranno il governo ad allargare la maggioranza verso il centro per la semplice ragione che a sinistra di Rossi e di Turigliatto non ci sono altri soggetti parlamentari, almeno per ora. L´ingresso di Follini e le motivazioni che lui stesso ne ha dato sono eloquenti da questo punto di vista. Non credo tuttavia che questo spostamento cambi la sostanza politica della maggioranza e del governo. Chi voleva spostarla erano i comunisti di Diliberto e quelli di Rifondazione. La svolta programmatica del 22 febbraio (i dodici punti di Prodi "obbliganti" per tutti i partiti della coalizione) ha rintuzzato lo strappo a sinistra ed ha riportato il baricentro laddove dev´essere, se non altro per ragioni numeriche, cioè sull´Ulivo.
Politicamente questo è accaduto e l´Ulivo, che dovrebbe dar vita al più presto al partito democratico, è una forza politica riformista. La sinistra radicale rappresenta, Verdi compresi, meno del 9 per cento dell´elettorato contro il 30 dell´Ulivo. Il baricentro è dunque quello e nessuno può disconoscerlo all´interno dell´Unione. Ma è anche chiaro e noto a tutti che Prodi, Fassino, D´Alema, Rutelli e Franceschini sono riformisti e non moderati. Tantomeno rivoluzionari, ammesso ma non concesso che altri lo siano.

La sinistra radicale rappresenta un riformismo più spinto. Può contribuire alla volontà comune, alle scelte comuni, ma non può pretendere di dettarle senza mettere in crisi l´alleanza. La crisi del 21 febbraio ha avuto almeno il pregio propedeutico di rendere evidente questa realtà, del resto ben nota. Un mese fa scrissi un articolo dal titolo «Se Prodi cade la sinistra non c´è più». Non era una profezia ma una semplicissima constatazione di fatto.
Dunque il governo, se otterrà la fiducia, non potrà che continuare e anzi rendere più incisive le scelte e le iniziative già intraprese. Per modernizzare lo Stato e la società, per far crescere l´economia reale, per aumentare il livello di giustizia sociale e soprattutto per proseguire in una politica estera di timbro europeo distinguendosi – come già sta facendo – dalla politica berlusconiana ma restando nel quadro dell´alleanza storica con gli Stati Uniti. Discontinuità nella continuità: non è un ossimoro bensì la carta d´identità del riformismo democratico.
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Dunque tutto come se la crisi del 21 febbraio non ci fosse stata? Cancelliamo quella data dal calendario e si ricomincia sulla linea dello "Heri dicebamus"?
Non credo che sia possibile e per capirlo bisogna tornare al recente passato per meglio intravedere le ipotesi di lavoro che riguardano il futuro.
Io non credo ai complotti e nemmeno ai colpi di sole. Stando ai patiti del retroscena, nel voto contrario di Cossiga e nell´astensione di Andreotti e di Pininfarina ci sarebbe la zampa dell´America, del Vaticano, e della Confindustria; ma detta così è una rozza semplificazione che non sta in piedi.
Pininfarina (non è un pettegolezzo ma un dato di realtà) è una persona molto ammalata. Il suo "rapimento" nell´aula di Palazzo Madama è un episodio abbastanza ignobile dietro al quale non c´è nessun complotto politico ma una squallida "appropriazione indebita".
Cossiga si identifica da sempre con i servizi di sicurezza italiani e occidentali, nel bene e nel male. Non è arbitrario pensare che James Bond sia il suo punto di riferimento. Non a caso fu uno dei responsabili di "Gladio" e di organizzazioni para-militari fondate dalla Nato durante la fase calda della guerra fredda. Il senatore Di Gregorio è la sua controfigura ad infimo livello, ma anche nel caso di Cossiga non c´è complotto alle spalle. Nessuno gli è andato a suggerire come votare. Lui lo sapeva da sé.
Analogo discorso vale a maggior ragione per Andreotti. Esaminando il suo voto su 24 Ore del 22 febbraio, Orazio Carabini ha citato la frase pronunciata da Paolo Sarpi dopo esser stato pugnalato dai sicari dell´Inquisizione: «Agnosco stylum Romanae Ecclesiae». Tradotto e attualizzato, il voto di Andreotti sarebbe dunque la pugnalata inferta a Prodi dal cardinal Ruini per interposto senatore a vita. Ebbene, conosco abbastanza il personaggio Andreotti per dire che questa ipotesi non ha senso.
Però un senso ce l´ha. Andreotti era ben consapevole che il cattolico adulto Romano Prodi, la cattolica adulta Rosy Bindi, i sessanta cattolici adulti della Margherita rappresentano una realtà indigeribile per l´episcopato italiano. Da cattolico adulto (anzi vegliardo) anche lui, Andreotti ha giudicato che quella astensione negativa fosse la scelta giusta per indebolire la pericolosità e limitare la rivendicazione di autonomia dei cattolici adulti e antitetici a lui. Il suo voto ha dato una mano a Ruini e a Fisichella anche se nessuno di loro glielo ha chiesto. Andreotti decide da solo. Ora che ha ottenuto il risultato è possibile che si astenga non in aula ma fuori: dopo il bastone la carota.
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E i colpi di sole? La "incontinenza" (diciamo così) di Turigliatto e di Rossi?
Due stagionati professionisti della politica non prendono l´insolazione perché si espongono al sole senza cappello. Alle loro spalle c´è una lunga storia e qualche equivoco culturale e politico che risale a tutto il gruppo dirigente di Rifondazione e dei Comunisti italiani: l´equivoco di poter cavalcare i cosiddetti movimenti, sia quelli ideologici sia quelli territoriali, e di esserne i rappresentanti nelle istituzioni e addirittura nel governo. Per questa ragione Rossi e Turigliatto, ma anche i Caruso e i cinque o sei radical-rock, hanno avuto il loro seggio in Parlamento: rappresentavano la prova vivente della contiguità dei partiti di estrema sinistra con i movimenti. E sempre per questo motivo sia Giordano sia Diliberto sono andati a Vicenza e ne sono tornati con euforica gloria.
Purtroppo per loro i movimenti ideologici non si sentono affatto rappresentati dai loro partiti nelle istituzioni per la semplice ragione che delle istituzioni se ne infischiano totalmente. Quanto ai movimenti territoriali, a Vicenza erano ben contenti di avere in corteo due segretari di partiti nazionali perché, come dice Chiambretti, in tivù tutto fa brodo; ma la caduta del governo Prodi non è affatto piaciuta alla grande maggioranza dei vicentini di centrosinistra, tant´è che un buon numero dei messaggi arrivati ai siti Internet della sinistra radicale con proteste feroci contro chi aveva provocato la crisi è venuta da Vicenza.
Capisco che questo comportamento lede il principio di non contraddizione, ma le folle quando vanno in piazza non si pongono questioni di logica filosofica; agiscono, mandano in scena un happening e poi magari protestano contro gli effetti collaterali che hanno prodotto.
Così va la vita, Giordano, Diliberto e anche Bertinotti dovrebbero conoscerle queste cose di politica elementare. Stare sul trapezio richiede un grandissimo senso di equilibrio; basta caricare troppo su una qualsiasi parte del corpo per cascare di sotto ed è esattamente ciò che è accaduto. Solo che di sotto ci siamo cascati tutti perché agganciati a quel trapezio c´erano i famosi interessi del paese.
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Il presidente della Repubblica ha fatto ieri mattina in poche righe una lucidissima lezione di saggezza costituzionale agli italiani, dopo aver rinviato Prodi alle Camere per una verifica del rapporto fiduciario. Ha spiegato perché non poteva sciogliere le Camere e perché non poteva, senza prima aver compiuto quella verifica, dare l´avvio ad un governo istituzionale.
Non c´è che inchinarsi a quella saggezza e constatare ancora una volta che la presidenza della Repubblica resta di gran lunga il luogo dove gli italiani trovano il loro presidio e la loro più alta e unitaria rappresentanza. Così fu con Einaudi, con Saragat, con Pertini, con Scalfaro, con Ciampi ed ora con Giorgio Napolitano.
Bisogna continuare nell´attuale politica estera – ha detto il capo dello Stato – proseguire nella politica di rilancio economico e sociale, riformare una legge elettorale obbrobriosa, stilata apposta dal centrodestra per rendere ingovernabile il Senato.
Questo è il mandato che Napolitano ha assegnato al governo e che Prodi aveva del resto già fatto proprio in anticipo salvo il tema della legge elettorale di cui nessuno si nasconde l´urgenza ma che non può essere affrontato senza la collaborazione di almeno una parte dell´opposizione.
Nel frattempo sarebbe molto utile modificare alcune storture esistenti nel regolamento del Senato e che potrebbero essere rapidamente cancellate a cominciare dall´astensione che – chissà perché – a Palazzo Madama equivale a un voto negativo mentre a Montecitorio vale per quello che è, cioè né «sì» né «no» (Andrea Manzella ha ieri segnalato in un suo articolo sul nostro giornale questo ed altri gravi difetti regolamentari che dovrebbero essere aboliti con urgenza).
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La new entry di Marco Follini nelle file del centrosinistra ha un´importanza che va al di là del voto in più acquistato al Senato. Se Prodi otterrà la fiducia e se nelle prossime settimane il governo procederà speditamente sulle linee indicate nei dodici punti prioritari accettati dalla coalizione, l´esempio dell´ex segretario dell´Udc potrà calamitare altri parlamentari di vocazione centrista e di sentimenti etico-politici incompatibili con il berlusconismo.
Lo ripeto: questa auspicabile confluenza non sposta il baricentro politico dell´Unione ma serve a rafforzarne la maggioranza riformista senza con ciò escludere contributi della minoranza più radicale. Questa è la natura e la struttura dell´Unione e altro non può essere. Quando pendesse troppo alla sua sinistra o troppo alla sua destra, si sfascerebbe come è accaduto il 21 febbraio e con lei si sfascerebbero in un immenso polverone tutti i partiti e i partitini che la compongono.
Ricordiamo le parole di Napolitano: questa è l´ultima prova concessa. Se la si supera non si è ancora vinto, ma se non la si supera si è perso per altri vent´anni.

l’Unità 26.2.07
Intervista a Liberazione: la crisi della politica dilata l’importanza dei governanti. Attenzione al populismo dolce e all’antipolitica che c’è anche tra noi
Bertinotti: è importante governare. Ma la sinistra radicale non perda la sua bussola


«Io non sottovaluto affatto l’esperienza di governo. Quella che è in corso in Italia e in altri paesi occidentali. Però credo che non possiamo appendere la politica a questo, appendere l’utopia concreta all’esperienza di governo». Fausto Bertinotti, presidente della Camera e leader di Rifondazione comunista, manda messaggi alla sinistra e, forse, anche a Prodi. Lo fa in una lunghissima intervista che esce oggi su Liberazione, in cui affronta una riflessione molto impegnata su cultura e organizzazione della sinistra radicale, sul suo rapporto con i movimenti, e in cui analizza anche i cosiddetti poteri forti, che, dice, non vanno demonizzati, ma analizzati e combattuti. Per Prodi non ci sono parole dirette, ma un’indicazione che non è del tutto tranquillizzante. Ossia la sinistra radicale non può esaurire la sua funzione nel governo. «La partecipazione al governo è una esperienza molto importante: ma se diventa la bussola - spiega Bertinotti - se diventa il prisma di rifrazione attraverso il quale si guarda la realtà, la si definisce e si fissano le proprie analisi, allora non si capisce più niente, si perde l’orientamento».
Secondo Bertinotti «l’enorme importanza che assumono i governi rispetto all’opinione pubblica è data dalla debolezza della politica. L’Europa vive oggi una crisi della politica. E dentro questa crisi c’è una crisi della politica della sinistra». In questo scenario, rilancia Bertinotti, «il governo a questo punto non assume più la sua importanza in quanto produttore di opere e non si giudica più per le opere che compie, ma ingigantisce la propria immagine e il proprio peso per deficit degli altri soggetti della politica. Li surroga, perchè è rimasto solo di fronte al popolo. Se noi accettiamo questo stato di cose accettiamo la vittoria dell’antipolitica». Secondo Bertinotti il rischio dell’antipolitica non è una caratteristica della destra, ma riguarda anche la sinistra. Per esempio nel berlusconismo? gli domanda il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti. «Certo, è un esempio evidente. Ma vedo l’antipolitica farsi largo anche nel centrosinistra. Per essere diplomatici non parliamo dell’Italia. Guardiamo alla Francia: nella campagna elettorale di Segolene Royale c’è molta antipolitica, c’è un populismo dolce. Segolene Royale ha preso le domande dell’antipolitica e le ha fatte sue. L’antipolitica avanza anche perché contiene alcuni elementi di critica alla politica che sono assolutamente fondati, moderni, e sono in ragione della crisi dela politica. Questa condizione genera crisi progressiva della politica».
La politica debole è vittima dei poteri forti? Se ne è parlato a proposito della sconfitta in Senato dell’Unione (Pininfarina e Andreotti in rappresentanza di Confindustria e Vaticano), ma per Bertinotti i «poteri forti» sono «forze» e non, semplicemente, «complotti»: solo con questa consapevolezza si possono neutralizzare. «Bisogna analizzare i poteri forti - aggiunge - analizzarli scientificamente nella loro forza». «Sono forze che contano sulla cultura. Io non lo vedo il rappresentante del potere forte che alza il telefono e ordina. No, ha arato il terreno della politica e a un certo punto raccoglie i frutti, gli effetti. Bisogna allora capire dove sta la loro forza». «Non è solo che hanno il potere - rilancia Bertinotti - hanno il potere e tendono a costruire processi egemonici. Sono costruttori di opinione pubblica, lavorano sul consenso. Il problema è quello di individuare il loro punto di forza e contrapporsi in campo aperto». Il problema, conclude Bertinotti, è «proporre un punto di vista più alto».

l’Unità 26.2.07
Quel milanese di Caravaggio
di Maurizio Calvesi


LA SCOPERTA Svelate e in via definitiva le circostanze della nascita del grande artista. Non nacque nel villaggio da cui prese il nome ma nel capoluogo lombardo. Un giallo finalmente risolto che ha appassionato a lungo gli studiosi

