martedì 8 dicembre 2015

Il Sole 8.12.15
L’Etruria? Ecco come si azzerò il capitale
di Fabio Pavesi


Quando l’11 febbraio scorso i funzionari di Banca d’Italia interruppero la riunione del Cda e invitarono l’intero vertice a togliere il disturbo, commissariando l’istituto, la Banca Popolare dell’Etruria era tecnicamente fallita. Semplicemente perchè con le nuove maxi-perdite rilevate dagli ispettori della Vigilanza la banca non aveva più un briciolo di capitale. È quanto emerge dal verbale ispettivo di Via Nazionale che Il Sole 24Ore ha potuto consultare. Un j’accuse duro e inquietante che narra di una gestione più che disinvolta dell’istituto aretino più volte rilevata da Bankitalia che sottopose la banca a più ispezioni almeno dal 2012, tutte chiusesi con rilievi di forte criticità, culminate con una sanzione al Cda e ai sindaci per oltre 2,5 milioni di euro nel settembre del 2014. Nulla però cambiò, nonostante le richieste pressanti, nè durante nè dopo, tanto da condurre la banca dell’oro al capolinea amaro del commissariamento. Forse tardivo , di certo inevitabile. Ecco cosa trovarono gli ispettori tornati ad Arezzo a metà novembre del 2014 dopo le sanzioni comminate a fine settembre. La task force della Vigilanza rilevò una banca agonica. La perdita d’esercizio a fine 2014 esplose a 517 milioni di euro, dopo che Bankitalia impose svalutazioni su crediti malati per oltre600 milioni. Una pulizia drastica di un bilancio che aveva tenuto in vita artificiosamente prestiti che non sarebbero più rientrati. Quella perdita (l’ultima) ha finito per azzerare il patrimonio netto che ammontava a poco più di mezzo miliardo. Per gli ispettori il deficit di capitale aveva toccato i 590 milioni e i requisiti patrimoniali necessari a operare erano scesi a un misero 0,66% di Cet1. Il nulla. Patrimonio dissolto definitivamente.
Ma la distruzione patrimoniale di Etruria è solo l’epilogo drammatico di una gestione non certo assennata e densa di conflitti d’interesse. Proprio su questo punto, e come aveva già anticipato Il Fatto Quotidiano, Bankitalia scoperchia il vaso di Pandora.I 13 ex amministratori e i 5 ex sindaci cumulano 198 posizioni di fido a loro concessi per ben 185 milioni. Ne vengono utilizzati 142 con perdite per la banca di 18 milioni. Non solo ma di questi soldi dati agli amministratori ben 90 milioni finiscono tra i prestiti in incaglio e sofferenza. Non verranno cioè restituiti. Fanno parte di quel lento accumulo di prestiti malati che sono la vera croce per l’istituto. Nel mezzo dell’ultima ispezione conclusasi con il commissariamento gli ispettori della Vigilanza rilevano una vera e propria montagna di crediti cattivi. Il totale ammonta a fine 2014 alla cifra record di 3 miliardi. Un record assoluto nel sistema bancario italiano dato che vale il 40% degli impieghi dell’istituto aretino. Di questi 3 miliardi ben 2 miliardi, scrivono gli ispettori, sono sofferenze. Da sole valgono più di 3 volte il capitale della banca. Capitale fittizio dato che con le svalutazioni imposte il patrimonio un attimo dopo è del tutto polverizzato. Ma in questo percorso di lenta distruzione della banca cosa fanno gli ammistratori? Sembrano non accorgersi della gravità della situazione. Nel periodo 2013-2014 quando la banca è già nel mirino di Bankitalia vengono spesi in consulenze ben 15 milioni di euro: incarichi vengono forniti sulla stessa materia a diversi professionisti. Non solo ma la banca continua a largheggiare nei compensi ai suoi vertici. Negli ultimi 5 anni consiglieri e sindaci incassano oltre 14 milioni di euro, mentre la banca da loro gestita cumula perdite per quasi 300 milioni, prima dell’epilogo finale cui si sommano altri 500 milioni. Gli amministratori pensano ad altro. Se i crediti malati sono il vulnus dell’istituto si dovrebbe intervenire con forza. Tale e tanto è il disinteresse che addetti al recupero crediti ci sono, come dettaglia il rapporto, solo 19 dipendenti. Sono l’1% del totale dei dipendenti. Dovrebbero smaltire 650 pratiche a testa, quando l’ennesima società di consulenza (ovviamente ben remunerata) spiega che una gestione efficace implica che ogni addetto non debba avere più di 250 pratiche a testa. E poi c’è l’affaire dell’offerta di acquisto a 1 euro per azione della banca (quando il titolo valeva 75 centesimi,ora l’azione non vale più nulla) da parte della Vicenza. È probabile che per come sono andate le cose a Vicenza quell’offerta non avesse dietro di sè i soldi necessari, ma è un fatto che il vertice della banca respinse sdegnato la proposta. Con il senno di poi quella proposta avrebbe salvato le migliaia di picoli soci dalla distruzione completa del loro investimento. Ora che il danno è compiuto restano i cocci. Restano sullo sfondo le inchieste della Procura di Arezzo che ha comunicato quest’estate l’avviso di chiusura indagini per l’ex presidente Giuseppe Fornasari, l’ex direttore generale Luca Bronchi e il direttore Davide Canestri per i reati di ostacolo all’attività di Vigilanza in merito alla cessione del Palazzo della Fonte e alla non corretta comunicazione nel 2012 della situazione economica e patrimoniale della banca. E pochi giorni fa si è chiusa l’indagine con l’accusa di false fatturazioni che vede coinvolti oltre a Fornasari e Bronchi anche Lorenzo Rosi. Al di là della coda di carattere penale resta il dramma degli azionisti e degli obbligazionisti subordinati che hanno perso tutto quello che avevano investito nella loro banca del territorio. Solo due anni fa i soci erano stati chiamati a un aumento di capitale da 100 milioni per un valore dell’azione a 60 centesimi. E l’ex presidente Fornasari aveva commentato: «Un'ulteriore conferma del fatto che rappresentiamo a pieno titolo il ruolo di Popolare di riferimento del Centro Italia e di banca solida, dal corpo sociale coeso». Un’enfasi del tutto fuori luogo, visto quel che è accaduto.
Filosofia laica?
Il Sole 8.12.15
L’antidoto della misericordia
di Remo Bodei


Dal punto di vista religioso, la misericordia è un attributo di Dio che compare sia nel cristianesimo, sia nell’Islam, dove la preghiera è introdotta dall’invocazione: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso”.
Seppur con intrinseche differenze, l’allocuzione rinvia, in entrambi i casi, a una divinità che tempera la sua inesorabile giustizia e la sua eventuale ira verso i peccatori con questa forma di premuroso amore incline al perdono. La misericordia di Dio corrisponde, in termini politici, alla clemenza dei sovrani.
In campo cristiano, ma con evidenti ricadute sulla politica, c’è voluto molto tempo perché si superassero le posizioni di alcuni focosi esponenti della chiesa africana del III e dell’inizio del IV secolo, quali Tertulliano e Lattanzio, che esaltavano un Dio irato e vendicativo. Tertulliano, convinto del fatto che Egli terrà l’esatta contabilità delle ingiustizie in una specie di archivio dell’ira, anticipa la sua gioia per quando, nel giorno dl Giudizio, vedrà i peccatori soffrire i più strazianti tormenti. Lattanzio, a sua volta, immagina un Dio personale che ha a cuore la salvezza dell’anima immortale di ciascuno e, proprio per questo, ne corregge severamente la condotta alla maniera del padre di famiglia romano.
Malgrado le numerose eccezioni che si richiamano al Discorso sulla montagna, a San Francesco o a Gioacchino da Fiore, il rex tremendae maiestatis continuerà a dominare la storia europea almeno sino alla conclusione delle guerre di religione (1648), durante le quali, per garantire la compattezza del potere e l’unità dei fedeli, dilaniati da contrastanti lealtà politiche e religiose, non ci si fece alcuno scrupolo nel ricorrere alla violenza contro i nemici dello Stato e contro gli eretici.
Da questo atteggiamento scaturì, da parte di un domenicano, l’assassinio del re di Francia Enrico III di Valois (preceduto da quaranta messe in cui sull’altare, era stata posta una statua di cera confitta di spilli che lo rappresentava) e, più tardi di Enrico IV.
Del resto, secondo il teologo spagnolo Mariana, ogni mezzo è buono per sterminare coloro che si allontanano dall’ortodossia religiosa e politica (tranne, concede magnanimamente, il veleno a effetto lento).
Chi visita a Terni il Palazzo Spada sarà dapprima stupito di vedere, come gloriose vittorie della fede, l’affresco che rappresenta La battaglia di Lepanto (1571) assieme a quello che raffigura La notte di San Bartolomeo (1572), quando in Francia, nel giro di poche ore, vennero trucidati tremila ugonotti da parte della Lega cattolica.
Non dimentichiamo mai, pensando ad altre culture, il cammino plurisecolare, compiuto dalla nostra civiltà per arrivare all’attuale situazione, in cui sono gradualmente cambiati non solo il cristianesimo, nel quale la misericordia si coniuga sempre più con il perdono e l’amore, ma anche gli Stati e la politica.
In essi, specie nel caso delle democrazie, sono stati adottati, da un lato, i valori della tolleranza e del “diritto mite” e, dall’altro, gli istituti dell’amnistia e dell’indulto accanto, in vari paesi, a quello dell’abolizione della pena di morte.
Il richiamo alla misericordia non influirà tuttavia – se non di riflesso e in maniera strumentale – sulla condotta della politica, che obbedisce a una logica di potere. Può, tuttavia, incidere, grazie all’“uso civile della religione”, sulla coscienza delle persone e di alcune comunità, inducendole ad abbandonare l’odio e il risentimento e a smussare, se non certo a superare, conflitti, manifesti e latenti.
Specie sul piano morale e religioso, la misericordia costituisce attualmente un possibile antidoto alle dolorose incomprensioni che lacerano i popoli e gli individui, una risposta all’esigenza di un nuovo inizio, di un “da capo” che non dimentichi il passato, ma tolga ai torti perpetrati e subiti, il loro peso schiacciante. Non è detto che possa convertire i terroristi, ma può, comunque, rafforzare gli anticorpi dei cittadini e dei fedeli (magari musulmani) nei loro confronti.
Corriere 8.12.15
L’inventore dell’Italia
Augusto plasmò un mito identitario da brandire nella lotta con antonio
di Paolo Mieli


