La Stampa 7.12.15
Riforma del Senato
Ultimo timbro fissato in aprile e poi referendum
di Carlo Bertini
Pochi se ne sono accorti, ma la riforma costituzionale ha di fatto passato il suo penultimo giro di boa alla Camera. Dopo gli scontri epici di questa estate al Senato, stavolta zero barricate, il famoso ddl Boschi ha quasi esaurito il suo percorso a ostacoli. Tutti gli articoli della riforma che abolisce il Senato elettivo sono stati votati in aula il 3 dicembre e per una gentilezza diplomatica si è deciso di procedere con il voto finale solo l’11 gennaio: in quella data sarà messo il timbro sul testo «copia conforme» che resterà immutato negli altri due passaggi di Senato e Camera che dovrebbero terminare l’11 aprile. E questa settimana, complice anche il ponte dell’Immacolata, l’aula sarà chiusa, visto che per la sessione di bilancio non si può votare altro se non pareri ed emendamenti alla legge di stabilità in commissione.
Il «Dopo di noi»
Un concerto particolare, ieri, nella sala della regina di Montecitorio, con la Boldrini scatenata in danze a ritmo rock: in coincidenza con la giornata internazionale delle persone con disabilità del 3 dicembre, la Camera ha ospitato i “Ladri di carrozzelle”, band di 20 elementi costituita da musicisti con disabilità diverse. E alla Camera si discute pure in commissione una legge dal titolo evocativo, «Dopo di noi», che potrebbe alleviare le ansie di famiglie con figli disabili o portatori di gravi handicap. Norma finanziata ora con 90 milioni di euro infilati dal governo in legge di stabilità. Varata dalla commissione nel giugno scorso dopo più di un anno di lavoro. E mirata a tutelare le persone disabili e con handicap, garantendo una dignitosa condizione di vita quando si trovano a perdere i loro familiari. Ad oggi, la legge è in attesa della relazione tecnica del Governo alle modifiche apportate al testo, passo preliminare prima di poter andare in aula alla Camera. «Il “Dopo di noi” - dicono i responsabili dell’associazione Il Trust in Italia - è fondamentale per la tutela delle persone diversamente abili. Pone le famiglia nella condizione di poter blindare un patrimonio e la sua gestione a favore di un titolare, in questo caso il disabile che ne può usufruire per mantenere il tenore di vita a cui è stato abituato».
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
lunedì 7 dicembre 2015
Repubblica 7.12.15
Renzi, la sinistra e la sindrome dell’ircocervo
di Massimo L. Salvadori
LA SITUAZIONE in Italia è caratterizzata da due fenomeni in contrasto: una ripresa economica che, pur entro certi limiti, fa intravedere un cielo più sereno e uno stato della politica in cui piogge cattive si alternano a trombe d’aria. Il governo ha portato a casa riforme a cui molto teneva e conta di portarne altre. Ma lo ha fatto e lo fa in un contesto di controversie senza fine, dovendo fronteggiare il fuoco incrociato dei Brunetta, dei Salvini, dei Grillo, dei Fassina, ecc., tutti uniti nel detestare Renzi antropologicamente prima ancora che politicamente.
Il gruppo dirigente renziano e il governo hanno a loro favore il fatto che le molteplici componenti degli schieramenti avversari tanto a destra quanto a sinistra sono travagliate dalle rivalità dei leader e dei gruppi e dal collidere delle loro strategie. Ma essi hanno seri motivi di allarme causato dalle condizioni in cui versa il Pd come partito. E deve poi molto allarmare che le debolezze di questo si sommino a quelle della destra di Berlusconi e Salvini nel dar vento al Movimento 5stelle.
Il Pd ha di che preoccuparsi per come vanno le cose in casa sua. A monte vi è il problema dei modi in cui recluta non pochi suoi esponenti di spicco (a Roma, in Campania, in Liguria, in Sicilia, in Sardegna, ecc.), che, una volta chiamati a competere per posizioni di responsabilità o elevati ad esse, risultano inidonei, in un contesto che vede l’esplodere dei personalismi di nuovi e vecchi notabili e la contrapposizione di corti clientelari. Il che pone il problema di quanto siano adeguati i canali di reclutamento del personale politico, l’organizzazione nel territorio, gli strumenti di controllo, insomma la struttura del partito. Favorito dallo slancio iniziale impresso dalla vittoria nello scontro per la leadership, Renzi si è addossato il doppio ruolo di presidente del Consiglio e di segretario del Pd. Lo ha esercitato con efficacia dopo avere prevalso nel partito issando la bandiera di una “sinistra liberata” dalle vecchie pastoie, avere ottenuto il magico successo del 40% alle elezioni europee e avere avviato con determinazione il suo programma di riforme; e quando pareva che le primarie fornissero lo strumento finalmente trovato per legare il consenso esterno a quello interno, selezionare i candidati alle cariche pubbliche, offrire al paese un personale politico in grado di mantenere la promessa di gettare alle spalle clientelismo e affarismo.
Ebbene, neppure il più benevolo partigiano del Pd non può non ammettere che l’immagine del partito nuovo è assai appannata: il partito non trae il vantaggio che dovrebbe dal miglioramento della situazione economica, soffre di una non risolta crisi di identità, le primarie hanno mostrato fenomeni di inquinamento e perso lo smalto iniziale, della minoranza interna alcuni se ne sono andati trasformandosi in nemici (obbedendo, ancora una volta, alla logica mai smentita delle scissioni a sinistra).
Renzi ora afferma di volere mettere mano a una energica cura. Ma quale la cura? Il Pd si presenta attualmente come un ircocervo: per un verso è il residuo via via più evanescente di quel tipo di struttura che affondava le radici nel Pci, per l’altro si avvia ad essere un partito leggero, liquido, che si mobilita soprattutto in occasione delle tornate elettorali intorno a comitati temporanei, animati da molteplici interessi locali e dai gruppi che se ne fanno portatori e tutori. Nessuno può immaginare il ritorno ad un passato definitivamente sepolto. Ma non è pensabile che un partito che intenda rimanere di sinistra possa affidarsi alle mobili acque della “liquidità”. La quale vorrebbe dire rinunciare ad un’opera di educazione politica organizzata, partecipata e durevole nel tempo, all’elaborazione e alla trasmissione di una cultura che distingua un partito da un altro e ne motivi la ragione d’essere.
Se a ciò si rinuncia, si spiana la strada all’assemblaggio di forze e consensi volta per volta, magari sotto la copertura dell’equivoco e retorico paravento del cosiddetto Partito della Nazione (al quale non si capisce se si sia o no rinunciato).
È venuto il momento che il Pd chiarisca quale natura intende darsi: se liquido, non liquido, di mezza sinistra-centrista, di sinistra. Così sarà anche possibile porre fine alla sconfortante situazione che lo vede essere al contempo partito renziano e partito antirenziano e indurre ciascuno all’interno di esso e nel corpo elettorale a compiere le proprie scelte.
Mentre si è molto impegnato nella guida del governo, Renzi non ha mostrato di poterlo fare altrettanto nell’affrontare i problemi che travagliano il partito di cui è segretario. Vi è da domandarsi se, dopo la prima fase del renzismo, il doppio incarico non debba essere superato. Quale che sia la decisione in proposito, è l’ora che la leadership prenda in mano il Pd in una situazione che si è fatta critica e dia una risposta a chi si domanda se esso intenda o non intenda restare un partito di sinistra. Sembra che cercare di definire che cosa significhi sinistra in una società in continuo cambiamento equivalga a entrare nel mondo delle nuvole di Aristofane. Non è così. La sinistra è sempre e soltanto la forza che lotta contro le tre grandi diseguaglianze: di potere, di sapere e di reddito.
Renzi, la sinistra e la sindrome dell’ircocervo
di Massimo L. Salvadori
LA SITUAZIONE in Italia è caratterizzata da due fenomeni in contrasto: una ripresa economica che, pur entro certi limiti, fa intravedere un cielo più sereno e uno stato della politica in cui piogge cattive si alternano a trombe d’aria. Il governo ha portato a casa riforme a cui molto teneva e conta di portarne altre. Ma lo ha fatto e lo fa in un contesto di controversie senza fine, dovendo fronteggiare il fuoco incrociato dei Brunetta, dei Salvini, dei Grillo, dei Fassina, ecc., tutti uniti nel detestare Renzi antropologicamente prima ancora che politicamente.
Il gruppo dirigente renziano e il governo hanno a loro favore il fatto che le molteplici componenti degli schieramenti avversari tanto a destra quanto a sinistra sono travagliate dalle rivalità dei leader e dei gruppi e dal collidere delle loro strategie. Ma essi hanno seri motivi di allarme causato dalle condizioni in cui versa il Pd come partito. E deve poi molto allarmare che le debolezze di questo si sommino a quelle della destra di Berlusconi e Salvini nel dar vento al Movimento 5stelle.
Il Pd ha di che preoccuparsi per come vanno le cose in casa sua. A monte vi è il problema dei modi in cui recluta non pochi suoi esponenti di spicco (a Roma, in Campania, in Liguria, in Sicilia, in Sardegna, ecc.), che, una volta chiamati a competere per posizioni di responsabilità o elevati ad esse, risultano inidonei, in un contesto che vede l’esplodere dei personalismi di nuovi e vecchi notabili e la contrapposizione di corti clientelari. Il che pone il problema di quanto siano adeguati i canali di reclutamento del personale politico, l’organizzazione nel territorio, gli strumenti di controllo, insomma la struttura del partito. Favorito dallo slancio iniziale impresso dalla vittoria nello scontro per la leadership, Renzi si è addossato il doppio ruolo di presidente del Consiglio e di segretario del Pd. Lo ha esercitato con efficacia dopo avere prevalso nel partito issando la bandiera di una “sinistra liberata” dalle vecchie pastoie, avere ottenuto il magico successo del 40% alle elezioni europee e avere avviato con determinazione il suo programma di riforme; e quando pareva che le primarie fornissero lo strumento finalmente trovato per legare il consenso esterno a quello interno, selezionare i candidati alle cariche pubbliche, offrire al paese un personale politico in grado di mantenere la promessa di gettare alle spalle clientelismo e affarismo.
Ebbene, neppure il più benevolo partigiano del Pd non può non ammettere che l’immagine del partito nuovo è assai appannata: il partito non trae il vantaggio che dovrebbe dal miglioramento della situazione economica, soffre di una non risolta crisi di identità, le primarie hanno mostrato fenomeni di inquinamento e perso lo smalto iniziale, della minoranza interna alcuni se ne sono andati trasformandosi in nemici (obbedendo, ancora una volta, alla logica mai smentita delle scissioni a sinistra).
Renzi ora afferma di volere mettere mano a una energica cura. Ma quale la cura? Il Pd si presenta attualmente come un ircocervo: per un verso è il residuo via via più evanescente di quel tipo di struttura che affondava le radici nel Pci, per l’altro si avvia ad essere un partito leggero, liquido, che si mobilita soprattutto in occasione delle tornate elettorali intorno a comitati temporanei, animati da molteplici interessi locali e dai gruppi che se ne fanno portatori e tutori. Nessuno può immaginare il ritorno ad un passato definitivamente sepolto. Ma non è pensabile che un partito che intenda rimanere di sinistra possa affidarsi alle mobili acque della “liquidità”. La quale vorrebbe dire rinunciare ad un’opera di educazione politica organizzata, partecipata e durevole nel tempo, all’elaborazione e alla trasmissione di una cultura che distingua un partito da un altro e ne motivi la ragione d’essere.
Se a ciò si rinuncia, si spiana la strada all’assemblaggio di forze e consensi volta per volta, magari sotto la copertura dell’equivoco e retorico paravento del cosiddetto Partito della Nazione (al quale non si capisce se si sia o no rinunciato).
È venuto il momento che il Pd chiarisca quale natura intende darsi: se liquido, non liquido, di mezza sinistra-centrista, di sinistra. Così sarà anche possibile porre fine alla sconfortante situazione che lo vede essere al contempo partito renziano e partito antirenziano e indurre ciascuno all’interno di esso e nel corpo elettorale a compiere le proprie scelte.
Mentre si è molto impegnato nella guida del governo, Renzi non ha mostrato di poterlo fare altrettanto nell’affrontare i problemi che travagliano il partito di cui è segretario. Vi è da domandarsi se, dopo la prima fase del renzismo, il doppio incarico non debba essere superato. Quale che sia la decisione in proposito, è l’ora che la leadership prenda in mano il Pd in una situazione che si è fatta critica e dia una risposta a chi si domanda se esso intenda o non intenda restare un partito di sinistra. Sembra che cercare di definire che cosa significhi sinistra in una società in continuo cambiamento equivalga a entrare nel mondo delle nuvole di Aristofane. Non è così. La sinistra è sempre e soltanto la forza che lotta contro le tre grandi diseguaglianze: di potere, di sapere e di reddito.
Corriere 7.12.15
L’intervista «Un po’ con Sel, un po’ con Ncd per poter vincere nei Comuni»
Il pd Rosato: un flop i banchetti? No, ma in inverno è complicato
intervista di Monica Guerzoni
Roma «“Italia coraggio!” è stata un grande successo di partecipazione».
Ne è sicuro, presidente Ettore Rosato?
«È stata una bella occasione per chiacchierare con tante persone che credono in noi e ci invitano ad andare avanti».
Non è stato un flop?
«Direi proprio di no, 770.000 persone si sono incontrate nei 2.113 banchetti in tutto il Paese. Certo, siamo in inverno e i banchetti è più facile farli in primavera».
Il Pd torna nelle strade, è una retromarcia rispetto al partito liquido?
«Non abbiamo mai creduto nel partito liquido ed è nostra abitudine fare iniziative per confrontarci con i cittadini».
Il tesseramento è in crisi...
«Il Pd è il partito con più iscritti in Europa e il calo delle tessere è iniziato nel dopo Veltroni. È anche vero che ci sono nuove forme di militanza. Mezzo milione di italiani hanno destinato il 2 per mille al Pd. Il cittadino si sente militante anche senza tessera, perché partecipa alle primarie. Ciò non toglie che i dati del tesseramento sono in linea con lo scorso anno e che in questa due giorni 23.200 persone si sono iscritte al Pd».
Per Pisapia il doppio ruolo di Renzi è sbagliato.
«Io dico che è indispensabile, invece. In tutte le grandi democrazie il leader del partito è anche il capo del governo».
Sabato sarete di nuovo divisi. Renziani a Firenze senza bandiere pd, minoranza a Roma sotto i vessilli dem.
«Noi siamo la più grande comunità politica in Italia, che discute e si confronta a viso aperto. La Leopolda è stata una grande innovazione, ha introdotto nuove forme di comunicazione».
Intanto il M5S intercetta il malcontento. Attaccate i sindaci 5 stelle per timore del sorpasso?
«Nessun timore, ma per governare gli slogan non bastano. Serve preparazione e il coraggio di fare delle scelte, mentre nelle città amministrate dal M5S si vede il disastro della loro improvvisazione».
A Roma non c’è un candidato e i «big» del Pd sono in fuga. Rassegnati a consegnarla a Grillo?
«Assolutamente no. La priorità è rimettere in sesto l’amministrazione e garantire la sicurezza del Giubileo. Dopodiché, il nostro candidato sindaco avrà tutta la forza per vincere le elezioni».
A Milano siete spaccati tra Sala e Balzani.
«Non siamo spaccati, con le primarie è normale schierarsi. Ma dopo le primarie, tutti uniti attorno al vincitore».
Bersani avverte: senza strategia e senza centrosinistra non si vince.
«La strategia è confermare le alleanze del centrosinistra dove abbiamo governato insieme. Poi, chi vuole vincere, deve sempre tentare di allargare la coalizione costruendo convergenze programmatiche».
Insomma, andrete un po’ con Sel e un po’ con Ncd, a macchia di leopardo?
«Le Amministrative sono così, i territori esprimono le alleanze. Pretendere di disegnare un’Italia da Roma è il contrario della natura del Pd».
L’intervista «Un po’ con Sel, un po’ con Ncd per poter vincere nei Comuni»
Il pd Rosato: un flop i banchetti? No, ma in inverno è complicato
intervista di Monica Guerzoni
Roma «“Italia coraggio!” è stata un grande successo di partecipazione».
Ne è sicuro, presidente Ettore Rosato?
«È stata una bella occasione per chiacchierare con tante persone che credono in noi e ci invitano ad andare avanti».
Non è stato un flop?
«Direi proprio di no, 770.000 persone si sono incontrate nei 2.113 banchetti in tutto il Paese. Certo, siamo in inverno e i banchetti è più facile farli in primavera».
Il Pd torna nelle strade, è una retromarcia rispetto al partito liquido?
«Non abbiamo mai creduto nel partito liquido ed è nostra abitudine fare iniziative per confrontarci con i cittadini».
Il tesseramento è in crisi...
«Il Pd è il partito con più iscritti in Europa e il calo delle tessere è iniziato nel dopo Veltroni. È anche vero che ci sono nuove forme di militanza. Mezzo milione di italiani hanno destinato il 2 per mille al Pd. Il cittadino si sente militante anche senza tessera, perché partecipa alle primarie. Ciò non toglie che i dati del tesseramento sono in linea con lo scorso anno e che in questa due giorni 23.200 persone si sono iscritte al Pd».
Per Pisapia il doppio ruolo di Renzi è sbagliato.
«Io dico che è indispensabile, invece. In tutte le grandi democrazie il leader del partito è anche il capo del governo».
Sabato sarete di nuovo divisi. Renziani a Firenze senza bandiere pd, minoranza a Roma sotto i vessilli dem.
«Noi siamo la più grande comunità politica in Italia, che discute e si confronta a viso aperto. La Leopolda è stata una grande innovazione, ha introdotto nuove forme di comunicazione».
Intanto il M5S intercetta il malcontento. Attaccate i sindaci 5 stelle per timore del sorpasso?
«Nessun timore, ma per governare gli slogan non bastano. Serve preparazione e il coraggio di fare delle scelte, mentre nelle città amministrate dal M5S si vede il disastro della loro improvvisazione».
A Roma non c’è un candidato e i «big» del Pd sono in fuga. Rassegnati a consegnarla a Grillo?
«Assolutamente no. La priorità è rimettere in sesto l’amministrazione e garantire la sicurezza del Giubileo. Dopodiché, il nostro candidato sindaco avrà tutta la forza per vincere le elezioni».
A Milano siete spaccati tra Sala e Balzani.
«Non siamo spaccati, con le primarie è normale schierarsi. Ma dopo le primarie, tutti uniti attorno al vincitore».
Bersani avverte: senza strategia e senza centrosinistra non si vince.
«La strategia è confermare le alleanze del centrosinistra dove abbiamo governato insieme. Poi, chi vuole vincere, deve sempre tentare di allargare la coalizione costruendo convergenze programmatiche».
Insomma, andrete un po’ con Sel e un po’ con Ncd, a macchia di leopardo?
«Le Amministrative sono così, i territori esprimono le alleanze. Pretendere di disegnare un’Italia da Roma è il contrario della natura del Pd».
Repubblica 7.2.15
Pisapia contro i due ruoli di Renzi “Sala avanti? I sondaggi sbagliano”
Il sindaco di Milano: un errore fare premier e segretario del Pd, così non si conoscono le città E si prepara ad appoggiare la Balzani. Slitta la raccolta firme, giovedì road map delle primarie
di Alessia Gallione
MILANO Alle proteste di quanti a sinistra criticano il nuovo corso del Pd renziano, Giuliano Pisapia continua a resistere. Anzi, il sindaco di Milano difende un partito che dice di considerare di centrosinistra: «Non condivido l’opinione che sia geneticamente modificato, che sia diventato il partito della nazione ». Apre però un fronte critico sul doppio ruolo di premier e segretario svolto da Matteo Renzi: «L’ho sempre considerato sbagliato perché chi fa il presidente del Consiglio — spiega — non ha la possibilità di seguire i territori. Lo abbiamo visto a Napoli, in Liguria, quanto si è sentita la mancanza di una persona che rappresenti l’intero partito e che abbia capacità di dialogare ».
Ed è proprio parlando di città, che la partita di Milano è diventata sempre più strategica nello scacchiere politico nazionale. Finora, Pisapia sembrava deciso a non volersi schierare apertamente a fianco di nessun candidato delle primarie: «Vinca il migliore», ripeteva. Ma adesso, il sindaco annuncia che prenderà una posizione dichiarando il proprio appoggio: «Quando avrò con certezza l’elenco dei candidati prenderò la mia decisione». Il segnale sempre più evidente che qualcosa, in una competizione già infuocata con le tensioni politiche tra Sel e Pd e la raccolta firme che doveva partire oggi e che resta bloccata almeno fino alla riunione di giovedì, è cambiato. Pisapia continua a battersi perché non vada in pezzi quella coalizione larga — Pd, Sel, civici — che nel 2011 ha strappato la città a un ventennio di centrodestra («Il centrosinistra vince quando non si divide») e per traghettare nel futuro l’eredità della sua giunta.
Ed è proprio in nome dell’unità e della continuità che Pisapia appare determinato a fare le sue scelte. Perché nonostante in questo momento liquidi con una battuta («Una leggenda metropolitana») il suo appoggio a Francesca Balzani, in un duello tra sua vice e il commissario di Expo Giuseppe Sala fa capire le sue preferenze. La premessa — che spiega anche la battuta — è: «Non ha ancora sciolto la riserva». Ma Balzani, dice Pisapia a Maria Latella su Sky, «è un’ottima vicesindaco », «segnerebbe una prosecuzione di un percorso, è molto stimata e vuole profondamente l’unità del centrosinistra, cosa a cui tengo». E Mr Expo? Nei confronti del commissario — anche lui dovrà annunciare ufficialmente che cosa farà dopo un incontro con Renzi per le ultime rassicurazioni sul suo progetto di città — Pisapia è freddo. I sondaggi lo danno per vincente? «I sondaggi hanno sbagliato in passato molti calcoli. Anche nel mio caso», replica. Certo, Expo è stata un successo ma anche grazie al lavoro fatto in città. E poi, aggiunge, non è vero che l’establishment è tutto con lui e, nonostante Sala abbia già smentito di voler privatizzare Atm (l’azienda trasporti), il sindaco ribadisce: «La società è dei milanesi». Diventa ancora più deciso, però, quando si parla di un accordo con Renzi per un suo posto nella Consulta: «Se non fosse detto col sorriso direi che è una calunnia, una bufala».
Pisapia contro i due ruoli di Renzi “Sala avanti? I sondaggi sbagliano”
Il sindaco di Milano: un errore fare premier e segretario del Pd, così non si conoscono le città E si prepara ad appoggiare la Balzani. Slitta la raccolta firme, giovedì road map delle primarie
di Alessia Gallione
MILANO Alle proteste di quanti a sinistra criticano il nuovo corso del Pd renziano, Giuliano Pisapia continua a resistere. Anzi, il sindaco di Milano difende un partito che dice di considerare di centrosinistra: «Non condivido l’opinione che sia geneticamente modificato, che sia diventato il partito della nazione ». Apre però un fronte critico sul doppio ruolo di premier e segretario svolto da Matteo Renzi: «L’ho sempre considerato sbagliato perché chi fa il presidente del Consiglio — spiega — non ha la possibilità di seguire i territori. Lo abbiamo visto a Napoli, in Liguria, quanto si è sentita la mancanza di una persona che rappresenti l’intero partito e che abbia capacità di dialogare ».
Ed è proprio parlando di città, che la partita di Milano è diventata sempre più strategica nello scacchiere politico nazionale. Finora, Pisapia sembrava deciso a non volersi schierare apertamente a fianco di nessun candidato delle primarie: «Vinca il migliore», ripeteva. Ma adesso, il sindaco annuncia che prenderà una posizione dichiarando il proprio appoggio: «Quando avrò con certezza l’elenco dei candidati prenderò la mia decisione». Il segnale sempre più evidente che qualcosa, in una competizione già infuocata con le tensioni politiche tra Sel e Pd e la raccolta firme che doveva partire oggi e che resta bloccata almeno fino alla riunione di giovedì, è cambiato. Pisapia continua a battersi perché non vada in pezzi quella coalizione larga — Pd, Sel, civici — che nel 2011 ha strappato la città a un ventennio di centrodestra («Il centrosinistra vince quando non si divide») e per traghettare nel futuro l’eredità della sua giunta.
