domenica 24 gennaio 2016

Corriere La Lettura 24.1.16
Sono Prometeo, Ulisse e Faust gli ispiratori dell’Europa
Secondo Cavalli e Martinelli la razionalità e l’individualismo sono i due valori portanti della costruzione comunitaria. Oggi minacciati dal terrorismo e dai risorgenti egoismi nazionali
di Maurizio Ferrara

La cosiddetta generazione Erasmus è la più europeizzata della storia. Nulla incide così direttamente sulla formazione di un giovane come un’esperienza vissuta in un altro Paese, insieme a studenti di molte nazionalità. È proprio pensando ai millennials erasmiani che Alessandro Cavalli e Alberto Martinelli hanno scritto La società europea (Il Mulino), che può essere letto anche come un manuale per accrescere e organizzare le conoscenze sull’Europa, nonché per sviluppare la piena consapevolezza di appartenere a una cultura e a una comunità politica più ampia e ricca di quella nazionale. Il libro è, in realtà, molto più di un manuale. Non descrive soltanto: interpreta, riflette e fa riflettere. Poggia sulla migliore letteratura accademica, fornisce descrizioni fattuali e spunti analitici preziosi anche per gli addetti ai lavori. Insomma, è un libro importante, frutto di un lavoro decennale, destinato a restare.
I dodici capitoli analizzano vari aspetti della società europea: dalle religioni alle città, dal welfare alle istituzioni politiche, dalle lingue alle università. Ciascun aspetto viene illustrato prima in prospettiva storica, poi nelle sue articolazioni contemporanee e infine nel ruolo che esso ha giocato nel processo di integrazione. Alla fine di ciascun capitolo, al lettore restano due impressioni: il grande spessore del panorama europeo, ma anche la sua grande diversità. Un pluralismo «denso» di valori, pratiche sociali, strutture economiche, istituzioni politiche. Questo embarras de richesse è quasi inebriante, ma fa anche sorgere due domande: ricchezza e diversità non costituiscono un impedimento per l’integrazione? E, prima ancora, è possibile identificare che cosa è, quintessenzialmente, «europeo», al di là del pluralismo?
Che gli autori abbiano una risposta si intuisce dal titolo: La società europea al singolare, non al plurale. Per Cavalli e Martinelli, gli elementi caratterizzanti della cultura europea sono essenzialmente due: il razionalismo e l’individualismo (o soggettività). Il primo si esprime attraverso l’incessante ricerca di conoscenza, guidata dal pensiero critico. Nata nell’antica Grecia, la mentalità razionale si è approfondita e articolata durante la modernità, in particolare grazie all’Illuminismo. Il Prometeo liberato (Shelley), il Faust di Goethe e, prima ancora, l’Ulisse dantesco sono i personaggi simbolo di questo ethos (la ricerca del sapere e del nuovo come «virtude»), che ha dato frutti straordinari nel campo dell’arte, dell’architettura, della filosofia, della scienza. E che ha fornito la cornice di senso entro cui hanno potuto svilupparsi l’economia di mercato e il capitalismo.
Prometeo, Ulisse e Faust simboleggiano bene anche il secondo tratto: la fiducia nell’individuo, la promozione della sua autonomia, la concezione per cui ciascuno è artefice del suo destino e perciò responsabile delle sue scelte e azioni. L’ ethos individualista è alla base dei principi di libertà ed eguaglianza affermati dal giusnaturalismo e dal pensiero liberale. Al quale si devono non solo la elaborazione e la concreta realizzazione della nozione di cittadinanza, ma anche l’impulso a conciliare il valore della libertà e quello dell’eguaglianza (accentuato soprattutto dalla tradizione socialista). Democrazia e welfare state sono le incarnazioni paradigmatiche di questa conciliazione. La prova provata che libertà ed eguaglianza sono complementari, anche se il loro rapporto va continuamente calibrato in base alle trasformazioni sociali.
Razionalità e individualità sono naturalmente due valori cornice: definiscono le coordinate generali di uno spazio culturale in cui tali valori si combinano concretamente in mille forme. Chi abita questo spazio deve osservare una regola di condotta che è condizione del pluralismo: la tolleranza, l’apertura verso posizioni diverse, l’inclusione dell’altro (per dirla con Jürgen Habermas).
Cavalli e Martinelli riconoscono (anzi sottolineano) che la storia europea ha prodotto anche tanti «mostri»: pensiamo, per tutti, alla Shoah. L’affermazione della cornice razionale e individualista non ha seguito una traiettoria lineare ed è stata accompagnata da tremendi conflitti. Possiamo però dire che, per prove ed errori, la cultura europea sia riuscita di volta in volta ad «apprendere» e selezionare le soluzioni sociali e istituzionali più amichevoli verso il proprio ethos di base.
Che dire della religione? Quale ruolo e che peso assegnare alla tradizione giudaico-cristiana nel processo che ha plasmato l’identità europea? Gli autori propendono per una risposta «dialettica». Il cristianesimo ha influenzato profondamente la cultura e le istituzioni del nostro continente durante i secoli. Nella visione cristiana, l’uomo ha un rapporto diretto con il Dio trascendente. Insieme al diritto romano, il pensiero cristiano ha contribuito ad avvalorare il concetto di persona, ad abbinarlo con quello di dignità. Ma al tempo stesso la Chiesa ha teso a contrastare l’affermazione dell’ ethos razionalista e individualista, assumendo in alcuni momenti posizioni fortemente antimoderne. La separazione del potere spirituale da quello temporale è stata un processo lento e faticoso, così come l’affrancamento dei fedeli dalla soggezione gerarchica rispetto a dogmi che riguardano anche la sfera secolare e privata. Il cristianesimo ha giocato dunque sia un ruolo costruttivo sia un ruolo dialettico in seno alla cultura europea. Nel senso che è stata spesso considerata come polarità dalla quale distanziarsi.
Ma veniamo all’integrazione. Gli autori non hanno dubbi: l’unificazione europea è un progetto autenticamente moderno ed è nata dalle dure lezioni della prima metà del Novecento. Gli europei sono usciti traumatizzati dal «mostro» della guerra e, proprio come Ulisse, si sono legati le mani per perseguire un progetto mai tentato prima: la costruzione di una associazione politica plurinazionale (una demoicracy , da d emoi , «popoli», secondo la felice espressione di Kalypso Nicolaidis) non attraverso mezzi coercitivi, ma attraverso la legge. La Ue è nata come comunità di mercato e si è a poco a poco trasformata in una comunità giuridica con finalità politiche. L’elemento straordinario di questo processo è stato proprio l’uso politico della diversità per «accomunare», facendo leva sull’ ethos razionalista e individualista, sulla tolleranza e sul mutuo riconoscimento.
Gli autori non sono certo ingenui e sono ben consapevoli dei rischi di questo progetto, diventati molto evidenti sulla scia della crisi. La cornice valoriale che contraddistingue l’identità europea è emotivamente «fredda», basata più sul calcolo utilitario (anche se temperato dai principi di reciprocità) che non sulle passioni. Oggi siamo di fronte a due sfide gigantesche che mettono a dura prova il nostro modello: l’immigrazione e il terrorismo legato al fondamentalismo islamico. La Ue è a un bivio. La paura e le passioni spingono i demoi del continente a ripiegarsi su se stessi, resuscitando miti e simboli nazionalisti. L’ ethos razionale spinge invece verso l’ulteriore integrazione: sia come strumento per gestire meglio le due sfide, sia per difendere i valori universalistici che gli europei hanno inventato. La responsabilità che incombe sui leader della Ue (come capi di governi nazionali e insieme co-registi dell’integrazione) non potrebbe essere più grande e gravida di conseguenze che interessano i destini politici di tutta l’umanità.
Corriere La Lettura 24.1.16
Walter Benjamin Il teologo dell’economia
L’attualità straordinaria di un pensatore che indicò nel capitalismo la religione della nostra epoca
Un culto basato sull’indebitamento generale che non conosce tregua né perdono e cancella la differenza tra il giorno e la notte
Tra i suoi sacerdoti c’è anche Marx, il cui socialismo ne è in fondo l’erede diretto
di Donatella Di Cesare

Il personaggio
Filosofo e critico letterario, l’ebreo tedesco Walter Benjamin (1892-1940) è una delle figure intellettuali più originali del Novecento. Esule a Parigi dopo l’avvento al potere di Hitler, si uccise in seguito all’invasione della Francia, temendo di cadere nelle mani dei nazisti
Bibliografia
L’editore Einaudi ha pubblicato tra il 2001 e il 2014 le Opere complete di Walter Benjamin in otto volumi, a cura di Hermann Schweppenhäuser, Hellmut Riediger, Enrico Ganni, Rolf Tiedemann. Nel 2015 è uscito, sempre da Einaudi, il libro di Howard Eiland e Michael W. Jennings Walter Benjamin. Una biografia critica (traduzione di Alvise La Rocca, pp. 695, e 90). Da segnalare anche il volume di Uwe-Karsten Heye I Benjamin. Una famiglia tedesca (traduzione di Margherita Carbonaro, Sellerio, pp. 333, e 18). In Francia è uscito l’anno scorso il saggio di Stéphane Mosès Walter Benjamin et l’esprit de la modernité (Éditions du Cerf), mentre quest’anno uscirà negli Stati Uniti il volume Walter Benjamin and Theology , a cura di Colby Dickinson e Stéphane Symons (Fordham University Press)

