Repubblica 10.7.16
Dallas, tra i vicini di casa del killer “Ha reagito all’odio contro di noi”
La rabbia degli amici di Micah: “Condanniamo l’omicidio dei 5 poliziotti, ma tra le forze dell’ordine c’è razzismo”
Dallas, tra i vicini di casa del killer “Ha reagito all’odio contro di noi”
di Alberto Flores d’Arcais
DALLAS
«Inutile che provate, non c’è più nessuno, la polizia ha portato via
tutto». La casa su Helen Lane è a due piani, un ingresso a portico,
grandi finestre su entrambi i lati e sembra proprio deserta. All’angolo
con Lone Pecan Drive una Chevy, tipica auto-civetta da detective, è
l’unico segno che qualcosa è accaduto in queste strade di Mesquite,
ordinato sobborgo di classe operaia e piccola borghesia alle porte di
Dallas. Qui, dopo nove mesi a combattere nell’inferno afgano, Micah
Xavier Johnson era tornato a vivere insieme alla madre e al fratello; in
queste stanze, rivoltate fino all’ultimo ripostiglio, gli uomini del
Dallas Police Department hanno sequestrato un vero e proprio arsenale:
fucili d’assalto, materiale per costruire esplosivi, giubbotti anti-
proiettile, riviste di armi e di tattiche militari e anche una sorta di
diario da combattimento personale.
«Era una brava persona, non so
cosa glia sia passato per la testa». I vicini non sanno cosa dire,
scuotono la testa, qualcuno sussurra «povera madre», altri rispondono
con un infastidito «lasciateci in pace». Poche case più in là, nel
piccolo praticello verde, si è radunata una piccola folla per il “garage
sale”, le tipiche vendite di paccottiglie varie con le quali ogni week
end, in ogni angolo degli States, ci si mette in tasca qualche manciata
di dollari. «Era stato in Afghanistan, esattamente come io sono stato in
Iraq», racconta Sam che di parlare ne ha voglia. «Chi non è stato a
combattere in quei maledetti posti non può capire cosa ti porti dentro,
uscirne non è facile, tornare a una vita normale complicato».
Adesso
divide un taxi con un socio («devo ringraziare soprattutto mia
moglie»), i tre anni di “giri all’inferno” non sono stati una scelta
patriottica: «L’ho fatto per i miei tre figli, ho messo via i soldi per
farli studiare in un college decente». Sam condanna l’uccisione dei
poliziotti («sono vite umane anche le loro »), ma come altri in questo
gruppetto di afro-americani ci tiene a sottolineare come «il razzismo
dei poliziotti lo devi provare sulla tua pelle, poi ne parliamo».
«Quanto valgono le nostre di vite, eh?», aggiunge un ragazzo che
scandisce aggressivo «il mio nome non ha importanza, scrivi quello che
ti ho detto». Sulla vecchia radiolina ancora in funzione (in vendita per
7 dollari) hanno appeno saputo che un nero è stato ucciso dalla polizia
a Houston, l’altra grande metropoli del Texas, quattrocento chilometri
più a sud: «Ora scattano le vendette, per noi sarà ancora peggio ».
Il
giorno dopo, l’America che ragiona vuole capire cosa sia scattato nella
testa di Micah, ragazzone innamorato di armi e guerra (si era arruolato
appena finita l’High School), ma che una volta tornato a casa si era
messo a lavorare per Touch of Kindness, accompagnando e aiutando
ragazzini o adulti con problemi mentali. «Si offriva spesso volontario
per le ore di straordinario, era un buon dipendente, mai un problema, si
occupava anche del fratello minore», è il ricordo del suo ultimo datore
di lavoro. Aveva iniziato nel gennaio 2015, sei mesi dopo essere stato
“congedato con onore” dall’esercito (nonostante l’accusa di molestie
sessuali di una donna-soldato, motivo per cui era stato fatto rientrare
d’urgenza dall’Afghanistan), un lavoro che adesso che ogni singolo
aspetto della sua vita viene spulciato appare quasi una copertura. O
forse, più semplicemente, la scelta di un disadattato.
Voleva
“uccidere i bianchi” e ci è riuscito. Nella sua pagina Facebook (ora
chiusa) non erano pochi i riferimenti alle rivolte (e alle violenze)
nere, due “like” per le New Black Panther e l’African American Defense
League (due gruppi di militanti attivi sui social network ma con poco
seguito reale). Ma era soprattutto il Huey P. Newton Gun Club ad avere
colpito la sua immaginazione, uno di quei tanti gruppi armati (come
Black Against Racist Cops, Guerrilla Mainframe, Black Riders Liberation
Party) che si sono moltiplicati dopo i fatti di Ferguson (agosto 2014,
quando venne ucciso Michael Brown) e le successive rivolte a sfondo
razziale. Da mesi ogni sabato mattina, armi in pugno, maschere in volto e
keffiah sul capo, i miliziani di questo Club che predica violenza,
sfilano nelle strade e nei parchi di Dallas. Ieri si sono tenuti alla
larga, ma il loro leader Babu Omowale si è prestato volentieri ai
taccuini dei reporter: «Non appoggiamo quanto fatto da Micah, ma non lo
condanniamo. Noi possiamo capirlo». In vista dell’agguato di giovedì
sera, preparato con cura, Micah si era allenato per mesi in palestra.
Era anche un fan di Richard Griffin (alias Professor Griff), teorico
dell’Afrocentrismo, e autore di un libro (A Warrior’s Tapestry) che il
pluriomicida aveva esaltato su Facebook postando anche una foto che li
ritraeva assieme. Nella Dallas del giorno dopo, tra accuse, polemiche,
dolori e qualche ipocrisia, c’è un uomo che più di tutti merita il
plauso per disponibilità e sangue freddo. David Brown, il capo della
polizia, volto ormai noto (grazie ai network tv) in ogni angolo
d’America è una storia nella storia. Non perché David è nero e i suoi
cinque uomini uccisi erano bianchi, non perché da anni guidava la
polizia della metropoli texana cercando di ridurre ogni possibile
tensione razziale, ma per un episodio che risale a sei anni fa e che lo
coinvolse direttamente come padre. Era il giugno 2010 e David Brown Jr.
(suo figlio aveva lo stesso suo nome), ragazzo bipolare e sotto
l’effetto di droghe, era stato ferito a morte durante uno scontro a
fuoco con la polizia, dopo che aveva a sua volta ucciso un poliziotto e
un altro uomo innocente, la cui unica colpa fin quella di averlo
incrociato in auto mentre stava rientrando a casa. Dopo aver picchiato
la sua compagna David Jr. se ne andava in giro armato, con la droga in
corpo e aveva poi sparato anche contro un agente. Quel giorno si
celebrava la festa del papà e David Sr., capo della polizia da meno di
due mesi, si trovò di fronte a una doppia tragedia. Adesso ne sta
affrontando un’altra.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
domenica 10 luglio 2016
La Stampa 10.7.16
Le mense scolastiche bocciate dai Nas
di Gaetano Pascale
Se anche le mense dei nostri bambini e ragazzi fossero chiamate a superare gli esami, una su quattro andrebbe incontro a una netta bocciatura: a fornire questi dati è il Rapporto sui Controlli delle Mense Scolastiche presentato dal ministero della Salute.
Fra i 2.678 servizi di ristorazione collettiva controllati dai carabinieri dei Nas nell’anno scolastico 2015-2016 sono state accertate infrazioni in ben 670 casi, ovvero il 25% del totale. In 37 scuole le irregolarità sono state così gravi da portare alla chiusura delle mense. I rapporti dei Nas parlano addirittura di cibi scaduti, ammuffiti, scongelati e ricongelati. I militari si sono imbattuti in alimenti importati acquistati nei discount, quando non «made in Italy» taroccati o contraffazioni del biologico. Senza parlare poi delle condizioni igieniche.
Oltre a porre seri dubbi sulla logica dei bandi (troppo spesso improntati al solo bilancio nutritivo, senza specifiche su caratteristiche e provenienza del cibo), il rapporto evidenzia un clamoroso paradosso. In nome di norme iperigieniste sulla carta - ma disattese nella realtà - alle mense non si consente nemmeno di utilizzare i prodotti degli orti scolastici, come quelli promossi da Slow Food in più di 500 istituti italiani, perché ritenuti mancanti della necessaria tracciabilità. La sicurezza alimentare, specie quella dei nostri figli, passa anche per l’imposizione di regole certe in luogo di assurdi cavilli burocratici. Le mense scolastiche oltre a offrire il giusto valore nutrizionale, sono anche un importante momento di educazione alimentare. Ma, dai dati sopra riportati siamo, in molti casi all’anno zero. Questa potrebbe essere una sfida interessante per molte nuove amministrazioni comunali che si stanno insediando. Non parole ma investimenti sul presente e futuro delle nuove generazioni.
Le mense scolastiche bocciate dai Nas
di Gaetano Pascale
Se anche le mense dei nostri bambini e ragazzi fossero chiamate a superare gli esami, una su quattro andrebbe incontro a una netta bocciatura: a fornire questi dati è il Rapporto sui Controlli delle Mense Scolastiche presentato dal ministero della Salute.
Fra i 2.678 servizi di ristorazione collettiva controllati dai carabinieri dei Nas nell’anno scolastico 2015-2016 sono state accertate infrazioni in ben 670 casi, ovvero il 25% del totale. In 37 scuole le irregolarità sono state così gravi da portare alla chiusura delle mense. I rapporti dei Nas parlano addirittura di cibi scaduti, ammuffiti, scongelati e ricongelati. I militari si sono imbattuti in alimenti importati acquistati nei discount, quando non «made in Italy» taroccati o contraffazioni del biologico. Senza parlare poi delle condizioni igieniche.
Oltre a porre seri dubbi sulla logica dei bandi (troppo spesso improntati al solo bilancio nutritivo, senza specifiche su caratteristiche e provenienza del cibo), il rapporto evidenzia un clamoroso paradosso. In nome di norme iperigieniste sulla carta - ma disattese nella realtà - alle mense non si consente nemmeno di utilizzare i prodotti degli orti scolastici, come quelli promossi da Slow Food in più di 500 istituti italiani, perché ritenuti mancanti della necessaria tracciabilità. La sicurezza alimentare, specie quella dei nostri figli, passa anche per l’imposizione di regole certe in luogo di assurdi cavilli burocratici. Le mense scolastiche oltre a offrire il giusto valore nutrizionale, sono anche un importante momento di educazione alimentare. Ma, dai dati sopra riportati siamo, in molti casi all’anno zero. Questa potrebbe essere una sfida interessante per molte nuove amministrazioni comunali che si stanno insediando. Non parole ma investimenti sul presente e futuro delle nuove generazioni.
La Stampa 10.7.16
Uomini senza onore per tutte le stagioni
di Mimmo Gangemi
Al procuratore Nicola Gratteri io credo per fede, come succede ai devoti riguardo i dogmi religiosi. Come me, crede in lui il popolo calabrese, quello sano. E non si potrebbe diversamente, c’è l’efficienza dei suoi lunghi anni di trincea, c’è la visione realistica del fenomeno ’ndrangheta, c’è la faticosa dedizione di chi bada al sodo e non ha bisogno d’inventarsi bufale con cui costruire meriti. E c’è la nascita aspromontana, nella splendida Gerace.
Solo chi è nato in questa terra martoriata da uomini d’onore che l’onore non sanno nemmeno cosa sia – ché di sicuro non c’è nel sangue versato a piene mani, nei sequestri di persona, nel traffico di droga, di armi, persino di scorie radioattive seppellite negli stessi luoghi dove loro vivono con le famiglie! – ha imparato certi meccanismi, certe logiche distorte, sa cogliere sfumature e dettagli, sa decifrare, è capace di intuizioni risolutive. Perché ha, suo malgrado, respirato ’ndrangheta, nel senso che ha avuto occasione di osservarli gli ’ndranghetisti, di coglierne i modi, le mosse, gli atteggiamenti, di assistere alle parate, di sentir rimbalzare il gergo e parole con lo stampo, di attingere fiati dalla stessa aria che quelli infettano, di distinguerli dentro una maggioranza che è perbene e che spesso ha il solo torto d’esercitare il diritto d’avere paura.
Ora Gratteri individua un altro nervo scoperto nella macchina amministrativa della cosa pubblica. Ed è ancora una volta credibile. È indubbio che c’è una parte non irrilevante di essa che non funziona a dovere, si rivela spesso incompetente e inadatta, fraudolenta, non “muore” mai – è sempre la continuazione di se stessa – uomini per tutte le stagioni, chiunque sia tenere il bastone della bandiera che svetta più in alto, uomini utili a chi si succede nel potere, loro stessi potere a fronte d’una politica troppo spesso inetta o che esprime pochezza, che è debole e si fa condurre docile, senza produrre idee, progresso, valori di cultura.
Questa macchina amministrativa taroccata è in qualche misura ’ndrangheta essa stessa, ne è la propaggine, molti la ’ndrangheta li ha agevolati ad accedere ai ruoli chiave, perché ne diventassero strumento, con politici per decenni solleciti a elargire i posti a cassetta su richiesta di un amico o, peggio, di un amico degli amici a cui non poter opporre un no.
Ad andare a spulciare nei quadri dirigenziali della Regione, degli enti pubblici, della sanità troveremmo tanti a cui ha messo il pennacchio il merito ’ndranghetista e non quello professionale, tanti diventati dirigenti senza aver vinto il concorso previsto dalla Legge e magari senza possedere la laurea, o primari ospedalieri cui non ci affideremmo per un’unghia incarnita. Chiaro che si tratta di favori a rendere: in qualche maniera dovranno sdebitarsi con chi ha consentito che succedesse, “dovranno togliersi l’obbligazione”, per dirla in gergo. A discapito della collettività.
Uomini senza onore per tutte le stagioni
di Mimmo Gangemi
Al procuratore Nicola Gratteri io credo per fede, come succede ai devoti riguardo i dogmi religiosi. Come me, crede in lui il popolo calabrese, quello sano. E non si potrebbe diversamente, c’è l’efficienza dei suoi lunghi anni di trincea, c’è la visione realistica del fenomeno ’ndrangheta, c’è la faticosa dedizione di chi bada al sodo e non ha bisogno d’inventarsi bufale con cui costruire meriti. E c’è la nascita aspromontana, nella splendida Gerace.
Solo chi è nato in questa terra martoriata da uomini d’onore che l’onore non sanno nemmeno cosa sia – ché di sicuro non c’è nel sangue versato a piene mani, nei sequestri di persona, nel traffico di droga, di armi, persino di scorie radioattive seppellite negli stessi luoghi dove loro vivono con le famiglie! – ha imparato certi meccanismi, certe logiche distorte, sa cogliere sfumature e dettagli, sa decifrare, è capace di intuizioni risolutive. Perché ha, suo malgrado, respirato ’ndrangheta, nel senso che ha avuto occasione di osservarli gli ’ndranghetisti, di coglierne i modi, le mosse, gli atteggiamenti, di assistere alle parate, di sentir rimbalzare il gergo e parole con lo stampo, di attingere fiati dalla stessa aria che quelli infettano, di distinguerli dentro una maggioranza che è perbene e che spesso ha il solo torto d’esercitare il diritto d’avere paura.
Ora Gratteri individua un altro nervo scoperto nella macchina amministrativa della cosa pubblica. Ed è ancora una volta credibile. È indubbio che c’è una parte non irrilevante di essa che non funziona a dovere, si rivela spesso incompetente e inadatta, fraudolenta, non “muore” mai – è sempre la continuazione di se stessa – uomini per tutte le stagioni, chiunque sia tenere il bastone della bandiera che svetta più in alto, uomini utili a chi si succede nel potere, loro stessi potere a fronte d’una politica troppo spesso inetta o che esprime pochezza, che è debole e si fa condurre docile, senza produrre idee, progresso, valori di cultura.
Questa macchina amministrativa taroccata è in qualche misura ’ndrangheta essa stessa, ne è la propaggine, molti la ’ndrangheta li ha agevolati ad accedere ai ruoli chiave, perché ne diventassero strumento, con politici per decenni solleciti a elargire i posti a cassetta su richiesta di un amico o, peggio, di un amico degli amici a cui non poter opporre un no.
Ad andare a spulciare nei quadri dirigenziali della Regione, degli enti pubblici, della sanità troveremmo tanti a cui ha messo il pennacchio il merito ’ndranghetista e non quello professionale, tanti diventati dirigenti senza aver vinto il concorso previsto dalla Legge e magari senza possedere la laurea, o primari ospedalieri cui non ci affideremmo per un’unghia incarnita. Chiaro che si tratta di favori a rendere: in qualche maniera dovranno sdebitarsi con chi ha consentito che succedesse, “dovranno togliersi l’obbligazione”, per dirla in gergo. A discapito della collettività.
La Stampa 10.7.16
Gratteri: “In Calabria dipendenti pubblici più pericolosi della ’ndrangheta”
La denuncia del procuratore Gratteri. Il governatore Oliverio: è vero
di Gaetano Mazzuca
«Quando mi hanno chiesto di candidarmi come presidente della Giunta calabrese ho detto di no perché il problema, prima della ’ndrangheta politica, sono i dipendenti pubblici che si comportano in modo mafioso». Lo ha detto il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri secondo il quale tutto dipende dalla cultura. «Un tempo - ha aggiunto - potevi avere la certezza che un politico avesse letto almeno dieci libri, ora mi pare di sentire gente veramente imbarazzante».
I colletti bianchi sono diventati più pericolosi delle coppole. Per il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, «prima ancora della politica e della ’ndrangheta, il problema della Calabria sono i quadri della pubblica amministrazione». Dopo aver seguito gli ’ndranghetisti nelle boscaglie dell’Aspromonte durante la stagione dei sequestri di persona, ricostruito le rotte del narcotraffico fino al Sudamerica, ora il magistrato, che da quasi trent’anni vive sotto scorta, punta su chi siede sulle comode poltrone degli uffici appena inaugurati della Cittadella regionale.
«Ci sono direttori generali - ha spiegato intervenendo a una manifestazione a Reggio Calabria - che da vent’anni sono nello stesso posto, e da incensurati gestiscono la cosa pubblica con metodo mafioso». Un centro di potere cresciuto sulle spalle di «una politica debole che non ha la forza e la preparazione tecnico-giuridica per affrontare il problema della gestione dei quadri. Per amministrare la cosa pubblica basterebbe un po’ di buon senso - ha detto ancora Gratteri - ma la parte procedurale dei meccanismi di appalto è governata da un centro di potere che è lì da sempre. Anche per questo quando mi hanno proposto di candidarmi ho detto di no».
A sedersi sulla scomoda poltrona di governatore della Calabria è invece Mario Oliverio. Dopo due anni da presidente non ha dubbi: «Sottoscrivo convintamente la valutazione del procuratore Gratteri». Quello della burocrazia è un problema «più che politico direi di democrazia». «Si avverte una pressione, una presenza che definirei un macigno, uno schema sempre uguale di burocrazia dominante. Sono dell’idea che questa struttura abbia avuto un peso tutt’altro che secondario nel ritardato processo di sviluppo della Calabria».
Negli uffici pare capitare di tutto, succede che le riunioni di giunta vengano registrate abusivamente e addirittura che dipartimenti regionali promuovano atti in senso opposto rispetto alle richieste del presidente e della sua giunta. «Segnali diversificati - spiega il governatore - ma che rendono l’idea di una burocrazia arrogante e autosufficiente sul piano del potere». Per rompere l’assedio si dovrebbe riorganizzare e ruotare i dirigenti da un settore all’altro, più facile a dirsi che a farsi: «È stato il mio impegno fin dall’inizio, ora siamo a un passo dal mettere in pratica una riforma epocale, ma abbiamo incontrato forti resistenze». Un aiuto potrebbe arrivare anche dai calabresi: «Cittadini e imprese devono denunciare comportamenti scorretti e soprusi, noi e la magistratura saremo al loro fianco».
Ma nei corridoi della Cittadella non si respira ottimismo. L’elefantiaca struttura regionale, con oltre mille dipendenti, pare aver anticorpi assai forti al rinnovamento. Qui i colletti bianchi resistono allo “spoil system” e ai cambiamenti politici. Una casta di intoccabili a cui nessuno vuol pestare i piedi. Proprio in questi giorni è stata pubblicata la manifestazione di interesse per il nuovo responsabile dell’anticorruzione che dovrebbe vigilare proprio sui dirigenti: domande pervenute nessuna.
Gratteri: “In Calabria dipendenti pubblici più pericolosi della ’ndrangheta”
La denuncia del procuratore Gratteri. Il governatore Oliverio: è vero
di Gaetano Mazzuca
«Quando mi hanno chiesto di candidarmi come presidente della Giunta calabrese ho detto di no perché il problema, prima della ’ndrangheta politica, sono i dipendenti pubblici che si comportano in modo mafioso». Lo ha detto il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri secondo il quale tutto dipende dalla cultura. «Un tempo - ha aggiunto - potevi avere la certezza che un politico avesse letto almeno dieci libri, ora mi pare di sentire gente veramente imbarazzante».
I colletti bianchi sono diventati più pericolosi delle coppole. Per il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, «prima ancora della politica e della ’ndrangheta, il problema della Calabria sono i quadri della pubblica amministrazione». Dopo aver seguito gli ’ndranghetisti nelle boscaglie dell’Aspromonte durante la stagione dei sequestri di persona, ricostruito le rotte del narcotraffico fino al Sudamerica, ora il magistrato, che da quasi trent’anni vive sotto scorta, punta su chi siede sulle comode poltrone degli uffici appena inaugurati della Cittadella regionale.
«Ci sono direttori generali - ha spiegato intervenendo a una manifestazione a Reggio Calabria - che da vent’anni sono nello stesso posto, e da incensurati gestiscono la cosa pubblica con metodo mafioso». Un centro di potere cresciuto sulle spalle di «una politica debole che non ha la forza e la preparazione tecnico-giuridica per affrontare il problema della gestione dei quadri. Per amministrare la cosa pubblica basterebbe un po’ di buon senso - ha detto ancora Gratteri - ma la parte procedurale dei meccanismi di appalto è governata da un centro di potere che è lì da sempre. Anche per questo quando mi hanno proposto di candidarmi ho detto di no».
A sedersi sulla scomoda poltrona di governatore della Calabria è invece Mario Oliverio. Dopo due anni da presidente non ha dubbi: «Sottoscrivo convintamente la valutazione del procuratore Gratteri». Quello della burocrazia è un problema «più che politico direi di democrazia». «Si avverte una pressione, una presenza che definirei un macigno, uno schema sempre uguale di burocrazia dominante. Sono dell’idea che questa struttura abbia avuto un peso tutt’altro che secondario nel ritardato processo di sviluppo della Calabria».
Negli uffici pare capitare di tutto, succede che le riunioni di giunta vengano registrate abusivamente e addirittura che dipartimenti regionali promuovano atti in senso opposto rispetto alle richieste del presidente e della sua giunta. «Segnali diversificati - spiega il governatore - ma che rendono l’idea di una burocrazia arrogante e autosufficiente sul piano del potere». Per rompere l’assedio si dovrebbe riorganizzare e ruotare i dirigenti da un settore all’altro, più facile a dirsi che a farsi: «È stato il mio impegno fin dall’inizio, ora siamo a un passo dal mettere in pratica una riforma epocale, ma abbiamo incontrato forti resistenze». Un aiuto potrebbe arrivare anche dai calabresi: «Cittadini e imprese devono denunciare comportamenti scorretti e soprusi, noi e la magistratura saremo al loro fianco».
Ma nei corridoi della Cittadella non si respira ottimismo. L’elefantiaca struttura regionale, con oltre mille dipendenti, pare aver anticorpi assai forti al rinnovamento. Qui i colletti bianchi resistono allo “spoil system” e ai cambiamenti politici. Una casta di intoccabili a cui nessuno vuol pestare i piedi. Proprio in questi giorni è stata pubblicata la manifestazione di interesse per il nuovo responsabile dell’anticorruzione che dovrebbe vigilare proprio sui dirigenti: domande pervenute nessuna.
La Stampa 10.7.16
Di Maio: il nostro governo riconoscerà la Palestina
di Ilario Lombardo
Luigi Di Maio siede su un divanetto, a Hebron, quando per la prima volta nel suo viaggio tra Israele e i Territori si libera dei toni prudenti indossati finora: «Se il M5S arriverà al governo riconosceremo lo Stato della Palestina». Il vicepresidente della Camera, già proiettato alla sfida per Palazzo Chigi, parla tra il deputato Manlio Di Stefano e la senatrice Ornella Bertorotta, colleghi e compagni di viaggio. Attorno a loro i carabinieri che partecipano al Tiph (Temporary international presence in Hebron). Questo viaggio nasce da un invito di Israele, ma non ci sono concessioni alla diplomazia dell’ospite. Di Maio è chiaro: «L’indirizzo politico che avevamo all’opposizione sarà lo stesso in maggioranza». Per il M5S la questione israelo-palestinese si deve risolvere con lo schema dei due popoli, due Stati, ma con un’unica direttiva. «La risoluzione Onu. Gli attori internazionali impegnati fin qui si sono usurati. L’Italia deve spingere l’Ue ad agire riconoscendo la Palestina secondo i confini del 1967». Compresa Gaza, e compreso il Golan: «Sì, gli israeliani devono lasciare anche le alture del Golan» precisa Di Stefano, il deputato che firmò la mozione bocciata dalla Camera nel febbraio 2015, quando invece passarono quella del Pd e quella di Ncd, tra loro in contraddizione. La prima impegna il governo al riconoscimento entro i confini del ’67, la seconda lo subordina al raggiungimento di un’intesa tra il gruppo islamico di Hamas e il laico Fatah. «Noi non avremo queste ambiguità– assicura Di Maio – Non abbiamo una posizione ideologica. Riconoscere uno Stato è una volontà politica e non può essere legata ad alcune condizioni». I 5 Stelle ne hanno parlato anche con i sindaci di Hebron, Doaud Zatari, e di Betlemme, Vera Baboun, quest’ultima molto incuriosita dalla vittoria della sua omologa a Roma, Virginia Raggi. «Abbiamo promesso che se andremo al governo il riconoscimento ci sarà» spiega Di Stefano. Nella canicola violenta che illumina i Territori, il terzo giorno dei grillini è di nuovo dedicato alla Palestina. Prima il campo profugo di Aida, poi i ragazzi di Youth against settlements a Tel Rumeida, infine il passaggio a Hebron. Per Di Maio non c’è il timore di uno sgarbo verso gli israeliani che li hanno invitati. Quando lunedì saranno alla Knesset, «se ci chiederanno del riconoscimento, non ci tireremo indietro».
