domenica 11 dicembre 2016

Il Sole Domenica 11.12.16
Epistemologia
So di non sapere: pratica e teoria
di Nicla Vassallo

Qualcosa deve essere accaduto. Ed è bene prenderne atto. Negli ultimi tempi, si è fatta impressionante la crescita degli studi in inglese sulla conoscenza. Forse, perché, come sostiene J.W Goethe, «nulla è più terribile di un’ignoranza attiva», e tale ignoranza sta dilagando, al punto che, senza provare alcuna vergogna, ce se ne vanta, e la si scorge ovunque, con concreti effetti deleteri in ogni luogo del mondo, in ogni società e azione, in quasi ogni essere umano. Si sta così creando una ristretta élite di pochi che coltivano la conoscenza, mentre la “massa” si riversa nella brutale ignoranza. Ed è la massa che, infine, conduce l’ignoranza al potere, decretando al contempo il potere di un’ignoranza, ben distaccata dal consapevole «sapere di non sapere», massa che, palesemente, non ha cognizione di Eric Ambler, e del suo «non provare mai a fingerti migliore di quello che sei».
Si tratta di una sorte effettiva, che, come attestano da qualche anno fatti e eventi, ha ricadute esasperanti, nonché sconcertanti, ricadute attribuite erroneamente dall’opinione pubblica ad altre cause, solitamente al malcostume etico di troppi/e. Eppure, se non conosciamo i principi etici, o non possiamo conoscerli, come si riesce a impiegarli in intenzioni e azioni?
O vitae philosophia dux, andava dicendo Cicerone. Che la filosofia, e in particolare la filosofia della conoscenza, costituisca tutt’ora la guida della vita dovrebbe essere pure noto ai non filosofi. In ogni caso, tale guida appare ora in molteplici volumi, pubblicati di recente o in via di pubblicazione. D’accordo, non ci troviamo al cospetto di volumi sempre “facili e semplici”, a cui tutti/e hanno o desiderano aver accesso: meglio sul serio dedicare il proprio tempo a tutt’altro?
Eppure citare qualche titolo di case editrici di rilievo risulta di giovamento. Prendiamo, per esempio e non a caso, la prestigiosa Oxford University Press, le cui radici risalgono a parecchi secoli orsono. Tra le sue ultime pubblicazioni, si trovano: Intellectual Assurance: Essays on Traditional Epistemic Internalism a cura di Brett Coppenger e Michael Bergmann, testo a più voci, che valuta e rivaluta, con fare critico, il classico internalismo cartesiano, considerando, in termini contemporanei, la natura delle nostre credenze, giustificate in senso inferenziale e non inferenziale, per affrontare infine le modalità migliori con cui confrontarsi con lo scetticismo; Epistemic Contestualism: A Defense di Peter Bauman, in cui, tra le varie proposte innovative, emerge quella di legare la contestualizzazione della conoscenza alla responsabilità, e dunque induce a domandarsi la ragione per cui la responsabilità oggi conti di fatto ben poco; ad affiancarlo, Cognition, Content, and the A priori di Robert Hanna, che, tra l’altro, pone in relazione conoscenza e mente, mente che appartiene agli enti inosservabili e per cui la filosofia che la riguarda permane sempre in costante discussione; l’handbook, che rasenta le mille pagine (chi nel nostro paese oserebbe pubblicarlo?), Philosophy of Perception, a cura di Mohan Matthen, risulta accessibile ai più, e non farebbe certo male a coloro che hanno optato per professioni (dallo sport all’arte e via dicendo), in cui la fonte conoscitiva percettiva gioca un ruolo di rilievo; lo stesso vale per Performance Epistemology, curato da Miguel Ángel Fernàndez Vargas, in cui la valutazione epistemica, tipicamente normativa, viene auspicata in ogni settore ove compaiano persone, le cui prestazioni debbono possedere scopi peculiari; altro tema, di non poco interesse, viene affrontato da Richard Pettigrew, in Accurancy and the Laws of Credence: eccelso per quanto riguarda la discussione sulla fonte conoscitiva della razionalità induttiva – ognuno di noi dovrebbe, se non vero e proprio analfabeta, comprendere i problemi della teoria della probabilità, nonché quelli interconnessi dell’indifferenza.
Quali relazioni intrattiene davvero la filosofia della conoscenza con la filosofia dell’azione? Ci viene ben argomentato da Berislav Marusic in Evidence & Agency, in cui il punto principale consiste (l’ignorante spesso non se ne cura) nelle evidenze epistemiche da prendere in considerazione quando si progettano o si compiono determinate azioni. Tali evidenze e azioni si riversano inevitabilmente – a tratti instabilmente, a tratti stabilmente – sulla massa (gruppi di ricerca scientifica o criminologica, decisioni dei tribunali, capacità di votare in modo sensato, delitti, atti terroristici, e via dicendo, senza poi andare a indagare il nostro privato).
L’urgenza di conoscenza, recepita in lingua inglese, viene afferrata con salienza, pure da editrici minori, rispetto alla fama della Oxford University Press, quali, per esempio, dalla Bloomsbury, con due volumi:A Critical Introduction to Formal Epistemology di Darren Bradley e Philosophy and Simulation: The Emergence of Synthetic Reason di Manuel DeLanda, da cui emerge un materiale, senz’altro utile contro l’ignoranza incensata.
Poche parole, benché ben di più ne meriterebbe, su ciò che Routledge, altro grande nome, ora da tempo nel Taylor & Francis Group, ha fatto uscire o pubblicherà a breve: Respecting Truth: Willful Ignorance in the Internet Age di Lee Mcintyre, volume di rilievo per coloro che “investono”, seppur di già famosi, su internet da grulli/e, con i mezzi più disparati, senza domandarsi cosa sia la verità e dove la si trovi. Come raccomandano nel volume, a loro cura, Chrisolula Andreou e Sergio Tenenbaum, Belief, Action, and Rationality over Time, se, da una parte, non dobbiamo dimenticare la razionalità pratica, dall’altra tralasciare quella teorica costituirebbe un grave errore, e ciò vale anche nell’internet age.
Questa sorta di “lotta” filosofica contro l’ignoranza sta, per buona sorte, emergendo altresì nel nostro paese. Ne rappresenta un modello eclatante e corposo Epistemologia, il volume di Robert Audi, (sempre Routledge, se mal non ricordo), ora in traduzione italiana grazie a Quolibet, casa editrice coraggiosa, che mostra apertamente quanto anche da noi debba contare la conoscenza. E Audi nel volume ci dona un’introduzione solida alla teoria della conoscenza, quale campo superbo e, più che mai da coltivare, oltre a causa di un’ignoranza generalizzata, al fine di comprendere le relazioni dell’epistemologia con altri settori della filosofia, donandoci la chiave per oltrepassare le nostre troppe divisioni, illusioni e allucinazioni.
Considerato quanto accade nel privato e nel pubblico, la nostra umiliata élite intellettuale dovrebbe mostrare segni di imponenti ribellioni conoscitive, rispetto a coloro che fanno e non sanno, oppure, peggio ancora, che immaginano di saper fare e immaginano di saperne parlare. In effetti, è di già a questa élite che si deve l’impressionante esigenza di filosofia conoscenza.
Il Sole Domenica 11.12.16
Anticonformisti
Ritardatari dunque creativi
di Patrizia Caraveo

Come avviene il processo creativo? È una lampadina che si accende all’improvviso oppure è il risultato di una lenta elaborazione più o meno inconscia? Evidentemente devono esistere entrambe le tipologie, ma sono sicura che la maggioranza delle persone trovi più naturale legare la creatività all’idea folgorante piuttosto che ad un lungo processo di riflessione. Eppure sembra che non sia proprio così. Nel suo ultimo libro Originals. How non-conformists move the world, Adam Grant sostiene che le soluzioni più creative vengono dai procrastinatori, quelli che rimuginano a lungo sulle idee e tipicamente aspettano l’ultimo momento per rispondere a un bando di gara o mandare una richiesta di finanziamento. Questo non significa che fare le cose all’ultimo momento porti a risultati migliori. Le pensate più creative vengono da quelli che hanno macinato a lungo un problema, non dai ritardatari.
È il risultato di una ricerca dove i partecipanti (si trattava di studenti dell’Università del Wisconsin) sono stati richiesti di immaginare delle soluzioni per occupare uno spazio libero nel loro campus. Un po’ come è successo nel caso del dopo EXPO, per fare un esempio concreto. Le proposte dei procrastinatori, che hanno preso del tempo per proporre le loro soluzioni, sono risultate mediamente più creative di quelle di coloro che avevano risposto più rapidamente. Ovviamente, aspettare fino all’ultimo momento non è sempre una buona scelta, nel caso EXPO le soluzioni più meditate sono state bruciate dal lampo di genio del Primo Ministro, ma non è di questo che parla il libro.
Lasciar sedimentare le idee, magari facendo altro, mentre in qualche angolo del cervello cerchiamo una soluzione, forse non aumenta la produttività, ma indubbiamente produce risultati migliori. Se si vuole fare presto, non si esplorano nuove vie e si percorrono i sentieri più convenzionali. Se invece ci si concede più tempo, il pensiero è più elaborato e magari emergono collegamenti con altri campi o con esperienze precedenti, insomma la soluzione è più creativa. Dopo tutto, Michelangelo ha temporeggiato anni prima di iniziare il Giudizio Universale della Cappella Sistina, Rossini finiva all’ultimissimo momento (a volte anche fuori tempo massimo) di scrivere le ouvertures delle sue opere. Frank Lloyd Wright lasciò passare un anno prima di produrre, forzato dal committente esasperato, lo schizzo della Casa sulla cascata. Martin Luther King mise mano al suo famoso discorso «I have a dream» la notte prima del fatidico 28 agosto 1963 e lo stesso ha sempre fatto Bill Clinton. Anche Steve Jobs sembra sia stato un accanito procrastinatore e non possiamo certo dire che mancasse di creatività.
Curiosamente, il più sorpreso di questo risultato è proprio l’autore che, pur essendo sempre stato uno di quelli che fanno le cose presto e bene, ha dovuto ricredersi. Convinto del risultato, ha iniziato a farsi forza per imparare a procrastinare, nella speranza di aumentare anche la sua di creatività.
Adam Grant,Originals: How Non-Conformists Move the World , Viking, pagg.336 $27,01
il manifesto Alias 11.12.16
Questo canone così tragico e mosso
«Umanisti italiani», Millennio per Einaudi. Da Petrarca a Valla, da Pico a Machiavelli, l'Umanesimo rivisitato in chiave contemporanea da Ebgi e Cacciari
di Massimo Natale

