domenica 11 dicembre 2016

Repubblica 11.12.16
Congresso Pd, Renzi riparte in camper
L’ex premier fissa le date: partenza il 10 gennaio in tour come nel 2013. Primarie tra febbraio e marzo L’irritazione della sinistra dem. Bersani: “No a un altro referendum su Matteo”. E Cuperlo chiama Pisapia
Renzi ha spiegato di voler arrivare quanto prima al congresso «così si capisce chi sta in maggioranza e chi all’opposizione»
Domani il primo confronto in direzione tra il segretario e i suoi avversari
di Giovanna Casadio

ROMA. «Il 10 gennaio parto. Comincio la campagna per le primarie ». Matteo Renzi brucia le tappe: domenica prossima ha convocato l’Assemblea dei “mille”, il parlamento del Pd. Via quindi al congresso, che porterà a marzo alle primarie. O forse a febbraio. Luigi Zanda prevede che sarà «tra febbraio e marzo». E certo «Matteo non starà a fare l’ordinaria amministrazione di partito», spiega Lorenzo Guerini, il vice segretario a cui Renzi ha affidato il Pd all’indomani del suo insediamento a Palazzo Chigi, dopo lo sfratto di Enrico Letta. Era il 13 febbraio del 2014. Renzi era segretario del Pd dall’anno prima. Aveva fatto la campagna delle primarie - la seconda, perché quella del 2012 l’aveva persa contro Bersani - girando l’Italia a bordo di un camper e con lo slogan: “Adesso”. Aveva trionfato. Ricomincia da lì. Guerini conferma che ha intenzione di fare iniziative in giro per il paese, «per dare un profilo al partito».
L’irritazione della sinistra dem guidata dai bersaniani schierati per il No al referendum, cresce. «Se pensa di nuovo a un referendum su di sé, non è più tempo». Ha ragionato Bersani dopo l’annuncio dell’accelerazione sul congresso. In ballo c’è il Pd. La “ditta” da ricostruire. Con Roberto Speranza candidato segretario? «Renzi non capisce dove va il paese», aveva detto nelle settimane passate Bersani, convinto che questa volta il fronte “no Renzi” se la può giocare. Soprattutto se saprà creare una alternativa forte. I “player” in campo però potrebbero essere tanti: non solo Enrico Rossi, il governatore della Toscana - già candidato - ma anche altri amministratori locali come Sergio Chiamparino o Nicola Zingaretti, oltre al gettonato Michele Emiliano. Speranza quindi per candidarsi alla ledership dem deve potere contare su un appoggio più vasto di Area riformista, la corrente bersaniana.
Negli incontri a Palazzo Chigi ieri Renzi non ha parlato solo di governo, passato e futuro: con Dario Franceschini, il ministro dei Beni culturali, leader di Areadem, e azionista di maggioranza del Pd renziano, si è discusso di partito. Una prima resa dei conti ci sarà domani nella direzione convocata per mezzogiorno al Nazareno. Martedì scorso infatti la direzione ha solo ascoltato la comunicazione del premier dimissionario, aggiornando il dibattito. L’unico che ha provato a parlare è stato Walter Tocci per dire la sua sulla crisi di governo ma anche sul Pd: «Accelerare sul congresso ma con l’ interim a una personalità autorevole e di garanzia».
Nelle grandi manovre di queste ore, alleanze di correnti si rinsaldano o si allentano. La minoranza dem è senz’altro più divisa, perché Gianni Cuperlo ha fatto una scelta per il Sì al referendum e ha sancito la spaccatura anche con i bersaniani. Cuperlo ha organizzato una manifestazione a Bologna, lunedì 19 alla quale interverranno il sindaco bolognese, Virginio Merola, l’ex primo cittadino di Milano, Giuliano Pisapia, Andrea De Maria, Sandra Zampa, Sandro Gozi. Slogan: «Per un nuovo centrosinistra». Stesso titolo della manifestazione bersaniana di sabato 17 a Roma al centro Frentani. E prima di Natale Matteo Ricci, vice presidente del Pd, sindaco di Pesaro, ha preparato un incontro di tutti gli amministratori dem: «Dobbiamo ripartire dal buon governo locale, il Pd guida il 65-70% delle amministrazioni». Appuntamento al Nazareno probabilmente il 20. Renzi ha già messo in cantiere una bozza di programma: c’è anche un suo libro sui mille giorni e la sfida del cambiamento.
Corriere 11.12.16
Il «passo di lato» di Renzi che guarda alle primarie
Il leader: da domani bisogna che trovi uno stipendio
«Dovrò prendere più di 2 milioni di voti»
di Maria Teresa Meli

ROMA «Da domani fino a febbraio io farò l’autista dei miei figli, a scuola, calcio, teatro. Punto»: Matteo Renzi fa un passo di lato. «Alla fine — si sfoga con i collaboratori prima di partire verso Pontassieve in serata — c’è un solo uomo che lascia avendo i voti e la richiesta del presidente della Repubblica di restare. Berlusconi ha mollato perché gli hanno tolto i voti. Prodi idem. Io con 173 voti di fiducia lascio. E senza paracadute. Da domani devo anche trovarmi uno stipendio. E ciò nonostante mi devo prendere anche gli insulti...».
Già, il segretario del Pd ha deciso: «Staccherò del tutto. Non sarò domani alla direzione. Starò l’intera settimana a Firenze, tranne per il passaggio della campanella. Del resto, ho già riconsegnato le chiavi dell’alloggio di Palazzo Chigi. Tornerò sulla scena solo domenica 18 dicembre per l’Assemblea nazionale».
Matteo Renzi inaugura la sua nuova strategia: tenersi lontano dalla «politica romana e dalla politica politicante» per cominciare daccapo. «Finalmente di nuovo senza giacca, finalmente di nuovo tra la gente, andrò in giro per l’Italia», dice l’ex premier, ma i suoi già stanno spingendo per farlo venire domani in direzione perché la sua assenza sarebbe male interpretata.
Dunque, di nuovo Renzi alle prese con il Partito democratico. All’orizzonte le elezioni, che secondo l’ex premier vanno necessariamente anticipate. Non perché si tratta di un suo capriccio: «Non sono io a chiederle, ma sono i Cinque Stelle contro i vitalizi a volerle, e Salvini contro Berlusconi». Quindi? Quindi a questo punto «si può votare a giugno o a ottobre». Meglio le urne in estate, per il Pd. Nella prima domenica di giugno, il 4.
Ma nemmeno su questo Renzi insisterà più di tanto, perché sa che deve fare un passo di lato rispetto a questo governo «dove Verdini chiederà qualcosa di più di quello che ha chiesto finora». «Il partito costruirà la sua agenda a prescindere dal governo», è la parola d’ordine di Renzi.
Nessuna sfiducia per Paolo Gentiloni. Anzi, il contrario. L’ex premier stima molto il «suo» ministro degli Esteri ed è stato lui a convincersi definitivamente, martedì scorso, che l’unico presidente del Consiglio possibile era lui. Per abilità, per il rapporto di lealtà che li lega e perché Gentiloni è in grado di mettere d’accordo tutte le diverse anime del Pd. Quelle di maggioranza, ben si intende, perché secondo Renzi la minoranza «sarà asfaltata dagli elettori alle primarie per il segretario».
Sì, perché il nuovo traguardo del leader del Pd sono le primarie, più che il Congresso, che, comunque, pensa di vincere («Riuscite a immaginarvi — dice Renzi ai collaboratori — un congresso in cui io finisco in minoranza contro D’Alema?»). A quell’appuntamento, spiega l’ex presidente del Consiglio ai suoi, «devo prendere più di due milioni di voti». E solo dopo, forte di quel consenso, che prevedibilmente otterrà a marzo, Renzi penserà a come andare alle elezioni.
Ma quello delle primarie «è un passaggio obbligato» per «riaffermare la leadership». A questo proposito, il segretario non sembra temere i giochi che nel frattempo si stanno aprendo nella sua maggioranza. Eppure sia Dario Franceschini che Andrea Orlando lo stanno pressando per non andare alle elezioni. E non solo, perché il ministro dei Beni culturali vorrebbe anche un posto in più nel governo per la sua area. «Mi sembrano più forti sui giornali che nell’elettorato», fa spallucce l’ex premier. Se Franceschini prende una poltrona in più a lui non importa niente. È un altro il suo terreno di battaglia e su quello non teme gli avversari interni di cui finora si è scritto e detto. Tant’è vero che la stessa minoranza pd si ritrova spiazzata. E non sa più quale candidato contrapporgli. Errani, suggerisce qualcuno. Francesco Boccia si autocandida e va dicendo ai bersaniani: «Allargherei il vostro campo all’area moderata e lettiana». Ma qualcuno gli ricorda che ha già perso le primarie in Puglia con Vendola. E nel frattempo, in realtà, c’è chi pensa di far scendere in campo contro Renzi l’usato sicuro: Pier Luigi Bersani.
Il Sole 11.12.16
Legge elettorale. Vi puntano molti nel Pd, Fi e Ncd
L’opzione prevalente è il proporzionale ma trattativa in salita
di Barbara Fiammeri

A decidere i tempi della legislatura sarà la legge elettorale. Fino a quando Camera e Senato non avranno un sistema «omogeneo», il Capo dello Stato non scioglierà le Camere. Sergio Mattarella lo ha chiaramente lasciato intedere fin dall’inizio di questa crisi, definendo «inconcepibile indire elezioni prima che le leggi elettorali di Camera e Senato vengano rese tra loro omogenee». Un concetto che il presidente della Repubblica ha ribadito anche ieri, al termine dele consultazioni, quando ha definito «condizione indispensabile» per votare l’«armonizzazione» dei sistemi elettorali dei due rami del Parlamento.
Questa «armonizzazione» al momento si traduce nel ritorno al proporzionale. Che sia identico o assai vicino a quello della prima Repubblica lo si vedrà nei prossimi mesi. Silvio Berlusconi è stato il più esplicito, quando - parlando ai giornalisti al termine del colloquio al Colle - ha detto che l’obiettivo è «la corrispondenza tra la maggioranza parlamentare e la maggioranza popolare». E il sistema che più si avvicina a questo traguardo è appunto il proporzionale. Una scelta quella del Cavaliere in nome della convenienza politica. Berlusconi in questo momento è azzoppato dall’incandidabilità e con Fi che naviga tra l’11 e il 13% al pari della Lega. Significa che se anche il centrodestra coalizzato dovesse riuscire a battere il Pd e il M5s, la posizione di Berlusconi sarebbe comunque di debolezza rispetto agli alleati non potendo candidarsi per la premiership e non avendo (il caso Parisi è solo l’ultimo di una serie di tentativi andati male) un esponente azzurro su cui puntare. Un sistema proporzionale renderebbe ad esempio del tutto inutili le primarie poiché la maggioranza - come avveniva appunto ai tempi della prima Repubblica - si formerà solo dopo il voto e il premier, di conseguenza, sarà il prodotto di quell’intesa. Berlusconi insomma vuole tenersi le mani libere e non rimanere intrappolato nel progetto lepenista di Salvini e Meloni. Il Cavaliere punta a una legge elettorale che gli offra più sponde, anche quella delle larghe intese.
All’opposto, ma sempre per ragioni di convenienza, Beppe Grillo è diventato un tifoso dell’Italicum che fino a poco tempo fa bollava come una legge peggiore di quella dei tempi del fascismo. Il M5s non ha infatti alleati e per governare ha bisogno di un sistema elettorale che gli assicuri la maggioranza assoluta grazie a un premio. L’Italicum appunto o un suo clone. Obiettivo irragiungibile. Tant’è che ieri uscendo dal Quirinale la posizione del M5s è stata quella di andare a votare con la legge che uscirà dalla sentenza della Corte costituzionale il 24 gennaio.
Un appuntamento, quello con la Consulta, al quale Angelino Alfano vorrebbe arrivare con una proposta parlamentare già in corso. «Iniziamo subito lo studio su una nuova legge elettorale senza attendere l’esito della pronuncia della Corte», ha detto ieri, al termine delle consultazioni, il leader di Ncd e ministro dell’Interno. Alfano teme probabilmente di rimanere ai margini del confronto che si aprirà a breve.
Molto, moltissimo dipenderà però dal Pd. Per Matteo Renzi i numeri della sconfitta subita il 4 dicembre hanno travolto non solo la riforma costituzionale ma anche l’idea, da sempre portata avanti dal premier uscente, di un sistema elettorale che garantisse di conoscere il giorno dello scrutinio chi fosse il vincitore delle elezioni e il futuro premier. Ma anche nel Pd è in forte crescita il partito per il ritorno al proporzionale. Certo c’è proproporzionale e proporzionale. A prevalere però sarà sempre la convenienza. I partiti maggiori potrebbero ad esempio accordarsi su soglie di sbarramento più alte rispetto all’attuale 3% previsto dall’Italicum, oppure prevedere circoscrizioni elettorali molto piccole. Ma siamo solo all’inizio. Nonostante tutte le forze politiche a parole sostengano di voler tornare «rapidamente» alle urne, trovare l’intesa non sarà affatto semplice.
Il Sole 10.12.16
Rischio vitalizio per tutto il M5S e per due Pd su tre
di Andrea Marini

