il manifesto 15.11.15
L’antropologia romana ha bisogno del filologo
Maurizio Bettini, «Dèi e uomini nella città», Carocci. Roma e gli dèi altrui, l’«autobiografia» bilingue di Augusto, il funerale aristocratico, il parto cesareo... Una raccolta di saggi chiari e pacati
di Carlo Franco
L’antichità greca e romana occupa da lungo tempo uno spazio nell’identità dell’occidente. Se lo avrà ancora in futuro, è difficile dire: probabilmente sarà sempre più marginale. Ma intanto gli antichi continuano a sollecitare la nostra riflessione: certo, non più in termini di esemplarità o di valore assoluto, e sempre più raramente anche in termini di «attualità». Produttivo resta però il loro ruolo di paradigma culturale sul quale esercitare il nostro sguardo. Le ricerche che Maurizio Bettini conduce almeno a partire dall’ormai classico Antropologia e cultura romana (1986, trad. ingl. 1991) vanno precisamente in questa direzione: oggetto di analisi sono mentalità, credenze, identità della Roma antica, studiate non con la superiorità del moderno che a proposito degli antichi «la sa più lunga» di loro (il Besserwissen, così caratteristico degli antichisti, un tempo), ma con l’intento di comprendere la cultura romana secondo le categorie che le furono proprie. Giacché gli antichi, sebbene per alcuni aspetti siano vicini a noi, ci sono lontani per altri, e misconoscere questa «alterità» conduce a equivoci culturali e storici. Il percorso di Bettini prosegue ora con una nuova raccolta di saggi, che rielabora contributi precedenti apparsi anche in sedi estere (Dèi e uomini nella Città Antropologia, religione e cultura nella Roma antica (Carocci «Frecce», pp. 213, euro 19,00). E il primo aspetto da notare, proprio perché il libro lo sottintende, è che la cultura romana, pur se largamente influenzata da quella greca, ebbe caratteri suoi specifici: sicché chi studia le mentalità, i riti, i valori simbolici, le strutture profonde, è libero dal problema della «originalità» dei romani. Annosa questione, che ha condizionato (non sempre bene) l’approccio alla letteratura e delle espressioni artistiche in latino, e che ha avuto l’effetto di far trascurare quanto pur c’era di specificamente romano. Eppure, Plutarco doveva spiegare ai suoi lettori le «cause» di tante usanze che a un greco risultavano strane o incomprensibili (Questioni romane): segno che ancora nella civiltà bilingue dell’impero si percepivano differenze marcate tra le due culture. Oggi la ricerca incontra problemi differenti: ci si confronta con una cultura che non è vivente, ma solo con le sue testimonianze per lo più scritte, e questo richiede un’attenzione forte al metodo: «si può fare antropologia “etnica” romana solo a patto di fare contemporaneamente ermeneutica e filologia dei testi che possediamo» (p. 70). A differenza dalla via seguita da altri approcci al mondo antico, la lingua continua qui ad avere un ruolo importante: essa è uno degli strumenti principali utili a comprendere «i Romani secondo i Romani». Gli argomenti dei saggi, sviluppati con la chiarezza pacata che è caratteristica di Bettini, conducono il lettore in direzioni differenti, tra religiosità e pratiche culturali, unificate dal ricorso a strumenti antropologici e anche filologici. L’attenzione al latino non è concessione professorale, né compiacimento elitario, né feticismo per l’espressione originale: Bettini, che alla «antropologia della traduzione» ha dedicato un libro importante (Vertere, Einaudi 2012), è guida sicura all’operazione, rischiosa ma ineludibile, di interpretare gli antichi a partire dalle loro parole. Lo mostrano saggi come quello sulla interpretatio Romana, che dissipa un equivoco assai comune sul modo in cui a Roma si approcciavano gli dèi «degli altri», o quello sul concetto di auctoritas, così rilevante anche sul piano politico. Nel primo caso si dimostra come l’incontro con le divinità delle altre culture procedesse secondo i caratteri «indiziari» dell’analogia e della congettura; nel secondo si chiarisce che la auctoritas implica una «forza» che emana dall’interno del soggetto, e non deriva dall’esterno. La portata politica di questa lettura appare quando la si applica a un testo «politico» se mai altri ve ne sono, come le Res gestae di Augusto, la grande «autobiografia» destinata a perpetuare l’immagine trionfale del triumviro fattosi padre della patria. Del testo si conserva, nella monumentale iscrizione di Ankara, la versione latina e quella greca, e da tempo gli storici hanno rilevato, fin dalle prime righe, le sottili differenze tra i due testi, che parlano a pubblici differenti dicendo cose differenti. Ebbene, nel passo in cui Augusto chiarisce di essere stato pari in potestas, ma superiore in auctoritas a tutti coloro che ebbe colleghi nelle varie magistrature, auctoritas è reso in greco con exousía, che rinvia invece a un fondamento esterno della «autorevolezza», ben lontano dal concetto latino. Questo esempio mostra chiaramente che non ha spazio qui l’antistoricità, l’amore per schemi astratti dalle contingenze sociali e politiche, spesso rinfacciata agli studi antropologici del mondo antico: anche gli appassionati della politica troveranno in questo libro ampio materiale di riflessione circa episodi famosi e significativi. I funerali importanti, ad esempio. Quello di Giunia, moglie di Cassio e sorellastra di Bruto, morta nel 22 AD, è rimasto celebre perché Tacito ricorda (Annali, 3.76.2) che nell’occasione le imagines dei due cesaricidi non poterono sfilare nel corteo, ma che tutti ne notarono l’assenza: ebbene, accanto alla valenza politica, l’episodio riguarda il modo in cui la cultura romana strutturava i funerali aristocratici, secondo una griglia di valori complessa e unicamente romana. E lo stesso vale per il «mimo» che prese parte al funerale di Vespasiano (Svetonio, Vespasiano, 19), o per la caricatura scritta da Seneca alla morte del poco amato Claudio: entrambi i casi richiamano (anche) la compresenza di lutto e scherno che caratterizzava le cerimonie funebri romane. E Bettini fa notare che quando questi e altri testi sono usati come «documenti», senza valutare in essi l’incidenza dei modelli culturali, si è incorsi in gravi fraintendimenti. L’approccio antropologico chiama dunque in causa anche le grandi questioni: la riflessione sul modo in cui romani pensavano il proprio inizio come popolo, in assenza di una rappresentazione cosmogonica, conduce a ragionare sulla «ideologia» dell’inizio di Roma (e non sulla presunta storicità di Romolo e dei suoi muri…). E dal mito di fondazione esce un quadro di «apertura» e mescolamento (p. 23) che deve forse qualcosa a suggestioni contemporanee, ma che rinvia a una questione strutturale del massimo interesse (importante il saggio di Philippe Gauthier, “Générosité” romaine et “avarice” grecque: sur l’octroi du droit de cité, del 1974). Pure, fra problemi complessi e strumenti dotti, a questo libro di Bettini va ancora una volta riconosciuta la qualità della leggerezza, conseguita con un racconto disteso e con l’apertura a situazioni (fatti, aneddoti) «sorprendenti» ma capaci di suggestioni non superficiali. Avviene così nell’ultimo capitolo, dedicato al parto cesareo, ossia alla nascita non naturale, che parte della tradizione antica attribuì (erroneamente) a Cesare: un percorso che conduce attraverso nascite miracolose e ominose di uomini grandi, e che porta finalmente a capire perché Macduff sconfigge Macbeth, protetto dalla profezia delle streghe («te non ucciderà nato di donna»). Giacché, come lo stesso Macduff rivela allo sgomento re, «Nato non sono: strappato fui dal sen materno» (IV.9, nella versione di F.M. Piave per Verdi). Perché i modelli culturali romani hanno, appunto, una lunga storia.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
domenica 15 novembre 2015
Il Sole Domenica 15.11.15
Miti riscritti alla Borges
Maurizio Bettini racconta la cultura greca affontando problemi curiosi. Per esempio, cosa cantavano le sirene?
di Piero Boitani
«Il mito», scrive uno dei maggiori poeti europei del Novecento, il portoghese Fernando Pessoa, «è il nulla che è tutto». L’affermazione suonerebbe come una generalizzazione senza senso se non fosse subito qualificata da due esempi importanti, uno di mitologia «teologica», l’altro di mitologia «eroico-storica». Il primo riguarda il sole, «mito brillante e muto» perché è «il corpo morto di Dio / vivente e nudo». L’astro rappresenta infatti da sempre la divinità: essa muore al tramonto e risorge all’alba. Il secondo esempio verte invece su Ulisse, il navigatore protagonista dell’Odissea, del canto XXVI dell’Inferno di Dante e di mille altre storie. Una leggenda diffusa nell’antichità e nel Medioevo e particolarmente rilevante per il Portogallo sostiene che, prima di scomparire nell’Atlantico, Ulisse abbia fondato Lisbona («Ulixabona»). Pessoa scrive: «Questi, che qui approdò, / fu per il non essere esistente. / Senza esistere ci bastò. / Per non essere venuto venne / e ci creò». Il discorso è paradossale e inclina alla metafisica, ma risulta chiaro nelle sue implicazioni: Ulisse è un personaggio mitico, dunque non è mai esistito nella realtà. È esistito, invece, come mito, sul piano del non essere. Tuttavia, il mito è sufficiente a dar forma al reale e soprattutto, nei miti di fondazione, a un’identità. Senza mai giungere in Portogallo, Ulisse ha “creato” i portoghesi, ha dato il suo volto a un popolo. «Così», conclude il poeta, «la leggenda si dipana / entrando nella realtà, / e a fecondarla decorre. / In basso la vita, metà / di nulla, muore».
Questo brano mi è tornato in mente leggendo il libro di Maurizio Bettini, Il grande racconto dei miti classici, nel quale l’autore narra tanti dei miti che il mondo greco ci ha lasciato, dall’inizio del cosmo a Teseo, da Medea a Pegaso, da Orfeo a Eracle, da Sisifo agli Argonauti. Trentotto capitoli, dove il filologo classico, che per Einaudi cura una serie intitolata Mithologica (nella quale hanno già trovato posto Sirene, Arianna, Circe, Edipo, Enea, Elena, Narciso), si lascia prendere dal gusto di narrare e incantare. Narra, come fa Ulisse ad Alcinoo delle proprie avventure nei Libri IX-XII dell’Odissea, «come un aedo», inanellando storia dopo storia, variante su variante, trama intrecciata con trama, quasi fosse un mitografo medievale, un ri-scrittore alla Borges. Racconta in maniera piana, comprensibile a tutti, tentando di restituirci quella che egli stesso chiama la «voce del mito»: una parola «che viaggia, che comunica dei racconti, degli intrecci, delle verità, e poi si perde nel vento» (mythos vuole dire racconto e parola allo stesso tempo). Racconta: talvolta si ferma a riflettere in guisa di antropologo o di storico della cultura, perché «il mito tramanda contemporaneamente una cultura, le sue regole e i suoi significati».
Insomma, si diverte e diverte. Per esempio, si domanda con l’imperatore Tiberio e con altri dopo di lui che cosa cantassero le Sirene (Omero non lo dice). Naturalmente, non può rispondere: allora, dopo aver descritto l’incanto che le Sirene dell’Odissea suscitano e la morte che esse nascondono (il brano è lì, sulla stessa pagina, a testimoniarlo), Bettini salta al viaggio degli Argonauti, durante il quale si svolge una gara di canto tra le Sirene stesse e Orfeo. Orfeo vince e le Sirene si gettano a capofitto dalla rupe. Le si ritrova però vivissime alla generazione successiva, perché uno degli Argonauti è Laerte, il padre di Ulisse, il quale dovrà a sua volta passare davanti alle Sirene e vorrà ascoltare il loro canto. Il mito opera corti circuiti del genere senza curarsi della cronologia o della geometria euclidea, e l’enigma del canto delle Sirene giunge intatto sino a noi. Qualcuno ha provato a rispondere alla domanda di Tiberio: Cicerone sostenne che le Sirene offrissero a Ulisse la conoscenza; Benjamin – glossando Il silenzio delle Sirene di Kafka – optava per la poesia, che resta muta dinanzi alla tecnica; Italo Calvino decide: le Sirene cantano «ancora l’Odissea, forse uguale a quella che stiamo leggendo, forse diversissima».
Il fascino di un libro architettato così, che si presenta a metà tra le Metamorfosi di Ovidio e le Genealogie degli dei pagani del Boccaccio, sarebbe quindi grande di per sé. Ma il volume possiede anche un’altra caratteristica che lo rende speciale: è abbondantemente, elegantemente, accuratamente illustrato, tanto da trasformarsi in libro dai mille colori e dai mille stili che parla anche agli occhi con forza travolgente. Il mito ha infatti esercitato sull’immaginazione degli artisti occidentali un’attrazione del tutto particolare, e ogni vaso arcaico, ogni scultura ellenistica o romana – migliaia di opere d’arte o umili oggetti quotidiani che sopravvivono a testimoniare, spesso in frammenti o rovine, l’età antica, si riverberano nelle miniature e nei capitelli medievali, negli affreschi del Rinascimento, nei quadri e nelle statue del Barocco, del Neoclassicismo, del Romanticismo, dell’Ottocento, giù giù sino ai film e ai fumetti del Novecento e del nostro postmodernismo. C’è un’Afrodite che nasce dalle acque sul cosiddetto Trono Ludovisi, del V secolo avanti Cristo, ma c’è anche una Venere sorgente dal mare, entro una conchiglia, da Pompei. Botticelli, Tiziano, Ingres, Picasso, Vania Elettra Tam: e poi Verushka in posa di Anadiomene nel 1968, e Kylie Minogue su conchiglia dorata durante l’Aphrodite Tour del 2010. Persino Chaucer, in pieno secolo XIV, presenta nella Casa della Fama Venere nuda sul grande mare. Se si sfogliano le centinaia di pagine che Joseph Reed ha compilato nel 1999 per la Oxford Guide to Classical Mythology in the Arts, 1300-1990s (e che elencano anche opere musicali) ci si fa un’idea di tale universo.
Vederlo raccontato e illustrato in un volume fa bene all’anima. Uno studioso del IV secolo della nostra era, Saturnino Secondo Salustio, sodale e collaboratore di quell’imperatore romano che i cristiani chiamarono l’Apostata, offre questa definizione: «Anche il mondo infatti può esser detto un mito, poiché in esso corpi e oggetti si manifestano, mentre le anime e le intelligenze si nascondono». Il mito imita l’attualità degli dèi, il mondo è la realtà degli dèi in atto, «allusione a quelle essenze»: perciò mito. Davvero il mito è il nulla che è tutto.
Maurizio Bettini, Il grande racconto dei miti classici, Il Mulino, Bologna, pagg. 504, € 48,00
Miti riscritti alla Borges
Maurizio Bettini racconta la cultura greca affontando problemi curiosi. Per esempio, cosa cantavano le sirene?
di Piero Boitani
«Il mito», scrive uno dei maggiori poeti europei del Novecento, il portoghese Fernando Pessoa, «è il nulla che è tutto». L’affermazione suonerebbe come una generalizzazione senza senso se non fosse subito qualificata da due esempi importanti, uno di mitologia «teologica», l’altro di mitologia «eroico-storica». Il primo riguarda il sole, «mito brillante e muto» perché è «il corpo morto di Dio / vivente e nudo». L’astro rappresenta infatti da sempre la divinità: essa muore al tramonto e risorge all’alba. Il secondo esempio verte invece su Ulisse, il navigatore protagonista dell’Odissea, del canto XXVI dell’Inferno di Dante e di mille altre storie. Una leggenda diffusa nell’antichità e nel Medioevo e particolarmente rilevante per il Portogallo sostiene che, prima di scomparire nell’Atlantico, Ulisse abbia fondato Lisbona («Ulixabona»). Pessoa scrive: «Questi, che qui approdò, / fu per il non essere esistente. / Senza esistere ci bastò. / Per non essere venuto venne / e ci creò». Il discorso è paradossale e inclina alla metafisica, ma risulta chiaro nelle sue implicazioni: Ulisse è un personaggio mitico, dunque non è mai esistito nella realtà. È esistito, invece, come mito, sul piano del non essere. Tuttavia, il mito è sufficiente a dar forma al reale e soprattutto, nei miti di fondazione, a un’identità. Senza mai giungere in Portogallo, Ulisse ha “creato” i portoghesi, ha dato il suo volto a un popolo. «Così», conclude il poeta, «la leggenda si dipana / entrando nella realtà, / e a fecondarla decorre. / In basso la vita, metà / di nulla, muore».
Questo brano mi è tornato in mente leggendo il libro di Maurizio Bettini, Il grande racconto dei miti classici, nel quale l’autore narra tanti dei miti che il mondo greco ci ha lasciato, dall’inizio del cosmo a Teseo, da Medea a Pegaso, da Orfeo a Eracle, da Sisifo agli Argonauti. Trentotto capitoli, dove il filologo classico, che per Einaudi cura una serie intitolata Mithologica (nella quale hanno già trovato posto Sirene, Arianna, Circe, Edipo, Enea, Elena, Narciso), si lascia prendere dal gusto di narrare e incantare. Narra, come fa Ulisse ad Alcinoo delle proprie avventure nei Libri IX-XII dell’Odissea, «come un aedo», inanellando storia dopo storia, variante su variante, trama intrecciata con trama, quasi fosse un mitografo medievale, un ri-scrittore alla Borges. Racconta in maniera piana, comprensibile a tutti, tentando di restituirci quella che egli stesso chiama la «voce del mito»: una parola «che viaggia, che comunica dei racconti, degli intrecci, delle verità, e poi si perde nel vento» (mythos vuole dire racconto e parola allo stesso tempo). Racconta: talvolta si ferma a riflettere in guisa di antropologo o di storico della cultura, perché «il mito tramanda contemporaneamente una cultura, le sue regole e i suoi significati».
Insomma, si diverte e diverte. Per esempio, si domanda con l’imperatore Tiberio e con altri dopo di lui che cosa cantassero le Sirene (Omero non lo dice). Naturalmente, non può rispondere: allora, dopo aver descritto l’incanto che le Sirene dell’Odissea suscitano e la morte che esse nascondono (il brano è lì, sulla stessa pagina, a testimoniarlo), Bettini salta al viaggio degli Argonauti, durante il quale si svolge una gara di canto tra le Sirene stesse e Orfeo. Orfeo vince e le Sirene si gettano a capofitto dalla rupe. Le si ritrova però vivissime alla generazione successiva, perché uno degli Argonauti è Laerte, il padre di Ulisse, il quale dovrà a sua volta passare davanti alle Sirene e vorrà ascoltare il loro canto. Il mito opera corti circuiti del genere senza curarsi della cronologia o della geometria euclidea, e l’enigma del canto delle Sirene giunge intatto sino a noi. Qualcuno ha provato a rispondere alla domanda di Tiberio: Cicerone sostenne che le Sirene offrissero a Ulisse la conoscenza; Benjamin – glossando Il silenzio delle Sirene di Kafka – optava per la poesia, che resta muta dinanzi alla tecnica; Italo Calvino decide: le Sirene cantano «ancora l’Odissea, forse uguale a quella che stiamo leggendo, forse diversissima».
Il fascino di un libro architettato così, che si presenta a metà tra le Metamorfosi di Ovidio e le Genealogie degli dei pagani del Boccaccio, sarebbe quindi grande di per sé. Ma il volume possiede anche un’altra caratteristica che lo rende speciale: è abbondantemente, elegantemente, accuratamente illustrato, tanto da trasformarsi in libro dai mille colori e dai mille stili che parla anche agli occhi con forza travolgente. Il mito ha infatti esercitato sull’immaginazione degli artisti occidentali un’attrazione del tutto particolare, e ogni vaso arcaico, ogni scultura ellenistica o romana – migliaia di opere d’arte o umili oggetti quotidiani che sopravvivono a testimoniare, spesso in frammenti o rovine, l’età antica, si riverberano nelle miniature e nei capitelli medievali, negli affreschi del Rinascimento, nei quadri e nelle statue del Barocco, del Neoclassicismo, del Romanticismo, dell’Ottocento, giù giù sino ai film e ai fumetti del Novecento e del nostro postmodernismo. C’è un’Afrodite che nasce dalle acque sul cosiddetto Trono Ludovisi, del V secolo avanti Cristo, ma c’è anche una Venere sorgente dal mare, entro una conchiglia, da Pompei. Botticelli, Tiziano, Ingres, Picasso, Vania Elettra Tam: e poi Verushka in posa di Anadiomene nel 1968, e Kylie Minogue su conchiglia dorata durante l’Aphrodite Tour del 2010. Persino Chaucer, in pieno secolo XIV, presenta nella Casa della Fama Venere nuda sul grande mare. Se si sfogliano le centinaia di pagine che Joseph Reed ha compilato nel 1999 per la Oxford Guide to Classical Mythology in the Arts, 1300-1990s (e che elencano anche opere musicali) ci si fa un’idea di tale universo.
Vederlo raccontato e illustrato in un volume fa bene all’anima. Uno studioso del IV secolo della nostra era, Saturnino Secondo Salustio, sodale e collaboratore di quell’imperatore romano che i cristiani chiamarono l’Apostata, offre questa definizione: «Anche il mondo infatti può esser detto un mito, poiché in esso corpi e oggetti si manifestano, mentre le anime e le intelligenze si nascondono». Il mito imita l’attualità degli dèi, il mondo è la realtà degli dèi in atto, «allusione a quelle essenze»: perciò mito. Davvero il mito è il nulla che è tutto.
Maurizio Bettini, Il grande racconto dei miti classici, Il Mulino, Bologna, pagg. 504, € 48,00
Il Sole Domenica 15.11.15
Francisco Franco (1892 -1975)
Potere e terrore del Caudillo
di Emilio Gentile
«Dio mio, quanto è duro morire», disse il generalissimo Francisco Franco, capo dello Stato spagnolo, poche settimane prima della morte, avvenuta il 20 novembre 1975. Avrebbe compiuto 83 anni il 4 dicembre. L’agonia fu lunga. Il suo corpo senza coscienza fu tenuto in vita da macchine. Era un espediente per preparare la successione all’uomo che aveva governato la Spagna con un regime autoritario per quasi quaranta anni, dopo aver vinto nel 1939 una feroce guerra civile, da lui stesso iniziata nel 1936 con altri generali contro il legittimo governo della repubblica instaurata nel 1931. Dagl’insorti Franco era stato proclamato capo dello Stato con pieni poteri:e tale rimase, con l’appellativo di «Caudillo (duce) per grazia di Dio», fino al giorno della morte.
La mattina del 20 novembre, alla televisione, il presidente del governo piangendo lesse il testamento di Franco al popolo spagnolo. Il Caudillo dichiarava di essere pronto a comparire davanti all’ «inappellabile giudizio di Dio», morendo come era vissuto da «figlio fedele della Chiesa». A tutti chiedeva perdono, come perdonava «quanti si erano dichiarati suoi nemici, pur non avendoli mai considerati tali», perché «non ho avuto altri nemici se non i nemici della Spagna»; ma avvertì gli spagnoli che «i nemici della Spagna e della civiltà cristiana sono sempre all’erta», e li esortò «a mantenere unita la terra di Spagna, esaltando la ricca molteplicità delle sue regioni come fonte di forza per l’unità della patria».
L’identificazione della sua persona col destino della Spagna, la guerra contro i suoi oppositori politici come nemici della nazione e della civiltà cristiana, l’inflessibile salvaguardia dell’unità statale contro il separatismo di baschi, catalani o galiziani: erano questi gli argomenti con i quali Franco impose il suo potere personale, paragonabile nella storia della Spagna solo alla monarchia assoluta di Filippo.
Intellettualmente mediocre ma molto ambizioso, astuto, opportunista, Franco si considerò sempre inviato da Dio per salvare la Spagna dal comunismo e dalla democrazia laica. Combatté la guerra civile come una crociata contro i nemici della nazione e della religione. La Chiesa fu un pilastro fondamentale del regime franchista e partecipò alla glorificazione del Caudillo come uomo della Provvidenza; in cambio, ottenne da Franco il controllo sull’istruzione e sulla moralità degli spagnoli. Il nazionalcattolicesimo reazionario fu l’ideologia del franchismo.