È la stella polare della filosofia continentale. Ne traccia la rotta, ne indica la tendenza, la orienta. Da tempo ormai fa quasi ombra a Heidegger e a Wittgenstein. Come se lui, il figlio ribelle, il lucido sognatore, il filosofo malinconico, il critico spietato della modernità, il profeta rivoluzionario che, come un nuovo Isaia, aveva scelto di osservare il mondo dalla soglia del giudizio ultimo, trovasse un riscatto postumo a più di settant’anni dalla morte. Occhiali spessi, sguardo penetrante, espressione interrogativa: non c’è quasi dipartimento di Filosofia, dall’Argentina agli Stati Uniti, dalla Corea, al Giappone, all’Australia, in cui non si stagli la sua foto. Ben riconoscibile, è lui: Walter Benjamin.
La sua immagine è assurta a simbolo di un pensiero che resiste, che non si lascia soffocare nella vuota analitica, né rinchiudere negli steccati di una innocua ricostruzione storica, che non si adatta a diventare normativo, né tanto meno si piega a elogiare le fantomatiche libertà del progresso. Ecco perché nel nome di Benjamin si legge la promessa di una filosofia capace di essere filologicamente rigorosa e, al tempo stesso, aperta alla sperimentazione, in grado di descrivere i particolari apparentemente più irrilevanti, senza per questo rinunciare alle visioni ampie e ardite.
Ha contribuito al riscatto postumo di Benjamin l’uscita dei suoi scritti presso l’editore tedesco Suhrkamp. In Italia la pubblicazione delle Opere complete , avviata da Einaudi nel 2001, si è conclusa nel 2014. La disponibilità degli scritti di Benjamin, tradotti ormai in molte lingue, spiega l’aumento drastico degli studi, il profluvio di monografie, articoli, saggi critici. Il che, peraltro, non vuol dire che non vi siano motivi da scoprire. E in genere la ricerca, in fondo frammentaria, dovrà ancora trovare i nessi segreti che tengono insieme una filosofia più complessa di quanto si immagini, i legami, talvolta sfuggenti, tra i suoi molteplici aspetti. Risponde già a questa esigenza Walter Benjamin. Una biografia critica , di Howard Eiland e Michael W. Jennings (Einaudi).
Ma che cosa rende Benjamin così attuale nella sua dirompente inattualità? Perché i suoi scritti, talvolta brevi frammenti, aneddoti autobiografici, lettere, serbano un potenziale esplosivo? Al punto da indirizzare perfino la riflessione contemporanea? Certo, contribuisce il suo straordinario stile, la prosa costellata di immagini seducenti. Prediligendo i «passaggi», Benjamin ha dischiuso alla filosofia ambiti inconsueti: dai nuovi mezzi di comunicazione al cinema, dalla fotografia ai movimenti di avanguardia, dalla vita nevrotica nella metropoli all’esistenza degli esclusi, dalla letteratura per l’infanzia ai giocattoli, dal gioco d’azzardo all’esperienza dell’hashish, al viaggio. Quel che emerge, però, sempre più chiaramente, è che Benjamin, già molto presto, ha presagito gli esiti del capitalismo, ne ha scrutato i segreti, gli arcana reconditi.
Che un giorno la politica, scaduta a mera amministrazione, esercizio di governance , si sarebbe dissolta nell’economia, è un pensiero che Benjamin condivide con altri filosofi. Ma lui osa un passo ulteriore: quella forma economica, divenuta globale, si sarebbe rivelata per quello è: una religione. Non è forse il capitalismo una religione del debito?
Benjamin è stato il primo grande teologo dell’economia nella modernità. Non ha colto solo i legami strutturali fra teologia e politica, indagati negli stessi anni anche da Carl Schmitt. Né si è limitato a ricostruire la provenienza religiosa del capitalismo. Qui si misura, anzi, la sua distanza da Max Weber, che nel capitalismo aveva indicato l’esito dell’etica protestante. Per Benjamin le cose stanno diversamente: il capitalismo non è una religione secolarizzata, bensì una religione in senso stretto. Perciò non se ne comprenderebbe la portata, il ruolo e il funzionamento, se non lo si considerasse come un fenomeno religioso. Questa è la tesi delineata nel suo ormai celebre frammento del 1921 Capitalismo come religione , la cui riscoperta ha dato avvio, negli ultimi anni, a una nuova riflessione sulla teologia economica. A prendervi parte sono filosofi non di rado anche distanti fra loro, da Peter Sloterdijk a Giorgio Agamben, da Slavoj Žižek a Thomas Macho, da Norbert Bolz a Roberto Esposito — per ricordarne solo alcuni. Il che conferma l’intuizione di Benjamin, che sembra assumere oggi ulteriore validità.
Esistono alternative? Non appare forse il capitalismo il nostro orizzonte ultimo e insuperabile? Questa società crede nel capitalismo, lo accetta come proprio ineluttabile destino. E come nel passato si pregavano gli dei, se ne indagava l’umore, se ne temeva il volere, così oggi una società dichiaratamente illuminata e secolare è pronta a offrire ogni sorta di sacrifici alle imponderabili potenze del mercato.
«Il capitalismo — scrive Benjamin nel suo testo sibillino — è una pura religione di culto, forse la più estrema che sia mai stata data», dove il culto, che non sa né di teologia né di dogmatica, può contare su una «durata permanente». Non c’è tregua né perdono. La pompa sacrale del marketing, il rito del guadagno, il fasto del consumo, sono inarrestabili. Non si distingue più tra il giorno e la notte là dove il tempo è sempre e solo denaro. Il capitalismo è così un culto che ha annullato persino la settimana, perché richiede una celebrazione ossessiva. Apparentemente è sempre festa — e invece non lo è mai. Se il culto è ininterrotto, è grazie all’apoteosi del debito, Schuld , che nella sua «demoniaca ambiguità» in tedesco significa anche colpa. «Il capitalismo è presumibilmente il primo caso di un culto che non lascia espiare, ma colpevolizza indebitando». Se Marx aveva visto nel debito pubblico il sigillo dell’era capitalistica, e in fondo il suo terribile lascito ai popoli, Benjamin presagisce l’indebitamento planetario. Non potrebbe essere diversamente per una religione, come il capitalismo, che non permette salvezza né redenzione. Sotto il cielo del capitale resta solo «disperazione cosmica». Perfino Dio sembra venir implicato nel gorgo di questa colpa, nella rovina di questo debito.
Pur evitando una «smisurata polemica universale», Benjamin punta l’indice contro il cristianesimo che si è mutato nei secoli, convertendosi in capitalismo. Ha ceduto cioè al paganesimo, quella tentazione che da sempre lo affligge — e Benjamin avvicina le icone delle banconote alle immagini sacre. Il capitalismo, questo nuovo paganesimo, è l’ordine in cui si stagliano fato e sventura nella circolarità violenta e ripetitiva del mito. Come interromperla?
Nietzsche, Freud, lo stesso Marx appaiono agli occhi di Benjamin i «gran sacerdoti» del culto capitalista, perché le loro teorie sono il prodotto di un potenziamento del capitalismo — non ne costituiscono la rottura. Il socialismo di Marx non è che l’erede diretto del capitalismo. È un socialismo che non conosce Umkehr , che non sa di «inversione», né di rivolta né di rivoluzione, e prosegue lungo il tragitto rettilineo truccato da progresso.
Ma Umkehr è la traduzione tedesca dell’ebraico teshuvà , ritorno — un tornare indietro per andare avanti, una con-versione che è una inversione di rotta, una interruzione. Marx, quel nipote di un rabbino, sembrava averlo dimenticato. E così Benjamin guarda a Gustav Landauer, l’ebreo anarchico, protagonista della Repubblica dei Consigli di Monaco, che aveva scritto: Sozialismus ist Umkehr , il socialismo è inversione, è cambiamento che spezza il «sempreuguale» della storia.
La polemica di Benjamin investe la socialdemocrazia, questa idolatria della modernizzazione, questa cattiva politica incapace — scrive in Strada a senso unico — di darsi scadenze. Nel suo afflato escatologico Benjamin guarda invece al limite estremo, lì dove si consumerà l’apocalissi ultima del capitalismo. Che sia sul modello dello «sciopero generale» di Sorel, o meglio, su quello dell’interruzione anarchica che si impone nel Giubileo ebraico, la rivoluzione va ripensata.
Marx aveva detto che le rivoluzioni sono le «locomotive» della storia. A questa celebre immagine Benjamin oppone nelle sue Tesi sul concetto di storia , scritte nel 1940, una figura speculare. «Forse le rivoluzioni sono il freno d’emergenza azionato dal genere umano che viaggia sul treno». La rivoluzione è una fenditura nella storia, è arresto, cesura, interruzione nel permanere dell’insopportabile, nell’eterno ritorno della catastrofe. Si comprende allora la prossimità di questo «outsider di sinistra» — così Benjamin amava definirsi — alla fronda anarchica.
Come per Landauer, anche per Benjamin la «rivoluzione» non è solo un concetto politico. D’altronde la filigrana dei suoi scritti è un vocabolario teologico, il filo rosso è il messianismo ebraico. Perciò la rivoluzione non riguarda una salvezza dell’anima nell’aldilà, ma la liberazione nella giustizia sociale adesso, jetzt . Quanto al Messia, Benjamin non ha mai dimenticato quell’antico detto rabbinico: «Quando verrà, cambierà nello stato del mondo solo qualcosa di impercettibile, non lo trasformerà con la violenza, ma lo aggiusterà solo di pochissimo».
Il capitalismo, nella sua sacralità, appare non profanabile. Tentare, malgrado ciò, una profanazione? Non è la via d’uscita a cui pensa Benjamin. Non si deve infatti fraintendere: la critica al capitalismo non è una critica alla religione. E la sua teologia, che per quanto eretica resta teologia, attira sempre più l’attenzione degli interpreti per la sua portata sovversiva — come mostrano gli studi più recenti.
L’ateismo di massa si riduce per Benjamin alla ripetizione del culto capitalista, agevolato dalla perdita di ogni contenuto utopico. In tal senso questo «teologo trasferito in campo profano», come l’ha chiamato Scholem, è tra i primi a mettere sotto accusa il vuoto progresso che non distingue tra una migliore riproduzione della vita e una vita realizzata. Il capitalismo è fra l’altro il culto di una emancipazione infelice. Così, accanto al benessere e alla libertà, Benjamin rivendica la felicità.
Corriere La Lettura 24.1.16
Dylan Dog Tiziano Sclavi ha chiuso con il fumetto e i romanzi
Dopo 25 anni ha anche abbandonato la psicoanalisi (un farmaco costa meno e ha lo stesso effetto: nessuno)
Per paura non guida quasi più e non prenderà mai l’aereo
intervista di Antonio D’Orrico

