venerdì 23 febbraio 2007

l’Unità 23.2.07
Il presidente Fausto Bertinotti annulla la due giorni sul Monte Athos


ROMA La crisi di governo spinge il presidente della Camera Fausto Bertinotti ad annullare il suo viaggio ai Monasteri di Monte Athos, in programma oggi e domani.
«Vista la situazione venutasi a creare con le dimissioni del governo Prodi - riferisce una nota della Presidenza di Montecitorio - il presidente della Camera, Fausto Bertinotti ha annullato il viaggio ai Monasteri di Monte Athos previsto per oggi, 23 febbraio, e sabato».
La visita rientrava in un percorso di approfondimento spirituale iniziato da tempo da parte del presidente della Camera Fausto Bertinotti.
Sarebbe stata una tappa inusuale dopo il lungo e proficuo viaggio in Sudamerica dove Bertinotti ha fatto a suo modo una svolta: contrapponendo Allende a Che Guevara.

l’Unità 23.2.07
Nel gioco dei veti incrociati c’è un primo bersaglio: i Dico
di Andrea Carugati


«I Dico vanno tolti dall’agenda, questo deve essere chiaro e credo sia stato capito». Clemente Mastella liquida così il ddl Bindi Pollastrini sulle unioni di fatto approvato pochi giorni fa dal Consiglio dei ministri. E tocca uno dei temi più delicati di questa crisi che si è aperta a sinistra e che ora si gioca soprattutto al centro. Con i teodem della Margherita, a partire da Enzo Carra, che attaccano la scelta del partito a favore dei Dico: «Come si fa ora a dialogare con i settori cattolici del centro?». L’uscita di Mastella irrita il socialista Boselli, che giudica il ddl Bindi-Pollastrini «una base minima di compromesso» che non si può ridiscutere. Mentre il ds Franco Grillini già pensa di tornare ai testi depositati alla Camera: «Magari verrà fuori una legge migliore di quella modestissima del governo». E l’ex dipietrista De Gregorio annuncia: sostegno al governo se cancella i Dico.
Poche ore dopo il voto del Senato che ha affossato il governo, loro due l’avevano già detto. Franco Grillini e il teodem Enzo Carra, da sponde diametralmente opposte, avevano subito messo in relazione questa crisi con i Dico: il primo a ricordare «lo schiaffo di Ruini» al governo per mano dei senatori a vita, a partire da Andreotti; il secondo a rallegrarsi per l’«affossamento» del mai digerito ddl Bindi-Pollastrini. Ieri il timbro è arrivato dal Guardasigilli Mastella: «I Dico vanno tolti dall’agenda, questo deve essere chiaro e credo sia stato capito. Del resto non è certo il momento di andare allo scontro». Una pietra tombale che fa sorridere Francesco Storace: «Ho avuto una notizia riservata da palazzo Chigi», ha detto, «hanno cambiato il nome della legge: non più Dico ma Dicevo...».
Mastella già fa infuriare il socialista Boselli: «Quel testo è una base di compromesso non più discutibile». Più pragmatico Grillini, che pensa di ripartire dai testi sulle unioni di fatto già depositati alla Camera, così «almeno potrà venir fuori un testo migliore di quello modestissimo del governo: più che sui diritti dei conviventi era sui diritti dei coinquilini».
Affossati anche da Grillini, per i Dico firmati Bindi Pollastrini il futuro appare davvero nero. E sempre più intrecciato con l’esito della crisi. Tanto che l’ex dipietrista Di Gregorio, consultato ieri al Quirinale dal presidente Napolitano, ne ha fatto l’ago della bilancia per un suo assai eventuale rientro nei ranghi del centrosinistra: volontà di «cooperare per la stabilità» in cambio di una «variazione di rotta sulla famiglia e sulle coppie di fatto». Il tema, insomma, si insinua sempre di più in questa partita che, grazie ai “puristi” della sinistra radicale, si è spostata tutta al centro, così come il baricentro di un eventuale Prodi-bis o, ancor più, di un governo istituzionale. Al centro «ci sono contatti», confermano importanti dirigenti della Margherita, da Castagnetti a Soro, «bisogna muoversi, persuadere, fare politica, fare tutto il possibile». Eppure Casini, tra i motivi del suo no a un appoggio a un Prodi bis, cita subito i Dico: «Come si concilia la nostra posizione con quella di questa maggioranza?», si chiede fumando il sigaro nel cortile di Montecitorio. Enzo Carra, teodem della Margherita, un’idea ce l’ha: «Se nelle settimane scorse avessimo avuto un ruolo attivo sui Dico ora saremmo credibili verso i settori cattolici del centro: invece i 60 col loro documento hanno voluto narcotizzare tutto, siamo diventati un partito-Lexotan. E oggi con quale faccia andiamo a chiedere a Follini e all’Udc di unirsi a noi? Ci risponderebbero: “siete state aggrediti voi che eravate dentro, figuriamoci noi...”». Carra chiede a Rutelli un colpo d’ala: «Prenda un’iniziativa al centro, si smarchi, se non li cerchiamo noi nuovi voti al centro chi lo può fare? Purtroppo i 60 hanno portato il partito all’irrilevanza».
Dunque la timida primavera dei diritti civili sembra già colpita da una rigida gelata. E anche il Dc Rotondi, che pure aveva aperto sui Dico, oggi spiega: «Il governo ha sbagliato a presentare un proprio disegno di legge: ha politicizzato la questione, anzi l’ha militarizzata». E così il probabile tramonto del più moderno e “trasgressivo” dei provvedimenti del governo Prodi contribuisce all’«effetto-macchina del tempo» che si respira in Transatlantico. Dove sembrano di colpo cancellati 15 anni di Seconda Repubblica: con le consultazioni al Quirinale partito per partito, dopo anni in cui leader salivano al Colle per Poli, correnti e sottocorrenti che si riuniscono a crocchi ridendo delle disavventure dei vicini di banco, bipolaristi convinti costretti a dichiarare, arrossendo, di voler raccattare singoli senatori dell’opposizione. E ancora: il protagonismo di Andreotti e Cossiga, gli ex Dc che giganteggiano e sorridono, abituati a crisi assai più complesse e assai meno comprensibili per l’opinione pubblica. Come Mastella che ieri si divertiva sul divano di pelle rossa raccontando che in mattinata «mi hanno chiamato dal Senato per dirmi di sbrigarmi che altrimenti si andava sotto». Risate. O De Michelis che ai suoi spiegava: «Ma come fanno a non capire che questo bipolarismo con dentro le ali estreme non funziona? Non siamo mica in Inghilterra! Anche Berlusconi, che pure aveva quella maggioranza che aveva, in cinque anni non è riuscito a fare niente». E allora? Indietro tutta. «C’è chi vuole mettere indietro le lancette dell’orologio e della politica. Noi non lo permetteremo», si sfoga Franco Giordano. Ma forse è tardi.

l’Unità 23.2.07
INGRAO: «Sostenere il governo Prodi per difendere il pacifismo italiano»


ROMA «Sostenere il governo Prodi per difendere il pacifismo italiano nel mondo».
È questo, in sintesi, l'invito fatto da Pietro Ingrao che ha partecipato, insieme a Franco Giordano, ad una affollata manifestazione in un circolo culturale romano. «La sconfitta del Senato - ha detto l'ex presidente della Camera - cade in un momento estremamente delicato e rischia di spostare il baricentro della battaglia che i pacifisti stanno conducendo in tutto il mondo».
Ingrao ha riconosciuto al governo Prodi di avere aperto una «partita nuova» nel campo della politica estera. Ha in più occasioni citato l'articolo 11 della Costituzione contrapponendolo alla «guerra preventiva» inventata e voluta dagli Stati Uniti: «quell'articolo 11 è fatto di lacrime e sofferenze perché è nato sulla tragedia della II guerra mondiale. Gli americani vorrebbero strapparcelo».
Per Ingrao «non bisogna correre il rischio di far tornare Berlusconi al potere perché questo restituirebbe il nostro paese alla pratica della guerra preventiva».
Nel suo appassionato intervento Ingrao ha fatto una «tiratina di orecchie» a Giulio Andreotti: «Mi è sempre stato un po’ antipatico. Al Senato ha fatto un altro colpo gobbo, semmai poi va anche in chiesa a confessarsi. È un personaggio che può anche ingannare. Chissà che calcolo ha fatto, chissà a che cosa gli è servito quel voto».
Un'altra tiratina di orecchie, anche se più benevola, a Massimo D'Alema del quale apprezza l'intelligenza: «Un uomo acuto, molto calcolatore, ma è stato battuto da un furbone democristiano che ha fatto la mossa cruciale al momento giusto». «Credo che D'Alema abbia sbagliato un po’ i tempi, sulla politica estera si è mosso tardi, doveva vedere prima lo scoglio verso il quale il governo stava andando».
Un accenno Ingrao lo dedica al senatore Sergio Pininfarina: «Io con gli imprenditori c'ho avuto sempre a che fare, come con quel tizio che mi chiedeva sempre “che ti serve qualche cosa?”». Poi parla di Gianfranco Fini, che ha partecipato a “Porta a porta”: «lo guardavo in tv e un po’ lo compativo. È proprio un pagliacciotto».

l’Unità 23.2.07
PRC. Volantinaggi e sit in, domenica in piazza per dire: «Prodi, vai avanti»


L’iniziativa è ancora in fase di organizzazione, ma la segreteria nazionale di Rifondazione ha già invitato tutte le federazioni locali per organizzare manifestazioni, sit-in, punti di ritrovo per domenica mattina in tutte le piazze italiane. La parola d’ordine è «parlare, parlare, parlare», spiegare ai cittadini che cosa è accaduto e ribadire il pieno sostegno di Rifondazione Comunista a Romano Prodi. E stabilire un contatto diretto con il «popolo dell’Unione».
Dialogo aperto con cittadini e elettori, dunque, che segue l’iniziativa «Parla con noi», il forum online che ha ricevuto tanti contatti che, appena poche ore dall’apertura, ieri pomeriggio, si è trovato fuori uso.
Sempre domenica si terranno anche diverse conferenze di organizzazione territoriali in vista di quella nazionale di fine marzo.

«Garantisco sui miei 27 senatori»
Giordano, Rc: basta con l’autismo istituzionale. «Turigliatto? Non lo perdoneremo... »
di Eduardo Di Blasi
Oggi la direzione di Rifondazione deciderà l’espulsione del senatore «dissidente»