Franco aveva vinto la guerra civile con l’aiuto di Mussolini e di Hitler. Li univano l’odio per il comunismo, il disprezzo per la democrazia, la repressione terroristica delle opposizioni. Dopo la vittoria, furono migliaia le esecuzioni capitali inflitte ai difensori della repubblica, e oltre 250mila gli antifranchisti detenuti in carcere e in campo di concentramento. Il regime di Franco si definì totalitario. Dal modello fascista prese il partito unico, lo stile paramilitare, i riti, la sacralizzazione del Capo con adunate oceaniche per adorarlo. Tuttavia, mentre il fascismo aveva un impulso rivoluzionario, il franchismo rimase conservatore e tradizionalista. Pur aspirando a conquiste imperiali, il Caudillo non partecipò alla Seconda guerra mondiale a fianco di Mussolini e Hitler: evitò così d’esser essere travolto nella loro fine. La vittoria delle potenze antifasciste condannò la Spagna all’isolamento, ma Franco, dopo aver ripudiato il fascismo e cancellato “totalitario” dalla definizione del suo regime, approfittò abilmente della Guerra Fredda per offrirsi agli Stati Uniti come alleato contro il comunismo: nel 1953, gli accordi militari con gli americani e il Concordato con la Santa Sede posero fine all’ostracismo internazionale; nel 1955 la Spagna fu ammessa all’Onu. Pio XII conferì a Franco «nostro diletto figlio» il Supremo ordine di Cristo, la più alta onorificenza vaticana. Nel 1959 il Caudillo accolse a Madrid il presidente Eisenhower.
La fine dell’isolamento favorì in Spagna, fra il 1957 e il 1970, uno straordinario sviluppo economico. Dopo un ventennio di corporativismo autarchico, che aveva aggravato la povertà del Paese arretrato e sconvolto dalla guerra civile, il Caudillo accettò le riforme proposte da nuovi tecnocrati, che realizzarono l’industrializzazione con un miglioramento delle condizioni di vita. Franco, che voleva per gli spagnoli prosperità senza libertà, attribuì il “miracolo economico” alla Provvidenza che lo manteneva a capo della Spagna, e continuò a imporre il centralismo autoritario e il cattolicesimo tradizionalista, denunciando continuamente un complotto internazionale di comunisti, democratici e massoni per scatenare una nuova guerra civile. Invece, il “miracolo economico” provocò profondi mutamenti sociali e la nascita di una società civile ribelle al franchismo. Studenti universitari e lavoratori si mobilitarono con agitazioni e scioperi, repressi con violenza. Anche la Chiesa del Concilio Vaticano II prese le distanze dal Caudillo e protestò contro la repressione. Al terrorismo di Stato, i nazionalisti baschi reagirono con il terrorismo dell’Eta, che nel dicembre 1973 uccise il presidente del governo Carrero Blanco, dimostrando che il regime era vulnerabile.
Quando iniziò l’agonia di Franco, l’invecchiamento e la decadenza mentale del Caudillo, le rivalità fra gli aspiranti alla successione e la fine del “miracolo economico” avevano già messo in crisi il regime, mentre le proteste internazionali per la pena capitale inflitta agli oppositori politici lo ricacciarono nell’isolamento. Tuttavia, mai Franco accettò di aprire alla democrazia, perché la odiava come il comunismo. Nel 1969 aveva nominato a succedergli Juan Carlos di Borbone, designato re con l’impegno di mantenere il regime autoritario. Invece, morto Franco, il re favorì la transizione alla democrazia. Dopo quaranta anni, il regime franchista fu smantellato pacificamente in due anni. Fu un nuovo “miracolo” nella Spagna contemporanea.
Francisco Franco (1892 -1975)
Potere e terrore del Caudillo
di Emilio Gentile
«Dio mio, quanto è duro morire», disse il generalissimo Francisco Franco, capo dello Stato spagnolo, poche settimane prima della morte, avvenuta il 20 novembre 1975. Avrebbe compiuto 83 anni il 4 dicembre. L’agonia fu lunga. Il suo corpo senza coscienza fu tenuto in vita da macchine. Era un espediente per preparare la successione all’uomo che aveva governato la Spagna con un regime autoritario per quasi quaranta anni, dopo aver vinto nel 1939 una feroce guerra civile, da lui stesso iniziata nel 1936 con altri generali contro il legittimo governo della repubblica instaurata nel 1931. Dagl’insorti Franco era stato proclamato capo dello Stato con pieni poteri:e tale rimase, con l’appellativo di «Caudillo (duce) per grazia di Dio», fino al giorno della morte.
La mattina del 20 novembre, alla televisione, il presidente del governo piangendo lesse il testamento di Franco al popolo spagnolo. Il Caudillo dichiarava di essere pronto a comparire davanti all’ «inappellabile giudizio di Dio», morendo come era vissuto da «figlio fedele della Chiesa». A tutti chiedeva perdono, come perdonava «quanti si erano dichiarati suoi nemici, pur non avendoli mai considerati tali», perché «non ho avuto altri nemici se non i nemici della Spagna»; ma avvertì gli spagnoli che «i nemici della Spagna e della civiltà cristiana sono sempre all’erta», e li esortò «a mantenere unita la terra di Spagna, esaltando la ricca molteplicità delle sue regioni come fonte di forza per l’unità della patria».
L’identificazione della sua persona col destino della Spagna, la guerra contro i suoi oppositori politici come nemici della nazione e della civiltà cristiana, l’inflessibile salvaguardia dell’unità statale contro il separatismo di baschi, catalani o galiziani: erano questi gli argomenti con i quali Franco impose il suo potere personale, paragonabile nella storia della Spagna solo alla monarchia assoluta di Filippo.
Intellettualmente mediocre ma molto ambizioso, astuto, opportunista, Franco si considerò sempre inviato da Dio per salvare la Spagna dal comunismo e dalla democrazia laica. Combatté la guerra civile come una crociata contro i nemici della nazione e della religione. La Chiesa fu un pilastro fondamentale del regime franchista e partecipò alla glorificazione del Caudillo come uomo della Provvidenza; in cambio, ottenne da Franco il controllo sull’istruzione e sulla moralità degli spagnoli. Il nazionalcattolicesimo reazionario fu l’ideologia del franchismo.
Franco aveva vinto la guerra civile con l’aiuto di Mussolini e di Hitler. Li univano l’odio per il comunismo, il disprezzo per la democrazia, la repressione terroristica delle opposizioni. Dopo la vittoria, furono migliaia le esecuzioni capitali inflitte ai difensori della repubblica, e oltre 250mila gli antifranchisti detenuti in carcere e in campo di concentramento. Il regime di Franco si definì totalitario. Dal modello fascista prese il partito unico, lo stile paramilitare, i riti, la sacralizzazione del Capo con adunate oceaniche per adorarlo. Tuttavia, mentre il fascismo aveva un impulso rivoluzionario, il franchismo rimase conservatore e tradizionalista. Pur aspirando a conquiste imperiali, il Caudillo non partecipò alla Seconda guerra mondiale a fianco di Mussolini e Hitler: evitò così d’esser essere travolto nella loro fine. La vittoria delle potenze antifasciste condannò la Spagna all’isolamento, ma Franco, dopo aver ripudiato il fascismo e cancellato “totalitario” dalla definizione del suo regime, approfittò abilmente della Guerra Fredda per offrirsi agli Stati Uniti come alleato contro il comunismo: nel 1953, gli accordi militari con gli americani e il Concordato con la Santa Sede posero fine all’ostracismo internazionale; nel 1955 la Spagna fu ammessa all’Onu. Pio XII conferì a Franco «nostro diletto figlio» il Supremo ordine di Cristo, la più alta onorificenza vaticana. Nel 1959 il Caudillo accolse a Madrid il presidente Eisenhower.
La fine dell’isolamento favorì in Spagna, fra il 1957 e il 1970, uno straordinario sviluppo economico. Dopo un ventennio di corporativismo autarchico, che aveva aggravato la povertà del Paese arretrato e sconvolto dalla guerra civile, il Caudillo accettò le riforme proposte da nuovi tecnocrati, che realizzarono l’industrializzazione con un miglioramento delle condizioni di vita. Franco, che voleva per gli spagnoli prosperità senza libertà, attribuì il “miracolo economico” alla Provvidenza che lo manteneva a capo della Spagna, e continuò a imporre il centralismo autoritario e il cattolicesimo tradizionalista, denunciando continuamente un complotto internazionale di comunisti, democratici e massoni per scatenare una nuova guerra civile. Invece, il “miracolo economico” provocò profondi mutamenti sociali e la nascita di una società civile ribelle al franchismo. Studenti universitari e lavoratori si mobilitarono con agitazioni e scioperi, repressi con violenza. Anche la Chiesa del Concilio Vaticano II prese le distanze dal Caudillo e protestò contro la repressione. Al terrorismo di Stato, i nazionalisti baschi reagirono con il terrorismo dell’Eta, che nel dicembre 1973 uccise il presidente del governo Carrero Blanco, dimostrando che il regime era vulnerabile.
Quando iniziò l’agonia di Franco, l’invecchiamento e la decadenza mentale del Caudillo, le rivalità fra gli aspiranti alla successione e la fine del “miracolo economico” avevano già messo in crisi il regime, mentre le proteste internazionali per la pena capitale inflitta agli oppositori politici lo ricacciarono nell’isolamento. Tuttavia, mai Franco accettò di aprire alla democrazia, perché la odiava come il comunismo. Nel 1969 aveva nominato a succedergli Juan Carlos di Borbone, designato re con l’impegno di mantenere il regime autoritario. Invece, morto Franco, il re favorì la transizione alla democrazia. Dopo quaranta anni, il regime franchista fu smantellato pacificamente in due anni. Fu un nuovo “miracolo” nella Spagna contemporanea.
Il Sole Domenica 15.11.15
La Spagna delle fosse comuni
A 40 anni dalla morte di Franco sono ancora migliaia i morti della Guerra civile seppelliti in tombe di massa, che non hanno un nome
di Eliana Di Caro
Il biglietto costa nove euro, ma prima si sale per sei chilometri lungo una strada fitta di conifere, abeti e pini tipici della Sierra di Madrid, quasi a voler creare un’attesa nel visitatore. Si rimane effettivamente spiazzati dalla maestosità della Valle de Los Caídos, il monumento ai caduti voluto da Francisco Franco e inaugurato il 1° aprile del 1959, a 20 anni dalla fine della Guerra civile, con una croce alta 105 metri incombente su tutto e tutti. Qui, il prossimo 20 novembre, si ricorderà il 40° anniversario della morte del Generalísimo - la cui tomba è sull’altare - e si raduneranno i nostalgici franchisti. Ma l’immensa e cupa basilica è anche il simbolo di una lacerazione mai ricomposta che il Paese si porta dietro, più o meno consapevolmente, da quasi mezzo secolo: scavata nella roccia dai prigionieri di guerra, contiene i resti delle vittime del conflitto, 33.833 si legge in una pagina web del Governo spagnolo, di cui 12.410 non identificati. Un immane, macabro ossario, ma non isolato. Sono infatti centinaia le fosse comuni sparse nel Paese, molte delle quali mai aperte.
La legge della «Memoria histórica», approvata alla fine del dicembre 2007 dal Governo Zapatero, ha cercato di rispondere a un popolo che vuole la restituzione dei propri morti, chiede di riconoscerli e piangerli. Un’esigenza sollecitata dalle tante associazioni costituite soprattutto dalle giovani generazioni, spinte dall’urgenza di conoscere la sorte dei loro nonni, familiari e dal bisogno di verità e comprensione del processo di transizione, dopo il ’75, basato sul patto dell’oblio.
José Álvarez Junco, professore emerito di Storia del pensiero e dei movimenti sociali all’Università Complutense di Madrid, spiega che in realtà non è corretto definirlo patto dell’oblio come comunemente si fa: «Della guerra, del franchismo, del disastro in cui tutto era culminato si parlò apertamente, si cercò una formula di amnistia proposta dalla sinistra. L’accordo riguardò piuttosto la non utilizzazione politica della storia, si decise - per fare un esempio - di non chiamare reciprocamente assassini il ministro franchista Manuel Fraga che firmò la pena di morte di Julián Grimau nel ’63 (esponente del Pce, ndr) e il segretario comunista Santiago Carrillo che avrebbe potuto impedire la strage di Paracuellos compiuta dai repubblicani. Si stabilì che era più importante per entrambe le parti andare verso una Costituzione democratica, ma non ci fu né silenzio né oblio in questa scelta. La destra non aveva un progetto né un leader, si assicurò che non ci sarebbero state epurazioni nella polizia, tra i militari e nella magistratura (motivo per cui abbiamo una classe di giudici conservatrice e inefficace); la sinistra, dinanzi a un regime franchista comunque ancora forte e strutturato e al rischio di una nuova guerra civile, ottenne l’amnistia e le elezioni democratiche». Ma il sito internet dell’Associazione per il recupero della Memoria storica si apre con la foto dei firmatari della Costituzione del ’78, sulla quale campeggia una scritta eloquente: «Perché i Padri della Costituzione hanno lasciato mio nonno nella fossa?».
Spiega ancora Junco: «Il Governo non promuove le esumazioni, se c’è una iniziativa privata l’appoggia con aiuti economici e giuridici. Lo ha stabilito la legge che prevede anche la rimozione dei simboli franchisti più aggressivi e celebrativi, o la compensazione con simboli repubblicani: vuol dire che accanto a una croce o lapide o monumento franchista ce ne deve essere un’altra repubblicana». Questo dà la misura di quanto le ferite siano ancora aperte, e il tema della Guerra civile e della dittatura resti in qualche modo irrisolto. «Per me la legge è troppo moderata. Io ho fatto parte della prima Commissione di stesura del provvedimento - prosegue Junco - che è stata in discussione più di un anno. Si è dibattuto della Valle de Los Caídos, a proposito di simboli celebrativi di Franco. Personalmente penso che non dovrebbe essere rimosso, ma visitato con consapevolezza: bisognerebbe spiegare che cos’è, cosa rappresenta, con delle fotografie dei prigionieri che lo hanno costruito, e accanto dovrebbe sorgere un centro sulle guerre civili. Insomma, Auschwitz non è stato distrutto ma tutti sanno. Questo mio progetto è stato messo da parte. La Guerra civile è un trauma per gli spagnoli, ricorda loro il tempo in cui erano poveri, violenti, li fa vergognare, mentre ora sono ricchi ed europei. I giovani non hanno il peso di tutto questo su di sé, stanno cambiando le cose, vogliono giustizia, sono più radicali».
Lo si capisce parlando con José Antonio Millán, 40 anni, lo sguardo fiero, che dal 2005 combatte la battaglia della memoria. È avvocato penalista e presidente dell’associazione di Ciudad Real, capitale della Mancha, 200 chilometri a sud di Madrid. Uno zio del padre, Ramón, sindacalista anarchico di 25 anni, dopo «il colpo di Stato di Franco del 18 luglio del ’36, perché ricordiamolo fu un colpo di Stato», fu arrestato con un centinaio di persone e fucilato il 6 ottobre del ’39, il suo corpo fu buttato in una fossa comune. Millán è riuscito a ricostruirne i movimenti e identificarne il corpo, e da allora è impegnato ad aiutare quanti «vogliono sapere, trovare i loro cari e non sanno nemmeno da che parte cominciare. Le fosse, questo è un dato governativo, sono oltre 2.050».
A Barcellona, che in questi giorni è in pieno braccio di ferro con la capitale per la risoluzione d’indipendenza della Catalogna sospesa dalla Corte Costituzionale, ha appena presentato il suo ultimo libro Los besos en el pan Almudena Grandes, scrittrice molto amata in Spagna (tradotta in Italia da Guanda) e sensibile alle questioni politiche. Quando le chiediamo una riflessione sull’evoluzione post bellica e sul tema della memoria, fa un distinguo interessante, partendo da sé e da quelli della sua generazione «del 1960, educati in un ambiente e con uno spirito che non aveva più nulla del regime. Però credo che la crisi che la democrazia spagnola sta vivendo sia legata alla transizione democratica che ha reso la Spagna un Paese fragile: non ci fu una rottura estesa ed efficace con la dittatura, le istituzioni conservano molto di quell’epoca. C’è dunque all’origine un problema sentimentale e morale, e il problema territoriale (della Catalogna ndr) è la manifestazione di un Paese che non si riconosce nei simboli nazionali spagnoli, perché non si è fatto un progetto rotondo e la transizione è stata ambigua». Grandes, che ha scritto diversi romanzi ispirati alla Guerra civile (pensiamo a Inés e l’allegria o a Il ragazzo che leggeva Verne), non risparmia le critiche a chi governa: «Non c’è una politica pubblica della memoria. Il Governo Rajoy non ha cancellato la legge ma non ha mosso un dito. Ricordiamoci che abbiamo 150mila cadaveri senza un nome, con 1000 famiglie che non possono recuperare i corpi. C’è gente che pensa che sia una questione ideologica, e invece questa è una vicenda di diritti umani. La memoria non ha a che vedere con il passato ma con il presente e il futuro: è la nostra grande questione pendente».
La Spagna delle fosse comuni
A 40 anni dalla morte di Franco sono ancora migliaia i morti della Guerra civile seppelliti in tombe di massa, che non hanno un nome
di Eliana Di Caro
Il biglietto costa nove euro, ma prima si sale per sei chilometri lungo una strada fitta di conifere, abeti e pini tipici della Sierra di Madrid, quasi a voler creare un’attesa nel visitatore. Si rimane effettivamente spiazzati dalla maestosità della Valle de Los Caídos, il monumento ai caduti voluto da Francisco Franco e inaugurato il 1° aprile del 1959, a 20 anni dalla fine della Guerra civile, con una croce alta 105 metri incombente su tutto e tutti. Qui, il prossimo 20 novembre, si ricorderà il 40° anniversario della morte del Generalísimo - la cui tomba è sull’altare - e si raduneranno i nostalgici franchisti. Ma l’immensa e cupa basilica è anche il simbolo di una lacerazione mai ricomposta che il Paese si porta dietro, più o meno consapevolmente, da quasi mezzo secolo: scavata nella roccia dai prigionieri di guerra, contiene i resti delle vittime del conflitto, 33.833 si legge in una pagina web del Governo spagnolo, di cui 12.410 non identificati. Un immane, macabro ossario, ma non isolato. Sono infatti centinaia le fosse comuni sparse nel Paese, molte delle quali mai aperte.
La legge della «Memoria histórica», approvata alla fine del dicembre 2007 dal Governo Zapatero, ha cercato di rispondere a un popolo che vuole la restituzione dei propri morti, chiede di riconoscerli e piangerli. Un’esigenza sollecitata dalle tante associazioni costituite soprattutto dalle giovani generazioni, spinte dall’urgenza di conoscere la sorte dei loro nonni, familiari e dal bisogno di verità e comprensione del processo di transizione, dopo il ’75, basato sul patto dell’oblio.
José Álvarez Junco, professore emerito di Storia del pensiero e dei movimenti sociali all’Università Complutense di Madrid, spiega che in realtà non è corretto definirlo patto dell’oblio come comunemente si fa: «Della guerra, del franchismo, del disastro in cui tutto era culminato si parlò apertamente, si cercò una formula di amnistia proposta dalla sinistra. L’accordo riguardò piuttosto la non utilizzazione politica della storia, si decise - per fare un esempio - di non chiamare reciprocamente assassini il ministro franchista Manuel Fraga che firmò la pena di morte di Julián Grimau nel ’63 (esponente del Pce, ndr) e il segretario comunista Santiago Carrillo che avrebbe potuto impedire la strage di Paracuellos compiuta dai repubblicani. Si stabilì che era più importante per entrambe le parti andare verso una Costituzione democratica, ma non ci fu né silenzio né oblio in questa scelta. La destra non aveva un progetto né un leader, si assicurò che non ci sarebbero state epurazioni nella polizia, tra i militari e nella magistratura (motivo per cui abbiamo una classe di giudici conservatrice e inefficace); la sinistra, dinanzi a un regime franchista comunque ancora forte e strutturato e al rischio di una nuova guerra civile, ottenne l’amnistia e le elezioni democratiche». Ma il sito internet dell’Associazione per il recupero della Memoria storica si apre con la foto dei firmatari della Costituzione del ’78, sulla quale campeggia una scritta eloquente: «Perché i Padri della Costituzione hanno lasciato mio nonno nella fossa?».
Spiega ancora Junco: «Il Governo non promuove le esumazioni, se c’è una iniziativa privata l’appoggia con aiuti economici e giuridici. Lo ha stabilito la legge che prevede anche la rimozione dei simboli franchisti più aggressivi e celebrativi, o la compensazione con simboli repubblicani: vuol dire che accanto a una croce o lapide o monumento franchista ce ne deve essere un’altra repubblicana». Questo dà la misura di quanto le ferite siano ancora aperte, e il tema della Guerra civile e della dittatura resti in qualche modo irrisolto. «Per me la legge è troppo moderata. Io ho fatto parte della prima Commissione di stesura del provvedimento - prosegue Junco - che è stata in discussione più di un anno. Si è dibattuto della Valle de Los Caídos, a proposito di simboli celebrativi di Franco. Personalmente penso che non dovrebbe essere rimosso, ma visitato con consapevolezza: bisognerebbe spiegare che cos’è, cosa rappresenta, con delle fotografie dei prigionieri che lo hanno costruito, e accanto dovrebbe sorgere un centro sulle guerre civili. Insomma, Auschwitz non è stato distrutto ma tutti sanno. Questo mio progetto è stato messo da parte. La Guerra civile è un trauma per gli spagnoli, ricorda loro il tempo in cui erano poveri, violenti, li fa vergognare, mentre ora sono ricchi ed europei. I giovani non hanno il peso di tutto questo su di sé, stanno cambiando le cose, vogliono giustizia, sono più radicali».
Lo si capisce parlando con José Antonio Millán, 40 anni, lo sguardo fiero, che dal 2005 combatte la battaglia della memoria. È avvocato penalista e presidente dell’associazione di Ciudad Real, capitale della Mancha, 200 chilometri a sud di Madrid. Uno zio del padre, Ramón, sindacalista anarchico di 25 anni, dopo «il colpo di Stato di Franco del 18 luglio del ’36, perché ricordiamolo fu un colpo di Stato», fu arrestato con un centinaio di persone e fucilato il 6 ottobre del ’39, il suo corpo fu buttato in una fossa comune. Millán è riuscito a ricostruirne i movimenti e identificarne il corpo, e da allora è impegnato ad aiutare quanti «vogliono sapere, trovare i loro cari e non sanno nemmeno da che parte cominciare. Le fosse, questo è un dato governativo, sono oltre 2.050».
A Barcellona, che in questi giorni è in pieno braccio di ferro con la capitale per la risoluzione d’indipendenza della Catalogna sospesa dalla Corte Costituzionale, ha appena presentato il suo ultimo libro Los besos en el pan Almudena Grandes, scrittrice molto amata in Spagna (tradotta in Italia da Guanda) e sensibile alle questioni politiche. Quando le chiediamo una riflessione sull’evoluzione post bellica e sul tema della memoria, fa un distinguo interessante, partendo da sé e da quelli della sua generazione «del 1960, educati in un ambiente e con uno spirito che non aveva più nulla del regime. Però credo che la crisi che la democrazia spagnola sta vivendo sia legata alla transizione democratica che ha reso la Spagna un Paese fragile: non ci fu una rottura estesa ed efficace con la dittatura, le istituzioni conservano molto di quell’epoca. C’è dunque all’origine un problema sentimentale e morale, e il problema territoriale (della Catalogna ndr) è la manifestazione di un Paese che non si riconosce nei simboli nazionali spagnoli, perché non si è fatto un progetto rotondo e la transizione è stata ambigua». Grandes, che ha scritto diversi romanzi ispirati alla Guerra civile (pensiamo a Inés e l’allegria o a Il ragazzo che leggeva Verne), non risparmia le critiche a chi governa: «Non c’è una politica pubblica della memoria. Il Governo Rajoy non ha cancellato la legge ma non ha mosso un dito. Ricordiamoci che abbiamo 150mila cadaveri senza un nome, con 1000 famiglie che non possono recuperare i corpi. C’è gente che pensa che sia una questione ideologica, e invece questa è una vicenda di diritti umani. La memoria non ha a che vedere con il passato ma con il presente e il futuro: è la nostra grande questione pendente».
