martedì 8 dicembre 2015

Repubblica 8.12.15
Il perdono di Francesco
di Adriano Prosperi


OGGI a Roma si apre forse il Giubileo della Misericordia? Eh no, il Giubileo è già stato aperto. Non a Roma né in altro luogo romano o almanco italiano. È stato a Bangui, in Centrafrica. Qui papa Francesco ha spalancato la porta in legno e vetro della cattedrale e ha invitato a vedervi «la capitale spirituale del mondo »: non a Roma. Ora, è vero che altre volte i papi sono stati costretti a celebrare fuori Roma eventi simbolici importanti. La storia cristiana dei Giubilei comincia da quel discusso 1300.
BONIFACIO VIII indisse la “perdonanza” che fece affluire a Roma una folla sterminata di pellegrini (fra cui Dante Alighieri). Lo fece oscurando l’indulgenza generale gratuita offerta dal suo predecessore Celestino V. Da allora in poi potere e danaro si mescolarono all’offerta di perdono dei peccati. Finché non fu un monaco tedesco, l’agostiniano Martin Lutero, a negare al papa quel potere sulle anime che ne costituiva la pretesa e la prerogativa fondamentale. Ma il cristianesimo occidentale non aveva mai visto prima di oggi mettere in discussione da parte di un papa il primato di Roma.
Questo è stato un segno estremo, da solo capace di esprimere la coscienza che il papa ha della gravità della condizione del mondo (e della Chiesa). Di fatto non si può dire che l’evento, così importante per Roma e per gli italiani tutti, abbia scosso il resto dell’umanità: altre sono le fedi religiose di cui il mondo è costretto a occuparsi. E l’ennesimo, sgangherato scandalo romano scoppiato proprio mentre il papa partiva per l’Africa ha spiegato a sufficienza perché il Vaticano non possa proprio dichiararsi capitale dello spirito. Intanto in Europa c’è una Germania che sta preparando un altro “giubileo”: la celebrazione dei 500 anni trascorsi da quel 1517 in cui Martin Lutero negando al papa di Roma il potere di cancellare i peccati e spedire in Paradiso le anime del Purgatorio, spalancò le porte a una modernità europea segnata da ben altri macelli religiosi che il preteso jihad di Daesh.
Oggi il Giubileo della Misericordia ripropone l’offerta antica del perdono. Ma non fa menzione né di purgatorio né di inferno né di demonio. La Chiesa apre le braccia al mondo, si preoccupa della tutela della vita umana e dell’ambiente. E lo speciale perdono giubilare torna a concernere le colpe dei singoli individui, dopo che quello dell’anno 2000 aveva sgombrato il campo dalle colpe storiche dei cristiani e della Chiesa. A esseri umani carichi di sensi di colpa e di fallimenti un papa gesuita propone il rimedio di cui i seguaci di Sant’Ignazio sono stati sempre i maestri: il perdono in confessione. Come? Lo dice la bolla e lo spiega bene monsignor Tettamanzi nel suo piccolo libro edito da Einaudi. Ci saranno dei sacerdoti speciali, missionari della misericordia che avranno facoltà di perdonare i peccati anche più gravi, quelli finora delegati ai vescovi. Niente di nuovo: fin dal ‘500 in Europa i “missionari del perdono” furono proprio i gesuiti. Quell’eredità è ben viva nella mente di questo pontefice. Non è un caso se il primo atto di papa Francesco è stato quello di proclamare santo Pietro Fabro, il gesuita figlio di contadini savoiardi esaltato da papa Francesco perché capace di un «dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari ». Perfino con Lutero.
Certo, non è solo sugli affioramenti del passato che si può basare un tentativo di ragionare con calma sul giubileo di Papa Bergoglio. La premessa dovrebbe essere il tranquillo riconoscimento che siamo davanti a un papato che ha modificato la percezione diffusa, non tanto della Chiesa quanto proprio della figura del papa: il quale è percepito e vissuto — in Italia e in altre parti del mondo — come leader sostanzialmente indiscusso, vero capo morale capace di imporre la sua egemonia su popoli e governi. E questo nell’età del populismo.
In mezzo al discredito generale per la politica e al senso di impotenza che pervade i governanti c’è un capitale di attesa e di speranza sul quale papa Bergoglio ha fatto qualcosa di più che avanzare un’opzione: se ne è semplicemente impadronito grazie a doti non comuni di spontanea comunicatività ma anche e soprattutto grazie alla sua capacità di intercettare attese e desideri profondi.
Questo Giubileo è un’occasione utile per guardarsi intorno e capire che cosa stia accadendo nel mondo, specialmente in quello delle religioni storiche. Il clima è insolito, nel mondo come nella Chiesa di Roma: si vive nel clima di una guerra strana, diffusa, «a pezzi» secondo la definizione del pontefice regnante. E questo pontefice è anche lui molto insolito. Averlo scelto la dice lunga sulle preoccupazioni diffuse nell’alta gerarchia cattolica — almeno in quella non romana e nemmanco italiana.
Corriere 8.12.15
L’altra sfida dell’Anno Santo: le tensioni interne alla Chiesa La percezione Il pontificato di Bergoglio ha reso datato il legame con Roma e il Vaticano, dando al cattolicesimo un significato globale e «sudista»


C’è un appuntamento meno solenne ma più intrigante di quello odierno, che servirà a capire come verrà declinata la misericordia papale: il discorso che Jorge Mario Bergoglio rivolgerà il 21 dicembre alla Curia. L’anno scorso, Francesco elencò le «quindici malattie» che fiaccano e corrompono l’amministrazione della Santa Sede, lasciando di stucco i presenti; e confermando la volontà di promuovere la sua riforma, forte soprattutto del proprio rapporto con le folle. Questa volta, in Vaticano ci si prepara all’incontro con una punta di discutibile ironia, promettendo di «indossare i giubbotti antiproiettile»: non contro i terroristi dello Stato islamico ma per proteggersi dalle parole del Papa. Per paradosso, in questa fase il timore di attentati è meno acuto di una nuova reprimenda di Jorge Mario Bergoglio: nonostante Roma sia una città blindata per il timore di attacchi. Il primo Giubileo che si apre in un contorno di guerre, e con uno scandalo di documenti rubati sullo sfondo, in realtà finisce per riproporre anche le tensioni presenti nella Chiesa cattolica. L’apertura della Porta Santa, questa mattina in piazza San Pietro, sarà dunque la metafora di altre sfide, fino al 20 novembre del 2016: una porta dopo l’altra, senza poter prevedere quale rappresenterà l’incognita più inquietante, o più promettente.
Quando Francesco ha deciso in totale solitudine il Giubileo straordinario, ha implicitamente rivendicato il suo potere di governo: proprio lo stesso che gli viene contestato a bassa voce, e che il Pontefice argentino tende spesso a minimizzare, se non a disconoscere. E uno degli obiettivi che si propone sembra quello di consolidare e radicare lo stile e le parole-chiave del papato nelle file di un cattolicesimo in parte entusiasta, in parte disorientato dal profilo di Bergoglio: soprattutto nelle file ecclesiastiche. La scommessa del Papa non è solo di riempire di pellegrini le piazze, ma di fare tornare la gente nelle chiese e alla religione cattolica.
Il compito è ben più arduo del primo, anche per i cattivi esempi che una minoranza dà, propagando lo scetticismo e la ripulsa verso l’istituzione religiosa; e dilatando lo iato tra una figura papale credibile e positiva, e una Chiesa che mostra qualche affanno a stare al passo con lui. È probabile che l’analisi contenga una dose di verità e di luoghi comuni; eppure, è quella prevalente. Si salda con la percezione di un pontificato che ha costruito e continua a gettare mille ponti. Ma in parallelo ha reso instabile e datato il legame con Roma e il Vaticano, dando al cattolicesimo un significato globale e «sudista»; e, se l’aggettivo è tuttora utilizzabile, «terzomondista».
Non dipende tanto dal fatto che le prime tre nazioni a maggioranza cattolica sono Brasile, Messico e Filippine, visto che come quarta e quinta si trovano Usa e Italia. Sono l’identità latino-americana del Papa e la dinamica del Conclave del 2013 a connotare la misericordia di Bergoglio. La coincidenza temporale con il cinquantesimo anniversario della fine del Concilio segna la volontà di marcare una continuità che alcuni mettono in dubbio; e di riprendere una spinta frenata dalla crisi dell’Occidente. Per questo, sarà interessante vedere quale Chiesa riemergerà il 20 novembre del 2016, alla chiusura del Giubileo: costituirà l’eredità di Francesco.
La Stampa 8.12.15
Balda si aggrappa alla perizia psichiatrica
La difesa: “Era succube di Chaouqui”
Vatileaks, nuovo rinvio. Deporrà anche il segretario di Stato Parolin La pr e il prelato usavano schede maltesi per comunicare tra di loro
di Giacomo Galeazzi Ilario Lombardo


Ormai ha assunto la dimensione di una guerra di tutti contro tutti, dove ognuno cerca di salvarsi la pelle. Guardando alle linee difensive degli imputati di Vatileaks emerge l’obiettivo di screditarsi a vicenda: Francesca Chaouqui da una parte e Lucio Vallejo Balda dall’altra. Ma ieri c’è stato solo l’ennesimo assaggio del processo.
Anziché entrare nel vivo della fase dibattimentale con l’interrogatorio degli imputati, il Tribunale vaticano ha affrontato le eccezioni preliminari, determinando un ulteriore rinvio, a data da destinarsi. Sono però stati ammessi tutti i testimoni delle difese, come l’ex direttore del Corriere Paolo Mieli, ma anche i vertici della Curia chiamati da Chaouqui per deporre sulle carte segrete della Santa Sede arrivate fino ai giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi (autori di due libri, anche loro imputati). Tra i testimoni interrogati in aula ci saranno il segretario di Stato, Pietro Parolin, il presidente della commissione Ior, Santos Abril y Castelló e l’elemosiniere pontificio, il polacco Konrad Krajewski. Su richiesta del prelato spagnolo verrà sentito anche Mario Benotti, ex funzionario di Palazzo Chigi, indagato - proprio perché tutto sembra tenersi - nel filone della procura di Roma, con la Chaouqui e il marito Corrado Lanino, per associazione a delinquere. E’ stata disposta una perizia informatica su sms, mail, conversazioni whatsApp tra la pr calabrese e il monsignore vicino all’Opus Dei.
Schede maltesi e karate
I contatti tra i due sono continui, e per chiamarsi usano schede maltesi, una tecnica che gli investigatori hanno svelato in altre inchieste, tipica di chi vuole evitare di essere ascoltato e tracciato. Ma questo è solo uno dei particolari emersi. Un altro riguarda l’improvvisa passione di Balda per le arti marziali.
Da mesi, al di là delle Mura leonine si sapeva che aveva preso ad andare al Collegio spagnolo per allenarsi con un istruttore. Ma a quanto pare ci andava sempre accompagnato da un uomo, una sorta di bodyguard. Tanto che a un certo punto il Collegio, non gradendo, gli ha chiesto di non andare più.
Perizia psichiatrica
Un’altra indiscrezione, insistente in Vaticano, è invece su una registrazione di Balda fatta ascoltare al Papa mentre parla male di lui. In questa vertiginosa storia, dai risvolti in alcuni casi boccacceschi, quello che sappiamo è che Balda e Chaouqui erano molto amici, sempre insieme, sodali . La vita di Balda lo aveva portato lontano dai casti costumi ecclesiali. Andava a concerti e frequentava il jet set. La corte, però, ha detto no alla richiesta del suo legale di una «perizia psicologica» per verificarne lo stato di labilità e di influenzabilità in quanto «non ammissibile» essendo l’esame non previsto dall’ordinamento vaticano .
Ha accolto, invece, l’acquisizione agli atti di una perizia psichiatrica cui si è sottoposto volontariamente Vallejo, tuttora detenuto in cella in Curia. Il referto è conservato nel suo appartamento, firmato dal professor Fortuna, e documenterebbe la capacità di intender e di volere, ma anche lo stato di stress e di soggezione alla pr nel periodo in cui avrebbe consegnato i documenti segreti ai giornalisti. E qui che emerge lo scontro e aumentano i punti interrogativi. Perché all’ipotesi difensiva di Balda, si oppone quella di Chaouqui tesa a scaricare la responsabilità sul prelato. La difesa della pr ha motivato la citazione del cardinale Abril per mostrare che «il suo agire era nell’interesse del Papa», quella di Parolin «perché può riferire sui rapporti lavorativi» con il monsignore, quella di Krajewski in quanto «questa donna dipinta come un “mostro” è dedita a opere di carità». A margine dell’udienza Chaouqui ha dichiarato: «Non mi attendo nulla dal Papa, sono innocente e voglio essere assolta». Poi nel pomeriggio su Facebook l’ennesima accusa alla governance finanziaria:«Il presidente Ior, Jean B. de Franssù, ha piazzato suo figlio in cambio di incarichi».
Repubblica 8.12.15
Vatileaks, il processo diventa uno show “Sì ai supertestimoni”
In aula anche il segretario di Stato Parolin e Paolo Mieli
Si allungano i tempi: nuova udienza forse dopo Natale
Il Papa voleva la sentenza prima del Giubileo: cambio di rotta dopo le critiche sui diritti della difesa negati agli imputati
di Marco Ansaldo