Il Sole 24 ore del 25 febbraio ha annunciato con grande evidenza il ritrovamento di un documento attestante il luogo e la nascita di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Si tratta della registrazione del suo battesimo, avvenuto il 30 settembre 1571 nella parrocchia milanese di Santo Stefano in Brolo. Dunque il Caravaggio nacque il 29 settembre di quell’anno. E non nacque a Caravaggio, bensì a Milano. Questo fondamentale ritrovamento è avvenuto a opera non già di uno storico dell’arte o di un archivista, ma di un ex manager in pensione, Vittorio Pirani, appassionato della materia.
Ma dov’è la novità? Nel mio libro del 1990 sul Caravaggo si leggeva già che il pittore nacque il 29 settembre del 1573 a Milano, e non a Caravaggio: ero giunto a queste conclusioni attraverso una serie di deduzioni logiche. Ma una cosa sono le deduzioni logiche e un’altra documenti. Contro la mia ipotesi, benché dotata di solide basi, si sollevarono indignati gli studiosi caravaggini, soprattutto contro l’affermazione, considerata blasfema, che toglieva alla loro cittadina la gloria di aver dato i natali a uno dei più grandi pittori di ogni tempo, forse il più grande.
E così mi ricoprirono di insulti. Erano, è vero, degli studiosi dilettanti, ma anche non pochi storici dell’arte invocarono contro la nuova ipotesi una serie di obiezioni, basate sul fatto che il Merisi, in ogni citazione documentaria o delle fonti, è sempre detto «da Caravaggio»: «oppido vulgo de Caravaggio in Longobardis natus», lo dice inoltre, a chiare lettere, un documento maltese, e bisognava quindi arrendersi all’evidenza.
Non per questo cessai di far presente che i genitori del pittore, al servizio dei marchesi di Caravaggio, abitavano non a Caravaggo ma a Milano, ragion per cui, fino a prova contraria si doveva pensare che il piccolo Michelangelo avesse visto la luce nella grande città. I «Merisi da Caravaggio» erano detti così perché effettivamente originari di Caravaggio e per distinguerli da altri Merisi, nome alquanto diffuso. Il «da Caravaggio» faceva insomma parte del cognome dell’illustre membro della famiglia. Che a Malta qualcuno lo avesse detto nativo di Caravaggio significava soltanto che era stato tratto in inganno dal cognome.
Ora il documento ha finalmente attestato tutto questo: il che poco aggiunge di sostanziale, se non che il pittore aveva respirato fin dalla nascita l’atmosfera di un grande centro. Ma per gli appassionati di Caravaggio, che sono numero ormai infinito, in tutto il mondo, la notizia è appunto «una bomba», come la definisce Il Sole 24 ore.
Quanto al giorno e al mese della nascita, neanche qui il documento produce effetti di gran rilievo, ma si sa quanta importanza si dia, nelle biografie dei grandi, non solo al luogo, ma anche alla data precisa della loro venuta alla luce. Tanto più che secondo la mia ipotesi, fondata sulla revisione di un vecchio epitaffio del Milesi che indicava nel 29 settembre 1573 il fausto giorno, la data interveniva anche a spiegare il nome del pittore: Michelangelo. Non un omaggio dei presaghi genitori al Buonarroti, bensì a San Michele Arcangelo, la cui festa ricorre appunto il 29 settembre.
Qui, con la data di nascita, entriamo in un campo pù delicato e gravido di conseguenze. Il fatto che al pittore fosse stato dato il nome di un Santo depone intanto sulla religiosità della famiglia, e dell’ambiente in cui egli si formò. Ma soprattutto, l’ormai accertata età del pittore al momento del suo arrivo a Roma, intorno al 1592, nonché al momento in cui ricevette la celebre commissione per le storie di San Matteo in San Luigi de’ Francesi (1599, ovvero a ventotto anni) contribuisce a sfatare definitivamente le leggende fiorite intorno alla sua presunta, strabiliante precocità. Quando si dava fede, per la data delle storie di San Matteo, all’indicazione dell’anno 1590 iscritta nel pavimento della cappella, e si credeva che il Caravaggio fosse nato nel 1573, ci si trovava di fronte alla stupefacente nuova di un pittore incaricato a diciassette anni di una delle commissioni pittoriche più importanti nella città di Roma. Il che concorreva a rinforzare la leggenda del «pittore maledetto», ovvero del Rimbaud della pittura, precocissimo, ateo, sprezzante di ogni vincolo e perché no anche omosessuale; per di più violento e assassino.
Il ritrovamento del documento milanese ha dato l’ultimo colpo a questa aberrante costruzione le cui fondamenta erano state poste dal primo biografo del pittore che però, vedi caso, era un suo acerrimo nemico: Giovanni Baglione. Nostri studi hanno mostrato che in realtà il Caravaggio, pittore drammaticamente religioso, era interprete dell’ala pauperista della Controriforma, quella di San Filippo Neri, e dei Borromeo: interprete di un pensiero milanese, in altre parole, come da un milanese ci si poteva aspettare. Le opposizioni tenaci che egli incontrò in vita erano opposizioni, si direbbe oggi, di segno «politico», giacché all’ala pauperista, che predicava l’assistenza ai poveri considerandoli immagine del Cristo, si contrapponeva in curia un pensiero radicalmente opposto e maggioritario, che, più o meno, giudicava i poveri colpevoli della loro povertà e ambiva a quello sfarzo e ostentazione di ricchezza che ebbe poi il sopvravveno con la corrente del barocco, decisamente vincente su quella del realismo di derivazione caravaggesca.
Ma anche il realismo carvaggesco, dopo la morte del pittore, fu svuotato dei suoi significati più profondi e ridotto più o meno al pittoresco. In questo contesto, protettori a Roma del Caravaggio, oltre ai Colonna, ovvero alla famiglia dei marchesi di Caravaggio, furono gli Oratoriani di San Filippo Neri e il loro adepto Federico Borromeo, che lodò in termini entusiastici la celebre canestra di frutta del Carvaggio oggi all’Ambrosiana, da lui acquistata. Desideravo , dice il cardinale nella descrizione del proprio Museo, corredare questa natura morta di un pendant, ma non avendo trovato nessun altro pittore che fosse in grado di uguagliare la straordinaria eccellenza del Caravaggio (il quale nel frattempo era scomparso) dovetti rinunciare al mio proposito. L’entusiasimo dimostrato dal Borromeo nel commentare l’opera del Caravaggio, non è tuttavia bastato ai consueti «contestatori», questa volta non della data e del luogo di nascita, ma della nuova visione del Caravaggio non già come drastico trasgressore di ogni regola morale, ma come militante del pauperismo borromaico. In proposito, si è osservato che il Borromeo pur lodando la canestra di frutta, parla di «flores» invece che di frutti, il che attesterebbe la sua reale indifferenza per l’opera. Anche qui occorrerebbe qualche documento, e non disperiamo che il tempo ne sia provvido. Intanto è molto interessante che sia stata ritrovata la versione originale, in italiano, dello scritto del Borromeo: in questa versione si parla correttamente di frutta. L’errore fu dunque del traduttore.
Le discussoni intorno al Caravaggio, il pittore in assoluto più studiato in ogni angolo del mondo, non si arrestano ai temi fin qui illustrrati. Dispute anche più pesanti si intrecciano intorno all’autografia dei suoi dipinti. Negli ultimi anni, gli specialisti hanno pubblicato una notevole quantità di «inediti» attributi al Caravaggio, non tutti a dire il vero convincenti, e tali appunto da contrapporre pareri di segno opposto, tra i «rigoristi», che tendono, in linea di massima, ad escludere ogni nuova attribuzione a meno che la sua evidenza non sia totale, e le «maniche larghe», che tendono invece ad accogliere ogni nova proposta.
Tutto ciò rende ormai indilazionabile una severa revisione di tutto il materiale caravaggesco e si spera che a questo possa provvedere la grande mostra sul pittore, che senza dubbio sarà tenuta nel quarto centenario della sua morte ovvero nel 2010. Non si sa ancora a chi sarà affidata la cura di questa capitale esposizione. Sarebbe tuttava augurabile che sia chiamata a presiedere alla scelta delle opere e al controllo delle schede di catalogo, una commissione composta da tutti i maggiori specialisti del Caravaggio, d’Europa e d’America.

l’Unità 26.2.07
Embrioni, il falso mito degli «occhi azzurri» che rallenta le cure
Il progetto di legge di Blair legalizza ciò che in pratica molti già fanno: la terapia genica contro malattie gravi
di Pietro Greco


A SCATENARE la polemica è bastata la semplice anticipazione giornalistica di un progetto di legge che il governo di Tony Blair sembra intenzionato a portare nel Parlamento di Sua Maestà britannica per aggiornare lo «Human Fertilisation and Embryo-
logy Act», una normativa che dal 1990 regola nel Regno Unito tutto ciò che riguarda la fecondazione e lo sviluppo degli embrioni. Nessuno conosce i dettagli del progetto di legge. E fuori d'Italia pochi, in assenza di fatti accertati, se ne sono occupati. Ma, secondo quanto riportato dal Daily Telegraph e dal Daily Mail, il governo Blair si accingerebbe a chiedere al Parlamento inglese di consentire in maniera esplicita ciò che oggi in moltissimi paesi, incluso il Regno Unito, non è proibito: l'attività di ricerca di terapia genica su embrioni congelati.
In pratica, se il progetto di legge verrà davvero presentato, le autorità sanitarie inglesi potranno concedere agli scienziati di studiare la terapia genica sugli embrioni. Resterà comunque vietato l'uso clinico della terapia genica. Insomma, gli embrioni sottoposti a terapia genica non potranno nascere e, anzi, nessuno di loro potrà svilupparsi oltre il 14 giorno.
Siamo all'eugenetica? Siamo al «designer baby», al bambino su misura di cui parlano alcuni con preoccupazione e che sarebbe la versione cosmetica dell'eugenetica? Niente affatto. Ciò che agli scienziati britannici sarà esplicitamente consentito studiare sono, come abbiamo detto, forme di terapia genica. Ovvero di cura di gravi malattie di origine genetica. In particolare sarà consentito loro di studiare quelle forme di terapia genica che possono avere una qualche probabilità di successo: ovvero la cura delle malattie monogeniche. Ovvero delle malattie genetiche provocate da una sola causa genetica, una mutazione su un singolo gene. Da qui a un futuro prevedibile situazioni complesse, come quelle di avere figli biondi, con gli occhi azzurri e con una certa propensione alla matematica, sono fuori da ogni possibilità di intervento.
I biologi, finora, possono poco. Ma questo poco che possono ci deve allarmare? No. Fatto salve le aberrazioni, sempre possibili e con qualunque strumento, non possiamo guardare con preoccupazione alla possibile cura già allo stadio dell'embrione delle malattie monogeniche. Si tratta infatti di circa 5.000 diverse patologie, la gran parte delle quali sono molto rare. Ma alcune, come l'anemia falciforme o la fibrosi cistica, sono piuttosto frequenti e gravi. Un africano su 400, per esempio, nasce con l'anemia falciforme. E un caucasico su 2500 nasce con la fibrosi cistica.
Il fine dunque è nobile. Ma il fine non giustifica i mezzi, neppure in biomedicina. I mezzi sono forse pericolosi?
Vediamo. La tecnica di intervento che potrà essere sperimentata dagli scienziati inglesi - e solo su embrioni congelati comunque condannati a morire - consiste nel prelievo di una cellula da un embrione tra il terzo e il quinto giorno di sviluppo. Naturalmente il prelievo della cellula non deve in alcun modo danneggiare l'embrione.
La cellule viene studiata. La mutazione genica che provoca la malattia viene individuata e «corretta». Finora i biologi non sono capaci del «taglia e cuci», ovvero di tagliare la parte del Dna che presenta la mutazione e inserire al suo posto una parte sana. Finora quel che si riesce a fare è inserire nel cromosoma una copia del gene sano che si somma e non sostituisce al gene «malato». La copia sana del gene consente di produrre le proteine che il gene «malato» non produce o che produce in maniera distorta. Una volta che l'inserimento del gene sano è stato portato a termine con successo, la cellula viene inserita nell'embrione che prosegue il suo sviluppo. E ha buone probabilità, se il concepimento giunge a buon fine, di trasformarsi in un individuo adulto sano.
La ricerca in questo consiste, nel cercare un modo sicuro ed efficace per combattere le malattie genetiche. La terapia genica sugli embrioni dunque altro non è che una forma di cura. Se un giorno funzionerà, non avremo tanti bambini biondi, con gli occhi azzurri e dotati per la comunicazione televisiva, ma avremo meno bambini malati di anemia falciforme o di fibrosi cistica. E, sempre se un giorno davvero funzionerà, la terapia genica dell'embrione consentirà di evitare anche molti aborti da parte di genitori che non vogliono far nascere un bambino gravemente malato.
La Gran Bretagna sta forse decidendo di regolamentare per legge questo tipo di ricerca, oggi sostanzialmente libero in molti paesi, per verificare se un giorno la terapia genica degli embrioni potrà avere un'applicazione clinica sicura. Non è una notizia che dovrebbe allarmare. È una notizia che dovrebbe rassicurare.