«NON PERDONEREMO mai Franco Turigliatto». L’epitaffio è di Franco Giordano, segretario del Prc, il giorno seguente la caduta del governo Prodi a Palazzo Madama. «No, perché se c’è una rabbia che io ho in corpo, e che trasmetto sia quando vado nei programmi televisivi che quando sono a incontri o riunioni, è determinata dal fatto che su questo governo erano apposte le nostre speranze, e adesso il rischio è tornare indietro».
Vi portate sempre addosso il fantasma del ’98...
«Il ’98 non c’entra nulla. Oggi condividiamo un programma, e abbiamo sempre sostenuto il governo in tutti i suoi passaggi parlamentari. Lo abbiamo fatto liberamente per non tradire la fiducia riposta dai nostri elettori, gli elettori dell’Unione».
Lei afferma che non c’è stata una volontà politica del suo partito, ritiene di non avere comunque una responsabilità politica nella caduta del governo?
«Al Senato tutta la coalizione incontra una difficoltà per quello che riguarda i numeri. Mercoledì un solo nostro senatore (ne abbiamo 27, e anche grazie a questo contribuiamo all’esistenza della maggioranza) non ha partecipato al voto. E noi lo abbiamo dichiarato fuori dal partito. Anche se Turigliatto e Rossi avessero votato, poi, saremmo caduti lo stesso, perché non avevamo la maggioranza. E certo che io reputo entrambi gente irresponsabile, affetta da autismo istituzionale. Per quello che è successo mercoledì, però, ritengo che su quel voto si siano concentrate tensioni derivanti da tante sollecitazioni provenienti da settori esterni al governo. E poi, a ben vedere, un solo senatore della maggioranza ha votato con l’opposizione, e non l’abbiamo candidato noi: Sergio De Gregorio».
Qualche problema sulla politica estera il suo partito l’ha posto...
«Abbiamo sostenuto con grande lealtà la politica estera di D’Alema. Anche perché il ministro ha espresso una visione innovativa che è entrata in contatto con il popolo della pace».
Dopo la battuta d’arresto, votereste nuovamente il governo Prodi?
«Io credo che oggi ci siano le condizioni per riproporre la fiducia. Abbiamo il dovere di verificare la possibilità del prosieguo del governo Prodi. Anche per portare a termine quella stagione riformatrice auspicata dalla nascita di quell’esecutivo».
Prodi chiede garanzie. E i numeri al Senato restano in bilico. Il suo partito cosa può garantire?
«Io credo che dovremmo puntare sulla collegialità tra di noi. Rifondazione garantisce quello che ha sempre garantito, vale a dire la totale lealtà al programma dell’Unione».
Sul rifinanziamento della missione in Afghanistan, per fare un esempio, il senatore Fosco Giannini ha già dichiarato che non voterà...
«Io garantisco che dei 27 senatori che rappresento, voteranno tutti. Su quella proposta, indicata anche dal ministro D’Alema, c’è stato il nostro lavoro di mediazione. Condividiamo profondamente l’idea di una conferenza internazionale sull’Afghanistan, e quella di una politica estera autonoma. Per questo voteremo per il governo».
Dopo la caduta di Palazzo Madama non sembra si possano tirare indietro le lancette. Mastella afferma già che i «Dico» devono essere messi da parte...
«Vede, allora, che il problema non è Rifondazione? Io credo che questo governo e questo programma siano gli unici possibili, e faremo ogni sforzo perché ciò accada».
Se la maggioranza di governo si allarga verso il centro vi toccherà ingoiare rospi un po’ più grossi...
«Io non credo che dovremo avere in questa circostanza un atteggiamento mercantile. Credo invece che si debbano fare due cose: garantire la fiducia al governo Prodi al Senato e verificare l’appoggio al programma di governo. Sulla base del rispetto del programma non sono contrario ad un allargamento della maggioranza».
Non vi sentite in una posizione debole?
«No. Siamo sempre stati una forza leale. E riteniamo che il governo Prodi possa essere riconfermato. È possibile anche una campagna parlamentare per arrivare ad una nuova legge elettorale per contrastare le terribile legge elettorale fatta da Berlusconi. Questo lo può fare un governo dell’Unione».
Un governo per la legge elettorale?
«Non ci può essere un governo che nasca sulla legge elettorale. Io non penso ad un Prodi II, ma alla riproposizione di un Prodi I. Un governo che porti avanti le riforme avviate sulla lotta alla precarietà, lo stato sociale, le libertà individuali».
Franco Turigliatto resterà a Palazzo Madama?
«Oggi riuniamo la direzione del partito. Proporremo l’incompatibilità politica. Lui ha già detto che vuole dimettersi. Io mi auguro che questo succeda, perché non ha risposto al mandato che gli elettori ci hanno dato. Noi non possiamo rimuoverlo, nè fucilarlo, ma quest’ultima cosa non la scriva».

l’Unità 23.2.07
«Io, ex Potere Operaio e Fiom: 20 anni nel mirino dei terroristi»
Per la prima volta parla Antonio Romito, teste chiave del processo a Negri e Scalzone: «Come me tanti altri uomini dimenticati»
di Gigi Marcucci


PER DODICI ANNI è stato un fantasma. Per altri sei ha vissuto guardandosi le spalle. Quasi quattro lustri trascorsi da latitante. Senza aver fatto niente di male. Antonio Romito si materializza nell’atrio di un albergo padovano. Giacca, cravatta, una stretta di mano micidiale, che non può essere quella di uno spettro. Oggi ha 55 anni, fa l’imprenditore. Per la prima volta racconta la metà sommersa della sua vita. Gennaio 1979, Guido Rossa, operaio all’Italsider di Genova, con in tasca la tessera del Pci e quella della Cgil, viene assassinato dalle Brigate Rosse. Passano cinque giorni, a Milano un commando di Prima linea uccide il giudice Emilio Alessandrini, il magistrato che sta indagando su piazza Fontana.
Negli anni di piombo si muore così. Ogni giorno ci si chiede chi sarà il prossimo a cadere. A Romito, dirigente della Fiom padovana iscritto al Pci, uno che chiude le manifestazioni senza dare la parola ai violenti di “Autonomia organizzata”, glielo chiede proprio uno di loro: «Hai visto Rossa e Alessandrini? Indovina chi sarà il terzo». Padova è da anni nell’occhio del ciclone. È lì che nel ‘74 le Br compiono il famoso «salto di qualità», uccidendo per la prima volta. Le vittime sono due giovani missini, Giuseppe Mazzola e Graziano Girallucci. Nel marzo del ‘79, il professor Guido Petter viene ferito gravemente a colpi di spranga. A organizzare il pestaggio è Claudio Latino, arrestato due settimane fa come appartenente alle nuove Br. Due giorni dopo tocca al preside di Lettere, Oddone Longo. A settembre, sparano al professor Angelo Ventura, che aveva pubblicamente denunciato Autonomia.
«Il clima era quello. Io dentro di me pensai: se proprio devono ammazzarmi, almeno che si sappia chi è stato». Il giorno dopo Romito è davanti a Pietro Calogero, il magistrato che indaga sui collegamenti tra l’Autonomia e le Br, quello che per alcuni diventerà il teorema «7 aprile». Il pm lo ascolta per tre giorni e tre notti. Romito ha una lunga storia da raccontare. Prima di entrare nel sindacato e nel Pci ha fatto parte di Potere Operaio, il gruppo più oltranzista e compartimentato della sinistra antagonista. Ha conosciuto e frequentato il professor Toni Negri, Carlo Fioroni (il professorino del rapimento Saronio), Emilio Vesce. «Ho ricostruito tutto dall’interno: le scissioni, il passaggio alla lotta armata. Calogero aveva capito tutto, mi creda».
Tutto comincia nel 1969, l’anno dell’autunno caldo. Romito, 18 anni, indossa da poco la tuta di metalmeccanico all’Utita, una fonderia che ha 810 dipendenti. È uno dei pochi assunti a non essere passato attraverso il “collocamento parallelo” gestito dalla Cisnal, il sindacato vicino al Movimento sociale. «Avevo la passione politica di quell’età. Un specie di fiamma che mi catapultava giù dal letto alle tre del mattino, quando dovevo volantinare o fare i picchetti. A quell’età cerchi continuamente le emozioni, l’ebbrezza: ha presente quella che Toni Negri diceva di provare quando si calava il passamontagna?». All’epoca Negri è un professore di filosofia e ha alle emozioni affianca la teoria. «Il tipo di lotta che noi proponiamo è indubbiamente fondata su obiettivi di appropriazione - dichiara nel ‘71 -. Ed è su questo piano che non avrebbe credibilità di fronte alle masse un progetto che non fosse di appropriazione armata». Il tema della «militarizzazione del movimento» è obliquamente lanciato. Se il professore non vaneggia, sta parlando di lotta armata.
«Io sapevo cos’era Potere Operaio. Dentro di me lo giustificavo, anche perché per molto tempo le azioni illegali erano state solo dimostrative», dice Romito. Capireparto sequestrati, qualche macchina incendiata. Poi però, proprio a Padova, c’è il famoso “salto di qualità”, con l’uccisione di Girallucci e Mazzola. «A sinistra si diceva che fosse stata un regolamento di conti tra neofascisti, ma noi di Potop sapevamo che erano state le Br. A me ovviamente i fascisti non sono mai piaciuti, ma uccidere era troppo».
Romito comincia a lavorare a tempo pieno nel sindacato dei metalmeccanici, la Fiom Cgil. Anche perché, tra uno sciopero per il contratto e un’altro per l’accordo integrativo, è stato licenziato. Alla fine del ‘74 entra nel Pci e fonda una sezione di partito dentro la sua fabbrica. Il ‘78 vede Romito alla testa delle lotte sindacali padovane, proprio mentre si consuma definitivamente la rottura con Potop e Autonomia, nata da una costola dell’organizzazione. Cominciano le minacce: «Romito marchi male», «Stai attento, noi non promettiamo invano».
Il 7 aprile, quando scattano gli arresti chiesti da Calogero, Romito sta occupando delle terre incolte. «Calogero, dopo avermi interrogato, mi aveva detto: “Cerchi di guardarsi le spalle”. Io però ero tranquillo, non mi preoccupavo per le scritte sui muri. Poi arrivò un compagno da Roma e mi disse: “Con le buone o le cattive, decidi tu, ma adesso vieni via con me”». Per due anni rimane nascosto vicino a Roma, poi a Modena e a Bologna. «In casa di compagni, che non chiedevano mai perché ero lì, ma mi accudivano come un figlio, organizzavano le ronde sotto casa per controllare che non succedesse niente. Lo facevano semplicemente perché ci credevano. Persone che normalmente non hanno voce, mentre chi ha ucciso, come la brigatista Susanna Ronconi, diventa consulente di un ministro».

Al processo 12 anni a Negri, 8 a Scalzone
Fu subito battezzata «Teorema», ma non si può dire che l’inchiesta avviata dall’allora pm Pietro Calogero sia finita nel nulla. Almeno a giudicare dalle condanne definitive dalla Cassazione: 12 anni a Toni Negri, 8 a Oreste Scalzone, per citare solo i nomi più rappresentativi. L’inchiesta fu detta anche «7 aprile», perché in quel giorno del 1979 scattarono 81 arresti: in carcere, oltre a Scalzone e Negri, finirono molti capi dell’Autonomia. Le accuse andavano dalla costituzione di banda armata alle rapine. A Roma, dove il processo fu trasferito dopo pochi mesi, i giudici contestarono l’insurrezione armata, accusa che non resse al processo. Molti degli imputati, scarcerati per decorrenza dei termini, ripararono in Francia. Da lì, in anni recenti, anno chiesto l’amnistia. Negri è stato condannato perché coinvolto nel concorso dell’omicidio del carabiniere Andrea Bombardini, ucciso vicino Bologna.

l’Unità 23.2.07
TESTIMONIANZE Dalla cacciata di Luciano Lama al rapimento di Aldo Moro, la giornalista ricorda in un libro quell’anno che segnò la fine della prima Repubblica
1977: l’anticomunismo del movimento rimane attaccato alla penna di Lucia Annunziata
di Luca Canali


Secondo l’autrice il Pci, con la paura di compromettere la sua potenza, avrebbe tradito le forze giovani e antagoniste