Nessuno lo dice apertamente (e se ne parla, lo fa sempre in riferimento alle altre forze politiche) ma il partito dei vitalizi, rigorosamente trasversale, esiste eccome. Chissà quale influenza potrà avere sul proseguimento o meno della legislatura, se tutti i parlamentari, cioè, alla prova dei fatti avranno intenzione di seguire le indicazioni dei propri leader e andare al voto il prima possibile. Sta di fatto che è già diventato terreno di scontro tra chi vuole andare al voto subito e chi no.
Senza collegi e premio si torna al ’92: governo scelto solo dopo il voto
Quasi due parlamentari su tre – 438 su 630 deputati (il 69,5%) e 191 su 315 senatori (il 60,6%) – sono alla prima esperienza nelle Camere, e questo significa che se il loro mandato durerà meno di 4 anni, sei mesi e un giorno non avranno diritto al vitalizio una volta raggiunti i 65 anni: per molti l’obiettivo, quindi, è far durare la legislatura almeno fino al 15 settembre 2017. A meno di non riuscire a farsi rieleggere per la prossima legislatura. In realtà i neoeletti a rischio vitalizio sono un po’ meno di 2 parlamentari su 3, e questo per effetto dei parlamentari subentrati ad altri colleghi che nel corso della legislatura si sono dimessi (come nel caso di chi ha lasciato le Camere per sedere all’Europarlamento dopo le europee del 2014). Per 13 deputati e 6 senatori neoeletti e subentrati ormai non c’è nulla da fare: anche se la legislatura arrivasse alla sua conclusione naturale non riuscirebbero mai ad accumulare i 4 anni, 6 mesi e un giorno di esperienza parlamentare. Mentre per altri 4 deputati e 3 senatori neoeletti e subentrati c’è ancora speranza nel caso si riuscisse a scavallare il 2017 e andare al voto nella primavera 2018, a scadenza naturale.
Una percentuale così alta di neoeletti ha sostanzialmente due cause: l’ingresso in Parlamento, nel 2013, di una forza totalmente nuova, il Movimento 5 Stelle; l’opera di ringiovanimento delle liste voluta dall’allora segretario Pd, Pier Luigi Bersani. Mentre sono tutti neoeletti i parlamentari 5 stelle, il Pd ha una percentuale pari al 69% alla Camera e al 62% al Senato. E questo dato è stato preso di mira dagli esponenti grillini. Alessandro Di Battista ha scritto un post su Facebook: «Dopo Monti, Letta e Renzi vogliamo un governo con la piena legittimità popolare. Il M5S vuole andare al voto il prima possibile. Ora capite perché non ci vogliono far votare?»; il riferimento è a una immagine allegata in cui si legge: «La pensione d’oro arriva dopo 4 anni di legislatura, e cioè a settembre 2017. Ecco perché non vogliono farti votare prima». Stesso argomento utilizzato dal deputato Danilo Toninelli: «Abbiano paura che questo parlamento vada avanti sino a fine legislatura, o magari arrivando ai 4 anni e mezzo e un giorno necessari per assicurarsi pensioni d’oro». Accuse a cui ha replicato così il deputato dem Umberto D’Ottavio: «Basta con i tentativi del M5S di far credere che i deputati Pd vogliono arrivare a ottobre per la pensione. Molti parlamentari Pd alla prima legislatura sono professionisti o dipendenti in aspettativa. Piuttosto si preoccupi di quei parlamentari 5 stelle che senza l’incarico di deputato o senatore tornerebbero disoccupati e che sperano che il Pd salvi loro la poltrona».
Tutta la questione nasce dalla riforma dei vitalizi del 2012, che ha introdotto il metodo del calcolo contributivo. L’ex parlamentare matura il diritto al vitalizio se ha svolto il mandato per almeno 5 anni (in realtà sono 4 anni, 6 mesi e un giorno per evitare che la pensione salti in caso di “scioglimento tecnico” delle Camere inferiore ai 5 anni esatti) al compimento di 65 anni. Per ogni mandato oltre il quinto, il requisito anagrafico è diminuito di un anno fino al minimo inderogabile di 60 anni.
Corriere 11.12.16
il vizio antico, fuga dal carro perdente
di Aldo Grasso

Il carro dei vincitori ci mette poco a trasformarsi nel carro dei perdenti. E allora è tutto un scendi scendi. In questi giorni non si assiste ad altro. Il più esplicito è stato il senatore Vincenzo D’Anna: «L’esperienza di Ala è finita, perché è finita l’idea di dare un sostegno alla politica riformista proposta da Renzi. Superata questa fase specifica, va ripensato il collocamento delle forze moderate e liberali rispetto alla fase nuova che si prospetta... Serve un manifesto di valori e chi lo interpreta, Verdini e Zanetti? Non ne hanno lo spessore». Traduzione: fermate il carro, voglio scendere!
Ala sta per Alleanza Liberalpopolare-Autonomie, il gruppo parlamentare voluto da Denis Verdini per sostenere il governo Renzi e di cui D’Anna era ciarliero esponente (si ricorda, tanto per capirne la statura politica, un suo raffinato commento su Rosy Bindi: «L’unico nemico che ha la Bindi è madre natura»).
Però, la politica funziona così: quando le cose vanno bene si sale, quando vanno male si scende. Gli americani chiamano questa tendenza bandwagoning , salire sul carro dove suona la banda all’interno di una parata. In Usa si usa così, anche se in una celebre lettera all’insegnante di suo figlio il presidente Abraham Lincoln scriveva: «Cerchi di dare a mio figlio la forza per non seguire la massa, anche se tutti saltano sul carro del vincitore».
Ora la banda non suona più. Il carro è funebre. Renzi chi?
Corriere 11.12.16
Il riscatto di Verdini sulla via del governo «Così è terminata la nostra quarantena»
di Francesco Verderami

Beati gli ultimi. E gli ultimi erano i verdiniani, che nei giorni della passione renziana riscattano la loro condizione, e da emarginati si apprestano a diventare alleati di governo del Pd. Con diritto di tribuna in Consiglio dei ministri. Il loro leader, che si muove tra le colonne e non è mai entrato in chiesa, riconosce il valore rivoluzionario della parabola cristiana, letta su quel Vangelo dalla copertina rosso lacca che per anni è stato in evidenza sulla sua scrivania. È vero che in politica non esistono i miracoli, che è per i numeri al Senato di Ala se Verdini ha portato i suoi parlamentari nella terra promessa. Esultavano a sera gli apostoli dell’ex braccio destro di Berlusconi, fulminato da Renzi sulla strada del Nazareno: «La quarantena è finita». È finita la quaresima.
Ma Verdini ha vissuto giorni drammatici subito dopo le dimissioni del leader democrat, disconosciuto come profeta quando ha provato a forzare per le elezioni anticipate: «Matteo è impazzito». Alla ricerca di un nuovo messia, ieri ha avuto la folgorazione. Va bene Gentiloni, anzi va bene chiunque, ha detto Verdini uscendo dalla consultazione al Colle: «Siamo disponibili per qualsiasi governo purché il Paese esca dall’impasse». In verità Verdini continua ad aver fede in Renzi, e dopo varie conversazioni concitate, ha parlato ieri con lui in fraternità, dandosi appuntamento oggi per un incontro riservato.
Ci sono da definire molte cose, serve che il Pd suggelli il patto e formalizzi ciò che al capo di Ala è stato garantito prima di salire al Quirinale: «Dobbiamo entrare a pieno titolo nel governo. Altrimenti non potrei garantire la tenuta del mio gruppo». Così sia, o meglio così dovrebbe andare. Forse con un upgrading di Zanetti, che è già vice ministro, e avendo la delega pesante del fisco all’Economia ha preso tempo per decidere. Altrimenti con l’ingresso di una personalità come Pera, ex presidente del Senato ai tempi del Cavaliere e promotore del Sì al referendum, sebbene — come racconta l’ex ministro forzista Matteoli — «lui avesse molto insistito con me per organizzare un convegno a Lucca. Era pronto anche il titolo della manifestazione: “Senato o Barabba? Perché bisogna votare No alle riforme di Renzi”. Poi non è venuto. Chissà perché».
Contento delle rassicurazioni del Pd, Verdini ieri è tornato raggiante dal Colle. «Mattarella ha apprezzato il nostro lavoro», ha riferito il leader di Ala dopo l’incontro: «Ci ha fatto chiaramente capire che non ha obiezioni a un nostro ingresso al governo. Vuole una maggioranza la più larga possibile perché la legislatura arrivi almeno fino a giugno. Almeno».
Così si arriva all’eterogenesi dei fini: la «discontinuità» chiesta dalla «ditta» del Pd per far fuori Renzi, il grande sconfitto, assume le sembianze di Verdini. Il bersaniano Gotor avrà le sue ragioni a dire che «con un governo del Sì referendario il partito rischia nuove cocenti delusioni elettorali». Ma sbarrata la strada al voto anticipato — come chiedeva il leader del Pd — non c’è altra strada per andare avanti in Parlamento. E colpisce, che dopo aver tentato di tagliare il cordone ombelicale tra il premier e Alfano, Speranza — altro esponente della minoranza — spieghi ora che esiste già una maggioranza politica tra Pd e Ncd. Venti anni fa D’Alema si sentiva «circondato dai democristiani». Oggi Bersani potrebbe dire di sentirsi «circondato dai berlusconiani».
Corriere 11.12.16
Una crisi lampo che sfida la voglia di elezioni
di Massimo Franco

A ll’inno trasversale e vagamente irresponsabile alle elezioni anticipate bisogna fare la tara. Oggi il presidente della Repubblica darà l’incarico per formare un nuovo governo nella pienezza dei poteri. E l’esecutivo durerà almeno fino a quando ci sarà una legge elettorale omogenea per Camera e Senato: un obiettivo difficile da raggiungere in tempi brevi. Se a questo si aggiungono gli «adempimenti e le scadenze di politica interna e internazionale e la ricostruzione del dopo terremoto» evocati alla fine delle consultazioni da Sergio Mattarella, le urne tendono ad allontanarsi di qualche altro mese.
Insomma, la soluzione della crisi si avvicina, il voto no. E questo dovrebbe permettere la creazione di un esecutivo guidato dall’attuale ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, fedelissimo di Matteo Renzi; e riflettere in buona parte la composizione del governo dimissionario, compresa la squadra a Palazzo Chigi col sottosegretario Luca Lotti: a garanzia di una serie di nomine strategiche sulle quali Renzi e il suo partito si sarebbero già accordati. D’altronde, il capo dello Stato non poteva ignorare i rapporti di forza parlamentari. Il Pd ha i numeri e dunque il compito di indicare una soluzione, dopo le controverse dimissioni del premier seguite alla sconfitta referendaria.
Mattarella poteva solo chiedere ai dem di non tergiversare e di offrire una via d’uscita alla crisi: l’avevano aperta loro, toccava a loro chiuderla. Dal 4 dicembre del referendum a oggi, sarebbe passata appena una settimana. Il Quirinale si è limitato a richiamare Renzi al senso di responsabilità, e a mettere in fila le priorità da rispettare. D’altronde, i margini per creare un governo di «responsabilità nazionale» non esistevano: troppo freschi il referendum, le forzature, i veleni.
E poi, nessuno nel fronte vittorioso del No era disposto a offrire un aiuto anche minimo a Renzi. Il risultato sarà un esecutivo del «fronte del Sì» senza discontinuità, se non limitata. Nelle ultime ore era circolata perfino la voce che Renzi potesse rimanere al suo posto: rinviato alle Camere da Mattarella o pronto a formare un altro esecutivo. Ma l’ipotesi è stata smentita. L’unica mediazione che ha retto, nel Pd, è quella che porta a Gentiloni. E dalla lista dei ministri si dedurranno anche i nuovi equilibri di partito: equilibri apparentemente blindati a favore del segretario-ex premier.
Renzi sta accelerando i tempi delle primarie e del congresso. E tanta fretta forse tradisce il timore oscuro di una resa dei conti al rallentatore contro un leader che in tre anni ha perso l’aura del vincente; e dunque rischia di ritrovarsi contestato e assediato. Eppure, a oggi non è chiaro chi sia in grado di insidiare la sua segreteria, al di fuori di una minoranza interna che lo ha sabotato e sgambettato al referendum ma non ha un leader alternativo. Il Pd nel suo insieme non è più così sicuro che Renzi lo porti alla vittoria. Eppure, è condannato a seguirlo.
Il Sole 10.12.16
Una crisi «doppia» e il ruolo del futuro premier tra banche e legge elettorale
di Lina Palmerini