A spalancare le porte del successo al diciannovenne Ottaviano, fu un «difetto di pianificazione» da parte degli attentatori di Cesare: Bruto, Cassio e compagni («tra cui c’erano ottimati, ma anche cesariani e personaggi non attribuibili ad alcuno schieramento preciso»). È questa la tesi iniziale dell’interessantissimo Augusto di Arnaldo Marcone, pubblicato da Salerno. L’assenza di un «progetto per il dopo» portò in quel 44 a.C. a un generale stato di confusione. Un caos ben ricostruito anni fa da Arnold Hugh Martin Jones nel suo Augusto (Laterza), laddove si spiega come l’errore iniziale dei congiurati fu probabilmente quello di non aver seguito il consiglio di Cicerone, cioè di eliminare anche Antonio («Bruto fu il più deciso nel volerlo risparmiare», sottolinea Marcone). Con le conseguenze che, per vie tortuose, ne venne fuori un disordine che durò per tredici anni, fino alla battaglia di Azio (31 a.C.) nella quale Ottaviano sconfisse Antonio e Cleopatra. Una concatenazione di eventi approfondita con considerazioni non scontate da Giovannella Cresci Marrone in Marco Antonio. La memoria deformata (Edises). Fu solo nella battaglia di Azio che si completò l’ideale passaggio di consegne tra Cesare e il suo figlio adottivo Ottaviano Augusto.
Nella storia di quegli anni, ha scritto Luca Canali in Augusto, braccio violento della storia (Bompiani), sarebbe stato difficile trovare due personalità tanto diverse fra loro… Cesare aveva voluto con sé Ottaviano, appena adolescente, nel corso di due spedizioni, in Africa e in Spagna. In quelle due circostanze avrebbe scoperto «la gracilità delle membra e il pallore a volte mortale di quel ragazzo, ma anche la sua ostinazione tirata fino allo spasimo in qualsiasi situazione, fosse pure di grave rischio o di dura fatica». Canali, domandandosi che cosa Giulio Cesare avesse trovato in quel «sedicenne schivo e taciturno», si è spinto a ipotizzare che avesse individuato in lui, sia pure in nuce , «la innata capacità di trasformare una rivoluzione ancora in atto in un regime illuminato ancorché autoritario fino al dispotismo». Marcone ricorda che, secondo Svetonio, a Munda, la località della Spagna meridionale dove nel marzo del 45 si svolse una decisiva battaglia contro i seguaci di Pompeo, Cesare pensò addirittura al suicidio: fu probabilmente in quegli attimi che scelse il nipote Ottaviano (la sorella di Cesare, Giulia, era sua nonna) come successore. E, dopo la vittoria ispanica, gli concesse di seguirlo nella carrozza più prossima alla sua, dove sedeva con Marco Antonio, nei giorni in cui attraversò trionfalmente l’Italia.
Vennero poi le Idi di marzo e, dopo l’uccisione di Cesare, il caos di cui abbiamo detto all’inizio. Una notevole carenza di senso delle prospettive accecò all’epoca anche Cicerone, ondivago nei suoi giudizi sui protagonisti di quella fase storica e ossessionato dall’idea che Antonio potesse trasformarsi in un nuovo tiranno. Ed è a questo punto che si produce quello che Luca Canali, ha definito il «pasticcio di Modena». A Modena nel 43 a.C. Ottaviano combatté la «prima vera battaglia (quasi una guerra)» che «vide capovolte e violate le motivazioni politiche delle parti in conflitto» . In che senso? Ottaviano prese la decisione di schierarsi con i due consoli in carica, Aulo Irzio e Gaio Pansa, i quali sostenevano Bruto, uno dei congiurati che avevano ucciso Cesare. Paradossalmente il nemico del figlio adottivo di Cesare, in quella occasione fu Marco Antonio, cesariano da sempre. La battaglia fu sanguinosissima, Irzio e Pansa morirono in combattimento, ma Antonio venne sconfitto, dovette lasciare il campo e attraversare le Alpi.
Ancor più imprevedibile quel che accadde in seguito. Ottaviano, dopo questa che per Canali fu una «guerra assurda», si riconciliò con Antonio e passò di nuovo «dalla parte della rivoluzione», marciò su Roma e chiese a soli vent’anni il consolato (mentre l’età minima per ottenerlo avrebbe dovuto essere di trenta) al posto di Irzio e Pansa, caduti, come s’è detto, in battaglia. A tale richiesta «completamente anomala e avventata», i senatori «cedettero atterriti dalle minacce di rappresaglia». Soprattutto dopo che un centurione di Ottaviano entrò nella aula senatoriale con la spada sguainata e disse: «Se non lo farete console, lo farà quest’arma». Così il figlio adottivo di Cesare ottenne il consolato, furono stilate le liste di proscrizione e «il sangue corse a fiumi».
Alludendo in modo quasi esplicito al passo di Benito Mussolini dell’ottobre 1922, Luciano Canfora ha definito, fin dal titolo di un suo fortunatissimo libro, quella di Augusto La prima marcia su Roma (Laterza). «Atto eversivo ammantato di legalità», ha scritto Canfora, «quella precoce conquista a mano armata della più alta magistratura della Repubblica fu, per il giovanissimo e già più che maturo erede di Cesare, il presupposto fondamentale della successiva sua costruzione politica che segnò per secoli la storia del mondo». Certo, scrive Marcone, la caccia all’uomo che si scatenò in quei giorni — e che ebbe in Cicerone la sua vittima più illustre — «lascia un’ombra incancellabile sul giovane Ottaviano, anche se è verosimile che almeno in un primo tempo, abbia cercato di opporsi alle proscrizioni, dal momento che non aveva nemici personali in Senato da colpire». Ma questo era probabilmente un suo punto di forza, dal momento che stava per giungere l’ora dello scontro finale con gli artefici della congiura del 44 a.C.
A Filippi nell’ottobre del 42 a.C., gli eserciti dei cesaricidi e dei triumviri si scontrarono due volte e in entrambe le occasioni, sottolinea Werner Eck in Augusto e il suo tempo (Il Mulino), «il vero vincitore fu Antonio». Il quale, successivamente, rappresentò Ottaviano come «un vile codardo che si era nascosto davanti al nemico». Effettivamente, scrive Eck, le cose andarono più o meno come aveva detto Antonio e l’assetto successivo risentì di questa forza di Antonio, nonché dell’altrettale debolezza di Ottaviano. Il primo tenne per sé il comando sulle Gallie e ricavò dall’Oriente il denaro per sistemare i suoi veterani. Al secondo toccarono le province spagnole (a danno di Lepido); in Italia dovette cacciare abitanti dalle loro terre per far posto ai soldati che avevano combattuto per lui. Eck ha censito almeno diciotto città italiche colpite, da alcune delle quali si dovette mandare via l’intera popolazione. Con qualche eccezione, come nel caso di Virgilio che, vicino a Mantova, riottenne i beni paterni. E che, in virtù di ciò, in una delle Egloghe espresse tutta la sua gratitudine e lodò quella di Ottaviano come un’«epifania divina». Ma la massa della popolazione di queste città lo maledisse e le immediate conseguenze dell’operazione misero Ottaviano persino in pericolo di vita: gli espropriati avevano prontamente trovato un portavoce in Lucio Antonio, fratello del triumviro.
Fu in quel momento che, secondo Marcone, in un certo senso Ottaviano «inventò l’Italia». L’esperienza delle guerre civili, «aveva lasciato un segno». Ottaviano «recepì precocemente che quella stagione doveva essere superata per sempre e fece di tutto, una volta divenuto Augusto, per ridimensionarne il ricordo». Augusto «scelse l’Italia come sua interlocutrice privilegiata». L’appello che fece nel 32 a.C., alla vigilia dello scontro finale con Antonio, «assume un valore del tutto particolare, che trova conferma nei successivi sviluppi ideologici». Sembra allora valorizzarsi, scrive Marcone, «un concetto polivalente di Italia, di tutta la penisola italica, che diventa un fattore ideologico — e politico — di riferimento». Esso va apparentemente «al di là dello stesso mito troiano dell’arrivo di Enea nel Lazio, che era pur sempre nato con una funzione essenzialmente riferita all’esterno, al mondo greco in primo luogo».
E venne l’ora della battaglia di Azio, a seguito della quale Ottaviano divenne, secondo Cassio Dione, «il signore unico di Roma», al punto che «il conto degli anni del suo regno si fa proprio partendo da questo giorno», ciò che, secondo Marcone, rende esplicito «il valore epocale, periodizzante» di quella vittoria. È qui che inizia il regime augusteo. Perché regime? Alla riconoscenza di Virgilio si aggiunse l’ossequio di molti altri intellettuali. Augusto «incoraggiò in tutti i modi gli ingegni del suo secolo», scrisse Svetonio; «ascoltò benevolmente e pazientemente chi gli recitava cose proprie, non soltanto di poesia e storia, ma anche orazioni e dialoghi». Grazie a loro, agli uomini d’ingegno di cui si circondò, nell’età augustea la propaganda — ha messo in luce Ronald Syme nello straordinario La rivoluzione romana (Einaudi) — ebbe maggior peso di quello che le armi avevano avuto nelle lotte del periodo triumvirale.
Syme ha descritto Augusto come un personaggio in possesso di «un impareggiabile senso dello spettacolo» e, ad un tempo, «dotato di grandi capacità organizzative», capace di scegliere «oculatamente» i propri collaboratori. «Il capo di gabinetto di Augusto, Mecenate, si preoccupò di catturare, quasi giovani fiere, i poeti più promettenti e di ammaestrarli in modo conveniente al principato». Augusto presenziava alle loro letture, ma insisteva che le sue lodi «fossero cantate solo in opere seriamente impegnate e dai migliori», ha scritto Syme rifacendosi a Svetonio. Un clima magnificamente descritto da Antonio La Penna in Orazio e l’ideologia del principato (Einaudi). E, in tempi più recenti, da Augusto Fraschetti in Augusto (Laterza).
Mecenate poi ebbe il grande merito, secondo Marcone, di restare «sostanzialmente estraneo al grande gioco politico», per una scelta «che attingeva a una precisa filosofia di vita». Ma, mette in guardia l’autore, attenti a presentare Augusto come «un uomo della propaganda», in particolare se questo termine «viene utilizzato in modo indifferenziato e con implicazioni eccessivamente modernizzanti». Augusto fu soprattutto un imperatore di grandi realizzazioni. Non tutto, tra l’altro, andò liscio: lo testimoniano la messa al bando delle poesie di Cornelio Gallo, l’invio di Ovidio in esilio. E, a dispetto di quel che scrisse Tacito, le numerose manifestazioni di ostilità: Egnazio Rufo, Marco Emilio Lepido, Cinna Magno, Fannio Cepione, Licinio Varrone Murena. Anche se, sostiene Svetonio, le cospirazioni furono «tutte scoperte prima che diventassero pericolose».
Di pari passo all’affermazione di Augusto, la memoria di Cesare andò sfumando. Duemila anni dopo, per il fascismo — ha notato Luciano Canfora in Augusto figlio di dio (Laterza) — nella fase «rivoluzionaria» della presa del potere il riferimento di Mussolini era stato Cesare, ma per il fascismo «regime» (sono come è noto le categorie introdotte da Renzo De Felice) il modello fu invece Augusto. Ma Cesare rimase sullo sfondo. Così come nell’attuale impero cinese, prosegue Canfora, pur essendo il richiamo a Mao sempre più pallido, il suo ritratto resta all’ingresso della Città proibita. Allo stesso modo nella Russia post-sovietica di Putin ci si richiama a Stalin, vincitore della guerra contro gli invasori da Ovest. E Volgograd una volta l’anno, nei giorni di anniversario della conquista di Berlino, torna a chiamarsi Stalingrado.
 Collocato dunque Cesare in un lontano empireo, nella cultura augustea, scrive Marcone, la presenza indubbiamente rilevante di Troia «può essere riconducibile all’accentuata consapevolezza della minaccia orientale». È da considerare come «l’idea etnico morale dell’Italia assurga a tema politicamente forte nel momento delicato del passaggio dall’età triumvirale alla costituzione del Principato». La tota Italia diventa «un argomento ideologico e culturale, oltre che politico, che va oltre il motivo della consanguineità tra i vari popoli della penisola, che pure era stato impugnato dai Gracchi e ripreso in varie circostanze, con finalità diverse, prima e durante la Guerra sociale». Augusto decise «di non governare l’Impero in modo arbitrario e autocratico come nel 30 avrebbe potuto fare». È una scelta «che ha puntuali riscontri a vari livelli». Anche se «la nozione extra costituzionale di auctoritas , valorizzata a giustificazione della sua azione politica, possiede indiscutibilmente una valenza di natura religiosa», va detto che il «rifiuto di un culto esplicito della sua persona, in forme di derivazione orientale», è coerente con la sua scelta di fondo. Certo, la trasmissibilità del potere a eredi, scelti tra l’altro all’interno della propria famiglia, è priva di fondamento legale e «rappresenta una delle contraddizioni irrisolte del regime augusteo». Ma nel concetto di res publica restituta («per quanto limitato sia il riscontro oggettivo che esso ha nelle fonti») si può apprezzare «un’idea forte di legalità che significa in primo luogo il ripudio degli arbitri dell’età triumvirale». E non è cosa da poco.
Repubblica 8.12.15
Io, l’orecchio di tante voci solitarie
di Svetlana Aleksievic
Premio Nobel 2015 per la Letteratura