Se torniamo a certe pagine di Eugenio Garin – per esempio quelle affidate a un agevole libello come La cultura del Rinascimento, uscite in prima battuta nella Propyläen-Weltgeschichte edita nel 1964 – vi leggiamo che una tale epoca è segnata anzitutto dalla «coscienza della nascita di un’età nuova, con caratteri opposti a quelli dell’età precedente», una «coscienza polemica» la cui cifra è la «volontà precisa di ribellione, un programma di distacco da un mondo vecchio per instaurare altre forme di educazione e di convivenza, un’altra società e diversi rapporti tra uomo e natura». Lontanissimo da ogni presentimento di una «bella età de l’oro» e da ogni rappresentazione oleografica dei secoli della prima modernità, il mondo rinascimentale si presenta allora, per Garin, «più enigmatico e inquieto che limpido e armonioso», un cosmo nel quale «il senso tragico della vita e una religiosità scavata» si precepiscono anzitutto «nella grandezza delle forme michelangiolesche».
Virate o estese alla cultura propriamente umanistica fra Tre e Quattrocento – a ulteriore conferma della loro efficacia – queste parole potrebbero fare da ottimo viatico anche a chi sfogli Umanisti italiani Pensiero e destino, a cura di Raphael Ebgi, con un saggio di Massimo Cacciari (Einaudi «I millenni», pp. CVI-558, € 85,00). Il volume è approntato in forma di antologia, disposta per temi fondamentali – otto sentieri, dal rapporto fra Vita activa e Vita contemplativa alla Metaphysica alla Teologia poetica – di volta in volta preparati da un cappello introduttivo, storico-interpretativo. Si compone così una sorta di breviario umanistico, che spazia da Machiavelli a Pico, da Bessarione a Giorgio di Trebisonda, da Landino a Poliziano, non avvalendosi peraltro soltanto di stralci di opere già a loro agio nel canone, ma anche di glosse, appunti o pagine di diario (con l’aggiunta preziosa di un paio di trouvailles inedite, fra cui un brano latino di Pico in calce a una lettera a Battista Guarini, ritrovato da Franco Bacchelli nel codice Capponiano della Biblioteca Apostolica Vaticana).
In partenza Garin e Vasoli
A orientare scelte e intenzioni ermenutiche è comunque, da subito, l’articolato studio di Cacciari – che prende non a caso le mosse proprio dal nome di Garin e da quello di Cesare Vasoli – con l’obiettivo di Ripensare l’umanesimo. A cominciare dalla necessità di limitare o sorpassare senz’altro le «riserve, diffidenze e incomprensioni, quando non aperte critiche», che la filosofia contemporanea ha riservato a questo periodo della storia europea. L’intervento di Cacciari si potrebbe in effetti leggere in buona parte – libro dentro il libro – come il tentativo di ripercorrere la lunga parabola di una mislettura profonda, secondo la quale Umanesimo implicherebbe – essenzialmente ed erroneamente – uno «spirito conservatore», una «visione essenzialmente antitragica» dell’esistente e un ideale di «paideia totalizzante-armonica». Per capire quanto sia diverso, qui, lo sguardo gettato sui nostri umanisti, basterebbe considerare come venga servito fra gli altri, da Cacciari e Ebgi, un Petrarca. Immediatamente scelto per aprire il primo capitolo antologico – dal titolo molto eloquente di «Umanesimo tragico» – ecco il Petrarca di una lettera a Ludwig van Kempen, impegnato a riconoscere, con maturo disincanto, la potenza di Fortuna: «occorre lasciare che la fortuna faccia i suoi giochi (…). Per vincerla, nessun’arma è migliore della sopportazione (…). Nessuna speranza di quiete si trova in questo capo di fatiche, giacché la vita dell’uomo non è solo milizia, ma guerra, e chiunque viene in questo mondo, viene in un campo di battaglia». Saremmo cioè, già con Petrarca, di fronte a uno fra i primi diagnosti della finitezza e debolezza dell’individuo (un Petrarca con il quale inizia peraltro, secondo Cacciari, il «canto-threnos di Europa: ed ecco allora il poeta dei Fragmenta, con il suo sguardo sul Passato, accostato nientemeno che allo Schicksalslied dell’Hyperion di Hölderlin).
Ciò che probabilmente più affascina, nell’ampia ricostruzione proposta, è la scelta di riavvicinarsi all’Umanesimo tenendo un punto di osservazione saldamente ‘contemporaneo’. Autori, opere e nodi non sono affrontati per medaglioni, quanto piuttosto per linee: non sono ritratti in istantanea, ma immagini in movimento. E infatti il risultato non è tanto un magari nuovo e però statico quadro della cultura umanistica, ma una vera e propria genealogia del moderno. Lo si capisce bene se si guarda, anzitutto, alla questione del rapporto fra linguaggio e pensiero: «asse portante», annota Cacciari, «dei momenti più alti» della speculazione umanistica, nella prima e precoce coscienza che ogni argomentare e ogni teoresi è anche un problema di «prassi linguistica» (ben in anticipo su certe non distanti riflessioni, ormai novecentesche).
Il richiamo a Dante
Qui è un altro il padre di ogni discorso sull’Umanesimo italiano, ovvero il Dante del De vulgari eloquentia. Il quale – pur non presente nella scelta antologica del volume – è più volte richiamato nelle pagine introduttive, ed evocato anzi come il punto di partenza necessario per ogni ritorno agli umanisti (un punto di partenza anteriore, dunque, al più scontato ‘proto-umanesimo’ di Petrarca o Boccaccio e dintorni, e indispensabile tanto più se si osserva l’epoca dalla specola di una filosofia del linguaggio). Certo, il De vulgari eloquentia è un primo atlante di dialettologia volgare: ma è, anche più, la sanzione dell’uscita del linguaggio poetico dalla sua condizione limitante di cognitio minor, di pensiero imperfetto o favola falsa. Il moderno sta insomma imparando, già a quest’altezza, la «piena rilevanza cognitiva» di un pensiero diverso, poetico, per immagini. Si intravede già, in fondo al percorso, Leopardi: un altro nome che Cacciari spende a più riprese, laddove vuole per esempio ricordarci come esperienza e immanenza siano alla radice del pensiero di un Guicciardini (ed ecco sfruttati i leopardiani Pensieri: lì Guicciardini «è forse il solo storico tra i moderni, che abbia conosciuto molto gli uomini, e filosofato attenendosi alla cognizione della natura umana).
Ma Leopardi è nome talmente consustanziale – e non da oggi – alla riflessione di Cacciari, che lo si può anche criptocitare nel definire la filosofia di Lorenzo Valla – certamente uno dei perni del volume – una «filosofia dolorosa, ma vera» (così il leopardiano Dialogo di Tristano e di un amico, nelle Operette); o si veda infine la suggestiva «amicizia stellare» che legherebbe insieme Leopardi e Alberti, all’insegna di un comune pessimismo per così dire agonista. Speziare l’Umanesimo col moderno si può, forse anzi si deve, se non si vuole perderne alcuni tratti fondamentali, mantenendolo – con Nietzsche: anche lui spesso chiamato in causa – sempre in bilico fra attuale e inattuale.
Galleria iconografica
E si potrebbero indicare molti altri annunci, presentimenti di futuro consegnatici dal pensiero umanista: limitiamoci a scomodare almeno il suo carattere sempre fortemente civile, nel suo porre costantemente al centro una comune educazione, un dialogo duraturo fra Filosofia, Filologia ed Ermete (e allora il nome da fare sarà, stavolta, quello di Aby Warburg, nel cui segno si pone la splendida galleria iconografica che arricchisce il volume, e che accompagna il lettore da Bosch a Benozzo Gozzoli, a Giorgione ecc., suggestivamente commentati). Oppure, a come già tra Ficino e Pico – con il supporto della Lettera ai Romani di San Paolo – tramonti ogni possibile teodicea, nell’eventuale annullamento del libero arbitrio umano da parte della volontà divina. O a come, in ultima analisi, tra Machiavelli e Valla ogni azione umana sembri rivelare il proprio vero fine nella più nostra, nella più moderna delle ragioni: la ricerca della felicità, ovvero il principio di piacere.
il manifesto Alias 11.12.16
Givone, cinque dialoghi oppositivi sulle cose ultime
«Luce d’addio» di Sergio Givone, da Olschki . Lucrezio e San Girolamo, Cecco d’Ascoli e Francesco da Barberino, Kierkegaard-Adorno, Dostoevskij e Turgenev, Celan e Heidegger
di Maria Fancelli

Sergio Givone, filosofo e storico della filosofia, fine interprete di alcuni grandi testi della letteratura europea, scrittore, autore di un bellissimo romanzo d’esordio e di altre importanti prove narrative, ci sorprende e ci inquieta con un nuovo libro e un nuovo genere: Luce d’addio Dialoghi dell’amore ferito, Olschki (pp. VI-156, euro 15,00).
Titolo, sottotitolo e copertina catturano l’attenzione del lettore con messaggi diversi: il titolo annuncia il tema chiave che è quello della fine e del congedo, il sottotitolo spiega che si tratta di dialoghi di un amore ferito, mentre la copertina in bianco e nero affida a una celebre incisione di Dürer una delle più conturbanti rappresentazioni del rapporto tra amore e morte. Ma su copertina, titolo e incisione si tornerà più avanti.
Il libro comprende cinque dialoghi che rimandano ad altrettanti incontri, in parte avvenuti e in parte immaginati, tra grandi figure del passato; meglio sarebbe dire che comprende cinque atti unici con relative didascalie, dati documentali e note di chiusura con informazioni biografiche e storiche sui protagonisti principali. Di fatto i testi pertengono strutturalmente al genere teatrale, lungo un versante che si potrebbe dire, in senso lato, beckettiano. Si tratta comunque di qualcosa di diverso dal dialogo filosofico più tradizionale e insieme di qualcosa di nuovo nel panorama della letteratura teatrale italiana: nel senso che, se da un lato la forma dialogica appare funzionale alla ricerca etica ed estetica di Sergio Givone, dall’altro essa si esprime con la forza di una lingua nutrita di poesia che lascia germinare invenzioni e messaggi extra-filosofici. Proprio per questa loro natura i dialoghi-atti unici di Givone richiedono fortemente una messa in scena, postulano voci alte, scansione di enunciati e movimenti scenici a sostegno del processo di ascolto e di visione.
Il traduttore della Bibbia
Dei cinque dialoghi il primo (Eco di un’eco) vede incontrarsi il poeta latino Lucrezio e San Girolamo traduttore della Bibbia; il secondo (Al Rogo!) Cecco d’Ascoli, medico e filosofo arso sul rogo nel 1326 e il suo amico giudice Francesco da Barberino; il terzo (Che fare) mette in scena la visita di un ignoto professore a Kierkegaard, con epifania di Adorno; il quarto (E se la Madonna Sistina) reinventa la discussione tra Fëdor Dostoevskij e Ivan Turgenev davanti al Raffaello di Dresda; infine il quinto (Quando il silenzio è complice) porta a confronto Paul Celan e Martin Heidegger in un campo di sterminio.
Come si vede, si tratta di luoghi, tempi e figure diversissime accostate in lunghe appassionate discussioni sui massimi sistemi, e in particolare sul tema del nulla, del nichilismo, della giustizia, della religione e dell’arte che sono state la costante del lavoro di Sergio Givone. Non è però soltanto un ritorno in forma dialogica sul rovello di una vita, ma piuttosto un cambiamento di posizione dell’autore che sembra guardare ai suoi personaggi ex alto e come a distanza, indicando nella giustapposizione delle parti l’unica possibilità di articolare il processo di conoscenza.
Può forse esserne un esempio il dialogo irrisolvibile tra San Girolamo e il poeta Lucrezio. Il traduttore dei sacri testi che parla della colpa dell’essere e il pagano Lucrezio che crede nella vittoria del bene, restano su posizioni lontanissime. Lo stesso succede nel dialogo tra Dostoevskij e Turgenev davanti alla Madonna Sistina, ovvero davanti al quadro che ha accompagnato la nascita del Romanticismo tedesco e alimentato infinite discussioni da Wackenroder a Schlegel. Pur nella comune ammirazione per l’opera di Raffaello, i due scrittori si confrontano a lungo su posizioni opposte. Il grande indagatore delle profondità dell’io guarda oltre la superficie del quadro e pensa che gli occhi della madre e quelli del figlio siano aperti sull’orrore del destino che li aspetta; il secondo pensa invece che la Madonna e il Bambino, in posizione centrale e come sospesi sulle nuvole, siano semplicemente pronti a scendere dal cielo e ad entrare nella scena del mondo, da sempre pronti alla vita così com’è «povera, casuale, necessaria». Lo stesso avviene nel dialogo più inquietante del libro, che vede di fronte, in un lager, Martin Heidegger e Paul Celan. Qui la contrapposizione frontale è quasi insostenibile, mentre le parole di Celan sulla poesia e quelle di Etty Hillesum sul mistero della vita rendono davvero difficile pensare che la verità si manifesti, come si legge nell’introduzione, «dileguando e sottraendosi».
In tutti e cinque i dialoghi si ripetono gli stessi schemi oppositivi, si susseguono e si dispiegano affermazioni contraddittorie, acrobazie verbali e paradossi che spesso rendono problematico e teso l’ascolto. Tanto che, alla fine di ripetute letture, si ha l’impressione che Givone sia giunto a una soglia e a un momento drammatico della propria ricerca: che voglia dirci che la verità può essere afferrata solo come relazione oppositiva, come giustapposizione di parti che non hanno vita separata, come indecidibile sfida verbale. Che voglia guardare in faccia la finitezza e la potenza del nulla, la prossimità degli opposti, l’unità del vivente, l’identità paradossale di umano e divino. Fondatamente Arnaldo Pagnini ha parlato di recente di «ontologia della contraddizione».
Così il turbato lettore ripensa l’insieme e torna istintivamente all’inizio e all’incisione di Dürer in copertina, sulla quale pochi anni fa un illustre patologo aveva espresso la sua convinzione che «il grosso nodo che sporge dal giugulo della dama altro non sia che un aneurisma, luetico, che usura lo sterno e affiora alla superficie e che presto si romperà come ben sa la Morte, che irride da dietro un albero i due protagonisti ignari e illusi» (Giorgio Weber, Le voci della materia. Patologo tra gli artisti. II, Mauro Pagliai Editore, 2013). Non so se sia giusto leggere un libro sulla base della sua immagine di copertina e magari leggerla come suggerisce Weber, ma certo l’autore non è estraneo a quella che non è soltanto una felice scelta grafica, così come non lo era nelle copertine dei precedenti libri. Un profondo turbamento accompagna davvero l’intera lettura alla luce della sua copertina.
Il giudizio di Baldacci
Leggendo questi dialoghi ho pensato più volte alla prima prova narrativa di Givone, Favola delle cose ultime (1998), che aveva trovato un lettore e un recensore d’eccezione come Luigi Baldacci. Questi, proprio sulle pagine di «Alias» (30 marzo 2002) aveva fotografato molto bene la forza e il carattere quasi eccezionale di quel romanzo, dove proprio le cose ultime erano viste dalla posizione di un ragazzino innocente figlio della natura, della tradizione e della terra. Nella sua lucida recensione Baldacci aveva fissato la natura di quel libro e il posto di Givone tra filosofia e scrittura e sottolineato la fecondità di un incontro tra filosofia e poesia che nella nostra letteratura veniva a prodursi tanti anni dopo Leopardi.
Non saprei dire se Givone abbia più trovato la felicità e la leggerezza di quell’esordio narrativo, anche perché il libro di oggi è profondamente diverso da tutti i precedenti, tanto più denso, difficile e coraggioso, frutto del lavoro di una vita. Credo però di poter dire che la posizione di Givone tra filosofia e scrittura letteraria è rimasta quella fissata da Baldacci; che il libro di oggi si conferma tutto dentro l’orizzonte del nichilismo come esperienza decisiva del Novecento, e che in questa posizione l’autore rinuncia a ogni consolatorio autoinganno. Non rinuncia invece a continuare la sua lunga appassionata percussione sulle cose ultime, mostra di non temerle e di saper guardare all’essere come a un infinito tramonto inondato di luce. Sono diverse le frasi alle quali si sarebbe tentati di rinviare come a una sorta di sintesi del libro. Ne scelgo due tra le più significative. La prima è affidata a Paul Celan: «…voglio dire che la poesia, a differenza della filosofia, si prende cura dell’insignificante, dello smarrito, del perduto. Si china sul quasi nulla, non sul nulla». La seconda rimanda alla copertina ed è l’autore stesso che ce la porge, riprendendola dalla Vita Nuova (XXIII, 17-28) di Dante: «Morte, assai dolce ti tegno / tu dêi omai esser cosa gentile».
il manifesto Alias 11.12.16
Kafka liberato dalla gabbia del suo personaggio
Classici. «Questo è Kafka?»: la domanda del suo maggior studioso, Reiner Stach, accompagna con ironia i 99 «ritrovamenti» ora tradotti da Adelphi: fotografie, dediche, cartoline, frontespizi, che contribuiscono a decostruire un tenace intreccio di miti e a rivelare un carattere contraddittorio e insospettabile
di Andreina Lavagetto

