mercoledì 31 agosto 2016

MONDO

Repubblica 31.8.16
Madrid
L’anarchia spagnola che fa volare il Pil “Noi senza governo stiamo meglio”
Non c’è un esecutivo dallo scorso dicembre, ma l’economia cresce. Avvenne anche in Belgio
di Ettore Livini


In luglio creati 84mila nuovi posti di lavoro E le aperture di bar di tapas superano le chiusure Ma c’è chi contesta il mito del paese acefalo e felice e attribuisce alle riforme del leader Pp i meriti

MADRID GOOGLE, Tesla & C. possono mettersi il cuore in pace. L’era dell’auto senza conducente nasce già vecchia. L’Europa ha brevettato un prodotto ancora più rivoluzionario: i paesi senza guidatore. In grado di vivere felici e prosperare facendo a meno del governo e viaggiando con il pilota automatico. La prima cavia è stato il Belgio. Uscito in forma smagliante dai 541 giorni orfani di premier dopo le elezioni del 2010. Ora tocca alla Spagna. Madrid non ha un esecutivo eletto dallo scorso dicembre. Il paese è andato due volte al voto (l’ultima il 26 giugno) senza riuscire a darsi una guida: Mariano Rajoy, leader del Partito Popolare, cercherà di formare entro venerdì — con scarsissime possibilità di successo — un governo di colazione con Ciudadanos.
I gufi però sono già in azione. Il motivo? Semplice: senza un primo ministro le cose — in Spagna — vanno a gonfie vele: il Pil cresce a ritmi da tigre asiatica (+3,2% le previsioni 2016), a luglio sono stati creati 84mila posti di lavoro, lo spread con i Bund è più basso di quello dell’Italia. E per la prima volta da otto anni — la prova regina del benessere ritrovato — le aperture di bar per le Tapas hanno superato le chiusure. Squadra che vince — anche quando la squadra non c’è — non si cambia. E un pezzo del paese, malgrado le preoccupazioni di Bruxelles, spera in gran segreto nel flop di Rajoy e in nuove elezioni — previste il giorno di Natale — per continuare a sognare.
Antonio Arroyo, 24 anni e una laurea in economia aziendale mai sfruttata («Mi barcameno con collaborazioni saltuarie ») è uno dei tanti fan di questa strana anarchia iberica. «La politica ha fallito. Siamo orfani del bipolarismo. In questi giorni i partiti litigano persino su dove sedersi in Parlamento. Io vedo i fatti — dice bevendo un bicchiere di bianco in un bar a fianco del Prado — da quando la Spagna non ha più medici al capezzale sta molto meglio!». Lui — a dire il vero — non ne ha beneficiato troppo («Sono al verde, tra due giorni parto per fare la vendemmia a Martignol in Francia, prendo 2mila euro in tre settimane»). I numeri però sembrano dargli ragione.
Il limbo della politica non ha frenato i consumi, saliti del +4,9% a luglio. Le banche — salvate nel 2012 da 40 miliardi della Ue — «hanno ripreso a dar soldi ad aziende e cittadini», festeggia il segretario di Stato all’economia Inigo Fernandez Nemesa. Il tempo — governo o non governo — sta cicatrizzando persino le ferite della “Burbuja del Ladrillo”, la bolla del mattone che ha messo in ginocchio il paese nel 2008: «Due anni fa qui vivevano 3mila persone. Ora siamo 8mila e nessuno ci chiama più “gli spettri della città fantasma”», ride Angela Lambea, grafica di 34 anni e fresca acquirente per 98 mila euro di un appartamento di 100 metri quadri alla Sesena, la mega-speculazione del palazzinaro Francisco Hernando Contreras, al secolo “El Pocero” (lo spurgafogne). Lui è fallito, la sua (ex) cattedrale nel deserto a sud della capitale è finita sul groppone delle banche. E proprio ora, con buona pace dei 254 giorni senza premier, sono rispuntati gli acquirenti a riempire gli spazi vuoti: «Io e mio marito abbiamo ritrovato lavoro a tempo indeterminato a gennaio — racconta Angela — con il primo stipendio abbiamo fatto il mutuo e ci siamo messi un tetto sulla testa».
Un caso? I profeti della stabilità e del dirigismo, impegnati in queste settimane a picconare il mito del paese acefalo e felice, sono sicuri di sì. «Il buon stato di salute dell’economia spagnola è figlio dell’inerzia dei provvedimenti di un esecutivo, quello di Rajoy, che ha funzionato », dice Paolo Vasile, consigliere delegato di Mediaset España (ritornata agli utili degli anni pre-crisi). La riforma del mercato del lavoro — una sorta di Jobs Act in salsa iberica — «ha reso Madrid più conveniente di Francia e Germania », assicura Joachim Hintz, direttore finanziario della Seat (Vw). Risultato: i big dell’auto hanno investito miliardi nel paese che è diventato il secondo produttore d’Europa assorbendo parte degli esuberi del settore costruzioni. Altro che pilota automatico: «Il boom dell’industria delle quattro ruote e dell’export è merito del lavoro dell’ultimo esecutivo — si autopromuove Fernandez Nemesa — niente è dovuto al caso». Certo, la fortuna ha dato una mano: le crisi in Egitto, Africa del Nord e Turchia hanno regalato una stagione d’oro al turismo (+12,7% gli arrivi) e «in Costa Blanca ad agosto non si trovava un letto a pagarlo oro», come giura Carola Valls di Visit Benidorm. «Ma con un governo in carica — è certo Miguel Cardoso, capoeconomista della Bbva — il Pil 2016 sarebbe cresciuto del 3,5%».
Non tutto quel che luccica, ovviamente, è oro. Molti nodi sono ancora da sciogliere: la disoccupazione viaggia al 20% (era al 26%), il lavoro creato è spesso precario «e l’abolizione di quella riforma è la nostra priorità appena saremo al governo», giura Pedro Sanchez, leader dei socialisti del Psoe, strizzando l’occhio a Podemos. Entro metà ottobre c’è da presentare il budget (con nuovi tagli) alla Ue. E le Cassandre predicano prudenza: «La paralisi politica ha ridotto del 19,6% gli investimenti in opere pubbliche. Prima o poi la “fiesta” di questi mesi finirà», vaticina l’associazione costruttori. Magari avranno ragione. Ma lo ripetono da metà gennaio. E il sogno della Spagna felice che fa fiesta e vola con il pilota automatico — per ora — è ancora realtà.

Repubblica 31.8.16
Rajoy cerca la fiducia ma gli mancano sei voti
Ieri il discorso alle Cortes: “O me o il caos. Io sono la sola possibilità di dare alla Spagna un governo”
di Alessandro Oppes


MADRID. Ottanta minuti per un discorso che, salvo colpi di scena altamente improbabili, non produrrà alcun frutto concreto. Mariano Rajoy si presenta davanti alle Cortes due mesi dopo le elezioni di fine giugno e al termine di un’estate senza vacanze per chiedere un’investitura presidenziale che, lo sa già, il Parlamento non gli concederà. Né oggi in prima votazione, quando occorre la maggioranza assoluta di 176 deputati, né venerdì prossimo quando sarebbe sufficiente la maggioranza semplice. Non basta la giravolta dell’ultim’ora propiziata dai centristi di Ciudadanos («Mai con Rajoy», ripeteva da mesi il loro leader Albert Rivera) che dopo una trattativa- lampo con il Partito Popolare ha deciso di far confluire sul candidato il pacchetto dei suoi 32 seggi. La somma fa 170, mancano almeno 6 “sì” e non arriveranno dai socialisti né da alcun altro gruppo politico. Per questo Rajoy insiste sull’ineluttabilità di un governo da lui guidato: in caso contrario — ed ecco tornare il “discurso del miedo”, la minaccia basata sulla paura — la Spagna si vedrebbe condannata a tornare alle urne per la terza volta in un anno. In più, addirittura il giorno di Natale, in conseguenza della rigida applicazione dell’”orologio istituzionale” messo in marcia in modo malizioso fissando per oggi il primo voto d’investitura. «Io o il caos», è la sostanza della teoria ripetuta fino alla sazietà da Rajoy che sei mesi fa, quando il candidato premier era il socialista Pedro Sánchez, lo ridicolizzò perché si presentava alle Cortes senza avere i voti sufficienti. Ora il leader popolare rischia di trovarsi in una situazione simile. Ma oggi, dalla tribuna parlamentare, Sánchez gli confermerà il “no” del Psoe. Dal fronte di Podemos, Pablo Iglesias propone di rilanciare il dialogo con il Psoe. Sánchez per ora non risponde, da venerdì si vedrà.

Il Sole 31.8.16
In Germania boom di vendite per le casseforti
Nell’era dei tassi a zero molti risparmiatori tedeschi preferiscono tenere i soldi in casa
di Riccardo Barlaam


Meglio il contante. Pagare cash. Ai tedeschi la moneta di plastica non piace. Un’atavica inconscia eredità dell’era nazista o della Stasi, la temibile e occhiuta polizia segreta della Germania Est. Per il timore recondito forse che le agenzie governative possano mettere le mani sui risparmi, investigare sulle ricchezze nascoste, accumulate dalla volitiva gente teutonica. Ancora oggi, l’80% degli acquisti retail in Germania avviene in contanti, contro il 46% degli Stati Uniti, più avvezzi alle carte di credito, secondo un report della Bundesbank. I tedeschi amano il contante. Ora - affare degli ultimi tempi - nell’era dei tassi a zero e della crescente sfiducia nelle banche, in Germania sta avvenendo un fenomeno curioso: molti risparmiatori hanno deciso di ritirare i soldi dalla propria banca. Preferiscono tenerli in casa. Sotto il materasso, che nel loro caso è una moderna enorme cassaforte. «Se tengo i soldi in banca devo pagarci le tasse», è il pensiero piuttosto comune. Tanto più con i tassi di interesse finiti interritorio negativo, per quella politica - di allentamento quantitativo e di tassi bassi della Bce che molti tedeschi (sic) considerano «scellerata». Insomma sono finiti i tempi di guadagno facile con i depositi bancari ad alti tassi di remunerazione. Oggi con i prezzi immobiliari in aumento e il calo dei rendimenti delle polizze vita, molti preferiscono tornare alle banconote. «Nel momento in cui la banca mi ha detto che avrei dovuto pagare un interesse sui miei 50mila euro di depositi ho deciso per il cuscino», ha detto un risparmiatore al Wsj. Il nuovo trend “ventata di ottimismo” del risparmiatore tedesco si è subito tradotto in aumento vertiginoso nella domanda di casseforti. Burg-Waechter Kg, primo produttore tedesco, ha avuto un balzo nelle vendite del 25% nei primi sei mesi 2016. Anche i rivali Format Tresorbau e Hartmann Tresore hanno registrato un incremento del venduto a doppia cifra. Resta un mistero da svelare ai poveri abitanti dell’Europa mediterranea che faticano ad arrivare al 31 del mese senza finire in rosso. Per dirla alla Sturmtruppen di Bonvi:?«Ma dofe li prenteranno tutti quei soldi?»