Di Maio: il nostro governo riconoscerà la Palestina
di Ilario Lombardo
Luigi Di Maio siede su un divanetto, a Hebron, quando per la prima volta nel suo viaggio tra Israele e i Territori si libera dei toni prudenti indossati finora: «Se il M5S arriverà al governo riconosceremo lo Stato della Palestina». Il vicepresidente della Camera, già proiettato alla sfida per Palazzo Chigi, parla tra il deputato Manlio Di Stefano e la senatrice Ornella Bertorotta, colleghi e compagni di viaggio. Attorno a loro i carabinieri che partecipano al Tiph (Temporary international presence in Hebron). Questo viaggio nasce da un invito di Israele, ma non ci sono concessioni alla diplomazia dell’ospite. Di Maio è chiaro: «L’indirizzo politico che avevamo all’opposizione sarà lo stesso in maggioranza». Per il M5S la questione israelo-palestinese si deve risolvere con lo schema dei due popoli, due Stati, ma con un’unica direttiva. «La risoluzione Onu. Gli attori internazionali impegnati fin qui si sono usurati. L’Italia deve spingere l’Ue ad agire riconoscendo la Palestina secondo i confini del 1967». Compresa Gaza, e compreso il Golan: «Sì, gli israeliani devono lasciare anche le alture del Golan» precisa Di Stefano, il deputato che firmò la mozione bocciata dalla Camera nel febbraio 2015, quando invece passarono quella del Pd e quella di Ncd, tra loro in contraddizione. La prima impegna il governo al riconoscimento entro i confini del ’67, la seconda lo subordina al raggiungimento di un’intesa tra il gruppo islamico di Hamas e il laico Fatah. «Noi non avremo queste ambiguità– assicura Di Maio – Non abbiamo una posizione ideologica. Riconoscere uno Stato è una volontà politica e non può essere legata ad alcune condizioni». I 5 Stelle ne hanno parlato anche con i sindaci di Hebron, Doaud Zatari, e di Betlemme, Vera Baboun, quest’ultima molto incuriosita dalla vittoria della sua omologa a Roma, Virginia Raggi. «Abbiamo promesso che se andremo al governo il riconoscimento ci sarà» spiega Di Stefano. Nella canicola violenta che illumina i Territori, il terzo giorno dei grillini è di nuovo dedicato alla Palestina. Prima il campo profugo di Aida, poi i ragazzi di Youth against settlements a Tel Rumeida, infine il passaggio a Hebron. Per Di Maio non c’è il timore di uno sgarbo verso gli israeliani che li hanno invitati. Quando lunedì saranno alla Knesset, «se ci chiederanno del riconoscimento, non ci tireremo indietro».
Corriere 10.7.16
Sfilano i sindaci anti-Tav, in prima fila il vice di Appendino
I dem attaccano. La prima cittadina al Gay Pride dopo le polemiche con la Curia sull’assessorato alle famiglie
di Marco Bardesono
TORINO Non erano molti i No Tav che ieri pomeriggio hanno sfilato a Rivalta per dire no alla linea di Alta Velocità che nella cittadina alle porte di Torino aprirà uno dei cantieri di maggiore impatto. Uno dei manifestanti, però, rappresentava quasi 900mila cittadini: Guido Montanari, vicesindaco di Torino. Per la prima volta il capoluogo piemontese ha aderito a un’iniziativa organizzata dal movimento fondato da Alberto Perino. Un cambiamento di rotta radicale quello imposto dai 5 Stelle. «Sono qui per dire no al progetto dell’Alta Velocità — ha spiegato Montanari —. Lo abbiamo ripetuto a chiare lettere in campagna elettorale. Avrei voluto portare la fascia tricolore, ma Chiara Appendino la indossa al Gay Pride e il regolamento comunale non consente di esibirla in contemporanea». Lungo le vie di Torino, nella kermesse del decimo Gay Pride (presente come l’anno scorso anche Piero Fassino), ha infatti sfilato la sindaca, già destinataria negli ultimi giorni delle critiche della Curia per la metamorfosi dell’assessorato alla famiglia in quello per le famiglie. Riguardo alla presenza di Montanari tra i No Tav, le reazioni non si sono fatte attendere: «Sconcertato» Mario Virano, direttore generale di Telt, la società incaricata dei lavori del tunnel. «Una presenza che non influisce sull’andamento dell’opera», per il governatore Sergio Chiamparino. «Montanari e Perino — attacca il senatore Pd Stefano Esposito — sono sodali da tempo in quel movimento che non perde occasione per criticare il lavoro di procura e magistratura».
Sfilano i sindaci anti-Tav, in prima fila il vice di Appendino
I dem attaccano. La prima cittadina al Gay Pride dopo le polemiche con la Curia sull’assessorato alle famiglie
di Marco Bardesono
TORINO Non erano molti i No Tav che ieri pomeriggio hanno sfilato a Rivalta per dire no alla linea di Alta Velocità che nella cittadina alle porte di Torino aprirà uno dei cantieri di maggiore impatto. Uno dei manifestanti, però, rappresentava quasi 900mila cittadini: Guido Montanari, vicesindaco di Torino. Per la prima volta il capoluogo piemontese ha aderito a un’iniziativa organizzata dal movimento fondato da Alberto Perino. Un cambiamento di rotta radicale quello imposto dai 5 Stelle. «Sono qui per dire no al progetto dell’Alta Velocità — ha spiegato Montanari —. Lo abbiamo ripetuto a chiare lettere in campagna elettorale. Avrei voluto portare la fascia tricolore, ma Chiara Appendino la indossa al Gay Pride e il regolamento comunale non consente di esibirla in contemporanea». Lungo le vie di Torino, nella kermesse del decimo Gay Pride (presente come l’anno scorso anche Piero Fassino), ha infatti sfilato la sindaca, già destinataria negli ultimi giorni delle critiche della Curia per la metamorfosi dell’assessorato alla famiglia in quello per le famiglie. Riguardo alla presenza di Montanari tra i No Tav, le reazioni non si sono fatte attendere: «Sconcertato» Mario Virano, direttore generale di Telt, la società incaricata dei lavori del tunnel. «Una presenza che non influisce sull’andamento dell’opera», per il governatore Sergio Chiamparino. «Montanari e Perino — attacca il senatore Pd Stefano Esposito — sono sodali da tempo in quel movimento che non perde occasione per criticare il lavoro di procura e magistratura».
Corriere 10.7.16
Risarcimento al padre di Eluana Englaro: Maroni fa ricorso
«Credevo fosse finalmente arrivato il momento di un nuovo inizio». Beppino Englaro ci sperava: poter chiudere «un quarto di secolo di battaglie». Invece per il padre di Eluana, la ragazza per 17 anni in stato vegetativo scomparsa nel 2009, ancora non è finita. «Ma non mi arrendo», giura. La Regione Lombardia — che sette anni fa, ai tempi guidata da Roberto Formigoni, impedì di fermare l’alimentazione artificiale — ha deciso di ricorre al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar che le ha imposto di risarcire il padre con 142 mila euro. Roberto Maroni aveva accolto la sentenza con un «non ci opporremo». Ora la nuova linea. «Non abbiamo cambiato idea, però. Spiegai subito — ricorda — che dovevamo vedere le motivazioni. Ora gli uffici le hanno studiate e ci hanno consigliato il ricorso. Contestiamo che ci sia stato dolo da parte della Regione: è inaccettabile, avrebbe conseguenze patrimoniali. Come governatore, non posso far finta di nulla: devo fare gli interessi della Lombardia». La decisione andrà in giunta domani. Maroni aggiunge: «Chiamerò il signor Englaro. Vorrei spiegargli i motivi di questa scelta». Intanto Manuela Repetti, senatrice del gruppo misto, attacca: «Scelta incomprensibile. Torna l’esigenza di legiferare su fine vita e testamento biologico». ( p. lio )
Risarcimento al padre di Eluana Englaro: Maroni fa ricorso
«Credevo fosse finalmente arrivato il momento di un nuovo inizio». Beppino Englaro ci sperava: poter chiudere «un quarto di secolo di battaglie». Invece per il padre di Eluana, la ragazza per 17 anni in stato vegetativo scomparsa nel 2009, ancora non è finita. «Ma non mi arrendo», giura. La Regione Lombardia — che sette anni fa, ai tempi guidata da Roberto Formigoni, impedì di fermare l’alimentazione artificiale — ha deciso di ricorre al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar che le ha imposto di risarcire il padre con 142 mila euro. Roberto Maroni aveva accolto la sentenza con un «non ci opporremo». Ora la nuova linea. «Non abbiamo cambiato idea, però. Spiegai subito — ricorda — che dovevamo vedere le motivazioni. Ora gli uffici le hanno studiate e ci hanno consigliato il ricorso. Contestiamo che ci sia stato dolo da parte della Regione: è inaccettabile, avrebbe conseguenze patrimoniali. Come governatore, non posso far finta di nulla: devo fare gli interessi della Lombardia». La decisione andrà in giunta domani. Maroni aggiunge: «Chiamerò il signor Englaro. Vorrei spiegargli i motivi di questa scelta». Intanto Manuela Repetti, senatrice del gruppo misto, attacca: «Scelta incomprensibile. Torna l’esigenza di legiferare su fine vita e testamento biologico». ( p. lio )
Corriere 10.7.16
Di Maio
«Rivedere la legge elettorale? Una follia bloccare il Paese solo per salvarsi le poltrone»
«Spacchettare il referendum è da miserabili»
intervista di Emanuele Buzzi
«De Benedetti ha detto che è diffidente verso di me come potenziale premier? Detto da uno che ha promosso Letta e Renzi negli ultimi tre anni lo prendo come un complimento». Luigi Di Maio, in viaggio in Israele, replica all’intervista sul Corriere dell’imprenditore ed editore. E contrattacca. «Ci sono parti del Paese che hanno paura del cambiamento che noi rappresentiamo, loro stanno tra poteri decotti e banche come Mps che li aiutano».
Come è stato accolto in Israele?
«Molto bene, ma il giorno più importante sarà lunedì, quando incontrerò esponenti di governo e parlamentari di ogni gruppo».
Lei si è appena espresso per il riconoscimento della Palestina: come crede si possa portare avanti un processo di pace che rispetti entrambi i popoli?
«Ho incontrato tanti movimenti palestinesi che parlano di non violenza. E anche gruppi israeliani sulla stessa linea. C’è una parte che dialoga ogni giorno: è da lì che bisogna partire. Si risolveranno i problemi se si riconosceranno due popoli e due Stati e la Ue dovrebbe avviare negoziati come Ue e non con i soliti attori. Noi per intenderci siamo sulle stesse posizioni dell’Onu».
Due anni fa vi siete battuti contro un’intesa tra il colosso idrico israeliano e Acea: adesso che siete alla guida di Roma cambia qualcosa?
«Non c’è nessun pregiudizio nei confronti delle aziende israeliane, sia chiaro. Sul tema acqua voglio solo dire che non è corretto che Acea privatizzi alcuni asset fondamentali».
In Italia si parla di modiche all’Italicum.
«Le priorità per il Paese sono altre. La mia paura è che per salvarsi le poltrone bloccheranno i lavori parlamentari. Una follia. Potrebbe farci piacere, ma non voglio godere della mediocrità dell’avversario».
Ma voi avete bocciato quella legge.
«Per noi l’Italicum va abolito, non modificato. Vorremmo il Democratellum. Noi faremmo la migliore legge che si ispiri alla stabilità della maggioranza. Il paradosso è che chi ha votato l’Italicum ora vuole cambiarlo. Delle due l’una, o prima erano solo slogan di partito o ora hanno paura del M5s».
E cosa pensa del possibile spacchettamento del referendum sulla riforma costituzionale?
«Che è da miserabili. Se lo si voleva fare lo si poteva fare quando è stato proposto dai radicali prima delle Amministrative. Oggi è fatto in malafede».
Vi impegnerete nella campagna per il no?
«Assolutamente sì, già a partire da questa estate».
Lei è partito per il suo viaggio con la giunta di Roma appena varata, ma non c’è il pericolo che troppa litigiosità interna metta a rischio il lavoro della sindaca?
«No, a me spaventa solo l’odio verso Virginia Raggi da parte dei media e di alcuni politici. Penso per esempio alle parole di De Luca sulla giustizia divina. Ormai è un tutti contro Raggi che deve finire il prima possibile. All’estero sto solo ricevendo complimenti per quanto accaduto. Credo che i cittadini abbiano chiesto un presidio di legalità: un primo atto importante sta nelle competenze tecniche della giunta».
Prevale la competenza sull’appartenenza politica?
«La giunta romana è un messaggio alle eccellenze italiane: non cerchiamo persone schierate con il Movimento. Chi vuole darci una mano venga; vogliamo mettere insieme capacità, competenze, onestà: questo non ha a che vedere con l’appartenenza politica».
Comunque a Roma avete avuto dei problemi gravi con il capo di gabinetto...
«Definirli gravi è sbagliato. Mettere mano al Campidoglio non è facile: ci abbiamo messo meno di Marino a formare la giunta e su di lui non ricordo queste pressioni».
Crede che si arriverà a fine legislatura? Presenterete il vostro candidato premier a settembre a Italia 5 stelle? Tutto lascia pensare che sarà lei.
«Mi auguro si vada a votare nel 2017. E noi presenteremo i nostri candidati in prossimità delle elezioni».
In autunno sará negli Usa: ha in programma di incontrare qualche politico?
«Il programma è ancora in via di definizione. Per ora ci sono impegni negli atenei, ma credo incontrerò anche dei politici».
Di Maio
«Rivedere la legge elettorale? Una follia bloccare il Paese solo per salvarsi le poltrone»
«Spacchettare il referendum è da miserabili»
intervista di Emanuele Buzzi
«De Benedetti ha detto che è diffidente verso di me come potenziale premier? Detto da uno che ha promosso Letta e Renzi negli ultimi tre anni lo prendo come un complimento». Luigi Di Maio, in viaggio in Israele, replica all’intervista sul Corriere dell’imprenditore ed editore. E contrattacca. «Ci sono parti del Paese che hanno paura del cambiamento che noi rappresentiamo, loro stanno tra poteri decotti e banche come Mps che li aiutano».
Come è stato accolto in Israele?
«Molto bene, ma il giorno più importante sarà lunedì, quando incontrerò esponenti di governo e parlamentari di ogni gruppo».
Lei si è appena espresso per il riconoscimento della Palestina: come crede si possa portare avanti un processo di pace che rispetti entrambi i popoli?
«Ho incontrato tanti movimenti palestinesi che parlano di non violenza. E anche gruppi israeliani sulla stessa linea. C’è una parte che dialoga ogni giorno: è da lì che bisogna partire. Si risolveranno i problemi se si riconosceranno due popoli e due Stati e la Ue dovrebbe avviare negoziati come Ue e non con i soliti attori. Noi per intenderci siamo sulle stesse posizioni dell’Onu».
Due anni fa vi siete battuti contro un’intesa tra il colosso idrico israeliano e Acea: adesso che siete alla guida di Roma cambia qualcosa?
«Non c’è nessun pregiudizio nei confronti delle aziende israeliane, sia chiaro. Sul tema acqua voglio solo dire che non è corretto che Acea privatizzi alcuni asset fondamentali».
In Italia si parla di modiche all’Italicum.
«Le priorità per il Paese sono altre. La mia paura è che per salvarsi le poltrone bloccheranno i lavori parlamentari. Una follia. Potrebbe farci piacere, ma non voglio godere della mediocrità dell’avversario».
Ma voi avete bocciato quella legge.
«Per noi l’Italicum va abolito, non modificato. Vorremmo il Democratellum. Noi faremmo la migliore legge che si ispiri alla stabilità della maggioranza. Il paradosso è che chi ha votato l’Italicum ora vuole cambiarlo. Delle due l’una, o prima erano solo slogan di partito o ora hanno paura del M5s».
E cosa pensa del possibile spacchettamento del referendum sulla riforma costituzionale?
«Che è da miserabili. Se lo si voleva fare lo si poteva fare quando è stato proposto dai radicali prima delle Amministrative. Oggi è fatto in malafede».
Vi impegnerete nella campagna per il no?
«Assolutamente sì, già a partire da questa estate».
Lei è partito per il suo viaggio con la giunta di Roma appena varata, ma non c’è il pericolo che troppa litigiosità interna metta a rischio il lavoro della sindaca?
«No, a me spaventa solo l’odio verso Virginia Raggi da parte dei media e di alcuni politici. Penso per esempio alle parole di De Luca sulla giustizia divina. Ormai è un tutti contro Raggi che deve finire il prima possibile. All’estero sto solo ricevendo complimenti per quanto accaduto. Credo che i cittadini abbiano chiesto un presidio di legalità: un primo atto importante sta nelle competenze tecniche della giunta».
Prevale la competenza sull’appartenenza politica?
«La giunta romana è un messaggio alle eccellenze italiane: non cerchiamo persone schierate con il Movimento. Chi vuole darci una mano venga; vogliamo mettere insieme capacità, competenze, onestà: questo non ha a che vedere con l’appartenenza politica».
Comunque a Roma avete avuto dei problemi gravi con il capo di gabinetto...
«Definirli gravi è sbagliato. Mettere mano al Campidoglio non è facile: ci abbiamo messo meno di Marino a formare la giunta e su di lui non ricordo queste pressioni».
Crede che si arriverà a fine legislatura? Presenterete il vostro candidato premier a settembre a Italia 5 stelle? Tutto lascia pensare che sarà lei.
«Mi auguro si vada a votare nel 2017. E noi presenteremo i nostri candidati in prossimità delle elezioni».
In autunno sará negli Usa: ha in programma di incontrare qualche politico?
«Il programma è ancora in via di definizione. Per ora ci sono impegni negli atenei, ma credo incontrerò anche dei politici».
il manifesto 10.7.16
«Italicum, decide il parlamento»
Renzi sempre più buono: legge elettorale, non apro più bocca ma il referendum è su altro
Il premier si dichiara disponibile persino sulla proposta di ’spacchettamento’ dei quesiti: non decido io
di Daniela Preziosi
ROMA Sempre più buono, sempre più disponibile, non sembra più il presidente del governo che sulla legge elettorale ha messo la fiducia, scelta inedita a parte un paio di precedenti poco rassicuranti nella storia della Repubblica. Né quello che ha twittato: «Ci prendiamo le nostre responsabilità in Parlamento e davanti al Paese, senza paura». Quello che ha sfidato lo stesso parlamento: «La Camera ha il diritto di mandarmi a casa se vuole: la fiducia serve a questo. Finché sto qui, provo a cambiare l’Italia». Era più di un anno fa, soprattutto erano più dieci punti fa nei sondaggi.
Il Renzi di oggi dice la sua, ma si profonde in rispetto verso le camere. «L’Italicum secondo me è una buona legge elettorale e non essendo su questo il referendum non vedo come si possa continuare a collegarlo. Ma non apro più bocca su questo, è nella disponibilità del Parlamento», sul tema «cala il silenzio stampa del presidente del consiglio». Lo annuncia alla conferenza stampa a Varsavia, durante il vertice Nato. Chiosando però: «A me pare di non vedere un’altra maggioranza per una legge elettorale». E infatti il punto non è cambiare davvero la legge elettorale, non per ora, ma rassicurare le forze politiche, di centro e centrodestra, che la vittoria del sì non sarebbe la premessa per spazzare via i partiti e i partitini attraverso il premio di maggioranza alla lista. Le coalizioni dunque potrebbero tornare in tutte le combinazioni possibili, tutte tranne il vecchio centrosinistra. Perché nel frattempo dalle ceneri di Sel sta per nascere un partito rimpicciolito dalle comunali e spaccato come una mela sul tema delle alleanze con il Pd.
Intanto Renzi deve cancellare l’esibizione di autosufficienza fatta all’inizio della campagna per il sì: simile a quella che nel 2008 portò Veltroni, fresco segretario del Pd, a dare il primo colpo per l’abbattimento dell’ultimo governo Prodi grazie alle famose parole: «Correremo soli». E fu così che alle politiche vinse Berlusconi.
Il rischio di perdere il referendum e con esso il governo c’è. E la la legge elettorale scolpita su misura per il Pd del 2014 fa oggi è perfetta per i 5 stelle. Ha buon agio Luigi Di Maio a commentare (da Israele, dov’è andato a dare un’aggiustata ai rapporti fra quel governo e il ’moVimento’ in vista della corsa a Palazzo Chigi): «Temo che gli italiani assisteranno tutta l’estate a questo dibattito allucinante sulla legge elettorale di cui non gli importa nulla. Il perché è la paura che il M5S vinca».
Il premier cerca di cambiare i sondaggi che – a oggi – danno il governo soccombente al referendum lusingando le forze politiche che fin qui ha trattato come residui del passato, la sua compresa come la minoranza interna gli contesta. Infatti il Renzi «buono» tocca il cuore della sinistra Pd: Gianni Cuperlo apprezza la «buona notizia» della disponibilità di rimettere la legge al parlamento. Arrivano segnali da voci importanti dell’imprenditoria e dell’editoria (dall’establishment, come usa dire), preoccupate anche più delle forze politiche da transizioni disordinate. Come il presidente del Gruppo L’Espresso Carlo De Benedetti, intervistato dal Corriere della sera: il combinato fra riforma costituzionale e legge elettorale, dice, «consente a una minoranza anche modesta di prendersi tutto, dalla Camera al Quirinale. È un pericolo che l’Italia non può correre. Spero di non essere costretto a votare no».
E così Renzi da giorni arrotonda gli spigoli. Si mostra persino possibilista sull’ipotesi di ’spacchettamento’ della riforma costituzionale, ipotesi imbracciata da mesi dai Radicali italiani e raccolta – talvolta con malizia – da chi vuole aiutarlo a rallentare la corsa verso il giorno del giudizio. Lo spacchettamento «non dipende da noi», dice, ma «se la Corte di Cassazione, o la Consulta se sarà investita, daranno altro un altro giudizio non abbiamo nessun problema». Un’altra novità del «dolce stil novo». Se avesse voluto davvero spacchettare la riforma nei singoli «temi di merito», come Renzi ama ripetere oggi, avrebbe potuto procedere alla riforma per testi separati, come aveva fatto il suo predecessore Enrico Letta.
«Italicum, decide il parlamento»
Renzi sempre più buono: legge elettorale, non apro più bocca ma il referendum è su altro
Il premier si dichiara disponibile persino sulla proposta di ’spacchettamento’ dei quesiti: non decido io
di Daniela Preziosi
ROMA Sempre più buono, sempre più disponibile, non sembra più il presidente del governo che sulla legge elettorale ha messo la fiducia, scelta inedita a parte un paio di precedenti poco rassicuranti nella storia della Repubblica. Né quello che ha twittato: «Ci prendiamo le nostre responsabilità in Parlamento e davanti al Paese, senza paura». Quello che ha sfidato lo stesso parlamento: «La Camera ha il diritto di mandarmi a casa se vuole: la fiducia serve a questo. Finché sto qui, provo a cambiare l’Italia». Era più di un anno fa, soprattutto erano più dieci punti fa nei sondaggi.
Il Renzi di oggi dice la sua, ma si profonde in rispetto verso le camere. «L’Italicum secondo me è una buona legge elettorale e non essendo su questo il referendum non vedo come si possa continuare a collegarlo. Ma non apro più bocca su questo, è nella disponibilità del Parlamento», sul tema «cala il silenzio stampa del presidente del consiglio». Lo annuncia alla conferenza stampa a Varsavia, durante il vertice Nato. Chiosando però: «A me pare di non vedere un’altra maggioranza per una legge elettorale». E infatti il punto non è cambiare davvero la legge elettorale, non per ora, ma rassicurare le forze politiche, di centro e centrodestra, che la vittoria del sì non sarebbe la premessa per spazzare via i partiti e i partitini attraverso il premio di maggioranza alla lista. Le coalizioni dunque potrebbero tornare in tutte le combinazioni possibili, tutte tranne il vecchio centrosinistra. Perché nel frattempo dalle ceneri di Sel sta per nascere un partito rimpicciolito dalle comunali e spaccato come una mela sul tema delle alleanze con il Pd.