CITTÀ DEL VATICANO Udienza rinviata sine die. Con uno stuolo di nuovi testi presto ammessi a parlare. E che testimoni: cardinali, monsignori, editori, funzionari governativi. Tutti davanti alla Corte della Santa Sede. I tempi del processo al caso Vatileaks 2, invece che accorciarsi, si allungano. E il dibattimento, che nemmeno un mese fa, nelle intenzioni degli inquirenti si sarebbe dovuto concludere prima dell’inizio del Giubileo, dunque ieri 7 dicembre, vede ora al contrario tempi dilatati. Con il Vaticano costretto a imprimere una svolta diversa rispetto a quanto si attendeva.
La terza udienza al processo per la divulgazione delle carte segrete uscite dai dicasteri pontifici e pubblicate in due libri- inchiesta è durata ieri poco meno di due ore. E anziché entrare nel vivo con l’interrogatorio degli imputati, è stata dedicata ancora alle eccezioni preliminari, determinando un ulteriore rinvio, addirittura a data da destinarsi.
Sono stati ammessi, però, tutti i testimoni richiesti dalle difese. Così a deporre saranno come il numero due del Papa, il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, e un altro porporato, Santos Abril y Castellò, arciprete di S. Maria Maggiore e presidente della Commissione di vigilanza dello Ior. Dovrà presentarsi addirittura anche l’elemosiniere pontificio, il monsignore polacco Konrad Krajewski. Questi ultimi testi sono stati tutti chiesti dall’imputata Francesca Chaouqui, la pr già membro della commissione vaticana sulle riforme finanziarie. Fra gli altri testi citati c’è anche il nome dell’ex direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, oggi presidente di Rcs Libri, richiesto dall’autore di uno dei due saggi, il giornalista Gianluigi Nuzzi. Spunta poi il nome di Mario Benotti, ex capo segreteria del Sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi: è indagato con la Chaouqui e con il marito Corrado Lanino nell’inchiesta della procura di Terni adesso confluita a Roma, la cui deposizione nel processo è stata chiesta dalla difesa di monsignor Lucio Vallejo Balda, il prelato spagnolo da più di un mese nelle celle vaticane con l’accusa di aver diffuso i documenti riservati.
Le richieste degli avvocati sono state così accolte. Secondo i legali la citazione del cardinale Abril servirà a mostrare che «l’agire della Chaouqui era nell’interesse del Santo Padre», e quella del Segretario di Stato Parolin «perché può riferire sui rapporti lavorativi intercorrenti tra Vallejo e Chaouqui». Su quest’ultimo punto alcuni osservatori fanno rilevare che il numero due della Santa Sede non ha mai avuto contatti con la ex commissaria, e che l’organismo era stato costituito nel luglio 2013 quando Parolin si trovava ancora in Venezuela con l’incarico di nunzio, e al suo arrivo in Vaticano si era piuttosto adoperato perché venisse sciolta.
Come si è arrivati a una tempistica così diversa rispetto ai programmi di inizio novembre? La Santa Sede intendeva chiudere il processo con rapidità: già il caso Vatileaks 1, con l’arresto, il dibattimento e la grazia infine concessa nel 2012 all’ex maggiordomo di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, aveva attirato non poche attenzioni dell’opinione pubblica internazionale sul Vaticano. Che voleva ora chiudere la vicenda in tempi brevissimi. Tutto ciò aveva però cominciato a dare una pessima immagine sulla conduzione del nuovo caso. Le critiche degli avvocati prima, particolarmente quelli di fiducia degli imputati, esclusi dal Vaticano quasi all’ultimo momento a favore dei loro colleghi d’ufficio, quindi le accuse della stampa più indipendente sia negli Stati Uniti, sia in Spagna (il Paese di monsignor Vallejo Balda), sia in Italia a favore di un “processo giusto”, hanno provocato un ribaltamento delle intenzioni iniziali. Ecco così che alla seconda udienza, il 30 novembre, si rimandava tutto alla seduta di ieri. E lo stesso giorno Papa Francesco, in volo dal Centrafrica, annunciava che «agli avvocati verrà dato tutto il tempo necessario per preparare la difesa». I tempi del processo saranno normali. E ieri, addirittura, si parlava della prossima udienza per dopo Natale.

lunedì 7 dicembre 2015

Repubblica 7.12.15
Dal Gran Sasso alla materia oscura
Il suo mistero appassiona gli scienziati da quasi un secolo. Una massa che c’è ma non si vede, per spiegare il moto delle galassie. Ma anche di che cosa è fatto l’Universo
Ora, dalle profondità dei laboratori abruzzesi, si prova a “catturarla”. E l’Italia è ancora una volta in prima linea nella ricerca fisica Come è avvenuto per la scoperta della “particella di Dio”
di Silvia Bencivelli


Stare al di sotto di 1.400 metri di roccia permette di schermare altri segnali Le ipotesi fin dagli anni Trenta dopo l’osservazione della Chioma di Berenice

IL MISTERO cominciò con la Chioma di Berenice. Era il 1933: l’astronomo svizzero americano Fritz Zwicky la stava osservando nel cielo. E lei, che è una costellazione tra la Vergine e il Leone, si lasciava guardare. Solo che c’era una cosa che a Zwicky non tornava: le galassie là dentro correvano tutte insieme e velocemente. Troppo, per quello che diceva la teoria. Zwicky allora formulò un’ipotesi: ci deve essere una massa che tiene quelle galassie vicine tra loro ma che noi non vediamo. Solo che questa massa, secondo i calcoli, doveva essere quattrocento volte superiore a quella visibile. Un’enormità. Possibile che ci fosse un mistero così grande nell’Universo?
Possibile, e quel mistero c’è ancora: si chiama materia oscura. Oggi quattro esperimenti la cercano nell’Universo partendo dalle profondità della Terra: dall’interno del massiccio del Gran Sasso, una montagna che sotto 1.400 metri di altezza nasconde i laboratori sotterranei più grandi del mondo, i Laboratori nazionali del Gran Sasso dell’Infn, e una scommessa epocale per la scienza. Quei quattro esperimenti, infatti, sono alcuni dei corridori di una corsa che oggi, dopo settant’anni, potrebbe essere vicina al traguardo: la corsa a vedere che cosa tiene insieme la Chioma di Berenice. Cioè a osservare per primi la materia oscura.
Tra questi, nel gruppo di testa c’è Xenon 1T: un progetto internazionale che coinvolge 126 scienziati di 21 istituzioni di America, Europa e Asia e che investe 20 milioni di dollari. La sua leader si chiama Elena Aprile ed è una fisica italiana, professoressa alla Columbia University dal 1986: «Ho cominciato come studentessa di Carlo Rubbia nel 1977 - racconta con un forte accento americano - sono stata ad Harvard per il dottorato e poi sono venuta qui in America, dove sono rimasta. Ma sono contenta che oggi il mio esperimento sia al Gran Sasso: quello è il miglior laboratorio al mondo per la nostra ricerca».
Xenon 1T è oggi il rivelatore più sensibile di quelli al lavoro nei Laboratori del Gran Sasso, almeno a sentire chi ci sta lavorando. «Il nostro esperimento – spiega Gabriella Sartorelli, dell’Università di Bologna e della sezione Infn della stessa città, a capo dei ricercatori italiani – cerca le particelle di cui pensiamo che sia composta la materia oscura: le cosiddette Wimp (Weakly Interacting Massive Particle)».
Il rivelatore di Aprile e Sartorelli tenta di catturarle usando una “trappola” a base di xenon. Cioè: la Wimp dovrebbe interagire con lo xenon, che nel rivelatore è in forma sia liquida sia gassosa, e produrre due segnali luminosi che ci permettono di capire come e dove l’interazione è avvenuta.
Siccome però queste Wimp sono rare e deboli, c’è bisogno di una lunga serie di accorgimenti, come quello di usare un gas nobile (lo xenon, appunto) che si separa più facil- mente dalle impurità. O come quello di stare sotto i 1.400 metri di roccia, che scherma la pioggia incessante di altre particelle capaci di disturbare i rivelatori. E poi c’è la dimensione del rivelatore: 1T significa una tonnellata, di xenon s’intende.
«La probabilità di interazione tra Wimp e materia ordinaria è piccola, per cui c’è bisogno di rivelatori grandi – prosegue Sartorelli - Prima abbiamo avuto Xenon 10, poi Xenon 100 (chili), ma non abbiamo visto niente. Intanto gli americani hanno costruito Lux, che ha dentro 300 chili di xenon. E ancora niente. Adesso con una tonnellata speriamo di farcela, ma chissà. Intanto gli americani hanno in progetto un rivelatore da dieci tonnellate. Ma anche noi nei prossimi due anni vogliamo aumentare, e possiamo farlo facilmente».
La corsa alla rivelazione della materia oscura vede in pista anche DarkSide50, che sempre al Gran Sasso utilizza una trappola a base di un altro gas nobile, l’argon. Anche il suo leader è un italiano in America: Cristian Galbiati, professore di fisica a Princeton. Lui, ovviamente, scommette sul suo rivelatore: «I rivelatori a base di argon sono i più promettenti, perché sono gli unici privi del rumore di fondo della radioattività naturale». Infine, gli altri due esperimenti a caccia della materia oscura. Uno è Cresst, che cerca di osservare le interazioni tra le Wimp e i nuclei atomici di cristalli assorbitori: la responsabile del progetto è Federica Petricca, ricercatrice del Max Planck Institute for Physics di Monaco. L’altro è Dama/Libra, diretto da Rita Bernabei dell’università e della sezione Infn di Roma Tor Vergata: nel 1998 vide un segnale che fu interpretato come un’evidenza di materia oscura, e ha continuato a vederlo per quindici anni, ma non esistono altri esperimenti in grado di confermarlo.
Ma ci sono anche altri rivelatori europei, americani, canadesi, coreani, russi, giapponesi, cinesi, quelli al Cern di Ginevra (che però potrebbero rivelare solo segnali indiretti) e quelli nello spazio, come Ams, lo strumento per lo studio dei raggi cosmici che dal 2011 vola sulla Stazione Spaziale Internazionale.
Cioè: se non si fosse capito «qui, la questione è di arrivare primi: nessuno gioca per partecipare », dice senza mezzi termini Elena Aprile. Ma poi precisa anche: «In realtà è una strana competizione: tutti ci auguriamo che anche gli altri si muovano bene, perché chiunque arrivi primo, poi, avrà bisogno di conferme».
Il mistero della Chioma di Berenice potrebbe dunque essere vicino alla soluzione. Dopo Zwicky, negli anni Ssettanta l’astronoma Vera Rubin aveva osservato che anche all’interno delle galassie le stelle si comportano come se nell’Universo ci fosse una massa invisibile ai nostri occhi.
Da allora altre evidenze hanno mostrato che questa materia oscura rappresenta circa l’85 per cento della materia dell’universo ed è completamente diversa da quella ordinaria: «Come si fa a resistere all’idea di cercarla?», sorride Elena Aprile.
In palio c’è almeno un Nobel («ma non si va a Stoccolma così in fretta!»). E in questa corsa, sostiene Aprile che è venuta qui dall’America apposta, i Laboratori del Gran Sasso sono in testa: «Non possiamo dire che cosa succederà: è possibile che la prima Wimp sia dietro l’angolo oppure che l’abbiamo appena mancata. Ma la mia scommessa è che la vedremo proprio lì, al Gran Sasso».
Repubblica 7.12.15
L’Italia guida la caccia alla materia oscura
La sfida più difficile dopo il bosone di Higgs
di Giovanni Amelino-Camelia