l’Unità 26.2.07
Canova come Duchamp
di Giuseppe Montesano


La apparente tranquillità del titolo della Storia dell’arte contemporanea in Italia di Renato Barilli, appena pubblicata da Bollati Boringhieri, svela la sua intenzione per nulla tranquillizzante nel sottotitolo: Da Canova alle ultime tendenze. Canova artista contemporaneo? Sì: perché Barilli scrive la sua storia coprendo l’arco storiografico che si definisce così negli studi storici, ma ancora più perché legge a partire da Canova e da Piranesi una cesura con tutto il passato, e l’inizio di una sperimentazione su una nuova idea di arte che non è ancora finita. E l’attacco del libro di Barilli è illuminante: Canova visto nei disegni dei Monocromi immersione nel lato notturno della psiche pulsionale prima di Hoffmann; l’idea di un Canova che come Goethe o Leopardi o Alfieri lavora su un romanticismo della doppiezza in cui l’illegittimo della forma registra l’illegittimo dell’Es rimosso; e il Canova che nel pieno del neoclassicismo più evidente lavora secondo un pensiero che anticipa il «riciclaggio» con cui il contemporaneo ha inserito nell’arte l’oggetto già fatto, il ready-made duchampiano, decifrato da Barilli persino in quella Paolina Borghese che sembrava la negazione del subcurrent romantico e il trionfo della reazione in arte. La Storia di Barilli è un libro importante che connette con sguardo lucido e chiarezza di struttura la storia dell’arte italiana, ma trova poi il suo fascino vero nella corrispondenza continua che istituisce tra le forme, e si accende e divampa quando ausculta le strutture profonde che insorgono ogni volta che l’arte affronta il suo rischio e il suo compito: non arrendersi mimetica di fronte alla realtà, ma sommuoverla dal profondo. Ma tutto questo in Barilli avviene sempre nel rigore dell’osservato, della cosa, dell’oggetto reale, e mai in scorciatoie ideologiche: si veda il bellissimo pezzo su de Pisis «collagista» colto di sorpresa «a strappar via porzioni del tessuto reale dell’ambiente circostante», e a devastare la forma quasi come un dadaista mentre finge di fare il bizzarro marginale; e si leggano attentamente i ritratti dei futuristi anche minori, riletture tutte rivelatrici; o di un Arturo Martini complesso e non illustrativo e didascalico; o di alcuni minori genere Morbelli: di colpo inseriti anche loro nel grand jeu combinatorio del Contemporaneo. E poi, naturalmente, i ritratti di Burri, «vero abitante di Flatlandia» e maestro della «contraddizione in termini»; del centrale Fontana, maestro dello sperimentare come sciamanica distruzione e ricomposizione della cosa pittorica fino allo «sfondamento della superficie canonica del quadro, attraverso il fatidico taglio»; e chiudendo-riaprendo con i «nuovi-nuovi» e ultimissimi. Non c’è dubbio: come i suoi più amati artisti, Barilli ha sabotato dal di dentro un’intera tradizione, non per azzerarla ma per farla vivere ancora come se fosse presente e operante. E a una tradizione del contemporaneo si ispira anche Il viaggiatore più lento, il libro di Enrique Vila-Matas che la Alet manda in libreria in una bella veste, curando come sempre il libro anche come «oggetto» di piacere. E il libro di Vila-Matas è una scorribanda al ritmo del festina lente rinascimentale, un sentimental journey tra Bioy-Casares e Duchamp, tra Marlon Brando e Pasolini, tra Echenoz e Lichtemberg. Cosa fa Vila-Matas con i suoi amori? Se ne lascia invadere facendoli vivere in una scheggia o un riflesso sghembo, come in improvvisi scintillii di facce di diamanti: o di cocci di bottiglie? Per Vila-Matas è lo stesso, e anzi il meglio emerge in lui quando scende nel mondo degli altri autori in modo sonnambulo, apparentemente casuale, secondo la legge suprema della modernità, secondo Maldoror aggiornato e corretto: l’incontro su un tavolo anatomico tra una macchina da scrivere e un ombrello. Con la felicità che dà sempre il lavorare con «la mano sinistra», nel piacere svagato, come era in Bartleby e compagnia: niente di meglio di questo Vila-Matas per sopravvivere alla quaresima inflittaci da troppa letteratura, indecisa tra lo spettacolo televisivo degli schizzi di sangue e la noia atroce dell’ombelico contemplato religiosamente.

Renato Barilli, Storia dell’arte contemporanea in Italia, Bollati Boringhieri pp. 565, euro 32

Enrique Vila-Matas, Il viaggiatore più lento, Alet, trad. di Eleonora Mogavero, pp. 166, euro 15


l’Unità 26.2.07
La politica sul lettino
di Luigi Cancrini


Caro Cancrini,
mi sono chiesto spesso, di fronte ai dissidi che rompono così spesso, così da sempre, l’unità della sinistra qual è la vera ragione di questa apparente insensatezza. I problemi personali dei politici hanno un loro ruolo nel determinarla? Tu cosa ne pensi?
Lettera firmata


Freud scriveva tanti anni fa che tutte le vocazioni psicoterapeutiche sono patologiche. Nascono da un bisogno più o meno consapevole di curare una parte di sé o un genitore interno malato o sofferente. La teoria e i metodi vengono dopo, quello che si cela all’inizio dietro la maschera forte del curatore d’anime è un bambino spaventato che sogna di poter mettere in atto un intervento magico. Qualcosa di simile accade alle persone che fanno politica a sinistra. Persone che partono in effetti da un bisogno e da un sogno molto simili a quello degli psicoterapeuti anche se l’idea non è quella di aiutare dei singoli all’interno di un rapporto personale ma quella di aiutare l’intera società: o l’umanità, magari, considerata nel suo complesso.
Il modo in cui gli psicoterapeuti e i politici di sinistra riescono a liberarsi dai condizionamenti legati all’origine patologica della loro vocazione vanno esaminati con cura particolare. La formazione del terapeuta è tutta centrata, in effetti, sul tentativo di aiutarlo a entrare in contatto con le origini lontane della sua scelta. L’altro, dietro cui si cela la parte di sé o il genitore malato, viene restituito alla sua dignità di persona autonoma, la terapia al suo compito di aiuto rivolto a lui e non al terapeuta. Quella del politico si sviluppa all’interno di un percorso complesso, fatto di incontri e di scontri con persone che la pensano in modo simile o diverso. Di momenti di gloria e di sconfitte. Di mediazioni e di compromessi che lo costringono a prendere atto di una realtà che non è quella del suo sogno o del suo bisogno di salvare, cambiandola, la società. Accade, con gli psicoterapeuti e con i politici, che l’esito di questo processo non sia sempre positivo. Quando le angosce sono forti e il disturbo di base è più grave e/o quando le circostanze sono meno favorevoli, quelle che possono mettersi in moto sono le tendenze e le fantasia collegate alla costituzione di un Sé grandioso e alla perdita progressiva del rapporto con la realtà. Nel campo della psicoanalisi e in quello dei partiti di sinistra, dove gli sviluppi narcisistici sono alla base di tante eresie, di tante controversie pseudo intellettuali e di tanti scontri inutilmente violenti: comprensibili, emotivamente, solo da chi emotivamente in quel momento li vive e ne è travolto; incomprensibili o francamente assurdi per chi li guarda da fuori o a distanza di tempo. Rendendo confusi e incerti il mondo della psicoterapia, cui proprio per questo è facile a tanti negare una dignità scientifica, e quello della politica da cui in tanti oggi tendono a tirarsi indietro spaventati.
Tornando alla politica, che a te più interessa, quello di cui occorre tenere conto, tuttavia, è che gli sviluppi del Sé grandioso possono avere lì delle conseguenze di grande portata. Basta riflettere, per rendersene conto, sul significato psicopatologico degli sviluppi alla base di alcune dittature e di alcune grandi follie della storia. Da Hitler a Stalin, da Mussolini a Franco, le patologie personali dei leaders hanno inciso drammaticamente, in circostanze concrete che lo favorivano, sulla vita e sulla morte di milioni e milioni di persone. In tutti questi casi, d'altra parte, la mostruosità concreta delle condotte traeva alimento da un bisogno di cambiare o di salvare il mondo da un pericolo immaginario (delirante) che era stato alla base delle loro vocazioni politiche. Molto al di là di queste situazioni estreme, tuttavia, il problema è quello della diffusione molto grande delle patologie più marginali. Caratterizzate tutte, fra i politici della sinistra, dalla difficoltà di riportare sulla realtà delle cose che è possibile fare le vocazioni patologiche di cui parlavo all’inizio.
Siamo nel 1849. Con parole di Jacques Attali (tratte da «Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo») «a Parigi gli immigrati tedeschi fremono, molti aspirano a fare ritorno nel loro paese per combattere o entrare in politica. Il poeta Georg Herwegh forma una sorta di brigata internazionale di quasi quindicimila uomini che il 18 Marzo si mette in marcia in direzione della Germania. Marx è ostile all’iniziativa. Il momento sembra più propizio per la propaganda politica che per l’azione militare. Karl pensa che la Rivoluzione sia un affare troppo serio perché si possa rischiare d’indebolirlo con gesta eroico - romantiche che finiscono col favorire il nemico». Fa dunque tutto ciò che gli possibile per convincere Herwegh a non far partire la sua legione. «Questa squadra permetterà», dice, «agli eserciti prussiani di cancellare la rivoluzione e ai borghesi liberali francesi di sbarazzarsi a buon mercato di una gran parte di rivoluzionari autentici. È dunque una schiocchezza». La legione si mette in moto. I suoi membri trattano Marx da vigliacco e da traditore, prima di essere fermati e massacrati, il 10 Aprile, appena oltrepassata la frontiera del granducato di Baden. È sufficiente l’esempio per dimostrare che la sinistra, da sempre, deve le sue divisioni proprio alle difficoltà di troppi dei suoi militanti e dei suoi leaders di riportare sulla terra del dialogo e della mediazione il loro sogno-bisogno di cambiamento del mondo? Dobbiamo partire da qui, credo, per capire quello che sta accadendo ancora una volta oggi a livello dei cosiddetti dissidenti di sinistra. Il cui Sé grandioso è bene in mostra oggi come la loro solitudine. Che esibiscono a tutti, con malcelata e patologica soddisfazione, il loro infantile sentimento di superiorità. Che conoscono il loro momento di gloria perché in nulla è così bravo il gossip conservatore di tanta stampa e televisione italiana come nel dare spazio a chi tradisce a sinistra. Il cui destino è quello di dover scegliere da domani o da dopodomani, quando non servirà più a chi oggi lo sta usando, fra il delirio franco del partitino “personale” e la depressione mascherata di chi, dicendo di non credere più a nulla, dicendo che in politica tutti sono uguali, inizia a farsi “pagare” da chi del suo tradimento ha tratto vantaggio. Come accadrà probabilmente anche a Ferdinando Rossi, un bell’esempio clinico di sviluppo narcisistico in una personalità dipendente. Riproponendo un problema serio per tutti quelli che si occupano di selezione dei quadri, in psicoterapia e in politica: come ci si difende nei fatti dal narcisismo patologico? Come si può davvero arrivare a prevenirlo? Quanto, se ci riuscissimo, ciò potrebbe contribuire a rendere più efficaci tutti i nostri ragionevoli discorsi sull’uomo, sul mondo e sulle trasformazioni di cui sentiamo il sogno e il bisogno?

Repubblica 26.2.07
Il senatore a vita: il nuovo programma mi convince, opportuno che ci sia continuità di governo
Andreotti voterà la fiducia "Bene il dietrofront sui Dico"
di Carmelo Lopapa


Io e il vaticano. Sono abbastanza adulto per decidere in autonomia ma c´è stata coincidenza tra la mia posizione e quella della Chiesa
Il Quirinale. Come ha sottolineato giustamente il Colle non ci sono alternative a questo esecutivo, almeno per il momento

ROMA - Confessa di essere orientato a votare la fiducia al governo Prodi. Sarà pure una sorpresa, ma per lui, per il sette volte presidente del Consiglio che con la sua astensione mercoledì ha fatto scivolare verso la crisi il governo Prodi, non lo è affatto, assicura ora. La linea telefonica va e viene, dall´auto con la quale si sta allontanando da Montecarlo. Si è intrattenuto nel Principato per l´intero fine settimana. «Un convegno internazionale di politica estera programmato da tempo», non una vacanza, sia chiaro. Comunque un´ottima occasione per tenersi lontano dallo stress romano al quale in queste ore sono inevitabilmente sottoposti i (quasi) determinanti senatori a vita.
Presidente Andreotti, Prodi torna alle Camere. Voterà la fiducia? Cosa ha deciso dopo questi giorni di riflessione?
«Per la verità, a Montecarlo siamo stati impegnati in questo convegno sull´Iran e sulla politica internazionale. Momento propizio per prendere atto che la situazione, proprio sotto il profilo internazionale, è assai preoccupante».
E dunque, presidente?
«E dunque occorre stabilità di governo in momenti come questi».
Vuol dire che voterà la fiducia?
«Sono stato lontano ma ho seguito l´andamento dei fatti. Ho letto soprattutto il nuovo programma al quale ha lavorato la maggioranza».
E qual è il suo giudizio?
«Positivo. Ho notato con piacere che certi punti non fanno più parte degli obiettivi dell´esecutivo».
Si riferisce ai Dico, al riconoscimento delle unioni civili che lei non aveva fatto mistero di non condividere affatto?
«Sì, ho visto che i matrimoni omosessuali, diciamo così, saranno accantonati. E questo è condivisibile. Dunque penso che non dovrebbero esserci difficoltà per il governo ad andare avanti».
Presidente Andreotti, intende dire che potrebbe andare avanti anche con il suo voto o no?
«Penso che non dovrebbero esserci difficoltà per il raggiungimento del quorum necessario ad ottenere la fiducia. Mi ha convinto molto quel che ha detto il presidente Napolitano».
A cosa si riferisce?
«Anche io penso, come ha giustamente sottolineato il Quirinale, che non ci siano alternative a questo esecutivo. Che la situazione è tale che risulta difficile trovare una soluzione diversa, almeno per adesso».
Insomma, obtorto collo, anche lei potrebbe decidere di sostenere l´esecutivo.
«È opportuno che ci sia una continuità di governo, questo è certo. La fase internazionale, ripeto, è assai delicata. E in situazioni come queste, lo dico anche per esperienza personale, sono necessari dei governi in carica che siano nel pieno dei loro poteri. E poi, ribadisco anche qui, sono soddisfatto dell´accantonamento di quei matrimoni....».
Avrà saputo anche lei a Montecarlo dell´interpretazione maliziosa circolata con insistenza a Roma a proposito della sua astensione di mercoledì.
«No, quale?».
Nella sinistra radicale, ma non solo, il suo mancato voto in favore della politica estera del governo al Senato è stato ricondotto proprio al dissenso sui Dico. "Il Diario" ci ha costruito anche la copertina, la sua foto e sullo sfondo la sagoma di Benedetto XVI: insomma, l´astensione in aula come riflesso delle perplessità - chiamiamole così - vaticane.
«No, guardi. Sono abbastanza maggiorenne per poter fare delle valutazioni personali e decidere in autonomia come orientare il mio voto. Certo, c´è stata una coincidenza obiettiva tra la mia posizione e quella delle gerarchie ecclesiastiche in merito a quel provvedimento così contestato. Una coincidenza dettata dalla non condivisione degli obiettivi fatti propri dal governo col ddl sui Dico. Detto questo, ecco, non c´era bisogno che me lo ricordasse il Sant´Uffizio come dovevo comportarmi».