La Stampa 31.8.16
Scoperte 72 fosse comuni tra la Siria e l’Iraq
Seppelliti fino a 15.000 corpi


Da 5.200 a 15.000 uccisi a colpi d’arma da fuoco, decapitati, investiti con autoveicoli o in altri modi, sono sepolti in 72 fosse comuni dell’Isis localizzate in Iraq e in Siria. Ma sono sempre solo una parte - forse minima - di quelli che si prevede verranno scoperti quando i jihadisti saranno costretti ad abbandonare le regioni. È questo il risultato di un’indagine condotta dall’agenzia Ap che si basa su racconti dei sopravvissuti, fotografie e immagini satellitari. Le vittime sono membri della minoranza religiosa yazida, considerati pagani dai fondamentalisti sunniti dell’Isis, sciiti, giudicati apostati, militari degli eserciti iracheno e siriano, civili considerati traditori. Massacri che gli uomini dello Stato islamico non hanno cercato di nascondere e di cui, anzi, si sono spesso vantati mettendo in rete le immagini delle più atroci esecuzioni. Secondo la Ap, delle 72 fosse scoperte finora, 55 sono in territorio iracheno e 17 in Siria.

il manifesto 31.8.16
Siria. Turchia e Rojava, tregua «approssimativa»
Gli Stati uniti annunciano un cessate il fuoco di due giorni tra Ankara e le Ypg. Erdogan non commenta
di Chiara Cruciati


Nessuna parata militare in grande stile quest’anno: il Giorno della Vittoria, immancabile occasione per celebrare le radici del nazionalismo turco, ieri è stato festeggiato in sordina. Dal Ministero della Difesa spiegano che il trauma subito la notte del 15 luglio, il tentato colpo di Stato, va superato lentamente. Forse si preferisce evitare una marcia delle forze armate i cui vertici sono stati decapitati dalle purghe post-golpe.
Non che il presidente Erdogan, che con lo stato di emergenza ha posto esercito e servizi sotto il proprio diretto controllo, non voglia risollevare le sorti dei militari. Per farlo ne esalta le gesta nel nord della Siria, facendo leva sulla facile propaganda della lotta al terrorismo. Peccato che – di nuovo – a scontrarsi contro l’Isis non siano le truppe turche penetrate, per la prima volta ufficialmente, in territorio siriano ma i kurdi delle Ypg. Ovvero quelli a cui danno la caccia da una settimana i sempre più numerosi carri armati di Ankara. Nel pomeriggio di ieri è, però, giunta la notizia di un accordo di cessate il fuoco tra le Forze Democratiche Siriane, Sdf, e l’esercito turco. A renderlo noto è stato il colonnello Thomas, portavoce del Comando Centrale della coalizione anti-Isis: «Nelle ultime ore abbiamo ricevuto l’assicurazione di tutte le parti coinvolte di una cessazione delle ostilità così da focalizzarsi sulla minaccia Isis. Un accordo approssimativo che durerà un paio di giorni, speriamo che si consolidi».
Thomas ha poi specificato che l’accordo è stato frutto della mediazione Usa. Le Sdf confermano parlando però solo di una «pausa», dalla Turchia non giungono commenti ufficiali. Ieri, per il sesto giorno, altri veicoli militari turchi erano entrati nel nord della Siria, in Rojava. E il capo di stato maggiore turco, Hulusi Akar, aveva precisato che Ankara non avrebbe mollato la presa. Una risposta diretta proprio alle recriminazioni degli Usa che, dopo aver sostenuto l’inaugurazione dell’operazione Scudo dell’Eufrate, lunedì hanno tolto l’appoggio. A monte sta l’obiettivo reale dell’offensiva, che la Turchia non ha comunque mai nascosto: le truppe turche e i miliziani delle opposizioni siriane (Esercito Libero in prima linea, ma anche gruppi turkmeni e islamisti) si stanno velocemente muovendo verso sud-est. Presa Jarabulus, frontiera nord-occidentale, i “ribelli” siriani minacciano Manbij.
Ironia della sorte, se si trattasse davvero di coincidenze, mentre i bulldozer militari di Ankara sono impegnati alla frontiera con Rojava a costruire un muro che separi i cantoni turchi dal Kurdistan turco, a combattere lo Stato Islamico sono ancora le Ypg alla testa delle Sdf, la ricca federazione di kurdi, arabi, circassi, turkmeni e assiri che sta ripulendo il nord della Siria dalla presenza Isis (il nemico che in teoria era la ragione scatenante l’operazione Scudo dell’Eufrate): a sud ovest di Manbij, liberata dall’occupazione islamista il 12 agosto, ieri si sono registrati scontri tra Sdf e sacche islamiste, fa sapere Shervan Darwish, portavoce Sdf.
Le Sdf hanno difeso alcuni villaggi del distretto di Manbij, attaccati con almeno tre autobombe dall’Is: gli islamisti, dice Darwish, hanno approfittato degli scontri in corso con le opposizioni siriane e che hanno indebolito le difese delle Sdf. Nel pomeriggio l’assalto del “califfato” non era ancora cessato, ma i jet Usa erano intervenuti a difesa degli alleati a terra. La posizione di Washington si fa ogni giorno più complessa, tra l’incudine kurda e il martello turco. Ieri alle proteste di Washington si sono aggiunte quelle della Francia. Il presidente Hollande ha avvertito la Turchia: «Questi interventi multipli e contraddittori portano con sé il rischio di una più ampia escalation». Per cui, suggerisce, Ankara deve subito interrompere i raid sulle Ypg.

il manifesto 31.8.16
Israele/Territori Occupati
Lieberman: giornalisti nemici dei soldati che combattono i terroristi
Il ministro della difesa israeliano sostiene che i media hanno già condannato i due soldati che hanno ucciso palestinesi che non presentavano alcuna minaccia. Per lui quei militari combattevano il terrorismo
di Michele Giorgio


GERUSALEMME Per i politici la colpa è sempre dei giornalisti. E anche il ministro israeliano della difesa, Avigdor Lieberman, si è aggiunto all’elenco di chi punta l’indice contro i media. A suo dire i giornalisti israeliani (facendo il loro lavoro) impedirebbero ai soldati di svolgere i loro compiti, instillando in loro il timore che potrebbero essere giudicati per quanto fanno nei Territori palestinesi occupati. «Mi aspetto che la stampa lavori sodo per rafforzare la capacità deterrente di Israele contro i nostri nemici e per non scoraggiare i nostri soldati dal combattere i terroristi», ha detto il ministro due giorni fa. Parole che avevano un fine preciso.
Lieberman infatti ha deciso di scendere in campo in difesa dei due soldati finiti sotto i riflettori per aver ucciso due palestinesi che non rappresentavano alcun pericolo. Il primo, il sergente Elor Azaria, è sotto processo per aver sparato, lo scorso marzo a Hebron, a sangue freddo alla testa di un giovane palestinese che poco prima aveva ferito con un coltello un altro militare. Il palestinese, Abdel Fattah al Sharif, ferito dagli spari di altri soldati, era a terra, praticamente immobile e non in condizione di nuocere, quando Azaria lo ha ucciso. L’accaduto è stato ripreso dalla telecamera di un palestinese che coopera con il centro israeliano per i diritti umani B’Tselem che ha subito diffuso le immagini facendo scattare l’arresto del sergente. Il secondo militare, di cui non è nota l’identità, venerdì scorso ha ucciso un palestinese disarmato, Eyad Hamed, 38 anni di Silwad (Ramallah), che non avrebbe rispettato l’intimazione di alt. Per Lieberman la stampa ha già condannato i due soldati. Con un insolito approccio garantista, il ministro ha spiegato che «occorre rispettare il principio della presunzione di innocenza, si è colpevoli solo dopo una sentenza definitiva dei giudici». Infine ha affermato che chi combatte il terrorismo «non può svolgere il suo dovere facendosi accompagnare da un avvocato».
Lieberman e altri ministri cavalcano lo sdegno dell’opinione pubblica schierata apertamente a sostegno dei due soldati finiti sotto accusa. Per la maggior parte degli israeliani i due militari hanno semplicemente fatto il loro dovere: prima si spara e poi si fanno domande «quando si a che fare con i terroristi». E in questo quadro il terrorista non è solo colui che fa esplodere una bomba o che compie un attacco armato ma anche il palestinese che lancia una pietra contro un’automobile israeliana o che «si comporta in modo sospetto». Su questo punta la difesa per ottenere la piena assoluzione per Elor Azaria, accusato peraltro solo di omicidio colposo. Il sergente israeliano afferma di aver sparato ad Abdel Fattah al Sharif per impedire che il palestinese azionasse una cintura esplosiva (che in realtà non esisteva). Una versione smentita dalle testimonianze di alcuni militari, incluso il suo comandante Tom Naaman. Tuttavia negli ultim i giorni Azaria ha visto migliorare la sua situazione processuale grazie ad una valanga di deposizioni e testimonianze, anche di alti ufficiali – come gli ex generali Shmuel Zakai, Dan Biton e Uzi Dayan – a suo favore.
Dayan in particolare, già qualche giorno prima della sua deposizione, parlando a Radio Darom, aveva lasciato capire che l’uccisione di Abdel Fattah al Sharif non doveva entrare in un’aula di tribunale perché, ha lasciato capire, andava risolta all’interno dell’Esercito. A sostegno di ciò Dayan ha portato l’esempio di tre lavoratori palestinesi, a bordo di un minibus, uccisi il 10 marzo 1998, all’incrocio Tarqumiya, tra Israele e la Cisgiordania, da soldati israeliani di guardia un posto di blocco. I militari dichiararono che avevano aperto il fuoco di fronte all’intenzione dell’autista del minibus di investirli. Una versione che fu smentita subito dalle indagini. I soldati furono fermati e interrogati ma non furono processati per l’omicidio che avevano commesso.
Intanto Human Rights Watch, in un suo rapporto, mette sotto accusa l’Autorità nazionale palestinese (Anp) del presidente Abu Mazen in Cisgiordania e il movimento islamico Hamas a Gaza che «arrestano, ingiuriano e incriminano penalmente giornalisti e attivisti che esprimono in modo pacifico critiche verso le autorità». Secondo l’Ong con sede negli Usa, in Cisgiordania l’Anp arresta «attivisti e musicisti che prendono in giro le forze di sicurezza palestinesi e accusano il governo di corruzione» in commenti postati su Facebook o in graffiti e canzoni hip hop. L’Ong riferisce il caso di un’attivista di Gaza critico di Hamas «arrestato e intimidito» e quello di un giornalista, finito in manette, perché «aveva postato la foto di una donna che cercava da mangiare in un bidone di spazzatura».

il manifesto 31.8.16
Burkini, si esprime l’Onu: «Il divieto discrimina i musulmani»


Dopo le polemiche dei giorni scorsi, cui ha fatto seguito la decisione del consiglio di stato francese, è intervenuta anche l’Onu sulla vicenda del burkini. L’Alto commissariato Onu per i diritti umani ha attaccato il divieto di alcuni comuni francesi al burkini in spiaggia, perché «discrimina» i musulmani.
Per questo accoglie con favore la decisione del Consiglio di Stato di bloccare l’introduzione del divieto. «Questi decreti non rafforzano la sicurezza – si legge in un comunicato – ma, al contrario, alimentano intolleranza religiosa e discriminazione dei musulmani in Francia, in particolare le donne. La parità di genere non si ottiene regolamentando i vestiti che le donne decidono di portare».
Per l’Alto commissariato Onu per i diritti umani, favorendo la polarizzazione tra le comunità, i decreti anti-burkini «hanno solo aggravato le tensioni e potrebbero in realtà nuocere agli sforzi destinati a combattere e prevenire l’estremismo violento». «Le limitazioni alla libertà di ogni persona di manifestare la propria religione o le proprie convinzioni, inclusa la scelta dell’abbigliamento, sono autorizzate solo in circostanze molto limitate, inclusa la protezione della sicurezza pubblica, l’ordine pubblico, la salute pubblica o la morale», prosegue la nota. Inoltre, «i codici che riguardano i vestiti, quali i decreti anti-burkini, colpiscono in modo sproporzionato le donne e le ragazze e ledono la loro autonomia, limitano la propensione ad adottare decisioni indipendenti sui modi di vestirsi e costituiscono una chiara discriminazione nei loro confronti».
L’Onu ha quindi «accolto con favore» la decisione del Consiglio di Stato. «Le persone che indossano il burkini non possono essere ritenute responsabili per le reazioni violente od ostili di altri», afferma in una dichiarazione diffusa su Twitter il portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Rupert Colville.

il manifesto 31.8.16
Brasile. Dopo un un'ultima discussione, forse oggi il verdetto per Dilma
Scontri davanti al Senato contro il golpe istituzionale
di Geraldina Colotti


Scontri e gas lacrimogeni, in Brasile, davanti al Senato, dov’è in corso il processo d’impeachment alla presidente Dilma Rousseff. La sentenza potrebbe arrivare oggi, dopo un ultimo maratonico confronto tra accusa e difesa. Se 54 degli 81 senatori voteranno contro Dilma, la presidente verrà sollevata dall’incarico e non potrà accedere a cariche pubbliche per 8 anni. Ai 54 milioni di persone che l’hanno eletta per un secondo mandato, nel 2014, verrà allora imposto un governo non scelto dal popolo, capitanato dall’ex vicepresidente Michel Temer, del Partito Movimento Democratico Brasiliano (Pmdb), ex alleato del Partito dei Lavoratori (Pt).
Temer – «il golpista Temer» per la piazza e per le sinistre – governerà allora fino al 2018, quando si svolgeranno le presidenziali. Il suo gabinetto – interamente composto da maschi bianchi, anziani, corrotti, referenti del grande capitale nazionale e internazionale in un paese di grandi povertà e a maggioranza meticcia – ha già promesso lacrime e sangue per i lavoratori. E un anticipo c’è già stato con il piano di privatizzazioni messo in campo prima di tutto ai danni della impresa petrolifera di Stato, Petrobras. Dietro la mega-inchiesta Lava Jato, che indaga l’evidente intreccio tra affari e politica dai risvolti internazionali che coinvolge quasi tutti i partiti, c’è stato anche un uso politico, teso a togliere di mezzo soprattutto la gestione progressista che ha tenuto il paese finora: quella del Pt che, pur non esente da magagne, non è certo il primo corrotto.
La statura morale di chi resterà a governare se Dilma perde, infatti, offre ben poche garanzie etiche. La percentuale di inquisiti per corruzione fra i parlamentari e i senatori che hanno fin qui votato l’impeachment, è assai elevata: uno per tutti il presidente del Senato Renan Cailheros, per cui la magistratura ha chiesto l’allontanamento dall’incarico e il carcere. Un’accusa che i senatori della sinistra brasiliana gli hanno ricordato in aula. Temer, che governa a interim dal 12 maggio dopo la sospensione della presidente per 180 giorni, ha dovuto rinunciare a diversi ministri per corruzione.
Un video diffuso dai media – ma non addotto come prova – ha mostrato l’architettura del golpe istituzionale, messo in atto dall’ex presidente della Camera, Eduardo Cunha, poi inquisito e sollevato dall’incarico. E un’altissima percentuale di candidati alle municipali di ottobre, appartenenti sia al partito di Temer che a quelli di opposizione, è indagata o è stata arrestata.
Durante un’appassionata difesa in Senato, Dilma ha ricordato le vere motivazioni dell’impeachment e nominato Cunha che ha voluto vendicarsi del suo diniego a coprirne le malefatte. La statura morale di Rousseff – ex guerrigliera torturata dalla dittatura militare – è apparsa evidente, e il suo discorso è stato applaudito anche da senatori a lei contrari: «Non ho conti all’estero», ha detto riferendosi a quelli di Cunha. Si è dichiarata innocente dall’accusa di aver truccato il bilancio, ha denunciato la «rottura costituzionale» incombente e chiesto nuove elezioni.
Difficile che abbia però convinto qualche senatore e che le previsioni catastrofiche vengano smentite. Se perde, Dilma ricorrerà alla Corte suprema. Lo ha confermato durante le 11 ore in cui ha risposto alle domande dell’aula. Il disegno, però, è più ampio e interessa tutto l’arco progressista dell’America latina, dove le forze conservatrici sono tornate prepotentemente. L’ex presidente Lula da Silva lo ha messo nero su bianco in una lettera inviata sia all’ex omologa argentina Cristina Kirchner che al presidente Venezuelano, Nicolas Maduro
ITALIA