Le notizie sulla Bce e sull’aumento di capitale Mps hanno cambiato il quadro di queste ore. Si agisce in un clima di emergenza finanziaria che forza i tempi e i modi delle scelte. Una crisi nella crisi che ha due volti: legge elettorale e banche. Sale l'ipotesi di Paolo Gentiloni per il suo profilo internazionale e per favorire un accordo sulle regole ma l’altra “faccia” è quella di Padoan per la tenuta del sistema creditizio.
Ieri sera il nome più accreditato per sostituire Matteo Renzi a Palazzo Chigi era quello di Paolo Gentiloni. Un nome gradito al premier dimissionario ma la sua “candidatura” ha anche delle ragioni più politiche. Innanzitutto una, legata all’elemento centrale di questa crisi: la legge elettorale. Se l’obiettivo del leader Pd è fare in fretta per andare a votare, ha bisogno di qualcuno che faciliti un’intesa tra le forze politiche. Non a caso ieri i 5 Stelle dicevano che Gentiloni risolve «i problemi del Pd, non del Paese» perché rappresenta un punto di equilibrio tra le forzature del premier che voleva un voto subito e le pressioni del partito per avere un nuovo Esecutivo. Tra l’altro garantisce un’uscita di scena meno umiliante per Renzi visto che il ministro degli Esteri è una delle personalità a lui più vicina. Ma l’ipotesi di un suo approdo a Palazzo Chigi va letto anche nella chiave di favorire un’intesa sulla riforma elettorale fuori dal perimetro della maggioranza.
Il titolare della Farnesina, infatti, non sarebbe sgradito a Forza Italia, avrebbe buoni rapporti con Gianni Letta e con l’entourage di Berlusconi da quando era ministro delle Comunicazioni nel Governo Prodi 2006 e quel ruolo lo esercitò senza strappi e rotture, mantenendo un “filo” in quello che era il terreno più delicato nei rapporti tra centro-sinistra e centro-destra. Ma soprattutto Gentiloni offre quel profilo internazionale necessario per tenere le relazioni con le cancellerie europee e onorare al meglio gli appuntamenti che ci aspettano a cominciare dalle celebrazioni dei Trattati europei a Roma o il G7 di Taormina. Insomma, due caratteristiche si sommano e che andrebbero incontro a quelle che Sergio Mattarella aveva indicato come priorità per il nuovo Governo: profilo internaizonale e nuove regole elettorali.
Ma se ieri sera questo era il nome “di giornata” è chiaro che la vicenda Mps irrompe nel quadro della crisi e potrebbe cambiare le carte in tavola. E questo rafforza la corsa del ministro dell’Economia Padoan che ieri restava tra le ipotesi su cui si ragionava nello staff di Sergio Mattarella. Per una crisi con due “facce” emergono quindi due personalità su cui oggi è chiamato a decidere il Pd innanzitutto. Insomma, la parola finale ci sarà con le consultazioni di questa sera alle 18 al Quirinale in cui dovrà uscire un orientamento finale visto che Mps impone tempi più celeri. Una tregua nel partito che sospenda le ostilità tra correnti per far nascere un Governo pienamente in carica per offrire riparo alla bufera che potrebbe innescarsi. Per questa ragione anche al Colle si ragiona su uno sprint già domenica per offrire all’apertura dei mercati la soluzione della doppia crisi, politica e finanziaria.
Il Sole 11.12.16
Una missione chiara con una scadenza incerta
di Lina Palmerini

Una missione chiara ma con una scadenza incerta. Sergio Mattarella ha definito il profilo del nuovo Governo che deve essere nella «pienezza delle sue funzioni» e quindi non l’Esecutivo dimissionario, come gli hanno chiesto i 5 Stelle. Impossibile per il Colle immaginare un’ordinaria amministrazione quando c’è la legge elettorale da riscrivere, la vicenda Mps da sanare, il confronto con l’Europa sui conti, gli impegni internazionali di marzo e di maggio sui Trattati Ue e sul G7 e le questioni relative all’immigrazione, al terrorismo. Obiettivi definiti ma non la durata del Governo che nascerà. Che non dipende dal Colle - nonostante le pressioni di tutti sul voto anticipato - ma da un accordo tra i partiti sulle regole. I tempi sono nelle loro mani. Come in un gioco dell’oca, si torna al punto di partenza della legislatura.
Nel suo breve intervento di ieri, al termine delle consultazioni, Mattarella ha messo sul tavolo la prima delle questioni con cui ha parlato alle forze politiche. Che senza una legge elettorale non scioglierà le Camere. E dunque se davvero l’obiettivo dei partiti è quello delle elezioni anticipate, dovranno provvedere a riscrivere le regole. Il mandato con cui nasce il nuovo Governo, che ieri tutti accreditavano a guida Paolo Gentiloni, è essenzialmente quello di sanare un vuoto legislativo, una asimmetria tra sistema della Camera e del Senato e in questo si può segnare una linea di continuità con Giorgio Napolitano. L’ex presidente accettò il bis al Quirinale per favorire un accordo sul sistema elettorale, ora si torna allo stesso punto anche se nel mezzo c’è stato un patto con Berlusconi che poi è morto, una legge votata con la fiducia, un referendum perso che l’ha spazzata via. Un lungo giro per tornare indietro.
«Condizione indispensabile per il voto è un’armonizzazione della legge elettorale», ha detto ieri il capo dello Stato parlando a tutti i gruppi che sono sfilati nello studio alla Vetrata e che hanno dovuto ammettere che manca quel passaggio. E dunque se la “ragione sociale” principale del Governo che nasce è quello di rimuovere l’ostacolo di una legge che non c’è, il passo da qui alle urne non è breve e non è semplice. Anche per questo la scelta del premier incaricato deve tenere conto di questo nodo non semplice da sciogliere. L’unico partito che si è detto disponibile a una collaborazione sul tavolo delle regole è Silvio Berlusconi e anche questo ci riporta indietro. Al primo tentativo tra Renzi e il Cavaliere poi naufragato proprio sull’elezione del capo dello Stato.
Il punto è se e come riprenderà forma questo dialogo. A maggior ragione oggi che i due punti di vista sono diventati molto distanti. Due anni fa il proporzionale era già negli archivi storici, un avanzo della prima repubblica che non piaceva ai principali protagonisti del patto ma oggi uno dei due lo mette sul tavolo. Il Cavaliere nella sua breve dichiarazione all’uscita delle consultazioni ha evocato il sistema proporzionale, lo ha buttato nel campo avverso del Pd come punto di partenza di una trattativa. E questo non sarà un elemento di poco conto per un partito nato sulla spinta della vocazione maggioritaria riconfermata da Matteo Renzi. Su quell’impianto sono state fuse due culture politiche, scritte regole sulle primarie e sulla sovrapposizione di due ruoli, segretario e premier. Aprire la strada al proporzionale rischia di rimettere tutto in discussione, riaprire un cantiere sulla stessa natura del Pd. Insomma, i passi da fare verso un accordo non sono pochi. E non accorciano la distanza verso il traguardo delle urne che sembra la vera missione del nuovo Governo.
Corriere 11.12.16
Il governo futuro e  le  incognite europee
La credibilità in Europa
di Sergio Romano

Il governo futuro e la credibilità in Europa. L’eterna corsa alla formula perfetta per votare nasconde la fragilità cronica di leadership.

In altre circostanze e in un Paese più raziocinante, Matteo Renzi dovrebbe succedere a se stesso per almeno tre ragioni. In primo luogo ha perso la battaglia della riforma costituzionale, ma non è stato sfiduciato dal Parlamento e può contare, in un contesto in cui i «No» formano una coalizione eterogenea, su una maggioranza relativa del 40%. Dovrebbe restare anche perché l’Italia non è interamente padrona della propria sorte. Tutti i problemi del Paese, dalla crisi dei migranti alla ricapitalizzazione del Monte dei Paschi, dipendono dalla credibilità europea del suo governo e dalla collaborazione dei suoi partner. Renzi ha parecchi difetti, ma i leader dell’Unione lo conoscono, lo hanno sostenuto durante la campagna elettorale, hanno già affrontato con lui tutte le questioni del momento e sono verosimilmente disposti a fargli credito sino alla fine della legislatura. Non farebbero probabilmente altrettanto con un altro presidente del Consiglio, anche se fosse il ministro degli Esteri.
Renzi dovrebbe restare, in secondo luogo, perché non è nell’interesse del Paese, in questo caso, fare un governo di rapida transizione per andare subito alle urne. Non si anticipano le elezioni quando sulla legge elettorale pesa il dubbio della incostituzionalità e non è opportuno scriverne un’altra, frettolosamente, per compiacere i partiti a cui preme di andare al potere con un doppio obiettivo: scardinare l’intero sistema e portare il Paese fuori dell’eurozona. Non è nell’interesse generale che l’elettore corra il rischio di concepire il rinnovo delle Camere come il naturale seguito del referendum sulla Costituzione. Vi sono momenti in cui il rapido cambiamento del leader può giovare a una nuova partenza del Paese verso migliori traguardi. Ma ve ne sono altri in cui è meglio aspettare che la discussione sul futuro della nazione diventi meno affannosa e partigiana.
Vi è una terza ragione per cui Renzi, a mio avviso, dovrebbe restare alla testa del governo sino alla fine della legislatura. Credo di intuire i suoi sentimenti. Aveva puntato sulla riforma della Costituzione e aveva legato il proprio destino politico a quello del progetto. Deluso e amareggiato, sembra comportarsi come se volesse lasciare al futuro il compito di dargli ragione. È successo anche ad altri uomini politici, più grandi di Renzi. Si fanno da parte e aspettano il riconoscimento a cui ritenevano di avere diritto. Sono posizioni umanamente comprensibili in cui si nasconde, tuttavia, l’inconfessata speranza che le cose, dopo la loro uscita di scena, vadano male e che i loro connazionali finiscano per rimpiangerlo.
Un leader che nutre questi sentimenti non giova alla comunità nazionale. Preferirei un Matteo Renzi che metabolizza la sconfitta e si mette nuovamente al servizio del Paese.
Corriere 11.12.16
De Luca e il premier, un voltafaccia da record
di Marco Demarco

Renzi è «uno strafottente». Le sue riforme? «Demenziali». Il meglio del renzismo? «La moglie Agnese, per la sua civile discrezione». E l’unica giustificazione possibile è l’età: «Si sa, Matteo è giovane, esuberante». Ragiona così Vincenzo De Luca, come se l’esito referendario non lo riguardasse di persona. Ma la cosa più sorprendente è che il suo ragionare lascia di stucco i renziani. C’è modo e modo di scendere dal carro del vincitore. Quello di De Luca è certamente il più diretto. Diventato, però, fatalmente, anche il più paradossale, perché il governatore campione di strafottenza che dà dello strafottente al premier è davvero un capolavoro di rispecchiamento multiplo. Tuttavia, il caso De Luca, estremo quanto si vuole, la dice lunga sulla tenuta complessiva delle truppe renziane. Non è più solo una questione di «quanti» diserteranno, ma di «come» lo faranno. Il governatore, infatti, non si limita a riposizionarsi allontanando da sé ogni responsabilità per la sconfitta. Non si lascia sfiorare dal dubbio che una percentuale di consenso possa essere stata persa per il suo essere De Luca, per le sue parole sulla Bindi o per l’azzardata riduzione del materialismo storico a clientelismo scientifico (il discorso sulle fritture di pesce). Né dal fatto che il Sì abbia perso anche nella sua Salerno e che in Campania la sconfitta sia stata ancora più bruciante di quella subita in Puglia, dove pure c’era Emiliano, contrario alla riforma. De Luca fa di più. Ammette che Renzi gli andava bene come bancomat («abbiamo avuto fiumi di denaro», disse ai sindaci) non come innovatore: sbagliata la riforma della scuola; idem quella Madia, apparsa «punitiva» per i pubblici dipendenti; discutibile quella sulle Province; un pasticcio le politiche per l’immigrazione e per la sicurezza. Per non parlare di quelle per il lavoro. Cosa rimane? Nulla. Peggio: solo Agnese nella sua dimensione manzoniana, cioè, al massimo, di discreta suggeritrice di strategie familiari. Se c’è un messaggio subliminale in questo riferimento alla signora Renzi, di sicuro non è rassicurante. Incapace di dominare il fenomeno De Luca, Renzi rischia ora di esserne travolto.
Avvenire 10.12.16
Intervista. Serracchiani: «Matteo sarà ancora il candidato premier»
intervista di Roberta D’Angelo