Le società postcomuniste Le donne. L’amore. L’ascolto di molte piccole storie. Il discorso pronunciato ieri a Stoccolma da Svetlana Aleksievic al conferimento del Nobel
Non sono da sola su questo palco… Ci sono voci intorno a me, centinaia di voci. Sono sempre state con me, fin dall’infanzia. Sono cresciuta in campagna. Quando eravamo bambini, adoravamo giocare all’aperto, ma quando calava la sera, le voci delle donne del villaggio che si radunavano stanche sulle panchine vicino alle loro case ci attiravano come calamite. Nessuna di loro aveva mariti, padri o fratelli. Non ricordo uomini nel nostro villaggio dopo la seconda guerra mondiale: durante il conflitto morì un bielorusso su quattro, combattendo al fronte
oppure con i partigiani. Dopo la guerra, noi bambini vivevamo in un mondo di donne. La cosa che ricordo meglio è che le donne parlavano d’amore, non di morte. Raccontavano di come avevano detto addio agli uomini che amavano il giorno prima che andassero in guerra, dicevano che li aspettavano e li stavano ancora aspettando. Erano passati anni, ma loro continuavano ad aspettare: «Non mi importa se è senza braccia e senza gambe, lo trasporterò io». Senza braccia… senza gambe… credo di aver saputo cos’è l’amore fin dall’infanzia (…) Flaubert si definiva un uomo-penna; io potrei dire di essere una donna-orecchio. Quando cammino per strada e colgo parole, frasi ed esclamazioni, mi dico sempre: quanti romanzi spariscono senza lasciare traccia! Spariscono nell’oscurità. C’è tutta una parte della vita umana, quella delle conversazioni, che non riusciamo a cogliere attraverso la letteratura. Non l’apprezziamo per il suo valore, non ci stupisce, non ci appassiona. Ma a me affascina, ne sono rimasta prigioniera. Adoro il modo in cui parlano le persone… adoro le voci umane solitarie. È la cosa che amo di più, la mia passione.
La strada che mi ha portato fino a questo palco è stata lunga, quasi quarant’anni, da una persona all’altra, da una voce all’altra. Non posso dire di essere stata sempre all’altezza di questo percorso. Molte volte sono rimasta sconvolta e terrorizzata dagli esseri umani. Ho provato ammirazione e repulsione. A volte volevo dimenticare quello che sentivo, tornare a un’epoca in cui vivevo nell’ignoranza. Ma più di una volta ho visto la bellezza sublime delle persone, e ho avuto voglia di piangere.
Vivevo in un Paese dove ci insegnavano a morire fin dall’infanzia. Ci insegnavano la morte. Ci dicevano che l’uomo esiste per dare tutto quello che ha, per bruciare vivo, per sacrificarsi. Ci insegnavano ad amare uomini armati. Se fossi cresciuta in un Paese diverso, non avrei potuto fare questo percorso. Il male è implacabile, devi essere vaccinata contro di esso. Noi siamo cresciuti fra carnefici e vittime. Anche se i nostri genitori vivevano nella paura e non ci raccontavano nulla – e spesso e volentieri non ci dicevano nulla – l’aria stessa della nostra vita era avvelenata. Il male ci spiava sempre. Ho scritto cinque libri, ma ho l’impressione che siano un libro solo. Un libro sulla storia di un’utopia (…) Vent’anni fa, abbiamo preso congedo dall’«impero rosso» con lacrime e maledizioni. Ora possiamo guardare a quel passato con più calma, come a un esperimento storico. È importante, perché le discussioni sul socialismo non si sono mai esaurite. Una nuova generazione è cresciuta con un’immagine differente del mondo, ma molti giovani tornano a leggere Marx e Lenin. Nelle città russe si inaugurano musei dedicati a Stalin, si erigono monumenti in suo onore. L’impero rosso non c’è più, ma l’«uomo rosso» è sempre là. Continua a esistere.
Mio padre è morto poco tempo fa. Ha creduto nel comunismo fino alla fine. Conservava la sua tessera del partito. Non riesco a pronunciare la parola sovok, un appellativo denigratorio per la mentalità sovietica, perché sarei costretta ad applicarla a mio padre e ad altri che mi sono vicini, degli amici. Vengono tutti da lì, dal socialismo. Ci sono molti idealisti fra loro. Romantici. Oggi vengono chiamati a volte i romantici della schiavitù. Gli schiavi dell’utopia. Penso che tutti loro avrebbero potuto vivere una vita diversa, ma hanno vissuto una vita sovietica. Perché? Cerco da tempo la risposta a questa domanda, ho percorso in lungo e in largo l’enorme Paese che un tempo veniva chiamato Unione Sovietica, e ho fatto migliaia di registrazioni. Era il socialismo, ed era semplicemente la nostra vita. Ho raccolto pezzetto per pezzetto la storia del socialismo «domestico», «interiore ». Il modo in cui viveva nell’anima delle persone. Quello che mi attirava era quel piccolo spazio, l’essere umano, il singolo individuo. È lì, in realtà, che succede tutto. (…) Quello che mi interessa sono le piccole persone. Le piccole grandi persone, potrei dire, perché la sofferenza le ingrandisce. Nei miei libri le persone raccontano le loro piccole storie, e allo stesso tempo raccontano la grande storia. Non abbiamo avuto il tempo di comprendere quello che ci è già successo e ci sta ancora succedendo, dobbiamo formularlo. Per cominciare, dobbiamo almeno formulare quello che è successo. Abbiamo paura di farlo, non siamo ancora in grado di misurarci con il nostro passato. Nei Demoni di Dostoevskij, Shatov dice a Stavrogin, all’inizio di una conversazione: «Noi siamo due esseri e ci siamo incontrati nell’infinito… per l’ultima volta al mondo. Lasciate il vostro tono e assumete un tono umano! Cercate di parlare almeno per una volta con una voce umana».
È più o meno così che cominciano le mie conversazioni con i miei personaggi. Certo, una persona parla partendo dalla sua epoca, non può parlare dal nulla. Ma è difficile raggiungere l’anima di un uomo, la strada è ingombra di quello che si sente alla televisione e si legge sui giornali, e delle superstizioni,dei pregiudizi e degli inganni della sua epoca. (…) Che ci è successo quando l’impero è crollato? Prima il mondo era diviso in due: c’erano i carnefici e le vittime, era il Gulag; c’erano fratelli e sorelle, era la guerra. L’elettorato, era parte della tecnologia e del mondo contemporaneo. Il nostro mondo era diviso anche fra quelli che erano stati imprigionati e quelli che li avevano mandati in prigione, oggi c’è una divisione tra slavofili e filo-occidentali, «fascisti traditori» e patrioti. E tra quelli che possono comprare e quelli che non possono. Questa a mio parere è la più crudele delle traversie che sono seguite al socialismo, perché non molto tempo fa tutti erano uguali. Alla fine l’«uomo rosso» non è riuscito a entrare nel regno di libertà che sognava dal tavolo della sua cucina. La Russia è stata spartita senza di lui, e lui è rimasto senza nulla. Umiliato e defraudato. Aggressivo e pericoloso. (...) Mi prendo la libertà di dire che ci siamo lasciati sfuggire l’opportunità che ci era stata data, negli anni novanta. Alla domanda «Che Paese vogliamo essere? Un Paese forte o un Paese degno, dove la gente possa vivere decentemente?», abbiamo scelto la prima alternativa, un Paese forte. Eccoci ritornati all’epoca della forza. I russi fanno la guerra agli ucraini. I loro fratelli. Mio padre è bielorusso, mia madre ucraina. Ed è così per tante persone. Gli aerei russi bombardano la Siria… Il tempo della speranza è stato rimpiazzato dal tempo della paura. Il tempo è tornato indietro.
Ho tre case: la mia terra bielorussa, la patria di mio padre dove ho vissuto tutta la vita; l’Ucraina, la patria di mia madre, dove sono nata; e la grande cultura russa, senza la quale non riesco a immaginarmi. Tutte mi sono molte care. Ma in quest’epoca, è difficile parlare d’amore
© The Nobel Foundation 2015 Traduzione di Fabio Galimberti
Quando cammino per strada e colgo parole mi dico sempre: quanti romanzi spariscono senza lasciare traccia Ho tre case: la mia terra bielorussa, l’Ucraina di mia madre dove sono nata e la grande cultura russa.
La Stampa 8.12.15
Venezuela, così finisce una rivoluzione
di Mimmo Candito


Domenica è finita un’altra «rivoluzione». In realtà, in un continente, l’America Latina, che di rivoluzioni ne ha tentate molte, e quasi tutte, alla fine, vestite soltanto della retorica che la lingua spagnola concede volentieri ai propri racconti, dando il nome di «Revolución» anche a certi golpe maldestri di militari ambiziosi, nemmeno quella bolivariana è stata una rivoluzione storica, nonostante che Chávez rivoluzione la chiamasse per poterle dare la storia che le mancava. Comunque, con il voto di domenica, anche questa ora finisce, come tutte le rivoluzioni, quelle vere e quelle presunte.
Certo, una continua ancora, e Raúl Castro, che oggi la indossa con il beneplacito della generosità della storia (ma soprattutto con l’accordo firmato da Kennedy e Kruscev nell’ottobre del ’62, appena a un passo dalla guerra atomica, accordo che garantiva l’astensione di Washington da ogni tentativo futuro di rovesciare il regime dei «barbudos»), Raúl si è affrettato a mandare un telegramma di affettuosa solidarietà a Maduro, conduttore di autobus fattosi rivoluzionario di complemento, e sconfitto ora dalla propria inadeguatezza a essere un rivoluzionario autentico, di quelli che davvero la storia la cambiano e non si perdono, invece, nei pasticci di gestioni corrotte e incapaci, carenti comunque di quella dimensione carismatica che una Revolución non può non avere.
Raúl gli doveva il telegramma per quei 60.000 barili di petrolio che partivano per l’Avana a prezzo politico e davano ossigeno alla sua Revolución. E molto debbono a Chávez e al Venezuela bolivariano ancora tanti altri governi, non solo latinoamericani, che con il petrolio generoso della holding Pdsva potevano reggere politiche sociali di difficile sostentamento in bilanci statali molto asfittici. Aveva infatti ragione Maduro quando ieri diceva che a sconfiggerlo è stata «la guerra economica del capitalismo imperialista», certamente infastidito da questo socialismo sudamericano.
Ma aveva ragione se, parlando di «guerra economica», intendeva dire della forza delle leggi spietate del mercato e dei poteri che le condizionano, ma aveva torto, e torto marcio, se con quella giustificazione pretendeva di spiegare invece la corruzione dilagante e tollerata fin dal Palacio Miraflores, la sua incapacità a regolare i bilanci dopo la caduta del prezzo internazionale del petrolio, le mille deficienze nella gestione del mercato interno, del controllo della moneta, delle relazioni con una dinamica delle classi sociali che con lui puntava a una esclusione piuttosto che alla integrazione.
Un’inflazione al 270% e fino al 600%, la più alta al mondo, una moneta offerta ufficialmente al cambio di 6,3 bolivares (fino a 13) per un dollaro mentre al mercato nero viene venduta a 1.000 bolivares per un dollaro, e gli scaffali dei supermercati vuoti per un Paese costretto a importare fino al 60% dei suoi beni di consumo: Maduro si è scontrato con una condizione di crisi che lentamente, ma inesorabilmente, ha escluso il Venezuela dal mercato finanziario internazionale, debilitando la sostenibilità di politiche sociali basate sulla persistenza d’un prezzo del petrolio a 100 dollari a barile, quando ormai era sceso a poco più di 40 dollari, e ha creduto che – rinserrandosi dietro la prepotenza delle sue squadre bolivariane e la spregiudicatezza d’un potere che controllava ogni altro potere – riuscisse a reggere la decadenza del suo «socialismo». Si é sbagliato.
In America Latina c’è ancora il sogno dell’utopia senza armi, ma finisce sempre come il colonnello Aureliano Buendía di García Márquez.
La Stampa 8.12.15
Il prossimo choc può toccare  alla Germania
di Bill Emmott


L’unica cosa scioccante del voto di domenica alle elezioni regionali francesi per il Fn, un partito di estrema destra, è che chiunque, in campo politico o giornalistico, possa dirsene scioccato. L’ascesa del partito nazionalista e anti immigrati di Marine Le Pen era lo sviluppo in assoluto più prevedibile della politica francese ben prima che le atrocità commesse dai terroristi a Parigi il 13 novembre ne dessero la certezza. Il pericolo insito nel dirsene scioccati è ciò che implica in termini di negazione, accondiscendenza e mancanza di preparazione della politica ufficiale.
Questo è un fenomeno europeo e non solo francese. È già stato osservato in Danimarca, Svezia, Olanda, Polonia, Regno Unito e, con il revival della Lega Nord, in Italia, e in molti altri Paesi. A volte, come in Spagna e in Grecia, la ribellione contro i partiti istituzionali, vira verso l’estrema sinistra. Ma con 25 milioni di disoccupati nell’Ue, oltre un milione di rifugiati solo in questo ultimo anno, e con la paura del terrorismo che tiene sotto scacco il continente, non c’è da meravigliarsi che il fenomeno prenda la piega dell’estrema destra.
Innanzitutto l’ascesa dell’estrema destra è la risposta all’apparente incapacità e impotenza dei leader tradizionali. Bisogna sopportare la crisi economica, dicono e così l’austerità fiscale. La crisi dei migranti li ha colti di sorpresa, si sono trovati come i Keystone Kops, intenti a barcamenarsi tra soluzioni nazionalistiche e una fragile aspirazione a un approccio comunitario. Solo sugli atti di terrorismo c’è stata una sorta di risposta - una risposta che agli occhi di molti votanti è arrivata troppo tardi.
La domanda a cui ora non c’è risposta è fin dove arriverà questa rimonta dell’estrema destra. La risposta onesta è che dipende da cosa accadrà da ora in poi in termini di crescita economica, gestione del fenomeno dell’immigrazione e terrorismo. La presunzione più pericolosa sarebbe pensare che il quasi 28% raggiunto dal Fronte nazionale a queste elezioni regionali in Francia rappresenti il massimo cui si può arrivare. Può arrivare più in alto, molto più in alto. È anche ipotizzabile – anche se non è probabile – che Marine Le Pen vinca le presidenziali a maggio 2017.
Inoltre, il paese che potrebbe subire il prossimo «choc» potrebbe essere il più importante d’Europa, la Germania. Potrebbe anche non essere direttamente in termini di voti per l’equivalente del Fronte Nazionale, anche se il fin qui piccolo partito dell’Alternativ Für Deutschland appare molto sicuro di sé. Ma si potrebbe trattare di una ribellione contro la cancelliera Angela Merkel all’interno del suo stesso partito, la Cdu-Csu, sui temi dell’immigrazione.
La domanda più facile cui rispondere è come dovrebbero rispondere i partiti al governo e i loro leader, cancelliera Merkel, inclusa. Fin qui, come dimostra la decisione della Svezia di chiudere il famoso ponte che la collega alla Danimarca, in modo da scoraggiare i rifugiati, stanno agendo in preda al panico, mutuando le politiche anti-immigranti dei loro avversari politici.
Una risposta migliore sarebbe dimostrare che i sistemi tradizionali, inclusa la cooperazione nell’ambito dell’Unione, non sono dopotutto inutili o inefficaci se usati con forza e determinazione. Questo vale in primo luogo per l’economia, là dove Francia e Germania dovrebbero, eventualmente anche con la collaborazione della Gran Bretagna, lanciare un nuovo programma europeo di investimenti pubblici per le infrastrutture, in particolare un progetto congiunto per l’elettricità. Sarebbe un buon strumento per affrontare il cambiamento climatico, poiché darebbe ai paesi dell’Unione la possibilità di condividere in modo più efficiente il surplus di energie rinnovabili e creerebbe immediatamente nuovi posti di lavoro.
Maggiori risorse sarebbero anche la migliore risposta alla crisi dei migranti là dove gli sforzi per formare una forza di confine europea, adeguati centri di accoglienza per i migranti e una rete di collaborazione nel Mediterraneo sono stati mal finanziati e mal diretti. L’Europa può permetterselo? Sì, con una discreta ripresa economica che porta a qualche progresso nelle entrate fiscali ma anche con i minori tassi di sconto per i governi da due secoli a questa parte.
La parte più difficile è dare una risposta convincente al terrorismo, che è un obiettivo nascosto e sfuggente. Anche qui, tuttavia, parte della risposta è una franca collaborazione in termini di politica e di intelligence, e di volontà di fare tutto ciò che occorre per fare sì che le persone si sentano sicure. Così lo è una soluzione per la Siria ma il denaro non basta.
Una cosa soprattutto bisogna tenere a mente. Se si ha paura dello Stato Islamico si dovrebbe avere ancora più paura di una presidenza di Marine Le Pen. Sarebbe davvero la fine dell’Europa aperta e liberale costruita con tanta fatica in questi ultimi 70 anni.
Traduzione di Carla Reschia
La Stampa 8.12.15
I massacri di Parigi un attacco alla nostra cultura laica
risponde Gian Enrico Rusconi