La Stampa 31.8.16
I fondi spariti della ricostruzione
Così dal ’97 i partiti hanno gestito i soldi pubblici del dopo-terremoto
Inchiesta terremoto: spesi in “consulenze d’oro” il 40% dei soldi destinati alle case crollate
di Paolo Festuccia


La caccia agli appalti è cominciata. La sta facendo la Guardia di Finanza su delega della procura di Rieti. Obiettivo: accertare quali ditte, quali tecnici e con quali criteri sono stati concessi soldi pubblici per la ricostruzione post sisma del 1997. A cominciare dai lavori svolti nei Comuni di Accumoli ed Amatrice dove le opere rifatte e realizzate per il miglioramento sismico sono crollate nuovamente.
Ma Amatrice e Accumoli, in questa storia di crolli e ricostruzioni, rappresentano solo una piccola parte del fiume di denaro pubblico che con il sisma umbro-marchigiano sono piovuti sull’intera provincia di Rieti. Non solo, il reatino ha beneficiato anche di un’altra cospicua iniezione di denaro pubblico anche per lo sciame sismico del 2001. Risultato: tra il primo stralcio e il secondo i soldi pubblici spesi per riedificare gli immobili lesionati, chiese, scuola e abitazioni private sono stati 61 milioni e 625 mila euro. A questi si devono aggiungere altri 5 milioni (sempre di euro) e il totale arriva a 66 milioni di opere finanziate. Una vera manna per costruttori, professionisti, ingegneri e architetti. A vigilare sulla doppia ricostruzione, soprattutto nella prima fase dell’emergenza, in tempi diversi e in base alle alternanze di governo alla Regione Lazio, si sono avvicendati tre sub commissari: il primo l’ex presidente della Provincia di Rieti Giosuè Calabrese (Ppi all’epoca), il secondo con l’avvento della giunta Storace, l’ex assessore regionale (reatino) di Alleanza nazionale al Turismo e alla Cultura Luigi Ciaramelletti. Infine nel 2005 l’allora presidente della provincia, oggi parlamentare del Pd, Fabio Melilli, quando già molto ormai era stato assegnato.
I tanti professionisti
Calabrese ha affidato lavori e incarichi per oltre 30 milioni, Ciaramelletti per poco meno. Sotto il loro scettro si sono alternati oltre 790 professionisti della zona: geometri, ingegneri, architetti, geologi. Tanti anche per «dividersi» consulenze minori e appalti di lieve entità. Ma molti, come elencato nel piano di attuazione del programma stralcio, hanno lavorato su diversi fronti contemporaneamente, e quindi a piccole dosi «hanno portato a casa cifre interessanti», afferma una fonte ben informata. In molti casi nella lista ci sono pure ex sindaci, ex consiglieri comunali di vari Comuni, figli di: alcuni tra questi sono passati da un municipio all’altro. Del resto i Comuni beneficiati dalla manna pubblica (tra il primo e il secondo stralcio) sono stati 49 su 72 e molti professionisti sono stati chiamati come progettisti in un luogo e come collaudatori in un altro. Per ogni lavoro «sono stati impiegati tre professionisti… E va da sé che anche nelle opere minori questo ha in un certo senso - riprende la fonte - abbassato anche il valore di prestazione d’opera circa la qualità del rifacimento». Un’accusa pesante, dunque. Non solo, se si osservano i documenti balza subito agli occhi come i 33 milioni di euro stanziati siano stati frazionati in interventi, (soprattutto tra Amatrice e Accumoli dove si è verificato il sisma e i palazzi sono crollati nuovamente), con importi non oltre i 150 mila euro, cifra entro la quale appalti e incarichi, all’epoca, potevano essere affidati a trattativa privata. Chi conosce quegli atti, insomma, assicura che la pioggia finanziaria è scesa sui Comuni «mettendo d’accordo tutti: sia la destra che la sinistra, sia i liberi professionisti di destra che quelli di sinistra». Da Amatrice a Fiamignano, passando per Cittaducale e Rieti. Stime alla mano, l’incidenza delle consulenze progettuali ha pesato sull’opera per il 40 per cento dei lavori (Iva compresa). Insomma, su 125 mila euro stanziati 45 mila sono andati ai tecnici e solo 75 mila al rifacimento dei lavori. Se il nodo si affronta da questa prospettiva, allora, è probabile che gli inquirenti nel sequestrare le carte degli appalti affidati vogliano anche accertare se le imprese si siano limitate solo al rifacimento della parti crollate, oppure abbiano anche provveduto al miglioramento sismico così come previsto nel capitolato. Non quindi all’adeguamento ma almeno al miglioramento. «Un fatto è chiaro - riprende la fonte - da tutta questa vicenda si evince che dare lavori a tre progettisti significa poi tagliare i costi sui lavori effettivi».
I tecnici di Amatrice
Tanto per citare un esempio, tra Amatrice e Accumoli, dove quasi tutto ciò che è stato rifatto è inagibile, crollato o fortemente compromesso dal terremoto del 24 agosto scorso, su un importo vicino ai tre milioni di euro stanziati tra integrazioni e fine lavori sono stati ben 72 i tecnici incaricati con l’aggiunta di geologi e collaudatori. Se il tariffario indica il 40% per la progettazione, questo significa che su 3 milioni circa un milione 200 mila euro è finito nelle consulenze mentre il restante milione e 800 mila euro in cemento armato e ferro. Che spalmato su 21 immobili fortemente danneggiati fa una media di poco più di 85 mila euro. Dentro questa cifra ci dev’essere il guadagno per impresa e operai.

Corriere 31.8.16
Così il Comune di Amatrice mentì sui lavori nella scuola: «Ora è antisismica»
di Giovanni Bianconi

qui

Corriere 31.8.16
Il giallo dei 21 milioni destinati agli edifici privati
Nessuno sa come sono stati spesi i fondi, tra cui 21 milioni di euro destinati agli edifici privati. Saranno convocati sindaci e funzionari
di Fiorenza Sarzanini

qui

Corriere 31.8.16
Cento edifici sequestrati dalla Procura
L’indagine per disastro colposo aperta dalla procura di Rieti. I sigilli anche all’ospedale
di Francesco Di Frischia

qui

Repubblica 31.8.16
Lo spreco delle mappe
Cartine incomplete e fondi perduti così lo Stato ha gettato cento milioni
È la cifra spesa negli ultimi sei anni per monitorare il rischio sismico. Ma spesso il lavoro è risultato inutile
di Antonio Fraschilla


UN groviglio infinito di competenze, di enti, di esperti che si occupano tutti della stessa cosa: mappare e monitorare l’Italia sul rischio sismico e idrogeologico. Tra Protezione civile, Regioni, Comuni ed enti di ricerca lo Stato ha speso negli ultimi sei anni almeno 100 milioni di euro per cartine e monitoraggi vari che spesso non “parlano” tra di loro. Un fiume di denaro che ha fatto la fortuna di studi d’ingegneria e geologia, mentre molti Comuni nei loro piani di prevenzione non hanno preso per nulla in considerazione queste mappe, a partire proprio da Accumoli. E lo spreco continua: anche l’ultima pioggia di fondi pari a 30 milioni di euro arrivata per la nuova frontiera in tema di monitoraggio e prevenzione, la cosiddetta “microzonazione” dei terreni, a oggi non è servita a garantire un quadro chiaro e omogeneo: alcune Regioni tra le più esposte ai terremoti, come la Sicilia, non hanno messo i pochi spiccioli necessari per cofinanziare l’intervento e i fondi rimangono nei cassetti. Altre Regioni le somme le hanno invece spese tutte, ma si scopre che queste nuove carte hanno criteri differenti da quelle vecchie ed è difficile metterle in comunicazione. Risultato? A La Spezia la “microzonazione” è pronta da due anni ma ancora in attesa di approvazione da parte della Protezione civile nazionale e quindi non utilizzata nel piano regolatore.
Tanta burocrazia, tanti soldi in ballo, pochissimi risultati. Nonostante i diversi enti che lavorano sul fronte antisismico, dalla Protezione civile all’Ingv, fino al 2003 soltanto 2.965 Comuni su 8.102 rientravano in un’area mappata sul rischio sismico. Dopo i fatti dell’Aquila lo Stato ha provato a muoversi un po’ e per prima cosa ha indicato i «centri di competenza deputati a svolgere attività, servizi, studi e ricerche »: dall’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (che da solo riceve 9 milioni all’anno per monitoraggio sismico), più un’altra dozzina di enti. Ognuno si è messo per conto proprio a “mappare” il Paese. Ma per alimentare la confusione, a questi enti se ne sono aggiunti altri. Anche le Regioni con fondi propri o europei hanno avviato mappature per il rischio idrogeologico e sismico e lo Stato nel 2010 ha dato loro 30 milioni di euro per la “microzonazione”, che consente di stabilire la qualità del terreno e come questo reagisce a una scossa. Almeno questa nuova pioggia di finanziamenti sarà servita a qualcosa? A quanto pare, no. In Liguria hanno speso tutti i fondi arrivati dallo Stato, ma qualcosa non va: «Purtroppo vi sono delle assurdità burocratiche — dice Carlo Malgarotto, segretario dell’ordine dei geologi ligure — Nel mio Comune, La Spezia, la mappatura è stata completata nel 2014. Ma ancora non è stata inserita nel piano regolatore per renderla operativa. La colpa però non è del Comune. Prima per oltre un anno abbiamo atteso il via libera della Regione, che ci aveva detto di modificare alcuni parametri perché i dati andavano adattati alle mappe geografiche in loro possesso. Adesso attendiamo ancora il via libera definitivo della Protezione civile nazionale, che a sua volta ci ha detto di verificare dei paletti informatici per consentire il dialogo con la loro mappa».
In Sicilia, una delle aree a più elevato rischio sismico del Paese, i fondi arrivati dallo Stato, ben 10 milioni, rimangono invece nei cassetti: in un bilancio da 24 miliardi di euro dal 2010 non si è riusciti ancora a trovare poche centinaia di migliaia di euro per cofinanziare il progetto. In compenso la Regione ha speso 8,2 milioni di euro di fondi Ue per varare una grande mappa sul rischio idrogeologico e sismico: peccato però che non sia stata messa in collegamento con le centraline di rilevamento e di fatto è soltanto una carta muta.
Mappe su mappe che i Comuni comunque nemmeno prendono in considerazione quando scrivono i piani di emergenza: se il piano di Accumoli sembra copiato da Amatrice anche nel nome delle vie, a Borghetto Vara in Liguria il piano era fatto talmente bene che il centro operativo in caso di emergenza era stato previsto in una palazzina ritenuta sicura: la prima ad essere stata travolta dall’alluvione del 2011.