L’agile libro 1977 di Lucia Annunziata (Einaudi, pp. 147, euro 14,50), appassionato (forse troppo, con l’uso eccessivo della parola «adrenalina») e di incisiva lettura (peccato qualche brutto refuso, come ad esempio quello sgradevole «avvallo» per «avallo», a p. 54, e persino una svista grammaticale: «si alligna sui volti» per «alligna sui volti», a p. 14), ci aiuta a ripercorrere la drammatica sequenza di eventi che dopo il ’68, in un crescendo di tensioni ideologiche e politiche, sfociarono nella svolta del ’77, con l’episodio clamoroso della cacciata di Luciano Lama dall’Università «La Sapienza» di Roma occupata dagli studenti e dai vari movimenti della sinistra radicale, e dell’inizio del ’78 con quello tragico del rapimento di Aldo Moro. Date che, secondo quanto forse giustamente pensa e scrive l’Autrice, segnarono la fine della prima Repubblica, ma non la nascita - e questo è forse ancora oggi l’aspetto preoccupante dell’attuale e conclamata crisi di tutti i valori, e della stessa identità politica e culturale del nostro paese - di un’attendibile e autorevole seconda Repubblica.
Questo libro è una sorta di testo gemello del più vasto studio-narrazione, La ragazza del secolo scorso di Rossana Rossanda, con una sostanziale differenza però: Rossanda articola il suo volume secondo un serrato, rigoroso, e freddamente razionale impegno, sempre sul filo di un combattivo antagonismo, prima dall’interno, poi dall’esterno, nei confronti della linea ufficiale del Pci, e coinvolgendo solo marginalmente i diversi raggruppamenti «alternativi» alla sinistra istituzionale. Annunziata, al contrario, sposta l’epicentro del suo narrare proprio sulle battaglie di questi gruppi, facendo del Pci il «bersaglio grosso» dei suoi affondi, troppo spesso sommariamente enunciati più che argomentati con sfondi storici di maggior respiro. Il partito comunista, secondo l’Autrice, con il suo «timore» e con le sue cautele, anzi con la «paura» di compromettere la propria stessa potenza, e sopravvalutando il rischio di un’ondata di destra e magari addirittura golpista, e infine con il «compromesso storico» voluto da Berlinguer e vòlto a costituire un’alleanza dialogante ma anche operante con le forze progressiste cattoliche, avrebbe in tal modo tradito la Resistenza in contrasto con le forze giovani e antagoniste che premevano verso la Rivoluzione (le maiuscole sono dell’Autrice). Tutto ciò avrebbe dovuto essere spiegato e, ancora meglio, problematicamente argomentato. In proposito, cosa intende l’Autrice? Forse la Resistenza - che era stata sanguinosamente armata - doveva, per non essere tradita, continuare estremizzando la lotta fino all’eventualità di un nuovo sbocco politico-militare? Ma contro questa visione dei compiti del partito comunista si era da sempre battuto Togliatti in favore di una larga politica di alleanza per le riforme di struttura, specie con gli ambienti cattolici progressisti, fin dai tempi dei suoi frequenti contatti con un intellettuale del livello di Franco Rodano, leader della Sinistra Cristiana, e del suo scontro con l’estremismo del vice-segretario del partito, Pietro Secchia. Mentre non è chiara la prospettiva dell’A. quando esorta a «ingranare una marcia in più» nelle lotte sociali, per poi dare una «spallata» decisiva. Ecco, vorremmo sapere cosa intende l’A. con questa parola, di cui lei stessa si era in precedenza beffata inserendola tra le locuzioni topiche dell’élite del partito.
Comunque si tratta di un libro stimolante e, in certi momenti, addirittura coinvolgente, con la sua continua tensione in difesa della creativa libertà individuale e l’esigenza chiaramente affermata di uscire dalle angustie diplomatiche del Palazzo per incontrarsi con le aspirazioni del popolo vivo e «pulsante» delle strade. Peccato, tuttavia, che questi indubbi meriti siano guastati da una conclusione del libro scritta all’insegna di un rancoroso anticomunismo viscerale.

Repubblica 23.2.07
IL RETROSCENA. "No comment" ufficiale delle alte gerarchie, il ruolo chiave di Andreotti
Vaticano soddisfatto sui Dico ora si spera nel Grande Centro
Il Papa: "La vera fede è radicata tra gli italiani ma anche minacciata"
di Marco Politi


CITTA' DEL VATICANO - «In Italia la fede è minacciata». Così Benedetto XVI al clero romano. E´ stato il filo conduttore dell´atteggiamento del Vaticano e della dirigenza Cei nei confronti del governo Prodi e vale ancor più in queste ore. Si tratti del caso Welby o della proposta di riconoscere le convivenze omosessuali, le massime gerarchie ecclesiastiche sono convinte che l´Italia sia la linea del Piave su cui il cattolicesimo deve resistere e imporsi. Ecco perché le leggi «sensibili» - nell´ottica vaticana - devono portare il timbro della Chiesa.
L´Unione lancia un segnale preciso circa la direzione in cui si potrebbe spostare il secondo governo Prodi: dai 12 punti approvati ieri il termine Dico scompare. La regolamentazione delle coppie di fatto, annunciava ieri il ministro della Giustizia e leader dell´Udeur Clemente Mastella, «diventa materia parlamentare» e non più iniziativa di legge del governo, dunque i Dico «non mettono in discussione il governo in quanto tale».
«Non desidero commentare»: il cardinale Bertone si infila nella macchina dopo aver presentato all´Istituto Sturzo un volume sulla diplomazia pontificia. E´ un segno della discrezione della Santa Sede. Ma dietro le quinte emerge con chiarezza che il cattolico Prodi non piace perché «poco osservante». L´alta gerarchia non lo vuole. «Prima o poi il governo doveva cadere: o sulla politica estera o sui Dico», commenta un cardinale di Curia. L´ideale, prosegue il porporato, sarebbe il «frantumarsi della maggioranza e la nascita di un raggruppamento che comprenda l´Udc e il centrosinistra senza l´ala radicale». Giudizi rigorosamente anonimi. Lo stato d´animo prevalente, spiega un monsignore, è imperniato su tre "no". No a Prodi, no a Berlusconi, no a elezioni anticipate per evitare terremoti. Per il resto le correnti sono variegate. C´è chi preferisce l´opzione centro-Ulivo e chi è fautore delle larghe intese: «Perché non fare come in Germania?», sostiene un altro cardinale di lungo corso.
Nel frattempo il cardinale Ruini torna al centro del gioco più forte che mai. Nessun altro può tessere i rapporti politici nella fase, in cui la Chiesa si prepara a porre le sue condizioni al nuovo governo: qualunque esso sia. Ruini - secondo voci insistenti - dovrebbe ora rimanere in carica fino all´assemblea dei vescovi a maggio. La manifestazione di massa «in difesa della famiglia» si farà. Domani si riunisce il Forum delle famiglie per decidere la piattaforma della dimostrazione. Quanto alla Nota in preparazione sui Dico, i primi appunti contenevano pari pari la citazione di un documento del cardinale Ratzinger del 2003: «Nel caso in cui si proponga per la prima volta all´assemblea (parlamentare) un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro». Votare a favore «è un atto gravemente immorale». Ratzinger dixit.
La rinuncia ai Dico, sancita dalle trattative sulla nuova coalizione, era la condizione posta dalla gerarchia ecclesiastica sul tavolo del prossimo candidato premier. L´enigmatico voto contrario di Andreotti al Senato acquista il valore della paletta di un agente della Polstrada. «La vera fede è ancora profondamente radicata in Italia, ma è anche minacciata», ha detto ieri papa Ratzinger, mentre Ruini ribadiva il suo impegno «per la famiglia e per i giovani». L´Avvenire parla chiaro. «I Dico sono da ripensare», sottolineava ieri il giornale dei vescovi, spiegando che la Chiesa si rivolge «alla ragione dei legislatori quanto alla loro coscienza». Mentre il cardinale Caffarra ribadisce che la Chiesa si batte per la «promozione della dignità del matrimonio, la sua protezione e la sua difesa».

il manifesto 23.2.07
Terapia Ludwig
Questioni sulla bilancia del libero arbitrio
La questione riguarda la libertà, che per la scienza non trova spazio, perché noi saremmo del tutto determinati delle leggi di natura. Ma quando si entra nel campo della morale, quelle leggi di causa e effetto non hanno più asilo Due brevi testi di Wittgenstein, «Causa ed effetto» e «Lezioni sulla libertà del volere», pubblicati ora da Einaudi, riaprono a distanza di vent'anni una questione a suo tempo liquidata nel «Tractatus»
di Mario De Caro