Repubblica 15.11.15
Da Carrà a Magritte tutti sulla strada di re Giorgio
Ma lui, nelle sue memorie, liquidò la parabola dei compagni di Breton con disprezzo
di Lea Mattarella
Il pittore influenzò molti colleghi italiani compreso Morandi. E diventò la “musa” dei surrealisti come Max Ernst e Salvador Dalí
La metafisica di Giorgio de Chirico è stata una di quelle invenzioni pittoriche così straordinarie da costringere molti artisti a farci i conti. Carlo Carrà lo raggiunge ben presto su quella strada, in cui ci si imbatte in manichini, porte che si aprono su ambienti bui e sconosciuti, figure omeriche, apparizioni, enigmi, colpi di teatro. In mostra a Ferrara è raccontata la loro rivalità a colpi di capolavori, tra Ettore e Andromaca e Penelope. E anche Giorgio Morandi ha una breve fase in cui le bottiglie e le ciotole del suo studio assumono un ordine metafisico, incontrando squadre, misteriose casette, manichini e ombre, come si vede dalle nature morte esposte in questa occasione datate tra il 1917 e il 1919. Sono Carrà e Morandi a trasferire la metafisica in Germania dove sbarcherà tra i seguaci della Nuova Oggettività e nutrirà la fantasia delle litografie Fiat Modes Pereat Art di Max Ernst, oggi in mostra. E se torniamo in Italia vediamo che persino Filippo de Pisis, la cui rapida pennellata è assai lontana da quella di de Chirico, si confronta con i suoi Pesci sacri, citando l’occhio disegnato su un biglietto di visita con l’angolo piegato che compare ne L’angelo ebreo. E un “costruttore” come Mario Sironi elargisce un mistero metafisico alla sua Venere dei porti.
Ma sono i surrealisti coloro che hanno fatto del Pictor Optimus la loro musa inquietante, per dirla dechirichianamente. Com’è noto i loro rapporti furono a dir poco turbolenti. André Breton, teorico del movimento, era facile alle “scomuniche” e sulla Révolution Surrealiste, dopo una prima, totalizzante infatuazione, condanna de Chirico come “falsario di se stesso”.
Da parte sua l’artista, nelle memorie, liquida così l’avventura con gli antichi ammiratori: «Poco dopo esser giunto a Parigi trovai una forte opposizione da parte di quel gruppo di degenerati, di teppistoidi, di figli di papà, di sfaccendati, di onanisti e di abulici che pomposamente si erano autobattezzati “surrealisti” e parlavano anche di “rivoluzione surrealista”».
Eppure la pittura dei seguaci di Breton sarebbe stata un’altra senza di lui, la sua influenza è stata fondamentale nella costruzione di spazi onirici e di lucidi e perturbanti paradossi. Qui a Ferrara lo si coglie appieno di fronte ai capolavori di Salvador Dalí e di René Magritte in mostra. Gradiva retrouve les ruines antropomorphes del primo, inquadra una singolare coppia abbracciata, ritratta in un immenso e desolato spazio vuoto su cui sorgono rovine. La figura femminile in primo piano deriva da quelle di spalle, circondate da drappeggi di de Chirico. Così come risente delle sue suggestioni il lungo spazio “verticalizzato” e costruito come un palcoscenico, luogo ideale per la messa in scena di sogni, che sono soprattutto incubi, esibiti con una maniacale perfezione formale. L’influenza di de Chirico su Magritte è evidente nell’accostamento di oggetti apparentemente lontani tra loro per forme e significati. Qui è analizzata con accostamenti affascinanti la loro fratellanza nell’utilizzare il “quadro nel quadro”. Ne La condition humaine del pittore belga, il dipinto raffigurato all’interno dell’opera si confonde con la realtà. Perché è questo il punto: non si conoscono più, o forse non esistono, i confini tra ciò che è vero e ciò che è rappresentato, sognato, apparso.
Da Carrà a Magritte tutti sulla strada di re Giorgio
Ma lui, nelle sue memorie, liquidò la parabola dei compagni di Breton con disprezzo
di Lea Mattarella
Il pittore influenzò molti colleghi italiani compreso Morandi. E diventò la “musa” dei surrealisti come Max Ernst e Salvador Dalí
La metafisica di Giorgio de Chirico è stata una di quelle invenzioni pittoriche così straordinarie da costringere molti artisti a farci i conti. Carlo Carrà lo raggiunge ben presto su quella strada, in cui ci si imbatte in manichini, porte che si aprono su ambienti bui e sconosciuti, figure omeriche, apparizioni, enigmi, colpi di teatro. In mostra a Ferrara è raccontata la loro rivalità a colpi di capolavori, tra Ettore e Andromaca e Penelope. E anche Giorgio Morandi ha una breve fase in cui le bottiglie e le ciotole del suo studio assumono un ordine metafisico, incontrando squadre, misteriose casette, manichini e ombre, come si vede dalle nature morte esposte in questa occasione datate tra il 1917 e il 1919. Sono Carrà e Morandi a trasferire la metafisica in Germania dove sbarcherà tra i seguaci della Nuova Oggettività e nutrirà la fantasia delle litografie Fiat Modes Pereat Art di Max Ernst, oggi in mostra. E se torniamo in Italia vediamo che persino Filippo de Pisis, la cui rapida pennellata è assai lontana da quella di de Chirico, si confronta con i suoi Pesci sacri, citando l’occhio disegnato su un biglietto di visita con l’angolo piegato che compare ne L’angelo ebreo. E un “costruttore” come Mario Sironi elargisce un mistero metafisico alla sua Venere dei porti.
Ma sono i surrealisti coloro che hanno fatto del Pictor Optimus la loro musa inquietante, per dirla dechirichianamente. Com’è noto i loro rapporti furono a dir poco turbolenti. André Breton, teorico del movimento, era facile alle “scomuniche” e sulla Révolution Surrealiste, dopo una prima, totalizzante infatuazione, condanna de Chirico come “falsario di se stesso”.
Da parte sua l’artista, nelle memorie, liquida così l’avventura con gli antichi ammiratori: «Poco dopo esser giunto a Parigi trovai una forte opposizione da parte di quel gruppo di degenerati, di teppistoidi, di figli di papà, di sfaccendati, di onanisti e di abulici che pomposamente si erano autobattezzati “surrealisti” e parlavano anche di “rivoluzione surrealista”».
Eppure la pittura dei seguaci di Breton sarebbe stata un’altra senza di lui, la sua influenza è stata fondamentale nella costruzione di spazi onirici e di lucidi e perturbanti paradossi. Qui a Ferrara lo si coglie appieno di fronte ai capolavori di Salvador Dalí e di René Magritte in mostra. Gradiva retrouve les ruines antropomorphes del primo, inquadra una singolare coppia abbracciata, ritratta in un immenso e desolato spazio vuoto su cui sorgono rovine. La figura femminile in primo piano deriva da quelle di spalle, circondate da drappeggi di de Chirico. Così come risente delle sue suggestioni il lungo spazio “verticalizzato” e costruito come un palcoscenico, luogo ideale per la messa in scena di sogni, che sono soprattutto incubi, esibiti con una maniacale perfezione formale. L’influenza di de Chirico su Magritte è evidente nell’accostamento di oggetti apparentemente lontani tra loro per forme e significati. Qui è analizzata con accostamenti affascinanti la loro fratellanza nell’utilizzare il “quadro nel quadro”. Ne La condition humaine del pittore belga, il dipinto raffigurato all’interno dell’opera si confonde con la realtà. Perché è questo il punto: non si conoscono più, o forse non esistono, i confini tra ciò che è vero e ciò che è rappresentato, sognato, apparso.
Repubblica15.11.15
De Chirico. Il secolo breve della metafisica
Ferrara celebra al Palazzo dei Diamanti il grande artista che si trasferì nella città estense cent’anni fa segnando per sempre il Novecento
di Fabrizio D’Amico
È la pittura metafisica per antonomasia, quella creata da Giorgio de Chirico in un pugno d’anni, grosso modo raccolti tutti nel secondo decennio del ‘900, a Parigi e Ferrara soprattutto. Un’idea di pittura che era giunta già a definitiva maturità tra il 1911 e i primi mesi del ’15, a Parigi: dove essa era sbocciata pienamente – senza che molti, neanche nella capitale francese, ne prendessero atto, peraltro. Una pittura che fece del mondo un eterno enigma; nella quale, in vaste, silenziose piazze deserte le statue vivevano la loro vita di pietra, proiettandovi lunghe ombre ansiose e cariche di memorie classiche o letterarie. Un’esistenza assorta, nata incongruamente ai piedi di arcate immense e mute; ovvero ove la vela di una nave, o il fumo di un treno, passavano lontano, sull’orizzonte occluso da un alto muro
cieco, testimoniando forse la malinconia dell’esule senza patria.
Poi venne la guerra: e i due “Dioscuri” del nostro XX secolo – de Chirico e il fratello Alberto Savinio – decisero di far rientro in Italia. Arruolati, furono aggregati a un battaglione di fanteria e inviati a Ferrara. Fu qui che nacque una seconda, diversa metafisica: fatta di incastri coloratissimi di squadre e righelli, di bastoncini di liquirizia, di rocchetti di filo, di pani in croce latina, come è il pane ferrarese, di biscotti nelle loro scatole azzurre. Quella metafisica che affidava lo spaesamento, la tristezza, lo stupore di chi guarda, al matrimonio improbabile e talvolta ironico fra cose d’ogni giorno, raffigurate in uno spazio senz’aria, ossessivamente misurato da vane prospettive geometriche. Era quella la metafisica che Giorgio de Chirico inventò allora, e che trasmise al più esperto Carrà, reduce da una stagione futurista e da un successivo invaghimento primitivista e giottesco; al giovanissimo de Pisis, ancora incerto se farsi pittore; e a Morandi, che pur non conobbe de Chirico se non a guerra conclusa, a Roma.
De Chirico a Ferrara. Metafisica e avanguardie è la mostra che documenta questi pochi anni (1915-1918), altissimi, della pittura italiana: affiancando all’opera di quel magico tempo dechirichiano quella di coloro che furono allora i suoi sodali italiani, e ricordando anche, attraverso pochi ma ben scelti esempi, l’opera di coloro che, in Europa, subirono più tardi il fascino della sua pittura: da alcuni interpreti della Nuova Oggettività tedesca a Man Ray, fino ai primi interpreti del surrealismo, fra cui Ernst, Dalí, Magritte. Voluta da Maria Luisa Pacelli, direttrice delle Gallerie Civiche ferraresi, e curata con l’usuale competenza e perizia da Paolo Baldacci e Gerd Roos, la mostra è notevolissima, e davvero rara per i prestiti prestigiosi di cui si giova. È aperta adesso a Palazzo dei Diamanti (dove resterà fino al 28 febbraio); e con essa Ferrara Arte, che l’ha promossa insieme alla Staatsgalerie di Stoccarda ove sarà in seguito trasferita, torna ai livelli espositivi che le sono stati usuali per tanti anni. Si va di capolavoro in capolavoro. Per primo, I progetti della fanciulla (dipinto da de Chirico nel ’15, poco dopo l’arrivo nella città estense; e proveniente oggi, dal Museum of Modern Art di New York), con il guanto appeso a occupare metà della strana, simbolica immagine: come era avvenuto, a Parigi l’anno precedente, a Le chant d’amour.
Ma ora un’ombra strappata alla realtà s’insinua nella nuova composizione, e un esatto, quasi iperrealista chiaroscuro dà volume e certezza plastica agli oggetti riuniti sotto la torre del castello ferrarese: una scatola verde, e alcuni rocchetti di filo, riuniti assieme a sorprendere, a spaesare.
Forse con minor ansia che non fosse a Parigi. Forse adesso de Chirico, dopo un impatto esistenzialmente difficile, si va abituando all’antica, “magica” città che lo accoglie. Qui ha la madre accanto, come sempre; e il fratello, che ne condivide e ne agevola i proficui rapporti con poeti e letterati. Ha una casa; e per amico quel giovane altolocato, Filippo de Pisis, che qualche volta lo esaspera con il suo egocentrismo, ma qualche altra lo incuriosisce narrandogli vecchie, strane storie ferraresi di cui sembra sapere tutto; e che lo conduce volentieri a esplorare i segreti nascosti nella propria “stanza delle meraviglie”, da cui de Chirico trae certamente qualche suggestione. Poi, del ’16, sempre di de Chirico sono in mostra L’angelo ebreo, e Il saluto dell’amico lontano, con l’occhio bianco e nero che inquieta, spuntato d’improvviso in mezzo a triangoli e squadre che stanno per diventare un manichino, o sopra un pane croccante, di cui par di sentire il profumo, tanto sembra vero. E finalmente del ’17, del ’18, i “grandi manichini”: Il Trovatore, Ettore e Andromaca, Il grande metafisico, Le Muse inquietanti, con quel pavimento che non finisce mai, indimenticabile. Quadri memorabili del secolo, non solo italiano; che tanto hanno dato a tante avanguardie e neo avanguardie.
Attorno stanno dipinti di Carrà e di un Morandi “metafisico” (qui documentato, dopo una delle rare Nature morte del ’16, dalla Natura morta con il manichino spezzato di Mamiano di Traversetolo, e dalla Natura morta con manichino del Museo del Novecento di Milano): non ancora giunto alla sua più alta maturità degli anni Venti – qui documentati, dalla Natura morta dal tavolo tondo, che testimonia già l’adesione del pittore al clima di
Valori Plastici – ma già ora tutto diverso da de Chirico. Infine Soffici, Sironi, de Pisis.
De Chirico. Il secolo breve della metafisica
Ferrara celebra al Palazzo dei Diamanti il grande artista che si trasferì nella città estense cent’anni fa segnando per sempre il Novecento
di Fabrizio D’Amico
È la pittura metafisica per antonomasia, quella creata da Giorgio de Chirico in un pugno d’anni, grosso modo raccolti tutti nel secondo decennio del ‘900, a Parigi e Ferrara soprattutto. Un’idea di pittura che era giunta già a definitiva maturità tra il 1911 e i primi mesi del ’15, a Parigi: dove essa era sbocciata pienamente – senza che molti, neanche nella capitale francese, ne prendessero atto, peraltro. Una pittura che fece del mondo un eterno enigma; nella quale, in vaste, silenziose piazze deserte le statue vivevano la loro vita di pietra, proiettandovi lunghe ombre ansiose e cariche di memorie classiche o letterarie. Un’esistenza assorta, nata incongruamente ai piedi di arcate immense e mute; ovvero ove la vela di una nave, o il fumo di un treno, passavano lontano, sull’orizzonte occluso da un alto muro
cieco, testimoniando forse la malinconia dell’esule senza patria.
Poi venne la guerra: e i due “Dioscuri” del nostro XX secolo – de Chirico e il fratello Alberto Savinio – decisero di far rientro in Italia. Arruolati, furono aggregati a un battaglione di fanteria e inviati a Ferrara. Fu qui che nacque una seconda, diversa metafisica: fatta di incastri coloratissimi di squadre e righelli, di bastoncini di liquirizia, di rocchetti di filo, di pani in croce latina, come è il pane ferrarese, di biscotti nelle loro scatole azzurre. Quella metafisica che affidava lo spaesamento, la tristezza, lo stupore di chi guarda, al matrimonio improbabile e talvolta ironico fra cose d’ogni giorno, raffigurate in uno spazio senz’aria, ossessivamente misurato da vane prospettive geometriche. Era quella la metafisica che Giorgio de Chirico inventò allora, e che trasmise al più esperto Carrà, reduce da una stagione futurista e da un successivo invaghimento primitivista e giottesco; al giovanissimo de Pisis, ancora incerto se farsi pittore; e a Morandi, che pur non conobbe de Chirico se non a guerra conclusa, a Roma.
De Chirico a Ferrara. Metafisica e avanguardie è la mostra che documenta questi pochi anni (1915-1918), altissimi, della pittura italiana: affiancando all’opera di quel magico tempo dechirichiano quella di coloro che furono allora i suoi sodali italiani, e ricordando anche, attraverso pochi ma ben scelti esempi, l’opera di coloro che, in Europa, subirono più tardi il fascino della sua pittura: da alcuni interpreti della Nuova Oggettività tedesca a Man Ray, fino ai primi interpreti del surrealismo, fra cui Ernst, Dalí, Magritte. Voluta da Maria Luisa Pacelli, direttrice delle Gallerie Civiche ferraresi, e curata con l’usuale competenza e perizia da Paolo Baldacci e Gerd Roos, la mostra è notevolissima, e davvero rara per i prestiti prestigiosi di cui si giova. È aperta adesso a Palazzo dei Diamanti (dove resterà fino al 28 febbraio); e con essa Ferrara Arte, che l’ha promossa insieme alla Staatsgalerie di Stoccarda ove sarà in seguito trasferita, torna ai livelli espositivi che le sono stati usuali per tanti anni. Si va di capolavoro in capolavoro. Per primo, I progetti della fanciulla (dipinto da de Chirico nel ’15, poco dopo l’arrivo nella città estense; e proveniente oggi, dal Museum of Modern Art di New York), con il guanto appeso a occupare metà della strana, simbolica immagine: come era avvenuto, a Parigi l’anno precedente, a Le chant d’amour.
Ma ora un’ombra strappata alla realtà s’insinua nella nuova composizione, e un esatto, quasi iperrealista chiaroscuro dà volume e certezza plastica agli oggetti riuniti sotto la torre del castello ferrarese: una scatola verde, e alcuni rocchetti di filo, riuniti assieme a sorprendere, a spaesare.
Forse con minor ansia che non fosse a Parigi. Forse adesso de Chirico, dopo un impatto esistenzialmente difficile, si va abituando all’antica, “magica” città che lo accoglie. Qui ha la madre accanto, come sempre; e il fratello, che ne condivide e ne agevola i proficui rapporti con poeti e letterati. Ha una casa; e per amico quel giovane altolocato, Filippo de Pisis, che qualche volta lo esaspera con il suo egocentrismo, ma qualche altra lo incuriosisce narrandogli vecchie, strane storie ferraresi di cui sembra sapere tutto; e che lo conduce volentieri a esplorare i segreti nascosti nella propria “stanza delle meraviglie”, da cui de Chirico trae certamente qualche suggestione. Poi, del ’16, sempre di de Chirico sono in mostra L’angelo ebreo, e Il saluto dell’amico lontano, con l’occhio bianco e nero che inquieta, spuntato d’improvviso in mezzo a triangoli e squadre che stanno per diventare un manichino, o sopra un pane croccante, di cui par di sentire il profumo, tanto sembra vero. E finalmente del ’17, del ’18, i “grandi manichini”: Il Trovatore, Ettore e Andromaca, Il grande metafisico, Le Muse inquietanti, con quel pavimento che non finisce mai, indimenticabile. Quadri memorabili del secolo, non solo italiano; che tanto hanno dato a tante avanguardie e neo avanguardie.
Attorno stanno dipinti di Carrà e di un Morandi “metafisico” (qui documentato, dopo una delle rare Nature morte del ’16, dalla Natura morta con il manichino spezzato di Mamiano di Traversetolo, e dalla Natura morta con manichino del Museo del Novecento di Milano): non ancora giunto alla sua più alta maturità degli anni Venti – qui documentati, dalla Natura morta dal tavolo tondo, che testimonia già l’adesione del pittore al clima di
Valori Plastici – ma già ora tutto diverso da de Chirico. Infine Soffici, Sironi, de Pisis.
Repubblica 15.11.15
Bice Mortara Garavelli
“Indagando la retorica e le parole ho vissuto il dolore e cercato la verità”
La linguista racconta la Resistenza, gli insegnamenti di Benvenuto Terracini, gli studi sul valore umano della filologia, la morte di un figlio
Ha dedicato un libro al silenzio, anch’esso un linguaggio, che va accostato non solo al buio, anche alla quiete
colloquio con Antonio Gnoli
Cosa nasconde il cuore di una persona? Bice Mortara Garavelli è una donna apparentemente felice. Il suo Manuale di Retorica è giunto alla sedicesima edizione. Da più di 60 anni la lingua italiana è il suo territorio di caccia. Una laurea con il grande Benvenuto Terracini conseguita a Torino negli anni Cinquanta sulle parentesi e gli incisi. Bice è una donna arguta, curiosa. Vive a Torino con un marito che è stato un importante magistrato e compagno di banco di Umberto Eco. Mario Garavelli coltiva l’arte della discrezione. È una presenza costante nella vita di Bice. Ma, in un certo senso, invisibile. Almeno è ciò che percepisco, tuffandomi nella vita di questa donna che mi accoglie con una eleganza mentale trafelata, dubbiosa, tormentata. Ma anche ironica. Chi avrebbe mai scritto, affondando nelle carni molli della costruzione giuridica italiana, un libro su Le parole e la giustizia? Dove si intuisce – attraverso un esame attento, rigoroso e perfino esilarante della lingua giuridica – il perché nella patria del diritto romano stentano a formarsi strumenti legislativi chiari e certi. E qui verrebbe da aggiungere che la retorica ha svolto il suo compito di copertura. Si capisce, dunque, che la lingua è una grande invenzione che aiuta a dire o a non dire: «In questo siamo maestri e prestigiatori. Se una ragione di vita ha accompagnato il mio lavoro di linguista è stata di rendere l’organismo vivo e talvolta sfuggente della lingua qualcosa di stabile, almeno nei limiti del possibile».
Ogni lingua pone problemi di trasmissione e di interpretazione. Sono questi i limiti del possibile?
«Il confine del possibile si disegna con il grado di comprensione di un discorso. Ma chi stabilisce questo grado? Il parlante? L’interlocutore? La lingua medesima? Montaigne notò che il panorama della lingua era mutato da quando le parole che servivano per interpretare le cose cedettero il passo alle parole che avevano come oggetto o argomento altre parole».
Oggi diremmo che è sempre più difficile parlare di fatti. Un linguista come reagisce?
«È difficile parlare delle “cose”, degli individui, dei modi d’essere e degli accadimenti di un mondo reale o fittizio, senza tener conto di ciò che altri hanno detto, o noi stessi altre volte abbiamo detto o pensato. Un linguista non può che prendere atto che il discorso umano è quasi sempre citazionale».
Beh non è che i fatti non ci siano.
«Ci sono, d’accordo. Ma dentro un’azione linguistica. Vestiti dalla parola. Che è sempre o quasi sempre una “parola altrui”, come fu detto con efficacia di Michail Bachtin e come indipendentemente seppe teorizzare il mio maestro Benvenuto Terracini».
Dove ha studiato?
«Università di Torino. Mi laureai nel 1954 con una tesi sulle incidentali nelle proposizioni. Più semplicemente sulle parentesi».
Meraviglioso. Scelse l’argomento più superfluo che ci fosse.
«Superfluo? Forse. Ma un enunciato parentetico aggiunge, chiarisce, caratterizza. Nella scrittura l’inciso è segnalato da parentesi tonda, virgole, lineette. In quello orale da un cambio dell’intonazione della voce».
È come chiudere una frase dentro una gabbia, sacrificarla per meglio far risplendere il resto della proposizione.
«L’ordine della lingua richiede gerarchie, ma altresì scoppi di libertà, divagazioni».
Rapidità di stile.
«E del pensiero. Italo Calvino nella rapidità di stile colse l’agilità, la mobilità, la disinvoltura. Tutte qualità, diceva, che si accordano con una scrittura pronta alle divagazioni».
Dove è nata?
«A Refrancore, in provincia di Asti. La casa natale era sul confine di Montemagno. Qui vidi passare un giorno sul suo cavallo bianco Iolanda di Savoia. Mi sembrava un sogno, una visione per una bambina vissuta fino a quel momento tra le cose semplici. La mamma maestra elementare. Mio padre segretario comunale. Le zone, nel 1943 1944, erano presidiate dai partigiani. Ricordo certe fughe notturne, nell’angoscia perenne. Ci rifugiammo a Masio. I tedeschi cercavano mio padre per fucilarlo. Reo di aver aiutato la lotta partigiana. Per rappresaglia bruciarono mezzo paese. Rivoltarono il municipio. Nessuno tradì né fece il suo nome».
A lei cosa fecero?
«Avevo 11 anni. Vidi i tedeschi arrivare con le barche dal Tanaro. Mio padre fuggì su un carro trainato dai buoi, nascosto tra la paglia. I soldati irruppero a casa. Io avevo deciso di studiare la loro lingua. Tenni volutamente aperto sul tavolo della cucina il corso di lingua tedesco Pellis e Bidoli. Riuscii così a far risparmiare la casa. Malgrado la guerra fui una bambina felice».
Ha un’idea della felicità?
