lunedì 4 gennaio 2016

Corriere 4.1.16
Vi racconto Renoir , mio padre
di Pietro Citati


Il libro che Jean Renoir, il famoso regista della Grande illusione, ha dedicato al padre, Pierre-Auguste Renoir, che dipinse migliaia di fiori, di bambini e di donne, è un capolavoro di affetto, di delicatezza e di intelligenza (Renoir, mio padre, traduzione di Roberto Ortolani, Adelphi). Di rado abbiamo visto una persona con tanta intensità e immediatezza.
Eccolo lì, Pierre-Auguste Renoir, seduto sulla sua poltrona a rotelle: o mentre cammina per le strade di Parigi e del Midi. Sorride con un meraviglioso sorriso, che illumina le cose, le persone e noi che leggiamo. Guarda il mondo con ironia e tenerezza. Canticchia. Si arriccia con un gesto nervoso la barbetta castano chiaro. Respira a pieni polmoni. Indossa una blusa bianca da operaio-pittore. Porta con sé la scatola dei colori, i pennelli, il cavalletto e la tela: ha sempre fretta; ma a un tratto si ferma di colpo, perduto nella contemplazione di una vite vergine o di una ragazza, che vorrebbe far rinascere sulla tela. Si chiude in casa, dipingendo per tutto il giorno e saltando i pasti: smette la sera, perché non si fida della luce artificiale.
Quando incontra qualcuno, Renoir gli guarda in primo luogo le mani, che sono, per lui, l’arto fondamentale, senza il quale l’uomo non può vivere. Se non esistesse la pittura, a che pro abitare la terra? «Quel che accade nel mio cranio — dice — non mi interessa. Io voglio fare due cose: vedere; e toccare con le mani tutti gli oggetti del mondo creato e prendere il pennello». Non gli interessa udire: il cielo gli ha dato il dono di una sordità provvidenziale: molti la prendono per distrazione; mentre è, invece, una scelta involontaria, che egli ha operato in sé stesso.
Jean Renoir, il figlio, risale indietro nel tempo, quando il padre era un ragazzo. Allora, la carta era rara. Il padre disegnava sul pavimento con i gessetti. Amava ritrarre la gente: prendeva a modello i genitori, i fratelli e la sorella, i vicini, i cani e i gatti, come avrebbe fatto per tutta la vita. Dipingeva solo ciò che gli piaceva: era una macchina straordinaria per assorbire il mondo. Cominciò a decorare porcellane con quell’entusiasmo raggiante che metteva in tutte le cose. Imparò a modellare e a tornire i vasi. Dipinse centinaia di volte Maria Antonietta, tanto che avrebbe potuto farne il ritratto a memoria.
In seguito Renoir passò alle grandi dimensioni. Ridipinse un intero caffè ai Mercati Generali, dove costruì un’impalcatura, e rappresentò Venere che sorge dalle acque, senza risparmiare il verde Veronese né il blu cobalto. Creava il mondo: ma era persuaso che fosse il mondo a creare lui; e pensava che, nell’universo, c’è più unità che all’interno di un uovo. Consigliava agli amici di non esporsi mai al sole senza cappello: temeva la potente azione della luce sul cervelletto. Se esponeva quella zona delicatissima ai raggi ultravioletti, rischiava di perdere la facoltà di distinguere un grigio da un altro grigio, un suono da un altro suono. «Se voglio diventare Rubens, diceva, è meglio che mi metta il cappello».
Non visse mai di ricordi. Era sempre occupato ad afferrare il presente, a guardarlo con occhi avidissimi, e a dargli un valore immortale. Amava il destino: il destino, quale fosse, che Dio gli aveva regalato; e lo scrutava con uno stupore sincero, una sorpresa che non cercava di nascondere mai. Per lui, questo destino era rappresentato soprattutto dalle donne: soltanto le voci femminili lo riposavano e gli davano una completa soddisfazione; nulla gli piaceva come la pelle rosata di una ragazza, o una pelle di latte cosparsa di lentiggini. Un’amica disse: «Renoir non è fatto per il matrimonio. Lui sposa tutte le donne che dipinge: le sposa con il suo pennello». L’aldilà non lo interessava. «Dopo, vedremo», diceva. «Quando sarò morto, forse avrò la possibilità di godermi la morte. Intanto, in qualità di vivo, mi accontento di godermi la vita».
Quando dipingeva, detestava cambiare soggetto. Diceva: «I pittori medioevali erano fortunati. Sapere che per tutta la vita si rappresentano gli stessi soggetti: la Vergine col bambino, gli Apostoli, i quattro evangelisti... E non mi stupirei se qualcuno di loro si fosse limitato a un solo motivo, sempre lo stesso. Quale libertà! Non doversi più preoccupare di una storia, visto che la si è raccontata centinaia di volte». Così, lui dipingeva fiori, chiamandoli semplicemente «fiori», senza raccontare le vicende di ognuno di loro. Gli piaceva Bach perché componeva della musica pura, come i suoi quadri. Poteva dipingere centinaia di volte la stessa ragazza, lo stesso grappolo d’uva: ma ogni nuovo tentativo era una rivelazione, che in primo luogo stupiva lui stesso.
Il segno del suo pennello era tondo, come se seguisse il contorno di un giovane seno. «In natura, diceva, la linea retta non esiste». L’arte si riassume in una sola parola: irregolarità. La terra non è rotonda. L’arancia non è rotonda. Nessuno dei suoi spicchi ha la stessa forma e lo stesso peso. Aprite quegli spicchi, e vedrete che non hanno la stessa quantità di semi, e quei semi non si assomigliano. Prendete centinaia di foglie da un albero: sono tutte diverse. Per questo andava così volentieri nella foresta di Fontainebleau: ammirava i tronchi diritti delle grandi querce e la luce azzurra che filtrava attraverso il fogliame che le ricopriva come una volta. Sembrava di stare sul fondo del mare, in mezzo ad alberi di navi naufragate. Scopriva il movimento di un remo, il colore di una foglia: dipingeva con una passione unica, così preso dal suo soggetto che non vedeva né sentiva quel che gli accadeva intorno.
Diceva di Maupassant: «Vede tutto nero!», mentre Maupassant diceva di lui: «Renoir vede tutto rosa!». Andavano d’accordo solo su un punto: «Renoir è pazzo», diceva Maupassant. «Maupassant è pazzo!», diceva Renoir. Ma Renoir pensava di rado ai libri e agli scrittori. Tornava a dipingere, al massimo con una decina di colori, disposti in mucchietti regolari su una tavolozza ben tenuta: da quei poveri mezzi uscivano sete cangianti e carni luminose. Talvolta la lentezza della sua percezione lo irritava. All’inizio vedeva il soggetto come una nebbia. Sapeva che conteneva quello che si sarebbe rivelato solo col tempo. Spesso, i motivi più importanti si rivelavano per ultimi: in quel punto dove aveva lasciato cadere, all’inizio, un tocco incomprensibile. «Non è mai passato un giorno, diceva, senza che dipingessi, o almeno disegnassi. Bisogna tenere la mano sempre in esercizio».
La parte più bella del bellissimo libro di Jean Renoir è dedicata agli ultimi anni di vita del padre: quelli che egli conobbe meglio e seguì da vicino. Ormai il padre aveva trovato a casa la piena tranquillità d’animo e il proprio luogo. Senza averne l’aria, ascoltava le conversazioni che si svolgevano in cucina. Dipingeva soprattutto ritratti di famiglia: la moglie, i figli, i parenti; Jean trovò i propri rossi capelli infantili rappresentati centinaia di volte.
Un giorno, mentre andava in bicicletta, Pierre-Auguste Renoir scivolò in una pozzanghera, cadde su un mucchio di sassi, e si spezzò il braccio destro. Qualche mese più tardi, ebbe un terribile attacco reumatico: non poteva più muovere il braccio destro; il dolore era tale che dovette rimanere diversi giorni senza toccare i pennelli. La sua vita diventò una lotta incessante contro la malattia. Non voleva guarire: gli era indifferente. Voleva continuare a dipingere.
Verso il 1902, l’atrofia parziale di un nervo dell’occhio sinistro si accentuò. Il reumatismo aumentò questa paralisi: in poco tempo, Renoir assunse quell’espressione di fissità, che impressionava coloro che lo avvicinavano per la prima volta. Di mese in mese, il viso diventò più emaciato: le mani si rattrappivano e si deformavano: le dita abbrancavano il pennello più che tenerlo: il passo si faceva via via più pesante; doveva aiutarsi con due bastoni per percorrere le poche centinaia di metri tra la casa e lo studio. Infine rinunciò a camminare. Le notti erano atroci. Era così magro che il minimo sfregamento delle lenzuola sulla pelle gli procurava piaghe. Ma la minaccia del corpo andava di pari passo con il furore quasi incredibile della sua arte. Dalla tavolozza austera uscivano i colori più straordinari, i contrasti più audaci. Quando la carezza del suo pennello scivolava sulla tela, generava raggi. Dipinse il grande quadro delle Bagnanti .
L’ultimo giorno della sua vita, Renoir chiese il pennello e i colori, e dipinse alcuni anemoni, che la domestica aveva raccolto per lui nel giardino. Per alcune ore, dimenticò il male. Poi fece segno di riprendere il pennello e disse: «Credo di cominciare a capirci qualcosa». Quando il figlio tornò a casa, lo trovò disteso sul letto. Respirava a fatica. Il dottore disse che era giunta la fine. La rottura di un vaso sanguigno trasformò il suo rantolo in una specie di delirio. Morì nella notte.
Repubblica 4.1.16
Veto ad Artur Mas della sinistra radicale La Catalogna torna alle urne
“No” della piattaforma anti-sistema Cup A rischio il processo indipendentista
di Alessandro Oppes


MADRID Si torna alla casella di partenza, come nel gioco dell’oca. Il processo secessionista catalano riparte da zero. Tre mesi dopo le elezioni vinte dalle forze indipendentiste e seguite dalla solenne dichiarazione d’avvio della “road map” separatista, la regione ribelle si ritrova senza governo e sarà costretta a tornare alle urne per un nuovo voto anticipato entro marzo, salvo imprevedibili giravolte delle prossime ore. A decretare la fine- lampo di una legislatura mai decollata sono gli antisistema della Cup (Candidatura d’Unitat Popular), una variegata piattaforma di movimenti di estrema sinistra che, con i loro 10 deputati regionali eletti, avevano le chiavi della governabilità. In un’interminabile parodia della democrazia assembleare, culminata con l’assurdo stallo di una settimana fa (1515 sì e 1515 no nell’assemblea generale di iscritti e simpatizzanti) ieri è stata una nuova riunione fiume del movimento a decretare il veto definitivo all’investitura di Artur Mas come presidente regionale.
Mas aveva trasformato le elezioni del 27 settembre scorso in una sorta di plebiscito “pro” o “contro” l’indipendenza. La sua coalizione Junts pel Sí (insieme per il sì), formata dal nazionalismo classico di centro-destra e dai repubblicani di Esquerra, aveva ottenuto 62 seggi, due in meno di quelli necessari per superare il veto dei partiti unionisti (Ciudadanos, Psoe e Pp). Per sbloccare la situazione occorreva il via libera della Cup, che però sin dal primo momento ha cominciato a fare resistenza sul nome di Mas, accusato di essere il responsabile dei pesanti tagli allo stato sociale degli ultimi anni, oltre ad avere l’handicap di guidare un partito sotto inchiesta della magistratura per diversi casi di corruzione. Mas non ha accettato di farsi da parte per favorire l’elezione di un politico meno discusso e, se non lo farà nelle prossime ore (in quel caso la Cup ha fatto sapere che potrebbe rivedere la propria posizione), il Parlamento regionale sarà automaticamente sciolto domenica prossima.
A questo punto, la situazione è confusa come non mai. E qualunque movimento sullo scacchiere politico di Barcellona, è destinato ad avere conseguenze anche sull’incerta prospettiva della formazione di un governo nazionale a Madrid. Nessuno più crede alla possibilità di realizzare quel minacciato processo di desconnexió, lo scollegamento della Catalogna dallo Stato centrale, con la proclamazione dell’indipendenza entro diciotto mesi. Le forze secessioniste dovranno rimettere insieme i loro cocci. Dalle urne (forse si voterà il 6 marzo) potrebbero uscire rafforzati gli indipendentisti storici di Esquerra Republicana guidati da Oriol Junqueras, destinati a sottrarre consensi al partito di Mas. Ma la vera sorpresa potrebbe venire dalla lista affine a Podemos, soprattutto se la leader carismatica Ada Colau deciderà di lasciare il Comune di Barcellona per candidarsi alla presidenza regionale. Crescerebbe così il peso di Colau nel partito rispetto a Pablo Iglesias, già costretto in questi giorni dai suoi alleati catalani a condizionare quasi trattativa di governo con il Psoe all’accettazione di un referendum per l’autodeterminazione della regione.
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A tre mesi dalle elezioni, la regione ribelle si trova senza governo e sarà costretta a indire un nuovo voto entro marzo
Il presidente regionale della Catalogna ad interim Artur Mas
Repubblica 4.1.16
Mistero a Hong Kong scomparsi cinque librai vendevano testi anti-cinesi
Lavoravano anche a una pubblicazione sull’ex amante del presidente Xi L’opposizione protesta: “Rapiti per farli tacere”
di Renata Pisu