Corriere 31.8.16
I «professionisti» della ricostruzione
Lavorano sempre gli stessi, tirano su muretti e palazzine e li riparano se crollano
di Sergio Rizzo

qui

La Stampa 31.8.16
Un sistema di illegalità diffusa
di Vladimiro Zagrebelsky


È malato un Paese che dopo l’ennesimo, prevedibile terremoto, con centinaia di morti e tante distruzioni, deve destinare le pagine dei suoi giornali per metà alle storie dei morti e dei sopravvissuti e agli annunci della ricostruzione, che questa volta sì, si farà sul serio. E l’altra metà delle pagine alle indagini di una procura della Repubblica, alla loro ampiezza e alla diffusione di illeciti e reati, che quasi sembrano costituire la normalità. Ancora una volta il ricorso alle consulenze esterne è il sospetto strumento di favoritismi, ruberie, finanziamento degli sponsor politici.
Questa volta oltre all’abuso di fondi pubblici emerge il disprezzo per norme antisismiche destinate a salvare vite umane e lo scandalo diventa più grave. Ma la regolarità con cui si nominano consulenti esterni alla amministrazione pubblica può significare che al suo interno non vi sono professionalità adeguate, il che sarebbe gravissimo e chiamerebbe in causa la catena gerarchica fino ai governi che hanno tollerato tale degrado. Oppure che - quando non sia necessaria una specifica eccezionale specializzazione - il consulente nominato è un amico, amico di chi può. In entrambi i casi si mette in discussione la struttura essenziale della amministrazione pubblica e dello Stato.
Stupisce la mancanza di reazioni dall’interno della pubblica amministrazione, così avvilita.
Con o senza consulenze esterne e connivenze interne, c’è chi ruba il denaro pubblico e c’è chi chiude gli occhi, non controlla che i lavori finanziati dallo Stato siano portati a compimento e regolarmente (severamente) collaudati. Si dirà ancora una volta che è colpa dei burocrati, ma in queste vicende hanno poteri e responsabilità sia i ministeri, sia sindaci e giunte comunali e regionali: organi eletti da quegli stessi cittadini che non vengono protetti e sono invece messi in pericolo. Le indagini accerteranno se e dove vi siano responsabilità, ma ci vorrà molto tempo, perché essendo indagini giudiziarie esse tendono a produrre prove utilizzabili davanti al giudice nel processo. E le regole del processo sono rigorose. I processi accerteranno o escluderanno responsabilità individuali. Ma ora lo scenario che si apre descrive - ancora una volta - un sistema. Un sistema in cui a tutti i livelli amministrativi, compresi quelli elettivi e i partiti che li esprimono, l’illegalità - questa volta sulla pelle delle persone - diviene strutturale.
L’intervento della magistratura, ovviamente doveroso, rischia allora di suscitare malintesi, infondate speranze e illusioni. Come dimostrano le ancor recenti polemiche contro i giudici di Perugia accusati con ben orchestrata campagna di sostituirsi ai tecnici (sismologi) e agli amministratori, alle speranze e alle illusioni si accompagneranno critiche e accuse. E si parlerà di supplenza della magistratura, irrispettosa della discrezionalità degli amministratori. Ma ora è il caso di avvertire che il problema che emerge - anche questa volta - può forse essere represso a posteriori attraverso i processi, ma che non c’è salvezza per il Paese, fino a quando una rivolta morale non restauri o instauri in Italia senso civico, correttezza e un poco almeno di «virtù repubblicana».
Ho parlato di speranze illusorie riguardo all’opera della magistratura penale, per la sua naturale finalizzazione ad altro, che non è la soluzione di una deviazione così diffusa e grave. Se un tocco di sarcasmo è consentito, si può notare che i regimi corrotti di solito hanno una magistratura asservita: della corruzione si può bisbigliare, ma senza prove. L’Italia corrotta è incoerente, poiché mantiene una magistratura indipendente. E allora la corruzione viene fatta emergere ed è sotto gli occhi di tutti. Ma inutilmente, poiché l’ipocrisia protegge la corruzione.

Il Sole 31.8.16
Cassazione. È stalking anche se non si cambia vita
Non serve che lo stato di ansia porti la vittima a un mutamento nello stile di vita
Rientra nell’ambito della tutela anche lo sguardo insistente
di Patrizia Maciocchi


Roma Il reato di stalking c’è anche quando la vittima non cambia le sue abitudini di vita. Con la sentenza 35778 depositata ieri, la Cassazione chiarisce che gli atti persecutori prevedono eventi alternativi: perché scatti la condanna, non è necessario che allo stato di ansia e di paura indotti nella vittima si associ il mutamento di abitudini. Nel caso esaminato, in cui la persecuzione era stata messa in atto per questioni economiche e non “passionali”, basta lo stato d’animo indotto nella vittima e verificato non solo in base alla sua testimonianza, ma anche sulle affermazioni delle persone che erano vicine alla donna perseguitata.
Per la Suprema corte, la reazione della vittima può variare, come dimostrato da precedenti sentenze. Con la decisione 15603 del 2016, i giudici hanno confermato lo stalking anche quando il soggetto perseguitato reagisce: la “risposta” violenta non è infatti sufficiente ad escludere il timore per la propria incolumità. E non deve essere considerato indicativo neppure lo stile di vita. Per questo, la Suprema corte afferma la sussistenza del reato anche quando la persona destinataria delle pressioni cerca di “svagarsi” in discoteca (sentenza 48332).
Sullo stalking, che non di rado è l’anticamera di una violenza dalle conseguenze estreme, la Cassazione ha con il tempo stretto le maglie. Nel reato è rientrato anche il divieto di sguardo (sentenza 5664/2015), perché fissare negli occhi in modo intimidatorio, la persona che si dovrebbe evitare è un modo per minacciarla e intimorirla. In questo contesto, un avvertimento è stato però lanciato anche alle parti lese: non possono essere concilianti con i loro persecutori. Atteggiamenti di “apertura”, come ad esempio rispondere al telefono quando lo stalker chiama, può essere una mossa che lo salva dalla condanna (9221/2016).
Anche se in genere il volto dello stalker è quello di un ex e - qualche volta - anche di una ex, non sempre gli atti persecutori sono il risultato di una reazione patologica alla fine di un rapporto.
La Cassazione ha ormai bollato come stalking anche i continui dispetti e le pressioni esercitate dai vicini di casa. Lo stalking condominiale può portare la vittima a prendere tranquillanti e ad aver paura di uscire, come avvenuto nel caso esaminato con la sentenza 26878/2016. Per la Cassazione, tolleranza zero anche con i corteggiatori troppo pressanti che arrivano ad entrare di prepotenza in casa della donna desiderata. Con la sentenza 35353 del 23 agosto scorso, la Cassazione ha accolto il ricorso del Pg e della vittima contro la decisione del Gip di dichiarare il non luogo a procedere nei confronti del persecutore che aveva messo in atto un “assillante corteggiamento” fatto di telefonate e visite sgradite. Per il Gip, però, lo spasimante non era uno stalker e anche la violazione di domicilio poteva rientrare nel raggio d’azione della particolare tenuità del fatto. I giudici usano la mano pesante anche con il figlio che si accampa nel sottoscala di mamma e papà per chiedere continuamente soldi. Secondo la Suprema corte (sentenza 29705 del 13 luglio), il figlio , classe 1959, con il suo “bivacco” fisso intimoriva gli anziani genitori.

Il Sole 31.8.16
Separazioni. Se l’obbligato ha difficoltà
Sequestro dei beni per garantire l’assegno all’ex
di Antonino Porracciolo


Sì al sequestro conservativo previsto dall’articolo 671 del Codice di procedura civile sui beni dell’ex coniuge obbligato a pagare un assegno di mantenimento all’altro coniuge. Lo ha affermato il Tribunale di Perugia (giudice Ilenia Miccichè) in un’ordinanza dello scorso 1° agosto.
Le parti in lite sono coniugi nei cui confronti il Tribunale ha pronunciato la separazione personale, onerando il marito di versare alla moglie 550 euro al mese. Nel giudizio di separazione, l’uomo aveva affermato di aver chiesto prestiti di denaro per far fronte ai debiti e di aver subìto una riduzione del proprio lavoro; aveva, inoltre, documentato di avere i conti correnti in rosso e aver incaricato un’agenzia immobiliare per vendere la casa coniugale. Ciò per la moglie prova l’esistenza del pericolo di perdere la garanzia del proprio credito e quindi giustificano il sequestro conservativo dei beni del marito.
Nell’accogliere la richiesta, il Tribunale osserva, innanzitutto, che il provvedimento previsto dall’articolo 671 è diverso dal sequestro atipico disciplinato dall’articolo 156 del Codice civile. Quest’ultimo presuppone l’inadempimento dell’onerato, mentre l’altro richiede solo il periculum in mora, cioè il rischio che un’obbligazione non sia eseguita. Per il Tribunale, non c’è dubbio che il sequestro considerato dall’articolo 671 sia «compatibile con il giudizio di separazione personale» e che quello atipico sia una «tutela aggiuntiva offerta nella materia dal legislatore». Altrimenti - prosegue il giudice - si arriverebbe «all’incongrua soluzione» di ritenere che la riforma del diritto di famiglia del 1975 ha diminuito le tutele per il coniuge debole: prima di tale riforma non si dubitava che il sequestro conservativo si potesse chiedere anche nel giudizio di separazione personale.
Di conseguenza - conclude il Tribunale -, il coniuge interessato può ricorrere alla tutela ordinaria offerta dall’articolo 671 anche se il coniuge obbligato non sia ancora inadempiente.
Nel caso in esame, il marito, oltre a contestare l’esistenza dei presupposti per il pagamento dell’assegno, aveva riconosciuto di non poter adempiere, tanto da aver messo in vendita l’ex abitazione familiare. Egli è quindi in situazione di «sostanziale indigenza», sicché appare «tutt’altro che infondato» il timore della moglie «che possa essere dispersa ogni garanzia patrimoniale a presidio del regolare adempimento futuro dell’obbligo di mantenimento». C’è anche il fumus boni iuris, cioè la verosimile fondatezza della pretesa in contestazione: i giudici avevano già attribuito alla donna il diritto all’assegno di mantenimento. Nel merito, il Tribunale («procedendo in via del tutto approssimativa a una valutazione astratta del credito futuro») ipotizza che l’assegno andrà versato per i prossimi 10 anni, quindi ne quantifica il totale in 66mila euro.

Il Sole 31.8.16
Il Consiglio di Stato precisa i limiti del concetto di infiltrazione
Mafia, basta anche un solo dipendente
di Francesco Clemente


Per ipotizzare il condizionamento mafioso dell’azienda che partecipa agli appalti pubblici, non è necessario che i dipendenti siano in gran parte collegati alle cosche mafiose: in questi casi, la gravita dei fatti che fa scattare l’interdittiva antimafia può riferirsi anche a un solo lavoratore in qualche modo vicino ai gruppi criminali. Il Consiglio di Stato - sentenza 3299/2016, Terza sezione, 20 luglio – ha così dato ragione al ministero dell’Interno, che chiedeva di ribaltare la tesi di primo grado secondo cui è illegittima l’interdittiva basata, senza idonee motivazioni, sull’ipotesi di scelte aziendali influenzate da un «trascurabile» numero di addetti nell’orbita della malavita, per di più se con mansioni solo esecutive e mai decisionali anche di fatto.
In questo caso, era stata bloccata una società del settore rifiuti affidataria di dieci contratti comunali, poiché ritenuta condizionata da 15 dipendenti su 90 con gravi precedenti penali, anche per associazione a delinquere di stampo mafioso o con rapporti di parentela e frequentazione con esponenti di cosche locali. Dettagli che, secondo l’azienda, avrebbero avuto «rilevanza sproporzionata» senza la prova del peso sui quadri dirigenziali o societari, facendo passare per «presenza massiva» una quota minima di operai, peraltro divisa in più cantieri, in parte assunta per subentri a ex gestori e paradossalmente con requisiti morali poiché con porto d’armi.
Il Consiglio di Stato spiega che la giurisprudenza ormai riconosce «numerose situazioni, non tipizzate dal legislatore,...“spie” dell’infiltrazione (nella duplice forma del condizionamento o del favoreggiamento dell’impresa)» e che le stesse, diverse per tempi, luoghi e persone, si possono valutare per desumere il tentativo di infiltrazione come da Codice antimafia (comma 6, articolo 91, Dlgs 159/2011). Tra esse, proprio l’assunzione di personale col profilo sospetto citato, quindi con presenza anche solo «rilevante» e non per forza, come la stessa Sezione ha chiarito in altri casi (sentenza 1743/2016), «esclusiva o prevalente».
Il condizionamento è infatti ipotizzabile «anche dalla presenza di un solo dipendente “infiltrato”, del quale la mafia si serva per controllare o guidare dall’esterno l’impresa, ciò che può risultare da atti investigativi..., frequentazioni ed altri elementi sintomatici»: l’obiettivo delle cosche «non è solo – o non sempre – la scalata delle gerarchie societarie, ma il controllo delle attività economiche più lucrose con ogni mezzo e con ogni uomo idoneo allo scopo, con una flessibilità di forme interne che sfugge…, per non attirare controlli esterni, alle “armonie prestabilite” del diritto societario».
Secondo il principio del «più probabile che non», come precisa la sentenza, in questi casi un numero comunque «non certo esiguo» di “infiltrati” – stabilito che non è una questione solo numerica - non può far escludere che gli atti e la vita stessa dell’impresa, soprattutto se piccola o media, dipendano da «direzione esterna». L’interdittiva è perciò legittima «se tale anomala presenza non è giustificata né preceduta da un’efficace attività di vigilanza e di selezione» dovuta per l’azienda che decide di avere rapporti con la Pa.