Dopo Renzi, solo Renzi. Almeno per la segreteria del partito. Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd, non prende in considerazione alternative. Anche perché il voto incombe: dopo la legge elettorale, dice, si torna alle urne.
Sarà Renzi a traghettare il Paese verso le elezioni?
Il Pd ha dato alla delegazione un mandato molto preciso. Siamo disponibili a un governo sostenuto da tutti, per vedere se ci sono le condizioni per fare la legge elettorale, o arrivare alla data della sentenza della Consulta sull’Italicum. Non ci sono alternative.
Uno scenario improbabile.
Non vogliamo ripetere quello che è accaduto con il governo Monti, dove siamo rimasti solo noi per senso di responsabilità.
Però se il Pd è responsabile, la vicenda di Mps non vi suona come un richiamo?
Noi ritenevamo che le riforme servissero al Paese e che avrebbero dato un segnale a livello internazionale. Gli italiani non sono stati d’accordo e Renzi ha fatto un passo indietro. Detto questo, se tutti concordano, bene. Se no, non siamo noi a fuggire dal voto.
Ma comunque serve una legge elettorale. E le emergenze, come quella di Mps, non mancano. Il Pd che fa?
Ora l’importante è lasciar lavorare il presidente Mattarella. Sarà lui a trarre le conseguenze se dovrà nascere un governo istituzionale. Noi dicevamo che il Sì avrebbe stabilizzato il Paese e lo avrebbe rafforzato in Europa. Ora invito chi ci criticava a guardare cosa sta accadendo. La mancata proroga imporrà al Paese la ricapitalizzazione pubblica. In queste ore stiamo assistendo a un forte indebolimento dell’euro. Come avevamo previsto. Alcune agenzie di rating propendono verso un outlook negativo del Paese.
Se avesse vinto il Sì non sarebbe successo lo stesso?
Ha vinto il No e queste cose stanno accadendo.
Insomma, il Pd non si prende la responsabilità se nessuno prende in mano la situazione?
La responsabilità deve essere di tutti. Oggi il padrone di M5S chiede un intervento pubblico su Mps. E tocca finalmente con mano cosa significa assumersi le responsabilità di governo. Quindi ora la palla è anche nel loro campo. Servono decisioni, a partire dalle banche.
Il capo dello Stato potrebbe chiedere a voi di trovare una maggioranza.
Noi siamo stati estremamente chiari. Gli italiani devono essere messi anche di fronte alle decisioni assunte dagli altri. Chi grida 'al voto al voto' se ne infischia di quello che sta succedendo nel Paese. Un governo va fatto per forza. Il Pd non vuole un governo che arrivi al 2018. Ma coprire le esigenze di un momento storico in cui serve la legge elettorale.
Non tutto il Pd. Qualcuno che arriverebbe al 2018, tra voi, c’è.
C’è la massima condivisione dei vertici del Pd. La nostra posizione è una sola.
Le correnti del Pd si sono un po’ sfaldate. Farete sintesi dopo la crisi?
La Direzione è convocata in maniera permanente. Il lunghissimo applauso che ha accolto il segretario dimostra che il Pd c’è e ha una posizione chiara. Anche se possono esserci posizioni diverse, come si è visto al referendum. Ma il segretario è e resta Matteo Renzi.
La sinistra si attende il Congresso a gennaio. Non era stato deciso l’anticipo?
La sinistra Pd voleva votare No e tenere il governo Renzi. Sicuro? La guida del Pd non ha subito scossoni. Il Congresso ha una sua scadenza naturale, ma con Renzi segretario sta affrontando le consultazioni. Le priorità sono quelle del Paese. Può darsi che per qualcuno del Pd la priorità fosse cambiare il governo. Ma il segretario, ripeto, resta Renzi.
E se si va a votare? Renzi resta il candidato senza nuove primarie?
Io sono certa di sì, anche se ora è prematuro dire.
Il proporzionale imporrà alleanze: a chi guarderete?
Trovo interessante l’appello della sinistra riformista e di governo di Pisapia. Sicuramente con loro apriremo un dialogo. E sicuramente guarderemo verso il centro. Speravo di mettere da parte la Prima Repubblica, ma così non è stato.
Il ritorno dell’Ulivo?
Il Pd ha tratto in sé l’anima dell’Ulivo, che è stata un’esperienza straordinaria, legata a un particolare momento storico.
il manifesto 11.12.16
L’esercito dei cloni, reclutato nelle consultazioni parallele a palazzo Chigi
di Andrea Colombo

Ministri: chi entra, chi esce, chi balla. Niente esteri per Fassino, scalzato dalla segretaria generale della Farnesina, Belloni. Boschi potrebbe tenere rapporti col parlamento e pari opportunità, ma storce il naso
Trattandosi di Matteo Renzi, ragazzo di play-station cresciuto a pane e Star Wars, e con spiccate fantasie imperiali, non stupisce che sia un “governo dei cloni”, quello definito nella girandola di incontri di ieri e di venerdì a palazzo Chigi, con rara mancanza di senso dell’opportunità istituzionale.
Il futuro premier, Paolo Gentiloni, è stato scelto proprio perché considerato il più simile a un clone del dimissionario (che per la verità sembra non sentirsi affatto tale). È probabile che, una volta a palazzo Chigi, le cose cambino. Ma di certo la scelta di don Matteo è stata dettata dalla convinzione di poter muover il suo successore come una specie di marionetta. Resta a palazzo Chigi il sottosegretario Luca Lotti, che clone di Renzi lo è da sempre. Manterrà il potere di nomina e forse anche la delega ai servizi segreti. Meno certa la presenza della ministra travolta dalle urne, Maria Elena Boschi. Mattarella aveva detto chiaramente che una ministra per le Riforme senza riforme non si poteva neppure proporre. Poco male: restano le Pari opportunità e i Rapporti con il Parlamento, ma a recalcitrare adesso è la regina: converrà accettare un ministero di seconda fila dopo aver regnato?
La principale casella vacante è quella degli Esteri. Per un po’ palazzo Chigi ha puntato su Piero Fassino, ma l’ex sindaco di Torino è troppo vicino al nemico-amico Dario Franceschini. Per depotenziare un esecutivo che prima va a casa meglio è Renzi propone dunque la segretaria generale della Farnesina, Elena Belloni: uno schiaffo a Mattarella e al governo «nel pieno delle sue funzioni». Ove mai l’idea dovesse rivelarsi azzardata sarebbe pronto un altro clone, il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda, ma Renzi è tanto entusiasta della sua scelta che difficilmente ci ripenserà.
Resterà al suo posto anche Marianna Madia, come ricompensa per l’ottimo lavoro svolto con la riforma della Pubblica amministrazione affondata dalla Corte costituzionale. La brillante responsabile della Sanità Beatrice Lorenzin dovrà invece il mantenimento del suo dicastero a sant’Angelino Alfano. Renzi la avrebbe volentieri sostituita. Angelino ha minacciato di non votare la fiducia. Diparte invece la ministra dell’Istruzione Stefania Giannini, che in tre anni è riuscita a sollevare contro il governo l’intero mondo della scuola: discenti, docenti, personale vario e un bel po’ di genitori. Prenderà il suo posto un renziano doc, o clone che dir si voglia. Di chi si tratti è incerto, probabilmente si tratterà di Andrea Marcucci, già ventriloquo di Renzi a palazzo Madama. Più clone di lui impossibile trovarne.
Lascia anche il ministro Giuliano Poletti, che a sua volta vanta insuccessi storici come quel Jobs Act che non ha aiutato l’economia, è servito a poco in termini di posti di lavoro e in compenso ha falcidiato diritti peggio di un’alluvione. Non è per questo che lascia il ministero del Lavoro, figurarsi, ma per scelta personale. Lo sostituirà Teresa Bellanova, attualmente viceministra dello Sviluppo economico, che viene dalla Cgil e dunque la si può smerciare facilmente come apertura alla sinistra ma in realtà è renzianissima.
Il listone dei sottosegretari non è ancora stato definito: si può però scommettere che la nuova forza di maggioranza, la verdiniana Ala, saprà farsi valere. Il governo è quasi pronto. La sua composizione dimostra che a Renzi la mazzata del 4 dicembre non ha insegnato proprio niente.
Il Sole 11.12.16
Le due facce dei 1000 giorni
Il bilancio del governo Renzi
Si è preoccupato del consenso immediato più che del futuro del Paese
di Luca Ricolfi

Della politica economica del governo Renzi si possono dire molte cose, a seconda del punto di osservazione e a seconda delle proprie convinzioni. A me, ad esempio non sono piaciuti gli innumerevoli bonus e sussidi che sono stati distribuiti con l’evidente scopo di generare consenso elettorale, un punto su cui l’ex premier Mario Monti ha giustamente attirato l’attenzione al momento di spiegare il suo No al referendum costituzionale.
Al contrario, ho molto apprezzato alcune riduzioni del carico fiscale sui produttori, e persino un provvedimento da molti contestato come l’abolizione della tassa sulla prima casa.
E tuttavia, se vogliamo tentare un bilancio dei 1000 giorni del governo Renzi, la strada non può essere l’elenco più o meno salomonico delle tante cose buone e delle tante cose discutibili che ci sono passate sotto gli occhi nel triennio 2104-15-16. Un bilancio è fatto di addizioni e sottrazioni, ma soprattutto di pochi numeri fondamentali, che sintetizzano l’andamento di un’impresa, di un’istituzione, di un governo in un determinato arco di tempo. E in quest’ultimo caso, quello di un governo, i numeri essenziali sono quelli dei conti pubblici.
Ebbene, se facciamo questa operazione, il bilancio appare decisamente negativo. Nel triennio renziano, nonostante la stabilità dei prezzi, sono aumentate le entrate nominali della Pubblica amministrazione, è aumentata la spesa pubblica primaria, è aumentato lo stock del debito pubblico. Le cifre esatte sono incerte perché mancano i dati completi del 2016, e i numeri del 2017 sono ovviamente ipotetici. Ma resta il fatto che, comunque si facciano i calcoli, i segni sono quelli: un po’ più di tasse, un po’ più di spese, un po’ più di debito. Pur avendo ridotto molte imposte e tagliato molte spese, il governo non è riuscito a resistere alla tentazione di aumentare altre entrate (ad esempio quelle che pesano sul risparmio) e inventare nuove spese (alcune sacrosante, altre di natura elettorale). Di qui il paradosso per cui, a fronte di innumerevoli (e sbandieratissimi) tagli di imposte e di spese, il peso della Pubblica amministrazione sull’economia è rimasto ai livelli altissimi che aveva toccato ai tempi dei governi precedenti. L’attesa di una riduzione del perimetro della Pubblica Amministrazione, che liberasse risorse per il settore privato, è andata sostanzialmente delusa.
Fin qui credo che i critici abbiano ragioni da vendere. Alcuni di essi, tuttavia, si spingono decisamente più in là, e arrivano a tracciare un quadro apocalittico dell’Italia che esce da tre anni di governo Renzi. Ho sentito con le mie orecchie, in televisione, leader del fronte del No parlare di impoverimento, di aumento della disoccupazione, di un’Italia che uscirebbe stremata dalle politiche degli ultimi anni.
Questa diagnosi è radicalmente sbagliata, e soprattutto è incompatibile con la prima, quella che sottolinea il deterioramento dei conti pubblici. Proprio perché ha puntato su politiche espansive, il governo Renzi ha prodotto sia un peggioramento dei conti pubblici (circa 100 miliardi di debito in più) sia un alleggerimento dei bilanci privati, innanzitutto familiari. Il potere di acquisto delle famiglie è aumentato di oltre il 3%; le famiglie in grado di risparmiare sono passate dal 17,2% del totale al 24,4%; le famiglie in difficoltà, che alla fine del mese devono fare debiti o attingere ai risparmi, sono praticamente dimezzate: erano il 30,2% nel bimestre gennaio-febbraio 2014, sono scese al 17,4% nel bimestre novembre-dicembre di quest’anno. Detto un po’ crudamente, l’essenza della politica del governo uscente è stata di dare un po’ di ossigeno a famiglie e imprese attraverso un ulteriore deterioramento dei conti pubblici. Un indirizzo che trova un preciso riscontro in un altro numero sintetico, quello dell’andamento del Pil: nei 1.000 giorni del governo Renzi il Pil è cresciuto di circa l’1,8%, più o meno la metà dell’aumento del reddito disponibile in termini reali. Lo scarto è stato pagato con più debito pubblico e, temo, ci costerà un aumento degli interessi sul debito, del resto segnalato da tempo dall’aumento degli spread con la Germania e con la Spagna.
Perché le cose sono andate così?
La risposta maliziosa è che, come molti (non tutti) i suoi predecessori Renzi si è preoccupato del consenso immediato più che del futuro del Paese. Ma c’è anche un’altra risposta, meno maliziosa e forse più inquietante. Renzi e il suo ministro dell’Economia hanno voluto credere in una teoria che promette di conciliare le esigenze del presente con quelle del futuro, e proprio per questo gode della massima considerazione fra i politici. Detta in due parole, la teoria dice: la spesa in deficit è la scintilla che può far ripartire il motore della crescita, che a sua volta permetterà di ridurre il debito.
Credo sia venuto il momento di prendere atto che la teoria non ha funzionato, e che la scommessa basata su di essa è stata perduta. Se non fosse così, l’Italia non sarebbe in stagnazione, e non continuerebbe a occupare le ultimissime posizioni in Europa quanto a crescita del Pil.
Forse, prima di intestardirsi con ulteriori iniezioni di denaro preso a prestito dai mercati finanziari, varrebbe la pena guardarsi intorno e riflettere sulle esperienze degli altri Paesi europei. Che mostrano una realtà tanto nitida quanto difficile da digerire per la politica: nel quinquennio 2010-2015 (l’ultimo per cui si hanno dati completi) quel che ha fatto la differenza fra Paesi che crescono e Paesi che ristagnano è innanzitutto la capacità dei governi di ridurre l’interposizione pubblica. Il tasso di crescita medio dei Paesi che l’hanno ridotta è stato del 2,5%, quello dei Paesi che (come l’Italia) l’hanno aumentata è stato dello 0,4%. Uno scarto di circa 2 punti che sussiste comunque, sia per i Paesi dell’Eurozona sia per i quelli che ne stanno fuori, sia per i Paesi europei più ricchi sia per quelli meno ricchi.
Che questo fosse il nodo, sembrava pensarlo lo stesso Renzi, che all’inizio della sua avventura prometteva drastiche riduzioni delle tasse e delle spese. C’è da augurarsi che, chiunque sieda a Palazzo Chigi in futuro, capisca che quelle promesse avevano un senso e, purtroppo, attendono ancora di essere realizzate.
La Stampa 11.12.16
Lo sfogo di Renzi: ho perso la fiducia dei giovani
Lavorerò su di loro e sul web
La conversazione con Gramellini: “Non mi faccio incastrare Mi ricandido alla segreteria sfidando D’Alema o chi metterà lui”
di Jacopo Iacoboni