Repubblica 26.2.07
"Il governo non sia l’unica bussola"
Bertinotti: i poteri forti non sono complotti da sventare
"Occorre ricostruire una cultura politica radicata nella società"
di Silvia Buzzanca


ROMA - Il governo non può essere l´unica bussola dell´attività politica. E poi bisogna ricostruire una politica e una cultura politica di sinistra, riorganizzare i soggetti politici organizzati. Unire le forze, non puntare tutto sull´azione di governo, "studiare" i poteri forti. Sono questi i compiti che Fausto Bertinotti in un´intervista a Liberazione in edicola oggi assegna alla sinistra. Suggerimenti per uscire da una situazione che, evidentemente, il presidente della Camera non giudica molto brillante. E infatti non esita ad usare più volte la parola crisi. A cominciare dal tormentato stare al governo di Rifondazione.
«Non possiamo "appendere" la politica a questo. Cioè appendere l"utopia concretà alla conquista del governo. La partecipazione al governo è una esperienza molto importante per la sinistra: ma se diventa la bussola, se diventa l´essenziale, se diventa il prisma di rifrazione attraverso il quale si guarda la realtà la si definisce e si fissano le proprie analisi, allora non si capisce più niente, si perde l´orientamento, spiega il presidente della Camera al direttore del quotidiano Piero Sansonetti.
C’è un deficit di politica, c´è una debolezza dei partiti in tutta Europa, dice Bertinotti. E questo mette sempre più al centro dell´attenzione il ruolo del governo. Allora, continua il leader del Prc, «non c´è nessun´altra possibilità che la ricostruzione di soggetti politici organizzati. Ma perché questo avvenga occorre ricostruire una cultura politica e una cultura politica di sinistra», spiega. Il leader di Rifondazione è convinto «che ci sia una via d´uscita a questa crisi solo se si uniscono forze e si mette al primo punto il problema della cultura politica e del che fare».
Questo significa mettere in secondo piano la centralità della legge elettorale, la geografia dei partiti politici, i meccanismi di divisione del potere e riprendere «il rapporto con i popoli, con i movimenti, e il problema di quale cultura serve per affrontare un progetto politico e sociale di società. Mi piacerebbe - argomenta Bertinotti - se i vari pezzi della sinistra riuscissero a concentrarsi su questo, a produrre idee su questi problemi invece di perdere tempo a progettare nuovi schemi, nuove architetture di partiti». Il problema è dunque costruire "politica nuova"». Tenendo conto che esistono "poteri forti". Ma questi bisogna «analizzarli scientificamente nella loro forza. Evitare di pensare che quei poteri siano "complotti". Siano congiure da sventare». Bisogna, continua il presidente della Camera, «capire dove sta la loro forza. Non è solo che hanno il potere. Hanno il potere e tendono a costruire processi egemonici. Sono costruttori di opinione pubblica, lavorano sul consenso. Il problema è quello di individuare il loro punto di forza e contrapporsi in campo aperto».

Repubblica 26.2.07
Questa crisi con il cilicio
La Binetti lo indossa per scelta religiosa. Ora è pure il simbolo dei sacrifici per salvare il governo
di Filippo Ceccarelli


Che non suoni irrispettoso. Sul serio. Ma se si azzarda la fantasia all´estremo limite dell´immaginario – e a volte può non essere prudente – lo si potrebbe chiamare "il governo del cilicio". Chi se lo mette davvero ha ottenuto la scomparsa dei Dico dal programma; chi ha dovuto rinunciarvi lo porta adesso in modo simbolico.
il tema è delicato, quaresimale, penitenziale. Il cilicio è un mezzo e un abito di dolore: una stoffa ruvida, una cintura molto stretta, un laccio con delle punte. Tante cose diverse per un unico scopo. Ce ne sono di vario tipo, sul motore di ricerca "Google Immagini" ne è rappresentato un vasto e fantasioso campionario. Ma il cilicio esiste da millenni. Una delle statue della Fontana dei fiumi del Bernini, a piazza Navona, indossa ad esempio un visibile cilicio sulla coscia.
L´antica storia del cilicio l´ha visto addosso a santi, papi, asceti, profeti. Ma lo portano anche persone "normali", per quanto l´aggettivo suoni povero. E´ una scelta, una ricerca, una disciplina, una preghiera insieme alta e bassa, spirituale e corporale. Se ne può pensare tutto il male possibile, ma chi lo usa ci crede. E va rispettato.
Il fatto è che il cilicio accende anche la fantasia, tanto che Dan Brown lo ha applicato a uno dei più sinistri personaggi del Codice da Vinci, il gigantesco albino Silas, una specie di schiavo-killer dell´Opus Dei. E´ una classica soglia. Divide e attizza curiosità. Così, per dire, alla fine di gennaio i Comunisti italiani hanno presentato una interrogazione parlamentare deprecando tale pratica. Ma poi, come segnala Dagospia, di cilicio si finisce a parlare e a spettegolare tra confessioni e recriminazioni nei salotti della più frivola mondanità romana.
Sul piano agonistico la crisi di governo ha un unico vincitore, anzi un´unica autentica vincitrice: Paola Binetti, senatrice teo-dem, esponente del "Partito di Dio" (è il titolo di un volume di Marco Damilano, Einaudi), persona di fiducia del Cardinal Ruini, eletta nel campo del centrosinistra. Su Magazine di qualche mese fa è uscita una sua intervista (di Vittorio Zincone) significativamente intitolata: "Meglio il cilicio dei tacchi a spillo". Ora, lei porterà pure il cilicio, ma ha fatto 2 a 0 fuori casa.
E si sa: fra i tanti sconfitti della crisi, con gran sollievo della Binetti, c´è la legge sui Dico. E anche questa è una faccenda delicata. Le norme sulle unioni civili sono improvvisamente sparite dal dodecalogo di Prodi: niente corsia preferenziale, andranno in Parlamento. Forse non è una tragedia, forse è anche meglio, Cacciari voleva così dall´inizio, ma peccato.
Magari il Portavoce Unico dell´imminente governo qualcosina al riguardo dovrà pur dire. Seppur incerta e ambigua, quella legge riconosceva una questione e in qualche modo offriva delle soluzioni - e di questo fa fede l´impegno di una delle due autrici, Rosy Bindi, che per scriverla ha messo in gioco tutto il suo entusiasmo civile e tutte le sue tribolazioni. Ora anche lei risulta estensivamente "inciliciata".
La parola cilicio ha infatti pure un uso figurato. Così si può dire che, per mettere una pezza alla crisi, un emblematico cilicio se lo sono dovuto mettere diversi leader e ministri del centrosinistra. Ma con loro anche un pezzo d´Italia, che a quella legge aveva creduto. Gay e non solo.
La Binetti è una donna intelligente e ha una ammirevole saldezza di fede. Nella sua intervista, che ovviamente non riguardava solo l´uso di quello strumento, ha risposto con parole oneste e dignitose: "La mortificazione è un esercizio di volontà", "è un´offerta per un valore". Ha spiegato pure: "I fioretti fino a qualche anno fa li facevano tutti". Ma lei, hanno chiesto, lo porta sempre? "No. Ci sono giorni in cui il quotidiano ci dà abbastanza mortificazioni". Ci ha poi tenuto a puntualizzare: "Ma guardi che nell´Opus Dei nessuno ti costringe a fare nulla"; al che il giornalista ha soggiunto: "Ci mancherebbe altro". E lei: "Il Fondatore Escrivà diceva sempre che l´argomento più forte per fare qualche cosa è: porqué me da la gana, perché mi va".
Chi si sia un po´ dedicato alle tematiche del corpo sa che la mortificazione della carne non è mai uno scherzo. Al giorno d´oggi, le modalità più o meno consapevoli sono varie: diete, digiuni, smettere di fumare, chirurgia plastica o estetica che dir si voglia. La Binetti ha aggiunto anche la palestra ("per ore") e i tacchi a spillo: "Scomodissimi. Queste cose io non le farei nemmeno spappolata. Non capisco perché socialmente si accettino le motivazioni individualistiche di mortificazione e non quelle religiose".
Sennonché, tra l´individuo e la religione ci sarebbe anche la società, con i suoi crucci, le sue speranze. Qui s´incastona la storia delle unioni civili. Certo la senatrice Binetti mostra di avere una concezione molto forte, molto teologica, dei rapporti fra Stato e Chiesa. Così forte e teologica che in un´intervista a Flavia Amabile della Stampa ha così commentato il Mercoledì delle ceneri del governo Prodi: "Abbiamo innanzitutto ringraziato il Padreterno perché solo da lui poteva giungere una mano così inaspettata. Merito suo la fine dei Dico".
Che dire? Forse si può solo rispondere evocando il sapiente appello di Emilio Colombo nel massimo bailamme di un Consiglio nazionale della Dc: "E io vi dico: prudenza! Prudenza! Prudenza!". Se il cilicio è un´offerta, non si impone, nemmeno nella Quaresima del centrosinistra. Perché d´accordo i Sacri Principi, ma alla politica starebbe anche qualche volta di ammorbidirli.

Repubblica 26.2.07
La dittatura della coscienza
di Umberto Galimberti


C´è una parola magica che, quando si è in procinto di fare disastri o a disastri avvenuti, viene evocata per garantirsi l´impunità, quando non addirittura il rispetto anche da parte di chi non ne condivide le posizioni e soprattutto le conseguenze della azioni. Questa parola magica si chiama "coscienza". L´abbiamo sentita evocare da Fernando Rossi e da Franco Turigliatto, i due senatori che, con il loro voto, hanno determinato la caduta del governo Prodi. Alla "coscienza" e a quella sua variante che sono i "princìpi" era ricorso anche Clemente Mastella per giustificare la sua opposizione ai Dico. Alla "coscienza" ricorrono infine tutti quei medici che rifiutano l´interruzione di gravidanza anche nei casi consentiti dalla legge o la sospensione delle cure come nel caso Welby e in altri simili.
Ma cos´è questa "coscienza"? E´ la dittatura del principio della soggettività che non si fa carico di alcuna responsabilità collettiva e tanto meno delle conseguenze che ne derivano. Il medico che, in nome dell´"obbiezione di coscienza", rifiuta l´interruzione di gravidanza a chi nella miseria genera molti figli nella più assoluta indigenza, a chi resta incinta in età infantile, a chi porta in grembo feti affetti da malattie ereditarie, non si fa carico delle condizioni della madre e dell´infelicità futura dei nascituri, ma solo dell´osservanza dei suoi princìpi, che consente alla sua coscienza di sentirsi "a posto", proprio perché rimuove, nega, non vede o non vuol vedere le conseguenze della sua decisione.
Questo tipo di "coscienza" che non assume alcuna responsabilità sociale è una coscienza troppo ristretta, troppo angusta per poter essere eretta a principio della decisione. Se poi, alle sua spalle lavora l´obbedienza a princìpi che qualche autorità, come ad esempio la chiesa, pone come "vincolanti", allora si giunge a quell´autolimitazione della responsabilità che abbiamo conosciuto in epoca nazista, dove tutti, dalle più alte gerarchie ai semplici militari, si sentivano responsabili solo di fronte ai superiori ("Ho obbedito agli ordini") e non responsabili di fronte alle conseguenze delle loro azioni.
Se la dittatura della coscienza soggettiva, che in nome dei propri princìpi non si piega alla mediazione e non si fa carico delle domande sociali (come possono essere quelle delle coppie di fatto o dei malati terminali che chiedono l´interruzione delle cure) diventa principio inappellabile in politica, che è il luogo dove dovrebbe trovare compensazione il conflitto delle diverse posizioni, allora bisogna dire chiaro e forte che coloro che si attengono alla dittatura della coscienza non devono entrare in politica, perché la loro coscienza non prevede alcuna responsabilità collettiva, ma solo l´osservanza dei propri princìpi.
E questo vale tanto per i medici, la cui responsabilità oggi non è più solo tecnico-professionale ma anche sociale, quanto per i politici che, per il solo fatto di aver deciso di entrare in politica, non possono esonerarsi, in nome dei loro princìpi, di ascoltare le domande, le richieste, i desideri di coloro che li hanno eletti. Perché la politica è "mediazione", non "testimonianza". Per la testimonianza ci sono altre sedi, come ad esempio la condotta della propria vita.
Se si attiene unicamente ai propri princìpi, senza farsi carico delle mediazioni e soprattutto delle conseguenze delle proprie azioni, una simile coscienza, che limita a tal punto il "principio di responsabilità collettiva e sociale", è troppo ristretta e troppo angusta per diventare il punto di riferimento della decisione politica, che per sua natura deve farsi carico della mediazione e delle conseguenze delle sue risoluzioni. Per cui la dittatura della soggettività è in ogni suo aspetto incompatibile con l´agire politico, e non salva neppure l´anima perché, come ci ricorda Kant: "La morale è fatta per l´uomo, non l´uomo per la morale". E questo monito vale anche, e forse a maggior ragione, per l´ideologia.