L’ultimo stadio della censura del regime comunista: intervenire prima che il libro sia scritto oppure venduto al pubblico
La protesta a Hong Kong per la scomparsa di cinque persone legate alla libreria anti-Pechino

È L’ULTIMO stadio della censura, sembra che lo abbia praticato Pechino contro una libreria di Hong Kong: rapire i librai, farli scomparire. Una volta si ricorreva al rogo dei libri sgraditi, ai falò di Farenheit, oggi si interviene prima che il libro ci sia, sia scritto e venduto. A Hong Kong negli ultimi giorni sono spariti misteriosamente senza lasciare traccia cinque persone legate alla libreria Causeway Bay, specializzata nel commercio e anche, talvolta, nella edizione di libri critici nei confronti del Partito comunista cinese. L’ultimo a sparire nel nulla, a mezzanotte, è stato Lee Bo, sessantacinque anni, titolare della libreria: da mercoledì non si hanno più sue notizie, salvo una telefonata che l’uomo ha fatto alla moglie da Shenzhen, città vicina a Hong Kong ma che fa parte della Repubblica Popolare, non del territorio di Hong Kong che gode di uno statuto speciale dal 1997, quando la Gran Bretagna restituì la “perla della sua corona” a Deng Xiaoping. E a Hong Kong, stando agli accordi, certe cose non dovrebbero proprio succedere. Secondo la donna è molto probabile che la polizia comunista abbia prelevato il marito con la forza sotto casa e l’abbia portato in Cina, cioè a Shenzhen: avrebbe infatti ricevuto una seconda telefonata dove il marito con voce concitata tentava di dirle qualcosa ma la comunicazione è stata bruscamente interrotta.
Nei mesi scorsi erano già spariti nel nulla, come riferisce l’Ansa, il direttore della stessa libreria, il proprietario e il direttore delle edizioni che alla Libreria Causeway Bay fanno riferimento, nel senso che distribuiscono le sue pubblicazioni, tutte sgraditissime a Pechino ma tutte al top della lista degli acquisti “proibiti” dei cinesi che fanno turismo a Hong Kong. La polizia della ex colonia britannica pare che si stia occupando dello strano caso e ieri un centinaio di persone hanno manifestato davanti alla sede della rappresentanza ufficiale della Cina Popolare. Il deputato Albert Ho,indipendente, ha sostenuto che «i cinque sono stati rapiti perché avrebbero avuto in programma di pubblicare un libro di rivelazioni sugli amori- una ex fidanzata o amante- del Presidente Xi Jinping. Motivi politici, quindi? Sì, se in Cina ancora si fa tutt’uno di politica e gossip. Ma motivi indecenti, per i manifestanti di Hong Kong che non hanno ancora dimenticato l’euforia della loro protesta pacifica, la “rivoluzione degli ombrelli”, con la quale chiedevano più democrazia e meno autoritarismo alla pechinese.
Sono ormai mesi che il controllo sui media da parte cinese si è fatto sempre più pesante, Google e Instagram sono stati bloccati, Gmail non è più usufruibile, ma la censura per tutto quanto riguarda il Web è ormai nota, data più o meno per scontata dagli internauti cinesi che escogitano ogni giorno nuovi mezzi per aggirare gli ostacoli. «Quello che non si era mai verificato prima di oggi era il rapimento dei librai e degli editori» ha detto ieri uno studente intervistato dalla Tv di Hong Kong e ha aggiunto «passi ancora per gli autori…», intendendo forse fare una concessione al Grande Fratello che sta a Pechino.
Certo è che a Hong Kong la gente sperava di avere ancora qualche anno di respiro, ma defunti la signora Thatcher e il vecchio Deng che firmarono l’accordo per garantire a Hong Kong, per cinquant’anni, le sue libertà, ora si dubita del futuro. Se davvero bastano amorazzi extra-coniugali a rendere carta straccia lo statuto speciale che non prevede, tra l’altro, azioni della polizia continentale nell’isola, dove andremo a finire?
La Stampa 4.1.16
«Aiuti umanitari e soldati per contare nel mondo»
di L. Sim.


«L’inarrestabile crescita economica cinese in Africa ha spinto Pechino a cambiare la sua strategia di politica estera allineandola a quella occidentale - afferma Christopher Alden, capo dell’Africa International Affairs Programme alla London School of Economics –: agirà sempre di più a fianco delle Nazioni Unite e in cooperazione con l’Unione Africana».
Possiamo quindi considerare chiusa la fase della non-interferenza che ha caratterizzato per anni la politica estera cinese in Africa?
«La decisione di mettere in piedi un avamposto militare è strategica per tutelare i propri interessi nel Golfo di Aden e in Africa Centrale, un’area ancora altamente instabile. Sulla carta Pechino continuerà a osservare una politica di non interferenza, ma in concreto non è più così da tempo».
Al contrario dell’Occidente che taglia sugli aiuti umanitari, la Cina sembra incrementare anche questo capitolo di spesa. Può essere la chiave di svolta per l’affermazione definitiva in Africa?
«Quando si parla di aiuti umanitari bisogna analizzare attentamente che cosa si nasconde dietro questo termine. L’apporto cinese, almeno per il momento, è soprattutto finalizzato a interessi economici personali e non rientra nella categoria vera e propria degli aiuti umanitari».
L’aumento della presenza di lavoratori cinesi può essere una bomba a orologeria nelle relazioni con la popolazione africana?
«È un problema sempre più incalzante sia per gli Stati africani che per Pechino, che sta provando a risolvere la situazione attraverso iniziative di soft power, come la creazione di corsi di lingua e cultura, ma fino adesso i risultati sono stati scarsi. Una mancata integrazione si potrebbe trasformare in un grosso ostacolo per l’espansione della Cina in Africa».
La Stampa 4.1.16
In Africa porti e ferrovie ormai parlano cinese
Dai metalli alle infrastrutture, Pechino continua a investire Boom di lavoratori dall’Oriente. E scatta l’intolleranza
di Lorenzo Simoncelli


Per le strade di Harare, capitale dello Zimbabwe, i commercianti vendono e comprano in yuan, la divisa di Pechino. I vagoni della nuova metropolitana che collega Addis Abeba sono addobbati con bandiere etiopi e cinesi. Persino tra i paradisiaci altopiani del Lesotho si scovano operai con gli occhi a mandorla intenti a costruire l’ennesima diga. La penetrazione della Cina in Africa è ormai totale.
Agricoltura e energie verdi
Secondo l’agenzia di stampa Xinhua, negli ultimi 10 anni il Celeste Impero ha portato a termine 1046 progetti, 2233 chilometri di ferrovie e 3350 di strade. E i cantieri non sono finiti, in corso d’opera ce ne sono altri 3030. Dal gigantesco progetto di rinascita del porto di Bagamoyo, in Tanzania, che una volta completato si trasformerà nel più grande scalo marittimo dell’Africa orientale, alla ferrovia di Tazara che collegherà Zambia e Tanzania. E pensare che l’anno appena trascorso sembrava quello della grande retromarcia. «Nella prima metà del 2015 gli investimenti cinesi in Africa sono caduti del 40% - conferma Elizabeth Sidiropoulos, a capo del South African Institute of International Affairs - ma il Presidente Xi Jinping, all’ultimo China-Africa Cooperation Forum, ha varato un nuovo piano industriale per agricoltura ed energie pulite e staccato un assegno da 60 miliardi di dollari in aiuti umanitari. Segnali che dimostrano la volontà cinese di continuare a investire in Africa».
Da sette anni Pechino è il primo partner commerciale del Continente Nero con 220 miliardi di dollari di merci scambiate (dati Fmi). Cifre raggiunte da Europa e Stati Uniti solo se sommate (137 miliardi per Bruxelles, 85 per Washington). Il modello comunista-capitalista cinese ha attratto estimatori fin dai suoi albori, nel 2004, quando si realizzarono i primi scambi con l’Angola. Petrolio in cambio di strade e ferrovie per ricostruire un Paese distrutto da una lunga guerra civile. Tutto finanziato da Exim Bank, la ricchissima banca statale cinese, e dal China-Africa Development Fund, un fondo specifico all’interno della China Development Bank. Soldi facili, immediati, prestiti a tasso zero (anche se in riduzione) e soprattutto non vincolati a riforme democratiche da attuare nel Paese ricevente, come prevedono invece gli assegni di Banca Mondiale e Fmi. «È importante, però, far notare che l’ammontare degli investimenti cinesi diretti in Cina non è così massiccio come viene descritto - afferma in controtendenza il capo del South African Institute of International Affairs. È sì cresciuto da 500 milioni di dollari a 30 miliardi di dollari in 15 anni, ma spesso si fanno passare prestiti bilaterali per investimenti diretti».
Gli aiuti umanitari
Per conquistare davvero l’Africa, il Celeste Impero ha capito di dover far leva sugli aiuti umanitari, dove gli Stati Uniti tra il 2000 e il 2013 hanno investito 6,6 miliardi di dollari, il triplo di Pechino. Così, nell’ultimo anno, Xi Jinping ha deciso di portare a 94 miliardi di dollari la quota destinata a progetti di cooperazione, il 52% di quanto la Cina investe in queste tipologie di finanziamenti. Denaro che aumenta in concomitanza di alcune mozioni strategiche proposte dal Dragone alle Nazioni Unite e su cui molti Stati africani si allineano. Una sorta di voto di scambio, secondo AidData, un think-thank americano di analisi e ricerca di BigData sui flussi di aiuti cinesi in Africa. Finanziamenti ancora oscuri e che uno studio realizzato dall’Alfred Weber Institute for Economics dell’Università di Heidelberg in Germania ha dimostrato come arrivino prima nelle regioni di provenienza dei leader africani e poi nel resto del Paese.
Nel duello per accaparrarsi l’Africa ai danni degli Stati Uniti Xi Jinping ha anche capito che la politica di non interferenza adottata fin qui non è più premiante. Inoltre gli sforzi diplomatici, soprattutto in Sud Sudan, non hanno dato i frutti desiderati. Così, oltre a un contribuito di 100 milioni di dollari per l’African Stanby Force, i caschi blu africani operativi da fine gennaio, e la promessa di più truppe cinesi per le operazioni di peace-keeping, dove gli Stati Uniti continuano a primeggiare, Pechino ha deciso di aprire la prima base logistica-militare in Africa, a Djibouti, guarda caso non lontano da Camp Lemonnier, insediamento a stelle e strisce con 4 mila uomini stanziati per le operazioni di intelligence nel Corno d’Africa.
Rimane, infine, il grande dilemma dell’integrazione tra popolazione locale e l’oltre milione di lavoratori cinesi sbarcati nel Continente Nero. Se i leader africani sembrano aver ormai sposato una «look east» policy, al contrario i cittadini non sembrano così inclini ad accettare quella che molti analisti hanno definito la seconda colonizzazione dell’Africa. Dalle miniere d’oro del Ghana, al Senegal, dal Kenya al Sudafrica sono già molteplici i casi di intolleranza nei confronti della comunità cinese accusata di usurpare ancora una volta beni e risorse del Continente più ricco del Pianeta.
Repubblica 4.1.16
Etgar Keret.
Lo scrittore e Lev, 10 anni: “In questi giorni la città è blindata ma abbiamo voluto che andasse a scuola perché solo con la vita si può rispondere all’odio e alla paura che stanno avvelenando la nostra società”
“Così spiego a mio figlio come la guerra è arrivata anche qui a Tel Aviv”
intervista di Marco Mathieu


Guardie armate agli ingressi, polizia ovunque. Lui chiede perché la violenza debba arrivare nella nostra città
Per non spaventarlo gli abbiamo detto che eravamo chiusi in casa per il maltempo ma poi ha voluto sapere