Una delle riflessioni che sta facendo Matteo Renzi in queste ore dopo la vittoria del No al referendum, e le sue dimissioni da premier, è semplice e difficilmente confutabile dati alla mano: ho perso perché ho perso la fiducia del voto dei giovani.
Ed è su questo terreno - ragiona - che m'impegnerò da oggi in avanti, fino alle elezioni, in qualunque momento ci saranno. Ricostruire comunità, riconquistare i giovani. Puntando anche molto sul web, come spiegheremo meglio più avanti.
Proprio lui, l’ex rottamatore, che comparve sulla scena scompaginando un apparato Pd stantìo, ha poi totalmente perso freschezza, la guasconeria che l’aveva fatto sembrare così esterno al Palazzo, e così in grado di sintonizzarsi con una generazione nuova di italiani, s’è presto mutata nella percezione in arroganza. È stata una nemesi impressionante che Renzi finisse con l’essere identificato, a torto o a ragione (o, come spesso accade nella vita, in un mix di entrambe le cose), col simbolo di quella Casta che doveva combattere. Ma è andata così, è un fatto.
La riflessione renziana sui giovani l’ha raccontata ieri in tv Massimo Gramellini durante “Le parole della settimana”, riferendo di uno scambio al telefono, non un’intervista, semmai più un flusso di pensieri, con il presidente del Consiglio dimissionario. Seduto su uno sgabellino con accanto Serena Dandini e Fabio Volo, Gramellini ha raccontato alcune valutazioni interessanti, che vale la pena di riferire.
Innanzitutto Renzi rivendica di avere lasciato la poltrona con stile, pur avendo ancora in Parlamento una maggioranza, e di esserci rimasto male nel vedere politici ed editorialisti che maramaldeggiano in tv, invitarlo a tornarsene a casa. Uno spettacolo, possiamo aggiungere, del tutto italiano, che colpisce sempre il potente in difficoltà, e tanto più quanto più il potente è (stato) forte (corollario: i primi ad accoltellare sono di solito personaggi dal potente beneficiati).
Contrariamente a quanto uno potrebbe credere, Renzi non è pentito di essersi lanciato nell’avventura del referendum - cosa che s’è rivelata fatale anche per la sua promessa di lasciare in caso di sconfitta. Negli ultimi giorni prima del voto l’allora premier aveva più volte ammesso l’errore di aver personalizzato la consultazione sulla riforma costituzionale, ma è anche vero che ogni volta che l’ammetteva gli tornavano a chiedere cosa avrebbe fatto in caso di sconfitta: insomma, s’è impiccato a una sua stessa frase.
Eppure, è il ragionamento di Renzi, il mio errore più grosso è stata la riforma della scuola: non è riuscita come avrebbe voluto. Mentre il referendum a suo dire è stata una battaglia giusta perché le riforme erano necessarie, e lo dimostra la vicenda del Monte dei Paschi; Renzi di questo è totalmente convinto (la Bce proprio ieri l’altro ha negato qualsiasi proroga per la ricapitalizzazione, e dunque i 5 miliardi andranno trovati, probabilmente con l’aiuto dello Stato).
Sostiene il segretario del Pd che ci si è trovati, con la vittoria del No, in una situazione kafkiana: i senatori hanno votato la propria abolizione e sono stati rimessi in sella dai cittadini che li detestano. Scherzando, ha aggiunto: quando torno al governo, la prima cosa che faccio sarà nominare il Cnel, quello che non mi hanno fatto abolire. Scherzando ma chissà fino a che punto, si potrebbe chiosare: il «rimettersi in cammino» allude chiaramente a una rivincita, che però va costruita un po’ da lontano, e con un Pd non esattamente suo complice. Almeno, non tutto.
Renzi ha consegnato a Gramellini alcune riflessioni anche sugli aspetti più formali della crisi di governo che in queste ore il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dovuto dipanare, sul ruolo del Pd, ma anche su quello del suo leader. Molti suoi nemici hanno ipotizzato che il passo indietro fosse solo di facciata, o che Renzi si fosse dimesso nella speranza di restare lui dimissionario fino al voto, oppure con l’idea di accettare una plausibile ipotesi di reincarico. Gramellini ha raccontato invece di un premier uscente determinato: non mi faccio incastrare, gli ha detto. Do la campanella con un sorriso al mio successore, sia Gentiloni, Padoan, Godzilla o Jack lo Squartatore. Poi me ne torno cittadino tra i cittadini, senza stipendio né vitalizio. E mentre il nuovo governo Renzi senza Renzi governa, lui si ricandida alla segreteria del Pd, dove sfiderà D’Alema o l’uomo che lui gli metterà contro. Vinco e sparisco da Roma, ha spiegato Renzi, girando l’Italia fino alle elezioni politiche e allargando la squadra, come tutti mi avete chiesto.
Renzi è convinto di avere con sé circa un terzo degli italiani: che non sarebbe poco - anche se non è esattamente il 40 per cento dei voti per il Sì che alcuni renziani, troppo ottimisticamente, s'intestano, ma è una base su cui impostare una rivincita. Nello scambio telefonico riportato ieri su Raitre, il discorso è andato a cadere inevitabilmente sui giovani, anzi, sull’accoppiata giovani più Internet (e social network). Renzi ha detto a Gramellini di avere perso il voto giovanile perché il Pd è assente dal web, e dunque lui nei prossimi mesi dedicherà tutte le sue energie a ricostruire una comunità digitale.
Non sarà facile, si può aggiungere, senza mettere a fuoco anche cosa si vuole dire; e quanta cattiveria si è disposti a sprigionare nello spazio cyber, che non è più solo terra di promesse.
La Stampa 11.12.16
Inseguendo il modello tedesco
Così nelle fabbriche italiane cambia il contratto collettivo
Sempre più frequente il ricorso ai giudici “Sono entrati in crisi gli accordi nazionali”
di Alessandro Barbera

Metalmeccanici che diventano artigiani. Dipendenti di supermarket fuori dal settore del commercio e imprese edili che invece ci rientrano. Sindacati improvvisati per la firma di un contratto, aziende e lavoratori disinteressati a farsi rappresentare. Qual è la mappa del lavoro in Italia oggi?
Al netto dei proclami sindacali sull’importanza del contratto nazionale, sempre più imprese e lavoratori preferiscono farne a meno. Il caso Fiat, uscita da Confindustria per avere più libertà nell’organizzazione dei suoi stabilimenti ed esempio di successo per chi crede in regole diverse, è solo la punta dell’iceberg di un sistema di relazioni industriali che cambia rapidamente.
Nell’ultima legge di bilancio il governo ha deciso di incentivare sempre più la firma dei contratti aziendali: chi lo farà pagherà per la quota di salario variabile il dieci per cento di imposte fino a quattromila euro, il doppio di quanto in vigore. Il principio di fondo è quello di migliorare salari e produttività in un mercato che fatica a migliorare gli uni e gli altri. Il caso tedesco è significativo: dopo la riunificazione la Germania Est somigliava in tutto e per tutto al Mezzogiorno. Dal 2001 in poi l’accordo fra governo e sindacati ha creato le condizioni per quello che oggi è un sistema in piena occupazione e nel quale le retribuzioni sono nettamente più alte della media italiana. Anche in Italia governo e sindacati hanno firmato accordi in questo senso, l’ultimo risale a due anni fa. Ma la disoccupazione resta inchiodata all’11,6 per cento: evidentemente non basta. Le sentenze dei tribunali del lavoro non possono essere esaustive del problema, ma aiutano a capire il fenomeno. Prendiamo quella del Tribunale del lavoro di Napoli, 28 luglio 2015: un’agenzia assicurativa si sgancia dalla sua rappresentanza nazionale - «l’Associazione delle compagnie assicurative» - per aderire alla «Associazione degli agenti di compagnie di assicurazione». Disdetta il contratto nazionale, stipula il nuovo contratto con sindacati diversi da Cgil, Cisl e Uil a condizioni peggiorative. La Cgil chiede al giudice la condanna per comportamento antisindacale, che viene respinta. Il giudice spiega che «allineare il trattamento economico dei lavoratori verso il basso costituisce un fattore di distorsione della concorrenza» ma ammette che non si può imporre «l’estensione autoritativa della contrattazione collettiva».
Oggi l’accordo firmato fra Confindustria e sindacati dice che i contratti nazionali possano derogare a pressoché tutte le condizioni degli accordi collettivi, salvo che modificare la struttura della retribuzione. «Ma ciò significa anche impedire la modifica degli inquadramenti, e questo è un punto decisivo», evidenzia il giuslavorista Pietro Ichino. C’è un problema ulteriore che contribuisce ad alimentare l’incertezza: la mai risolta questione della rappresentanza sindacale. Sembrerà incredibile, ma a quasi settant’anni dalla sua introduzione, ancora oggi il quarto comma dell’articolo 39 della Costituzione resta inapplicato. «I sindacati possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie». Spiega Maurizio Del Conte, giuslavorista come Ichino e presidente dell’Anpal: «Da anni Confindustria e sindacati cercano di mettersi d’accordo per regolare una volta per tutte il problema dei due livelli. Ma ciò presupporrebbe che si decida chi rappresenta dove. Poiché la legge non dice cosa sia esattamente un contratto nazionale, ciascuno si organizza come crede e nascono piccole associazioni di categoria». Un fenomeno che «sta creando problemi più a Confindustria che ai sindacati».
Dice il segretario confederale Cisl Gigi Petteni: «Ormai prima si firma il contratto e poi ci si organizza in associazione. La rappresentanza si sta polverizzando. Il risultato è che all’interno di singole imprese si trovano decine di contratti. Ora, una cosa è applicare ai dipendenti delle pulizie il contratto delle pulizie. Altra cosa è trovarsi di fronte a cinque contratti diversi dentro un cantiere edile». Sindacati e Confindustria discutono di modello contrattuale da anni, e da anni cercano un accordo senza ricorrere ad una legge, come invece accaduto in Francia. Ma i sindacati non sono sulla stessa linea: la Cgil - sostenuta da un pezzo di Confindustria - tiene il punto sulla prevalenza del contratto nazionale, Cisl e Uil spingono perché prevalga il livello territoriale. Il governo - quello di Renzi è solo l’ultimo - promette che in caso di mancato accordo sarebbe intervenuto per legge, ma finora così non è stato. «Se non si risolve il problema della rappresentanza il contratto aziendale non servirà più a completare quello nazionale ma finirà per confliggere», sottolinea il responsabile economia Pd Filippo Taddei. «Qualunque sarà il nuovo governo occorrerà affrontare una volta per tutte questo problema». Di esempi di aziende che si sono risolte il problema da sole trovando ascolto nei giudici del lavoro ce ne sono centinaia. Dalla disapplicazione del contratto dei metalmeccanici da parte della Ericcson allo scontro fra la grande distribuzione e Confcommercio. C’è chi - come a Treviso - cerca soluzioni alternative applicando i benefici dei contratti aziendali alle aziende più piccole escluse dalla legge. Ichino è netto: «Il primo a pagare un prezzo a questo stato di cose è il Sud. Lo dimostra il fatto che lì sono pochissime le aziende iscritte a Confindustria, e la ragione è che solo poche imprese sono in grado di garantire i minimi contrattuali che al Nord risultano normali».
La Stampa 11.12.16
Effetto Jobs Act, crescono i licenziamenti disciplinari
Aumento del 28% nei primi otto mesi del 2016. E c’è anche chi ha perso il posto mentre era in malattia o per contestazioni senza prove
Referendum. La Cgil ha depositato le firme in Cassazione per ripristinare l’articolo 18, cancellare i voucher, ristabilire la responsabilità in solido di appaltatore e appaltante per violazioni verso il lavoratore
di Giacomo Galeazzi