COME per la particella di Higgs anche nel caso della ricerca sulla materia oscura la fisica italiana ha un ruolo molto importante: lo dimostrano gli studi sperimentali che si stanno svolgendo nei laboratori del Gran Sasso. Sia la particella di Higgs che la materia oscura sono due casi che, semplificando, potremmo definire così: la scienza di quello che non si vede. Casi in cui l’analisi di alcuni fatti ci ha portati ad ipotizzare l’esistenza di un tipo di particella mai osservato prima. Il compito ordinario della scienza è descrivere coerentemente quello che vede; ma, a volte, si formulano ipotesi su entità non ancora osservate. Capita quando si individua un modello matematico che descrive efficacemente molti fatti sperimentali ma che, per la sua coerenza logica, richiede appunto l’esistenza di un nuovo tipo di particella.
Questo è il caso del bosone di Higgs, introdotto per formulare coerentemente il modello matematico che descrive la fisica delle particelle elementari, il “modello standard”. Era la logica matematica di quel modello a richiederlo: senza la particella di Higgs, infatti, il modello avrebbe descritto gli elettroni e le altre particelle come privi di massa, contrariamente a quanto osserviamo. Per oltre 40 anni tante predizioni del modello sono state sottoposte a verifiche sperimentali, tutte superate con successo: mancava la conferma della esistenza della particella di Higgs. Che è arrivata solo recentemente grazie agli esperimenti condotti al Cern. Le prime formulazioni dell’ipotesi della materia oscura sono addirittura precedenti all’idea della particella di Higgs. Già negli anni Trenta gli scienziati avevano cominciato a interrogarsi su un fatto: le stime della massa di alcuni oggetti astronomici basate sull’osservazione diretta della materia che contenevano erano sensibilmente inferiori alle stime di massa che si potevano dedurre sulla base della osservazione degli effetti gravitazionali prodotti da quegli oggetti astronomici.
Una spiegazione possibile era che questi oggetti contenessero altra materia oltre a quella che noi siamo in grado di osservare, materia di un tipo mai visto prima, materia che non assorbe e non emette radiazione elettromagnetica.
L’esempio più semplice di questo tipo di situazione si ha con alcune osservazioni delle “galassie a spirale”: la velocità osservata per il moto delle stelle su orbite periferiche attorno al centro della galassia è molto più elevata di quanto si possa dedurre sulla base dell’attrazione gravitazionale prodotta dalla materia visibile in quelle galassie. Il disaccordo appunto sarebbe risolto se queste galassie contenessero, oltre ad ordinaria materia visibile, anche della materia invisibile, “oscura”. Col passare degli anni altre osservazioni hanno dato forza all’ipotesi della materia oscura, ma nella scienza di quello che non si vede non sempre tutte le teorie funzionano. Un esempio di quanto sia importante essere prudenti è la storia del pianeta Vulcano ipotizzato verso la metà dell’800. Per spiegare le sorprendenti proprietà dell’orbita di Mercurio (osservate sperimentalmente) si ricorse all’ipotesi dell’esistenza di un nuovo pianeta, chiamato Vulcano. Quelle osservazioni avrebbero avuto una naturale spiegazione in termini dell’attrazione gravitazionale tra i due pianeti. Alla ricerca di Vulcano furono dedicati decenni di esplorazione telescopica, ma non fu mai trovato. Ora sappiamo che Vulcano non esiste: molto tempo dopo si capì che la descrizione delle proprietà sorpredenti dell’orbita del pianeta Mercurio richiedeva una riformulazione dei fenomeni gravitazionali, quella che fu poi introdotta da Einstein.
La mia valutazione è che l’evidenza indiretta che abbiamo della materia oscura sia più robusta di quanto fosse quella per il fantomatico pianeta Vulcano, ma meno robusta di quella che avevamo per la particella Higgs. Inoltre l’osservazione della materia oscura è una sfida particolarmente difficile, più difficile di quanto fosse la ricerca della particella di Higgs, perchè abbiamo poche informazioni su cosa sia necessario per osservarla davvero. Senz’altro dovrebbe essere materia di un nuovo tipo, un tipo che non assorbe o emette onde elettromagnetiche, ma questo lascia aperti numerosi scenari alternativi sulle sue proprietà. Sarebbe bello che la scoperta della materia oscura avvenisse proprio al Gran Sasso. Sempre che la Natura lo voglia.
( L’autore è docente alla Sapienza di Gravità Quantistica)
Corriere 7.12.15
Quando anche gli ottomani sapevano parlare veneziano
di Me.Be


Negli anni d’oro della Repubblica Serenissima, la sua influenza economica e politica era tale che il veneziano era diventato una sorta di lingua franca in tutto il bacino del Mediterraneo, con un ruolo abbastanza simile a quello che oggi svolge l’inglese a livello planetario. A parte le colonie direttamente amministrate dalla Repubblica, come la città di Zara, le isole Jonie e Creta, l’influenza linguistica del Leone di San Marco si era espansa in tutto il Levante, compresi i vasti territori controllati dai suoi acerrimi nemici turchi. Nella Istanbul del Cinquecento si poteva parlare al sultano dell’Impero ottomano nell’idioma di Venezia, certi di farsi capire. E ancora oggi termini che derivano dalla parlata della Serenissima vengono usati in croato, in albanese, in greco, in arabo e in turco.
Si tratta di un fenomeno storico di notevole interesse, sviluppatosi sin dal Medioevo, che sarà oggetto di approfondimento nel corso della giornata internazionale di studi intitolata «De là da mar. Per una storia del veneziano in Oltremare», in programma dopodomani, mercoledì 9 dicembre, presso l’Aula Baratto dell’Università Ca’ Foscari a Venezia. Parteciperanno linguisti e filologi italiani e stranieri, che daranno notizia dei materiali editi e più spesso inediti utili a ricostruire la storia della diffusione mediterranea del veneziano. Tra i relatori: Daniele Baglioni, Diego Dotto, Rembert Eufe, Tzortzis Ikonomou, Laura Minervini, Lorenzo Tomasin, Nikola Vuletic. (m.be.)
La Stampa 7.12.15
A ciascuno la sua Elena
Alle radici del mito il motivo folklorico della “bella moglie rapita”, diffuso dall’Europa all’India e alla Cina: l’indagine di un filologo
di Giorgio Ieranò


Forse è morta impiccata a un albero nell’isola di Rodi. Forse ha attraversato i secoli e, trasmigrando di corpo in corpo, per successive reincarnazioni, è diventata una prostituta in un bordello fenicio. O forse abita in un’isola incantata, ai confini del mondo: un paradiso degli eroi, dove è la sposa di Achille e trascorre le notti in un banchetto perenne.
Sono solo alcune delle storie che gli autori antichi raccontavano intorno a Elena di Troia. Storie bizzarre e, spesso, in contrasto tra loro. Archetipo della femme fatale, icona di bellezza e di morte, Elena è donna dai molti destini. Per Omero, è l’adultera per eccellenza, la «cagna» che, abbandonando il marito Menelao, provoca la guerra di Troia. Ma altri poeti, da Stesicoro a Euripide, sostenevano che Elena non era mai andata a Troia: gli dei dell’Olimpo avevano dato in ostaggio a Paride solo un suo fantasma, fatto di nuvole e d’aria. Lei, invece, si sarebbe nascosta in Egitto. E lì sarebbe rimasta, mentre sulle rive dello Scamandro scorreva il sangue di achei e troiani, e Achille ed Ettore morivano per un fantasma.
Sacra e adultera
Già gli antichi tentavano di attribuirle una psicologia. Ma Elena non ha una biografia, non è una Madame Bovary dell’età del bronzo: è un fascio di immagini che si rincorrono attraverso i secoli come in un gioco di specchi. Lowell Edmunds, filologo classico e professore emerito della Rutgers University, prova ora a mettere ordine nel caos del mito. Lo fa con un libro appena uscito negli Stati Uniti (Stealing Helen, letteralmente «Rubando Elena», Princeton University Press, pp. 430, $ 49,50) che propone un’ipotesi suggestiva: la figura di Elena si spiegherebbe innanzitutto alla luce del motivo folklorico della «bella moglie rapita».
Scavando in leggende indiane, africane, cinesi, irlandesi, bulgare, e anche in favole italiane già catalogate da Italo Calvino, Edmunds compone una curiosa galleria di spose rubate: tutte donne di bellezza sovrumana, segnate da una nascita straordinaria (come Elena, che secondo il mito era uscita da un uovo), rapite e poi riscattate dai loro mariti con imprese in cui si combinano forza e astuzia. Il motivo è universale e si riflette anche nell’epopea indiana del Mahabharata. Certo, queste leggende non sono del tutto sovrapponibili al mito omerico: non sempre il ratto della moglie si risolve con una guerra come quella troiana. Ma in questa messe di racconti, che fa pensare a un’antichissima tradizione indoeuropea, s’intravede lo schema essenziale della figura di Elena.
Elena sarebbe dunque approdata all’Iliade uscendo da questo mare di racconti. E non, invece, dal mondo arcano di una primitiva religione mediterranea. Si è spesso sostenuto che in origine Elena era una divinità della vegetazione, poi trasfigurata in personaggio dell’epica e in figura romanzesca. Ma le tracce di questa originaria natura divina sono evanescenti. È vero, a Sparta e a Rodi c’erano santuari in cui l’eroina era venerata come «signora dell’albero» o «signora del platano». L’Elena sacra ha però sempre dovuto convivere con il suo doppio, l’Elena adultera. Ad Atene, nel borgo di Decelea, si facevano sacrifici in suo onore. Ma intanto, nel teatro alle pendici dell’Acropoli, i poeti la trattavano da sgualdrina. Nel Ciclope di Euripide, un coro di satiri irriverenti interroga Odisseo, reduce da Troia: «Dimmi, presa la giovane Elena, non ve la siete ripassata a turno, visto che a lei piace avere tanti amanti? Che spergiura! Alla vista di un paio di brache colorate su cosce maschili perse la testa e piantò Menelao, un omino così per bene!». Le brache sono quelle del troiano Paride che, come tutti i barbari, portava i calzoni e non la tunica dei Greci.
L’ennesima maschera
Elena combatte da sempre per uscire dal recinto dell’epopea e del folklore, per trasfigurarsi in sogno metafisico. Le sette gnostiche la consideravano l’incarnazione della Sophía, della Sapienza suprema, imprigionata dalle potenze cosmiche inferiori in un corpo femminile e costretta a subire ogni oltraggio. Simon Mago, leggendario fondatore dello gnosticismo, l’avrebbe cercata per secoli, riscattandola infine da un bordello di Tiro. Poi Elena ha sconfinato anche nel mito di Faust. Come ricorda Edmunds, ben prima di Goethe, la regina di Sparta compare già nella Storia del dottor Faust, mago e negromante, pubblicata nel 1587 da Johann Spies. Qui, davanti a un gruppo di studenti, la domenica di Pasqua, Faust evoca dagli inferi Elena, che appare «in uno stupendo vestito nero e purpureo, gli occhi nerissimi, le labbra rosse come ciliegie».
Il libro di Edmunds si ferma alle soglie del Novecento. Ma si vorrebbe aggiungere ai molti volti di Elena quello delineato dal poeta greco Ghiannis Ritsos nel 1970: il volto di una donna vecchia e stanca, sopravvissuta alla sua leggenda. L’eco delle antiche guerre si è ormai spenta. Ed Elena si consuma nella penombra, tra un armadio e una specchiera, con le verruche che le spuntano sul viso. È il crepuscolo di un mito. O forse è solo l’ennesima maschera dell’inafferrabile Elena.
Repubblica 7.12.15
Quando la psicanalisi non è una esperienza tecnica ma esercizio di responsabilità
L’incontro con il dolore è ineluttabile. Ma la cultura odierna collabora all’assopimento delle menti
Onore al sintomo è il libro di Gabriella Ripa di Meana ( pagg. 176 euro 15 Astrolabio)
di Nadia Fusini


Il saggio “Onore al sintomo” di Gabriella Ripa di Meana è una meditazione sul momento in cui nella vita di un adulto si impone il male
Questo è a suo modo un libro estremo, una riflessione sul senso e sul valore della malattia condotta con l’arma del coraggio intellettuale e sul filo di una grande umanità.
Lo dice già il titolo, Onore al sintomo: formulazione in cui risuona chiara la volontà di accogliere quel che in ogni esistenza individuale irrompe con la forza dell’imprevisto, dello scarto, dell’inciampo. Tutte azioni che nel suo etimo, il termine “sintomo” contiene.
L’assunto che sostiene queste pagine emotivamente molto intense e ricche di memoria letteraria è, con Hölderlin, la convinzione che laddove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva... E dunque quel che mette in scacco la nostra idea di un’esistenza armoniosa e felice è, allo stesso tempo, l’occasione di una trasformazione: concetto, questo, assai importante nel mestiere che l’autrice pratica. Gabriella Ripa di Meana è “psicanalista” – così lei scrive il termine che designa, nel suo caso, non tanto l’appartenenza a una scuola; ma una posizione di ascolto della psiche, che pratica come si trattasse non di un’esperienza tecnica, ma semmai etica. E cioè, un esercizio di responsabilità. Lo speciale terapeuta che ascolta un’anima presta orecchio a una lingua che balbetta verità che vengono a galla per frammenti, a mo’ di enigmi. Addirittura, rovesciando i significati più comuni; come ad esempio, quello di fortuna e di sfortuna. Del resto chi non ricorda lo strabiliante incipit di uno dei grandi libri del Novecento, Se questo è un uomo, di Primo Levi? Che comincia così: «Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944». Come altrimenti rovesciare la sventura, se non con l’ironia e con il paradosso? Armi grammaticali che non a caso la lingua dell’inconscio e quella della letteratura usano in abbondanza...
Più che un libro di psicoanalisi, o sulla psicoanalisi, Onore al sintomo è una meditazione sui grandi temi della vita matura. Quand’è che la vita si fa matura? Quando dal suo seme sboccia il frutto del dolore. Ovvero, nel momento in cui nella vita di un adulto il male si impone; ad esempio, nella malattia. È a quel punto che si crepa l’ideale dell’in-dividuo, quell’illusione di essere ognuno di noi sovrano di se stesso: ecco, invece, la divisione... Sì, l’io è diviso. Io dentro di me ospito il mio nemico, che mi toglierà la vita di cui godo... Ma se con questo nemico farò conoscenza, mi trasformerò da vittima in un soggetto umano all’altezza del proprio destino. L’incontro con la struttura tragica dell’esistenza è ineluttabile. Anche se in molti modi la cultura odierna, affrettata e progressista, tende a soffocare ogni autentica e personale intelligenza critica in un fluviale ciarlatanesimo, diffuso in talk show a cui felici partecipano psicoterapeuti pronti a collaborare al generale assopimento delle menti. E coscienze. Ecco, questo è un libro che “urta” contro tutto ciò. Non che non sia bella la gioia, non che non sia un bene la salute, ma né la gioia né la salute si conquistano, se non dando senso al dolore.
Repubblica 7.12.15
Di che cosa parliamo quando parliamo di umanità
A centocinquant’anni dalla morte di Pierre-Joseph Proudhon, una riflessione sul significato di un termine che talvolta viene usato del tutto impropriamente
Il filosofo e anarchico francese temeva che la parola celasse l’intenzione di ingannare D’altronde, se ben adottata, è un’espressione che può sottrarci a forme di sopraffazione
di Stefano Rodotà