Reiner Stach è al momento, in Germania, il maggiore e più conosciuto biografo di Kafka. Il suo quasi ventennale lavoro si è concluso nel 2014 con la pubblicazione presso Fischer del terzo volume dell’impresa biografica. Nell’insieme, un’opera imponente che unisce il rigore della ricostruzione alla tensione e alla bellezza del racconto. Sempre da Fischer, nel 2012, Stach ha pubblicato un volume kafkiano assai più agile nella mole e negli intenti, Ist das Kafka? 99 Fundstücke, ora nella traduzione, accuratissima ed elegante, di Silvia Dimarco e Roberto Cazzola per Adelphi: Questo è Kafka? 99 reperti (pp. 360, euro  28,00). In risposta alla domanda del titolo (ma davvero? possibile che questo sia Kafka?) Stach conduce con abilità e umorismo la regia del libro: dispone in otto sezioni tematiche 99 «ritrovamenti» sulla vita e l’opera di Kafka, e dedica a ciascuno sobri commenti di poche righe o di qualche pagina, con titoli spiritosi e leggeri che accendono la curiosità e portano a sorridere divertiti: «Kafka bara all’esame di maturità», «Kafka si infuria», «Kafka vorrebbe essere come Voltaire», «Come Kafka e Brod quasi diventarono milionari», «Kafka falsifica una firma (II)» (quella di Thomas Mann), «Kafka e Brod perdono al gioco i soldi della cassa comune per il viaggio», «Kafka senza pruderie».
È una collezione di fotografie, cartoline, dediche, frontespizi di libri, ricordi di amici, impressioni di conoscenti, che Stach ha raccolto in archivi e case private di città europee, americane e israeliane (l’apparato delle illustrazioni è davvero interessante). Ma i reperti sono anche e soprattutto, oltre ad alcuni disegni, passi kafkiani tratti dalle lettere, dai diari e dai quaderni di appunti. Nulla di nuovo, certo, ma Stach cerca brani più riposti, poco conosciuti, che alla luce di questa attenzione esclusiva acquistano diverso rilievo. La scelta è felice, così come gli accostamenti e l’ordine generale. Fine dell’opera, più che evidente ma sottolineato da Stach nella breve introduzione, è di sottrarre Franz Kafka al peso degli stereotipi che ne condizionano la lettura presso il pubblico meno avvertito e attento. Questo è Kafka? contribuisce a minare e decostruire quel tenace intreccio di miti che imprigiona Kafka, scrittore universalmente conosciuto, nel canone astratto delle celebrità indiscusse: tanto indiscusse che la loro complessità e realtà non sono più, se non presso l’élite dei lettori congeniali, oggetto di domande, dubbi e riflessioni.
In Stach si parla, per esempio, del curioso, spesso incoerente modo con cui Kafka trattava il denaro; della sua avversione per i medici; della disciplina sportiva (ginnastica, nuoto, remi) con cui cercava di dar forza a un corpo troppo magro che fin da bambino apriva in lui abissi di disagio; della sua propensione alla risata; della sua attenzione per i bambini; dei pochi casi in cui parlava male di qualcuno; delle emozioni che quasi sempre reprimeva e disciplinava; della sua difficoltà a mentire; della delicatezza con cui, mentendo, volle tener nascosta ai genitori la sua malattia; del modo in cui, appunto, affrontò la tubercolosi; delle sue idiosincrasie alimentari, oggetto di autoironia; della tendenza a giustificare le proprie azioni fin nei dettagli, ossessionato com’era dal bisogno di correttezza e onestà; del sesso, di cui Kafka sapeva anche parlare con certa rude franchezza.
Aspetti, questi, che Stach ha sempre studiato e messo in evidenza nei tre volumi della biografia, inserendosi nella linea degli studi kafkiani che ormai da anni lavorano con successo per rendere conto dell’autore in tutta la complessità e i chiaroscuri della sua personalità: un’attenzione al dato concreto che le tentazioni agiografiche inaugurate da Brod e alimentate da tanta critica hanno sempre negato. Solo che qui, nei 99 reperti, l’inserimento dell’autore in una complessa realtà storica, sociale, familiare e psicologica è il fine esclusivo: sicché la ‘peculiare normalità’ di Kafka emerge con particolare chiarezza.
Speciale interesse rivestono a mio avviso due delle sezioni tematiche in cui si articola il libro di Stach: «Leggere e scrivere» e «Slapstick». Per ovvie ragioni la prima, perché conservano attualità i documenti e le considerazioni che con finezza e senza invadenza – come qui accade – continuino a interrogarsi sulle modalità e le fonti d’ispirazione della scrittura kafkiana. «Slapstick» perché insiste in maniera convincente sulla comicità nell’opera di Kafka, un tema su cui si scrive da tempo ma che offre ancora margini di riflessione.
Laconicamente seria è invece l’ultima sezione, «Fine», in cui Stach si ritira quasi del tutto e lascia parlare i documenti: i due brevi testamenti con cui Kafka dispone delle sue carte, l’iscrizione sepolcrale e l’elogio funebre scritto da Milena Jesenská. Soprattutto, l’ultima lettera, scritta da Kafka ai genitori il giorno prima della morte nel sanatorio di Kierling, vicino a Vienna: in una grafia quasi irriconoscibile, con tono lieve e amorevoli bugie, Kafka chiede ai genitori di rimandare ancora un poco la loro visita perché, anche se «tutto volge al meglio», non si è ancora «ben ripreso».
Che l’opera di Stach non sia un «Köder», una garbata esca volta a sollecitare la curiosità dei lettori, lo hanno sottolineato nel 2012, all’uscita del libro, importanti voci critiche sulla stampa di lingua tedesca, da Manfred Koch a Hubert Spiegel a Fritz J. Raddaz. Il solo rischio della raccolta di Stach è che i «reperti», anziché essere letti come parti di un grande quadro, vengano presi per se stessi, come trouvailles, stranezze, stravaganze, o troppo umane debolezze dell’uomo e scrittore Franz Kafka. Ma non occorre grande sforzo per evitare il pericolo e comprendere l’intenzione vera di Reiner Stach.
il manifesto Alias 11.12.16
Una ipotesi perfetta per il falò delle vacuità
Frutti dell'incompetenza. Contro Chomsky e contro Darwin, Tom Wolfe nel «Regno della parola» (Giunti) ha in un sol colpo scoperto l’origine del linguaggio: paleoantropologi, scienziati cognitivi, studiosi dell’evoluzionismo e filosofi del linguaggio possono tirare i remi in barca
di Francesco Ferretti

La scienza può tirare un respiro di sollievo: Tom Wolfe nel suo Il regno della parola (Giunti, pp. 192, euro 19,00) ha trovato il tempo e l’agio per dedicare il proprio ingegno a uno dei problemi più difficili con cui la scienza abbia mai dovuto confrontarsi. E, manco a dirlo, lo ha risolto. Senza perdere tempo negli oscuri meandri delle complicate analisi utilizzate dagli esperti del campo, in una limpida serata d’estate lo scrittore americano ha avuto l’intuizione giusta che gli ha permesso di afferrare «in un sol colpo» la chiave del mistero. Un mistero, a ben guardare, assai poco di misterioso, visto che per Tom Wolfe l’origine del linguaggio nasconde un’ovvietà «così totale da far stentare a credere che nessun sapientone patentato l’avesse mai fatta notare prima». La comunità allargata dei paleoantropologi, scienziati cognitivi, studiosi della teoria dell’evoluzione e filosofi del linguaggio può finalmente tirare i remi in barca e dedicare il proprio tempo ad attività più proficue.
Prima di svelare la geniale intuizione che ha portato Wolfe alla soluzione del problema, c’è da premettere che non si può apprezzare cosa gli ha fatto risolvere l’arcano senza capire quel che ha impedito ai «sapientoni patentati» di farlo prima di lui. La risposta è semplice: è una questione di stile più che di intelletto. Per sbrogliare la matassa dell’origine del linguaggio ci vogliono le persone del tipo giusto: Tom Wolfe è maestro nel distinguere gli individui che vale la pena frequentare da quelli da cui è bene tenersi alla larga. Prendete un «acchiappamosche» come Alfred Wallace sfinito dalla malaria in un’isola sperduta dell’arcipelago malese: in pochi giorni butta giù un abbozzo della teoria dell’evoluzione che riassume alla perfezione la teoria a cui Darwin pensava da anni senza trovare la forza (e il coraggio) di scrivere una sola riga. Tra un individuo «confinato in un madido lettuccio sotto un riparo di fortuna nell’arcipelago malese» (Wallace) e uno «seduto a una massiccia scrivania in noce dentro una residenza signorile nelle campagne di Londra» (Darwin) non c’è partita: indipendentemente da ciò che abbia scritto o fatto, Wallace è il tipo di individuo che è bene frequentare assiduamente.
Così come è da frequentare con assiduità Daniel Everett, l’acchiappamosche dei nostri giorni, famoso per aver studiato la lingua dei Pirahã, una lingua che pone non pochi problemi alla «grammatica universale» di Noam Chomsky, il linguista del MIT che è il vero bersaglio polemico del libro. Anche in questo caso, più che gli argomenti teorici, conta lo stile di vita. Everett in effetti – un rude amante degli spazi aperti facilmente scambiabile per un operaio delle piattaforme petrolifere del West Virginia – è tutto ciò che Chomsky non potrà mai essere: «un acchiappamosche vecchia maniera, finito inspiegabilmente fra i moderni linguisti chiusi nello studio con la loro aria condizionata, il pallore bluastro da schermo di computer e le camicie aperte pseudo-virili».
È seguendo Everett che Tom Wolfe arriva alla sua geniale intuizione: l’idea che l’essere umano sia qualitativamente diverso da tutti gli altri animali perché è l’unico animale in grado di parlare. A dispetto di quanto pensi Tom Wolfe della propria intuizione, l’idea della differenza qualitativa tra umani e altri animali è largamente prevalente tra gli studiosi (Chomsky in prima linea). Le cose non vanno meglio con la questione dell’origine del linguaggio: la soluzione di Wolfe (quella a cui i «sapientoni patentati» non sono mai arrivati) è che il linguaggio non è il prodotto dell’evoluzione perché è, invece, «un’invenzione» degli umani. Senza dubbio i sapientoni di professione a volte riescono a complicare i problemi al punto da renderli irrisolvibili.
Detto questo, la tesi del linguaggio come un artefatto «creato» dagli umani è di una semplicità disarmante: un modo per dissolvere il problema facendo finta di risolverlo. Sulla falsa riga di quanto proposto da Tom Wolfe per il linguaggio, infatti, si potrebbe sostenere che gli umani hanno inventato la morale, l’estetica, la religione e così via. In che senso dire che un certo fenomeno è stato creato dagli umani ci aiuta a capire come quel fenomeno ha avuto origine? Se ciò che Tom Wolfe ha afferrato in un sol colpo in una limpida serata estiva è l’idea che gli umani hanno inventato il linguaggio, la comunità allargata degli scienziati dovrà aspettare ancora a lungo prima di concedersi qualche giorno di riposo. Le parole che Chomsky utilizza di solito per mettere qualcuno al proprio posto ci sembrano calzare alla perfezione per lo scrittore americano: «ci risparmi, gentilmente, la sua “originalità”».
Perché pubblicare un libro che affronta il tema delle origini del linguaggio ricalcando uno degli stereotipi classici (l’unicità dell’essere umano dovuta al linguaggio) come se fosse una scoperta a cui nessuno ha mai pensato prima? A chi giova tradurre in italiano un libro che non è un buon libro di scienza è neppure un buon libro di divulgazione scientifica? La risposta a queste domande è semplice e sconfortante allo stesso tempo: perché si tratta di un libro di cui si parla e si parlerà a prescindere dai contenuti di cui parla il libro.
In un paese in cui il numero degli atei consacrati è di gran lunga maggiore di quello dei preti in servizio permanente basta poco ad accendere la miccia: è sufficiente un accenno negativo alla teoria dell’evoluzione o un cavillo con cui prendere Darwin in castagna per innescare un dibattito senza fine. E questo è ciò che sta puntualmente accadendo. In preda all’eccitazione che solitamente assale alcuni giornalisti quando si parla male di Darwin, molte testate non hanno resistito al riflesso condizionato di celebrare il libro di Wolfe cogliendo l’occasione per esaltare la morte della teoria dell’evoluzione e la fine miserevole di Chomsky.
In una situazione simile, pensare alle case editrici come a uno dei luoghi cardine della promozione culturale è una pia illusione. Guardando la foto di Tom Wolfe che, azzimato di tutto punto, troneggia nella quarta di copertina è forte la sensazione che distinguere tra acchiappamosche e gentlemen, esercizio nel quale si adopera lo scrittore americano, sia una prassi sensata; ma a ben guardare la foto, si ha l’impressione che, suo malgrado, Tom Wolfe sia finito dalla parte sbagliata della barricata: dove stanno le persone di cui non è bene fidarsi e dalle quali è meglio tenersi alla larga.
Il Sole Domenica 11.12.16
Riviste
Inchiesta sulla psiche
Per i suoi 50 anni di «Psicoterapia e scienze umane» fa il punto sulla psicoanalisi e sulla sua efficacia
di Alessandro Pagnini