Intanto Renzi deve cancellare l’esibizione di autosufficienza fatta all’inizio della campagna per il sì: simile a quella che nel 2008 portò Veltroni, fresco segretario del Pd, a dare il primo colpo per l’abbattimento dell’ultimo governo Prodi grazie alle famose parole: «Correremo soli». E fu così che alle politiche vinse Berlusconi.
Il rischio di perdere il referendum e con esso il governo c’è. E la la legge elettorale scolpita su misura per il Pd del 2014 fa oggi è perfetta per i 5 stelle. Ha buon agio Luigi Di Maio a commentare (da Israele, dov’è andato a dare un’aggiustata ai rapporti fra quel governo e il ’moVimento’ in vista della corsa a Palazzo Chigi): «Temo che gli italiani assisteranno tutta l’estate a questo dibattito allucinante sulla legge elettorale di cui non gli importa nulla. Il perché è la paura che il M5S vinca».
Il premier cerca di cambiare i sondaggi che – a oggi – danno il governo soccombente al referendum lusingando le forze politiche che fin qui ha trattato come residui del passato, la sua compresa come la minoranza interna gli contesta. Infatti il Renzi «buono» tocca il cuore della sinistra Pd: Gianni Cuperlo apprezza la «buona notizia» della disponibilità di rimettere la legge al parlamento. Arrivano segnali da voci importanti dell’imprenditoria e dell’editoria (dall’establishment, come usa dire), preoccupate anche più delle forze politiche da transizioni disordinate. Come il presidente del Gruppo L’Espresso Carlo De Benedetti, intervistato dal Corriere della sera: il combinato fra riforma costituzionale e legge elettorale, dice, «consente a una minoranza anche modesta di prendersi tutto, dalla Camera al Quirinale. È un pericolo che l’Italia non può correre. Spero di non essere costretto a votare no».
E così Renzi da giorni arrotonda gli spigoli. Si mostra persino possibilista sull’ipotesi di ’spacchettamento’ della riforma costituzionale, ipotesi imbracciata da mesi dai Radicali italiani e raccolta – talvolta con malizia – da chi vuole aiutarlo a rallentare la corsa verso il giorno del giudizio. Lo spacchettamento «non dipende da noi», dice, ma «se la Corte di Cassazione, o la Consulta se sarà investita, daranno altro un altro giudizio non abbiamo nessun problema». Un’altra novità del «dolce stil novo». Se avesse voluto davvero spacchettare la riforma nei singoli «temi di merito», come Renzi ama ripetere oggi, avrebbe potuto procedere alla riforma per testi separati, come aveva fatto il suo predecessore Enrico Letta.
Repubblica 10.7.16
Il Presidente dell’Anm
Davigo: “I politici onesti non stiano con i corrotti”
“Se continuano a sedersi vicino a chi ruba i cittadini penseranno che sono uguali”
di Liana Milella
ROMA. La frase shock di Davigo - «I politici per bene non dovrebbero star seduti vicino ai corrotti » - è della mattina. Ma quando è sera inoltrata nessun politico ufficialmente la commenta. Strano, visto che da quando è stato eletto al vertice dell’Anm Pier Camillo Davigo ha sollevato più di una polemica per le sue affermazioni tranchant. Inutile chiedergli con chi ce l’avesse quando ha parlato a Orvieto dalla tribuna dei Cattolici democratici. Lui replica infastidito: «Su questo non dico una parola di più...». Anche se il pensiero va subito a politici famosi citati, anche se non arrestati o inquisiti, nell’inchiesta Labirinto della procura di Roma, quelli che fanno capo a Ncd. Ma in assenza di conferme dell’ex pm di Mani pulite è impossibile ipotizzare dei nomi, anche se il premier Renzi, come ha già fatto in passato, chiederà al presidente dell’Anm proprio di indicare con chi ce l’ha.
Certamente Davigo non si sottrae dallo spiegare la sua nuova teoria: «A qualche politico ho chiesto se si rendeva conto che se continuava a sedersi vicino a un corrotto i cittadini sarebbero stati autorizzati a pensare che erano uguali. Invece sarebbe meglio dire “finché c’è lui, io qui non mi siedo”. Forse allora anche chi commette reati tornerebbe a vergognarsene». Davigo insiste, come al momento della sua elezione ad aprile, sul rapporto tra politici corrotti e relativa vergogna. Allora fece un paragone tra i reati commessi oggi e quelli del ‘92. Disse una frase che suscitò un vespaio: «Allora erano molti che si vergognavano di essere stati sorpresi a rubare, oggi in molti continuano a rubare e non si vergognano più». Adesso rincara la dose: «Per distinguere le pecore bianche da quelle nere bisogna fare i processi».
È la teoria della repressione opposta a quella della prevenzione sostenuta dal presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Secondo Davigo «è inutile inasprire le pene se non si sa a chi darle». Prima, secondo il famoso pm, «bisogna trovare i colpevoli e far emergere la corruzione sommersa». Un’implicita bocciatura della legge Orlando, tante volte citata da Renzi, che aumenta di un paio d’anni la pena massima per la corruzione. Per Davigo invece servono altri strumenti, più invasivi, contro la corruzione, per esempio gli agenti sotto copertura che offrono denaro a un politico per vedere se lo accetta, e se questo accade possono arrestarlo. Certo, una misura forte, da tempo in vigore negli Usa, necessaria per chi, come Davigo, pensa che «il sistema criminale della corruzione sia del tutto identico a quello della riscossione del pizzo da parte di Cosa nostra». Un sistema invasivo: «La corruzione è seriale perché chi la commette tendenzialmente la ripete». Chi corrompe tende ad allargare il cerchio “per creare un ambiente favorevole”. Sembra proprio la fotografia dell’operazione Labirinto.
Il Presidente dell’Anm
Davigo: “I politici onesti non stiano con i corrotti”
“Se continuano a sedersi vicino a chi ruba i cittadini penseranno che sono uguali”
di Liana Milella
ROMA. La frase shock di Davigo - «I politici per bene non dovrebbero star seduti vicino ai corrotti » - è della mattina. Ma quando è sera inoltrata nessun politico ufficialmente la commenta. Strano, visto che da quando è stato eletto al vertice dell’Anm Pier Camillo Davigo ha sollevato più di una polemica per le sue affermazioni tranchant. Inutile chiedergli con chi ce l’avesse quando ha parlato a Orvieto dalla tribuna dei Cattolici democratici. Lui replica infastidito: «Su questo non dico una parola di più...». Anche se il pensiero va subito a politici famosi citati, anche se non arrestati o inquisiti, nell’inchiesta Labirinto della procura di Roma, quelli che fanno capo a Ncd. Ma in assenza di conferme dell’ex pm di Mani pulite è impossibile ipotizzare dei nomi, anche se il premier Renzi, come ha già fatto in passato, chiederà al presidente dell’Anm proprio di indicare con chi ce l’ha.
Certamente Davigo non si sottrae dallo spiegare la sua nuova teoria: «A qualche politico ho chiesto se si rendeva conto che se continuava a sedersi vicino a un corrotto i cittadini sarebbero stati autorizzati a pensare che erano uguali. Invece sarebbe meglio dire “finché c’è lui, io qui non mi siedo”. Forse allora anche chi commette reati tornerebbe a vergognarsene». Davigo insiste, come al momento della sua elezione ad aprile, sul rapporto tra politici corrotti e relativa vergogna. Allora fece un paragone tra i reati commessi oggi e quelli del ‘92. Disse una frase che suscitò un vespaio: «Allora erano molti che si vergognavano di essere stati sorpresi a rubare, oggi in molti continuano a rubare e non si vergognano più». Adesso rincara la dose: «Per distinguere le pecore bianche da quelle nere bisogna fare i processi».
È la teoria della repressione opposta a quella della prevenzione sostenuta dal presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Secondo Davigo «è inutile inasprire le pene se non si sa a chi darle». Prima, secondo il famoso pm, «bisogna trovare i colpevoli e far emergere la corruzione sommersa». Un’implicita bocciatura della legge Orlando, tante volte citata da Renzi, che aumenta di un paio d’anni la pena massima per la corruzione. Per Davigo invece servono altri strumenti, più invasivi, contro la corruzione, per esempio gli agenti sotto copertura che offrono denaro a un politico per vedere se lo accetta, e se questo accade possono arrestarlo. Certo, una misura forte, da tempo in vigore negli Usa, necessaria per chi, come Davigo, pensa che «il sistema criminale della corruzione sia del tutto identico a quello della riscossione del pizzo da parte di Cosa nostra». Un sistema invasivo: «La corruzione è seriale perché chi la commette tendenzialmente la ripete». Chi corrompe tende ad allargare il cerchio “per creare un ambiente favorevole”. Sembra proprio la fotografia dell’operazione Labirinto.
Repubblica 10.7.16
Sergio Chiamparino
“Effetto Brexit se perde il Sì ma una campagna populista porta voti a Grillo”
“Così il Pd sta diventando il partito dell’establishment non si parli solo di riforme”
intervista di Paolo Griseri
TORINO. Sulla riforma costituzionale «è importante evitare una campagna populista. Perché Grillo è più populista di noi e la gente finisce per scegliere l’originale». Sergio Chiamparino, renziano della prima ora e voce critica nella seconda, chiede al Pd «un rilancio programmatico» perché «con i provvedimenti spot non riusciamo a convincere gli elettori».
Chiamparino, che cosa non la convince nella campagna per il ‘sì’ al referendum?
«Nei giorni scorsi, a una festa del Pd vicino a Torino mi hanno dato un volantino che mi ha colpito. Proponeva di votare sì per superare il bicameralismo, e sono d’accordo, per aumentare la partecipazione dei cittadini, e chi non è d’accordo?, e per ”tagliare le poltrone”».
Non bisogna tagliare le poltrone?
«Bisogna certamente ridurre i costi della politica. Ma non può essere questo il motivo principale del sì. Perché Grillo di poltrone ne vuole tagliare di più e vuole anche abolire le Regioni sprecone».
Le Regioni non sprecano?
« Le conosco bene le Regioni e so che c’è molto lavoro da fare nel taglio delle spese. Ma anche qui non possiamo inseguire i populismi. Prima abbiamo inseguito la Lega sul decentramento, oggi inseguiamo Grillo sul populismo. E magari abbracciamo il neo centralismo con la riduzione delle Regioni. Siamo ondivaghi ».
Lei come la farebbe la campagna per il ‘sì’ al referendum?
«Ricordando che se oggi l’Europa impone meno vincoli all’Italia è perché l’Italia si è impegnata a fare le riforme. E che senza riforme perdiamo 14 miliardi di flessibilità finanziaria. Insomma anche noi rischieremmo la Brexit e questo è uno dei motivi che mi spinge a sostenere il sì».
La paura del tracollo finanziario non ha spaventato gli operai inglesi. La Bmw ha scritto minacciando che se avesse vinto la Brexit il posto era a rischio. E gli operai hanno votato per la Brexit… «Come si diceva nel Novecento, si vede che non hanno ritenuto credibile la minaccia del padrone. Ma che l’Italia avrà meno flessibilità senza riforme non è una minaccia, è una certezza».
È d’accordo a spacchettare i quesiti referendari o a modificare la legge elettorale?
«Nel giro di un anno e mezzo il Pd è passato da essere considerato il partito del rinnovamento al simbolo dell’establishment. Avvitarci su spacchettamenti e leggi elettorali, dà solo l’impressione che noi vogliamo discutere principalmente delle leggi che riguardano il destino personale dei politici. Non mi appassiona».
A Torino il Pd, con Fassino, ha preso una storica batosta. Solo colpa di Renzi o il gruppo dirigente locale ha commesso gravi errori?
«Certo che errori ci sono stati. Abbiamo dato l’idea di essere un gruppo di potere e non una risorsa per la città».
Per esempio?
«Parlo di me. Non mi piace parlare di altri. Quando ho smesso di fare il sindaco sono stato nominato alla presidenza della Compagnia di San Paolo, la fondazione che è il principale azionista di Intesa. Ho sempre rispettato l’autonomia della Compagnia e penso di aver operato bene. Ma tornassi indietro non lo rifarei. Perché si è data un’impressione di intercambiabilità, sempre gli stessi che ricoprono ruoli diversi. Non va bene».
Lei ha proposto un vicesegretario nazionale che guidi operativamente il Pd. Perché?
«È necessaria una figura della maggioranza in grado di coordinare l’attività del partito».
Delrio o Orlando?
«Non faccio nomi. Penso a una persona giovane su cui scommettere per il futuro. Che siano quei nomi o altri, come Martina, per me non è dirimente».
Sergio Chiamparino
“Effetto Brexit se perde il Sì ma una campagna populista porta voti a Grillo”
“Così il Pd sta diventando il partito dell’establishment non si parli solo di riforme”
intervista di Paolo Griseri
TORINO. Sulla riforma costituzionale «è importante evitare una campagna populista. Perché Grillo è più populista di noi e la gente finisce per scegliere l’originale». Sergio Chiamparino, renziano della prima ora e voce critica nella seconda, chiede al Pd «un rilancio programmatico» perché «con i provvedimenti spot non riusciamo a convincere gli elettori».
Chiamparino, che cosa non la convince nella campagna per il ‘sì’ al referendum?
«Nei giorni scorsi, a una festa del Pd vicino a Torino mi hanno dato un volantino che mi ha colpito. Proponeva di votare sì per superare il bicameralismo, e sono d’accordo, per aumentare la partecipazione dei cittadini, e chi non è d’accordo?, e per ”tagliare le poltrone”».
Non bisogna tagliare le poltrone?
«Bisogna certamente ridurre i costi della politica. Ma non può essere questo il motivo principale del sì. Perché Grillo di poltrone ne vuole tagliare di più e vuole anche abolire le Regioni sprecone».
Le Regioni non sprecano?
« Le conosco bene le Regioni e so che c’è molto lavoro da fare nel taglio delle spese. Ma anche qui non possiamo inseguire i populismi. Prima abbiamo inseguito la Lega sul decentramento, oggi inseguiamo Grillo sul populismo. E magari abbracciamo il neo centralismo con la riduzione delle Regioni. Siamo ondivaghi ».
Lei come la farebbe la campagna per il ‘sì’ al referendum?
«Ricordando che se oggi l’Europa impone meno vincoli all’Italia è perché l’Italia si è impegnata a fare le riforme. E che senza riforme perdiamo 14 miliardi di flessibilità finanziaria. Insomma anche noi rischieremmo la Brexit e questo è uno dei motivi che mi spinge a sostenere il sì».
La paura del tracollo finanziario non ha spaventato gli operai inglesi. La Bmw ha scritto minacciando che se avesse vinto la Brexit il posto era a rischio. E gli operai hanno votato per la Brexit… «Come si diceva nel Novecento, si vede che non hanno ritenuto credibile la minaccia del padrone. Ma che l’Italia avrà meno flessibilità senza riforme non è una minaccia, è una certezza».
È d’accordo a spacchettare i quesiti referendari o a modificare la legge elettorale?
«Nel giro di un anno e mezzo il Pd è passato da essere considerato il partito del rinnovamento al simbolo dell’establishment. Avvitarci su spacchettamenti e leggi elettorali, dà solo l’impressione che noi vogliamo discutere principalmente delle leggi che riguardano il destino personale dei politici. Non mi appassiona».
A Torino il Pd, con Fassino, ha preso una storica batosta. Solo colpa di Renzi o il gruppo dirigente locale ha commesso gravi errori?
«Certo che errori ci sono stati. Abbiamo dato l’idea di essere un gruppo di potere e non una risorsa per la città».
Per esempio?
«Parlo di me. Non mi piace parlare di altri. Quando ho smesso di fare il sindaco sono stato nominato alla presidenza della Compagnia di San Paolo, la fondazione che è il principale azionista di Intesa. Ho sempre rispettato l’autonomia della Compagnia e penso di aver operato bene. Ma tornassi indietro non lo rifarei. Perché si è data un’impressione di intercambiabilità, sempre gli stessi che ricoprono ruoli diversi. Non va bene».
Lei ha proposto un vicesegretario nazionale che guidi operativamente il Pd. Perché?
«È necessaria una figura della maggioranza in grado di coordinare l’attività del partito».
Delrio o Orlando?
«Non faccio nomi. Penso a una persona giovane su cui scommettere per il futuro. Che siano quei nomi o altri, come Martina, per me non è dirimente».
Corriere 10.7.16
Mutilazioni genitali, una battaglia da vincere
di Monica Ricci Sargentini
In un sorprendente e contestato editoriale dal titolo «Una scelta angosciante» il britannico The Economist, nell’edizione del 18 giugno, suggerisce un nuovo approccio alle mutilazioni genitali femminili: «Invece di tentare di proibirle del tutto, i governi dovrebbero vietare le forme peggiori e permettere quelle che non causano danni a lungo termine», scrive il settimanale aggiungendo che «per quanto spiacevole è meglio subire un taglietto simbolico che essere massacrate in una stanza buia da un anziano del villaggio».
L’articolo è stato duramente criticato dalle associazioni che da anni si battono per eliminare questa pratica che è considerata una violazione dei diritti umani dall’Oms. Sono più di 200 milioni nel mondo le donne che hanno subito una mutilazione genitale e ogni anno tre milioni di bambine sotto i 10 anni vengono sottoposte al terribile rito di passaggio. Ong come Amref Health Africa o la britannica Orchid Project hanno fatto notare che l’articolo «porta indietro di anni la nostra battaglia» tanto che, poche ore dopo la pubblicazione, è stata lanciata una petizione online perché il settimanale rivedesse la sua posizione. «Così le comunità arrivano alla conclusione che le Fgm siano una pratica giusta dal momento che anche i medici le ammettono» ha scritto Githinji Gitahi, Ceo di Amref Health Africa in una lettera pubblicata sull’ultimo numero del giornale.
Ad Amref fanno notare che la battaglia si può vincere: nel solo Kenya il tasso di diffusione delle mutilazioni tra le donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni è sceso dal 38% del 1998 al 21% del 2014 e molti altri Paesi dell’Africa subsahariana stanno sperimentando un trend simile. «Le Fgm sono una pratica pericolosa. I medici che la eseguono causano danni fisici e psicologi. Noi ci battiamo per la sua eliminazione» è il testo della lettera firmata da Flavia Bustreo e Ian Askew dell’Oms e pubblicata dall’ Economist che, però, ha confermato quanto scritto .
Mutilazioni genitali, una battaglia da vincere
di Monica Ricci Sargentini
In un sorprendente e contestato editoriale dal titolo «Una scelta angosciante» il britannico The Economist, nell’edizione del 18 giugno, suggerisce un nuovo approccio alle mutilazioni genitali femminili: «Invece di tentare di proibirle del tutto, i governi dovrebbero vietare le forme peggiori e permettere quelle che non causano danni a lungo termine», scrive il settimanale aggiungendo che «per quanto spiacevole è meglio subire un taglietto simbolico che essere massacrate in una stanza buia da un anziano del villaggio».
L’articolo è stato duramente criticato dalle associazioni che da anni si battono per eliminare questa pratica che è considerata una violazione dei diritti umani dall’Oms. Sono più di 200 milioni nel mondo le donne che hanno subito una mutilazione genitale e ogni anno tre milioni di bambine sotto i 10 anni vengono sottoposte al terribile rito di passaggio. Ong come Amref Health Africa o la britannica Orchid Project hanno fatto notare che l’articolo «porta indietro di anni la nostra battaglia» tanto che, poche ore dopo la pubblicazione, è stata lanciata una petizione online perché il settimanale rivedesse la sua posizione. «Così le comunità arrivano alla conclusione che le Fgm siano una pratica giusta dal momento che anche i medici le ammettono» ha scritto Githinji Gitahi, Ceo di Amref Health Africa in una lettera pubblicata sull’ultimo numero del giornale.
Ad Amref fanno notare che la battaglia si può vincere: nel solo Kenya il tasso di diffusione delle mutilazioni tra le donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni è sceso dal 38% del 1998 al 21% del 2014 e molti altri Paesi dell’Africa subsahariana stanno sperimentando un trend simile. «Le Fgm sono una pratica pericolosa. I medici che la eseguono causano danni fisici e psicologi. Noi ci battiamo per la sua eliminazione» è il testo della lettera firmata da Flavia Bustreo e Ian Askew dell’Oms e pubblicata dall’ Economist che, però, ha confermato quanto scritto .
Domenica 10 Luglio, 2016
Laura Boldrini
«Uomini siate femministi Unitevi a noi e isolate i violenti»
intervista di Aldo Cazzullo
Dice Laura Boldrini che era stanca di vedere nei corridoi di Montecitorio solo busti di uomini. «Autorevolissimi, per carità. Ma, a parte quello di Nilde Iotti, non c’è un solo busto di donna, una traccia che in queste istituzioni ci sono state anche le donne».
Così ho fatto quel che ho visto al Parlamento svedese: una Sala delle Donne, dove sono ricordate coloro che hanno contribuito a creare e a far crescere la democrazia. La inaugureremo qui a Montecitorio il 14 luglio. Ci sono le foto delle ventuno costituenti, la prima ministra — Tina Anselmi —, la prima presidente della Camera — Nilde Iotti —, la prima presidente di Regione: Nenna D’Antonio. Mi mancano tre foto, sostituite da tre specchi. Ogni ragazza che verrà qui avrà il diritto di pensare: la prima donna presidente della Repubblica, presidente del Senato, presidente del Consiglio potrei essere io».
Presidente Boldrini, le donne in questi anni hanno compiuto grandi passi in avanti, non pensa?
«Certo, ma questi passi non sempre vengono riconosciuti. Non viene riconosciuto alle donne ciò che è delle donne. Se tutti noi oggi riteniamo giusto che uomini e donne abbiano gli stessi diritti, tutti noi dobbiamo adoperarci e quindi dobbiamo essere tutti femministi».
Anche gli uomini?
«Certo. Soprattutto gli uomini».
Il maschio femminista è una figura di cui spesso le donne diffidano.
«Io invece la penso come il premier canadese Trudeau, che dice: “Mi definisco femminista e sono orgoglioso di esserlo. Passo tanto tempo a spiegare a mia figlia che il suo genere non può e non dovrà mai determinare i limiti di ciò che può raggiungere. Ma mia moglie mi ha fatto notare che dovrei trascorrere altrettanto tempo con i nostri figli maschi e spiegare loro che cos’è il femminismo e l’importanza dell’uguaglianza».
E lei cosa direbbe agli uomini italiani?
«Direi loro: unitevi a noi. Fate sentire la vostra voce. Le discriminazioni delle donne, i femminicidi, non sono solo un nostro problema; sono anche un vostro problema. E ai violenti dico: arrendetevi. Rassegnatevi. Non ci ridurrete a testa bassa. Noi e le nostre figlie non vi consegneremo la nostra libertà. Il male che fate vi si ritorcerà contro».
Shirin Ebadi, l’iraniana Nobel per la pace, sostiene che sono le madri a trasmettere il maschilismo ai figli maschi.
«Ha ragione, c’è anche questo. La battaglia deve essere di tutti. Nessuno esente. Senza deleghe. Il femminicidio purtroppo non ha confini: tocca tutti i Paesi, a ogni latitudine. Per questo bisogna coinvolgere gli uomini. Devono farsi sentire, devono condannare la violenza, devono far vergognare i violenti. Ci deve essere lo stigma sociale su di loro: gli altri uomini devono isolarli. Invece a vergognarsi a volte sono le donne che subiscono la violenza. È un mondo al contrario. Per questo è essenziale far arrivare al più presto i finanziamenti ai centri antiviolenza e alle case rifugio. Strutture che per molte donne rappresentano la salvezza».
Ha l’impressione che anche nel lavoro resistano le discriminazioni?
«Non mi baso su impressioni, mi baso su dati. Solo il 47% delle italiane lavora. Al Sud la percentuale diminuisce drasticamente. Quando la donna lavora, a parità di qualifica, a volte — per non dire quasi sempre — guadagna di meno. Andiamo in senso contrario a quello che ci indicano le ricerche. Il Fondo monetario ha condotto un’indagine su 2 mila aziende europee: quando nei board ci sono le donne, il fatturato aumenta da 8 a 13 punti. In Italia solo il 21% delle aziende ha donne ai vertici. L’Italia perde il 15% di pil potenziale perché non stimola l’occupazione femminile. Come si fa a non capire che si deve puntare sulle donne per la ripresa? E non per le donne; per il bene delle aziende e del Paese».
Ma Roma e Torino hanno appena eletto due sindache.
«Mi sono subito congratulata con loro. Al di là dell’appartenenza politica, è segno che la nostra società sta evolvendo, se è matura al punto da dare fiducia a giovani donne. Ho incontrato brevemente Virginia Raggi, mi ha chiesto un colloquio, la vedrò presto. Spero possano lavorare al grande impegno che si sono prese».
Lei con i 5 Stelle ha un rapporto burrascoso. Come mai?
«All’inizio pensavo che si potesse avere un buon rapporto: eravamo nuovi, eravamo qui per rappresentare un cambiamento; la cosa più logica era realizzarlo con una certa sintonia. Ci hanno divisi i metodi. Io devo fare rispettare il regolamento, e ho dovuto sanzionare i loro comportamenti quando non hanno seguito le regole. Questo ha creato un clima poco sereno. E sono arrivati gli attacchi nati dal blog di Grillo, con offese pesanti alla mia persona e alla mia storia del tutto gratuite».
Siamo un Paese maschilista anche in politica?
«In Italia c’è chi sostiene fortemente l’avanzamento delle donne, e c’è chi non ci crede, non si sente pronto ad accettare che una donna possa rappresentare le più alte cariche dello Stato. C’è uno zoccolo duro che lo ritiene quasi insopportabile».