Pochi ricordano il nome di Pierre-Joseph Proudhon, morto centocinquant’anni fa. Qualcuno ne incontra lo sguardo nei musei parigini che espongono i due ritratti del suo amico Gustave Courbet. Compaiono ancora nelle discussioni pubbliche alcune sue frasi taglienti – «la proprietà è un furto», «chi dice umanità vuole ingannarvi ». Quest’ultima appartiene all’archivio delle denunce dell’uso strumentale e distorcente di grandi parole, come quelle attribuite a Madame Roland mentre veniva condotta alla ghigliottina («O libertà, quanti crimini si commettono in tuo nome») o a Samuel Johnson («il patriottismo, ultimo rifugio di una canaglia»). L’invettiva di Proudhon ha trovato un rilancio e un’ambigua, rinnovata fortuna quando se ne è impadronito nel 1927 Carl Schmitt, che dell’idea di umanità ha parlato come di una «disonesta finzione», come di «uno
strumento ideologico particolarmente idoneo alle espansioni imperialistiche ». Queste parole sferzanti colgono l’uso strumentale del termine, gli abusi linguistici e politici, tra i quali spicca ormai il riferimento alla “guerra umanitaria” per fondare interventi ispirati a pura logica di potenza. La riflessione di Schmitt è accompagnata dal rifiuto della “dottrina della fratellanza e dell’uguaglianza”, sì che la costruzione della “vera humanitas”, svincolata da questi riferimenti, deve rispondere a un «ideale di selezione razziale e matrimoniale», che si converte in un’esclusione dall’umanità di chi non corrisponde ad un determinato modello, con gli esiti violenti che abbiamo conosciuto. Sgombrato il campo dalla disonesta finzione, il dato reale è la consegna alla politica liberata da ogni vincolo di tutti gli esclusi, ormai degradati a oggetti.
Nelle parole di Proudhon si coglie piuttosto una messa in guardia, in quelle di Schmitt una ripulsa. Si avvia così una costruzione dell’umanità “per sottrazione”, con una continua operazione di “scarto” di coloro i quali non sono ritenuti degni di farne parte. Ma questa non è una vicenda che possiamo consegnare al passato, per tranquillizzarci. Viviamo in società che producono quelle che Zygmunt Bauman ha definito “vite di scarto”, selezionate con criteri attinti unicamente dal processo produttivo. Ecco allora un orizzonte ingombro di poveri e disoccupati, precari e immigrati, persone alle quali vengono negate eguaglianza e dignità, destituite di umanità.
Il realismo drammatico di questa constatazione, tuttavia, non ci consegna ad un pensiero che deve espellere da sé la consapevolezza dell’umanità. Al rifiuto dell’altro, al disgusto che può destare il suo modo di vivere, Martha Nussbaum contrappone “la politica dell’umanità”. Alla sottrazione di diritti, che la costruzione per sottrazione dell’umanità implica, si oppone la riflessione di Hannah Arendt, che ci ricorda come «il diritto ad avere diritti, o il diritto di ogni individuo ad appartenere all’umanità, dovrebbe essere garantito dall’umanità stessa».
Ma come si definisce l’umanità? Chi parla in suo nome? Per rispondere, bisogna muovere da una premessa semplice, anche se impegnativa: può ritrovarsi umanità solo là dove eguaglianza, dignità e solidarietà trovano pieno riconoscimento. Troviamo un riferimento eloquente nelle parole dell’Internazionale: «L’In-ternazionale futura umanità», bella traduzione del testo originale, dove si dice «l’Internationale sera le genre humain». Perché sottolineare queste parole? Perché l’umanità è declinata al futuro, non è vista come la somma degli esseri viventi, come un semplice dato quantitativo, un insieme biologico, una realtà già esistente, di cui ci si può limitare a prendere atto. È qualcosa da costruire incessantemente attraverso l’azione comune e solidale di una molteplicità di soggetti, che producono non tanto un “valore aggiunto”, ma una realtà continuamente “aumentata”. È il processo al quale stiamo assistendo, quello di umanità che include e riconosce tutti gli altri, quasi capovolgendo la conclusione di Sartre, «l’inferno sono gli altri».
Ma, con la globalizzazione, questa umanità si fa tutta presente, e può essere percepita come invadente. Ogni accadimento, per quanto lontano, ci fa partecipi di quel che accade alle persone colpite da un terremoto, o da uno tsunami, in luoghi che fino a ieri erano remoti e che il sistema della comunicazione avvicina e rende visibili. Questo provoca moti di solidarietà: basta digitare un numero sul cellulare per far arrivare un contributo finanziario all’alluvionato asiatico o al bambino africano. Se, però, queste persone si materializzano ai nostri confini, possono diventare oggetto di rifiuto. È così per i migranti, per i poveri, visti come aggressori o incomodi. Così gli altri tornano ad essere segni d’un inferno al quale si vuole sfuggire.
Di colpo l’umanità si scompone e si immiserisce. Quella lontana suscita ancora sentimenti e azioni solidali, quella vicina turba. L’idea di “prossimo” si rattrappisce, sembra addirittura morire. Al suo posto troviamo spesso comunità chiuse. Ma questa constatazione, ci conferma che l’umanità è una costruzione ininterrotta, non un approdo consolatorio. Vi sono usi di “umanità” che la costruiscono come un riferimento capace di sottrarci a sopraffazioni. Quando si parla di patrimoni dell’umanità, si sfidano sovranità e proprietà, che vorrebbero sottoporre al potere e agli egoismi degli Stati e dei privati pezzi del mondo, e persino ciò che è fuori di esso come spazio e tempo. Lo spazio extra-atmosferico non può essere sottoposto alla sovranità statale, come il fondo del mare o l’Antartide. I luoghi dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità vengono ritenuti meritevoli di una disciplina che li sottragga agli intenti speculativi nell’interesse anche delle generazioni future. E così cominciano ad individuarsi anche i soggetti che possono parlare in nome dell’umanità, con specifici diritti, obblighi e responsabilità. Compaiono gli Stati che, avendo firmato un trattato comune sullo spazio extra-atmosferico o sul fondo del mare, possono opporsi alle mire di chi vuole appropriarsene. E tutte le persone alle quali, per salvaguardare un sito o un ambiente o una eredità culturale, deve essere attribuito un diritto di azione popolare per impedire che interessi proprietari possano sottrarre all’umanità il godimento di quei beni.
Qui l’umanità comincia a parlare il linguaggio dei beni comuni. L’acqua e l’aria, l’ambiente globale e la conoscenza in Rete, mostrano connessioni che rinviano alla sopravvivenza stessa dell’umanità, all’esistenza di ogni suo componente, quindi alla necessità di sottrarre quei beni a forme di appropriazione che possono determinare la negazione di diritti fondamentali. Ma l’umanità si trova di fronte anche all’imperativo di sottrarre se stessa a trasformazioni che portano verso un ambiguo postumano o addirittura alla sua scomparsa, sopraffatta dall’intelligenza artificiale. È il tema della tecnoscienza ad occupare sempre più l’orizzonte, con le denunce di una persona espropriata di umanità, avviata a divenire una “nano- bio-info-neuro machine”. Inoltrandosi in questo sconfinato territorio, la comprensione non è aiutata dal cedere agli opposti estremismi di un catastrofismo senza speranza e di un ottimismo senza misura. Le indispensabili analisi del mutamento, di cui non vanno ignorati i benefici, dovrebbero sempre essere accompagnate da un consapevole sguardo all’indietro, mantenendo saldamente al centro eguaglianza e dignità. L’eguaglianza nell’accesso ai vantaggi incessantemente offerti dalla tecnoscienza è condizione indispensabile perché non nasca una società “castale”. La dignità è limite invalicabile, perché proprio qui, reagendo alle aggressioni di ieri e alle negazioni di oggi, possiamo ritrovare il proprio dell’umano.
La Stampa 7.12.15
La politica Usa condizionata dalle ideologie contrapposte
di Paolo Mastrolilli


La politica americana, ma potremmo dire in generale la democrazia liberale, è diventata un gioco al massacro ideologico che porta solo alla paralisi. Ormai è così asserragliata lungo le trincee partitiche, che non ragiona più su nulla.

Ogni volta che capita qualcosa, riguardo qualunque tema, i due schieramenti prendono posizioni automatiche, prevedibili e inconciliabili. C’è la strage a San Bernardino? I democratici sperano che non sia terrorismo e dicono che bisogna limitare le armi; i repubblicani rispondono che è terrorismo e bisogna combattere il radicalismo islamico. C’è il riscaldamento globale? I democratici dicono che è necessario tagliare le emissioni, i repubblicani che è tutta una invenzione. C’è la crisi economica? I democratici dicono che lo stato deve investire per stimolare la ripresa, i repubblicani che deve tagliare le tasse. Si boicottano a vicenda e non succede nulla di concreto.
Non capita mai che si ragioni sull’evidenza dei fatti, e si cerchi di prendere le iniziative più sensate per il bene del paese. Nel caso di San Bernardino, ad esempio, ogni persona di buon senso sa che valgono entrambi gli argomenti: c’è il terrorismo, che va sconfitto, ma se non ci fossero in giro tante armi magari avverrebbe qualche strage in meno. I politici americani però, prigionieri delle lobby che li finanziano, non hanno la libertà di fare simili ragionamenti, pena il rischio di non essere rieletti. La politica come l’arte del possibile, del dialogo e del compromesso, è morta. Le elezioni servono solo a determinare chi ha vinto, non chi governerà. Appena si chiudono le urne il risultato viene archiviato, e lo scopo dell’opposizione non diventa più quello di esercitare le sue giuste prerogative costituzionali di equilibrio, controllo, anche critica, ma solo quello di paralizzare il governo, come aveva apertamente ammesso l’attuale leader repubblicano del Senato Mitch McConnell, subito dopo l’elezione di Obama. Lo stesso era avvenuto con Bush, anche se la sua eredità politica è una guerra che ha acceso la miccia dell’instabilità mediorientale, e la più grave crisi economica dalla Grande Depressione. Critiche analoghe possono essere rivolte ora ad Obama, ma non è questo il punto. Un tempo succedeva che si mediasse. Persino Bill Clinton e Newt Gingrich lo avevano fatto, quando riformarono il welfare americano. Ora non più, mai.
Per fortuna gli Usa continuano ad essere il paese della libertà di iniziativa, e quindi i cittadini, gli imprenditori, gli innovatori, i filantropi, vanno comunque avanti per la loro strada e costruiscono il progresso. La politica, però, nel migliore dei casi è una nullità da ignorare, e nel peggiore un ostacolo. L’America va avanti nonostante la politica, non grazie a lei.
Lo spartiacque storico probabilmente è stato l’impeachment di Clinton: da quel momento in poi, nulla è stato più come prima. Le ragioni del più recente inasprimento sono molte: gli attacchi dell’11 settembre, il terrorismo, le guerre che durano ormai da 14 anni e hanno fatto migliaia di vittime; la crisi economica, che ha rovinato milioni di vite, accompagnata dalla diseguaglianza e lo smaccato benessere dei più ricchi; la corruzione, particolarmente evidente nel sistema dei finanziamenti elettorali; anche il boom della tecnologia digitale e dei social, che hanno aumentato molto l’informazione, ma anche gli spazi in cui ognuno può dare libero sfogo agli istinti meno nobili. Ora, ad esempio, l’obiettivo della polemica è la correttezza politica, come se l’insulto libero aiutasse a risolvere i problemi meglio della riflessione.
Non può stupire, in un clima così, che Donald Trump guidi nei sondaggi i candidati repubblicani alla Casa Bianca: parla alla base del partito, e intercetta un sentimento di scontento diffuso, che tra i democratici si è incarnato nella popolarità almeno iniziale di Bernie Sanders. L’Europa e l’Italia, peraltro, non sono diverse, come dimostrano alcune recenti elezioni, e questo autorizza ad allargare il discorso alla crisi generale della democrazia liberale, che fatica a rappresentare i cittadini e risolvere i loro problemi. Non sono i cittadini, però, ad avere torto. Se sono risentiti, tocca alla politica di uscire dalla sua bolla, capire, e rispondere.
La Stampa 7.12.15
Tra omicidi e suicidi le vittime delle armi negli Usa aumentano
di P. Mastr.