Vent’anni fa intervistai Tiziano Sclavi perché Dylan Dog, il protagonista delle sue storie a fumetti, secondo per fama in Italia solo a Tex Willer, compiva dieci anni dalla prima uscita. All’epoca Sclavi non rilasciava interviste e si comportava un po’ come J. D. Salinger, lo scrittore del Giovane Holden , non si faceva vedere, non si faceva fotografare. L’intervista di oggi coincide con i trent’anni di Dylan Dog, ma è da tempo ormai che Sclavi non ne scrive più le avventure (che però vanno avanti da sole, sempre seguite da un pubblico numeroso e appassionato). La buona salute di Dylan Dog è testimoniata, tra l’altro, dalla pubblicazione in questi giorni di tre storie tra le più memorabili e sclaviane: La Quinta Stagione , disegnata da Luigi Piccatto (Bonelli Editore), Caccia alle streghe , disegnata da Piero Dall’Agnol, e Sette anime dannate , disegnata da Corrado Roi (entrambe per le edizioni Bao).
Oltre a Dylan Dog, Sclavi non scrive più romanzi (l’ultimo, del 2006, è Il tornado di valle Scuropasso ). Ha scelto il silenzio o, forse, al silenzio l’ha costretto la depressione che non lo ha abbandonato mai. L’intervista si svolge a casa sua, una villa discreta circondata da un parco, dentro un bosco vicino a Milano. C’è anche Cristina, la moglie di Sclavi (vent’anni fa quando gli chiesi chi era sua moglie, come l’aveva conosciuta, cosa faceva, mi rispose lapidario: «Mia moglie è la mia vita»). Ci sediamo su due divani insieme ai sette cani, amatissimi, che vivono in perenne simbiosi con lo scrittore.
All’inizio ci fu Edgar Allan Poe?
«L’ho letto che avevo sei anni, nel 1959. Lessi tutto quello che scrisse, perfino Genesi di un poema , la noiosissima storia del Corvo . Quando ero piccolo, mi piacevano tutte le storie misteriose, sanguinarie, le favole più truci. Le trovavo molto educative. Ora la mia nipotina ha addirittura paura a vedere l’innocuo Frozen».
Di Poe sentiva il fascino dell’uomo oltre che dello scrittore?
«C’era anche quello, il fascino di una vita dannata. Anch’io nel mio piccolo ho avuto una vita un po’ complicata. Soffro di depressione da sempre. Poi sono un alcolista, un alcolista che non beve, però uno rimane alcolista per tutta la vita. È stato difficile vivere per me».
Leggere e scrivere l’hanno aiutata o hanno peggiorato le cose?
«Sono stati un aiuto. Scrivere è una grande terapia che ti permette, tra l’altro, di risparmiare sull’analista. Però io non ho risparmiato nemmeno su quello. Sono stato in analisi per venticinque anni. Un enorme spreco di tempo e di denaro. Un errore gigantesco, il più grande sbaglio della mia vita».
In venticinque anni avrà cambiato tanti analisti.
«Solo due. Il primo è morto dopo cinque anni che andavo da lui. Mi trovavo bene. Mi è crollato il mondo addosso».
Si direbbe in termini non proprio freudiani (o forse sì) che è stata pura sfiga.
«Il mio primo psicoanalista, tra l’altro, era lo zio di Cristina, mia moglie».
Ci sarebbe da osservare qualcosa, psicoanaliticamente parlando, a questo proposito.
«È solo una coincidenza. All’epoca non conoscevo Cristina. Ma forse, come dice mia moglie, non è stata una coincidenza perché io ero inavvicinabile per chi non fosse stato un po’ introdotto nel mio mondo di allora. Se non avessi saputo che era la nipote del mio psicoanalista, probabilmente non le avrei mai dato confidenza».
Mi parli della sua analisi.
«La mia analisi è stata perfettamente ortodossa. L’analista è sempre stato di scuola freudiana (anche la seconda, che era una donna). Mi sono sempre disteso, come da tradizione viennese, sul lettino. Le sedute duravano i quarantacinque minuti canonici. Ci ho creduto per molto tempo, nell’analisi. Sono stato come Woody Allen (uno dei miti della mia vita). Sono stato fedele, innamorato. Ma poi alla fine ho capito che un buon psicofarmaco costa infinitamente meno e fa lo stesso effetto. Cioè niente. Quando ho compiuto cinquant’anni, ho deciso che quella stagione della mia vita andava chiusa. E me ne sono andato».
Il suo forse era un caso di quella che Freud definiva «analisi interminabile».
«Non so niente di queste cose a livello teorico. Il primo psicoanalista alla prima seduta mi ha dato alcune regole: “Lei non parlerà dell’analisi fuori di qui e non leggerà niente di analisi”. Io ho obbedito».
Lei non ha quindi letto «Lamento di Portnoy» di Roth?
«No».
Peccato, è un romanzo meraviglioso. Le regole del suo primo analista consideriamole prescritte e lei si legga «Portnoy» perché si divertirà moltissimo.
«Nella mia vita ho letto di tutto. Ora mi sono specializzato. Leggo solo thriller. Se non c’è il mistero, non sono contento. Mi piace quando c’è un mistero da risolvere, un assassino da scoprire. Leggo anche quei pochissimi romanzi di fantasmi che escono, che mi fanno molta paura, ma non esce quasi niente».
Non legge romanzi horror?
«No, a parte il grande Stephen King. I miei preferiti di King sono Misery , It che è una Divina Commedia dell’orrore, L’ombra dello scorpione . Ma sono un lettore lentissimo. È una cosa triste il numero di libri che possiamo leggere in una vita. Se la vita è lunga, uno può leggere al massimo tremila libri. Credo di aver già raggiunto questo tetto e perciò morirò presto».
Carlo Fruttero è stato un suo grande fan.
«Lesse un mio romanzo, Le etichette delle camicie , e mi ha voluto alla Mondadori per il romanzo successivo. Era una persona eccezionale, piena d’ironia, era straordinario ascoltarlo. Mi sono piaciuti molto i romanzi di Fruttero e Lucentini: La donna della domenica , A che punto è la notte . E poi è loro il più bel titolo di racconto di fantasmi che c’è, Ti trovo un po’ pallida . Ed è bella anche la storia e non solo il titolo».
C’è un bellissimo romanzo di Fruttero e Lucentini ingiustamente un po’ dimenticato, «Il palio delle contrade morte», che è, tra l’altro, una stupenda storia di fantasmi.
«Non lo conosco, devo ordinarlo subito».
Pure Natalia Ginzburg era una sua fan.
«A vent’anni avevo mandato un mio romanzo, Tre , a vari editori. Lei mi telefonò a casa e mi disse che l’avrebbe preso per Einaudi, però doveva aspettare il parere degli altri lettori, in particolare il giudizio di Italo Calvino. E Calvino disse di no. La mia carriera è morta lì».
E non ha mai saputo perché Calvino disse no a «Tre»?
«No. Tra l’altro, amavo tantissimo Calvino come scrittore. Anche se, dopo quell’episodio, cominciai ad amarlo un po’ meno».
Chi è oggi il suo scrittore preferito?
«Il più grande scrittore vivente per me è John Grisham. Penso ai grandissimi racconti di Ritorno a Ford County . Il racconto del condannato a morte è una cosa... L’ultimo romanzo, L’avvocato canaglia , l’ho trovato magistrale».
E uno scrittore non vivente che è stato importante per lei?
«Buzzati è stato una mia grande passione. Ho anche un suo quadro, me l’ha lasciato in eredità Sergio Bonelli».
E Gianluigi Bonelli, il padre di Sergio, il creatore di Tex Willer, l’ha conosciuto?
«La prima volta che lo incontrai, tirò fuori una pistola, una pistola vera, una 38, e me la puntò al cuore. Poi la abbassò, levò i proiettili e me ne regalò uno. “Non ti sparo perché mi sei simpatico”, disse. Credo che parlasse sul serio. Era un tipo così. Quella pallottola ancora la conservo».
Ho avuto sempre il sospetto, per quanto riguarda la sua generazione, che abbiano contato più i cantautori che gli scrittori. I cantautori hanno supplito alla diserzione narrativa degli scrittori.
«Credo che sia vero. Soprattutto se pensiamo ai miei quattro grandi: De André, Guccini, Vecchioni e De Gregori. Sono stati i miei poeti. Io, le poesie, non le leggo, non le capisco».
Però è un poeta, Dylan Thomas, che ha dato il nome a Dylan Dog.
«Sì, Dylan viene da lì e non da Bob Dylan come tutti pensano. Mi piacevano molto le poesie di Dylan Thomas. Mi piaceva anche la sua vita, il fatto che fosse alcolizzato, un dannato, un maledetto. Cose di quando ero ragazzo. I cantautori li ho amati tantissimo. Quando è morto De André è stato un lutto tremendo. Sono rimasto sconvolto. In casa me l’hanno tenuto nascosto per due settimane. Hanno strappato da tutti i giornali, anche da quelli che usavo per la cassetta del gatto, ogni riferimento alla morte di De André. Allora, i giornali, li leggevo. Ora, da tantissimi anni, non leggo più i giornali e non vedo la televisione. Non so niente di quello che succede. Ho saputo da poco che c’è un nuovo presidente della Repubblica e solo l’altro ieri ho saputo che si chiama Mattarella. Ma non l’ho mai visto in faccia».
Questo mi ricorda il suo romanzo più ambizioso, «Non è successo niente», quello che piaceva a Fruttero. In copertina aveva una prima pagina di giornale tutta bianca, senza testi.
«Era una citazione di Topor».
Dove le prendeva le sue storie?
«Pescavo dalla vita vera. Giravo sempre con un taccuino. I miei fornitori erano le persone che incontravo: il tassista, la panettiera, i tipi curiosi in cui m’imbattevo. Rubavo tantissimo dalla strada come facevano Age e Scarpelli, i miei sceneggiatori italiani preferiti. Le mie fonti d’ispirazione erano la vita, gli amici. E poi a me sono sempre capitati tizi strani. Una sera c’è stato uno che ci ha portato a casa un pranzo cinese, allora vivevamo a Milano, era alto, credo, due metri e dieci. Era romeno ed era tra quelli che hanno arrestato Ceausescu, il dittatore. Incredibile. Si è seduto con noi e ci ha raccontato la storia della sua vita. Fu quasi surreale».
Ma questa non era una semplice storia, era la Storia con la esse maiuscolissima. Nella «Quinta Stagione», l’album di Dylan Dog appena ripubblicato, ci sono situazioni originalissime e abbastanza sconvolgenti (si parla di un sistema per dimagrire, per esempio, che desta l’orrore puro). Chi gliele ha ispirate?
« La Quinta Stagione faceva parte del mio filone un po’ folle. Ben tre delle storie che contiene sono di mia moglie. La mattina, prendendo il caffè, Cristina mi regalava i suoi sogni. Sogni horror».
Con i suoi venticinque anni di analisi, lei sarà diventato uno specialista di sogni.
«Avevo degli incubi bellissimi con zombi, fantasmi. Sembravano film di Romero. A volte sognavo in stile Nightmare . I più raffinati e spaventosi erano sogni alla Giro di vite , il racconto di Henry James».
Il più bel racconto mai scritto secondo una più che condivisibile scuola di pensiero.
«Terribile, magnifico, ho fatto fatica a leggerlo, di sera, nella mia stanzetta. È bello anche il film con Deborah Kerr».
Come si scrivono le sceneggiature?
«Ho una sola regola. Alla fine di ogni tavola ci deve essere un colpo di scena che costringe il lettore a girare la pagina».
Lo stile dei fumetti ha influenzato quello dei suoi romanzi?
«Sui miei romanzi è meglio stendere un pietoso velo. Patetici tentativi. I miei romanzi sono stati quasi tutti peccati di gioventù. Tutte cose per fortuna dimenticate, andate giustamente al macero».
Alla Bonelli non le hanno mai chiesto di scrivere la sceneggiatura di un «Tex»?
«No. Scrivere Tex è una cosa molto difficile. Tex e Topolino sono le uniche due cose che non ho mai provato a scrivere».
Ce l’avrebbe avuta un’idea per un western?
«Il mio primo romanzo, lo scrissi in seconda media, era un western. Mi piacevano molto i western da piccolo; crescendo, meno. Poi, avendo letto tutti i libri di Fleming ed essendo in crisi di astinenza, mi sono scritto uno 007 per uso personale».
Com’era il suo romanzo western?
«Mi ricordo il titolo, ma il resto è andato perso».
Com’era il titolo?
« Il padrone di Sacramento».
Be’, un titolo texiano, bonelliano. In quell’intervista di vent’anni fa le chiesi se le dava fastidio essere identificato con Dylan Dog. Mi rispose di no. E oggi?
«Vorrei essere sempre Dylan o chiunque altro. Parlo dal punto di vista fisico. Ma anche mentale, non è che la mia testa funzioni benissimo. Se no non prenderei sei psicofarmaci al giorno. Amo gli psicofarmaci, anche se mi hanno rovinato la vita. Avevo scritto un libro dedicato a loro. Ho buttato via anche quello. Che vuole, se non è l’alcol sono le pastiglie. Prendevo il Nardil come Foster Wallace, ma i miei tanti tentativi di suicidio sono stati tutti patetici. Mia moglie dice che ora non corteggio più la morte, come ho fatto per quasi tutta la mia vita, ma ho imparato a temerla».
Speriamo che abbia ragione. Sempre vent’anni fa mi diceva: «Le cose che mi fanno paura le può trovare sull’Enciclopedia Treccani (edizione grande, non quella piccola)». È ancora così?
«No, da allora sono peggiorato. Non guido quasi più. E non credo che riuscirei a guidare più in autostrada. Non ho mai preso l’aereo e mai lo prenderò».
Non crede più in se stesso come scrittore?
«Ci deve essere una grande dose di presunzione per continuare, come ho fatto io per tanto tempo, a tampinare gli editori con le mie proposte, ad accumulare rifiuti. Bisogna crederci proprio tanto. No, non ci credo più. E mi pento di averci creduto. Gli scrittori sono come sciacalli, stanno a guardare gli altri vivere e prendono appunti. Sono ossessionato dal prendere appunti. Tutto questo mi ha impedito di vivere. Perciò non scrivo più. Tutti la considerano una débâcle e la cosa mi intristisce, come se uno è ancora vivo solo se scrive».
La ringrazio per questa intervista speciale.
«E dei miei cani non parliamo? Non mi chiede niente di loro?».
Corriere 24.1.16
Lo spartito che governa gli automatismi nervosi
di Rosario Sorrentino

La nostra vita è un’esibizione continua, estemporanea realizzata rispettando uno spartito che non c’è, che ognuno di noi esegue, liberamente, improvvisando con il suo metodo e la sua tecnica. Mentre cammino una persona si rivolge a me chiedendomi di indicarle qual è la strada più breve per recarsi in un luogo. Inizio subito a spiegarle, con gesti e parole, quello che per me è il percorso più semplice.
Quali sono in quel momento le componenti del cervello che «parlano», prevalgono e ci consentono di orientarci e di produrre, in modo automatico, una pronta risposta? Sono soprattutto il nostro inconscio e la memoria implicita, una «memoria pret-à porter», di pronto utilizzo; il tutto però coadiuvato dal «Gps», un circuito di neuroni da poco scoperto dentro di noi, nell’ippocampo, un po’ l’archivio dei nostri ricordi, che, come è stato dimostrato, da neuroscienziati insigniti con il Nobel, è un circuito che funziona come una sorta di navigatore silenzioso, consentendoci di «vedere» la mappa del luogo, così da orientarci in modo virtuale immaginando il tragitto da compiere.
Sono informazioni, queste, che entrano nella nostra coscienza rendendoci consapevoli della direzione da raggiungere, sfruttando le coordinate, l’itinerario migliore riguardo l’ambiente in cui ci troviamo. Quando comunichiamo con gli altri e nei mille gesti che compiamo ogni giorno siamo un po’ tutti dei «jazzisti» senza saperlo, jazzisti per caso grazie a un repertorio, un flusso di idee e pensieri che affiora alla mente, che ci sostiene nelle situazioni più disparate. E questo accade per esempio, quando guidiamo, quando schiviamo un pericolo, oppure quando rispondiamo «a braccio» alle domande che ci vengono poste. Il tutto si regge su una routine automatica improvvisata, grazie all’utilizzo di specifici circuiti nervosi; la nostra azione, qualunque essa sia, è prima appresa consapevolmente dalla nostra coscienza e poi programmata per essere successivamente riprodotta con modalità inconsce, perché già collaudata e più volte eseguita.
La Stampa 24.1.16
Il fantasma di Hollywood
Un libro e un film rivalutano Dalton Trumbo Imprigionato durante il Maccartismo lo sceneggiatore scrisse sotto pseudonimo
di Mirella Serri