Repubblica 26.2.07
La Cina si riscopre di sinistra è rivolta contro le privatizzazioni
Petizione di politici e intellettuali: troppe disuguaglianze
di Federico Rampini


La raccolta firme è partita da un sito legato all´ala maoista del partito: tremila adesioni in poco tempo, poi è intervenuta la censura
La critica: sempre più stranieri nelle grandi aziende del paese
Si allarga il divario tra i contadini e i "nuovi ricchi"

PECHINO - Mao è vivo e lotta insieme a noi: per bloccare le privatizzazioni. Per una corrente della sinistra radicale ancora presente dentro il regime cinese, il Grande Timoniere resta il mito più potente da mobilitare nelle battaglie politiche interne. E così è sul sito www.maoflag.net, ufficialmente dedicato al culto del fondatore della Repubblica popolare, che è partita una raccolta di firme per arrestare l´avanzata del capitalismo privato e le dismissioni di aziende pubbliche.
Non è una iniziativa marginale. A promuovere la campagna contro le privatizzazioni è un gruppo di autorevoli studiosi e alcuni dirigenti di partito (questi ultimi per lo più in pensione), tutti esponenti titolati della nomenklatura. La data che hanno scelto non è casuale. Fra una settimana si apre a Pechino la sessione annua dell´assemblea legislativa, uno degli appuntamenti politici più importanti dell´anno (l´altro sarà il congresso del partito a ottobre). In pochissimo tempo l´appello ha raccolto tremila firme. Poi la censura l´ha oscurato. Non perché gli autori siano considerati dissidenti ma perché il regime è per sua natura allergico ai dibattiti pubblici, preferisce che le diverse correnti d´opinione in seno al partito si affrontino a porte chiuse, lontano dalla curiosità dei cittadini. Il testo dell´appello infatti tocca un tasto molto delicato, solleva problemi cruciali a cui non è insensibile lo stesso presidente Hu Jintao, l´uomo forte del regime. «Con l´avanzata delle privatizzazioni - hanno scritto gli autori - il nostro paese ha già un grave divario tra ricchi e poveri e le diseguaglianze si stanno polarizzando all´estremo».
Tra gli aspetti inaccettabili per i promotori dell´appello c´è «la cessione a gruppi stranieri di aziende che valgono milioni di dollari». Infine la stoccata più preoccupante per il regime: «Cresce nel paese un´ondata di voci opposte alle privatizzazioni». Un´affermazione eretica, questa sì, in un paese dove il termine "opposizione" non ha diritto di cittadinanza, e ogni manifestazione di aperto dissenso dalla linea ufficiale viene vista come una minaccia alla stabilità.
Questa clamorosa iniziativa si svolge sullo sfondo di un cambiamento tumultuoso dell´economia cinese. Lo iniziò il successore di Mao, Deng Xiaoping, liberalizzando la proprietà privata e aprendo le frontiere agli investimenti stranieri fin dall´inizio degli anni Ottanta: prima nelle "zone economiche speciali", porti franchi situati spesso nelle città costiere del Sud, poi via via in tutto il paese. La ritirata dello Stato dal mestiere di imprenditore è stata graduale ed è tutt´altro che conclusa. Nella Cina di oggi il confine tra pubblico e privato non è sempre chiaro. Imprese che vengono definite private a volte hanno un´azionariato dove dominano gli enti locali e altri "prestanome" dell´autorità statale. Tuttavia lo spazio occupato da una genuina imprenditoria privata si è allargato notevolmente. Ed è reale l´invasione di multinazionali estere che oggi producono il 60% delle esportazioni "made in China".
L´anno scorso le privatizzazioni hanno avuto una nuova potente avanzata con la vendita in Borsa di quote del capitale delle maggiori banche. Una di queste, la Icbc, ha avuto un tale successo nel suo collocamento da essersi piazzata al secondo posto mondiale per la sua capitalizzazione di Borsa, dietro l´americana Citigroup. Gli avversari delle privatizzazioni associano questa evoluzione con la nascita di una nuova "razza padrona", quei nouveaux riches che dominano i rotocalchi e attirano l´apertura di concessionari della Ferrari e della Bentley, di Bulgari e di Armani nei lussuosi shopping mall che continuano a spuntare come funghi nelle grandi città. Soprattutto, l´ala sinistra del partito comunista denuncia l´impoverimento dei contadini espropriati delle loro terre, sulle quali vengono costruite nuove fabbriche o palazzi residenziali.
«E´ il furto legalizzato», ha dichiarato l´economista Han Deqiang, uno dei firmatari dell´appello anti-privatizzazioni. La realtà però non si presta alle semplificazioni della sinistra radicale. Quando i contadini vengono espulsi dalle loro terre e ricevono indennità irrisorie, all´origine c´è quasi sempre la corruzione del partito comunista: sono i capi della nomenklatura locale che incassano tangenti dai capitalisti privati.
L´unica riforma che poteva rendere meno debole la posizione dei contadini - l´istituzione del diritto individuale di proprietà delle terre agricole alla pari di quello riconosciuto per le case in città - è stata bocciata l´anno scorso all´assemblea legislativa proprio per le pressioni dei "falchi" post-maoisti. La sinistra radicale in questo modo ha oggettivamente perpetuato la condizione di inferiorità degli abitanti delle campagne.
Peraltro l´espulsione dei contadini risponde a una crudele, ma ineluttabile, necessità economica. L´agricoltura cinese non è abbastanza produttiva per sostenere i circa 700 milioni di abitanti delle zone rurali. L´aumento delle diseguaglianze sociali, denunciato dai promotori dell´appello, più che una conseguenza delle privatizzazioni è un effetto della permanenza di troppi cinesi nelle campagne: il reddito di un operaio, anche se non supera i 150 euro al mese, è da quattro a sette volte superiore a quello dei contadini. Resta significativo il fatto che l´ala sinistra del partito sia uscita allo scoperto in modo così plateale. E´ un segnale che si accompagna a una (per ora leggera) involuzione della politica economica in senso nazionalista. Lo stesso presidente Hu Jintao appare meno incondizionatamente entusiasta dei benefici della globalizzazione, rispetto al suo predecessore Jiang Zemin.

Corriere della Sera 26.2.07
«Restare al governo? Non è bussola del Prc»
Affondo di Bertinotti. I paletti sul «dodecalogo»


ROMA — La partecipazione al governo è «importante». Ma non può diventare questa «la bussola». Tre giorni dopo che anche i due partiti comunisti della maggioranza hanno sottoscritto il dodecalogo di Romano Prodi, impegnandosi di nuovo a sostenere fedelmente il suo esecutivo, il presidente della Camera Fausto Bertinotti rilancia la sinistra di lotta. Parla senza remore, l'ex segretario ed esponente di maggiore spicco di Rifondazione, in una intervista rilasciata al direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, per chiedere alla sua parte politica di non rinnegare il proprio Dna. Così: «Io non sottovaluto affatto l'esperienza di governo. Però credo che non possiamo appendere la politica a questo. Cioè appendere l'utopia concreta alla conquista del governo. La partecipazione al governo è un'esperienza molto importante per la sinistra. Ma se diventa la bussola, se diventa l'essenziale, il prisma di rifrazione attraverso il quale si guarda la realtà, allora non si capisce più niente. Si perde l'orientamento». E Bertinotti lancia un appello anche all'unità della sinistra radicale, dove non esiste ancora un soggetto in grado di raggiungere «massa critica». Perché fino a quando la sinistra radicale non avrà risolto il problema della sua unità, afferma il presidente della Camera, «le forze riformiste avranno sempre un vantaggio».
Sono parole che seguono le prime «messe a punto» da parte della stessa Rifondazione comunista sul dodecalogo di Prodi. Dalle colonne della Stampa, Franco Giordano, ha fatto ieri chiaramente capire che il segretario di Rifondazione non ha firmato un impegno a scatola chiusa. «Quei dodici punti», ha detto, «sono estrapolati dal programma, si tratta di priorità, non di nuove iniziative. Poi naturalmente bisognerà discutere sulle modalità di attuazione. Per esempio diciamo di sì alla Tav ma non al megatunnel...» Ma sono parole che seguono anche i primi inevitabili malumori nella sinistra che già aveva accettato con disagio la partecipazione al governo, e ai quali ha dato voce il manifesto, con una intera pagina di lettere. E che si ripropongono anche nella parte più massimalista del sindacato. Basta leggere l'intervista che ha rilasciato ieri il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini, per ritrovare intatte tutte le critiche al governo che sta per chiedere di nuovo la fiducia al Parlamento. E un avvertimento: «Come sindacato dico che le 12 condizioni poste da Prodi si dovranno discutere. Non si può eliminare la discussione parlamentare, quella tra partiti e il confronto con i sindacati. Prodi non ha una cambiale in bianco».

domenica 25 febbraio 2007

l’Unità 25.2.07
Quando l’uomo cominciò a cantare
di Stefania Scateni


Dal «suono luminoso» delle cosmogonie antiche all’armonia delle sfere
E al simbolo «sonoro» tra io e inconscio

PRIMA DELLA LINGUA Per l’antropologo Steven Mithen, autore de Il canto degli antenati, all’origine del linguaggio umano c’era un sistema di comunicazione e di messaggi molto più vicino alla musica che alle parole

Lucy, la nostra antenata australopiteca vissuta circa 3 milioni e mezzo di anni fa, cantava. Non immaginatevi una vera e propria canzone, un’aria o una melodia come le conosciamo oggi. Però cantava, per comunicare con i
compagni e le compagne della sua specie usava messaggi multimodali e musicali. L’evolversi verso la stazione eretta ha in seguito permesso agli ominidi (tutta la serie degli Homo classificata dagli scienziati) di accompagnare questi messaggi a movimenti del corpo elaborati e fluidi, che possiamo immaginare come danze. E, in seguito, all’evolversi dei messaggi musicali in linguaggio. In altre parole, i nostri antenati hanno cantato prima di parlare.
La musica è venuta prima delle parole. Questo spiegherebbe perché abbiamo un istinto musicale, perché battiamo il piede ascoltando una canzone e perché ci emozioniamo ascoltando una certa musica. È l’ipotesi affascinante avanzata dall’antropologo inglese, professore di archeologia alla University of Reading, Steven Mithen, in uno studio ambizioso e poderoso, ma non per questo di difficile lettura, ora tradotto in Italia, col titolo Il canto degli antenati (Codice Edizioni, pagine 412, euro 32,00).
Il lavoro di Steven Mithen nasce, come spesso succede nel campo dell’intelletto, da un’ossessione: comprendere la musica. Lui, dice, è completamente negato («non sono né intonato né in grado di battere il ritmo») mentre a casa è circondato da persone che cantano e suonano. Ostinato a capire la musica, non riuscendo a padroneggiarla, ha avviato un’immane ricerca, per la quale ha chiamato in aiuto discipline diverse, analizzando, confrontando e concatenando i lavori di linguisti, musicologi, neuroscienziati, psicologi dell’età evolutiva, antropologi, archeologi, etologi e paleontologi, per scoprire il significato della musica e il perché del suo fascino sull’uomo. Mithen ha messo insieme tutti i dati significativi come tessere di un grande puzzle dell’evoluzione, nel quale la musica risulta avere un ruolo centrale. È impressionante come le sue conclusioni si avvicinino a studi musicologici che non poggiano su un metodo scientifico in senso stretto, ma fanno riferimento alla mitologia e alla cultura dei popoli dell’antichità.
L’intuizione di Steven Mithen (che la musica sia stata nell’evoluzione umana una forma di protolinguaggio, una forma matrice del linguaggio verbale) prende corpo grazie al lavoro controcorrente della linguista Alison Wray. A fronte della «teoria composizionale» sulla nascita del linguaggio, secondo la quale è possibile che i nostri antenati, come gli uomini di Neanderthal, disponessero di una gamma relativamente ampia di parole con una grammatica limitata se non del tutto assente, Wray ed altri sostengono una «teoria olistica». Secondo questa teoria il protolinguaggio dei nostri antenati non era composto da parole ma era un sistema di comunicazione fatto di messaggi, ovverosia di espressioni multisillabiche. Mentre per la teoria composizionale, le parole furono presenti fin dai primi stadi dell’evoluzione del linguaggio, per la teoria olistica apparvero solo in stadi successivi. Di per sé, la definizione «espressioni multisillabiche» fa venire in mente, se non un motivetto, almeno dei suoni ritmati, una melodia primitiva, come un «ta-taa-ta» per esempio. Mithen parte da qui per intraprendere una lunga strada di ricerche, studi, comparazioni. Comincia col cercare somiglianze e differenze tra musica e linguaggio, per passare all’analisi degli studi su come musica e linguaggio siano creati nel cervello, sull’importanza della musicalità nella comunicazione con i neonati, e del legame tra la musica e le emozioni. Poi sposta la lente sui sistemi di comunicazione delle scimmie antropomorfe e non, sulla storia evolutiva dei nostri antenati ominidi, evolutisi in Africa nel periodo compreso tra sei e due milioni di anni fa, e sui sistemi di comunicazione degli uomini di Neanderthal e dell’Homo sapiens. Mithen ci mostra come, studiando i fossili dei nostri antenati per delineare l’evoluzione dell’apparato vocale, si può osservare che 500 mila anni fa i tracciati vocali erano poco diversi da quelli che possediamo oggi, eppure gli scienziati non hanno prove dell’esistenza di un pensiero simbolico e di strumenti complessi che potrebbero essere indicativi dell’uso del linguaggio. I tracciati vocali dei nostri antenati farebbero quindi pensare a una capacità di cantare. Melodia e ritmo, inoltre, sono importantissimi nel nostro linguaggio, spesso indispensabili per comprendere la forma di una frase. Ritmo e melodia nella comunicazione, oltretutto, vengono esaltati ed enfatizzati quando comunichiamo con i bambini. E gli psicologi hanno scoperto che questa modalità comunicativa istintiva negli adulti è importante perché il bambino acquisisca le parole, e fondamentale per la comunicazione e per indurre emozioni. Mithen
aggiunge che può essere simile all’antico tipo di comunicazione usato dai nostri antenati.
Il mosaico che lo studioso compone con le tessere a sua disposizione ci mostra che fare musica è stato cruciale per la sopravvivenza dei nostri antenati e ha avuto un ruolo fondamentale per la costruzione dell’identità di gruppo. Uscendo dal seminato della scienza, e giocando con l’assonanza del suo cognome, possiamo permetterci di affermarre che Mithen ha delineato, con il suo studio, un «mito» fondativo. E non può non essere un caso che ogni mito cosmogonico - cioè fondativo dell’universo - elaborato dalle culture primitive e dalle culture antiche (come quella degli egizi, ad esempio) parlino di un suono, un «suono luminoso», all’origine del mondo. Se l’uomo ha cantato e ballato prima di parlare, cosa ci vieta di pensare che abbia trasferito questo «ricordo» al mondo in cui vive, usando la musica come spiegazione della propria nascita?
È quanto si può leggere in un vecchio libro di musicologia, Il significato della musica, in cui il musicologo Marius Schneider ricostruiva le antiche cosmogonie e comparava la simbologia musicale di diverse culture. Dopo lunghi studi di antropologia e simbologia della musica, Schneider elaborò il concetto di «simbolo sonoro», che si avvicina in maniera impressionante alla teoria olistico-musicale di Mithen (lo scienziato non ce ne voglia per l’associazione: d’altra parte l’armonia delle sfere in cui credevano gli antichi greci è stata effettivamente registrata, qualche anno fa, dalle apparecchiature degli astronomi). Per Schneider le idee e gli oggetti più diversi, riuniti da un ritmo comune, finiscono col formare in noi un insieme semicosciente che è linguisticamente inesprimibile, ma caratteristico dell’esperienza simbolica. Pur non avendo un significato concettuale, tale insieme possiede un senso espresso dal ritmo che li riunisce, e che la musica può riprodurre più di ogni altro linguaggio, perché la manifestazione più alta e essenziale del ritmo è il ritmo sonoro. Al pari di Carl Gustav Jung, il celebre psicoanalista per il quale il simbolo getta un ponte tra l’io cosciente e l’inconscio, per Marius Schneider il simbolo sonoro getta un ponte fra un mondo primordiale puramente acustico e subcosciente e un mondo materiale perfettamente conscio. Lo stesso ponte che Mithen costruisce tra Lucy e noi.

l’Unità 25.2.07
Rifondazione tra movimenti e governo: «È la cruna dell’ago...»
Incertezze e maldipancia mentre all’interno di Prc c’è chi pensa ad una scissione: sono i trotzkisti di Cannavò (e di Turigliatto)
di Eduardo Di Blasi