Ed è proprio in nome dell’unità e della continuità che Pisapia appare determinato a fare le sue scelte. Perché nonostante in questo momento liquidi con una battuta («Una leggenda metropolitana») il suo appoggio a Francesca Balzani, in un duello tra sua vice e il commissario di Expo Giuseppe Sala fa capire le sue preferenze. La premessa — che spiega anche la battuta — è: «Non ha ancora sciolto la riserva». Ma Balzani, dice Pisapia a Maria Latella su Sky, «è un’ottima vicesindaco », «segnerebbe una prosecuzione di un percorso, è molto stimata e vuole profondamente l’unità del centrosinistra, cosa a cui tengo». E Mr Expo? Nei confronti del commissario — anche lui dovrà annunciare ufficialmente che cosa farà dopo un incontro con Renzi per le ultime rassicurazioni sul suo progetto di città — Pisapia è freddo. I sondaggi lo danno per vincente? «I sondaggi hanno sbagliato in passato molti calcoli. Anche nel mio caso», replica. Certo, Expo è stata un successo ma anche grazie al lavoro fatto in città. E poi, aggiunge, non è vero che l’establishment è tutto con lui e, nonostante Sala abbia già smentito di voler privatizzare Atm (l’azienda trasporti), il sindaco ribadisce: «La società è dei milanesi». Diventa ancora più deciso, però, quando si parla di un accordo con Renzi per un suo posto nella Consulta: «Se non fosse detto col sorriso direi che è una calunnia, una bufala».
La Stampa 7.12.15
Cuperlo: il doppio ruolo di Renzi non funziona
“Per le elezioni vitali il centrosinistra e spirito dell’Ulivo”
intervista di Carlo Bertini
Cuperlo, il Pd è unito nelle piazze, ma litiga sempre. Farete un braccio di ferro sulla manovra?
«Io vorrei solo migliorare quel che si può migliorare. Abbassare la soglia del contante è un messaggio contro l’illegalità. Lasciare la Tasi al terzo del paese più ricco vuol dire recuperare un miliardo e mezzo per la sanità pubblica. Bene i 500 euro ai diciottenni, ma diamoli a chi ne ha più bisogno e magari col resto investiamo sul diritto allo studio. Il punto è sempre lo stesso: con quali occhi guardi all’Italia. Ascoltarsi aiuta tutti a vedere meglio».
Anche sulla Consulta voi della sinistra avanzate qualche critica sul metodo. Fareste un accordo con i 5Stelle magari su una terna di nomi diversa?
«Parlo per me. Dopo 29 votazioni a vuoto è un dovere riflettere. Nessuna imposizione dai 5Stelle o altri. Ma una via d’uscita va cercata senza rigidità esagerate».
In queste giornate ai banchetti i militanti che vi hanno detto? Di smetterla con le polemiche o di pungolare Renzi a fare meglio?
«Nel mio caso più la seconda. Insieme alla domanda su come si rigenera uno spirito di comunità».
L’unico tema su cui il Pd per ora è compatto è la politica estera. Tutto ok sulla linea del premier?
«Sul terrorismo e prima sui migranti ho apprezzato la linea decisa dal governo. Poi è chiaro che le stragi di Parigi obbligano la sinistra europea a ripensare il mondo e a rileggerne i conflitti. Sono scosse le fondamenta di un Occidente che non può rifugiarsi nel relativismo o in un interventismo senza orizzonte. Bisogna fissare la strategia della coalizione anti-Daesh, anche per non riprodurre gli errori del passato e questo vuol dire avere una road map per il futuro della Siria e della Libia».
Sabato la vostra convention che unirà diverse anime della sinistra Pd. Come farete sentire il vostro peso nel partito?
«Sabato sarà una tappa. Non nascerà nessuna nuova corrente. Lascio ad altri operazioni di ceto politico. Il tema è come si colloca il progetto del Pd in una stagione dove cambiano le forme della rappresentanza e il contenuto della democrazia. Come rivediamo la natura dei partiti che vuol dire pensare l’economia dopo la grande crisi, rimettendo al centro la persona, la sua dignità. E allora la sfida non è sommare dei pezzi, ma restituire al Pd una vocazione che vada oltre il solo governo. La mia parola è ponte, tra cultura e politica, tra il Pd e la sinistra fuori da noi. Ponte con quella domanda di senso che cresce nel società e che non può essere consegnata unicamente al Papa».
Visto cosa dicono Renzi e la Boschi? Il doppio ruolo premier-segretario non si tocca. Cosa serve al partito per funzionare meglio?
«Valuti Renzi se lo schema attuale funziona. A me non pare. Io ho proposto un congresso da fare presto che non discuta del premier, ma delle idee mancate finora e di un deficit evidente di classe dirigente che mette a rischio la nostra tenuta».
Alle primarie di Milano voi tiferete per Balzani o per Sala? E a Napoli vi impegnerete o no per battere Bassolino quando sarà scelto un altro candidato Pd?
«Ho fiducia che a Milano sceglieranno i milanesi e a Napoli i napoletani. Quello che mi sta a cuore è il perimetro politico di un centrosinistra largo e civico. Lo dico perché l’autosufficienza non è mai segno di grandezza di un partito. Per me centrosinistra e spirito dell’Ulivo sono vitali anche in vista delle elezioni politiche».
A Roma quale sarebbe il candidato migliore?
«A Roma dopo gli errori compiuti dal Pd, partire da un nome, fosse pure il migliore, vorrebbe dire non aver capito molto. Serve un atto di umiltà, tornare ad ascoltare prima di parlare, e costruire non da soli il racconto di un’altra idea della capitale».
Cuperlo: il doppio ruolo di Renzi non funziona
“Per le elezioni vitali il centrosinistra e spirito dell’Ulivo”
intervista di Carlo Bertini
Cuperlo, il Pd è unito nelle piazze, ma litiga sempre. Farete un braccio di ferro sulla manovra?
«Io vorrei solo migliorare quel che si può migliorare. Abbassare la soglia del contante è un messaggio contro l’illegalità. Lasciare la Tasi al terzo del paese più ricco vuol dire recuperare un miliardo e mezzo per la sanità pubblica. Bene i 500 euro ai diciottenni, ma diamoli a chi ne ha più bisogno e magari col resto investiamo sul diritto allo studio. Il punto è sempre lo stesso: con quali occhi guardi all’Italia. Ascoltarsi aiuta tutti a vedere meglio».
Anche sulla Consulta voi della sinistra avanzate qualche critica sul metodo. Fareste un accordo con i 5Stelle magari su una terna di nomi diversa?
«Parlo per me. Dopo 29 votazioni a vuoto è un dovere riflettere. Nessuna imposizione dai 5Stelle o altri. Ma una via d’uscita va cercata senza rigidità esagerate».
In queste giornate ai banchetti i militanti che vi hanno detto? Di smetterla con le polemiche o di pungolare Renzi a fare meglio?
«Nel mio caso più la seconda. Insieme alla domanda su come si rigenera uno spirito di comunità».
L’unico tema su cui il Pd per ora è compatto è la politica estera. Tutto ok sulla linea del premier?
«Sul terrorismo e prima sui migranti ho apprezzato la linea decisa dal governo. Poi è chiaro che le stragi di Parigi obbligano la sinistra europea a ripensare il mondo e a rileggerne i conflitti. Sono scosse le fondamenta di un Occidente che non può rifugiarsi nel relativismo o in un interventismo senza orizzonte. Bisogna fissare la strategia della coalizione anti-Daesh, anche per non riprodurre gli errori del passato e questo vuol dire avere una road map per il futuro della Siria e della Libia».
Sabato la vostra convention che unirà diverse anime della sinistra Pd. Come farete sentire il vostro peso nel partito?
«Sabato sarà una tappa. Non nascerà nessuna nuova corrente. Lascio ad altri operazioni di ceto politico. Il tema è come si colloca il progetto del Pd in una stagione dove cambiano le forme della rappresentanza e il contenuto della democrazia. Come rivediamo la natura dei partiti che vuol dire pensare l’economia dopo la grande crisi, rimettendo al centro la persona, la sua dignità. E allora la sfida non è sommare dei pezzi, ma restituire al Pd una vocazione che vada oltre il solo governo. La mia parola è ponte, tra cultura e politica, tra il Pd e la sinistra fuori da noi. Ponte con quella domanda di senso che cresce nel società e che non può essere consegnata unicamente al Papa».
Visto cosa dicono Renzi e la Boschi? Il doppio ruolo premier-segretario non si tocca. Cosa serve al partito per funzionare meglio?
«Valuti Renzi se lo schema attuale funziona. A me non pare. Io ho proposto un congresso da fare presto che non discuta del premier, ma delle idee mancate finora e di un deficit evidente di classe dirigente che mette a rischio la nostra tenuta».
Alle primarie di Milano voi tiferete per Balzani o per Sala? E a Napoli vi impegnerete o no per battere Bassolino quando sarà scelto un altro candidato Pd?
«Ho fiducia che a Milano sceglieranno i milanesi e a Napoli i napoletani. Quello che mi sta a cuore è il perimetro politico di un centrosinistra largo e civico. Lo dico perché l’autosufficienza non è mai segno di grandezza di un partito. Per me centrosinistra e spirito dell’Ulivo sono vitali anche in vista delle elezioni politiche».
A Roma quale sarebbe il candidato migliore?
«A Roma dopo gli errori compiuti dal Pd, partire da un nome, fosse pure il migliore, vorrebbe dire non aver capito molto. Serve un atto di umiltà, tornare ad ascoltare prima di parlare, e costruire non da soli il racconto di un’altra idea della capitale».
Repubblica 7.12.15
L’intervista.
Parla Augusto Barbera candidato del Pd alla Corte: io sono a disposizione ma se trovano un altro nome sono pronto a farmi da parte
“Veto M5S assurdo difendo le riforme ma sono autonomo”
intervista di Liana Milella
ROMA. Alle 8 di sera il candidato del Pd alla Consulta Augusto Barbera passeggia con la moglie Maria Rita per le vie del centro di Bologna. Come sempre risponde al telefono ed è lui a fare la prima domanda: «C’è qualcosa di nuovo...? » Me lo dovrebbe dire lei... ha ricevuto telefonate?
«No, per la verità, siamo rimasi a quanto detto nei giorni scorsi».
Questo silenzio non la preoccupa?
«Sono tranquillo e sereno. Non ho cercato questa candidatura, l’ho solo accettata perché non avrei potuto non farlo, è un onore ricevere la proposta di andare alla Corte costituzionale».
Ha letto della preoccupazione di Mattarella? Il Pd si tirerà indietro su di lei?
«Oggi ho visto sui giornali le dichiarazioni del ministro Boschi che, a domanda se il Pd cambia idea, ha ribadito che “il nostro candidato è Barbera”».
Lei ha provato a parlare con M5S?
«No assolutamente, ma non ho neppure sentito altri. Conosco tantissimi parlamentari ma non ne ho chiamato neppure uno, al punto da ricevere qualche amichevole rimostranza. Ho solo fatto una telefonata a Zanda e Rosato (i due capigruppo del Pd di Senato e Camera, ndr.) per ringraziarli. Loro mi hanno detto che insisteranno sul mio nome».
Come si spiega che M5S ce l’abbia tanto con lei?
«Dal mio punto di vista è una preclusione inspiegabile. Per discrezione ho preferito non fare alcun passo nei loro confronti. Diventare giudice costituzionale ovviamente mi interessa, ma non fino al punto di entrare in una trattativa. Tant’è che le mie informazioni derivano dai giornali e dalle agenzie».
Che ne pensa di Modugno, il candidato di M5S?
«Ci conosciamo da una vita, è un ottimo studioso».
M5S dice che potrebbe anche votarla se il candidato forzista Sisto lascia la partita...
«...sì, ho visto, ma non posso commentare ».
Il pentastellato Toninelli la accusa di aver difeso la riforma Boschi e l’-I-talicum...
«Mah... in 50 anni di attività accademica non è certo l’unica cosa che ho fatto... ».
Col senno di poi non s’è rimproverato quell’appoggio che adesso rischia di farle perdere la Corte?
«Se lei cerca nell’archivio del Corriere della sera ci troverà un’intervista a Francesco Cossiga del 17 ottobre 2008, in cui raccontava che nel 1986 voleva nominarmi alla Consulta, ma fu bloccato dall’allora segretario del Pci Natta e dal responsabile dei problemi dello Stato Tortorella, i quali si precipitarono al Quirinale per dire che sì, io ero un ottimo compagno, ma agivo in modo troppo indipendente. Allora fu poi nominato Antonio Baldassare...».
Quindi su riforma e Italicum nessun rimorso?
«Ho sempre fatto battaglie perché ci credo».
Direbbe anche adesso se sono buone riforme?
«Se rispondo di sì poi Toninelli mi attacca... ».
Che ne pensa di Ida Nicotra come possibile giudice costituzionale?
«È una persona validissima, semmai la debolezza sta nel fatto che il gruppo di Alfano non ha concordato il nome con gli altri centristi».
Grasso e Boldrini dicono che bisogna cambiare il metodo seguito finora nella trattativa. Lei che errori vede?
«Volutamente io mi sono tenuto lontano ».
E della loro richiesta di un nome condiviso?
«Se lo trovano va benissimo, io sono sempre disponibile a farmi da parte se c’è un nome che sta bene a tutti. Ma ribadisco che la mia è una candidatura a disposizione di tutti».
A questo punto Barbera dice: «Avrei preferito non parlare, perché qualsiasi cosa dico può sembrare inopportuna... ».
L’intervista.
Parla Augusto Barbera candidato del Pd alla Corte: io sono a disposizione ma se trovano un altro nome sono pronto a farmi da parte
“Veto M5S assurdo difendo le riforme ma sono autonomo”
intervista di Liana Milella
ROMA. Alle 8 di sera il candidato del Pd alla Consulta Augusto Barbera passeggia con la moglie Maria Rita per le vie del centro di Bologna. Come sempre risponde al telefono ed è lui a fare la prima domanda: «C’è qualcosa di nuovo...? » Me lo dovrebbe dire lei... ha ricevuto telefonate?
«No, per la verità, siamo rimasi a quanto detto nei giorni scorsi».
Questo silenzio non la preoccupa?
«Sono tranquillo e sereno. Non ho cercato questa candidatura, l’ho solo accettata perché non avrei potuto non farlo, è un onore ricevere la proposta di andare alla Corte costituzionale».
Ha letto della preoccupazione di Mattarella? Il Pd si tirerà indietro su di lei?
«Oggi ho visto sui giornali le dichiarazioni del ministro Boschi che, a domanda se il Pd cambia idea, ha ribadito che “il nostro candidato è Barbera”».
Lei ha provato a parlare con M5S?
«No assolutamente, ma non ho neppure sentito altri. Conosco tantissimi parlamentari ma non ne ho chiamato neppure uno, al punto da ricevere qualche amichevole rimostranza. Ho solo fatto una telefonata a Zanda e Rosato (i due capigruppo del Pd di Senato e Camera, ndr.) per ringraziarli. Loro mi hanno detto che insisteranno sul mio nome».
Come si spiega che M5S ce l’abbia tanto con lei?
«Dal mio punto di vista è una preclusione inspiegabile. Per discrezione ho preferito non fare alcun passo nei loro confronti. Diventare giudice costituzionale ovviamente mi interessa, ma non fino al punto di entrare in una trattativa. Tant’è che le mie informazioni derivano dai giornali e dalle agenzie».
Che ne pensa di Modugno, il candidato di M5S?
«Ci conosciamo da una vita, è un ottimo studioso».
M5S dice che potrebbe anche votarla se il candidato forzista Sisto lascia la partita...
«...sì, ho visto, ma non posso commentare ».
Il pentastellato Toninelli la accusa di aver difeso la riforma Boschi e l’-I-talicum...
«Mah... in 50 anni di attività accademica non è certo l’unica cosa che ho fatto... ».
Col senno di poi non s’è rimproverato quell’appoggio che adesso rischia di farle perdere la Corte?
«Se lei cerca nell’archivio del Corriere della sera ci troverà un’intervista a Francesco Cossiga del 17 ottobre 2008, in cui raccontava che nel 1986 voleva nominarmi alla Consulta, ma fu bloccato dall’allora segretario del Pci Natta e dal responsabile dei problemi dello Stato Tortorella, i quali si precipitarono al Quirinale per dire che sì, io ero un ottimo compagno, ma agivo in modo troppo indipendente. Allora fu poi nominato Antonio Baldassare...».
Quindi su riforma e Italicum nessun rimorso?
«Ho sempre fatto battaglie perché ci credo».
Direbbe anche adesso se sono buone riforme?
«Se rispondo di sì poi Toninelli mi attacca... ».
Che ne pensa di Ida Nicotra come possibile giudice costituzionale?
«È una persona validissima, semmai la debolezza sta nel fatto che il gruppo di Alfano non ha concordato il nome con gli altri centristi».
Grasso e Boldrini dicono che bisogna cambiare il metodo seguito finora nella trattativa. Lei che errori vede?
«Volutamente io mi sono tenuto lontano ».
E della loro richiesta di un nome condiviso?
«Se lo trovano va benissimo, io sono sempre disponibile a farmi da parte se c’è un nome che sta bene a tutti. Ma ribadisco che la mia è una candidatura a disposizione di tutti».
A questo punto Barbera dice: «Avrei preferito non parlare, perché qualsiasi cosa dico può sembrare inopportuna... ».
La Stampa 7.12.15
“I francesi hanno scelto la lotteria. Conoscono i rischi, ma ci provano”
Lo storico Le Bras: vogliono nuove opportunità
intervista di Leonardo Martinelli
Votare il Front National? «Per i francesi è come comprare un biglietto della lotteria. Sanno che potrebbe andare male, ma ci provano». A parlare è Hervé Le Bras, demografo e storico. Insegna all’Ehess di Parigi (Scuola di alti studi di scienze sociali). E ha appena pubblicato per Autrement il saggio «Le pari du Fn». Sì, la scommessa del Front national.
Scommessa in che senso?
«Ha presente i contadini indiani che vanno a vivere nelle metropoli del loro Paese? Sono consapevoli che nella maggior parte dei casi vivranno molto peggio che a casa loro: dormiranno nelle fogne. Esistono poche possibilità che per questi poveracci la situazione cambi in meglio, ma vogliono tentare. Per i francesi che votano per Marine Le Pen è lo stesso».
Perché?
«Perché vogliono che la loro vita cambi, comunque. Hanno visto che sia con la destra che con la sinistra non è successo nulla. Si ritrovano in una società dove i meccanismi di ascensione sociale non funzionano più. E dove, anche se hai un titolo di studio, non trovi un posto di lavoro all’altezza. Sono stufi».
Il programma del Front national è considerato contraddittorio e incoerente, soprattutto in campo economico. Questi elettori non se ne rendono conto?
«Probabilmente sì, nella maggior parte dei casi. Ma alla fine a loro non importa nulla dei programmi. L’importante è che la Francia cambi».
Chi sono «loro», gli elettori dell’Fn?
«La base principale è costituita da quella che in inglese si chiama “lower middle class”. Non sono i più poveri, ma coloro che si trovano sullo scalino subito sopra. Sono operai ma anche impiegati. Spesso lavorano nel terziario».
A livello regionale che cosa è successo questa domenica?
«Il partito si rafforza in tutto il Paese ma ancora di più nelle aree dove già era forte, il Nord e il Sud-Est (la Provenza-Alpi-Costa Azzurra). Nelle grandi aree metropolitane, quella parigina e l’altra di Lione, il partito di estrema destra cresce, ma non sfonda».
E adesso cosa succederà? Quali previsioni per il secondo turno?
«Dipende da quello che decideranno i rivali del Front national, la destra classica (i Repubblicani) e il Partito socialista. Il premier Manuel Valls si è già detto favorevole al fatto che i socialisti ritirino la loro lista, lasciando la strada aperta al candidato dei Repubblicani, almeno dove la sinistra non ha alcuna chance di vincere contro l’Fn. Il partito di destra, invece, finora si è rifiutato a qualsiasi tipo di alleanza».
Crede che la Le Pen, candidata presidente nel Nord, ce la farà?
«In realtà ritengo che lì alla fine i socialisti desisteranno. E in quel modo il candidato della destra, Xavier Bertrand, potrebbe vincere contro la Le Pen».
E nella Provenza-Alpi-Costa Azzurra, l’altra roccaforte dell’estrema destra?
«È più complicato. Contro Marion Maréchal-Le Pen, candidata del Front, si presenta per i Repubblicani Christian Estrosi, che è arrivato secondo al primo turno. Si posiziona molto a destra politicamente. E, quindi, credo che i dirigenti locali socialisti non accetteranno mai di votare per lui: non vorranno rinunciare al secondo turno. In questo modo favoriranno l’Fn. È un peccato perché, secondo me, gli elettori della sinistra sarebbero pronti a votare Estrosi pur di fermare l’Fn».
Vuol dire che gli elettori sono più intelligenti dei loro dirigenti politici?
«Assolutamente sì».
“I francesi hanno scelto la lotteria. Conoscono i rischi, ma ci provano”
Lo storico Le Bras: vogliono nuove opportunità
intervista di Leonardo Martinelli
Votare il Front National? «Per i francesi è come comprare un biglietto della lotteria. Sanno che potrebbe andare male, ma ci provano». A parlare è Hervé Le Bras, demografo e storico. Insegna all’Ehess di Parigi (Scuola di alti studi di scienze sociali). E ha appena pubblicato per Autrement il saggio «Le pari du Fn». Sì, la scommessa del Front national.
Scommessa in che senso?
«Ha presente i contadini indiani che vanno a vivere nelle metropoli del loro Paese? Sono consapevoli che nella maggior parte dei casi vivranno molto peggio che a casa loro: dormiranno nelle fogne. Esistono poche possibilità che per questi poveracci la situazione cambi in meglio, ma vogliono tentare. Per i francesi che votano per Marine Le Pen è lo stesso».
Perché?
«Perché vogliono che la loro vita cambi, comunque. Hanno visto che sia con la destra che con la sinistra non è successo nulla. Si ritrovano in una società dove i meccanismi di ascensione sociale non funzionano più. E dove, anche se hai un titolo di studio, non trovi un posto di lavoro all’altezza. Sono stufi».
Il programma del Front national è considerato contraddittorio e incoerente, soprattutto in campo economico. Questi elettori non se ne rendono conto?
«Probabilmente sì, nella maggior parte dei casi. Ma alla fine a loro non importa nulla dei programmi. L’importante è che la Francia cambi».
Chi sono «loro», gli elettori dell’Fn?
«La base principale è costituita da quella che in inglese si chiama “lower middle class”. Non sono i più poveri, ma coloro che si trovano sullo scalino subito sopra. Sono operai ma anche impiegati. Spesso lavorano nel terziario».
A livello regionale che cosa è successo questa domenica?
«Il partito si rafforza in tutto il Paese ma ancora di più nelle aree dove già era forte, il Nord e il Sud-Est (la Provenza-Alpi-Costa Azzurra). Nelle grandi aree metropolitane, quella parigina e l’altra di Lione, il partito di estrema destra cresce, ma non sfonda».
E adesso cosa succederà? Quali previsioni per il secondo turno?
«Dipende da quello che decideranno i rivali del Front national, la destra classica (i Repubblicani) e il Partito socialista. Il premier Manuel Valls si è già detto favorevole al fatto che i socialisti ritirino la loro lista, lasciando la strada aperta al candidato dei Repubblicani, almeno dove la sinistra non ha alcuna chance di vincere contro l’Fn. Il partito di destra, invece, finora si è rifiutato a qualsiasi tipo di alleanza».
Crede che la Le Pen, candidata presidente nel Nord, ce la farà?
«In realtà ritengo che lì alla fine i socialisti desisteranno. E in quel modo il candidato della destra, Xavier Bertrand, potrebbe vincere contro la Le Pen».
E nella Provenza-Alpi-Costa Azzurra, l’altra roccaforte dell’estrema destra?
«È più complicato. Contro Marion Maréchal-Le Pen, candidata del Front, si presenta per i Repubblicani Christian Estrosi, che è arrivato secondo al primo turno. Si posiziona molto a destra politicamente. E, quindi, credo che i dirigenti locali socialisti non accetteranno mai di votare per lui: non vorranno rinunciare al secondo turno. In questo modo favoriranno l’Fn. È un peccato perché, secondo me, gli elettori della sinistra sarebbero pronti a votare Estrosi pur di fermare l’Fn».
Vuol dire che gli elettori sono più intelligenti dei loro dirigenti politici?
«Assolutamente sì».
La Stampa 7.12.15
Ora è finita la politica del Novecento
Sono cambiate le regole del gioco
Il voto a Marine non è di protesta
Superati ormai gli schemi su cui era basata la dialettica politica tradizionale
di Cesare Martinetti
Il Front National è il primo partito di Francia, Marine Le Pen cambia il paradigma politico di un Paese fondatore dell’Unione europea e apre una dinamica imprevedibile nel vecchio continente. Un vittoria annunciata ma non per questo meno clamorosa: è un voto che segna qualcosa di molto più profondo, è il superamento dello schema politico novecentesco, saltano le categorie nelle quali si sono formati i partiti delle democrazie occidentali. Il 40 per cento di voti presi da Marine Le Pen e dalla nipotina Marion nella due regioni in cui erano candidate (Nord-Pas-de-Calais e Piccardia, Provenza-Costa Azzurra) costituiscono la somma dei voti di destra e sinistra, ex gollisti e socialisti. Nel resto del Paese il Front è al 30 per cento; secondo partito i «repubblicani» di Sarkozy con il 26. I socialisti sono al 23.