Caro professor Gian Enrico Rusconi, «Perché non possiamo non dirci “cristiani”». Questa frase di Benedetto Croce, scritta nel 1942, mi è tornata in mente dopo l’attentato terroristico al Bataclan di Parigi. Molti commentatori e buona parte dei cittadini europei, alla domanda: «Come dobbiamo comportarci adesso nei confronti del mondo arabo?», hanno risposto senza esitazione: «Contrapponendo i nostri antichi valori civili e religiosi».
Mi domando se ha ancora senso, ormai, innalzare a steccato il modello della nostra civiltà. Quanto si sono corrotte nel tempo le nostre istituzioni politiche ed ecclesiastiche? Penso, per restare all’attualità, ai casi «Roma mafia capitale» e «Vatileaks 2». Nei «Viaggi di Gulliver» Jonathan Swift lancia, attraverso le osservazioni di uno dei suoi personaggi (il re di Brobdingnag), una pesante condanna del sistema anglosassone e del governo inglese: «Vedo, nel vostro popolo, certe linee fondamentali di una costituzione che, alle sue origini, poteva anche essere passabile; ma son quasi cancellate e quel che ne rimane è interamente macchiato e infamato dalla corruzione.
Da tutto ciò che mi avete detto non risulta minimamente che, tra voi, per giungere a una qualsiasi carica, sia richiesta una qualsiasi virtù […] la massa dei vostri compatrioti è la più perniciosa e abominevole razza di insettaglia cui la natura abbia permesso di strisciare sulla faccia della terra».
La denuncia di Swift è talmente forte - la costituzione inglese, così come la democrazia, la politica e la giurisprudenza di quel Paese, sono generalmente considerate un riferimento dagli altri Stati europei - da suscitare delle domande: in che stato versava, nel Settecento, il resto dell’Europa e di quali colpe s’è macchiato l’Occidente con guerre e ingiustizie nei secoli successivi?
Il nostro spirito di appartenenza, al glorioso cristianesimo come all’illuminismo europeo, non è più quello di una volta. I costumi e le società sono cambiate irreversibilmente. Dobbiamo prenderne atto.
Oggi il saggio di Croce dovrebbe intitolarsi: «Dirci cristiani solo quando conviene?».
Stefano Masino

Caro Stefano Masino,
mi scrive che la riflessione di Benedetto Croce «Perché non possiamo non dirci “cristiani”» le è tornata in mente dopo gli attentati di Parigi. Capisco; ma se lei l’ intende immediatamente come una risposta alla questione di «come dobbiamo comportarci con il mondo arabo», rischia di creare un equivoco. Il riconoscere le nostre radici cristiane storiche, e i valori che hanno veicolato, non significa affatto contrapporle frontalmente a quelle del mondo arabo-musulmano (anche escludendo a priori l’uso della violenza). Identità contro identità. Al contrario è un invito a un confronto di merito. La libertà di coscienza e di espressione, l’affermazione dei diritti individuali (in particolare della donna), la legittimità delle differenze culturali e religiose, ma anche la lotta contro l’ingiustizia e l’emarginazione sociale non mi pare che si lascino ascrivere semplicisticamente «ai nostri antichi valori civili e religiosi». Sono il frutto di una lunga storia che ha visto durissimi conflitti interni ai cristiani, che si richiamavano tutti agli stessi «valori», e soprattutto ha fatto maturare una cultura laica, autonoma (di cui Croce è stato uno dei grandi rappresentanti).
Questo vale ancora oggi. I massacri di Parigi personalmente li ho vissuti proprio come un attacco a questa cultura laica piuttosto che alla religione cristiana.
Purtroppo per troppi musulmani, anche colti, la nostra cultura rischia di essere schiacciata tutta confusamente dentro a un’immagine laida ed equivoca di Occidente, dominata dai suoi aspetti negativi. Spero di non sembrare patetico se affermo che c’è almeno una virtù «occidentale» che apprezzo: la capacità di autocritica.
Repubblica 8.12.15
Martin Schulz.
Il presidente del Parlamento europeo: “Sono all’opera forze che vogliono dividerci, futuro a rischio”
“Se non fermiamo i nazionalismi tra dieci anni l’Unione potrebbe sparire”
di Christoph B. Schiltz e Andre Tauber


DAVANTI all’ufficio del presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, c’è un andirivieni febbrile. Lui ci accoglie di persona e ci conduce nel suo ufficio, da dove lo sguardo si estende su tutta Bruxelles.
Il ministro degli Esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn, ha recentemente messo in guardia sul pericolo di disfacimento dell’Unione Europea. Esagera?
«Sono all’opera forze che vogliono dividerci. Dobbiamo impedirlo, poiché le conseguenze sarebbero drammatiche. L’Unione Europea è in pericolo: non sappiamo se tra dieci anni l’Ue di oggi esisterà ancora. Se lo vogliamo evitare, dovremo lottare duramente».
È possibile demolire l’Unione Europea?
«Una regressione è possibile, naturalmente. Ma l’alternativa è un’Europa del nazionalismo, delle frontiere e dei muri. Sarebbe devastante, poiché in passato una simile Europa ha portato alla catastrofe».
È necessario un maggiore impegno per il mantenimento dell’Unione?
«Certamente. Ma molti governi prima concordano sulla cessione di sovranità all’Unione, per poi lamentare inaccettabili interferenze nella sovranità nazionale e bloccare un’azione comune. Sono gli stessi che rimproverano l’Ue perché non sa risolvere i problemi di fronte ai quali ci troviamo».
Cosa intende in concreto?
«Attualmente non è l’Unione Europea a mostrare le proprie debolezze, ma sono gli Stati a fallire. Quando qualche ministro dichiara che il suo Paese difenderà da sé le proprie frontiere, dimentica che in qualche caso sono anche le frontiere dell’Ue. Il ritorno di molti governi al paradigma nazionale è fatale. Nessun Paese da solo può fronteggiare sfide come le migrazioni, il mutamento climatico, il terrorismo, il commercio o la criminalità internazionale».
Mentre la Germania discute con sette altri Stati sull’accoglienza di 400mila profughi dalla Turchia, gli altri sembrano volersi defilare. L’Ungheria e la Slovacchia hanno addirittura protestato contro la ripartizione già deliberata.
«Purtroppo qualche Paese si sottrae alle sue responsabilità e si appella con successo alla solidarietà quando si tratta di rivendicare qualcosa per sé, ma si tira indietro quando tocca a lui fare la sua parte. Non dimentichiamo che gli Stati che sopportano il peso maggiore della crisi dei profughi sono anche quelli che contribuiscono di più al bilancio dell’Unione Europea. Quando l’anno prossimo comincerà la revisione del quadro finanziario pluriennale affronteremo un’ intensa discussione sulle priorità dell’Ue».
Molti chiedono alla cancelliera Merkel un segnale sulla fissazione di un limite massimo all’accoglienza dei profughi. Lo comprende?
«Una discussione sui limiti massimi ai profughi non ci porta lontano. Cosa succede, se si fissa il limite a un milione di persone e poi arriva il bambino che è il numero un milione e uno? Lo mandiamo indietro e diciamo: “Scusaci, ne abbiamo già un milione, purtroppo devi andartene anche se sei in pericolo di vita?” È chiaro che dobbiamo difendere meglio le frontiere dell’Unione Europea, è un compito comune. Quello che non va è l’innalzamento di muri o di barriere di filo spinato all’interno dell’Europa. Questo danneggia tutti, e oltretutto è inutile».
Perché?
«Le persone che fuggono dal cosiddetto Stato islamico o dalle barrel bomb di Assad non si lasciano fermare dai reticolati. Corrono per salvarsi la vita. Se necessario, ripiegheranno su altre vie».
Ma non possiamo far entrare chiunque in Europa.
«Giusto. La maggior parte dei profughi che stanno arrivando non sono famiglie siriane di Aleppo, ma giovani uomini dall’Afghanistan. Posso capire i motivi della loro fuga. Ma le procedure per le persone che provengono da questi Stati devono essere accelerate e, coerentemente, devono essere effettuatianche i necessari rimpatri».
La Germania deve fare di più a livello finanziario per combattere le cause dell’esodo?
«Tutti gli Stati membri dell’UE devono fare di più. Qui purtroppo si riproducono sempre gli stessi schemi: si organizzano incontri, si adottano risoluzioni, si promettono soldi e alla fine nessuno rispetta questi impegni o versa del denaro. È uno spettacolo indegno, che deve finire quanto prima. Nel 2016 i contributi degli Stati membri per l’UE scenderanno a 9,4 miliardi di euro. Significa che i soldi ci sono. E cosa fanno gli Stati membri? Invece di darne una parte per l’assistenza ai profughi nei Paesi vicini della Siria li includono nei bilanci nazionali. Così non può durare».
Traduzione di Carlo Sandrelli © Die Welt / LENA, Leading European Newspaper Alliance
Repubblica 8.12.15
Lo strano argine dei due rivali
di Marc Lazar