Etgar Keret, 49 anni. Nel suo ultimo libro “Sette anni di felicità” (Feltrinelli, 2015) racconta gli anni tra la nascita di suo figlio e la morte di suo padre
IL Comune ha autorizzato i genitori a tenere a casa i bambini da scuola e otto su dieci lo hanno fatto. Noi invece Lev lo abbiamo mandato, è importante che impari a reagire con la vita a queste situazioni». Etgar Keret, 49 anni, scrittore e terzo figlio di genitori sopravvissuti all’Olocausto, sposato con la regista Shira Geffen, è il padre di Lev, 10 anni. «Ha già state un paio di guerre e un’infinità di attacchi suicidi, ma ora vive un’esperienza diversa».
Cosa è cambiato a Tel Aviv dopo l’attacco al pub?
«È stata la prima volta in cui abbiamo pensato a un attentato dell’Is. Il pub è a poche centinaia di metri da casa nostra. Abbiamo sentito gli spari, poi l’intero quartiere è stato chiuso dalla polizia. A Lev, per non spaventarlo, abbiamo detto che dovevamo stare in casa per il brutto tempo. Ma poi ci ha chiesto...».
E voi?
«Finora capiva che c’erano scontri e uccisioni nei luoghi contesi, da Gerusalemme ai Territori, adesso si chiede perché qualcosa del genere avvenga a Tel Aviv. Indicando le guardie armate che sorvegliano la sua scuola, oggi gli ho spiegato che la guerra può essere ovunque ma non dobbiamo farci dominare da odio e paura».
A scuola cosa dicono?
«I bambini parlano tra loro. Molti tra i compagni di Lev hanno uno smartphone e le informazioni sono ormai ovunque. Diventa più difficile proporre una narrazione alternativa».
Che differenza c’è rispetto a
quando Lei aveva l’età di Lev?
«Sono cresciuto in una società più solidale di quella in cui sta crescendo mio figlio. C’era già l’ombra del terrorismo, ma anche un desiderio condiviso di democrazia e diritti. Oggi manca quel senso di fratellanza».
In che senso?
«Dopo l’attacco non c’ è stata solidarietà né compassione, ma polemiche. C’è chi, in uno dei talk show più seguiti, ha detto che se l’attacco si fosse svolto a Gerusalemme i cittadini avrebbero fermato il killer: noi qui a Tel Aviv saremmo molli, perché di sinistra e pacifisti».
E Netanyahu?
«Mi hanno colpito le sue parole nei confronti degli arabi-israeliani. Non ricordo simile durezza sugli ebrei ultra-ortodossi dopo il rogo della casa dei palestinesi. Addirittura c’è chi è arrivato a sostenere che un ebreo non può mai essere definito terrorista, a differenza degli arabi. Qui ormai c’è una spaccatura profonda tra chi sostiene che la pace possa arrivare dalla soluzione dei due Stati e chi si oppone esasperando il fondamentalismo religioso anche a dispetto della democrazia».
Tornando a Lev...
«Per parlargli di ibertà, pace e democrazia gli spieghiamo che tutto parte dal rispetto dell’altro, dalla fiducia, senza le quali non c’è futuro per questo Paese».
E lui?
«Oggi mentre camminavamo insieme mi ha fatto notare che gli sguardi delle persone erano più duri del solito e che tutti erano vestiti in modo pesante, come se ci fosse un nesso. E in effetti, a causa del freddo e della pioggia molti avevano i cappucci tirati su e giacconi. E questo aumentava l’apprensione con cui ci si guardava perché non siamo abituati al freddo e sotto i giacconi si possono nascondere armi. Poi la polizia ci ha fermato e chiesto di tirare giù il cappuccio e gli ho detto che era per la nostra sicurezza e lui mi ha detto “Vedi che avevo ragione, il freddo ci ha fatto stare chiusi in casa e adesso somigliamo ai terroristi”».
Nel 2015 il suo ultimo libro (“Sette anni di felicità”, edito in Italia da Feltrinelli) ha ottenuto premi e riconoscimenti… «Sì e ne sono molto felice, ma la soddisfazione più grande è stata la traduzione del mio libro in
farsi: è stato pubblicato in Afghanistan, ma circa metà delle copie sono riuscite ad arrivare in Iran e spero siano diventate l’occasione per mostrare agli iraniani un altro volto, più “umano” degli israeliani, ritenuti dal loro regime nemici mortali».
A proposito, Lev la legge?
«Ha letto mio libro per bambini e qualche racconto».
E cosa pensa di lei come scrittore?
«Gli ho spiegato che se fai il medico potrai salvare molte persone, se sei un giudice otterrai il rispetto delle persone e altri esempi simili. “E lo scrittore?”, mi ha chiesto lui. Lo scrittore riceverà molto amore dai suoi lettori, gli ho risposto».
E Lev?
«Mi ha detto che se fosse vero sarebbe una grande cosa, ma vuole verificare di persona».
Corriere 4.1.16
I cecchini di Hebron che mirano ai soldati
Doppio attacco nei Territori palestinesi: due reclute israeliane in ospedale, tra loro una soldatessa 19enne «Modalità diverse dal passato»
Dopo coltelli e sparatorie, un salto di qualità dell’«intifada fai da te»?
di F. Bat.


GERUSALEMME Che sparino, ci sta. Che sparino così distante, può succedere. Che sparino così bene, è molto più raro. Che sparino solo alle gambe, e facciano pure centro, è tutta un’altra faccenda. A Hebron, ieri, è successo due volte in poche ore. Due colpi secchi, con armi di precisione. In due luoghi diversi. Due colpi, due centri. Al mattino s’è cimentato nel tiro al bersaglio un cecchino nascosto sul tetto d’una casa che vede appena la Tomba dei Patriarchi: nel mirino ha messo una soldatessa israeliana di 19 anni e l’ha presa alla coscia, per poi sparire fra le terrazze che coprono bene le fughe nella città vecchia. Di pomeriggio c’è riuscito un altro (o lo stesso?) tiratore scelto, sdraiato su un fabbricato all’altezza della Hakvasim Junction, un incrocio appena fuori Hebron che conduce alle colonie: c’era un soldato che controllava i documenti degli automobilisti, lo sparo s’è sentito da lontano. Obbiettivo centrato a una gamba. Le due reclute sono state portate in ospedale a Gerusalemme. Le loro condizioni non sono complicate: lo è molto di più lo scenario che si presenta. «Non possiamo confermare che si registri un salto di qualità negli attacchi ai militari — dice un portavoce dell’Israel Defence Force —, ma il modo d’agire è decisamente diverso».
Palestinian Sniper. C’è un’intifada fai da te, coltellate alla disperata, che da più di tre mesi fa paura e morti, 154. E c’è qualcuno che alza il tiro: simulando attacchi in stile Stato islamico contro pulmini di turisti, com’è accaduto a novembre; ripetendo a Tel Aviv gli attacchi modello Parigi, com’è accaduto venerdì scorso con lo psicopatico arabo israeliano Nashad Melhel, ancora incredibilmente latitante; imparando la lezione di Al Baghdadi, che qualche mese fa aveva postato un video inneggiante a un’armata di cecchini pronta a colpire ovunque in Medio Oriente.
Il cecchino palestinese s’era fatto vivo la prima volta il 13 novembre, sempre a Hebron: un padre e un figlio in auto ammazzati con due proiettili sparati da un’altura, lungo la strada della colonia di Othmel. È presto per sostenere che ci sia nei Territori palestinesi qualche eroe del mirino, un Chris Kyle al contrario. E soprattutto che risponda alle sirene dell’Isis. «È evidente però che c’è qualche buon tiratore», dice un ricercatore d’intelligence dell’Hezilyia Institute, Alon Berger: «Certo, in molti casi si tratta di gente disturbata. Il killer della Dizengoff lo è di sicuro. Ma in fondo, non lo erano anche gli assassini di Tunisi e i due californiani di San Bernardino?».
La Stampa 4.1.16
Israele, questo matrimonio (non) s’ha da leggere
Sgradito al governo, vola in classifica il romanzo sull’amore tra un’ebrea e un palestinese
di Lea Luzzati


Dorit Ranbinyan è una scrittrice israeliana quarantenne. Più di dieci anni fa si conquistò la ribalta letteraria con un romanzo intitolato Spose persiane: un affresco ricco di folklore e sensualità, di colori e profumi orientali, tutto al femminile. Il suo ultimo libro, uscito ormai da più di un anno in Israele, l’ha riportata in questi giorni in vetta alle classifiche dei bestseller nazionali. Ma se Borderlife (il cui titolo originale suona «Siepe viva») gode oggi di tanta popolarità non è soltanto per la sua qualità letteraria. Lo deve, e in misura non secondaria, a un incidente di percorso che ha scosso l’opinione pubblica - per lo meno una sua consistente parte - e coinvolto i media in ampia misura.
Il comitato del ministero per l’Istruzione preposto alla scelta di letture per gli studenti delle scuole israeliane - e nello specifico quelli degli ultimi anni - ha deciso di escludere il romanzo in questione dall’elenco curriculare dei libri da leggere. La motivazione sta nella trama stessa, che racconta la storia di amore e passione tra una giovane studiosa israeliana e un pittore palestinese. Il tutto ambientato nell’arco di tre stagioni, per lo più in una gelida New York, dove entrambi vivono. Una storia piena ovviamente di difficoltà ma anche di intesa, di struggimento e luoghi comuni. Come si conviene a un buon romanzo, in fondo.
La questione avanzata dalla commissione è che sia diseducativo mettere in buona luce una unione del genere, oltre al fatto di presentare in modo assai critico l’esercito israeliano, i cui soldati paiono tutti indistintamente criminali di guerra o quasi. Ma al di là della decisione del ministero, è assai significativa la reazione di un’opinione pubblica che va dall’uomo della strada ai grandi intellettuali del Paese: tutti si sono mobilitati in difesa del libro. E l’hanno comprato in massa, determinando un successo che nessuno avrebbe mai sperato per questo libro. Autrice compresa, c’è da scommettere.
Il ministero ribadisce che non ha bandito né proibito nessun libro, semplicemente non l’ha inserito nell’elenco di letture obbligatorie. E le cose sono sempre più complesse e ambivalenti di quanto non appaiano. Se anche sui social network, e non soltanto in Israele, si è assistito a una unanime levata di scudi per il romanzo con conseguente immediato lancio di slogan quali «i libri non si bruciano», resta il fatto di un ministero per l’Istruzione che prescrive agli studenti una serie di letture contemporanee, aggiornate ogni anno. Tanto di cappello, tutto sommato. Nonostante lo scivolone di questi giorni, che ha visto per protagonisti - e in fondo anche beneficiari (in termini di vendita) - Dorit Rabinyan e i due giovani protagonisti di Borderlife, innamorati l’uno dell’altra malgrado il freddo di New York e gli ostacoli imposti dalle rispettive comunità.
La Stampa 4.1.16
L’imbarazzo di Washington divisa tra il vecchio e il nuovo alleato
Gli Usa rompono gli indugi e criticano l’Arabia sui diritti umani
di Paolo Mastrolilli


L’imbarazzo, ma potremmo dire il risentimento degli Stati Uniti per le esecuzioni in Arabia Saudita, sono espliciti per due motivi: primo, le decapitazioni di Riad annullano le critiche di inciviltà rivolte all’Isis, e confermano il sospetto che si tratti della stessa cultura in azione; secondo, l’uccisione dell’imam sciita Al Nimr mette a rischio l’intera architettura diplomatica e strategica con cui Washington sta cercando di riportare la stabilità nella regione, a partire dal negoziato sulla Siria gestito dall’inviato dell’Onu Staffan de Mistura, che in teoria dovrebbe ricominciare il 25 gennaio a Ginevra.
La guerra del greggio
Le reazioni ufficiali rappresentano uno scatto in avanti rispetto alla prudenza usata finora dagli Stati Uniti. Gli Usa non avevano criticato pubblicamente l’Arabia per il caso Nimr, proprio per non esacerbare gli animi, nella speranza che le pressioni private bastassero. Ma come è già accaduto per la guerra sul prezzo del petrolio, che Riad lascia scendere con l’obiettivo di mettere in ginocchio lo shale americano, il regno wahabita ha deciso di non ascoltare. Così il portavoce del dipartimento di Stato, John Kirby, ha scelto di rompere gli indugi: «In precedenza avevamo espresso le nostre preoccupazioni riguardo il processo legale in Arabia, sollevando la questione ai più alti livelli del governo. Ora riaffermiamo le nostre sollecitazioni alle autorità saudite, affinché rispettino e proteggano i diritti umani». Un tono simile a quello scelto da Ben Rhodes, vice Consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: «Invitiamo a mostrare moderazione sul fronte del rispetto dei diritti umani». La traduzione dal linguaggio diplomatico è chiara: diventa difficile accusare l’Isis di inciviltà e crudeltà, quando poi il nostro alleato chiave nella regione usa gli stessi metodi. Non a caso, sul sito del leader supremo iraniano Khamenei sono apparse le immagini delle decapitazioni del Califfo e di Riad, con sotto la scritta: «Dov’è la differenza?». Tutto questo per confermare i sospetti che l’Isis in realtà sia stato creato proprio dall’Arabia, come strumento nella resa dei conti epocale in corso fra sunniti e sciiti.
Anche la seconda parte delle dichiarazioni di Kirby e Rhodes è molto significativa. «Siamo particolarmente preoccupati - ha detto il portavoce del dipartimento di Stato - che l’esecuzione di Nimr esacerbi le tensioni settarie, in un momento in cui bisogna urgentemente ridurle. Reiteriamo la necessità che i leader regionali raddoppino gli sforzi finalizzati a calmarle». Ancora più chiaro il collega della Casa Bianca: «Vogliamo vedere che l’Arabia Saudita riduca le tensioni nella regione».
Gli accordi Sykes-Picot
Washington sa bene che l’era degli accordi Sykes-Picot, con cui durante la Prima Guerra Mondiale Gran Bretagna e Francia avevano ridisegnato il Medio Oriente, è finita. Arabia e Iran si stanno sfidando per il dominio regionale, con una guerra tra sunniti e sciiti che si svolge su vari fronti: Siria e Iraq, ma anche Yemen, Libano e altri Paesi. Teheran appoggia Assad anche attraverso Hezbollah, e i sunniti del Golfo hanno risposto anche con l’Isis, su cui la Turchia ha quanto meno chiuso un occhio.
Il caos iracheno che ha permesso al Califfato di espandersi sul suo territorio è dipeso proprio dalla politica miope dell’ex premier sciita Maliki, alleato dell’Iran, che ha emarginato i sunniti nella loro stessa regione di al Anbar. Obama ha sperato che l’accordo nucleare con l’Iran servisse a favorire una ricomposizione, e magari l’avvio di un dialogo con l’Arabia per ridefinire le influenze regionali, a partire dai colloqui sulla Siria in programma il 25 gennaio. Ma chi punta sul caos, come aveva avvertito sul nostro giornale proprio de Mistura, sta tentando l’offensiva per far saltare tutto.
La Stampa 4.1.16
Una scintilla nello scontro fra tribù
di Maurizio Molinari