Tutto questo non si può più interpretare con la vecchia formula del voto di protesta. Non basta più. Bisogna prendere atto che la politica sta cambiando, inutili le vecchie formule che ancora si sentono oggi in Francia tipo «far fronte all’estrema destra» che è un modo appena più reticente di dire: no ai fascisti. Più lo si dirà e più voti andranno al Front. Il Paese è già altrove. Sono anni che sociologi e sondaggisti avvertono un rimescolamento nel profondo della società.
I voti al Front national arrivano in gran parte dalle classi popolari, molti dei nuovi elettori frontisti hanno votato comunista per anni. È il voto dei delusi, dei dimenticati, è il voto di un paese profondo al quale la politica non sa più parlare. È un voto populista, postideologico e in questo senso introduce stabilmente nel paesaggio politico un soggetto “nuovo” ma non per questo anti-politico.
È un voto contro le élites politiche che giocano una piccola battaglia di apparati. È un voto contro la tecnocrazia gelida di Bruxelles da dove arrivano soltanto diktat cifrati che la gente traduce in perdita secca nella propria quotidianità. Non è un caso che l’unica regione in cui il Front arriva terzo con il 18 per cento dietro la destra al 30 e i socialisti al 25 è l’Ile-de-France e cioè la regione di Parigi: impensabile un voto contro le élites nella capitale delle élites.
È naturalmente un voto di paura dopo gli attentati. Ma sarebbe un errore pensare che i francesi hanno votato Front dopo Charlie Hebdo e le stragi di venerdì 13 novembre.
Una crescita continua
La dinamica elettorale per il Front è positiva dal 2002, l’anno in cui il vecchio Jean-Marie Le Pen, padre di Marine riuscì a battere il premier socialista Lionel Jospin nel primo turno delle presidenziali e arrivò al ballottaggio con Chirac. Perse, è vero, per 82 a 18 (per cento). Ma il grande tabù era rotto. Da allora gli altri partiti, in particolare la destra ex gollista con Nicolas Sarkozy si sono lanciati all’inseguimento del paese che sembrava scivolare sempre di più nell’ombra del Front dando così corso a quella «lepenizzazione» degli spiriti che ieri ha sancito la vittoria di Marine Le Pen.
Sarzkoy il grande battuto
In questo senso il grande sconfitto di queste elezioni è proprio Sarkozy che stava faticosamente costruendo la candidatura per le presidenziali 2017 sognando la grande rivincita con Hollande che l’aveva umiliato tre anni e mezzo fa. Dopo questo risultato è molto difficile che Sarko, che ieri sera ha lanciato proclami di battaglia contro l’estrema destra rifiutando qualunque alleanza con il Ps per il secondo turno, possa essere candidato. Il grande rivale moderato Alain Juppé (l’unico che sembra in grado di battere la Le Pen in un ballottaggio perché capace di raccogliere anche molti voti socialisti) ha già annunciato battaglia nel partito.
Hollande e la sinistra divisa
Hollande è stato sconfitto ma meno di quel che si pensava. I voti della sinistra (come sempre dispersi) sommati fra loro fanno quasi ovunque più del Front. Ma si sa che un conto è la matematica e un altro conto la politica. Il Presidente ha comunque molto recuperato grazie all’atteggiamento fermo e reattivo di fronte agli attentati. La «guerra» immediatamente dichiarata all’Isis, lo stato di emergenza messo in atto nel paese, l’attivismo diplomatico gli hanno riportato molti consensi persi nel deludente andamento economico del paese. Lui, certamente, sarà il candidato alla propria successione tra poco più di un anno.
Promesse mirabolanti
Detto questo bisognerà anche vedere che uso farà Marine Le Pen di questo risultato elettorale, che naturalmente dovrà essere confermato domenica prossima ai ballottaggi. Ma nel sistema francese le regioni hanno poteri molto meno significativi delle regioni italiane, non si potrà certo misurare il programma di governo del Front. La Pen vince su promesse mirabolanti: l’uscita dall’euro (che in verità negli ultimi tempi ha un po’ attenuato, forse nel timore di doversi poi trovare davvero a metterla in atto), la chiusura dei confini agli stranieri, nazionalizzazioni delle imprese che delocalizzano, etc. Ma questa sarà la partita del 2017 della quale sappiamo da fin d’ora che uno dei due candidati sarà Marine Le Pen. Resta da capire chi potrà (e saprà) sfidarla
Ora è finita la politica del Novecento
Sono cambiate le regole del gioco
Il voto a Marine non è di protesta
Superati ormai gli schemi su cui era basata la dialettica politica tradizionale
di Cesare Martinetti
Il Front National è il primo partito di Francia, Marine Le Pen cambia il paradigma politico di un Paese fondatore dell’Unione europea e apre una dinamica imprevedibile nel vecchio continente. Un vittoria annunciata ma non per questo meno clamorosa: è un voto che segna qualcosa di molto più profondo, è il superamento dello schema politico novecentesco, saltano le categorie nelle quali si sono formati i partiti delle democrazie occidentali. Il 40 per cento di voti presi da Marine Le Pen e dalla nipotina Marion nella due regioni in cui erano candidate (Nord-Pas-de-Calais e Piccardia, Provenza-Costa Azzurra) costituiscono la somma dei voti di destra e sinistra, ex gollisti e socialisti. Nel resto del Paese il Front è al 30 per cento; secondo partito i «repubblicani» di Sarkozy con il 26. I socialisti sono al 23.
Tutto questo non si può più interpretare con la vecchia formula del voto di protesta. Non basta più. Bisogna prendere atto che la politica sta cambiando, inutili le vecchie formule che ancora si sentono oggi in Francia tipo «far fronte all’estrema destra» che è un modo appena più reticente di dire: no ai fascisti. Più lo si dirà e più voti andranno al Front. Il Paese è già altrove. Sono anni che sociologi e sondaggisti avvertono un rimescolamento nel profondo della società.
I voti al Front national arrivano in gran parte dalle classi popolari, molti dei nuovi elettori frontisti hanno votato comunista per anni. È il voto dei delusi, dei dimenticati, è il voto di un paese profondo al quale la politica non sa più parlare. È un voto populista, postideologico e in questo senso introduce stabilmente nel paesaggio politico un soggetto “nuovo” ma non per questo anti-politico.
È un voto contro le élites politiche che giocano una piccola battaglia di apparati. È un voto contro la tecnocrazia gelida di Bruxelles da dove arrivano soltanto diktat cifrati che la gente traduce in perdita secca nella propria quotidianità. Non è un caso che l’unica regione in cui il Front arriva terzo con il 18 per cento dietro la destra al 30 e i socialisti al 25 è l’Ile-de-France e cioè la regione di Parigi: impensabile un voto contro le élites nella capitale delle élites.
È naturalmente un voto di paura dopo gli attentati. Ma sarebbe un errore pensare che i francesi hanno votato Front dopo Charlie Hebdo e le stragi di venerdì 13 novembre.
Una crescita continua
La dinamica elettorale per il Front è positiva dal 2002, l’anno in cui il vecchio Jean-Marie Le Pen, padre di Marine riuscì a battere il premier socialista Lionel Jospin nel primo turno delle presidenziali e arrivò al ballottaggio con Chirac. Perse, è vero, per 82 a 18 (per cento). Ma il grande tabù era rotto. Da allora gli altri partiti, in particolare la destra ex gollista con Nicolas Sarkozy si sono lanciati all’inseguimento del paese che sembrava scivolare sempre di più nell’ombra del Front dando così corso a quella «lepenizzazione» degli spiriti che ieri ha sancito la vittoria di Marine Le Pen.
Sarzkoy il grande battuto
In questo senso il grande sconfitto di queste elezioni è proprio Sarkozy che stava faticosamente costruendo la candidatura per le presidenziali 2017 sognando la grande rivincita con Hollande che l’aveva umiliato tre anni e mezzo fa. Dopo questo risultato è molto difficile che Sarko, che ieri sera ha lanciato proclami di battaglia contro l’estrema destra rifiutando qualunque alleanza con il Ps per il secondo turno, possa essere candidato. Il grande rivale moderato Alain Juppé (l’unico che sembra in grado di battere la Le Pen in un ballottaggio perché capace di raccogliere anche molti voti socialisti) ha già annunciato battaglia nel partito.
Hollande e la sinistra divisa
Hollande è stato sconfitto ma meno di quel che si pensava. I voti della sinistra (come sempre dispersi) sommati fra loro fanno quasi ovunque più del Front. Ma si sa che un conto è la matematica e un altro conto la politica. Il Presidente ha comunque molto recuperato grazie all’atteggiamento fermo e reattivo di fronte agli attentati. La «guerra» immediatamente dichiarata all’Isis, lo stato di emergenza messo in atto nel paese, l’attivismo diplomatico gli hanno riportato molti consensi persi nel deludente andamento economico del paese. Lui, certamente, sarà il candidato alla propria successione tra poco più di un anno.
Promesse mirabolanti
Detto questo bisognerà anche vedere che uso farà Marine Le Pen di questo risultato elettorale, che naturalmente dovrà essere confermato domenica prossima ai ballottaggi. Ma nel sistema francese le regioni hanno poteri molto meno significativi delle regioni italiane, non si potrà certo misurare il programma di governo del Front. La Pen vince su promesse mirabolanti: l’uscita dall’euro (che in verità negli ultimi tempi ha un po’ attenuato, forse nel timore di doversi poi trovare davvero a metterla in atto), la chiusura dei confini agli stranieri, nazionalizzazioni delle imprese che delocalizzano, etc. Ma questa sarà la partita del 2017 della quale sappiamo da fin d’ora che uno dei due candidati sarà Marine Le Pen. Resta da capire chi potrà (e saprà) sfidarla
Corriere 7.12.15
La Francia ferita manda un messaggio sul futuro dell’Europa
Svolta Il Front National è il prodotto delle esitazioni della destra gaullista e delle ambiguità di una sinistra che non ha saputo vedere la disgregazione sociale ed economica di un Paese in difficoltà
di Massimo Nava
Il successo del Front National è straordinario. Un terremoto politico, da nord a sud. È il primo partito di Francia. Era previsto, dai sondaggi e dai media, che si sarebbe votato pensando anche al Califfato e alla strage del Bataclan. Non c’è da stupirsi.
Sorprende invece la ripetitività di analisi e reazioni tendenti ad attribuire a Marine Le Pen soltanto straordinarie capacità di cavalcare le grandi paure, dal terrorismo stragista all’immigrazione senza controllo. E a consegnare alla voce «populismo» irrazionali inquietudini della popolazione che voterebbe con la pancia per il leader che fa il discorso più duro e il partito delle promesse semplificate.
Il Front National non è solo questo.
È anche il prodotto delle esitazioni e dell’involuzione della destra gaullista, che ha diluito i suoi valori (autorità, senso dello Stato, laicità repubblicana, identità della nazione) salvo il tentativo di Nicolas Sarkozy, di nuovo in corsa per l’Eliseo, di tornare alle origini, decomplessare il partito, costruire l’alleanza di tutti i moderati.
Ed è anche il prodotto delle ambiguità culturali e ideologiche di una sinistra che non ha saputo vedere né i pericoli di disgregazione sociale ed economica che minacciavano la società francese né interpretare la necessità di profonde riforme strutturali.
La Francia, da Chirac a Hollande, passando per Sarkozy, ha moltiplicato assistenzialismo improduttivo, ha tagliato risorse per la polizia, ha aumentato tasse e debito pubblico, ha portato la disoccupazione a livelli record, ha allargato disparità sociali, ha permesso che grandi aree periferiche diventassero off limits , per le forze dell’ordine e per le regole dello Stato laico.
Errori e ambiguità dei due maggiori partiti hanno lasciato senza punti di riferimento milioni di elettori, quelli più deboli, quelli che pagano sulla propria pelle il prezzo delle riforme mancate, della disoccupazione di massa e della contiguità urbana con le periferie, all’interno delle quali si allignano estremismo religioso, proselitismo, criminalità comune.
Molti non votano più, ma quelli che lo fanno sono stanchi di esorcismi sul valore morale o sulla inconsapevolezza delle loro scelte, sull’inganno del Fronte, sui pericoli per l’immagine del Paese nel mondo. Sono operai, ceti medi decaduti, immigrati di prima generazione, giovani disoccupati, pensionati che chiedono sicurezza, controllo dell’immigrazione, frontiere meno permeabili, meno tasse e più crescita.
Sono domande che non riguardano solo la Francia e che ci facciamo tutti, sul crinale stretto fra sicurezza e libertà, tolleranza e buonismo, accoglienza e integrazione, welfare e produttività, mentre il terrorismo colpisce e i venti di guerra ci angosciano.
L’abilità di Marine Le Pen è fuori discussione. Ha saputo rinnovare il partito, smussare i toni, assumere una statura «repubblicana», catturare personalità senza il marchio della destra lepenista. Ma il Fronte attraversa la politica francese dai tempi di Mitterrand, è esploso con Chirac, si è radicato con Sarkozy e con Hollande. Il fatto che il presidente in carica sia risalito nei sondaggi, senza arginare la rovinosa sconfitta della sinistra, non fa che confermare la sensibilità della Francia di oggi.
I francesi esasperati applaudono misure di emergenza, retate della polizia, controllo delle frontiere, sostanziale congelamento di Schengen. Ossia un armamentario di misure che il Front chiedeva da tempo, almeno da dopo gli attentati a Charlie Hebdo. Il copia incolla non paga. Adesso l’originale è Marine. Adesso la corsa all’Eliseo, nel 2017, è più che mai una corsa a tre. Adesso servono a poco gli appelli all’unione repubblicana e democratica, ad alzare barricate unitarie che gli elettori del Fronte non sembrano avere voglia di ascoltare.
Il risultato conferma la radicalizzazione sul territorio, dal Nord depresso al Sud ricco, la conquista di nuove aree, la penetrazione nelle grandi città. È l’ennesimo segnale che un Paese in crisi, ferito dal terrorismo e ripiegato su se stesso, manda all’Europa, condizionandone il futuro, dopo averne complicato il passato. Nell’Europa, «espressione» monetaria e non politica, questa Francia è parte del problema e sempre meno della soluzione.
Gli imitatori di Marine Le Pen crescono in tutti i Paesi dell’Unione, si colorano di destra e di sinistra, aspirano a governare e qualche volta ci sono già riusciti. Continuare soltanto a chiamarli populisti, con lo sprezzo del politicamente corretto o dello snobismo tecnocratico, è stupido e inutile. Passeggeranno sugli errori e travolgeranno gli ideali.
La Francia ferita manda un messaggio sul futuro dell’Europa
Svolta Il Front National è il prodotto delle esitazioni della destra gaullista e delle ambiguità di una sinistra che non ha saputo vedere la disgregazione sociale ed economica di un Paese in difficoltà
di Massimo Nava
Il successo del Front National è straordinario. Un terremoto politico, da nord a sud. È il primo partito di Francia. Era previsto, dai sondaggi e dai media, che si sarebbe votato pensando anche al Califfato e alla strage del Bataclan. Non c’è da stupirsi.
Sorprende invece la ripetitività di analisi e reazioni tendenti ad attribuire a Marine Le Pen soltanto straordinarie capacità di cavalcare le grandi paure, dal terrorismo stragista all’immigrazione senza controllo. E a consegnare alla voce «populismo» irrazionali inquietudini della popolazione che voterebbe con la pancia per il leader che fa il discorso più duro e il partito delle promesse semplificate.
Il Front National non è solo questo.
È anche il prodotto delle esitazioni e dell’involuzione della destra gaullista, che ha diluito i suoi valori (autorità, senso dello Stato, laicità repubblicana, identità della nazione) salvo il tentativo di Nicolas Sarkozy, di nuovo in corsa per l’Eliseo, di tornare alle origini, decomplessare il partito, costruire l’alleanza di tutti i moderati.
Ed è anche il prodotto delle ambiguità culturali e ideologiche di una sinistra che non ha saputo vedere né i pericoli di disgregazione sociale ed economica che minacciavano la società francese né interpretare la necessità di profonde riforme strutturali.
La Francia, da Chirac a Hollande, passando per Sarkozy, ha moltiplicato assistenzialismo improduttivo, ha tagliato risorse per la polizia, ha aumentato tasse e debito pubblico, ha portato la disoccupazione a livelli record, ha allargato disparità sociali, ha permesso che grandi aree periferiche diventassero off limits , per le forze dell’ordine e per le regole dello Stato laico.
Errori e ambiguità dei due maggiori partiti hanno lasciato senza punti di riferimento milioni di elettori, quelli più deboli, quelli che pagano sulla propria pelle il prezzo delle riforme mancate, della disoccupazione di massa e della contiguità urbana con le periferie, all’interno delle quali si allignano estremismo religioso, proselitismo, criminalità comune.
Molti non votano più, ma quelli che lo fanno sono stanchi di esorcismi sul valore morale o sulla inconsapevolezza delle loro scelte, sull’inganno del Fronte, sui pericoli per l’immagine del Paese nel mondo. Sono operai, ceti medi decaduti, immigrati di prima generazione, giovani disoccupati, pensionati che chiedono sicurezza, controllo dell’immigrazione, frontiere meno permeabili, meno tasse e più crescita.
Sono domande che non riguardano solo la Francia e che ci facciamo tutti, sul crinale stretto fra sicurezza e libertà, tolleranza e buonismo, accoglienza e integrazione, welfare e produttività, mentre il terrorismo colpisce e i venti di guerra ci angosciano.
L’abilità di Marine Le Pen è fuori discussione. Ha saputo rinnovare il partito, smussare i toni, assumere una statura «repubblicana», catturare personalità senza il marchio della destra lepenista. Ma il Fronte attraversa la politica francese dai tempi di Mitterrand, è esploso con Chirac, si è radicato con Sarkozy e con Hollande. Il fatto che il presidente in carica sia risalito nei sondaggi, senza arginare la rovinosa sconfitta della sinistra, non fa che confermare la sensibilità della Francia di oggi.
I francesi esasperati applaudono misure di emergenza, retate della polizia, controllo delle frontiere, sostanziale congelamento di Schengen. Ossia un armamentario di misure che il Front chiedeva da tempo, almeno da dopo gli attentati a Charlie Hebdo. Il copia incolla non paga. Adesso l’originale è Marine. Adesso la corsa all’Eliseo, nel 2017, è più che mai una corsa a tre. Adesso servono a poco gli appelli all’unione repubblicana e democratica, ad alzare barricate unitarie che gli elettori del Fronte non sembrano avere voglia di ascoltare.
Il risultato conferma la radicalizzazione sul territorio, dal Nord depresso al Sud ricco, la conquista di nuove aree, la penetrazione nelle grandi città. È l’ennesimo segnale che un Paese in crisi, ferito dal terrorismo e ripiegato su se stesso, manda all’Europa, condizionandone il futuro, dopo averne complicato il passato. Nell’Europa, «espressione» monetaria e non politica, questa Francia è parte del problema e sempre meno della soluzione.
Gli imitatori di Marine Le Pen crescono in tutti i Paesi dell’Unione, si colorano di destra e di sinistra, aspirano a governare e qualche volta ci sono già riusciti. Continuare soltanto a chiamarli populisti, con lo sprezzo del politicamente corretto o dello snobismo tecnocratico, è stupido e inutile. Passeggeranno sugli errori e travolgeranno gli ideali.
Corriere 7.12.15
L’Europa ora vacilla?
L’avanzata delle destre mette in dubbio la costruzione dell’Ue così come è stata ideata di Danilo Taino
È dalla campagna elettorale per le europee del 2014 che Angela Merkel tiene alta nella lista delle preoccupazioni la questione francese. Che è poi la possibilità che Marine Le Pen metta il suo stampo sulla politica di Parigi. Ieri, l’eventualità ha fatto un nuovo balzo. Nel discorso politico ufficiale tedesco, tutti i populismi sono cattivi per l’Europa. Ma quello francese può essere letale per la Ue: per questo, la cancelliera non prende una sola iniziativa senza tenere conto di come ciò possa influire sulla politica dell’alleato, cioè su chi è al momento al governo a Parigi. Le ansie di Berlino sono condivise in altre capitali. Qualche volta più a parole che nei fatti. Se il Front National dovesse dettare la politica francese con Le Pen presidente, l’euro, Schengen, le libertà dei commerci e le aperture intraeuropee potrebbero cadere in un effetto domino devastante. Insomma, c’è da chiedersi se l’Ue sarebbe in grado di tenere fronte a un rivolgimento politico a Parigi.
L’Europa ora vacilla?
L’avanzata delle destre mette in dubbio la costruzione dell’Ue così come è stata ideata di Danilo Taino
È dalla campagna elettorale per le europee del 2014 che Angela Merkel tiene alta nella lista delle preoccupazioni la questione francese. Che è poi la possibilità che Marine Le Pen metta il suo stampo sulla politica di Parigi. Ieri, l’eventualità ha fatto un nuovo balzo. Nel discorso politico ufficiale tedesco, tutti i populismi sono cattivi per l’Europa. Ma quello francese può essere letale per la Ue: per questo, la cancelliera non prende una sola iniziativa senza tenere conto di come ciò possa influire sulla politica dell’alleato, cioè su chi è al momento al governo a Parigi. Le ansie di Berlino sono condivise in altre capitali. Qualche volta più a parole che nei fatti. Se il Front National dovesse dettare la politica francese con Le Pen presidente, l’euro, Schengen, le libertà dei commerci e le aperture intraeuropee potrebbero cadere in un effetto domino devastante. Insomma, c’è da chiedersi se l’Ue sarebbe in grado di tenere fronte a un rivolgimento politico a Parigi.
Repubblica 7.12.15
Yves Mény.
“È uno tsunami sulle istituzioni La Francia al punto di rottura”
Il politologo “Il successo del Fn evidenzia le contraddizioni del sistema: un partito è primo ma praticamente assente in Parlamento”
intervista di Anais Ginori
PARIGI «È UNO tsunami politico sulla Frcia ». Il politologo Yves Mény prevede un’onda lunga del voto di ieri. «Quest’elezione è la spia di una crisi all’interno del nostro sistema elettorale e istituzionale», spiega Mény autore di diversi saggi sul populismo e presidente del Consiglio di amministrazione della Scuola Sant’Anna di Pisa.
Quali sono i nuovi rapporti di forza nella politica francese?
«C’è un trionfatore, ovvero il Front National che non aveva mai raggiunto un risultato così alto. Poi c’è un mezzo vincitore, Nicolas Sarkozy che ha fatto meno bene del previsto perché ha subito un’emorragia di voti verso il Fn. E infine c’è un mezzo sconfitto, François Hollande: il partito socialista poteva temere risultati ancora peggiori. In alcune regioni, il crollo è meno duro del previsto, soprattutto se si sommano i voti delle altre liste di sinistra».
È l’avvento di un sistema tripolare?
«Il sistema francese è diventato sociologicamente tripolare, ma con meccanismi elettorali che sono ancora quelli del bipolarismo. La stabilità politica della Quinta Repubblica è fatta con artifici elettorali. Ci deve essere sempre un solo vincitore, che ha maggioranza assoluta e tutti i poteri. Lo vediamo con François Hollande che, nonostante la sua popolarità, è saldamente al comando della Francia. Il successo del Fn evidenzia le contraddizioni del sistema: è primo partito per numero di elettori nelle regionali, ma è praticamente assente dal parlamento».
Ci sarà una crisi istituzionale?
«Intanto abbiamo davanti una crisi morale e politica. Il sistema francese non ha corpi intermedi per esprimere il malcontento. I meccanismi istituzionali che garantiscono la governabilità mostrano oggi tutti i loro limiti, alimentando la diffidenza rispetto alla classe politica. Siamo vicini a un punto di rottura».
Per Marine Le Pen è una nuova tappa verso l’Eliseo?
«Le probabilità che Le Pen arrivi al ballottaggio delle elezioni presidenziali sono oggi forti, mentre non possiamo ancora dire quale sarà l’avversario. Ricordiamoci comunque che un elettore su due non ha votato. Gli elettori del Fn sono quelli che sono andati di più alle urne, con un fenomeno di mobilitazione paragonabile a quello del Movimento Cinque Stelle. È soprattutto un voto di esasperazione. Ma tradurre l’esasperazione in governo è difficile. Questa è la sfida che ha davanti Le Pen».