I RISULTATI delle elezioni regionali in Francia segnano un momento importante, se non decisivo, della storia politica di questo Paese. Ma dobbiamo ricordare che queste elezioni si svolgono in due turni.
PERCIÒ dovremo attendere la sera del 13 dicembre per trarne conclusioni definitive. Ciò premesso, è il caso di fare fin d’ora alcune constatazioni.
La partecipazione al voto è lievemente aumentata rispetto alle elezioni del 2010: stavolta si è spostato un elettore su due. A differenza dal passato, questo leggero miglioramento è andato a vantaggio del Front National, grande vincitore del primo turno, arrivato in testa in sei regioni su tredici: con quasi sei milioni di voti, ha conseguito un risultato storico. Quanto alla destra, per il momento non ha dato una dimostrazione di forza. Tranne qualche rara eccezione, repubblicani e centristi si sono presentati uniti; a livello nazionale sono arrivati secondi, con un risultato inferiore a quello del 2010. Il partito socialista perde quasi 5 punti, anche se riesce a limitare il danno, ottenendo il 23,4% dei suffragi. I Verdi raggiungono appena il 6,6% dilapidando metà del loro capitale elettorale del 2010, mentre il Front de gauche supera di poco il 4%, contro il 5,8% del 2010. In attesa delle ultime decisioni in vista del secondo turno, previste entro le 18.00 di martedì (come impone il regolamento elettorale per le desistenze, i ritiri o le eventuali fusioni di liste) ecco alcune riflessioni di carattere generale.
Il partito di Marine Le Pen continua a progredire su tutto il territorio e in quasi tutte le categorie sociali, riuscendo a sfondare anche tra i giovani. Già da tempo questo schieramento si avvantaggia dell’elevato tasso di disoccupazione, delle crescenti disuguaglianze e della sfiducia nei confronti dei responsabili politici nazionali (molti francesi sostengono che l’alternanza tra destra e sinistra non abbia cambiato in alcun modo le loro condizioni di vita); e deve buona parte del suo successo alla paura dell’immigrazione e al dilagare dell’euroscetticismo. Secondo i sondaggi, ha fatto un balzo in avanti in seguito alla crisi dei migranti e ai recenti attentati. Il voto per il Front National non è più solo un gesto di protesta, ma una reale adesione alle sue posizioni, ormai largamente diffuse, sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, e su una concezione della Francia staccata dall’Europa, ripiegata su se stessa e senza troppi stranieri sul suo territorio. Questo partito ha riportato una vittoria sul piano culturale, e ne raccoglie ora i frutti facendo saltare le formazioni tradizionali e lo stesso sistema dei partiti nel suo insieme.
Su istigazione di Nicolas Sarkozy, la destra è oggi più a destra che mai; eppure gli elettori hanno preferito ai Repubblicani il Front National, scegliendo «l’originale piuttosto che la copia », come ha detto Marine Le Pen, quando non hanno optato per il piccolo partito sovranista Debout la France, che registra buoni risultati in alcune regioni. Repubblicani e centristi si scontrano ora sul comportamento da adottare al secondo turno, e si interrogano sulla strategia da seguire in vista delle presidenziali del 2017. Ma anche nel PS sorgono contrasti sulla decisione presa a Parigi di ritirare le proprie liste nelle tre regioni in cui il Front National ha ogni probabilità di vincere. Per il secondo turno, i socialisti tentano di radunare insieme tutte le formazioni di sinistra per fare da sbarramento al Front National e battere la destra. E sognano persino di vincere in sei regioni, o di riuscire a portare il loro candidato al secondo turno delle presidenziali, in un’unità difensiva — per non dire fittizia — sull’argomentario un po’ consunto dell’antifascismo.
Ma più in profondità, a ribaltarsi è l’intera vita politica, oramai strutturata in tre poli nettamente dissimili. Il primo è costituito da un solo partito, il Front National; il secondo, meno unito, comprende la destra, con i repubblicani e una parte dei centristi, mentre il terzo, il più eterogeneo, annovera il PS, i Verdi, il Front de gauche e alcuni piccoli gruppi trotzkisti molto critici nei confronti dei socialisti. Questa tripartizione complica la competizione politica.
C’è da chiedersi ad esempio se destra e sinistra debbano oramai prendere in considerazione un’ampia alleanza programmatica per arginare la destra estrema, anche a rischio di fornirle un argomento in più — dato che fin d’ora il Front National parla di collusione tra PS e Repubblicani — e di accentuare la frattura sociologica tra i francesi che hanno un diploma, lavorano e viaggiano, e le fasce più popolari e meno istruite, spaventate dai cambiamenti in atto nel mondo.
È più che mai urgente che i responsabili dei grandi partiti prendano pienamente coscienza delle dimensioni del sisma politico che sta nuovamente scuotendo la Francia, e riescano a superare i calcoli di breve momento per proporre risposte reali, con un linguaggio di verità. Altrimenti dobbiamo aspettarci altre scosse, sempre più devastanti.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
Repubblica 8.12.15
L’astensione al primo turno è stata intorno al 50%: l’obiettivo è richiamare alle urne per il ballottaggio chi è rimasto scioccato dall’idea del successo di un partito xenofobo nel paese dei diritti dell’uomo
Al via l’offensiva contro la Le Pen ma i partiti si dividono sulla lotta al Fn
di Bernardo Valli


PARIGI È il momento della controffensiva. I ballottaggi di domenica prossima sono il terreno della grande manovra politica. Per i partiti democratici, sconfitti al primo turno delle elezioni regionali, il secondo voto è l’ultima occasione per frenare, per ridimensionare l’avanzata dell’estrema destra. L’obiettivo immediato è di impedire che il 28 per cento ottenuto nell’insieme del paese dal Front National si traduca nella conquista di un consistente numero delle tredici regioni in palio a fine settimana. In sei di quelle regioni i candidati di estrema destra sono in testa, ma se riuscissero a controllarne almeno quattro per Marine Le Pen sarebbe un grande successo. In tal caso, dopo avere ottenuto il titolo di primo partito di Francia con i suffragi del 6 dicembre, il Front National disporrebbe anche di un’ampia base per proseguire «la marcia verso il potere», come dicono con enfasi i militanti. E per la verità la conquista, da parte di un’estrema destra, reazionaria e xenofoba, di alcune grandi regioni in una delle maggiori democrazie occidentali sarebbe un avvenimento non solo di rilievo ma inquietante. Favorirebbe inoltre la dinamica, per ora inarrestabile, di un partito che cresce ad ogni elezione, dopo una lunga stagnazione, e che via via si svincola dall’isolamento in cui lo relegano i partiti democratici.
Sarà infatti sempre più difficile tenere in una quarantena politica un movimento che raccoglie quasi un terzo dell’elettorato, in una consultazione nazionale (sia pure con un’astensione vicina al 50 per cento). E che, se tra pochi giorni, il 13 dicembre, conquistasse soltanto le tre regioni in cui è in netto vantaggio, nel Nord, nell’Est e in Provenza, amministrerebbe territori in cui vive un quarto della popolazione francese. Un eccellente posizione da cui proseguire «la marcia verso il potere », ai nostri occhi utopistica, ma non per chi la conduce.
La dinamica del populismo in Europa è in funzione da tempo. La collera per la strage parigina compiuta dai jihadisti il 13 novembre ha senz’altro portato molti elettori al Front National. Gli ha fatto compiere un ulteriore balzo in avanti. Ma negli anni la sua crescita non è stata favorita soltanto dalla xenofobia. Nell’affrontare i grandi mutamenti in corso nelle nostre società le democrazie non sono state all’altezza. Hanno lasciato aperte tante brecce ai populisti.
La controffensiva per frenare l’estrema destra viene preparata nella confusione e nella fretta. La scadenza è fissata per le diciotto di oggi. Per quell’ora dovranno essere presentate le liste dei candidati. Il tempo stringe e non c’è coesione tra i partiti democratici. Quello di destra, di cui Nicolas Sarkozy è il presidente e a cui si sono aggregate formazioni centriste, ha rifiutato di applicare il fronte repubblicano che nel passato ha riunito le forze democratiche decise a sconfiggere l’estrema destra, e per questo disposte a superare le differenze ideologiche o le vecchie rivalità.
Sarkozy ha respinto l’intesa con il partito socialista. La quale avrebbe obbligato a desistere chi avesse ottenuto meno voti e a invitare i propri elettori ad appoggiare chi avesse la possibilità, anche se un avversario democratico, di sconfiggere il Front National. Il rifiuto di Sarkozy non ha incontrato obiezioni nella direzione del partito, ma i suoi nemici interni non nascondono che la resa dei conti sarà inevitabile appena concluse le elezioni. Allora l’ex presidente della Repubblica dovrà pagare per avere condotto “ Les républicains”, cosi si chiama il partito, alla sconfitta. E il sorpasso compiuto dal Front National diventato il primo partito di Francia è un’umiliazione severa per Sarkozy. Tanto più che è avvenuto nonostante la tattica studiata per sottrarre elettori a Marine Le Pen, spesso usando argomenti simili. Il prezzo della sconfitta si annuncia pesante. Potrebbe implicare la rinuncia di Sarkozy a una nuova candidatura alla presidenza della Repubblica. Cioè alla riconquista che sembrava a portata di mano. Alain Juppé, ex primo ministro e oggi sindaco di Bordeaux, in queste ore è disciplinato, ma lui è un possibile candidato al Palazzo dell’Eliseo al posto di Sarkozy.
Se la direzione del partito si è adeguata, per il momento, alla volontà del suo presidente, tra i notabili non sono in pochi a dichiararsi in favore di un’intesa con i socialisti contro il Front National. L’astensione si è aggirata sul cinquanta per cento, e molti di coloro che hanno disertato i seggi potrebbero mobilitarsi per i ballottaggi, indignati dall’idea che un partito xenofobo possa avere un successo tanto clamoroso nel paese dei diritti dell’uomo. L’astensione è stata altissima anche in località della banlieue parigina dove vivono importanti comunità musulmane. A Bobigny, nella Seine- Saint-Denis, ha toccato il settantadue per cento, e più ancora a Scarcelles, nella Val-d’Oise, dove oltre a una comunità musulmana ce n’è anche una ebraica. Il successo del partito islamofobo e un tempo anche antisemita può essere stato traumatizzante. E può spingere ad andare alle urne domenica.
Per molti democratici finora indifferenti, e comunque rimasti a casa al primo turno, la dinamica che ha condotto il Front National a diventare il primo partito di Francia, può essere insopportabile dopo il successo di domenica. Quella che era una spiacevole eccentricità della Francia profonda, appare adesso una pericolosa deriva nazionale. Tanto più che il Front National sta raccogliendo consensi in quasi tutti gli strati della società, compresi quelli tradizionalmente di sinistra.
Al contrario di Nicolas Sarkozy, il partito socialista ha promosso da solo il fronte repubblicano. Ha infatti invitato i candidati nella regione del Nord (Nord-Pas-de-Calais-Piccardia) e in quella del Sud (Provenza-Alpi-Costa-Azzurra) a ritirarsi e ad invitare i loro elettori a votare per i candidati di centro destra. Erano arrivati terzi e restando in gara non potevano che indebolire quelli in seconda posizione. In sostanza avrebbero favorito la vittoria di Marine Le Pen, che nella regione del Nord ha ottenuto più del quaranta per cento, e di sua nipote Marion che nel Sud ha raccolto altrettanti suffragi. È probabile che le due Le Pen vengano elette lo stesso. Ma Manuel Valls, il primo ministro, ha precisato che il suo partito non vuole avere quella responsabilità. La direzione socialista ha chiesto di ritirarsi anche a Jean Pierre Masseret, candidato arrivato terzo nella regione Alsazia-Champagne- Ardenne-Lorena. Restando in lizza indebolirebbe l’avversario di centro destra, in seconda posizione, di Florian Philippot, stratega del Front National. Ma fino a ieri sera Masseret non voleva abbandonare i suoi elettori. Se mi ritiro li tradisco, In molti casi l’applicazione del fronte repubblicano pone dei casi di coscienza. Non sempre, ad esempio, un militante di sinistra se la sente di appoggiare un sarkoziano, anche se si tratta di sconfiggere un lepenista.
Repubblica 8.12.15
Marine Le Pen
“La mia vittoria una sfida alle élite così i socialisti si sono suicidati”
intervista di Olivier Mazerolle e altri