La decisione dell’Arabia Saudita di rompere le relazioni diplomatiche con l’Iran porta il conflitto fra sunniti e sciiti sull’orlo del precipizio. L’esecuzione dell’imam sciita Nimr al-Nimr da parte di Riad e l’assalto con le molotov all’ambasciata saudita a Teheran avvicinano i due giganti del Golfo a un confronto diretto per l’egemonia su un Medio Oriente segnato dal domino dell’implosione degli Stati arabi. Ayatollah iraniani e sceicchi sauditi già duellano, più o meno direttamente, in Siria, Yemen, Iraq, Libano e Bahrein sullo sfondo di uno scontro nutrito da una rivalità religiosa che risale alla disputa sulla successione a Maometto.
Entrambi i fronti parlano di «Jihad» contro l’avversario perché in gioco c’è la guida dell’Islam. Il linguaggio che adoperano evoca gli scontri tribali. Ali Khamenei, Leader Supremo dell’Iran, promette «vendetta divina» mentre Riad giustifica l’esecuzione di al-Nimr citando il verso del Corano su «crocefissioni e taglio delle gambe» per gli apostati. Con le navi da guerra dei due Paesi schierate a breve distanza nelle acque del Golfo e i rispettivi contingenti in stato d’allerta da molti mesi, il rischio di una scintilla è divenuto reale, trasmettendo nelle capitali del Medio Oriente la percezione che siamo entrati in una nuova fase. E’ l’Arabia Saudita di re Salman a guidare l’escalation in corso perché percepisce che è l’Iran di Hassan Rouhani ad avere il vento a favore grazie all’alleanza militare con la Russia di Vladimir Putin in Siria, all’accordo con la comunità internazionale che legittima il proprio programma nucleare ed alla crescente intesa con l’America di Barack Obama, testimoniata dalla decisione americana di rinviare le sanzioni a Teheran per i recenti test missilistici che hanno violato proprio le intese di Vienna. Per avere un’idea dell’atmosfera che regna a Riad bisogna guardare a cosa sta avvenendo nelle capitali degli alleati sunniti più stretti. Dal Cairo Said Allawndi, voce di spicco del Centro di studi strategici di «Al Ahram», afferma che «l’Iran è diventato uno strumento degli Stati Uniti intenzionati a destabilizzare l’intero mondo arabo» paventando dunque un complotto internazionale contro i sunniti. Da Ankara il presidente turco Recep Tayyip Erdogan afferma che «in questo momento abbiamo bisogno anche di Israele», ovvero anche di un Paese finora definito «diabolico», visto che incombe lo scontro con gli sciiti. La creazione di una coalizione militare sunnita, composta di 34 Stati, per contrastare l’alleanza pan-sciita guidata dall’Iran trasforma il momento della rottura delle relazioni iraniano-saudita nella genesi di un nuovo spartiacque fra opposti schieramenti che si estendono su un potenziale campo di battaglia di oltre 9000 km, dai confini del Marocco a quelli del Pakistan.
La Stampa 4.1.16
L’incubo della guerra Iran-Arabia
L’esecuzione del leader sciita Nimr al Nimr innesca lo scontro fra le due potenze regionali
I sauditi rompono le relazioni diplomatiche dopo che Teheran li accusa di essere come l’Isis
di Giordano Stabile


La Guida suprema iraniana Ali Khameni invoca una «vendetta divina» contro l’Arabia Saudita, colpevole di aver giustiziato l’oppositore religioso sciita Nimr al Nimr. Riad risponde alla «clamorosa interferenza» e accusa a sua volta Teheran di essere «sponsor del terrore». Poi rompe le relazioni diplomatiche e ritira il personale diplomatico dall’Iran. Lo scontro è ormai al culmine. Sul Golfo soffiano come mai negli ultimi anni venti inquietanti di guerra. L’intera regione è in subbuglio, spaccata lungo direttrici geopolitiche e religiose. L’Iraq, diviso a metà fra sciiti e sunniti e confinante con entrambe le potenze rivali, rischia di esplodere e destabilizzare ancora di più la regione. Un rischio che è stato sottolineato anche dagli Usa. Ben Rhodes, vice consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha chiesto «moderazione» sul fronte del rispetto dei diritti umani: «Vogliamo anche vedere che l’Arabia Saudita riduca le tensioni nella regione». Non è servito. Qualche ora dopo infatti Riad alza il tiro. Annunciando il ritiro del personale diplomatico prima di dichiarare rotte le relazioni con il Paese rivale.
Scontro violento
L’accusa di terrorismo e di deviazione va al cuore della disputa fra il Paese leader dei sunniti e quello degli sciiti. Khamenei nella sua seconda durissima condanna, dopo quella di sabato, ha rimarcato ieri che Al Nimr non aveva «né incitato alla violenza né complottato contro il governo», due crimini esplicitamente citati nel Corano e attribuiti ai «takfiri».
La condanna di Khamenei è politica e religiosa: «Il sangue di questo martire versato ingiustamente mostrerà presto le sue conseguenze e la vendetta divina si abbatterà sui politici sauditi». La guida suprema, sul suo sito ha anche paragonato Riad all’Isis mostrando due mezze figure di boia affiancate, uno vestito di bianco come i sauditi, l’altro di nero come i miliziani dell’Isis. Il tutto attraversato da una domanda «Quale la differenza?». Inoltre il consiglio municipale di Teheran ha approvato la proposta di intitolare allo sceicco giustiziato una strada della capitale.
Più esplicita la potente congregazione degli studiosi di Qom che annuncia «il crollo delle fondamenta illegittime della casa dei Saud».
La strage di pellegrini iraniani nella ressa alla Mecca alla colonne della lapidazione del diavolo, le guerre fra sciiti e sunniti in Siria, Iraq, Yemen hanno portato la competizione sul piano militare. Riad e Teheran si accusano a vicenda di essere «terroristi». E per il ministero degli Esteri saudita «il regime iraniano è l’ultimo regime al mondo che può accusare gli altri, è uno Stato che sponsorizza il terrore», vale a dire milizie sciite e partiti con un’ala militare come Hezbollah.
La difesa saudita
Riad fa notare che tra i 47 «terroristi» giustiziati sabato c’erano anche sunniti e militanti di Al Qaeda, come Adel al Dhubaiti, l’autore dell’attacco nel giugno 2004 contro il giornalista della Bbc Frank Gardner, rimasto paralizzato. La guida spirituale e politica dell’Iraq, il Gran Ayatollah Ali al Sistani, di origine iraniana, è intervenuto contro «l’ingiusto e aggressivo» spargimento di sangue di sciiti. «Scioccato e amareggiato» è invece il premier Haider Al Abadi.
La Stampa 4.1.16
Dietro lo “scandalo” di Capodanno di Rai 1
Freccero: gli ultras renziani volevano un pretesto per la poltrona di Raiuno
“Campo Dall’Orto è un innovatore o un poveretto alla loro mercé?”
di Jacopo Iacoboni


Freccero Manager tv, creativo, è consigliere di minoranza nel cda Rai

«La verità è che questo incidente ha creato l’occasione per scoperchiare ciò che covava sotto la polvere in Rai: una grossa guerra di potere per posti e poltrone, e un bivio per Campo Dall’Orto: vuole essere un direttore generale modernizzatore, che adegua la Rai alla complessità mediologica della contemporaneità, o è solo un poveretto che lottizzerà, perché è giovane, vuole fare carriera e deve tenersi buoni gli ultras renziani come Anzaldi e compagnia?»
Se volete una lettura senza infingimenti di ciò che sta dietro lo scandalo di Capodanno sulla Rai dovete rivolgervi a Carlo Freccero.
Cos’è successo davvero in questa storia? Cosa c’è dietro questa sollevazione così estesa per due pur indiscutibili errori aziendali?
«La riforma Renzi è ambigua: da un lato dà tutto il potere al super amministratore, e lo toglie alla politica, che ha solo il potere di nominare questo dg. Ma dall’altro, questo amministratore ha a che fare con un partito unico, e se si fa condizionare, la politica è ancora più forte di prima».
Questo come c’entra col caso di una trasmissione sciatta, che sbaglia l’ora di capodanno, e fa uscire messaggi volgari e bestemmie?
«Glielo spiego volentieri. Premesso che già pubblicare gli sms è una stupidata, un’idea vecchia; ci si vuole dare un tono di contemporaneità ma Raiuno non è contemporanea, queste trasmissioni non le guarda nessuno, sono uno sfondo, sono il caminetto acceso, e poi i messaggi sono per loro natura un détournement, il pubblico gioca, manda sms pieni di provocazioni, di assurdità, c’è chi inneggia alla jihad, chi manda messaggi alla camorra, chi insulta la fidanzata... Ecco, premesso questo, questa piccola storia viene poi usata dagli ultras renziani per tentare di mettere le mani sulla poltrona più ghiotta, quella di direttore di Raiuno, di Leone. I motori in Rai si stanno scaldando, c’è chi teme un Campo Dall’Orto troppo indipendente e non lo vuole, e allora si fa sentire. Per esempio gli Anzaldi, che è il Gasparri del Pd, o i Guelfo Guelfi, che colgono la palla al balzo per allungare le loro mani; tra l’altro lo stesso Renzi frena e prende le distanze da loro, attenzione».
E la Curia in tutto questo come c’entra? Davvero la loro protesta si deve alla bestemmia o c’è qualcosa di più prosaico?
«Capito il disegno degli ultras renziani - cominciare col prendersi Raiuno - ecco che spuntano i cattolici, le gerarchie o i cattolici nel cda, a ricordarci che da cinquant’anni “Raiuno è nostra”».
Campo Dall’Orto secondo lei doveva comportarsi in maniera diversa? I vertici Rai dovevano scusarsi prima?
«Campo Dall’Orto vive un conflitto. Dopo i grandi proclami modernizzatori si è accorto che in Rai vive in un inferno, e si è assestato su una posizione d’attesa, perché deve chiarire lui per primo cosa fare. Se vuole essere un innovatore, di area culturalmente renziana ma indipendente, io lo aiuterò. Altrimenti sarà l’ennesimo poveretto in balia degli ultras di una fazione».
«la neonata Sinistra italiana sembra già spaccata»
«contatti informali in corso tra Nichi Vendola e Matteo Renzi»
Repubblica 4.1.16
“Niente patti con il Pd”
Fassina a Roma no ai mediatori di Zingaretti
intervista di Tommaso Ciriaco


ROMA «Non sono disponibile a ritirarmi. E la mia candidatura è assolutamente incompatibile con un un’alleanza con il Pd». Stefano Fassina non cede di un millimetro e conferma l’intenzione di correre per la conquista del Campidoglio, nonostante le resistenze di una parte di Sel. Eppure la neonata Sinistra italiana sembra già spaccata, con una fetta del partito che punta a un accordo con i democratici. Nelle ultime ore si è intensificato il tentativo di mediazione portato avanti dal presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti (sinistra Pd), e dal suo vice, il vendoliano Massimiliano Smeriglio. Prevede un passo indietro di Fassina e l’apertura di un tavolo per individuare una candidatura comune. Una cauta apertura, fra l’altro, è arrivata dal commissario dem Matteo Orfini, in un’intervista al
manifesto.
Al momento pesa comunque il no convinto del coordinatore Nicola Fratoianni, e quello del segretario cittadino di Sel Paolo Cento: «Siamo alternativi al Pd renziano». Non chiude invece la porta il vicesegretario dem Lorenzo Guerini: «Chi rompe è irresponsabile». Molto dipende dai contatti informali in corso tra Nichi Vendola e Matteo Renzi.
Corriere 4.1.16
Pd-Sel, alta tensione sulle urne I dem: irresponsabile chi rompe
di Alessandro Trocino