Il Fn è solo un partito populista o sta
cambiando pelle?
«È ancora una forza populista nel senso che non si preoccupa della coerenza nel programma. Se il Front National arrivasse al potere, ci sarebbe una grande disillusione nel suo elettorato. Il programma economico è folle, e quello sociale provocherebbe enormi tensioni. Ma c’è un’evoluzione in corso nel Fn: all’inizio era un movimento, come molte forze populiste, ora è un vero partito che sfrutta appieno il sistema».
Il programma economico è il vero punto debole, come ha denunciato la Confindustria francese?
«Il Fn tende a semplificare una realtà molto più complessa. Propone soluzioni facili quanto azzardate sul piano economico, come l’uscita dall’euro o la pensione a 60 anni. Ricorda le promesse del partito comunista di una volta. Molti punti del suo programma riprendono quelli dell’estrema sinistra».
Come mai Sarkozy non è riuscito a fermare l’avanzata di Le Pen?
«Ha subito una fuga voti da parte di alcune categorie come i commercianti o i piccoli imprenditori. Sarkozy non è amato nell’elettorato della destra moderata. Ora dovrà affrontare i suoi rivali interni per la candidatura alle presidenziali. Comunque vada la destra repubblicana rischia di uscire indebolita dalle primarie».
Nel secondo turno, i candidati della destra moderata possono ancora battere il Fn?
«Si capirà nelle prossime. Se in alcune regioni resteranno tre liste concorrenti, i candidati socialisti sono paradossalmente favoriti anche se sono arrivati in terza posizione. La sinistra ha infatti una riserva di elettori, tra Verdi o Front de Gauche. Sarkozy invece si è già presentato con una lista di coalizione, insieme ai centristi dell’Udi, e dunque non ha altri bacini di voti in cui andare a pescare».
Yves Mény.
“È uno tsunami sulle istituzioni La Francia al punto di rottura”
Il politologo “Il successo del Fn evidenzia le contraddizioni del sistema: un partito è primo ma praticamente assente in Parlamento”
intervista di Anais Ginori
PARIGI «È UNO tsunami politico sulla Frcia ». Il politologo Yves Mény prevede un’onda lunga del voto di ieri. «Quest’elezione è la spia di una crisi all’interno del nostro sistema elettorale e istituzionale», spiega Mény autore di diversi saggi sul populismo e presidente del Consiglio di amministrazione della Scuola Sant’Anna di Pisa.
Quali sono i nuovi rapporti di forza nella politica francese?
«C’è un trionfatore, ovvero il Front National che non aveva mai raggiunto un risultato così alto. Poi c’è un mezzo vincitore, Nicolas Sarkozy che ha fatto meno bene del previsto perché ha subito un’emorragia di voti verso il Fn. E infine c’è un mezzo sconfitto, François Hollande: il partito socialista poteva temere risultati ancora peggiori. In alcune regioni, il crollo è meno duro del previsto, soprattutto se si sommano i voti delle altre liste di sinistra».
È l’avvento di un sistema tripolare?
«Il sistema francese è diventato sociologicamente tripolare, ma con meccanismi elettorali che sono ancora quelli del bipolarismo. La stabilità politica della Quinta Repubblica è fatta con artifici elettorali. Ci deve essere sempre un solo vincitore, che ha maggioranza assoluta e tutti i poteri. Lo vediamo con François Hollande che, nonostante la sua popolarità, è saldamente al comando della Francia. Il successo del Fn evidenzia le contraddizioni del sistema: è primo partito per numero di elettori nelle regionali, ma è praticamente assente dal parlamento».
Ci sarà una crisi istituzionale?
«Intanto abbiamo davanti una crisi morale e politica. Il sistema francese non ha corpi intermedi per esprimere il malcontento. I meccanismi istituzionali che garantiscono la governabilità mostrano oggi tutti i loro limiti, alimentando la diffidenza rispetto alla classe politica. Siamo vicini a un punto di rottura».
Per Marine Le Pen è una nuova tappa verso l’Eliseo?
«Le probabilità che Le Pen arrivi al ballottaggio delle elezioni presidenziali sono oggi forti, mentre non possiamo ancora dire quale sarà l’avversario. Ricordiamoci comunque che un elettore su due non ha votato. Gli elettori del Fn sono quelli che sono andati di più alle urne, con un fenomeno di mobilitazione paragonabile a quello del Movimento Cinque Stelle. È soprattutto un voto di esasperazione. Ma tradurre l’esasperazione in governo è difficile. Questa è la sfida che ha davanti Le Pen».
Il Fn è solo un partito populista o sta
cambiando pelle?
«È ancora una forza populista nel senso che non si preoccupa della coerenza nel programma. Se il Front National arrivasse al potere, ci sarebbe una grande disillusione nel suo elettorato. Il programma economico è folle, e quello sociale provocherebbe enormi tensioni. Ma c’è un’evoluzione in corso nel Fn: all’inizio era un movimento, come molte forze populiste, ora è un vero partito che sfrutta appieno il sistema».
Il programma economico è il vero punto debole, come ha denunciato la Confindustria francese?
«Il Fn tende a semplificare una realtà molto più complessa. Propone soluzioni facili quanto azzardate sul piano economico, come l’uscita dall’euro o la pensione a 60 anni. Ricorda le promesse del partito comunista di una volta. Molti punti del suo programma riprendono quelli dell’estrema sinistra».
Come mai Sarkozy non è riuscito a fermare l’avanzata di Le Pen?
«Ha subito una fuga voti da parte di alcune categorie come i commercianti o i piccoli imprenditori. Sarkozy non è amato nell’elettorato della destra moderata. Ora dovrà affrontare i suoi rivali interni per la candidatura alle presidenziali. Comunque vada la destra repubblicana rischia di uscire indebolita dalle primarie».
Nel secondo turno, i candidati della destra moderata possono ancora battere il Fn?
«Si capirà nelle prossime. Se in alcune regioni resteranno tre liste concorrenti, i candidati socialisti sono paradossalmente favoriti anche se sono arrivati in terza posizione. La sinistra ha infatti una riserva di elettori, tra Verdi o Front de Gauche. Sarkozy invece si è già presentato con una lista di coalizione, insieme ai centristi dell’Udi, e dunque non ha altri bacini di voti in cui andare a pescare».
Repubblica 7.12.15
I nostri populisti e il vento d’Oltralpe
di Stefano Folli
AL DI là dell’ovvia esultanza di Matteo Salvini, quali saranno i riflessi in Italia della trionfale avanzata del Front National in Francia? È ancora presto per dirlo
MA È evidente che la storia europea ha fatto un salto che riguarda tutti. Di certo il leader leghista semplifica un po’ troppo, se ritiene che la messe di voti d’Oltralpe si riverserà in moto automatico sulla sua lista, rafforzandone l’egemonia rispetto ai residui del partito berlusconiano. Le conseguenze, in Italia come altrove, saranno più ampie e profonde.
Qualche tempo fa Marine Le Pen irrobustì i suoi argomenti propagandistici con ripetuti attacchi alla Germania. Lo fece nel momento in cui Angela Merkel apriva le frontiere ai profughi dal Medio Oriente, un gesto che le avrebbe attirato dure critiche anche in patria. La leader del Fn ha incarnato da quel momento, in forma nitida, la seconda delle due destre in cui si divide l’Europa. Non più, o almeno non in modo prevalente, il rifiuto della moneta unica, visto che su questo punto i lepenisti hanno molto annacquato le loro posizioni, bensì la destra che vuole chiudere le frontiere, la destra anti-Schengen e anti-immigrazione che declina in forme populiste la sua rabbia contro l’Unione europea e i poteri tecnocratici in essa incarnati. Come è evidente, il sangue sparso a Parigi dal terrorismo islamista ha soffiato nelle vele della Le Pen, anzi delle due Le Pen, ma il fenomeno esisteva da tempo, ben ramificato e legato a un istinto di difesa identitaria, nazionalista, contro le angosce prodotte dal mondo globalizzato.
Da oggi il dato che caratterizza la Francia è questa forma di populismo integrale ormai vincente sul campo, mai così forte da quando esiste una comunità europea. E il Fn primo partito è destinato a innescare processi di imitazione ancora più vistosi di quanto non siano stati fino a ieri, specie nei Paesi dove il populismo è già consolidato. Da noi la Lega ex-secessionista e oggi iper-nazionalista tenderà a replicare passo dopo passo la lezione francese, ma il problema sarà tutto di Berlusconi: davvero anche Forza Italia, partito aderente ai Popolari europei, intende trasformarsi nella sezione italiana del lepenismo? Davvero Berlusconi stesso, che di recente ha tentato di riavvicinarsi alla Merkel, si farà risucchiare in una linea anti-tedesca il cui unico beneficiario sarebbe Salvini?
Ma c’è di più. Se la caratteristica di fondo del Front è un populismo che si nutre di tutte le paure collettive — dal terrorismo all’invasione musulmana, dalla crisi economica all’ostilità verso l’Europa — , in Italia è ben vivo un movimento, i Cinque Stelle, che esprime già tali inquietudini, in una forma in grado di attirare elettori da destra e da sinistra. Se si sommano i consensi potenziali di Salvini e del M5S, in base ai maggiori sondaggi, otteniamo un dato del 40 per cento, forse oltre. Più di quanto ha raccolto Marine Le Pen ieri sera. E i Cinque Stelle sanno incanalare le frustrazioni popolari più di quanto riesca a Salvini, pur essendo privi di una leadership strutturata e definita sul piano politico. La manifestazione ieri davanti a Montecitorio, in difesa dei risparmiatori che hanno perso i risparmi nel buco nero delle quattro banche salvate dal governo Renzi, rappresenta un formidabile richiamo in vista delle amministrative.
È vero, mancano circa sei mesi a quell’appuntamento, ma l’effetto trascinamento del voto francese potrebbe essere irresistibile. Poi sappiamo che il voto nelle città non chiama in causa la sorte del governo, come avverte il premier. Di fatto però potrebbe indebolirlo parecchio, come è indebolito e quasi tramortito Hollande in Francia. Questo è il punto preoccupante per Renzi. Il Fn ha drenato grandi quantità di voti tradizionali della sinistra, fino a renderla irriconoscibile. Il rischio esiste anche in Italia e bisogna capire se il populismo morbido del presidente del Consiglio è la migliore barriera contro il populismo duro dei lepenisti nostrani. In Gran Bretagna il laburista Benn ha scelto un’altra strada: parole ferme e atti di guerra contro la minaccia del Daesh. L’opposto del centrosinistra italiano. Ma questa è un’altra storia.
I nostri populisti e il vento d’Oltralpe
di Stefano Folli
AL DI là dell’ovvia esultanza di Matteo Salvini, quali saranno i riflessi in Italia della trionfale avanzata del Front National in Francia? È ancora presto per dirlo
MA È evidente che la storia europea ha fatto un salto che riguarda tutti. Di certo il leader leghista semplifica un po’ troppo, se ritiene che la messe di voti d’Oltralpe si riverserà in moto automatico sulla sua lista, rafforzandone l’egemonia rispetto ai residui del partito berlusconiano. Le conseguenze, in Italia come altrove, saranno più ampie e profonde.
Qualche tempo fa Marine Le Pen irrobustì i suoi argomenti propagandistici con ripetuti attacchi alla Germania. Lo fece nel momento in cui Angela Merkel apriva le frontiere ai profughi dal Medio Oriente, un gesto che le avrebbe attirato dure critiche anche in patria. La leader del Fn ha incarnato da quel momento, in forma nitida, la seconda delle due destre in cui si divide l’Europa. Non più, o almeno non in modo prevalente, il rifiuto della moneta unica, visto che su questo punto i lepenisti hanno molto annacquato le loro posizioni, bensì la destra che vuole chiudere le frontiere, la destra anti-Schengen e anti-immigrazione che declina in forme populiste la sua rabbia contro l’Unione europea e i poteri tecnocratici in essa incarnati. Come è evidente, il sangue sparso a Parigi dal terrorismo islamista ha soffiato nelle vele della Le Pen, anzi delle due Le Pen, ma il fenomeno esisteva da tempo, ben ramificato e legato a un istinto di difesa identitaria, nazionalista, contro le angosce prodotte dal mondo globalizzato.
Da oggi il dato che caratterizza la Francia è questa forma di populismo integrale ormai vincente sul campo, mai così forte da quando esiste una comunità europea. E il Fn primo partito è destinato a innescare processi di imitazione ancora più vistosi di quanto non siano stati fino a ieri, specie nei Paesi dove il populismo è già consolidato. Da noi la Lega ex-secessionista e oggi iper-nazionalista tenderà a replicare passo dopo passo la lezione francese, ma il problema sarà tutto di Berlusconi: davvero anche Forza Italia, partito aderente ai Popolari europei, intende trasformarsi nella sezione italiana del lepenismo? Davvero Berlusconi stesso, che di recente ha tentato di riavvicinarsi alla Merkel, si farà risucchiare in una linea anti-tedesca il cui unico beneficiario sarebbe Salvini?
Ma c’è di più. Se la caratteristica di fondo del Front è un populismo che si nutre di tutte le paure collettive — dal terrorismo all’invasione musulmana, dalla crisi economica all’ostilità verso l’Europa — , in Italia è ben vivo un movimento, i Cinque Stelle, che esprime già tali inquietudini, in una forma in grado di attirare elettori da destra e da sinistra. Se si sommano i consensi potenziali di Salvini e del M5S, in base ai maggiori sondaggi, otteniamo un dato del 40 per cento, forse oltre. Più di quanto ha raccolto Marine Le Pen ieri sera. E i Cinque Stelle sanno incanalare le frustrazioni popolari più di quanto riesca a Salvini, pur essendo privi di una leadership strutturata e definita sul piano politico. La manifestazione ieri davanti a Montecitorio, in difesa dei risparmiatori che hanno perso i risparmi nel buco nero delle quattro banche salvate dal governo Renzi, rappresenta un formidabile richiamo in vista delle amministrative.
È vero, mancano circa sei mesi a quell’appuntamento, ma l’effetto trascinamento del voto francese potrebbe essere irresistibile. Poi sappiamo che il voto nelle città non chiama in causa la sorte del governo, come avverte il premier. Di fatto però potrebbe indebolirlo parecchio, come è indebolito e quasi tramortito Hollande in Francia. Questo è il punto preoccupante per Renzi. Il Fn ha drenato grandi quantità di voti tradizionali della sinistra, fino a renderla irriconoscibile. Il rischio esiste anche in Italia e bisogna capire se il populismo morbido del presidente del Consiglio è la migliore barriera contro il populismo duro dei lepenisti nostrani. In Gran Bretagna il laburista Benn ha scelto un’altra strada: parole ferme e atti di guerra contro la minaccia del Daesh. L’opposto del centrosinistra italiano. Ma questa è un’altra storia.
Repubblica 7.12.15
La paura delle urne
Alla più grande formazione populista d’Europa il primato di una delle maggiori società politiche dell’Occidente con quasi il 30%. Panico tra gli sconfitti
Dopo la strage trionfa la Le Pen il Front National primo partito sull’onda della paura
di Bernardo Valli
PARIGI Q UEL che ha consentito al Front National di diventare, da ieri sera, il primo partito di Francia è stata l’emozione suscitata dalla strage del 13 novembre. I centotrenta morti di quel venerdì sera si sono trasformati nelle urne in un 28,64 per cento di voti (quoziente quasi definitivo) che ha dato al più grande partito populista d’Europa il primato in una delle maggiori società politiche dell’Occidente. I suffragi, di solito influenzati dai tassi d’occupazione, dall’andamento dell’economia, o altri classici problemi della società, sono stati determinati dalla sicurezza: vale a dire dal timore del terrorismo jihadista. Della minaccia islamista. Questa è stata l’evidente, dichiarata motivazione che ha spinto un terzo dei votanti (la partecipazione è stata superiore al 50 per cento) a scegliere il partito che più rappresenta la collera, il risentimento, l’odio, la paura provocati dal terrorismo. La solida preferenza data al partito anti-immigrati e islamofobo non lascia dubbi sul significato da dare al risultato delle elezioni regionali, che pur essendo di natura amministrativa, hanno assunto un netto valore politico nazionale. Esse sono state il preludio alle presidenziali della primavera del 2017. L’ultimo scrutinio prima del principale appuntamento quinquennale della Quinta repubblica. L’ampiezza del successo di un’estrema destra caratterizzata da una forte avversione per l’immigrazione di origine araba è destinato ad avere un impatto particolare in un paese che conta sei milioni di musulmani. I quali non sono stati certo tranquillizzati dal trionfo del clan familiare dei Le Pen. Marine, figlia del fondatore del Front National e presidente del partito, ha ottenuto più del 40 per cento nel Nord, nella regione Nord-Pas-de-Calais- Piccardia; e Marion, la nipote, ha superato il 34 per cento nel Sud, nella regione Provenza- Alpi-Costa- Azzurra. Il Fn è arrivato in testa in sei regioni su tredici. Ai ballottaggi di domenica prossima potrebbe essere chiamata ad amministrarne almeno quattro. Non era mai capitato che all’estrema destra fosse affidata la guida di una larga porzione del territorio nazionale.
Dalle urne è uscita un’altra Francia politica. Prima della riforma che ha ridotto drasticamente il numero delle regioni da 22 a 13, la sinistra ne amministrava 21. In pochi anni l’elettorato socialista ha perduto gli impiegati, pubblici e privati, gran parte degli operai, e della piccola e media borghesia, un tempo restie ad avere contatti con un Front National nostalgico delle colonie, non esente da un antisemitismo non condivisibile per la stragrande maggioranza dei cittadini della Quinta Repubblica (dove vive la terza comunità ebraica, dopo quelle americana e israeliana) e fedele al regime collaborazionista durante l’occupazione tedesca. Le due donne Le Pen hanno ripulito l’ideologia del vecchio Jean Marie, padre di Marine e nonno di Marion: hanno puntato sui sentimenti antiimmigrati, quindi anti-islamici, e hanno adottato la parte demagogica del discorso sociale della sinistra. Hanno imparato a parlare a piccoli borghesi e operai.
Ma domenica sera sono stati travolti anche i meccanismi della Quinta Repubblica, fondata da de Gaulle nel 1958. Era- no quelli di un sistema bipolare, basato sulla contrapposizione di due forze che si affrontavano e si alternavano, e all’improvviso si è formato un panorama tripolare. I compromessi ripudiati da de Gaulle, e considerati poi, almeno nella forma, un’ingiuria al carattere quasi geometrico della pratica politica, rischiano di ritornare come ai tempi detestati della Quarta Repubblica, quella dei partiti. La vivacità del dibattito, le polemiche trascinate spesso sulle piazze, spezzavano la rigidità delle regole. E questo bastava in un regime che affida al presidente gran parte dei poteri, sottratti al Parlamento. Il voto di domenica sera ha creato tre formazioni, arrivate in testa, nessuna delle quali avrebbe la maggioranza per formare il governo. Al 28,64 per cento ottenuto dal Front National, segue il 26,84 per cento del centro destra di Nicolas Sarkozy (Les Républicains) e il 23,20 dei socialisti. Il resto della sinistra (Verdi e Front de Gauche) raggiunge il 10 per cento in ordine sparso.
Già in queste settimana, in vista dei ballottaggi di domenica, cominceranno i detestati compromessi. Perché i socialisti, dove sono arrivati in terza posizione, dovrebbero ritirarsi per dar la possibilità al centro destra di sconfiggere il Front National. Non essendo stato concordato il Front Républicain, che per tradizione unisce i partiti “costituzionali” al fine di arginare l’estrema destra, la situazione si annuncia confusa. Ma il partito socialista ha già deciso da solo di ritirare i suoi candidati, arrivati terzi nel Nord dove è in testa Marine Le Pen, e nel Sud, dove è in testa la nipote Marion, per consentire al candidato di centro destra di impedire alle due donne di superare il traguardo finale.
Il panico nei partiti sconfitti è palpabile. Sono sconcertati dal successo dell’estrema destra che rifiuta l’euro, vuole ripristinare la pena di morte, predica la discriminazione etnica che colpirebbe sei milioni di msulmani, molti dei quali cittadini francesi, vuole sospendere le procedure per accogliere i rifugiati politici, e denuncia l’immigrazione come fne di tutti i mali. La Francia dei diritti dell’uomo stenta a riconoscersi. Manuel Valls, il primo ministro socialista, ha rinunciato a parlare. Era scontato che il suo partito perdesse le regioni conquistate quando il centro destra era al potere. Il risultato elettorale poteva essere più disastroso. Ma la sua natura era imprevedibile. Ed è quella che sconcerta.
Il successo del Front National era annunciato dai sondaggi ma si sperava che gli addetti a quelle indagini si fossero sbagliati come in tante altre occasioni. Il recupero degli elettori dei Verdi che hanno avuto il 7 per cento e del Front de Gauche (la sinistra della sinistra)che ha avuto il 4 per cento, non sarà facile, perché non pochi rifiuteranno di votare per Sarkozy sia pur per sconfiggere l’estrema destra.
Nicolas Sarkozy sperava di conquistare almeno la metà delle regioni. Sarebbe stata la base da cui partire, tra un anno e mezzo, per recuperare la presidenza della Repubblica. L’impopolarità di François Hollande, nonostante la sua riconosciuta dignità nei momenti di crisi, faceva pensare che la rivincita, cinque anni dopo la sconfitta del 2012, fosse a portata di mano. E invece il progetto di Sarkozy, con il modesto quoziente ottenuto, sembra difficile da realizzare. Lui che ha sempre ricalcato le orme del Front Natrional, inseguendo i suoi potenziali elettori, questa volta è stato umiliato dal clan Le Pen, che aveva l’abitudine di sbeffeggiare. Ieri sera non ha comunque perso tempo, e ha invitato gli elettori a votare per il suo partito, il solo capace di sconfiggere ai ballottaggi il Front National. Molti elettori di sinistra non avendo più candidati in alcune regioni hanno deciso di creare un Front Républicain spontaneo. Ossia voteranno ai ballottaggi per chiunque sia in grado di sbarrare la strada all’estrema destra razzista.
La paura delle urne
Alla più grande formazione populista d’Europa il primato di una delle maggiori società politiche dell’Occidente con quasi il 30%. Panico tra gli sconfitti
Dopo la strage trionfa la Le Pen il Front National primo partito sull’onda della paura
di Bernardo Valli
PARIGI Q UEL che ha consentito al Front National di diventare, da ieri sera, il primo partito di Francia è stata l’emozione suscitata dalla strage del 13 novembre. I centotrenta morti di quel venerdì sera si sono trasformati nelle urne in un 28,64 per cento di voti (quoziente quasi definitivo) che ha dato al più grande partito populista d’Europa il primato in una delle maggiori società politiche dell’Occidente. I suffragi, di solito influenzati dai tassi d’occupazione, dall’andamento dell’economia, o altri classici problemi della società, sono stati determinati dalla sicurezza: vale a dire dal timore del terrorismo jihadista. Della minaccia islamista. Questa è stata l’evidente, dichiarata motivazione che ha spinto un terzo dei votanti (la partecipazione è stata superiore al 50 per cento) a scegliere il partito che più rappresenta la collera, il risentimento, l’odio, la paura provocati dal terrorismo. La solida preferenza data al partito anti-immigrati e islamofobo non lascia dubbi sul significato da dare al risultato delle elezioni regionali, che pur essendo di natura amministrativa, hanno assunto un netto valore politico nazionale. Esse sono state il preludio alle presidenziali della primavera del 2017. L’ultimo scrutinio prima del principale appuntamento quinquennale della Quinta repubblica. L’ampiezza del successo di un’estrema destra caratterizzata da una forte avversione per l’immigrazione di origine araba è destinato ad avere un impatto particolare in un paese che conta sei milioni di musulmani. I quali non sono stati certo tranquillizzati dal trionfo del clan familiare dei Le Pen. Marine, figlia del fondatore del Front National e presidente del partito, ha ottenuto più del 40 per cento nel Nord, nella regione Nord-Pas-de-Calais- Piccardia; e Marion, la nipote, ha superato il 34 per cento nel Sud, nella regione Provenza- Alpi-Costa- Azzurra. Il Fn è arrivato in testa in sei regioni su tredici. Ai ballottaggi di domenica prossima potrebbe essere chiamata ad amministrarne almeno quattro. Non era mai capitato che all’estrema destra fosse affidata la guida di una larga porzione del territorio nazionale.