Deborah Kerr, con l’aria paciosa e i capelli cotonati, nella notte degli Oscar del 1957, proclama vincitore il film La più grande corrida per il miglior soggetto originale di cui è autore Robert Rich. L’attrice rimane però interdetta: sul palco non appare nessuno a ritirare l’ambita statuetta per quella pellicola di gran successo. Il giorno dopo domina le prime pagine la discussione sul «mistero-Rich». I produttori negano di aver mai incontrato quello sceneggiatore-fantasma che ha lavorato senza contatti diretti con loro.
Il mistero di Mr. Rich
Lo strano caso di mister Rich è destinato a ripetersi di frequente e nell’America degli Anni Cinquanta proliferano gli scrittori cinematografici senza identità né volto: La legge del Signore, il bel lavoro di William Wyler, appare privo del nome dello sceneggiatore nei titoli di coda; Pierre Boulle viene incoronato dall’Oscar per l’adattamento per lo schermo del suo libro, Il ponte sul fiume Kwai, ma è noto che a confezionare il testo non è stato il narratore francese digiuno della lingua inglese. A chi appartengono tutte queste penne senza nome?
Carl Foreman e Michael Wilson sono in realtà gli autori del famosissimo «Ponte» di David Lean, la scrittura della Legge del Signore è sempre di Wilson, Rich è lo pseudonimo dietro cui si nasconde Dalton Trumbo. Che peraltro ha avuto l’Oscar anche per il soggetto del meraviglioso Vacanze romane, con Gregory Peck e Audrey Hepburn, siglato però con un altro nom de plume, Ian McLellan Hunter.
A raccontarci la vera storia di Trumbo, una delle più pagate e ricercate firme di Hollywood, è il saggista Bruce Cook ne L’ultima parola (in uscita da Rizzoli ). La biografia ha ispirato il film Trumbo che, diretto da Jay Roach e interpretato da Brian Cranston, Diane Lane, Helen Mirren e John Goodman, sarà nelle sale italiane a partire dall’11 febbraio. Nella pellicola viene ricostruita l’avventurosa vicenda dei cosiddetti Hollywood Ten, ovvero dei dieci attori, scrittori, produttori, registi - di cui Trumbo è uno degli esponenti di maggior spicco - i quali a partire dal 1947 rientrano nella blacklist della commissione maccartista incaricata di indagare sulle attività antiamericane. In epoca di caccia alle streghe e di guerra fredda, con il globo diviso tra America e impero del male, questi uomini di spettacolo si rifiutano di compiere opera di delazione nei confronti dei loro colleghi. Chi collabora, come Jack L.Warner, capo della Warner Brothers, Gary Cooper, Robert Montgomery, Ronald Reagan (futuro presidente degli States) e Robert Taylor, viene scagionato. Chi si sottrae, invece, ha davanti il carcere: tra gli accusati, insieme ai magnifici dieci, c’è anche Bertolt Brecht che ribatte alle accuse in maniera così convincente da sfuggire alla citazione per vilipendio al Congresso. Poi però scappa subito dagli Usa per approdare nella Germania dell’Est, finendo dalla padella nella brace.
Nella lista nera
Trumbo è arrivato nel paradiso degli Studios facendo la gavetta. Intollerante, gran bevitore, non è uno dei tanti «comunisti da piscina», come vengono chiamati gli esponenti dell’intellighenzia di sinistra. Ha lavorato tutte le notti come panettiere crollando con la testa sui libri della University of Southern California, ha sfondato come reporter per il Grand Junction Sentinel, il quotidiano della sua città, e poi ha avuto successo a Hollywood.
Quando la commissione lo interroga sui suoi legami con il Partito comunista, si appella al diritto di non rispondere: in aula al suo fianco vi sono Humphrey Bogart, Lauren Bacall, Gene Kelly, John Garfield e John Huston. Ma il sostegno delle grandi star non basta. Viene condannato a 11 mesi di galera. Dalton è accompagnato dai suoi estimatori come un eroe ai cancelli del penitenziario federale di Ashland, Kentucky. Ma quando esce la propaganda contro i sovversivi ha convinto gran parte della pubblica opinione che è un «losco traditore» assieme a tutta la sua famiglia. Le porte di Hollywood per lui sono sbarrate. È costretto a rifugiarsi in Messico dove, offrendo le sue prestazioni in nero e nel più completo anonimato, produce addirittura più di trenta copioni. Ma nel 1960 il regista Otto Preminger compie un gesto eclatante: rivela che Trumbo è stato incaricato della sceneggiatura di Exodus, tratto dal romanzo di Leon Uris che prende il nome dalla nave che nel 1947 porta in Israele un numeroso gruppo di immigranti. Il desiderio di verità e di giustizia si sta facendo strada: Kirk Douglas rende noto che Spartacus, con la regia di Stanley Kubrick, ha avuto origine dalla magia di Trumbo. La reazione degli attivisti non si fa attendere: gruppi di manifestanti anticomunisti organizzano picchetti in tutti gli States per impedire l’ingresso nelle sale dove viene proiettata la pellicola.
L’apprezzamento di JFK
Il clima però sta cambiando e non c’è più spazio per gli adepti di Joseph McCarthy. A dare la spallata definitiva ai fanatismi è il neoeletto John F. Kennedy: superando gli sbarramenti entra in un cinema di Washington dove si proietta Spartacus. «Un bel film», commenta all’uscita. Il suo giudizio pone fine a tutte le ostilità. Da quel momento Trumbo è riaccolto nella Mecca del cinema e può riprendere apertamente la penna in mano. Ultima sceneggiatura, prima della sua scomparsa nel 1976, sarà Papillon in cui presta pure il suo volto ad un arcigno ufficiale. Lo sdoganamento di Trumbo rappresenta non solo la sua personale riabilitazione ma la fine dell’era della caccia alla streghe e dei fantasmi dello schermo.
Corriere 14.1.16
Armata Rossa
L’arte saccheggiata tra furti e indennizzi
risponde Sergio Romano

In una risposta lei ha citato il maresciallo Zhukov. Ricordo male, o anche lui, seguendo gli ordini di Stalin, depredò in tutta Europa opere d’arte e tesori per portarli in Russia? Marta Barbieri
Mantova

Cara Signora,
I sovietici, in questo caso, non esitarono a dire la verità. Quando furono accusati di avere fatto man bassa del patrimonio artistico della Germania occupata, pubblicarono alcuni dati sulle depredazioni naziste nell’Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale: i musei distrutti furono 427, i monumenti 2.439, le scuole gravemente danneggiate 84.000, le biblioteche pubbliche 43 mila, le chiese 1.670, le cappelle 69, le sinagoghe 532, i libri perduti 180 milioni.
Il senso di quei dati era evidente. I sovietici stavano dicendo al mondo che avevano diritto a un indennizzo e che non avrebbero aspettato un improbabile trattato di pace per saldare i conti.
Il materiale, trasportato in Russia su alcune centinaia di treni, comprendeva, a quanto pare, circa due milioni e mezzo di pezzi. Un milione, fra cui il fregio dell’altare di Pergamo e i «Quaderni di conversazione di Beethoven», fu restituito alla Repubblica democratica tedesca in segno di fraterna amicizia, ma una larga parte del patrimonio rimase sepolto nei depositi e negli scantinati dei maggiori musei sovietici. Il Pushkin di Mosca, in particolare, fece la parte del leone ed ebbe in dote, tra l’altro, il tesoro di Priamo che Heinrich Schliemann aveva trovato nel sito di Troia il 14 luglio 1873. L’arcigna direttrice del museo, Irina Antonova, lo custodì gelosamente e continuò a negarne l’esistenza sino a quando fu pubblicamente sconfessata da un esponente del governo. Corse ai ripari organizzando nel suo museo una pubblica esposizione del Tesoro, ma a Mosca l’ipotesi della restituzione fu subito bruscamente archiviata.
Un altro tesoro nascosto nel museo Pushkin è tornato alla luce negli scorsi mesi: 123 quadri italiani, dipinti fra il Trecento e il Settecento, provenienti in grande parte dalle collezioni private dei castelli prussiani. Grazie alla fine del regno di Irina Antonova, Viktoria Markova, curatrice dell’arte italiana e organizzatrice di molte mostre, ha potuto renderne nota l’esistenza in un bel libro pubblicato a Mosca e presentato a Roma negli scorsi mesi. Non torneranno in Germania, probabilmente, ma sono stati restituiti agli storici dell’arte e, sperabilmente, al circuito delle esposizioni internazionali.
Corriere 24.1.16
Gli istriani
Slovenia-Croazia, il filo spinato separa gli italiani dagli italiani
Per millenni questa gente aveva vissuto la sua terra come uno spazio unico
di Gian Antonio Stella

C’è il filo spinato, adesso, su quello che doveva essere «un confine di seta». E Mario Beluk, che come tanti istriani porta un cognome slavo ma è italiano e parla italiano e appartiene alla minoranza italiana, non si dà pace.
«Ce l’hanno sbattuto sul muso» il filo spinato, sbotta Mario. Era andato a caccia, quel giorno: «Mi telefona l’Emilia: “Papà, torna a casa di corsa!” Torno e trovo sui miei campi duecento operai, poliziotti, ruspe, caterpillar... Chiedo: “Ma come, a casa mia?!” Niente da fare. Neanche scusa, mi hanno chiesto. E adesso siamo qui, prigionieri».
Non era mai esistito quel confine attuale sul Dragogna, il fiume che dalla Savrinia scende al mare, sfociando nel Vallone di Pirano attraverso le saline. Non sotto i Romani né sotto gli Ostrogoti né sotto i Bizantini e poi il patriarcato di Aquileia e l’Esarcato di Ravenna e Carlo Magno e giù giù per secoli e secoli sotto Venezia e poi Napoleone e l’Impero austro-ungarico e il Regno d’Italia e l’ Adriatische Kustenland nazista e il Territorio libero di Trieste e la Jugoslavia di Tito... Mai.
E per millenni gli istriani avevano vissuto la loro terra come uno spazio unico, aperto, indiviso. E avevano amato l’Istria, fino all’impazzimento e all’odio fratricida e alle foibe e alle pulizie etniche degli anni Quaranta, proprio per questo suo essere terra plurale. Capace di donare alla cultura veneziana e italiana musicisti come il violinista Giuseppe Tartini, medici come l’inventore del termometro Santorio Santorio, intellettuali all’epoca celeberrimi come l’illuminista Gian Rinaldo Carli. E qui vissero artisti come Vittore e Benedetto Carpaccio e altri ancora.
Senza dimenticare, in tempi più vicini, scrittori quali Fulvio Tomizza, papà italiano e mamma slovena, che nel romanzo Materada (1960) raccontò lo sfacelo sanguinoso nel suo piccolo mondo antico. La contrada dov’era nato e dove da sempre i vicini di casa di lingua diversa si erano prestati lo stesso rastrello e si erano sposati nelle stesse chiese e avevano brindato agli stessi battesimi. O poeti della musica come Sergio Endrigo, autore di versi struggenti sulla sua Pola, abbandonata dopo la guerra per prendere la strada dell’esodo: «Da quella volta non ti ho rivista più/ Strada fiorita della gioventù/ Come vorrei essere un albero che sa/ Dove nasce e dove morirà…»
Il primo trauma arrivò alla fine di giugno del 1991, quando la signora Anna Del Bello Budak, che aveva casa a poche decine di metri dal Dragogna ed era a tavola con la famiglia, sentì un rumore assordante. Corsa fuori, vide le ruspe irrompere nel suo orto di piselli, sradicare centotrenta alberelli carichi di pesche, rovesciare tonnellate di ghiaia sulle piante di patate. La gente intorno ricorda ancora lo scontro con i poliziotti: «Fermi! Fermi! Cosa fate?»
«Ordini superiori».
«Non potete farlo!».
«Ordini superiori».
«Mostratemi le carte!».
«Ordini superiori».
All’arrivo dei cronisti Matia Potocar, il direttore del cantiere, ridacchiava: «Un posto di frontiera? Ma no, è solo un punto di sosta per i camion». E davanti alle perplessità di tutti, giurava: «Solo cestna . Capito? Ristrutturazione cestna : strada». Poche ore dopo, per la prima volta nella storia, sul curvone dell’antica via Flavia tracciata nel primo secolo dopo Cristo dall’imperatore Vespasiano, c’era un confine. Di qua la Slovenia, di là la Croazia. Stati sovrani. Alla Milicja di Capodistria facevano dei gran sorrisoni: «Sarà un confine dimostrativo. I cittadini dell’attuale Jugoslavia circoleranno liberamente...».
Pochi mesi e già le comunità che vivevano lungo il Dragogna raccontavano storie da incubo. Come quella di Duilio Visentin che, colpito in terra croata da una gravissima emorragia e caricato su un’ambulanza per una corsa disperata verso l’ospedale di Isola, era stato fermato al confine sloveno: «Documenti!».
«Mio marito sta morendo».
«Documenti!».
«Muore!».
«Documenti!».
O la storia di un funerale a Villa Cucini, una contrada sulle alture: il nuovo confine aveva collocato il paese in Slovenia, la chiesa e il cimitero in Croazia. Impossibile seppellire il nonno nella tomba di famiglia: «Il lasciapassare? Ce l’avete il lasciapassare?». Per non dire d’un incendio a Bresovizza coi vicini di casa che si precipitavano generosamente coi secchi e i badili a dare una mano al di là del confine appena inventato: «Altolà! Documenti».
«Maledetti tutti i nazionalisti!», imprecava il vecchio Virgilio Babich. Non si era mai mosso dalla casetta in cui era venuto al mondo in contrada Mulini. Mai. Eppure era riuscito a cambiar tre volte passaporto: nato italiano di sentimenti italiani, era diventato poi sloveno e infine, per uno spostamento amministrativo, cittadino di Umago quindi croato: «Dopo la guerra ero deciso a venire in Italia. Papà scoppiò a piangere: “E io cosa faccio? Sono vecchio…”. Mi fermai. Me ne sono pentito sempre».
Quel nuovo confine gli era insopportabile: «Ho un po’ di terra di qua e un po’ di là, la luce mi arriva da Buie in Croazia, e l’acqua da Capodistria in Slovenia, la pensione finisce nella mia vecchia banca in Slovenia, ma non posso portarmela qui perché esporterei capitali…».
Insomma, pasticci, disagi, angherie insopportabili. Per un quarto di secolo la comunità italiana sopravvissuta in Istria, spaccata dal nuovo confine proprio mentre riscopriva la propria identità dopo gli anni bui del comunismo titino, ha sperato, atteso, sognato che quella frontiera, divenuta addirittura più rigida dopo l’ingresso della Slovenia nella Unione Europea, diventasse davvero di seta dentro la grande madre Europa.
Macché. La pressione alle frontiere delle masse di profughi in fuga dal Medio Oriente ha fatto precipitare tutto. E Lubiana, dimentica delle decine di migliaia di slavi in fuga dal regime comunista accolti allora anche dall’Italia come Paese di transito verso altre mete, ha steso lungo il confine croato chilometri e chilometri di filo spinato. Uno shock.
La nostra comunità ha protestato. E mentre depositava fiori lungo quelle matasse di filo spinato, ha scritto al premier sloveno Miro Cerar una lettera accorata. Dove, «pur riconoscendo l’eccezionalità della situazione» bolla come inaccettabile, «dopo le drammatiche vicende del Ventesimo secolo», l’erezione di una nuova cortina di ferro. Destinata pare a essere ulteriormente rafforzata. Una barriera che ai più vecchi fa tornare in mente gli anni in cui si sentirono, di giorno in giorno, chiudere in una morsa. Fino a sospirare sull’addio cantato in una poesia da Arturo Daici: «Adio vojo dirghe a la caseta/ Dove che go pasà la gioventù/ adio a questa tera benedeta/ perché se vado no te vedo più...».
La Stampa 24.1.16
“L’evoluzione della nostra società non può fare a meno dell’altruismo”
David S. Wilson sostiene che l’egoismo non è l’unico motore dell’esistenza Lo scienziato americano propone agli economisti di rivalutare la generosità
di Claudio Gallo