ROMA Nicola Fratoianni, coordinatore di Sel, al Corriere ha spiegato che la sinistra deciderà caso per caso sulle alleanze alle Amministrative, ma che gli appelli del Pd sono «ipocriti» e «tardivi» e che il partito di Matteo Renzi deve considerarsi un «avversario». Eppure l’offensiva del Pd continua e a Fratoianni rispondono in molti. A cominciare dal vicesegretario Lorenzo Guerini, che ribadisce: «Lavoriamo perché si ricreino le condizioni per ripetere esperienze di governo con il centrosinistra». E poi aggiunge: «Chi rompe per ragioni legate a motivi nazionali sbaglia ed è irresponsabile». Guerini ricorda che a Cagliari il Pd «è pronto a sostenere candidati non nostri». Come Massimo Zedda, di Sel. E dice «no a primarie prêt-à-porter: l’impegno deve valere per tutti e si sostiene chi vince». Guerini contesta le scelte di Torino e Bologna, dove Sel ha già scelto di correre da sola. E spera almeno in un ripensamento a Roma (le primarie saranno il 7 marzo, ma Stefano Fassina, indicato da Sel, considera il Pd romano «inaffidabile») e a Milano (primarie il 7 febbraio). Anche Sandra Zampa contesta le parole dell’esponente di Sel: «Ho letto con rammarico l’intervista a Fratoianni, spero in un ripensamento a sinistra e che il Pd si batta perché l’ispirazione ulivista non venga accantonata». Anche dalla minoranza dem partono appelli, ma rivolti alla dirigenza del Nazareno, perché, come dice Roberto Speranza, «non ci si rassegni al muro contro muro con Sel e si faccia tutto il possibile per trovare un accordo con Sinistra italiana». Caustico, invece, Dario Ginefra, su Twitter: «Il Pd è un avversario, parola di Fratoianni. Della serie, evviva i compagni Rossi e Turigliatto». Allusione ai parlamentari comunisti (Pdci e Prc) che voltarono le spalle al governo Prodi. Sul tema interviene anche il ministro pd Maurizio Martina: «La logica del “vicino nemico” è un film già visto che troppe volte ha finito solo per avvantaggiare la destra».
Nel frattempo, Fratoianni dal suo blog augura a Matteo Renzi «che dal 2016 riesca a imparare almeno i nomi dei problemi dei cittadini italiani: povertà, disuguaglianza, precarietà, disoccupazione» .
La Stampa 4.1.16
L’offensiva Pd sui social network per frenare l’ascesa dei grillini
Dal 40% contro 20% subìto alle europee, il M5S è risalito fino a insidiare i democratici nei sondaggi
Il premier dà ai parlamentari l’ordine di attaccare: scatenati i giovani, Carbone, Romano, Rotta
di Francesco Maesano


Su Palazzo Chigi tira una brutta aria, da vento che sta girando. Sondaggi alla mano, il Pd di Matteo Renzi è passato dal doppiaggio 40 a 20 inflitto al M5S alle Europee del 2014 a un testa a testa con i Cinquestelle rilevati in costante crescita. Tutto in poco più di un anno e mezzo.
Tra i dubbi di alcuni e i timori di tanti per le performance dei rivali, i responsabili della comunicazione Pd hanno spiegato al premier che tra le ragioni dell’inversione di tendenza c’è la forte militanza del personale politico Cinquestelle sui social media. Per mesi, incontrastati, deputati e senatori del Movimento hanno fatto di Twitter e Facebook una loro riserva personale di caccia al voto. Così è giunta l’ora di diventare aggressivi sui social media anche per i parlamentari Pd.
C’è un programma di riconquista della rete che prevede toni più alti e maggior presidio: al Pd manca quantità, numero di post. Il debutto c’è stato durante la due giorni di banchetti organizzata dal Pd all’inizio di dicembre. Ai parlamentari era stato chiesto di postare sui loro profili dei video dalle piazze del Paese per raccontare l’orgoglio Pd. Ne sono arrivati pochini. Certo, si trattava del primo esperimento di quel tipo. Anche perché fino a poche settimane fa, un po’ sdegnosi, i parlamentari Pd evitavano lo scontro su quel terreno, anche per non legittimare i Cinquestelle come avversario diretto. Ora tocca a tutti impegnarsi in prima persona, andando a sfidare il M5S sul suo terreno.
Tutti. A partire dal vicesegretario Guerini che durante l’ultimo caso espulsioni scoppiato nel Movimento twittava: «Se pensi differente dal #M5S ti espellono. Altro che democrazia della rete, è la dittatura di #Casaleggio, il lato oscuro della forza». A rispondere immediatamente alla chiamata sono stati i più giovani come Ernesto Carbone, Alessia Morani e Andrea Romano. Quest’ultimo ha preso a lanciare anche una sua serie di hashtag; l’ultimo è #duobananas, col quale l’ex capogruppo di Scelta Civica, approdato al Pd dopo il grande risultato delle Europee, designa Grillo e Casaleggio. «L’odiogramma di Grillo e Casaleggio: e questi che stanno fallendo in tutte le città vorrebbero governare l’Italia? #duobanana», twittava la sera del 31 dicembre.
Ma il vero signore degli hashtag Pd è Francesco Nicodemo. Da palazzo Chigi, dove è tra i pochi a poter utilizzare gli account social del premier, ha coniato i vari #classedirigentemaddeche, #ballea5stelle o #malgoverno5stelle. A lui inoltre si deve la creazione del progetto di Pd Community: un gruppo di utenti estremamente attivi e motivati da far convergere nelle discussioni più calde per aumentare la massa critica in favore del partito. Grazie a quel lavoro Nicodemo è diventato responsabile della comunicazione nella prima versione della segreteria Renzi e quello schema, che risale al Pd pre-renziano, è stato oggi recuperato dalla nuova responsabile comunicazione, Alessia Rotta.
La deputata Pd ha avviato nei giorni scorsi un giro di riunioni centrate sui social con i responsabili locali della comunicazione del partito. Incontri di alfabetizzazione digitale utili da una parte per ravvivare la community ampliandola a livello locale, dall’altra per insegnare ai candidati come si sta in rete.
Il primo incontro a porte chiuse c’è stato a Torino a metà dicembre e ora, col nuovo anno, ne seguiranno altri nelle grandi città dove si vota in primavera. Ma la strategia di presidio dei social media proseguirà fino a ottobre, data del referendum confermativo delle riforme costituzionali sul quale Renzi preferisce spostare l’attenzione rispetto al più delicato passaggio delle amministrative.
Il Sole 4.1.16
Sanità
Il federalismo della fecondazione
Ogni Regione ha regole diverse . Nel Sud costi a carico delle coppie
di Bianca Lucia Mazzei


Nel nostro Paese le coppie che per diventare genitori hanno bisogno di ricorrere alla fecondazione assistita devono fare i conti con regole e costi diversi da Regione a Regione. Accesso alle prestazioni e spese cambiano infatti da zona a zona, con un profondo divario fra il Sud e il resto d’Italia. La scarsità di centri pubblici o convenzionati - si vedano le grafiche) e le situazioni di deficit sanitario penalizzano soprattutto le coppie meridionali e si traducono in liste di attesa più lunghe, costi più alti e spostamenti obbligati verso le Regioni del Centro-Nord.
Dalla fotografia della situazione emerge un mosaico complesso caratterizzato, da una parte da una forte frammentazione regionale e, dall’altra, dalla progressiva demolizione della legge 40/2004, caduta, verdetto dopo verdetto, sotto i colpi della Corte Costituzionale.
La situazione territoriale
«La discrepanza fra Nord e Sud è notevole», dice Giulia Scaravelli, responsabile del Registro nazionale per la procreazione medicalmente assistita (Pma)dell’Istituto superiore di sanità. «Nel Lazio, in Sicilia, in Campania e in Calabria più dell’80% dei centri è costituito da strutture private non convenzionate, in cui i trattamenti vanno pagati integralmente».
Molte Regioni meridionali sono inoltre soggette a piani di rientro dai deficit sanitari. Una condizione che danneggia in particolar modo le coppie interessate alla fecondazione assistita perché le prestazioni di Pma (procreazione medicalmente assistita, sia omologa che eterologa) ancora non rientrano nei Livelli essenziali di assistenza nazionali (Lea). Si tratta, cioè, di prestazioni aggiuntive che le Autonomie con un piano di rientro non possono finanziare. «Non possiamo aggiungere voci non presenti nei Lea nazionali - spiega Elena Memeo, funzionario della Regione Puglia che si occupa dell’assistenza ospedaliera - e quindi tutti i trattamenti sono a carico degli utenti, anche quelle effettuate nei centri pubblici».
La Puglia è stata anche la prima Regione a decidere di non rimborsare più le prestazioni effettuate in altre Regioni. Una scelta via via seguita anche da altre autonomie meridionali. Oltre ai costi dei trasferimenti le coppie devono quindi farsi carico anche delle spese dei trattamenti. «Essendo a pagamento in Regione - continua Memeo - non era più possibile rimborsare prestazioni fatte altrove».
«È in atto una macroscopica lesione del diritto di uguaglianza rispetto alla stessa prestazione sanitaria, con grave penalizzazione tra Nord e Sud e tra Regione e Regione», accusa Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. Anche nel Lazio, Regione non meridionale ma pure in piano di rientro, la situazione è complicata. Un provvedimento in fase di predisposizione dovrebbe prevedere una parziale compartecipazione pubblica alle spese, così come ai rimborsi. Nel frattempo, però, la situazione è alquanto confusa, visto che i pochi centri pubblici autorizzati si regolano in maniera differente e con tariffe diverse.
Uniformità cercasi
Per uniformare le normative regionali ed evitare disparità, nel settembre 2014, all’indomani della sentenza con cui la Consulta aveva cancellato il divieto all’eterologa, la Conferenza dei presidenti delle Regioni varò un atto di indirizzo che prevedeva l’inserimento della Pma nei Lea regionali (visto che non erano presenti nei Lea nazionali). A recepirlo sono state però solo alcune Regioni del Centro-Nord, come Emilia Romagna, il Friuli Venezia Giulia e il Veneto, mentre la Toscana lo aveva addirittura anticipato.
Nessun inserimento nei Lea regionali invece in Liguria, che però rimborsa le prestazioni effettuate in altre Regioni mentre il Piemonte, che ha posto la Pma omologa a carico del servizio sanitario regionale già dal 2009, non ha ancora fissato le tariffe per l’eterologa perché in piano di rientro.
La ricomposizione di un quadro così frammentato è affidata all’introduzione della Pma nei Lea nazionali. Promesso da tempo dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin, dovrebbe avvenire con il loro aggiornamento (sono fermi dal 2001) che la legge di Stabilità 2016 (legge 208 del 28 dicembre scorso)?ha fissato entro febbraio . A quel punto i trattamenti diventeranno a carico del servizio sanitario nazionale: non dovrebbero quindi più esserci né differenze di costi, né negazioni di rimborsi per le coppie che “emigrano” in Regioni diverse da quelle di residenza. Rimarrà la disparità nella distribuzione fra centri pubblici e privati. Su questo fronte dovranno essere le Regioni ad attivarsi per potenziare le erogazioni delle strutture pubbliche e fare nuove convenzioni con quelle private.
Quel che resta della normativa
Mentre, a livello territoriale, sono cresciute le differenze regionali, sul piano nazionale la legge 40 è stata via via demolita dalle sentenze della Corte costituzionale. Peraltro, il destino della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita è apparso segnato fin dal suo esordio, nel marzo 2004: dopo l’insuccesso del referendum abrogativo (non fu raggiunto il quorum), la nuova disciplina cominciò infatti subito a infiammare le aule dei tribunali, arrivando più volte all’esame dei giudici delle leggi.
Nel 2009 la Consulta cancellò il tetto massimo di tre embrioni che potevano essere prodotti in ogni singolo trattamento e nel giugno 2014 diede il via libera alla fecondazione eterologa dichiarandone illegittimo il divieto. Nel 2015 venne invece eliminata l’esclusione per le coppie non sterili ma a rischio di procreazione di figli affetti da malattie genetiche, mentre l’ultima sentenza, quella dell’11 novembre scorso, ha bocciato l’ipotesi di reato relativa alla selezione degli embrioni finalizzata solo ad evitare l’impianto di embrioni da malattie genetiche di una certa gravità.
Repubblica 4.1.16
L’ora del coraggio per i diritti civili
di Stefano Rodotà