«È una condizione rara e facilmente insidiabile. Ma se dovessi definirla non troverei di meglio che una frase contenuta in una lettera che Terracini mi spedì: «la vera felicità è in noi e nelle circostanze della vita».
Sembra la frase di un innamorato.
«Era innamorato dell’insegnamento, della libertà della lingua e dell’uomo. Patì da ebreo le leggi razziali. Fu esule in Argentina e dopo il 1945 riprese l’insegnamento in Italia. Per lui la lingua non era qualcosa di astratto, ma nasceva e viveva nell’interazione dei parlanti. Fu grazie a Terracini che divenni amica di Maria Corti e Cesare Segre, anche loro suoi allievi. Era già abbastanza vecchio e stanco quando mi disse: “Vai a Pavia da Cesare e Maria, loro ti possono ancora insegnare qualcosa”».
Che ricordo ha della Corti?
«Fu una donna di grande affabilità. Diventammo molto amiche, al punto che quando era a Torino spesso dormiva da me. Aveva sofferto il distacco sentimentale da Segre. Si scoprì vulnerabile e finì col rinunciare a tutto per lo studio. Maria era molto sicura delle sue idee. È stata una presenza fondamentale nella mia vita. Fu lei a darmi l’idea di scrivere un manuale di retorica. Che ha avuto, e continua ad avere, un successo lusinghiero».
Qual è il fascino della retorica?
«Direi l’arte di persuadere».
E il limite?
«La capacità di ingannare».
In un politico?
«Se è sprovvisto del senso della cosa pubblica la menzogna diventerà essa stessa cattiva persuasione ».
Quanto incide la retorica in pubblicità?
«Tantissimo. Ma in modo inconsapevole. Un brano pubblicitario mette in gioco tutti i congegni della retorica, ma senza esserne profondamente cosciente ».
La retorica è una forma di potere?
«È il potere di “fare presa” sui destinatari. Ma per catturare le persone cui ci si rivolge bisogna identificarsi con loro. Le diverse maniere di raggiungere tale identificazione sono l’oggetto della retorica».
Da discorso innocuo e ornamentale, come la consideravano gli antichi, diventa una strategia comunicativa di conquista.
«Anche nell’antichità si pensava alla lingua come potere di persuasione. La retorica nasce nel V secolo avanti Cristo. Nella Magna Grecia e in Sicilia ».
Dove il pensiero divagava.
«Mica tanto. Fin da subito le tecniche retoriche si manifestano sia come l’arte di difendersi e di attaccare nelle controversie giuridiche e nei dibattiti politici; sia nell’uso della parola come suggestione, trascinatrice degli animi, incantamento della ragione ».
Agilità e versatilità della parola.
«Già Omero immaginò che il sapiente sapeva conversare con gli uomini in molti modi. La retorica occidentale fu alla base della creazione della civiltà greca. Per il suo fiorire furono determinanti lo sviluppo della polis e la democrazia».
Non crede che la retorica ci abbia allontanati dalla verità?
«Nietzsche aveva compreso che il linguaggio è eminentemente retorico e che per questo non vive di verità ma di assenza di verità. Le mobili metafore non sono il riflesso della realtà ma la sua falsificazione o trasformazione».
Come reazione a tutto questo ha deciso di occuparsi del silenzio?
«Anche il silenzio è un linguaggio. Un modo di parlare senza usare le parole. In letteratura e in poesia il silenzio è accostato alla notte, al buio, alle ombre. Ma anche alla quiete e alla pace, come suggerisce Leopardi. Il silenzio vive in ogni tristezza ci ricorda
Walter Benjamin; ma alberga anche nell’indicibile come sperimentò Primo Levi ad Auschwitz».
Mi viene in mente quel piccolo e prezioso libro che Padre Giovanni Pozzi dedicò al tacere.
«
Tacet
fu uno dei suoi ultimi libri: un bellissimo elogio della parola silenziosa che nasce dal sapere ascoltare. Padre Pozzi l’ho conosciuto bene. Fu un uomo straordinario. Terracini mi esortò a leggere la sua predicazione sul Seicento. Aveva un’aria severa e limpida. Fu lui a ricordare Maria Corti al funerale. Era inverno. Nel cortile dell’università di Pavia ci fu la cerimonia. Ricordo tante persone. Ovviamente Segre che era stato il suo compagno. Dante Isella, Roberto Cerati, Umberto Eco. E poi il feretro di Maria fu portato a Pellio. Un paesino dove trascorreva l’estate. Nella chiesetta che lei amava Padre Pozzi prese la parola. Il silenzio del momento si rivestì della sua bellissima voce».
Cosa disse?
«Disse che con la sua filologia Maria aveva ricercato la verità. Né più né meno quella che attribuiamo all’Onnipotente. Cos’è Dio? Dio è verità. Maria cercò la verità nei testi».
E lei dove cerca la verità?
«Non lo so. Essa ci appare brutale, drammatica, o magari meravigliosa, solo in alcune circostanze. Non bastano tutte le icone della letteratura, né le figure della lingua per dirci cos’è la verità. Quando penso agli animali che rifiutano il cibo ho la sensazione che in quel dolore o in quell’approssimarsi alla morte si nasconda la verità».
Vale anche per gli umani?
«È più complicato. Ma alla fine il meccanismo è analogo. Si rifiuta, si tace, si cancella, ci si lascia andare all’acuta sonnolenza del dolore. Le ho detto quanto da bambina sia stata felice. Così come lo fui al mio matrimonio con Mario nel 1957. E l’anno dopo morì mio padre. Ma questo era in qualche modo scritto nell’ordine naturale delle cose. Diverso è se ti muore un figlio e tu sei lì a raccontarlo o a tacerlo, come nel mio caso, e a disperarmi».
Intende che suo figlio è morto, mentre lei è ancora qui, in un ordine invertito delle cose?
«C’è qualcosa di profondamente innaturale e di ingiusto nella sparizione di un figlio».
Come si chiamava?
«Giovanni, morì nel 1984. La notizia ci giunse improvvisa. Squarciò il mio cuore».
Come accadde?
«Era il 27 dicembre. Leggemmo sul giornale: studente italiano ucciso a Bangalore. Non c’erano elementi ulteriori. Fui presa da un’ansia fortissima».
Perché suo figlio si trovava lì?
«Dovrei raccontarle la vita di questa persona. Fin da bambino Giovanni sembrò diverso. Un’intelligenza acuta, profonda, prensile. Ricordo che a sei anni gli feci vedere l’alfabeto greco e in poche ore lo comprese. Aveva una naturalezza sorprendente nell’imparare le lingue. Ma era affettivamente fragile. Capace di piangere per un nonnulla. Crescendo sviluppò enormemente le sue doti intellettuali. Ma emotivamente restò un bambino. La sua vita è stata per noi fonte di meraviglia e di paura».
Paura per cosa?
«Per la sua esposizione al dolore. Scoprì che il mondo era diverso da come se lo aspettava. Scoprì la durezza e l’attrito delle cose. Lo vedevamo soffrire. Disperarsi. Eravamo impotenti. Chiedemmo aiuto a Don Ciotti. Passò un certo periodo nel Gruppo Abele. Si rasserenò. La sua predisposizione alle lingue lo aveva portato a imparare il tibetano. Andò in Nepal. Tornò in Italia. Ma qui soffriva. E volle fare un secondo viaggio in India».
Cos’era per lui l’India?
«Forse era l’armonia che l’Occidente non poteva dargli. Pochi gesti ci rivelano quale sia la vita segreta di un’anima. Quelli di Giovanni lo spinsero ad abbracciare un mondo che aveva deciso di conoscere e amare».
Lo sentiste in quei mesi?
«A volte c’erano delle telefonate. Diceva qui sto bene, sto in pace. Gli spedimmo dei soldi su una banca indiana. A un certo punto smise di telefonarci. Perdemmo le sue tracce a Nuova Delhi. Poi, quella morte violenta in un albergo di Bangalore. Fu una rapina. Per me è stata una prova difficilmente superabile».
Come si sente oggi a trent’anni di distanza da quell’episodio drammatico?
«Da lungo tempo penso di non essere più la “donna di carta” presa dalle ricerche e dai libri. Sono stata una donna disperata. Quante volte ero lì sul davanzale della finestra, pronta a farla finita. Lentamente mi sono ripresa. Grazie a mio marito Mario e a mio figlio Paolo, il più grande, che mi ha dato un nipote. Dove rifiorisce una speranza, una nuova vita, lì il gelo arretra e si scioglie».
Bice Mortara Garavelli
“Indagando la retorica e le parole ho vissuto il dolore e cercato la verità”
La linguista racconta la Resistenza, gli insegnamenti di Benvenuto Terracini, gli studi sul valore umano della filologia, la morte di un figlio
Ha dedicato un libro al silenzio, anch’esso un linguaggio, che va accostato non solo al buio, anche alla quiete
colloquio con Antonio Gnoli
Cosa nasconde il cuore di una persona? Bice Mortara Garavelli è una donna apparentemente felice. Il suo Manuale di Retorica è giunto alla sedicesima edizione. Da più di 60 anni la lingua italiana è il suo territorio di caccia. Una laurea con il grande Benvenuto Terracini conseguita a Torino negli anni Cinquanta sulle parentesi e gli incisi. Bice è una donna arguta, curiosa. Vive a Torino con un marito che è stato un importante magistrato e compagno di banco di Umberto Eco. Mario Garavelli coltiva l’arte della discrezione. È una presenza costante nella vita di Bice. Ma, in un certo senso, invisibile. Almeno è ciò che percepisco, tuffandomi nella vita di questa donna che mi accoglie con una eleganza mentale trafelata, dubbiosa, tormentata. Ma anche ironica. Chi avrebbe mai scritto, affondando nelle carni molli della costruzione giuridica italiana, un libro su Le parole e la giustizia? Dove si intuisce – attraverso un esame attento, rigoroso e perfino esilarante della lingua giuridica – il perché nella patria del diritto romano stentano a formarsi strumenti legislativi chiari e certi. E qui verrebbe da aggiungere che la retorica ha svolto il suo compito di copertura. Si capisce, dunque, che la lingua è una grande invenzione che aiuta a dire o a non dire: «In questo siamo maestri e prestigiatori. Se una ragione di vita ha accompagnato il mio lavoro di linguista è stata di rendere l’organismo vivo e talvolta sfuggente della lingua qualcosa di stabile, almeno nei limiti del possibile».
Ogni lingua pone problemi di trasmissione e di interpretazione. Sono questi i limiti del possibile?
«Il confine del possibile si disegna con il grado di comprensione di un discorso. Ma chi stabilisce questo grado? Il parlante? L’interlocutore? La lingua medesima? Montaigne notò che il panorama della lingua era mutato da quando le parole che servivano per interpretare le cose cedettero il passo alle parole che avevano come oggetto o argomento altre parole».
Oggi diremmo che è sempre più difficile parlare di fatti. Un linguista come reagisce?
«È difficile parlare delle “cose”, degli individui, dei modi d’essere e degli accadimenti di un mondo reale o fittizio, senza tener conto di ciò che altri hanno detto, o noi stessi altre volte abbiamo detto o pensato. Un linguista non può che prendere atto che il discorso umano è quasi sempre citazionale».
Beh non è che i fatti non ci siano.
«Ci sono, d’accordo. Ma dentro un’azione linguistica. Vestiti dalla parola. Che è sempre o quasi sempre una “parola altrui”, come fu detto con efficacia di Michail Bachtin e come indipendentemente seppe teorizzare il mio maestro Benvenuto Terracini».
Dove ha studiato?
«Università di Torino. Mi laureai nel 1954 con una tesi sulle incidentali nelle proposizioni. Più semplicemente sulle parentesi».
Meraviglioso. Scelse l’argomento più superfluo che ci fosse.
«Superfluo? Forse. Ma un enunciato parentetico aggiunge, chiarisce, caratterizza. Nella scrittura l’inciso è segnalato da parentesi tonda, virgole, lineette. In quello orale da un cambio dell’intonazione della voce».
È come chiudere una frase dentro una gabbia, sacrificarla per meglio far risplendere il resto della proposizione.
«L’ordine della lingua richiede gerarchie, ma altresì scoppi di libertà, divagazioni».
Rapidità di stile.
«E del pensiero. Italo Calvino nella rapidità di stile colse l’agilità, la mobilità, la disinvoltura. Tutte qualità, diceva, che si accordano con una scrittura pronta alle divagazioni».
Dove è nata?
«A Refrancore, in provincia di Asti. La casa natale era sul confine di Montemagno. Qui vidi passare un giorno sul suo cavallo bianco Iolanda di Savoia. Mi sembrava un sogno, una visione per una bambina vissuta fino a quel momento tra le cose semplici. La mamma maestra elementare. Mio padre segretario comunale. Le zone, nel 1943 1944, erano presidiate dai partigiani. Ricordo certe fughe notturne, nell’angoscia perenne. Ci rifugiammo a Masio. I tedeschi cercavano mio padre per fucilarlo. Reo di aver aiutato la lotta partigiana. Per rappresaglia bruciarono mezzo paese. Rivoltarono il municipio. Nessuno tradì né fece il suo nome».
A lei cosa fecero?
«Avevo 11 anni. Vidi i tedeschi arrivare con le barche dal Tanaro. Mio padre fuggì su un carro trainato dai buoi, nascosto tra la paglia. I soldati irruppero a casa. Io avevo deciso di studiare la loro lingua. Tenni volutamente aperto sul tavolo della cucina il corso di lingua tedesco Pellis e Bidoli. Riuscii così a far risparmiare la casa. Malgrado la guerra fui una bambina felice».
Ha un’idea della felicità?
«È una condizione rara e facilmente insidiabile. Ma se dovessi definirla non troverei di meglio che una frase contenuta in una lettera che Terracini mi spedì: «la vera felicità è in noi e nelle circostanze della vita».
Sembra la frase di un innamorato.
«Era innamorato dell’insegnamento, della libertà della lingua e dell’uomo. Patì da ebreo le leggi razziali. Fu esule in Argentina e dopo il 1945 riprese l’insegnamento in Italia. Per lui la lingua non era qualcosa di astratto, ma nasceva e viveva nell’interazione dei parlanti. Fu grazie a Terracini che divenni amica di Maria Corti e Cesare Segre, anche loro suoi allievi. Era già abbastanza vecchio e stanco quando mi disse: “Vai a Pavia da Cesare e Maria, loro ti possono ancora insegnare qualcosa”».
Che ricordo ha della Corti?
«Fu una donna di grande affabilità. Diventammo molto amiche, al punto che quando era a Torino spesso dormiva da me. Aveva sofferto il distacco sentimentale da Segre. Si scoprì vulnerabile e finì col rinunciare a tutto per lo studio. Maria era molto sicura delle sue idee. È stata una presenza fondamentale nella mia vita. Fu lei a darmi l’idea di scrivere un manuale di retorica. Che ha avuto, e continua ad avere, un successo lusinghiero».
Qual è il fascino della retorica?
«Direi l’arte di persuadere».
E il limite?
«La capacità di ingannare».
In un politico?
«Se è sprovvisto del senso della cosa pubblica la menzogna diventerà essa stessa cattiva persuasione ».
Quanto incide la retorica in pubblicità?
«Tantissimo. Ma in modo inconsapevole. Un brano pubblicitario mette in gioco tutti i congegni della retorica, ma senza esserne profondamente cosciente ».
La retorica è una forma di potere?
«È il potere di “fare presa” sui destinatari. Ma per catturare le persone cui ci si rivolge bisogna identificarsi con loro. Le diverse maniere di raggiungere tale identificazione sono l’oggetto della retorica».
Da discorso innocuo e ornamentale, come la consideravano gli antichi, diventa una strategia comunicativa di conquista.
«Anche nell’antichità si pensava alla lingua come potere di persuasione. La retorica nasce nel V secolo avanti Cristo. Nella Magna Grecia e in Sicilia ».
Dove il pensiero divagava.
«Mica tanto. Fin da subito le tecniche retoriche si manifestano sia come l’arte di difendersi e di attaccare nelle controversie giuridiche e nei dibattiti politici; sia nell’uso della parola come suggestione, trascinatrice degli animi, incantamento della ragione ».
Agilità e versatilità della parola.
«Già Omero immaginò che il sapiente sapeva conversare con gli uomini in molti modi. La retorica occidentale fu alla base della creazione della civiltà greca. Per il suo fiorire furono determinanti lo sviluppo della polis e la democrazia».
Non crede che la retorica ci abbia allontanati dalla verità?
«Nietzsche aveva compreso che il linguaggio è eminentemente retorico e che per questo non vive di verità ma di assenza di verità. Le mobili metafore non sono il riflesso della realtà ma la sua falsificazione o trasformazione».
Come reazione a tutto questo ha deciso di occuparsi del silenzio?
«Anche il silenzio è un linguaggio. Un modo di parlare senza usare le parole. In letteratura e in poesia il silenzio è accostato alla notte, al buio, alle ombre. Ma anche alla quiete e alla pace, come suggerisce Leopardi. Il silenzio vive in ogni tristezza ci ricorda
Walter Benjamin; ma alberga anche nell’indicibile come sperimentò Primo Levi ad Auschwitz».
Mi viene in mente quel piccolo e prezioso libro che Padre Giovanni Pozzi dedicò al tacere.
«
Tacet
fu uno dei suoi ultimi libri: un bellissimo elogio della parola silenziosa che nasce dal sapere ascoltare. Padre Pozzi l’ho conosciuto bene. Fu un uomo straordinario. Terracini mi esortò a leggere la sua predicazione sul Seicento. Aveva un’aria severa e limpida. Fu lui a ricordare Maria Corti al funerale. Era inverno. Nel cortile dell’università di Pavia ci fu la cerimonia. Ricordo tante persone. Ovviamente Segre che era stato il suo compagno. Dante Isella, Roberto Cerati, Umberto Eco. E poi il feretro di Maria fu portato a Pellio. Un paesino dove trascorreva l’estate. Nella chiesetta che lei amava Padre Pozzi prese la parola. Il silenzio del momento si rivestì della sua bellissima voce».
Cosa disse?
«Disse che con la sua filologia Maria aveva ricercato la verità. Né più né meno quella che attribuiamo all’Onnipotente. Cos’è Dio? Dio è verità. Maria cercò la verità nei testi».
E lei dove cerca la verità?
«Non lo so. Essa ci appare brutale, drammatica, o magari meravigliosa, solo in alcune circostanze. Non bastano tutte le icone della letteratura, né le figure della lingua per dirci cos’è la verità. Quando penso agli animali che rifiutano il cibo ho la sensazione che in quel dolore o in quell’approssimarsi alla morte si nasconda la verità».
Vale anche per gli umani?
«È più complicato. Ma alla fine il meccanismo è analogo. Si rifiuta, si tace, si cancella, ci si lascia andare all’acuta sonnolenza del dolore. Le ho detto quanto da bambina sia stata felice. Così come lo fui al mio matrimonio con Mario nel 1957. E l’anno dopo morì mio padre. Ma questo era in qualche modo scritto nell’ordine naturale delle cose. Diverso è se ti muore un figlio e tu sei lì a raccontarlo o a tacerlo, come nel mio caso, e a disperarmi».
Intende che suo figlio è morto, mentre lei è ancora qui, in un ordine invertito delle cose?
«C’è qualcosa di profondamente innaturale e di ingiusto nella sparizione di un figlio».
Come si chiamava?
«Giovanni, morì nel 1984. La notizia ci giunse improvvisa. Squarciò il mio cuore».
Come accadde?
«Era il 27 dicembre. Leggemmo sul giornale: studente italiano ucciso a Bangalore. Non c’erano elementi ulteriori. Fui presa da un’ansia fortissima».
Perché suo figlio si trovava lì?
«Dovrei raccontarle la vita di questa persona. Fin da bambino Giovanni sembrò diverso. Un’intelligenza acuta, profonda, prensile. Ricordo che a sei anni gli feci vedere l’alfabeto greco e in poche ore lo comprese. Aveva una naturalezza sorprendente nell’imparare le lingue. Ma era affettivamente fragile. Capace di piangere per un nonnulla. Crescendo sviluppò enormemente le sue doti intellettuali. Ma emotivamente restò un bambino. La sua vita è stata per noi fonte di meraviglia e di paura».
Paura per cosa?
«Per la sua esposizione al dolore. Scoprì che il mondo era diverso da come se lo aspettava. Scoprì la durezza e l’attrito delle cose. Lo vedevamo soffrire. Disperarsi. Eravamo impotenti. Chiedemmo aiuto a Don Ciotti. Passò un certo periodo nel Gruppo Abele. Si rasserenò. La sua predisposizione alle lingue lo aveva portato a imparare il tibetano. Andò in Nepal. Tornò in Italia. Ma qui soffriva. E volle fare un secondo viaggio in India».
Cos’era per lui l’India?
«Forse era l’armonia che l’Occidente non poteva dargli. Pochi gesti ci rivelano quale sia la vita segreta di un’anima. Quelli di Giovanni lo spinsero ad abbracciare un mondo che aveva deciso di conoscere e amare».
Lo sentiste in quei mesi?
«A volte c’erano delle telefonate. Diceva qui sto bene, sto in pace. Gli spedimmo dei soldi su una banca indiana. A un certo punto smise di telefonarci. Perdemmo le sue tracce a Nuova Delhi. Poi, quella morte violenta in un albergo di Bangalore. Fu una rapina. Per me è stata una prova difficilmente superabile».
Come si sente oggi a trent’anni di distanza da quell’episodio drammatico?
«Da lungo tempo penso di non essere più la “donna di carta” presa dalle ricerche e dai libri. Sono stata una donna disperata. Quante volte ero lì sul davanzale della finestra, pronta a farla finita. Lentamente mi sono ripresa. Grazie a mio marito Mario e a mio figlio Paolo, il più grande, che mi ha dato un nipote. Dove rifiorisce una speranza, una nuova vita, lì il gelo arretra e si scioglie».
Repubblica 15.11.15
Se un padre e una madre tornano adolescenti
Massimo Ammaniti analizza i pericoli che si annidano quando genitori insicuri e in perenne crisi non sono più riferimento certo per i propri figli
di Michela Marzano
Se i genitori sono degli eterni adolescenti come fanno i ragazzi e le ragazze a crescere e a diventare adulti? Se padri e madri sono insicuri e in perenne crisi, come possono essere un punto di riferimento per i propri figli? Sono queste alcune delle domande cui cerca di rispondere Massimo Ammaniti nel saggio La famiglia adolescente ripartendo dal concetto di adultescenza che, apparso negli Stati Uniti già negli anni Ottanta, ha poi avuto un notevole successo designando ormai anche in Europa quelle persone adulte per età, ma ancora adolescenti nel modo di vestirsi, negli atteggiamenti e negli interessi.
Per Ammaniti, la famiglia di oggi sarebbe una “famiglia liquida”, come direbbe Zygmunt Bauman, ossia non solo una famiglia in cui si sta sempre insieme e si condivide tutto, ma anche una famiglia in cui gli adolescenti, quelli veri, non troverebbero alcun aiuto per affrontare le complessità della vita. Certo, l’adolescenza dei figli continua ad essere vissuta dai genitori come un periodo delicato, che irrompe nella vita familiare costringendo i genitori a confrontarsi con figli sempre alla ricerca di sensazioni forti e che, talvolta, finiscono col mettersi in pericolo. A differenza del passato però, quando il modello familiare era più rigido ed esisteva un’etica del dovere, oggi non ci sarebbe più alcuna capacità da parte dei genitori di arginare crisi e sbandamenti dei propri ragazzi. Come si può aiutare un figlio quando si è ancora insicuri e si preferisce il ruolo di “madri-sorelle” o di “padri-fratelli” piuttosto che quello di guide e di consiglieri?
Nel corso degli ultimi cinquant’anni si è passati da una generazione di genitori autoritari che, a forza di imporre regole non erano capaci di riconoscere la specificità e il valore dei propri figli, a una generazione di genitori deboli, quasi presi in “ostaggio” da un ruolo che non sanno esercitare.
Ne hanno parlato illustri psicanalisti come Jacques Lacan, che non ha mai smesso di ricordare l’importanza del “nome del padre” e della necessità che i padri, appunto, trasmettessero il senso della “legge”. Esattamente come hanno fatto alcuni scrittori, non esitando a descrivere le proprie incertezze, come Michele Serra nel romanzo Gli sdraiati. Ma allora quale sarebbe la soluzione, tornare indietro? Forse no, suggerisce Ammaniti basandosi sulla sua esperienza clinica e su molti studi. Forse basterebbe solo “cambiare marcia” e non confondere l’autorità con l’autoritarismo. Visto che nonostante la vita si sia allungata per tutti, i più piccoli continuano ad aver bisogno di figure adulte cui appoggiarsi e in cui credere, un padre o una madre di cui fidarsi. Non si tratta di ricreare barriere che hanno separato le generazioni, ma di capire chela separazione serve a salvaguardare la differenza che caratterizza ogni essere umano.