Da qualche decennio in Occidente il paradigma individualistico ha cancellato qualsiasi alternativa. In un’intervista del 1986, Margaret Thatcher semplificava con grande efficacia: «La società in quanto tale non esiste. Ci sono individui, uomini e donne, e ci sono le famiglie». La citazione della famiglia era destinata a scolorirsi presto. Come la intendeva lei, era pur sempre l’unità arcaica da cui i filosofi classici fanno nascere la società: nella visione del mondo vittoriosa sarebbe diventata una reliquia, utile soltanto a far presa sull’elettorato più conservatore in tempi di elezioni.
Più facilmente osservabile in politica, lo spirito dei tempi aleggia su tutte le forme del sapere, anche sull’apparentemente asettica scienza. In L’Altruismo. La cultura, la genetica e il benessere degli altri (Bollati Boringhieri, pp. 162, €19,50), il genetista americano David Sloan Wilson sceglie di andare controcorrente, criticando in modo relativamente semplice e divulgativo la concezione maggioritaria.
Wilson insegna in un paio di università americane, è uno dei principali alfieri della teoria della selezione di gruppo (multilivello), una visione che mette in discussione la teoria genocentrica predominante. Il processo di selezione naturale cioè, non avverrebbe soltanto a livello individuale ma anche a livello di gruppo. Con le sue parole: «All’interno di un gruppo l’egoismo batte l’altruismo. I gruppi altruisti battono i gruppi egoisti». La realtà non sarebbe, dunque, solo un conflitto di individui o il misterioso coordinamento di monadi ossessionate dal tornaconto personale, ma una ben più complessa relazione tra il livello individuale e quello sociale, dove l’altruismo diventa cruciale.
Questo modo di pensare lo sviluppo degli organismi viventi mette in crisi l’«individualismo metodologico» che informa i saperi del nostro mondo, in particolare l’economia. Generalizzando, l’attuale motto dei partiti politici occidentali, da destra a sinistra, «non possiamo n
on dirci liberali» ignora un cruciale aspetto evoluzionistico, colto invece dal «sorpassato» socialismo. Ovviamente, una critica simmetrica si applica a un mondo soltanto collettivo, dove l’impulso individuale viene svalutato. Ciò che conta, secondo l’autore, è il rapporto dinamico (dialettico?) tra i due livelli, individuale e sociale, dove l’altruismo mostra la sua efficacia.
Wilson, insieme con alcuni economisti, ha cercato di mettere a punto una sintesi tra la sua concezione dell’evoluzione e la scienza economica. Una visione che rivaluta la generosità. In questa prospettiva Adam Smith avrebbe torto. «Non ci aspettiamo la nostra cena dalla benevolenza del macellaio, del birraio, del fornaio - scriveva il padre del liberalismo nella
Ricchezza delle nazioni - ma dal loro attaccamento al proprio interesse».
La famosa Mano Invisibile (In realtà, l’espressione compare soltanto tre volte nelle opere di Smith), il meccanismo del mercato che compone magicamente gli egoismi individuali in un superiore interesse generale, non avrebbe le basi naturali attribuitegli dai suoi seguaci, ma sarebbe soltanto un mito.
Durante l’evoluzione, ammette Wilson, si è formata nell’uomo una capacità di collaborazione di gruppo in grado di operare senza che gli individui ne siano coscienti. Quindi, una sorta di mano invisibile esiste ma l’evoluzionista contesta che il suo motore inconsapevole sia l’avidità. «L’errore fondamentale - scrive - fu ipotizzare che questo tipo di auto-organizzazione possa derivare dalla semplice nozione di interesse egoistico (…) ci sono volute centinaia, se non addirittura migliaia di anni di evoluzione culturale per selezionare i processi di auto-organizzazione che funzionano, veri e propri aghi nel pagliaio dei processi di auto-organizzazione che non funzionano!».
L’evoluzionismo multilivello di Wilson non è certo la prima critica all’idea di una società «naturalmente» mossa dall’interesse personale. Tra gli antesignani c’è il sociologo francese Marcel Mauss che poneva alla base della convivenza non l’avidità ma il dono, secondo l’antica articolazione di «dare, ricevere e contraccambiare». Le sue idee, aggiornate, guidano oggi la rivista francese M.a.u.s.s. su cui scrivono, tra gli altri, Alain Caillé, Serge Latouche, Jean-Claude Michéa. Lo storico dell’economia Karl Polanyi ricordava in
La Grande Trasformazione
(1944) che la visione della psicologia economica dell’uomo primitivo di Adam Smith è «falsa quanto la psicologia politica roussoviana del selvaggio».
Nel nostro mondo, dove l’iper-velocità di dati ed eventi illimitati è percepita come stagnazione in un eterno presente, la lettura del libro di Wilson è un salutare invito a pensare in modo diverso. Un modo nuovo ma allo stesso tempo antico, come dimostra la sopravvivenza secolare delle grandi religioni.
Corriere 24.1.16
Il banchiere di Davos sceglie di affidarsi ai poteri dello stato
Tutti sono socialisti senza saperlo e identificano istintivamente il benessere collettivo con il proprio. Sperano sempre nel sostegno indispensabile delle banche centrali
di Federico Fubini

Arrivato il quarto giorno del World Economic Forum, mentre i banchieri chiamano gli autisti per andare in aeroporto e il centro congressi inizia a svuotarsi, diventa difficile scacciare a un sospetto: l’uomo medio di Davos è un socialista e ancora non lo sa.
Socialista nella sua definizione originaria, naturalmente. Non un sovversivo. Solo una persona che si affida ai poteri dello Stato per assicurare il benessere collettivo, che l’uomo di Davos istintivamente identifica con il proprio. Poteri dello Stato qui sta per banche centrali. E uomo di Davos sta per esponente di quel peculiare gruppo di banchieri, gestori di fondi d’investimento, dirigenti di grandi gruppi quotati a New York o a Londra che ogni anno a fine gennaio si ritrova nell’esclusivo villaggio alpino della Svizzera. Questa abitudine per loro è un risparmio di tempo, fra gli altri vantaggi, perché concentrano decine di incontri d’affari in pochi giorni ai margini di una serie di dibattiti pubblici spesso stimolanti.
Quest’anno però l’appuntamento è arrivato in un momento diverso dagli altri. Come ha osservato Tidjane Thiam, l’amministratore delegato di origine ivoriana del Crédit Suisse, per i mercati finanziari è stato il peggiore inizio d’anno di sempre. Peggio del 2009, quando il mondo era in recessione e l’economia americana cadeva a un ritmo simile a quello che poco dopo avrebbe travolto la Grecia. Peggio del 1931, quando i crolli di Wall Street partiti sedici mesi prima stavano portando a una crisi bancaria in Europa e all’agonia della Repubblica di Weimar.
Quest’anno i mercati finanziari sono crollati più di così. Ma se c’è un dettaglio che ha rivelato la fede socialista nell’uomo di Davos, è che ha continuato a sorridere. Non si sono visti i volti sotto choc del 2009. L’uomo di Davos nel 2016 non parla in pubblico del fatto che la recessione del Brasile è la peggiore da cento anni, che la Russia è in avvitamento o che negli ultimi otto anni le imprese cinesi si sono caricate di un debito più che triplo rispetto alle riserve da tremila miliardi di dollari della banca centrale di Pechino.
L’uomo di Davos resta ottimista di fronte alla crisi di debito spostatasi nei Paesi emergenti, fonte di tre quarti della crescita globale dell’ultimo decennio. Spera ancora nel sostegno dei poteri pubblici delle banche centrali. Senza di esse gli investitori hanno dimostrato di non saper camminare neppure per due settimane. Il tre dicembre scorso la Banca centrale europea li aveva delusi immettendo meno denaro del previsto nei mercati finanziari. Il 16 dicembre poi la Federal Reserve aveva alzato per la prima volta da nove anni i tassi d’interesse negli Stati Uniti e i suoi esponenti di vertice continuano a prevedere quattro ulteriori rialzi per quest’anno. I mercati stimano a meno dell’uno per cento le probabilità che succeda davvero, ma dal primo gennaio non hanno fatto che crollare.
Il socialismo, e il nervosismo, del popolo di Davos è emerso quando si è trovato di fronte agli uomini senza i quali ha dimostrato di non saper vivere: i grandi banchieri centrali, l’incarnazione dello Stato secondo loro. Giovedì la platea ha reagito in trance a ogni parola e gesto di Mario Draghi. Teneva il fiato sospeso, concentrata su un solo uomo. Il presidente della Bce aveva appena salvato la settimana dei mercati, lasciando capire che potrebbe intensificare gli interventi sui mercati da marzo prossimo. Non che Draghi si sia lasciato ricattare dai crolli degli indici, ma ha preso atto che la posizione di oggi della Bce non basta a scongiurare il rischio di un avvitamento dei prezzi. Dovrà fare di più.
Ieri poi è stato il turno di Haruhiko Kuroda, il governatore della Banca del Giappone. È colui che più di ogni altro si sta addentrando in acque inesplorate. Ormai quasi metà dell’astronomico debito pubblico di Tokyo è nel suo bilancio, acquistato creando sempre nuova moneta. Ma Kuroda non si è nascosto. Ha detto che se lui e Draghi non continuassero a inondare di denaro l’economia globale, l’impatto sui mercati della stretta monetaria della Fed sarebbe anche peggiore. È stato il suo modo di riconoscere la condizione medica di dipendenza della platea: quasi diecimila miliardi di dollari di liquidità in più creati dal 2008 l’hanno portata a questo punto.
Poi Kuroda ha sfidato il vero tabù di Davos per quest’anno. Ha osato parlare della crisi cinese. Forse serviva un giapponese per farlo, ma ha detto che Pechino dovrebbe introdurre stretti controlli per arginare la fuga di capitali in corso dalla Repubblica popolare. «È un’opinione personale», ha aggiunto quasi a scusarsi. Forse intuiva anche lui l’altra ragione per la quale l’uomo di Davos oggi è un vero socialista: per il futuro dell’economia globale, per il proprio, è ridotto a sperare nel successo dell’ultimo grande regime cresciuto all’ombra di una bandiera rossa.
Il Sole 24.1.16
Una banca asiatica per la crescita
Strade, Tlc, porti e ferrovie nella missione di Aiib a caccia di talenti mondiali
di Jin Liqun
presidente dell’Asian infrastructural investment bank