I tempi dei diritti sono sempre difficili. Lo conferma la lunga e travagliata vicenda delle unioni civili, la cui conclusione è annunciata dal Presidente del Consiglio per il 2016. Le ragioni delle difficoltà sono molte. I diritti incidono sull’ordine costituito.
Redistribuiscono poteri, e per ciò si cerca di neutralizzare questa loro intima capacità di cambiamento contrapponendo loro doveri sempre più aggressivi, imponendo limiti costrittivi, subordinandoli a convenienze politiche talora meschine e così pianificando scambi tra sacrificio di diritti sociali e mance di diritti civili. Si è inclini a dimenticare che i diritti sono indivisibili e che le vere stagioni dei diritti sono quelle in cui diritti individuali e diritti sociali procedono insieme. È il modello, non dimentichiamolo, della nostra Costituzione. È quello che è accaduto negli anni ’70, quando il congiungersi del “disgelo costituzionale” e della capacità della politica di cogliere senza timidezze le dinamiche sociali cambiò davvero l’Italia, senza reazioni di rigetto determinate dal fatto che le richieste di diritti hanno sempre la loro origine nello sguardo lungimirante e nella cultura delle minoranze escluse.
Di tutte quelle difficoltà sembra intrisa la maniera in cui si sta affrontando, al Senato, la questione delle unioni civili. Presentata come l’avvio di una nuova stagione di diritti civili, rischia di impigliarsi in compromessi al ribasso, che lasceranno una scia di polemiche e di risentimenti.
Dopo che la Corte costituzionale e la Corte di Cassazione hanno riconosciuto che le unioni tra persone dello stesso sesso sono una delle “formazioni sociali” di cui parla l’articolo 2 della Costituzione, nella discussione parlamentare è spuntata una lettura restrittiva, e illegittima, di quella norma, definendo le unioni come “formazioni sociali specifiche”. Dopo che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia proprio per la mancanza di una adeguata disciplina delle unioni civili, che non può essere limitata ai soli aspetti patrimoniali, ecco riemergere le pretese di centrare la nuova disciplina proprio sugli aspetti patrimoniali. Si abusa di riferimenti alla “stepchild adoption”, all’adozione dei figli del partner, che dovrebbe essere esclusa o sostituita dall’acrobatica invenzione di un affido “rafforzato”. Viene così resuscitata la discriminazione contro i figli “nati fuori del matrimonio”, eliminata nel 1975 e che ora ritorna evocando impropriamente lo spettro dell’”utero in affitto” e invocando ipocritamente un interesse dei minori che diverrebbero, invece, vittime di un sopruso.
Una legge che dovrebbe produrre eguaglianza rischia di trasformarsi in una disciplina che formalizza, e dunque rende ancor più evidente, una permanente discriminazione delle unioni tra persone dello stesso sesso. Comunque un passo avanti, si dice. Ma con chiusure che porteranno a nuove censure, interne e internazionale, mostrando una volta di più una sorta di allergia italiana a procedere correttamente sulla via del riconoscimento dei diritti delle persone.
La tentazione del compromesso al ribasso, in queste materie, non è nuova. Il Pci cercò di disinnescare le polemiche intorno alla legge sul divorzio proponendo il cosiddetto “divorzio polacco”, limitato ai soli matrimoni civili. Misero espediente, che venne rapidamente liquidato da una politica nel suo insieme capace di scelte nette e da una società reattiva che, nel 1974, votò no nel referendum abrogativo di quella legge. Politica che mostrò altrettanta lungimiranza quando nel 1978, in una materia difficile come l’aborto, venne approvata una buona legge, anch’essa confermata dal voto popolare. I richiami alla deprecata Prima Repubblica non sono graditi, ma proprio per i diritti vengono ancora insegnamenti che dovrebbero essere meditati.
Oggi la politica sembra mancare di coraggio, trasformando in faticosa e costosa concessione quello che non è neppure il riconoscimento di un nuovo diritto, ma la rimozione di un ostacolo che impedisce ad alcune persone di esercitare un diritto di cui tutti gli altri già godono. E questa esclusione è fondata sul loro “orientamento sessuale”, dunque su una causa di discriminazione ritenuta illegittima dall’articolo 21 della Carta europea dei diritti fondamentali, che ha lo stesso valore giuridico d’ogni altro trattato europeo. Un problema di eguaglianza dunque, tanto più evidente dopo che l’articolo 9 della stessa Carta ha eliminato il requisito della diversità di sesso sia per il matrimonio che per ogni altra forma di costituzione di una famiglia.
L’assenza di questa consapevolezza mostra un limite culturale che continua ad affliggere la discussione parlamentare. La Corte europea dei diritti dell’uomo, infatti, non si è limitata a condannare l’Italia per il ritardo nel dare una adeguata disciplina alle coppie di persone dello stesso sesso. Ha ricordato pure che il nostro paese è ormai parte di un sistema giuridico allargato, di cui deve rispettare principi e regole, sì che la stessa libera scelta del Parlamento, la discrezionalità del legislatore risultano limitate. Si sottolinea che ormai la maggioranza dei paesi del Consiglio d’Europa (24 su 47) riconosce nella loro pienezza quelle unioni. E questo non è un semplice dato statistico, ma una indicazione che rende più stringente il “dovere positivo” dell’Italia di intervenire senza inammissibili restrizioni, perché siamo di fronte a diritti dal cui effettivo riconoscimento dipendono l’identità, la dignità sociale, la vita stessa delle persone.
Il paradigma eterosessuale crea ormai incostituzionalità e di questo si deve tener conto quando si contesta l’ammissibilità dell’accesso delle coppie tra persone dello stesso sesso al matrimonio egualitario, di cui oggi non si vuol nemmeno discutere. Ma un ostacolo in questa direzione non può essere trovato nella sentenza del 2010 della Corte costituzionale, di cui oggi è necessaria una rilettura proprio nel contesto europeo che mette al centro l’eguaglianza e sottolinea come le dinamiche sociali, peraltro richiamate dalla stessa Corte, vanno nella direzione di un riconoscimento crescente del matrimonio egualitario, impedendo di riferirsi ad una tradizione “cristallizzata” intorno al matrimonio eterosessuale, ormai contraddetta dalle dinamiche sociali e dalle innovazioni legislative che escludono la possibilità di invocare una natura immutabile del matrimonio. Non è sostenibile, allora, che una legge ordinaria non possa introdurre nell’ordinamento italiano l’accesso paritario al matrimonio, proiettando nel futuro una discriminazione ormai indifendibile anche sul piano strettamente giuridico.
Davanti al Senato è una grande questione di eguaglianza, principio fondamentale che oggi troppo spesso non viene onorato. L’annunciata nuova stagione dei diritti sarà valutata anche da questo primo passo, che tuttavia, anche se andrà nelle giusta direzione, non potrà far dimenticare il permanente sacrificio di diritti sociali. Anzi, proprio l’enfasi posta sul tema dei diritti civili impone una riflessione sulla politica dei diritti dell’attuale governo, tutta fondata su misure settoriali, bonus di varia natura, che mostrano l’accettazione della logica del “fai da te”, dell’individualizzazione degli interventi. La società scompare e con essa una vera politica dei diritti. Molti economisti hanno mostrato che i dieci miliardi destinati agli 80 euro avrebbero potuto essere meglio utilizzati per una politica di investimenti, strutturalmente produttivi di occupazione, e per un primo passo verso il riconoscimento di un reddito di dignità. Chiara Saraceno non si stanca di ricordarci che gli interventi a pioggia non ci danno né una politica della famiglia, né una efficace politica contro la povertà.
Se davvero vogliamo tornare a parlare di diritti, ricordiamoci che sono indivisibili. E, visto che il presidente del Consiglio riscopre un’Europa non riducibile all’economia, vorrà ricordarsi che proprio di questo parla la sua Carta dei diritti fondamentali?
La Stampa 4.1.16
Il Pd sfida Alfano sui diritti civili
“Lo ius soli non va depotenziato”
La replica dopo l’intervista del ministro a La Stampa e l’ipotesi di regole rigide
La relatrice al Senato Lo Moro: “Questo testo è già il minimo indispensabile”
di Amedeo La Mattina


Nell’intervista di ieri a La Stampa Angelino Alfano, parlava di contrasto al terrorismo e di emergenza immigrazione ma in un passaggio dedicato allo ius soli, ha fatto capire che potrebbe aprire una faglia all’interno della maggioranza. «Di sicuro la cittadinanza deve essere non solo desiderata. Ma anche meritata. Ora nel passaggio al Senato vedremo se c’è ancora qualcosa da ritoccare». Alfano non è solo il ministro dell’Interno. È anche il leader di Alleanza popolare, un partito della maggioranza che alla Camera è già riuscito a rendere più soft il disegno di legge che introduce il riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli di immigrati. Il Pd aveva accettato l’accordo e la questione sembrava chiusa: adesso manca solo il timbro del voto al Senato. La frase di Alfano, però, sembra anticipare la richiesta di un ulteriore giro di vite sullo ius soli. I Democratici già puntano i piedi e dicono che «non se ne parla proprio: questa legge non può essere depotenziata ulteriormente».
C’è imbarazzo per l’uscita di Alfano. Viene considerata dai Dem la solita tattica di un alleato che cerca visibilità. Del resto Ncd e Udc (uniti sotto il simbolo di Alleanza popolare) sono una costola di quel centrodestra che si prepara a dare battaglia a Palazzo Madama. Insomma, si farebbe sentire la concorrenza di Lega, Fi e Fratelli d’Italia che non perdono occasione per dire che i terroristi che hanno insanguinato Parigi avevano il passaporto francese e belga. E che anche quei foreign fighter che corrono per arruolarsi affianco del Califfato nero sono figli di musulmani che hanno ottenuto la cittadinanza nei Paesi dove sono nati e sono andati a scuola.
Argomenti che gonfiano le vele elettorali dei partiti di destra in tutta Europa. «E Alfano - dicono nel Pd - vuole aprire la sua piccola vela a questo vento populista. Lo ha fatto sulle unioni civili e ora vorrebbe farlo sullo ius soli. Ma non prevarrà la paura e la propaganda». Tra l’altro sarà difficile in Senato convincere un osso duro come la relatrice in commissione Affari costituzionali Doris Lo Moro, che vuole andare avanti come un treno. La stessa Lo Moro osserva che «le pregiudiziali di costituzionalità presentate da Carroccio e Fi sono state bocciate a larghissima maggioranza in commissione (15 no contro 3 sì) e la discussione sta andando avanti con tranquillità. Il ddl, che presenta molti lati positivi, può essere migliorato». In altri termini, indietro comunque non si torna. E poi non si vede perché i senatori Ncd-Udc devono complicare le cose rispetto a un testo che è «il minimo indispensabile». Viene infatti ricordato in casa Pd che alla Camera il testo è già stato annacquato da emendamenti Ncd che hanno voluto il requisito del permesso di soggiorno europeo lungo (5 anni) per i genitori dei bambini che nascono in Italia. Il genitore deve dunque dimostrare la disponibilità di un reddito minimo non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale e la non pericolosità sociale per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato. Sono stati introdotti altri paletti per il cosiddetto ius culturae (la frequenza di un ciclo scolastico di almeno 5 anni e il superamento con successo della scuola primaria). Ecco, dicono negli ambienti del Pd, già c’è stato un compromesso al ribasso.
Ma cosa intende in concreto Alfano quando dice che la cittadinanza deve non solo essere desiderata, ma anche meritata? Non ci sono ancora emendamenti pronti, ma alcuni verranno presentati. Le ipotesi. Per meritare la cittadinanza è necessario aver fatto non solo le elementare ma la scuola dell’obbligo. Oppure superare un esame sulla lingua, la cultura, i valori e la storia italiana. Erano le proposte di Gaetano Quagliariello quando era coordinatore di Ncd (ha abbandonato il partito e ha virato a destra). «Noi al Senato su queste proposte andremo avanti e cercheremo di smontare il testo dello ius soli», spiega Quagliariello. Alfano andrà invece fino in fondo rischiando un frontale con il Pd?
La Stampa 4.1.16
Ma la Commissione Ue tira dritto
Pronta la procedura d’infrazione
di Marco Zatterin


«Questione di giorni». Gli sherpa della Commissione Ue ritengono che il lancio di una procedura d’infrazione contro l’Italia per gli «aiuti di stato» destinati all’Ilva sia imminente e ormai «poco più che una formalità». I tecnici della danese Margrethe Vestager, sceriffo Antitrust e garante delle regole della concorrenza nel mercato unico, si sono per il momento limitati a un’indagine preliminare per capire la legittimità del prestito ponte da 300 milioni deciso ai primi di dicembre.
Il carteggio con Roma è stato intenso, ma non ha fatto che allargare il campo dell’inchiesta a dodici stelle. Nel mirino sono finiti anche gli 800 milioni stanziati con la legge di Stabilità 2016, mentre non convincono neanche i fondi già erogati per l’emergenza ambientale, altri 400 milioni. Troppi soldi e troppi casi perché il governo Renzi possa farla facilmente franca.
Non è solo questo, ammettono le fonti europee. Nel compilare il dossier siderurgico pugliese, i funzionari Ue hanno riscontrato due caratteristiche frequenti nei moduli negoziali italiani, il decollo lento del confronto e l’accelerazione brutale a giochi quasi fatti. Una voce rivela che gli avvertimenti non sono mancati, come le richieste di trasparenza e gli appelli a restare nel seminato. «Non credo che non ascoltassero - si sente dire -, piuttosto mancavano indicazioni precise dalla capitale».
Adesso Renzi ha fretta. Il premier s’è impegnato a trovare un acquirente privato per l’Ilva in sei mesi, e sa che una procedura Ue che mettesse in forse un miliardo e mezzo di capitali necessari per far vivere Taranto renderebbe tutto più complesso. La Commissione è disposta al dialogo, però le regole sugli aiuti sono precise: lo stato deve prestare come farebbe un privato. Il che, per Bruxelles, non sarebbe ancora provato.
L’avvicinarsi della cessione potrebbe dare una mano, perché consentirebbe di chiudere il dossier una volta per tutte, magari bilanciando gli aiuti con nuovi tagli. Servirebbe anche un clima meno insofferente a Bruxelles nei confronti del governo Renzi. Nei corridoi della Commissione Juncker, ispirata dalla volontà di essere più politica che tecnica nel garantire i Trattati, tira un’aria di irritazione per il muso duro del premier contro l’Ue, per la violenta reazione alla procedura sull’accoglienza dei migranti come per i traguardi troppo mobili della politica di bilancio. «Il braccio di ferro non sempre aiuta», rivela un alto funzionario. Nel caso, nemmeno quello d’acciaio.
La Stampa 4.1.16
Matteo Renzi
“Italia, basta cappello in mano”
“Basta con l’ansia dei compiti a casa. L’Ue ci rispetti”
“C’è chi vuole far fallire l’Ilva, non lo accetteremo”
Intervista di Federico Geremicca