Dalle urne è uscita un’altra Francia politica. Prima della riforma che ha ridotto drasticamente il numero delle regioni da 22 a 13, la sinistra ne amministrava 21. In pochi anni l’elettorato socialista ha perduto gli impiegati, pubblici e privati, gran parte degli operai, e della piccola e media borghesia, un tempo restie ad avere contatti con un Front National nostalgico delle colonie, non esente da un antisemitismo non condivisibile per la stragrande maggioranza dei cittadini della Quinta Repubblica (dove vive la terza comunità ebraica, dopo quelle americana e israeliana) e fedele al regime collaborazionista durante l’occupazione tedesca. Le due donne Le Pen hanno ripulito l’ideologia del vecchio Jean Marie, padre di Marine e nonno di Marion: hanno puntato sui sentimenti antiimmigrati, quindi anti-islamici, e hanno adottato la parte demagogica del discorso sociale della sinistra. Hanno imparato a parlare a piccoli borghesi e operai.
Ma domenica sera sono stati travolti anche i meccanismi della Quinta Repubblica, fondata da de Gaulle nel 1958. Era- no quelli di un sistema bipolare, basato sulla contrapposizione di due forze che si affrontavano e si alternavano, e all’improvviso si è formato un panorama tripolare. I compromessi ripudiati da de Gaulle, e considerati poi, almeno nella forma, un’ingiuria al carattere quasi geometrico della pratica politica, rischiano di ritornare come ai tempi detestati della Quarta Repubblica, quella dei partiti. La vivacità del dibattito, le polemiche trascinate spesso sulle piazze, spezzavano la rigidità delle regole. E questo bastava in un regime che affida al presidente gran parte dei poteri, sottratti al Parlamento. Il voto di domenica sera ha creato tre formazioni, arrivate in testa, nessuna delle quali avrebbe la maggioranza per formare il governo. Al 28,64 per cento ottenuto dal Front National, segue il 26,84 per cento del centro destra di Nicolas Sarkozy (Les Républicains) e il 23,20 dei socialisti. Il resto della sinistra (Verdi e Front de Gauche) raggiunge il 10 per cento in ordine sparso.
Già in queste settimana, in vista dei ballottaggi di domenica, cominceranno i detestati compromessi. Perché i socialisti, dove sono arrivati in terza posizione, dovrebbero ritirarsi per dar la possibilità al centro destra di sconfiggere il Front National. Non essendo stato concordato il Front Républicain, che per tradizione unisce i partiti “costituzionali” al fine di arginare l’estrema destra, la situazione si annuncia confusa. Ma il partito socialista ha già deciso da solo di ritirare i suoi candidati, arrivati terzi nel Nord dove è in testa Marine Le Pen, e nel Sud, dove è in testa la nipote Marion, per consentire al candidato di centro destra di impedire alle due donne di superare il traguardo finale.
Il panico nei partiti sconfitti è palpabile. Sono sconcertati dal successo dell’estrema destra che rifiuta l’euro, vuole ripristinare la pena di morte, predica la discriminazione etnica che colpirebbe sei milioni di msulmani, molti dei quali cittadini francesi, vuole sospendere le procedure per accogliere i rifugiati politici, e denuncia l’immigrazione come fne di tutti i mali. La Francia dei diritti dell’uomo stenta a riconoscersi. Manuel Valls, il primo ministro socialista, ha rinunciato a parlare. Era scontato che il suo partito perdesse le regioni conquistate quando il centro destra era al potere. Il risultato elettorale poteva essere più disastroso. Ma la sua natura era imprevedibile. Ed è quella che sconcerta.
Il successo del Front National era annunciato dai sondaggi ma si sperava che gli addetti a quelle indagini si fossero sbagliati come in tante altre occasioni. Il recupero degli elettori dei Verdi che hanno avuto il 7 per cento e del Front de Gauche (la sinistra della sinistra)che ha avuto il 4 per cento, non sarà facile, perché non pochi rifiuteranno di votare per Sarkozy sia pur per sconfiggere l’estrema destra.
Nicolas Sarkozy sperava di conquistare almeno la metà delle regioni. Sarebbe stata la base da cui partire, tra un anno e mezzo, per recuperare la presidenza della Repubblica. L’impopolarità di François Hollande, nonostante la sua riconosciuta dignità nei momenti di crisi, faceva pensare che la rivincita, cinque anni dopo la sconfitta del 2012, fosse a portata di mano. E invece il progetto di Sarkozy, con il modesto quoziente ottenuto, sembra difficile da realizzare. Lui che ha sempre ricalcato le orme del Front Natrional, inseguendo i suoi potenziali elettori, questa volta è stato umiliato dal clan Le Pen, che aveva l’abitudine di sbeffeggiare. Ieri sera non ha comunque perso tempo, e ha invitato gli elettori a votare per il suo partito, il solo capace di sconfiggere ai ballottaggi il Front National. Molti elettori di sinistra non avendo più candidati in alcune regioni hanno deciso di creare un Front Républicain spontaneo. Ossia voteranno ai ballottaggi per chiunque sia in grado di sbarrare la strada all’estrema destra razzista.
Corriere 7.12.15
Marek Halter
«La religione è entrata in politica. E la sinistra si trova spiazzata»
Lo scrittore sulle minoranze e i tabù violati
intervista di Maria Serena Natale
È l’irruzione dell’elemento irrazionale e religioso ad aver fatto saltare gli equilibri della politica francese. «Di fronte a questo ribaltamento i partiti tradizionali e le istituzioni della République si sono trovati impreparati». Nella lettura di Marek Halter, scrittore ebreo francese nato in Polonia e studioso di testi sacri da sempre in prima linea contro ogni forma di razzismo, lo smarrimento della Francia laica e tollerante ha una ragione profonda: aver rimosso dal proprio orizzonte la differenza. «Queste elezioni si giocano su un solo grande tema, noi e l’Islam — dice Halter al Corriere —. Chi scioglierà il nodo riconquisterà anche la fiducia dei cittadini».
E il Front National ha trovato la strada?
«Ha toccato il punto critico, superando il tabù che ci impedisce di definire le minoranze come tali e ci priva degli strumenti per rispondere alla paura. Dopo gli attacchi del 13 novembre avevo invitato il presidente a parlare direttamente ai musulmani di Francia. Hollande si è rifiutato perché la nostra cultura civica ci impedisce di fare distinzioni in base all’etnia o alla religione. Quando però ci siamo uniti con gli imam di Parigi in una preghiera per le vittime del Bataclan, ci ha ringraziato. In un simile contesto, come pretendere una presa di posizione compatta da parte della comunità islamica? Chiedere loro di esprimere solidarietà al popolo colpito dal terrorismo significa negare implicitamente che i musulmani facciano parte di quel popolo».
Dire «noi e l’Islam» significa marcare quella differenza che il secolarismo francese aveva creduto di superare, ma anche aprire una distanza che potrebbe diventare segregazione...
«Cristiani, musulmani, ebrei, tutti apparteniamo alla civiltà di Aristotele e Averroè, eppure tutti abbiamo bisogno di essere riconosciuti per le specificità che ci definiscono. Oggi più che mai, in assenza di forti ideologie, la dimensione religiosa è diventata centrale nella vita pubblica, spiazzando la politica».
Crede che su questo stia maturando una nuova consapevolezza?
«Purtroppo il dibattito resta appiattito su un unico livello e ruota intorno a una domanda: siamo diventati razzisti?».
I maggiori rischi del trionfo lepenista?
«Rafforzandosi, il Front National alienerà i musulmani moderati e farà il gioco degli estremisti, che a loro volta tenteranno di alimentare l’angoscia alla base del successo dei partiti nazionalisti. Una spirale dalla quale sarà difficile liberarsi».
Vede un possibile contagio europeo?
«L’Europa è attraversata da un disorientamento comune. Le dinamiche dell’integrazione in Germania risentono delle stesse ambiguità francesi».
Come realizzare una riconciliazione sociale?
«Stabilendo regole chiare di convivenza, all’interno delle quali ciascuno possa trovare il proprio spazio di dignità. Prima ancora che nel confronto politico, è nella vita di tutti i giorni che le persone imparano a stare insieme rispettandosi».
Marek Halter
«La religione è entrata in politica. E la sinistra si trova spiazzata»
Lo scrittore sulle minoranze e i tabù violati
intervista di Maria Serena Natale
È l’irruzione dell’elemento irrazionale e religioso ad aver fatto saltare gli equilibri della politica francese. «Di fronte a questo ribaltamento i partiti tradizionali e le istituzioni della République si sono trovati impreparati». Nella lettura di Marek Halter, scrittore ebreo francese nato in Polonia e studioso di testi sacri da sempre in prima linea contro ogni forma di razzismo, lo smarrimento della Francia laica e tollerante ha una ragione profonda: aver rimosso dal proprio orizzonte la differenza. «Queste elezioni si giocano su un solo grande tema, noi e l’Islam — dice Halter al Corriere —. Chi scioglierà il nodo riconquisterà anche la fiducia dei cittadini».
E il Front National ha trovato la strada?
«Ha toccato il punto critico, superando il tabù che ci impedisce di definire le minoranze come tali e ci priva degli strumenti per rispondere alla paura. Dopo gli attacchi del 13 novembre avevo invitato il presidente a parlare direttamente ai musulmani di Francia. Hollande si è rifiutato perché la nostra cultura civica ci impedisce di fare distinzioni in base all’etnia o alla religione. Quando però ci siamo uniti con gli imam di Parigi in una preghiera per le vittime del Bataclan, ci ha ringraziato. In un simile contesto, come pretendere una presa di posizione compatta da parte della comunità islamica? Chiedere loro di esprimere solidarietà al popolo colpito dal terrorismo significa negare implicitamente che i musulmani facciano parte di quel popolo».
Dire «noi e l’Islam» significa marcare quella differenza che il secolarismo francese aveva creduto di superare, ma anche aprire una distanza che potrebbe diventare segregazione...
«Cristiani, musulmani, ebrei, tutti apparteniamo alla civiltà di Aristotele e Averroè, eppure tutti abbiamo bisogno di essere riconosciuti per le specificità che ci definiscono. Oggi più che mai, in assenza di forti ideologie, la dimensione religiosa è diventata centrale nella vita pubblica, spiazzando la politica».
Crede che su questo stia maturando una nuova consapevolezza?
«Purtroppo il dibattito resta appiattito su un unico livello e ruota intorno a una domanda: siamo diventati razzisti?».
I maggiori rischi del trionfo lepenista?
«Rafforzandosi, il Front National alienerà i musulmani moderati e farà il gioco degli estremisti, che a loro volta tenteranno di alimentare l’angoscia alla base del successo dei partiti nazionalisti. Una spirale dalla quale sarà difficile liberarsi».
Vede un possibile contagio europeo?
«L’Europa è attraversata da un disorientamento comune. Le dinamiche dell’integrazione in Germania risentono delle stesse ambiguità francesi».
Come realizzare una riconciliazione sociale?
«Stabilendo regole chiare di convivenza, all’interno delle quali ciascuno possa trovare il proprio spazio di dignità. Prima ancora che nel confronto politico, è nella vita di tutti i giorni che le persone imparano a stare insieme rispettandosi».
Corriere 7.12.15
Front primo. Sarkozy: niente alleanze
La destra in testa in sei regioni, la sinistra finisce terza
Il Ps ritira i suoi candidati dove non può vincere per frenare la corsa del Fn
di Stefano Montefiori
HÉNIN-BEAUMONT Il Front National arriva in testa in sei regioni su 13 al primo turno delle elezioni regionali in Francia. A livello nazionale, il partito di Marine Le Pen è la prima formazione politica superando il 30 per cento, davanti ai Républicains di Nicolas Sarkozy che hanno ottenuto il 26% e ai socialisti fermi al 23% (stime del ministero dell’Interno in base al 70% dei voti scrutinati).
Al di là dell’emozione per un risultato che conferma e in qualche caso oltrepassa le previsioni dei sondaggi, l’attenzione si sposta subito al secondo turno in programma per domenica prossima. Il Front National potrebbe ragionevolmente conservare alla fine tre regioni: il Nord-Pas de Calais-Picardie dove è candidata Marine Le Pen, la Provence-Alpes-Côte d’Azur di sua nipote Marion Maréchal Le Pen, entrambe oltre il 40 per cento dei voti, e l’Alsace-Champagne-Ardenne-Lorraine, dove il numero due del partito Florian Philippot ha ottenuto il 35%.
Nelle altre tre regioni (Centro, Borgogna e Linguadoca-Rossiglione) il vantaggio è meno importante e potrebbe non essere confermato al secondo turno.
Il segretario del partito socialista al potere, Jean-Christophe Cambadélis, ha subito chiesto ai suoi uomini nel Nord e in Côte d’Azur, arrivati in terza posizione, di ritirarsi nella speranza che gli elettori di sinistra facciano convergere i loro voti verso il candidato del centrodestra, impedendo così la vittoria del Front National.
Una riedizione del «fronte repubblicano» con il quale i partiti tradizionali hanno spesso sbarrato la strada ai lepenisti. «La conferma che destra e sinistra costituiscono un unico sistema di potere che disprezza il parere democraticamente espresso dai cittadini», ha commentato Marine Le Pen. Nicolas Sarkozy — uno dei grandi sconfitti di questo primo turno — ha annunciato invece che i suoi candidati non si presteranno a fusioni o desistenze a favore degli avversari socialisti. Il portavoce del governo, Stéphane Le Foll, ha sottolineato che se tutte le formazioni di sinistra si fossero presentate unite, avrebbero conquistato la maggioranza.
Non è andata così, ma adesso resta una settimana per costruire alleanze che potrebbero dare i loro frutti domenica prossima quando ci saranno i ballottaggi decisivi.
Il Front National si trova a un passo dal conquistare un inedito ruolo istituzionale, e il budget che ne consegue. Una Marine Le Pen presidente di regione si presenterebbe alle presidenziali del 2017 con una nuova credibilità. Restano pochi giorni per provare a fermarla.
Front primo. Sarkozy: niente alleanze
La destra in testa in sei regioni, la sinistra finisce terza
Il Ps ritira i suoi candidati dove non può vincere per frenare la corsa del Fn
di Stefano Montefiori
HÉNIN-BEAUMONT Il Front National arriva in testa in sei regioni su 13 al primo turno delle elezioni regionali in Francia. A livello nazionale, il partito di Marine Le Pen è la prima formazione politica superando il 30 per cento, davanti ai Républicains di Nicolas Sarkozy che hanno ottenuto il 26% e ai socialisti fermi al 23% (stime del ministero dell’Interno in base al 70% dei voti scrutinati).
Al di là dell’emozione per un risultato che conferma e in qualche caso oltrepassa le previsioni dei sondaggi, l’attenzione si sposta subito al secondo turno in programma per domenica prossima. Il Front National potrebbe ragionevolmente conservare alla fine tre regioni: il Nord-Pas de Calais-Picardie dove è candidata Marine Le Pen, la Provence-Alpes-Côte d’Azur di sua nipote Marion Maréchal Le Pen, entrambe oltre il 40 per cento dei voti, e l’Alsace-Champagne-Ardenne-Lorraine, dove il numero due del partito Florian Philippot ha ottenuto il 35%.
Nelle altre tre regioni (Centro, Borgogna e Linguadoca-Rossiglione) il vantaggio è meno importante e potrebbe non essere confermato al secondo turno.
Il segretario del partito socialista al potere, Jean-Christophe Cambadélis, ha subito chiesto ai suoi uomini nel Nord e in Côte d’Azur, arrivati in terza posizione, di ritirarsi nella speranza che gli elettori di sinistra facciano convergere i loro voti verso il candidato del centrodestra, impedendo così la vittoria del Front National.
Una riedizione del «fronte repubblicano» con il quale i partiti tradizionali hanno spesso sbarrato la strada ai lepenisti. «La conferma che destra e sinistra costituiscono un unico sistema di potere che disprezza il parere democraticamente espresso dai cittadini», ha commentato Marine Le Pen. Nicolas Sarkozy — uno dei grandi sconfitti di questo primo turno — ha annunciato invece che i suoi candidati non si presteranno a fusioni o desistenze a favore degli avversari socialisti. Il portavoce del governo, Stéphane Le Foll, ha sottolineato che se tutte le formazioni di sinistra si fossero presentate unite, avrebbero conquistato la maggioranza.
Non è andata così, ma adesso resta una settimana per costruire alleanze che potrebbero dare i loro frutti domenica prossima quando ci saranno i ballottaggi decisivi.
Il Front National si trova a un passo dal conquistare un inedito ruolo istituzionale, e il budget che ne consegue. Una Marine Le Pen presidente di regione si presenterebbe alle presidenziali del 2017 con una nuova credibilità. Restano pochi giorni per provare a fermarla.
domenica 6 dicembre 2015
Il Sole 6.12.15
Il tre più tre e la sindrome di Galileo
di Luca Ricolfi
Ci sono due modi di giudicare una politica: confrontare quel che succede oggi con quel che succedeva ieri, oppure confrontare quel che succede oggi con quel che sarebbe successo se quella politica non fosse stata messa in atto. Io ritengo che il giudizio sul governo attuale, che molto ha fatto sul terreno del mercato del lavoro, cambi drasticamente a seconda del criterio adottato.
Se il confronto è con quel che succedeva prima, il bilancio è ben magro, se non negativo. Nei quasi 2 anni che vanno dal bimestre gennaio-febbraio 2014 (governo Letta) al bimestre settembre-ottobre 2015 l’occupazione è aumentata di sole 287mila unità, mentre la percentuale di occupati dipendenti precari (contratti a termine), che stando alle intenzioni dichiarate doveva essere abbattuta, è salita dal 13.1% al 14.6% (massimo storico per l’Italia, ma valore perfettamente in linea con la media europea). Se poi guardiamo al brevissimo periodo, ossia alle tendenze degli ultimi 2 mesi, il quadro è ancor meno rassicurante: l’occupazione totale ha perso 84mila posti di lavoro, e la quota di precari è ancora salita.
Se restiamo su questo terreno, curiosamente prediletto da Renzi e dai suoi paladini, è inevitabile che chi vuole difendere le politiche governative sia costretto ad arrampicarsi sugli specchi, e finisca prigioniero della sindrome di Galileo.
Che cos’è la sindrome di Galileo?
È la disperata ricerca del maggior numero possibile di zero-virgola incoraggianti, allo scopo di poterli mettere in fila tutti quanti e finalmente esclamare, di questa disgraziata locomotiva dell’economia italiana, “eppur si muove!”.
Ma il confronto con ieri non è l’unico racconto possibile. Se si vogliono mettere in evidenza le buone ragioni di questo governo, che pure esistono accanto a quelle meno buone, non è questa la strada. Forse, dovremmo avere più coraggio, o semplicemente essere più disincantati. È inutile e fuorviante cercare nell’andamento dell’occupazione i segni del successo o dell’insuccesso delle politiche messe in atto negli ultimi due anni.
La vera domanda è un’altra: senza quelle politiche, come sarebbero andate le cose?
Quando si giudicano i nostri asfittici segnali di ripresa, quel che non dovremmo mai dimenticare è l’impressionante cocktail di terapie cui il paziente-Italia è stato sottoposto negli ultimi due anni: sul piano internazionale, il triplice stimolo prezzo del petrolio, svalutazione dell’euro, quantitative easing; sul piano interno il triplice stimolo decreto Poletti (che ha liberalizzato i contratti a termine), decontribuzione, contratto a tutele crescenti. Nel giro di pochi mesi le vele dell’economia italiana sono state gonfiate da almeno 6 (3+3) misure ad alto impatto, e ciononostante “il cavallo non beve”. Questo è il punto, questo è il nodo su cui riflettere.
Nessuno è in grado di valutare con precisione gli effetti di questo insieme di misure sul Pil e sull’occupazione, ma gli analisti sono d’accordo nell’indicare in almeno 1 punto di Pil (c’è chi dice 2) l’impatto dei tre stimoli esterni. Quanto ai 3 stimoli interni, ossia alle riforme del mercato del lavoro, difficile pensare che le misure messe in atto, e in particolare la decontribuzione fino a 8.060 euro l’anno, non abbiano avuto un impatto positivo sull’occupazione e sul Pil. L’obiezione, semmai, potrebbe essere che l'impatto degli sgravi per chi assume potrebbe essersi concentrato tutto sul 2015, dato il carattere una tantum della misura adottata.
E allora? Allora, forse è venuto il momento di dirci la verità, al di là di ogni retorica e di ogni propaganda. E la verità, temo, non è che le politiche messe in atto dal duo Renzi-Padoan non siano state ragionevoli ed efficaci, bensì che esse si sono innestate su un trend strutturale di riduzione della base produttiva che, a quanto pare, non è ancora terminato. Senza i 3 stimoli esterni e i 3 stimoli interni, molto probabilmente, il Pil avrebbe perso quest’anno qualcosa come 1 o 2 punti percentuali, e l’occupazione, anziché crescere poco, si sarebbe ulteriormente contratta. Da questo punto di vista i modesti aumenti del Pil (+0.7%) e dell’occupazione (circa 300mila posti di lavoro) registrati nel 2015 andrebbero visti come un successo, non come uno scacco.
Se un’osservazione critica si può avanzare, sulle politiche di questi due anni, non è che hanno prodotto scarsi risultati, ma che hanno sottovalutato la ripidità della china che dovevano risalire, ovvero la gravità del male che affligge l’Italia e, in misura meno drammatica, l’Europa nel suo insieme. Al di là degli incitamenti e delle dichiarazioni di ottimismo, probabilmente sincere, quel che resta intatta è un’altra sindrome italiana, qualche volta attribuita a Tremonti ma in realtà ben piantata nella mentalità della classe dirigente del nostro Paese: la credenza che la salvezza verrà dall’esterno, quando la crisi sarà passata e l'economia mondiale avrà ripreso a girare. È questa credenza, forse, che spiega certe timidezze riformiste, come la rinuncia a una spending review incisiva, o il rinvio della riduzione dell'imposta societaria.
Temo che una simile fiducia nella marea della ripresa, che avrebbe il potere di sollevare tutte le barche, sia sostanzialmente infondata, in quanto poggia, a sua volta, su una grave sottovalutazione del ritardo dell’Italia rispetto alle altre economie avanzate. Negli ultimi vent’anni il tasso di crescita dell’Italia è sempre stato inferiore a quello delle altre società avanzate di circa 0.7-0.8 punti di Pil. Nulla fa pensare che quel divario non ci sia più: nel 2015 l’Italia crescerà dello 0.7 o dello 0.8%, giusto la metà di quanto, in media, cresceranno gli altri Paesi europei.
Il tre più tre e la sindrome di Galileo
di Luca Ricolfi
Ci sono due modi di giudicare una politica: confrontare quel che succede oggi con quel che succedeva ieri, oppure confrontare quel che succede oggi con quel che sarebbe successo se quella politica non fosse stata messa in atto. Io ritengo che il giudizio sul governo attuale, che molto ha fatto sul terreno del mercato del lavoro, cambi drasticamente a seconda del criterio adottato.
Se il confronto è con quel che succedeva prima, il bilancio è ben magro, se non negativo. Nei quasi 2 anni che vanno dal bimestre gennaio-febbraio 2014 (governo Letta) al bimestre settembre-ottobre 2015 l’occupazione è aumentata di sole 287mila unità, mentre la percentuale di occupati dipendenti precari (contratti a termine), che stando alle intenzioni dichiarate doveva essere abbattuta, è salita dal 13.1% al 14.6% (massimo storico per l’Italia, ma valore perfettamente in linea con la media europea). Se poi guardiamo al brevissimo periodo, ossia alle tendenze degli ultimi 2 mesi, il quadro è ancor meno rassicurante: l’occupazione totale ha perso 84mila posti di lavoro, e la quota di precari è ancora salita.
Se restiamo su questo terreno, curiosamente prediletto da Renzi e dai suoi paladini, è inevitabile che chi vuole difendere le politiche governative sia costretto ad arrampicarsi sugli specchi, e finisca prigioniero della sindrome di Galileo.
Che cos’è la sindrome di Galileo?
È la disperata ricerca del maggior numero possibile di zero-virgola incoraggianti, allo scopo di poterli mettere in fila tutti quanti e finalmente esclamare, di questa disgraziata locomotiva dell’economia italiana, “eppur si muove!”.
Ma il confronto con ieri non è l’unico racconto possibile. Se si vogliono mettere in evidenza le buone ragioni di questo governo, che pure esistono accanto a quelle meno buone, non è questa la strada. Forse, dovremmo avere più coraggio, o semplicemente essere più disincantati. È inutile e fuorviante cercare nell’andamento dell’occupazione i segni del successo o dell’insuccesso delle politiche messe in atto negli ultimi due anni.
La vera domanda è un’altra: senza quelle politiche, come sarebbero andate le cose?