La Stampa 31.8.16
“Noi in classe, i prof non si sa”. La riforma vista dagli studenti
Le preoccupazioni dei ragazzi: tra ritardi, ricorsi e record di bocciature al Concorsone l’anno rischia di partire con un terzo delle cattedre scoperte. E a rimetterci saremo noi
di Daniele Grassucci


Anno nuovo, problemi vecchi. A poco più di un anno dall’approvazione della legge 107 sulla “Buona Scuola”, sono infatti ancora molti gli interrogativi aperti. La bella notizia è che finalmente si sono messe le mani su una materia troppo trascurata negli anni passati ma, come spesso accade, prima che il nuovo sistema entri a regime mostrando i benefici, c’è bisogno di tempo per ingranare. Per ora, intanto, sono diversi i grattacapo per chi sta tra i banchi. Il sito di riferimento per gli studenti Skuola.net li riassume punto per punto.
Cattedre vuote
Doveva essere una boccata d’aria per migliaia di precari della scuola. L’occasione per passare finalmente «di ruolo». Nella pratica, non è stato così semplice e l’incubo delle cattedre vuote a inizio anno – che il piano assunzioni avrebbe dovuto scongiurare una volta per tutte – potrebbe nuovamente tormentare gli studenti al ritorno tra i banchi. Questa volta la colpa non è del precariato storico, ma del concorsone le cui prove scritte si sono svolte tra aprile e maggio.Incrociando i dati degli uffici scolastici regionali e un’indagine effettuata dal portale Tuttoscuola si scopre che i posti banditi sono stati 63.712 (da collocare in 3 anni), i candidati più di 175mila. I promossi? Ancora non si sa. Perché il primo problema riguarda la tempistica: 315 delle circa 800 differenti procedure non verranno concluse in tempo per l’immissione in ruolo (il termine ultimo è il 15 settembre) e, in concreto, circa 100mila candidati non conosceranno il loro destino e dovranno rinviare i sogni di gloria al prossimo anno. Pochissime le commissioni che hanno già approvato le graduatorie.
E poi c’è la questione “bocciature”: dei 71.448 candidati a cui è «già» stato corretto il proprio scritto più della metà (il 55,2%) sono fuori; solo 32.036 aspiranti maestri e professori (praticamente la metà) sono stati ammessi a sostenere le prove orali. E pensare che la selezione era riservata solo a docenti abilitati! Il motivo? Secondo i commissari d’esame il livello di preparazione dei candidati non era adeguato. Controbattono i rappresentanti dei concorsisti, secondo cui la colpa è del metodo di valutazione che non teneva conto delle differenti competenze richieste ai vari docenti. Fatto sta che, proiettando i dati al totale degli esaminati, è di nuovo Tuttoscuola a stimare che alla fine di tutte le procedure c’è il rischio concreto che circa 23mila cattedre - un terzo del totale - non saranno assegnate.
Didattica traballante
Possibile quindi un paradosso. Cattedre senza docenti titolari e docenti assunti a tempo pieno ma senza cattedra. Una della novità principali della “Buona Scuola” è stata rappresentata dall’introduzione del cosiddetto organico funzionale, cioè di professori non destinati alla classica docenza curricolare ma a potenziare l’offerta didattica e formativa di ogni singola scuola, in base agli obiettivi del Piano Offerta Formativa (POF). Circa la metà del piano di assunzioni straordinarie finora condotte ha riguardato questa nuova tipologia di prof. Provenendo principalmente dalle graduatorie ad esaurimento, non sempre i dirigenti scolastici hanno potuto accogliere nel proprio istituto i docenti competenti nelle materie richieste. Ed è capitato, così, che l’istituto che chiedeva un professore di lettere si è ritrovato con un docente in più di diritto; che al posto di un professore di matematica si presentasse un insegnante di educazione tecnica.
Scuola-lavoro: un sogno
L’alternanza scuola-lavoro è uno dei pilastri della “Buona Scuola”. Ma anche uno dei più discussi. L’intento è lodevole: inserire i ragazzi nel mondo del lavoro, abituarli alle dinamiche e alle regole che troveranno in qualsiasi impresa. Un periodo di formazione in azienda obbligatorio per gli studenti dell’ultimo triennio delle scuole superiori che, a breve, sarà valutato anche alla maturità. Non sempre però passare dalla teoria alla pratica è stato facile. In particolare per i liceali, per i quali trovare un tirocinio e completare le 200 ore è stato davvero arduo, per la scarsità di imprese aderenti. E non sono mancati i casi di studenti accolti ma adibiti a mansioni tutt’altro che formative. Un’indagine di Skuola.net ha evidenziato poi che il 52% (il 55% al liceo) di questi “stagisti in erba” non ha trascorso neanche un giorno in azienda e che l’alternanza si è svolta esclusivamente all’interno dell’istituto scolastico tramite percorsi formativi ad hoc, come l’azienda simulata.
Chiamata diretta
In molti hanno polemizzato sulla questione “chiamata diretta” dei docenti in base alle competenze piuttosto che alle graduatorie; qualcuno ci ha visto l’apoteosi del nepotismo, l’occasione per i presidi di “scegliere” i docenti più graditi. Un rischio anche qui per la qualità dell’insegnamento? Forse, almeno in questo caso, un falso mito. Perché è vero che aumentano i poteri per i dirigenti scolastici ma, parallelamente, aumentano i controlli. I presidi devono rendere conto su ogni aspetto del proprio operato. I nuclei di valutazione sono in agguato: le lamentele dei genitori verranno considerate, l’erogazione dei bonus agli insegnanti saranno ponderati. L’introduzione delle fasce di stipendio - più alti solo per i dirigenti “virtuosi” – è un aspetto in grado di arginare molte delle polemiche. Anche se, ovviamente, una quota minima di abusi non si può escludere. E in questi giorni stanno fioccando i ricorsi.
La scuola del futuro?
Quello dell’edilizia scolastica e della sicurezza è un capitolo centrale quando si osserva l’universo scuola dal punto di vista dei ragazzi. I tragici eventi della scorsa settimana hanno solo amplificato ulteriormente il dibattito. Su questo aspetto bisogna dare atto al Governo di un attivismo sconosciuto ai precedessori del recente passato. Sia attraverso interventi diretti previsti all’interno delle Buona Scuola sia mediante stipula di mutui con la Banca Europea degli Investimenti, sono stati pianificati interventi per un valore di oltre 4 miliardi di euro. Alcuni già messi in cantiere e terminati, la maggior parte invece da realizzarsi nei prossimi anni. Dalle semplici ristrutturazioni, al miglioramento delle strutture, all’efficienza energetica fino alla messa in sicurezza o alla costruzione di nuovi edifici, la «lista della spesa» è impressionante. Ma il sisma che ha colpito il Centro Italia ha mostrato ancora una volta tutte le fragilità delle nostre scuole ma soprattutto, purtroppo, della macchina pubblica che dovrebbe sorvegliare sulla bontà degli interventi.
*Direttore Skuola.net

La Stampa 31.8.16
Curriculum e colloqui col superpreside
Ecco i problemi della chiamata diretta
Per il ministero dell’Istruzione la procedura premia i meritevoli, ma secondo i sindacati favorisce il clientelismo
di L. Ven.


Secondo il ministero, una grande possibilità per migliorare l’offerta didattica della scuola italiana. Per i sindacati, una procedura ingiusta che presta il fianco al clientelismo, al punto da presentare ricorso al Tar per presunta illegittimità costituzionale. La «chiamata diretta» è una delle novità principali (e più controverse) della riforma della scuola: per la prima volta i dirigenti scolastici possono scegliere i propri insegnanti, pubblicando degli avvisi pubblici, sfogliando curriculum e sostenendo anche dei colloqui. Il potere dei «super presidi» è pur sempre limitato dalle graduatorie e dagli «ambiti territoriali», da cui è obbligatorio attingere. E la novità non toccherà tutti gli insegnanti assunti prima del 2015, solo i nuovi. Ma si tratta comunque di una rivoluzione, che con l’inizio dell’anno scolastico dovrà essere messa in pratica in tutti gli istituti del Paese. Le prime chiamate dirette sono partite già quest’estate: a sperimentarle i docenti (vecchi e nuovi) che hanno fatto domanda di trasferimento, partecipando alla mobilità indetta dal ministero. Fin qui i curricula caricati sul portale del Miur sono stati 56.659. Ora toccherà ai nuovi assunti dell’anno 2016/2017, 32.419 in tutto il Paese, vincitori del concorsone (ammesso che venga completato in tempo) e iscritti nelle vecchie graduatorie. Ma tutte le novità portano qualche sconvolgimento, almeno all’inizio. E il debutto del nuovo sistema di selezione si sta rivelando più complicato del previsto: su forum e social network non si contano le denunce di abusi, presunte irregolarità e ritardi. E i sindacati, da sempre critici su questo punto della riforma, non perdono occasione per attaccare il ministero: «Siamo nel caos più totale», afferma la Flc-Cgil. «Gli istituti fanno contratti senza pubblicare nomi e motivazioni, chi adottando un criterio, chi l’altro». E tra segreterie oberate di lavoro e professori che ancora non sanno dove insegneranno, la prima campanella suona già fra due settimane.

La Stampa 31.8.16
“Sì alle Olimpiadi, portano soldi per migliorare la vita dei romani”
Strappo di Berdini, assessore all’Urbanistica della giunta Raggi: “È un’opportunità Ma dico no al modello Expo e delle grandi opere. Servono interventi strutturali”
di Ilario Lombardo


Quante cose si possono fare con 5 miliardi? Sono i soldi che pioverebbero su Roma, dal Cio e dal governo, se dovesse strappare alle avversarie le Olimpiadi del 2024. Soldi che potrebbero dare una mano a chi vuole offrire un nuovo volto alla Capitale e invece si trova a contare ogni spicciolo, come Paolo Berdini, assessore all’Urbanistica nella giunta di Virginia Raggi, il primo a uscire allo scoperto e a spiegare al telefono che a «certe condizioni», «ribaltando la prospettiva», senza inseguire «la logica delle grandi opere», il sì alle Olimpiadi è possibile. Anzi: «Può essere una grande occasione». Sulle Olimpiadi, è in corso un dibattito nel M5S, sulla carta compatto a dire no ai Giochi, ma con posizioni più sfumate al suo interno. Da una parte Raggi e il vicesindaco Daniele Frongia sono in trattativa con il presidente del Coni Giovanni Malagò che a sua volta cerca sponda in Luigi Di Maio, considerato tra i più dialoganti sulla candidatura. Dall’altra ci sono i più intransigenti, come Alessandro Di Battista e Paola Taverna, contrarissimi ai Giochi. Berdini è un «alieno», come si definisce, non è un 5 Stelle, e ha la libertà di chi parla per competenza e necessità.
Assessore, il messaggio del Coni sembra chiaro: i soldi li mettono il Cio e il governo. La giunta non spende un euro, Roma ne trae solo vantaggi. Se così è, perché dire di no?
«Certo che per l’assessore Berdini, che tutti i giorni verifica la mancanza di finanziamenti, per la cura della città e per le sue infrastrutture, avere a disposizione delle risorse è una bella prospettiva. Ma per le Olimpiadi bisogna ribaltare l’ottica»
Cioè?
«Non dobbiamo ragionare con la logica e la cultura delle grandi opere come si è fatto in tutti questi decenni. Le Olimpiadi possono essere un’occasione, da verificare nella sua praticabilità. Ed è compito dell’amministrazione farlo».
Raggi è stata un po’ ambigua a riguardo. E’ sembrata più possibilista solo quando ha detto che ben vengano i soldi per 160 impianti che versano in condizioni disastrose. È così?
«Se all’interno del progetto Olimpiadi inseriamo, non dico tutti, ma 80 di quegli impianti, con la regia del Comune a garanzia, è un’occasione da mettere nero su bianco».
Il primo impianto che le viene in mente?
«Lo Stadio Flaminio, che è in condizioni vergognose».
Il M5S e la Raggi però sono stati chiari in campagna elettorale: «No alle Olimpiadi, a Roma servono interventi ordinari».
«Infatti: Olimpiadi non più come evento straordinario ma dell’ordinarietà, da cui può partire una nuova cultura urbana che servirà da esempio per i Giochi del futuro, lontano dal solito modello, ormai fallito».
Olimpiadi sì, quindi, ma a certe condizioni? Quali?
«Che le opere non siano il trionfo dell’incompiuto, com’è successo con Expo che è stata una devastazione. Perché, chiusi i sei mesi di circo Togni, non hanno saputo che fare dei 120 ettari urbanizzati a vuoto. Servono opere strutturali che parlino con la città».
Niente grandi opere?
«Può esserci spazio per una grande opera, ma al servizio della città e dei cittadini. Senza scartare il “gioiello”, come a Rio, devono essere le Olimpiadi di Roma, cioè delle linee metro, della messa in sicurezza degli impianti sportivi. Cambiando la prospettiva sarebbe un’iniezione di futuro per la città a partire da un evento che prima era solo dissipativo».
Pensa ci siano ancora possibilità per convincere Raggi a dire sì?
«Certo, in una decina di giorni decideremo. Io dico: utilizziamo le Olimpiadi come occasione per dare un nuovo volto alla città. Se sono Olimpiadi che cambiano la vita delle persone e opere che portano benessere, non vedo perché dire di no».