Prendiamo in prestito, per perimetrare l'ambito di un problema di difficile risoluzione com'è quello del libero arbitrio, le immagini di un film che tutti conosciamo: quelle di Arancia meccanica in cui la scelleratissima gang di Alex procede di stupro in stupro, di omicidio in omicidio, mentre le note sublimi della Nona Sinfonia del «vecchio amico Ludwig», accostate a quelle immagini, creano in noi un brechtiano effetto di straniamento. Il senso di questa geniale operazione filmica è duplice. Da una parte (come Sade, Genet o Mishima) Kubrick ci parla del fascino suscitato in noi dalla violenza - tanto più se assurda come quella dei 'drughi' del film - implicitamente alludendo al tema delle pulsioni più indicibili che covano nell'essere umano, meglio se è un elevato prodotto della civilizzazione. Più o meno nascosto - ci rammenta Kubrick - c'è qualcosa di Alex in ognuno di noi. D'altra parte, però, lo stridore tra quelle immagini portatrici di una violenza belluina e la musica sovraumana che le accompagna allude anche a un altro tema, ancora più profondo e misterioso, quello relativo all'enigma del libero arbitrio, «la più controversa delle questioni metafisiche», come la definiva il saggio David Hume, che sul tema non era certo l'ultimo arrivato.
Una macchina per fare il bene
Alex, dunque (ma anche noi con lui, nella misura in cui partecipiamo della sua mefistofelica natura), trae gran piacere sia dall'esperienza della sofferenza altrui sia dall'ascolto delle travolgenti note dell'Inno alla gioia. Tuttavia, sia l'esperienza dell'arte che quella della violenza, non sono per lui frutto del caso: con piena consapevolezza, infatti, ricerca sia l'arte che la violenza come le sole vie a lui accessibili per fuggire le costrizioni e lo squallore dell'esistenza metropolitana. In quelle esperienze Alex si sprofonda liberamente; e, così facendo, può finalmente determinare in autonomia la propria esistenza: sta esercitando, in questo modo, ciò che i filosofi chiamano «libero arbitrio». Ed è per questo, e solo per questo, che di quelle esperienze porta, nel bene e nel male, la responsabilità morale.
Che la questione del libero arbitrio sia uno dei temi centrali del film (così come del romanzo di Anthony Burgess da cui deriva) viene in chiaro nel discorso dello stralunato cappellano del carcere in cui Alex viene rinchiuso. In quel luogo egli verrà sottoposto all'invasiva cura «Ludwig» (nel senso di Beethoven), che ne farà finalmente un cittadino modello; ovvero, secondo il disegno del governo, un essere fisicamente impossibilitato a compiere il male. Ma a questo progetto il prete obietta con fermezza: «Il ragazzo non ha una vera scelta! Se cessa di fare il male, cessa anche di esercitare il libero arbitrio. Quando un uomo non ha scelta, cessa di essere uomo». Meglio, molto meglio, dunque, che un individuo sia lasciato libero di esprimere comportamenti devianti ma consapevoli, piuttosto che si faccia di lui un irresponsabile autonoma, una macchina per la produzione del bene.
Lungo la tradizione filosofica
Sullo sfondo delle parole pronunciate dal prete messo in scena da Kubrick c'è una enorme tradizione filosofica, tanto religiosa quanto laica, che va da Agostino d'Ippona a Kant, da Kierkegaard a Sartre. Così, per esempio, il sapiente dei sapienti, Pico della Mirandola, scriveva che gli esseri umani sono il miracolo della creazione proprio perché liberamente possono elevarsi al livello degli angeli o inabissarsi a quello delle bestie più immonde. La libertà, insomma, è l'essenza stessa dell'umano. O almeno così ha sostenuto un'ampia parte della filosofia.
Una parte quasi altrettanto ampia, di nuovo sia religiosa che laica, ha però affermato il contrario: ovvero che il libero arbitrio non esiste affatto. Secondo questo punto di vista, noi - come Alex dopo la terapia «Ludwig» - siamo tutti automi irresponsabili, che si cullano nell'illusione della loro autonomia. Una concezione, questa, chiaramente espressa, per esempio, da Lutero e da Calvino, i quali sostennero, in un quadro teologico totalizzante, che l'idea stessa della libertà umana è assurda: Dio, infatti, ha determinato la storia dell'universo nei minimi particolari, senza lasciare agli esseri umani spazio alcuno perché decidano e agiscano liberamente. D'altra parte, l'assunzione di una prospettiva laica e naturalistica non è necessariamente più consolante. Secondo Einstein, per esempio, «tutto è determinato, dall'inizio alla fine, da forze sulle quali non abbiamo nessun controllo. Esseri umani, vegetali e polvere cosmica, tutti quanti danziamo al suono di una misteriosa melodia, intonata in lontananza da un flautista invisibile». Per Einstein, ovviamente, il flautista la cui melodia annichilisce la nostra libertà non è il Dio perfettissimo della tradizione giudaico-cristiana, ma l'inflessibile determinismo delle leggi di natura; ovvero il fatto che esse non lasciano spazio alcuno alla contingenza. (A garantire il libero arbitrio, peraltro, non può certo bastare l'indeterminismo che sembra emergere dalla meccanica quantistica. In quell'ambito, infatti, si manifesta soltanto la pura casualità; e la libertà, come diceva sempre Hume, è l'opposto della casualità).
L'idea che le leggi di natura rendano impossibile la nostra libertà è oggi estremamente diffusa e molti la giustificano richiamandosi ai formidabili risultati ottenuti dalle neuroscienze. Un ottimo esempio in questo senso è offerto da una celebre serie di esperimenti condotti in California, alcuni anni fa, dal neurofisiologo Benjamin Libet. Il più famoso è quello in cui Libet chiedeva ai soggetti sperimentali di attendere un po' prima di flettere la falange di un dito, facendo però attenzione al momento esatto in cui la decisione di compiere quell'azione veniva presa. Ebbene, l'esperimento sembrava mostrare che, in realtà, la decisione conscia arrivava un terzo di secondo dopo che erano cominciati i processi neurofisiologici, ovviamente inconsci, che portavano alla flessione della falange.
Molti interpretano l'esperimento di Libet, e altri analoghi, come prova dell'illusorietà del libero arbitrio, ovvero dell'idea che in alcuni casi noi possiamo consapevolmente determinare ciò che facciamo. In realtà, ci sarebbe molto da dire sia su questo esperimento che sul corretto modo di interpretarlo (probabilmente, per esempio, mentre è rilevante per discutere l'affidabilità delle esperienze coscienti, lo è molto meno per la questione del libero arbitrio).
C'è però un punto più importante. Secondo alcuni, per respingere gli attacchi contro il libero arbitrio basati su esperimenti come quello di Libet, si potrebbe ricorrere a una strategia di carattere generale, che contesta la possibilità stessa di utilizzare i risultati delle scienze naturali nell'affrontare questo tema. Già Kant lo aveva sostenuto, e in versione aggiornata torna su questo punto uno dei massimi filosofi del '900, Ludwig Wittgenstein, in due brevi ma importanti scritti da poco pubblicati per Einaudi, Causa ed effetto e Lezioni sulla libertà del volere. Se la strategia proposta da Wittgenstein funzionasse, l'idea della nostra libertà potrebbe trovare nuova legittimazione: insomma, se in Arancia meccanica la terapia Ludwig (nel senso di Beethoven) privava Alex del libero arbitrio, un'altra terapia Ludwig (nel senso di Wittgenstein) ci restituirebbe fiducia in esso, nonostante quel che dicono le neuroscienze. Ad un primo sguardo, il volume che raccoglie questi scritti di Wittgenstein suscita nel lettore due impressioni molto nette, come succede peraltro alla lettura di molti altri suoi testi. La prima impressione si risolve in un enorme fascino intellettuale, generato dall'incalzante prosa epigrammatica e frammentaria, dal rincorrersi di esempi suggestivi, dall'alternarsi ininterrotto di frasi apodittiche e di dubbi irrisolti. Ma, immediatamente dopo, segue l'impressione che, in effetti, in questi testi non si capisca nulla (il che, paradossalmente, contribuisce a aumentarne il fascino).
Per fortuna, però, l'editore italiano ha pensato bene di farci venire in soccorso uno dei massimi studiosi italiani di Wittgenstein, Alberto Voltolini, che oltre a avere tradotto il volume vi ha scritto un'introduzione dotta e illuminante, da utilizzare come bussola allo scopo di verificare se la nuova «terapia Ludwig» che si trova sviluppata nel testo sia in grado di rilegittimare la nostra intuizione del libero arbitrio.
Anche Voltolini ci conferma sul fatto che la tesi fondamentale di Wittgenstein ha un sapore kantiano. L'idea, in sostanza, è che il vocabolario delle scienze della natura e quello del libero arbitrio siano incorporati in due pratiche che hanno modi e finalità del tutto differenti; ovvero che, per dirla nel tipico linguaggio wittgensteiniano, tali vocabolari servano a giocare «giochi linguistici» diversi. Così, le descrizioni scientifiche dei comportamenti umani, facendo essenziale riferimento alla leggi di natura, servono per spiegare e predire quei comportamenti a partire dalle cause da cui derivano. Quando invece si spiegano le azioni attribuendo volontarietà, consapevolezza, intenzionalità agli agenti che le compiono (ovvero quando si riconosce il loro libero arbitrio), allora si entra nel campo della valutazione morale, che secondo Wittgenstein nulla ha a che vedere con la causalità e con le leggi di natura. Insomma: da una parte c'è il punto di vista della scienza, in cui la libertà non trova spazio; dall'altra, c'è il punto di vista della moralità, che al contrario presuppone l'idea di libertà. L'importante è tenere separati i due punti di vista.
Secondo alcuni, però, tenere separati questi due punti di vista non è affatto possibile. Ricordiamo, per esempio, Einstein e i fautori delle neuroscienze sopra citati, secondo i quali in realtà tutte le nostre azioni (anche quelle morali, dunque) sono determinate e, pertanto, in linea di principio perfettamente prevedibili. Se costoro hanno ragione, noi ci comportiamo sempre come automi, con buona pace dell'idea intuitiva della libertà e della moralità: e, così, il conflitto tra visione scientifica e visione morale, lungi dall'essere facilmente evitabile, incombe pesantemente su di noi. A questo scenario minaccioso, in realtà Wittgenstein aveva già pensato quando scriveva la sua opera più celebre, il Tractatus Logico-Philosophicus, dove si legge che «il libero arbitrio consiste nell'impossibilità di conoscere ora azioni future». In quel libro, insomma, l'idea era che siccome di fatto noi non possiamo prevedere ciò che facciamo, allora siamo legittimati a continuare a considerarci liberi - e questo anche se la scienza ci dice che tutto ciò che facciamo potrebbe in realtà essere previsto. Una tale difesa della libertà, però, è molto debole. Se ha ragione Einstein, infatti, il fatto che non possiamo predire le nostre azioni dipende soltanto dalla nostra ignoranza. E l'idea di libertà ci è troppo cara per accontentarci di fondarla sulla mera ignoranza.
Nei due testi su causalità e libero arbitro, scritti alla fine degli anni Trenta (quindi quasi venti anni dopo il Tractatus), Wittgenstein assume però, per difendere l'idea di libertà, una posizione più prudente e articolata. In primo luogo, ammette che se scoprissimo che tutte le nostre azioni sono interamente prevedibili, in effetti avremmo la tendenza psicologica a cambiare la nostra autopercezione: ovvero ci verrebbe naturale smettere di considerarci liberi. Ma pur ammettendolo non si chiude così la discussione.
I limiti delle nostre previsioni
In primo luogo, infatti, se ci pensiamo bene, la possibilità stessa di prevedere interamente le nostre azioni è difficile da concepire. Se qualcuno prevede interamente le azioni di Tizio e gliele comunica, non è forse vero che Tizio può agire in modo da falsificare quelle predizioni? Questo punto è interessante; ma Wittgenstein aggiunge ancora qualcosa di più. Come avevamo già ricordato, a suo giudizio se scoprissimo di essere interamente determinati, avremmo la tendenza psicologica a non considerarci più liberi. Una tendenza psicologica, però, non è invincibile: seppure scoprissimo che le nostre azioni sono prevedibili, potremmo ancora sperare di autoconvincerci a non abbandonare l'idea di libertà. Un tale autoconvincimento potrebbe derivare, per esempio, dalla constatazione che le leggi di natura non vanno pensate come costrizioni, obblighi o vincoli sul nostro agire, ma solo come mere regolarità che descrivono ciò che accade nel mondo.
È su questo sfondo teorico che Wittgenstein presenta l'idea secondo la quale il gioco linguistico della scienza e quello della libertà sarebbero entrambi legittimi, e potrebbero convivere, perché svolgono funzioni diverse nella nostra forma di vita. L'idea, insomma, è che seppure scoprissimo che il nostro agire è prevedibile, potremmo sempre continuare a giocare sulla duplice percezione di noi stessi, in funzione dei diversi contesti di discorso.
Nell'ambito della vita quotidiana - in cui è rilevante la valutazione morale delle azioni - potremmo insomma continuare a ritenerci liberi e responsabili delle azioni che compiamo. Nei contesti scientifici (come quello fornito dall'esperimento di Libet descritto prima), potremmo invece guardare a noi stessi come ad automi privi di responsabilità morale. Il punto, nota ancora Wittgenstein, è che - a parte casi eccezionali cui non si deve dare troppa importanza - i due scenari in realtà non interferiscono.
Un annoso rompicapo
Riassumendo. La cura Ludwig - nel senso di Wittgenstein - non sembra escludere del tutto il nichilismo antropologico suggerito della terapia Ludwig - nel senso di Beethoven. Forse noi siamo interamente determinati come lo è Alex dopo la cura o forse no. Sia come sia, potremo sempre serbare uno spazio per la nostra libertà, legandolo ai contesti non scientifici, dunque alla nostra vita quotidiana. Dobbiamo però riconoscere che questa proposta di scioglimento dell'enigma del libero arbitrio ha un carattere compromissorio, non definitivo. E per questo, forse, può non apparire del tutto convincente.
D'altra parte, fu proprio Wittgenstein a sostenere che la tipica struttura di un problema filosofico è del tipo «non mi ci raccapezzo», e non a caso sono migliaia di anni che sulla questione del libero arbitrio non ci raccapezziamo. D'altra parte, se così non fosse, ai filosofi cosa rimarrebbe da discutere?

Bibliografia
Titoli dalla fortuna editoriale del filosofo austriaco
La fortuna editoriale di Ludwig Wittgenstein è molto alta, considerando, per di più, che in vita ha pubblicato un solo brevissimo libro. Continuano, infatti, a uscire volumi tratti dai suoi appunti inediti e dalle sue lezioni. Tra gli ultimi, «L'esperienza di un sogno» (a cura di Ranchetti, Quodlibet, 2006), «Il metodo della filosofia» (a cura di Marconi, Donzelli, 2006), «Esperienza privata e dati di senso» (a cura di Perissinotto, Einaudi, 2007). Ancora più numerosi, gli studi dedicati al suo pensiero: di Massimo De Carolis è uscito «Una lettura del Tractatus di Wittgenstein» (Cronopio, 2002) e di Pasquale Frascolla «Il Tractatus logico-Philosophicus di Wittgenstein» (Carocci 2006), mentre di Alberto Voltolini «Guida alla lettura delle Ricerche filosofiche di Wittgenstein» (Laterza 2002) e di Annalisa Coliva «Moore e Wittgenstein» (Il Poligrafo 2003) che ne hanno approfondito il pensiero della maturità. Infine, per una collocazione del pensiero di Wittgenstein nel quadro filosofico del secolo scorso, si possono consultare «Wittgenstein e il Novecento» (a cura di Egidi, Donzelli, 2002) e «Il terreno del linguaggio. Testimonianze e saggi sulla filosofia di Wittgenstein» (a cura di Borutti e Perissinotto, Carocci 2006).


il manifesto 23.2.07
Un convegno
La psicoanalisi guarda al corpo mediatore di emozioni


Al corpo come mediatore di comunicazioni emotive è dedicata una giornata, sabato, al centro di psicoanalisi romano di via Panama. Il tema - spiega Giuseppe Moccia nella sua introduzione ai lavori - è quello relativo al rapporto che corre tra la mente e il soma. Si partirà dall'evidenza per cui, quando l'articolazione verbale delle esperienze interpersonali precoci è insufficiente, le spinte e gli stati corporei restano tuttavia registrati a un livello preverbale, come memoria del corpo, come azione apparentemente senza senso, come sintomo, come stato d'angoscia accompagnata da una potente attivazione neurovegetativa. Il setting psicoanalitico è uno spazio privilegiato per l'espressione di comunicazioni arcaiche, che trovano nell'analista un soggetto preparato e sensibile alla loro ricezione non ché alla loro attribuzione di significato. Le donne del XIX secolo spesso esprimevano il loro disagio facendolo transitare per una organizzazione sintomatica di tipo isterico. Allora, la psichiatria rappresentata soprattutto da Charcot, attribuiva all'isteria il significato di una simulazione: nelle paresi, nelle convulsioni, negli spasmi che agitavano le donne, più che un significato si leggeva una debolezza morale. Freud fu il primo a ricondurre il sintomo isterico a motivazioni inconsce e a riconoscergli l'espressione di una vita soggettiva non immediatamente traducibile in parole. Oggi l'isteria, soprattutto femminile, conosce forme diverse di espressione, e il corpo parla accusando disturbi del comportamento alimentare. Nella anoressia, il corpo viene disinvestito, soprattutto come oggetto sessuato, e le anoressiche tendono a identificarsi in una mente ideale e onnipotente. Tra le domande che verranno poste nel corso della giornata di sabato - in cui interverranno, tra gli altri, Riccardo Lombardi, Claudio Arnetoli e Marta Capuano, oltre a Giuseppe Moccia cui è affidata l'introduzione - c'è quella relativa a cosa sia, nel corpo, a dovere venire cancellato; e quella sulle trasformazioni sociali che sembrano favorire questi tipi di sofferenza mentale.