Nello zoccolo duro forse ci sono anche donne.
«Sì, ci sono anche donne che non credono in questo. Ma per principio mi rifiuto di entrare in dispute tra donne che vanno a indebolire la posizione femminile. Se una donna mi attacca, mi aggredisce in quanto donna, non rispondo. Non mi presto».
Consideri i passi avanti però. La prima donna ministro…
«La prima donna ministra. Si dice ministra».
…È del 1976. Tutto è successo molto in fretta.
«Perché abbiamo perso vent’anni a causa del fascismo, che ci voleva solo mogli e madri. Già nel 1867 il deputato Salvatore Morelli propose il voto alle donne. Fu la sua tomba politica. Lo schernirono, ogni volta che prendeva la parola in aula era accolto da risatine. Noi italiane partiamo svantaggiate; per questo abbiamo ancora tanta strada da fare. Fino a quando una donna dovrà scegliere tra maternità e lavoro, fino quando a parità di mansioni guadagnerà di meno o sarà vittima di violenza mascherata da amore, avremo ancora strada da fare».
Non crede che la questione terminologica, cui lei tiene molto, non sia fatta per creare simpatie alla sua causa? Che rischi di essere confusa con una fissazione del politicamente corretto?
«Ogni persona che vuole smontare un pregiudizio, che vuole essere innovatrice, deve accettare di essere fatta oggetto di facili ironie, di essere sminuita. Lo deve mettere in conto: ogni figura che vuole precorrere i tempi e insistere su temi all’apparenza secondari ha dovuto affrontare questo. Sono arciconvinta che la questione del linguaggio rappresenti un blocco culturale. La massima autorità linguistica italiana, la Crusca, dice chiaramente che tutti i ruoli vanno declinati nei due generi: al maschile e al femminile. Ma la maggior parte accetta di farlo solo per i ruoli più semplici, e si blocca per gli altri».
Ad esempio?
«Tutti dicono contadina, operaia. Ma già a dire avvocata la gente storce il naso: “È brutto, è cacofonico…”. Questo perché per secoli non abbiamo avuto avvocate. Sindache. Ministre. Ma la società evolve e così anche il linguaggio evolve. In tutte le lingue neolatine esiste la declinazione di genere. Perché solo in Italia non la dobbiamo usare? Sono stata la prima a introdurla alla Camera: si diceva solo il deputato, il ministro».
Un’altra obiezione: non è sfruttamento della donna anche il caso del migrante economico che fa salire la moglie incinta su un barcone che rischia di affondare?
«Chi fa questo di solito non è un migrante economico. Gli uomini che vengono in Europa per cercare lavoro generalmente vanno avanti da soli e al limite chiamano dopo la famiglia. Chi invece si mette in viaggio con la famiglia lo fa perché non ha altra scelta: sono richiedenti asilo, rifugiati. Gente che, fuggendo dalla guerra, non ha nulla da perdere, non ha un posto dove stare, non può più tornare indietro».
Vince Hillary o Trump?
«Spero che vinca la lungimiranza del popolo americano. Un Paese come gli Stati Uniti non può permettersi di sbagliare. È vero, la figura di Hillary appare legata all’establishment. Ma una donna candidata alla Casa Bianca rappresenta comunque una grande innovazione».
Cos’ha provato alla morte di Jo Cox?
«Un grande dolore. Ho mandato un biglietto e un mazzo di fiori davanti a Westminster: nonostante non la conoscessi, tutto di lei mi era familiare; la battaglia per le donne, i rifugiati, l’unità europea. È stato un omicidio politico, un atto di terrorismo. E l’odio politico esiste, non solo in Gran Bretagna. In particolare contro le donne. Per questo la commissione che ho istituito a Montecitorio sui fenomeni di odio, razzismo, xenofobia porterà il nome di Jo Cox» .
Laura Boldrini
«Uomini siate femministi Unitevi a noi e isolate i violenti»
intervista di Aldo Cazzullo
Dice Laura Boldrini che era stanca di vedere nei corridoi di Montecitorio solo busti di uomini. «Autorevolissimi, per carità. Ma, a parte quello di Nilde Iotti, non c’è un solo busto di donna, una traccia che in queste istituzioni ci sono state anche le donne».
Così ho fatto quel che ho visto al Parlamento svedese: una Sala delle Donne, dove sono ricordate coloro che hanno contribuito a creare e a far crescere la democrazia. La inaugureremo qui a Montecitorio il 14 luglio. Ci sono le foto delle ventuno costituenti, la prima ministra — Tina Anselmi —, la prima presidente della Camera — Nilde Iotti —, la prima presidente di Regione: Nenna D’Antonio. Mi mancano tre foto, sostituite da tre specchi. Ogni ragazza che verrà qui avrà il diritto di pensare: la prima donna presidente della Repubblica, presidente del Senato, presidente del Consiglio potrei essere io».
Presidente Boldrini, le donne in questi anni hanno compiuto grandi passi in avanti, non pensa?
«Certo, ma questi passi non sempre vengono riconosciuti. Non viene riconosciuto alle donne ciò che è delle donne. Se tutti noi oggi riteniamo giusto che uomini e donne abbiano gli stessi diritti, tutti noi dobbiamo adoperarci e quindi dobbiamo essere tutti femministi».
Anche gli uomini?
«Certo. Soprattutto gli uomini».
Il maschio femminista è una figura di cui spesso le donne diffidano.
«Io invece la penso come il premier canadese Trudeau, che dice: “Mi definisco femminista e sono orgoglioso di esserlo. Passo tanto tempo a spiegare a mia figlia che il suo genere non può e non dovrà mai determinare i limiti di ciò che può raggiungere. Ma mia moglie mi ha fatto notare che dovrei trascorrere altrettanto tempo con i nostri figli maschi e spiegare loro che cos’è il femminismo e l’importanza dell’uguaglianza».
E lei cosa direbbe agli uomini italiani?
«Direi loro: unitevi a noi. Fate sentire la vostra voce. Le discriminazioni delle donne, i femminicidi, non sono solo un nostro problema; sono anche un vostro problema. E ai violenti dico: arrendetevi. Rassegnatevi. Non ci ridurrete a testa bassa. Noi e le nostre figlie non vi consegneremo la nostra libertà. Il male che fate vi si ritorcerà contro».
Shirin Ebadi, l’iraniana Nobel per la pace, sostiene che sono le madri a trasmettere il maschilismo ai figli maschi.
«Ha ragione, c’è anche questo. La battaglia deve essere di tutti. Nessuno esente. Senza deleghe. Il femminicidio purtroppo non ha confini: tocca tutti i Paesi, a ogni latitudine. Per questo bisogna coinvolgere gli uomini. Devono farsi sentire, devono condannare la violenza, devono far vergognare i violenti. Ci deve essere lo stigma sociale su di loro: gli altri uomini devono isolarli. Invece a vergognarsi a volte sono le donne che subiscono la violenza. È un mondo al contrario. Per questo è essenziale far arrivare al più presto i finanziamenti ai centri antiviolenza e alle case rifugio. Strutture che per molte donne rappresentano la salvezza».
Ha l’impressione che anche nel lavoro resistano le discriminazioni?
«Non mi baso su impressioni, mi baso su dati. Solo il 47% delle italiane lavora. Al Sud la percentuale diminuisce drasticamente. Quando la donna lavora, a parità di qualifica, a volte — per non dire quasi sempre — guadagna di meno. Andiamo in senso contrario a quello che ci indicano le ricerche. Il Fondo monetario ha condotto un’indagine su 2 mila aziende europee: quando nei board ci sono le donne, il fatturato aumenta da 8 a 13 punti. In Italia solo il 21% delle aziende ha donne ai vertici. L’Italia perde il 15% di pil potenziale perché non stimola l’occupazione femminile. Come si fa a non capire che si deve puntare sulle donne per la ripresa? E non per le donne; per il bene delle aziende e del Paese».
Ma Roma e Torino hanno appena eletto due sindache.
«Mi sono subito congratulata con loro. Al di là dell’appartenenza politica, è segno che la nostra società sta evolvendo, se è matura al punto da dare fiducia a giovani donne. Ho incontrato brevemente Virginia Raggi, mi ha chiesto un colloquio, la vedrò presto. Spero possano lavorare al grande impegno che si sono prese».
Lei con i 5 Stelle ha un rapporto burrascoso. Come mai?
«All’inizio pensavo che si potesse avere un buon rapporto: eravamo nuovi, eravamo qui per rappresentare un cambiamento; la cosa più logica era realizzarlo con una certa sintonia. Ci hanno divisi i metodi. Io devo fare rispettare il regolamento, e ho dovuto sanzionare i loro comportamenti quando non hanno seguito le regole. Questo ha creato un clima poco sereno. E sono arrivati gli attacchi nati dal blog di Grillo, con offese pesanti alla mia persona e alla mia storia del tutto gratuite».
Siamo un Paese maschilista anche in politica?
«In Italia c’è chi sostiene fortemente l’avanzamento delle donne, e c’è chi non ci crede, non si sente pronto ad accettare che una donna possa rappresentare le più alte cariche dello Stato. C’è uno zoccolo duro che lo ritiene quasi insopportabile».
Nello zoccolo duro forse ci sono anche donne.
«Sì, ci sono anche donne che non credono in questo. Ma per principio mi rifiuto di entrare in dispute tra donne che vanno a indebolire la posizione femminile. Se una donna mi attacca, mi aggredisce in quanto donna, non rispondo. Non mi presto».
Consideri i passi avanti però. La prima donna ministro…
«La prima donna ministra. Si dice ministra».
…È del 1976. Tutto è successo molto in fretta.
«Perché abbiamo perso vent’anni a causa del fascismo, che ci voleva solo mogli e madri. Già nel 1867 il deputato Salvatore Morelli propose il voto alle donne. Fu la sua tomba politica. Lo schernirono, ogni volta che prendeva la parola in aula era accolto da risatine. Noi italiane partiamo svantaggiate; per questo abbiamo ancora tanta strada da fare. Fino a quando una donna dovrà scegliere tra maternità e lavoro, fino quando a parità di mansioni guadagnerà di meno o sarà vittima di violenza mascherata da amore, avremo ancora strada da fare».
Non crede che la questione terminologica, cui lei tiene molto, non sia fatta per creare simpatie alla sua causa? Che rischi di essere confusa con una fissazione del politicamente corretto?
«Ogni persona che vuole smontare un pregiudizio, che vuole essere innovatrice, deve accettare di essere fatta oggetto di facili ironie, di essere sminuita. Lo deve mettere in conto: ogni figura che vuole precorrere i tempi e insistere su temi all’apparenza secondari ha dovuto affrontare questo. Sono arciconvinta che la questione del linguaggio rappresenti un blocco culturale. La massima autorità linguistica italiana, la Crusca, dice chiaramente che tutti i ruoli vanno declinati nei due generi: al maschile e al femminile. Ma la maggior parte accetta di farlo solo per i ruoli più semplici, e si blocca per gli altri».
Ad esempio?
«Tutti dicono contadina, operaia. Ma già a dire avvocata la gente storce il naso: “È brutto, è cacofonico…”. Questo perché per secoli non abbiamo avuto avvocate. Sindache. Ministre. Ma la società evolve e così anche il linguaggio evolve. In tutte le lingue neolatine esiste la declinazione di genere. Perché solo in Italia non la dobbiamo usare? Sono stata la prima a introdurla alla Camera: si diceva solo il deputato, il ministro».
Un’altra obiezione: non è sfruttamento della donna anche il caso del migrante economico che fa salire la moglie incinta su un barcone che rischia di affondare?
«Chi fa questo di solito non è un migrante economico. Gli uomini che vengono in Europa per cercare lavoro generalmente vanno avanti da soli e al limite chiamano dopo la famiglia. Chi invece si mette in viaggio con la famiglia lo fa perché non ha altra scelta: sono richiedenti asilo, rifugiati. Gente che, fuggendo dalla guerra, non ha nulla da perdere, non ha un posto dove stare, non può più tornare indietro».
Vince Hillary o Trump?
«Spero che vinca la lungimiranza del popolo americano. Un Paese come gli Stati Uniti non può permettersi di sbagliare. È vero, la figura di Hillary appare legata all’establishment. Ma una donna candidata alla Casa Bianca rappresenta comunque una grande innovazione».
Cos’ha provato alla morte di Jo Cox?
«Un grande dolore. Ho mandato un biglietto e un mazzo di fiori davanti a Westminster: nonostante non la conoscessi, tutto di lei mi era familiare; la battaglia per le donne, i rifugiati, l’unità europea. È stato un omicidio politico, un atto di terrorismo. E l’odio politico esiste, non solo in Gran Bretagna. In particolare contro le donne. Per questo la commissione che ho istituito a Montecitorio sui fenomeni di odio, razzismo, xenofobia porterà il nome di Jo Cox» .
Repubblica 10.7.16
Edoardo Albinati
Il delitto del Circeo
“In quel delitto di quarant’anni fa la malattia incurabile di essere maschi”
Il vincitore del premio Strega, compagno di scuola degli autori del massacro, parla del suo romanzo dominato dal tema della sopraffazione sessuale
intervista di Raffaella De Santis
La mascolinità è fatta di modelli da imitare che creano frustrazione, perché nessuno riesce a stare alla loro altezza
È importante non trincerarsi dietro lo sdegno preventivo perché siamo tutti contaminati dalla violenza
ROMA. Edoardo Albinati ha appena vinto il Premio Strega con un libro non solo importante per mole (quasi 1300 pagine), ma crudo nella tematica, un romanzo che gira intorno al buco nero della violenza contro le donne.
La scuola cattolica (Rizzoli) trae spunto da un episodio di cronaca nera, il delitto del Circeo, e da lì s’irradia per cerchi concentrici per cercare di capire quale possa essere la radice culturale dell’aggressività. Albinati è stato compagno di scuola, all’istituto San Leone Magno a Roma, dei tre protagonisti del massacro del 29 settembre del 1975, Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira.
Come mai ha voluto affrontare un argomento tanto scomodo?
«Perché la letteratura ha anche il compito del disvelamento. Non volevo ammantare il delitto di alcun aspetto seduttivo, ma raccontarlo nella sua crudezza. Il mio obiettivo non era informare, ma interrogarsi ».
Mostrare la violenza, esporla, renderla pubblica, far vedere un volto ferito o le fotografie di un’aggressione, può essere utile?
«Non lo so, penso che la cosa importante sia non trincerarsi nello sdegno preventivo. L’ho detto, lo ripeto: ho il 99% delle cose in comune con chi compie azioni violente ».
Potrebbe spiegarsi meglio?
«È importante accettare l’idea della contaminazione con la violenza. Forse può non entusiasmarci, ma siamo tutti coinvolti, tutti contaminati. Certo, è più facile allontanare da sé il male, pensare che non ci riguardi, che noi siamo diversi. La ferita del delitto del Circeo fu in qualche modo suturata additandone i responsabili come mostri. Così da una parte mettevamo i “perversi” e dall’altra c’eravamo noi. È ciò che in altri tempi si sarebbe definito “falsa coscienza”».
Nel suo libro imputa a una certa idea di mascolinità la responsabilità dell’aggressività. Addirittura scrive: “Nascere maschi è una malattia incurabile”.
«Purtroppo – lo dicono tutti gli studi sulle teorie di genere – la mascolinità è una costruzione fatta di modelli da imitare che creano frustrazione, perché nessuno riesce a stare alla loro altezza. Insomma, il maschio è colui che manca il bersaglio di essere maschio».
È da qui che può nascere la voglia di rifarsi?
«Mi viene in mente una frase di Kafka: “C’è un punto di non ritorno, quel punto va toccato”. Il mio punto di non ritorno, ciò di cui volevo parlare, è la malattia incurabile dei maschi».
Perché incurabile?
«Mi sembra che il modello maschile sia oggi in crisi più che mai. Se è infatti vero che abbiamo superato il prototipo di virilità del passato, è anche vero che non è stato sostituito da nulla. Mentre il modello femminile si è aggiornato».
Quali sono gli stereotipi culturali da cui dovremmo cercare di liberarci?
«Gli uomini hanno un bisogno di tenerezza profondissimo, ma non possono esprimerlo liberamente. Hanno paura che venga scambiato per omosessualità. Ma proprio quel desiderio frustrato alla fine si rivolge in modo brutale contro le donne ».
Nel suo libro la violenza abita in un quartiere borghese, tra le cosiddette persone perbene. È anche questo un modo per dire che riguarda tutti, non solo chi vive nel degrado?
«Thomas Mann diceva che il borghese è l’individuo che ha più punti di contatto con l’intera umanità. All’interno del suo mondo osserviamo tutti gli atteggiamenti possibili. Nel caso del delitto del Circeo si pensò subito che non potesse avere per protagonisti ragazzi di buona famiglia. Ma pensare in questo modo è un’altra forma di difesa. Chiunque può fare qualsiasi cosa a chiunque».
Lei insegna nel carcere di Rebibbia. La scuola può cambiare la società?
«A patto che non diventi una routine. In galera la situazione è di emergenza, posso sperimentare subito se le mie parole hanno effetto».
Quanti anni ha lavorato al libro?
«Più di nove anni. Nove anni per chiedermi: come faccio a venire a capo di un male che mi appartiene?».
Edoardo Albinati
Il delitto del Circeo
“In quel delitto di quarant’anni fa la malattia incurabile di essere maschi”
Il vincitore del premio Strega, compagno di scuola degli autori del massacro, parla del suo romanzo dominato dal tema della sopraffazione sessuale
intervista di Raffaella De Santis
La mascolinità è fatta di modelli da imitare che creano frustrazione, perché nessuno riesce a stare alla loro altezza
È importante non trincerarsi dietro lo sdegno preventivo perché siamo tutti contaminati dalla violenza
ROMA. Edoardo Albinati ha appena vinto il Premio Strega con un libro non solo importante per mole (quasi 1300 pagine), ma crudo nella tematica, un romanzo che gira intorno al buco nero della violenza contro le donne.
La scuola cattolica (Rizzoli) trae spunto da un episodio di cronaca nera, il delitto del Circeo, e da lì s’irradia per cerchi concentrici per cercare di capire quale possa essere la radice culturale dell’aggressività. Albinati è stato compagno di scuola, all’istituto San Leone Magno a Roma, dei tre protagonisti del massacro del 29 settembre del 1975, Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira.
Come mai ha voluto affrontare un argomento tanto scomodo?
«Perché la letteratura ha anche il compito del disvelamento. Non volevo ammantare il delitto di alcun aspetto seduttivo, ma raccontarlo nella sua crudezza. Il mio obiettivo non era informare, ma interrogarsi ».
Mostrare la violenza, esporla, renderla pubblica, far vedere un volto ferito o le fotografie di un’aggressione, può essere utile?
«Non lo so, penso che la cosa importante sia non trincerarsi nello sdegno preventivo. L’ho detto, lo ripeto: ho il 99% delle cose in comune con chi compie azioni violente ».
Potrebbe spiegarsi meglio?
«È importante accettare l’idea della contaminazione con la violenza. Forse può non entusiasmarci, ma siamo tutti coinvolti, tutti contaminati. Certo, è più facile allontanare da sé il male, pensare che non ci riguardi, che noi siamo diversi. La ferita del delitto del Circeo fu in qualche modo suturata additandone i responsabili come mostri. Così da una parte mettevamo i “perversi” e dall’altra c’eravamo noi. È ciò che in altri tempi si sarebbe definito “falsa coscienza”».
Nel suo libro imputa a una certa idea di mascolinità la responsabilità dell’aggressività. Addirittura scrive: “Nascere maschi è una malattia incurabile”.
«Purtroppo – lo dicono tutti gli studi sulle teorie di genere – la mascolinità è una costruzione fatta di modelli da imitare che creano frustrazione, perché nessuno riesce a stare alla loro altezza. Insomma, il maschio è colui che manca il bersaglio di essere maschio».
È da qui che può nascere la voglia di rifarsi?
«Mi viene in mente una frase di Kafka: “C’è un punto di non ritorno, quel punto va toccato”. Il mio punto di non ritorno, ciò di cui volevo parlare, è la malattia incurabile dei maschi».
Perché incurabile?
«Mi sembra che il modello maschile sia oggi in crisi più che mai. Se è infatti vero che abbiamo superato il prototipo di virilità del passato, è anche vero che non è stato sostituito da nulla. Mentre il modello femminile si è aggiornato».
Quali sono gli stereotipi culturali da cui dovremmo cercare di liberarci?
«Gli uomini hanno un bisogno di tenerezza profondissimo, ma non possono esprimerlo liberamente. Hanno paura che venga scambiato per omosessualità. Ma proprio quel desiderio frustrato alla fine si rivolge in modo brutale contro le donne ».
Nel suo libro la violenza abita in un quartiere borghese, tra le cosiddette persone perbene. È anche questo un modo per dire che riguarda tutti, non solo chi vive nel degrado?
«Thomas Mann diceva che il borghese è l’individuo che ha più punti di contatto con l’intera umanità. All’interno del suo mondo osserviamo tutti gli atteggiamenti possibili. Nel caso del delitto del Circeo si pensò subito che non potesse avere per protagonisti ragazzi di buona famiglia. Ma pensare in questo modo è un’altra forma di difesa. Chiunque può fare qualsiasi cosa a chiunque».
Lei insegna nel carcere di Rebibbia. La scuola può cambiare la società?
«A patto che non diventi una routine. In galera la situazione è di emergenza, posso sperimentare subito se le mie parole hanno effetto».
Quanti anni ha lavorato al libro?
«Più di nove anni. Nove anni per chiedermi: come faccio a venire a capo di un male che mi appartiene?».
La Stampa 10.7.16
“Dimenticate dallo Stato”
La lotta per non sparire dei centri antiviolenza
Tre chiusure in un mese e i soldi bloccati dalla burocrazia
Ma la rete D.i.Re. assiste oltre 15mila donne ogni anno
di Andrea Malaguti
L’avvocata Titti Carrano, presidente dell’Associazione Nazionale dei Centri Antiviolenza apre la mail del suo studio romano e non nasconde lo stupore. «Mi ha scritto la Boschi». Cioè? «La ministra. L’abbiamo cercata a maggio, quando ha assunto le deleghe per le pari opportunità. Speravamo in un confronto».
«Lo abbiamo avuto con tutte le colleghe che l’hanno preceduta. E lo prevede la convenzione di Istanbul. Non ci ha mai risposto. Fino ad ora». Beh, che dice la mail?
«Che a breve saremo resi partecipi costituendo l’Osservatorio previsto dal piano nazionale contro la violenza. Dunque non dice niente».
Eppure le cose su cui discutere, spiega l’avvocata, sarebbero molte. Partendo da due domande facili: perché dopo avere firmato la convenzione di Istanbul sulla violenza di genere, varato una legge con l’intento di tutelare le donne che doveva essere una delle bandiere di questa legislatura e previsto con un decreto del 2013 la ripartizione delle risorse da destinare, lo Stato lascia morire i centri anti violenza? E perché i 16,5 milioni di euro distribuiti alle Regioni per i centri sono stati corrisposti solo in piccola percentuale, mentre i 18 milioni stanziati dalla legge 119 del 2013 per il 2015-2016 non stati ancora erogati?
Temi non secondari in un Paese in cui ogni due giorni una donna viene ammazzata da un uomo. Spesso il suo compagno. E in cui ogni anno i 75 centri della rete D.i.Re. aprono le porte a quindicimila donne italiane e straniere in cerca di aiuto. «Nonostante la previsione normative e la dimensione del problema, solo sei regioni hanno organizzato confronti con noi. Il punto è che le leggi ci sono, ma è come se non ci fossero. Perché nessuno le rispetta. E con i soldi va anche peggio. I finanziamenti vengono stanziati. Ma la burocrazia li blocca». Così, in attesa che qualcuno metta mano alla palude burocratica, i centri chiudono. Gli ultimi due sono stati Le Onde di Palermo che in vent’anni ha aiutato diecimila donne e che ora è ridotto all’ascolto telefonico e Casa Fiorinda di Napoli, struttura sequestrata alla camorra. Cicatrici che si moltiplicano, correndo dalla Sicilia alla Lombardia, dalla Sardegna, al Veneto. «Nel frattempo, secondo i dati Istat, in Italia una donna su tre continua a essere vittima di violenza». Davvero i centri si possono trattare come se non fossero componenti chiave dell’organizzazione sociale?
La voce di Aissa
Ieri sera, alla Rocca di Imola, davano «Fuocammare», il film di Gianfranco Rosi che racconta l’emergenza immigrazione vista da Lampedusa, e la piazza era piena. È stato il centro antiviolenza Trama di Terre a organizzare l’evento. E quando è scesa la notte, prima che lo schermo si riempisse di immagini, Aissa, che viene dalla Nigeria e che a Trama di Terra ha ritrovato una parte di sé, si è messa a cantare con tutta la voce che ha nella pancia. Era il suo modo per dire che lei esiste. E soprattutto resiste.