Marine Le Pen, quali sono i vostri obbiettivi per il secondo turno?
«Sei regioni su 12 e nella settima siamo in parità, perché in Normandia credo che ci separi una differenza dello 0,2%. Questo dimostra una crescita incredibile per il Front national, ma bisogna fare anche altre osservazioni. Innanzitutto il risultato molto modesto dell’Ump, che Sarkozy diceva capace di riprendere le forze sotto la sua direzione, ma non è stato così. Quanto al Partito socialista, un vero e proprio crollo, seguito da una specie di suicidio collettivo».
Quali sono i vostri obbiettivi per il secondo turno?
«Il nostro obbiettivo è vincere e ottenere il più alto numero di regioni. Vogliamo poter dimostrare che l’indebitamento, i continui aumenti delle tasse, l’assenza di sostegno alle piccolissime, piccole e medie imprese non sono delle fatalità ma delle scelte politiche adottate dall’Ump e dal Partito Socialista che hanno contribuito a creare la situazione drammatica che sta vivendo oggi il paese».
Lei ha un tono meno trionfalistico di quanto ci si sarebbe potuti aspettare tenendo conto dei risultati. Significa che non si fida?
«La chiave delle elezioni è nelle mani degli elettori. Il risultato incredibile del Front national è la rivolta del popolo contro le élite. Il popolo non sopporta più il disprezzo in cui è tenuto da anni da una classe politica che cura i propri interessi e non difende in nessun modo gli interessi della popolazione. Questa popolazione, e quella che si è astenuta, può decidere di mobilitarsi, almeno per il secondo turno per un reale cambiamento nelle regioni».
Ieri sera Jean-Marie Le Pen ha detto: “Attenzione al secondo turno!”. Vi siete parlati?
«Non rispondo più a questo genere di domande».
E perché?
«Ma insomma, Jean-Marie Le Pen non è più nel Front national, l’ho detto nella maniera più chiara possibile, e non commento più né le affermazioni né le azioni di Jean-Marie Le Pen. Ha altre domande? ».
Sì. Lei afferma che il Front national è l’unico in grado di assicurare l’unità nazionale, ma è il partito che più divide i Francesi: o si è radicalmente a favore del Front national o si è radicalmente contro.
«Che cosa c’è di estremo nel fatto di dire che bisogna fermare l’immigrazione quando non abbiamo neanche i mezzi per accogliere questa gente, che cosa c’è di estremo nel dire che bisogna smettere di sostenere ininterrottamente i grossi gruppi finanziari per aiutare le piccole e le microimprese, che cosa c’è di estremo? Vede bene che queste argomentazioni sono argomentazioni che mirano soltanto a difendere i loro interessi di casta».
Ma non avete ancora convinto tutti. Sos Racisme, ma anche il Crif che rappresenta gli ebrei di Francia, ha lanciato un appello a fare opposizione al Front national.
«Queste strutture sono sempre dalla parte del potere in carica. A ogni elezione se ne escono con queste cose per aiutare il potere a conservare il posto mentre la disoccupazione esplode, la povertà esplode, mentre il nostro paese è in una situazione drammatica per quanto riguarda il debito pubblico e di creazione di ricchezza, mentre la concorrenza internazionale sleale fa dei danni spaventosi».
Al secondo turno bisogna riunire i francesi. Come è possibile farlo quando qualcuno come sua nipote dice che i musulmani non possono avere lo stesso rango dei cristiani o che bisogna tagliare i fondi per la pianificazione famigliare?
«Non è quello che ha detto mia nipote, lei lo sa bene. Tutta questa esagerazione contro il Front national non ha impedito che si realizzassero questi risultati. Non ci sono stati grossi balzi in avanti bensì un movimento che si struttura, che guadagna progressivamente la fiducia dei francesi, elezione dopo elezione. Abbiamo raggiunto il 25% alle europee, il 26 e qualcosa alle cantonali, e oggi abbiamo ottenuto un risultato storico ma non c’è ancora una vittoria».
(Copyright Rtl France)
La Stampa 8.12.15
“Giovani e figli di operai senza futuro. Ecco dove ha pescato il Front national”
Il politologo Camus: “Ha scelto candidati di tutti i ceti sociali Nei partiti tradizionali vincono le élite, serve meritocrazia”
di Paolo Levi


«È la fine del bipolarismo»: il politologo Jean-Yves Camus è tra i massimi esperti francesi dei movimenti di estrema destra. Autore con Nicolas Lebourg del recente saggio «Les droites extrèmes en Europe» studia da anni l’avanzata del Front national e il profilo dei suoi nuovi elettori.
Come cambia il paesaggio politico della Francia?
«È la fine del bipolarismo. Stiamo evolvendo verso una forma di tripartismo imperfetto destinato a durare. Alle due componenti storiche, Républicains e Partito socialista, si aggiunge il Front National. Il paesaggio politico si è spaccato in tre, se non quattro pezzi, se consideriamo il partito dell’astensionismo».
Marine Le Pen all’Eliseo? È possibile?
«A questo punto considero una sua presenza nei ballottaggi delle presidenziali molto probabile. Anche se il Front resta la formazione più invisa, rigettata dal 60% dei francesi. Direi che è un eccellente partito da primo turno, incluso in queste regionali, dove la partita è ancora aperta. Il risultato ai ballottaggi potrebbe ridursi da zero a tre regioni».
Oggi però è il primo di Francia, incluso tra quei (pochi) giovani che sono andati a votare.
«I ragazzi che hanno scelto Le Pen sono i meno diplomati. Con questo non voglio dire che non siano in grado di capire o di scegliere. Ma le basse qualifiche gli espongono maggiormente alla crisi, alle difficoltà di accedere al mondo del lavoro, trovare un alloggio, i finanziamenti per creare un’impresa. Rispetto ai genitori, vissuti nell’era del boom industriale, l’accesso all’ascensore sociale si è fortemente ridotto, incluso nelle grandi scuole della République. E poi non c’è meritocrazia».
Ma il Front national cosa propone di più?
«Oggi può apparire come una soluzione perché gli altri hanno fallito, ma c’è anche qualcosa di più concreto. Basta vedere la struttura del partito, i candidati, di ogni estrazione sociale. Nei partiti tradizionali se non hai almeno fatto l’assistente parlamentare non sei nessuno. Philippe Vardon, candidato Fn a Nizza, viene dalla banlieue».
Anche gli operai l’hanno votato in massa...
«Nella cultura operaia ci sono valori di progresso ma anche di autorità, di accettazione della gerarchia e di riconoscimento del merito. La cultura operaia dice: “Abbiamo scarse qualifiche ma se ci rimbocchiamo le maniche possiamo evolvere”. E però non succede quasi più. Persino tra i ceti medi si è persa la sicurezza».
Non le pare curioso che gli ex-comunisti votino Le Pen?
«In realtà c’è un malinteso: studi recenti dimostrano che frontisti sono soprattutto i figli di chi votava comunista».
In Italia Salvini si richiama al Front. Che idea se ne è fatto?
«Una parte della mia famiglia è originaria di Varese, l’epicentro della Lega. Trovo che Salvini sia un oggetto molto interessante, il programma originario separatista è scomparso. In lui non c’è rigetto dell’Europa, ma riconfigurazione. E però che buffo, dagli Anni Settanta in poi è stata la destra radicale francese a guardare ciò che succedeva in Italia. Oggi è il contrario».
La Stampa 8.12.15
Francia, la mossa di Valls
“Votate la destra moderata”
I socialisti si ritirano nelle regioni dove sono terzi. Ma Sarkozy non li imita
di P. Lev.


«Votate tutti. Ma non fate vincere il Front national». Per i ballottaggi delle elezioni regionali di domenica prossima in Francia, la maggioranza socialista tenta la diga anti-Le Pen. Anche se Nicolas Sarkozy, con i suoi Republicains, respinge ogni accordo elettorale, il cosiddetto «Patto repubblicano», che lui ha rottamato da anni. Intervenendo ieri sera in tv, il premier, Manuel Valls, ha invece chiesto agli elettori socialisti di «turarsi il naso» e votare per la destra moderata in tre regioni in cui i candidati lepenisti sono in testa.
Nel suo primo intervento pubblico dopo che sono stati resi pubblici i risultati del primo turno, domenica sera, il capo del governo ha ugualmente espresso il suo sostegno ai 10 candidati socialisti e della sinistra in lizza nelle altre regioni metropolitane; e ha criticato la posizione «né di desistenza, né di fusione», confermata ieri dall’ufficio politico dei neogollisti: «Io mi assumo le mie responsabilità», ha osservato il premier, intervenendo in diretta al tg di Tf1. «È la differenza tra me e Sarkozy». Ma all’interno del Ps non mancano gli attriti. L’ordine di ritirare le liste per favorire la confluenza sulla destra moderata nella regione della Le Pen (Nord-Pas de Calais) e in Provenza dove è in vantaggio la nipote Marion è stato messo in discussione da Jean-Pierre Masseret, l’uomo dei socialisti in Alsazia-Lorena-Champagne-Ardenne. È la regione del «Grande Est», la terza che il Front national potrebbe aggiudicarsi e che trasformerebbe la vittoria con il candidato stratega del nuovo Fn, Florian Philippot. Masseret ha rifiutato l’ordine di scuderia e ha presentato la sua lista. Il partito ha reagito con durezza d’altri tempi, chiedendo agli elettori di votare l’avversario di colui che sosteneva fino a ieri. In posizione di forza in sei regioni dopo il risultato «storico» dell’altro ieri, il Front national ha comunque visto - con il passare delle ore dello spoglio - assottigliarsi il vantaggio su scala nazionale.
Le cifre finali fotografano uno scarto di appena mezzo punto con gli sfidanti della destra moderata: 27,73% per il Fronte, 27,25% per l’alleanza Républicains con centro UDI-MoDem. E i socialisti, al 23,43%, se soltanto sommassero i propri voti con quelli degli ecologisti sarebbero largamente in testa. A meno di una settimana dai ballottaggi il partito anti-euro e anti-immigrati col sogno dell’Eliseo nel 2017 ha un solo obiettivo: capitalizzare al massimo la sua posizione di forza. Conscio che domenica 13 dicembre - a un mese esatto dalle stragi di Parigi - rischia di rimanere con un pugno di mosche in mano, avendo già fatto il pieno dei voti contrariamente ai suoi avversari. Parlando ai microfoni di Rtl, Marine Le Pen ha evidenziato lo «scarsissimo risultato» dei repubblicani e ironizzato sul «suicidio collettivo» della maggioranza socialista ritiratasi nelle regioni a rischio. «Forse è l’inizio della scomparsa pura e semplice del partito socialista», ha ironizzato Madame, che è anche riuscita in un altro piccolo miracolo. Ieri le prime pagine de «Le Figaro» (quotidiano conservatore) e «L’Humanité» (comunista) avevano lo stesso titolo: «Le Choc».
Repubblica 8.12.15
Jacques Séguéla.
L’ex consigliere di Mitterrand e Sarkozy: “Questa sinistra incolore pensa ancora come nel ‘900. Il sacrificio al ballottaggio? Marketing politico”
“È la fine del razionalismo Marine può arrivare all’Eliseo si realizza l’incubo francese”
intervista di Anais Ginori


PARIGI «Dopo questo voto, tutto diventa possibile: anche Marine Le Pen all’Eliseo». La Francia si è svegliata ieri mattina con quasi metà delle 13 macro-regioni segnate di blu. Jacques Séguéla non ha dormito tutta la notte. «Dopo gli attentati, per me è stato un nuovo lutto nazionale», racconta il pubblicitario esperto in comunicazione politica, già consigliere di François Mitterrand e di Nicolas Sarkozy. «Anche se il secondo turno di domenica non consegnerà il potere al Fn in tutti gli scrutini ormai il segnale è chiaro. Siamo entrati in un’altra epoca: a noi spetta capire, adattarci. Ma non sarà facile».
Lei che di mestiere studia e anticipa le tendenze, se l’aspettava?
«È un cataclisma che covava da tempo. Tutti ne parlavano, si sapeva, ma nessuno ha fatto niente per tentare di curare i primi sintomi. Ci siamo accorti del danno solo quando la malattia è ormai conclamata».
Quale sarebbe la malattia della Francia?
«Tutto è cominciato con la paura, in particolare il sentimento di insicurezza sociale, provocata dall’immigrazione e dalla globalizzazione. Poi la scelta dell’estrema destra è stata usata come un messaggio di rabbia. Adesso, però, c’è un nuovo salto di qualità».
Di cosa parla?
«Il voto al Fn non è più solo paura e rabbia, ma una vera e propria adesione al discorso semplicistico di Le Pen. In questo, il Fronte si è trasformato in un partito come gli altri. E pazienza se si rischia di gettare il Paese in un vicolo cieco. È la scomparsa del buon senso della razionalità francese. Cartesio si starà rivoltando nella tomba».
La responsabilità è anche della classe politica, incapace di
dare risposte?
«A causa del fallimento del governo socialista, di questa sinistra incolore che parla e pensa ancora come nel Novecento, il sogno di un vecchio signore e poi di sua figlia è diventato realtà. Un incubo».
Non vede differenze tra padre e figlia Le Pen?
«Marine ha corretto alcuni estremismi di Jean-Marie, o meglio: li ha messi in sordina. Non appaiono più ma nella base l’anima del Fn rimane la stessa. Di suo, la Presidente del Fn ha portato una capacità di comunicazione straordinaria».
Da questo punto di vista, non ha bisogno di spin doctor?
«Ha la forza del cognome, un talento per parlare alla pancia della gente, è la più giovane dei leader, si presenta come novità nel panorama politico anche se viene da un partito vecchio di quarant’anni. E poi non è sola. Al suo fianco c’è Marion, che ha lo stesso talento, è anche dolce, bella e quindi ancora più pericolosa. Nella triade del governo Fn c’è infine Florian Philippot che si presenta con buoni studi, un profilo più alto».
Lei parla di fallimento socialista, ma non è Nicolas Sarkozy che vede i suoi elettori in fuga verso il Fn?
«È vero, Sarkozy ha perso voti alla sua destra. È la dimostrazione che un discorso centrista, come vorrebbe Alain Juppé, non paga. Qualche anno fa, l’ex Presidente era riuscito a prendersi gli elettori del Fn. Tutti lo criticavano nel suo partito e veniva dipinto come il Diavolo dalla sinistra. Salvo poi vedere ora Hollande che parla di identità nazionale, fa una svolta autoritaria dopo gli attentati, vuole limitare l’immigrazione rispetto a Angela Merkel ».
Cosa dovrebbe dire Sarkozy ai francesi in vista del secondo turno?
«Bisogna parlare alla loro intelligenza. Spiegare che se vincesse Le Pen in molte regioni le aziende straniere avrebbero paura di investire e che, al livello nazionale, ci sarebbe un crollo del potere d’acquisto con l’uscita dall’euro. Sono verità che nessuno vuole ascoltare. E purtroppo la classe politica non è più credibile ».
Il “sacrificio” dei socialisti, che non si presentano in alcune regioni, è un ”beau geste”?
«È puro marketing politico. La sinistra non è diventata improvvisamente buona e generosa. Questa mossa non impedirà al Fn di vincere al Nord o al Sud, ma intanto i socialisti potranno gettare la croce su Sarkozy. È finito in una trappola infernale».
Cosa prevede per la sfida presidenziale del 2017?
«Marine Le Pen arriverà quasi certamente al secondo turno. Dopo, la sfida è aperta. La verità è che ci sono due alternative di governo che si combattono, quella del Fn e dei Républicains. E con tre soggetti politici in un sistema bipolare ce n’è sempre uno che deve morire».
Repubblica 8.12.15
La battaglia sui figli on demand
L’aspetto economico trasforma una possibilità in un privilegio per coppie facoltose
Partito come l’ultima sfida delle femministe in difesa del corpo delle donne, l’appello contro l’utero in affitto ha scatenato un dibattito in cui ogni soluzione proposta rischia di creare discriminazioni: ora verso i gay, ora verso le donne stesse. E intanto resta sullo sfondo un’altra questione fondamentale: il destino dei bambini
di Annalisa Cuzzocrea e Laura Montanari