LA FAMIGLIA ADOLESCENTE di Massimo Ammaniti LATERZA, PAGG. 95, EURO 15
Se un padre e una madre tornano adolescenti
Massimo Ammaniti analizza i pericoli che si annidano quando genitori insicuri e in perenne crisi non sono più riferimento certo per i propri figli
di Michela Marzano
Se i genitori sono degli eterni adolescenti come fanno i ragazzi e le ragazze a crescere e a diventare adulti? Se padri e madri sono insicuri e in perenne crisi, come possono essere un punto di riferimento per i propri figli? Sono queste alcune delle domande cui cerca di rispondere Massimo Ammaniti nel saggio La famiglia adolescente ripartendo dal concetto di adultescenza che, apparso negli Stati Uniti già negli anni Ottanta, ha poi avuto un notevole successo designando ormai anche in Europa quelle persone adulte per età, ma ancora adolescenti nel modo di vestirsi, negli atteggiamenti e negli interessi.
Per Ammaniti, la famiglia di oggi sarebbe una “famiglia liquida”, come direbbe Zygmunt Bauman, ossia non solo una famiglia in cui si sta sempre insieme e si condivide tutto, ma anche una famiglia in cui gli adolescenti, quelli veri, non troverebbero alcun aiuto per affrontare le complessità della vita. Certo, l’adolescenza dei figli continua ad essere vissuta dai genitori come un periodo delicato, che irrompe nella vita familiare costringendo i genitori a confrontarsi con figli sempre alla ricerca di sensazioni forti e che, talvolta, finiscono col mettersi in pericolo. A differenza del passato però, quando il modello familiare era più rigido ed esisteva un’etica del dovere, oggi non ci sarebbe più alcuna capacità da parte dei genitori di arginare crisi e sbandamenti dei propri ragazzi. Come si può aiutare un figlio quando si è ancora insicuri e si preferisce il ruolo di “madri-sorelle” o di “padri-fratelli” piuttosto che quello di guide e di consiglieri?
Nel corso degli ultimi cinquant’anni si è passati da una generazione di genitori autoritari che, a forza di imporre regole non erano capaci di riconoscere la specificità e il valore dei propri figli, a una generazione di genitori deboli, quasi presi in “ostaggio” da un ruolo che non sanno esercitare.
Ne hanno parlato illustri psicanalisti come Jacques Lacan, che non ha mai smesso di ricordare l’importanza del “nome del padre” e della necessità che i padri, appunto, trasmettessero il senso della “legge”. Esattamente come hanno fatto alcuni scrittori, non esitando a descrivere le proprie incertezze, come Michele Serra nel romanzo Gli sdraiati. Ma allora quale sarebbe la soluzione, tornare indietro? Forse no, suggerisce Ammaniti basandosi sulla sua esperienza clinica e su molti studi. Forse basterebbe solo “cambiare marcia” e non confondere l’autorità con l’autoritarismo. Visto che nonostante la vita si sia allungata per tutti, i più piccoli continuano ad aver bisogno di figure adulte cui appoggiarsi e in cui credere, un padre o una madre di cui fidarsi. Non si tratta di ricreare barriere che hanno separato le generazioni, ma di capire chela separazione serve a salvaguardare la differenza che caratterizza ogni essere umano.
LA FAMIGLIA ADOLESCENTE di Massimo Ammaniti LATERZA, PAGG. 95, EURO 15
Repubblica 15.1.15
Il Mussolini amputato e il mea culpa dello storico
di Simonetta Fiori
Il Mulino pubblica il prossimo anno i diari di guerra di Mussolini. Una cronaca in presa diretta uscita in quindici puntate, tra il dicembre del 1915 e il febbraio del 1917, sul Popolo d’Italia. Documento di straordinaria efficacia, dice Ugo Berti che da decenni cura la saggistica storica per il marchio bolognese: per lo stile asciutto, per la capacità di evocare la vita in trincea sotto le bombe, per le annotazioni sapide su commilitoni, canti e dialetti. Fin qui non c’è notizia. Che Mussolini sia stato un giornalista brillante non è cosa da mettere in discussione. E che il Mulino possa pubblicare senza scandalo il diario del soldato semplice poi caporal maggiore Mussolini non appare materia opinabile. La notizia va cercata nell’introduzione di Mario Isnenghi, storico della grande guerra e in questo caso garante della correttezza politica dell’operazione editoriale. È Isnenghi a rivelarci che quando pubblicò Il mito della grande guerra per Laterza, al principio degli anni Settanta, ritenne fuori luogo attingere ai diari mussoliniani. Il personaggio era «improponibile» per quei tempi tanto da indurre lo storico a «un’omissione » grave come può esserlo «un’automutilazione ». E fin qui è tutto comprensibile. Ma Isnenghi aggiunge che ancora oggi qualche studioso della Grande Guerra si rifiuta di citare il diario mussoliniano perché «inopportuno», imbarazzante sul piano politico. E questo può apparire una ossessione. Perché è vero che non si tratta di un documento neutrale. Da retore sapiente, il futuro duce va costruendo in quelle pagine il mito del leader che più tardi avrebbe messo in campo per conquistare l’Italia e poi distruggerla. Ma basta dirlo, come fa Isnenghi nell’introduzione. Ignorarlo dopo settant’anni appare eccessivo.
*** Mussolini, ma solo lateralmente, compare anche in un bel libro dedicato a Gandhi che Sellerio pubblica a breve. Che c’entra il capo di un regime violento e illiberale con il simbolo del pacifismo? Gianni Sofri ce l’ha già spiegato in una monografia uscita anni fa e vi torna oggi con il suo Gandhi tra Oriente e Occidente: per il duce come per Giovanni Gentile o Farinacci ammirare Gandhi significava tenerlo lontano. Le santificazioni garantiscono sempre questo effetto rassicurante della distanza. Il libro di Sofri si concentra soprattutto sull’esperienza formativa di Gandhi che smentisce la favola di un Occidente e di un Oriente come mondi diversi e incomunicabili. Nella “circolarità culturale” del leader indiano rientrano le lettere scambiate con Tolstoj tra il 1909 e il 1910 e riproposte in questo volume (è ormai fuori catalogo una precedente raccolta curata insieme a Pier Cesare Bori). Ha ragione Sofri quando dice che nel comune sentire Tolstoj è un uomo dell’Ottocento mentre Gandhi appartiene al secolo successivo. Li separavano oltre quarant’anni di età. Tolstoj era uno scrittore celebre, forse il più famoso nel mondo; Gandhi un uomo politico che cominciava ad avere una qualche notorietà internazionale. Tolstoj sarebbe morto di lì a poco. L’ultima lettera a Gandhi fu anche uno dei suoi ultimi scritti.
Il Mussolini amputato e il mea culpa dello storico
di Simonetta Fiori
Il Mulino pubblica il prossimo anno i diari di guerra di Mussolini. Una cronaca in presa diretta uscita in quindici puntate, tra il dicembre del 1915 e il febbraio del 1917, sul Popolo d’Italia. Documento di straordinaria efficacia, dice Ugo Berti che da decenni cura la saggistica storica per il marchio bolognese: per lo stile asciutto, per la capacità di evocare la vita in trincea sotto le bombe, per le annotazioni sapide su commilitoni, canti e dialetti. Fin qui non c’è notizia. Che Mussolini sia stato un giornalista brillante non è cosa da mettere in discussione. E che il Mulino possa pubblicare senza scandalo il diario del soldato semplice poi caporal maggiore Mussolini non appare materia opinabile. La notizia va cercata nell’introduzione di Mario Isnenghi, storico della grande guerra e in questo caso garante della correttezza politica dell’operazione editoriale. È Isnenghi a rivelarci che quando pubblicò Il mito della grande guerra per Laterza, al principio degli anni Settanta, ritenne fuori luogo attingere ai diari mussoliniani. Il personaggio era «improponibile» per quei tempi tanto da indurre lo storico a «un’omissione » grave come può esserlo «un’automutilazione ». E fin qui è tutto comprensibile. Ma Isnenghi aggiunge che ancora oggi qualche studioso della Grande Guerra si rifiuta di citare il diario mussoliniano perché «inopportuno», imbarazzante sul piano politico. E questo può apparire una ossessione. Perché è vero che non si tratta di un documento neutrale. Da retore sapiente, il futuro duce va costruendo in quelle pagine il mito del leader che più tardi avrebbe messo in campo per conquistare l’Italia e poi distruggerla. Ma basta dirlo, come fa Isnenghi nell’introduzione. Ignorarlo dopo settant’anni appare eccessivo.
*** Mussolini, ma solo lateralmente, compare anche in un bel libro dedicato a Gandhi che Sellerio pubblica a breve. Che c’entra il capo di un regime violento e illiberale con il simbolo del pacifismo? Gianni Sofri ce l’ha già spiegato in una monografia uscita anni fa e vi torna oggi con il suo Gandhi tra Oriente e Occidente: per il duce come per Giovanni Gentile o Farinacci ammirare Gandhi significava tenerlo lontano. Le santificazioni garantiscono sempre questo effetto rassicurante della distanza. Il libro di Sofri si concentra soprattutto sull’esperienza formativa di Gandhi che smentisce la favola di un Occidente e di un Oriente come mondi diversi e incomunicabili. Nella “circolarità culturale” del leader indiano rientrano le lettere scambiate con Tolstoj tra il 1909 e il 1910 e riproposte in questo volume (è ormai fuori catalogo una precedente raccolta curata insieme a Pier Cesare Bori). Ha ragione Sofri quando dice che nel comune sentire Tolstoj è un uomo dell’Ottocento mentre Gandhi appartiene al secolo successivo. Li separavano oltre quarant’anni di età. Tolstoj era uno scrittore celebre, forse il più famoso nel mondo; Gandhi un uomo politico che cominciava ad avere una qualche notorietà internazionale. Tolstoj sarebbe morto di lì a poco. L’ultima lettera a Gandhi fu anche uno dei suoi ultimi scritti.
Repubblica 15.11.15
Delirio di gelosia di Karl Jaspers Raffaello Cortina
Quando la gelosia diventa delirio
di Francesca Bolino
Delirio di gelosia di Karl Jaspers Raffaello Cortina, a cura di S. Achella pagg. 154, euro 12
Se nell’antichità la gelosia era uno slancio appassionato verso qualcosa o qualcuno che si teme di perdere, con l’avvento della modernità qualcosa peggiora. Si trasforma in male di vivere, in impossibilità di dominare se stessi e gli altri. In breve: in delirio. Con il Novecento, il delirio diventa annichilimento di ogni dialettica possibile tra pensiero ed essere. Proprio in questo quadro si inserisce il lavoro di Karl Jaspers. In questo prezioso testo per la prima volta tradotto in italiano, attraverso la descrizione della vita di pazienti, il filosofo tedesco mette in luce come il delirio diventi metafora delle contraddizioni inscritte nell’uomo. L’essere geloso mette in gioco l’integrità della soggettività. L’esperienza delirante distorce il giudizio di realtà e la capacità di agire e reagire. E dunque viene meno la possibilità di condividere il mondo con gli altri. Così il mondo diventa abnorme. Nel delirio, afferma Jasper «urtiamo contro ciò che è irrimediabilmente perduto nella non verità».
Delirio di gelosia di Karl Jaspers Raffaello Cortina
Quando la gelosia diventa delirio
di Francesca Bolino
Delirio di gelosia di Karl Jaspers Raffaello Cortina, a cura di S. Achella pagg. 154, euro 12
Se nell’antichità la gelosia era uno slancio appassionato verso qualcosa o qualcuno che si teme di perdere, con l’avvento della modernità qualcosa peggiora. Si trasforma in male di vivere, in impossibilità di dominare se stessi e gli altri. In breve: in delirio. Con il Novecento, il delirio diventa annichilimento di ogni dialettica possibile tra pensiero ed essere. Proprio in questo quadro si inserisce il lavoro di Karl Jaspers. In questo prezioso testo per la prima volta tradotto in italiano, attraverso la descrizione della vita di pazienti, il filosofo tedesco mette in luce come il delirio diventi metafora delle contraddizioni inscritte nell’uomo. L’essere geloso mette in gioco l’integrità della soggettività. L’esperienza delirante distorce il giudizio di realtà e la capacità di agire e reagire. E dunque viene meno la possibilità di condividere il mondo con gli altri. Così il mondo diventa abnorme. Nel delirio, afferma Jasper «urtiamo contro ciò che è irrimediabilmente perduto nella non verità».
Repubblica 15.11.15
L’analisi
Una nobile tradizione di malinconia umor nero e spleen
Dal mondo greco a quello medievale da Leopardi a Cioran sono tanti gli autori che si sono ispirati a questo malessere
di Valerio Maghrelli
Per dire quanto vasto sia il mare della noia, nel 1916 Eugenio D’Ors compose una Oceanografia del tedio. Così facendo, lo scrittore catalano toccava un argomento millenario, relativo a uno stato d’animo chiamato nei classici greci akedia, nei latini taedium, nel medioevo acedia e nel Quattro-Cinquecento melanconia. Il termine noia, però, deriva dal latino in odio, “avere in odio”, formula che, dal provenzale enoja, darà vita addirittura a una forma poetica: l’enueg. Cominciamo da qui.
Al contrario del plazer, che elencava cose gradevoli, questa composizione era usata solo per lamentarsi. Così Girardo Patecchio poteva esclamare: «Noioso son, e canto de noio », tema ripreso da Shakespeare: «Stanco di tutto questo, quiete mortale invoco». Per non parlare dell’antichità (quando il disgusto di sé veniva scrutato da Lucrezio, Seneca, Marco Aurelio), la noia, dunque, fu innalzata a genere letterario sin dal XIII secolo. Altro che malattia dei moderni… Dietro l’attuale idea di depressione, si cela un concetto che investe la medicina, l’etica, l’estetica e la religione. Ciò che oggi definiamo calo di tono o abbattimento del regime psico-fisico, nasconde insomma una genealogia millenaria.
Intesa come effetto della “bile nera”, la noia, in tutte le sue possibili accezioni, seguiva una tradizione che, dal medico greco Galeno alla scienza araba, approdò al neoplatonismo fiorentino, finché, nel Rinascimento, divenne il contrassegno del Genio, associandosi ai nomi di Michelangelo, Dürer e Pontormo. Un paio di secoli dopo, anche grazie a Kant, alla stessa famiglia si uniranno Nerval e Coleridge, figure incomprensibili fuori del cerchio magico di quell’umor nero che Baudelaire ribattezzò con l’inglese spleen.
Ciò detto, bisogna ammettere che sarà Pascal a compiere il transito finale dalla nobile malinconia alla prosaica noia. Ci voleva un filosofo, cristiano e matematico, per affermare: «Niente per l’uomo è insopportabile come l’essere in pieno riposo, senza passioni, senza affari da sbrigare, senza svaghi, senza un’occupazione. Egli avverte allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto».
Appunto per sottrarsi a tale tormento, la società ha inventato i divertimenti, che Pascal intende secondo l’etimo
de- vertere, ossia fuggire dagli affanni, volgere lo sguardo altrove. Da qui la folgorante affermazione (peraltro ispirata a Lucrezio) secondo cui «tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera ».
Arriviamo così al quadrilatero composto da Leopardi, Schopenauer, Kierkegaard e Nietzsche. Scrive il nostro poeta: «La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana». Del pari, il filosofo tedesco osserva: «Col possesso, svanisce ogni attrattiva; il desiderio rinasce in forma nuova e, con esso, il bisogno; altrimenti, ecco la tristezza, il vuoto, la noia, nemici ancor più terribili del bisogno».
Kierkegaard, invece, fa emergere piuttosto la nozione di angoscia, non senza che lo scrittore indichi però in Nerone, un uomo annoiato, in cerca di distrazioni, che si divertì provando a bruciare Roma… Quanto a Nietzsche, anche senza citare un tema cruciale come quello dell’Eterno Ritorno, basti ripetere: «Contro la noia, anche gli dei lottano invano ».
Arriviamo così al pensatore del Novecento che più si concentrò su tale sentimento. Per Heidegger, la “noia autentica“, interpretata come totalità dell’esistere e momento rivelativo dell’esistenza, giunge a rappresentare uno degli stati d’animo fondamentali, «che va e viene nella profondità dell’esserci come una nebbia silenziosa».
Fermiamoci qui, nel mistero di una simile nebbia. E quando Paul Valéry commenta amaro: «Non sappiamo più come mettere a frutto la noia», affidiamoci a Cioran, il quale, vedendo nella noia una «condizione superiore» della conoscenza, sosteneva che l’uomo, ben lungi dal doversi sentire condannato alla noia, proprio da essa può, viceversa, cercare d’essere tratto in salvo.
L’analisi
Una nobile tradizione di malinconia umor nero e spleen
Dal mondo greco a quello medievale da Leopardi a Cioran sono tanti gli autori che si sono ispirati a questo malessere
di Valerio Maghrelli
Per dire quanto vasto sia il mare della noia, nel 1916 Eugenio D’Ors compose una Oceanografia del tedio. Così facendo, lo scrittore catalano toccava un argomento millenario, relativo a uno stato d’animo chiamato nei classici greci akedia, nei latini taedium, nel medioevo acedia e nel Quattro-Cinquecento melanconia. Il termine noia, però, deriva dal latino in odio, “avere in odio”, formula che, dal provenzale enoja, darà vita addirittura a una forma poetica: l’enueg. Cominciamo da qui.
Al contrario del plazer, che elencava cose gradevoli, questa composizione era usata solo per lamentarsi. Così Girardo Patecchio poteva esclamare: «Noioso son, e canto de noio », tema ripreso da Shakespeare: «Stanco di tutto questo, quiete mortale invoco». Per non parlare dell’antichità (quando il disgusto di sé veniva scrutato da Lucrezio, Seneca, Marco Aurelio), la noia, dunque, fu innalzata a genere letterario sin dal XIII secolo. Altro che malattia dei moderni… Dietro l’attuale idea di depressione, si cela un concetto che investe la medicina, l’etica, l’estetica e la religione. Ciò che oggi definiamo calo di tono o abbattimento del regime psico-fisico, nasconde insomma una genealogia millenaria.
Intesa come effetto della “bile nera”, la noia, in tutte le sue possibili accezioni, seguiva una tradizione che, dal medico greco Galeno alla scienza araba, approdò al neoplatonismo fiorentino, finché, nel Rinascimento, divenne il contrassegno del Genio, associandosi ai nomi di Michelangelo, Dürer e Pontormo. Un paio di secoli dopo, anche grazie a Kant, alla stessa famiglia si uniranno Nerval e Coleridge, figure incomprensibili fuori del cerchio magico di quell’umor nero che Baudelaire ribattezzò con l’inglese spleen.
Ciò detto, bisogna ammettere che sarà Pascal a compiere il transito finale dalla nobile malinconia alla prosaica noia. Ci voleva un filosofo, cristiano e matematico, per affermare: «Niente per l’uomo è insopportabile come l’essere in pieno riposo, senza passioni, senza affari da sbrigare, senza svaghi, senza un’occupazione. Egli avverte allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto».
Appunto per sottrarsi a tale tormento, la società ha inventato i divertimenti, che Pascal intende secondo l’etimo
de- vertere, ossia fuggire dagli affanni, volgere lo sguardo altrove. Da qui la folgorante affermazione (peraltro ispirata a Lucrezio) secondo cui «tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera ».
Arriviamo così al quadrilatero composto da Leopardi, Schopenauer, Kierkegaard e Nietzsche. Scrive il nostro poeta: «La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana». Del pari, il filosofo tedesco osserva: «Col possesso, svanisce ogni attrattiva; il desiderio rinasce in forma nuova e, con esso, il bisogno; altrimenti, ecco la tristezza, il vuoto, la noia, nemici ancor più terribili del bisogno».
Kierkegaard, invece, fa emergere piuttosto la nozione di angoscia, non senza che lo scrittore indichi però in Nerone, un uomo annoiato, in cerca di distrazioni, che si divertì provando a bruciare Roma… Quanto a Nietzsche, anche senza citare un tema cruciale come quello dell’Eterno Ritorno, basti ripetere: «Contro la noia, anche gli dei lottano invano ».
Arriviamo così al pensatore del Novecento che più si concentrò su tale sentimento. Per Heidegger, la “noia autentica“, interpretata come totalità dell’esistere e momento rivelativo dell’esistenza, giunge a rappresentare uno degli stati d’animo fondamentali, «che va e viene nella profondità dell’esserci come una nebbia silenziosa».
Fermiamoci qui, nel mistero di una simile nebbia. E quando Paul Valéry commenta amaro: «Non sappiamo più come mettere a frutto la noia», affidiamoci a Cioran, il quale, vedendo nella noia una «condizione superiore» della conoscenza, sosteneva che l’uomo, ben lungi dal doversi sentire condannato alla noia, proprio da essa può, viceversa, cercare d’essere tratto in salvo.
Repubblica 15.11.15
Il compleanno della ragnatela mondiale
di Piergiorgio Odifreddi
Venticinque anni fa, il 12 novembre 1990, lo scienziato inglese Tim Berners- Lee, all’epoca impiegato al Cern di Ginevra, presentò un progetto intitolato
World Wide Web, o Ragnatela Mondiale. L’idea era di sfruttare la rete Internet, di cui il Cern era uno dei principali nodi, per costruire una biblioteca ipertestuale di link da consultare con un browser mediante un’architettura client-server: tutte parole sconosciute all’epoca, ma oggi diventate di uso comune.
Quel progetto è diventato uno dei tasselli fondamentali dell’Era Informatica. E il suo inventore è oggi riconosciuto come uno dei guru, anche se il suo nome non è tanto noto al pubblico quanto quello dei mercanti di tecnologia altrui, da Bill Gates a Steve Jobs. Ma lo è tra “color che sanno”: a partire dalla regina d’Inghilterra, che nel 2007 l’ha cooptato nel ristrettissimo novero dei membri dell’Ordine al Merito.
Nel programma delle Olimpiadi del 2012 di Londra, dopo la menzione delle invenzioni che resero possibile la Rivoluzione Industriale, c’era scritto orgogliosamente: «Nel novembre 1990 un altro inglese iniziò una rivoluzione, altrettanto epocale, una rivoluzione che stiamo ancora vivendo. La Rivoluzione Digitale iniziò con lo straordinario regalo di Tim Berners-Lee al mondo, il World Wide Web. Un regalo che, come lui stesso ha affermato, è per tutti».
Il compleanno della ragnatela mondiale
di Piergiorgio Odifreddi
Venticinque anni fa, il 12 novembre 1990, lo scienziato inglese Tim Berners- Lee, all’epoca impiegato al Cern di Ginevra, presentò un progetto intitolato
World Wide Web, o Ragnatela Mondiale. L’idea era di sfruttare la rete Internet, di cui il Cern era uno dei principali nodi, per costruire una biblioteca ipertestuale di link da consultare con un browser mediante un’architettura client-server: tutte parole sconosciute all’epoca, ma oggi diventate di uso comune.
Quel progetto è diventato uno dei tasselli fondamentali dell’Era Informatica. E il suo inventore è oggi riconosciuto come uno dei guru, anche se il suo nome non è tanto noto al pubblico quanto quello dei mercanti di tecnologia altrui, da Bill Gates a Steve Jobs. Ma lo è tra “color che sanno”: a partire dalla regina d’Inghilterra, che nel 2007 l’ha cooptato nel ristrettissimo novero dei membri dell’Ordine al Merito.
Nel programma delle Olimpiadi del 2012 di Londra, dopo la menzione delle invenzioni che resero possibile la Rivoluzione Industriale, c’era scritto orgogliosamente: «Nel novembre 1990 un altro inglese iniziò una rivoluzione, altrettanto epocale, una rivoluzione che stiamo ancora vivendo. La Rivoluzione Digitale iniziò con lo straordinario regalo di Tim Berners-Lee al mondo, il World Wide Web. Un regalo che, come lui stesso ha affermato, è per tutti».