A 20 anni ha accumulato negli occhi e nel corpo mille volte di più dell’ orrore che un essere umano dovrebbe conoscere in una vita. Nel suo tragitto da Lagos all’Italia, passando per la Libia, l’hanno ripetutamente violentata, picchiata, costretta ad assistere alla decapitazione e alla tortura dei suoi compagni di viaggio e di prigionia. A ogni umiliazione ha risposto rifugiandosi nella melodia che continua a vibrarle dentro. Anche quando la barca che la portava verso la Sicilia si è ribaltata e il carburante che usciva dai serbatoi le ustionava la carne confondendosi con l’acqua salata, Aissa ha cantato. Non aveva più la pelle delle cosce quando una nave italiana l’ha caricata. Però si affidava alla voce, proprio come ieri sera, di fronte a un piccolo popolo ipnotizzato dal suo dolore. A questo serve Trama di Terre. A consentire alle donne come Aissa di non finire nella pattumiera dell’indifferenza.
Stamattina il centro è aperto come sempre e Tiziana Dal Pra, che l’ha fondato nel 1999, è al lavoro con le sue dieci collaboratrici. Se stanno in piedi da diciassette anni è perché sanno come trovare i fondi - Bruxelles, i privati, la Regione, il Comune, uno sforzo estenuante che si sovrappone al lavoro quotidiano - e perché per Imola, 68mila abitanti, il 10% stranieri, sono diventati un punto di riferimento imprescindibile, uno spazio protetto, cresciuto nel cuore del paese, che offre accoglienza, ascolto, opportunità e ospitalità. Vi aiuta questo governo? «Il governo Renzi, dici?». Lui. «Ma per carità, lasciamo stare. Però in Regione c’è grande sensibilità».
Trama di Terre
Di fianco alla biblioteca interculturale, piena di libri in inglese e francese, Giulia D’Odorico organizza la giornata assieme a una mediatrice culturale. Il problema del momento è come recuperare delle posate per una delle case e poi fissare l’appuntamento con un dentista per una madre e per il suo bambino. Ci si occupa di tutto, «dall’ago all’elefante» dicono in Romagna, e intanto ci si preoccupa di chiarire che lo si fa per una scelta di campo. «Una scelta politica», precisa Tiziana. «O si parte dal presupposto che la violenza di genere è un fatto e non si può risolvere con interventi emergenziali o non si va da nessuna parte». I centri rimangono il bastione più solido del femminismo. «Esatto, femministe. Guarda il nostro cartello. Dice: leali, orgogliose, grassottelle, pacifiste, intellettuali, operaie, belle, orgogliose, giovani, etero, lesbiche. E non sai per questa parola “lesbiche” le battaglie che abbiamo dovuto fare». Si siede in una stanza di lavoro assieme ad Alessandra Davide, responsabile del centro antiviolenze, versa nei bicchieri una bevanda allo zafferano e racconta di una signora settantenne, italiana, che dopo trent’anni di violenze ha bussato alla loro porta. «Il marito l’ha sempre menata. Ma quando le forze gli sono venute meno si è concentrato sulla violenza psicologica. Fai schifo, non sai cucinare, sei una madre di m.... Bene, questa signora è venuta e ci ha detto: per anni mi ha picchiata. E adesso vuole farmi passare da pazza. E io non ci sto più». Viene voglia di festeggiare.
C’è un caldo che squaglia in questo martedì di luglio, Nel cortile donne con bambini. Italiane e africane. Schiamazzi che arrivano dalla strada. «Serve un salto culturale. E una maggiore integrazione con le istituzioni che si occupano di donne. I servizi sociali, per esempio, che hanno un approccio neutro, e anche con gli ospedali, con i pronto soccorso», dice Alessandra. Cioè? «Spesso si confonde il conflitto con la violenza. Il conflitto è fisiologico, la violenza - fisica o psichica - è patologica e inaccettabile. A quel punto è assurdo sentire parlare dell’importanza della bi-genitorialità, come tendono a fare i servizi, o addirittura vedere il tentativo di arrivare all’affido condiviso dei bambini. La donna va difesa. E con lei i bambini, che pagano costi altissimi. Quanto agli ospedali mi limito a osservare un dato: lo scorso anno, a Imola, 142 donne sono state ricoverato a seguito di maltrattamenti accertati. Sai quante sono arrivate al centro? Una». Tiziana la pensa come lei. «Siamo in un Paese condizionato dalla Chiesa cattolica e spesso nei pronto soccorso, quando arriva una donna violentata, le danno il farmaco contro l’Aids, ma la pillola del giorno dopo no. Fanno obiezione di coscienza. In ginecologia otto medici su dieci. C’è una legge dello Stato. Ma loro non la applicano. Chiedi al San Camillo di Roma per capire».
Obiezione di coscienza
Il San Camillo, allora, dove il reparto che accoglie le donne decise a interrompere la gravidanza è in un seminterrato al quale si accede da una scaletta esterna. «Come se ci fosse un problema di cattiva coscienza», dice la psicologa Augusta Angelucci. Eppure qui arrivano donne da tutta Italia. «Stamattina abbiamo incontrato dodici ragazze. Solo due di Roma. Le altre sono arrivate da Viterbo o da Latina. Ma spesso incontriamo ragazze siciliane o della Basilicata». Il perché è semplice: a casa loro l’interruzione di gravidanza, prevista dalla legge 194, non viene praticata. I medici non vogliono. E se anche vogliono trovano primari che glielo impediscono. «Le sembra folle? E’ il caso di un mio collega con cui ero al telefono poco fa», dice Giovanna Scassellati, primaria del reparto. «Dunque noi facciamo quindici aborti al giorno. Tremila in un anno. E lavoriamo come dei pazzi perché tra il diritto della donna e quello del medico obiettore secondo lo Stato vale più quello del medico obiettore. Ma sono convinta che si ci fosse un piccolo incentivo economico i medici obiettori si ridurrebbero di colpo. Pensi che quando per un mio problema personale sembrava che il mio posto fosse disponibile, quattro colleghi obiettori hanno firmato un foglio per dire che non lo erano più. Buffo no?». Un problema culturale? «Un problema culturale grande come un palazzo», dice Angelucci.
Casa Fiorinda
Nord, centro, sud. La violenza non fa distinzione geografiche o di censo. I ricchi menano e offendono quanto i poveri. Tania Castellaccio, operatrice della cooperativa sociale Dedalus e di Casa Fiorinda a Napoli, racconta la storia di una proprietaria terriera, madre di quattro figli sposata con un ricco imprenditore. Lui la picchiava. Lei non voleva esporre la famiglia alla vergogna. Il marito la offendeva, spalleggiato dai due figli più grandi e lei ha trovato la forza di rivolgersi a Casa Fiorinda solo quando la figlia e il figlio dodicenne le hanno detto: mamma, andiamo via. «E’ venuta da noi. Si è rivolta a un giudice e ora è rifiorita». Ad appassire è stata Casa Fiorinda. «Finito l’ultimo progetto non c’erano più i soldi. O meglio c’erano - ci sono - ma incastrati in qualche pastoia burocratica che vede contrapporsi lo Stato, la Regione e il Comune. Ma a pagare siamo noi. E le donne di Fiorinda, che ora sono state ricollocate in un centro di Pozzuoli gestito da un attivista pro life. I fondi non possono finire a chi non mette il bene delle donne in cima alle priorità», dice Lella Palladino, una delle più note femministe campane. «Con Eva, la mia cooperativa, abbiamo assistito più di mille donne. Soldi pubblici zero. Ce li facciamo dare dalle multinazionali, che così si lavano un po’ la coscienza».
Sorride. Ma l’assenza dello Stato le fa male. «Gli interventi pubblici sono sempre a progetto. Così quando ne finisci uno non sai mai se potrai cominciarne un altro. Ma la violenza non si ferma. Anche se lo Stato non se ne accorge e. Però non ci fermiamo neanche noi». Si alza. E abbraccia Tania che dice. «Casa Fiorinda è stata dedicata a una donna ammazzata a colpi d’ascia. Le pare che possiamo tirarci indietro?».
“Dimenticate dallo Stato”
La lotta per non sparire dei centri antiviolenza
Tre chiusure in un mese e i soldi bloccati dalla burocrazia
Ma la rete D.i.Re. assiste oltre 15mila donne ogni anno
di Andrea Malaguti
L’avvocata Titti Carrano, presidente dell’Associazione Nazionale dei Centri Antiviolenza apre la mail del suo studio romano e non nasconde lo stupore. «Mi ha scritto la Boschi». Cioè? «La ministra. L’abbiamo cercata a maggio, quando ha assunto le deleghe per le pari opportunità. Speravamo in un confronto».
«Lo abbiamo avuto con tutte le colleghe che l’hanno preceduta. E lo prevede la convenzione di Istanbul. Non ci ha mai risposto. Fino ad ora». Beh, che dice la mail?
«Che a breve saremo resi partecipi costituendo l’Osservatorio previsto dal piano nazionale contro la violenza. Dunque non dice niente».
Eppure le cose su cui discutere, spiega l’avvocata, sarebbero molte. Partendo da due domande facili: perché dopo avere firmato la convenzione di Istanbul sulla violenza di genere, varato una legge con l’intento di tutelare le donne che doveva essere una delle bandiere di questa legislatura e previsto con un decreto del 2013 la ripartizione delle risorse da destinare, lo Stato lascia morire i centri anti violenza? E perché i 16,5 milioni di euro distribuiti alle Regioni per i centri sono stati corrisposti solo in piccola percentuale, mentre i 18 milioni stanziati dalla legge 119 del 2013 per il 2015-2016 non stati ancora erogati?
Temi non secondari in un Paese in cui ogni due giorni una donna viene ammazzata da un uomo. Spesso il suo compagno. E in cui ogni anno i 75 centri della rete D.i.Re. aprono le porte a quindicimila donne italiane e straniere in cerca di aiuto. «Nonostante la previsione normative e la dimensione del problema, solo sei regioni hanno organizzato confronti con noi. Il punto è che le leggi ci sono, ma è come se non ci fossero. Perché nessuno le rispetta. E con i soldi va anche peggio. I finanziamenti vengono stanziati. Ma la burocrazia li blocca». Così, in attesa che qualcuno metta mano alla palude burocratica, i centri chiudono. Gli ultimi due sono stati Le Onde di Palermo che in vent’anni ha aiutato diecimila donne e che ora è ridotto all’ascolto telefonico e Casa Fiorinda di Napoli, struttura sequestrata alla camorra. Cicatrici che si moltiplicano, correndo dalla Sicilia alla Lombardia, dalla Sardegna, al Veneto. «Nel frattempo, secondo i dati Istat, in Italia una donna su tre continua a essere vittima di violenza». Davvero i centri si possono trattare come se non fossero componenti chiave dell’organizzazione sociale?
La voce di Aissa
Ieri sera, alla Rocca di Imola, davano «Fuocammare», il film di Gianfranco Rosi che racconta l’emergenza immigrazione vista da Lampedusa, e la piazza era piena. È stato il centro antiviolenza Trama di Terre a organizzare l’evento. E quando è scesa la notte, prima che lo schermo si riempisse di immagini, Aissa, che viene dalla Nigeria e che a Trama di Terra ha ritrovato una parte di sé, si è messa a cantare con tutta la voce che ha nella pancia. Era il suo modo per dire che lei esiste. E soprattutto resiste.
A 20 anni ha accumulato negli occhi e nel corpo mille volte di più dell’ orrore che un essere umano dovrebbe conoscere in una vita. Nel suo tragitto da Lagos all’Italia, passando per la Libia, l’hanno ripetutamente violentata, picchiata, costretta ad assistere alla decapitazione e alla tortura dei suoi compagni di viaggio e di prigionia. A ogni umiliazione ha risposto rifugiandosi nella melodia che continua a vibrarle dentro. Anche quando la barca che la portava verso la Sicilia si è ribaltata e il carburante che usciva dai serbatoi le ustionava la carne confondendosi con l’acqua salata, Aissa ha cantato. Non aveva più la pelle delle cosce quando una nave italiana l’ha caricata. Però si affidava alla voce, proprio come ieri sera, di fronte a un piccolo popolo ipnotizzato dal suo dolore. A questo serve Trama di Terre. A consentire alle donne come Aissa di non finire nella pattumiera dell’indifferenza.
Stamattina il centro è aperto come sempre e Tiziana Dal Pra, che l’ha fondato nel 1999, è al lavoro con le sue dieci collaboratrici. Se stanno in piedi da diciassette anni è perché sanno come trovare i fondi - Bruxelles, i privati, la Regione, il Comune, uno sforzo estenuante che si sovrappone al lavoro quotidiano - e perché per Imola, 68mila abitanti, il 10% stranieri, sono diventati un punto di riferimento imprescindibile, uno spazio protetto, cresciuto nel cuore del paese, che offre accoglienza, ascolto, opportunità e ospitalità. Vi aiuta questo governo? «Il governo Renzi, dici?». Lui. «Ma per carità, lasciamo stare. Però in Regione c’è grande sensibilità».
Trama di Terre
Di fianco alla biblioteca interculturale, piena di libri in inglese e francese, Giulia D’Odorico organizza la giornata assieme a una mediatrice culturale. Il problema del momento è come recuperare delle posate per una delle case e poi fissare l’appuntamento con un dentista per una madre e per il suo bambino. Ci si occupa di tutto, «dall’ago all’elefante» dicono in Romagna, e intanto ci si preoccupa di chiarire che lo si fa per una scelta di campo. «Una scelta politica», precisa Tiziana. «O si parte dal presupposto che la violenza di genere è un fatto e non si può risolvere con interventi emergenziali o non si va da nessuna parte». I centri rimangono il bastione più solido del femminismo. «Esatto, femministe. Guarda il nostro cartello. Dice: leali, orgogliose, grassottelle, pacifiste, intellettuali, operaie, belle, orgogliose, giovani, etero, lesbiche. E non sai per questa parola “lesbiche” le battaglie che abbiamo dovuto fare». Si siede in una stanza di lavoro assieme ad Alessandra Davide, responsabile del centro antiviolenze, versa nei bicchieri una bevanda allo zafferano e racconta di una signora settantenne, italiana, che dopo trent’anni di violenze ha bussato alla loro porta. «Il marito l’ha sempre menata. Ma quando le forze gli sono venute meno si è concentrato sulla violenza psicologica. Fai schifo, non sai cucinare, sei una madre di m.... Bene, questa signora è venuta e ci ha detto: per anni mi ha picchiata. E adesso vuole farmi passare da pazza. E io non ci sto più». Viene voglia di festeggiare.
C’è un caldo che squaglia in questo martedì di luglio, Nel cortile donne con bambini. Italiane e africane. Schiamazzi che arrivano dalla strada. «Serve un salto culturale. E una maggiore integrazione con le istituzioni che si occupano di donne. I servizi sociali, per esempio, che hanno un approccio neutro, e anche con gli ospedali, con i pronto soccorso», dice Alessandra. Cioè? «Spesso si confonde il conflitto con la violenza. Il conflitto è fisiologico, la violenza - fisica o psichica - è patologica e inaccettabile. A quel punto è assurdo sentire parlare dell’importanza della bi-genitorialità, come tendono a fare i servizi, o addirittura vedere il tentativo di arrivare all’affido condiviso dei bambini. La donna va difesa. E con lei i bambini, che pagano costi altissimi. Quanto agli ospedali mi limito a osservare un dato: lo scorso anno, a Imola, 142 donne sono state ricoverato a seguito di maltrattamenti accertati. Sai quante sono arrivate al centro? Una». Tiziana la pensa come lei. «Siamo in un Paese condizionato dalla Chiesa cattolica e spesso nei pronto soccorso, quando arriva una donna violentata, le danno il farmaco contro l’Aids, ma la pillola del giorno dopo no. Fanno obiezione di coscienza. In ginecologia otto medici su dieci. C’è una legge dello Stato. Ma loro non la applicano. Chiedi al San Camillo di Roma per capire».
Obiezione di coscienza
Il San Camillo, allora, dove il reparto che accoglie le donne decise a interrompere la gravidanza è in un seminterrato al quale si accede da una scaletta esterna. «Come se ci fosse un problema di cattiva coscienza», dice la psicologa Augusta Angelucci. Eppure qui arrivano donne da tutta Italia. «Stamattina abbiamo incontrato dodici ragazze. Solo due di Roma. Le altre sono arrivate da Viterbo o da Latina. Ma spesso incontriamo ragazze siciliane o della Basilicata». Il perché è semplice: a casa loro l’interruzione di gravidanza, prevista dalla legge 194, non viene praticata. I medici non vogliono. E se anche vogliono trovano primari che glielo impediscono. «Le sembra folle? E’ il caso di un mio collega con cui ero al telefono poco fa», dice Giovanna Scassellati, primaria del reparto. «Dunque noi facciamo quindici aborti al giorno. Tremila in un anno. E lavoriamo come dei pazzi perché tra il diritto della donna e quello del medico obiettore secondo lo Stato vale più quello del medico obiettore. Ma sono convinta che si ci fosse un piccolo incentivo economico i medici obiettori si ridurrebbero di colpo. Pensi che quando per un mio problema personale sembrava che il mio posto fosse disponibile, quattro colleghi obiettori hanno firmato un foglio per dire che non lo erano più. Buffo no?». Un problema culturale? «Un problema culturale grande come un palazzo», dice Angelucci.
Casa Fiorinda
Nord, centro, sud. La violenza non fa distinzione geografiche o di censo. I ricchi menano e offendono quanto i poveri. Tania Castellaccio, operatrice della cooperativa sociale Dedalus e di Casa Fiorinda a Napoli, racconta la storia di una proprietaria terriera, madre di quattro figli sposata con un ricco imprenditore. Lui la picchiava. Lei non voleva esporre la famiglia alla vergogna. Il marito la offendeva, spalleggiato dai due figli più grandi e lei ha trovato la forza di rivolgersi a Casa Fiorinda solo quando la figlia e il figlio dodicenne le hanno detto: mamma, andiamo via. «E’ venuta da noi. Si è rivolta a un giudice e ora è rifiorita». Ad appassire è stata Casa Fiorinda. «Finito l’ultimo progetto non c’erano più i soldi. O meglio c’erano - ci sono - ma incastrati in qualche pastoia burocratica che vede contrapporsi lo Stato, la Regione e il Comune. Ma a pagare siamo noi. E le donne di Fiorinda, che ora sono state ricollocate in un centro di Pozzuoli gestito da un attivista pro life. I fondi non possono finire a chi non mette il bene delle donne in cima alle priorità», dice Lella Palladino, una delle più note femministe campane. «Con Eva, la mia cooperativa, abbiamo assistito più di mille donne. Soldi pubblici zero. Ce li facciamo dare dalle multinazionali, che così si lavano un po’ la coscienza».
Sorride. Ma l’assenza dello Stato le fa male. «Gli interventi pubblici sono sempre a progetto. Così quando ne finisci uno non sai mai se potrai cominciarne un altro. Ma la violenza non si ferma. Anche se lo Stato non se ne accorge e. Però non ci fermiamo neanche noi». Si alza. E abbraccia Tania che dice. «Casa Fiorinda è stata dedicata a una donna ammazzata a colpi d’ascia. Le pare che possiamo tirarci indietro?».
Michela Murgia
Giovedì 7 luglio 2016
I cattivi maestri del fascista e razzista che ha ucciso Emmanuel Chidi Namdi e picchiato sua moglie Chinyery siedono in Senato: sono quelli che dieci mesi fa hanno negato l'autorizzazione a procedere contro Calderoli quando diede dell'orango a Cecile Kyenge. Era critica politica, affermarono, mica razzismo, e lo dissero senza distinzione di partito, compresi 81 senatori del PD e 3 di Sel che oggi si dichiareranno certamente sconvolti e turbati davanti a tutti i microfoni dei media. Questo succede a pensare che le parole non abbiano conseguenze. Ipocriti.
Giovedì 7 luglio 2016
I cattivi maestri del fascista e razzista che ha ucciso Emmanuel Chidi Namdi e picchiato sua moglie Chinyery siedono in Senato: sono quelli che dieci mesi fa hanno negato l'autorizzazione a procedere contro Calderoli quando diede dell'orango a Cecile Kyenge. Era critica politica, affermarono, mica razzismo, e lo dissero senza distinzione di partito, compresi 81 senatori del PD e 3 di Sel che oggi si dichiareranno certamente sconvolti e turbati davanti a tutti i microfoni dei media. Questo succede a pensare che le parole non abbiano conseguenze. Ipocriti.
La Stampa 10.7.16
Il nigeriano ucciso da un’emorragia cerebrale
Fermo: Emmanuel Chidi Namdi sarebbe morto per una emorragia cerebrale provocata dal pugno di Amedeo Mancini, che gli ha fratturato la mascella, e non perché è caduto a terra battendo la testa sull’asfalto. Inoltre, secondo l’avvocato Letizia Astorri, difensore della vedova, Chinyery, «i colpi sono stati tali da far intendere che Mancini abbia deliberatamente colpito il ragazzo». «La tipologia e l’entità delle lesioni riscontrate su tutto il corpo della vittima» difficilmente possono supportare la tesi della legittima difesa da parte dell’ultrà. Se poi dovesse essere provato che il palo stradale è stato lanciato contro il nigeriano da Mancini, prenderebbe corpo l’ipotesi che l’uomo aveva «l’intenzione di uccidere».
Il giorno dopo l’autopsia sul profugo nigeriano ammazzato a Fermo da un’ultrà di destra, la posizione dell’omicida sembra aggravarsi rispetto alle prime indiscrezioni circolate ieri. La battaglia legale si infiamma, ma cresce anche la polemica su una vicenda che sta suscitando sdegno, solidarietà con i migranti ma anche prese di posizione di segno diametralmente opposto.
L’avv. Francesco De Minicis è attestato sulla tesi della legittima difesa: Mancini avrebbe sì insultato la compagna di Emmanuel chiamandola «scimmia africana», ma poi si sarebbe limitato a reagire ai colpi del nigeriano, e della donna, sferrando al migrante un solo pugno tra la mandibola e il labbro inferiore, forte ma non fortissimo, tanto da lasciare la dentatura intatta. Ieri si era parlato di una linea di frattura al cranio, di un’abrasione al polso e un ematoma a un polpaccio, quadro compatibile con reati che vanno dalla legittima difesa all’omicidio preterintenzionale. Oggi però don Vinicio Albanesi, che con la Caritas in Veritate e le suore ospitava Emmanuel e la moglie, è il primo a dire che il migrante «è stato ammazzato di botte», perché ha «osato ribellarsi alle offese».
Il nigeriano ucciso da un’emorragia cerebrale
Fermo: Emmanuel Chidi Namdi sarebbe morto per una emorragia cerebrale provocata dal pugno di Amedeo Mancini, che gli ha fratturato la mascella, e non perché è caduto a terra battendo la testa sull’asfalto. Inoltre, secondo l’avvocato Letizia Astorri, difensore della vedova, Chinyery, «i colpi sono stati tali da far intendere che Mancini abbia deliberatamente colpito il ragazzo». «La tipologia e l’entità delle lesioni riscontrate su tutto il corpo della vittima» difficilmente possono supportare la tesi della legittima difesa da parte dell’ultrà. Se poi dovesse essere provato che il palo stradale è stato lanciato contro il nigeriano da Mancini, prenderebbe corpo l’ipotesi che l’uomo aveva «l’intenzione di uccidere».
Il giorno dopo l’autopsia sul profugo nigeriano ammazzato a Fermo da un’ultrà di destra, la posizione dell’omicida sembra aggravarsi rispetto alle prime indiscrezioni circolate ieri. La battaglia legale si infiamma, ma cresce anche la polemica su una vicenda che sta suscitando sdegno, solidarietà con i migranti ma anche prese di posizione di segno diametralmente opposto.
L’avv. Francesco De Minicis è attestato sulla tesi della legittima difesa: Mancini avrebbe sì insultato la compagna di Emmanuel chiamandola «scimmia africana», ma poi si sarebbe limitato a reagire ai colpi del nigeriano, e della donna, sferrando al migrante un solo pugno tra la mandibola e il labbro inferiore, forte ma non fortissimo, tanto da lasciare la dentatura intatta. Ieri si era parlato di una linea di frattura al cranio, di un’abrasione al polso e un ematoma a un polpaccio, quadro compatibile con reati che vanno dalla legittima difesa all’omicidio preterintenzionale. Oggi però don Vinicio Albanesi, che con la Caritas in Veritate e le suore ospitava Emmanuel e la moglie, è il primo a dire che il migrante «è stato ammazzato di botte», perché ha «osato ribellarsi alle offese».
La Stampa 10.7.16
La Nato resta in Afghanistan
L’Italia mantiene mille soldati
Renzi: «Siamo punto di riferimento importante»
di Francesca Schianchi
La missione Nato in Afghanistan proseguirà oltre il 2016, e l’Italia continuerà ad avere un ruolo guida. Fino al 2020, poi, saranno garantiti a Kabul i finanziamenti di circa cinque miliardi di dollari che le sono assicurati oggi. Al termine della due giorni di vertice Nato nella Varsavia del patto che ha segnato per lungo tempo la divisione del mondo in blocchi, l’Alleanza atlantica decide di prorogare la missione Resolute Support «per evitare che l’Afghanistan diventi un rifugio per terroristi internazionali», spiega il segretario generale Jens Stoltenberg. Una missione non più combat ormai da un anno e mezzo, ma impegnata a «formare, consigliare e assistere» le forze di sicurezza afghane, che resterà sul territorio con circa 12mila uomini, di cui 8400 americani. Quasi mille sono oggi i soldati italiani (950): «Ci viene chiesto di continuare il lavoro che stiamo facendo – riferisce Renzi – il governo condivide questo impegno perché lo ritiene strategico», ma «tutte le procedure sono portate all’attenzione del Parlamento». Per quanto tempo ancora la Nato resterà in Afghanistan, Stoltenberg non sa dirlo: «Si valuterà l’anno prossimo».