IL campo di battaglia è sempre lo stesso, il corpo delle donne. È così dai tempi dell’aborto, della fecondazione assistita e adesso della maternità surrogata, o utero in affitto, come lo chiama chi ne chiede la messa al bando. Un campo in cui si incrociano i predicatori della maternità naturale, certi tiratori scelti della bioetica e, fra mille lacerazioni, il mondo del femminismo. L’ultima miccia è stata accesa da Senonoraquando-libere: «Rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore», si legge nell’appello. «Non possiamo accettare che le donne tornino a essere oggetti a disposizione». Seguono le firme di intellettuali e artisti. Dacia Maraini oggi si smarca: «Ho firmato, ma la mia è stata una scelta frettolosa - ammette - sono perplessa, serve un confronto più profondo».
È sempre sfruttamento o può essere libera scelta generare un figlio per altri? Dobbiamo accettare i limiti posti alla scienza dalla natura o è necessario aprire la legislazione italiana a realtà diverse e già esistenti? Soprattutto, che spazio hanno - nel dibattito - i diritti dei bambini? Il diritto di non essere discriminati a seconda di come si è venuti al mondo? La materia è delicata, ovunque tocchi, qualcuno si sente ferito. «Esaminiamo un caso reale - dice Maurizio Mori, docente di Bioetica all’università di Torino - due sorelle, una giovane malata di tumore e l’altra sana che ha due bambini. Anche la prima vorrebbe un figlio, ma i medici le dicono che è pericoloso. La sorella le va in soccorso offrendosi per la maternità: come lo chiamiamo se non un gesto di solidarietà e d’amore? Perché impedirlo?».
GPA O UTERO IN AFFITTO
«Non sono i nomi a essere diversi, ma le cose di cui parlano», dice Andrea Rubera, che ha avuto tre bambini in Canada insieme al suo compagno. Quando si parla di utero in affitto si pensa subito agli episodi di sfruttamento di donne del terzo mondo. All’India, dove alcune cliniche offrono prezzi concorrenziali e le cronache raccontano di ragazze costrette a divenire madri per conto d’altri senza adeguate tutele sanitarie. La “gestazione per altri” cui si accede in Canada o negli Stati Uniti - di cui si sono avvalse alcune coppie di omosessuali italiani e cui fanno ricorso ben più spesso coppie etero - segue invece regole precise a garanzia delle donne. P er alcune femministe si tratta comunque di pratiche da condannare perché mercificano donne e bambini.
LA QUESTIONE ECONOMICA
Andrea e il compagno sono andati in Canada, dove tutte le persone coinvolte(aspiranti genitori, donatrice dell’ovulo e portatrice) sono sottoposte a colloqui con medici, psichiatri e assistenti sociali. Con il nulla osta sono entrati in un database e sono stati scelti da una donna lesbica che ha due figli e voleva offrire quest’esperienza ad altri (in Canada la surrogacy è “altruistica”, senza compenso). «Al battesimo dei bambini lei ha raccontato di essersi sentita loro “complice”, colei che li ha custoditi per 9 mesi prima di darli ai loro genitori ». Claudio Rossi Marcelli nel 2011 ha scritto un libro “Hello daddy!” per raccontare la storia sua e del suo compagno che oggi vivono in Danimarca e hanno tre figli: «In America ci sono agenzie che si occupano di selezionare le possibili madri e hanno criteri precisi di età, reddito e salute per le donne che si offrono ». La questione economica esiste: «Noi abbiamo pagato 20mila dollari, ma poi ci sono le spese mediche e le spese legali per i certificati di nascita, non c’è dubbio che i costi lievitino». Fino ad arrivare a? «Circa 100mila euro».
OMOSESSUALI DISCRIMINATI
Secondo alcuni la battaglia contro la gpa discrimina i gay a favore delle lesbiche, che possono avere figli senza bisogno della surrogacy. Cristina Gramolini presidente di Arcilesbica Lombardia e firmataria dell’appello di Senonoraquando-Libere - lo ritiene un falso problema: «Non è che a noi lesbiche viene attribuito un privilegio da norme fraudolente, non dobbiamo sentirci in colpa perché in quanto donne ci risulta più facile essere madri. Soprattutto, non per questo dobbiamo giustificare forme di commercializzazione degli esseri umani».
I DIRITTI DEI BAMBINI
Il dibattito in corso è stato usato - soprattutto dal centrodestra, ma anche da alcuni esponenti p d - per rimettere in discussione il ddl sulle unioni civili. A rischio è la parte sulla stepchild adoption, la possibilità di adottare il figlio del partner che si vorrebbe stralciare dal testo. «Una legge cattiva come la legge 40 sulla fecondazione assistita - dice il senatore Sergio Lo Giudice - conteneva un punto di civiltà: pur vietando l’eterologa, sanciva che nei casi in cui una coppia fosse andata all’estero per farla, il partner non poteva disconoscere il bambino. Il legislatore assumeva come priorità assoluta l’interesse del figlio. È la stessa cosa che stiamo cercando di fare con la stepchild adoption: garantire a tutti i bimbi gli stessi diritti. Assicurare loro due genitori. Fare in modo che nel caso a quello naturale accada qualcosa, colui che resta possa essere considerato suo padre». Lo Giudice ha un bimbo di un anno e mezzo con il suo compagno. «Lo abbiamo fatto nascere grazie a una donna californiana con cui siamo in continuo contatto e che presto andremo a trovare. Quando arriverà il momento delle domande, gli diremo tutto, non c’è nulla di cui dobbiamo vergognarci». Spiega Andrea Rubera: «Artemisia che oggi ha 4 anni, è mia figlia biologica. Jacopo e Cloe, che ne hanno 2, sono figli del mio compagno. Quando siamo in Canada, dove siamo sposati, siamo una famiglia e loro sono fratelli. Bastano 9 ore di volo per tornare qui e ritrovarci come due single che vivono insieme con bimbi che non sono considerati fratelli tra loro. Se Dario andasse via coi gemellini io non avrei diritti su di loro e i bambini non avrebbero la mia tutela. Lo stesso se io portassi via Artemisia. Per andare a prenderli a scuola dobbiamo firmarci le deleghe, come per le tate». Un problema che vivono tutti i giorni Marilena Grassadonia, presidente delle famiglie Arcobaleno, e la sua compagna. Hanno tre bambini, ma Flavio, nato da Marilena, non è considerato per la legge italiana fratello di Diego e Jordi: «Non a caso abbiamo varato la campagna Figli senza diritti. Sono figli voluti, cittadini italiani, vogliamo porci il problema di come tutelarli al di là dei folli dibattiti sulle biologie?»
Repubblica 8.12.15
Gestazione surrogata
I diritti dei bambini e dei genitori
di Chiara Saraceno


LE obiezioni al ricorso alla gestazione surrogata non devono essere utilizzate per ostacolare la possibilità di adottare da parte delle coppie dello stesso sesso. La disponibilità a fare da genitori ad un bambino è un bene prezioso che va riconosciuto e sostenuto. Risponde al “diritto alla famiglia” solennemente sancito dalla dichiarazione internazionale dei diritti del fanciullo, che ha per la prima volta riconosciuto, appunto, i minori come soggetti di diritti in proprio. Se esistono disponibilità e capacità generativa, ovvero a far posto, riconoscere e crescere un piccolo, non c’è obiezione legata alla appartenenza di sesso che tenga rispetto all’adozione, non solo del figlio/a del compagno, ma alla adozione tout court. Come nel caso delle coppie di sesso diverso, ciò che rileva è solo quella capacità e disponibilità.
Impedire l’adozione del figlio del compagno/ a perché potrebbe avvallare la gestazione surrogata, oltre a mettere insieme in un’unica categoria bambini adottati, orfani di un genitore o non riconosciuti da un genitore e nati per gestazione surrogata, equipara impropriamente le coppie lesbiche (che normalmente non ricorrono alla gestazione surrogata) a quelle gay. Sopratttto, nega di fatto il diritto dei bambini in queste coppie ad avere legalmente due genitori, anche quando questi sono disponibili. Una situazione analoga a quella, fino al 1975, dei figli nati fuori dal matrimonio da genitori non sposati tra loro ma con altri. In nome del principio dell’unità della famiglia (legittima), e del giudizio negativo sulla sessualità extraconiugale (specie di quella delle donne) questi figli non potevano essere riconosciuti dal padre, se era sposato con un’altra donna, né dalla madre, se era sposata e suo marito disconosceva il figlio non biologicamente suo. I diritti dei bambini venivano sacrificati sull’altare di “principi” e “valori”. Questa situazione è stata parzialmente sanata nel 1975, anche se si è dovuto aspettare il 2013 per equiparare definitivamente figli naturali e legittimi. Non abbiamo imparato proprio nulla da questa vicenda?
Rimane la questione della gestazione surrogata, che riguarda sia (soprattutto) le coppie di sesso diverso sia quelle dello stesso sesso, specie se maschili. Qui il dibattito è aperto e probabilmente rimarrà tale per molto tempo. Sono due le questioni in gioco. I bambini non sono merce e non possono, non dovrebbero poter essere comprati e venduti. Il corpo delle donne non è un contenitore che non può, non dovrebbe poter essere affittato più o meno consensualmente per conto terzi e la gravidanza non è un tempo vuoto, privo di conseguenze sulla psiche della donna e del bambino. Insieme, questi due elementi inducono a chiedere che sia vietata la gestazione surrogata a pagamento e da parte di donna che non ha alcun diritto e dovere rispetto al nascituro, una situazione purtroppo diffusa in alcuni Paesi dell’Est europeo, che si stanno specializzando nell’industria del “bambino chiavi in mano”, ed extra-europei, dove, soprattutto in India, si assiste a forme di sfruttamento e semi- schiavitù durante la gravidanza.
Ma esistono anche situazioni meno univocamente negative. Può succedere che una sorella, un’amica, si prestino per solidarietà e affetto a portare avanti una gravidanza per chi — donna — ne è altrimenti impossibilitata. Così come succede che coppie di sesso diverso o di uomini stabiliscano un’alleanza con una donna (o con due, nel caso di distinzione tra donatrice di ovulo e di gestazione) per “avere un figlio insieme”, senza quindi escludere nessuno, tanto meno la gestante, dalla esperienza relazionale e affettiva del bambino che nasce così. In alcuni Paesi in cui è legale la gestazione surrogata la gestante appare sempre legalmente come madre ed ha l’ultima parola, ovvero può decidere di tenere con sé il bambino. In una situazione di incertezza e di forme di regolazione difformi da Paese a Paese con forti rischi di sfruttamento e di mercificazione può essere opportuno vietare il ricorso alla gestazione surrogata, in Italia e all’estero, per coppie dello stesso sesso e di sesso diverso, senza che ciò rilevi per l’accesso all’adozione come coppia, o del figlio del compagno/a, e facendo una sanatoria per il pregresso, per salvaguardare i diritti dei bambini eventualmente già nati tramite gestazione surrogata. Nel frattempo, continuiamo a mantenere aperta la riflessione sulla possibilità che sia possibile una gestazione surrogata all’interno di una genitorialità allargata e solidale, fuori mercato (ma con rimborso delle spese sostenute dalla gestante) e con rispetto sia dei desideri e diritti della gestante, sia del diritto del bambino ad avere rapporti con lei.
Repubblica 8.12.15
L’amaca
di Michele Serra