Quando si giudicano i nostri asfittici segnali di ripresa, quel che non dovremmo mai dimenticare è l’impressionante cocktail di terapie cui il paziente-Italia è stato sottoposto negli ultimi due anni: sul piano internazionale, il triplice stimolo prezzo del petrolio, svalutazione dell’euro, quantitative easing; sul piano interno il triplice stimolo decreto Poletti (che ha liberalizzato i contratti a termine), decontribuzione, contratto a tutele crescenti. Nel giro di pochi mesi le vele dell’economia italiana sono state gonfiate da almeno 6 (3+3) misure ad alto impatto, e ciononostante “il cavallo non beve”. Questo è il punto, questo è il nodo su cui riflettere.
Nessuno è in grado di valutare con precisione gli effetti di questo insieme di misure sul Pil e sull’occupazione, ma gli analisti sono d’accordo nell’indicare in almeno 1 punto di Pil (c’è chi dice 2) l’impatto dei tre stimoli esterni. Quanto ai 3 stimoli interni, ossia alle riforme del mercato del lavoro, difficile pensare che le misure messe in atto, e in particolare la decontribuzione fino a 8.060 euro l’anno, non abbiano avuto un impatto positivo sull’occupazione e sul Pil. L’obiezione, semmai, potrebbe essere che l'impatto degli sgravi per chi assume potrebbe essersi concentrato tutto sul 2015, dato il carattere una tantum della misura adottata.
E allora? Allora, forse è venuto il momento di dirci la verità, al di là di ogni retorica e di ogni propaganda. E la verità, temo, non è che le politiche messe in atto dal duo Renzi-Padoan non siano state ragionevoli ed efficaci, bensì che esse si sono innestate su un trend strutturale di riduzione della base produttiva che, a quanto pare, non è ancora terminato. Senza i 3 stimoli esterni e i 3 stimoli interni, molto probabilmente, il Pil avrebbe perso quest’anno qualcosa come 1 o 2 punti percentuali, e l’occupazione, anziché crescere poco, si sarebbe ulteriormente contratta. Da questo punto di vista i modesti aumenti del Pil (+0.7%) e dell’occupazione (circa 300mila posti di lavoro) registrati nel 2015 andrebbero visti come un successo, non come uno scacco.
Se un’osservazione critica si può avanzare, sulle politiche di questi due anni, non è che hanno prodotto scarsi risultati, ma che hanno sottovalutato la ripidità della china che dovevano risalire, ovvero la gravità del male che affligge l’Italia e, in misura meno drammatica, l’Europa nel suo insieme. Al di là degli incitamenti e delle dichiarazioni di ottimismo, probabilmente sincere, quel che resta intatta è un’altra sindrome italiana, qualche volta attribuita a Tremonti ma in realtà ben piantata nella mentalità della classe dirigente del nostro Paese: la credenza che la salvezza verrà dall’esterno, quando la crisi sarà passata e l'economia mondiale avrà ripreso a girare. È questa credenza, forse, che spiega certe timidezze riformiste, come la rinuncia a una spending review incisiva, o il rinvio della riduzione dell'imposta societaria.
Temo che una simile fiducia nella marea della ripresa, che avrebbe il potere di sollevare tutte le barche, sia sostanzialmente infondata, in quanto poggia, a sua volta, su una grave sottovalutazione del ritardo dell’Italia rispetto alle altre economie avanzate. Negli ultimi vent’anni il tasso di crescita dell’Italia è sempre stato inferiore a quello delle altre società avanzate di circa 0.7-0.8 punti di Pil. Nulla fa pensare che quel divario non ci sia più: nel 2015 l’Italia crescerà dello 0.7 o dello 0.8%, giusto la metà di quanto, in media, cresceranno gli altri Paesi europei.
Repubblica 6.12.15
La promotrice dell’appello
Giusto concedere più diritti ma i figli non si comprano
La gestazione non è un procedimento tecnico ma l’inizio di una relazione
di Cristina Comencini
CARO direttore, a seguito della pubblicazione dell’appello sulla maternità surrogata, lanciato dal gruppo ”Senonoraquando-libere” di cui faccio parte, vorrei chiarire alcuni punti che secondo me sono fondamentali.
Sono favorevole alla stepchild adoption. Anzi sono per l’allargamento della legge sulle adozioni a tutti i tipi di coppie, etero e omosessuale. Perché ritengo che il desiderio di chiunque di accudire un bambino sia da favorire, e che moltiplicare le situazioni in cui un bambino che non ha una famiglia possa essere accolto da un’unione sia necessario. Come la possibilità di adottare il bambino del proprio compagno/ compagna, possibilità che riguarda tutte le coppie, eterosessuali e omosessuali. Questa scelta renderebbe tutti i cittadini uguali di fronte alla decisione di adottare. E, automaticamente, estenderebbe a tutti il divieto di comprare bambini già nati o da far nascere, perché della stessa cosa si tratta. E dunque parlare oggi di maternità surrogata, nel momento in cui si cerca finalmente di dare parità di diritti a tutte le coppie, è giusto e importante. Pari diritti, pari regole, pari limiti.
Questo sul piano giuridico, che pure aiuta a fare chiarezza, ma che a me, donna, non basta. Devo invece, proprio in questo contesto di allargamento tardivo e sacrosanto dei diritti legati all’amore in qualsiasi coppia e alla procreazione, affermare che i bambini non si possono fabbricare su ordinazione perché la maternità e la gestazione non sono un procedimento tecnico o solo biologico, ma l’inizio di una relazione che coinvolge corpo e mente e rappresenta una delle esperienze più potenti e intelligenti della vita di una donna. Per millenni portare e far crescere dentro di sé un altro è stata considerata un’attività subalterna e senza pensiero: la maternità escludeva le donne dalla società, dedite a un compito necessario ma ininfluente. Oggi, anche attraverso la psicanalisi, nello sviluppo del pensiero e della libertà delle donne, sappiamo che non è così: che la gravidanza, cioè il modo unico, individuale, in cui ogni donna vive e pensa il legame con la figlia o il figlio, ha a che fare con la sua vita futura. La maternità è dunque entrata nel pensiero, nella cultura e nella società, non più destino ma fondamentale scelta per tutti, uomini e donne, e dunque anche materia di legge e di responsabilità.
Repubblica 6.12.15
Grasso e Boldrini “Ora sulla Consulta metodo condiviso”
I presidenti delle Camere: giusta la preoccupazione del Colle. Otto giorni per l’intesa, riparte il dialogo Pd-grillini
di Liana Milella
ROMA. Mancano otto giorni al nuovo voto per i tre giudici mancanti della Consulta (su un plenum di 15). Le considerazioni di Mattarella su Repubblica suonano come un diktat per i partiti, serve «un colpo di reni del Parlamento» e «uno sforzo comune per superare i veti». I presidenti delle Camere, Piero Grasso e Laura Boldrini, garantiscono il loro impegno, con parole d’ordine ben precise. Che partono ovviamente da una «piena condivisione » di quanto dice il capo dello Stato. Così come consigliano «piena condivisione» sui nomi dei giudici da scegliere. «Giudici entro la fine dell’anno» chiede Grasso. E soprattutto «nuovo metodo» per indicarli. Parla da Seul l’ex pm, ma il suo appello suona identico a quello di Boldrini che chiede di «rivedere lo schema e di coinvolgere le opposizioni». Servono, come propone Grasso, «soluzioni condivise per professionalità, indipendenza, esperienza costituzionale ». È stato il primo a dirlo, domenica scorsa, proprio dalle pagine di Repubblica, dopo il primo voto andato a vuoto, e prima di altre due fumate nere e del caso Pitruzzella.
A sentire Mattarella, Grasso e Boldrini la soluzione migliore sarebbe quella di chiudere la pagina di trattative che finora ha portato alla sconfitta di Augusto Barbera (indicato dal Pd), Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) e Ida Angela Nicotra (Ap e Sc, in verità votata solo una volta) per cercare candidature nuove, su cui ottenere il voto di M5S, di Sinistra italiana, della stessa sinistra Dem che finora non ha nascosto il suo malumore su Barbera, che condivide in toto la riforma Renzi. Il suo posto potrebbe essere preso dall’ex senatore Pd Stefano Ceccanti, o da Massimo Luciani, noto costituzionalista. Un nome che i 5stelle voterebbero.
Ma allo stato, il Pd renziano fa quadrato su Barbera. Boschi, Serracchiani, Zanda, Rosato. Lo schema che si profila allora, per usare l’espressione di Boldrini, è quella di tenere Barbera, aprire al candidato di M5S Franco Modugno, “sacrificare” quello di Forza Italia Sisto, e sfruttare la centrista Nicotra, a patto che sia votata da tutti, anche dal gruppo di Dellai e Tabacci, o altri. Rosato parla anche di un terzo nome che «può essere personalità di alto livello condivisa da tutti».
Un “metodo” come questo si risolverebbe in un’apertura netta a M5S, che ha ipotizzato di rivedere il niet preventivo su Barbera a patto di togliere dalla corsa Sisto, troppo legato a Berlusconi. Se M5S dovesse votare Barbera in cambio dei voti su Modugno, almeno due dei giudici sarebbero eletti. E non dovrebbe essere difficile, a quel punto, trovare un costituzionalista non impegnato con la politica.
Repubblica 6.12.15
Rischi e fascino di vivere a Parigi
di Guido Ceronetti
NON è liquidabile soltanto come vergogna o un pensiero molesto, l’antisemitismo di Parigi. C’era, quando Berlino e Vienna erano rifugio di Ebrei orientali. L’antisemitismo cristiano, cattolico e riformato, ha segnato l’Europa fino al declinare del Ventesimo. Filosemiti si nasce, senza merito. Ma è di regola la tiepidità: gli Ebrei non sono la Juve.
La scusa islamica dell’odio è analoga alla cristiana: li grava una maledizione divina, duplice oracolo di Dio stesso; e la storia europea da molti anni, dopo streghe ed eretici, si è attaccata al fantasma del capro espiatorio giudaico. Di questa storia Parigi è l’auriga elettivo. Se Is e Al Qaida colpissero soltanto Ebrei, si farebbero tante deplorazioni?
Chi abbia amato dalla giovinezza e vissuto tempi e storie della propria vita a Parigi, sopravviverà da ferito, da straziato, per quanto gli resterà di vita. Non possiamo accettare, non dico l’ultimo sfregio alla convivenza umana, ma l’intera catena di quel che in questi anni è accaduto tra Francia e Belgio da parte delle forze anonime del male. Alcuni episodi di questa guerra orribilmente inesplicabile accaddero negli anni in cui a Parigi abitavo spesso, nel Sesto, e non erano noccioline: l’atroce attacco antisemita di Rue des Rosiers, la bomba allo sbocco del metró Saint Michel, il getto di un ordigno da strage in un grande negozio di abbigliamento di Rue de Rennes...
Fin dalla Belle Époque vivere a Parigi fu sempre allegramente rognoso. Ti poteva capitare che l’attentato di Vaillant o di Henri ti esplodessero nelle orecchie, potevi essere vittima di uno dei colpi ferocissimi della banda Bonnot, potevi essere una delle numerose vedove sulle quali si posava l’occhio cupido di Landru, e durante la Grande Guerra ricevere in un quartiere pacifico un gigantesco obice della premiata Ditta Krupp.
E quando mai fu del tutto facile vivere, per un Ebreo di Parigi? Alla fine del Decimonono imperversò l’Affare Dreyfus — che fu la svolta della civiltà europea — la gloria imperitura di Georges Clemenceau e di Émile Zola. L’Affare si coniuga in apertura di secolo con i loschi personaggi che trovi nel Diario di una Cameriera, i demoni antisemiti che suscitava l’Action Française di Maurras.
Circa l’accanimento specifico contro Parigi del terrorismo guerrasantista, da simili livelli di nichilismo etico-culturale se mai può trarsi una spiegazione razionale, farei centro a colpo sicuro: Parigi è l’Ottantanove, è l’unico messianismo extrabiblico, i radiosi anni 89-90 della prima Costituzione liberale dopo l’americana; Parigi è la Carta senza frontiere dei Diritti dell’Uomo. Carta dall’indicibile potere di suggestione sulle anime filosofiche e mistiche, come sui predicatori delle gazzette, che stavano per diventare i padroni mentali del popolo bene o male alfabetizzato.
La Francia laica dove trovano rifugio e pace l’Islam e l’animismo, gli Ugonotti, i culti del Pacifico e gli Armeni dell’Anatolia, la Francia che prova per la prima volta in un tribunale civile (Kravcenko — Lettres Françaises) il regime criminale di Stalin, accoglie i profughi spagnoli e dà una tomba ad Antonio Machado e a Largo Caballero; qui, qui è l’essenza della laicità profonda e implacabile di cui la città Parigi è tuttora impregnata per suscitare l’odio furibondo che oggi la colpisce.
La svolta del 1958 annunciata dal Forum di Algeri da un irresistibile capolavoro linguistico, segnalò a Parigi che grazie a De Gaulle gli attentati del fronte algerino sarebbero cessati presto.
Nessuno allora pensava che il Generale avrebbe risolto la questione algerina lasciando l’Algeria darsi uno statuto di Repubblica indipendente, cancellando con la sua autorità il sogno di un’Algeria francese parificata alla madrepatria. A me pare oggi che Jacques Soustelle avesse mille ragioni per criticare quell’eccesso di autospoliazioni di una Europa coloniale che ormai per evoluzione dei tempi era ben lontana da Cuore di Tenebra di Conrad. Se si pensa all’orrore delle predicazioni assassine della Radio delle Mille Colline in Ruanda, costata lo sterminio di un milione di esseri umani, o al regime di un pazzo sanguinario come Bokassa, vien da domandarsi quale bene abbia portato l’indipendenza elargita alle sue ex colonie africane dall’impero francofono.
Osiamo dirlo! Parigi si è salvata, la Francia intera è stata quasi invulnerabile finché ha avuto e ha usato il pugno.
Céline ricordava come nel mondo dopo una pace irrazionale come quella di Versailles, il prestigio della Francia fosse perfettamente intatto.
Parigi proteggeva Francia metropolitana e una moltitudine di popoli col pugno e attirava i nobili spiriti del mondo con le sue grazie uniche.
Aiutate Parigi a vivere! Come ho fatto io per molti anni, per vendicare spiritualmente le preziose vittime degli attentati di Parigi, ai Mani di Baudelaire, poco oltre il cancello del cimitero di Montparnasse, deponete una rosa.
La promotrice dell’appello
Giusto concedere più diritti ma i figli non si comprano
La gestazione non è un procedimento tecnico ma l’inizio di una relazione
di Cristina Comencini
CARO direttore, a seguito della pubblicazione dell’appello sulla maternità surrogata, lanciato dal gruppo ”Senonoraquando-libere” di cui faccio parte, vorrei chiarire alcuni punti che secondo me sono fondamentali.
Sono favorevole alla stepchild adoption. Anzi sono per l’allargamento della legge sulle adozioni a tutti i tipi di coppie, etero e omosessuale. Perché ritengo che il desiderio di chiunque di accudire un bambino sia da favorire, e che moltiplicare le situazioni in cui un bambino che non ha una famiglia possa essere accolto da un’unione sia necessario. Come la possibilità di adottare il bambino del proprio compagno/ compagna, possibilità che riguarda tutte le coppie, eterosessuali e omosessuali. Questa scelta renderebbe tutti i cittadini uguali di fronte alla decisione di adottare. E, automaticamente, estenderebbe a tutti il divieto di comprare bambini già nati o da far nascere, perché della stessa cosa si tratta. E dunque parlare oggi di maternità surrogata, nel momento in cui si cerca finalmente di dare parità di diritti a tutte le coppie, è giusto e importante. Pari diritti, pari regole, pari limiti.
Questo sul piano giuridico, che pure aiuta a fare chiarezza, ma che a me, donna, non basta. Devo invece, proprio in questo contesto di allargamento tardivo e sacrosanto dei diritti legati all’amore in qualsiasi coppia e alla procreazione, affermare che i bambini non si possono fabbricare su ordinazione perché la maternità e la gestazione non sono un procedimento tecnico o solo biologico, ma l’inizio di una relazione che coinvolge corpo e mente e rappresenta una delle esperienze più potenti e intelligenti della vita di una donna. Per millenni portare e far crescere dentro di sé un altro è stata considerata un’attività subalterna e senza pensiero: la maternità escludeva le donne dalla società, dedite a un compito necessario ma ininfluente. Oggi, anche attraverso la psicanalisi, nello sviluppo del pensiero e della libertà delle donne, sappiamo che non è così: che la gravidanza, cioè il modo unico, individuale, in cui ogni donna vive e pensa il legame con la figlia o il figlio, ha a che fare con la sua vita futura. La maternità è dunque entrata nel pensiero, nella cultura e nella società, non più destino ma fondamentale scelta per tutti, uomini e donne, e dunque anche materia di legge e di responsabilità.
Repubblica 6.12.15
Grasso e Boldrini “Ora sulla Consulta metodo condiviso”
I presidenti delle Camere: giusta la preoccupazione del Colle. Otto giorni per l’intesa, riparte il dialogo Pd-grillini
di Liana Milella
ROMA. Mancano otto giorni al nuovo voto per i tre giudici mancanti della Consulta (su un plenum di 15). Le considerazioni di Mattarella su Repubblica suonano come un diktat per i partiti, serve «un colpo di reni del Parlamento» e «uno sforzo comune per superare i veti». I presidenti delle Camere, Piero Grasso e Laura Boldrini, garantiscono il loro impegno, con parole d’ordine ben precise. Che partono ovviamente da una «piena condivisione » di quanto dice il capo dello Stato. Così come consigliano «piena condivisione» sui nomi dei giudici da scegliere. «Giudici entro la fine dell’anno» chiede Grasso. E soprattutto «nuovo metodo» per indicarli. Parla da Seul l’ex pm, ma il suo appello suona identico a quello di Boldrini che chiede di «rivedere lo schema e di coinvolgere le opposizioni». Servono, come propone Grasso, «soluzioni condivise per professionalità, indipendenza, esperienza costituzionale ». È stato il primo a dirlo, domenica scorsa, proprio dalle pagine di Repubblica, dopo il primo voto andato a vuoto, e prima di altre due fumate nere e del caso Pitruzzella.
A sentire Mattarella, Grasso e Boldrini la soluzione migliore sarebbe quella di chiudere la pagina di trattative che finora ha portato alla sconfitta di Augusto Barbera (indicato dal Pd), Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) e Ida Angela Nicotra (Ap e Sc, in verità votata solo una volta) per cercare candidature nuove, su cui ottenere il voto di M5S, di Sinistra italiana, della stessa sinistra Dem che finora non ha nascosto il suo malumore su Barbera, che condivide in toto la riforma Renzi. Il suo posto potrebbe essere preso dall’ex senatore Pd Stefano Ceccanti, o da Massimo Luciani, noto costituzionalista. Un nome che i 5stelle voterebbero.
Ma allo stato, il Pd renziano fa quadrato su Barbera. Boschi, Serracchiani, Zanda, Rosato. Lo schema che si profila allora, per usare l’espressione di Boldrini, è quella di tenere Barbera, aprire al candidato di M5S Franco Modugno, “sacrificare” quello di Forza Italia Sisto, e sfruttare la centrista Nicotra, a patto che sia votata da tutti, anche dal gruppo di Dellai e Tabacci, o altri. Rosato parla anche di un terzo nome che «può essere personalità di alto livello condivisa da tutti».
Un “metodo” come questo si risolverebbe in un’apertura netta a M5S, che ha ipotizzato di rivedere il niet preventivo su Barbera a patto di togliere dalla corsa Sisto, troppo legato a Berlusconi. Se M5S dovesse votare Barbera in cambio dei voti su Modugno, almeno due dei giudici sarebbero eletti. E non dovrebbe essere difficile, a quel punto, trovare un costituzionalista non impegnato con la politica.
Repubblica 6.12.15
Rischi e fascino di vivere a Parigi
di Guido Ceronetti
NON è liquidabile soltanto come vergogna o un pensiero molesto, l’antisemitismo di Parigi. C’era, quando Berlino e Vienna erano rifugio di Ebrei orientali. L’antisemitismo cristiano, cattolico e riformato, ha segnato l’Europa fino al declinare del Ventesimo. Filosemiti si nasce, senza merito. Ma è di regola la tiepidità: gli Ebrei non sono la Juve.
La scusa islamica dell’odio è analoga alla cristiana: li grava una maledizione divina, duplice oracolo di Dio stesso; e la storia europea da molti anni, dopo streghe ed eretici, si è attaccata al fantasma del capro espiatorio giudaico. Di questa storia Parigi è l’auriga elettivo. Se Is e Al Qaida colpissero soltanto Ebrei, si farebbero tante deplorazioni?
Chi abbia amato dalla giovinezza e vissuto tempi e storie della propria vita a Parigi, sopravviverà da ferito, da straziato, per quanto gli resterà di vita. Non possiamo accettare, non dico l’ultimo sfregio alla convivenza umana, ma l’intera catena di quel che in questi anni è accaduto tra Francia e Belgio da parte delle forze anonime del male. Alcuni episodi di questa guerra orribilmente inesplicabile accaddero negli anni in cui a Parigi abitavo spesso, nel Sesto, e non erano noccioline: l’atroce attacco antisemita di Rue des Rosiers, la bomba allo sbocco del metró Saint Michel, il getto di un ordigno da strage in un grande negozio di abbigliamento di Rue de Rennes...
Fin dalla Belle Époque vivere a Parigi fu sempre allegramente rognoso. Ti poteva capitare che l’attentato di Vaillant o di Henri ti esplodessero nelle orecchie, potevi essere vittima di uno dei colpi ferocissimi della banda Bonnot, potevi essere una delle numerose vedove sulle quali si posava l’occhio cupido di Landru, e durante la Grande Guerra ricevere in un quartiere pacifico un gigantesco obice della premiata Ditta Krupp.
E quando mai fu del tutto facile vivere, per un Ebreo di Parigi? Alla fine del Decimonono imperversò l’Affare Dreyfus — che fu la svolta della civiltà europea — la gloria imperitura di Georges Clemenceau e di Émile Zola. L’Affare si coniuga in apertura di secolo con i loschi personaggi che trovi nel Diario di una Cameriera, i demoni antisemiti che suscitava l’Action Française di Maurras.
Circa l’accanimento specifico contro Parigi del terrorismo guerrasantista, da simili livelli di nichilismo etico-culturale se mai può trarsi una spiegazione razionale, farei centro a colpo sicuro: Parigi è l’Ottantanove, è l’unico messianismo extrabiblico, i radiosi anni 89-90 della prima Costituzione liberale dopo l’americana; Parigi è la Carta senza frontiere dei Diritti dell’Uomo. Carta dall’indicibile potere di suggestione sulle anime filosofiche e mistiche, come sui predicatori delle gazzette, che stavano per diventare i padroni mentali del popolo bene o male alfabetizzato.
La Francia laica dove trovano rifugio e pace l’Islam e l’animismo, gli Ugonotti, i culti del Pacifico e gli Armeni dell’Anatolia, la Francia che prova per la prima volta in un tribunale civile (Kravcenko — Lettres Françaises) il regime criminale di Stalin, accoglie i profughi spagnoli e dà una tomba ad Antonio Machado e a Largo Caballero; qui, qui è l’essenza della laicità profonda e implacabile di cui la città Parigi è tuttora impregnata per suscitare l’odio furibondo che oggi la colpisce.
La svolta del 1958 annunciata dal Forum di Algeri da un irresistibile capolavoro linguistico, segnalò a Parigi che grazie a De Gaulle gli attentati del fronte algerino sarebbero cessati presto.
Nessuno allora pensava che il Generale avrebbe risolto la questione algerina lasciando l’Algeria darsi uno statuto di Repubblica indipendente, cancellando con la sua autorità il sogno di un’Algeria francese parificata alla madrepatria. A me pare oggi che Jacques Soustelle avesse mille ragioni per criticare quell’eccesso di autospoliazioni di una Europa coloniale che ormai per evoluzione dei tempi era ben lontana da Cuore di Tenebra di Conrad. Se si pensa all’orrore delle predicazioni assassine della Radio delle Mille Colline in Ruanda, costata lo sterminio di un milione di esseri umani, o al regime di un pazzo sanguinario come Bokassa, vien da domandarsi quale bene abbia portato l’indipendenza elargita alle sue ex colonie africane dall’impero francofono.
Osiamo dirlo! Parigi si è salvata, la Francia intera è stata quasi invulnerabile finché ha avuto e ha usato il pugno.
Céline ricordava come nel mondo dopo una pace irrazionale come quella di Versailles, il prestigio della Francia fosse perfettamente intatto.
Parigi proteggeva Francia metropolitana e una moltitudine di popoli col pugno e attirava i nobili spiriti del mondo con le sue grazie uniche.