Lo storico lancio della Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture è stato tanto atteso – e giustamente. Con l’inizio delle operazioni, la Aiib si unirà alla famiglia delle istituzioni finanziarie multilaterali per il sostegno dello sviluppo economico e sociale su ampia scala in Asia. Gli investimenti in infrastrutture, solidi e sostenibili, porteranno ad ottenere risultati di sviluppo superiori, a migliorare la qualità della vita e le capacità economiche dei cittadini asiatici, e a generare ricadute positive in altre parti del mondo.
Lo scorso anno, durante incontri con gente di tutto il mondo e di varia estrazione, mi è stato spesso chiesto di spiegare perché sia necessaria un’altra banca multilaterale di sviluppo, e come la Aiib sarà diversa da, diciamo, la Banca mondiale o la Banca asiatica di sviluppo.
Le risposte sono chiare. Il ruolo e l’importanza dell’Asia sulla scena internazionale sono aumentati, ma la regione deve affrontare gravi carenze infrastrutturali e strozzature spinose. I fabbisogni d’investimento per infrastrutture dell’Asia sono cresciuti in modo esponenziale, e le risorse della Aiib, molto semplicemente, accresceranno il pool di risorse multilaterali a disposizione per contribuire a soddisfarli.
Vi è, inoltre, ampio spazio per la Aiib per aiutare i suoi membri a modernizzare strade, ferrovie e porti; migliorare l’accesso all’energia elettrica; espandere i servizi di telecomunicazione; far avanzare la pianificazione urbana; e fornire acqua e servizi igienico-sanitari puliti. Lo faremo bene. Lo faremo nel modo giusto. E lo faremo in modo collaborativo, come partner di sviluppo affidabile e complementare.
I membri fondatori della Aiib hanno una visione chiara di management: fisseremo standard chiari ed elevati per prestazioni organizzative e di governance, sostenendo principi istituzionali fondamentali come apertura, trasparenza, responsabilità e indipendenza.
Il nostro statuto pone la responsabilità diretta sul management della Aiib per garantire che questi principi diventino valori organici, non semplicemente slogan. Affronto questa sfida, fermamente impegnato a promuovere una cultura istituzionale fondata sui più elevati principi e standard etici.
Come faremo questo? Nella redazione del Protocollo statutario e delle linee strategiche della Aiib, abbiamo lavorato con un gruppo eterogeneo di esperti internazionali per trarre insegnamenti dalle istituzioni multilaterali esistenti e da aziende di successo del settore privato. Abbiamo condotto intense tornate di discussioni tecniche con i nostri azionisti per garantire che la Banca rifletta obiettivi e aspirazioni dei proprietari sia per quanto riguarda le attività di prestito che le operazioni interne. Sono fiducioso che il fondamento politico della Banca sia conforme agli standard di livello mondiale. Ora stiamo reclutando un management di alto calibro e personale esperto per garantire la loro effettiva attuazione.
Nell’esecuzione del nostro mandato, i nostri azionisti potranno fare in modo che la Banca impari dal passato e riconosca le possibilità del futuro – per fare le cose in modo diverso e fare cose diverse. Molte delle caratteristiche distintive della Aiib faciliteranno questo.
Per cominciare, la proprietà unica e gli assetti di partecipazione della Aiib riflettono il carattere regionale dell’istituzione e forniscono ai membri una voce più forte in direzione della politica e nel processo decisionale. Il ricco dialogo tra i membri fondatori durante lo sviluppo del Protocollo statutario e delle linee strategiche della Aiib attesta la forte titolarità dei nostri azionisti, e l’impegno per il mandato e la missione della Banca.
Inoltre, il mandato territoriale e settoriale specializzato della Aiib le consentirà di offrire competenze di nicchia, esperienza specifica e conoscenza concentrata del mercato, e la sua struttura organizzativa, la flessibilità del personale e processi decisionali efficaci le permetteranno di rispondere con agilità alle richieste dei clienti ed ai bisogni emergenti. Il nostro approccio alla ricerca sarà selettivo e strategico, e il nostro modello di business, incentrato sui risultati ci permetterà di offrire conoscenze all’avanguardia e servizi finanziari mirati.
La Aiib svolgerà un ruolo di catalizzatore. Incentiveremo e mobiliteremo finanziamenti pubblici e privati, anche da parte di investitori istituzionali, ed aiuteremo i clienti a migliorare il progetto “bankability” promuovendo trasparenza, efficienza, e rispetto delle norme riconosciute – comprese gli standard ambientali e sociali – riducendo così i rischi.
Gli organigrammi e la governance della Banca potranno garantire operazioni efficienti ed efficaci in linea con gli obiettivi strategici ed i valori organizzativi. Il suo Consiglio “non residente” potrà promuovere responsabilità, efficienza e efficacia dei costi, svolgendo contemporaneamente un ruolo più incisivo nella definizione delle strategie, nell'elaborazione della politica, e nell'esercizio della supervisione.
In ultima analisi, reputazione e credibilità della Aiib dipenderanno dal calibro del suo personale. Noi recluteremo i migliori talenti sul mercato attraverso processi competitivi basati sul merito, indipendentemente dalla nazionalità del candidato. Allo stesso modo, non ci sarà alcuna restrizione di nazionalità in materia di appalti di beni e servizi per le operazioni finanziate da Aiib.
Le nostre operazioni saranno “magre, pulite e verdi”. Ciò significa mantenere un controllo sulla burocrazia e conservare una struttura organizzativa relativamente “piatta”; una gestione dei costi e un utilizzo della tecnologia moderna efficaci; ed evitare duplicazioni e sovrapposizioni di funzioni. La Aiib costruirà il suo staff professionale gradualmente, integrando competenze interne con competenze specializzate di consulenti. Le posizioni del personale saranno definite con attenzione per evitare sia la sottoccupazione che futuri possibili licenziamenti.
Ciò significa, inoltre, la promozione di una cultura istituzionale basata su integrità professionale e governance esemplare, senza alcuna tolleranza per la corruzione. Anche le migliori politiche sulla carta possono rivelarsi prive di significato se non sono attuate con rigore, in modo imparziale, e con trasparenza.
Infine, tutto questo significa essere attenti alla sostenibilità. La Aiib sottoscrive i principi dello sviluppo sostenibile per l’identificazione, la preparazione e la realizzazione di progetti. La gestione dei rischi e degli impatti ambientali e sociali è fondamentale per il successo dei risultati di sviluppo. Sosterremo i nostri clienti nella gestione di tali rischi in modo appropriato attraverso la conoscenza, l'esperienza e le risorse.
La Aiib è un’istituzione di grandi promesse in una regione con grandi esigenze. Dato che apre le sue porte alle imprese nel 2016, sono pienamente fiducioso che possa realizzare il suo potenziale, raggiungendo – e cercando di superare – obiettivi e standard stabiliti dai suoi azionisti.
Corriere 24.1.16
La Cina irrompe sulla scena del Medio Oriente
Un viaggio atteso e molto pubblicizzato sui media cinesi. In particolare il China Daily , organo internazionale del governo, spiega che la visita di Stato del presidente Xi Jinping in Arabia Saudita, Egitto e Iran segna una svolta nella presenza della Repubblica Popolare in un’area che ha un «potenziale di sviluppo formidabile». Naturalmente, Pechino pensa agli aspetti economici ma non solo visto che il quotidiano dà per scontato il «positivo ruolo stabilizzatore» della Potenza asiatica. Un gioco, però, tutto da definire, vista la situazione nella regione.
Il Sole 24.1.16
L’Iran e gli altri. Da domani il presidente Rouhani in Italia
Xi a Teheran per l’avvio di partnership globali
di Rita Fatiguso

L’incontro, forse troppo a lungo rimandato per ben in 14 anni, si è verificato ieri a Teheran. Il presidente cinese Xi Jinping è il primo leader a visitare l’Iran dall’eliminazione delle sanzioni internazionali lo scorso 16 gennaio dopo l’accordo sulla limitazione del programma nucleare siglato con sei Paesi, tra cui Pechino.
Il presidente cinese Xi Jinping e quello iraniano Hassan Rouhani iei hanno discusso del miglioramento dei rapporti economici e politici, Xi è il primo leader a visitare l’Iran del nuovo corso, Paese-fulcro della sua “One belt one road strategy”, un ponte tra Europa e Asia che dovrebbe portare alle costruzione di opere infrastrutturali finanziate dal New Silk Road Fund e dalla neonata Asian infrastructural investment bank, la banca nata su impulso di Pechino e alla quale aderiscono 57 Paesi.
Ben 17 gli accordi siglati ieri a Teheran e 600 miliardi gli scambi bilaterali prefissati di qui al 2026. Ebrahim Rahimpour, vice ministro degli esteri, ha detto che gli scambi commerciali tra Iran e Cina sono stati pari a circa 52 miliardi di dollari nel 2014, «ma che il calo dei prezzi del petrolio ne ha causato la caduta dello scorso anno». La Cina è ancora fortemente dipendente dall’Iran per le sue importazioni di energia e la Russia ha bisogno dell’Iran per quanto riguarda la sua nuova visione della sicurezza per il Medio Oriente. L’Iran in questo contesto gioca un ruolo fondamentale sia per Cina e Russia. Russia e Cina in questi anni hanno mantenuto relazioni di fatto con l’Iran, nonostante le sanzioni, adesso si aprono prospettive e Pechino ha subito mosso le sue pedine.
Xi Jinping è stato accolto nel palazzo Saadabad nel nord di Teheran dove ha incontrato anche il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei.
Con grande tempismo, dal 19 gennaio, il presidente cinese ha visitato l’Arabia Saudita e l’Egitto, Paesi divisi dal credo religioso, l’Arabia Saudita è sunnita, l’Iran sciita e dopo che un religioso sciita, Nimr al-Nimr, il 2 gennaio è stato giustiziato a Riyadh, i sauditi hanno reciso i legami con Teheran dove i manifestanti avevano preso d’assalto l’ambasciata saudita a Teheran e il consolato a Mashhad.
La Cina si ritrova a far da paciere con una certa riluttanza tra le due posizioni e ha invitato entrambi i Paesi alla calma e alla moderazione. Significative le tappe percorse da Xi in questo vaiggio in Medio Oriente, è il secondo capo di un membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dopo il presidente russo Vladimir Putin lo scorso mese di novembre a visitare Teheran dopo l’accordo sul nucleare.
Il presidente Rouhani ha detto che i due Paesi hanno anche deciso di cooperare per la lotta «al terrorismo e all’estremismo in Iraq, Siria, Afghanistan e Yemen». La Cina ha segnalato il suo sostegno al governo dello Yemen, che combatte a fianco dell’Iran, il quale ha chiesto alla Cina di unirsi alla lotta contro il gruppo militante Stato islamico e di svolgere un ruolo più attivo nella regione. Teheran preme perché la Russia intervenga militarmente in Siria contro Stato islamico.
La diplomazia economica iraniana avrà una tappa italiana. Il presidente iraniano Rouhani arriva in Italia domani e martedì 26 sarà a Roma all’Hotel Parco dei Principi, per partecipare all’Italy–Iran Business Forum, organizzato da Confindustria, Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran in Italia e dall’Agenzia Ice, evento al quale parteciperà il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.
Corriere 24.1.16
Al Portogallo serve uno sforzo di moderazione e realismo
di Paolo Lepri