il manifesto 23.2.07
Un manifesto
Il prezzo dell'anoressia per gli ideali di bellezza imposti dalla moda
di Laura Dalla Ragione


A proposito del dibattito sul manifesto nazionale di autoregolamentazione della moda italiana contro l'anoressia.
Espressa o taciuta, in ogni vita esiste una domanda di bellezza. Come rispondiamo, e a chi ne rispondiamo, è una questione che decide di noi, sia individualmente che socialmente. Il bello è di per sé crudele, la bellezza come ricorda Adorno, non è l'inizio di una platonica purezza ma scontro e dialettica. Proprio i problemi posti dai disturbi della condotta alimentare, come ricadute degli ideali corporei proposti dalla moda, ci porta a riflettere sul come realizzare i nostri ideali estetici. L'aspirazione alla bellezza, nelle forme richieste dalla nostra società, è priva di quella dialettica e di quello scontro che dovrebbero esserle proprie, e l'indagine sul perché della bellezza ha lasciato posto a una estenuate ricerca sul come.
In nome di questo come sono sempre più numerosi i corpi volutamente affamati, gravemente sottopeso, ossessionati dall'idea di entrare in una taglia socialmente invidiabile. E i disturbi della condotta alimentare da anni costituiscono una vera e propria emergenza sanitaria, che riguarda milioni di giovani nel mondo: sono la principale causa di morte psichiatrica, prima ancora della depressione e del suicidio. Un paese civile ha il dovere di impegnarsi perché anche solo una di queste morti possa essere evitata: a questo scopo, un manifesto nazionale di autoregolamentazione della moda italiana contro l'anoressia è stato firmato dal ministero per le politiche giovanili. Resta inteso che i disturbi della alimentazione non si possono liquidare come una patologia indotta dagli ideali corporei della moda, perché sono ben altre e più profonde le dinamiche che investono il rapporto delle anoressiche con il loro corpo e con l'articolazione della propria identità. Tuttavia, è anche vero che il sintomo assume le sembianze dettate da ideali corporei condivisi, e per questo la moda deve essere ricondotta a interrogarsi seriamente sulla ricerca della bellezza
Laura Dalla Ragione, responsabile del Centro per i Disturbi del Comportamento Alimentare Palazzo Francisci Usl 2 di Todi

giovedì 22 febbraio 2007

l'Unità 22.2.07
Lo sgambetto dell’eterno Belzebù
Senatori a vita, pendolo della maggioranza. Decisive le astensioni di Andreotti e Pininfarina
di Simone Collini


LA MAGGIORANZA BATTUTA? Qualcuno parla di asse Vaticano-Confindustria, qualcuno di rivincita di «Belzebù», qualcuno di pasticcio all’interno dell’Unione e qualcuno, ma solo nel centrodestra, di trappola riuscita alla Casa delle libertà. Come che sia,
anche questa volta i senatori a vita sono stati determinanti. In negativo, però. Sono stati i voti di Giulio Andreotti e Sergio Pininfarina di astensione (che al Senato equivale a contrario) a non far raggiungere il quorum necessario (160 voti) alla mozione di sostegno al governo. Se anche i due “dissidenti” Fernando Rossi e Franco Turigliatto avessero votato e avessero votato sì, ci sarebbe stato un pareggio (160 favorevoli, 160 tra no e astensione) ma la maggioranza non avrebbe comunque raggiunto il quorum (a quel punto salito a 161). E allora, cos’è successo? È successo che all’ora di pranzo i gruppi dell’Unione fanno i conti così: «155 nostri, più Ciampi sì, Levi Montalcini sì, Colombo sì, Andreotti sì, tra poco arriva anche Pininfarina, sì anche lui...». Insomma 160 voti, sufficienti nonostante il no annunciato da Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro bloccato a letto dall’influenza.
Conti senza l’oste? Non proprio, perché Andreotti lo aveva detto la sera prima del voto che avrebbe votato sì, anche se voleva prima sentire il discorso di D’Alema. E poi, dopo averlo sentito, a metà mattina interviene per dire che nella relazione del ministro degli Esteri trova «il dato positivo della continuità della politica estera» e auspica «un accordo» sull’ordine del giorno presentato dal leghista Roberto Calderoli, nel quale si fa cenno proprio alla «continuità». E poi? Poi ci sono gli interventi in aula, c’è la replica di D’Alema, l’Udc che annuncia l’astensione, Calderoli che ritira la mozione e infine c’è il voto, a questo punto su due documenti: quello dell’Unione e quello presentato dallo stesso Andreotti in cui si sollecita la liberazione dei soldati israeliani rapiti l’estate scorsa. Andreotti vede approvare praticamente all’unanimità la sua mozione (315 sì) e poi contribuisce ad affossare quella della maggioranza. Qualcuno dice che si è preso una rivincita per la bocciatura come presidente del Senato. Qualcuno parla di un più complesso disegno politico, non privo di collegamenti con la distinzione dell’Udc rispetto al resto della Cdl. Nel frattempo è successa anche un’altra cosa.
Poco dopo le 14 compare in aula Pininfarina, che non si vedeva a Palazzo Madama dal maggio scorso, quando votò la fiducia al governo Prodi. Chi lo ha convinto a venire? La Cdl, prima del voto, sostiene che sono state le pressioni del centrosinistra (in particolare di Piero Fassino); dopo il voto, si compiace di aver vinto con «la nostra arma segreta» (Renato Schifani dixit). Come che sia, Pininfarina entra in aula, si trattiene qualche momento a parlare con Cossiga e poi viene fatto sedere ai banchi di Forza Italia dai senatori Aldo Scarabosio e Roberto Antonione. Valerio Zanone, liberale e amico di vecchia data dell’ex presidente di Confindustria, prova ad avvicinarsi ma i parlamentari di Forza Italia glielo impediscono. Marini dichiara aperta la votazione. Zanone vede la lucina bianca sul tabellone in corrispondenza del posto del senatore a vita. «Ma cosa fai!», gli dice l’esponente della Margherita tentando ancora una volta di avvicinarlo. È qui che scoppia il putiferio. I senatori di Forza Italia fanno muro e intanto iniziano a urlare contro Zanone, a lanciargli addosso giornali appallottolati e altro. Chiusa la votazione. Marini legge il risultato, la Cdl esulta.
L’aula si svuota, Zanone assicura: «Pininfarina mi ha manifestato prima del voto la sua determinazione di votare a favore e mi ha invitato a sedere accanto a lui. Non avendo trovato una accoglienza garbata da parte dei senatori di Fi che lo circondavano, sono ritornato al mio banco abituale, ma della intenzione di voto del senatore Pininfarina è testimone con altri il senatore di Fi Scarabosio che, se è persona d’onore, non può certo smentire ciò che ha sentito». I testimoni rimangono silenti, in compenso Cossiga interviene per attaccare Zanone: «Prima di convertirsi alla carica di segretario del Partito liberale era già stato un giovane libertario che sfilava con il viso coperto con il fazzoletto rosso. Lo ricordo bene quando era ministro dell’Interno». Replica Zanone: «Forse Cossiga mi confonde con qualcun altro. Sono liberale dall’età di 18 anni e quando lui era ministro dell’Interno io ero già in Parlamento». Intanto Prodi va al Quirinale a presentare le dimissioni.

l'Unità 22.2.07
Welby, non fu eutanasia. La perizia assolve il medico
Non sono stati i farmaci iniettati dall’anestesista Riccio a provocare la morte del malato di distrofia
Sedativi e sospensione del respiratore sono stati quindi interruzione dell’accanimento terapeutico
di Anna Tarquini


NON FU EUTANASIA, aveva ragione Welby. E né l’anestesista Mario Riccio, né Marco Cappato potranno essere accusati di omicidio per avergli staccato il respiratore. Gli atti che la Procura di Roma si appresta a firmare sono una rivoluzione, una svolta, un
precedente che aprirà la strada a molte altre battaglie. Ieri è stata depositata la perizia che i magistrati che avevano chiesto nel procedimento avviato contro il medico e Cappato e dice che la dose di sedativo iniettata nelle vene di Welby non fu mortale.
È un particolare che segna la differenza. E per sempre. Perché per mesi si è discusso se staccare il respiratore così come chiedeva Welby potesse definirsi eutanasia (cioè un delitto) o fine dell’accanimento terapeutico (cioè un diritto costituzionalmente garantito). E il discrimine passava proprio per quella sostanza che avrebbe addormentato Welby per non farlo soffrire troppo mentre qualcuno lo staccava dalla macchina che lo teneva in vita. Si domandava: morirà per effetto dei barbiturici ingeriti o perché il polmone artificiale smetterà di funzionare? Nel secondo caso, va da sè, sarebbe stato un atto lecito, seppur controverso. Lo avrebbe potuto fare anche Welby, senza coinvolgere altri. Nel secondo no, perché l’eutanasia è appunto provocare attivamente la morte e iniettare un farmaco che causa la morte è eutanasia. E Welby chiedeva di essere aiutato a morire, cioè di essere posto in condizioni di non soffrire con l’aiuto delle medicine. La differenza era tutta qui. E per mesi se ne è discusso, per mesi se ne sono occupati politici e tribunali, medici e preti. Senza soluzione. La risposta che fa la differenza è arrivata ieri sul tavolo dei magistrati che hanno aperto l’inchiesta: i livelli di sedazione nel sangue erano nella norma, Welby è morto perché nessuna macchina si accaniva a tenerlo in vita. Il procuratore Giovanni Ferrara e il pm Gustavo De Marinis avevano chiesto ad un pool di esperti, tra cui la tossicologa Federica Umani Ronchi, di stabilire se la dose di benzodiazepina (un sedativo), fatta scorrere in una flebo nelle vene di Welby, avesse in qualche modo determinato, o meglio fosse stata concausa, del decesso del paziente diventato nei mesi scorsi simbolo della battaglia dei Radicali Italiani, e dell'associazione Luca Coscioni, sulla autodeterminazione e sulla scelta di interrompere o meno una terapia, anche salvavita, come la ventilazione assistita da una macchina. L'esame tossicologico hanno assolto il medico: i livelli della benzodiazepina non sarebbero stati tali da determinare una concausa per il decesso di Welby determinato invece dalla interruzione della ventilazione assistita così come chiesto dal paziente stesso. Adesso si va verso la richiesta di archiviazione che potrà formalmente essere chiesta dai magistrati solo nei prossimi giorni e che segue un analogo adottato dall'Ordine dei Medici di Milano proprio sul comportamento deontologico del dottor Riccio che non fu censurato dall'organismo professionale. «Abbiamo condotto, insieme all'Associazione Luca Coscioni e agli amici Radicali, il nostro impegno per percorrere la strada della legalità» è stato il commento del dottor Riccio. «Non è stata eutanasia, ma interruzione di un trattamento richiesto dal paziente Piergiorgio Welby» ha commentato il presidente dell'ordine dei medici di Cremona, Andrea Bianchi. Aveva ragione lui, e adesso sarà difficile per chi gli ha dato addosso anche da morto, sostenere il contrario.

l'Unità 22.2.07
Indagine sul «giallo» dell’autismo
di Cristiana Pulcinelli


INTERVISTA con Cammie McGovern, autrice del mistery Contatto visivo. «Non c’è solo l’autismo e ho cercato di far capire che le forme di isolamento sono molte»