Aiutate Parigi a vivere! Come ho fatto io per molti anni, per vendicare spiritualmente le preziose vittime degli attentati di Parigi, ai Mani di Baudelaire, poco oltre il cancello del cimitero di Montparnasse, deponete una rosa.
il manifesto 6.12.15
A San Bernardino, tutta chiese e armi, una strage americana
Per l’Fbi è terrorismo, ma sulla tranquilla coppietta di periferia che diventa un commando assassino gli interrogativi restano
Da «suburbia» multietnica a capitale delle psicosi da guerra di civiltà. Ma se l’Is fosse giunto ufficialmente fin qui, avrebbe trovato una terra già satura di fondamentalismi e pistole
di Luca Celada
LOS ANGELES All’indomani dell’«ufficializzazione» della pista terrorista da parte dell’Fbi, rimangono tuttavia più interrogativi che risposte sui retroscena della strage di San Bernardino. Alcuni elementi sembrano a questo punto affiancarla ai gesti compiuti da «individui radicalizzati» come l’attentato alla maratona di Boston o la strage di Fort Hood da parte di Nidal Hasan nel 2009. Lo indicherebbero la meticolosità dei preparativi, l’arsenale ammassato da Syed Rizawan Farook e Tashfeen Malik, la tranquilla coppietta di periferia trasformatasi in commando assassino. Ci sarebbe poi quell post su Facebook, sincrono al massacro, in cui, con uno pesudonimo, Tashfeen Malik, avrebbe «giurato» fedeltà allo «sceicco» Abu Bakr al-Baghdadi.
L’attenzione degli inquirenti al momento è soprattutto su di lei, la ragazza di buona famiglia integralista pakistana cresciuta in Arabia Saudita laureata in farmacia con cui Farook, il docile, integrato ispettore sanitario della contea si sposò nel 2014 alla Mecca. I due si sono forse conosciuti attraverso internet. «Come marito posso dirvi che in tutti i matrimoni esiste una misura di influenza» ha detto nell’ultima conferenza stampa il responsabile delle indagini Fbi, facendo balenare l’ipotesi di plagio integralista da parte della donna ventinovenne. Una possibile «sposa manciuriana», insomma, volata nella profonda provincia americana dal cuore integralista del Punjab pakistano, epicentro di reclutamento islamico. Nell’ipotesi più azzardata, una jihadista che avrebbe adescato un tranquillo musulmano di seconda generazione, che nelle inserzioni online aveva cercato una «compagna che indossi il niqab». Qualunque sia stata la dinamica si delineerebbe una «immersione profonda» della coppia nell’insospettabilità di provincia; dall’appartamentino bilocale, l’auto d’ordinanza nel garage, l’impiego statale e la figlia neonata nella culla.
Una vita «sotto al radar» per una strage americana, a partire dalle vittime, piccoli impiegati pubblici che sono anche loro uno spaccato di provincia multietnica americana: l’ebreo messianico (con cui Farook avrebbe avuto diverbi ideologico-religiosi), l’afroamericana, la vietnamita di seconda generazione, gli ispanici. Assieme hanno trovato la morte assurda mentre scaldavano le vivande di una colazione aziendale di fine anno per mano di natural born killers piombati in mezzo al tranquillo tableaux. Se si rivelassero effettivamente agenti della «guerra», se il conflitto globale fra occidente e islam fosse infine giunto «ufficialmente» in terra americana, lo scontro di civiltà sarebbe sbarcato in una terra fertile: intrisa di fondamentalismo religioso, portata ai fanatismi. E satura di armi da fuoco.
San Bernardino, sonnolento sobborgo di 200 mila anime di uno degli hinterland più depressi della California, ha nella fattispecie 100 e passa parrocchie cristiane, 11 negozi di armi e dieci poligoni di tiro aperti al pubblico (anche se tutti sanno che per divertirsi un po’ con la pistola basta andare nel vicino deserto del Mojave). Questa è la capitale dell’Inland Empire – l’altisonante nome ironicamente omaggiato qualche anno fa da un film di David Lynch. In realtà San Bernardino al massimo è capitale di un impero del declino, un sobborgo al centro del cataclisma dei subprime, la gigantesca speculazione a base di muti «carta straccia» imbastita da banche e Wall Street specialmente sulle spalle dei proletariati “periferici” fino al catastrofico crack del 2008. Qui nella fattispecie il tracollo ha costretto il comune a dichiarare nel 2012 la bancarotta – maggiore città californiana a formalizzare il fallimento.
Oggi vicino alle chiese e ai commercianti di pistole ci sono anche quattro moschee, in realtà poco più di modeste cassette su strade polverose adibite al culto della comunità musulmana. Una suburbia multietnica come tante che si è trasformata nella capitale delle psicosi amalgamate di un’America in preda a una crisi di nervi. In questa fatiscente palude in cui da tempo è impantanato l’american dream, sembra ora cadere anche il mito dell’ingranaggio assimilatore di cui i Farook erano in apparenza paradigmatico esempio.
Da qui i postumi della strage di mercoledì continuano ad emanare concentricamente sul paese alimentando dibattiti e narrazioni sovrapposte il cui comune denominatore è l’endemica violenza. Neppure la strage di innocenti alla scuola elementare di Sandy Hook, ad esempio, è finora servita a imporre regole più severe sull’accesso alle armi. E poco dopo i fatti in California il senato ha bocciato un emendamento che avrebbe vietato l’acquisto di armi agli individui già inseriti nelle liste no-fly delle compagnie aeree. I repubblicani fautori della guerra a oltranza e dei metodi Guantanamo, sulle armi hanno motivato il voto contrario con la difesa dei «diritti individuali».
Ora alle esortazioni di Obama si sono aggiunte quelle del New York Times e di molti autorevoli politici. La domanda che sintetizza l’America post-San Bernardino è se una psicosi – quella del terrorismo islamico — potrà prevalere su una psicopatologia nazionale, l’attaccamento fisiologico, totemico, costituzionalmente codificato, alle armi da fuoco. Il dibattito è certamente riaperto anche se sembra evidente che con 330 milioni idi armi in mano alla cittadinanza non basterebbero norme sull’acquisto a modificare “l’anomalia” americana, in assenza di un ricambio generazionale e culturale disposto a ridiscutere il secondo emendamento – quello che elèva il porto d’armi a sacrosanto diritto costituzionale. Fino ad allora discorsi e corsivi servono solo a delineare i contorni di due Americhe profondamente dissociate: donne e minoranze urbane a favore delle riforme, contro i maschi bianchi prevalentemente di provincia, intransigenti e con in mano il grosso delle armi.
Questi ultimi comprendono una grossa fetta di supporter di Donald Trump che ha subito consolidato il proprio primato fra i candidati repubblicani (36%) invocando più forte degli altri una non meglio precisata «guerra totale» e la distribuzione di altre armi ai cittadini.
il manifesto 6.12.15
Due anni di renzismo (ir)realizzato
di Michele Prospero
L’8 dicembre di due anni fa Renzi è diventato il segretario del Pd. Per chi della velocità aveva fatto un mito, e dall’energia creativa del corpo del capo aveva ricavato l’attestato della garanzia di successo, due anni di potere sono un tempo enorme, valido per sopportare una verifica. Una radiografia l’ha fornita il rapporto Censis con la metafora bruciante del paese in «letargo». Quando Renzi concluse la sua marcia trionfale tra i gazebo, raccolse, oltre al sostegno di ambienti esterni pronti a finanziare una scalata ostile, anche un’ansia di successo, sfumato nel 2013, e un bisogno di rinnovamento delle classi dirigenti. Un biennio di leadership incontrastata basta però per lasciar appassire i sogni di gloria e per smentire ogni attesa di ricambio effettivo nelle pratiche e nei volti del ceto politico locale.
Il governo della mancia per tutti non attira un voto in più al Pd. E le sue disinvolte e creative misure economiche non agganciano la ripresa, anzi aggravano il divario con il passo spedito di altri partner europei. Le esclusioni sociali crescono, l’evasione fiscale e contributiva regna incontrastata, il differenziale territoriale si acuisce, i servizi pubblici, la sanità deperiscono. Galleggia l’illegalità, solerte è la misura per il salvataggio delle banche amiche.
Le imprese, incassato l’oro delle decontribuzioni e dei tagli Irap, continuano a rigettare ogni strategia competitiva fondata sull’innovazione e la qualità. Con la libertà di licenziamento, sancita dalle nuove leggi sul mercato del lavoro varate dal governo, le aziende si sentono protette da una irresistibile corazza. E pensano di proseguire nella strada della competizione al ribasso, tramite la marginalizzazione del sindacato, la precarietà camuffata dalle tutele crescenti. Il basso costo del lavoro è loro garantito in eterno dal potere di licenziare con modico indennizzo monetario.
Presto il nero diventerà la figura dominante nei rapporti contrattuali perché, dopo 40 anni di lavoro e con una pensione che non sarà di molto superiore a quella sociale, al dipendente risulterà più conveniente chiedere di essere pagato in nero, così almeno potrà racimolare qualche spicciolo in più dal mancato versamento dei contributi. Senza una politica degli investimenti, e senza una crescita dei salari pubblici e privati (altro che mance graziosamente elargite, senza alcun progetto di società), il sistema si avvita in una spirale regressiva e catastrofica.
Questo biennio perduto lascerà ferite sociali e politiche difficili da rimarginare. La volontà del capo di governo di presentarsi come il generoso protettore di tutta la nazione, che distribuisce bonus e mance ai ragazzi, ai carabinieri, agli insegnanti, non solo disperde risorse preziose, perché scarse, senza alcun risultato tangibile nell’inclusione sociale ma non viene premiato nella sua spericolata raccolta del consenso clientelare due punto zero.
Ha un bel dire Paolo Mieli che Renzi non è un capo divisivo, ma vive nella splendida condizione di chi ha la felice fisionomia di un leader vincente che scavalca mirabilmente gli steccati e pesca fiducia ovunque. Ascoltando meglio gli umori reali, non mancherà la percezione di un vivo sentimento di inimicizia, e anche di odio politico, che cresce e impedisce allo statista di Rignano di sfondare, nonostante l’infinita presenza in video, il sostegno generale dei media, il gradimento dei poteri che influenzano, la smobilitazione della destra.
Non basta, per rimediare alla deriva, raccogliere l’invito a costruire il partito, senza il quale, in effetti, tra il capo e il territorio esiste solo un solidissimo vuoto. Il problema è che Renzi non può costruire un partito, per ragioni strutturali. Ha distrutto quel poco di organizzazione che rimaneva, costringendo alla fuga gli illusi che fingevano di ritrovare nei gazebo i residui di vecchie simbologie e nei comitati elettorali degli affaristi in carriera i detriti di memorie, e non può edificare una nuova struttura, con gli eventi fuggevoli dei mille banchetti.
A Renzi il partito serve solo come fonte di legittimità per ordinare lo «stai sereno» e per continuare ad abitare a palazzo Chigi finché vuole. Non ha una cultura moderna della leadership, ma sprigiona solo una caricaturale infatuazione per i simboli esteriori del comando da caserma. Non è vero quello che ha raccontato Eugenio Scalfari a Otto e mezzo, e cioè che Renzi comanda da solo perché in tutte le democrazie avviene così.
Ovunque esistono gruppi dirigenti rispettati e non trattati come subalterni inoffensivi con cui il capo scherza nelle direzioni in diretta streaming. Ogni capo convive con oligarchie agguerrite, con gruppi parlamentari non arrendevoli. Persino Obama ne sa qualcosa. E il nuovo leader laburista Corbyn ha avuto l’investitura del partito ma i gruppi parlamentari, espressioni di un’altra cultura politica, non si piegano, e resistono anche platealmente alle sue direttive in politica estera. Non fanno come i deputati del Pd, designati per l’ottanta per cento come seguaci di Bersani, e poi tutti inginocchiati a riverire il nuovo padrone senza mai un cenno di disobbedienza.
Se ci fosse stato un partito, Renzi non lo avrebbe mai scalato, e se avesse, dopo la conquista, ricostruito un partito, proprio i suoi dirigenti lo avrebbero già disarcionato, per una manifesta inattitudine alla leadership autorevole. Altrove a togliere di mezzo un capo che ha perso le regionali, ha liquidato il nucleo organizzativo del partito, costretto alla diserzione la membership, manifestato una palese inadeguatezza al governo e naviga in chiaro affanno nei sondaggi, sarebbe il suo stesso partito. Ma la fortuna di Renzi è di non avere un partito. E può accontentarsi di un simulacro che gli dà i gradi di comandante di giornata.
Due anni terribili di deconsolidamento della democrazia costituzionale e del lavoro sono trascorsi e c’è poco da festeggiare con banchetti unitari in prossimità della catastrofe. Il solo auspicio è che l’odio e la delusione che covano nella sinistra ferita si trasformino in politica, e ci siano classi dirigenti pronte a raccogliere la difficile impresa, di ricominciare con un pensiero critico dopo il forte rumore dello schianto.
il manifesto 6.12.15
Renzi, sofferenza bancaria
Governo. Gli enti di credito come quello di papà Boschi salvati a spese dei risparmiato. L'esecutivo tenta di metterci una pezza, ma non sarà per tutti. Il presidente del Consiglio sente la protesta e prova a difendersi: «Abbiamo salvato quattro istituti che altrimenti avrebbero chiuso»
di Andrea Colombo
ROMA Stavolta Renzi tornerà parzialmente indietro. Il decreto salvabanche verrà modificato con un emendamento inserito nella legge di stabilità: per salvare i piccoli azionisti, che il governo aveva svaligiato defraudandoli dei loro risparmi, ma soprattutto per salvare il governo e il partito da un’ondata di piena che minaccia di travolgerli. Verrà istituito un «fondo di solidarietà», al quale concorreranno le stesse banche e il governo. In quale misura i salvati parteciperanno al fondo è ancora incerto. Potrebbe trattarsi della metà del totale, come chiedono le medesime banche, oppure dei due terzi,come preferirebbe il governo.
Neppure sulla cifra complessiva però c’è chiarezza. Renzi e Padoan lo vorrebbero di 100 milioni, ma in commissione Bilancio lo stesso Pd insiste per portarlo a 120. «Con la perdita di valore delle azioni — afferma il presidente della commissione Boccia — il governo non c’entra nulla, perché è un bubbone che ha ereditato. Per trovare una soluzione c’è bisogno del contributo di tutti e la cifra di 120 milioni individuata dal Pd è quella giusta». È un particolare di non poco conto, dal momento che i piccoli azionisti alla fine ci perderanno certamente: si tratta di capire quanto.
Non è detto che il rebus venga sciolto oggi: più probabilmente gli emendamenti chiave verranno congelati e la discussione rinviata a quando sarà stata trovata la quadra. La commissione bilancio di Montecitorio, riunita in sessione domenicale, discuterà con sul collo il fiato di degli stessi azionisti, che hanno convocato una manifestazione di fronte alla camera. Il partito che avvertirà più direttamente la tensione è proprio il Pd: perché è il partito-governo ma soprattutto perché i piccoli azionisti dei quattro istituti salvati (Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara, Cassa di risparmio della provincia di Chieti) rappresentano un campione esemplare dell’elettorato del Pd, quello delle regioni rosse: Toscana, Emilia, Umbria. In tutto, i defraudati sono 130mila, e il valore delle azioni vaporizzate nel giro di poche ore si aggira sui 780 milioni di euro.
Sulla manifestazione, organizzata dalle «Vittime del salvabanche», ha già messo il cappello l’M5S. Grillo ha invitato i suoi ad appoggiare la protesta convocata per le 15: «Il Pd ha salvato le banche, ora salviamo i risparmiatori». Retorica facile, ma in questo caso innegabilmente efficace. Salvini, che promette di manifestare anche lui giovedì prossimo ad Arezzo, va giù più duro: «Il governo ha salvato Banca Etruria (la signorina Boschi ne sa qualcosa?) fregando azionisti e obbligazionisti».
Tanto è vistoso l’arrembaggio dei pentastellati e dei leghisti, altrettanto è palese l’imbarazzo del governo. Centinaia di mail e messaggi inviati davvero a tutti, Matteo Renzi incluso, e un’ostilità che nelle città dissanguate si avverte per le strade, hanno chiarito che l’incidente è serio e grave. La Boschi, il cui padre è vicepresidente di Banca Etruria, ha preferito disertare i banchetti della sua Arezzo ripiegando su Ercolano. Persino Renzi ha perso un po’ dell’abituale tracotanza: «È una questione delicata. Il punto centrale è che senza il governo quattro banche avrebbero chiuso. Ora stiamo studiando qualche forma di sollievo a un particolare tipo di titolari di obbligazioni».
Sulla carta il premier non ha torto. Di fatto il governo — consigliato anche del geniaccio della finanza nonché amicone David Serra — e Bankitalia, nella fretta di salvare le banche, non hanno minimamente preso in considerazione la differenza tra i grandi azionisti e obbligazionisti e i piccoli risparmiatori. In teoria anche questi ultimi hanno «accettato il rischio» di condividere la sorte della banca. In realtà nella stragrande maggioranza dei casi, si sono limitati ad accogliere il consiglio che gli veniva fornito dai funzionari della banca stessa, investendo in quello che veniva indicato come un porto sicuro. L’emendamento con annesso fondo ci metterà una pezza. Non restituirà tutto. Non cancellerà la rabbia.
il manifesto 6.12.15
Banche, le perdite dei piccoli
di Vincenzo Comito
C’era voluta molta fantasia per riuscire a varare il salvataggio di quattro banche di periferia, operazione sulla quale i giornali hanno dato molte informazioni. Il fallimento era dovuto al convergere armonioso di un comune sentire tra manager corrotti, imprenditori arruffoni e corruttori, consigli di amministrazione, collegi sindacali, enti pubblici, partiti di governo e di opposizione, ignari e/o complici, nonché di una Banca d’Italia lenta nei suoi accertamenti e nelle sue decisioni. Diverse soluzioni per la chiusura della partita erano state scartate per il severo scrutinio delle autorità europee, attente custodi di una esclusione dei soldi pubblici da qualsiasi salvataggio. Si era infine deciso di chiudere in fretta l’operazione prima della scadenza fatidica del 1 gennaio 2016, quando le regole dei salvataggi cambieranno. Mentre sino a fine dicembre 2015 obbligazionisti ordinari e depositanti oltre i 100mila euro sono esentati dalla partecipazione alle perdite, che riguarda solo gli azionisti ordinari e di risparmio e gli obbligazionisti subordinati, con il nuovo anno invece tutte le categorie dovranno partecipare al sacrificio.
Il provvedimento varato dal governo presentava diversi problemi. Intanto per salvare i quattro istituti si è utilizzato interamente il fondo di risoluzione a tale fine istituito, non solo per quanto riguarda i contributi versati ma anche per quelli di competenza dei prossimi tre anni. Nessuno sa cosa succederà se qualche altra banca andrà in crisi. Poi c’è il problema degli azionisti di risparmio e degli obbligazionisti subordinati, che perdono tutto; sembra che soltanto in questa categoria siano comprese circa 130mila persone, per un capitale di quasi 800 milioni. Si tratta spesso, anche se non sempre, di piccoli risparmiatori, spesso ignari dei rischi a cui andavano incontro e di frequente sollecitati dai funzionari dei vari istituti a comprare della carta straccia. Non si sa se prendersela di più con questi impiegati, spesso anche loro poco edotti di quello che fanno, spronati dai capi e con la prospettiva di guadagnare qualche euro in più, o con dei risparmiatori avidi di rendimenti fuori misura e che non conoscono le basilari regole della finanza. Il governo, sentendo ora la minaccia di perdere voti, si mobilita. Sono in campo due diverse proposte per venire incontro alla rabbia dei risparmiatori. Da una parte si vorrebbe distribuire 120 milioni di euro solo a chi dimostrerà lo stato di bisogno — non si sa come-, dall’altra invece si fornirebbe ai contribuenti un credito d’imposta pari al 26% delle perdite subite. Nel frattempo, come al solito, anche la Consob fa forse finta di arrabbiarsi e di mobilitarsi. Nessuno ovviamente pensa a varare delle politiche di prevenzione. Con una migliore informazione finanziaria e una vigilanza più attenta degli organi preposti.
il manifesto 6.12.15
Primarie il 28 febbraio, ma è pasticcio alla milanese
Pisapia 'giocatore' e non più arbitro nella corsa dei gazebo fa innervosire il Pd
Ma a sinistra Sel ora rischia l'implosione
di Daniela Preziosi
Il pasticciaccio brutto stavolta — e per una volta — non si consuma nella romanissima via Merulana, ma nella milanesissima Piazza della Scala, a Palazzo Marino. Nella capitale lombarda la matassa delle primarie si ingarbuglia ad alta velocità. E se presto qualcuno non si fermerà a rimettere il bandolo al suo posto la premiata ditta Pisapia rischia di trasformarsi da luminoso modello di alleanza (in maggioranza ha anche il Prc) a modello di scissione a sinistra.
Ieri il giovane segretario del Pd Pietro Bussolati (colomba renziana) ha rivolto una preghiera ai vendoliani di rito milanese, fedeli di Pisapia: «Sel ha rotto le alleanze ovunque, noi abbiamo lavorato in questi mesi perché ci sia un’alleanza del centrosinistra qua, continueremo. Però è Sel che deve decidere facendo chiarezza». In realtà venerdì sera è stato il Pd milanese a far saltare l’incontro del tavolo che avrebbe dovuto dare l’ok all’inizio della raccolta delle firme per le candidature alle primarie, che doveva partire domani e concludersi dopo un mese. Formalmente la delegazione dem non si è presentata in polemica con il sindaco che, tornato dall’incontro con Renzi a Roma (poi ripartito per Parigi, da dove è rientrato ieri sera), avrebbe deciso da solo lo spostamento delle primarie dal 7 marzo al 28. Ieri Pisapia ha cercato di mettere pace nella sua nervosissima famiglia: «Come data delle primarie propongo il 28 febbraio perché i candidati abbiano il tempo di presentare il proprio progetto di città. Su questa tempistica non ho avuto valutazioni negative e confido che al più presto si riunisca il tavolo della coalizione per un accordo condiviso». In questo caso a raccolta delle firme inizierebbe domani e finirebbe il 20 gennaio.
Ma non è la data delle primarie a innervosire il Pd quanto il cambio di ruolo dello stesso Pisapia nella vicenda dei gazebo: da arbitro a giocatore. Perché di fronte ai tanti segnali di sostegno di Renzi a Sala, il sindaco ha risposto con intensità uguale e contraria lanciando e benedicendo la sua vice Francesca Balzani. Nulla di ufficiale, ancora. Del resto entrambe le candidature, Sala e Balzani, formalmente ancora non esistono.
In questi giorni a Milano i vendoliani sono sottoposti a richieste di giuramento sulla lealtà in caso di vittoria ai gazebo di Sala. La cosa non giova ai rapporti fra alleati. Del resto non è un segreto che un pezzo della sinistra non digerisce Mister Expo e non lo voterà. Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale di Sel, lo ha detto al Corriere della sera: «Se accettassimo il vincolo delle primarie e poi lui vincesse saremmo costretti ad appoggiarlo e questo non lo possiamo fare». In questo delicato shangai la Sel milanese tenta un equilibrio: «Sala è un corpo estraneo all’alleanza, non possiamo decidere al buio. Ma in caso di scelte dilemmatiche l’ultima parola spetterà agli organismi dirigenti della città», spiega la segretaria Anita Pirovano. La novità però è ch il sindaco Pisapia si va convincendo che Balzani, con il suo appoggio, può vincere su Sala. E che, come spiega chi ci ha parlato, l’elettore di centrosinistra non potendo votare «per Giuliano» sarebbe pronto a votare «con Giuliano».
Purché però si risolva un punto dirimente: che i nomi della sinistra non siano due. Come sono oggi: a fronte di una candidata in pectore, la vicesindaco, a sinistra c’è Pier Francesco Majorino, in corsa da giugno. Che peraltro non ha preso bene il lancio della nuova sfidante e a oggi non ha intenzione di ritirarsi. Ieri su facebook ’Pier’ ha chiesto «che la raccolta firme inizi presto» e che «non si giochi con l’alleanza di centrosinistra: se qualcuno vuole fare a Milano la coalizione che governa il Paese ce lo si dica (e a quel punto è davvero inutile farle, le primarie). Meglio il divorzio breve che l’agonia lunga». Ce l’ha con Renzi. Ma anche con Sel. Anzi con tutta ’Si’, Sinistra italiana. Venerdì infatti anche Stefano Fassina, candidato a Roma fuori dalle primarie, ha spiegato che Sala «non rappresenta la pluralità di interessi e culture politiche che Pisapia teneva assieme».
Oggi Pisapia sarà a Sky, ospite del programma di Maria Latella. Con ogni probabilità sarà un ’Pisapia’ ormai giocatore delle primarie. E in questo caso la sinistra, quella milanese e quella ’italiana’, dovrà farci i conti.