Altri uomini, l’Italia è disponibile a mandarli dal 2017 in Lettonia, un battaglione di 150 soldati sotto il comando canadese ai confini con la Russia, laddove proprio in questi giorni si è deciso di schierare forze (anche in Estonia, Lituania e Polonia) come deterrente contro eventuali mire aggressive russe, Paese con cui pure auspichiamo rapporti sempre più distesi. «La nostra è una posizione di buon senso – la descrive Renzi - fuori dal mondo è tornare a un clima di guerra fredda».
E proprio la Russia è tornata a essere evocata ieri, nell’incontro in formato speciale “Quint” (Italia, Usa, Gb, Francia e Germania) sull’Ucraina: per quanto riguarda le sanzioni a Mosca, filtra dalla Casa Bianca la convinzione del gruppo che «dovrebbero essere sollevate solo quando la Russia rispetterà tutti gli impegni di Minsk».
Ma lo sguardo viene rivolto anche a Sud, l’area più importante per l’Italia: è in arrivo una nuova missione navale nel mar Mediterraneo, una trasformazione della missione Active Endeavour in una iniziativa più ampia di contrasto al terrorismo e appoggio alla missione europea Sophia, chiamata Sea Guardian. Contro Isis «bisogna raddoppiare gli sforzi di intelligence e lavorare a stretto contato con le comunità musulmane», invita Obama. La Nato ha deciso anche di fornire istruttori militari in Iraq a sostegno della coalizione anti-Isis, e l’uso di aerei di ricognizione per sorvegliare i cieli di Siria e Iraq.
La Nato resta in Afghanistan
L’Italia mantiene mille soldati
Renzi: «Siamo punto di riferimento importante»
di Francesca Schianchi
La missione Nato in Afghanistan proseguirà oltre il 2016, e l’Italia continuerà ad avere un ruolo guida. Fino al 2020, poi, saranno garantiti a Kabul i finanziamenti di circa cinque miliardi di dollari che le sono assicurati oggi. Al termine della due giorni di vertice Nato nella Varsavia del patto che ha segnato per lungo tempo la divisione del mondo in blocchi, l’Alleanza atlantica decide di prorogare la missione Resolute Support «per evitare che l’Afghanistan diventi un rifugio per terroristi internazionali», spiega il segretario generale Jens Stoltenberg. Una missione non più combat ormai da un anno e mezzo, ma impegnata a «formare, consigliare e assistere» le forze di sicurezza afghane, che resterà sul territorio con circa 12mila uomini, di cui 8400 americani. Quasi mille sono oggi i soldati italiani (950): «Ci viene chiesto di continuare il lavoro che stiamo facendo – riferisce Renzi – il governo condivide questo impegno perché lo ritiene strategico», ma «tutte le procedure sono portate all’attenzione del Parlamento». Per quanto tempo ancora la Nato resterà in Afghanistan, Stoltenberg non sa dirlo: «Si valuterà l’anno prossimo».
Altri uomini, l’Italia è disponibile a mandarli dal 2017 in Lettonia, un battaglione di 150 soldati sotto il comando canadese ai confini con la Russia, laddove proprio in questi giorni si è deciso di schierare forze (anche in Estonia, Lituania e Polonia) come deterrente contro eventuali mire aggressive russe, Paese con cui pure auspichiamo rapporti sempre più distesi. «La nostra è una posizione di buon senso – la descrive Renzi - fuori dal mondo è tornare a un clima di guerra fredda».
E proprio la Russia è tornata a essere evocata ieri, nell’incontro in formato speciale “Quint” (Italia, Usa, Gb, Francia e Germania) sull’Ucraina: per quanto riguarda le sanzioni a Mosca, filtra dalla Casa Bianca la convinzione del gruppo che «dovrebbero essere sollevate solo quando la Russia rispetterà tutti gli impegni di Minsk».
Ma lo sguardo viene rivolto anche a Sud, l’area più importante per l’Italia: è in arrivo una nuova missione navale nel mar Mediterraneo, una trasformazione della missione Active Endeavour in una iniziativa più ampia di contrasto al terrorismo e appoggio alla missione europea Sophia, chiamata Sea Guardian. Contro Isis «bisogna raddoppiare gli sforzi di intelligence e lavorare a stretto contato con le comunità musulmane», invita Obama. La Nato ha deciso anche di fornire istruttori militari in Iraq a sostegno della coalizione anti-Isis, e l’uso di aerei di ricognizione per sorvegliare i cieli di Siria e Iraq.
Il Sole Domenica 10.7.16
Prima della santità
Le origini pagane dei santi
di Armando Torno
Pierre Saintyves era lo pseudonimo di Émile Nourry. Figlio di librai, con l’intenzione mai realizzata di farsi prete, si specializzò negli studi di folklore e a lui si devono non pochi saggi che trattano, per esempio, della leggenda di Faust o delle concezioni magiche che stanno alla base di credenze o miracoli. Nato nel 1870 ad Autun, nella regione della Borgogna-Franca Contea, ebbe una sua libreria prima a Digione e poi a Parigi. Nel 1936, l’anno dopo la morte, il rettore dell’Accademia di Parigi, Sébastien Charléty, così ne scriveva sulla Revue de folklore française: «Aveva ottenuto dai suoi studi la serena filosofia della saggezza. La sua fisionomia, a volte grave a volte sorridente, traspirava bontà. Calmo, si animava subito nella conversazione e qualunque fosse l’argomento, stupiva sempre per l’immensità del sapere».
Di Nourry, o meglio di Saintyves, esce ora, a cura di Vittorio Fincati, la traduzione italiana di un saggio del 1907: I santi successori degli dei. In esso si scava nel culto degli eroi o dei morti, ovviamente in quello dei santi; si indaga sulle filiazioni verbali (usando tra l’altro il metodo astronomico) e si va alle radici della civiltà cristiana cercando, per esempio attraverso lo studio delle festività, quegli dei pagani che anticiparono talune tradizioni. Saintyves parte dal libro dell’abate di Saint Michel, don Cabrol, dedicato alle Origini della liturgia; riprende le argomentazioni che sovente derivano da Loisy («Posto che si possa dimostrare l’origine pagana di un certo numero di riti cristiani, tali riti hanno cessato di essere pagani quando sono stati accettati e interpretati dalla Chiesa»), altre volte ricorre a quella miniera di notizie lasciata da Tillemont in Mémoires pour servir a l’Histoire ecclésiastique. Senza elencare tutte le fonti e indipendentemente dal metodo, che non rispecchia criteri filologici, il lavoro di Saintyves tocca argomenti di notevole interesse e le numerose citazioni riportano l’attenzione su ricerche preziose riguardanti eroi o santi intercessori o tutelari, sul ritrovamento delle reliquie e le loro traslazioni, le inevitabili falsificazioni. Così come Agostino si lamenta dei monaci girovaghi che vendono frammenti di ossa raccolte non si sa dove, allo stesso modo Pausania segnala dei resti degli argonauti Linceo e Ida che si conservavano a Sparta e che si era liberi di considerare con sospetto.
E poi ecco storie degne di essere conosciute. Come quella del Sudario di Lirey, che vide i canonici della città intentare una causa a Roma per avere il diritto di continuare l’ostensione della reliquia: papa Clemente VII fece aggiungere l’obbligo che a ogni esposizione occorreva proclamare che non si trattava del vero sudario di Cristo ma di un dipinto. Ci sono anche i furti dei corpi dei santi, già presenti prima del cristianesimo e riguardanti personaggi divenuti mitici. O le reliquie curiose: non è difficile tentare paragoni tra i frammenti che si esponevano della scrofa bianca con i suoi trenta porcelli sacrificata da Enea ad Alba e due o tre lische di pesce con cui il Salvatore saziò cinquemila persone, mostrate nella cattedrale di Marsiglia.
Un libro ricco di sorprese e curiosità. Per conoscere meglio le nostre radici e per non dimenticare che il sacro è indispensabile all’uomo.
Pierre Saintyves, I santi successori degli dei , Arkeios, Roma, pagg. 160, € 14,50
Prima della santità
Le origini pagane dei santi
di Armando Torno
Pierre Saintyves era lo pseudonimo di Émile Nourry. Figlio di librai, con l’intenzione mai realizzata di farsi prete, si specializzò negli studi di folklore e a lui si devono non pochi saggi che trattano, per esempio, della leggenda di Faust o delle concezioni magiche che stanno alla base di credenze o miracoli. Nato nel 1870 ad Autun, nella regione della Borgogna-Franca Contea, ebbe una sua libreria prima a Digione e poi a Parigi. Nel 1936, l’anno dopo la morte, il rettore dell’Accademia di Parigi, Sébastien Charléty, così ne scriveva sulla Revue de folklore française: «Aveva ottenuto dai suoi studi la serena filosofia della saggezza. La sua fisionomia, a volte grave a volte sorridente, traspirava bontà. Calmo, si animava subito nella conversazione e qualunque fosse l’argomento, stupiva sempre per l’immensità del sapere».
Di Nourry, o meglio di Saintyves, esce ora, a cura di Vittorio Fincati, la traduzione italiana di un saggio del 1907: I santi successori degli dei. In esso si scava nel culto degli eroi o dei morti, ovviamente in quello dei santi; si indaga sulle filiazioni verbali (usando tra l’altro il metodo astronomico) e si va alle radici della civiltà cristiana cercando, per esempio attraverso lo studio delle festività, quegli dei pagani che anticiparono talune tradizioni. Saintyves parte dal libro dell’abate di Saint Michel, don Cabrol, dedicato alle Origini della liturgia; riprende le argomentazioni che sovente derivano da Loisy («Posto che si possa dimostrare l’origine pagana di un certo numero di riti cristiani, tali riti hanno cessato di essere pagani quando sono stati accettati e interpretati dalla Chiesa»), altre volte ricorre a quella miniera di notizie lasciata da Tillemont in Mémoires pour servir a l’Histoire ecclésiastique. Senza elencare tutte le fonti e indipendentemente dal metodo, che non rispecchia criteri filologici, il lavoro di Saintyves tocca argomenti di notevole interesse e le numerose citazioni riportano l’attenzione su ricerche preziose riguardanti eroi o santi intercessori o tutelari, sul ritrovamento delle reliquie e le loro traslazioni, le inevitabili falsificazioni. Così come Agostino si lamenta dei monaci girovaghi che vendono frammenti di ossa raccolte non si sa dove, allo stesso modo Pausania segnala dei resti degli argonauti Linceo e Ida che si conservavano a Sparta e che si era liberi di considerare con sospetto.
E poi ecco storie degne di essere conosciute. Come quella del Sudario di Lirey, che vide i canonici della città intentare una causa a Roma per avere il diritto di continuare l’ostensione della reliquia: papa Clemente VII fece aggiungere l’obbligo che a ogni esposizione occorreva proclamare che non si trattava del vero sudario di Cristo ma di un dipinto. Ci sono anche i furti dei corpi dei santi, già presenti prima del cristianesimo e riguardanti personaggi divenuti mitici. O le reliquie curiose: non è difficile tentare paragoni tra i frammenti che si esponevano della scrofa bianca con i suoi trenta porcelli sacrificata da Enea ad Alba e due o tre lische di pesce con cui il Salvatore saziò cinquemila persone, mostrate nella cattedrale di Marsiglia.
Un libro ricco di sorprese e curiosità. Per conoscere meglio le nostre radici e per non dimenticare che il sacro è indispensabile all’uomo.
Pierre Saintyves, I santi successori degli dei , Arkeios, Roma, pagg. 160, € 14,50
Il Sole Domenica 10.7.16
La religiosità in Shakespeare
William il misericordioso
Alcuni suoi personaggi insegnano che l’uomo è capace d’amore e pietà, benché la condizione umana sia miseria, vizio, angoscia e solitudine
di Gianfranco Ravasi s.j.
Mi è stato chiesto da alcuni perché non sono intervenuto in quest’anno shakespeariano sul «grande che fa sentire grande ogni uomo», come lo definiva Chesterton. La domanda ha un senso perché è indubbio che nel cuore delle sue opere pulsa anche un’anima religiosa, di là dalla sua appartenenza o meno al cattolicesimo, secondo alcuni attestata dal fatto che fu sepolto in un cimitero cattolico e convalidata, in maniera più sottile, dal ricorso – nelle sue composizioni più tarde – forse alla versione inglese di una Bibbia cattolica, quella di Douai-Reims, stando almeno all’ipotesi di quello straordinario anglista, filologo e interprete che è Piero Boitani. È proprio a questo maestro che dobbiamo uno splendido libro come il Vangelo secondo Shakespeare (Il Mulino 2009), al quale sarei in grado solo di attingere e non certo di aggiungere altro.
Ho, però, pensato di raccogliere lo stesso la sollecitazione, anche perché in passato avevo fatto una piccola incursione nel Re Lear per una sua comparazione con un altro capolavoro, il biblico libro di Giobbe. Tuttavia, sono consapevole dell’immensità di un simile autore, davanti al quale si smarrisce anche il teologo. Egli, infatti, ci ha lasciato una sorta di oceano testuale ove si agitano le onde del bene e del male, del comico e del tragico, dell’amore e dell’odio, dello splendore e della tenebra, del riso e delle lacrime. Per questo è arduo cercare di definire il volto spirituale di Shakespeare, sia pure descrivendone un solo lineamento, perché si corre sempre il rischio di balbettare di fronte a una tale vastità di pensieri, emozioni, azioni, simboli.
Egli è consapevole – come confessa il suo Amleto – che l’uomo è «un’opera d’arte»: «Come è nobile in virtù della ragione! Quali infinite facoltà possiede! Come somiglia a un angelo per le azioni e a un dio per la facoltà di discernere! È per la bellezza del mondo ed è il paragone degli animali. Eppure per me non è che quintessenza di polvere. L’uomo non mi attrae». Dalle vette dell’esaltazione si scivola, così, nel grembo oscuro del non-senso. È ciò che viene aspramente dichiarato da Macbeth in una delle più potenti e drammatiche rappresentazioni dell’esistenza umana: «La vita non è che un’ombra che cammina. Un povero attore che si agita e si pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di fervore e senza alcun significato». Eppure la persona umana ha una straordinaria capacità di trascendere il suo limite attraverso l’amore, come proclama Giulietta al suo Romeo: «Il mio cuore ... il mio amore ... più te ne concedo più ne possiedo, perché l’uno e l’altro sono infiniti».
Ho, così, pensato di evocare in questo centenario shakespeariano che cade nell’anno giubilare della misericordia proprio questa virtù, che agli occhi del poeta di Stratford-upon-Avon ha un profilo persino eroico, pur nella sua silenziosa manifestazione: chi non ricorda la nascosta e sobria testimonianza di amore della Cordelia del Re Lear, o la discreta e incompresa tenerezza della Desdemona dell’Otello? Certo, lo sguardo di Shakespeare penetra soprattutto nel groviglio velenoso delle serpi dell’odio perché – come afferma il duca Prospero della Tempesta – «più raramente ci si risolve al perdono che non alla vendetta». E terribile è il dialogo nel Riccardo III tra il protagonista e la regina Anna. Costei implora: «Per Dio, anche le belve sanno in certi momenti provare pietà». E Riccardo: «Ma proprio perché io non sono una belva, quel sentimento non mi tocca».
Eppure l’uomo, come insegnano non pochi personaggi che affollano le scene create da Shakespeare, può essere capace di donazione e d’amore, nonostante il forte accento che il poeta riserva sempre alla miseria umana, all’angoscia, al vizio, alla solitudine. D’altronde, la storia ci insegna che «le cattive azioni degli uomini vivono nel bronzo, mentre quelle virtuose le scriviamo nell’acqua» (così nell’Enrico VIII), eppure esse sono molte di più, anche se nascoste e dimenticate. Ecco perché la giustizia divina spesso irrompe nella storia, come attestano molte trame dei drammi shakespeariani. Questa giustizia ha, però, un ultimo grado d’appello. È ciò che viene proclamato soprattutto nel IV atto del Mercante di Venezia: «La misericordia è sopra il potere degli scettri. Essa ha il suo trono nel cuore dei re ed è un attributo di Dio stesso. Il potere terreno appare più simile a quello divino quando la misericordia tempera il giudizio».
Da un lato, infatti, l’ebreo Shylock, implacabile nell’esigere la libbra di carne del nemico Antonio, incarna la norma etico-legale del taglione, lapidaria nella sua stessa formulazione biblica: «Vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido» (Esodo 21,23-25). Una norma “giusta”, checché se ne dica e nonostante il suo dettato brutale, perché basata sulla giustizia retributiva. Ma, d’altro lato, Shakespeare è consapevole che esiste un primato morale e religioso che trascende la stessa giustizia e la legge. È ciò che afferma Porzia, travestita da avvocato difensore col nome di Baldassarre, rivolgendosi proprio a Shylock: «Anche se è giustizia quello che chiedi, considera questo: seguendo la sola giustizia, nessuno di noi conoscerebbe la salvezza. Noi chiediamo misericordia e questa invocazione insegna a noi tutti a praticarne gli atti».
Ecco, dunque, la quality of mercy, quel perdono che è l’anima della misericordia e che Shakespeare celebra ponendo sempre sulle labbra di Porzia/Baldassarre questa sorta di canto: «La natura della misericordia è spontanea; cade come la dolce pioggia dal cielo in basso sulla terra; è due volte benedetta perché benedice colui che la esercita e colui che la riceve; è più potente dei potenti e si addice al re in trono più della sua corona». Se Dio dovesse adottare il metro esclusivo della giustizia, noi saremmo annientati. È ciò che il grande drammaturgo professa in un passo di un’opera meno nota, Misura per misura, più o meno contemporanea della suprema trilogia Otello - Re Lear - Macbeth (1604-06): «Cosa sareste voi se Dio, al culmine della giustizia, dovesse giudicarvi quali siete? Pensate a questo e la misericordia respirerà dalle vostre labbra come l’uomo appena creato».
Quella grandiosa architettura narrativa e tematica che è la Tempesta – quasi certamente tra le ultime opere di Shakespeare – alla fine si risolve in un atto di conversione e di perdono perché il prevaricatore Antonio si pente e il fratello Prospero lo perdona così da impedire che la vendetta conduca alla disperazione e alla morte. È interessante notare che uno dei più originali registi del teatro inglese, in particolare shakespeariano (come non ricordare la sua anticonvenzionale messa in scena del Sogno di una notte di mezza estate del 1968?), Peter Brook, abbia intitolato un suo saggio proprio con quella quality of mercy che abbiamo visto essere il filo rosso che dipana il dramma veneziano e la sua dialettica tra giustizia e misericordia.
La religiosità in Shakespeare
William il misericordioso
Alcuni suoi personaggi insegnano che l’uomo è capace d’amore e pietà, benché la condizione umana sia miseria, vizio, angoscia e solitudine
di Gianfranco Ravasi s.j.
Mi è stato chiesto da alcuni perché non sono intervenuto in quest’anno shakespeariano sul «grande che fa sentire grande ogni uomo», come lo definiva Chesterton. La domanda ha un senso perché è indubbio che nel cuore delle sue opere pulsa anche un’anima religiosa, di là dalla sua appartenenza o meno al cattolicesimo, secondo alcuni attestata dal fatto che fu sepolto in un cimitero cattolico e convalidata, in maniera più sottile, dal ricorso – nelle sue composizioni più tarde – forse alla versione inglese di una Bibbia cattolica, quella di Douai-Reims, stando almeno all’ipotesi di quello straordinario anglista, filologo e interprete che è Piero Boitani. È proprio a questo maestro che dobbiamo uno splendido libro come il Vangelo secondo Shakespeare (Il Mulino 2009), al quale sarei in grado solo di attingere e non certo di aggiungere altro.
Ho, però, pensato di raccogliere lo stesso la sollecitazione, anche perché in passato avevo fatto una piccola incursione nel Re Lear per una sua comparazione con un altro capolavoro, il biblico libro di Giobbe. Tuttavia, sono consapevole dell’immensità di un simile autore, davanti al quale si smarrisce anche il teologo. Egli, infatti, ci ha lasciato una sorta di oceano testuale ove si agitano le onde del bene e del male, del comico e del tragico, dell’amore e dell’odio, dello splendore e della tenebra, del riso e delle lacrime. Per questo è arduo cercare di definire il volto spirituale di Shakespeare, sia pure descrivendone un solo lineamento, perché si corre sempre il rischio di balbettare di fronte a una tale vastità di pensieri, emozioni, azioni, simboli.
Egli è consapevole – come confessa il suo Amleto – che l’uomo è «un’opera d’arte»: «Come è nobile in virtù della ragione! Quali infinite facoltà possiede! Come somiglia a un angelo per le azioni e a un dio per la facoltà di discernere! È per la bellezza del mondo ed è il paragone degli animali. Eppure per me non è che quintessenza di polvere. L’uomo non mi attrae». Dalle vette dell’esaltazione si scivola, così, nel grembo oscuro del non-senso. È ciò che viene aspramente dichiarato da Macbeth in una delle più potenti e drammatiche rappresentazioni dell’esistenza umana: «La vita non è che un’ombra che cammina. Un povero attore che si agita e si pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di fervore e senza alcun significato». Eppure la persona umana ha una straordinaria capacità di trascendere il suo limite attraverso l’amore, come proclama Giulietta al suo Romeo: «Il mio cuore ... il mio amore ... più te ne concedo più ne possiedo, perché l’uno e l’altro sono infiniti».
Ho, così, pensato di evocare in questo centenario shakespeariano che cade nell’anno giubilare della misericordia proprio questa virtù, che agli occhi del poeta di Stratford-upon-Avon ha un profilo persino eroico, pur nella sua silenziosa manifestazione: chi non ricorda la nascosta e sobria testimonianza di amore della Cordelia del Re Lear, o la discreta e incompresa tenerezza della Desdemona dell’Otello? Certo, lo sguardo di Shakespeare penetra soprattutto nel groviglio velenoso delle serpi dell’odio perché – come afferma il duca Prospero della Tempesta – «più raramente ci si risolve al perdono che non alla vendetta». E terribile è il dialogo nel Riccardo III tra il protagonista e la regina Anna. Costei implora: «Per Dio, anche le belve sanno in certi momenti provare pietà». E Riccardo: «Ma proprio perché io non sono una belva, quel sentimento non mi tocca».
Eppure l’uomo, come insegnano non pochi personaggi che affollano le scene create da Shakespeare, può essere capace di donazione e d’amore, nonostante il forte accento che il poeta riserva sempre alla miseria umana, all’angoscia, al vizio, alla solitudine. D’altronde, la storia ci insegna che «le cattive azioni degli uomini vivono nel bronzo, mentre quelle virtuose le scriviamo nell’acqua» (così nell’Enrico VIII), eppure esse sono molte di più, anche se nascoste e dimenticate. Ecco perché la giustizia divina spesso irrompe nella storia, come attestano molte trame dei drammi shakespeariani. Questa giustizia ha, però, un ultimo grado d’appello. È ciò che viene proclamato soprattutto nel IV atto del Mercante di Venezia: «La misericordia è sopra il potere degli scettri. Essa ha il suo trono nel cuore dei re ed è un attributo di Dio stesso. Il potere terreno appare più simile a quello divino quando la misericordia tempera il giudizio».
Da un lato, infatti, l’ebreo Shylock, implacabile nell’esigere la libbra di carne del nemico Antonio, incarna la norma etico-legale del taglione, lapidaria nella sua stessa formulazione biblica: «Vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido» (Esodo 21,23-25). Una norma “giusta”, checché se ne dica e nonostante il suo dettato brutale, perché basata sulla giustizia retributiva. Ma, d’altro lato, Shakespeare è consapevole che esiste un primato morale e religioso che trascende la stessa giustizia e la legge. È ciò che afferma Porzia, travestita da avvocato difensore col nome di Baldassarre, rivolgendosi proprio a Shylock: «Anche se è giustizia quello che chiedi, considera questo: seguendo la sola giustizia, nessuno di noi conoscerebbe la salvezza. Noi chiediamo misericordia e questa invocazione insegna a noi tutti a praticarne gli atti».
Ecco, dunque, la quality of mercy, quel perdono che è l’anima della misericordia e che Shakespeare celebra ponendo sempre sulle labbra di Porzia/Baldassarre questa sorta di canto: «La natura della misericordia è spontanea; cade come la dolce pioggia dal cielo in basso sulla terra; è due volte benedetta perché benedice colui che la esercita e colui che la riceve; è più potente dei potenti e si addice al re in trono più della sua corona». Se Dio dovesse adottare il metro esclusivo della giustizia, noi saremmo annientati. È ciò che il grande drammaturgo professa in un passo di un’opera meno nota, Misura per misura, più o meno contemporanea della suprema trilogia Otello - Re Lear - Macbeth (1604-06): «Cosa sareste voi se Dio, al culmine della giustizia, dovesse giudicarvi quali siete? Pensate a questo e la misericordia respirerà dalle vostre labbra come l’uomo appena creato».
Quella grandiosa architettura narrativa e tematica che è la Tempesta – quasi certamente tra le ultime opere di Shakespeare – alla fine si risolve in un atto di conversione e di perdono perché il prevaricatore Antonio si pente e il fratello Prospero lo perdona così da impedire che la vendetta conduca alla disperazione e alla morte. È interessante notare che uno dei più originali registi del teatro inglese, in particolare shakespeariano (come non ricordare la sua anticonvenzionale messa in scena del Sogno di una notte di mezza estate del 1968?), Peter Brook, abbia intitolato un suo saggio proprio con quella quality of mercy che abbiamo visto essere il filo rosso che dipana il dramma veneziano e la sua dialettica tra giustizia e misericordia.