«L’ATTACCO al governo è venuto da destra, e adesso Rifondazione si trova davanti due compiti molto difficili: salvare l’esperienza del governo Prodi (e i contenuti
del suo programma unitario) evitando che uno scivolamento a destra del quadro politico si trasformi in un disastro per il Paese e per i movimenti». Vittorio Agnoletto, europarlamentare eletto da indipendente nelle liste del Prc, così legge il difficile passaggio che il partito di Franco Giordano, si trova davanti. E vede davanti una sola strada per attraversare quella che chiama, biblicamente, la cruna dell’ago: «La palla torna fortemente ai movimenti, a coloro che scendono in strada contro la Tav in Val di Susa, per le unioni civili, a Vicenza. Tanto più i movimenti saranno forti, tanto più potrà essere incidente l’azione del governo Prodi. Rompere con i movimenti non potrebbe che essere un danno anche per l’Unione. Pensate veramente che si possano ignorare gli omosessuali, la Val Susa, chi chiedeva la riorganizzazione del sistema radiotelevisivo e il conflitto di interessi?». Rifondazione, spiega Michele De Palma, giovane responsabile Movimenti del partito, «non è a capo dei movimenti, perché a Vicenza nei comitati di lotta trovi la signora di An, e buona parte dei sindaci della Val di Susa che protestano contro il percorso della Tav hanno in tasca la tessera dei Ds. Il dibattito sui movimenti va deideologizzato, perché i movimenti sono trasversali, bastardi, non sono “i movimenti di Rifondazione”. Non è che tutti quelli che vanno in piazza votano per il nostro partito. Noi siamo a servizio di quel movimento perché riteniamo che la piazza sia importante nella democrazia». Fa un esempio che denota fantasia: «Mettiamo che il Prc non esistesse: secondo voi non esisterebbero nemmeno i movimenti?». In questo momento, spiega: «Quello che bisogna fare è ritrovare, nell’Unione, un elemento di comunanza, perché stiamo tutti su una stessa barca e non possiamo fare la fine degli antropofagi che vanno alla deriva». Certo è che questa politica di lotta e di governo è oggi messa in crisi dalla caduta del governo nell’aula di Palazzo Madama. Caduta che è dovuta, le parole sono del deputato Massimiliano Smeriglio, segretario della federazione romana, «ad una minoranza che non è in sintonia con il nostro popolo, quella Sinistra Critica che purtroppo esiste al nostro interno e che ha una doppia fedeltà. Non credo esista al mondo l’esempio di un compagno, espressione di una componente di minoranza, che contribuisca a mettere all’angolo tutto il partito». Sinistra Critica, una delle minoranze interne al Prc è l’associazione capeggiata dal deputato Salvatore Cannavò. Quest’anno, rappresentando circa il 6% del partito, è riuscita ad inserire un nome nella lista per Palazzo Madama: Franco Turigliatto (il dissidente che con il «non voto» ha in parte contribuito alla caduta del governo). Giusto ieri Cannavò ammoniva sulla prossima fiducia: «Decideremo sulla base del discorso di Prodi, anche se non nascondo che ci preoccupa l’allargamento della coalizione al centro». Aggiunge: «Il voto di fiducia al Senato è molto incerto, ho sentito oggi Turigliatto e non è un modo di dire che sta riflettendo sul da farsi». Dopo che la Direzione del Prc ha votato giusto venerdì un documento in cui si indica nel sostegno al governo Prodi la linea politica del partito, le dichiarazioni di Cannavò sembrano preludere ad una scissione dell’ala Trotzkista (circostanza che potrebbe anche far permanere a Palazzo Madama il senatore della Sinistra Critica). Claudio Grassi, rappresentante dell’Ernesto (la minoranza più numerosa dentro il Prc), spera che non si arrivi a una scissione dai trotzkisti. Ritiene, d’altronde, «che il momento sia difficile e delicato». D’altronde non tutti convergono sul fatto che i due «dissidenti» abbiano commesso un errore. Il vignettista Vauro Senesi, ad esempio, ritiene la vicenda grottesca. Parla di «crisi fasulla» e di «un atteggiamento arrogante e supponente, tenuto da Prodi e dal suo ministro D’Alema». Ritiene che i due senatori «non votanti» siano stati fatti oggetto di un comportamento fascista («anche se non ne faccio due eroi»), e spiega: «Ieri ad Oslo 49 Paesi hanno deciso di mettere al bando le bombe a grappolo. Tra questi non c’erano gli Stati Uniti. I nostri “sacri alleati” di Vicenza».

sabato 24 febbraio 2007

Repubblica 24.2.07
Appello shock dell'erede al trono Naruhito per la moglie Masako affetta da depressione
"Giapponesi, vi prego aiutate la principessa"
"Mia moglie si sta curando, le serve la vostra comprensione"
Mai un membro della casa imperiale si era rivolto al popolo da pari
di Renata Pisu


L´erede al Trono del Crisantemo, il principe, Naruhito, ieri ha squarciato il velo di riservatezza che ha sempre protetto la famiglia imperiale nipponica: nel corso di una conferenza stampa svoltasi in occasione del suo quarantasettesimo compleanno, ha pregato il popolo giapponese di dimostrare comprensione nei confronti della sua sposa Masako, la quale "è affetta da una grave forma di depressione, ma sta riprendendosi, lentamente, si sta curando, la psicoterapia alla quale si è sottoposta sembra giovarle".
Naruhito si è rivolto ai sudditi come un pari si rivolge a dei pari, implorandone l´indulgenza con parole semplici, non ricorrendo al linguaggio aulico in genere usato dai membri della famiglia imperiale. Sono corsi brividi lungo le schiene dei funzionari della Agenzia dell´Imperial Casa i quali non si aspettavano che il Principe ereditario osasse tanto, cioè portasse clamorosamente a conoscenza di tutti il fatto che la Principessa soffre di quella che per la mentalità conservatrice giapponese è la più ignominiosa della malattie, la malattia mentale. La Principessa Triste, così viene definita Masako, ora rischia di passare alla cronaca, se non alla storia, come la Principessa Pazza, un´onta per la dinastia più antica del mondo che in un Giappone in fase di mutazione, fatica a trovare una propria linea di condotta. Il Giappone era ancora fino a pochi anni fa, un paese dove la psicanalisi non veniva accettata come terapia per risolvere i nodi esistenziali del paziente ma, quando vi si faceva ricorso, serviva a "riadattarlo" all´accettazione delle convenzioni. Ora non è più così, anche se questa è ancora la mentalità prevalente. Per giustificare le "stranezze" di Masako, il fatto che per tre anni non fosse mai apparsa in pubblico, l´Agenzia dell´Imperial Casa aveva infatti accennato a "disturbi di adattamento", e la stampa si era sbizzarrita in pettegolezzi e spesso fondate illazioni sulle pressioni alle quali era continuamente sottoposta per il fatto che non generasse un figlio. Sembra che le sue telefonate venissero tutte controllate, che non le fosse permesso di frequentare gli amici e colleghi di un tempo - Masakoè diplomata a Oxford e era, prima delle nozze, diplomatica di carriera - che la sua vita fosse quella di una condannata agli arresti domiciliari all´interno del Palazzo Imperiale, sorvegliata a vista da una suocera, l´Imperatrice Michiko, come Masako una borghese, che a sua volta era stata vittima del suocero, quell´Hirohito che ancora, nel 1945, si credeva un essere divino.
Poi, quando cinque anni fa, Masako diede al mondo il tanto desiderato erede, nacque una femmina. Si parlò allora di cambiare la costituzione, di permettere l´ascesa al Trono del Crisantemo di una donna, la piccola Aiko, e sembrò che la Principessa Triste sorridesse. Ma quando nel settembre dell´anno scorso, la cognata di Masako, moglie del fratello minore di Naruhito, mise al mondo un maschio, non si parlò più di revisione della costituzione, il maschio c´era, il Trono del Crisantemo era salvo. Non era però salva Masako. Ancora cattiverie, ancora chiacchiere su una sua presunta rivalità con la principessa Kiko, madre del futuro imperatore, le due figure di donne contrapposte, una esaltata, Kiko, perché non interessata alla sua personale felicità ma tutta dedita al senso del dovere: dare un erede al Trono, anche se già era arrivata alla quarantina. L´altra, Masako, instabile, caratteriale, troppo "cosmopolita", quindi non "vera giapponese", troppo moderna, troppo - come ha ripetutamente scritto la stampa giapponese dedita al gossip - simile a Lady Diana, anche se di suoi amori extra-coniugali mai si è parlato e mai ci sono stati. Disastroso forse anche il suo rapporto con il marito, il timido Naruhito, incapace di fecondare la sposa, al punto che nella biografia del giornalista australiano Ben Hills, appena uscita e intitolata "Principessa Masako, prigioniera del Trono del Crisantemo" si dice chiaramente che Masako, sottoposta a lungo a pesanti cure ormonali, alla fine ha dovuto far ricorso all´inseminazione artificiale. Altra onta, altra vergogna per la dinastia imperiale nipponica, e non stupisce che il libro di Ben Hill sia stato proibito in Giappone dove non vige nessuna censura. Comunque, pare che il seme fosse quello di Naruhito, erede al trono, uomo che Masako non amava e al quale disse tre volte di no prima di essere costretta a accettare di entrare in un´anacronistica dimensione, quella dell ‘Impero del Sol Levante. Sembra che abbia accettato soltanto dopo che Naruhito le giurò che l´avrebbe sempre protetta. E ora Naruhito si è rivelato il miglior amico e protettore di Masako, ha mantenuto fede alla promessa svelando la verità.

Repubblica 24.2.07
GRAMSCI LO STRANIERO
Ormai ignorato in Italia, è studiato nel resto del mondo. La sua fortuna a settant'anni dalla morte
Intervista a Joseph A. Buttigieg su un classico assai presente nella cultura internazionale
Quasi scomparso da noi, negli Usa è la bestia nera della destra
I "subaltern studies" dall'India al Brasile, dall'Africa alla Cina
di Simonetta Fiori