Da un anno e mezzo, dal marzo 2015, il Jobs Act sta ridisegnando i rapporti di lavoro in Italia. Tra gli effetti rilevati dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps, l’innalzamento dei licenziamenti disciplinari (+ 28% nei primi 8 mesi del 2016). Per capire se sia una conseguenza inevitabile della riforma, La Stampa ha messo a confronto storie di lavoratori che quest’anno hanno perso il posto con esperienze sul campo di consulenti, avvocati, economisti ed imprese.
«Il Jobs Act rappresenta un forte deterrente nelle relazioni aziendali e ciò ha indubbiamente provocato un cambio di paradigma - spiega l’avvocato Giorgio De Stefani che da trent’anni a Roma offre assistenza legale civile anche nel diritto del lavoro -. Con l’introduzione delle nuove norme, nel mondo del lavoro è mutato il clima psicologico-culturale. Soprattutto in aziende medio-grandi in crisi, nelle situazioni nelle quali prima si soprassedeva o si cercava una mediazione, adesso il datore di lavoro è più portato ad andare per le spicce perché dispone dello strumento tecnico per poterlo fare. Si tollera di meno, specie se non c’è un rapporto di conoscenza col dipendente».
Così crescono soprattutto i licenziamenti individuali per ragioni disciplinari, proprio quelli cioè sui quali è intervenuto il Jobs Act con il contratto a tutele crescenti. E per i nuovi assunti niente reintegra nel posto di lavoro in caso di ingiusto licenziamento. «L’aumento registrato dall’Inps non è dovuto tanto alla legge in sé, quanto all’abuso che ne viene fatto», sottolinea la consulente del lavoro Monica Melani. In un anno i licenziamenti per giusta causa e giustificato motivo soggettivo sono passati da 36.048 a 46.255, con un aumento appunto del 28%. Intanto i sindacati ricevono molte richieste di aiuto e i tribunali si riempiono di ricorsi.
Dimissioni imposte
Tra questi casi c’è quello di Domenico Rossi, che per 35 anni ha lavorato come ausiliare alle vendite e cassiere al supermercato Carrefour di via XXI settembre, nel centro di Roma. Mai richiami, contestazioni o situazioni di conflitto fino allo scorso 3 giugno, quando è stato licenziato. Secondo l’azienda «è stato sorpreso, con merce non regolarmente acquistata, nell’atto di lasciare il punto vendita». Eppure, racconta Rossi, «quando i poliziotti hanno visionate le immagini delle telecamere interne, non hanno trovate niente di irregolare». Infatti, aggiunge, «come facciamo sempre noi dipendenti, ero passato dietro le casse per evitare la coda dei clienti, ho pagato tutto e alla vigilanza che mi ha fermato ho mostrato lo scontrino della spesa che avevo nella busta». Continua: «Mi hanno perquisito e lasciato in piedi per due ore davanti ai clienti che passavano, poi mi hanno ripetuto più volte che l’unica cosa che mi restava da fare era presentare immediatamente le mie dimissioni per non andare incontro a conseguenze peggiori. Possono fare una cosa del genere?».
L’azienda gli contesta di aver abbandonato nel supermercato confezioni di cibo aperto e di non aver pagato due prodotti. Carrefour assicura di non licenziare con leggerezza (visti i «risvolti sulla vita delle persone») e che contro Domenico Rossi ci si è basati «esclusivamente su quanto comprovato dalle risultanze aziendali». Situazioni che ripetono analoghe in tutta Italia. «Non vengono spalancate indiscriminatamente le porte d’uscita, né si assiste a esodi di massa, ma senza lo spauracchio della reintegra molte aziende medie e grandi si arrischiano in licenziamenti che prima del Jobs Act avrebbero evitato» afferma Giovanni Guizzardi, consigliere dell’ordine dei consulenti del lavoro di Bologna. Il cinquantenne Antonio Ettore Ambrosini per 28 anni ha lavorato come cameriere ai piani e poi come maitre d’hotel in uno storico albergo di Roma, il Victoria, a due passi da via Veneto. In seguito alla separazione della moglie nel 2011 aveva usufruito di 6 mesi di aspettativa non retribuita per un esaurimento nervoso. «Tornato in servizio non ho più avuto problemi finché, nell’ultimo periodo, il nuovo direttore dell’hotel mi ha preso di mira rimproverandomi pubblicamente per qualunque cosa, anche per come disponevo le tazze sui tavoli della prima colazione - ricostruisce Ambrosini -. Per il continuo stato di stress e di ansia ho avuto un collasso sul lavoro e sono stato soccorso da un’ambulanza». Ad agosto è stato «licenziato e liquidato con il Tfr e con due buste paga da 1400 euro: l’azienda sostiene di avere testimoni per dimostrare che sono stato trovato ubriaco in servizio e che mi sono addormentato mentre aspettavo le ordinazioni ai piani». Ma «non è vero», protesta, «dovevano tagliare il personale e le spese, così sono finito io nel mirino».
Aria più pesante nelle ditte
Il manager dell’hotel, Filippo Guzzardi oppone un «no comment» alla richiesta di un chiarimento sulla vicenda. «Rossi è accusato di furto e Ambrosini di ubriachezza in servizio: mancanze gravi se accertate, ma in entrambi i casi i datori di lavoro sembrano avere prove piuttosto labili», osserva l’economista Giuliano Cazzola, tra i massimi esperti di lavoro e previdenza: «Nel Jobs Act c’è uno scambio tra contratti più stabili e minore rigidità nella risoluzione del rapporto di lavoro - evidenzia Cazzola, che ha insegnato all’università di Bologna ed è stato vicepresidente della commissione lavoro della Camera -. Finora i giudici sono stati di manica larga anche di fronte a responsabilità vere dei lavoratori». Ambrosini ha gli occhi lucidi e si commuove: «Ora tiro avanti con il trattamento di fine rapporto che mi stanno pagando in tre tranche, ho sempre pagato gli alimenti per mia figlia - scuote la testa. Mi hanno tolto il lavoro, la dignità. Al momento della contestazione mi sono sentito male e sono stato licenziato durante malattia, cosa che non si può fare. L’azienda sostiene che il licenziamento per giusta causa supera anche il divieto di cacciare un lavoratore mentre è malato».
È cambiata l’aria o è solo più pesante? «Nelle riorganizzazioni dovute alla crisi, i margini di sopportazione delle aziende sono ormai all’osso - testimonia Paolo Stern, coordinatore del Centro studi dei consulenti del lavoro di Roma -. La ripresa c’è solo in alcuni segmenti imprenditoriali ed è a macchia di leopardo. Prima nella ditte c’erano dei “tesoretti” con cui si potevano ripianare le inefficienze, oggi no». Perciò «in situazioni di sofferenza, se si incrina un rapporto di fiducia con un dipendente, il datore di lavoro è spinto a rischiare il giudizio dei magistrati pur di recuperare efficienza liberandosi di chi è poco produttivo - chiarisce Stern -. Prima si poteva ovviare con margini più alti, adesso mancano i mezzi per farlo». Un quadro allarmante «non direttamente imputabile al Jobs Act», accade lo stesso «nella rinegoziazione dei contratti di consulenza e per la fornitura servizio». Insomma, quando si tratta di occupazione, mal comune non fa mezzo gaudio.
Repubblica 11.12.16
Banche, la tempesta perfetta
di Massimo Giannini

LA “BOMBA a grappolo” delle banche minaccia di mietere molte vittime, dentro e fuori dal Palazzo. Non solo presidenti del Consiglio o ministri uscenti (dei quali ci importa fino a un certo punto). Ma soprattutto risparmiatori e obbligazionisti (dei quali invece ci importa moltissimo). «Risolveremo la questione bancaria dopo il referendum, l’Italia è un Paese solido», aveva promesso Renzi dieci giorni fa, nell’ultimo videoforum a Repubblica Tv. Il 3 settembre, a Cernobbio, ai grandi del pianeta aveva garantito il contrario: «Risolveremo tutto prima del 4 dicembre ».
Ora, a “risolvere tutto” sul serio, ci ha pensato la Bce. Non si conoscono le ragioni che hanno spinto l’Eurotower a negare la proroga chiesta dal Montepaschi per completare la ricapitalizzazione di 5 miliardi. Né quelle che hanno indotto la Vigilanza guidata dalla francese Nouy a tacere, dando inopinatamente in pasto ai mercati una semplice indiscrezione della Reuter.
Ma si conoscono gli effetti di questo diniego. Il salvataggio della banca più antica del mondo ora tocca allo Stato italiano, che a Siena interviene per la terza volta in sei anni (dopo i Tremonti Bond del 2010 e i Monti Bond del 2012). Il decreto salva-Mps sarà dunque il primo atto del governo entrante. A dispetto delle malriposte speranze del vertice di Rocca Salimbeni su una “soluzione privata”, senza denaro pubblico la banca fallisce, portandosi dietro un’altra decina di istituti e trascinando nel baratro l’intero Paese.
Almeno, nelle due precedenti occasioni, Montepaschi ha restituito all’Erario i circa 8 miliardi avuto “in prestito”. Stavolta, vista la gravità della situazione, le prospettive sono più incerte. Ma che questa fosse la fine della storia non era prevedibile: era scontato. Forse solo l’ex premier, stupito dal “plebiscito al contrario” di domenica scorsa, immaginava un esito diverso. È stato il suo errore più grave: scommettere su un salvataggio “di mercato” che fin dall’inizio appariva azzardato. E soprattutto giocarsi quella scommessa al tavolo della partita referendaria.
Possiamo cercare capri espiatori in giro per il mondo. Possiamo prendercela con i perfidi diktat di Francoforte e con le regole capestro di Bruxelles. Abbiamo qualche buona ragione per farlo. Ma resta un fatto, incontrovertibile, che riguarda noi e nessun altro. L’intera politica creditizia del governo è stata deludente. La gestione della direttiva europea sul “bail in”, con il costo dei salvataggi bancari scaricato sugli azionisti e gli obbligazionisti subordinati, è avvenuta senza alcuna discussione pubblica, che avrebbe aiutato a capire meglio la portata dei cambiamenti in arrivo. Il decreto che ne ha recepito i principi nel novembre 2015, calandoli come una mannaia sulla carne viva degli ignari clienti di Banca Etruria-Marche-Cariferrara- Carichieti, è stato uno shock per il mondo del risparmio. Costato inchieste, proteste e persino un suicidio (colpevolmente ignorato dal potere).
Oggi i rimborsi “automatici” liquidati sono solo 20 (su 130 mila risparmiatori), mentre di quelli arbitrali non ne è stato definito neanche uno. E se nella Toscana del Giglio Magico, che ha votato compatta per il Sì al referendum, uno dei pochi comuni dove ha vinto il No è stato proprio Laterina, dove risiede Maria Elena Boschi e il suo papà Pierluigi, indagato per il dissesto di Etruria, qualche spiegazione deve pur esserci.
La gestione del dossier Mps è stata ancora più avventurosa. Il 22 gennaio, a “Porta a porta”, Renzi annunciava: «Mps è risanato, investire è un affare »: da allora i titoli hanno perso il 70%. Il 6 luglio, a Palazzo Chigi, il premier riceveva il “ceo” di Jp Morgan, Jamie Dimon e gli affidava chiavi in mano l’aumento di capitale da 5 miliardi, in cambio di una maxi-commissione da 450 milioni. Il 7 settembre, da via XX Settembre, il ministro Padoan ordinava al cda, in nome del presidente del Consiglio, di cacciare l’amministratore delegato Viola e di sostituirlo con Marco Morelli.
Il piano Jp Morgan non è mai decollato (gli emiri del Qatar e i fondi di Soros sono rimasti in finestra). Ed è stato costellato da operazioni malfatte e omissioni sospette. Al primo tipo appartiene la conversione dei bond in azioni, spacciata per “volontaria” ma imposta agli investitori istituzionali, pena “l’applicazione immediata del bail in” o la sicura cessazione della “continuità aziendale”. Al secondo tipo appartiene il decreto sul salvataggio pubblico, che secondo la puntuale ricostruzione di Andrea Greco (non smentita) «era pronto da sei mesi, ma Renzi e la Boschi lo bloccavano». Così come da giugno avevano bloccato il piano di “ricapitalizzazione precauzionale” messa a punto da Viola, coerente con la normativa Ue che consente l’intervento pubblico “temporaneo” in caso di “rischio sistemico”.
Fermare la mano pubblica, anche in presenza di un compromesso che allora la Commissione europea avrebbe accettato, si è rivelato uno sbaglio fatale. Renzi non ha voluto azionare le leve del Tesoro per due motivi. Il primo: evitare l’accusa, già bruciante su Etruria, di salvare le banche e non i clienti. Il secondo: lasciare che sul mercato finanziario, e su quello elettorale, la paura crescente di un default a catena delle banche, come effetto di una vittoria del No al referendum, facesse da spinta propulsiva per il Sì (vedi il “fumogeno” lanciato dal “ Financial Times”, a una settimana dal 4 dicembre). Alla fine, anche questo è stato un azzardo. L’incubo default non è bastato a far passare la riforma costituzionale. E Mps andrà salvata comunque con i soldi dei contribuenti (mettendo rigorosamente al riparo i circa 40 mila piccoli obbligazionisti). Ma tutto questo avverrà in assoluta emergenza, dunque nelle condizioni peggiori. E con il rischio che adesso, visto che in Italia finisce sempre per pagare Pantalone, si fatichi ancora di più a trovare chi investe capitali non tanto su Unicredit (che resta comunque una grande banca internazionale) quanto sulle due venete Popolare di Vicenza e Veneto Banca (che il fondo Atlante 2, con le sue sole risorse, non può certo sostenere).
La crisi politica e la crisi bancaria hanno finito per sovrapporsi. La tempesta perfetta, che si doveva e si poteva evitare.
il manifesto 11.12.16
Il voto ha indicato una rotta, attrezziamoci a una lunga marcia
Il No deve essere interpretato come la volontà di riaffermare i principi della Costituzione, determinazione espressa con uno spirito tutt’altro che conservatore
di Gaetano Azzariti
di Libertà e Giustizia, professore ordinario di "Diritto costituzionale" presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Roma “La Sapienza”