A San Bernardino, tutta chiese e armi, una strage americana
Per l’Fbi è terrorismo, ma sulla tranquilla coppietta di periferia che diventa un commando assassino gli interrogativi restano
Da «suburbia» multietnica a capitale delle psicosi da guerra di civiltà. Ma se l’Is fosse giunto ufficialmente fin qui, avrebbe trovato una terra già satura di fondamentalismi e pistole
di Luca Celada
LOS ANGELES All’indomani dell’«ufficializzazione» della pista terrorista da parte dell’Fbi, rimangono tuttavia più interrogativi che risposte sui retroscena della strage di San Bernardino. Alcuni elementi sembrano a questo punto affiancarla ai gesti compiuti da «individui radicalizzati» come l’attentato alla maratona di Boston o la strage di Fort Hood da parte di Nidal Hasan nel 2009. Lo indicherebbero la meticolosità dei preparativi, l’arsenale ammassato da Syed Rizawan Farook e Tashfeen Malik, la tranquilla coppietta di periferia trasformatasi in commando assassino. Ci sarebbe poi quell post su Facebook, sincrono al massacro, in cui, con uno pesudonimo, Tashfeen Malik, avrebbe «giurato» fedeltà allo «sceicco» Abu Bakr al-Baghdadi.
L’attenzione degli inquirenti al momento è soprattutto su di lei, la ragazza di buona famiglia integralista pakistana cresciuta in Arabia Saudita laureata in farmacia con cui Farook, il docile, integrato ispettore sanitario della contea si sposò nel 2014 alla Mecca. I due si sono forse conosciuti attraverso internet. «Come marito posso dirvi che in tutti i matrimoni esiste una misura di influenza» ha detto nell’ultima conferenza stampa il responsabile delle indagini Fbi, facendo balenare l’ipotesi di plagio integralista da parte della donna ventinovenne. Una possibile «sposa manciuriana», insomma, volata nella profonda provincia americana dal cuore integralista del Punjab pakistano, epicentro di reclutamento islamico. Nell’ipotesi più azzardata, una jihadista che avrebbe adescato un tranquillo musulmano di seconda generazione, che nelle inserzioni online aveva cercato una «compagna che indossi il niqab». Qualunque sia stata la dinamica si delineerebbe una «immersione profonda» della coppia nell’insospettabilità di provincia; dall’appartamentino bilocale, l’auto d’ordinanza nel garage, l’impiego statale e la figlia neonata nella culla.
Una vita «sotto al radar» per una strage americana, a partire dalle vittime, piccoli impiegati pubblici che sono anche loro uno spaccato di provincia multietnica americana: l’ebreo messianico (con cui Farook avrebbe avuto diverbi ideologico-religiosi), l’afroamericana, la vietnamita di seconda generazione, gli ispanici. Assieme hanno trovato la morte assurda mentre scaldavano le vivande di una colazione aziendale di fine anno per mano di natural born killers piombati in mezzo al tranquillo tableaux. Se si rivelassero effettivamente agenti della «guerra», se il conflitto globale fra occidente e islam fosse infine giunto «ufficialmente» in terra americana, lo scontro di civiltà sarebbe sbarcato in una terra fertile: intrisa di fondamentalismo religioso, portata ai fanatismi. E satura di armi da fuoco.
San Bernardino, sonnolento sobborgo di 200 mila anime di uno degli hinterland più depressi della California, ha nella fattispecie 100 e passa parrocchie cristiane, 11 negozi di armi e dieci poligoni di tiro aperti al pubblico (anche se tutti sanno che per divertirsi un po’ con la pistola basta andare nel vicino deserto del Mojave). Questa è la capitale dell’Inland Empire – l’altisonante nome ironicamente omaggiato qualche anno fa da un film di David Lynch. In realtà San Bernardino al massimo è capitale di un impero del declino, un sobborgo al centro del cataclisma dei subprime, la gigantesca speculazione a base di muti «carta straccia» imbastita da banche e Wall Street specialmente sulle spalle dei proletariati “periferici” fino al catastrofico crack del 2008. Qui nella fattispecie il tracollo ha costretto il comune a dichiarare nel 2012 la bancarotta – maggiore città californiana a formalizzare il fallimento.
Oggi vicino alle chiese e ai commercianti di pistole ci sono anche quattro moschee, in realtà poco più di modeste cassette su strade polverose adibite al culto della comunità musulmana. Una suburbia multietnica come tante che si è trasformata nella capitale delle psicosi amalgamate di un’America in preda a una crisi di nervi. In questa fatiscente palude in cui da tempo è impantanato l’american dream, sembra ora cadere anche il mito dell’ingranaggio assimilatore di cui i Farook erano in apparenza paradigmatico esempio.
Da qui i postumi della strage di mercoledì continuano ad emanare concentricamente sul paese alimentando dibattiti e narrazioni sovrapposte il cui comune denominatore è l’endemica violenza. Neppure la strage di innocenti alla scuola elementare di Sandy Hook, ad esempio, è finora servita a imporre regole più severe sull’accesso alle armi. E poco dopo i fatti in California il senato ha bocciato un emendamento che avrebbe vietato l’acquisto di armi agli individui già inseriti nelle liste no-fly delle compagnie aeree. I repubblicani fautori della guerra a oltranza e dei metodi Guantanamo, sulle armi hanno motivato il voto contrario con la difesa dei «diritti individuali».
Ora alle esortazioni di Obama si sono aggiunte quelle del New York Times e di molti autorevoli politici. La domanda che sintetizza l’America post-San Bernardino è se una psicosi – quella del terrorismo islamico — potrà prevalere su una psicopatologia nazionale, l’attaccamento fisiologico, totemico, costituzionalmente codificato, alle armi da fuoco. Il dibattito è certamente riaperto anche se sembra evidente che con 330 milioni idi armi in mano alla cittadinanza non basterebbero norme sull’acquisto a modificare “l’anomalia” americana, in assenza di un ricambio generazionale e culturale disposto a ridiscutere il secondo emendamento – quello che elèva il porto d’armi a sacrosanto diritto costituzionale. Fino ad allora discorsi e corsivi servono solo a delineare i contorni di due Americhe profondamente dissociate: donne e minoranze urbane a favore delle riforme, contro i maschi bianchi prevalentemente di provincia, intransigenti e con in mano il grosso delle armi.
Questi ultimi comprendono una grossa fetta di supporter di Donald Trump che ha subito consolidato il proprio primato fra i candidati repubblicani (36%) invocando più forte degli altri una non meglio precisata «guerra totale» e la distribuzione di altre armi ai cittadini.
il manifesto 6.12.15
Due anni di renzismo (ir)realizzato
di Michele Prospero
L’8 dicembre di due anni fa Renzi è diventato il segretario del Pd. Per chi della velocità aveva fatto un mito, e dall’energia creativa del corpo del capo aveva ricavato l’attestato della garanzia di successo, due anni di potere sono un tempo enorme, valido per sopportare una verifica. Una radiografia l’ha fornita il rapporto Censis con la metafora bruciante del paese in «letargo». Quando Renzi concluse la sua marcia trionfale tra i gazebo, raccolse, oltre al sostegno di ambienti esterni pronti a finanziare una scalata ostile, anche un’ansia di successo, sfumato nel 2013, e un bisogno di rinnovamento delle classi dirigenti. Un biennio di leadership incontrastata basta però per lasciar appassire i sogni di gloria e per smentire ogni attesa di ricambio effettivo nelle pratiche e nei volti del ceto politico locale.
Il governo della mancia per tutti non attira un voto in più al Pd. E le sue disinvolte e creative misure economiche non agganciano la ripresa, anzi aggravano il divario con il passo spedito di altri partner europei. Le esclusioni sociali crescono, l’evasione fiscale e contributiva regna incontrastata, il differenziale territoriale si acuisce, i servizi pubblici, la sanità deperiscono. Galleggia l’illegalità, solerte è la misura per il salvataggio delle banche amiche.
Le imprese, incassato l’oro delle decontribuzioni e dei tagli Irap, continuano a rigettare ogni strategia competitiva fondata sull’innovazione e la qualità. Con la libertà di licenziamento, sancita dalle nuove leggi sul mercato del lavoro varate dal governo, le aziende si sentono protette da una irresistibile corazza. E pensano di proseguire nella strada della competizione al ribasso, tramite la marginalizzazione del sindacato, la precarietà camuffata dalle tutele crescenti. Il basso costo del lavoro è loro garantito in eterno dal potere di licenziare con modico indennizzo monetario.
Presto il nero diventerà la figura dominante nei rapporti contrattuali perché, dopo 40 anni di lavoro e con una pensione che non sarà di molto superiore a quella sociale, al dipendente risulterà più conveniente chiedere di essere pagato in nero, così almeno potrà racimolare qualche spicciolo in più dal mancato versamento dei contributi. Senza una politica degli investimenti, e senza una crescita dei salari pubblici e privati (altro che mance graziosamente elargite, senza alcun progetto di società), il sistema si avvita in una spirale regressiva e catastrofica.
Questo biennio perduto lascerà ferite sociali e politiche difficili da rimarginare. La volontà del capo di governo di presentarsi come il generoso protettore di tutta la nazione, che distribuisce bonus e mance ai ragazzi, ai carabinieri, agli insegnanti, non solo disperde risorse preziose, perché scarse, senza alcun risultato tangibile nell’inclusione sociale ma non viene premiato nella sua spericolata raccolta del consenso clientelare due punto zero.
Ha un bel dire Paolo Mieli che Renzi non è un capo divisivo, ma vive nella splendida condizione di chi ha la felice fisionomia di un leader vincente che scavalca mirabilmente gli steccati e pesca fiducia ovunque. Ascoltando meglio gli umori reali, non mancherà la percezione di un vivo sentimento di inimicizia, e anche di odio politico, che cresce e impedisce allo statista di Rignano di sfondare, nonostante l’infinita presenza in video, il sostegno generale dei media, il gradimento dei poteri che influenzano, la smobilitazione della destra.
Non basta, per rimediare alla deriva, raccogliere l’invito a costruire il partito, senza il quale, in effetti, tra il capo e il territorio esiste solo un solidissimo vuoto. Il problema è che Renzi non può costruire un partito, per ragioni strutturali. Ha distrutto quel poco di organizzazione che rimaneva, costringendo alla fuga gli illusi che fingevano di ritrovare nei gazebo i residui di vecchie simbologie e nei comitati elettorali degli affaristi in carriera i detriti di memorie, e non può edificare una nuova struttura, con gli eventi fuggevoli dei mille banchetti.
A Renzi il partito serve solo come fonte di legittimità per ordinare lo «stai sereno» e per continuare ad abitare a palazzo Chigi finché vuole. Non ha una cultura moderna della leadership, ma sprigiona solo una caricaturale infatuazione per i simboli esteriori del comando da caserma. Non è vero quello che ha raccontato Eugenio Scalfari a Otto e mezzo, e cioè che Renzi comanda da solo perché in tutte le democrazie avviene così.
Ovunque esistono gruppi dirigenti rispettati e non trattati come subalterni inoffensivi con cui il capo scherza nelle direzioni in diretta streaming. Ogni capo convive con oligarchie agguerrite, con gruppi parlamentari non arrendevoli. Persino Obama ne sa qualcosa. E il nuovo leader laburista Corbyn ha avuto l’investitura del partito ma i gruppi parlamentari, espressioni di un’altra cultura politica, non si piegano, e resistono anche platealmente alle sue direttive in politica estera. Non fanno come i deputati del Pd, designati per l’ottanta per cento come seguaci di Bersani, e poi tutti inginocchiati a riverire il nuovo padrone senza mai un cenno di disobbedienza.
Se ci fosse stato un partito, Renzi non lo avrebbe mai scalato, e se avesse, dopo la conquista, ricostruito un partito, proprio i suoi dirigenti lo avrebbero già disarcionato, per una manifesta inattitudine alla leadership autorevole. Altrove a togliere di mezzo un capo che ha perso le regionali, ha liquidato il nucleo organizzativo del partito, costretto alla diserzione la membership, manifestato una palese inadeguatezza al governo e naviga in chiaro affanno nei sondaggi, sarebbe il suo stesso partito. Ma la fortuna di Renzi è di non avere un partito. E può accontentarsi di un simulacro che gli dà i gradi di comandante di giornata.
Due anni terribili di deconsolidamento della democrazia costituzionale e del lavoro sono trascorsi e c’è poco da festeggiare con banchetti unitari in prossimità della catastrofe. Il solo auspicio è che l’odio e la delusione che covano nella sinistra ferita si trasformino in politica, e ci siano classi dirigenti pronte a raccogliere la difficile impresa, di ricominciare con un pensiero critico dopo il forte rumore dello schianto.
il manifesto 6.12.15
Renzi, sofferenza bancaria
Governo. Gli enti di credito come quello di papà Boschi salvati a spese dei risparmiato. L'esecutivo tenta di metterci una pezza, ma non sarà per tutti. Il presidente del Consiglio sente la protesta e prova a difendersi: «Abbiamo salvato quattro istituti che altrimenti avrebbero chiuso»
di Andrea Colombo
ROMA Stavolta Renzi tornerà parzialmente indietro. Il decreto salvabanche verrà modificato con un emendamento inserito nella legge di stabilità: per salvare i piccoli azionisti, che il governo aveva svaligiato defraudandoli dei loro risparmi, ma soprattutto per salvare il governo e il partito da un’ondata di piena che minaccia di travolgerli. Verrà istituito un «fondo di solidarietà», al quale concorreranno le stesse banche e il governo. In quale misura i salvati parteciperanno al fondo è ancora incerto. Potrebbe trattarsi della metà del totale, come chiedono le medesime banche, oppure dei due terzi,come preferirebbe il governo.
Neppure sulla cifra complessiva però c’è chiarezza. Renzi e Padoan lo vorrebbero di 100 milioni, ma in commissione Bilancio lo stesso Pd insiste per portarlo a 120. «Con la perdita di valore delle azioni — afferma il presidente della commissione Boccia — il governo non c’entra nulla, perché è un bubbone che ha ereditato. Per trovare una soluzione c’è bisogno del contributo di tutti e la cifra di 120 milioni individuata dal Pd è quella giusta». È un particolare di non poco conto, dal momento che i piccoli azionisti alla fine ci perderanno certamente: si tratta di capire quanto.
Non è detto che il rebus venga sciolto oggi: più probabilmente gli emendamenti chiave verranno congelati e la discussione rinviata a quando sarà stata trovata la quadra. La commissione bilancio di Montecitorio, riunita in sessione domenicale, discuterà con sul collo il fiato di degli stessi azionisti, che hanno convocato una manifestazione di fronte alla camera. Il partito che avvertirà più direttamente la tensione è proprio il Pd: perché è il partito-governo ma soprattutto perché i piccoli azionisti dei quattro istituti salvati (Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara, Cassa di risparmio della provincia di Chieti) rappresentano un campione esemplare dell’elettorato del Pd, quello delle regioni rosse: Toscana, Emilia, Umbria. In tutto, i defraudati sono 130mila, e il valore delle azioni vaporizzate nel giro di poche ore si aggira sui 780 milioni di euro.
Sulla manifestazione, organizzata dalle «Vittime del salvabanche», ha già messo il cappello l’M5S. Grillo ha invitato i suoi ad appoggiare la protesta convocata per le 15: «Il Pd ha salvato le banche, ora salviamo i risparmiatori». Retorica facile, ma in questo caso innegabilmente efficace. Salvini, che promette di manifestare anche lui giovedì prossimo ad Arezzo, va giù più duro: «Il governo ha salvato Banca Etruria (la signorina Boschi ne sa qualcosa?) fregando azionisti e obbligazionisti».
Tanto è vistoso l’arrembaggio dei pentastellati e dei leghisti, altrettanto è palese l’imbarazzo del governo. Centinaia di mail e messaggi inviati davvero a tutti, Matteo Renzi incluso, e un’ostilità che nelle città dissanguate si avverte per le strade, hanno chiarito che l’incidente è serio e grave. La Boschi, il cui padre è vicepresidente di Banca Etruria, ha preferito disertare i banchetti della sua Arezzo ripiegando su Ercolano. Persino Renzi ha perso un po’ dell’abituale tracotanza: «È una questione delicata. Il punto centrale è che senza il governo quattro banche avrebbero chiuso. Ora stiamo studiando qualche forma di sollievo a un particolare tipo di titolari di obbligazioni».
Sulla carta il premier non ha torto. Di fatto il governo — consigliato anche del geniaccio della finanza nonché amicone David Serra — e Bankitalia, nella fretta di salvare le banche, non hanno minimamente preso in considerazione la differenza tra i grandi azionisti e obbligazionisti e i piccoli risparmiatori. In teoria anche questi ultimi hanno «accettato il rischio» di condividere la sorte della banca. In realtà nella stragrande maggioranza dei casi, si sono limitati ad accogliere il consiglio che gli veniva fornito dai funzionari della banca stessa, investendo in quello che veniva indicato come un porto sicuro. L’emendamento con annesso fondo ci metterà una pezza. Non restituirà tutto. Non cancellerà la rabbia.
il manifesto 6.12.15
Banche, le perdite dei piccoli
di Vincenzo Comito
C’era voluta molta fantasia per riuscire a varare il salvataggio di quattro banche di periferia, operazione sulla quale i giornali hanno dato molte informazioni. Il fallimento era dovuto al convergere armonioso di un comune sentire tra manager corrotti, imprenditori arruffoni e corruttori, consigli di amministrazione, collegi sindacali, enti pubblici, partiti di governo e di opposizione, ignari e/o complici, nonché di una Banca d’Italia lenta nei suoi accertamenti e nelle sue decisioni. Diverse soluzioni per la chiusura della partita erano state scartate per il severo scrutinio delle autorità europee, attente custodi di una esclusione dei soldi pubblici da qualsiasi salvataggio. Si era infine deciso di chiudere in fretta l’operazione prima della scadenza fatidica del 1 gennaio 2016, quando le regole dei salvataggi cambieranno. Mentre sino a fine dicembre 2015 obbligazionisti ordinari e depositanti oltre i 100mila euro sono esentati dalla partecipazione alle perdite, che riguarda solo gli azionisti ordinari e di risparmio e gli obbligazionisti subordinati, con il nuovo anno invece tutte le categorie dovranno partecipare al sacrificio.
Il provvedimento varato dal governo presentava diversi problemi. Intanto per salvare i quattro istituti si è utilizzato interamente il fondo di risoluzione a tale fine istituito, non solo per quanto riguarda i contributi versati ma anche per quelli di competenza dei prossimi tre anni. Nessuno sa cosa succederà se qualche altra banca andrà in crisi. Poi c’è il problema degli azionisti di risparmio e degli obbligazionisti subordinati, che perdono tutto; sembra che soltanto in questa categoria siano comprese circa 130mila persone, per un capitale di quasi 800 milioni. Si tratta spesso, anche se non sempre, di piccoli risparmiatori, spesso ignari dei rischi a cui andavano incontro e di frequente sollecitati dai funzionari dei vari istituti a comprare della carta straccia. Non si sa se prendersela di più con questi impiegati, spesso anche loro poco edotti di quello che fanno, spronati dai capi e con la prospettiva di guadagnare qualche euro in più, o con dei risparmiatori avidi di rendimenti fuori misura e che non conoscono le basilari regole della finanza. Il governo, sentendo ora la minaccia di perdere voti, si mobilita. Sono in campo due diverse proposte per venire incontro alla rabbia dei risparmiatori. Da una parte si vorrebbe distribuire 120 milioni di euro solo a chi dimostrerà lo stato di bisogno — non si sa come-, dall’altra invece si fornirebbe ai contribuenti un credito d’imposta pari al 26% delle perdite subite. Nel frattempo, come al solito, anche la Consob fa forse finta di arrabbiarsi e di mobilitarsi. Nessuno ovviamente pensa a varare delle politiche di prevenzione. Con una migliore informazione finanziaria e una vigilanza più attenta degli organi preposti.
il manifesto 6.12.15
Primarie il 28 febbraio, ma è pasticcio alla milanese
Pisapia 'giocatore' e non più arbitro nella corsa dei gazebo fa innervosire il Pd
Ma a sinistra Sel ora rischia l'implosione
di Daniela Preziosi
Il pasticciaccio brutto stavolta — e per una volta — non si consuma nella romanissima via Merulana, ma nella milanesissima Piazza della Scala, a Palazzo Marino. Nella capitale lombarda la matassa delle primarie si ingarbuglia ad alta velocità. E se presto qualcuno non si fermerà a rimettere il bandolo al suo posto la premiata ditta Pisapia rischia di trasformarsi da luminoso modello di alleanza (in maggioranza ha anche il Prc) a modello di scissione a sinistra.
Ieri il giovane segretario del Pd Pietro Bussolati (colomba renziana) ha rivolto una preghiera ai vendoliani di rito milanese, fedeli di Pisapia: «Sel ha rotto le alleanze ovunque, noi abbiamo lavorato in questi mesi perché ci sia un’alleanza del centrosinistra qua, continueremo. Però è Sel che deve decidere facendo chiarezza». In realtà venerdì sera è stato il Pd milanese a far saltare l’incontro del tavolo che avrebbe dovuto dare l’ok all’inizio della raccolta delle firme per le candidature alle primarie, che doveva partire domani e concludersi dopo un mese. Formalmente la delegazione dem non si è presentata in polemica con il sindaco che, tornato dall’incontro con Renzi a Roma (poi ripartito per Parigi, da dove è rientrato ieri sera), avrebbe deciso da solo lo spostamento delle primarie dal 7 marzo al 28. Ieri Pisapia ha cercato di mettere pace nella sua nervosissima famiglia: «Come data delle primarie propongo il 28 febbraio perché i candidati abbiano il tempo di presentare il proprio progetto di città. Su questa tempistica non ho avuto valutazioni negative e confido che al più presto si riunisca il tavolo della coalizione per un accordo condiviso». In questo caso a raccolta delle firme inizierebbe domani e finirebbe il 20 gennaio.
Ma non è la data delle primarie a innervosire il Pd quanto il cambio di ruolo dello stesso Pisapia nella vicenda dei gazebo: da arbitro a giocatore. Perché di fronte ai tanti segnali di sostegno di Renzi a Sala, il sindaco ha risposto con intensità uguale e contraria lanciando e benedicendo la sua vice Francesca Balzani. Nulla di ufficiale, ancora. Del resto entrambe le candidature, Sala e Balzani, formalmente ancora non esistono.
In questi giorni a Milano i vendoliani sono sottoposti a richieste di giuramento sulla lealtà in caso di vittoria ai gazebo di Sala. La cosa non giova ai rapporti fra alleati. Del resto non è un segreto che un pezzo della sinistra non digerisce Mister Expo e non lo voterà. Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale di Sel, lo ha detto al Corriere della sera: «Se accettassimo il vincolo delle primarie e poi lui vincesse saremmo costretti ad appoggiarlo e questo non lo possiamo fare». In questo delicato shangai la Sel milanese tenta un equilibrio: «Sala è un corpo estraneo all’alleanza, non possiamo decidere al buio. Ma in caso di scelte dilemmatiche l’ultima parola spetterà agli organismi dirigenti della città», spiega la segretaria Anita Pirovano. La novità però è ch il sindaco Pisapia si va convincendo che Balzani, con il suo appoggio, può vincere su Sala. E che, come spiega chi ci ha parlato, l’elettore di centrosinistra non potendo votare «per Giuliano» sarebbe pronto a votare «con Giuliano».
Purché però si risolva un punto dirimente: che i nomi della sinistra non siano due. Come sono oggi: a fronte di una candidata in pectore, la vicesindaco, a sinistra c’è Pier Francesco Majorino, in corsa da giugno. Che peraltro non ha preso bene il lancio della nuova sfidante e a oggi non ha intenzione di ritirarsi. Ieri su facebook ’Pier’ ha chiesto «che la raccolta firme inizi presto» e che «non si giochi con l’alleanza di centrosinistra: se qualcuno vuole fare a Milano la coalizione che governa il Paese ce lo si dica (e a quel punto è davvero inutile farle, le primarie). Meglio il divorzio breve che l’agonia lunga». Ce l’ha con Renzi. Ma anche con Sel. Anzi con tutta ’Si’, Sinistra italiana. Venerdì infatti anche Stefano Fassina, candidato a Roma fuori dalle primarie, ha spiegato che Sala «non rappresenta la pluralità di interessi e culture politiche che Pisapia teneva assieme».
Oggi Pisapia sarà a Sky, ospite del programma di Maria Latella. Con ogni probabilità sarà un ’Pisapia’ ormai giocatore delle primarie. E in questo caso la sinistra, quella milanese e quella ’italiana’, dovrà farci i conti.