Repubblica 15.11.15
Elogio della noia
Occupati tra social, mail e smartphone non abbiamo più tempo per quella che era detta accidia. Che però in realtà è il desiderio di un mondo diverso
La connessione continua e il Nuovo ricercato a ogni costo producono sempre insoddisfazione Invece l’atteggiamento espresso da uno sbadiglio si può associare all’attesa e alla rivolta. Vuol dire spostare avanti il limite e liberarsi da un ambiente ristretto e soffocante
di Massimo Recalcati
Ipomeriggi assolati dove non c’era «neanche un prete per chiacchierare», elevati da Paolo Conte alla dignità metafisica di un caracollare esistenziale senza «né fine, né meta», hanno dipinto per molti di noi estati dove le città erano davvero deserte e la solitudine di chi restava davvero esposta all’esperienza assoluta dell’assenza. Il nostro tempo non conosce più quelle sane oasi di noia: l’imperativo della connessione perpetua ha frastornato sia il prete che colui che ne ricercava invano la parola. Adesso, anziché tagliare le rose nel giardino per resistere ad un tempo che non passa mai, siamo a rincorrere un tempo in fuga perpetua che cancella tutti gli spazi vuoti.
Ogni interstizio temporale deve essere riempito da un febbrile attivismo o dalla violenza rabbiosa di chi, in modi diversi, non si trova immerso nel grande fiume dell’esistenza iperattiva, in permanente “mobilitazione totale”. Li ricordiamo ancora i ragazzi delle pietre lanciate dai cavalcavia delle autostrade? Il loro teppismo sciagurato non denunciava forse l’impossibilità di sostare nel vuoto, nel deserto di una vita di provincia che probabilmente non era così diversa da quella cantata da Conte? Ammazzare per gioco, non era forse un modo (assurdo) per ammazzare il tempo? Non accade anche oggi? In disuso, se Dio vuole, il gesto orrendo della pietra scagliata al passare anonimo delle automobili, la noia continua a foraggiare passaggi all’atto erratici che segnalano quanto insopportabile essa sia divenuta per noi occidentali: la violenza gratuita e vandalica, l’abbruttimento del consumo delle droghe, l’abuso compulsivo degli oggetti tecnologici, l’incentivazione di sensazioni sempre più inebrianti e assordanti hanno spazzato via l’immagine pastorale dell’oratorio deserto di Paolo Conte.
La noia non accompagna solamente il vuoto d’essere di chi si sente tagliato fuori dalla corsa all’affermazione della propria vita, ma anche chi in questa corsa si è affermato come primo. È quello che Kirkegaard, in pagine sublimi, descrive come l’ombra melanconica dello sguardo di Nerone che, nella leggenda, proprio per noia brucia la città di Roma. Anche il nostro tempo che sembra ipnotizzato dal culto del Nuovo rivela la stessa melanconia inquietante: tutto deve restare sempre acceso (I Phone, I Pad, social networks, televisione, ecc.), così freneticamente acceso che, come direbbe Didi-Huberman lettore di Pasolini, la flebile luce delle lucciole — che alludevano ad un tempo dove la noia non era ancora vissuta come un demone cattivo ma come un momento necessario alla vita -, si è definitivamente estinta.
Se la noia è divenuta oggi solo esperienza del tempo che gira su se stesso in una ripetizione priva di vita, i primi prigionieri di questa gabbia sono innanzitutto coloro che vivono facendo di tutto per sfuggirgli: l’euforia del Nuovo ricercato a tutti i costi svela, infatti, sempre la stessa identica insoddisfazione. Tuttavia, come sa bene lo psicoanalista, il Nuovo che vorrebbe evitare la noia non è mai realmente Nuovo, ma solo un suo cattivo antidoto che finisce, in realtà, per potenziare quella stessa noia che vorrebbe invece contrastare. Lo psicoanalista raccoglie dietro alle quinte dello spirito libertino del nostro tempo fatto di Aperi-cene e di Feste, la delusione annoiata che accompagna inesorabilmente i suoi protagonisti felliniani di cui La Grande Bellezza di Sorrentino ci ha dato un ritratto irresistibile. Non è questa una lezione della quale si dovrebbe tenere conto? Se al fondo della grande giostra dell’Occidente ritroviamo lo spettro della noia non è forse perché abbiamo frainteso profondamente il suo significato? Può la noia non essere solo l’esperienza soggettiva di qualcosa che si è semplicemente esaurito, che ha finito di essere vivo spegnendosi inesorabilmente, come in un rapporto di coppia sfiancato dal tempo o come nell’ascoltare un vecchio comico che ripete sempre lo stesso, ormai logoro, repertorio?
Nella noia, è vero, tutto si appiattisce, diventa grigio, ripetitivo, scontato. I padri della Chiesa, non a caso, la reclutano tra i sette vizi capitali sotto il nome di “accidia”: è il peccato della caduta del desiderio e del suo sfinimento, è il peccato che fa venire meno il miracolo stesso del mondo. L’annoiato, infatti, sembra non riesca più a fare alcuna esperienza “religiosa” del mondo perché niente lo colpisce, lo entusiasma, lo scuote più. Tutto appare piatto, prevedibile, già visto, già saputo, già fatto. È il carattere evenemenziale del mondo che viene meno e riduce la vita stessa a un ingranaggio anonimo che non riserva più alcuna sorpresa. L’annoiato sa che non ci sarà più niente capace di toccarlo, di farlo vibrare, di sorprenderlo; la noia accompagna il disincanto ipermoderno (cinico-materialistico) per il mondo. Il quartetto perverso che organizza il godimento più depravato e anarchico nel Salò di Pasolini è, innanzitutto, annoiato dal mondo. La loro apatia inquietante traduce la caduta verticale del senso autenticamente erotico della vita: nel nostro tempo non c’è più spazio per la meraviglia nei confronti dell’apparizione miracolosa del mondo.
Ma la noia è davvero solo il nome di questa malattia? La sua lezione non ci insegna forse anche qualcos’altro? La noia è il “desiderio dell’Altrove”, ha affermato una volta Lacan associandola stranamente alla rivolta, alla preghiera e all’attesa. Perché? Cosa hanno in comune queste esperienze apparentemente così diverse? Esse indicano la necessità della vita umana di allargare sempre l’orizzonte del proprio mondo, di spostare in avanti i propri limiti. L’annoiato è a prima vista colui che incontra il mondo come un orizzonte chiuso, ristretto, soffocante. Ma la noia non registra solo la chiusura del mondo; essa agisce anche come una spinta a riaprire, a rinnovare il suo orizzonte. L’annoiato è esausto del mondo così com’è, è sfinito dalla presenza oppressiva di questo mondo, ma non del Mondo come tale! Egli è come chi si rivolta ai padroni del mondo, come chi attende l’arrivo dell’Altro che gli porti un annuncio di vita nuova, come chi si inginocchia pregando e invocando l’Altro.
La noia mostra che questo mondo, il mondo visibile, il mondo come pura presenza, non è mai davvero tutto il Mondo. Essa trapela nello sguardo del bambino che per resistere al sapere asfissiante che la maestra gli propina non può che sbadigliare senza scampo. La sua testa cadrebbe pesantemente sul banco, se la sua noia, anziché ripetere sempre lo stesso mondo, come accade per la maestra, non ne invocasse l’esistenza di un altro. Lo sguardo del bambino si stacca dal banco e dai suoi quaderni, dalla lavagna tetra e dallo sguardo vuoto della maestra per rivolgersi finalmente Altrove. Dove? Fuori, via da lì, all’aperto, verso un altro mondo, Altrove; verso il glicine viola, il campo di calcio, la bambina che cammina con la sua veste rossa per strada, la neve che copiosa scende sul cortile. Non è forse questa la lezione più positiva della noia? La noia del bambino è sempre una rivolta, una attesa, una preghiera.
Elogio della noia
Occupati tra social, mail e smartphone non abbiamo più tempo per quella che era detta accidia. Che però in realtà è il desiderio di un mondo diverso
La connessione continua e il Nuovo ricercato a ogni costo producono sempre insoddisfazione Invece l’atteggiamento espresso da uno sbadiglio si può associare all’attesa e alla rivolta. Vuol dire spostare avanti il limite e liberarsi da un ambiente ristretto e soffocante
di Massimo Recalcati
Ipomeriggi assolati dove non c’era «neanche un prete per chiacchierare», elevati da Paolo Conte alla dignità metafisica di un caracollare esistenziale senza «né fine, né meta», hanno dipinto per molti di noi estati dove le città erano davvero deserte e la solitudine di chi restava davvero esposta all’esperienza assoluta dell’assenza. Il nostro tempo non conosce più quelle sane oasi di noia: l’imperativo della connessione perpetua ha frastornato sia il prete che colui che ne ricercava invano la parola. Adesso, anziché tagliare le rose nel giardino per resistere ad un tempo che non passa mai, siamo a rincorrere un tempo in fuga perpetua che cancella tutti gli spazi vuoti.
Ogni interstizio temporale deve essere riempito da un febbrile attivismo o dalla violenza rabbiosa di chi, in modi diversi, non si trova immerso nel grande fiume dell’esistenza iperattiva, in permanente “mobilitazione totale”. Li ricordiamo ancora i ragazzi delle pietre lanciate dai cavalcavia delle autostrade? Il loro teppismo sciagurato non denunciava forse l’impossibilità di sostare nel vuoto, nel deserto di una vita di provincia che probabilmente non era così diversa da quella cantata da Conte? Ammazzare per gioco, non era forse un modo (assurdo) per ammazzare il tempo? Non accade anche oggi? In disuso, se Dio vuole, il gesto orrendo della pietra scagliata al passare anonimo delle automobili, la noia continua a foraggiare passaggi all’atto erratici che segnalano quanto insopportabile essa sia divenuta per noi occidentali: la violenza gratuita e vandalica, l’abbruttimento del consumo delle droghe, l’abuso compulsivo degli oggetti tecnologici, l’incentivazione di sensazioni sempre più inebrianti e assordanti hanno spazzato via l’immagine pastorale dell’oratorio deserto di Paolo Conte.
La noia non accompagna solamente il vuoto d’essere di chi si sente tagliato fuori dalla corsa all’affermazione della propria vita, ma anche chi in questa corsa si è affermato come primo. È quello che Kirkegaard, in pagine sublimi, descrive come l’ombra melanconica dello sguardo di Nerone che, nella leggenda, proprio per noia brucia la città di Roma. Anche il nostro tempo che sembra ipnotizzato dal culto del Nuovo rivela la stessa melanconia inquietante: tutto deve restare sempre acceso (I Phone, I Pad, social networks, televisione, ecc.), così freneticamente acceso che, come direbbe Didi-Huberman lettore di Pasolini, la flebile luce delle lucciole — che alludevano ad un tempo dove la noia non era ancora vissuta come un demone cattivo ma come un momento necessario alla vita -, si è definitivamente estinta.
Se la noia è divenuta oggi solo esperienza del tempo che gira su se stesso in una ripetizione priva di vita, i primi prigionieri di questa gabbia sono innanzitutto coloro che vivono facendo di tutto per sfuggirgli: l’euforia del Nuovo ricercato a tutti i costi svela, infatti, sempre la stessa identica insoddisfazione. Tuttavia, come sa bene lo psicoanalista, il Nuovo che vorrebbe evitare la noia non è mai realmente Nuovo, ma solo un suo cattivo antidoto che finisce, in realtà, per potenziare quella stessa noia che vorrebbe invece contrastare. Lo psicoanalista raccoglie dietro alle quinte dello spirito libertino del nostro tempo fatto di Aperi-cene e di Feste, la delusione annoiata che accompagna inesorabilmente i suoi protagonisti felliniani di cui La Grande Bellezza di Sorrentino ci ha dato un ritratto irresistibile. Non è questa una lezione della quale si dovrebbe tenere conto? Se al fondo della grande giostra dell’Occidente ritroviamo lo spettro della noia non è forse perché abbiamo frainteso profondamente il suo significato? Può la noia non essere solo l’esperienza soggettiva di qualcosa che si è semplicemente esaurito, che ha finito di essere vivo spegnendosi inesorabilmente, come in un rapporto di coppia sfiancato dal tempo o come nell’ascoltare un vecchio comico che ripete sempre lo stesso, ormai logoro, repertorio?
Nella noia, è vero, tutto si appiattisce, diventa grigio, ripetitivo, scontato. I padri della Chiesa, non a caso, la reclutano tra i sette vizi capitali sotto il nome di “accidia”: è il peccato della caduta del desiderio e del suo sfinimento, è il peccato che fa venire meno il miracolo stesso del mondo. L’annoiato, infatti, sembra non riesca più a fare alcuna esperienza “religiosa” del mondo perché niente lo colpisce, lo entusiasma, lo scuote più. Tutto appare piatto, prevedibile, già visto, già saputo, già fatto. È il carattere evenemenziale del mondo che viene meno e riduce la vita stessa a un ingranaggio anonimo che non riserva più alcuna sorpresa. L’annoiato sa che non ci sarà più niente capace di toccarlo, di farlo vibrare, di sorprenderlo; la noia accompagna il disincanto ipermoderno (cinico-materialistico) per il mondo. Il quartetto perverso che organizza il godimento più depravato e anarchico nel Salò di Pasolini è, innanzitutto, annoiato dal mondo. La loro apatia inquietante traduce la caduta verticale del senso autenticamente erotico della vita: nel nostro tempo non c’è più spazio per la meraviglia nei confronti dell’apparizione miracolosa del mondo.
Ma la noia è davvero solo il nome di questa malattia? La sua lezione non ci insegna forse anche qualcos’altro? La noia è il “desiderio dell’Altrove”, ha affermato una volta Lacan associandola stranamente alla rivolta, alla preghiera e all’attesa. Perché? Cosa hanno in comune queste esperienze apparentemente così diverse? Esse indicano la necessità della vita umana di allargare sempre l’orizzonte del proprio mondo, di spostare in avanti i propri limiti. L’annoiato è a prima vista colui che incontra il mondo come un orizzonte chiuso, ristretto, soffocante. Ma la noia non registra solo la chiusura del mondo; essa agisce anche come una spinta a riaprire, a rinnovare il suo orizzonte. L’annoiato è esausto del mondo così com’è, è sfinito dalla presenza oppressiva di questo mondo, ma non del Mondo come tale! Egli è come chi si rivolta ai padroni del mondo, come chi attende l’arrivo dell’Altro che gli porti un annuncio di vita nuova, come chi si inginocchia pregando e invocando l’Altro.
La noia mostra che questo mondo, il mondo visibile, il mondo come pura presenza, non è mai davvero tutto il Mondo. Essa trapela nello sguardo del bambino che per resistere al sapere asfissiante che la maestra gli propina non può che sbadigliare senza scampo. La sua testa cadrebbe pesantemente sul banco, se la sua noia, anziché ripetere sempre lo stesso mondo, come accade per la maestra, non ne invocasse l’esistenza di un altro. Lo sguardo del bambino si stacca dal banco e dai suoi quaderni, dalla lavagna tetra e dallo sguardo vuoto della maestra per rivolgersi finalmente Altrove. Dove? Fuori, via da lì, all’aperto, verso un altro mondo, Altrove; verso il glicine viola, il campo di calcio, la bambina che cammina con la sua veste rossa per strada, la neve che copiosa scende sul cortile. Non è forse questa la lezione più positiva della noia? La noia del bambino è sempre una rivolta, una attesa, una preghiera.
Corriere La Lettura 15.11.15
Antropologia
I dannati del gergo: una lingua senza sole
Gli studi di Lombroso sui commessi torinesi
di Alberto Cavaglion
L’interesse per le lingue settoriali, come per i tatuaggi, è una delle cento stranezze di cui si compone l’opera di Cesare Lombroso, la sua camera delle meraviglie. Sarebbe un peccato se, per la controversia giuridica sollevata contro il museo torinese a lui dedicato per la restituzione del cranio del detenuto Villella al suo paese natale in Calabria, corressimo il pericolo di discutere i suoi libri in tribunale.
Il tema dei gerghi e delle lingue degli emarginati è, fra tutti, il meno studiato. L’antropologo se ne occupò a lungo. Se scorriamo le annate della sua maggiore rivista, l’«Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale», scopriamo che l’interesse per la comunicazione gergale non riguardava soltanto il mondo dei malavitosi. Non è soltanto «l’uomo delinquente» a servirsi di un furbesco codice. Un capitolo molto curioso di questa ricerca avviata dalla scuola lombrosiana riguarda il linguaggio in uso negli esercizi commerciali, in particolare nei negozi di tessuti torinesi di fine Ottocento, quasi tutti proprietà di ebrei: per intenderci, Il fondaco del nonno descritto nel famoso racconto omonimo di Primo Levi.
Perché il lessico deformato di quelle maestranze fosse da collegarsi alle onomatopee dei delinquenti non è semplice da spiegare. Lombroso, si sa, amava le acrobazie, ma c’è sempre nei suoi paradossi un fondamento di verità malinconica. Per chi lo ha coltivato in famiglia, ed è il caso sia degli antenati di Lombroso, sia di quelli di Levi, il «mercatare» è apparso sempre (e talvolta ancora appare, in tempi di crisi) una prigione. Dorata, ma pur sempre una prigione quella dei fondachi dei nonni, dove chi vi lavorava riteneva opportuno proteggersi dagli estranei ricorrendo a una intimità colloquiale talvolta aspra, certo non paragonabile ai tweet di chi lavora oggi nei centri commerciali delle grandi città.
Tra padrone del negozio e commessi scorreva un lessico gustoso, concepito allo scopo di non essere compresi dal cliente. Torino era famosa nell’Ottocento per le sue sartorie e l’eleganza delle sue vetrine. Sartine, soprattutto commesse, riempiono le pagine di De Amicis e di molta buona (e cattiva) letteratura d’appendice. Pochi sanno che quel microcosmo si serviva di «un gergo di trastullo». Qualche esempio. Un profumiere portava per insegna Latil Frères . La traduzione, «Fratelli Latil», faceva sì che latil venisse in gergo a significare «fratello». Il proprietario di un altro negozio si chiamava Celestino Long. Ed ecco che il nome assorbe il cognome: nasce così l’aggettivo celestin =lungo e il relativo verbo celestiné , tirare in lungo.
Si occupò della questione un eclettico collaboratore di Lombroso, Arturo Aly Belfàdel, un medico nato in Sicilia nel 1872, trasferitosi per completare gli studi a Torino. Come si vede, nella scelta dei collaboratori, Lombroso non era vittima di nessun pregiudizio antimeridionale. D’altra parte non è forse vero che proprio al Belfàdel dobbiamo la stesura di un’ammirevole grammatica piemontese? Nel 1898 sull’«Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale» esce un breve articolo, con tanto di vocabolarietto, Sopra un gergo di commessi di negozio torinesi .
Il gergo — lo sanno i lettori di Levi — è l’espressione di un mondo alla rovescia e pertanto ha le sue regole generali capovolte. Per dire bello si diceva cënü . «Brutto» diventa cënü löt (bello non). Nei gerghi, insegna Lombroso, si esprimono solo le qualità negative. Volendo esprimere la positività si nega la qualità negativa. Lasslu löt cütì alla lettera significa ciò che dice il padrone rivolto al commesso, alludendo al cliente: «Lascialo non acchiappare», per dire esattamente il contrario («Non lo lasciar fuggire»). Belfàdel scrive di aver raccolto vocaboli dal commesso di un negozio che non nomina: «Io non conosco questo padrone, ma, se debbo credere alla fama, è un onesto negoziante, un po’ burbero e null’altro». Dalle cronache di famiglia redatte da Paola, Giorgio e Maria Carla Colombo, in un libretto uscito qualche anno fa ( Trait-d’union , 2011), apprendiamo che l’informatore potrebbe essere Edoardo Colombo, titolare della ditta Fratelli Torta con sede a Torino in via Roma 23 a due passi dal fondaco del nonno di Levi. In gioventù aveva girovagato in bicicletta per il Piemonte cercando di piazzare i suoi scampoli; poi aveva fatto fortuna, ma doveva avere un caratteraccio, a detta dell’esigente collaboratore di Lombroso: «Io volevo raccogliere molte più parole e perciò mi rivolsi ad un commesso, il quale poi si rifiutò dicendo di avere avuta proibizione dal padrone di comunicarmele».
Di questo Gnôr Côlômbô possediamo, debitamente alterato, il profilo che Primo Levi ci offre nel racconto Argon ( ne Il sistema periodico ): «Nel Piemonte del secolo scorso», scrive, «il commercio delle stoffe era sovente in mani ebraiche, e ne è nato un sotto-gergo specialistico che trasmesso dai commessi divenuti a loro volta padroni, e non necessariamente ebrei, si è diffuso a molte botteghe del ramo e vive tuttora, parlato da gente che rimane stupita quando viene casualmente a sapere che usa parole ebraiche».
In questa lingua umiliata, spiegano Lombroso e Levi, mancano, «in quanto inutili», vocaboli come «giorno», «sole», assenti pure nella lingua del Lager. Il mercatare come dannazione? Il fondaco dei nonni come una cella buia? Il fantasma di Lombroso turba i sonni degli studiosi di Primo Levi, ma non solo.
Antropologia
I dannati del gergo: una lingua senza sole
Gli studi di Lombroso sui commessi torinesi
di Alberto Cavaglion
L’interesse per le lingue settoriali, come per i tatuaggi, è una delle cento stranezze di cui si compone l’opera di Cesare Lombroso, la sua camera delle meraviglie. Sarebbe un peccato se, per la controversia giuridica sollevata contro il museo torinese a lui dedicato per la restituzione del cranio del detenuto Villella al suo paese natale in Calabria, corressimo il pericolo di discutere i suoi libri in tribunale.
Il tema dei gerghi e delle lingue degli emarginati è, fra tutti, il meno studiato. L’antropologo se ne occupò a lungo. Se scorriamo le annate della sua maggiore rivista, l’«Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale», scopriamo che l’interesse per la comunicazione gergale non riguardava soltanto il mondo dei malavitosi. Non è soltanto «l’uomo delinquente» a servirsi di un furbesco codice. Un capitolo molto curioso di questa ricerca avviata dalla scuola lombrosiana riguarda il linguaggio in uso negli esercizi commerciali, in particolare nei negozi di tessuti torinesi di fine Ottocento, quasi tutti proprietà di ebrei: per intenderci, Il fondaco del nonno descritto nel famoso racconto omonimo di Primo Levi.
Perché il lessico deformato di quelle maestranze fosse da collegarsi alle onomatopee dei delinquenti non è semplice da spiegare. Lombroso, si sa, amava le acrobazie, ma c’è sempre nei suoi paradossi un fondamento di verità malinconica. Per chi lo ha coltivato in famiglia, ed è il caso sia degli antenati di Lombroso, sia di quelli di Levi, il «mercatare» è apparso sempre (e talvolta ancora appare, in tempi di crisi) una prigione. Dorata, ma pur sempre una prigione quella dei fondachi dei nonni, dove chi vi lavorava riteneva opportuno proteggersi dagli estranei ricorrendo a una intimità colloquiale talvolta aspra, certo non paragonabile ai tweet di chi lavora oggi nei centri commerciali delle grandi città.
Tra padrone del negozio e commessi scorreva un lessico gustoso, concepito allo scopo di non essere compresi dal cliente. Torino era famosa nell’Ottocento per le sue sartorie e l’eleganza delle sue vetrine. Sartine, soprattutto commesse, riempiono le pagine di De Amicis e di molta buona (e cattiva) letteratura d’appendice. Pochi sanno che quel microcosmo si serviva di «un gergo di trastullo». Qualche esempio. Un profumiere portava per insegna Latil Frères . La traduzione, «Fratelli Latil», faceva sì che latil venisse in gergo a significare «fratello». Il proprietario di un altro negozio si chiamava Celestino Long. Ed ecco che il nome assorbe il cognome: nasce così l’aggettivo celestin =lungo e il relativo verbo celestiné , tirare in lungo.
Si occupò della questione un eclettico collaboratore di Lombroso, Arturo Aly Belfàdel, un medico nato in Sicilia nel 1872, trasferitosi per completare gli studi a Torino. Come si vede, nella scelta dei collaboratori, Lombroso non era vittima di nessun pregiudizio antimeridionale. D’altra parte non è forse vero che proprio al Belfàdel dobbiamo la stesura di un’ammirevole grammatica piemontese? Nel 1898 sull’«Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale» esce un breve articolo, con tanto di vocabolarietto, Sopra un gergo di commessi di negozio torinesi .