S arebbe stato sicuramente meglio, per l’immagine del nuovo governo guidato da António Costa, se la sinistra portoghese non si fosse presentata così frammentata alle elezioni presidenziali di oggi. Lo stesso Partito socialista del primo ministro si è diviso tra vari nomi, ma si è soprattutto rivelato incapace di scegliere tra il docente universitario ed ex rettore dell’università di Lisbona, António Sampaio da Nóvoa (sostenuto da un padre della patria come l’ex presidente Mario Soares) e Maria de Belém Roseira, già ministra della salute. Non è stato un bello spettacolo. Come se non bastasse, sono scesi in campo anche la giovane eurodeputata Marisa Matias, per il Bloco de Esquerda e l’ex sacerdote cattolico Edgar Silva, candidato dei comunisti. Sono queste le due formazioni politiche che hanno contribuito alla svolta prodottasi in novembre e che stanno assicurando la zoppicante sopravvivenza dell’esecutivo anti-austerità.
Ma è anche vero che il possibile successo (già al primo turno) del conservatore Marcelo Rebelo de Sousa, popolare commentatore televisivo, potrebbe bilanciare la situazione creatasi con la nascita di un governo che non ha ricevuto un’investitura ampia dall’elettorato. Costa è però riuscito fino a questo momento a realizzare un’impresa difficile. Sta governando, nonostante le difficoltà. Un capo di Stato di centro-destra, in un regime semi-presidenziale come quello portoghese, potrebbe se non altro creare le condizioni per un raffreddamento del confronto politico. Sempre che Rebelo de Sousa mantenga le promesse e agisca guardando agli interessi di un Paese che non si può permettere una lunga stagione di instabilità. Sciogliere le camere, come avrebbe fatto volentieri il suo predecessore Anibal Cavaco Silva se avesse potuto, non sarebbe la risposta migliore. L’Europa chiede alla sinistra e alla destra portoghesi uno sforzo di moderazione.
Repubblica 24.1.16
Governo, Sánchez attacca “Pedro ricatta il Psoe”
di A. O.

MADRID. Più che una trattativa, una partita a scacchi.
Dopo il “no, per il momento” di Mariano Rajoy alla proposta del re Felipe VI di presentarsi in Parlamento per l’investitura come premier, il leader socialista Pedro Sánchez insiste che il primo a provarci dev’essere il Pp, come partito più votato alle ultime elezioni. In questo modo Sánchez cerca di allentare la pressione dell’avvelenata proposta di patto di governo presentata venerdì dal numero uno di Podemos Pablo Iglesias al re: una coalizione di sinistra con la presidenza per il leader socialista, in cui il carismatico segretario della formazione “viola” si auto-candida alla carica di vice-premier. Iglesias è tornato ieri alla carica con un messaggio via WhatsApp: «Pedro, ci dobbiamo vedere», ha scritto in modo sbrigativo. Sánchez ha replicato che è disponibile a parlare e poi, attraverso un comunicato ufficiale della direzione del Psoe, ha indirettamente accusato Podemos di voler impostare la trattativa sul «ricatto», perché pone una serie di condizioni, a partire dalla pretesa dei ministeri chiave. E Rajoy attacca: «La Spagna ha bisogno di un presidente con dignità, non uno che sia umiliato».
Repubblica 24.1.16
Fernando Savater.
“Per cambiare la Spagna Iglesias torni alle origini basta populismo in jeans”
Il filosofo: “Podemos è come una serie tv della politica: teatrale e mediatica. Si impone perché gli altri partiti non hanno personalità”
intervista di Alessandro Oppes

MADRID. «È il populismo in jeans. Vestono in modo diverso, alternativo. Ma non basta certo il look per fare una nuova politica». È perplesso il filosofo Fernando Savater, nonostante sia noto il suo spirito anticonformista, di fronte alla rottura degli schemi nella Spagna targata Podemos.
Sorpreso dal vedere Pablo Iglesias presentarsi in maniche di camicia, jeans e scarpe da tennis all’appuntamento con il re per la formazione del nuovo governo?
«Sì, anche se ormai siamo abituati al personaggio. La cosa logica sarebbe presentarsi in modo diverso a seconda della situazione. Un tempo solo i “señoritos”, i ricchi e aristocratici imponevano il loro modo di essere agli altri. La gente semplice, un agricoltore o un artigiano, in occasioni importanti, indossano giacca e cravatta. Perché sono gente normale».
Però da parte di Iglesias è un atteggiamento ben studiato, una precisa scelta strategica.
«Chiaro, perché sa che non gli diranno niente. Il re è una persona tollerante, e sopporta anche queste cose».
Può avere qualche senso l’equazione giacca-cravatta con il binomio vecchia politica e corruzione?
«Non credo. I costumi sociali non hanno smesso di esistere all’improvviso. Gli impiegati, le persone che lavorano in banca, i cattedratici dell’università, vanno vestiti nel modo che corrisponde alla loro funzione. Mostrare una idiosincrasia diversa dagli altri è un caso di asocialità».
Cinque anni fa, lei giudicò in modo positivo la nascita del “15M”, il movimento degli “indignados”. Il risultato, oggi, è quello che si aspettava?
«Confermo quell’impressione. Quel movimento era molto più di ciò che poi è emerso con la nascita di Podemos. Erano giovani che si riunivano e parlavano di problemi seri, di politica. Ora sembra che nel “15M” ci fossero solo rivoluzionari di sinistra. E non è così».
E però sono quelli che ora occupano il centro della scena.
«Certo, perché sono mediatici, gestiscono molto bene il mezzo televisivo e sono capaci di spettacolarizzare tutto».
Qual è la responsabilità della tv nel successo di Podemos?
«È enorme. Loro sono stati capaci di inventarsi un protagonismo che non avevano grazie al grandissimo spazio che gli è stato concesso da alcuni canali televisivi».
Iglesias proporre al Psoe un negoziato “trasparente” per la formazione di un governo. Cioè una trattativa trasmessa in diretta e in streaming.
«Per Iglesias trasparente vuol dire teatrale. Tutto deve andare in tv, perché quello è il mondo in cui lui si sente sicuro: il luogo dello spettacolo, della demagogia e delle frasi fatte».
La presenza di Podemos al centro della scena sta provocando un cambio d’immagine anche all’interno di altri partiti?
«Le serie tv impongono nuove mode. Podemos è una specie di serie televisiva nel campo della politica. E allora riesce a imporre il suo aspetto fisico, la rottura con gli usi tradizionali. E negli altri partiti, chi non ha una forte personalità ci casca». anni, filosofo e scrittore. A destra, Felipe VI con il leader di Podemos Pablo Iglesias
Il Sole 24.1.16
Lo sguardo corto sui rifugiati
di Carlo Bastasin

È il difetto di una democrazia stanca e rituale pensare che i problemi diventino politici solo se influenzano la scelta elettorale più vicina.
Nel cercare soluzioni al problema dell’immigrazione, il nostro sguardo si ferma sempre troppo presto: alle elezioni locali di primavera in Germania e in Italia o a quelle generali che nel 2017 decideranno le sorti di Merkel e Hollande.
Questa miopia politica indebolisce anche la strategia europea dell’Italia.
È possibile tenerne conto prima dei prossimi decisivi incontri di Matteo Renzi con la cancelliera Merkel e con il presidente Juncker. In realtà, non troveremo alcuna soluzione se non allunghiamo lo sguardo. Nel 2050 la sola Nigeria avrà più abitanti degli Stati Uniti o dell’Euro-area. Nel 2100 ci saranno più etiopi che europei. La popolazione africana supererà i 4 miliardi, mille volte il numero dei siriani che hanno abbandonato la loro casa durante la guerra. Mille volte cioè la quantità di profughi che già ora ci fa cedere all’istinto di rialzare i muri e revocare gli accordi di libera circolazione.
I quattro milioni di siriani sono certamente un’entità rilevante, tre volte superiore ai profughi delle guerre balcaniche negli anni Novanta o a quelli dell’Indocina nei due decenni precedenti. Rappresentano un esodo anche paragonati ai 15 milioni della seconda guerra mondiale. Ma attualmente le Nazioni Unite stimano che la grande maggioranza dei 59 milioni di rifugiati nel mondo aspiri a tornare nel paese di origine. Dal punto di vista morale, politico ed economico non è corretto tenere problemi di tale dimensione umana in ostaggio di un lancio di dadi tra stati nazionali, cioè di scontri ispirati da interessi elettorali che arrivano al massimo a scandagliare pochi mesi a venire.
È per esempio un’ipotesi pericolosa quella tedesca di ristabilire la cortina di ferro ai confini meridionali della Slovenia. Forse si tamponerà l’immigrazione per qualche mese, allentando le minacce politiche alla cancelliera, ma milioni di profughi finirebbero imbottigliati tra Grecia e Croazia, in un territorio instabile, mal governato, o reduce da guerre recenti a sfondo etnico e religioso. È anche irragionevole da parte di Roma non schierarsi con Bruxelles nel rilanciare una politica estera e di difesa comune che vedrebbe al vertice istituzionale proprio una protagonista italiana. È indispensabile inoltre cercare una soluzione alle sofferenze dei profughi al vertice di Londra del 4 febbraio, sviluppando le zone protette in Libano e Turchia.
Ma bisogna andare oltre tutto ciò. Gli europei devono impostare una strategia di respiro secolare per Africa e Vicino Oriente al vertice Onu di settembre, approfittando finché è ancora possibile del dialogo col presidente Obama. Nessun governo europeo è in grado di agire da solo di fronte a tali sfide e ciò rende miserevoli le questioni che occupano l’agenda politica degli Stati nazionali. Risibile la campagna per il Brexit; patetica la reticenza di Parigi e Berlino nel coordinarsi; scandalosa la retorica nazionalista di Ungheria e Polonia.
Ma non è morale nemmeno barattare la collaborazione sui temi dell’immigrazione con le concessioni su un po’ di spesa pubblica in più, come sta facendo Roma. Anche questa è una conseguenza del dominio degli interessi elettorali di breve termine. La bassa crescita italiana, da vent’anni molto inferiore alla media europea, è dovuta per quattro quinti alla minore produttività totale dei fattori, non alla minore spesa pubblica. Puntare sulla “flessibilità permanente” del bilancio significa aggirare il compito di rivedere la funzione di produzione del paese, l’efficiente combinazione di capitale e lavoro attraverso innovazioni. Significa cioè evitare di cambiare ciò che non funziona: il sistema della giustizia, i mercati del lavoro e dei prodotti, i criteri del credito e tutti gli istituti che presiedono alla formazione del capitale umano. Anche qui il problema è lo stesso: cambiare il paese richiede un impegno di lungo respiro mentre la politica è concentrata sulle brevi scadenze.
Uno studio pubblicato da SEP (Luiss) mostra come la strategia italiana di puntare sulla flessibilità fiscale ostacoli ogni progresso nelle politiche europee di condivisione dei rischi. Impedisce che gli altri paesi concordino su forme di mutualizzazione, tra cui l’assicurazione dei depositi bancari e il fondo di risoluzione comune, che sarebbero vitali per un paese ad alto debito come l’Italia.
In questo senso, strategia per l’immigrazione e politica economica sono davvero legate. Non perché possano essere una la contropartita dell’altra – concessioni alla Germania sull’immigrazione contro maggiore flessibilità fiscale per l’Italia -, bensì perché entrambe contrappongono scelte nazionali a scelte condivise. I prossimi incontri di Renzi con Merkel e Juncker sono l’occasione per mettere a fuoco una comune strategia di condivisione dei rischi.
Il Sole Domenica 24.1.16
Perché si chiude ai migranti?
di Alain Touraine