Abbiamo evitato il peggio. E ora? Nessuno si illuda, la strada è ancora in salita. Se non vogliamo cadere non possiamo star fermi, dobbiamo continuare ad arrampicarci. Soprattutto evitiamo d’inciampare. Non lasciamo che una nobile e non scontata vittoria della democrazia costituzionale, da noi così faticosamente costruita, sia ricondotta alle miserie della cronaca, per poi svanire nel nulla. Il rischio è di ritrovarci, tra qualche anno, ancora sotto assedio, di nuovo a difendere i principi costituzionali da un sistema politico che da tempo si mostra insofferente ai limiti che le leggi supreme pongono ai sovrani di turno.
I primi commenti, dopo il referendum, sono tutti orientati a valutare le ripercussioni politiche immediate; concentrati sulla crisi di governo, sui nuovi equilibri all’interno delle diverse forze politiche, sul futuro personale di Renzi. Molti partiti cercano di cavalcare la vittoria, per ottenere un successo fulmineo, andando alle elezioni. Persino il partito responsabile della débâcle referendaria tenta di risorgere dalle ceneri, mettendosi il più rapidamente possibile alle spalle la questione della costituzione e della sua riforma, per ripresentarsi agli elettori come se nulla fosse accaduto.
C’è un gran bisogno di qualcuno che guardi più in là se si vuol far sì che il referendum abbia un seguito non effimero. Una decisione popolare sulla costituzione deve intervenire sul corso della storia politica e sociale di questo paese che da oltre vent’anni arretra: può legittimare un cambiamento radicale. Arrestare il lungo regresso, è questo il compito ampio, ambizioso, ma ineludibile, che la cesura espressa dal voto popolare ci affida. Un’impresa che non può essere semplicemente delegata ai partiti, perlopiù screditati e compromessi; un obiettivo che non può essere barattato neppure con la vittoria alle prossime elezioni.
Sarebbe probabilmente una vittoria di Pirro, che condannerebbe comunque i vincitori ad operare entro un sistema istituzionale e culturale compromesso a tal punto da rendere assai probabile il fallimento. Inutile nasconderlo: dobbiamo attrezzarci ad una lunga marcia.
Per cambiare finalmente strada, muovendosi nella giusta direzione, bisogna anzitutto comprendere il senso profondo del voto che si è espresso contro la riforma Renzi-Boschi. Esso deve essere interpretato come la volontà di riaffermare i principi della costituzione, determinazione espressa con uno spirito tutt’altro che conservatore. Solo la retorica del potere poteva far credere che si era contro questa riforma perché soddisfatti dello stato di cose presenti. Nessuno ha difeso l’odierno bicameralismo agonico, né l’attuale regionalismo caotico, in caso s’è compreso che la riforma avrebbe peggiorato la crisi. Il rifiuto ha riguardato la pretesa di accentrare il potere, contrapponendo un’altra idea di costituzione. Un voto arrabbiato, in caso, ma non certo arreso. Tant’è che contro la riforma si sono espressi soprattutto i più giovani e i meno abbienti, da sempre il motore del cambiamento. Ma – si potrebbe replicare – anche i fautori della riforma intendevano «cambiare».
È vero: la riforma avrebbe indubbiamente prodotto una profonda trasformazione dell’assetto istituzionale definito in costituzione. Dunque, a ben vedere, si sono scontrati due diversi modi di intendere il rapporto tra governanti e governati, diverse visioni di democrazia costituzionale. Da un lato, coloro che ritengono essenziale semplificare la complessità sociale e rendere autoreferenziale il sistema politico e le istituzioni rappresentative (seguendo il modello classico della democrazia d’investitura), dall’altro chi crede si debba estendere la partecipazione e legittimare i conflitti sociali, rendendo le istituzioni rappresentative il luogo della composizione e del compromesso politico (secondo un diverso e altrettanto tipico modello di democrazia pluralista e conflittuale). La prima prospettiva è quella perseguita negli ultimi vent’anni non solo in Italia. La seconda ha vinto il referendum.
Entro questo secondo schema dovremmo dunque lavorare, non sarà facile dare forma e sostanza al modello indicato. D’altronde, non può pretendersi che il rifiuto del 4 dicembre si trasformi come d’incanto in un progetto costituzionale inverato. Sta a noi costruirlo. Un viatico però c’è, ed è la costituzione, che non a caso esprime proprio quel certo modello di democrazia pluralista e conflittuale che da tempo si vuole sterilizzare. Sono dunque i suoi principi che ci indicano la rotta. Tutti coloro che in questi anni si sono adoperati per favorire un cambiamento contro la costituzione avranno difficoltà a comprendere che essa possa oggi rappresentare la leva della trasformazione radicale della realtà. Ma non può invece stupire chi conosce la forza prescrittiva (“rivoluzionaria”) che i testi costituzionali hanno espresso nella storia. E che ancora possono dispiegare.
Certo per impegnarsi in questa direzione diventa necessario recuperare una solida cultura costituzionale. Essa sembrava essere scomparsa, affogata nella retorica del revisionismo costituzionale dominante. E invece l’abbiamo ritrovata – anche con qualche meraviglia – nei tanti incontri che hanno caratterizzato questa lunga, interminabile campagna referendaria. In fondo un merito grande dobbiamo riconoscerlo ai nostri improvvidi revisionisti. Grazie a loro di costituzione abbiamo discusso per mesi e il popolo ha risposto non solo nelle urne, ma anche nelle piazze. In giro per l’Italia sono sorti comitati, si sono impegnati in riflessioni, né facili né consuete, gruppi sociali, associazioni, singoli individui. Una riscoperta del valore della costituzione c’è stata.
Se questo è il quadro, qual è l’agenda? Quali, in concreto, le rivendicazioni possibili? Quali i cambiamenti pretesi? Non è difficile indicarli, anzi lo abbiamo già fatto in tutti i nostri incontri prima del referendum.
La riforma sepolta voleva ridurre ulteriormente l’autonomia e il ruolo costituzionale del parlamento a favore di una idea distorta e impropria di stabilità dei governi. Noi abbiamo rilevato la necessità di recuperare la centralità dell’organo della rappresentanza politica e quella delle persone concrete. Se veramente vogliamo invertire la rotta non rimane che mettere in pratica le misure necessarie:
una legge elettorale che permetta ai diversi soggetti sociali di trovare una rappresentanza istituzionale e che ricolleghi l’elettore all’eletto, senza cedere all’eccesso di frammentazione (ovverosia un sistema proporzionale uninominale con sbarramento);
il rafforzamento degli istituti di partecipazione diretta che si affianchino alle istituzioni di democrazia rappresentativa (non si tratta solo di ripensare i referendum, ma anche dare contenuto agli strumenti d’iniziativa popolare che devono essere discussi dagli organi della rappresentanza, come una semplice modifica dei regolamenti parlamentari potrebbe garantire) nuove regole di discussione parlamentare (il che vuol dire riscrivere i regolamenti parlamentari, abbandonando le attuali logiche “decidenti”, per adottare nuovi principi che assicurino, da un lato, alcune prerogative della maggioranza, dall’altro, la possibilità delle opposizioni di partecipare a pieno titolo alla decisione garantendo l’esame approfondito delle proposte di tutti);
la limitazione dell’invasività del governo in parlamento (basterebbe impedire – sempre per via regolamentare – la possibilità di proporre maxiemendamenti e limitare l’abuso delle richieste di fiducia sui disegni di legge, si dovrebbe inoltre dare applicazione alla normativa e alla giurisprudenza costituzionale esistente per limitare la decretazione d’urgenza);
la ridefinizione dei ruoli costituzionali del legislativo e dell’esecutivo (con una riduzione del numero delle leggi grazie ad una legislazione solo di principio e una semplificazione della fase di attuazione della normativa da affidare ai governi);
la razionalizzazione dei rapporti tra Stato centrale e enti territoriali, in base ad una coerente scelta di sistema (che può portare alla abolizione del Senato e alla riorganizzazione della Conferenza Stato-autonomie, ovvero alla definizione di un equilibrato regionalismo solidale).
Questo è un primo incompleto elenco delle possibili innovazioni con riferimento all’organizzazione dello stato, quella su cui si voleva intervenire con la riforma sconfitta. Possibili cambiamenti in nome della costituzione, opposti a quelli che si volevano imporre contro di essa. Ma, il nostro riformismo radicale non può certo accontentarsi di riorganizzare lo Stato-apparato: non abbiamo mai creduto alla favola della costituzione fatta a fette. La prima parte sui diritti intangibile e buona di per sé, la seconda sui poteri liberamente modificabile e nella totale disponibilità del revisore. Un modo per sterilizzare la costituzione nel suo complesso.
Il rilancio della cultura costituzionale deve voler dire anche abbandonare queste mistificazioni. Una migliore organizzazione dei poteri serve in primo luogo per dare effettiva attuazione ai diritti costituzionali. È da qui che possiamo partire. Non sarà facile vista la drammatica assenza di una rappresentanza politica a sinistra. Ciò non toglie che ciascuno dovrà fare la sua parte ed assumersi le proprie responsabilità. Soprattutto a sinistra.

sabato 10 dicembre 2016

Repubblica 10.12.16
Non è poi così lontana Samarcanda
Una città splendida, simbolo dell’Oriente. Governata dal brutale Tamerlano che amava arte e filosofia
L’imperatore rimase un nomade. Dormiva in una tenda e mai nei suoi sfarzosi edifici
Una storia che torna in un saggio di Franco Cardini
di Stefano Malatesta