Adam ha nove anni. In un normale giorno di scuola, durante l’ora di ricreazione, sparisce insieme ad Amelia, una sua compagna. Dopo alcune ore viene ritrovato nel bosco che confina con il giardino della scuola, accanto a lui il cadavere di Amelia, uccisa con una coltellata. Il bambino è stato testimone dell’assassinio, ma difficilmente potrà aiutare la polizia: Adam è affetto da autismo e, dopo lo shock, i suoi già rarefatti rapporti con il mondo si chiudono del tutto.
Contatto visivo (Garzanti, pp 314, euro 16,50) è un giallo avvincente, ma è anche un viaggio attraverso un mondo per lo più sconosciuto, quello dell’autismo. L’autrice, Cammie McGovern, è una signora americana dallo sguardo intelligente. Finora aveva scritto racconti pubblicati su riviste e un romanzo inedito in Italia ma che negli Stati Uniti aveva avuto un certo successo. In questo libro, però, per la prima volta è entrato anche un pezzo della sua vita privata: uno dei suoi tre figli è affetto da autismo.
Perché ha scelto il genere «giallo» per raccontare l’autismo?
«Il primo motivo è che i racconti del mistero mi piacciono. Il secondo motivo è che quando hai un bambino affetto da autismo, ti trovi quotidianamente di fronte a un mistero: lui stesso è un mistero che non arrivi a capire».
In realtà, nel libro non c’è solo l’autismo. Tutti i bambini che hanno un ruolo importante sono bambini problematici. Come mai?
«Ho cercato di far capire che le forme di isolamento possono essere molte. Non c’è solo l’autismo, ma molte altre condizioni con cui sono alle prese tante persone».
Esistono delle caratteristiche del comportamento comuni a tutti i bambini affetti da autismo?
«L’autismo non è una malattia sempre uguale a se stessa. È piuttosto un ombrello sotto cui si possono raggruppare forme di disagio diverse. Tuttavia, ci sono aspetti comuni a tutti i bambini autistici. Uno di questi aspetti è l’alterazione dell’esperienza sensoriale: questi bambini possono essere molto sensibili alla luce o ai suoni e reagire in modo eccessivo a questi stimoli. Un altro aspetto è l’alterazione dell’abilità linguistica. Il linguaggio è sempre compromesso, ma non lo è sempre nello stesso modo. Alcuni bambini, ad esempio, parlano moltissimo di fatti che stanno nella loro testa, altri non parlano affatto. Quello che è importante capire però è che questi bambini non sono chiusi in se stessi o disinteressati al mondo, ma piuttosto hanno un’esperienza del mondo diversa dalla nostra».
Esiste una componente genetica della malattia?
«Sicuramente sì, come dimostra il fatto che è più probabile avere un figlio autistico se ne hai già uno affetto da questo disordine. Quale sia questa componente genetica però ancora non si sa. Quello che oggi si pensa è che ci sia una vulnerabilità genetica a certi fattori ambientali scatenanti. I bambini autistici sarebbero particolarmente vulnerabili a tossine presenti nell’ambiente. A volte così vulnerabili che, si dice, il bambino è allergico al mondo. In effetti, molti di questi bambini hanno problemi gastrointestinali cronici. Mio figlio è uno di loro: ricordo che per anni curare il suo danno cerebrale era passato in secondo piano rispetto al problema di fargli assorbire ciò che mangiava».
Nel suo libro ci sono due temi fondamentali: l’incomunicabilità (che non affligge solo il bambino autistico ma anche gli adulti sani), e il bullismo (che nella scuola viene tollerato con gravi danni). Pensa siano collegati?
«Io credo di sì. Negli Stati Uniti, dove il fenomeno del bullismo è diventato un problema importante, sono anche nati dei programmi di comunicazione sociale: si cerca di insegnare ai bambini a esprimere i propri sentimenti verbalmente piuttosto che con la violenza».
Lei ha creato un’associazione no profit che si occupa di bambini disabili. Che cosa fate?
«L’associazione si chiama Whole Children (bambini interi) ed è nata 3 anni e mezzo fa dall’impegno di 5 mamme di bambini disabili. Oggi ci sono più di 300 bambini che vengono da noi. Sono affetti da autismo, ma anche ciechi, sordi, paralitici. Offriamo programmi ricreativi per il pomeriggio e per i fine settimana. Facciamo ginnastica, yoga, corsi di espressione artistica e musicale, falegnameria».
Quanti sono i bambini affetti da autismo?
«Vent’anni fa la probabilità che a un bambino venisse diagnosticato l’autismo era di 1 su 5000. Oggi di 1 su 166. Il fenomeno è cresciuto in modo impressionante».
Cosa vorrebbe che trovasse nel suo libro la mamma di un bambino autistico?
«La storia del libro è anche una storia di speranza. Solo una piccola parte dei bambini autistici guarirà grazie alla terapia. Tuttavia, molti potranno fare progressi notevoli perché le loro possibilità sono straordinarie. Dobbiamo imparare a celebrare le piccole vittorie. Questo vorrei comunicare a una mamma che si trovi nelle mie condizioni».

l'Unità 22.2.07
Il «dono del grembo»: maternità all’inglese
di Carlo Flamigni


La decisione del Governo inglese di consentire alle donne di vendere i propri ovuli per finalità di ricerca ha fatto discutere. Eppure, a differenza di quanto già avviene in altri Paesi i criteri di selezione sono molto rigorosi

Stefano Rodotà ha pubblicato (La Repubblica, 21.2.07) un interessante articolo nel quale esamina i rischi di un possibile (o, meglio ancora, probabile) libero mercato degli oociti, considerato alla luce della decisione del governo britannico di consentire alle donne di vendere i propri ovuli per finalità di ricerca. Come sempre l'analisi di Rodotà è lucida e completa, ma mi dà l'occasione per qualche commento e per rispondere ad alcune critiche, come sempre più maleducate che obiettive, che mi sono state fatte recentemente. Comincio da queste.
La decisione del governo inglese, intanto, non è così brutale come può sembrare a prima vista. L'Inghilterra ha già sperimentato con successo la via del «dono del grembo», che ha consentito ad alcune donne prive dell'utero o affette da malattie incompatibili con una gravidanza di avere un figlio ricorrendo a una «maternità surrogata», cioè all'aiuto di un'altra donna che ha accettato di custodire e crescere un loro embrione nel proprio utero. Nella maggior parte dei paesi nei quali questa maternità surrogata è consentita dalla legge, esiste un vero contratto tra le due donne e la definizione , in sé piuttosto volgare, di affitto d'utero è in realtà molto aderente al vero. Le critiche a questa «cessione temporanea di funzioni organiche» sono state naturalmente molto severe, ma non hanno impedito la comparsa, in varie parti del mondo, di organizzazioni commerciali che provvedono a reclutare le madri portatrici e a garantire (con molti limiti) che le parti tengano fede al contratto.
In questi caso, come è fin troppo evidente, entrambe le donne pagano un prezzo elevato: molti soldi la madre genetica, un po' di salute, un po' di bellezza e un anno complicato da molte possibili difficoltà la madre surrogata, senza contare il rischio concreto di un difficile distacco dalla creatura cresciuta nel grembo. In Inghilterra questo contratto è stato rifiutato e si è preferita la via dell'atto oblativo: può offrirsi come madre portatrice solo una donna che sa dimostrare, con prove insindacabili, di compiere quella scelta per affetto, il che è a dire un parente stretta o un amica di lunga data della madre genetica. Non ho esperienza diretta di questi eventi, che restano pur sempre avventurosi e complessi, e so che in alcune circostanze si è aperto un contenzioso tra le due donne, talora per motivi piuttosto volgari, quale può essere la definizione del cosiddetto «mancato guadagno», l'unico compenso che le madri surrogate possono ricevere: leggo però, in vari articoli pubblicati sui giornali scientifici, valutazioni complessivamente positive e sono tenuto a concludere che la norma funzioni, cosa che non mi sorprende, considero l'Inghilterra un Paese di straordinaria serietà.
Ebbene, la vendita degli oociti è stata organizzata in un modo abbastanza simile: non tutte le donne verranno accettate dai laboratori, che sono obbligati a considerare solo le offerte di quante tra loro hanno precise e documentate ragioni per sottoporsi al prelievo: si richiede infatti, ancora una volta, che il gesto sia, almeno parzialmente, oblativo e motivato dall'esistenza, tra i familiari di chi si propone, di persone ammalate di quelle affezioni degenerative che prime dovrebbero trovare beneficio dalle ricerche sulle cellule staminali per le quali viene richiesta la disponibilità di oociti umani (diabete Parkinson, Alzheimer.) È dunque molto improbabile che la «vendita» di questi gameti possa rappresentare una fonte di guadagno per «le povere donne immiserite da anni di comunismo reale» (così ho letto) e tenderei a non considerare le 250 sterline un incentivo, ma piuttosto un rimborso per mancato guadagno.
C'è, naturalmente, il problema della terapia di stimolo e di rischi connessi con il prelievo, cose vere e concrete che riguardano tutti gli interventi medici e che vanno esaminate con attenzione. Con attenzione, sì, ma , per cortesia, lontano da ogni tipo di fuoco ideologico. È bene ricordare che tutte le donatrici di ovuli vengono sottoposte a stimolazioni particolari, definite friendly, che non sollecitano la funzionalità dell'ovaio al di là di una certa misura e che in questi casi la selezione delle donne è certamente molto severa. Ho sentito una ricercatrice affermare che anche queste stimolazioni fanno le loro vittime (cioè hanno un quoziente di mortalità) e non posso che suggerire al suo direttore sanitario di chiedere un'inchiesta della magistratura, chissà quanti decessi la brava dottoressa ha provocato con le sue stimolazioni non friendly... In questi casi le sindromi da iperstimolazione ovarica dovrebbero essere molto vicine a zero, e gli unici rischi ai quali posso pensare sono quelle della breve analgesia necessaria per il prelievo.
Non ho quindi vere ragioni per non condividere la scelta degli inglesi e immagino pertanto che le varie critiche dovrebbero piuttosto rivolgersi ai molti paesi europei nei quali la compravendita degli oociti è ammessa senza altre motivazioni se non quelle che derivano dall'interesse economico di chi vende e dall'interesse morale (non so trovare una definizione migliore) di chi acquista. Credo ad esempio che in Spagna, un paese che accoglie una grande quantità di coppie italiane che cercano proprio una donazione di gameti femminili, a vendere siano soprattutto le studentesse, considerata la giovane età media delle cosiddette donatrici. In questi casi è certamente violato l'articolo 3 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea, là dove vieta molto chiaramente di fare del corpo umano e delle sue parti una fonte di lucro.
Il nostro Comitato Nazionale per la Bioetica si trovò ad affrontare un problema abbastanza simile molti anni or sono, chiamato in causa da un quesito del Ministero della Sanità. La questione riguardava pazienti italiani che soffrivano di gravi malattie renali e che andavano in India per sottoporsi a un trapianto renale: naturalmente il rene veniva acquistato, solitamente a prezzi stracciati, da un cittadino di quel Paese. La ragione del quesito era peculiare - i pazienti italiani chiedevano un rimborso al nostro Ministero - ma naturalmente la discussione si concentrò prevalentemente sulla liceità della commercializzazione di parti del nostro corpo.
Non ho intenzione di riprendere qui un argomento che è stato frequentemente dibattuto e che comunque richiederebbe molto spazio, ma voglio semplicemente ripresentare una obiezione che, allora, qualcuno di noi ebbe a muovere nei confronti della condanna quasi unanime che l'acquisto di quei reni suscitò. D'accordo sulla condanna se ci riferiamo a chi acquista, ma che dire di chi, invece, offre una parte del suo corpo o lafunzione di un proprio organo? In questi casi, è ovvio, la motivazione è quella del bisogno: immagino che vendendo un rene, un cittadino indiano abbia potuto sfamare la propria famiglia, o assicurare un minimo di istruzione per uno dei suoi figli. Ci si dovrebbe perciò chiedere se uno Stato che non è in grado di garantire una vita minimamente decente ai suoi cittadini - ma lo fa solo a una parte di loro - ha il diritto di proibire loro di assicurarsi il minimo vitale e di assicurare un po' di dignità alla vita della propria famiglia vendendo parte dell'unica cosa della quale, in fondo, sono proprietari, se stessi. Così, mi infastidisce l'idea che una ragazza spagnola venda i propri gameti per acquistare un ninnolo, ma so, e anche voi sapete, che ci sono motivazioni molto più serie di questa e che ad queste donne non può mancare la nostra compassione.
Debbo dunque per forza concludere che non mi piacciono le condanne degli atti oblativi e non mi piacciono le critiche delle società degli uomini ricchi ai comportamenti delle società degli uomini poveri. Né mi piace il continuo ricorso al truculento fantasma delle slippery slope, il pendio scivoloso: non condanno questa cosa per se stessa, ma perché aprirà inevitabilmente la strada a scelte sempre più opinabili e infine a opzioni moralmente eccepibili. A me sembra l'ultima risorsa di chi non ha argomenti seri da mettere in campo e, visto l'uso eccessivo che se ne è fatto, mi sembra tempo di lasciarla morire di consunzione, evitando ogni accanimento.