Il gergo — lo sanno i lettori di Levi — è l’espressione di un mondo alla rovescia e pertanto ha le sue regole generali capovolte. Per dire bello si diceva cënü . «Brutto» diventa cënü löt (bello non). Nei gerghi, insegna Lombroso, si esprimono solo le qualità negative. Volendo esprimere la positività si nega la qualità negativa. Lasslu löt cütì alla lettera significa ciò che dice il padrone rivolto al commesso, alludendo al cliente: «Lascialo non acchiappare», per dire esattamente il contrario («Non lo lasciar fuggire»). Belfàdel scrive di aver raccolto vocaboli dal commesso di un negozio che non nomina: «Io non conosco questo padrone, ma, se debbo credere alla fama, è un onesto negoziante, un po’ burbero e null’altro». Dalle cronache di famiglia redatte da Paola, Giorgio e Maria Carla Colombo, in un libretto uscito qualche anno fa ( Trait-d’union , 2011), apprendiamo che l’informatore potrebbe essere Edoardo Colombo, titolare della ditta Fratelli Torta con sede a Torino in via Roma 23 a due passi dal fondaco del nonno di Levi. In gioventù aveva girovagato in bicicletta per il Piemonte cercando di piazzare i suoi scampoli; poi aveva fatto fortuna, ma doveva avere un caratteraccio, a detta dell’esigente collaboratore di Lombroso: «Io volevo raccogliere molte più parole e perciò mi rivolsi ad un commesso, il quale poi si rifiutò dicendo di avere avuta proibizione dal padrone di comunicarmele».
Di questo Gnôr Côlômbô possediamo, debitamente alterato, il profilo che Primo Levi ci offre nel racconto Argon ( ne Il sistema periodico ): «Nel Piemonte del secolo scorso», scrive, «il commercio delle stoffe era sovente in mani ebraiche, e ne è nato un sotto-gergo specialistico che trasmesso dai commessi divenuti a loro volta padroni, e non necessariamente ebrei, si è diffuso a molte botteghe del ramo e vive tuttora, parlato da gente che rimane stupita quando viene casualmente a sapere che usa parole ebraiche».
In questa lingua umiliata, spiegano Lombroso e Levi, mancano, «in quanto inutili», vocaboli come «giorno», «sole», assenti pure nella lingua del Lager. Il mercatare come dannazione? Il fondaco dei nonni come una cella buia? Il fantasma di Lombroso turba i sonni degli studiosi di Primo Levi, ma non solo.
Corriere La Lettura 15.1.15
Il calcolo all’italiana che illuminò Einstein
di Giovanni Caprara
Giovedì 25 novembre 1915 Albert Einstein annota nel suo taccuino: «È la formula che racchiude il destino ultimo dell’Universo». E quello stesso giorno deposita all’Accademia delle scienze di Berlino la sua Teoria della relatività generale, pubblicata poi sulla rivista «Annalen der Physik» agli inizi del 1916. Einstein è già molto noto (e discusso). Dopo aver insegnato a Berna, Zurigo e Praga, ora siede su una cattedra della capitale tedesca. Alle spalle ha il suo «anno mirabile», il 1905, quando teorizzò la relatività ristretta, così battezzata perché riguarda solo i sistemi in movimento con una velocità costante. Così, con tre articoli, scritti mentre era un oscuro impiegato dell’ufficio brevetti di Berna, rivoluzionava la fisica e, tra le altre cose, stabiliva il limite della velocità della luce, la quale, spiegava, è formata da particelle, i fotoni, e non da onde come fino ad allora si credeva. Solo più tardi i due concetti torneranno insieme, entrambi veri. Quanto fosse difficile accettare le sue idee lo dimostra un curioso aneddoto. Nel 1913 è il fisico tedesco Max Planck, il padre della fisica quantistica e suggeritore del nome «relatività» (Einstein voleva teoria degli invarianti), a portarlo a Berlino: nella presentazione lo definisce un grande scienziato con qualche limite, riferendosi alla concezione dei fotoni; ai suoi occhi un errore.
Ma per Einstein il disegno suggerito sino allora rappresentava solo una prima parte. Per andare oltre e completare i suoi pensieri, gli mancavano strumenti matematici adeguati. Li troverà nella matematica di Gregorio Ricci Curbastro e Tullio Levi Civita, che pochi anni prima avevano inventato il calcolo differenziale assoluto, «essenziale per descrivere uno spazio curvo», scrive Vincenzo Barone nella prefazione al libro Le due relatività (Bollati Boringhieri), che raccoglie i due articoli di Einstein del 1905 e del 1916. Lo sviluppo della sua teoria include infatti i fenomeni gravitazionali, ipotizzando gli effetti sulla traiettoria dei raggi luminosi, per cui nel transito vicino a una massa vengono deviati.
Bisognava però dimostrarlo e il momento non era certo favorevole. Nel 1915 la Prima guerra mondiale blocca il giovane astronomo Erwin Finlay-Freundlich, pronto ad andare in Crimea per tentare una verifica durante un’eclissi. Ci riuscirà invece sir Arthur Stanley Eddington, illustre fisico britannico, seguendo nel 1919 un’altra eclissi di Sole dall’arcipelago Sao Tomé e Principe, al largo dell’Africa occidentale, e dimostrando la deviazione della luce di una stella che appariva più lontana da dove doveva essere. Eddington lo comunicò alla Royal Society e Einstein divenne il mito che conosciamo, ancora intatto a un secolo di distanza. L’idea del cosmo era cambiata, un’altra rivoluzione compiuta.
Il calcolo all’italiana che illuminò Einstein
di Giovanni Caprara
Giovedì 25 novembre 1915 Albert Einstein annota nel suo taccuino: «È la formula che racchiude il destino ultimo dell’Universo». E quello stesso giorno deposita all’Accademia delle scienze di Berlino la sua Teoria della relatività generale, pubblicata poi sulla rivista «Annalen der Physik» agli inizi del 1916. Einstein è già molto noto (e discusso). Dopo aver insegnato a Berna, Zurigo e Praga, ora siede su una cattedra della capitale tedesca. Alle spalle ha il suo «anno mirabile», il 1905, quando teorizzò la relatività ristretta, così battezzata perché riguarda solo i sistemi in movimento con una velocità costante. Così, con tre articoli, scritti mentre era un oscuro impiegato dell’ufficio brevetti di Berna, rivoluzionava la fisica e, tra le altre cose, stabiliva il limite della velocità della luce, la quale, spiegava, è formata da particelle, i fotoni, e non da onde come fino ad allora si credeva. Solo più tardi i due concetti torneranno insieme, entrambi veri. Quanto fosse difficile accettare le sue idee lo dimostra un curioso aneddoto. Nel 1913 è il fisico tedesco Max Planck, il padre della fisica quantistica e suggeritore del nome «relatività» (Einstein voleva teoria degli invarianti), a portarlo a Berlino: nella presentazione lo definisce un grande scienziato con qualche limite, riferendosi alla concezione dei fotoni; ai suoi occhi un errore.
Ma per Einstein il disegno suggerito sino allora rappresentava solo una prima parte. Per andare oltre e completare i suoi pensieri, gli mancavano strumenti matematici adeguati. Li troverà nella matematica di Gregorio Ricci Curbastro e Tullio Levi Civita, che pochi anni prima avevano inventato il calcolo differenziale assoluto, «essenziale per descrivere uno spazio curvo», scrive Vincenzo Barone nella prefazione al libro Le due relatività (Bollati Boringhieri), che raccoglie i due articoli di Einstein del 1905 e del 1916. Lo sviluppo della sua teoria include infatti i fenomeni gravitazionali, ipotizzando gli effetti sulla traiettoria dei raggi luminosi, per cui nel transito vicino a una massa vengono deviati.
Bisognava però dimostrarlo e il momento non era certo favorevole. Nel 1915 la Prima guerra mondiale blocca il giovane astronomo Erwin Finlay-Freundlich, pronto ad andare in Crimea per tentare una verifica durante un’eclissi. Ci riuscirà invece sir Arthur Stanley Eddington, illustre fisico britannico, seguendo nel 1919 un’altra eclissi di Sole dall’arcipelago Sao Tomé e Principe, al largo dell’Africa occidentale, e dimostrando la deviazione della luce di una stella che appariva più lontana da dove doveva essere. Eddington lo comunicò alla Royal Society e Einstein divenne il mito che conosciamo, ancora intatto a un secolo di distanza. L’idea del cosmo era cambiata, un’altra rivoluzione compiuta.
Corriere La Lettura 15.1.15
Copernico vivisezionato
di Stefano Gattei
Il De revolutionibus libri sex (1543) di Copernico è uno dei pochi testi che stabiliscono un prima e un dopo: la Terra viene strappata dalla propria posizione privilegiata nel cosmo, l’uomo non è più al centro del mondo. L’universo non gira più per lui. Esce in questi giorni per Les Belles Lettres una nuova edizione dell’opera, che sarà un punto di riferimento imprescindibile per gli studi a venire. Frutto di lunghi anni di lavoro da parte di un gruppo eccezionale di studiosi dell’Osservatorio astronomico di Parigi (Michel-Pierre Lerner, Alain-Philippe Segonds e Jean-Pierre Verdet, con la preziosa collaborazione di Isabelle Pantin, Denis Savoie, Michel Toulmonde e in particolare di Concetta Luna, filologa della Scuola Normale di Pisa) i tre volumi — introduzione, testo latino e traduzione francese a fronte, commento — coprono complessivamente oltre 2.700 pagine. L’opera si caratterizza per intelligenza critica e perizia filologica: due elementi ineludibili, secondo Eugenio Garin, senza i quali la pagina rimane muta. L’analisi del testo, stabilito sulla base delle tre edizioni a stampa (oltre alla princeps, quelle del 1566 e del 1617) e del manoscritto, ha potuto per esempio evidenziare come la fine del libro quinto e buona parte del libro sesto siano una traduzione (implicita) dall’ Almagesto di Tolomeo. Una novità assoluta, ma non la sola, in un’edizione destinata a rimanere nel tempo.
Copernico vivisezionato
di Stefano Gattei
Il De revolutionibus libri sex (1543) di Copernico è uno dei pochi testi che stabiliscono un prima e un dopo: la Terra viene strappata dalla propria posizione privilegiata nel cosmo, l’uomo non è più al centro del mondo. L’universo non gira più per lui. Esce in questi giorni per Les Belles Lettres una nuova edizione dell’opera, che sarà un punto di riferimento imprescindibile per gli studi a venire. Frutto di lunghi anni di lavoro da parte di un gruppo eccezionale di studiosi dell’Osservatorio astronomico di Parigi (Michel-Pierre Lerner, Alain-Philippe Segonds e Jean-Pierre Verdet, con la preziosa collaborazione di Isabelle Pantin, Denis Savoie, Michel Toulmonde e in particolare di Concetta Luna, filologa della Scuola Normale di Pisa) i tre volumi — introduzione, testo latino e traduzione francese a fronte, commento — coprono complessivamente oltre 2.700 pagine. L’opera si caratterizza per intelligenza critica e perizia filologica: due elementi ineludibili, secondo Eugenio Garin, senza i quali la pagina rimane muta. L’analisi del testo, stabilito sulla base delle tre edizioni a stampa (oltre alla princeps, quelle del 1566 e del 1617) e del manoscritto, ha potuto per esempio evidenziare come la fine del libro quinto e buona parte del libro sesto siano una traduzione (implicita) dall’ Almagesto di Tolomeo. Una novità assoluta, ma non la sola, in un’edizione destinata a rimanere nel tempo.
Corriere La Lettura 15.1.15
Nell’occhio del mostro
Sagittarius A* è un buco nero lontano 26 mila anni luce: la sua massa è 4 milioni di stelle, la taglia mille volte la Terra
I radiotelescopi del mondo si uniscono per osservarlo
di Carlo Rovelli
Nel 1932, Karl Jansky, giovane ingegnere di 27 anni della compagnia telefonica Bell, è incaricato di studiare un fastidioso rumore che disturba le comunicazioni radio transatlantiche. Jansky costruisce una piccola antenna orientabile e arriva a una conclusione sorprendente: una parte dei disturbi viene dal cielo. Propone di costruire una grande antenna da puntare verso l’alto per studiare questi misteriosi segnali extraterrestri. I suoi datori di lavoro, concreti come molti ministeri della ricerca odierni, lo riportano con i piedi per terra: non servirebbe a niente di utile; il progetto è respinto.
Verso la fine degli anni Trenta nei sobborghi di Chicago un dilettante senza studi scientifici, Grote Reber, legge della scoperta di Jansky su una rivista di divulgazione e costruisce a sue spese un’antenna di 9 metri nel giardino di sua madre. È il primo radiotelescopio nella storia. Nel 1938 Reber conferma che una zona del cielo nella costellazione del Sagittario emette onde radio molto forti, alla frequenza di circa 160 MHz.
Oggi abbiamo numerosi grandi radiotelescopi e queste onde radio extraterrestri sono studiate in dettaglio. La forte sorgente nella costellazione del Sagittario è chiamata Sagittarius A* , abbreviato Sgr A* . Sta esattamente al centro della nostra galassia. Se guardate il cielo notturno, il Sagittario, con il centro della galassia, è visibile verso le nove di sera da metà luglio (a sud est) fino a fine ottobre (a sud ovest).
Cos’è Sgr A* ? Cos’è questa «cosa» al centro della galassia che emette segnali così forti da disturbare comunicazioni terrestri? Il velo si dirada solo verso la fine degli anni Novanta: osservando le stelle che vi orbitano attorno, si calcola che Sgr A* concentra una massa quattro milioni di volte la massa del Sole in un raggio piccolissimo. Conosciamo una sola spiegazione possibile: un buco nero gigantesco, con la massa di 4 milioni di stelle. Le emissioni radio sono prodotte dal calore di grandi quantità di materia — nubi di polvere, talvolta intere stelle — che gli vortica intorno infuocandosi, prima di esserne risucchiata.
Da sempre impariamo cose sorprendenti alzando lo sguardo verso il cielo. Osservando il moto del Sole e delle stelle, Anassimandro ha capito che abitiamo su un sasso che galleggia nello spazio. Osservandone l’ombra proiettata sulla luna durante le eclissi, Aristotele ha mostrato che questo sasso, la Terra, ha forma di palla. In una fatale notte del 1609, in una strada di Padova, Galileo ha alzato verso il cielo il suo tubo con lenti, vedendo cose che noi umani non avremmo mai potuto immaginare: fasi di Venere, anelli di Saturno, satelliti intorno a Giove, macchie sul Sole, montagne sulla luna… A ogni miglioramento dei telescopi, vediamo di più del vasto mondo: l’immensità della Via Lattea, la siderale vastità dello sterminato mare delle galassie, la caleidoscopica varietà di oggetti che lo riempiono: immense nubi di polvere, ammassi di stelle, esplosioni gigantesche, valzer di coppie e triple di stelle, scontri di galassie, getti di materia lunghi migliaia di anni luce, la stupefacente bellezza delle forme delle nebulose catturate dalle immagini del telescopio orbitante Hubble, e via via… tutta la crescente colorata zoologia dell’astrofisica contemporanea.
Ma di tutti gli strani oggetti che abbiamo scoperto nel cielo, i più strani sono i buchi neri. Sapevamo che in teoria potevano esistere: corrispondono a certe soluzioni delle equazioni della relatività generale di Einstein. Ma pochissimi sognavano esistessero davvero. Sembravano cose troppo strane: per fare un buco nero qui, per esempio, dovremmo trovare il modo di comprimere l’intero pianeta Terra, con tutte le montagne, mari, eccetera, sul fondo di una tazzina di caffè. A quel punto la Terra diverrebbe un buco nero. Di dimensioni che possono stare dentro una tazzina di caffè, ma ancora pesante come la Terra. Nessuno riteneva ragionevole che in natura potessero esserci processi capaci di schiacciare tanta massa in una regione tanto piccola. Invece, negli anni Settanta gli indizi che alcuni oggetti nel cielo fossero proprio buchi neri si sono moltiplicati. Oggi lo studio dei buchi neri per gli astronomi è routine. Ne contiamo a migliaia.
Se potessimo vederlo da vicino, un buco nero si mostrerebbe come un buco in una scatola chiusa: un disco nero. Una regione dalla quale non arriva luce. La ragione è che la superficie del buco nero racchiude una zona dalla quale nulla può più scappare, neppure la luce, per la forte gravità dovuta alla materia molto concentrata. La superficie del buco nero si chiama «orizzonte» (talvolta, forse impropriamente, «orizzonte degli eventi»), perché non vediamo quello che c’è al di là, come non vediamo al di là dell’orizzonte sul mare. L’orizzonte sul mare esiste perché la Terra si incurva all’ingiù e si nasconde alla nostra vista. L’orizzonte dei buchi neri ha qualcosa di simile: l’estrema concentrazione di materia curva intorno a sé lo spazio e il tempo, tanto da nascondere la regione centrale alla nostra vista. La forza che può comprimere tanta massa in così poco spazio è la più semplice: il peso. Quando smette di brillare perché ha bruciato in elio tutto il suo idrogeno, una grande stella sprofonda su sé stessa sotto il suo stesso peso, e si schiaccia in un buco nero. Così si è formata la maggior parte dei buchi neri che vediamo nel cielo, che ha quindi massa più o meno simile a una stella.
Ma Sagittarius A* è ben altra bestia: un mostro gigantesco con la massa di 4 milioni di stelle, e una taglia mille volte la Terra. Come si sia formato e sia finito lì, nel centro della nostra galassia, non è chiaro, ma non sembra essere una peculiarità nostra: la maggior parte delle galassie nasconde simili giganti. Una lontana galassia, la galassia «lenticolare» NGC 1277 , sembra racchiudere un buco nero mille volte più grande del nostro: un gargantua con una massa di 5 miliardi di soli, largo un milione di volte la Terra…
Chi non vorrebbe vederli da vicino, questi mostri cosmici? Il problema è che, per quanto grandi, sono lontani. Il centro della galassia dista 26 mila anni luce. La luce che ci arriva da là è partita più o meno quando gli abitanti dell’Italia erano Neanderthal e i nostri antenati erano gli immigranti. A questa distanza, osservare Sgr A* è come voler osservare una pulce sulle Alpi stando a Messina. Fino a poco fa, l’idea di poter vedere Sgr A* «da vicino» sembrava assurda. Ci dovevamo accontentare di studiarlo in maniera indiretta, osservandone gli effetti su stelle vicine o le emissioni radio della materia che sta per caderci dentro.
Ma oggi i radioastronomi stanno mettendo a punto una tecnica per osservare Sagittarius A* direttamente. Fotografare il mostro. L’idea è collegare i grandi radiotelescopi nei diversi continenti, e farli funzionare come fossero una singola grande antenna. Un’antenna grande come la Terra. La chiave è sincronizzare gli orologi dei telescopi, perché quello che conta sono le minutissime differenze di tempo d’arrivo dei segnali fra un telescopio e l’altro. Oggi esistono orologi atomici di precisione fantastica, che perderebbero meno di un secondo lungo tutta la vita dell’universo. Con questi, si dovrebbe riuscire.
Il progetto si chiama «event-horizon telescope», perché l’obiettivo è vedere l’orizzonte («horizon») di Sagittarius A* . Coinvolge una ventina di università e un centinaio di scienziati sparsi nel mondo. Il telescopio centrale è sulla Sierra Negra, nello stato del Puebla, in Messico. È un progetto graduale: un primo gruppo di radiotelescopi è già collegato, e comincia a produrre immagini. Ci avviciniamo lentamente alla risoluzione necessaria per vedere direttamente Sagittarius A* negli occhi. O meglio, nell’occhio. A mano a mano che nuovi radiotelescopi vengono collegati, o costruiti, la risoluzione migliora. Se tutto va bene, prima della fine del decennio dovremmo avere una foto di un buco nero. Una foto del disco nero della pupilla del mostro.
Lo vedremo come prevede la teoria? Non lo sappiamo. I buchi neri hanno ancora aspetti misteriosi. Non sappiamo dove vada a finire tutta la materia che vediamo inghiottita dai buchi neri. Cosa succeda dentro, nel centro, è qualcosa che ancora non sappiamo. Dipende dalle proprietà quantistiche dello spazio, che controlliamo ancora male. Steve Giddings, un teorico dell’università di Santa Barbara in California, ha studiato l’ipotesi che effetti di gravità quantistica possano modificare l’aspetto esterno del buco nero. Le osservazioni ravvicinate potrebbero sorprenderci. Se lo faranno, sarà ancora più interessante: nuovi indizi su quello che ancora non capiamo.
Siamo esserini che vivono sulla crosta di una palla di roccia lanciata nello spazio. Non sappiamo dove vada a finire tutta la materia che vediamo inghiottire dai buchi neri, come una piccola astronave. Fuori, attorno a noi c’è uno straordinario mondo ancora inesplorato. Come un bambino che si affaccia per la prima volta a una finestra sul mare, l’umanità intera sta a guardare dall’oblò dei suoi telescopi, curiosa, incantata.
Nell’occhio del mostro
Sagittarius A* è un buco nero lontano 26 mila anni luce: la sua massa è 4 milioni di stelle, la taglia mille volte la Terra
I radiotelescopi del mondo si uniscono per osservarlo
di Carlo Rovelli
Nel 1932, Karl Jansky, giovane ingegnere di 27 anni della compagnia telefonica Bell, è incaricato di studiare un fastidioso rumore che disturba le comunicazioni radio transatlantiche. Jansky costruisce una piccola antenna orientabile e arriva a una conclusione sorprendente: una parte dei disturbi viene dal cielo. Propone di costruire una grande antenna da puntare verso l’alto per studiare questi misteriosi segnali extraterrestri. I suoi datori di lavoro, concreti come molti ministeri della ricerca odierni, lo riportano con i piedi per terra: non servirebbe a niente di utile; il progetto è respinto.
Verso la fine degli anni Trenta nei sobborghi di Chicago un dilettante senza studi scientifici, Grote Reber, legge della scoperta di Jansky su una rivista di divulgazione e costruisce a sue spese un’antenna di 9 metri nel giardino di sua madre. È il primo radiotelescopio nella storia. Nel 1938 Reber conferma che una zona del cielo nella costellazione del Sagittario emette onde radio molto forti, alla frequenza di circa 160 MHz.
Oggi abbiamo numerosi grandi radiotelescopi e queste onde radio extraterrestri sono studiate in dettaglio. La forte sorgente nella costellazione del Sagittario è chiamata Sagittarius A* , abbreviato Sgr A* . Sta esattamente al centro della nostra galassia. Se guardate il cielo notturno, il Sagittario, con il centro della galassia, è visibile verso le nove di sera da metà luglio (a sud est) fino a fine ottobre (a sud ovest).
Cos’è Sgr A* ? Cos’è questa «cosa» al centro della galassia che emette segnali così forti da disturbare comunicazioni terrestri? Il velo si dirada solo verso la fine degli anni Novanta: osservando le stelle che vi orbitano attorno, si calcola che Sgr A* concentra una massa quattro milioni di volte la massa del Sole in un raggio piccolissimo. Conosciamo una sola spiegazione possibile: un buco nero gigantesco, con la massa di 4 milioni di stelle. Le emissioni radio sono prodotte dal calore di grandi quantità di materia — nubi di polvere, talvolta intere stelle — che gli vortica intorno infuocandosi, prima di esserne risucchiata.
Da sempre impariamo cose sorprendenti alzando lo sguardo verso il cielo. Osservando il moto del Sole e delle stelle, Anassimandro ha capito che abitiamo su un sasso che galleggia nello spazio. Osservandone l’ombra proiettata sulla luna durante le eclissi, Aristotele ha mostrato che questo sasso, la Terra, ha forma di palla. In una fatale notte del 1609, in una strada di Padova, Galileo ha alzato verso il cielo il suo tubo con lenti, vedendo cose che noi umani non avremmo mai potuto immaginare: fasi di Venere, anelli di Saturno, satelliti intorno a Giove, macchie sul Sole, montagne sulla luna… A ogni miglioramento dei telescopi, vediamo di più del vasto mondo: l’immensità della Via Lattea, la siderale vastità dello sterminato mare delle galassie, la caleidoscopica varietà di oggetti che lo riempiono: immense nubi di polvere, ammassi di stelle, esplosioni gigantesche, valzer di coppie e triple di stelle, scontri di galassie, getti di materia lunghi migliaia di anni luce, la stupefacente bellezza delle forme delle nebulose catturate dalle immagini del telescopio orbitante Hubble, e via via… tutta la crescente colorata zoologia dell’astrofisica contemporanea.