Le sparatorie di massa stanno aumentando o no negli Stati Uniti? È un tema su cui l’America si sta dividendo, perché il presidente Obama lo ha usato come ragione per limitare la vendita delle armi. Vox, il sito fondato da Ezra Klein, ha fatto un’analisi delle fonti che hanno studiato il fenomeno, che presentiamo in questa pagina. Il risultato è che negli ultimi anni sono aumentati soprattutto i suicidi con le armi da fuoco, ma sono cresciuti in generale anche gli altri incidenti.
Il problema centrale è la definizione del fenomeno. Il Mass Shooting Tracker conta tutte le sparatorie in cui almeno 4 persone sono state colpite, incluso il colpevole: quella di San Bernardino rientra nella categoria, e dall’inizio del 2015 ne sono avvenute 353, cioè più di una al giorno.
Il giornale Usa Today invece conta solo gli attacchi in cui sono morte almeno 4 persone, e questi sono stati 29 dall’inizio dell’anno. Mother Jones infine conta le sparatorie in cui sono morte almeno 4 persone, ma esclude quelle legate alle attività delle gang, le rapine, le violenze domestiche: con questo metodo si scende a 4 nel corso del 2015. Secondo uno studio della Northeastern University, non c’è una tendenza al rialzo, mentre secondo l’Harvard School of Public Health la frequenza è aumentata. Nel 2013 ci sono stati 33.636 decessi provocati dalle armi da fuoco, di cui 21.175 sono stati suicidi. Se si considerano tutti questi elementi, il dato che emerge è che le vittime delle armi in generale stanno aumentando.
Repubblica 7.12.15
La guerra non è un videogioco
di Stefano Bartezzaghi


IL “VECCHIO scarpone” della popolare canzone è ritornato. La retorica del dibattito sulla vasta crisi internazionale causata dagli attacchi del Daesh si gioca sulla denominazione di “guerra” da attribuire o no ai conflitti in corso. La rappresentazione figurativa che si dà oppone due icone. La prima è modernissima, la vera novità degli apparati bellici: i droni. Il loro nome è quello inglese dei fuchi: i maschi delle api, considerati tradizionalmente inutili anche perché privi di pungiglione. I droni militari in realtà sono tutt’altro che inoffensivi: oltre a svolgere compiti esplorativi e ricognitivi possono essere armati. Colpendo dall’aria, come del resto i bombardieri tradizionali, danno l’impressione di un combattimento asettico e “intelligente”. L’altra metafora che li riguarda è quella chirurgica: con il fatto di non toccare terra, sembrano operare in modo non invasivo come appunto la chirurgia che non tocca la pelle del paziente. Il loro carattere distintivo dal resto dell’aviazione è dato, ovviamente, dal fatto che sono pilotati da terra e “in remoto”. Alla loro azione si oppone quella invece antichissima degli “scarponi”. Questa è una guerra, si dice, e le guerre si vincono con gli scarponi nel fango, cioè invadendo fisicamente il territorio nemico con schieramenti di soldati.
L’opposizione fra droni e scarponi ci fa capire quanto il regime della rappresentazione è pertinente in ciò che sta succedendo, in Medio Oriente, in Europa e nel mondo. Nel racconto che se ne fa giorno dopo giorno la “guerra” sembra uscita dai monitor delle Playstation, con cui gli attentatori si addestrano e comunicano, e ha finito per bucare i monitor con cui noi siamo abituati a osservare lo spettacolo dei conflitti lontani e che ora possiamo invece vedere direttamente dalle nostre finestre. Le nostre stesse persone fisiche non sono più “rappresentate” da chi combatte per noi, e da chi li comanda (cioè i rappresentanti che abbiamo eletto per governare la complessità del mondo): sono direttamente in gioco, quando attendiamo in fila per sottoporci a controlli, quando ci viene richiesto di non usare i mezzi pubblici nelle nostre metropoli (come a Parigi) o addirittura di non uscire di casa (come a Bruxelles), quando evitiamo i luoghi pubblici per timore di attentati, quando infine ci ritroviamo minacciati proprio fisicamente per il solo fatto di essere andati allo stadio, in un negozio kosher, a un concerto rock, a prendere un aperitivo in un bistrot.
Finite le rappresentazioni, è incominciata (o ricominciata) la realtà: così ci viene detto. Lo stesso nome di “guerra” (così come il ritorno dei bruschi moniti di Oriana Fallaci) è un modo per tagliar corto. Basta con i sofismi della semantica! La guerra è guerra e quindi mettiamoci gli scarponi.
“Semantica”, nel discorso mediale, è sinonimo di inezia da perdigiorno, lusso da filosofi. Negli stati di emergenza, ci si dice, la realtà sopravanza le parole, che a loro volta sono semplici rappresentazioni e una vale l’altra. Il filosofo che batte la testa contro il muro, il gradino che fa inciampare, la pioggia, sono tutti eventi che dovrebbero convincerci che il mondo esiste davvero, anche fuori dal modo in cui ce lo rappresentiamo. Ma naturalmente anche quest’ultima è una rappresentazione.
“Guerra” è invece una parola, prima che una cosa. Lo è così tanto che deriva da una radice germanica ( werra, mischia) ed è stata sostituita in epoca medioevale alla radice latina bellum, perché quest’ultima era troppo vicina al “bello”. Ma “guerra” è una parola che muove: non solo nel senso del movere, che è anche commuovere, emozionare; anche nel senso che mobilita. È dunque una risorsa, una parola buona per titoli di giornale e tg, e per fare in modo che il racconto dei fatti ci convinca che il racconto stesso è finito, siamo tutti coinvolti e non è più tempo di parole. Ma è appunto un racconto anche questo, “droni” e “scarponi” sono parole a loro volta e la rappresentazione della realtà non incomincia quando ne parliamo bensì quando la percepiamo. Possiamo sceglierci il modo di rappresentarci la realtà e gli attori politici che siano i nostri rappresentanti su questo scenario. Ma pensare che la realtà ci si dia in modo diretto — fuori da ogni storytelling — non è a sua volta realtà: è la più perfetta e compiuta delle illusioni.
Corriere 7.12.15
La guerra in Iraq e le «non scuse» di Blair
di Pierluigi Battista


S fogli i giornali e trovi: «Tony Blair ha chiesto scusa per la guerra in Iraq». Intervistato dal Fatto , Romano Prodi si compiace: «Tony Blair ha chiesto scusa per la guerra in Iraq». Tutti quelli contrari all’intervento militare in Iraq e, di conseguenza, contrari alle operazioni militari contro l’Isis ripetono, con un pizzico di soddisfazione per «ve l’avevamo detto», che il guerrafondaio Tony Blair «ha chiesto scusa per la guerra in Iraq». Dovrà essere vero che Tony Blair «ha chiesto scusa per la guerra in Iraq» se tutti lo ripetono, discettano sulle scuse di Blair, fanno la faccia di quelli sempre molto informati anche sulle scuse di Blair, dicono che incontestabilmente, Blair «ha chiesto scusa per la guerra in Iraq» e che non è possibile che, per convenienza propagandistica, sciatteria conformista, pregiudizio ideologico, si dica che Blair «ha chiesto scusa per la guerra in Iraq». Non è possibile. E invece è possibile: Tony Blair non ha mai «chiesto scusa per la guerra in Iraq», con buona pace di Famiglia Cristiana.
Nell’intervista alla Cnn , Blair ha infatti chiesto scusa, ed era già accaduto in passato, per aver creduto a relazioni errate sul possesso di armi chimiche da parte del regime di Saddam, ma non per l’intervento militare in Iraq e soprattutto «non», «non» e ancora «non» per aver spodestato il dittatore Saddam, sterminatore del suo popolo e del popolo curdo. «Ancora oggi, nel 2015», dice Blair con una formula impossibile da fraintendere, sarebbe immotivato scusarsi per la cacciata di Saddam(«I find it hard to apologize»). Dunque Blair non si scusa per le ragioni, la cacciata di Saddam, che determinarono la guerra in Iraq nel 2003, e casomai accusa l’intero Occidente di essere stato e di continuare ad essere incapace di formulare un piano per affrontare seriamente il groviglio mediorientale. Si può obiettare che quello sulle armi chimiche di Saddam fu l’argomento formale per giustificare la guerra davanti alla comunità internazionale. Obiezione giusta. Ma la guerra fu fatta per detronizzare Saddam e che l’allarme sulle armi chimiche fu solo una maldestra manovra per rendere più urgente agli occhi del mondo l’intervento in Iraq. Un grave errore, e di questo Blair si scusa. Ma Blair non si scusa, contrariamente a quanto viene detto, divulgato, ripetuto, ribadito, «per la guerra in Iraq». Non importa, si continuerà a dire che Blair «ha chiesto scusa per la guerra in Iraq». L’istinto manipolatorio vince sempre sulla filologia. E nessuno chiederà scusa.
Corriere 7.12.15
Religione nelle scuole L’esempio francese
risponde Sergio Romano


A proposito di presepi nelle scuole, penso che l’ultima parola dovrebbe essere lasciata ai diretti interessati, cioè gli alunni e non ad adulti litigiosi e prevenuti. Che male può fare un presepio per la celebrazione di una festa occasione di pace e affetti familiari? Se si vede in questo scarsa sensibilità verso chi cristiano non è, bisognerebbe essere coerenti e togliere altri simboli di origine cristiana, a partire dal calendario. La rinuncia alle nostre tradizioni religiose ci espone al massimo disprezzo. Un musulmano considera il Corano come unica Verità e mai rinuncerebbe alle proprie convinzioni religiose. Il farlo ci espone alla considerazione che siamo una società decadente a cui sarà facile imporre l’Islam.
Federico Lenchi

Non mi trovo d’accordo con una sua risposta. Oggi che «il nostro Paese sta diventando multietnico e multireligioso» non significa mettere da parte la nostra cultura e le nostre tradizioni per non «esaltare ciò che ci rende diversi da chi ha altre credenze». Per entrare in una moschea è obbligatorio togliersi le scarpe, indossare un abito tipico consegnato all’entrata e, per le donne, coprirsi il capo senza che questo susciti alcuna reazione o disapprovazione da parte di chi professa un’altra religione. Chi si trova in un Paese straniero deve sapere accettare le regole. A scuola, durante l’ora di religione, i non cattolici possono chiedere di essere dispensati ma non si può pensare di togliere l’ora di religione.
Attilio Leotta

Cari lettori,
La scuola non è una democrazia. Possono esservi consultazioni e scambi di opinioni, ma le scelte spettano a coloro che hanno funzioni pubbliche e sono chiamati a rispondere delle loro decisioni culturali e organizzative. Se vi fossero votazioni, avremmo in breve tempo partiti, campagne elettorali e magari, in questo caso, piccole guerre di religione. Posso darvi, a questo proposito, un esempio interessante.
La Francia è tra gli Stati europei, senza contare la Russia, il Paese cristiano che ha la maggiore comunità musulmana: circa 6 milioni a cui si aggiungono 600.000 ebrei, una maggioranza cattolica ma una forte tradizione ugonotta e il mondo variopinto delle confessioni minori. Questa convivenza ha spesso creato problemi di adattamento e ha richiesto l’intervento dello Stato. Quando i presidi e i provveditori cominciarono a segnalare che gli scontri e gli incidenti, soprattutto fra allievi ebrei e arabi, stavano diventando sempre più numerosi, il presidente della Repubblica (era Jacques Chirac) decise la costituzione di una Commissione composta da 20 personalità del mondo universitario, culturale, sociale, religioso, e presieduta da un ex ministro (Bernard Stasi). Dopo lunghi lavori, la Commissione pubblicò nel 2004 un rapporto che conteneva alcune proposte fra cui il divieto nelle scuole medie, inferiori e superiori, di tutti i simboli religiosi: la kippah dei ragazzi ebrei, il velo delle ragazze musulmane e il crocifisso, se visibilmente ostentato. La decisione provocò la protesta formale delle maggiori autorità religiose francesi (l’arcivescovo di Parigi, il Grande iman di Parigi e il Gran rabbino di Francia), tutte unite da uno stesso interesse «corporativo». Ma credo che ciascuna di esse, in realtà, fosse riconoscente al governo di essere intervenuto. Non so se esistano statistiche sul numero degli incidenti prima e dopo l’adozione delle misure proposte dal rapporto. Ma la decisione ebbe il merito di dimostrare che le scuole dello Stato francese erano, nelle questioni di fede, rigorosamente neutrali.
Quanto all’«ora di religione», caro Leotta, penso che nelle scuole non dovrebbero esservi lezioni di religione tenute da docenti designati dalle diocesi, ma corsi di storia delle religioni tenute da docenti del corpo scolastico.
Corriere 7.12.15
Chaouqui inserisce monsignor Parolin tra i testimoni
di Virginia Piccolillo