Repubblica 22.2.07
Rapporto Istat per il ministero delle Pari Opportunità: quasi il doppio il numero dei casi di molestie a sfondo sessuale
Violenza sulle donne, il nemico in casa
Le aggredite sono quasi 7 milioni, per il 70 per cento colpevole è il partner


ROMA - Oggi come ieri. Nonostante tutto. Come se il tempo non fosse passato. Violenze in casa, silenzio fuori. Il marito, l´amante, il partner che si trasformano in carnefici, in nemici, in persecutori. Botte, pugni, calci, quando non è l´olio bollente, il coltello puntato alla gola, o lo stupro reiterato. Sì, perché l´Istat non ha soltanto "censito" i numeri dei soprusi sulle donne, ma ne ha anche descritto le modalità, le forme, un vero catalogo degli orrori, dove l´aggressione più lieve è lo schiaffo, la più grave l´ustione. È davvero inquietante la fotografia che emerge dalla prima indagine sulla violenza contro le donne realizzata dall´Istat su commissione del ministero delle Pari Opportunità, che ne ha intervistate 25mila di età compresa fra i 16 e 70 anni. Un´indagine ricca, approfondita, curata da Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell´Istat e durata dieci mesi di dialoghi e colloqui con le donne.
Il primo dato è che sono 6 milioni 743 mila le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita e rappresentano il 31,9% della classe d´età considerata. Ma a queste si devono sommare le vittime dello "stalking", la molestia aggressiva e ripetuta (circa un milione) e l´enorme numero delle donne che denuncia di essere stata oggetto di abusi psicologici (6milioni). Un conteggio che fa schizzare a oltre 14 milioni il numero delle "vittime" complessive dell´aggressione a sfondo sessuale. Nella quasi totalità delle situazioni (96%) le violenze non sono denunciate, in particolare se l´aggressore è il partner. Il nemico infatti, denuncia il report dell´Istat, è ancora e troppo spesso dentro casa. Una vera escalation di violenza domestica se circa una donna su tre (il 34,5%) ha, infatti, dichiarato di aver subito dal partner una "violenza molto grave" e il 29,7% una "abbastanza grave".
Violenze fisiche a cui si sommano quelle sessuali: nella classifica delle aggressioni emerge che l´autore dello stupro, nel 70% dei casi è il proprio marito e compagno. Abusi e sevizie ben note a cui si aggiunge oggi un nuovo tipo di reato, previsto dal disegno di legge del ministro Pollastrini (che chiede al Parlamento di discuterlo al più presto) ossia lo "stalking", la molestia ripetuta, che può arrivare a una vera e persecuzione, e di cui sono state vittime il 18,8% delle donne intervistate.
(m. n. d. l)

Repubblica 22.2.07
Le incarnazioni del male nella storia secondo il grande intellettuale ungherese Fejto
Un'epopea tra l'indifferenza del cielo e la tentazione di credere al "Nemico"
Libri, il silenzio di Dio e la risposta del diavolo
Sullo stesso tema, il capolavoro faustiano di Brjusov
e l'utopia di sangue di Jan da Leida e gli anabattisti
di Dario Oliveiro


LA STORIA E IL DIAVOLO
Francois Fejto è uno degli ultimi grandi testimoni del secolo scorso. Aveva sei anni quando, suddito austroungarico vide scoppiare la prima guerra mondiale. Era un giovane uomo quando l'Olocausto e la Seconda guerra gli portarono via amici e parenti. Era un uomo fatto quando, fuggito in Francia, denunciava lo stalinismo e i suoi crimini e insieme al suo amico Albert Camus si batteva a favore della rivolta di Ungheria. Ora, dalla distanza siderale della sua vecchiaia, con la lucidità e l'energia per fermarsi ancora ad osservare le pieghe più recenti della caduta dell'uomo, quella dei nuovi fanatismi, integralismi, terrorismi, ha scritto del diavolo.
Ne ha scritto come può scriverne solo chi ha avuto in sorte una vita così lunga e piena, che il diavolo ha visto tante volte incarnarsi nella storia, quella grande e quella piccola, in forma più o meno pura. Che lo ha visto realizzare progetti smisurati nel loro orrore. Confondere la capacità dell'uomo di seguire la ragione e impedirgli di costruire un mondo secondo l'interesse generale. Insinuarsi nei desideri, verso i quali l'uomo è così incline, rendendoli bisogni. Impilare soldi e profitti e su questi costruire ordini sociali e povertà planetarie. Fejto ha studiato e osservato così a fondo l'opera del diavolo nel mondo e nella storia dell'uomo che è arrivato a questa conclusione: che il diavolo non esiste. Sfidando la tesi di Baudelaire secondo la quale la più grande astuzia del maligno è stata appunto di convincere tutti che non esiste, l'intellettuale ungherese sostiene che il diavolo non è altro che "un mostruoso capro espiatorio sul quale trasferire la colpa dell'aggressività e dell'odio" che abitano nel cuore dell'uomo.
Non solo. Con un lungo, lunghissimo excursus dalla figura del serpente dell'Antico Testamento al Satana tentatore di Cristo, alle ossessioni di San Paolo fino al Medioevo e alle violenze della Chiesa in nome della lotta contro Lucifero, e oltre ancora fino alle grandi ideologie del XX secolo, Fejto sostiene anche un'altra cosa. Che il diavolo spesso è servito per giustificare il silenzio insostenibile di Dio, la sua indifferenza di fronte al grido che si alza dal basso mondo degli uomini. L'idea del diavolo ha finito per limitare la responsabilità di Dio, limarne l'onnipotenza, rendere la vita dell'uomo in definitiva più sopportabile. E forse è proprio questa la sua ultima grande astuzia. Si intitola Dio, l'uomo e il diavolo (tr. it. A. Fezzi Price, Sellerio, 16 euro).
LA DONNA E IL DIAVOLO
Andatelo a dire a uno come Valerij Brjusov che il diavolo non esiste. Figlio di quella Russia che sull'uomo e sul male non ha mai smesso di interrogarsi da Tolstoj e Dostoevskij fino a Bulgakov, Brjusov ha scritto il suo capolavoro dal titolo L'angelo di fuoco, riproposto ora dopo oltre vent'anni da e/o (tr. it. C. G. De Michelis, 18 euro). Prokof'ev la mise addirittura in musica la storia di questo figlio di buona famiglia che nelle prime venti pagine racconta in un fiato quello che per molti sarebbe un romanzo a parte. Negato per gli studi, affascinato dall'avventura, si ritrova a percorrere, arruolatosi tra i lanzichenecchi, quasi tutti gli avvenimenti più importanti del XVI secolo, sacco di Roma e spedizioni nel Nuovo mondo comprese. Invece quelle prime pagine e quella prima vita nulla sono rispetto a quanto avviene dopo lo spartiacque, l'incontro con una donna. Il legame che ben presto si forma tra lei e lui lo renderà schiavo al punto da sottovalutare (e poi soccombere) il mondo in cui quella donna vive e le sue inclinazioni per l'occulto, le sue notti di tormenti, l'oscurità dei suoi amori. E il compagno invisibile che cammina insieme a lei. E così un uomo con una mente aperta, che conosce e stima il pensiero di Erasmo, Ficino e Pico, che ha visto i capolavori di Raffaello e Michelangelo, che ha saputo affrontare la vita bevendola di un fiato, si ritrova dall'altra parte dello specchio a pagare uno di quei debiti che a volte un uomo contrae per una coincidenza, una strada sbagliata, una piccola circostanza, un errore di calcolo. E non riesce più a estinguere.
L'UTOPIA E IL DIAVOLO
Coincidenza curiosa intercettata nel dialogo segreto che i libri hanno continuamente tra loro: Brjusov allude a un certo punto alla storia degli anabattisti a Munster, quando la città divenne la Nuova Gerusalemme dei seguaci di Jan da Leida. In quell'epoca fenomenale di eresie, nuovi movimenti, grandi speranza messianiche, ansia di rinnovamento spirituale che fu l'Europa della Riforma, a Munster si consumò uno degli eventi più tragici. Robert Schneider ha raccontato quella storia in Kristus, un po' romanzo un po' saggio storico (tr. it F. Porzio, Neri Pozza, 18,50 euro). Per dirla con Fejto, è un altro episodio di come il diavolo, sfruttando il silenzio di Dio e la vocazione dell'uomo a creare il mondo a propria immagine, abbia messo in piedi un regno di fame e di terrore trasformando la speranza nella giustizia e nel nuovo mondo nel solito inferno.

La Stampa 22.2.07
Cattocomunisti di tutto il mondo uniamoci
di Gianni Vattimo


Al centro di "Ecce comu", il nuovo libro di Vattimo, una categoria politico-culturale che credevamo superata

E’ davvero possibile fondare – solo inteso come ispirare, motivare – una posizione politica di sinistra nello spirito di una filosofia debolista o, più chiaramente, nichilista? Che per esempio rinuncia una volta per tutte alla concezione metafisica della verità?

Ho pensato spesso che il mio itinerario (religioso-filosofico- politico) dovesse finire per riassumersi in un motto come: «Dalla San Vincenzo alla San Vincenzo». Il nichilismo filosofico che professo – che non ha necessariamente un senso disperato, negativo, pessimista, ma anzi vuole essere qualcosa come il nichilismo attivo di Nietzsche (sì, quello dell’oltre-uomo...) – comporta una tale presa di distanza dalla retorica politica dello sviluppo e anche della democrazia, che potrebbe risolversi nella scelta deliberata di una posizione marginale, sottratta all’alternativa del «far torto o patirlo».

Non partecipare (più) alle elezioni se non votando come un cittadino qualunque (quando non ho di meglio da fare), prendere con le molle, come si dice, tutti i discorsi dei politici e dei media; al massimo, dedicarsi a iniziative politiche di quartiere, piccole cooperative di reciproca assistenza, banche etiche... È la posizione che spesso ho, tra me e me, bollato come la scelta monastica: il solo modo di non provare rimorsi di fronte ai poveri è farsi poveri come loro...

Già, ma se un nuovo piccolo fratello di Gesù (la congregazione di Charles de Foucauld) si stabilisce in una favela di Rio i poveri del luogo saranno solo uno di più; se invece il mio amico senator-ingegner-capitalista-liberal apre una piccola azienda nella medesima favela e dà un lavoro a qualche decina di disperati, loro forse sono più contenti. È l’alternativa che ho trovato, in termini molto diversi, in una lettera del Nietzsche (già?) pazzo, che da Torino nel gennaio 1889 scriveva a Burkhardt: «Caro professore, alla fin fine avrei preferito di molto fare il professore a Basilea piuttosto che essere Dio; ma non ho osato seguire il mio egoismo privato fino al punto di trascurare, per causa di esso, la creazione del mondo». O anche Machiavelli, almeno nella lettura classica: il principe non può pensare alla propria anima, deve fare tutto quello che è richiesto per la salvezza e l’incremento dello Stato...

La scelta monastica richiede ovviamente una profonda fede nell’altro mondo. Non tutta la salvezza si risolve qui, e anzi l’unico modo, forse, per migliorare il qui è credere nell’oltre...