il manifesto 31.8.16
Berdini apre sulle Olimpiadi a Roma: «Difficile dire di no a certe condizioni»
Paralisi 5 Stelle. Movimento diviso sul da farsi nella Capitale. Mezzo sì anche sul nuovo stadio della Roma. E la Regione chiede chiarimenti. Mentre la sindaca Raggi tace
 di Matteo Bartocci


ROMA «Ora i 5 Stelle devono decidere cosa vogliono fare da grandi», sospira uno dei tecnici indipendenti che segue da mesi il doppio dossier Olimpiadi e nuovo stadio della Roma.
Perché su entrambi i fronti i nodi stanno arrivando al pettine e sotto la superficie del movimento più di qualcosa si sta muovendo. Lo testimoniano le chiari aperture dell’assessore all’urbanistica di Roma capitale Paolo Berdini ieri in tv ad Agorà: «Se le Olimpiadi servono per fare quattro linee della metro o la messa in sicurezza degli impianti sportivi che stanno andando a pezzi a Roma dico di sì, entro dieci giorni decideremo».
Anche sul mega stadio americano della squadra di Pallotta il comune ieri ha inviato sul filo di lana le carte alla Regione Lazio (un atto dovuto) ma lo ha fatto in modo incompleto, senza il parere di conformità che avrebbe invece sciolto definitivamente la matassa. La giunta, infatti, prende tempo, come ha ammesso la sindaca Virginia Raggi alla festa del Fatto domenica scorsa.
Perché il nodo è politico, tutto interno al movimento e tra il movimento e il Pd, ma investe soprattutto il futuro della Capitale e di milioni di abitanti.
«Forse la partita si è riaperta», sussurrano al Coni con un tasso di ottimismo per ora non suffragato da nessun atto concreto della giunta pentastellata.
La verità è che sulle Olimpiadi, soprattutto, si consuma la partita tra Di Maio e Di Battista per la guida del movimento. I 5 Stelle, come detto in campagna elettorale, sono contrari. E Di Battista non perde occasione a livello locale per tenere fede a questo impegno.
Ma Di Maio, che è lo sfidante in pectore di Renzi, non può bocciare le Olimpiadi senza una buona ragione, una causa inoppugnabile e comprensibile anche a chi non fa parte dei meetup grillini e potrebbe votarlo a Palazzo Chigi.
Il problema è che per ora questo motivo non è chiaro, anzi, Malagò e Montezemolo hanno offerto alla nuova giunta campo libero: anticorruzione, scelta delle aree, letteralmente di tutto purché Raggi firmi il progetto definitivo da consegnare al Cio entro il prossimo 7 ottobre. Al Coni giurano che nei prossimi giorni questa carta già bianca diventerà bianchissima. Non a caso Berdini, prudentemente, aspettando le decisioni della sindaca, prova ad andare a vedere le carte nella conferenza dei servizi.
Perché la realtà è semplice: il comune di Roma, con Marino, ha già detto sì sia alle Olimpiadi che allo stadio della Roma. Perciò Raggi o revoca quelle scelte andando in consiglio (ma in questo modo attaccherebbe a Di Maio l’etichetta del signornò), come ha fatto la città di Amburgo limpidamente, o lavora duro sui dossier e dà i pareri necessari.
Dal punto di vista tecnico, infatti, le questioni da risolvere non mancano, se solo si volesse affrontarle.
Per le Olimpiadi gli ambientalisti hanno individuato 3 punti critici: il bacino remiero (un parco fluviale da 2 km da scavare sul Tevere), il centro media a Saxa Rubra e, soprattutto, la questione Tor Vergata, una zona vasta in cui vivono 500mila persone, che si può tradurre anche come «questione Caltagirone» (che è anche editore del Messaggero).
In quest’area, secondo il Coni e il comune targato Marino, dovrebbe stare il villaggio olimpico, che dopo il 2024 potrebbe diventare il campus universitario della capitale.
Il problema è che nel lontano 1987 tutti quei terreni erano di Caltagirone, che li trasferì all’università di Tor Vergata a condizione che la sua Vianini Costruzioni avesse gli appalti edili e di manutenzione nel futuro. Sono ancora validi quegli accordi? Se è così, significherebbe affidare i lavori delle Olimpiadi chiavi in mano a Caltagirone, ed è contro le norme europee. Se non è così allora di chi sono quelle aree? E’ pane per i denti di un’amministrazione comunale, che ancora oggi (ma neanche con Marino) ha detto una volta per tutte di chi e che cosa sono veramente quelle aree strategiche.
Idem sullo stadio romanista. Con Marino, il comune condizionò l’ok alla cura del ferro: o prolungamento della metro B o più treni sulla Roma-Lido. È una scelta che spetta al comune. E che la regione, guidata dal pd Zingaretti, sicuramente pretende oggi prima di dare il proprio via libera. Per i 5 stelle rovesciare il tavolo e dire di no a entrambi i progetti sembra arduo, anche per il rischio contenzioso con la stessa As Roma e il rischio finanziamenti dal governo in vista del primo bilancio della città a novembre.

Repubblica 31.8.16
Il Campidoglio
Staff e stipendi “Fissare un tetto a 76mila euro” Atac, altra bufera
di Lorenzo D’Albergo


ROMA. Il faccia a faccia con la sindaca Virginia Raggi, ieri ai funerali di Amatrice e pronta a partecipare a un’assemblea cittadina in Campidoglio, è solo rimandato. Perché i consiglieri comunali a 5Stelle e il mini-direttorio vogliono ristabilire le distanze con la prima cittadina. Troppo a lungo inascoltati sul dossier nomine, ora chiedono di fissare un tetto salariale per i professionisti di cui la giunta deciderà di dotarsi: 76mila euro l’anno, quanto un assessore. Nulla di più. Altra misura per ribadire che la voce degli eletti non potrà essere più ignorata: uno tra il presidente dell’Assemblea capitolina Marcello De Vito e il capogruppo Paolo Ferrara entrerà nel mini-direttorio. Al team composto dalla senatrice Paola Taverna, dall’onorevole Stefano Vignaroli, dall’eurodeputato Fabio Massimo Castaldo e dal consigliere regionale Gianluca Perilli si affiancherà quindi uno dei due mister preferenze.
Un segnale chiaro, che rende difficile nascondere i mal di pancia del gruppo anche per i consiglieri che meno si sono appassionati al tema stipendi: «Molte persone hanno sollevato dei problemi - spiega il presidente della commisione Trasporti ed eletto 5Stelle Enrico Stefàno - e hanno fatto bene a farlo. Per ora mi pare che si sia speso poco rispetto al passato. Il conto preciso andrà comunque fatto alla fine. Gli assessori, non dimentichiamocelo, hanno responsabilità enormi. È giusto che scelgano collaboratori di fiducia. Poi verificheremo il lavoro che faranno, se quei soldi saranno meritati. Siamo un movimento giovane, i problemi di crescita sono normali».
Un’affermazione, l’ultima, che non trova completamente d’accordo il mini-direttorio: i casi dell’ex Margherita Andrea Mazzillo, del vice capo di gabinetto alemanniano Raffaele Marra e lo stipendio triplicato all’ex funzionario e ora capo della segreteria politica della sindaca Salvatore Romeo fanno rizzare i capelli in casa M5S. Tanto che, se la sindaca non dovesse rivedere i loro stipendi, Taverna & co. potrebbero fare un passo indietro.
Ma la giunta è investita anche da una nuova polemica su Atac, l’azienda dei trasporti. Il senatore dem, ex assessore, Stefano Esposito pubblica sui social una lettera inviata dal dg Rettighieri alla responsabile della mobilità in giunta, Linda Meleo, in cui il direttore generale vuole «Non è possibile rfar circolare il 95% dei treni entro la metà del mese di settembre e non so da dove questo numero sia uscito». La replica di Meleo: «Grave divulgare comunicazioni riservate». Ma la polemica infuria anche su presunte pressione della giunta per spostamenti di personale.

La Stampa 31.8.16
Bandarin, Unesco
“Su Venezia solo chiacchiere. Un gioco di potere la fa morire”
“Se nulla cambia, la includeremo tra i siti in pericolo”
intervista di Giuseppe Salvaggiulo


«L’Italia deve guardarsi allo specchio e decidere che cosa fare di Venezia», spiega Francesco Bandarin, vicedirettore generale per la cultura dell’Unesco, l’organizzazione che ha dato all’Italia un ultimatum su Venezia. «Noi non siamo una polizia internazionale, ma un sostegno agli Stati. Collaboriamo. Al 90% l’Unesco è questo».
E per il resto?
«Controlliamo che i siti siano protetti adeguatamente. Nel settore del patrimonio culturale, spesso dobbiamo intervenire. Esercitiamo una funzione morale, non abbiamo carri armati. Cerchiamo di consigliare i responsabili dei siti».
Perché siete intervenuti su Venezia?
«Era inevitabile. Da anni chiediamo all’Italia di prendere sul serio la situazione di Venezia. Tutto il mondo s’è accorto che non può andare avanti così, tranne l’Italia».
La reazione ai documenti dell’Unesco non è benevola.
«Chiariamo le cose. Non siamo stati noi a inserire Venezia nella lista dei siti “patrimonio dell’umanità”. È stata l’Italia a chiederlo».
Questo che cosa vuol dire?
«La procedura prevede che se l’Unesco accetta la richiesta si stipula una specie di contratto con cui lo Stato assume degli obblighi. Poi noi seguiamo il sito e verifichiamo che gli obblighi siano rispettati. Nell’80 per cento dei casi va tutto bene».
E nel 20 per cento?
«In genere si tratta di siti minacciati o colpiti da catastrofi naturali e guerre. In altri casi - come a Venezia - quando manca l’azione dei governi, allora facciamo delle raccomandazioni».
I vostri documenti sono lunghi e dettagliati. Quali sono i punti decisivi?
«I nodi sensibili sono l’uso turistico della città e la salvaguardia fisica e ambientale, oltre alle questione delle grandi navi».
Cominciamo da qui. Che cosa avete detto all’Italia?
«Che è assurdo che enormi bastimenti attraversino il bacino di San Marco. Tutti ne parlano, ma dopo 5 anni non esiste ancora una decisione operativa soddisfacente. Anzi, le compagnie di crociera hanno addirittura anticipato il governo, con un principio di autolimitazione per evitare danni d’immagine. Ma non basta. Non c’è equilibrio, il turismo non ha freni. Così Venezia non è una città, ma un villaggio turistico con alcuni residenti come contorno».
Passi avanti?
«Per ora solo chiacchiere, tra cui proposte stravaganti come una tassa sui consumi. Che penalizzerebbe i residenti».
Come viene valutata questa inerzia?
«Sorprende che da Venezia arrivino solo lamentele, come quella secondo cui la città è al fallimento. Come si può fallire con 30 milioni di turisti che portano 6 miliardi di euro l’anno? Quando lo racconto, i colleghi mi guardano increduli. In difesa dello status quo c’è un colossale blocco di poteri e interessi, che rifiuta regole. Chi le propone viene assalito, a volte anche fisicamente. A anni fa scoppiò la rivoluzione per una tassa sui bus di 1 euro a passeggero».
Qual è il limite per un turismo sopportabile?
«L’unico serio studio fu fatto anni fa da Paolo Costa e diceva 12 milioni l’anno. Ora sono due volte e mezzo. Ma la cosa più preoccupante è l’assenza di una visione di lungo periodo. Sapere dove si arriva se non si fa nulla».
Dove si arriva?
«Il turismo è l’industria mondiale che si sviluppa di più. Ora siamo a 1,3 miliardi di turisti nel mondo, le previsioni Onu dicono che nel 2030 si supereranno i 2 miliardi. Quindi a Venezia quanti ne arriveranno: 40 milioni? 50? E se oggi è già stritolata, cosa ne sarà tra 15 anni?».
In un’assemblea il sindaco Brugnaro ha detto «quelli dell’Unesco mi fanno inc...».
«Non sono contrario alle polemiche, purché siano alte. Quelle così basse, per favore no. La realtà è che in un anno l’amministrazione non ha detto una sola parola strategica su Venezia».
Il Comune è il vostro unico interlocutore?
«No e non è l’unico responsabile. Venezia ha una governance complessa. La Regione ha enormi poteri ambientali, il governo mette i soldi e quindi ha voce in capitolo. Ma bisogna considerare che Venezia è la gallina dalle uova d’oro del turismo italiano».
Che cosa vi aspettate dall’Italia?
«Un rapporto dettagliato e misure concrete, se non saranno sufficienti valuteremo l’inserimento di Venezia nella lista dei siti in pericolo».
Il numero chiuso è un’opzione?
«Le scelte spettano alle autorità nazionali e locali. Ma non si può chiudere una città con un lucchetto».
IN PRIMO PIANO