«Ma no... certe preoccupazioni non le capisco. Il mercato non è una minaccia, e la globalizzazione è una grande opportunità: l’Italia deve aprirsi. è per questo che vado volentieri a Milano: per dare atto della grande sfida che il Paese lancia con la quotazione in Borsa della Ferrari...». Domenica pomeriggio, voci di sottofondo, Matteo Renzi è a Pontassieve per passare ancora qualche ora in famiglia, e si entusiasma a parlare della rossa di Maranello.
«Quando Marchionne mi annunciò l’idea della quotazione in Borsa a New York - racconta ancora il premier - gli chiesi di farlo anche qui da noi. Magari ci aveva già pensato, ma voglio ringraziarlo lo stesso. E anche quest’operazione, che io apprezzo, in fondo è il segno che il capitalismo di relazione è finito, e che è il tempo dell’apertura e della trasparenza».
Insomma una buona notizia, presidente: che certo aiuta, di fronte a certe turbolenze che paiono in arrivo da Bruxelles...
«A cosa si riferisce, scusi?».
Alla quantità di contenziosi che l’Italia ha aperto in Europa, e con la Germania in particolare.
«È sbagliato chiamarli contenziosi. Ho un ottimo rapporto con Juncker, che sarà qui a febbraio. E Angela Merkel volle conoscermi quando ero ancora sindaco di Firenze. Non ci sono contenziosi o problemi personali: ci sono solo questioni politiche e di regole che, come è giusto che sia, devono valere o per tutti o per nessuno».
E invece non è sempre così?
«L’Italia ha avuto per anni problemi con l’Europa: direi dai tempi del rispetto dei parametri di Maastricht per entrare nell’euro, passaggio rispetto al quale Prodi e l’Ulivo fecero un lavoro gigantesco. Oggi, però, non è più così: l’Italia è tornata e mantiene gli impegni, anche se qualcuno non si è ancora liberato dell’ansia italica dei compiti da fare a casa. Noi non vogliamo venir meno alle regole che ci siamo dati: chiediamo solo il rispetto di quelle regole. E bisogna smetterla di pensare a un’Italia sempre con il cappello in mano».
C’è qualcuno che non rispetta le regole, dunque? Lei ha molto polemizzato con Angela Merkel nelle ultime settimane...
«Nessuna polemica tra me e Angela. Io ho solo fatto delle domande: per esempio, se i gasdotti vanno bene quando sono fatti nell’Europa del Nord e meno bene quando si ipotizza di farli al Sud. Oppure se la flessibilità possono praticarla alcuni Paesi mentre altri no. Ma vedrà che - come sempre e nell’interesse di tutti - troveremo buone soluzioni...».
Quindi non teme «vendette» per le questioni poste - e poste con inedita franchezza? Per esempio: è aperta una procedura d’infrazione per l’intervento del governo sull’Ilva di Taranto: cosa si aspetta?
«Vendette? Non credo alle vendette. E a certo provincialismo nostrano, anzi, dico: basta considerare l’Europa una nemica o una maestrina. Porre le questioni con chiarezza è utile a noi e all’Europa stessa. Poi, che qualcuno amerebbe veder chiudere Taranto è cosa nota: ma non lo accetteremo. Per l’Italia è finito il tempo della paura: rispetto per tutti ma paura di nessuno. E diciamo una parola chiara sulla Germania: su alcune cose abbiamo da imparare, da copiare. Ma quel che non mi piace, qui da noi, è una certa subalternità psicologica che ormai trovo surreale».
Intende il sentirsi sempre indietro, sempre alla ricerca di legittimazioni?
«Si tratta di stati d’animo non più comprensibili. Si pensi a quel che abbiamo fatto in questi venti mesi e dove eravamo due anni fa. In un anno abbiamo fatto la riforma del lavoro tenendo i conti in ordine (la Germania ci mise di più e sforò nel rapporto debito Pil; abbiamo riformato la giustizia, la scuola, la legge elettorale, le norme in materia di corruzione... L’Italia di questi giorni è altra cosa rispetto a prima: il Paese riparte, ripartono i mutui, l’edilizia, c’è ottimismo tra i consumatori...».
Però Eurostat segnala una crescita più lenta rispetto ai grandi Paesi europei: l’industria è ripartita con più fatica e la disoccupazione giovanile diminuisce a velocità ridotta...
«Ma dico: scherziamo? Abbiamo avuto tre anni di recessione sconosciuta in altri Paesi. Pensi al nostro Pil: -2,3 con Monti, -1,9 con Letta e con me -0,4 l’anno scorso. Quest’anno siamo cresciuti dello 0,8%, nel 2016 lo faremo del doppio. L’Italia è ripartita, siamo fuori dal pantano del 2013. Dopo anni di grigiume, come diciamo a Firenze, il clima è decisamente cambiato. Del resto, un Paese nel quale i commentatori si esercitano da giorni su 30 secondi di ritardo nel segnalare l’avvio dell’anno nuovo, mi rassicura: vuol dire che problemi più seri su cui discettare non ce n’è...».
Purtroppo ce ne sono, presidente... Uno l’aspetta al varco: la disciplina delle unione civili. Come pensa di uscirne?
«È una ferita che va sanata, siamo fanalino di coda in Europa».
Già, ma come? Come pensa di risolvere, per esempio, il problema della cosiddetta stepchild adoption? Stralcerà la norma o andrà avanti, chi ci sta ci sta?
«Il tema è di quelli che toccano la sensibilità dei singoli parlamentari, e bisogna tenerne conto: su alcuni punti ci sarà la libertà di coscienza. Quello che è certo è che la legge va fatta, subito. C’è discussione nei partiti, lo so. E anche nel Pd ci sono idee diverse. Discuteremo ancora, naturalmente: ma il momento di tirare le fila e concludere ormai è venuto».
Ed è vero che la sua principale preoccupazione, di questi tempi, è la crescita del Movimento di Beppe Grillo, che pure è pronto a votare quel provvedimento?
«La mia preoccupazione è il Paese, la sua ripresa, il suo rilancio. Quanto ai Cinque Stelle, il loro modo di governare è il miglior spot per il Pd. Io li rispetto, ma amministrano una dozzina di Comuni su 8mila e lo fanno tra fallimenti ed espulsioni. Passare dalle veline del blog alla realtà è complicato, me ne rendo conto...».
Un’ultima cosa: è proprio vero che ha visto il film-evento di Checco Zalone?
«Sì, con i miei figli, che conoscono a memoria tutte le battute dei suoi film. Io ho riso dall’inizio alla fine».
E il dibattito che ne è sorto? Se è di destra, di sinistra, di centro, insomma?
«Sorrido di fronte a certi cambi di atteggiamento: fino a ieri era un reietto, volgare, snobbato da certi intellettuali».
E invece?
«Non entro nel dibattito. Dico che Zalone è un uomo molto intelligente, e che l’operazione di lancio del film è un capolavoro, geniale. In sala c’era gente normale, che si è divertita. E i professionisti del radical-chic, che ora lo osannano dopo averlo ignorato o detestato, mi fanno soltanto sorridere».
Repubblica 4.1.16
Produzione e lavoro Italia avanti piano: siamo in coda alla Ue
di Luisa Grion


ROMA. L’Italia comincia a crederci, anche se il recupero è lento e rispetto agli altri paesi Ue facciamo molta più fatica ad uscire dalla crisi. C’è più fiducia da parte di famiglie e imprese e negli ultimi sei mesi sono aumentati i consumi e l’occupazione, ma guardando al “come eravamo” il quadro resta spietato. Su produzione e lavoro andiamo avanti piano, più piano degli altri . Ecco perché sul “Cruscotto congiunturale”, un rapporto appena pubblicato dal ministero dello Sviluppo economico, si è scatenata la polemica fra il governo, che fa notare il cambio di marcia degli ultimi mesi, e l’opposizione che parla invece di “fallimento della ricetta Renzi”.
Un dato di fatto è il cambiamento del clima: nel 2015 è tornata la fiducia fra i consumatori italiani, che rispetto ai minimi registrati nel periodo più buio della crisi hanno recuperato oltre 40,3 punti dell’indice, 7,7 solo negli ultimi sei mesi (il risultato migliore rispetto a Germania, Francia, Regno Unito e Spagna). Stesso andamento fra le imprese dove la fiducia si sta avvicinando ai livelli pre-crisi (ora sta 4,7 punti sotto rispetto ai massimi). Manca però la traduzione di tale “sentiment” in investimenti (sono diminuiti dello 0,4 per cento nel terzo trimestre, dello 0,9 per macchinari e attrezzature).
È vero che il tasso di disoccupazione, pur alto (più 11,5 per cento a ottobre), è in discesa di 1,4 punti sui dodici mesi con un recupero dell’1,6 per cento dai massimi della crisi. Ma resta drammatico il dato sull’occupazione giovanile (dai 15 ai 24 anni) ferma al 15,1 per cento. Un livello che ci vede ultimi in Europa, dietro perfino al 17,7 della Spagna (dove però il tasso di disoccupazione complessiva è 21,6 per cento). Abbiano recuperato lo 0,9 per centro rispetto al peggior dato dalla crisi, ma la Gran Bretagna sta al 4,2 e la Germania al 2,7.
Stessa lentezza nella risalita della produzione industriale, del 31 per cento inferiore rispetto ai massimi pre-crisi. L’Italia ha recuperato il 3 per cento rispetto ai minimi toccati durante la recessione. La Francia l’8, la Germania ben il 27,8, la Gran Bretagna il 5,4 e la Spagna il 7,5.
Dati vecchi, commenta il Mise. «Nel confronto internazionale, l’Italia, rispetto ai principali paesi Ue, sconta una crisi più lunga e più dura che altrove - osservano dal ministero - La ripresa, che nella maggior parte degli Stati membri Ue è partita e si è consolidata dal 2009, in Italia si è manifestata compiutamente solo tra il 2014 e il 2015. Tuttavia, i dati più recenti mostrano che il recupero è finalmente scattato». Per esempio, fa notare,se si considerano le variazioni della produzione industriale del secondo e terzo trimestre 2015, l’Italia con il suo 1,1 per cento fa meglio di Francia, Germania e Regno Unito. Per l’opposizione «Eurostat smentisce Renzi e le sue slide». Per Federico Fornaro,minoranza Pd: «I dati sono un sano bagno di realtà, ora più coesione sociale, una seria politica di rilancio e lotta all’evasione».
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Tornata la fiducia di famiglie e imprese, ma non si traduce in acquisti e investimenti
La Stampa 4.1.16
Italia, ripresa più lenta d’Europa
Industria -31% dai livelli pre-crisi
Eurostat: recuperato solo il 3% della produzione, gli altri Paesi fanno meglio
Male anche la disoccupazione giovanile. Ma il governo: la risalita è cominciata
di Luigi Grassia