È difficile accogliere i migranti - anche se si tratta di rifugiati politici - protetti dal diritto d’asilo quando la popolazione che deve accoglierli si sente essa stessa minacciata dall’assenza di capacità d’azione del suo governo. Questo stallo è un problema altrettanto reale, anzi forse più frequente di quello dei Paesi disposti ad accettare i migranti ma trascinati dall’ossessione identitaria dei loro dirigenti verso una chiusura comunitaria destinata a rinforzare l’omogeneità, spesso più immaginaria che reale, della propria cultura e società.
La prima forma di chiusura, che dipende da una mancanza di fiducia in se stessi o, come nel caso della Francia, da una mancanza di stima per se stessi come nazione, è un effetto secondario di un’incapacità più generale di certe società di trovare una via d’uscita dalle loro difficoltà interne a a causa della loro fedeltà a una certa immagine di sé o a un’ideologia politica.
La scomparsa dei partiti comunisti non ha causato drammi maggiori perché è la scomparsa dell’Unione Sovietica, tra il 1989 e il 1991 che li ha liquidati. Ma l’agonia, o addirittura la morte, della social-democrazia è un fenomeno ben più importante e complesso, che crea un’enorme insicurezza. La decadenza è cominciata quando Tony Blair, primo ministro labour inglese, parlò di Terza Via (Third Way) che, come ci si accorse subito, in un mondo dominato dal capitalismo finanziario mondializzato, era molto più simile al capitalismo regnante che a qualsiasi forma di socialismo, ormai condannato dalla storia. Gerhard Schröder in Germania seguì l’esempio di Blair. Ma con una differenza importante: mentre l’Inghilterra si stava deindustrializzando e riorientando verso la gestione del sistema finanziario mondiale al pari degli Stati Uniti, con la city di Londra che diventava una piazza allo stesso livello di Wall Street, la Germania conservò intelligentemente il suo ruolo dominante nel commercio industriale, creando in un decennio - come l’Inghilterra - un gran numero di posti di lavoro precari e mal pagati nel settore industriale. In generale, tutti i grandi Paesi europei, in una forma o in un’altra, si sforzarono di riguadagnare competitività abbassando il costo del lavoro perché non potevano più - e non volevano più - agire sui benefici delle imprese. Il costo del lavoro è rimasto comunque più alto in Francia che negli altri grandi Paesi, cosa che spiega - insieme alla fecondità della popolazione, superiore alla media europea - la maggiore durata della disoccupazione e la deteriorazione della sua opinione pubblica.
Dappertutto nel mondo ciò che chiamavamo la sinistra è in decomposizione, mentre aumentano le disuguaglianze, in particolare negli Stati Uniti, e si rinforzano le tendenze autoritarie, in particolare in Cina. Esiste una grossa asimmetria tra le politiche cosiddette “di destra”, al servizio dei molto ricchi, e l’assenza di programma e di governo della sinistra francese. È vero che in Europa i tentativi di ricreare una sinistra radicale sono falliti. Anche in America Latina, dove il chavismo è in caduta libera, almeno di Venezuela.
È l’incapacità generale di creare nuovi modi di pensare ed agire che rappresentino le classi popolari e i loro interessi, anch’essi completamente trasformati dalla mondializzazione, che spiega l’impotenza, la perdita di influenza e soprattutto l’incapacità degli attori politici di mobilitare le categorie popolari.
Questa situazione non è eccezionale storicamente: è anzi la più probabile quando un campo territoriale di decisioni che un governo deve prendere si allarga. Fu così nel XIX secolo con la creazione di nuovi stati nazionali, tra i quali in primo piano l’Italia e la Germania. Oggi la mondializzazione mette in contatto popolazioni differenti con culture opposte sotto molti aspetti.
Molto semplicemente, come potrebbero oggi formarsi nuovi partiti di sinistra, dato che i sindacati regrediscono ovunque e la partecipazione politica diminuisce?
Questo cambiamento di atmosfera ha conseguenze meno gravi per la destra, che è guidata soprattutto dagli interessi, che per la sinistra, le cui rivendicazioni sono costruzioni sociali, culturali e ideologiche.
Vedo tre espressioni molto visibili della crisi che descrivo. Una è la perdita di fiducia delle popolazioni nei loro dirigenti politici che sono accusati di essere tutti corrotti.
La seconda è il chiaro indebolimento della gestione pubblica anche nei Paesi europei dove questa gestione era buona o addirittura eccellente. Il caso dell’America latina è impressionante. I Brasiliani, che contrastavano da più di mezzo secolo la buona gestione del loro gruppo pubblico Petrobras rispetto alla corruzione endemica del concorrente messicano privato Pemex, si trovano ora coinvolti in tutti i tipi di scandali di corruzione. I messicani dal lato loro, ritengono di non potere più combattere il banditismo e i trafficanti di droga perché il vizio e la corruzione non sono più diretti contro lo Stato ma sono nello Stato stesso, penetrato da tutte le parti, in particolare a livello locale e regionale.
E come si potrebbe non essere preoccupati dal numero di miliardari che produce la Russia che non ha praticamente più nessuna produzione industriale e scientifica avanzata? Infine, gli Europei fanno molta difficoltà a seguire la campagna presidenziale del partito repubblicano americano, dominato dalle dichiarazioni incendiarie e irresponsabili di Donald Trump, la cui ricchezza poteva almeno far sperare in un po’ di buon senso strategico.
Il trionfo oggi inevitabile della mondializzazione produce facilmente nazionalismi comunitarismi autoritari, e invece fa fatica a produrre nuove idee di sinistra. C’è bisogno di molto tempo e di stabilità economica internazionale perché si costituiscano, dal lato dei più deboli, ossia i migranti, delle nuove dichiarazioni, e più difficilmente ancora dei progetti, delle strategie e soprattutto, delle nuove forze di mobilitazione.
Questo squilibrio, questo ritardo politico delle sinistre, è la causa principale del rifiuto della gente di gestire le differenze, soprattutto se non si tratta solo di differenze economiche, ma anche culturali.
Traduzione di Gloria Origgi
Corriere 24.1.16
Immigrati e integrazione. La lezione della Germania
di Danilo Taino

Può sembrare marziano il «ce la facciamo» (a dare asilo e a integrare i rifugiati) di Angela Merkel. In realtà, non è un passo nel deserto: la Germania post bellica ha una storia di «integrazione gestita» dell’immigrazione che mette la politica della cancelliera in una linea di continuità con il passato, seppur con un salto non indifferente per quantità e qualità. Uno studio pubblicato tre giorni fa dal Fondo monetario internazionale (autore Robert Beyer dell’Università di Francoforte) nota innanzitutto che più di dieci milioni di persone che vivono in Germania sono nate all’estero (dato al 2013). È circa il 13% della popolazione, più o meno come negli Stati Uniti. Il numero sale però a 15 milioni se si conta anche chi ha almeno un genitore non tedesco. Fino alla metà degli Anni Cinquanta, l’immigrazione netta in Germania Ovest fu vicina allo zero. Da quel momento, grazie al miracolo economico, la penuria di lavoratori iniziò a farsi sentire e il governo di Bonn (allora capitale) stipulò accordi di «reclutamento e collocamento di manodopera» con alcuni Paesi, tra questi l’Italia e la Turchia: negli Anni Sessanta e primi Settanta, entrarono centinaia di migliaia di Gastarbeiter ogni anno, lavoratori ospiti che spesso diventarono poi cittadini tedeschi in via definitiva. La crisi petrolifera spinse il governo a bloccare il reclutamento. La seconda ondata migratoria iniziò con la caduta della Cortina di Ferro. Nei primi Anni Novanta, l’immigrazione netta fu di oltre 750 mila persone l’anno. Tendenza che continuò, anche se con flussi calanti, fino alla crisi del 2008. Da allora, la crescita è tornata possente: 550 mila nel 2014 (lo 0,6% della popolazione) e, quando i conteggi saranno definitivi, forse 1,4 o 1,5 milioni nel 2015 (vicino al 2% della popolazione), 1,1 milioni dei quali rifugiati in cerca di asilo, il resto per lo più immigrati intra-Ue. Nei decenni scorsi, dunque, la Germania non ha solo sotterrato il mito della razza pura. Ha anche imparato a gestire gli immigrati. I rifugiati in arrivo ora si portano nello zaino differenze rispetto al passato: la religione islamica, carenze culturali, mentalità diverse da quella europea. È una sfida più difficile che in passato. Ma nemmeno l’integrazione di italiani, spagnoli, greci, turchi fu una passeggiata, per chi arrivava e per chi riceveva. Pur con molte contraddizioni, la Germania fu però in grado di gestirla.
Repubblica 24.1.16
Scontro sui controlli “Grecia fuori da Schengen” Fmi: “Ue in bilico”
Renzi: bloccati i fondi alla Turchia Padoan: “Così rischia anche l’euro”
di Alberto D’argenio

ROMA. Espulsione della Grecia da Schengen. Chiusura delle frontiere all’interno di tutto il continente per due anni. È il momento della pressione, delle sparate mediatiche e negoziali in un apparente tutti contro tutti in vista degli appuntamenti cruciali per la definizione di della nuova politica continentale sui migranti. In gioco c’è la tenuta della Ue.
Per Renzi chi chiude le frontiere «tradisce l’identità dell’Europa», mentre Christine Lagarde, numero uno dell’Fmi, si è detta «preoccupata dal fatto che la Ue si stia giocando Schengen». Il ministro Padoan chiarisce la posta in gioco: con la caduta della libera circolazione rischierebbe anche l’euro. E con esso l’intera costruzione europea.
Mentre la tensione monta - paesi come Austria, Germania o Svezia hanno ripristinato i controlli alle frontiere sotto la pressione migratoria - l’agenda europea è ineludibile. Domani ad Amsterdam il summit informale dei ministri degli Interni. Il 18 e 19 febbraio il vertice dei leader a Bruxelles, secondo molti, con una certa drammatizzazione, l’ultima fermata prima dell’implosione di Schengen.
Ieri un’anticipazione della Welt Am Sonntag ha rilanciato l’ipotesi che Germania, Austria, Belgio, Svezia e Danimarca vogliano chiedere la sospensione di Schengen per due anni. A maggio scadrà il periodo entro il quale potranno chiudere provvisoriamente le frontiere e ottenere il congelamento della libera circolazione sarebbe il primo passo di quella mini-Schengen, limitata ai paesi dell’Europa centrale in grado di controllare i confini esterni, ipotizzata in questi giorni. Diverse fonti diplomatiche giudicano poco verosimile che il progetto vada in porto. Viene semmai letto come arma tattica per premere sui paesi riluttanti alla ridistribuzione dei migranti e sopratutto sulla Grecia, il grande accusato che non controlla le frontiere lasciando filtrare i migranti verso il nord Europa tramite la rotta balcanica (quasi 900mila nel 2015). Anzi, diverse Cancellerie pensano che l’idea non sia condivisa da Angela Merkel ma piuttosto sia spinta dall’ala conservatrice della Cdu (semplificando, Schaeuble).
Secondo tema alla ribalta: l’espulsione della Grecia da Schengen. Sigillare i suoi confini dall’esterno costringendola a gestire centinaia di migliaia di profughi fino a quando non organizzerà gli hotspot dove registrarli e poi smistare negli altri paesi chi ha diritto all’asilo e rimpatriare gli altri, come prevedono le regole Ue. L’idea non è mai stata dibattuta formalmente, ma ormai da qualche settimana circola con insistenza a margine di diversi incontri Ue ed è stata pubblicamente sostenuta dal ministro degli Interni austriaco, Johanna Mikl-Leitner. Appare però difficile che diventi realtà, significherebbe spaccare l’Europa e Berlino, come Roma, è contraria.
Domani ad Amsterdam i ministri cercheranno di mettere ordine a questo caos. Al momento l’unica ipotesi davvero discussa dagli ambasciatori a Bruxelles, coloro che preparano i vertici, è quella di frenare le azioni unilaterali dei governi che chiudono le frontiere: si tratterebbe di creare un tavolo che decide, tutti insieme, governi e Commissione, quali valichi chiudere e per quanto tempo di fronte a situazioni di reale emergenza. Un coordinamento per dare ordine ai flussi e alla confusione politica, abbassando la tensione.
Certo appare che i governi chiederanno alla Commissione di anticipare da marzo a febbraio la proposta per modificare Dublino. Si tratta di rendere permanente (ed efficace) il sistema di emergenza che prevede controllo delle frontiere esterne, registrazione dei migranti ( hotspot), ricollocazione tra i 28 dei rifugiati e rimpatri per chi non ha diritto all’asilo. Si lavora anche per far decollare la guardia di confine Ue proposta da Bruxelles. C’è invece tensione verso l’Italia: Renzi bloccherà i 3 miliardi alla Turchia fino alla bilaterale con la Merkel — che sui migranti rischia il tracollo politico — di venerdì prossimo per ottenere rassicurazione sul cambiamento delle politiche europee, a partire dall’austerità. In molti si aspettano che dopo l’incontro l’Italia sblocchi l’assegno Ue. La speranza è che Erdogan a quel punto stoppi i barconi verso la Grecia. Intanto tra governo e Bruxelles c’è nuova tensione per la scelta del rappresentante della Commissione a Roma, caso che potrebbe rinnovare le polemiche con Martin Selmayr, capo di gabinetto di Juncker.