Gramsci, chi era costui? Nel settantesimo anniversario della morte (27 aprile 1937), il profilo di un classico del Novecento, l´autore che Benedetto Croce acclamò come «patrimonio di tutti», appare piuttosto sfocato se non totalmente oscurato, almeno nel paese che gli ha dato i natali. Ed è questo il primo paradosso nel trarre un bilancio della sua fortuna: oggetto di accurati studi in tutto il mondo - dall´Australia a Israele, dagli Stati Uniti all´India, dal Giappone al Brasile -, tuttora bestia nera dei polemisti conservatori nordamericani, in Italia la sua immagine appare un po´ impolverata, un busto ammaccato ormai da tempo riposto in soffitta, salvo restauri e lucidature dell´ultima ora, quando proprio non se ne può fare a meno. È quel che in fondo accade in questo settantennale, in un tripudio di iniziative promosse dall´Istituto-Fondazione Gramsci, opportunamente destato da una protratta letargia (vedi box qui sotto).
Anche nel linguaggio politico, il lessico gramsciano talvolta rimbalza nella sua versione caricaturale (le "casematte" evocate dall´inquilino di Arcore o "la guerra di posizione" annunciata dall´inventore del mito padano). Mentre a sinistra dopo una stagione di feroci lotte su letture opposte e contrarie (Gramsci comunista o critico ante litteram del comunismo? Gramsci liberaldemocratico o cominternista?) la rimozione appare diffusa o la rievocazione generalmente pasticciata, con rare eccezioni. Eppure l´Italia può vantare una famiglia di gramscisti nobili, discesa dal decano Valentino Gerratana. Non sono mancati negli ultimi anni contributi importanti come il volume postumo di Antonio A. Santucci (Sellerio) o il fondamentale Gramsci storico di Alberto Burgio (Laterza), insieme a Le parole di Gramsci a cura di Fabio Frosini e Guido Liguori (Carocci), animatore quest´ultimo della vivace sezione italiana dell´International Gramsci Society, la rete che raccoglie i massimi specialisti del mondo. Recenti anche i saggi di Chiara Daniele ed Angelo d´Orsi. Ma è come se si trattasse di una comunità conventuale, operosa e dedita, ma sostanzialmente separata dal dibattito pubblico. Sacerdoti un po´ eccentrici di un classico ingiustamente condannato alla muffa o talvolta improvvidamente rianimato da talenti romanzeschi che ne riscrivono la morte (Massimo Caprara arrivò a ipotizzarne il suicidio) o invocano fantasiose carte occultate dal perfido Togliatti (Il Giornale qualche settimana fa).
Gramsci dimenticato? Se il suo profilo politico appare inesorabilmente estinto insieme alla storia del comunismo italiano e internazionale, non esiste forse un Gramsci intellettuale da continuare a interrogare? Il nostro paese sembra smentire la profezia di Hobsbawm che, solo qualche anno fa, citava Gramsci come l´unico pensatore marxista sopravvissuto alla chiusura nei ghetti dell´accademia. «Un classico italiano generalmente ignorato in Italia», dice ora Joseph A. Buttigieg, figura di massimo prestigio dell´International Gramsci Society (ne è il segretario) e traduttore americano dei Quaderni. «E dire che per un quarantennio - dalla prima edizione delle Lettere nel 1947 fino all´89 - è stato una presenza molto vitale nel dibattito pubblico e nelle correnti culturali italiane. Ricordo che ancora negli anni Ottanta ci si chiedeva se Gramsci sarebbe diventato un classico. Il fatto è che ovunque lo è diventato, e si continua a dialogare con lui. Mentre in Italia - con la sola eccezione dei gramscisti della Igs - appare per lo più consegnato al museo dell´antichità».
Professor Buttigieg, dove le appare più forte la presenza di Gramsci nel mondo?
«Direi nel campo dei cultural studies, una corrente di studio ispirata inizialmente dagli scritti di Raymond Williams e Stuart Hall, oggi diffusa in tutto il mondo anglofono. Il concetto chiave è quello gramsciano dell´egemonia, del potere culturale».
Il consenso ricercato sul terreno della cultura.
«Nelle sue analisi dello Stato moderno Gramsci mostrava che il potere dei governanti non è basato sulla capacità coercitiva dello Stato ma piuttosto sulla capacità di coltivare il consenso dei governati. Il consenso è creato appunto sul terreno della cultura. Allora per capire uno Stato moderno non basta studiare i partiti politici e la struttura economica, ma è necessario analizzare quell´insieme di fenomeni che Gramsci chiamò "l´organizzazione della cultura": la scuola, le chiese, i giornali, le riviste, il cinema, il romanzo d´appendice. Solo in questi ultimi anni i cultural studies hanno cominciato a destare un certo interesse anche in Italia».
Ma c'è una relazione con i subaltern studies, altro campo d'influenza gramsciana?
«Questi nascono da un´altra riflessione di Gramsci, raccolta nel Quaderno 25: Ai margini della storia. Storia dei gruppi sociali subalterni. I primi studi uscirono a Calcutta nei primi anni Ottanta, su iniziativa di Ranajit Guha. Nel decennio successivo un altro gruppo di studiosi ha esteso la riflessione di Guha e di altri teorici asiatici all´America Latina. Il campo di indagine ha continuato ad allargarsi: numerosi sono i saggi che trattano della subalternità in chiave gramsciana lungo territori diversissimi, dall´Africa alla Cina, dall´Irlanda alla Palestina. Molto spesso le teorie sulla subalternità si sono intrecciate con gli studi su colonialismo e post-colonialismo. Tra i massimi studiosi che hanno usato categorie gramsciane in questo campo va ricordato l´americano palestinese Edward Said».
In tutte le maggiori università americane, ma anche in Cina o in America Latina, non manca qualche corso sui cultural studies o postcolonial studies.
«Sì, una moda molto contagiosa. È curioso che nessuna di queste correnti sia nata in Italia».
E nel campo delle scienze politiche, qual è il riferimento a Gramsci più frequente?
«Gramsci è considerato uno dei maggior teorici della società civile, categoria oggi assai studiata nel mondo anglosassone. Egli più di altri pensatori ci fa capire che non è un terreno completamente neutro, come invece sostiene il liberalismo classico, il quale teorizza una netta separazione tra il governo e la società civile. Le note gramsciane sulla formazione dell´opinione pubblica e sulle connessioni tra società civile e società politica - scritte settantacinque anni fa - sono valide tuttora».
Colpisce che negli Stati Uniti Gramsci sia così presente nel dibattito pubblico.
«Sì, in forme talvolta minacciose. Recentemente il suo nome è riecheggiato insieme a quello di Hugo Chavez, la nuova bête noir dell´amministrazione Bush. Per certi pubblicisti conservatori il fatto che il leader venezuelano citi Gramsci nei suoi discorsi è una conferma della pericolosità dell´autore dei Quaderni. Che cosa leghi Gramsci a Chavez è tutto da dimostrare, ma il clima intorno al pensatore sardo è quello evocato da Michael Novak in un celebre articolo del 1989: The Gramscist are coming, ovvero le orde barbariche di Serse alle porte... ».
Gramsci come l´uomo nero?
«Più o meno. È interessante l´uso che ne viene fatto nei media più popolari. Il più noto commentatore conservatore alla radio, Rush Limbaugh, ha scritto in uno dei suoi libri che Gramsci è "l´ultima speranza per chi odia l´America". Secondo Pat Buchanan, candidato alle elezioni del Duemila, la minaccia d´una rivoluzione gramsciana è un pericolo reale. Un´immagine muscolare dell´autore delle Lettere affiora anche nei saggi prodotti recentemente dall´Heritage Foundation, una sorta di "think tanks" della destra. Una "Grasmscifobia" diffusa, che rivela la confusione ideologica della destra statunitense».
In compenso Amartya Sen, economista premio Nobel, sceglie Gramsci come oggetto d´indagine.
«Sì, quattro anni fa è comparso sul Journal of Economic Literature un suo importante saggio che mette in relazione i Quaderni con Wittgenstein e Sraffa. È questo un altro aspetto di Gramsci che va acquistando rilievo negli studi internazionali: la sua riflessione sulla lingua e sul rapporto tra lingua e politica. Naturalmente quello gramsciano è l´approccio d´un materialista storico: la prassi linguistica non può essere analizzata indipendentemente da ogni altra attività sociale. Esiste oggi un´amplia bibliografia - tra Canada, Stati Uniti e Inghilterra - che traccia un raffronto tra Gramsci e Michail Bachtin, Walter Benjamin, la Scuola di Francoforte».
A fronte di questi fermenti, lei come spiega la sua rimozione in Italia?
«Direi che da voi Gramsci è sostanzialmente ignorato, specie nel dibattito pubblico. Intendiamoci: è di massimo valore il lavoro degli specialisti italiani della Igs - penso soprattutto al grande progetto del Lessico gramsciano - ma è altrettanto indubbio che questo lavoro finisca per interessare solo poche persone. Ed è un peccato, perché il testo gramsciano ha ancora da molto da dire, sul terreno della società civile come su quello del potere culturale. Forse Gramsci non è più ascoltato perché il clima prevalente è ostile alla serietà, al pensiero sobrio, alle analisi intellettualmente rigorose. Mi auguro che questo anniversario serva a correggere una colpevole distrazione».

Le iniziative per l´anniversario: saggi e convegni
dai Grimm a Marx le traduzioni inedite
NUMEROSE le iniziative programmate per l´anno gramsciano. In aprile è annunciato il primo volume dell´Edizione Nazionale delle opere di Antonio Gramsci (un progetto messo in cantiere nel 1990 e vivacemente discusso all´interno della cittadella gramsciana). Si tratta del Quaderno di traduzioni (1929-1932), a cura di Giuseppe Cospito e Gianni Francioni, con le traduzioni dal tedesco, dal russo e dall´inglese (quasi interamente inedite). I testi tradotti sono di natura eterogenea, dalle favole dei fratelli Grimm alle pagine di Marx. Tra i libri in preparazione, un lavoro di Chiara Daniele da Feltrinelli e il primo volume dell´Annuario gramsciano diretto da Giuseppe Vacca e Giancarlo Schirru presso Il Mulino. Numerosi i convegni, a cominciare dal seminario internazionale dell´Istituto Gramsci il 27 aprile: Gramsci, le culture e il mondo. Dal 2 al 5 maggio si terrà in Sardegna un convegno itinerante della International Gramsci Society. Previsto in primavera alla Normale di Pisa un seminario su Gramsci settant´anni dopo. Dal 4 al 6 ottobre appuntamento a Berkeley, con Gramsci´s Theory of intellectuals in North America. Di nuovo a Sassari in autunno, con il seminario La lingua / le lingue di Gramsci. In novembre un convegno a Buenos Aires. Si chiude a Bari il 13 dicembre con Antonio Gramsci nel suo tempo.


Repubblica 24.2.07
Anticipazioni. Un incontro dopo il crollo del comunismo
Il pianto di mio fratello Maurizio
di Giovanni Ferrara


Lui volse il viso per guardarmi Teneva in mano un fazzoletto bagnato e nascose il viso
È finito tutto, diceva, una vita intera dietro a questo mondo. Non c´è rimasto niente
Mi chiamò mia cognata Marcella Vieni, disse, forse solo tu puoi parlargli, ti prego


Uscirà fra qualche settimana Il fratello comunista (Garzanti), l´ultimo libro di , una specie di testamento spirituale. Ne anticipiamo un brano

Un pomeriggio d´estate, seduto al tavolo presso la finestra che dà sulla strada e sul porto e, oltre il molo, sul mare disteso fino ai Monti della Tolfa, scrivevo e leggevo tranquillo. Alzavo ogni tanto gli occhi dalle scritture che avevo davanti, e guardavo lo specchio d´acqua del porto, immobile come sempre, il paese vecchio, la Rocca Spagnola. (...) «Giovanni!», sentii chiamare dalla strada. Non vi badai subito, concentrato com´ero, ma poi il richiamo si ripeté, non più forte, forse anzi più basso e ne fui attratto. Riconobbi la voce di Marcella, mia cognata. In quei giorni, mio fratello Maurizio e sua moglie Marcella erano a Porto Ercole, nella loro casa vicinissima alla nostra. Ci si vedeva praticamente ogni mattina, quando s´andava al mare insieme, alla Feniglia o alla Giannella, da Marisa o da Ulisse. M´alzai e m´affacciai alla portafinestra. (...) Non mi lasciò il tempo di chiedere e disse: «Per favore, vieni da Maurizio, forse solo tu puoi parlargli, ti prego». Si voltò, risalì lentamente la brevissima strada fino al suo cancello, e sparì (...).
Dovevo parlare con Maurizio, ma perché? Com´era possibile che Marcella chiedesse un aiuto per parlare con Maurizio - loro due che da più di cinquant´anni, dagli incontri furtivi nella Roma clandestina dei tedeschi e dei fascisti, avevano sempre parlato, e talvolta, pensavo, magari anche gridato, come accade nei legami sorti dall´amore, lunghi tanto da tendersi, inevitabilmente, e torcersi e annodarsi fin quasi allo strappo, poi sempre evitato? Eppure, mentre rientravo nella stanza e m´avviavo alla porta di casa, mi pareva come se Marcella avesse, come si dice, gettato la spugna. Ma quali argomenti potevo avere io, che valessero più dei suoi? (...) Per rasserenare Maurizio con le parole, non credevo d´essere la persona più adatta. Forse per qualche caso insignificante, in cui la mia cosiddetta saggezza poteva giovare. Però quella chiamata non era rivolta a una saggezza quotidiana, sembrava piuttosto dire e quasi imporre: «Ora tocca a te».
Entrai nella cucina. Marcella era sparita, sentii i suoi passi al piano di sopra. Maurizio doveva essere nella stanza accanto, "il salotto", la stanza con lo scaffale grande, il televisore, il divano-letto le poltroncine e la poltrona grande di legno, con lo schienale mobile, detta "la poltrona dello zio Antonio", un resto delle varie minime eredità lasciate dai tanti fratelli e sorelle di nostra madre (ora, quella poltrona l´ho io, è sempre a Porto Ercole, resiste bene al tempo).
Maurizio, era lì, sulla poltrona di zio Antonio. Volse il viso per guardarmi, aveva gli occhi rossi e le guance umide, teneva in mano un fazzoletto bagnato e ripeteva il gesto che, ricordai, faceva quando morirono nostro padre e poi nostra madre, e lui piangeva: passava il fazzoletto pieno di lacrime appallottolato dalla mano destra alla sinistra e poi dalla sinistra alla destra, e ancora e ancora, e così via. Chiamò il mio nome, a voce bassa, poi riprese a guardare davanti a sé, chinando un poco il capo, come per nascondere il viso.
Sedetti sulla poltroncina accanto al televisore spento, e stavo zitto. Lui mi guardò con occhio assente, abbozzò un sorriso ma non diceva nulla. Fu quello un momento del tutto nuovo, per me. Non m´ero mai trovato accanto a mio fratello così, in silenzio, guardando lui che piangeva tacendo. (...) A tratti, nel suo silenzio, Maurizio mi fissava con uno mite sorriso come d´imbarazzo. Forse non per i pensieri che lo tormentavano e non si decideva a rivelare, ma piuttosto per quel pianto che rivelava una stanchezza infinita, quasi la rinunzia al portamento virile che in lui tanto spesso era imperioso. Sparita l´eterna gioventù del suo spirito testardo e coraggioso, nella catastrofe d´una vecchiaia morale e fisica piombata su di lui inesorabile. Appariva esaurito, quasi non avesse più parole, come se il colloquio con Marcella, forse lungo e certamente agitato, lo avesse stremato e ammutolito. Doveva parlare con me ma riusciva solo a piangere e, a tratti, frenando il pianto, a sospirare come se riflettesse e tornasse a riflettere e riflettere ancora, ostinatamente e invano. Non sapevo che fare, che dire, poi un pensiero mi colse, semplice, nudo: «È crollato». Ma in che senso, perché? Con uno sguardo lui mi capì, e con voce sommessa ma chiarissima disse: «Caro mio, è tutto finito, finito».
Tacemmo ancora. Lui sembrava fissare un quadro appeso sopra il televisore, una litografia che aveva portato dalla Russia quando tornò dal suo lavoro d´inviato dell´Unità a Mosca. Una litografia che in certo senso ricordava quel famoso disegno di Steinberg, dove in prospettiva è rappresentata l´intera America, dalle vie di New York fin laggiù laggiù, la Cina. Ma questa nella sua ingenuità popolare aveva ben altro senso: si vedeva tutta l´Urss, campagne e città, monti, fiumi e boschi, ciminiere e fabbriche, campi di grano e laghi, il mare intorno e lontano e sopra tutto un quadrimotore Tupolev che sorvolava trionfante l´intera Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. La sintesi d´un mito della terra e della Rivoluzione, della tradizione e della modernità. Una litografia minuziosa e allegra, con i suoi colori chiari e una sorta d´ottimismo - non un solo angolo oscuro, non un solo successo proletario trascurato. Ero abituato da anni a vedere quell´immagine strana e familiare, senza quasi più notare in alto, tra i cieli azzurri e di bianche nuvole, in un ovale intrecciato di frutta e fiori, i tre profili: Marx, Lenin, Stalin.
«È tutto finito, tutto cancellato, non resta niente, niente di niente», così disse. S´asciugò di nuovo gli occhi, ormai il gesto era automatico, non aveva più lacrime. «È stato tutto inutile», riprese. «Non ha significato niente, non c´era niente che valesse la fatica... tutta la vita... una fatica inutile... Marcella dice che non è vero, non è del tutto vero, ma sa benissimo che non è così, che è vero, è inutile discutere. Tutta una vita, sessant´anni dietro a questo lavoro, a questo mondo, a questo scopo, non c´è rimasto niente. Anzi, non c´era niente neanche prima, forse. Io l´ho sentita venire, questa fine, è una specie di morte, ma soltanto ora, non so perché, ho visto le cose in faccia. Ma è peggio della morte, quella riguarda le persone, o anche milioni di persone, ma sempre persone, questa è come la morte del significato di ogni cosa, ogni cosa ha perso il suo significato, restano solo quelli là, quelli che hanno sempre avuto ragione! Non è che prima avessero torto e poi sono riusciti ad aver ragione, hanno sempre avuto ragione, noi abbiamo sempre avuto torto, abbiamo sbagliato tutto fin dall´inizio, fin dal ´17!».
È strano, sono passati almeno dieci anni, il fratello Maurizio, il mio fratello comunista è morto, e così Marcella, la mia cognata comunista, tutto quel mondo è perduto, forse non interessa più nessuno e io stesso ne sono ormai quasi dimentico. Eppure, ricordo tutto di quel pomeriggio, quasi ne avessi fatto un verbale, e ora lo rileggessi dentro di me. Come se quella conversazione - niente di straordinario, in fondo, cose scontate, tipiche della tragica banalità che è del nostro tempo - abbia segnato la fine non soltanto della sua storia, ma in qualche modo anche della mia.