La rivista «Psicoterapia e Scienze Umane» è al suo cinquantesimo genetliaco. Sin dalla sua fondazione da parte di Pier Francesco Galli, furono chiari gli intenti della rivista e del Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia, che ne era stato la premessa e che da essa traeva spunto per ulteriori intense e importanti attività editoriali e sociali: colmare il ritardo nazionale della psicologia, della psichiatria e delle psicoterapie rispetto a quello che accadeva nel resto d’Europa e in America; inserire un discorso teorico e metodologico intorno alla psicoanalisi nel più ampio contesto dei problemi istituzionali, sociali e giuridici delle cure «antipsichiatriche» senza preclusioni «ideologiche» nei confronti delle scienze e della cultura universitaria; aprire e problematizzare un dialogo tra psicoanalisi e psicoterapie di diversa impostazione, concentrandosi sui temi della formazione nella clinica, della teoria della tecnica, della «metapsicologia», con una particolare attenzione alla storia delle idee e alla dimensione interdisciplinare che la trattazione di quei temi esigeva. E bisogna subito riconoscere un grande merito storico alla rivista: non è mai stata di “scuola”, non ha mai avuto paura di mostrarsi controcorrente o “eretica”, neanche (e soprattutto) nei momenti di maggiore ortodossia freudiana nel campo della psicologia italiana e delle talking cures, e ha sempre accolto voci critiche e provenienti dalle aree di competenza più varie, svolgendo una funzione di raccordo all’interno delle scienze umane (fra antropologia, psicologia evoluzionistica, psicologia sociale, scienze cognitive) che la cronica divisione dei settori scientifico-disciplinari della nostra Accademia rendeva pressoché impraticabile.
Basta rileggere il primo numero del ’67 per capire cosa è stata la rivista e cosa continua ad essere anche oggi con Paolo Migone come condirettore (il terzo membro della direzione è Marianna Bolko). In quel numero compariva un articolo di Carlo Tullio Altan su i modelli concettuali atti a favorire un «discorso interdisciplinare fra psichiatria e scienze umane»; Mario Spinella parlava di Marx e Freud; Anna Maria Guerrieri apriva il dibattito metodologico allo strutturalismo di Lévi-Strauss. Un anno dopo compariva la prima intervista italiana a Jacques Lacan di Paolo Caruso. Progressivamente, e sempre in anticipo sui tempi, si introduceva in Italia il pensiero di Rapaport, di Kohut, di Bowlby; si parlava di ricerca empirica evidence-based e di controlli sperimentali attraverso Parloff, Luborsky, Meehl; si faceva “cadere il muro” tra psicoanalisi e psicoterapie anche importando, cosa rara in Italia, teorie dall’America (Holt, Wakefield, Eagle); si accoglievano voci singolari e “scomode” come quelle di Giovanni Jervis, di Frank J. Sulloway e di Michele Ranchetti. E fra le tematiche per le quali la rivista ha dissodato il terreno vi sono stati anche i rapporti tra psicoanalisi e psicopatologia, i criteri della diagnosi tra psichiatria e psicoanalisi, e più di recente la «svolta narrativistica» e la «neuropsicoanalisi».
Il numero speciale con il quale la rivista festeggia le sue nozze d’oro con la cultura italiana e internazionale è un ennesimo atto di coraggio e di spregiudicatezza: «Cosa resta della psicoanalisi. Domande e risposte», cui si sono prestati più di sessanta psicoterapeuti, psicologi e psichiatri di chiara fama, da Gabbard, a Kernberg, Fonagy, Ogden, Eagle, agli italiani Ammanniti, Argentieri, Cancrini, Recalcati, Zoja (e dovrei completare l’elenco per non far torto agli altri, altrettanto importanti e influenti nel variegato mondo della cultura psicoanalitica contemporanea). Difficile estrarre una morale univoca dalle risposte, anche perché i curatori hanno voluto far parlare le varie “scuole” e tendenze. E dunque il merito di questa “inchiesta” sta proprio nel fatto che ogni risposta è un contributo analitico e teorico, senza atteggiamenti “difensivi” e soprattutto senza metterla troppo in “filosofia” e in epistemologia, come purtroppo è stato, secondo me sciaguratamente, in recenti risposte italiane contro i “libri neri” e contro la crescente letteratura “revisionista” sulla psicoanalisi e la sua storia. E io credo che sia proprio la decisione di far camminare la psicoanalisi con le proprie gambe, senza comprometterla con le filosofie e le metafisiche di tendenza, il tratto virtuosamente distintivo dei vari interventi (con la conseguenza, per esempio, di veder ridimensionati autori come Lacan, e insieme a lui gran parte della “filosofica” psicoanalisi francese). Per la maggior parte degli autori intervenuti, non appoggiarsi alla filosofia, con la sola eccezione di alcuni approdi della fenomenologia, sembra aver portato la psicoanalisi verso una forma di “naturalizzazione” soft che la fa dialogare sempre più intensamente con le scienze biologiche e sociali (il che, per la rivista, è una sorta di conquista annunciata sin dagli inizi).
Insomma, quello che l’interessante numero di «Psicoterapia e Scienze Umane» suggerisce è che il mainstream psicoanalitico sembra essere oggi quello che dai kleiniani e dagli indipendenti britannici incontra gli analisti relazionali e culturalisti e non disdegna di confrontarsi con le teorie dell’inconscio e dell’«autoinganno» di provenienza cognitiva e biologico-evoluzionista. E quello che maggiormente conforta (soprattutto nelle risposte di Eagle e di Lingiardi) è che la psicoanalisi sembra sempre più disposta a riconoscere che il suo oggetto di ricerca è comune con quello di altre discipline scientifiche e che non può sottrarsi da confronti che mettano a prova anche l’accountability del suo metodo e della sua efficacia terapeutica. Come potrebbe commentare qualcuno, meglio tardi che mai.
Psicoterapia e Scienze Umane , numero speciale su Cosa resta della psicoanalisi . Domande e risposte , L, 3, 2016, Franco Angeli, Milano, pagg. 351-640, € 21
il manifesto 11.12.16
Territori Palestinesi Occupati
Mohammed Abu Sakha da un anno in carcere senza processo
I giudici della Corte suprema israeliana hanno respinto l'istanza di scarcerazione per l'insegnante della Scuola del Circo Palestinese fermato nel dicembre 2015 e da allora detenuto senza aver mai saputo le ragioni del suo arresto
di Michele Giorgio

Dopo quasi un anno trascorso in carcere senza essere stato processato e senza conoscere le ragioni della sua detenzione, Mohammed Abu Sakha, 23 anni, insegnante alla Scuola del Circo Palestinese (Scp) di Bir Zeit, resterà dietro le sbarre. La Corte Suprema israeliana ha respinto l’istanza di scarcerazione presentata dai suoi avvocati, sulla base della vaga motivazione presentata nel dicembre 2015 dal procuratore militare, secondo la quale Abu Sakha sarebbe «una minaccia alla sicurezza». Inutili le proteste della Scp che in questi 12 mesi ha portato il caso di Abu Sakha in varie sedi internazionali e avviato una campagna per la sua liberazione immediata. Ogni sforzo è stato inutile come inutili sono state in questi anni le denunce della “detenzione amministrativa” praticata da Israele, una sorta di arresto cautelare che può essere rinnovato all’infinito dalle autorità militari. Vana è stata anche la partecipazione all’udienza della Corte Suprema di rappresentanti dell’Unione europea a Gerusalemme, del Consolato generale belga, della Rappresentanza diplomatica svizzera presso l’Anp, di Amnesty International e di Terre des Hommes Italia.
Abu Sakha è specializzato nell’insegnamento a bambini con difficoltà di apprendimento. Il 14 dicembre di un anno fa venne fermato a un posto di blocco militare israeliano mentre andava a far visita ai genitori e imprigionato prima a Megiddo, nel nord di Israele, e poi nel carcere di Ketziot nel Negev. Prima dell’estate era respinto un altro appello per la sua scarcerazione. Il centro per i diritti umani Addameer calcola in circa 7.000 i prigionieri politici palestinesi, 720 dei quali in detenzione amministrativa. Anche un ricercatore e giornalista di Addamer, Hassan Safadi, è in carcere senza processo da diversi mesi.
Le critiche e le esortazioni a rispettare le leggi internazionali e la Convenzione di Ginevra nei Territori palestinesi occupati non scuotono le autorità israeliane. Soprattutto quando si parla di colonizzazione. L’ennesima colata di cemento si annuncia in Cisgiordania. Altri 770 alloggi per coloni sorgeranno nell’insediamento di Gilo a sud di Gerusalemme, dove un mese fa era stata annunciata la costruzione di 181 nuove case. Appena qualche giorno fa la Knesset ha approvato in prima lettura il disegno di legge relativo alla “sanatoria” per gli avamposti coloniali in Cisgiordania sostenuta da buona parte del governo di destra. La legge, se approvata in via definitiva, permetterà la confisca di circa 800 ettari di terre private palestinesi e la legalizzazione di 55 piccoli insediamenti coloniali costruiti senza l’autorizzazione del governo.
il manifesto 11.12.16
La nuova Cia ora è Putin: «Ha fatto vincere Donald»
di Luca Celada