A ventiquattr’ore dall’apertura della Porta Santa, riparte il processo ai «corvi» in Vaticano, con un’udienza destinata a far rumore. Nella lista dei testimoni Francesca Immacolata Chaouqui ha inserito anche il segretario di Stato della Santa Sede, monsignor Pietro Parolin. Vorrebbe che testimoniasse sulla «guerra tra due fazioni che portò sull’orlo di una sorta di colpo di Stato contro Papa Francesco». Una battaglia in cui lei avrebbe pagato l’aver preso le difese di Bergoglio. La mossa, a sorpresa, arriva dopo le accuse lanciate da monsignor Lucio Vallejo Balda, indagato e tutt’ora detenuto. Per l’ex capo della commissione Cosea, sarebbe della Chaouqui la colpa della diffusione dei documenti finiti nei libri «Via Crucis» e «Avarizia». Proprio lei lo avrebbe sedotto e poi costretto con il ricatto a consegnare quelle carte segrete. La difesa si prepara a dimostrare la situazione di stress subìta da Balda chiedendo una perizia psicologica. Ma per la Chaouqui la verità è un’altra.
La Stampa 7.12.15
Quei tweet al veleno di Chaouqui
e una denuncia mai presentata
Le pressioni di un indagato sul cronista che scrisse di lei
di Ilario Lombardo


Tutto è iniziato con un tweet. Poi un altro e un altro ancora. Per capire qualcosa di più di Francesca Chaouqui e delle sue grane giudiziarie bisogna risalire ai famosi e imbarazzanti messaggi attribuiti alla pr e a un articolo che svelò la foga social di questa attivissima ragazza dalle misteriose entrature vaticane. Nell’agosto del 2013 Fabio Marchese Ragona, vaticanista del “Giornale”, pubblica un ritratto della donna, che nello stupore di molti era appena entrata nella Commissione finanziaria voluta dal Papa. Il cronista riportò i tweet scritti dall’account della Chaouqui: «Tarcisio Bertone è corrotto». «Giulio Tremonti un omosessuale, per questo è stato chiuso il conto dello Ior». «Benedetto XVI è malato di leucemia». In altri, la pierre elogiava Gianluigi Nuzzi (con cui è imputata nel processo della Santa Sede), autore di due libri sul Vaticano, uno dei quali si intreccia con il primo Vatileaks ai tempi di Ratzinger.
Chaouqui è infuriata. E’ appena entrata nella Cosea e già si parla di lei in un intreccio di corvi e hacker, esattamente come oggi. Ma non si nasconde. La sua strategia è sempre stata di ostentare visibilità. Gioca con la società dello spettacolo. E’ ambiziosa e spregiudicata. Siamo nell’autunno del 2013, il periodo a cui si riferisce l’inchiesta passata da Terni a Roma, in cui Chaouqui è indagata con il marito e altri per concussione e associazione a delinquere. Dopo il pezzo, i tweet scompaiono. Racconta la sua verità all’ “Espresso”. Nei mesi si contraddice, però. Di volta in volta, parla di hacker dalla Gran Bretagna, di messaggi photoshoppati, accusa Ragona di aver messo in piedi la truffa. Racconterà poi di aver sporto denuncia alla Polizia Postale. Non è così. I suoi legali oggi spiegano che le consigliarono di non farlo per opportunità lavorativa: «L’esperienza in Vaticano era a tempo, lei è una pierre e con i giornalisti avrebbe dovuto lavorarci». In quei giorni direttore della Polizia Postale, titolata a indagare sui tweet, è Antonio Apruzzese. Dalla Polizia confermano alla “Stampa” che Chaouqui si presentò da loro, al comando di viale Trastevere. Ma alla fine non presentò la denuncia. Perché? La dissuasero a non farlo? O non credevano alla storia degli hacker?
Chaouqui non si ferma, però. Secondo gli investigatori chiede anche a Paolo Berlusconi, editore del “Giornale” di non far più scrivere Ragona. E il giornalista per un po’ non scriverà. In quei mesi però gli viene commissionato un pezzo da “Panorama”, sempre sulla pr. Uscirà a novembre. Ma prima dell’articolo Ragona riceve strane chiamate, strani tweet. Poi al giornale arriva una telefonata. Di Sauro Moretti. Vuole parlare con il giornalista. E’ un imprenditore di Forlì, re delle serate in riviera e braccio destro di Vittorio Sgarbi con il quale è presente più volte a cena da Silvio Berlusconi. Moretti è tra gli indagati per concussione, assieme a Chaouqui. Sabato ha detto di non aver ricevuto avvisi di garanzia e di averla vista «due mezze volte». In realtà avrebbe cercato Ragona per dissuaderlo a scrivere un altro articolo su Chaouqui, sostenendo di conoscerla bene e di essere amico anche di molti politici.
La Stampa 7.12.15
L’espiazione di monsignor Balda
“Cinque anni in un monastero”
Entra nel vivo il processo Vatileaks 2. Il Papa può intervenire in ogni momento
di Giacomo Galeazzi


Domani il Papa apre la Porta Santa, stamattina nel tribunale vaticano riprende il processo per la fuga dei documenti riservati sulle «sacre finanze».
Solitudine e preghiere
Saranno interrogati monsignor Lucio Vallejo Balda (detenuto da 5 settimane) e la sua ex collaboratrice Francesca Chaouqui. Nella prossime udienze deporranno gli altri tre imputati: Nicola Maio (segretario del prelato) e gli autori dei libri in cui sono pubblicate le carte trafugate, Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi. Oggi, dunque, Vatileaks 2 entra nel vivo della fase dibattimentale con gli interrogatori dei due ex componenti della commissione Cosea accusati, in concorso con Maio, di aver passato carte ai giornalisti co-imputati. Il prelato ha già ammesso durante l’indagine di aver passato le password della Cosea a Nuzzi per l’accesso ai documenti. Sarebbe pronto per Vallejo un posto in un monastero in Spagna, non lontano dalla sua ex diocesi di Astorga.
L’idea è che vi trascorra 5 anni in preghiera ed espiazione. «Abbiamo il nostro diritto penale e il Vaticano ha il suo, valgono le regole del diritto internazionale», risponde Angelino Alfano alla domanda su cosa accadrà se Nuzzi e Fittipaldi dovessero essere condannati. «Ci porremmo il tema quando ciò dovesse avvenire, ma non siamo in questa fase», precisa il ministro dell’Interno. Vallejo e Chaouqui, sono accusati di aver divulgato documenti riservati, reato che prevede da 4 a 8 anni di carcere, ma anche di associazione a delinquere insieme a Maio, e questo può far lievitare la pena da 3 a 6 anni aggiuntivi.
Secondo l’accusa avrebbero svelato carte sul patrimonio immobiliare, sui «forzieri» vaticani, lo Ior e l’Apsa, sulla condotta di alcuni porporati finiti nei volumi diventati «corpo del reato» e cioè «Avarizia» e «Via crucis», i cui autori sono accusati di concorso nel reato di divulgazione di segreti. Anche in Vaticano ci sono tre gradi di giudizio: giudice unico o Tribunale, a seconda dell’entità dei reati, per la prima istanza; Corte d’Appello; Corte di Cassazione.
In aula con leggi del ’29
In caso di custodia cautelare, questa non può superare i 50 giorni, rinnovabili di altri 50 in casi complessi. Nel caso di condanna a una pena detentiva la Segreteria di Stato può chiedere all’Italia che la pena venga scontata in un carcere italiano, in base alle disposizioni dei Patti lateranensi. Il Papa può intervenire in qualunque momento del processo. Di solito il Pontefice aspetta la conclusione del processo, com’è stato con il maggiordomo Paolo Gabriele, graziato da Benedetto XVI, ma solo al termine dell’iter giudiziario. L’azione giudiziaria viene condotta dal promotore di giustizia che è attualmente Gian Piero Milano. Avvocato, professore di diritto canonico ed ecclesiastico a Tor Vergata, Milano è stato chiamato all’incarico da Francesco. Il Promotore di giustizia corrisponde al pubblico ministero. Con una eccezione: per i reati meno gravi, può decidere autonomamente il rinvio a giudizio. Potere in più.
La giustizia si rifà in molte parti al processo italiano come era quasi un secolo fa, al momento della firma dei Patti Lateranensi del 1929. Come stabilisce la Legge sulle fonti del diritto, firmata da Benedetto XVI nel 2008, il codice di diritto penale italiano, promulgato nel 1889 e quello di procedura penale (in vigore in Italia dal 1913 al 1930) sono i testi ai quali attinge il diritto del tribunale vaticano . Un’impostazione che si è andata via via aggiornando, con le modifiche di Benedetto XVI e con il Motu proprio di Francesco dell’11 luglio 2013. Se il processo nel suo complesso resta sostanzialmente uguale, mutano però quegli strumenti che consentono una maggiore cooperazione internazionale.
La Stampa 7.12.15
Pensiamo a chi non ha alternative
di Filomena Gallo
segretario Associazione Luca Coscioni


Mettere al bando la tecnica dell’utero surrogato? Tanto se ne parla in questi giorni, ma nulla si è letto su coloro che sono costretti a ricorrervi. Come le donne - ne ho incontrate tante - che non possono avere una gravidanza per ragioni di salute. Chi poteva è andata all’estero, dove la “gestazione per altri” è consentita. Ho conosciuto Novella, una giovane donna che nel 1994, per complicazioni durante il parto, perse una bambina e l’utero. La mamma di Novella, all’epoca più che quarantenne, offrì il proprio utero: «Sono tanti i genitori che donano ai propri figli un rene. Io dono l’utero». Si parlò di «culla prenatale»: una bellissima definizione. La gravidanza non si concluse.
In un’intervista rilasciata di recente, a chi le chiedeva se oggi rifarebbe le stesse scelte, Novella ha risposto: «La legge 40 non lo consente, però sì, lo farei. La voglia di essere mamma non passa mai, in un angolo del cuore quel dolore resta sempre». Questa storia mostra quanto la vita dei cittadini sia lontana dal legislatore, che vuole trasformare in legge posizioni ideologiche agli antipodi del rispetto dei diritti. Lo stesso vale per le coppie composte da persone dello stesso sesso. Ne ho conosciute, con figli: famiglie felici alle quali è stata preclusa la possibilità di avere un figlio ricorrendo alla «culla prenatale» in Italia, e hanno dovuto rivolgersi all’estero. A tutto ciò, in occasione del dibattito parlamentare sulle unioni civili, si aggiungono nuove prese di posizione del tutto strumentali. Chi si dichiara contrario non considera che in alcune condizioni, se si ragionasse in modo solidale e non punitivo, si potrebbe favorire la nascita di nuove vite e famiglie.
Di fronte a una parte della società che si arroga il potere di dire cosa sia morale e cosa no, a un legislatore che non riesce a vedere oltre i precetti ideologici, forse sarà ancora una volta compito dei giudici valutare caso per caso, tentando di risolvere problemi che attengono alla storia umana e personale di ciascuno. Se il modello di riferimento è quello di un uomo, che assicuri una gravidanza a una donna perché solo così vivranno felici e contenti, allora come bisognerebbe affrontare divorzi, seconde nozze, adozioni, perdita del padre durante la gravidanza, coppie di fatto e le altre vicende che fanno parte delle relazioni umane? Rispetto all’acceso dibattito a cui assistiamo in queste ore, va precisato che se esiste un fenomeno di sfruttamento, ai danni ad esempio di donne indigenti, sono gli stessi divieti a determinarlo. Basterebbe che lo Stato, invece di vietare, regolamentasse, con limiti e controlli, così da garantire il rispetto e la libertà di tutti.
La Stampa 7.12.15
“Essere genitori è una scelta
non un legame biologico”
Lo scrittore Giartosio: “Così è nato mio figlio”
intervista di I. L.