Il numero più brutto è quel 31,2% che ancora manca all’Italia per tornare al livello della produzione industriale pre-crisi: è una montagna da scalare, e chissà se ce la faremo mai, perché dal 2008 (quando cominciò la caduta) sono cambiate troppe cose nel mondo, la produzione si è spostata massicciamente in Asia, e non è detto che al termine della notte (fra un tot di anni) ci sarà ad aspettarci la normalità del mondo di prima.
Non è questione di gufi o non gufi: i numeri dicono che l’Italia nel 2015 è riuscita sì ad agganciare la ripresa economica internazionale (grazie al petrolio a buon mercato e al denaro della Bce a costo zero) ma di suo ci ha messo poco, perché in Europa è ultima nel recupero della produzione industriale e figura tra i Paesi messi peggio per l’occupazione, soprattutto giovanile. Lo dicono i dati dell’Eurostat. Il ministero italiano dello Sviluppo ci vede comunque «segnali positivi», tant’è vero che le cifre di Eurostat sono rilanciate da un documento dello stesso Mise, secondo cui «l’Italia ha ingranato la ripresa».
La lettura del ministero è legittima, però è un dato oggettivo che la produzione industriale italiana ha recuperato solo il 3% rispetto ai minimi toccati durante la recessione. La Francia ha recuperato l’8%, la Germania il 27,8%, la Gran Bretagna il 5,4% e la Spagna il 7,5%. Il confronto è ancora peggiore se si guarda al singolo settore delle costruzioni: nell’ottobre del 2015 l’Italia era 85 punti sotto il massimo pre-crisi e ha toccato il nuovo minimo assoluto dall’inizio della crisi economica. Secondo Eurostat, tutti gli altri big hanno invece recuperato dai picchi negativi, dal 3,4% della Francia al 32,9% della Spagna.
Anche nel mercato del lavoro la ripresa italiana si nota a fatica. Nel terzo trimestre del 2015 il nostro tasso di disoccupazione è sceso all’11,5%, ma in Germania era al 4,5% e nel Regno Unito al 5,2%. La Spagna subiva un 21,6% ma rispetto ai momenti più bui della crisi ha recuperato 4,7 punti contro 1,6 dell’Italia. Caso a sé la Francia, dove c’è meno disoccupazione che in Italia ma il 10,8% è il dato più brutto da 18 anni.
L’Italia fa peggio di tutti nel lavoro giovanile con un tasso di occupazione (attenzione: di occupazione, non disoccupazione) del 15,1% contro il 17,7% della Spagna, il 28% della Francia, il 43,8% della Germania e il 48,8% del Regno Unito. Rispetto ai picchi negativi della crisi il recupero in Italia è stato di 0,9 punti contro 1,9 in Spagna, 2,7 punti in Germania e 4,2 in Gran Bretagna.
In positivo si segnala che in Italia la fiducia dei consumatori è ai massimi dal 2008. Il miglioramento si deve soprattutto ai prezzi in calo dell’energia.
Repubblica 4.1.16
Sangue, suolo e Grande spazio i “Quaderni neri” di Carl Schmitt
di Roberto Esposito


Dopo la pubblicazione dei Quaderni neri di Heidegger, l’edizione italiana dei saggi di Carl Schmitt raccolti in Stato, grande spazio, Nomos per Adelphi (egregiamente curati da Giovanni Gurisatti, con una postfazione di Günter Maschke) ripropone la domanda sulla relazione ambigua tra filosofia e politica. Che uso fare dei concetti di un grande giurista — quale senza dubbio Schmitt è stato — coinvolto pesantemente nella politica nazista? È possibile pensare contro di lui attraverso le categorie interpretative che egli stesso fornisce? Benché l’antologia comprenda una serie di testi distesi lungo l’arco di un cinquantennio — da quelli degli anni Venti sul concetti del “politico” a quelli, degli anni Cinquanta- Settanta, sul nuovo nomos della terra — i saggi che pongono con più urgenza tale interrogativo sono gli scritti del periodo della guerra, a partire da L’or-dinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale.
In esso, scritto quando già le armate tedesche dilagavano a est e a ovest della Germania, l’autore legittima in termini giuridici la politica di guerra nazista. Il grimaldello teorico adoperato per smantellare l’ordine fissato dalla pace di Versailles e difeso dalla Società delle Nazioni è il concetto di “grande spazio”. Nato come estensione all’ambito mitteleuropeo della dottrina Monroe — che sanciva l’indipendenza americana da qualsiasi ingerenza straniera, consentendo di fatto l’espansione imperialistica degli Stati Uniti — esso si adattava perfettamente alle finalità criminali del Terzo Reich. Il punto di rottura dell’ordine giuridico precedente è giustamente identificato da Schmitt nella rivendicazione di Hitler, fatta al Reichstag il 20 febbraio del 1938, di un diritto alla tutela dei gruppi etnici tedeschi viventi in Stati esteri. Essa presuppone la sostituzione del concetto spaziale di impero (Reich) a quello, ormai considerato residuale, di Stato. Diversamente da questo, stretto nei propri confini nazionali, il grande spazio imperiale è un territorio sovranazionale composto da una pluralità di nazioni subordinate, unite dalla identità etnica del popolo che lo abita. A partire da un simile concetto, apparentemente neutrale, Schmitt elabora il versante più scopertamente strumentale del proprio discorso. Fin quando al centro dell’Europa è mancato un grande spazio di quel tipo, il diritto degli Stati europei non è stato che una copertura degli interessi delle democrazie occidentali occupate a costituire i propri imperi coloniali. Ma con la vittoria del nazionalsocialismo, anche in Europa si apre la possibilità di una “grande politica”, secondo le ambizioni di un popolo legittimato all’esistenza «dalla sua specie e dalla sua origine, dal suo sangue e dal suo suolo». A tale aspirazione — scrive Schmitt — «l’azione del Führer ha dato realtà politica, verità storica e un grande futuro nel diritto internazionale». Solo adesso il popolo tedesco può finalmente sfuggire alla morsa delle potenze nichilistiche dell’America e della Russia sovietica che, come Heidegger sosteneva nella Introduzione alla metafisica, stringono alla gola la Germania e l’Europa intera. Il che non impedisce a Schmitt di legittimare il patto russo-tedesco del 1939 orientato a smembrare la Polonia. Nonostante le assicurazioni fornite da Schmitt al processo di Norimberga circa il carattere puramente scientifico dei propri saggi, la loro convergenza con la politica estera nazista è palese. È vero che il “grande spazio” del giurista non ha il significato inequivocabilmente razziale dello “spazio vitale” invocato dai nazisti. Ma è lo stesso Schmitt a ricordare come a rendere operativo il proprio concetto di spazio siano state le contemporanee ricerche biologiche tedesche.
Del resto, a fugare ogni dubbio sugli effetti del proprio discorso, egli non manca di ricordare che il rapporto tra un popolo e il suo spazio risulti incomprensibile agli ebrei, in quanto tali sempre sradicati e delocalizzati. Certo, anche nel caso di Schmitt, si può parlare, come fa Donatella de Cesare per Heidegger nel suo Heidegger e gli ebrei, di antisemitismo metafisico. Ma ciò non assolve l’autore dalle sue responsabilità. Ciò vuol dire che va messo all’indice? Sarebbe come dire che l’Emilio di Rousseau va dato alle fiamme perché il suo autore ha abbandonato i propri figli in orfanotrofio. Al contrario, i suoi paradigmi, alcuni dei quali straordinariamente attuali, come quello stesso di “grande spazio”, vanno adoperati anche contro le sue stesse intenzioni. Che la categoria di Stato sovrano sia inadeguata alla comprensione del mondo contemporaneo è un dato di fatto. Così come l’idea che l’unico ordine mondiale accettabile sia un difficile equilibrio tra aree di grandezza continentali in dialogo tra loro. Non è a essa che anche l’Europa Unita, se mai diverrà tale, deve ispirarsi? Come Schmitt stesso dovrà riconoscere nel 1955, pur senza aver mai preso le distanze dalle tesi precedenti, «anche nella lotta spietata tra le nuove e le vecchie forze possono nascere giuste misure o formarsi proporzioni sensate».
Repubblica 4.1.16
Heidegger & Evola
Così il filosofo copiò l’antisemita
Scoperto un inedito in cui l’autore di “Essere e tempo” cita il teorico dell’inferiorità dello “spirito ebraico”
di Angelo Bolaffi


MARTIN HEIDEGGER: Il dominio della quantità che tutto livella distrugge ogni rango e ogni elemento di spiritualità terrena
JULIUS EVOLA: Quando una razza perde il contatto con quello che ha sprofonda nel mondo della casualità

In un appunto inedito di Martin Heidegger sotto la voce “razza” si legge: «Quando una razza ha perduto il contatto con quello che solo ha e può dare durevolezza — col mondo dell’Essere ( des Seyns) — allora gli organismi collettivi da essa formati, qualunque sia la loro grandezza e potenza, sprofondano fatalmente nel mondo della casualità». Si tratta di una citazione dall’opera di Julius Evola “Rivolta contro il mondo moderno”, pubblicata in Italia nel 1934 e in tedesco l’anno successivo, riportata letteralmente dal filosofo tedesco salvo adattare alla propria ortografia filosofica il termine “essere”. Thomas Vasek, redattore capo della rivista filosofica Hohe Luft in un approfondito articolo intitolato Un programma di sovvertimento spirituale apparso sul supplemento culturale della Frankfurter Allgemeine Zeitung di mercoledì 30 dicembre 2015 ha dato notizia dell’inedito e discusso le conseguenze filosofiche di questa scoperta che «potrebbe indirizzare l’incessante dibattito attorno ad Heidegger in una nuova direzione ». E questo per almeno due ragioni. La prima di natura squisitamente filologica. Infatti in nessuna delle opere di Heidegger, neanche nei testi pubblicati postumi, compresi i cosiddetti Quaderni Neri, ricorre il nome di Julius Evola. Ma neppure nella ormai sterminata Heidegger-Forschung, neanche nel recentissimo e ben informato lavoro di Donatella Di Cesare intitolato Heidegger e gli ebrei (Bollati Boringhieri, 2014), troviamo alcun riferimento a Evola. Ne è, sia pure lontanamente, accennata l’ipotesi un legame tra il filosofo italiano e quello di Messkirch.
La seconda ragione che fa di questo inedito qualcosa di filosoficamente rilevante sta nel fatto, almeno secondo Thomas Vasek, che la recezione del pensiero di Evola da parte di Heidegger potrebbe rivelarsi chiave di lettura della sua critica del mondo moderno e delle sue convinzioni antisemite.
Giulio Cesare Andrea Evola (meglio conosciuto come Julius) era nato a Roma nel 1898 città in cui morì nel 1974. Teorico fortemente incline all’esoterismo iniziatico di una “filosofia della cultura” dominata da valori aristocratici e tradizionalisti nonché da un razzismo antisemita, Evola fu convinto sostenitore del fascismo (salvo poi entrare in urto con il regime da lui accusato di aver tradito i “valori originari”) e autore nel 1937 della introduzione alla quinta edizione italiana dei cosiddetti Protocolli dei savi di Sion: l’infame falso storico utilizzato dal razzismo europeo per “giustificare” la persecuzione degli ebrei. Nella Germania degli anni Trenta durante la fase finale della Repubblica di Weimar, l’opera di Evola incontrò molto interesse negli ambienti della cosiddetta “rivoluzione conservatrice”. In particolare alcuni suoi saggi immediatamente tradotti in tedesco ebbero una importante risonanza come conferma una recensione di Gottfried Benn apparsa nel 1935 sulla rivista Die Literatur nella quale il poeta tedesco si espresse in termini di entusiastica adesione nei confronti delle tesi esposte da Evola proprio in Rivolta contro il mondo moderno giacché «chi ha letto questo libro», questo il suo giudizio, «vedrà l’Europa in modo diverso».
Le idee di Evola vennero anche discusse e criticate da Carl Schmitt come conferma l’epistolario intercorso tra i due autori oggi conservato nell’archivio di Düsseldorf.
E Heidegger? A parere di Thomas Vasek è possibile ritrovare nella sua critica della modernità segnata dall’”oblio dell’Essere” un’eco della “filosofia della cultura” di Evola. E della sua convinzione che al “mondo della tradizione”, nel quale un’aristocrazia spirituale aveva ancora un rapporto con la trascendenza, si contrappone con l’avvento tra il Settimo e il Sesto secolo avanti Cristo dell’umanesimo e del razionalismo la decadenza della modernità: «un meccanismo autoreferenziale che non è più possibile fermare». Una diagnosi questa che, infatti, ricorda molto da vicino quella heideggeriana secondo la quale la metafisica platonica e il pensiero astratto e oggettivante sarebbero all’origine di un processo che conduce al dominio della “macchinazione” e all’affermazione di una razionalità calcolante onnipervasiva volta a un dominio strumentale. E come secondo Heidegger «è il dominio della quantità, del numero che tutto livella e in tal modo sbarra l’accesso all’Essere che distrugge qualsiasi rango e qualsiasi elemento di spiritualità terrena» così per Evola «il mondo moderno derubato di ogni spiritualità trascendente perde fatalmente ogni legge gerarchica e ogni durevolezza».
In questo aspetto demoniaco della modernità si manifesterebbe secondo Evola lo “spirito ebraico” con la sua inclinazione per il calcolo e l’astrazione al quale per questo è possibile addossare la colpa di questo processo di decadenza. Analogamente per Heidegger che nella sua “storia dell’Essere” attribuisce agli ebrei un talento calcolatorio, “il temporaneo rafforzamento dell’ebraesimo” legato alla ascesa della razionalità moderna può essere identificato con il “principio di distruzione”.
Se le cose stanno così è allora legittimo ipotizzare che quello che è stato definito “l’antisemitismo metafisico di Heidegger” possa essere ricondotto alla “filosofia della cultura” di Evola? E per questo vedere nel “secondo Heidegger” «un esoterico radicalmente fascista che ambisce al dominio spirituale delle élites » per consentire «il ritorno degli dèi»? Fino ad oggi non disponevamo di documenti che confermassero un legame spirituale tra Evola e Heidegger. Ma la scoperta di questo appunto prova la lettura da parte sua del saggio più importante di Evola e comunque alimenta il sospetto che gli inediti del filosofo tedesco nascondano ancora molti segreti.
IL LIBRO Stato, grande spazio, nomos di Carl Schmitt (a c. di G. Maschke e G. Gurisatti, Adelphi, pagg. 527, 60 euro)