LOS ANGELES Un clamoroso rapporto della Cia conferma che la Russia di Putin ha interferito nella campagna elettorale americana per favorire la vittoria di Donald Trump. Erano già emersi elementi che implicavano ambienti vicini all’intelligence russa nell’hackeraggio dei server del comitato centrale democratico risultato nella disseminazione di email provenienti dall’account del direttore della campagna Clinton, John Podesta.
L’ULTIMO RAPPORTO esprime «il consenso dell’intelligence che l’intento russo fu di favorire un candidato rispetto all’altro» confermando che l’operazione degli hacker era chiaramente a favore dei repubblicani. Lo confermerebbe il fatto che i russi si sarebbero insinuati anche nei computer del Gop, senza però rilasciare in quel caso alcun documento compromettente. La notizia anticipa il rapporto comprensivo sull’interferenza russa che Obama ha chiesto venga completato prima dell’insediamento del nuovo presidente.
LA RISPOSTA DEL COMITATO di transizione di Trump ha avuto toni derisori: «Questi sono gli stessi che sostennero che Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa», si legge nella nota. Durante l’ultima amministrazione repubblicana, quella di George W. Bush, la Cia subì forti pressioni dal segretario della difesa Donald Rumsfeld e dal vicepresidente Cheney per «confermare» presunte armi chimiche e nucleari irachene. La pubblica diatriba fra intelligence e neo presidente prima ancora dell’insediamento non ha precedenti, constatazione che di per sé non fa più notizia nell’incipiente era Trump, sovversiva per definizione delle regole acquisite della politica. Nell’universo capovolto dell America trumpista si susseguono gli inediti paradossi.
Negli ultimi tweet diramati da Trump il presidente in pectore ha difeso la decisione di restare produttore esecutivo del suo programma, The Apprentice, spiegando agli Americani che produrre il reality condotto da Arnold Scwharzenegger non lo distoglierà eccessivamente dagli affari di stato. Molti altri hanno trovato singolari gli incontri avuti dal neo eletto con celebrità ambientaliste come Al Gore e Leonardo DiCaprio. L’apparente intento sarebbe stato di influenzare le vedute di Trump in materia di tutela ambientale. Sorge però legittimo il sospetto che gli incontri celebrity, come le polemiche via Twitter, distolgano soprattutto dalle più inquietanti ed effettive indicazioni di policy rispecchiate nelle scelte di ministri.
SEMPRE IN TEMA AMBIENTALE, dopo la nomina del militante anti-norme ambientali Scott Pruitt all’ente preposto alle norme ambientali (EPA), la squadra di Trump ha diffuso un «questionario» al ministero per l’energia in cui vengono richiesti i nomi degli impiegati che abbiano partecipato negli ultimi cinque anni a conferenze ambientali. Un sinistro anticipo delle plausibili liste di proscrizione. Sul proprio sito l’associazione «pro capitalismo e anti-governo» ha lanciato un elenco per «smascherare e documentare professori che promuovono ideologia di sinistra nelle aule universitarie».
Un altro tassello nella rottamazione, non solo delle politiche obamiane ma, come ha scritto Pankaj Mishra sul Guardian, della stessa tradizione illuminista di razionalismo liberale antitetica al trumpismo.
Il Sole 11.12.16
«Mosca ha aiutato Trump a vincere»
La Cia accusa il Cremlino di hackeraggio in campagna elettorale
Il presidente eletto replica: falsità .
Nbc: al dipartimento di Stato Rex Tillerson, ceo di Exxon e vecchio amico di Putin
di Marco Valsania

New York Donald Trump ha avuto un Grande Elettore d’eccezione: Vladimir Putin. La Cia e le altre agenzie americane di intelligence hanno concluso che la Russia non ha soltanto cercato di screditare la democrazia statunitense e seminare caos nel processo elettorale, ha fatto in realtà del proprio meglio per spingere il costruttore e personalità televisiva divenuto leader populista e repubblicano oltre l’uscio della Casa Bianca e dentro lo Studio Ovale.
La rivelazione-shock è del Washington Post, che cita fonti dell’intelligence, poi confermata da altri media. E getta una luce inquietante forse non solo e non tanto sulla credibilità di Trump - il sospetto che possa venire manipolato alla stregua di una sorta di “Manchurian candidate” dagli interessi di Mosca - quanto sulle sue nomine e scelte in politica estera. In queste ore è affiorato il nome di Rex Tillerson, chief executive del colosso petrolifero Exxon Mobil, quale favorito per la poltrona di segretario di Stato dopo che a lungo in pole position era parso invece Mitt Romney e dopo il ritiro di Rudy Giuliani. Tillerson, dato già per certo ieri dalla Nbc, è ritenuto un candidato insolito come piacciono a Trump, ma soprattutto una colomba con Putin; Romney è un assai più tradizionale critico del Cremlino e delle sue manovre in Siria e Ucraina. Al comando della maggiore regina quotata dell’oro nero, Tillerson ha orchestrato con Mosca e Putin stesso accordi di business e sui diritti per giacimenti messi in discussione dall’avvento di sanzioni. Trump, in campagna elettorale, ha inoltre più volte ripetuto di aspirare a rapporti di cooperazione con Putin, che se ne è rallegrato.
Gli agenti dei servizi segreti americani avrebbero adesso identificato specifici individui con stretti legami con Mosca che sono stati la fonte di migliaia di e-mail rubate ai vertici del partito democratico, il National Democratic Committee, e al presidente della campagna di Hillary Clinton. Gli hacker avrebbero poi fornito i messaggi di posta elettronica a WikiLeaks alimentando scandali e imbarazzi che hanno indebolito il candidato democratico.
Alcuni interrogativi restano senza risposta: i pirati hi-tech non sono al servizio diretto del Cremlino e mancano finora prove di ordini impartiti dal governo russo di passare le informazioni all’organizzazione di Julian Assange. Incognite che hanno impedito ai servizi statunitensi di mettere nero su bianco un rapporto formale sulla vicenda sottoscritto da tutti e 17 gli organismi di intelligence.
Ma il responso generale è ugualmente allarmante: la missione degli agenti vicini a Mosca avrebbe fatto parte, stando a funzionari dell’amministrazione che hanno ricevuto briefing dalla Cia, di una ancora più vasta operazione messa in piedi da Putin allo scopo esplicito di sostenere Trump e diminuire invece le chance di successo di Clinton. «L’intelligence ritiene che l’obiettivo della Russia fosse favorire un candidato sull’altro, aiutare l’elezione di Donald Trump. È questo il consenso dei servizi segreti», ha dichiarato un funzionario al Post. Un obiettivo, ha aggiunto «piuttosto chiaro».
Trump da parte sua ha detto di non essere affatto convinto che la Russia sia davvero alle spalle degli attacchi di pirateria informatica durante la campagna per la Casa Bianca. E ieri i suoi portavoce hanno rilasciato una dichiarazione che condanna senza mezzi termini l’integrità dei servizi segreti statunitensi come «gli stessi che avevano scoperto le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein». Il presidente uscente Barack Obama nelle ultime ore ha tuttavia ordinato una completa inchiesta sui contorni dello spionaggio russo.
La Stampa 11.12.16
Libertà d’espressione sull’aborto in Francia
di Vladimiro Zagrebelsky

Su proposta del governo, in quella Francia che fin dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 proclama che la libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo, il Senato dopo l’Assemblea nazionale ha approvato una legge penale per punire con carcere e ammende chi trasmette indicazioni false per indurre in errore e dissuadere donne che s’informano sull’interruzione volontaria della gravidanza o esercita pressioni psicologiche. Inutile è stata la protesta dei vescovi di Francia. Esisteva già un reato per punire chi impedisce l’accesso agli ospedali ove si pratica l’aborto o perturba il lavoro degli addetti o minaccia medici, donne e loro parenti. L’interpretazione che se ne è data limita la punibilità a condotte materiali di violenza o intimidazione. Ora a essere punite saranno anche informazioni «false» e «pressioni psicologiche». Sono particolarmente presi di mira i siti che si presentano come neutri, oggettivamente informativi, mentre sono ideologicamente orientati anti-aborto e dialogano con le donne enfatizzando i rischi medici e il peso psicologico dell’aborto. Oltre a tali siti esiste quello governativo informativo nella materia, ma pare che sia meno consultato, anche perché registrato dopo che i primi avevano già adottato sigle e nomi che richiamano l’attenzione.
Il tema dell’aborto e della sua regolamentazione non cessa di dividere le società e, per la sua natura, non è destinato a divenire terreno di consenso indiscusso. Proprio ora esso ha contrapposto in Francia Fillon e Juppé, candidati alle primarie della destra e negli Stati Uniti è stato cavallo di battaglia di Trump. È tipicamente un soggetto di legittimo e profondamente sentito dibattito nelle società libere, che, fuori dei casi in cui vi sia ricorso alla violenza o alla minaccia, non deve essere impedito. Nella nuova legge francese si fa riferimento a informazioni «false», accanto a semplici «pressioni psicologiche». A decidere se le informazioni trasmesse siano false e se le opinioni o consigli espressi costituiscano pressioni psicologiche inammissibili, vengono chiamati i giudici penali. Come non vedere che un simile giudizio sia inevitabilmente condizionato dalla posizione ideologica e dai valori condivisi da chi deve darlo? Quale oggettività e prevedibilità può avere? A un’informazione che si ritiene non veritiera se ne può contrapporre un’altra corretta; ad una pressione psicologica si può opporre una argomentazione liberatoria. È questo il criterio che caratterizza le società libere, come diciamo essere le nostre.
In Europa il principio che regge la libertà di espressione è stato enunciato dalla Corte europea dei diritti umani, quando ha detto che essa vale non soltanto per le informazioni o le idee che sono accolte con favore o sono considerate inoffensive o indifferenti, ma anche per quelle che urtano, colpiscono, inquietano lo Stato o una qualunque parte della popolazione. È questa un’esigenza propria del pluralismo, della tolleranza e dello spirito di apertura senza i quali non esiste società democratica.
Certo esiste il problema della propalazione di falsità pericolose, che i nuovi mezzi di comunicazione aumentano a dismisura. E la stessa libertà dei cittadini e la democrazia possono divenirne vittime. Ma si tratta di un rischio che si contrasta con più informazione veritiera e più vivacità di confronto delle idee. Non con la punizione di chi dissentendo promuove o propaga le sue.
Repubblica 11.12.16
Le Pen all’Eliseo l’ipotesi che spaventa la Francia
di Timothy Garton Ash

PARIGI MARINE Le Pen eletta alla presidenza potrebbe attivare l’articolo 50 senza il via libera del Parlamento? Intendo l’articolo 50 del trattato di Lisbona, per far uscire la Francia dall’Unione Europea, sulle orme della Gran Bretagna. Mi ritrovo a discuterne a Parigi assieme a illustri esperti francesi. Questa la risposta provvisoria all’interrogativo: poiché la Francia, a differenza della Gran Bretagna, è una Repubblica presidenziale, Le Pen potrebbe fare da sé.
IL PARLAMENTO però dovrebbe in seguito approvare una modifica della costituzione. Il semplice fatto che i miei amici francesi sollevino la questione, seppur in via molto ipotetica e semi scherzosa, è un segno dei tempi. Cosa diceva Rousseau? «Essere sàvi in un mondo di pazzi è di per sé una forma di follia».
È ovviamente impensabile che la leader del Front National, partito di destra, populista e anti- immigrazione, diventi presidente della Repubblica francese alle prossime elezioni, in maggio. Proprio come era impensabile che la Gran Bretagna votasse di uscire dall’Unione Europea e impensabile che gli Stati Uniti eleggessero Donald Trump. Mi trovo in Francia in parte proprio in cerca di rassicurazione, per sentirmi dire che l’impensabile non accadrà di nuovo, questa volta nel cuore dell’Europa. Prenderò l’Eurostar per Londra tutt’altro che rassicurato.
Di certo la maggior parte dei miei interlocutori sono ancora fiduciosi che Le Pen perda, a vantaggio di François Fillon, il candidato del centro-destra. Nella seconda tornata delle presidenziali gli elettori del centro-sinistra si mobiliteranno, tappandosi il naso, per votare Fillon — per il bene della Repubblica. Dopo tutto nel 2002 votarono Jacques Chirac per far fuori il padre di Marine Le Pen, il fondatore del Front National, sospirando «meglio un ladro che un fascista». Il voto di protesta nelle elezioni europee e amministrative ci può stare, ma le presidenziali sono una cosa seria. Fillon, col suo forte patriottismo cattolico e conservatore e la sua rassicurante solidità personale, può riconquistare molti elettori del Front National e della Francia suburbana. Stando ai sondaggi attuali, entrambi i principali candidati potrebbero ottenere un quarto dei voti al primo turno, il 23 aprile del prossimo anno, ma al ballottaggio, il 7 maggio, Fillon si porterebbe a casa circa due terzi dei voti. Questo è quello che dicono il buon senso e i sondaggi, che ci sono stati così utili in Gran Bretagna e Usa.
Passiamo ai dubbi. Fillon esprime un connubio di conservatorismo sociale e liberismo economico che è insolito in Francia, rischiando di alienarsi gli elettori su entrambi i fronti. Ha posizioni cattoliche conservatrici su tematiche quali la maternità surrogata e i matrimoni gay. Al contempo vuole la deregulation in campo economico, tagliare 500mila posti di lavoro nel pubblico impiego, riformare il sistema sanitario nazionale e tagliare le prestazioni previdenziali. Recentemente è apparso in una caricatura sulla copertina di Libération con un’acconciatura alla Margaret Thatcher. Persino all’interno del suo partito si levano voci critiche rispetto a questo thatcherismo francese. Per gli elettori provenienti dalla sinistra frammentata potrebbe essere un boccone troppo difficile da mandar giù, per cui al secondo turno potrebbero scegliere di astenersi dal voto. Ma il liberismo economico rende Fillon vulnerabile anche tra gli elettori dei ceti popolari e della piccola borghesia, che deve riconquistare strappandoli a Front National. Sono elettori da rassicurare e proteggere, non vanno presi di petto alla Thatcher.
Alla base c’è un senso di malessere generale, associato a una crescita economica che lo scorso anno ha toccato a stento l’1% e a una disoccupazione giovanile che sfiora il 25%, il rancore che si manifesta ad ogni piè sospinto contro una classe politica considerata distante, egoista e corrotta nonché il desiderio diffuso di dare un bel calcione a tutto il maledetto sistema. Fillon non proviene dalla classica élite parigina, ma fa senza dubbio parte dell’establishment. Come ha detto un personaggio vicino a Le Pen: «Fillon, è il sistema». E poi sembra proprio che la storia al momento vada in questa direzione, con Trump e la Brexit a sdoganare le scelte populiste.
Non da ultimo, Le Pen è una candidata forte, il perfetto modello del populista moderno, che sa portare avanti le sue tesi con vigore. Se avete qualche minuto, andate sulla pagina Facebook del Front National e guardate Le Pen intervistata in tv mercoledì sera. Eccola che sorride dall’alto della pagina con una bella rosa blu (si appropria del simbolo socialista cambiando il colore) piazzata in orizzontale tra le parole “Marine” e “Présidente”. Da notare che “Président” è declinato al femminile, con la “e” finale, perché sarà la prima donna presidente di Francia.
Nell’intervista televisiva Le Pen sfoggia la sua abilità “faragesca” e “trumpiana” di dare l’idea di parlare il linguaggio della gente comune. Si è candidata alle elezioni «in nome del popolo», dice, mentre Fillon lo ha fatto «in nome della Commissione europea, delle banche di Monsieur Schäuble ». Lei difende «il ritorno della nazione… e la democrazia » e aggiunge che «molti paesi hanno fatto questa scelta». Cita innanzitutto gli Stati Uniti, poi la Gran Bretagna, quindi l’Italia che ha votato No al referendum. Oh sì, e «Io difendo i diritti delle donne», dice.
Cosa farà riguardo all’Europa? Vuole un referendum sull’adesione della Francia all’Ue: «Io non ho paura della gente». Sostiene con enfasi che indirà il referendum e ne rispetterà il risultato.
No, non prevedo la Frexit. Una cosa che si può dire con certezza dei francesi è che non hanno lo stesso atteggiamento dei britannici rispetto all’Europa. Ma la Festa dell’Europa, che cade il 9 maggio, due giorni dopo il turno decisivo delle presidenziali francesi potrebbe essere una giornata nera e Jean Monnet si rivolterà nella tomba.
(Traduzione di Emilia Benghi)
Corriere 11.12.16
Il «paradosso nordico»: le donne vengono uccise di più
di Luigi Offeddu