Corriere 31.8.16
Ieri alla Festa nazionale de l’Unità di Catania
D’Alema: «Ho perso le elezioni in modo meno catastrofico di Renzi» e il pubblico applaude:


La Stampa 31.8.16
Ovazione per D’Alema alla festa renziana
“Renzi brutale sulla Rai come Berlusconi”
E sul referendum: “Trovo sbagliato spaccare il Paese”. Lunedì prossimo una riunione organizzativa per il “no”
di Fabio Albanese


«Nel paese c’è tanto spazio per il no, ce n’è molto meno nell’informazione, largamente controllata anche dopo l’occupazione brutale della Rai da parte del governo, la cacciata dei dissidenti, cosa che mi ha molto colpito perché solo Berlusconi era arrivato a tanto». Massimo D’Alema arriva alla festa nazionale dell’Unità, in corso a Catania, e nonostante sia stato invitato a parlare di politica estera con il ministro Gentiloni, punta dritto al referendum costituzionale e al suo «no» convinto: «Vedo che siete tutti interessati alla politica estera», esordisce, ironico, parlando con i giornalisti.
E quando gli chiedono come si sente da invitato a una festa dell’Unità costruita sulla ricerca del consenso al «si» per il referendum, ribatte serafico: «La festa è per me un appuntamento a cui partecipo tutti gli anni, da una cinquantina d’anni e non trovo motivi per non esserci. Io non faccio parte di nessuna minoranza, faccio parte di me stesso». L’ex premier conferma per il 5 settembre una riunione organizzativa per coloro che sono per il «no», «non solo gente del Pd, ci sono iscritti, non più iscritti ma anche gente mai iscritta al Pd».
Nel dibattito con il ministro Paolo Gentiloni, coordinato dal direttore del Foglio Claudio Cerasa, D’Alema ha fatto la parte del leone, a vedere l’entusiasmo del pubblico: applausi scroscianti per lui, più di «cortesia» quelli per il ministro. E quando Cerasa chiede al pubblico se voterà «si» o «no», si alzano poche mani per la posizione del governo e tante per quella di D’Alema. Il quale spiega: «Trovo sbagliato aver spaccato il Paese sulla Costituzione. Ora Renzi ha detto che se vince il no non ci saranno elezioni anticipate, affermazione che considero positiva. Se si va al voto nel 2018, c’è tutto il tempo per fare una limitata riforma costituzionale; non 44 articoli che danno vita a un complicato e farraginoso sistema, ma un testo di una pagina, tre articoli, per ridurre il numero dei parlamentari, bloccare la navetta delle leggi senza rinunciare al bicameralismo perfetto così come fanno negli Stati Uniti, per dare il voto di fiducia solo alla Camera dei deputati». E la legge elettorale? «Resto convinto che l’Italicum sia viziato da un difetto costituzionale».
Il «lider Maximo» non risparmia nemmeno il suo ex fedelissimo Matteo Orfini, presidente Pd, che domenica scorsa, proprio a Catania, aveva detto di non capire il no di un D’Alema che vuole fare i girotondi: «Mi sembra difficile l’idea di fare girotondi con i professori De Siervo, Casavola, Onida, Chieli. Forse Orfini dovrebbe essere più rispettoso verso queste personalità che rappresentano tanta parte della cultura italiana», ha replicato.
Il dibattito sulle «sfide della sinistra nel disordine mondiale» è rimasto sullo sfondo perché si è parlato tanto di politica interna, del Pd e del referendum costituzionale, con una platea «affamata» di politica e che sembrava non aspettare altro. Gentiloni ci ha provato a parlare del tema assegnato ma non ha potuto far altro che offrire la sua visione del partito, avvertendo: «Una spaccatura del Pd non serve a nessuno - ha detto - nemmeno a D’Alema».

Corriere 31.8.16
Referendum, primo derby alla Festa
Il popolo del No applaude D’Alema
Serrato confronto con Gentiloni a Catania alla manifestazione nazionale del Pd. Nessuno stand Anpi a Firenze: non accettano opinioni diverse. La replica: nessun veto
di Ernesto Menicucci

qui

Repubblica 31.8.16
D'Alema alla festa dell'Unità: "Con la riforma Renzi ha spaccato in due il Paese"
Bersani: "La gente non mangia pane e referendum"

qui

L'Huffington Post 31.8.16
Festa dell'Unità, al dibattito con Massimo D'Alema vince il no. "Renzi è ormai un politico come tutti gli altri"
di Angela Mauro

qui

Il Fatto 31.8.16
Referendum, D’Alema: “Riforma fatta da maggioranza di trasformisti. Rai occupata brutalmente come ai tempi di Berlusconi”
Alla Festa dell'Unità di Catania l'ex premier attacca Renzi, che ormai "sta diventando un politico tradizionale", e che ha "sbagliato a spaccare il Paese sulla Costituzione"
Il Pd? "Sta diventando un partito normale. Abbiamo tolto l'Imu ai ricchi che ci hanno premiato, mentre la povera gente e il mondo del lavoro non ci votano più"

qui

Fanpage 31.8.16
D’Alema: “Poco spazio in Rai per il no al referendum, nemmeno Berlusconi arrivò a tanto”

qui

Il Giornale 31.8.16
Controriforma di D'Alema: via il governo, poi ci penso io
L'ex premier: Renzi è diventato un politico come tutti gli altri con i peggiori difetti. Io mi dimisi per una sconfitta molto meno catastrofica
di Laura Cesaretti

qui

Il Foglio 31.8.16
Il Massimo della vita
D'Alema avrebbe uno strumento chiaro e lineare per capire se la propria idea è così radicata nel paese: candidarsi alla presidenza del Consiglio
Il Foglio ha lanciato una piccola campagna qualche mese fa. Perché sogniamo di vedere quanto pesa alle elezioni la sinistra dalemiana
di Claudio Cerasa


Roma. Lunedì 5 settembre, a Roma, Massimo D’Alema organizzerà un’assemblea pubblica per mettere insieme le forze di sinistra che non intendono arrendersi al modello di riforma costituzionale proposto dal governo Renzi. L’ex presidente del Consiglio ha tenuto a far sapere che le adesioni ricevute per intervenire all’assemblea sono state così numerose da aver reso inevitabile la scelta di una location più spaziosa. D’altronde la capacità di Massimo D’Alema di mobilitarsi per ostacolare il passo di un leader di sinistra a lui sgradito non è una novità di questi giorni e anche se erano altri tempi Walter Veltroni ricorderà sicuramente con affetto il giorno in cui l’ex ministro degli Esteri (24 giugno 2008) organizzò a Roma un’assemblea pubblica per mettere insieme, attraverso l’associazione Red, le forze di sinistra che non intendevano arrendersi al modello di sinistra proposto dall’allora segretario del Pd.
Nel percorso coerente dello scorpione Massimo l’impressione è che ancora oggi manchi un passaggio chiave nella sua carriera politica. L’ex presidente del Consiglio, che evoca periodicamente una svolta a sinistra dei partiti di sinistra che scelgono di emanciparsi dalla vecchia sinistra, avrebbe uno strumento chiaro e lineare per capire se la propria idea di sinistra è così radicata nel paese o se invece non è altro che la proiezione utopica e romantica di un mondo che semplicemente oggi non esiste più, in quanto condannato non dalle arroganti iene dattilografe ma semplicemente dagli arroganti elettori. E’ un sogno difficile da realizzare, lo sappiamo, ma un sogno possibile se lo si vuole: candidare D’Alema alla presidenza del Consiglio. Un’altra Italia con Massimo è possibile. Il Foglio ha lanciato una piccola campagna qualche mese fa. La mail è sempre la stessa: dalemapremier@ilfoglio.it

il manifesto 31.8.16
D’Alema: riforma condivisa di tre articoli
Referendum. L’ex leader alla festa nazionale attacca Renzi, lancia la sua campagna e presenta un progetto alternativo. I partigiani dell’Anpi non vanno alla festa di Firenze: a differenza di Bologna non ci fanno fare campagna per il No

L’Anpi rompe con il Pd per la festa di Firenze
di Domenico Cirillo


ROMA «Una riforma limitata della Costituzione ma condivisa da un ampio arco di forze politiche. Può essere fatta in sei mesi, solo tre articoli in modo che i cittadini possano conoscerla, non come questa proposta dal governo che nessuno ha capito sulla quale ci viene chiesto un plebisicito». Torna Massimo D’Alema, invitato alla festa nazionale dell’Unità per parlare con il ministro Gentiloni di politica estera, si lancia sulla riforma costituzionale. «Il partito democratico non può scherzare con i principi essenziali della democrazia – dice – cambiare le elezioni con una maggioranza raccogliticcia di trasformisti». Arringa la platea che in gran parte è schierata con lui. Il ministro cerca di fermarlo paragonarlo ai 5 Stelle: «Questa posizione da signor no contraddice la sua biografia». L’ex segretario ricorda il No dell’Ulivo alla riforma costituzionale di Berlusconi e mette sul piatto del suo ritorno al centro della campagna elettorale – prossimo un appuntamento a Roma – la sua proposta di riforma costituzionale da presentare dopo la vittoria del No al referendum costituzionale. «Solo tre aritocli, il primo riduce sia deputati che senatori, 400 i primi e 200 i secondi. Articolo due: fine della navetta parlamentare adottando il sistema degli Usa. Articolo tre: il rapporto di fiducia del governo è solo con la camera».
Nel frattempo a Firenze va in frantumi l’armistizio tra il Pd e l’Anpi sulle feste dell’Unità. Motivo dello scontro ancora il referendum costituzionale, con l’associazione dei partigiani che ha deciso di schierarsi per il No e il partito del presidente del Consiglio che sta dedicando tutto, anche le feste di partito, alla causa del Sì. A Bologna, dopo un iniziale rifiuto, la federazione dei democratici ha concesso il tradizionale spazio nella festa all’Anpi, che adesso è lì a spiegare le ragioni del No al referendum. A Firenze invece la sezione cittadina dell’Anpi ha comunicato ieri che non sarà alla festa perché «la segreteria del Pd ci ha detto di ritenere difficilmente conciliabile la compresenza di opinioni opposte all’interno di una festa caratterizzata dalla campagna per il Sì». La risposta del segretario metropolitano del Pd non lascia spazi a una possibile mediazione sul genere di quella trovata a Bologna. «L’Anpi può venire anche domani – ha detto Fabio Incatasciato – è ovvio però che allestire uno stand solo sul no al referendum costituzionale mi pare irrispettoso verso la festa dell’Unità».
Nella città di Renzi i rapporti tra l’Anpi e il Pd sono particolarmente tesi anche perché i partigiani hanno accusato il sindaco Nardella, renziano tra i primi, di averli esclusi dalle cerimonie per l’anniversario della liberazione della città dai nazi fascisti. La nuova rottura potrebbe mettere a rischio il confronto diretto tra Matteo Renzi e il presidente nazionale dell’Anpi Carlo Smuraglia – ieri duramente attaccato dall’Unità – che l’anziano leader dei partigiani aveva infine accettato e che dovrebbe tenersi a settembre alla festa di Bologna.
In un’altra festa dell’Unità, quella nazionale del Pd a Catania, ieri sera è arrivato Massimo D’Alema per un confronto con il ministro degli esteri Gentiloni che nelle intenzione degli organizzatori doveva essere dedicato alla politica estera. Non lo è stato, visto che l’ex segretario ha esordito criticando il presidente del Consiglio che «è diventato un politico tradizionale con tutti i peggiori difetti di un politico tradizionale».
Davanti a un pubblico di militanti in prevalenza schierato con lui, D’Alema ha denunciato la «frattura sentimentale» aperta da Renzi nel Pd. E tornando alla «rottamazione» di cui si vede vittima, D’Alema ha detto che «questa violenza contro le persone che non c’è mai stata nella sinistra italiana». Gentiloni ha replicato accusando D’Alema di lavorare per una divisione nel partito, imputandogli il fatto di non aver sostenuto i candidati del Pd alle amministrative – vedi il caso di Giachetti a Roma.