Se non abbraccio la scelta monastica sarà proprio perché voglio fare «davvero» qualcosa per gli altri (favela brasiliana o università che sia), o solo perché in fondo la politica e la vita del mondo mi piacciono, danno sapore (senso?) alla mia esistenza? Più o meno come non fare il voto di castità, né di povertà e obbedienza... Ma sono problemi sottili, una sorta di snobismo ed eccessiva attenzione alla propria interiorità, che proprio se voglio essere povero con i poveri non posso permettermi. Chi bada a salvare la propria anima la perde; e solo chi accetta di «perdersi» si salva.

Anche questa scelta – «fanno quel che si trova», si dice in piemontese delle donne di strada – richiede fede nella provvidenza; se c’è un Dio ci penserà lui, la mia anima non è affidata principalmente a me. E se poi il Dio che «c’è» non se ne sta nel mondo iperuranio nella sua totale autosufficienza, ma è uno e trino – cioè, come lo capisce la migliore Chiesa, ha una vita che lo porta fuori di sé, e anzi manda il Figlio perché ci aiuti a realizzare lo Spirito (quello di Hegel e di Gioacchino); o ancora, come ha detto Gesù, è fra noi (solo?) quando siamo riuniti nella carità (è il senso dell’essere riuniti nel Suo Nome), ossia è negli altri che mi si rivolgono – allora fare quel che si trova è appunto una via di salvarsi corrispondendo alla «vocazione».

Lo storicismo che anche come «debolista» professo è tutto qui: non «siamo su un piano dove c’è soltanto l’uomo», come scriveva Sartre nel saggio sull’Esistenzialismo come umanismo; siamo su un piano dove c’è principalmente l’essere – ha ragione Heidegger nella Lettera sull’umanismo (1946) con la quale gli risponde. Ma l’essere non è niente di trascendente, è la storia stessa dell’umanità in ciò che ha di «riuscito», in ciò che si è consolidato come tradizione, memoria, istituzione, forme artistiche. Sono gli «altri» nel senso più comprensivo del termine.

Non solo gli altri che hanno vinto e hanno lasciato tracce profonde; anche – forse soprattutto, dopo l’avvento del cristianesimo – coloro che hanno sperato e perso, e che proprio perché non sono «riusciti» meritano di sopravvivere come passato ancora aperto e affidatoci come compito. (Anche in ciò, forse, lo Heidegger di Essere e tempo ha qualcosa da insegnare a Benjamin; e sta con il Bloch del Principio speranza... L’insistenza che molti attribuiscono a una sorta di misticismo di Heidegger, sul compito di pensare il non-ancora-pensato della storia dell’essere, non sarà un altro modo di richiamarci al dovere di ricordare i perdenti del gioco della storia, nella stessa direzione di Benjamin?).

Autore: Gianni Vattimo
Titolo: Ecce comu
Edizioni: Fazi
Pagine: 128
Prezzo: 12,50 euro

mercoledì 21 febbraio 2007

Facoltà di Studi Orientali
Via Principe Amedeo, 182/b
00185 – Roma

Sapienza Università di Roma

ASSOCIAZIONE ITALIANA STUDI CINESI

XI CONVEGNO

LA CINA E IL MONDO

ROMA, 22-24 FEBBRAIO 2007


GIOVEDÌ 22 FEBBRAIO 2007
AULA MAGNA
9.00 Cerimonia di inaugurazione.
STORIA
10.00 A. Lavagnino, M. Miranda, G. Samarani, A proposito di Mao e della Rivoluzione Culturale: due anniversari controversi.
10.30 Sofia Graziani, “Per fare della nostra gioventù una gioventù rivoluzionaria”: la Lega della Gio-ventù Comunista negli anni 1962-1966.
11.00 Pausa caffè
11.30 Patrizia Carioti, La comunità cinese di Nagasaki nei secoli XVI e XVII: uno sguardo d’insieme.
12.00 Davor Antonucci, La “Tartaria” nelle fonti dei missionari gesuiti in Cina tra il XVI e il XVII secolo.
12.30 Federica Casalin, Saggi di economia politica fra le pagine del Wanguo gongbao (1892-1902).
13.00 Pranzo

AULA 1
STORIA
15.00 Elisa Giunipero, La Cina e la Chiesa cattolica negli anni di Pio XI.
15.30 Francesca Congiu, Corporativismo, repressione e paternalismo. Il lavoro sotto il regime autori-tario del Guomindang.
16.00 Flavia Solieri, Gennaio-febbraio 1949: la politica estera della nuova Cina in alcuni aspetti attuati-vi.
17.00 Pausa caffè
CINEMA
17.30 Corrado Neri, Il mondo nel cinema: scambi e incroci tra le cinematografie cinese e occidentale.
18.00 Elena Pollacchi, Flussi migratori: registi e videoartisti tra disorientamento e nuove prospettive.

AULA 5
DIRITTO
10.00 Aglaia De Angeli, Il Codice Penale della Repubblica Cinese e gli influssi occidentali.
10.30 Simona Grano, Diritti di proprietà e diritti d’uso del suolo della R.P.C.
11.00 Pausa caffè
11.30 Bettina Mottura, Esempi di scrittura amministrativa in materia di reclutamento dei funzionari sta-tali (1993-2005).
12.00 Flora Sapio, I gruppi criminali cinesi e la loro struttura. Alcune osservazioni preliminari.
13.00 Pranzo

ARTE E ARCHEOLOGIA
15.00 Luisa Elena Mengoni, Interazioni culturali ed identità regionali nel Sud-ovest della Cina tra la fi-ne dell’Età del Bronzo e il primo Impero.
15.30 Paola Vergara Caffarelli, Archeologia cristiana in Mongolia Interna. Una testimonianza dell’incontro tra la Cina e l’Occidente nel Medioevo.
16.00 Michela Bussotti, Statuine religiose dell’Hunan centrale di epoca moderna e contemporanea.
16.30 Filippo Salviati, Gli artisti cinesi contemporanei nello scenario mondiale globalizzato.

AULA 8
LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA
11.30 Nicoletta Pesaro, Scrivere di narrativa: osservazioni sull’impostazione metodologica di alcuni manuali di narrativa cinese moderna.
12.00 Federica Passi, Shanghai-Taibei (e ritorno): la corrente modernista nel XX secolo sulle due sponde dello stretto di Taiwan.
12.30 Anna Maria Paoluzzi, Così lontano, così vicino: problemi di localizzazione nelle traduzioni ita-liane di opere narrative cinesi.
13.00 Pranzo
15.00 Giusi Tamburello, Shi tansuo: una rivista di poesia contemporanea.
15.30 Serena Zuccheri, Il fenomeno generazionale Xin xin renlei (La Più Nuova Umanità) e la nascita della letteratura online nella Cina contemporanea.
16.00 Marco Fumian, Da Mengya a Han Han: l’origine della letteratura giovanile contemporanea.
17.00 Pausa Caffè
17.30 Stefania Stafutti, “Letteratura e legalità”: la percezione della legge nella letteratura cinese con-temporanea.
18.00 Silvia Pozzi, Il letto di sabbia.

VENERDÌ 23 FEBBRAIO 2007
AULA 1
CINA CONTEMPORANEA
9.00 Alessandra Aresu, La salute sessuale e riproduttiva in Cina: sinergie nazionali e internazionali.
9.30 Giovanna Puppin, Il volto nascosto di Pechino: immagini e slogan dalla metropolitana.
10.00 Livio Zanini, Tocca a te bere! Giochi conviviali e consumo delle bevande alcoliche in Cina.
10.30 Valeria Zanier, Il discorso sul WTO nella stampa cinese.
11.00 Pausa caffè
11.30 Valdo Ferretti, Taiwan come problema strategico e militare per la RPC.
12.00 Monica De Togni, La Campagna per lo sviluppo dell’Ovest: dalla globalizzazione all’implementazione locale.
12.30 Giovanni Andornino, Retorica multilaterale per una politica bilaterale? L’evoluzione della politica estera cinese in Asia orientale.
13.00 Pranzo

RELIGIONI E FILOSOFIE
15.00 Maurizio Paolillo, Un ragazzo venuto da lontano. Origine, fortuna e ruolo nel simbolismo spaziale di Pechino di Nezha, fanciullo divino.
15.30 Stefano Zacchetti, Il contributo della “via meridionale” al Buddismo cinese arcaico: alcune note sulle attività di Kang Senghui (III sec. d.C).
16.00 Veronica Lombardi, Analisi della relazioni di sheng ê∂ con xing ê´ e con qing èÓ nel Zhuangzi èØéq.
16.30 Ester Bianchi, Cina e Tibet: Wutaishan come luogo di incontro.
17.00 Pausa Caffè
17.30 Elisabetta Corsi, Aspetti dell’aristotelismo in Cina durante la prima età moderna.
18.00 Daniela Campo, Il Chan in epoca contemporanea: i kaishi del maestro Foyuan (1923-).
18.30 Amina Crisma, È possibile pensare la relazione con il pensiero cinese al di fuori della dicotomia Oriente/Occidente? Una quérelle ermeneutica nello scenario della globalizzazione.

AULA 5
ITALIA E CINA
9.00 Miriam Castorina, Guo Liancheng e il viaggio in Italia del 1859.
9.30 Rosa Lombardi, Viaggiatori e giornalisti in Cina all’inzio del Novecento: come cambia la visione della Cina nell’immaginario collettivo.
10.00 Guido Samarani, L’Italia e la RPC negli anni Cinquanta: contatti e convergenze in campo eco-nomico e commerciale.
10.30 Barbara Leonesi, La Cina, la letteratura italiana e Lü Tongliu. Un progetto di traduzione lungo una vita.
11.00 Pausa caffè
11.30 Valeria Varriano, “Love in Sicily”: quando l’Italia diventa Estremo Occidente.
12.00 Valentina Pedone, Alcune analogie tra l’immagine pubblica degli immigrati cinesi di oggi in Italia e degli emigrati italiani del XX secolo nel mondo.
13.00 Pranzo

LETTERATURA CLASSICA
15.00 Elisa Sabattini, Dettami per il buon governo: analisi preliminare dell’etica di Jia Yi (200-168).
15.30 Paolo De Troia, La visione del mondo europea nella Cina del XVII secolo: la traduzione del Zhifang waiji di Giulio Aleni.
16.00 Federico Masini, Il problema delle fonti cinesi della Sinicae Historiae Decas Prima di Martino Martini.
17.00 Pausa Caffè
17.30 Paolo Santangelo, Aggiornamenti su un progetto: dalla banca dati alla Encyclopaedia of Emotions and States of Mind.
18.00 Donatella Guida, L’uso e le diverse accezioni di ∞Æ ài in tre romanzi di epoca mancese.
18.30 Barbara Bisetto, Memorie di mondi amorosi: raccolta letteraria ed enciclopedismo nel Qingshi leilüe.

AULA 8
LINGUISTICA E DIDATTICA
9.00 E. Banfi, G. F. Arcodia, Fenomeni di grammaticalizzazione in cinese mandarino e questioni di deriva tipologica.
9.30 Adriano Boaretto, La gerarchia di accesso.
10.00 Emanuele Raini, Considerazioni sulla ridondanza fonologica e prosodica del putonghua.
10.30 Chiara Romagnoli, Il “Corso di linguistica generale” di Ferdinand de Saussure in Cina.
11.00 Pausa caffè
11.30 Mariarosaria Gianninoto, I repertori di particelle di epoca tardo imperiale: il Jingzhuan shici.
12.00 A. Ceccagno, B. Basciano, I composti del cinese
13.00 Pranzo
15.00 Alessandra Brezzi, “E’ la lingua cinese monosillabica per natura?” Dizionari, grammatiche e lemmari per l’apprendimento della lingua cinese nell’Italia di inizio Novecento.
15.30 Giorgio Casacchia, Il Grande Dizionario Cinese-Italiano: le premesse, il progetto, le prospettive.

20.00 CENA SOCIALE

SABATO 24 FEBBRAIO 2007
AULA MAGNA
9.00 Presentazione dell’Istituto Confucio di Roma (Federico Masini e Liang Dongmei).
9.30 Tavola rotonda sulla didattica del cinese in Italia.
11.00 Pausa Caffè
11.30 Assemblea generale dei soci.