I governanti europei, con la loro supponenza e un forte complesso di superiorità ereditato dai greci, non si sono mai interessati a quello che succedeva fuori dei loro confini. Se non ci fosse stato Marco Polo, ritornato a Venezia con dei racconti meravigliosi, non sapremmo nulla della corte imperiale cinese e dell’Impero di Mezzo. Marinai provetti come i genovesi stavano ovunque e li ritroveremo a Trebisonda sul Mar Nero. Ma la loro attività era di genere strettamente privata, le loro informazioni non erano conosciute dai poteri pubblici che mantenevano una ignoranza totale su quello che succedeva oltre la costa del Levante.
Chiuse nel mondo feudale, le popolazioni dei paesi europei vivevano di miti e di leggende ed erano particolarmente propense a prendere fischi per fiaschi. Quando in Europa arrivò la notizia che un esercito sconosciuto stava facendo una carneficina dei mussulmani nell’Asia centrale, in ogni paese cristiano si festeggiò l’uomo chiamato “il prete Gianni”. Una sorta di zio autorevole e benevolo che proteggeva i cristiani dalle angherie dei mussulmani, ma che nessuno aveva mai visto. Poi lo zio si rivelò non tanto benevolo quando Subotai, il più grande tattico militare di tutti i tempi, venne mandato insieme ai giovani nipoti di Gengis Khan a invadere l’Europa con un esercito di 40mila uomini. In breve tempo Subotai, al comando dell’esercito di quelli che gli europei chiamavano “tartari” sconfisse i russi del Khanato dell’Orda d’oro, per metà mongoli anche loro, i russi del nord, i cavalieri teutonici, poi i polacchi ed infine i cavalieri ungheresi. E stava per dirigersi verso Parigi, che sarebbe caduta, se non fosse arrivato l’annuncio che il Gran Khan era morto. E Subotai dovette prendere la via del ritorno lungo un itinerario di 12mila chilometri.
Duecento anni più tardi gli europei caddero nello stesso errore di identificazione: presero per l’arcangelo Gabriele il più demoniaco dei predatori : Timur, o Tamerlano, detto “lo zoppo”. Verso la fine del Quattordicesimo secolo, l’Europa era terrorizzata da tribù turche che dall’Asia si stavano spostando celermente. L’imperatore di Costantinopoli, Giovanni V Paleologo, era andato invano a bussare alle porte dei sovrani europei per farsi dare aiuti militari e venti anni più tardi la situazione si era fatta tragica, quando una spedizione contro i turchi, guidata dal re di Ungheria, venne spazzata via dai giannizzeri del Sultano. Sembrava che nulla potesse fermare la hubris turca quando arrivò la notizia che Ankara era stata presa d’assalto dalle truppe di Timur, gli abitanti massacrati e il sultano Bajazet fatto prigioniero. Era l’ultima conquista in ordine di tempo, dopo Aleppo, Damasco, Bagdad e il Cairo. Ora l’impero timuride andava dall’Asia centrale al Mediterraneo, Tamerlano non doveva più temere attacchi alle spalle dall’Occidente e stava realizzando il sogno di un impero globale che non era riuscito a Gengis Khan.
Per un progetto simile era necessario avere una capitale adeguata e l’imperatore scelse Samarcanda, una città che aveva da sempre amato. Durante trent’anni Samarcanda non fu una metropoli, ma un cantiere pieno di giardini, di fontane e di marmi pregiati, dove si costruivano i più grandi, fastosi, anche un po’ volgari, edifici di tutta l’Asia. Si vedevano più di 400 cupole di moschee, di scuole coraniche, ricoperte di mattonelle azzurre, blu e oro con quella sfumatura turchese che risaliva all’Antica Mesopotamia. Tutto veniva eretto secondo i canoni della monumentalità. Gli architetti che avevano costruito un mausoleo che non aveva la grandezza prevista furono impiccati. L’Imperatore aveva riempito Samarcanda di studiosi, architetti, musicisti, artigiani, deportati dal loro paese di origine, che spesso non avevano trovato posto in città e dormivano nelle caverne, tanto erano numerosi. Samarcanda, raccontata in un bel libro del medievista Franco Cardini ( Samarcanda. Un sogno color turchese, il Mulino) diventò un ibrido di città con un tasso altissimo di cultura, paragonabile alla Firenze dei Medici, ma nello stesso tempo schiava dei capricci di un solo uomo.
Tamerlano, non sapeva né leggere né scrivere, ma aveva un amore straordinario per le belle arti e per le filosofie che non capiva. È rimasto celebre un incontro con Ibn-Khaldun, l’intellettuale più famoso di tutta la storia dell’Islam. Khaldun sapeva di avere di fronte un feroce assassino che non manteneva la parola data e che dopo ogni battaglia costruiva piramidi con le teste dei nemici, ma non poteva fare a meno di essere attratto dalla sua persona che irradiava potere assoluto.
Alla battaglia di Ankara avevano partecipato come osservatori due inviati del re di Castiglia, Enrico III. I due osservatori chiesero di essere presentati a Tamerlano. E Tamerlano li invitò a venire a Samarcanda.
Le ambasciate a Tamerlano furono due, la prima guidata da Hernán Sánchez de Palazuelos, ma quella che ebbe un successo straordinario fu la seconda, guidata da un giovanotto sotto i 30 anni, Ruy González de Clavijo. L’itinerario partiva dalla Spagna, passava per le coste tirreniche, poi raggiungeva la Grecia, attraversava l’Ellesponto e arrivava a Trebisonda. Ormai erano entrati nell’impero dello “zoppo” e a ogni posta trovavano cavalli magnifici che venivano dal Turkmenistan, mandati dall’imperatore per accelerare il loro viaggio. A ogni tappa gli spagnoli venivano accolti con doni e omaggi in nome dell’imperatore. E finalmente giunsero a Samarcanda.
Il libro che Clavijo scrisse al ritorno è completamente diverso da quello di Marco Polo. Il veneziano era un commerciante particolarmente attento a descrivere le merci e i mercanti, mentre rifugge, quando è in Cina, di parlare delle cinesi che si fasciano i piedi o dei cormorani con l’anello al collo allevati per pescare senza inghiottire, o della grande Muraglia cinese. Lo spagnolo è il suo contrario e parla di tutti i palazzi in cui è ospite e delle meravigliose città che visita. L’incontro con il grande imperatore è uno dei momenti culminanti di questa fantastica spedizione. Timur era rimasto un nomade e non dormì mai in quegli sfarzosi edifici che aveva fatto costruire. Viveva in una immensa tenda, addobbata gloriosamente (una buona idea la può dare il San Marco di Venezia costruito come la tenda di un gran Visir).
La presentazione degli ambasciatori si svolse secondo uno stretto rituale. Gli spagnoli furono portati al cospetto dell’imperatore, circondati da una folla di alti militari e si dovettero inginocchiare tre volte facendo le lodi di Timur. Finalmente l’imperatore, che si riteneva padre di tutti i potenti, aprì gli occhi, che aveva sempre tenuto socchiusi, e guardando Ruy Gonzáles de Clavijo, facendo cenno di avvicinarsi, mormorò: «Come sta mio figlio, il re di Castiglia?».
IL LIBRO Franco Cardini, Samarcanda Un sogno color turchese (Il Mulino, pagg. 325, euro 16)
Repubblica 10.12.16
Distrazione elogio filosofico di una virtù troppo umana
Non solo la letteratura, ora lo dice anche la scienza: la mente che vaga stimola la creatività
Guardare a Dio o al mondo è il dilemma dei grandi mistici Il grande Oliver Sacks indagò sulla percezione allargata
di Marco Belpoliti


Una buona notizia per i distratti, cioè per tutti noi. Distrarsi non è un male, anzi. È salutare, è necessario, è un bene. Senza distrazione non c’è creatività. Alla faccia di maestri, professori, educatori, genitori. «Il cervello non è mai inattivo, la mente non è mai ferma», scrive un professore di psicologia dell’Università di Auckland, Nuova Zelanda, Michael C. Corballis, in “La mente che vaga” (Raffaello Cortina). Per almeno la metà della nostra vita la mente si distacca dalle incombenze quotidiane, spiega Corballis. Il cervello non stacca mai, anche quando la mente è impegnata, oppure è dedita a vagare lontano dal compito assegnato. Senza distrazione non c’è pensiero. Lo diceva anche Steve Jobs: la creatività è il risultato di un collegamento inusuale, significa vedere qualcosa che non c’era. Il che si ottiene proprio con la distrazione; meglio: con il vagare della mente. Se lo diceva Mister Apple sarà vero, no? Un etimo della parola “intelligenza” la fa derivare da “legare insieme”. Naturalmente si tratta di connettere cose che non erano collegate. La divagazione mentale gode ancora di cattiva stampa; prosperano le forme di meditazione concentrata, mindfulness, in cui si dirigono i pensieri dentro di noi e si resta ancorati al presente. Tutto sbagliato, dice lo psicologo neozelandese, o almeno non bisogna fare solo quello. Serve una buona dose di distrazione.
Uno studioso di etimologia ha trovato che distratto, inteso come contrario di concentrato, deriverebbe dall’uso che ne facevano i mistici medievali: il distratto sarebbe colui che gli svaghi esterni distolgono dalla concentrazione in se stesso e in Dio. Insomma, uno che è “distratto da Dio”. “Concentrato” deriverebbe invece da “concentrico”; secondo Leonardo si tratta di due o più enti geometrici che hanno un centro in comune.
La religione ha cose in comune con la geometria? Probabile. Ma torniamo a Corballis. La prima cosa che lo psicologo esamina nel suo viaggio dentro la mente che vaga è la memoria. Tutto comincia e finisce qui. La memoria appare composta di almeno tre livelli. Al più basso ci sono le abilità apprese, come camminare, parlare, scrivere, andare in bicicletta, giocare a tennis, digitare i messaggi sugli smartphone. Il secondo è la coscienza, ovvero il nostro magazzino di fatti sul mondo: enciclopedia e dizionario combinati. Il terzo livello riguarda la memoria degli eventi specifici, ovvero la “memoria episodica”, quella che corrisponde al ricordare; la riattivazione dinamica del passato: il primo bacio, un incontro molto gratificante, la nascita dei figli, un film, un libro. Emozioni rivissute e ripercorse con la mente. Corballis propone una bella immagine: il cervello è un po’ come una piccola città, in cui brulicano persone assorbite nelle proprie faccende. Quando c’è qualcosa d’importante, come una partita di calcio, la gente si riversa allo stadio, mentre il resto della città appare silenzioso.
Perciò quando la mente non è concentrata su qualche evento, vaga. Vagare non è solo un andare a zonzo liberamente. Può essere un’attività soggetta a controllo. Ad esempio, quando riviviamo ricordi passati o pianifichiamo attività future. Sono distrazioni preordinate. Ma ci sono quelle involontarie, cui il libro è in gran parte dedicato: il sogno e le allucinazioni, sia quelle derivate da stati alterati della mente che quelle indotte mediante droghe. Ma c’è anche un’altra straordinaria divagazione: l’empatia. Ovvero entrare nei panni degli altri. Anche questo è un vagare con la mente. Poi esiste la divagazione che diventa racconto. Corballis ritiene che molto del nostro vagare con la mente sia narrato sotto forma di storie.
La mente umana possiede una grande capacità di costruire racconti complessi e di condividerli con gli altri mediante il linguaggio: «Il vagare con la mente è nelle mani o nella voce di chi racconta storie; chi ascolta o chi legge è davvero trasportato in un viaggio guidato». Da cui si può anche evincere che la divagazione non esiste, se non come ipotesi, perché tutto quello che sottolinea Corballis ci riporta lì: la distrazione è una speciale forma di concentrazione, e viceversa.
Possibile? Lo conferma la parte più affascinante del libro, quella che riguarda coloro che sentono voci e che vedono cose che non ci sono. Chi ha letto Allucinazioni (Adelphi) di Oliver Sacks sa di cosa parlo; chi non l’ha letto, lo faccia subito. Alla fine del capitolo sulle visioni, dopo aver parlato di quelle indotte dalle droghe, arriva a concludere: «Può darsi che esageri, ma le allucinazioni ci dicono che c’è nella percezione più di quello che incontriamo con i nostri occhi». I mistici lo sanno bene, e proprio per questo sono “distratti da Dio”, il che vuol dire che rischiano di non concentrarsi sulla divinità. Però anche concentrandosi totalmente su Dio, si distraggono dal mondo, ed è proprio così che si vedono cose che gli altri non vedono. Beati loro. A noi — a me — non resta che la distrazione degli scolari: vagare con la mente per ricordare cose belle del passato, progetti e speranze per il futuro. Non è poco. Può bastare.