Il Sole 10.7.16
Il Papa separa amministrazione dei beni e vigilanza
Vaticano. Dopo gli scandali Apsa, un Motu Proprio di Bergoglio stabilisce la distinzione di competenze e poteri: la Segreteria per l’Economia controllerà la struttura presieduta da Calcagno
di Carlo Marroni
CITTÀ DEL VATICANO Separazione netta tra amministrazione dei beni della Santa Sede e le funzioni di vigilanza e controllo. Papa Francesco interviene nuovamente (e con ogni probabilità definitivamente) sul complesso tema delle finanze vaticane e con un Motu Proprio stabilisce in modo netto le competenze e i poteri, che coinvolgono la Segreteria dell’Economia (Spe), nata nel febbraio 2014 e affidata alla guida del cardinale George Pell, e l’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica, presieduta dal cardinale Domenico Calcagno. All’Apsa, da molti anni, è affidato il patrimonio immobiliare - 3-4 miliardi la stima non ufficiale del valore dei beni “liberi” da vincoli funzionali all’attività della Santa Sede – e il cospicuo portafoglio finanziario: nella fase iniziale della riforma queste competenze erano state affidate alla Spe, ma successivamente le erano stato tolte e riportate all’Apsa. Questo processo, dai tratti erratici, aveva creato non poche frizioni dentro i Sacri Palazzi, alimentando polemiche, spesso strumentali, fornendo a chi voleva allargare i suoi poteri armi per criticare i presunti “nemici della riforma”. Ma Francesco, che sa bene come stanno le cose, interviene nel processo di assestamento della riforma, chiarendo che la gestione dei beni è dell’Apsa, mentre alla Spe tocca il personale, il controllo, il budget, fatte salve le competenze pure importanti del Revisore Generale, il cui ruolo è stato ben ribadito dopo la vicenda dell’affidamento dell’incarico alla Pwc, storia di due mesi fa. «Il principio fondamentale che sta alla base delle riforme in questa materia, ed in particolare alla base del Motu Proprio odierno, è quello di assicurare la distinzione netta e inequivocabile tra il controllo e la vigilanza, da una parte, e l’amministrazione dei beni, dall’altra» scrive il Papa.
Una decisione che arriva dopo un lungo approfondimento della materia, su cui è stata impegnata una commissione ad hoc guidata dal cardinale Velasio De Paolis, che ha consegnato le risultanze al Papa. La Segreteria per l’Economia quindi, nata come “super-dicastero delle finanze”, nei fatti diventa un organismo che in Italia potrebbe essere a metà tra la Ragioneria Generale dello Stato e la Corte dei Conti, ma con competenze condivise anche con la Segreteria di Stato, il Revisore Generale - ufficio pure nato con la riforma del 2014, assieme al Consiglio per l’Economia, guidato dal cardinale Reinhard Marx - e sempre sotto la guida del Papa, che fissa i criteri e comunque interviene direttamente sulle decisioni di maggiore entità (è accaduto anche per lo Ior, come si è visto per la nota vicenda della Sicav a Lussemburgo, bocciata un anno e mezzo fa).
Bergoglio sa bene che queste nuove regole qualche sussulto lo potranno produrre, magari alimentando delle polemiche strumentali su “vecchia e nuova Curia”. Ma vuole essere chiaro e dice, nel Motu Proprio, che i cardinali - tra l’altro Pell un mese fa ha compiuto 75 anni, e ha presentato le dimissioni, poi spetta al papa decidere quando accettarle - devono andare d’accordo e collaborare sul serio, altrimenti ci pensa lui: «Per l’attuazione di quanto sopra stabilito, confido nella reciproca collaborazione dei Superiori dei due dicasteri interessati. Eventuali questioni che dovessero sorgere saranno sottoposte alle decisioni di un mio delegato, affiancato da collaboratori».
Il Papa separa amministrazione dei beni e vigilanza
Vaticano. Dopo gli scandali Apsa, un Motu Proprio di Bergoglio stabilisce la distinzione di competenze e poteri: la Segreteria per l’Economia controllerà la struttura presieduta da Calcagno
di Carlo Marroni
CITTÀ DEL VATICANO Separazione netta tra amministrazione dei beni della Santa Sede e le funzioni di vigilanza e controllo. Papa Francesco interviene nuovamente (e con ogni probabilità definitivamente) sul complesso tema delle finanze vaticane e con un Motu Proprio stabilisce in modo netto le competenze e i poteri, che coinvolgono la Segreteria dell’Economia (Spe), nata nel febbraio 2014 e affidata alla guida del cardinale George Pell, e l’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica, presieduta dal cardinale Domenico Calcagno. All’Apsa, da molti anni, è affidato il patrimonio immobiliare - 3-4 miliardi la stima non ufficiale del valore dei beni “liberi” da vincoli funzionali all’attività della Santa Sede – e il cospicuo portafoglio finanziario: nella fase iniziale della riforma queste competenze erano state affidate alla Spe, ma successivamente le erano stato tolte e riportate all’Apsa. Questo processo, dai tratti erratici, aveva creato non poche frizioni dentro i Sacri Palazzi, alimentando polemiche, spesso strumentali, fornendo a chi voleva allargare i suoi poteri armi per criticare i presunti “nemici della riforma”. Ma Francesco, che sa bene come stanno le cose, interviene nel processo di assestamento della riforma, chiarendo che la gestione dei beni è dell’Apsa, mentre alla Spe tocca il personale, il controllo, il budget, fatte salve le competenze pure importanti del Revisore Generale, il cui ruolo è stato ben ribadito dopo la vicenda dell’affidamento dell’incarico alla Pwc, storia di due mesi fa. «Il principio fondamentale che sta alla base delle riforme in questa materia, ed in particolare alla base del Motu Proprio odierno, è quello di assicurare la distinzione netta e inequivocabile tra il controllo e la vigilanza, da una parte, e l’amministrazione dei beni, dall’altra» scrive il Papa.
Una decisione che arriva dopo un lungo approfondimento della materia, su cui è stata impegnata una commissione ad hoc guidata dal cardinale Velasio De Paolis, che ha consegnato le risultanze al Papa. La Segreteria per l’Economia quindi, nata come “super-dicastero delle finanze”, nei fatti diventa un organismo che in Italia potrebbe essere a metà tra la Ragioneria Generale dello Stato e la Corte dei Conti, ma con competenze condivise anche con la Segreteria di Stato, il Revisore Generale - ufficio pure nato con la riforma del 2014, assieme al Consiglio per l’Economia, guidato dal cardinale Reinhard Marx - e sempre sotto la guida del Papa, che fissa i criteri e comunque interviene direttamente sulle decisioni di maggiore entità (è accaduto anche per lo Ior, come si è visto per la nota vicenda della Sicav a Lussemburgo, bocciata un anno e mezzo fa).
Bergoglio sa bene che queste nuove regole qualche sussulto lo potranno produrre, magari alimentando delle polemiche strumentali su “vecchia e nuova Curia”. Ma vuole essere chiaro e dice, nel Motu Proprio, che i cardinali - tra l’altro Pell un mese fa ha compiuto 75 anni, e ha presentato le dimissioni, poi spetta al papa decidere quando accettarle - devono andare d’accordo e collaborare sul serio, altrimenti ci pensa lui: «Per l’attuazione di quanto sopra stabilito, confido nella reciproca collaborazione dei Superiori dei due dicasteri interessati. Eventuali questioni che dovessero sorgere saranno sottoposte alle decisioni di un mio delegato, affiancato da collaboratori».
Corriere 10.7.16
Il giudice del caso Vatileaks: «La libertà di stampa? Garantita dal diritto divino»
di Gian Guido Vecchi
CITTÀ DEL VATICANO «Ci sembrava importante sottolinearlo: anche per dire che ciò che il magistero della Chiesa insegna sui diritti fondamentali della persona, insomma, non è solo ad uso esterno…».
Il professor Giuseppe Dalla Torre si concede un velo di ironia. Giurista e docente di diritto canonico, per ventitré anni rettore dell’università Lumsa, è il presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano e quindi del Collegio che ha firmato la sentenza al secondo processo Vatileaks. Il procedimento sulla «divulgazione di documenti e notizie riservate» si è concluso con le condanne a 18 mesi di monsignor Lucio Vallejo Balda e a 10 mesi, con sospensione della pena per cinque anni, di Francesca Immacolata Chaouqui; i giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi sono stati prosciolti. I giudici parlano attraverso le sentenze, al dispositivo seguirà la pubblicazione delle motivazioni. Ma nella sentenza c’è un’osservazione, posta quasi come una premessa, che va oltre la singola vicenda giudiziaria ed è destinata a rimanere: «Rilevata la sussistenza, radicata e garantita dal diritto divino, della libertà di manifestazione del pensiero e della libertà di stampa nell’ordinamento giuridico vaticano…».
Professore, che cosa significa affermare che la libertà di pensiero e di stampa sono garantite dal «diritto divino»?
«Si parla di diritto divino nel senso del diritto naturale, posto all’atto della creazione e comune a tutti gli uomini. Nel diritto naturale è compreso il diritto alla manifestazione libera del pensiero e quindi anche all’uso dei mezzi di comunicazione sociale, è evidente».
All’inizio del processo alcuni sono arrivati a denunciare una sorta di nuova Inquisizione. C’è da stupirsi di ciò che avete scritto?
«Ma no. Come espressione della libertà di pensiero, la libertà di stampa è uno dei diritti naturali dell’uomo e il magistero della Chiesa, a cominciare da Pio XII, è molto chiaro in questo senso. Penso ad esempio a ciò che disse Papa Pacelli in un discorso ai giornalisti cattolici, nel 1950: “L’opinione pubblica è la prerogativa di ogni società normale… Là ove non apparisse alcuna manifestazione dell’opinione pubblica, là soprattutto ove se ne dovesse rilevare la reale inesistenza, qualunque sia la ragione per spiegare il suo mutismo o la sua assenza, si dovrebbe scorgere un vizio, una infermità, una malattia della vita sociale...”. Anche nel decreto Inter Mirifica del Concilio Vaticano II si afferma che “è inerente alla società umana il diritto all’informazione su quanto, secondo le rispettive condizioni, interessa gli uomini, sia come individui che come membri di una società”. È come la libertà religiosa, la stessa cosa».
Si è invocata una legge sulla libertà di stampa in Vaticano, ce n’è bisogno?
«Ma nell’ordinamento vaticano tutto questo è già presente! Certo, come per tutti i diritti ci sono dei limiti, ne prevede anche l’articolo 21 della Costituzione italiana».
Il Vaticano recepì il codice Zanardelli del 1889…
«Anche lì, hanno cercato di dipingerlo come passatista quando in realtà è un codice liberale, risale alla fine dell’Ottocento ma certo è molto meno restrittivo rispetto al codice Rocco… Del resto il diritto alla manifestazione del proprio pensiero è presente anche nel diritto canonico. La libertà di stampa non è mai stata in discussione. Nelle motivazioni della sentenza tutto questo sarà spiegato con chiarezza».
Il giudice del caso Vatileaks: «La libertà di stampa? Garantita dal diritto divino»
di Gian Guido Vecchi
CITTÀ DEL VATICANO «Ci sembrava importante sottolinearlo: anche per dire che ciò che il magistero della Chiesa insegna sui diritti fondamentali della persona, insomma, non è solo ad uso esterno…».
Il professor Giuseppe Dalla Torre si concede un velo di ironia. Giurista e docente di diritto canonico, per ventitré anni rettore dell’università Lumsa, è il presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano e quindi del Collegio che ha firmato la sentenza al secondo processo Vatileaks. Il procedimento sulla «divulgazione di documenti e notizie riservate» si è concluso con le condanne a 18 mesi di monsignor Lucio Vallejo Balda e a 10 mesi, con sospensione della pena per cinque anni, di Francesca Immacolata Chaouqui; i giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi sono stati prosciolti. I giudici parlano attraverso le sentenze, al dispositivo seguirà la pubblicazione delle motivazioni. Ma nella sentenza c’è un’osservazione, posta quasi come una premessa, che va oltre la singola vicenda giudiziaria ed è destinata a rimanere: «Rilevata la sussistenza, radicata e garantita dal diritto divino, della libertà di manifestazione del pensiero e della libertà di stampa nell’ordinamento giuridico vaticano…».
Professore, che cosa significa affermare che la libertà di pensiero e di stampa sono garantite dal «diritto divino»?
«Si parla di diritto divino nel senso del diritto naturale, posto all’atto della creazione e comune a tutti gli uomini. Nel diritto naturale è compreso il diritto alla manifestazione libera del pensiero e quindi anche all’uso dei mezzi di comunicazione sociale, è evidente».
All’inizio del processo alcuni sono arrivati a denunciare una sorta di nuova Inquisizione. C’è da stupirsi di ciò che avete scritto?
«Ma no. Come espressione della libertà di pensiero, la libertà di stampa è uno dei diritti naturali dell’uomo e il magistero della Chiesa, a cominciare da Pio XII, è molto chiaro in questo senso. Penso ad esempio a ciò che disse Papa Pacelli in un discorso ai giornalisti cattolici, nel 1950: “L’opinione pubblica è la prerogativa di ogni società normale… Là ove non apparisse alcuna manifestazione dell’opinione pubblica, là soprattutto ove se ne dovesse rilevare la reale inesistenza, qualunque sia la ragione per spiegare il suo mutismo o la sua assenza, si dovrebbe scorgere un vizio, una infermità, una malattia della vita sociale...”. Anche nel decreto Inter Mirifica del Concilio Vaticano II si afferma che “è inerente alla società umana il diritto all’informazione su quanto, secondo le rispettive condizioni, interessa gli uomini, sia come individui che come membri di una società”. È come la libertà religiosa, la stessa cosa».
Si è invocata una legge sulla libertà di stampa in Vaticano, ce n’è bisogno?
«Ma nell’ordinamento vaticano tutto questo è già presente! Certo, come per tutti i diritti ci sono dei limiti, ne prevede anche l’articolo 21 della Costituzione italiana».
Il Vaticano recepì il codice Zanardelli del 1889…
«Anche lì, hanno cercato di dipingerlo come passatista quando in realtà è un codice liberale, risale alla fine dell’Ottocento ma certo è molto meno restrittivo rispetto al codice Rocco… Del resto il diritto alla manifestazione del proprio pensiero è presente anche nel diritto canonico. La libertà di stampa non è mai stata in discussione. Nelle motivazioni della sentenza tutto questo sarà spiegato con chiarezza».
Repubblica 10.7.16
Chagall «Io sono nato morto»
Moshe Shegal viene al mondo in un villaggio in fiamme senza un grido, senza un lamento: non respira. Dovranno immergerlo nell’acqua gelida, pungerlo con gli spilli per fargli emettere il primo vagito. “Non ho voluto vivere”, dirà.
Tutta la vita in un quadro solo
di Gregorio Botta
BARD «Io sono nato morto». Moshe Shegal viene al mondo in un villaggio in fiamme senza un grido, senza un lamento: non respira. Dovranno immergerlo nell’acqua gelida, pungerlo con gli spilli per fargli emettere il primo vagito. “Non ho voluto vivere”, dirà. Non voleva, ma doveva: quel neonato che ha avuto un incontro così precoce con il destino sarebbe diventato Marc Chagall. Lo racconta lui stesso nelle prime righe dell’autobiografia, “Ma Vie”, la mia vita, che scrive a Parigi quando ormai è un celebre pittore. Qualche anno dopo, nel ‘64, ne partorirà un’altra: ma questa volta la dipingerà. E’ un quadro imponente, (tre metri per quattro), un’autobiografia per immagini custodito gelosamente nella Fondazione Maeght di Saint-Paul-de-Vence e dichiarato tesoro nazionale francese. Ora “La Vie” approda per la prima volta in Italia, al Forte di Bard, (fino al 13 novembre, a cura di Markus Müller e Gabriele Accornero). E’ una mostra con 265 opere, ma in fondo è la mostra di un quadro solo.
La tela maestosa domina infatti la sala finale del Forte, accompagnata dai quattro schizzi preparatori. Ma anche tutti gli altri lavori che completano l’esposizione (moltissime le stampe, la litografia per Chagall non era certo un’arte minore) possono essere letti alla stessa stregua: figure, temi, immagini che precipiteranno nella summa visiva del maestro del ‘900.
Tutti sanno quanto Chagall abbia amato la sua Bella. “Per anni ha influenzato la mia pittura…..Poi a un tratto un rombo di tuono, le nuvole si aprirono alle sei di sera del 2 settembre 1944, quando Bella lasciò questo mondo. Tutto è divenuto tenebre”. Così scrisse, e ci vollero anni perché riprendesse a dipingere. E’ Bella che vola nei suoi cieli, con lei la vita perde gravità, lei è l’amante, l’angelo e la musa: senza di lei è un uomo perso. Almeno fino a quando non sposa, otto anni dopo, Valentina Brodskij, detta Vava. Se c’è stato un cantore della coppia, dell’incontro con il Femminile, questo è stato Chagall: e infatti “La Vie” è dominato dalla figura centrale, longilinea degli sposi che portano in braccio un bianco bambino, sorta di sacra famiglia in versione laica e popolare. Ma ci sono ben quattro altre coppie sulla tela: e una raffigura lo stesso pittore, abbracciato da una donna immensa che lo protegge e lo sovrasta, e alla quale spuntano due angeliche ali.
È sempre così: Chagall non si dipinge mai, o quasi, da solo. Negli autoritratti (ad essi è dedicata una sezione della mostra) lo accompagna sempre un secondo profilo femmineo o una donna volante o una coppia che fluttua nel cielo. In una litografia (“Quanti anni...”), l’artista entra addirittura nella tela dove ha appena raffigurato una ragazza. Ma l’incisione più rivelatrice è forse “Il pittore e la modella”: lei è distesa nuda sul letto, lui non la guarda e nemmeno la ritrae; sta dipingendo un vaso di fiori!
Che differenza da Picasso: i suoi rapporti con le modelle sono sempre carichi di un eros rapace e voluttuoso, il sesso femminile è ben esposto, la legge del desiderio domina l’incisione. Ma per Chagall no: qui tutto è sublimato, la donna è una musa, un’anima che ispira l’arte, è un doppio che completa e integra. Nell’incontro con l’altra aleggia un’atmosfera alchemica da Nozze mistiche, da congiunzione degli opposti.
Chagall non ha mai avuto paura di mescolare l’amor sacro e l’amor profano. I Profeti coabitano con clown e giocolieri, Mosè impugna le tavole della legge mentre violinisti e suonatori di flauti cantano la poesia della vita. La figura che sale sulla scala biblica sognata da Giacobbe, infine, ha una testa di gallo: d’altronde spesso nel pittore l’uomo assume sembianze animali, di mucca, di agnello, di uccello. Come scrive nel bel saggio in catalogo Markus Müller: “Quando si tratta della fede, Chagall dipinge se stesso metà uomo e metà animale. Beheyme nella sua lingua madre non significa solo mucca ma ha anche un significato simile a stupido, idiota. Chagall si è definito più volte ironicamente come un beheyme”.
Come a dire che solo uno sguardo semplice e puro, solo un cuore elementare, può accogliere il mistero che abita l’immaginario umano.
Popolare e profondo: il suo mondo è figlio della cultura chassidim, di cui si è nutrito a Vitebsk, il villaggio (allora russo, ora bielorusso) dove nacque nel 1887. C’è chi si è appassionato a vedere quanti modi di dire yiddish abbiano preso forma nella sua pittura. Ce ne sono, certo: “volare nei cieli”, in yiddish, vuol dire essere travolti dalla fantasia, un sognatore è descritto come uno cui “la mucca vola sopra la testa”. “Portare qualcuno sulle mani”, come si ritrae Chagall con la sua Bella, vuol dire venerarlo.
Ma non bisogna essere specialisti o padroni della lingua per capirlo: sono metafore semplici e universali. D’altronde è questo che fa Chagall: vive tra la storia e la Storia. La sua biografia è la biografia del nostro ‘900, i suoi luoghi del cuore appartengono a tutti. Vitebsk rappresenta ogni shtetl del mondo, il suo uomo in fuga sui tetti incarna e incarnerà per sempre l’immagine dell’ebreo errante. Se aprissimo il sacco che ha sulle spalle ci troveremmo tutte le figure che animano il cuore profondo della nostra cultura. Non a caso l’artista amava tanto la Bibbia: la mostra di Bard ha una formidabile appendice con la serie completa delle 105 litografie che illustrano il Libro. Vi aleggia lo spirito del venerato Rembrandt. Sentimento corrisposto, secondo Chagall, che così conclude l’autobiografia: “Sono convinto che Rembrandt mi ama”.
Chagall «Io sono nato morto»
Moshe Shegal viene al mondo in un villaggio in fiamme senza un grido, senza un lamento: non respira. Dovranno immergerlo nell’acqua gelida, pungerlo con gli spilli per fargli emettere il primo vagito. “Non ho voluto vivere”, dirà.
Tutta la vita in un quadro solo
di Gregorio Botta
BARD «Io sono nato morto». Moshe Shegal viene al mondo in un villaggio in fiamme senza un grido, senza un lamento: non respira. Dovranno immergerlo nell’acqua gelida, pungerlo con gli spilli per fargli emettere il primo vagito. “Non ho voluto vivere”, dirà. Non voleva, ma doveva: quel neonato che ha avuto un incontro così precoce con il destino sarebbe diventato Marc Chagall. Lo racconta lui stesso nelle prime righe dell’autobiografia, “Ma Vie”, la mia vita, che scrive a Parigi quando ormai è un celebre pittore. Qualche anno dopo, nel ‘64, ne partorirà un’altra: ma questa volta la dipingerà. E’ un quadro imponente, (tre metri per quattro), un’autobiografia per immagini custodito gelosamente nella Fondazione Maeght di Saint-Paul-de-Vence e dichiarato tesoro nazionale francese. Ora “La Vie” approda per la prima volta in Italia, al Forte di Bard, (fino al 13 novembre, a cura di Markus Müller e Gabriele Accornero). E’ una mostra con 265 opere, ma in fondo è la mostra di un quadro solo.
La tela maestosa domina infatti la sala finale del Forte, accompagnata dai quattro schizzi preparatori. Ma anche tutti gli altri lavori che completano l’esposizione (moltissime le stampe, la litografia per Chagall non era certo un’arte minore) possono essere letti alla stessa stregua: figure, temi, immagini che precipiteranno nella summa visiva del maestro del ‘900.
Tutti sanno quanto Chagall abbia amato la sua Bella. “Per anni ha influenzato la mia pittura…..Poi a un tratto un rombo di tuono, le nuvole si aprirono alle sei di sera del 2 settembre 1944, quando Bella lasciò questo mondo. Tutto è divenuto tenebre”. Così scrisse, e ci vollero anni perché riprendesse a dipingere. E’ Bella che vola nei suoi cieli, con lei la vita perde gravità, lei è l’amante, l’angelo e la musa: senza di lei è un uomo perso. Almeno fino a quando non sposa, otto anni dopo, Valentina Brodskij, detta Vava. Se c’è stato un cantore della coppia, dell’incontro con il Femminile, questo è stato Chagall: e infatti “La Vie” è dominato dalla figura centrale, longilinea degli sposi che portano in braccio un bianco bambino, sorta di sacra famiglia in versione laica e popolare. Ma ci sono ben quattro altre coppie sulla tela: e una raffigura lo stesso pittore, abbracciato da una donna immensa che lo protegge e lo sovrasta, e alla quale spuntano due angeliche ali.
È sempre così: Chagall non si dipinge mai, o quasi, da solo. Negli autoritratti (ad essi è dedicata una sezione della mostra) lo accompagna sempre un secondo profilo femmineo o una donna volante o una coppia che fluttua nel cielo. In una litografia (“Quanti anni...”), l’artista entra addirittura nella tela dove ha appena raffigurato una ragazza. Ma l’incisione più rivelatrice è forse “Il pittore e la modella”: lei è distesa nuda sul letto, lui non la guarda e nemmeno la ritrae; sta dipingendo un vaso di fiori!
Che differenza da Picasso: i suoi rapporti con le modelle sono sempre carichi di un eros rapace e voluttuoso, il sesso femminile è ben esposto, la legge del desiderio domina l’incisione. Ma per Chagall no: qui tutto è sublimato, la donna è una musa, un’anima che ispira l’arte, è un doppio che completa e integra. Nell’incontro con l’altra aleggia un’atmosfera alchemica da Nozze mistiche, da congiunzione degli opposti.
Chagall non ha mai avuto paura di mescolare l’amor sacro e l’amor profano. I Profeti coabitano con clown e giocolieri, Mosè impugna le tavole della legge mentre violinisti e suonatori di flauti cantano la poesia della vita. La figura che sale sulla scala biblica sognata da Giacobbe, infine, ha una testa di gallo: d’altronde spesso nel pittore l’uomo assume sembianze animali, di mucca, di agnello, di uccello. Come scrive nel bel saggio in catalogo Markus Müller: “Quando si tratta della fede, Chagall dipinge se stesso metà uomo e metà animale. Beheyme nella sua lingua madre non significa solo mucca ma ha anche un significato simile a stupido, idiota. Chagall si è definito più volte ironicamente come un beheyme”.