I 4 Paesi al mondo che più rispettano l’uguaglianza fra i sessi e i diritti delle donne sono tutti incastonati nel Nord Europa: Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia. Sono, come dicono in coro il World Economic Forum, l’Unesco e l’Ocse, le 4 «best countries for women», le 4 nazioni dove per una donna è meglio vivere e lavorare. Eppure, tre fra loro — Finlandia, Norvegia e Svezia— hanno anche un primato opposto e raggelante: molto più che nei Paesi del Sud Europa, le donne vi sono maltrattate, offese e anche uccise dai loro partner diretti. Il femminicidio, e altre barbarie, non conoscono confini. È il cosiddetto «paradosso nordico» cui i ricercatori non hanno ancora trovato una risposta sicura. La Finlandia, per esempio: è seconda nella classifica delle best countries, è riuscita a colmare l’85 per cento delle differenze di genere fra i sessi, ma secondo varie ricerche e uno studio più recente del giugno 2016 comparso su Social science and medicine il 30 per cento delle sue donne subisce durante l’arco della vita quella che viene definita «violenza fisica, violenza sessuale, stalking e aggressione psicologica da un partner attuale o passato»; mentre la stessa media nell’Unione Europea è del 22%. E la Svezia? Quarta fra le best countries, ma con un 28 per cento di violenze domestiche subite in media dalle sue donne. E la Danimarca? Numero 19 fra le best countries, agghiacciante primo posto (32 per cento di casi nell’arco di una vita) per abusi, botte, umiliazioni con vittime femminili. Mentre Italia, Portogallo o Spagna — Paesi del Sud tradizionalmente associati a immagini di machismo o comunque di pesante disuguaglianza fra i sessi (che comunque esistono davvero, non sembrano essere solo luoghi comuni) — restano al di sotto del 30 per cento. Il «paradosso nordico» ha trovato finora due sole ipotesi di spiegazione. Primo, dipende molto dal numero delle denunce, in un Paese che garantisce loro parità di genere e (in teoria) pieni diritti civili, le vittime si sentono più libere di denunciare ciò che loro accade. Seconda ipotesi: garantendo pieni diritti civili alle donne, le best countries provocano la reazione di uomini che si sentono minacciati nel proprio potere e nella propria identità, perciò rispondono sempre più con l’unica arma che conoscono, la violenza. Può essere: ma è un’ipotesi che fa rabbrividire.
il manifesto 11.12.16
L’Avana e Obama: accordo per bruciare sul tempo Trump
Cuba/Usa. Cuba accelera i tempi affinché per il magnate sia impossibile fare marcia indietro
di Roberto Livi

L'AVANA Il governo cubano e l’amministrazione Obama hanno deciso di accelerare le trattative in corso, in modo da raggiungere un accordo prima che il presidente eletto Donald Trump entri in carica, il prossimo 20 di gennaio.
Dopo le dichiarazioni bellicose nei confronti di Cuba del presidente-magnate e dopo la nomina dei primi componenti della sua amministrazione, l’Avana ha deciso una tattica prudente, ma ferma.
SENZA CONCESSIONI Da una parte ha fatto sapere di essere disposta a dialogare, ma «senza concessioni» e su «un piano di parità». Dall’altra, appunto, è impegnata ad accelerare i tempi delle trattative in modo che per Trump sia difficile fare marcia indietro rispetto al suo predecessore.
«La parte cubana ha la volontà di migliorare le relazioni con gli Usa e di giungere a una convivenza pacifica, senza però fare alcuna concessione sui principi base della sua politica»ha affermato mercoledì scorso Josefina Vidal, responsabile del ministero degli Esteri per i negoziati con Washington.
COMMISSIONE BILATERALE Vidal si è rivolta ai giornalisti alla conclusione dei lavori della quinta riunione della Commissione bilaterale, creata nel 2015 per tracciare la rotta verso una piena normalizzazione delle relazioni tra Cuba e Usa. La vice segretaria di Stato, Carmen Aponte, guidava la delegazione degli Usa all’Avama.
Vidal ha informato che vi sono 12 accordi bilaterali in fase molto avanzata di discussione e che entrambe le parti sperano di firmare prima che Trump instauri la propria amministrazione.
«A questi temi si è deciso di aggiungere quelli riguardanti commercio, investimenti, proprietà intellettuale» che formano parte del dialogo economico iniziato a Washington nella precedente riunione, avvenuta il 30 settembre scorso.
In questo campo , sono stati annunciati risultati concreti: due compagnie di crociere statunitensi, la Norwegian Cruises e la Royal Caribbean, hanno informato di aver avuto il permesso dal governo cubano per scali a Cuba.
Mentre, secondo importanti media americani, altre importanti imprese , come Google e General Electric, sono sul punto di firmare accordi con l’Avana.
RISULTATI CONCRETI «Il rispetto reciproco è stata la chiave di volta che ha permesso di ottenere risultati concreti nei negoziati», ha affermato Vidal, la quale si è augurata che la prossima Amministrazione Trump «tenga conto dei risultati raggiunti in quasi due anni di negoziati». Anche perché si tratta di «un processo che ha l’appoggio della popolazione cubana e statunitense, compresi i cubano-americani».
LETTERA DEGLI IMPRENDITORI Intanto, più di 100 imprenditori cubani hanno inviato una lettera al presidente eletto degli Usa, Donald Trump, nella quale chiedono che prosegua nella politica di avvicinamento a Cuba iniziata da Obama.
Si tratta di proprietari di proprietari di piccole imprese che attraverso l’organizzazione antiembargo nordamericana, Engage Cuba, si sono rivolte al nuovo leader: «Come uomo d’affari di successo, confidiamo che capirà l’importanza del compromesso economico tra i nostri paesi -sostengono nella lettera. Ulteriori misure per aumentare i viaggi il commercio, gli investimenti el nostro paese comporteranno un beneficio per le nostre compagnie e per il popolo cubano, ma anche per gli Usa».
Il Sole 11.12.16
Due autobombe: almeno 15 morti
Gli attentati scuotono Istanbul nel giorno della riforma pro-Erdogan
di Alberto Negri

Nel giorno in cui Erdogan presentava in Parlamento la riforma costituzionale che elimina il premier e assegna pieni poteri al presidente, il cuore di Istanbul, è stato colpito da un pesantissimo attentato.
Due autobomba sono esplose intorno alle 20,40, una davanti allo stadio del Beskitas, in prossimità alla Vodafone Arena, a un’ora dalla fine di una partita con il Bursapor. Un primo bilancio parlava di una ventina di poliziotti feriti ma le notizie arrivano con difficoltà perché è stata imposta la censura sui media. Fonti della sicurezza parlavano comunque di 13 morti, Al Jazeera ne ha indicato almeno 15, mentre altre fonti non verificabili parlavano di 40 vittime. Le tv turche nella notte rilanciavano le immagini di due auto sventrate sulla curva che scende da Taksim verso lo stadio illuminato. Secondo testimonianze locali, le esplosioni sono state accompagnate da raffiche di arma da fuoco. Il presidente Turco Tayyip Erdogan in una dichiarazione ufficiale a tarda notte si è limitato a parlare di «martiri e feriti».
Nel corso della giornata le ambasciate straniere, tra cui quella italiana, avevano diramato l'allarme per un pericolo di attentato ad Ankara, la capitale. Il terrorismo, non si sa ancora di quale matrice, ha invece colpito ancora una volta la città sul Bosforo. L'ultimo grave attentato a Istanbul è stato il 28 giugno all'aeroporto Atatürk di Istanbul con 41 morti in un'azione di un commando kamikaze rivendicata dall'Isis.
Nell'ultimo anno la Turchia è stata colpita da una decina di grandi attentati rivendicati in alcuni casi dallo Stato islamico, dopo che la Turchia si è unita alla coalizione anti-jihadista, in altri attribuiti a gruppi radicali curdi in risposta ai bombardamenti del governo nelle regioni curde al confine con la Siria.
Difficile dire se ci sia un collegamento tra l'attentato e la presentazione della riforma costituzionale fortemente voluta da Erdogan per accentrare i poteri in mano al presidente. Questa settimana Erdogan aveva chiesto prima “oro alla patria” e di convertire i depositi in valuta in lire turca per sostenere una moneta che affonda e ieri metteva a segno il suo colpo da maestro presentando in Parlamento la riforma costituzionale; abolita la figura del primo ministro, il presidente, affiancato da due vice, avrà poteri sempre più ampi e per pervasivi sulla politica ma anche sulla vita quotidiana dei suoi concittadini.
La riforma dovrà passare con due terzi dei voti e poi essere sottoposta a referendum, forse già a marzo: dato il clima che si vive in Turchia, quella di un “uomo solo al comando”, appare improbabile che Erdogan faccia la fine del britannico Cameron o dell'italiano Renzi. Inoltre in Parlamento il partito di maggioranza Akp conta su 316 deputati e l'alleato Mhp, i Lupi Grigi dell'estrema desta, su altri 40: un numero di consensi sufficienti a superare la soglia dei 330 voti necessari.
Nonostante le difficoltà economiche e finanziarie, Erdogan sta mettendo politicamente a profitto un anno che poteva essergli fatale. Nell'era seguita al fallito colpo di stato del 15 luglio scorso prima ha fatto fuori migliaia di funzionari, militari, poliziotti, magistrati e giornalisti, sospettati di essere seguaci dell'imam Fetullah Gulen, e adesso punta a una repubblica presidenziale di cui lui dovrà essere il capo fino al 2023, anno del centenario dello stato fondato da Kemal Ataturk sulle ceneri dell'Impero Ottomano.
La concreta possibilità che Erdogan, rieletto nel 2014, ottenga ancora più poteri preoccupa parte dell'opinione pubblica turca e occidentale, così come i partiti di opposizione, i filo curdi dell'Hdp e i kemalisti del Chp, che denunciano gli eccessi autoritari di Erdogan. Il presidente, che controlla magistratura polizia ed esercito, ha fatto mettere in carcere una dozzina di deputati curdi tra cui il leader del partito Salhattin Demirtas.
Il rischio è quello di una “sultanizzazione” ma una parte importante e consistente dell'opinione pubblica conservatrice e ipernazionalista sostiene invece che un sistema fortemente presidenzialista è necessario per garantire la sicurezza della Turchia sotto attacco del terrorismo di matrice islamista e separatista curdo, e per affrontare la crisi economica. La svolta autocratica era prevedibile. Il sistema politico Akp modellato su schemi occidentali era un mezzo, non uno scopo: «La democrazia è un tram, va avanti fino a quando vogliamo noi e poi scendiamo» ha detto una volta Erdogan. Ed è quello che sta puntualmente accadendo in Turchia.
Repubblica 11.12.16
Migranti, l’Italia sorpassa la Grecia
Quasi tremila rifugiati in più nel 2016: è l’effetto dell’accordo tra Ue e Turchia che ha chiuso la rotta balcanica Le organizzazioni umanitarie puntano il dito: più attenzioni ad Atene da parte di Bruxelles, Roma lasciata sola
di Vladimiro Polchi