LA VICENDA del “salva-banche” che però non salva qualche decina di migliaia di risparmiatori è tecnicamente complicatissima; e un paio d’ore passate a leggere cronache e commenti non bastano (almeno nel mio caso) a rendere chiara una vicenda così opaca. Ma forse il punto è proprio questo: che l’opacità della materia, la sua illeggibilità da parte delle persone semplici, mette queste ultime nella condizione di vittime predestinate. Carne da cannone di una guerra che li sovrasta, le alchimie finanziarie che sfuggono a ogni controllo e la politica che cerca di mettere qualche paletto, come fermare uno tsunami a mani nude. La distanza tra ordinary people e cerchia dei potenti è sempre stata smisurata; ma la democrazia ci aveva abituati a credere che quella distanza fosse meno scandalosa che in passato. In circostanze come queste — risparmiatori stritolati da crisi delle quali portano zero responsabilità — ci si ritrova di fronte a una distribuzione brutale e arcaica del potere: pochissimi che decidono, moltissimi che subiscono. Il famigerato populismo nasce esattamente da questa vertiginosa impotenza; nonché dal fallimento della politica (della sinistra specialmente) come rappresentante delle moltitudini, mediatrice tra chi sa e chi non sa, chi può e chi non può. Ovvio che in piazza, accanto ai risparmiatori rovinati, ci siano i populisti. Di tutti gli altri si sta perdendo traccia, come la Francia insegna.
Corriere 8.12.15
Sparano sul «gender», ma il vero bersaglio è l’uguaglianza
di Elena Tebano


Misterioso costrutto dal nome un po’ esotico, nell’ultimo anno la cosiddetta «teoria del gender» ha fatto irruzione nel dibattito pubblico italiano. Con una trasversalità senza precedenti: se ne parla in tv, sui giornali, ma anche nei consigli di classe di molte scuole, perché in nome del «pericolo» da essa rappresentato si teme per il futuro dei bambini. Pochi, pochissimi, però, sanno cosa si nasconde dietro questa espressione. A colmare il vuoto è arrivato l’ultimo libro di Michela Marzano, filosofa italiana fuoriuscita in Francia e prestata alla politica di casa nostra con l’elezione alla Camera per il Pd: Papà, mamma e gender (Utet, pagine 151, e 12).
Il testo (la cui missione didattica è resa esplicita dal glossario finale) ne ripercorre l’origine e lo strano paradosso: il «gender» è stato inventato da chi vi si oppone. Da circa mezzo secolo, infatti, esistono gli studi di genere, rimasti quieti sugli scaffali delle accademie senza che nessuno ne fosse disturbato. Ma essi, spiega Marzano, c’entrano «molto poco con le rappresentazioni che se ne danno e con i fantasmi che suscita oggi anche solo la parola “gender”». L’obiettivo degli oppositori della «teoria del gender» è infatti un altro, e cioè tutte le posizioni (tra loro molto diverse) che «hanno come scopo quello di combattere contro le discriminazioni e le violenze subite da chi, donna, omosessuale o trans, viene considerato inferiore solo in ragione del proprio sesso, del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere».
È un documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia del 2000, ricostruisce Marzano, a connotare per la prima volta queste variegate posizioni come un’«ideologia che “attacca le fondamenta della famiglia e delle relazioni interpersonali” e che diffonde l’idea che “l’essere uomo o donna non sarebbe determinato fondamentalmente dal sesso, bensì dalla cultura”».
Marzano mostra che ciò che la Chiesa criticava come «l’oscurarsi della differenza o dualità dei sessi», è stato trasformato nella vulgata dei gruppi militanti ProVita o Manif pour Tous in presunzione di «scegliere se essere uomo o donna» e «cambiare sesso se e quando si vuole», sulla base di un errore che confonde «due concetti molto diversi, ossia quello di identità e quello di uguaglianza». E quindi «quando si dice che una persona è uguale all’altra, non si sta dicendo che sono identiche», ma «che, nonostante le differenze specifiche che le caratterizzano, hanno la stessa dignità e lo stesso valore». Analogamente, criticare i ruoli di genere precostituiti non significa stravolgere l’identità di genere (e meno che mai far cambiare sesso ai bambini).
Marzano decostruisce così una a una le accuse mosse alla supposta «teoria del gender». L’esito per molti versi è sconfortante: «Più cerco di capire che cosa ci sia dietro i video e gli scritti contro il gender — scrive —, più penso che si tratti di un insieme di argomenti senza fondamento, buttati lì per aumentare la cortina di fumo che nasconde il vero problema: l’omosessualità». È questo il reale idolo polemico di chi condanna il «gender».
La Stampa 8.12.15
Malumore tra i parlamentari Pd per l’esclusione dalla Leopolda
Renzi rivuole lo spirito del 2011: onorevoli e senatori giù dal palco
di Carlo Bertini


Seduto su un divano alla Camera, Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd, uno dei possibili candidati alle primarie milanesi, allarga le braccia. «Se vado alla Leopolda e se mi fanno parlare intervengo, ma credo non vogliano far salire sul palco i parlamentari». Ecco, se a questo si somma la decisione di un altro renziano come Ermete Realacci, di partecipare al congresso di Legambiente piuttosto che presenziare alla Leopolda come aveva fatto in tutte le precedenti edizioni, si scorge un senso di straniamento delle truppe parlamentari di fronte all’evento clou del renzismo: che quest’anno sarà celebrato senza dare spazio ai politici di professione. Insomma questa sesta edizione, che Renzi vuole sia nel segno di un ritorno alle origini, quelle del 2011 per intenderci - la seconda dopo quella con Civati - come prima regola ha: fuori i parlamentari del Pd. Che come ovvio non sono felicissimi di esser messi all’angolo, confinati in platea senza diritto di parola. Ma è così: niente più tavoli tematici del venerdì sera, quando molti deputati e senatori sedevano insieme a militanti e cittadini a discutere dei temi di loro competenza, ambiente, sicurezza, cultura, sanità e quant altro. Non ci saranno pare neanche i parlamentari a moderare dal palco come avvenne lo scorso anno. Insomma dopo la chiamata alle armi del «tutti ai banchetti» di sabato scorso, il prossimo week end si gioca un’altra partita.
Niente bandiere Pd
Quindi niente simboli del partito, scelta questa che indigna l’ortodossia di un Bersani che tiene a dire «ovunque ci sono le bandiere Pd io vado». E infatti alla Leopolda non ci è mai andato mentre sabato sarà uno dei testimonial dell’assemblea al teatro Vittoria di Testaccio, dove sono chiamati un migliaio di amministratori e quadri locali per il battesimo del «correntone» della sinistra Pd sotto le insegne di Speranza e Cuperlo. Il quale non si indigna per la Leopolda. «Nel modello di partito che ha in mente lui c’è lo spazio per un canale parallelo di coinvolgimento, ma sarebbe più logico investire nel Pd che è in condizione problematica». Quando l’anno scorso in direzione chiese a Renzi divenuto segretario perché faceva ancora la Leopolda, si sentì rispondere: se venite a sentire vedrete che è un modo di intercettare un pezzo del Paese che le logiche di partito non riescono a intercettare. E così è anche quest’anno.
I due bacini di sostenitori
Per questo tenere fuori i parlamentari ha un senso preciso, quello di dare voce ad altri. Raccontano i big ai piani alti, che i sostenitori del Pd sono raggruppabili in due bacini, non sovrapponibili: quello dei 350 mila e passa iscritti, militanti classici che si cerca di radunare anche quest’anno intorno all’ovile con un faticoso tesseramento; e quello dei finanziatori del due per mille, quel mezzo milione e passa di contribuenti che hanno deciso di sostenere in solido il Pd. «Matteo non rinuncerà mai a questo recinto che è altro dal partito», spiegano i suoi uomini. «Per questo non mette bandiere alla Leopolda, ritiene sia uno spazio fondamentale per il contatto col mondo reale, con la società italiana, con gente che non sarebbe mai entrata in sezione e viene per ascoltare, sono quelli che danno il due per mille, elettori insomma». Non deve stupire che anche quest’anno il premier-segretario dedichi l’evento alle potenziali nuove risorse. «La Leopolda ha aperto il sistema politico italiano, contribuendo a creare e formare una classe dirigente nuova. Sarà molto intrigante cercare adesso di capire cosa fare da grandi. E soprattutto come», dice Renzi. Che metterà molto l’accento sui risultati di governo. La Boschi, cui è appaltata l’organizzazione, non svela le sorprese, ci saranno molti testimonial e mini dibattiti il sabato. Mentre al teatro Vittoria sono invitati anche gli sherpa del renzismo come il vicesegretario Guerini. Due linguaggi e due mondi che si parleranno a distanza.
Repubblica 8.12.15
Il contagio di Parigi e l’insofferenza di Matteo
Il fronte populista italiano arriva al 45% tra M5S, Lega e Fdi. Ed è da dimostrare che le riforme bastino a disinnescarlo
di Stefano Folli


DOMENICA prossima il sistema elettorale francese a doppio turno potrebbe rendere un favore a quanti in Europa vivono con apprensione l’avanzata del populismo lepenista. Infatti, a meno di un imprevedibile smottamento dell’opinione pubblica, il successo del FN è destinato a ridimensionarsi in parte. Sia la destra classica di Sarkozy sia i socialisti di Hollande, laddove saranno presenti, sono in grado di aggregare elettori in modo assai più massiccio dei lepenisti. È la logica del secondo turno: la Le Pen è sola, gli altri possono ricucire insieme i segmenti di elettorato che si sono divisi in prima battuta. Tuttavia il dato di fondo non cambia. Il lepenismo ha scosso l’albero dell’Europa e ha raccolto circa sei milioni di voti in nome della rivolta contro le “élites” tradizionali, contro la tecnocrazia di Bruxelles e, ovviamente, contro l’Unione di impronta tedesca. È una realtà innegabile che cambia tutti i vecchi equilibri. Matteo Renzi se n’è reso conto con prontezza di riflessi, ma la sua analisi del voto francese è convincente a metà.
Il presidente del Consiglio (e segretario del Pd) si rivolge alle “istituzioni europee” e le invita a «guardare in faccia la realtà». Ossia a trasformarsi perché «senza un disegno strategico, soprattutto sull’economia e la crescita, i populisti vinceranno ». Il monito renziano è in sé giusto, ma rischia di ridursi a un gesto estemporaneo se non viene precisato meglio. C’è un’iniziativa italiana alle porte per richiamare l’Europa alle sue responsabilità? E chi dovrebbe dare principio al nuovo «disegno strategico»?
Chi conosce Renzi sa come il premier negli ultimi tempi abbia maturato un certo risentimento verso Angela Merkel, colpevole ai suoi occhi di non assecondare con sollecitudine la fine dell’austerità. Ma non è chiaro quali siano le tappe di questa “sfida all’Europa” di cui il presidente del Consiglio parla spesso, senza indicare peraltro i bersagli dell’insofferenza italiana. Il che rischia di essere pericoloso. È come se Renzi avesse colto il messaggio in arrivo dalla Francia e temesse il contagio, ma senza disporre degli strumenti per agire con efficacia sui “partner” europei. In termini politici, questo si chiama restare in mezzo al guado, stretto fra la minaccia populista e il desiderio un po’ velleitario di rovesciare il tavolo dei rituali comunitari («cambiare verso all’Europa» era lo slogan ai tempi del semestre italiano, quando peraltro i risultati non furono pari alle attese).
D’ALTRONDE, le ragioni che alimentano il populismo sono talmente profonde che potrebbero volerci anni prima di offrire nuove sicurezze ai cittadini dell’Unione, gestire in modo razionale gli immigrati, garantire ai giovani che il domani sarà migliore dell’oggi. I tempi della politica sono assai più rapidi, specie in Italia dove si voterà fra pochi mesi nelle città. Certo, Renzi si dice «preoccupato per l’Europa, non per l’Italia». Infatti qui «vinciamo noi (il Pd, n.d.r.) perché le riforme finalmente stanno dando frutti: la maggioranza degli italiani sta con chi vuole cambiare, non con chi sa solo lamentarsi».
IN REALTÀ i timori del presidente del Consiglio riguardano proprio l’Italia, come è logico che sia. I sondaggi collocano intorno al 44-45 per cento la somma ipotetica del voto ai Cinque Stelle, a Salvini e a Giorgia Meloni: il nuovo fronte populista. Il quale, come è noto, è diviso e agisce nell’assoluta mancanza di coesione politica, senonché in certi casi le convergenze le realizzano gli elettori. Ed è tutto da dimostrare che le riforme fin qui realizzate - non abbastanza “radicali” avverte l’ex segretario Bersani - siano sufficienti a frenare l’onda anti-sistema che in Italia assume forme anomale rispetto alla Francia, ma forse non meno devastanti. Sono interrogativi che oggi non hanno risposte definitive. Quel che è certo, i francesi si difendono anche con la legge elettorale uninominale a due turni. In Italia abbiamo l’Italicum, che è un’altra cosa e non è mai stato sperimentato.