Come a dire che solo uno sguardo semplice e puro, solo un cuore elementare, può accogliere il mistero che abita l’immaginario umano.
Popolare e profondo: il suo mondo è figlio della cultura chassidim, di cui si è nutrito a Vitebsk, il villaggio (allora russo, ora bielorusso) dove nacque nel 1887. C’è chi si è appassionato a vedere quanti modi di dire yiddish abbiano preso forma nella sua pittura. Ce ne sono, certo: “volare nei cieli”, in yiddish, vuol dire essere travolti dalla fantasia, un sognatore è descritto come uno cui “la mucca vola sopra la testa”. “Portare qualcuno sulle mani”, come si ritrae Chagall con la sua Bella, vuol dire venerarlo.
Ma non bisogna essere specialisti o padroni della lingua per capirlo: sono metafore semplici e universali. D’altronde è questo che fa Chagall: vive tra la storia e la Storia. La sua biografia è la biografia del nostro ‘900, i suoi luoghi del cuore appartengono a tutti. Vitebsk rappresenta ogni shtetl del mondo, il suo uomo in fuga sui tetti incarna e incarnerà per sempre l’immagine dell’ebreo errante. Se aprissimo il sacco che ha sulle spalle ci troveremmo tutte le figure che animano il cuore profondo della nostra cultura. Non a caso l’artista amava tanto la Bibbia: la mostra di Bard ha una formidabile appendice con la serie completa delle 105 litografie che illustrano il Libro. Vi aleggia lo spirito del venerato Rembrandt. Sentimento corrisposto, secondo Chagall, che così conclude l’autobiografia: “Sono convinto che Rembrandt mi ama”.
sabato 9 luglio 2016
Avvenire.it 08.07.16
Aquileia
Quando Tori e Leoni agitavano le acque del Mediterraneo
di Alessandro Beltrami
Difficile trovare un simbolo altrettanto duraturo e diffuso – al punto da essere pressoché universale – come il leone. Meriterebbe un'intera mostra apposita per la sua capacità di essere dimostrazione vivente della permanenza dei simboli. Il leone è passato da cultura a cultura incarnando intatti i valori della forza e della regalità. È una tradizione che ha origine in Egitto e passa presto in area mesopotamica e iranica, per poi dilagare. Si può ricostruire un piccolo ma significativo tassello visitando la mostra Leoni e Tori dall'antica Persia ad Aquileia, organizzata dalla Fondazione Aquileia, che da alcuni anni si occupa della valorizzazione dell'importante sito friulano, e allestita nel Museo archeologico nazionale. Si tratta di venticinque pezzi provenienti da Persepoli, il palazzo-città di Dario, e dal museo di Teheran – segno dei nuovi rapporti con l'Iran – tra elementi scultorei, bronzi e oggetti di oreficeria. Fondato da Ciro il Grande nel 550 a.C. e demolito dal turbine di Alessandro Magno – che a sua volta si presentò come suo 'erede' – tra 333 e 330 a.C., l'impero achemenide si estendeva dalle coste del Mediterraneo sino al subcontinente indiano. Le diverse etnie coperte dall'ombra persiana erano tributarie del "Re dei Re", come testimoniato dai celebri pannelli della scalinata di Persepoli, il palazzo-città che il condottiero macedone avrebbe dato alle fiamme nel 330 dopo avervi soggiornato per diversi mesi. L'architettura e l'arte achemenidi riassumono in sé la varietà culturale dell'impero, con presenze che derivano dalla tradizione mesopotamiche, elementi egizi e altri di ispirazione greca: «Non si tratta di un'architettura eclettica per scarsa originalità, come erroneamente creduto sino alla metà del Novecento – scrive in catalogo (Allemandi/Fondazione Aquileia) Pierfrancesco Callieri – ma del frutto di un abile programma teso a dimostrare la grandezza eccezionale dell'impero e la piena partecipazione di tutti i suoi popoli alla missione affidata dal Dio Ahuramazda al sovrano persiano». Un'architettura monumentale che i pezzi in pietra calcarea sia bianca che, soprattutto, nera esposti ad Aquileia suggeriscono per frammento, stimolando la fantasia a immaginarne la portata – e qui agisce in sintonia con il contesto archeologico circostante, dove è frastornante sapere che il borgo odierno di poco più di tremila abitanti era una città di 350mila abitanti, i cui resti sono quasi seminati tra i campi e le case. Enormi artigli leonini, teste bovine, torsi di tori antropomorfi in origine parte di enormi capitelli, lucidissimi e dai volumi perfettamente torniti. Dal grande al piccolo: le zampe leonine le ritroviamo in faience, la ceramica dai toni blu lapislazzuli, mentre una placca bronzea mostra l'incedere maestoso di una teoria di felini alati. Notevole poi ancora in bronzo una base composta da tre leoni a figura intera che sembrano imprimere un moto perpetuo. Il clou della mostra è però composto da una serie di ori del V secolo a.C.: un bracciale delle guardie imperiali (le cui protomi leonine hanno somiglianze impressionanti con gli affusolati leoni antelamici), lamine ornamentali (con due leoni monocefali che ritroveremo secoli dopo nel Medioevo fantastico europeo), un pugnale e soprattutto un magnifico rhyton, una sorta di "brocca" rituale, con la base costituita da un leone alato. La mostra si conclude con un salto di un migliaio di anni alla dinastia sasanide, alla testa del secondo impero persiano a partire dalla fine del V secolo d.C. e la cui storia si chiude con la conquista araba e l'islamizzazione della Persia. Le due teste leonine in stucco mostrano una decadenza della scultura ma i modelli restano sorprendentemente famigliari: non c'è reale differenza formale tra la placca decorativa con il muso in una cornice rotonda e i diffusissimi battiporta che vengono prodotti ancora oggi. Notevole invece il piatto d'argento con scena di caccia equestre al leone, del IV secolo dopo Cristo. Il cavaliere è rappresentato mentre al galoppo scaglia la freccia voltato di spalle. Il leone è mostrato due volte: in fuga e poi morto. Colpisce il nitore tecnico dello sbalzo e dell'incisione, come la ricerca di una maggiore freschezza naturalistica. Se infatti il cavaliere è ritratto nelle schematica posa di profilo, la testa del cavallo accenna a una torsione di tre quarti che ne rivela la dimensione volumetrica mentre il leone – che, quando è abbattuto, ha la testa reclinata – è una bestia guizzante. Simbolo ancora, sì, ma vivo.
Aquileia
Quando Tori e Leoni agitavano le acque del Mediterraneo
di Alessandro Beltrami
Difficile trovare un simbolo altrettanto duraturo e diffuso – al punto da essere pressoché universale – come il leone. Meriterebbe un'intera mostra apposita per la sua capacità di essere dimostrazione vivente della permanenza dei simboli. Il leone è passato da cultura a cultura incarnando intatti i valori della forza e della regalità. È una tradizione che ha origine in Egitto e passa presto in area mesopotamica e iranica, per poi dilagare. Si può ricostruire un piccolo ma significativo tassello visitando la mostra Leoni e Tori dall'antica Persia ad Aquileia, organizzata dalla Fondazione Aquileia, che da alcuni anni si occupa della valorizzazione dell'importante sito friulano, e allestita nel Museo archeologico nazionale. Si tratta di venticinque pezzi provenienti da Persepoli, il palazzo-città di Dario, e dal museo di Teheran – segno dei nuovi rapporti con l'Iran – tra elementi scultorei, bronzi e oggetti di oreficeria. Fondato da Ciro il Grande nel 550 a.C. e demolito dal turbine di Alessandro Magno – che a sua volta si presentò come suo 'erede' – tra 333 e 330 a.C., l'impero achemenide si estendeva dalle coste del Mediterraneo sino al subcontinente indiano. Le diverse etnie coperte dall'ombra persiana erano tributarie del "Re dei Re", come testimoniato dai celebri pannelli della scalinata di Persepoli, il palazzo-città che il condottiero macedone avrebbe dato alle fiamme nel 330 dopo avervi soggiornato per diversi mesi. L'architettura e l'arte achemenidi riassumono in sé la varietà culturale dell'impero, con presenze che derivano dalla tradizione mesopotamiche, elementi egizi e altri di ispirazione greca: «Non si tratta di un'architettura eclettica per scarsa originalità, come erroneamente creduto sino alla metà del Novecento – scrive in catalogo (Allemandi/Fondazione Aquileia) Pierfrancesco Callieri – ma del frutto di un abile programma teso a dimostrare la grandezza eccezionale dell'impero e la piena partecipazione di tutti i suoi popoli alla missione affidata dal Dio Ahuramazda al sovrano persiano». Un'architettura monumentale che i pezzi in pietra calcarea sia bianca che, soprattutto, nera esposti ad Aquileia suggeriscono per frammento, stimolando la fantasia a immaginarne la portata – e qui agisce in sintonia con il contesto archeologico circostante, dove è frastornante sapere che il borgo odierno di poco più di tremila abitanti era una città di 350mila abitanti, i cui resti sono quasi seminati tra i campi e le case. Enormi artigli leonini, teste bovine, torsi di tori antropomorfi in origine parte di enormi capitelli, lucidissimi e dai volumi perfettamente torniti. Dal grande al piccolo: le zampe leonine le ritroviamo in faience, la ceramica dai toni blu lapislazzuli, mentre una placca bronzea mostra l'incedere maestoso di una teoria di felini alati. Notevole poi ancora in bronzo una base composta da tre leoni a figura intera che sembrano imprimere un moto perpetuo. Il clou della mostra è però composto da una serie di ori del V secolo a.C.: un bracciale delle guardie imperiali (le cui protomi leonine hanno somiglianze impressionanti con gli affusolati leoni antelamici), lamine ornamentali (con due leoni monocefali che ritroveremo secoli dopo nel Medioevo fantastico europeo), un pugnale e soprattutto un magnifico rhyton, una sorta di "brocca" rituale, con la base costituita da un leone alato. La mostra si conclude con un salto di un migliaio di anni alla dinastia sasanide, alla testa del secondo impero persiano a partire dalla fine del V secolo d.C. e la cui storia si chiude con la conquista araba e l'islamizzazione della Persia. Le due teste leonine in stucco mostrano una decadenza della scultura ma i modelli restano sorprendentemente famigliari: non c'è reale differenza formale tra la placca decorativa con il muso in una cornice rotonda e i diffusissimi battiporta che vengono prodotti ancora oggi. Notevole invece il piatto d'argento con scena di caccia equestre al leone, del IV secolo dopo Cristo. Il cavaliere è rappresentato mentre al galoppo scaglia la freccia voltato di spalle. Il leone è mostrato due volte: in fuga e poi morto. Colpisce il nitore tecnico dello sbalzo e dell'incisione, come la ricerca di una maggiore freschezza naturalistica. Se infatti il cavaliere è ritratto nelle schematica posa di profilo, la testa del cavallo accenna a una torsione di tre quarti che ne rivela la dimensione volumetrica mentre il leone – che, quando è abbattuto, ha la testa reclinata – è una bestia guizzante. Simbolo ancora, sì, ma vivo.
Repubblica 9.7.16
Il senso di David Bowie per la scienza delle stelle
Dalle letture giovanili di Philip Dick alla passione per Tesla e per i viaggi spaziali fino al testamento pitagorico Ritratto non in musica di una rockstar
di Piergiorgio Odifreddi
Negli anni Cinquanta, quando David Jones era un bambino, uscirono due libri di fantascienza che da adolescente lo fecero sognare, come fece d’altronde tutto il genere, perché sembravano parlare proprio di lui: “Starman Jones” di Robert Heinlein (1953) e “Il mondo che Jones creò”, di Philip Dick (1956). Il primo è un romanzo di formazione che racconta di un ragazzo che voleva diventare un astronauta, e di un “cucciolo ragno” che sapeva giocare a scacchi. Il secondo è un romanzo distopico in cui compaiono mutanti umani ermafroditi che si guadagnano da vivere nell’industria dello spettacolo. Quei romanzi prefiguravano ciò che negli anni Settanta il giovane lettore David Jones sarebbe diventato, dopo aver cambiato il proprio nome in David Bowie: una scelta ispirata al pioniere James Bowie, morto nella battaglia di Alamo, e noto per il coltello da duello chiamato appunto “il Bowie”. Oltre che nella fantascienza e nel West, il futuro cantore delle stelle trovò la sua ispirazione anche in opere musicali
come I pianeti di Gustav Holst (1918): già con uno dei suoi primi gruppi, il Lower Third, Bowie ne interpretò il brano Marte, portatore di guerra.
Nel 1969 l’ancora sconosciuto cantante era ormai pronto per il proprio lancio spaziale, che scelse oculatamente (o furbescamente) di effettuare la settimana prima della missione dell’Apollo 11. Nei giorni in cui il razzo Saturno V decollava da Capo Kennedy e il modulo lunare Aquila allunava nel Mare della Tranquillità, il maggiore Tom decollava nel brano Space Oddity, “Stranezza spaziale”, lasciando però presagire una storia con un finale meno lieto, che sarebbe stata raccontata a spizzichi in seguito: in Ashes to Ashes (1980), Hello Spaceboy (1995) e Blackstar (2015).
Nonostante la semplicità del suo stile letterario e musicale, e un video rudimentale che scimmiottava il Kubrick di 2001 Odissea nello spazio (1968), Bowie catturò lo spirito del tempo dei voli spaziali, almeno per gli ingenui giovani dei “favolosi anni Sessanta”. E quasi cinquant’anni dopo la canzone originale è ancora lì, cantata dall’astronauta Chris Hadfield fluttuante nello spazio nel 2013, in un superbo video che è stato visto da trenta milioni di persone, e citata dal cardinal Gianfranco Ravasi in un tweet nel 2016, il giorno della morte del cantante.
Ma David Bowie non si accontentava di impersonare un astronauta: voleva diventare un extraterrestre, anche se per elevarsi nello spazio celeste dovette scendere nei bassifondi terrestri e prendere ispirazione da artisti maledetti come Iggy Pop e Lou Reed. Mescolandoli insieme sintetizzò nel 1972 Ziggy Stardust, che divenne per un paio d’anni il suo indistinguibile alter ego, e lo fece letteralmente uscire di senno. Bowie, accompagnato dal gruppo I ragni di Marte, raccontò L’ascesa e la caduta di Ziggy Stardust in un disco e una lunga serie di concerti, l’ultimo dei quali divenne un film.
Nel 1976 iniziò poi una carriera di attore cinematografico, che nel corso degli anni l’avrebbe portato a impersonare personaggi come il governatore Ponzio Pilato nell’Ultima tentazione di Cristo (1988), l’artista Andy Warhol in Basquiat (1996), e lo scienziato Nikola Tesla in The prestige (2006). Quest’ultimo nel film interviene per costruire una stupida macchina che produce sosia degli uomini, secondo la vulgata pop che lo presenta come uno scienziato pazzo che sfornava appunto sciocche idee, ma nella realtà è stato un fior di inventore e un pioniere dell’elettricità e della radio.
Nel suo primo film, L’uomo che cadde sulla Terra, Bowie interpretò semplicemente sé stesso, o almeno quello che ormai credeva di essere: un alieno di nome Thomas Newton, venuto sul nostro pianeta in missione (nella fattispecie, per cercare un modo di portare acqua al suo inaridito pianeta), ma rimasto intrappolato quaggiù. In una sorta di resa di favori, questa volta fu Bowie a ispirare un’ormai pazzo Philip Dick, arrivato a credere di essere scivolato nella California dei propri tempi dalla Roma dei tempi di Cristo: nel suo romanzo autobiografico Valis (1981) compare infatti una rockstar simile a Bowie. Dopo quasi dieci anni di can- zoni che un acuto John Lennon definì “rock’n’roll col rossetto”, di video e film che mescolavano astronavi e pianeti con il travestitismo bisex, di prese di posizioni filonaziste e di dipendenza dalla cocaina, nel 1977 Bowie si ripulì nell’anima e nel corpo e produsse insieme a Brian Eno due dischi di musica minimalista e strumentale: Low e Heroes. In seguito il compositore Philip Glass scoprì che essi contenevano «brani complessi mascherati da canzonette » e ne trasse due sue sinfonie omonime. Negli anni Novanta Bowie era ormai diventato un prodotto industriale, e il banchiere d’investimenti David Pullman lo immise nel mercato delle obbligazioni. In cambio di un pagamento anticipato di 55 milioni di dollari, Bowie cedette i diritti su tutta la sua produzione passata per dieci anni, e il banchiere emise dei Bowie bonds, che pagavano interessi più alti dei buoni del Tesoro decennali (7,9% contro 6,4%).
Memore del suo diploma all’Istituto Tecnico-Artistico ottenuto da ragazzo a Keston, in un sobborgo di Londra, Bowie sperimentò non soltanto con l’elettronica, ma anche con l’informatica. Poco dopo gli inizi di Internet, nel 1998, la BowieNet offrì per una decina d’anni ai propri utenti non solo un accesso tramite modem alla rete e un servizio di mail, ma anche una serie di contenuti musicali specifici, quali interviste, video e canzoni di Bowie disponibili solo in rete, in quello che fu uno dei primi social network musicali. Diventato ormai una stella pure lui, il cantante ritornò all’ispirazione delle sue origini nelle ultime opere. Anzitutto la canzone The Stars Are Out Tonight (2013), le cui protagoniste sono appunto le stelle, che vivono e muoiono mentre gli uomini le osservano da lontano. E soprattutto l’album Blackstar (2016), il cui titolo è un triplo senso che allude non solo a una stella astronomica, ma anche a una stella pitagorica a cinque punte raffigurata sulla copertina, e all’espressione che i medici usano per indicare una lesione cancerosa. Il lungo video che illustra l’omonima canzone mostra un pianeta sconosciuto sul quale ha trovato la morte un astronauta. E un Bowie bendato e atterrito canta autobiograficamente di una candela che si spegne, e del giorno dell’esecuzione di una stella nera che è anche una stella del pop e una stella del cinema, com’erano appunto sia il maggiore Tom che lui. Nel video della canzone Lazarus, invece, lo stesso Bowie bendato giace e si libra su un letto di un ospedale-obitorio, cantando tormentato di essere ormai in Paradiso, di avere ferite invisibili e di essere in pericolo, ma di non avere più nulla da perdere e di essere ormai libero.
Il senso di David Bowie per la scienza delle stelle
Dalle letture giovanili di Philip Dick alla passione per Tesla e per i viaggi spaziali fino al testamento pitagorico Ritratto non in musica di una rockstar
di Piergiorgio Odifreddi
Negli anni Cinquanta, quando David Jones era un bambino, uscirono due libri di fantascienza che da adolescente lo fecero sognare, come fece d’altronde tutto il genere, perché sembravano parlare proprio di lui: “Starman Jones” di Robert Heinlein (1953) e “Il mondo che Jones creò”, di Philip Dick (1956). Il primo è un romanzo di formazione che racconta di un ragazzo che voleva diventare un astronauta, e di un “cucciolo ragno” che sapeva giocare a scacchi. Il secondo è un romanzo distopico in cui compaiono mutanti umani ermafroditi che si guadagnano da vivere nell’industria dello spettacolo. Quei romanzi prefiguravano ciò che negli anni Settanta il giovane lettore David Jones sarebbe diventato, dopo aver cambiato il proprio nome in David Bowie: una scelta ispirata al pioniere James Bowie, morto nella battaglia di Alamo, e noto per il coltello da duello chiamato appunto “il Bowie”. Oltre che nella fantascienza e nel West, il futuro cantore delle stelle trovò la sua ispirazione anche in opere musicali
come I pianeti di Gustav Holst (1918): già con uno dei suoi primi gruppi, il Lower Third, Bowie ne interpretò il brano Marte, portatore di guerra.
Nel 1969 l’ancora sconosciuto cantante era ormai pronto per il proprio lancio spaziale, che scelse oculatamente (o furbescamente) di effettuare la settimana prima della missione dell’Apollo 11. Nei giorni in cui il razzo Saturno V decollava da Capo Kennedy e il modulo lunare Aquila allunava nel Mare della Tranquillità, il maggiore Tom decollava nel brano Space Oddity, “Stranezza spaziale”, lasciando però presagire una storia con un finale meno lieto, che sarebbe stata raccontata a spizzichi in seguito: in Ashes to Ashes (1980), Hello Spaceboy (1995) e Blackstar (2015).
Nonostante la semplicità del suo stile letterario e musicale, e un video rudimentale che scimmiottava il Kubrick di 2001 Odissea nello spazio (1968), Bowie catturò lo spirito del tempo dei voli spaziali, almeno per gli ingenui giovani dei “favolosi anni Sessanta”. E quasi cinquant’anni dopo la canzone originale è ancora lì, cantata dall’astronauta Chris Hadfield fluttuante nello spazio nel 2013, in un superbo video che è stato visto da trenta milioni di persone, e citata dal cardinal Gianfranco Ravasi in un tweet nel 2016, il giorno della morte del cantante.
Ma David Bowie non si accontentava di impersonare un astronauta: voleva diventare un extraterrestre, anche se per elevarsi nello spazio celeste dovette scendere nei bassifondi terrestri e prendere ispirazione da artisti maledetti come Iggy Pop e Lou Reed. Mescolandoli insieme sintetizzò nel 1972 Ziggy Stardust, che divenne per un paio d’anni il suo indistinguibile alter ego, e lo fece letteralmente uscire di senno. Bowie, accompagnato dal gruppo I ragni di Marte, raccontò L’ascesa e la caduta di Ziggy Stardust in un disco e una lunga serie di concerti, l’ultimo dei quali divenne un film.
Nel 1976 iniziò poi una carriera di attore cinematografico, che nel corso degli anni l’avrebbe portato a impersonare personaggi come il governatore Ponzio Pilato nell’Ultima tentazione di Cristo (1988), l’artista Andy Warhol in Basquiat (1996), e lo scienziato Nikola Tesla in The prestige (2006). Quest’ultimo nel film interviene per costruire una stupida macchina che produce sosia degli uomini, secondo la vulgata pop che lo presenta come uno scienziato pazzo che sfornava appunto sciocche idee, ma nella realtà è stato un fior di inventore e un pioniere dell’elettricità e della radio.
Nel suo primo film, L’uomo che cadde sulla Terra, Bowie interpretò semplicemente sé stesso, o almeno quello che ormai credeva di essere: un alieno di nome Thomas Newton, venuto sul nostro pianeta in missione (nella fattispecie, per cercare un modo di portare acqua al suo inaridito pianeta), ma rimasto intrappolato quaggiù. In una sorta di resa di favori, questa volta fu Bowie a ispirare un’ormai pazzo Philip Dick, arrivato a credere di essere scivolato nella California dei propri tempi dalla Roma dei tempi di Cristo: nel suo romanzo autobiografico Valis (1981) compare infatti una rockstar simile a Bowie. Dopo quasi dieci anni di can- zoni che un acuto John Lennon definì “rock’n’roll col rossetto”, di video e film che mescolavano astronavi e pianeti con il travestitismo bisex, di prese di posizioni filonaziste e di dipendenza dalla cocaina, nel 1977 Bowie si ripulì nell’anima e nel corpo e produsse insieme a Brian Eno due dischi di musica minimalista e strumentale: Low e Heroes. In seguito il compositore Philip Glass scoprì che essi contenevano «brani complessi mascherati da canzonette » e ne trasse due sue sinfonie omonime. Negli anni Novanta Bowie era ormai diventato un prodotto industriale, e il banchiere d’investimenti David Pullman lo immise nel mercato delle obbligazioni. In cambio di un pagamento anticipato di 55 milioni di dollari, Bowie cedette i diritti su tutta la sua produzione passata per dieci anni, e il banchiere emise dei Bowie bonds, che pagavano interessi più alti dei buoni del Tesoro decennali (7,9% contro 6,4%).
Memore del suo diploma all’Istituto Tecnico-Artistico ottenuto da ragazzo a Keston, in un sobborgo di Londra, Bowie sperimentò non soltanto con l’elettronica, ma anche con l’informatica. Poco dopo gli inizi di Internet, nel 1998, la BowieNet offrì per una decina d’anni ai propri utenti non solo un accesso tramite modem alla rete e un servizio di mail, ma anche una serie di contenuti musicali specifici, quali interviste, video e canzoni di Bowie disponibili solo in rete, in quello che fu uno dei primi social network musicali. Diventato ormai una stella pure lui, il cantante ritornò all’ispirazione delle sue origini nelle ultime opere. Anzitutto la canzone The Stars Are Out Tonight (2013), le cui protagoniste sono appunto le stelle, che vivono e muoiono mentre gli uomini le osservano da lontano. E soprattutto l’album Blackstar (2016), il cui titolo è un triplo senso che allude non solo a una stella astronomica, ma anche a una stella pitagorica a cinque punte raffigurata sulla copertina, e all’espressione che i medici usano per indicare una lesione cancerosa. Il lungo video che illustra l’omonima canzone mostra un pianeta sconosciuto sul quale ha trovato la morte un astronauta. E un Bowie bendato e atterrito canta autobiograficamente di una candela che si spegne, e del giorno dell’esecuzione di una stella nera che è anche una stella del pop e una stella del cinema, com’erano appunto sia il maggiore Tom che lui. Nel video della canzone Lazarus, invece, lo stesso Bowie bendato giace e si libra su un letto di un ospedale-obitorio, cantando tormentato di essere ormai in Paradiso, di avere ferite invisibili e di essere in pericolo, ma di non avere più nulla da perdere e di essere ormai libero.