ROMA. L’Italia stacca la Grecia: il nostro Paese conquista il primato tra le mete dei flussi migratori nel Mediterraneo. Il sorpasso è nei numeri degli ultimi giorni: 174.962 i rifugiati arrivati quest’anno via mare sulle coste italiane, contro i 172.160 sbarcati in Grecia. E così il nostro Paese si conferma in prima linea a fronteggiare l’ondata migratoria, mentre l’accordo Ue-Turchia di marzo scorso ha quasi azzerato i flussi verso Atene e chiuso la rotta balcanica.
Un passo indietro. Nel 2015, oltre un milione di migranti ha raggiunto l’Europa via mare: un record senza precedenti. Il flusso più imponente quello diretto verso la Grecia: oltre 850mila rifugiati che, attraverso la rotta balcanica, sono arrivati nel cuore del Vecchio Continente. Nel 2015, l’Italia ha invece registrato 153.842 arrivi. L’Europa sotto pressione ha deciso di porre un argine ai flussi balcanici: il 20 marzo scorso è entrato in vigore l’accordo con la Turchia, in base al quale Ankara si impegna a bloccare le partenze e a riprendersi gli irregolari partiti dalle proprie coste. Il risultato? Crollo dei migranti sbarcati nel 2016 in Europa: finora sono “solo” 352mila. Insomma ben al di sotto del record 2015. Ma la contrazione è tutta a vantaggio della Grecia, che dopo l’accordo con Ankara ha visto frenare i flussi. Un esempio: a novembre 2016 Atene ha registrato solo 1.991 sbarchi (rispetto ai 150mila del novembre 2015). L’Italia invece è tornata a farla da padrone: 174.962 i migranti arrivati finora (secondo i dati Unhcr, il Viminale aggiorna il numero a 175.295). Ben più di quanti sbarcati nel corso di tutto il 2015 (153mila) e perfino dell’anno record 2014 (170.100). Numeri che si traducono anche in un diverso peso che grava sui due Paesi.
«Oggi la Grecia accoglie circa 58mila rifugiati e lì abbiamo un piano alloggi da 20mila posti finanziato dalla Commissione europea — spiega Carlotta Sami, portavoce Unhcr per il Sud Europa — mentre l’Italia ospita oltre 176mila migranti». Eppure la politica europea pare non accorgersene: «Mentre la Grecia continua a godere di una giusta attenzione da parte dei partner europei, l’Italia è lasciata più sola — sostiene Christopher Hein, consigliere strategico del Cir (Consiglio italiano rifugiati) — perché mentre da noi crescono sbarchi e richieste d’asilo, il resto del Continente vede diminuire il numero dei migranti, anche grazie alla chiusura di alcune frontiere proprio con l’Italia, come quelle di Ventimiglia, Chiasso, Brennero».
Non solo. Diverse restano anche le provenienze dei due flussi: siriani e afgani in prevalenza sulla rotta verso la Grecia, quasi solo africani invece verso l’Italia (21% dalla Nigeria, 12% dall’Eritrea, 7% da Guinea e Costa d’Avorio, 6% da Gambia e Senegal, 5% da Mali e Sudan). Anche per questo, il commissario Ue, Dimitris Avramopoulos, l’8 dicembre scorso ha spiegato che «se confrontiamo Italia e Grecia, vediamo che fino all’80% dei migranti che attraversano il mar Egeo sono profughi, mentre la maggioranza di quelli che arrivano in Italia dal Mediterraneo centrale, anche in questo caso l’80%, sono irregolari ». Non si arresta infine la conta delle tragedie del mare nel 2016: più di 4.700 sono le persone morte o disperse finora nel Mediterraneo.
Corriere 11.12.16
Record di sbarchi, pochi rimpatri In Italia espulso solo uno su 10
di Fiorenza Sarzanini

ROMA Sono 175 mila gli stranieri arrivati in Italia dall’inizio dell’anno, 17 mila gli espulsi e solo cinquemila i rimpatriati. Nell’anno più nero per i migranti, con 4.700 persone morte nel Mediterraneo, l’Italia paga un prezzo alto all’isolamento in cui l’ha costretta l’Europa. Le richieste di collaborazione a Bruxelles per un piano di investimenti nei Paesi di provenienza sono cadute nel vuoto, così come la possibilità di stringere accordi con gli Stati africani. E così la media rimane bassa: soltanto per uno straniero su 10 scatta il provvedimento di effettiva espulsione. Il bilancio del 2016 si chiude dunque con il record di sbarchi e il fallimento del progetto che prevedeva la ricollocazione dei richiedenti asilo, ma anche di quello che aveva come obiettivo di far rientrare in patria chi non ha i requisiti per rimanere in Italia.
I voli charter
Sono tre i Paesi che accettano i rimpatri: Tunisia, Egitto e Nigeria. La trattativa avviata con il Sudan si è arenata perché si tratta di uno Stato che non rispetta i diritti umani e dunque non è possibile siglare intese. Con altri governi africani era stata tentata la strada degli accordi di polizia, ma senza la concessione di una contropartita molto onerosa per l’Italia appare difficile raggiungere il risultato.
Fermi anche i negoziati con la Libia, avviati proprio per ottenere un’intensificazione dei controlli sulle spiagge e nei porti controllati dai trafficanti di uomini. Il governo guidato da Al Serraj appare in grande difficoltà, quasi impossibile che riesca a rispettare i patti. E in ogni caso le richieste di aiuto — fuoristrada, apparecchiature per il monitoraggio del territorio, addestramento delle forze di polizia — si scontrano con la capacità di garantire che gommoni e pescherecci sospendano i viaggi. Ogni mese partono dall’Italia circa nove voli charter e alcune navi per riportare nei Paesi di provenienza i migranti irregolari, ma rispetto agli arrivi il lavoro effettuato dalla polizia non fornisce il risultato ottimale, nonostante il numero delle persone rintracciate superi 30 mila, quindi il doppio di chi effettivamente lascia l’Italia.
I Cie chiusi
Un ulteriore problema è causato dalla chiusura dei Cie, i Centri di identificazione ed espulsione, che nella maggior parte dei casi sono inagibili perché danneggiati da incendi e atti vandalici compiuti dagli stessi stranieri. Risultato: su 1.600 posti previsti, ne sono disponibili appena 400. Rimane dunque il nodo del collocamento di queste persone che molto spesso rimangono inserite nel sistema destinato invece a chi chiede asilo e ha diritto a essere assistito sino a quando la procedura per l’esame dell’istanza non è terminata. Attualmente sono 176 mila le persone in accoglienza, ben 138 mila quelle che si trovano nelle strutture temporanee messe a disposizione da Comuni e Regioni.
I minori soli
A loro si aggiungono 24 mila minori non accompagnati, il doppio rispetto al 2015. Molti hanno fra i 14 e i 17 anni, devono andare a scuola oppure seguire programmi di recupero. Altri sono più piccoli, alcuni orfani sono entrati nei progetti per l’affido e l’adottabilità. Ma per la maggior parte di loro mancano veri progetti di inserimento e questo ne rende ancor più complicata la gestione.
Resta il fatto che su ottomila Comuni, soltanto duemila accettano di mettere a disposizione le strutture per accogliere gli stranieri. Il Viminale ha più volte smentito la possibilità di ricorrere alle «requisizioni» degli stabili, ma appare ormai scontato che — senza un vera collaborazione da parte dei sindaci — l’ipotesi di imporre la distribuzione su tutto il territorio sarà un obbligo, anche perché negli ultimi giorni è stata la stessa Associazione nazionale dei sindaci a chiedere che ci sia «equità per impedire che i sacrifici vengano fatti sempre dagli stessi». E nel manifesto presentato ieri l’Anci ha ribadito la richiesta che ci sia «un’accoglienza sostenibile, secondo modalità diffuse, per piccoli numeri, proporzionati alla popolazione residente, dando massima priorità alla tutela dei minori stranieri non accompagnati e delle persone vittime di tratta e sfruttamento».
La Stampa 11.12.16
Zoggia: “Se Matteo vuole ricandidarsi
deve prima dimettersi da segretario”
Il deputato fedelissimo di Bersani: “Non può guidare la transizione L’uomo solo al comando non ha funzionato al governo e nel partito”
intervista di Andrea Carugati

«Il Pd andrà a un congresso anticipato? A guidare la fase di transizione non può essere il segretario Renzi, soprattutto se ha intenzione di ricandidarsi. Quando si dimise Bersani nel 2013 arrivammo al congresso con alla guida una figura di garanzia come Epifani», spiega Davide Zoggia, deputato dem ed esponente di punta della minoranza bersaniana. «Servono regole chiare che garantiscano tutti, un congresso dove si discuta cosa è successo il 4 dicembre e in questi anni di governo, e di come riconnettersi con un popolo di centrosinistra che ha voltato le spalle al Pd. Non vorrei che si andasse a un congresso in fretta solo per la volontà di rivincita di chi ha perso il referendum».
Come valuta la gestione del dopo referendum da parte del suo partito?
«Del tutto inadeguata al fatto straordinario che è accaduto nelle urne. Vedo nei vertici del Pd toni muscolari assolutamente incomprensibili. Gli elettori non hanno bocciato solo la riforma costituzionale».
Renzi però è segretario per statuto fino alla fine del 2017.
«Vorrei ricordare che il congresso sarà anticipato a causa della debacle nelle urne, che segue quella delle amministrative che è stata rimossa dal gruppo dirigente. Renzi si è dimesso da premier, ma non si può pensare che al partito rimanga tutto così com’è».
Dopo la rottura al referendum, la minoranza intende partecipare al congresso o ormai le vostre strade sono divise?
«Faremo di tutto per avere un congresso con la piena agibilità per tutti, con regole adeguate e un clima accettabile. Questo sta all’intelligenza di tutti. Sento però che gli animi sono accesi, c’è voglia di resa dei conti, e ricordo che un congresso all’insegna del “Vi faccio vedere io”, un semplice votificio, sarebbe un danno per il Pd e per il Paese».
Dunque la vostra partecipazione non è scontata?
«Capiremo nei prossimi giorni, a partire dall’assemblea del 18 dicembre, qual è l’atteggiamento del gruppo dirigente. Noi intendiamo costruire al congresso una alternativa al renzismo con i tanti militanti ed elettori che non si riconoscono in questo Pd. Ma se qualcuno pensa di fare il “partito del Sì”, o di inneggiare al 40% non si va molto lontano. Sarebbe assurdo liquidare quello che è successo con un “Non ci hanno capito”».
Uno dei limiti della sinistra dem è di non aver trovato in questi anni una leadership alternativa…
«Il modello dell’uomo solo al comando non ha funzionato, né al governo e meno che mai nel partito, che è in condizioni pessime, nonostante gli sforzi di Lorenzo Guerini. Noi pensiamo a una squadra, una leadership diffusa. E chiediamo di separare il segretario dal candidato premier. Il segretario per noi non dovrà essere scelto con primarie aperte».
La crisi di governo sembra avviata a chiudersi con l’ipotesi Gentiloni a palazzo Chigi.
«Intanto registro che l’ipotesi del “governo di tutti o voto subito”, portata da Renzi in direzione, si è positivamente dissolta. E’ evidente che spetta al Pd e alla vecchia maggioranza, seguendo le preziose indicazioni del Capo dello Stato, dar vita a un nuovo governo per armonizzare le leggi elettorali e per dare risposte sui temi economici. Gentiloni non rappresenta la discontinuità necessaria. Serve una svolta nelle politiche sociali, se il nuovo esecutivo sarà una copia del precedente non sarà possibile risalire la china. Bisogna cambiare le ricette che non hanno funzionato, a partire da Jobs Act, voucher e scuola».
Un governo a tempo?
Il governo deve fare le cose necessarie al Paese, senza limiti temporali legati ai desiderata di qualcuno. E il Pd deve finalmente iniziare una discussione seria sul suo futuro. Dando finalmente voce agli iscritti.
Repubblica 11.12.16
Enrico Rossi
Il governatore della Toscana in campo “Bilancio deludente, adesso serve un congresso vero”
Ecco il primo sfidante “Più sinistra nel partito o perderemo sempre”
“Dobbiamo affrontare il disagio sociale o rischiamo di consegnare il Paese a Grillo”
di Massimo Vanni