il Riformista 24.2.07
Vescovo ratzingeriano:
asili nido? Non potetis


I piani del governo per costruire più asili-nido sono «micidiali per i bambini e per le famiglie»; le donne vengono trasformate in «macchine da riproduzione» e la politica del ministro della Famiglia non ha nulla a che vedere con il bene dei bambini, ma è «volta innanzitutto a reclutare giovani donne come forza lavoro di riserva per l’industria». Toni simili, da parte di un vescovo cattolico, in Germania non si erano mai sentiti e un attacco tanto pesante al governo non si era mai visto. La chiesa bavarese, notoriamente assi vicina a papa Ratzinger, sembra intenzionata ad adottare i metodi di un nuovo, micidiale Kulturkampf contro lo stato laico.
Si capisce, perciò, lo stupore (e la preoccupazione) con cui sono state accolte le dichiarazioni esplosive del vescovo di Augusta Walter Mixa, uno dei massimi esponenti delle gerarchie ecclesiastiche del meridione tedesco. Tanto più che questa furia era indirizzata contro la pia Ursula von der Leyen, la ministra più “cristiana” del gabinetto guidato dalla cristiano-democratica Angela Merkel. La ministra che, sia detto per inciso, meno può essere accusata di volere il male dei bambini, visto che ne ha messi al mondo ben sette.
L’attacco del vescovo Mixa ha seguito a ruota una sequela di polemiche che si erano già abbattute sul programma messo a punto dal ministero della Leyen, che era stata accusata dalla destra più conservatrice di insistere troppo nell’intenzione di sottrarre le madri al loro “dovere” di educare i figli in casa. Una polemica decisamente reazionaria, la quale riecheggia però certi scrupoli che sono presenti nello spirito pubblico tedesco a causa del ricordo del nazismo, i cui piani educativi prevedevano proprio la sottrazione dei minori alle famiglie e il loro affidamento a strutture educative statuali. La povera von der Leyen, tuttavia, con la sostanza di questi scrupoli non ha nulla a che vedere. Il suo piano per la realizzazione degli asili-nido (attualmente del tutto insufficienti in molti Länder tedeschi dell’ovest, proprio per il motivo accennato sopra) è teso semplicemente a rendere più facile la vita alle tante donne che lavorano e non sanno a chi affidare i figli. E tutto si aspettava meno che di diventare il bersaglio di un furibondo tiro a segno che la considera strumento del demonio.
Tanto è apparsa dura e immotivata la sortita del vescovo Mixa che lo stesso capo del gruppo parlamentare della cattolicissima Csu nella dieta bavarese, Joachim Hermann, ha sentito il bisogno di prenderne polemicamente le distanze, richiamando oltretutto alla coerenza coloro i quali, a parole, si dicono favorevoli a politiche che aiutino la famiglia. Con un po’ di malizia, Hermann ha ricordato anche al vescovo Mixa che fra le donne che lavorano e che, per farlo, hanno la necessità di affidare i figli alle strutture pubbliche, ce ne sono moltissime le quali, specie in Baviera, sono al servizio proprio della chiesa e delle organizzazioni cristiane come la Caritas. Assai più duri i giudizi degli esponenti della Spd: il capo dei deputati socialdemocratici bavaresi Florian Pronold ha accusato Mixa di usare toni da «caccia mediatica alle streghe», mentre la responsabile federale per le questioni ecclesiali Kerstin Griese ha invitato la chiesa bavarese a non seguire le rudezze del vescovo di Augusta.
Al di là delle polemiche sollevate dall’incredibile presa di posizione di Mixa, si coglie comunque una preoccupazione più generale della chiesa cattolica tedesca (e un po’ anche di quella evangelica). I rapporti con Roma in materia di politiche della famiglia e di morale sessuale non sono mai stati facili, specialmente per quanto riguarda le comunità ecclesiali di base e quelle, anche ufficiali, della Renania. L’insofferenza dei cattolici più aperti per le chiusure che arrivavano dal Vaticano (per esempio sulla somministrazione dei sacramenti ai divorziati) hanno indotto tensioni e divisioni anche all’interno della Germania, con i bavaresi tradizionalmente più “fedeli” alle direttive romane. Una accentuazione delle intolleranze, come quella segnalata dalla sortita del vescovo di Augusta, potrebbero aprire un conflitto davvero esplosivo.

il Riformista 24.2.07
I dodici bocconi amari che
Rifondazione deve ingoiare
di Ettore Colombo


Il Prc fa quadrato attorno a Prodi al punto da manifestare in nome della prosecuzione del suo governo, domenica prossima, in tutte le piazza d’Italia. Deferisce il senatore dissidente Franco Turigliatto, già espulso dal gruppo, al collegio di garanzia, che dovrebbe deciderne il definitivo allontanamento dal partito. E, soprattutto, manda giù, con molti mal di pancia, tutti e 12 i «punti» usciti dal vertice dell’altra sera con il premier.
La direzione straordinaria del partito, che si è riunita ieri mattina, ribadisce la fiducia al premier e «una collaborazione leale e fattiva» al suo governo. Però l’oggetto del contendere non è l’appoggio al governo, ma i 12 punti. Apertamente, dissentono solo le minoranze, in realtà i dubbi permeano anche pezzi della maggioranza. Per Giordano non ci sono se né ma: riconosce che alcuni temi sono delicati (Dico, Tav, rigassificatori) ma il sì convinto ai 12 punti è frutto di tre questioni cardine (centralità dell’Unione, conferma del governo Prodi, centralità del programma). Poi usa un virtuosismo dialettico: «le modalità d’inveramento le discuteremo nel confronto parlamentare». Eppure molti tra i punti restano controversi, a partire dalla richiesta di metodo del premier, quella di esprimere in maniera unitaria la posizione del governo perché si rischia un deficit collegialità. Lo ammette la senatrice Rina Gagliardi: «i 12 punti sono una piattaforma emergenziale e preannunciano un secco spostamento al centro del governo. In particolare l’ultimo punto nega alla radice il potere di contrattare». Non è l’unico punto di sofferenza, anche se tutti sanno, nel Prc, che dopo Prodi c’è il nulla. O il caos. Quello che non va lo enumera lo stesso ministro Paolo Ferrero, l’altra sera, a caldo, nel corso della trasmissione Controcorrente su Sky. «Lotta alla precarietà, all’evasione e alla povertà, che sono elementi di società importanti, non compaiono, nello schema i livelli di emergenza sociale restano sullo sfondo». Poi, ieri, precisa: «Il programma elettorale dell’Unione non è cancellato dai 12 punti». Giordano tira un sospiro di sollievo: «Ferrero è stato equivocato».
Il responsabile economico Maurizio Zipponi si attesta sulla linea di difesa che «fa fede il programma né potevamo scriverne uno nuovo. Lotta alla precarietà e al lavoro nero e sommerso sono lì e in Finanziaria, poi per imporli serve vincere nei rapporti di forza reali». Ma il sottosegretario allo Sviluppo economico Alfonso Gianni chiede chiarimenti sul punto 7: «riduzione dei costi della politica va bene; della spesa sociale no, vorrei almeno capirne di più. Abbiamo perso consensi proprio sulla politica economica e qui rischiamo di più, nel rapporto con il nostro popolo». Poi c’è il problema che «il governo è caduto da destra, non da sinistra. All’allargamento a destra ci dobbiamo stare, ma come?». Giordano difende con puntigliosità l’accordo, i capigruppo di Camera e Senato (e colonnelli in seconda del Prc) Migliore e Russo Spena fanno quadrato. Per Migliore, che pure avrebbe chiesto «più attenzione» al punto della spesa sociale, «non c’è nessuna sofferenza: i 12 punti sono una estrapolazione del programma e la nostra adesione è totale. Nello specifico, i Dico sono già incardinati in Parlamento, la parte sociale è nel programma, sulle pensioni i segnali sono positivi. Dimostreremo che è possibile governare con una maggioranza plurale, l’unica possibile, questa». Russo Spena ammette che «sulla Tav vedremo le soluzioni tecniche, il punto va approfondito, mentre sulle pensioni c’è l’accento su pensioni basse e giovani, per il resto non ci sono punti di sofferenza, nemmeno sulla politica estera, dove si richiamano diversi emendamenti già presentati dal Prc, a partire dalla conferenza di pace». Russo Spena garantisce sulla compattezza dei suoi 26 senatori, poi con Migliore (e naturalmente Giordano) sale al Quirinale. Dove viene confermata al Colle «la totale fiducia del Prc al governo Prodi e la contrarietà a qualsiasi altra forma di governo, istituzionale o di larghe intese», ma soprattutto è sicuro che «la maggioranza sarà autosufficiente e completa sia alla Camera che al Senato, i numeri ci sono», dice Giordano.
Intanto però i senatori sono diventati uno in meno perché Turigliatto entrerà nel gruppo misto: per ora «sospende il giudizio», sulla fiducia, anche se difficilmente lui e il suo compagno di corrente (Sinistra critica) Salvatore Cannavò, che - annuncia - assumerà su di sé le stesse decisioni che graveranno su Turigliatto fino all’espulsione, negheranno la fiducia a Prodi. La chiamano «pausa di riflessione», per ora, ma ribadiscono il loro no secco sull’Afghanistan e rischiano di finire ai margini, malissimo tollerati, se non fuori, entro breve, dal Prc, con un voto contrario sulle missioni, anche se Cannavò annuncia una «campagna di solidarietà» a Turigliatto. Certo è che, dalle minoranze, la sensazione che i 12 punti siano «un arretramento secco», rispetto al programma, è netta. Claudio Grassi, leader dell’altra e più grande minoranza, l’Ernesto, che pure non vede alternative alla riconferma di Prodi ed ha criticato il comportamento di Turigliatto, giudica i 12 punti «un passo indietro» rispetto al programma su vari temi (accentramento di poteri in mano al premier, Tav, pensioni) e ammette che «il prezzo da pagare sta diventando alto», ma riconosce che «un quadro più avanzato di questo non è dato». Grassi, tra gli iniziali dissidenti, voterà per Prodi, come pure farà «per impedire il ritorno delle destre più antipopolari e pericolose d’Europa» un altro irriducibile, il senatore Fosco Giannini, che pur ribadendo le sue «critiche profonde» al governo Prodi su politica economica e politica estera fa capire che si adeguerà alle decisioni del suo gruppo. Ma sull’evoluzione (in peggio) dei rapporti interni è netto: «L’ipotesi del congresso di Venezia in base alla quale i movimenti avrebbero spostato a sinistra l’ago della bilancia di un governo con noi dentro non si è verificata. I movimenti non ci sono e il partito vive un’impasse terribile». A proposito di movimenti, si fa sentire anche la voce, nettamente critica, di Giorgio Cremaschi, leader della sinistra interna alla Cgil e iscritto al Prc: «dalla guerra in Afghanistan alla base di Vicenza alla Tav all’innalzamento dell’età pensionabile alle privatizzazioni, con i 12 punti il governo assume orientamenti che contrastano profondamente con le richieste di tanti movimenti di questi anni. Così si apre una fase di conflittualità a livello sociale». Per ora, però, Vicenza è già un ricordo, la sindrome del ’98 insegue il partito fino ai piani più alti (Bertinotti compreso) e per Giordano «il popolo del Prc» vuole solo che «il governo Prodi vada avanti», 12 punti compresi. La sinistra radicale spera che ci sarà tempo per limarli, migliorarli e soprattutto farli digerire, da quel popolo. Come scriveva ieri su Liberazione Russo Spena, la linea è una sola: «non svendere nulla, non dimostrare inutili rigidità».

l'Unità 24.2.07
I Dico dell'anno 400
di Gian Carlo Caselli


Scherza coi fanti e lascia stare i santi. So bene che queste parole sono un condensato di prudenza e saggezza. So anche che in un clima di forte tensione su «Pacs», «Dico» e «unioni di fatto» (caratterizzato da ferme prese di posizione d’Oltretevere e preoccupate reazioni dei difensori della laicità dello Stato) affrontare temi così arroventati con propositi di leggerezza e distacco - senza indossare questa o quell’altra armatura - può essere rischioso per le tante suscettibilità in agguato. Tutto vero. Per cui fin da subito mi pento e mi dolgo se mi permetto di dire che non so se esista davvero una lobby contro la famiglia nel riconoscere le coppie di fatto. Ma se mai esistesse, la si potrebbe ricollegare ad un autorevole precedente storico. Un singolare precedente: quasi un cavallo di Troia in terra... fidelium. Perché si tratta del canone di un Concilio. Per la precisione il canone 17 del primo Concilio di Toledo (anno 400 d.C.) Dunque, un precedente da sgranare tanto d'occhi, da non crederci: perché sono stati addirittura dei Vescovi in Concilio a stabilirlo. Nel canone 17 del primo Concilio di Toledo si legge: «Si quis habens uxorem fidelis concubinam habeat, non communicet: ceterum is qui non habet uxorem et pro uxore concubinam habeat, a communione non repellatur, tantum ut unius mulieris, aut uxoris aut concubinae, ut ei placuerit, sit conjunctione contentus; alias vero vivens abijciatur donec desinat et per poenitentiam revertatur». È un latino facile. In sostanza dice che la convivenza sessuale è lecita soltanto quando sia con una sola donna. Ma precisa che la convivenza sessuale con una sola donna è consentita (e perciò non comporta scomunica) non solo quando si tratta di «moglie», ma anche quando si tratta di «concubina tenuta come fosse moglie». In altre parole, per la Chiesa del 400 c'erano alcune unioni di fatto, non costituenti matrimonio, considerate legittime perché sostanzialmente assimilabili al matrimonio. Impossibile, ovviamente, trarne insegnamenti vincolanti o anche solo utili per la stagione che stiamo oggi vivendo in Italia. Dopo milleseicento e passa anni tutto cambia. Uomini, leggi, canoni, principi, rapporti fra Stato e Chiesa, dottrine e prassi. La «flessibilità» di una quindicina di secoli fa potrebbe oggi apparire semplicemente anacronistica. Ma ricordarla si può. E chissà che non possa contribuire - anche solo per un attimo - a svelenire il dibattito, preferendo ai toni da guerra di religione quelli di un più pacato confronto. Magari ironizzando sul fatto che in Spagna un po' di «zapaterismo» - si direbbe - sembra aleggiare già nell'anno 400. Addirittura in un Concilio.