«Nancy è stata la nostra testimone di nozze». Tommaso e Gianfranco si sono sposati nel 2008 a Berkeley. Lia aveva già due anni, Andrea era appena nato. Nancy è la donna che ha permesso tutto questo.
Tommaso Giartosio fa lo scrittore ma per molti ascoltatori è la voce amica di Fahrenheit su Radio Tre. Venti anni fa si innamora di Gianfranco e poco tempo dopo decidono di avere un figlio. Prendono contatti con un’agenzia in California: «All’inizio si compilano questionari molto lunghi e densi. In cui provi a descriverti per la gestante mentre lei fa altrettanto per te». Nazionalità, estrazione sociale, lavoro. I dettagli da imparare sono tanti. Ma in questo modo nelle loro vite è arrivata Nancy, infermiera californiana con già 4 figli. «Ci si incontra e in quel momento diventa una cosa a pelle, molto calda. Spesso ti ritrovi a piangere. Perché capisci che ci sono persone che stanno per fare un percorso straordinario e lo fanno per te». Gli incontri sono ripetuti, compatibilmente con la distanza. «Siamo stati presenti al momento del parto e abbiamo trascorso tutto quel periodo negli Stati Uniti». Il legame diventa così stretto che Nancy accetta di rifarlo per loro. Andrea e Lia parlano spesso con lei su Skype. Sanno già tutto, per quanto è possibile a quell’età. «Sanno di avere due papà e che una donna li ha portati nella pancia.» Tommaso non crede che i suoi figli un giorno potrebbero pensare che lei sia la loro mamma. «Non accadrà perché sono già consapevoli che i genitori sono coloro che li hanno voluti e si prendono cura di loro». La genitorialità, Tommaso ne è convinto, «non è un fatto biologico, ma etico. E’ una scelta.»
Se lo avessero fatto in Italia, Tommaso e Gianfranco avrebbero commesso un reato. Perché la gestazione per altri (gpa) è illegale. «Ma penso, che se anche dovessero vietare la stepchild adoption, tanti continueranno a andare all’estero per la gpa. E l’80 per cento sono eterosessuali». Lo stupore di Tommaso sulla campagna di “Se non ora quando – Libere” è che sia partita da quel mondo del femminismo a cui lui, da gay, deve molto: «Ogni donna, se libera, deve decidere cosa fare del proprio corpo». E anche se vengono pagate, come Nancy che ha ricevuto 15 mila euro per ogni gestazione, «non c’è da indignarsi. Se non lo accettiamo è perché c’è un immaginario, in cui le donne devono essere sante o madonne, che ce lo impedisce». Piuttosto, si chiede Tommaso, perché «non togliere la gpa dalle mani delle agenzie e affidarlo al sistema nazionale? Le donne come Nancy hanno un legame con il bambino che portano in grembo. E se sostengono, come ha fatto chi ha firmato l’appello, che la donna così si trasforma in un forno, sono loro a vederle come semplici macchine».
La Stampa 7.12.15
All’estero è un business
Ecco le mete degli italiani
Negli States costa fino a 150mila dollari, in Ucraina un terzo
di Flavia Amabile


Sono circa un centinaio le coppie italiane che ogni anno fanno ricorso alla maternità surrogata. A loro disposizione queste coppie non hanno molti Paesi dove la maternità surrogata viene regolata con apposite norme ed è anche aperta agli stranieri. Sono Paesi che hanno condizioni e costi molto diversi tra loro. Negli Stati Uniti le donne portatrici sono protette, garantite, libere nella loro decisione e ben pagate. E i figli ottengono fin dalla nascita il passaporto americano rendendo molto semplice il rientro in Italia e la trascrizione del certificato di nascita. Alcuni Stati hanno norme più restrittive, altri meno come California, Massachussets, Texas, Minnesota. Le maggiori garanzie hanno un costo e infatti gli Stati Uniti sono il Paese più caro. Le spese fisse si aggirano sui 100mila dollari. Di questi, circa 30mila vanno alla donna portatrice. In realtà il costo effettivo è ancora più elevato. La donna non deve sostenere alcuna spesa legata alla gravidanza, quindi ogni costo per visite ginecologiche, ecografie, analisi e altro è a carico di chi ha richiesto la maternità surrogata. Lo sono anche i costi del mancato stipendio durante gli ultimi mesi di gravidanza, di eventuali aiuti legati alla necessità di non affaticarsi durante gli ultimi mesi e qualsiasi altra spesa simile. Alla fine il costo è più vicino ai 150mila dollari che ai 100mila.
Garanzie simili sono quelle offerte dal Canada dove le donne sono protette e i figli possono essere altrettanto facilmente registrati in Italia. Rispetto agli Stati Uniti c’è il vantaggio di poter sostenere costi inferiori perché le spese sanitarie sono a carico del servizio sanitario nazionale. «Da tempo si cerca di dare il via libera a delle modifiche perché non si ritiene giusto far pesare sui contribuenti canadesi il costo della nascita di un bambino che crescerà altrove ma per il momento le regole sono queste», racconta Susanna Lollini, avvocato, che da oltre 20 anni si occupa di maternità surrogata.
I costi della maternità surrogata in Canada però restano comunque alti. Gli italiani, infatti, si rivolgono soprattutto all’Ucraina dove si paga anche tre volte di meno. Le donne portatrici chiedono un compenso che parte da 5mila euro, che da quelle parti è una cifra che permette di acquistare anche un appartamento. Sono inferiori anche le spese mediche. Perché vengono coperte dal sistema pubblico ma anche perché sono minori le complicazioni legate alla gravidanza. «Le donne ucraine e russe hanno una cultura del fare i figli molto più naturale di quella delle donne statunitensi, ad esempio», sottolinea l’avvocato Lollini. A differenza di quanto accade negli Usa, i futuri genitori non creano un rapporto con la donna portatrice. La prima barriera è la lingua ma anche l’atteggiamento delle ucraine, meno desiderose di mantenere un legame con il bambino che nascerà e con i loro genitori.
Altra rilevante differenza è la cittadinanza. Quando nascono i bambini non esistono, non sono né ucraini né italiani né altro, hanno solo un certificato. Per portarli via i genitori hanno bisogno di un’autorizzazione del Consolato che porta in Italia all’apertura di una procedura penale. Per trascrivere il certificato molto spesso le Anagrafi aspettano la conclusione del processo quindi i tempi possono essere lunghi. In Russia regole e garanzie sono più o meno le stesse presenti in Ucraina. L’unica differenza è che a Kiev e dintorni a chiedere la maternità surrogata possono essere solo coppie regolarmente sposate. Un obbligo che non esiste in Russia dove la richiesta può arrivare anche da donne e uomini single. Sono bandite solo le coppie omosessuali.
Un altro Paese dove gli italiani potrebbero andare a chiedere una maternità surrogata è l’India. «Ma è un Paese che noi escludiamo del tutto: non c’è alcuna trasparenza, né sicurezza che le donne siamo libere di scegliere, né garanzie su come vengano trattate o sull’equità del compenso». In pratica non ne esistono.
La Stampa 7.12.15
“Un bambino non è una cosa che si può mettere sul mercato”
La filosofa Izzo: “Su questo terreno stiamo con i cattolici”
intervista di Ilario Lombardo


«Certo che sono una femminista. Me le sono fatte tutte le battaglie, a partire da quella sull’aborto». Francesca Izzo, filosofa, docente universitaria, è tra le ideatrici dell’appello contro la gestazione per altri, o più brutalmente “l’utero in affitto”, che in Italia ha agganciato la campagna internazionale sullo stesso tema.
Ma lei non era tra quelle donne che urlavano «L’utero è mio e lo gestisco io»?
«Non penso sia un caso che molte delle femministe che hanno partecipato alle grandi battaglie degli anni Settanta si ritrovino oggi a sostenere queste posizioni sulla gpa. E non solo in Italia. Penso a Sylviane Agacinski, in Francia, che ha definito le madri surrogate “schiave moderne”».
Ma non c’è in gioco una idea di libertà che è stata la forza del femminismo?
«Sicuramente. All’apparenza, la nostra posizione sulla surrogacy sembra rovesciare le idee di un tempo, ma non è così».
Spieghi meglio.
«Al tempo c’era una distinzione molto importante, per esempio sull’aborto. Tra chi aveva una posizione femminista e sosteneva il principio dell’autodeterminazione, e chi parlava di “diritto” all’aborto. Lo slogan, “l’utero è mio e lo gestisco io”, aveva un significato polemico contro l’appropriazione del corpo della donna da parte dell’autorità patriarcale religiosa e statuale. Era una rivendicazione di autonomia e non di proprietà. Una differenza importante alla luce della gpa».
No alla libertà come proprietà?
«Esattamente. C’è una critica a un certo individualismo. Se si è proprietari, il proprio corpo è alienabile e diventa una merce. La maternità è una delle potenze del corpo-mente femminile e non si può ridurre a qualcosa a disposizione che si può mettere sul mercato. E poi coinvolge un terzo essere umano, un bambino».
Questa è la stessa posizione di molti cattolici.
«Partendo da culture e storie molto diverse arriviamo allo stesso punto. Poi ci dividiamo su altro».
E’ favorevole alle adozioni gay?
«Assolutamente sì. Una cosa è la nascita, un’altra è l’allevamento. Io sono stata cresciuta da una zia, per esempio».
Però i primi a esultare per il vostro appello sono coloro che si battono contro la stepchild adoption e le unioni civili.
«Sono strumentalizzazioni. Io penso che il nostro appello possa aiutare a combattere l’omofobia e portare finalmente ad avere le unioni civili».
Ma non sarebbe meglio regolamentare la gpa? Evitare, che lo facciano donne in difficoltà economica e magari togliere la gestazione dal mercato affidandola allo Stato?
«Sarebbe peggio. Guardi, non è solo un discorso economico. Il punto è che la maternità e la paternità non sono un diritto. L’umanità è divisa in due e in questo aspetto è intrinseco il concetto di limite. Non sto parlando degli orientamenti sessuali, ovviamente. Ma la procreazione si fa in due. Ognuno può fare quello che vuole in privato ma non possiamo formalizzarlo in un diritto. Perché nella logica dei diritti allora si potrebbe arrivare a concepirne una dotazione illimitata che prescinde dai limiti e che ogni individuo può affermare anche nel suo isolamento».
La Stampa 7.12.15
Agire sempre nell’interesse del neonato
di Vladimiro Zagrebelsky