Corriere 31.8.16
Bersani intervistato da Berlinguer: questo voto non è una priorità

Firenze ( c.b. ) «Piove, governo»... «Strepitoso». Pier Luigi Bersani completa così la frase di un giornalista che lo stuzzica sul suo rapporto con Renzi. L’ex segretario del Pd, alla Festa dell’Unità di Firenze, scherza prima di sedersi a tavola per un’amatriciana, assieme a Bianca Berlinguer che poi lo intervista sul palco delle Cascine. «La gente non mangia pane e referendum, che è al quarto, quinto posto delle priorità degli italiani, che non arrivano a fine mese — dice Bersani —. Qua a Firenze non c’è l’Anpi? Beh, bisogna stare attenti a non personalizzare troppo le feste (“Basta un sì”, è il titolo, ndr ): ai tempi di Berlinguer mica si facevano le feste sul compromesso storico».

Corriere 31.8.16
Gli ostacoli all’unità cercata dal premier
di Massimo Franco


I funerali ad Amatrice, la città più colpita dal terremoto di otto giorni fa, hanno consentito di rilanciare l’immagine di un’Italia coesa anche politicamente. La presenza del capo dello Stato, Sergio Mattarella, accanto al premier Matteo Renzi e alle altre cariche istituzionali, comprese quelle del M5S, per qualche ora è riuscita ad attenuare le tensioni. Ma le polemiche, fuori, sono già martellanti. Il governo tenta di costruire qualcosa che somigli all’unità nazionale. Ci sta riuscendo nel suo partito, dopo avere nominato Vasco Errani commissario per la ricostruzione: scelta approvata anche dalla minoranza del Pd.
Ma da Firenze arriva l’ennesima lacerazione polemica tra dem e Anpi sul referendum: un anticipo del «no» di tutti gli oppositori renziani. E la pioggia sui funerali solenni di ieri lascia capire quanto, dopo l’emozione e la solidarietà dei primi giorni, la situazione possa peggiorare andando verso l’inverno. Matteo Renzi si sta muovendo bene, ma sa di rischiare un altro fronte dell’impopolarità di qui a pochi mesi. Anche perché Beppe Grillo e Lega hanno tutto l’interesse a delegittimare le decisioni del premier; e a liquidare le misure appena prese come «pannicelli caldi». Il vero problema, però, è un’Europa poco disposta a offrire sponde finanziarie: non come si sperava.
Ieri un portavoce della Commissione Ue ha replicato con freddezza alle richieste di Renzi: l’unica flessibilità possibile è «a tempo». Oggi il premier ne parlerà con la cancelliera tedesca Angela Merkel; e soprattutto con i rispettivi ministri dell’Economia, Pier Carlo Padoan e Wolfgang Schauble. La possibilità che palazzo Chigi riesca a ottenere stanziamenti pluriennali è considerata bassa, però. La Merkel è già sfidata dall’opinione pubblica della Germania per la sua politica di accoglienza dei profughi. E il ministro dell’Economia, Schauble si è sempre mostrato più rigorista di lei.
E il tema dei migranti promette di incunearsi anche nelle polemiche italiane. Nelle file di FI, che pure si era offerta di collaborare con Renzi, ci si chiede perché i soldi non vengano attinti dai 3,3 miliardi di euro stanziati «per gli immigrati clandestini». Renzi viene criticato perfino per la decisione di convocare il vertice Italia-Germania a Maranello, nella sede della Ferrari. Secondo berlusconiani come Renato Brunetta «sarebbe stato meglio» trasferirlo ad Amatrice per rimarcare l’emergenza.
Ma c’è da dubitare che, cambiando luogo, sarebbe cambiata anche la posizione politica tedesca. Tra l’altro, è stato calcolato che per garantire la sicurezza antisismica sarebbero necessari investimenti tra i cinque e i dieci miliardi per circa un decennio. Mentre, avverte il presidente della Toscana, Enrico Rossi, «col patto di stabilità è difficilissimo spendere soldi». Spenderli, e anche ottenerli: soprattutto per un Paese che continua a essere sovraesposto alla volatilità dei mercati finanziari a causa del suo debito pubblico.

Il Fatto 31.8.16
Referendum, Anpi diserta Festa Unità di Firenze: “Per Pd inconciliabile la nostra posizione con la campagna per il sì”
La tregua raggiunta a Bologna si è rotta nella città del premier. Il partito ha inviato il consueto invito ma dopo alcuni contatti ha precisato: "Partecipate ma nel rispetto delle posizioni politiche del Pd sulla consultazione”
Nuovo strappo, dunque, dopo che il sindaco Nardella aveva deciso di fare a meno delle testimonianze dei partigiani alle celebrazioni per la Liberazione del capoluogo
di Giulia Zaccariello

qui

Il Fatto 31.8.16
“La stampa voleva dividere l’Anpi: ma siamo uniti sul No”
Carlo Smuraglia Il presidente: “Farinetti stia tranquillo: ci schierammo contro legge truffa e governo Tambroni e non siamo diventati un partito”
intervista di Silvia Truzzi

qui

Il Fatto 31.8.16
Da oggi disponibile “La Costituzione spezzata” di Andrea Pertici
Poche storie, così il governo è strapotente
di Roberto Zaccaria

qui

Il Sole 31.8.16
I Dem. Dalla minoranza apprezzamento per la scelta di Errani commissario, ma nessuna retromarcia sulla richiesta di cambiare l’Italicum
Riforme, si riapre la partita nel Pd
Dopo la pausa estiva Bersani getta acqua sul fuoco: «Ora alla gente interessa il lavoro»
Roma
di Emilia Patta


«L’Italia non mangia pane e referendum: se noi politici, e voi della stampa, continuiamo a parlare solo di questo vi segnalo che lo scollamento dalla gente aumenta. Non c’è lavoro in questo Paese qui, poi il referendum vediamo come farlo». E ancora: «Il tema della riforma costituzionale non è il terzo problema, è il quarto il quinto o il sesto». Chi si aspettava l’annuncio di qualche apocalisse da parte di Pier Luigi Bersani - ieri sera intervistato in pompa magna da Bianca Berlinguer alla Festa dell’Unità di Firenze - è rimasto deluso. L’ex segretario del Pd e punto di riferimento della minoranza interna, anzi, ha quasi dato l’impressione di voler derubricare la questione del Sì o del No alla riforma del Senato e del Titolo V a questione non prioritaria per un Paese in cui l’economia continua a stagnare e che per di più è stato colpito solo pochi giorni fa da un sisma che ha provocato quasi 300 morti. E non a caso Bersani, prima di affrontare le questioni più politiche, si lancia in una difesa a spada tratta di Vasco Errani come commissario per il terremoto: «Errani è un uomo delle istituzioni, se serve c’è. E la prova del nove per capire se Errani va bene o no è accompagnarlo, fare un giro nei paesi colpiti dal terremoto in Emilia. Non c’è altro amministratore che, dopo quattro anni da una vicenda del genere, viene applaudito da tutti salvo quattro leghisti e tre militanti dei 5 stelle».
Che succede? L’emergenza terremoto e la scelta di Errani da parte di Matteo Renzi hanno fatto rientrare le critiche della minoranza del Pd? Non proprio. Come ricorda lo stesso Bersani il punto è sempre lo stesso: quello che non va non è tanto la riforma costituzionale, per altro votata in tutti i suoi passaggi parlamentari anche dai parlamentari della minoranza, ma il “combinato disposto” con l’Italicum. «O si cambia la legge elettorale, l’Italicum, tanto sennò non funziona questa cosa qui per la democrazia. L’ho sempre detto, quindi mi aspetto che ci sia questa correzione - ribadisce Bersani -. Bisogna che in questi due mesi sia corretta la legge per l’elezione dei senatori e corretto l’Italicum, se no si prende un abbrivio che io ritengo un salto nel buio». La posizione della minoranza è dunque sempre la stessa: per un Sì della componente al referendum occorre che da parte del premier e segretario del Pd venga una proposta di modifica all’Italicum. I bersaniani hanno già presentato la loro, di proposta: un Mattarellum 2.0 basato sui collegi uninominali e rivisto con il premio di maggioranza alla coalizione (non lista) che arriva prima. Ma è chiaro a tutti che prima del referendum Renzi non aprirà a modifiche, anche perché si attende la pronuncia della Corte costituzionale il 4 ottobre prossimo sulla legittimità dei ricorsi contro l’Italicum presentati dai Tribunali di Messina e di Torino. E ambienti parlamentari vicini alla Consulta accreditano l’ipotesi di un accoglimento parziale del ricorso di Torino: in questo caso un ritocco all’Italicum sarebbe inevitabile. Insomma le variabili in campo sono molte, e naturalmente il primo a saperlo è proprio Bersani. Che non a caso non dà un aut aut temporale, anche se alcuni dei suoi fremono per schierarsi subito per il No, ma parla dei «prossimi due mesi».
Il punto è che Bersani e il giovane Roberto Speranza non hanno intenzione di confondere la loro battaglia con quella di Massimo D’Alema, ormai lanciato verso la costruzione di un vero e proprio partito del No (il 5 settembre a Roma sarà presentato il suo comitato con 150 persone). Da parte di Bersani, che al momento non ha alcuna intenzione di lasciare il Pd o favorire qualche scissione, la cautela è dunque d’obbligo. Mentre l’ex premier una possibile scissione l’ha messa in conto da tempo, e ancora ieri è tornato a illustrare le sue ragioni dal palco della Festa nazionale del partito a Catania: «Renzi a me non interessa, a me interessa il testo della riforma costituzionale. Non esiste un partito del No né un partito del Sì, esiste il Sì e il No. Trovo sbagliato aver spaccato in due il Paese sulla Costituzione che dovrebbe essere condivisa. Il mio modello è la costituente, in cui comunisti e democristiani al tempo della guerra fredda scrissero insieme la Costituzione».

Il Sole 31.8.16
Dal terremoto all’economia, Renzi e la stagione del dialogo
di Paolo Pombeni


Renzi cambia verso o più semplicemente adegua la sua strategia ad una stagione mutata? Il terremoto gli ha dato l’occasione per ufficializzare un approccio che in realtà aveva già avviato cautamente da qualche tempo: quello della ricerca di una certa coesione nazionale. Non è tanto questione di supposti ritorni al patto del Nazareno, cioè dell’avvio di una politica di concertazione con le forze parlamentari, quanto il superamento di una impostazione che era ostile ai cosiddetti “corpi intermedi”, interpretati come fautori di un vecchio corporativismo orientato a tenere tutto più o meno fermo.
Poiché la politica ha spesso bisogno anche di fatti emblematici e capaci di muovere le emozioni, ecco che la tragedia del terremoto ha offerto al premier l’occasione per formalizzare in qualche modo la ripresa di un confronto costruttivo con le varie componenti della società italiana. È questo che costringe anche le altre forze politiche a reagire a questo cambio di orizzonte, anche se è presto per capire cosa ne uscirà.
La ricostruzione post terremoto è l’evento ideale sul piano emblematico per sottolineare come di fronte alle prove difficili venga messa in questione la capacità di coesione del sistema-paese. Le forze sociali capiscono per prime che la direzione è quella giusta, perché in realtà non è solo di questo pur difficile problema che ci si deve occupare. Le prospettive per l’immediato non sono rosee. Si parla ancora di stagnazione economica, e per di più il quadro internazionale è poco rassicurante: si pensi all’evoluzione della situazione in Siria con le nuove iniziative turche e si rifletta sulla attuale politica russa. Ci si aggiunga l’incognita delle elezioni presidenziali americane ormai alle porte.
Un paese spaccato in lotte di fazione, che si distrae a pensare che il tema fondamentale sia decidere se mandare o meno all’aria l’equilibrio attuale, non è un soggetto che dia garanzie di tenuta in un contesto come quello che si sta prefigurando. Renzi, che indubbiamente dispone di informazioni ed analisi approfondite sullo scenario che ci aspetta, sembra aver capito che è il momento per affrontare la ricostruzione di un sistema di confronto e di interazione fra la politica del governo e le forze sociali. Non per tornare al vecchio sistema del consociativismo in cui tutti hanno diritto di veto e dunque alla fine non si riescono ad impostare azioni di sviluppo, ma certo per uscire dalla logica della forzatura delle decisioni, come si poteva (forse) fare quando le prospettive erano favorevoli.
Certo per il premier non è una strada facile, non solo per qualche diffidenza indotta dai ricordi delle sue vecchie politiche d’assalto. Deve convincere che si sta scommettendo sulla possibilità di sperimentare un nuovo modo di fare politica, lontano sia dal superato consociativismo corporativo sia dalle forzature ultra-decisioniste che sempre allarmano un paese complicato come il nostro.
Per il successo di questa nuova fase politica molto dipenderà dalla capacità dei partiti di giocare in essa una partita intelligente. Il Pd deve superare i risentimenti che animano la sua minoranza, i “moderati” debbono ritrovare leadership e strategia, le forze che hanno scelto il radicalismo devono ridimensionarsi al nuovo quadro in essere. Facile a dirsi, ma significa persone e gruppi che perdono posizioni e potere e altri che emergono a ruoli dirigenti.
Tuttavia è la scommessa che ha di fronte il paese, ben più dello stesso Renzi: ricostruire non può significare rabberciare quel che si è incrinato. La metafora del terremoto mostra dove si finisce quando si agisce così.