FIRENZE. «C’è bisogno di un congresso vero e di un governo di svolta». La sfida alla segreteria di Renzi, per il governatore toscano Enrico Rossi parte da qui.
Presidente Rossi, si apre la corsa congressuale: conferma di volersi candidare? «Confermo. Intendo presentare formalmente la mia candidatura alla segreteria nazionale del partito». Pensa di avere maggiori chance con Renzi dopo la vittoria del No?
«Penso anzitutto che occorra un congresso vero. O il congresso apre una dialettica e una discussione vera sulla politica, sul profilo culturale e sul programma fondamentale del Pd, oppure se si riduce invece ad un altro plebiscito ‘Renzi sì-Renzi no’, non vedo come possa interessare la sinistra del Paese».
Secondo lei, la sinistra ne ha abbastanza di Renzi?
«Non è questo il punto. Il punto è che sono cresciute le disuguaglianze ed esiste una sofferenza sociale che si manifesta ad ogni tornata elettorale e ci fa perdere voti a partire dal nostro insediamento elettorale».
E per questo il Pd deve cambiare rotta?
«Faccio un appello a tutti coloro che hanno a cuore la sorte del Pd. Abbiamo perso le amministrative del 2015, poi quelle del 2016 e ora anche il referendum. Mi pare serva una svolta. Ma c’è una cosa che dovremmo fare in vista del congresso…».
Dica.
«Ritengo cruciale, come avvenuto con Bersani, sui cui voti raccolti nel 2013 Renzi ancora governa, che si vada al congresso con una segreteria di garanzia, che sia super partes».
E il nuovo governo? Mattarella chiede la legge elettorale prima di andare al voto.
«Se il Pd ha bisogno di un congresso vero, il Paese ha bisogno di un governo di svolta rispetto alle politiche fin qui fatte. Un governo che tenga conto del disagio sociale in atto, altrimenti il pericolo è quello di consegnare il Paese ai 5 Stelle. D’altra parte è venuto il momento di fare un bilancio di tre anni dell’attività di governo».
E il suo bilancio com’è?
«Sono stati distribuiti tanti bonus ma è aumentato il precariato e la povertà, come ci ricordano Istat, Censis e Svimez. La ripresa è debole, i conti non sono poi così in ordine e l’Europa sta col fiato sul collo. Mentre sul piano delle riforme elettorali e istituzionali registriamo purtroppo due fallimenti. C’è da chiedersi se non si debba discutere seriamente e produrre una svolta, sia nell’attività di governo sia nel partito. Per questo mi candido, per spostare a sinistra l’asse politico e sociale del Pd».
Spostare l’asse a sinistra?
Corbyn in Inghilterra l’ha fatto ma i conservatori hanno riguadagnato terreno.
«Io non sono Corbyn. E il problema è quello di capire se andiamo verso un partito nazionale renziano, col rischio di fare un partito di centro che guarda a destra, oppure verso un partito democratico di centrosinistra, al cui interno esiste un’area libera che Renzi certo rappresenta. Un partito dove però ha voce ed è ascoltata un’area di sinistra d’ispirazione sociale e socialdemocratica. È questa, credo, la vera partita che stiamo giocando in queste settimane. E il tema è nelle mani di Renzi. Anzi, soprattutto in quelle della maggioranza del partito».
il manifesto 11.12.16
Congresso subito verso il voto, Renzi a caccia della magia perduta
Democrack. La minoranza presa in contropiede, ora alla ricerca di un nome competitivo. Ipotesi Orlando sfumata. a il malumore è soprattutto per il nuovo governo: «Serve discontinuità, è questo il messaggio del No»
di Daniela Preziosi

È una decisione subito, in contropiede, quella dell’avvio del congresso da far ratificare all’assemblea nazionale convocata domenica 18 dicembre. Poi subito via a una nuova campagna elettorale, lunga, lunghissima, prima per tre mesi verso le primarie (le discussioni e il voto dei circoli, poi i gazebo) e forse subito dopo la campagna per le politiche.
Matteo Renzi parte alla riconquista del partito che in realtà non ha mai perso. Ma la ’botta’ della sconfitta referendaria di domenica scorsa è stata forte. Lo sbandamento nel partito si fa sentire. Il segretario ha bisogno di una nuova legittimazione per partire poi di nuovo alla volta di Palazzo Chigi. Soprattutto ha bisogno di riaccendere la «magia» dei primi tempi, di riconquistare l’aura del vincente ormai molto sbiadita. In più, ultimo ma non ultimo, ha bisogno di stoppare le grandi manovre dei capicorrente che nell’ultima settimana hanno dato piccoli segni di grande insofferenza, che se non stoppati potrebbero portare allo sganciamento dalla maggioranza.
La decisione è tutta sua. Il segretario del Pd ormai ignora senza alcuna preoccupazione le liturgie del partito. Non ha aspettato neanche la direzione convocata domani a mezzogiorno per comunicare la scelta. Il disagio per questo stile ormai nel Pd si taglia con il coltello. E si intreccia con quello per a gestione della crisi. La minoranza giura che aspetterà la direzione per discuterne, ma il malumore per l’esclusione degli organismi di partito dalle decisioni e insomma l’ennesima accelerazione personale, simboleggiata da quelle ’consultazioni parallele’ che da due giorni si svolgono a Palazzo Chigi, alla fine filtra. «Roba da Prima Repubblica. Alla faccia della direzione convocata in modo permanente. Nessuna discussione. Nulla», c’è chi si lamenta.
Il congresso anticipato era comunque nell’aria. «Si sapeva che avrebbe tentato subito una rilegittimazione», spiega un bersaniano di rango. Ma, è il ragionamento, a questo punto si tratta di «un congresso per discutere di cosa deve essere il Pd o solo una resa di conti interna? Il problema è che qui a rischio non sono i destini personali, qui si sta mettendo a rischio il Pd». Ma è il senno di poi a parlare. Era stata la stessa minoranza, fino a qualche settimana fa, a chiedere il congresso anticipato. Richiesta incauta, che ora si ritorce contro i suoi autori.
Le principali aree del partito (franceschiniani, giovani turchi) si starebbero riorientando per restare a fianco di Renzi. Per loro il problema potrebbe però essere quello di ’pesarsi’. Non è escluso un appoggio per liste separate. Molto si giocherà sulle regole della competizione, tutte da scrivere.
Più complicata la situazione della minoranza bersaniana. È ormai persa la speranza di un accordo con il ministro Andrea Orlando, considerato l’unico competitivo su Renzi. In un clima di scontro interno sempre più duro – sui social compaiono pagine anonime intestate a slogan come ’Fuori subito’ che lanciano avvisi ai «traditori» – i bersaniani si ritroveranno a fare una battaglia difficile con il candidato fin qui considerato ’naturale’, Roberto Speranza, il giovane ex presidente dei deputati. Tanto più che il governatore Enrico Rossi, da mesi autodichiaratosi in corsa per la «sinistra», non dà segni di volersi ritirare. La sua candidatura è vissuta con fastidio dai bersaniani, convinti che sia un modo per sfilare voti a vantaggio di Renzi. Si fa avanti anche Michele Emiliano, governatore della Puglia uscito vincitore dal referendum (alla fine si è rumorosamente schierato per il No).
Ma se la fotografia delle forze in campo resta questa, la vittoria di Renzi è sicura. A fine marzo dunque potrebbe esserci un segretario di nuovo saldamente in sella e pronto per tornare al voto. Nel giro di due mesi. Sempreché nel frattempo ci sia una nuova legge elettorale. Cosa per nulla scontata.
Non è solo il congresso anticipato a mettere di malumore la minoranza. C’è anche la scelta del prossimo presidente del consiglio, che ormai sembra essere indirizzata sul ministro Paolo Gentiloni. E l’idea, viene spiegato, «di un governo a tempo per correre verso il voto anticipato alla ricerca di chi sa quale rivincita». «Il 4 dicembre ci è arrivato un messaggio dagli elettori. Cosa gli rispondiamo? Renzi sta chiuso a palazzo Chigi con i protagonisti della disfatta di domenica scorsa tra correnti e spifferi che nemmeno la Prima Repubblica».
Per il 17 dicembre la minoranza ha convocato un’assemblea aperta per chiedere «discontinuità» con la linea del governo Renzi. A prescindere dal nome del prossimo premier. «Si parla molto di totonomi. Se invece parlassimo del che fare? Altrimenti il messaggio è che la lezione del 4 dicembre non la abbiamo proprio compresa», spiega Speranza. Ma per quel giorno la fiducia al nuovo governo sarà già stata votata.
La Stampa 11.12.16
Pd, fazioni già in lotta per le liste
Il leader rivoluziona la squadra
Azzerate le cariche dei vicesegretari, tregua armata con Franceschini Congresso anticipato di Carlo Bertini

Matteo Renzi torna a fare il segretario a tempo pieno: la prima novità che filtra dalle sue stanze mentre fa gli scatoloni da Palazzo Chigi è che dovrebbe rivoluzionare la squadra, se è vero che Lorenzo Guerini è destinato a entrare nel governo, che l’altro vicesegretario Debora Serracchiani tornerà a occuparsi in toto del Friuli e che Maurizio Martina potrebbe diventare vicesegretario unico. Solo voci, che dovranno attendere conferme dalle decisioni prossime venture, ma che mostrano come il leader voglia subito dare il segnale che è tornato sulla tolda di comando, nominando tanto per cominciare una nuova segreteria. Nei pochi minuti dedicati ieri con i suoi al tema congresso, ha fissato la road map, «domenica 18 dicembre allora si va in assemblea, si lancia il congresso con l’idea che ora basta con le polemiche: si vede chi ha i numeri e chi no e così limitiamo questa frenesia di scontro che c’è e che ci sta facendo malissimo», è stato il ragionamento. Insomma, «almeno diamo una cornice a tutta questa conflittualità della minoranza, tanto vale fare il congresso subito e così si capisce chi sta in maggioranza e chi all’ opposizione».
Accelerare la sfida
Dunque non è escluso che i tempi vengano compressi, a dispetto delle resistenze dei bersaniani e che si celebrino i congressi tra gli iscritti nei circoli in gennaio, per fissare poi le primarie nazionali a fine febbraio. Perché la volontà è quella di arrivare con un leader nuovamente legittimato dal suo popolo allo scioglimento delle Camere (che si spera sia ai primi di marzo per votare entro aprile-maggio con un election day con le amministrative. Dalle parti di Bersani invece sono non solo contrari «al governo fotocopia, perché si rischia la sconfitta e su scuola, università, precariato, sarebbe opportuno ascoltare i Democratici del No», avverte Miguel Gotor. Ma anche all’idea di andare al voto subito. «Ci vuole un congresso vero e non consiglio la corsa verso presunti plebisciti: presunti perchè non mi sembra ci sia aria, dopo lo schiaffo del soldato che è stato il referendum, con operai, precari, disoccupati, in fila a colpire il premier per una ragione o per l’altra».
Bersani nel totocandidati
Su chi saranno i suoi contendenti c’è ancora molta nebbia, sulla carta dovrebbero essere Roberto Speranza, Enrico Rossi, governatore della Toscana e forse il suo omologo pugliese Michele Emiliano. Mentre su chi lo sosterrà in teoria non ci sono sorprese, ovvero le correnti di Franceschini, Martina e Orfini-Orlando. «C’è una condivisione di tutti i passaggi e la valutazione comune del bisogno di andare al voto subito dopo la legge elettorale», assicura il coordinatore dei «giovani turchi» Francesco Verducci.
Ma ora nel Pd parte la fase dei lunghi coltelli tra le diverse fazioni in lotta. A sentire gli amici di Franceschini, «Dario è infuriato per esser stato trattato come un congiurato. E questa cosa non gli è andata giù». A sentire gli uomini di Renzi, i due poi si sono chiariti. Ma è chiaro che la vicenda avrà i suoi strascichi e che la tregua siglata nel partito sia precaria. Allo stato prevede che nel futuro governo non venga scalfita la quota di AreaDem, corrente di Franceschini e che i due capigruppo restino al loro posto. «Magari Dario avrà qualche sottosegretario in più», azzardano i renziani. Che spargono piuttosto veleni nel campo avverso. A sentir loro, «i compagni del No stanno valutando se chiedere a Bersani di candidarsi perché è quello che li può tenere più uniti e perderebbero meglio che con Speranza»; notizia questa smentita seccamente dagli uomini dell’ex segretario, («non esiste neanche che Pierluigi si possa presentare in un ticket come candidato premier», garantiscono) ma che dimostra come i giochi siano già tutti aperti. Ma non solo: gli stessi renziani sostengono pure che Bersani sta cercando di convincere Andrea Orlando a candidarsi lui. Insomma, il clima è questo, anche perché la sfida del congresso si trascina la partita più rognosa, quella delle liste per le candidature...