La questione della maternità surrogata è tra le più complesse. Nella maggior parte dei casi, ma non sempre, si tratta di affitto dell’utero altrui. Ma la semplificazione estrema non aiuta, poiché il giudizio negativo che ne consegue non elimina i problemi che sorgono nella grande varietà dei casi della vita.
L’ultimo, sorprendente aspetto della discussione in corso in Italia è quello sollevato dalla recente presa di posizione espressa da «Libere», nell’ambito del movimento «Se non ora quando». Mi riferisco alla risentita reazione del rappresentante di un’associazione per i diritti degli omosessuali, che ha particolarmente stigmatizzato il fatto che il rifiuto della pratica sia venuto «da sinistra». Il presupposto di un simile rilievo, quasi un’accusa di tradimento, sarebbe che l’utero in affitto è di sinistra e la sua negazione è di destra. Raramente lo sconcerto identitario ha così sfidato il ridicolo. Perché il richiamo alla dignità della donna, non riducibile a incubatrice per conto altrui, e l’opposizione allo sfruttamento della miseria di chi non ha che l’utero da mettere sul mercato, sono nel cuore di valori umani e politici tutt’altro che estranei alla sinistra, ma neanche di essa esclusivi. Insomma, qui destra e sinistra non c’entrano.
Ma se ci si limita a discutere della questione se vietare oppure no il ricorso a questa pratica, ci si pone su un terreno da una parte inutile e dall’altra non risolutivo. Inutile, perché essa è e resta vietata dalla legge italiana, come da quella di gran parte dei Paesi europei. Non risolutivo perché rimangono in piedi tutti i problemi che esistono, per così dire, a valle del divieto.
Si dice «utero in affitto» alludendo al commercio di donne disponibili per denaro a ricevere in utero l’embrione altrui per portare a compimento la gravidanza e dare alla luce un bambino destinato a essere consegnato ai committenti. E’ questa in effetti la pratica di gran lunga prevalente. Ma sono noti casi in cui non vi è nulla di egoistico e ancor meno di economico, nella disponibilità di una donna a supplire all’impossibilità di un’altra donna a condurre la gravidanza. Madri ancor giovani che si offrono in favore della figlia divenuta incapace. Pochi casi, certo, ma non assimilabili a quelli commerciali dell’utero in affitto. E d’altra parte il divieto di comprare e vendere organi lascia aperta la possibilità del dono, senza che la tragedia della vendita, ad esempio di un rene, così presente in tanti Paesi poveri, impedisca di vedere il dono tra fratelli o tra genitori e figli come un ammirevole atto di amore. La differenza, se c’è, tra il dono di un rene e l’offerta dell’uso dell’utero dovrebbe essere indagata, prima di confondere tutto sotto l’unica etichetta di utero in affitto. Un documento elaborato nell’ambito del Consiglio d’Europa ha sostenuto la necessità di vietare il ricorso alla maternità surrogata a pagamento, ma ha lasciato aperta la possibilità dell’atto altruistico.
La varietà delle legislazioni esistenti nel mondo (ed anche in Europa) e la facilità con cui ora ci si muove alla ricerca di soluzione ai propri problemi, rendono concreta e frequente la nascita di bambini con il metodo della madre surrogata. Si tratta in grandissima misura di figli di coppie eterosessuali coniugate, desiderose di figli, ma in cui la donna non ha la possibilità di condurre una gravidanza. Tornata nel suo Paese – che vieta quella pratica - la coppia chiede che venga riconosciuto che il nato è suo figlio (nome, cittadinanza, ecc.). Che fare? Si tratta di vicende concrete, che non possono essere affrontate solo guardando alla coppia che ha violato le leggi del suo Paese, utilizzando quelle disponibili altrove. Si può immaginare di negarle riconoscimento e addirittura punirla. Ma poi, che si fa del figlio, che è una persona titolare di diritti, indipendentemente dal modo in cui è nata? Recentemente un caso simile è stato deciso dalla Corte Europea dei diritti umani. Si trattava di coniugi francesi che, per superare l’impossibilità fisica della moglie, avevano fatto ricorso a maternità surrogata negli Stati Uniti. La Francia, che vieta quella pratica, non aveva riconosciuto il legame familiare tra la coppia e il bambino. Decidendo il ricorso, la Corte Europea ha dovuto destreggiarsi tra divieti e diritti e ha adottato una soluzione curiosa. Ha preso atto del rifiuto della legge francese di ammettere il vincolo genitoriale della coppia rispetto al figlio, ma ha riconosciuto a quest’ultimo il diritto di essere considerato figlio dell’uomo e della donna che lo hanno voluto e allevato. Soluzione forse obbligata da parte di quei giudici, ma certo tale da confliggere con il buon senso. Come si può essere figli di chi non è padre o madre?
Quella storia segnala il punto più grave della questione della maternità surrogata: il figlio che ne è nato e cui non si può dire che non avrebbe dovuto nascere. Nella materia il principio – generico, ma universalmente accettato – è quello che ogni decisione deve essere guidata dall’interesse preminente del bambino. Una politica diretta a contrastare l’una o l’altra pratica, avendo carattere generale, non può prevalere sull’interesse concreto e effettivo di uno specifico bambino. E’ questa una materia in cui obblighi e divieti assoluti non rendono giustizia a tutti i protagonisti delle vicende umane: nel nostro caso ai bambini che sono venuti al mondo. Una volta si ricorreva a categorie come gli illegittimi, i bastardi, i naturali, privi di diritti e contrapposti ai figli legittimi. Ora la discriminazione sulla base della nascita è impossibile, inumana, incivile.
Il documento da cui abbiamo iniziato, chiede alle istituzioni europee di promuovere un generale bando delle maternità surrogate. Esso non avrebbe attirato tanta attenzione se non fosse giunto mentre in Italia il Parlamento è bloccato nella discussione sul riconoscimento delle coppie di fatto, etero e omosessuali. Si sostiene che ammettere che il compagno omosessuale possa adottare il figlio dell’uomo che l’ha avuto con il sistema dell’utero in affitto, significherebbe legittimare il ricorso a quel metodo. Non è così. Semplicemente si ammetterebbe la possibilità, invece del divieto, di dare al bambino due genitori anziché uno solo. Le violazioni all’estero del divieto di ricorso a quella pratica non sarebbero né incentivate, né impedite. Ma si riconoscerebbe una posizione al compagno del padre del bimbo, con i conseguenti diritti e doveri di assistenza.
L’aggressività che accompagna la discussione sul riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, ha travolto le poche e pacate affermazioni di un documento, che, in un altro momento, sarebbe stato tranquillamente discusso come una posizione ideale legittima e da tanti condivisa. Sapendo però che, se anche l’intenzione del documento fosse realizzata, non tutti i problemi sparirebbero d’incanto.
La Stampa 7.12.15
Vietare o no la maternità surrogata?
L’appello che divide femministe e gay
Senonoraquando scrive all’Ue: va fermata. Gli omosessuali: attacco alle unioni civili
di Antonella Rampino


A quali bisogni o desideri risponde la maternità surrogata? Perché esiste ed è normata in paesi civilissimi come l’Inghilterra, gli Stati Uniti, il Canada? La genitorialità è genetica, come riconoscono quei Paesi, o madre è solo chi partorisce, come nel vecchio codice italiano? Può uno Stato liberale impedire a una donna che è nata senza l’utero di ricorrere a un’altra donna, consenziente? Perché alcune coppie, e sono soprattutto etero, vogliono avere dei figli che abbiano almeno una porzione del loro genoma? Il dna assicura maggiore genitorialità dell’amore? La natura è superiore alla cultura? Quand’è che le più avanzate tecniche riproduttive diventano abominio? Se il corpo appartiene solo all’individuo, si può impedire a una donna di farne quel che crede gridandole «non sei un forno»? Che cosa accadrà, e che ne sarà delle polemiche dell’oggi, quando la scienza, che già è giunta alla sintesi in vitro dello spermatozoo, arriverà all’utero artificiale? Ci sono questioni che sono punti interrogativi messi in fila, questioni delicate e complesse sulle quali invece capita che in Italia si usi il ponte levatoio, come se bastasse proibire per risolvere.
Il caso è quello dell’appello all’Europa (la culla dei diritti...) di Senonoraquando per vietare la maternità surrogata. Le femministe che gridavano «l’utero è mio» e adesso vogliono imporne il (non) uso ad altre donne, contro i gay che fiutano il tempismo di un ulteriore attacco ai già pallidi diritti della legge sulle unioni civili. Una rissa da pianerottolo italiano? In realtà si tratta di «alcune femministe», come ha notato la giornalista e scrittrice Chiara Calace, poiché in effetti tra le firme vi sono molti bei nomi del mondo dello spettacolo, e si sa che le star ricorrono alla pratica per non ricorrere poi alla chirurgia plastica: Cinecittà contro Hollywood? Chissà. Una femminista storica, come Bia Sarasini già direttore di «Noi donne», racconta invece di aver fatto lunghe riunioni con le associazioni arcobaleno e di aver visto «non solo desideri che pretendono di diventar diritti, ma molto dolore, per questo non serve proibire, occorre cercare una strada».
Una sociologa della famiglia del calibro di Chiara Saraceno ha rifiutato di firmare l’appello, «strumentale per tempi e modi, e capace di dividere gay e lesbiche», e di aver invitato a riflettere su quello che è «un problema aperto, non chiuso: anch’io sono contraria ad atti mercantili, ma la solidarietà esiste e, chiarito che un bambino e il corpo di una donna non si vendono e non si comprano, ci sono molte strade possibili». E anche già percorse, come in Inghilterra dove non c’è mercimonio ma un rimborso spese, ed è sempre la madre - l’utero in affitto - ad avere l’ultima parola.
«Normare è sempre preferibile a proibire». È netto Giuseppe Tesauro, presidente emerito della Corte Costituzionale e relatore delle sentenze che hanno cancellato i proibizionismi della legge 40. «Vietare è facile, ma la maternità surrogata risponde a sentimenti non facili da tenere a freno, ed è proibirla che apre le porte a rivolgersi all’estero con discriminazioni di censo. Normare invece permette di controllare, di non passare dai termini giuridici a quelli affaristici: se c’è un diritto, in campo entra il sistema sanitario nazionale». E si evita di andare in quei paesi, come l’India, l’Ucraina, il Nepal dove si verifica invece lo sfruttamento delle «fattrici»: donne in condizioni di povertà, da questo indotte all’utero in affitto, e non protette dalle leggi. «Fantapolitica, per l’Italia», si scoraggia lo storico della medicina Gilberto Corbellini. «In un paese a forte tradizione cattolica i figli sono natura, creazione di Dio, non si fanno se non in modo naturale e quindi divino. La maternità surrogata esiste non a caso da un quarto di secolo nei paesi protestanti, che hanno accettato e accompagnato le complessità. Capisco che possa non piacere, ma di qui a proibire ad altri quello che non piace a noi stessi...».
Non normando tutte le possibilità restano aperte, ma solo per chi può permetterselo. Finchè non arriverà l’utero artificiale. «Quello, la morale di matrice cattolica e la Chiesa potrebbero accettarlo, come hanno fatto alla fine con la contraccezione e perfino l’aborto». Ma chissà se l’accetterà il femminismo postmoderno all’italiana.
Repubblica 7.12.15
In piazza i clienti delle banche in crisi Il piano salverà un terzo dei risparmi
Morando: fondo ma non per tutti evitando il no della Ue. I possessori di bond: rapina legalizzata
di Valentina Conte


ROMA «Queste persone non sono truffate: hanno siglato contratti regolari, sia chiaro». Il premier Renzi la vede così, rivendica «con orgoglio» di aver salvato «banche, lavoratori, correntisti» con il decreto del 22 novembre. E sì certo, dice pure «cercheremo di aiutare queste persone». Ma intanto si prende i fischi della piazza, gli slogan di nipoti, figli e anche un paio di nonnine ottantenni. «Questa è una rapina legalizzata», urlano davanti a Montecitorio. Dentro, nel Palazzo, la commissione Bilancio comincia a votare i sub emendamenti (la soluzione però si troverà solo in settimana) che, se tutto va bene, garantiranno un terzo del capitale andato in fumo perché investito in Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e Cari-Ferrara. «Elemosina» per chi sta fuori, le tv a riprendere risparmiatori col prezzo del crac al collo: 10 mila, 15 mila, 20 mila euro che prima c’erano ora non più. «Ed è tutto quello che avevo», dicono.
La Piazza non ha colori, alcuni votano, altri non più, «da cinque anni e continuerò così». Non sono tantissimi, duecento al massimo, «ma abbiamo organizzato tutto in 48 ore». C’è Adusbef-Federconsumatori. E c’è il Movimento Cinquestelle con qualche bandiera, i senatori Airola e Girotto, il deputato monzese Pesco e lo striscione «Elezioni subito». «Ma cosa c’entra? Uno slogan sbagliato, politico. Noi vogliamo solo i nostri soldi », commenta Stefano B. di Empoli, 10 mila euro persi nelle maledette obbligazioni subordinate. Tanti i toscani, un pullman da 45 solo da Empoli. Lucilla Gianni di Ginestra Fiorentino è imbufalita. «Renzi c’ha dato 80 euro e ce ne ha tolti 80 mila», sbraita facendo capire di aver molto da recriminare. «Il 30 giugno ricevo una lettera dalla banca che dice: “Il suo profilo non è adeguato per l’investimento fatto”. E solo ora me lo dite? Pensavo di essere una cretina, invece c’era mezzo paese dentro, gente rovinata».
Stato ladro, politici servi delle banche, buffoni buffoni. I cori si alzano, i più timidi si sciolgono con i giornalisti, gli altri socializzano con i compagni di sventura riconosciuti per via della foto su Facebook, quella del gruppo “Vittime del Salva-Banche”. C’è il gruppetto dei romani, sconsolato. Poi quello di Marche e Abruzzo. Sparuti siciliani, venuti da Catania e Palermo. Le storie si incrociano. Alcuni mostrano i contratti firmati. Quasi tutti dicono di aver siglato carte con la scritta «rischio medio- basso», di non aver mai avuto l’informativa Mifid, di non ritrovarsi il prospetto informativo. «Ci siamo fidati del direttore di banca: è un investimento sicuro, la banca non può fallire, il suo capitale è garantito». E il tasso «non era certo da speculatori di bond argentini, 2,6% netto». Il viceministro Morando, a pochi passi da qui, dice che sia il fondo di solidarietà proposto dal Pd (100 milioni di euro a fronte di 300-350 milioni di perdite totali), sia l’idea di un credito d’imposta al 26% di Scelta Civica, «sono tutte ipotesi potenzialmente adottabili ». Ma niente «indennizzo o risarcimento ». Poi però fa capire che Palazzo Chigi è «favorevole» al fondo, ma con «limiti e confini», privilegiando «i più deboli». E soprattutto «evitando l’infrazione Ue per aiuti di Stato». Fin qui il governo. Ma i 130 mila che si sentono raggirati, beffati, derubati non ci stanno. «Hanno salvato la Grecia, perché noi no?». Dall’opposizione si leva anche la voce di Forza Italia. «Il governo e Banca d’Italia dovevano vigilare», incalza Berlusconi. «Se non si interviene, ci sarà un danno incalcolabile ». Così Gasparri: «Renzi divora i risparmi delle famiglie». Prestigiacomo: «Renzi fa finta di nulla». Codacons intanto ha raccolto 2.100 richieste di azione legale per rimborso integrale, promettendo assistenza ai singoli.
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In tanti vengono dalla Toscana, soprattutto da Empoli. Alcuni mostrano i contratti firmati “Hanno aiutato la Grecia, perché noi no?” Berlusconi: Bankitalia e governo dovevano vigilare
IN PIAZZA
I piccoli azionisti delle quattro banche in crisi hanno tenuto un sit-in in piazza Montecitorio. Con i manifestanti anche molti militanti del Movimento Cinque Stelle e vari parlamentari grillini