Ma di tutti gli strani oggetti che abbiamo scoperto nel cielo, i più strani sono i buchi neri. Sapevamo che in teoria potevano esistere: corrispondono a certe soluzioni delle equazioni della relatività generale di Einstein. Ma pochissimi sognavano esistessero davvero. Sembravano cose troppo strane: per fare un buco nero qui, per esempio, dovremmo trovare il modo di comprimere l’intero pianeta Terra, con tutte le montagne, mari, eccetera, sul fondo di una tazzina di caffè. A quel punto la Terra diverrebbe un buco nero. Di dimensioni che possono stare dentro una tazzina di caffè, ma ancora pesante come la Terra. Nessuno riteneva ragionevole che in natura potessero esserci processi capaci di schiacciare tanta massa in una regione tanto piccola. Invece, negli anni Settanta gli indizi che alcuni oggetti nel cielo fossero proprio buchi neri si sono moltiplicati. Oggi lo studio dei buchi neri per gli astronomi è routine. Ne contiamo a migliaia.
Se potessimo vederlo da vicino, un buco nero si mostrerebbe come un buco in una scatola chiusa: un disco nero. Una regione dalla quale non arriva luce. La ragione è che la superficie del buco nero racchiude una zona dalla quale nulla può più scappare, neppure la luce, per la forte gravità dovuta alla materia molto concentrata. La superficie del buco nero si chiama «orizzonte» (talvolta, forse impropriamente, «orizzonte degli eventi»), perché non vediamo quello che c’è al di là, come non vediamo al di là dell’orizzonte sul mare. L’orizzonte sul mare esiste perché la Terra si incurva all’ingiù e si nasconde alla nostra vista. L’orizzonte dei buchi neri ha qualcosa di simile: l’estrema concentrazione di materia curva intorno a sé lo spazio e il tempo, tanto da nascondere la regione centrale alla nostra vista. La forza che può comprimere tanta massa in così poco spazio è la più semplice: il peso. Quando smette di brillare perché ha bruciato in elio tutto il suo idrogeno, una grande stella sprofonda su sé stessa sotto il suo stesso peso, e si schiaccia in un buco nero. Così si è formata la maggior parte dei buchi neri che vediamo nel cielo, che ha quindi massa più o meno simile a una stella.
Ma Sagittarius A* è ben altra bestia: un mostro gigantesco con la massa di 4 milioni di stelle, e una taglia mille volte la Terra. Come si sia formato e sia finito lì, nel centro della nostra galassia, non è chiaro, ma non sembra essere una peculiarità nostra: la maggior parte delle galassie nasconde simili giganti. Una lontana galassia, la galassia «lenticolare» NGC 1277 , sembra racchiudere un buco nero mille volte più grande del nostro: un gargantua con una massa di 5 miliardi di soli, largo un milione di volte la Terra…
Chi non vorrebbe vederli da vicino, questi mostri cosmici? Il problema è che, per quanto grandi, sono lontani. Il centro della galassia dista 26 mila anni luce. La luce che ci arriva da là è partita più o meno quando gli abitanti dell’Italia erano Neanderthal e i nostri antenati erano gli immigranti. A questa distanza, osservare Sgr A* è come voler osservare una pulce sulle Alpi stando a Messina. Fino a poco fa, l’idea di poter vedere Sgr A* «da vicino» sembrava assurda. Ci dovevamo accontentare di studiarlo in maniera indiretta, osservandone gli effetti su stelle vicine o le emissioni radio della materia che sta per caderci dentro.
Ma oggi i radioastronomi stanno mettendo a punto una tecnica per osservare Sagittarius A* direttamente. Fotografare il mostro. L’idea è collegare i grandi radiotelescopi nei diversi continenti, e farli funzionare come fossero una singola grande antenna. Un’antenna grande come la Terra. La chiave è sincronizzare gli orologi dei telescopi, perché quello che conta sono le minutissime differenze di tempo d’arrivo dei segnali fra un telescopio e l’altro. Oggi esistono orologi atomici di precisione fantastica, che perderebbero meno di un secondo lungo tutta la vita dell’universo. Con questi, si dovrebbe riuscire.
Il progetto si chiama «event-horizon telescope», perché l’obiettivo è vedere l’orizzonte («horizon») di Sagittarius A* . Coinvolge una ventina di università e un centinaio di scienziati sparsi nel mondo. Il telescopio centrale è sulla Sierra Negra, nello stato del Puebla, in Messico. È un progetto graduale: un primo gruppo di radiotelescopi è già collegato, e comincia a produrre immagini. Ci avviciniamo lentamente alla risoluzione necessaria per vedere direttamente Sagittarius A* negli occhi. O meglio, nell’occhio. A mano a mano che nuovi radiotelescopi vengono collegati, o costruiti, la risoluzione migliora. Se tutto va bene, prima della fine del decennio dovremmo avere una foto di un buco nero. Una foto del disco nero della pupilla del mostro.
Lo vedremo come prevede la teoria? Non lo sappiamo. I buchi neri hanno ancora aspetti misteriosi. Non sappiamo dove vada a finire tutta la materia che vediamo inghiottita dai buchi neri. Cosa succeda dentro, nel centro, è qualcosa che ancora non sappiamo. Dipende dalle proprietà quantistiche dello spazio, che controlliamo ancora male. Steve Giddings, un teorico dell’università di Santa Barbara in California, ha studiato l’ipotesi che effetti di gravità quantistica possano modificare l’aspetto esterno del buco nero. Le osservazioni ravvicinate potrebbero sorprenderci. Se lo faranno, sarà ancora più interessante: nuovi indizi su quello che ancora non capiamo.
Siamo esserini che vivono sulla crosta di una palla di roccia lanciata nello spazio. Non sappiamo dove vada a finire tutta la materia che vediamo inghiottire dai buchi neri, come una piccola astronave. Fuori, attorno a noi c’è uno straordinario mondo ancora inesplorato. Come un bambino che si affaccia per la prima volta a una finestra sul mare, l’umanità intera sta a guardare dall’oblò dei suoi telescopi, curiosa, incantata.
Corriere La Lettura 15.1.15
Fascinosi, attuali e universali
di Christian Grego
direttore del Museo Egizio di Torino
N on sono certo uno psicologo e non sono in grado di spiegare l’attrazione fatale che l’Antico Egitto continua a esercitare su di noi. E poi sono talmente coinvolto emotivamente e intellettualmente da non poter essere obiettivo. Dunque la mia ipotesi nasce dall’esperienza, in primo luogo da quello che ho provato e provo ancora davanti a un papiro policromo o una statua di Osiris. Ma credo che le ragioni per cui, è assodato, basta una mostra sui tesori delle Piramidi per fare il «pieno» in ogni museo siano essenzialmente tre: lo stupefacente stato di conservazione di quei reperti, spesso così perfetti da sfidare e vincere il tempo; la bellezza e la raffinatezza di quegli stessi oggetti; l’idea che trascendano la caducità della nostra stessa vita. Davanti a una stele devo insomma confrontarmi con le grandi domande dell’esistenza. E scopro sempre che le risposte che gli Egizi ci hanno dato, attraverso quelle mummie così ben conservate, rimangono attuali e universali. Per questo adesso sono a Boston e poi andrò a Washington: vado a raccontare anche negli Usa l’universalità degli Egizi. Le mostre di Bologna, Londra e New York? Sono belle e importanti, così belle e importanti che speriamo di portare quella del British a Torino, al nostro Egizio.
Fascinosi, attuali e universali
di Christian Grego
direttore del Museo Egizio di Torino
N on sono certo uno psicologo e non sono in grado di spiegare l’attrazione fatale che l’Antico Egitto continua a esercitare su di noi. E poi sono talmente coinvolto emotivamente e intellettualmente da non poter essere obiettivo. Dunque la mia ipotesi nasce dall’esperienza, in primo luogo da quello che ho provato e provo ancora davanti a un papiro policromo o una statua di Osiris. Ma credo che le ragioni per cui, è assodato, basta una mostra sui tesori delle Piramidi per fare il «pieno» in ogni museo siano essenzialmente tre: lo stupefacente stato di conservazione di quei reperti, spesso così perfetti da sfidare e vincere il tempo; la bellezza e la raffinatezza di quegli stessi oggetti; l’idea che trascendano la caducità della nostra stessa vita. Davanti a una stele devo insomma confrontarmi con le grandi domande dell’esistenza. E scopro sempre che le risposte che gli Egizi ci hanno dato, attraverso quelle mummie così ben conservate, rimangono attuali e universali. Per questo adesso sono a Boston e poi andrò a Washington: vado a raccontare anche negli Usa l’universalità degli Egizi. Le mostre di Bologna, Londra e New York? Sono belle e importanti, così belle e importanti che speriamo di portare quella del British a Torino, al nostro Egizio.
Corriere La Lettura 15.1.15
L’ Antico Egitto è moderno: la reinvenzione delle religioni
Dei che nascono e che muoiono, nuovi culti, persecuzionu e convivenze
Tre mostre esplorano uno dei periodi storici più affacinanti
di Livia Capponi
La mostra Ancient Egypt Transformed. The Middle Kingdom al Metropolitan Museum di New York (fino al 24 gennaio) espone numerosi oggetti del Medio Regno (XI-XIII dinastia, 2030-1650 a.C.), uno dei momenti più felici della storia egizia, sia dal punto di vista dell’economia che della produzione artistica. Dopo una lunga crisi, il Paese è riunificato dal faraone Montuhotep, e alla vecchia aristocrazia dell’Antico Regno subentra una «borghesia» che rinnova alle radici l’ideologia del potere. Anche la concezione dell’aldilà cambia, ed è quasi democratizzata: la sopravvivenza dell’anima dopo la morte è ora vista come destino comune a tutti gli uomini, non più un privilegio di pochi. Dal punto di vista artistico, i sovrani cercano il consenso dell’opinione pubblica sottolineando la continuità con il terzo millennio, con un’intensa produzione letteraria e artistica ispirata alle glorie dell’Antico Regno, l’«età classica» dell’Antico Egitto.
La mostra Egitto. Splendore Millenario , al Museo Civico Archeologico di Bologna fino al 17 luglio, fonde la collezione egizia del Rijksmuseum van Oudheden di Leiden, più di 500 reperti dal periodo predinastico all’età romana, e quella di Bologna, fra le prime dieci al mondo, oltre a prestiti dal Museo Egizio di Torino (secondo solo a quello del Cairo) e da Firenze in un percorso di 1.700 metri quadrati, un’operazione senza precedenti nel panorama italiano e internazionale.
Fra i capolavori giunti da Leiden spicca il gruppo statuario in calcare di Maya e Merit, della XVIII dinastia del periodo detto Nuovo Regno, regni di Tutankhamon (1333-1323 a.C.) e Horemheb (1319-1292 a.C.). Le statue rappresentano il ka , o principio vitale dei coniugi, immortalati seduti, nei loro vestiti migliori, con elaborate parrucche secondo la moda, nell’atto di ricevere offerte. Maya era il tesoriere di Tutankhamon, il sovrintendente alla necropoli faraonica e il direttore dei lavori alla tomba di Tutankhamon; Merit una cantrice del dio Amon. La loro tomba a Saqqara, presso l’antica capitale Menfi (non lontano dal Cairo) fu localizzata e parzialmente scavata nel 1843 da Karl Richard Lepsius, poi venne riportata definitivamente alla luce nel 1987 da una missione olandese e britannica, che scoprì la camera funeraria 18 metri sottoterra.
L’esposizione getta luce sull’epoca della rivoluzione religiosa di Akhenaton (1350-1333 a.C.), faraone che abolì il culto del dio Amon e i templi tradizionali per venerare il disco solare Aton, nella nuova capitale Amarna. Il faraone si poneva come unico intermediario fra il dio e il popolo, creando un culto anche di se stesso. In seguito si ritornò di nuovo al culto di Amon, come segnala il nome stesso di Tutankhamon, che contiene il nome del dio. Maya contribuì a ristabilire i culti tradizionali e il vecchio stile per le statue e i santuari di tutto l’Egitto, mentre il suo collega, il generale Horemheb, pacificava le rivolte ai confini dell’impero.
La tomba di Horemheb è stata ricostruita come un grande puzzle , mettendo insieme i rilievi da Bologna, Leiden e Firenze. Qui il generale è ritratto non solo nell’atto di sconfiggere i nemici storici, nubiani e siriaci, ma anche al lavoro nei campi dell’oltretomba per garantirsi sopravvivenza eterna, come prescritto dal capitolo 110 del Libro dei Morti , o seduto davanti a una tavola stracolma di offerte. In un secondo momento, quando Horemheb diventò faraone, il suo sepolcro fu spostato nella Valle dei Re a Tebe (Luxor).
La storia delle scoperte e del ruolo dell’Italia nella nascita dell’Egittologia è altrettanto interessante, e messa nel giusto risalto. La maggior parte dei rilievi esposti appartiene infatti alla collezione che il pittore bolognese Pelagio Palagi acquista nel 1832-1832 dal triestino Giuseppe Nizzoli, emissario del consolato d’Austria in Egitto dal 1818 al 1828, e, come altri rappresentanti dei corpi diplomatici di stanza in Egitto, a caccia di oggetti di ogni tipo da poter rivendere sul mercato antiquario. Nizzoli e la moglie Amalia scoprono alcuni dei rilievi dalla necropoli del Nuovo Regno di Saqqara presso l’antica capitale Menfi, a sud della famosa piramide a gradoni di Djoser, entrando in competizione con gli emissari di altre nazioni, tra i quali il greco Giovanni d’Anastasi, a cui il Museo di Leiden deve moltissimi reperti. In questo momento epocale, i collezionisti italiani seppero affrancarsi dalla riduttiva concezione di Johann Joachim Winckelmann, padre della archeologia classica, che considerava le antichità egizie soltanto una preparazione alla «vera» arte greca.
I sarcofagi e i corredi funerari in mostra c’istruiscono sulla concezione egizia della vita dopo la morte. La tomba era un luogo pieno di provviste di cibo, vestiti, biancheria, grandi statue lignee che diventavano l’incarnazione del defunto, modellini che riproducevano il suo mestiere nei dettagli. Uguale trattamento per le donne, con l’unica differenza della presenza nel corredo di specchi, cosmetici e gioielli. Spesso li accompagnava un lungo rotolo di papiro contenente il Libro dei Morti , un manuale di istruzioni per il viaggio nell’aldilà. Il primo step era la pesatura dell’anima (con sede nel cuore), posta sul piatto di una bilancia, a confronto con la piuma di Maat, dea della giustizia. Se l’anima fosse stata più pesante della piuma, un mostro in forma di leone-coccodrillo-ippopotamo l’avrebbe divorata all’istante.
L’intramontabile spiritualità dell’Egitto è la protagonista della mostra al British Museum di Londra Egypt. Faith after the Pharaohs (fino al 7 febbraio), un viaggio attraverso le religioni che hanno toccato questo territorio in dodici secoli, dalla conquista romana nel 30 a.C. alla fine del periodo fatimide (1171 d.C.), raccontando una ricca storia di influenze reciproche e di coesistenza pacifica, segnata però anche da guerre, persecuzioni, distruzioni di immagini e templi. L’Egitto è sempre stato protagonista di rivoluzioni religiose, a partire dall’invenzione di un dio, Serapide, con cui i Tolomei integrarono gli dèi egizi nel pantheon greco, alla traduzione alessandrina della Bibbia in greco, che divenne il testo cardine degli Ebrei della diaspora mediterranea e poi dei cristiani, come c’illustra il prezioso Codice Sinaitico (IV secolo) dal monastero di Santa Caterina sul Sinai.
I papiri egizi documentano in modo diretto e spesso drammatico le tensioni fra ebrei e greci, le persecuzioni contro i cristiani, ma anche le molteplici eresie e la nascita della Chiesa cristiana copta, che trovò terreno fertile nella cultura egiziana. I papiri di Nag Hammadi, una biblioteca di testi gnostici scritti in copto, scoperti in una giara nel 1945, sono emblematici di questa complessità. La scoperta di migliaia di documenti della cosiddetta Geniza del Cairo, ammassati in un ripostiglio della sinagoga di al-Fustat al Cairo, ha aperto una miniera di informazioni sulla storia economica e sociale dell’Egitto medievale.
In tutta la sua lunga storia, dunque, l’Egitto è sempre stato una terra multiculturale e multietnica. I re Tolomei, che regnarono dopo la conquista di Alessandro Magno (305-30 a.C.) e gli imperatori romani, dall’annessione dell’Egitto come provincia dell’impero sotto Augusto, fino alla conquista araba nel 640 d.C., si dotarono di una doppia immagine: greca, secondo i canoni della scultura ellenistica, ed egizia, come legittimi successori dei faraoni.
La burocrazia statale era spesso bilingue, il diritto romano si era sovrapposto ai sistemi legali ellenistico e locale. Gli imperatori costruirono templi e monumenti egizi in tutto l’Egitto e anche in Italia, come il celebre Iseo Campense sul Campo Marzio a Roma. Gli intellettuali greci e romani, da Seneca a Plutarco all’imperatore Adriano, leggevano i testi egizi in traduzione greca e si appassionavano allo studio dei geroglifici, visti (fino al Rinascimento) come la chiave di una filosofia mistica e segreta. L’astrologia diventò una vera ossessione per gli imperatori, e il loro oroscopo fu a lungo usato come strumento di propaganda politica. Questa «egittomania» ha lasciato tracce durature, come si vede ancora oggi girando per le strade e le piazze di Roma, l’unica città al mondo con quattordici obelischi egizi, simbolo di potere assoluto.
L’ Antico Egitto è moderno: la reinvenzione delle religioni
Dei che nascono e che muoiono, nuovi culti, persecuzionu e convivenze
Tre mostre esplorano uno dei periodi storici più affacinanti
di Livia Capponi
La mostra Ancient Egypt Transformed. The Middle Kingdom al Metropolitan Museum di New York (fino al 24 gennaio) espone numerosi oggetti del Medio Regno (XI-XIII dinastia, 2030-1650 a.C.), uno dei momenti più felici della storia egizia, sia dal punto di vista dell’economia che della produzione artistica. Dopo una lunga crisi, il Paese è riunificato dal faraone Montuhotep, e alla vecchia aristocrazia dell’Antico Regno subentra una «borghesia» che rinnova alle radici l’ideologia del potere. Anche la concezione dell’aldilà cambia, ed è quasi democratizzata: la sopravvivenza dell’anima dopo la morte è ora vista come destino comune a tutti gli uomini, non più un privilegio di pochi. Dal punto di vista artistico, i sovrani cercano il consenso dell’opinione pubblica sottolineando la continuità con il terzo millennio, con un’intensa produzione letteraria e artistica ispirata alle glorie dell’Antico Regno, l’«età classica» dell’Antico Egitto.
La mostra Egitto. Splendore Millenario , al Museo Civico Archeologico di Bologna fino al 17 luglio, fonde la collezione egizia del Rijksmuseum van Oudheden di Leiden, più di 500 reperti dal periodo predinastico all’età romana, e quella di Bologna, fra le prime dieci al mondo, oltre a prestiti dal Museo Egizio di Torino (secondo solo a quello del Cairo) e da Firenze in un percorso di 1.700 metri quadrati, un’operazione senza precedenti nel panorama italiano e internazionale.
Fra i capolavori giunti da Leiden spicca il gruppo statuario in calcare di Maya e Merit, della XVIII dinastia del periodo detto Nuovo Regno, regni di Tutankhamon (1333-1323 a.C.) e Horemheb (1319-1292 a.C.). Le statue rappresentano il ka , o principio vitale dei coniugi, immortalati seduti, nei loro vestiti migliori, con elaborate parrucche secondo la moda, nell’atto di ricevere offerte. Maya era il tesoriere di Tutankhamon, il sovrintendente alla necropoli faraonica e il direttore dei lavori alla tomba di Tutankhamon; Merit una cantrice del dio Amon. La loro tomba a Saqqara, presso l’antica capitale Menfi (non lontano dal Cairo) fu localizzata e parzialmente scavata nel 1843 da Karl Richard Lepsius, poi venne riportata definitivamente alla luce nel 1987 da una missione olandese e britannica, che scoprì la camera funeraria 18 metri sottoterra.
L’esposizione getta luce sull’epoca della rivoluzione religiosa di Akhenaton (1350-1333 a.C.), faraone che abolì il culto del dio Amon e i templi tradizionali per venerare il disco solare Aton, nella nuova capitale Amarna. Il faraone si poneva come unico intermediario fra il dio e il popolo, creando un culto anche di se stesso. In seguito si ritornò di nuovo al culto di Amon, come segnala il nome stesso di Tutankhamon, che contiene il nome del dio. Maya contribuì a ristabilire i culti tradizionali e il vecchio stile per le statue e i santuari di tutto l’Egitto, mentre il suo collega, il generale Horemheb, pacificava le rivolte ai confini dell’impero.
La tomba di Horemheb è stata ricostruita come un grande puzzle , mettendo insieme i rilievi da Bologna, Leiden e Firenze. Qui il generale è ritratto non solo nell’atto di sconfiggere i nemici storici, nubiani e siriaci, ma anche al lavoro nei campi dell’oltretomba per garantirsi sopravvivenza eterna, come prescritto dal capitolo 110 del Libro dei Morti , o seduto davanti a una tavola stracolma di offerte. In un secondo momento, quando Horemheb diventò faraone, il suo sepolcro fu spostato nella Valle dei Re a Tebe (Luxor).
La storia delle scoperte e del ruolo dell’Italia nella nascita dell’Egittologia è altrettanto interessante, e messa nel giusto risalto. La maggior parte dei rilievi esposti appartiene infatti alla collezione che il pittore bolognese Pelagio Palagi acquista nel 1832-1832 dal triestino Giuseppe Nizzoli, emissario del consolato d’Austria in Egitto dal 1818 al 1828, e, come altri rappresentanti dei corpi diplomatici di stanza in Egitto, a caccia di oggetti di ogni tipo da poter rivendere sul mercato antiquario. Nizzoli e la moglie Amalia scoprono alcuni dei rilievi dalla necropoli del Nuovo Regno di Saqqara presso l’antica capitale Menfi, a sud della famosa piramide a gradoni di Djoser, entrando in competizione con gli emissari di altre nazioni, tra i quali il greco Giovanni d’Anastasi, a cui il Museo di Leiden deve moltissimi reperti. In questo momento epocale, i collezionisti italiani seppero affrancarsi dalla riduttiva concezione di Johann Joachim Winckelmann, padre della archeologia classica, che considerava le antichità egizie soltanto una preparazione alla «vera» arte greca.
I sarcofagi e i corredi funerari in mostra c’istruiscono sulla concezione egizia della vita dopo la morte. La tomba era un luogo pieno di provviste di cibo, vestiti, biancheria, grandi statue lignee che diventavano l’incarnazione del defunto, modellini che riproducevano il suo mestiere nei dettagli. Uguale trattamento per le donne, con l’unica differenza della presenza nel corredo di specchi, cosmetici e gioielli. Spesso li accompagnava un lungo rotolo di papiro contenente il Libro dei Morti , un manuale di istruzioni per il viaggio nell’aldilà. Il primo step era la pesatura dell’anima (con sede nel cuore), posta sul piatto di una bilancia, a confronto con la piuma di Maat, dea della giustizia. Se l’anima fosse stata più pesante della piuma, un mostro in forma di leone-coccodrillo-ippopotamo l’avrebbe divorata all’istante.
L’intramontabile spiritualità dell’Egitto è la protagonista della mostra al British Museum di Londra Egypt. Faith after the Pharaohs (fino al 7 febbraio), un viaggio attraverso le religioni che hanno toccato questo territorio in dodici secoli, dalla conquista romana nel 30 a.C. alla fine del periodo fatimide (1171 d.C.), raccontando una ricca storia di influenze reciproche e di coesistenza pacifica, segnata però anche da guerre, persecuzioni, distruzioni di immagini e templi. L’Egitto è sempre stato protagonista di rivoluzioni religiose, a partire dall’invenzione di un dio, Serapide, con cui i Tolomei integrarono gli dèi egizi nel pantheon greco, alla traduzione alessandrina della Bibbia in greco, che divenne il testo cardine degli Ebrei della diaspora mediterranea e poi dei cristiani, come c’illustra il prezioso Codice Sinaitico (IV secolo) dal monastero di Santa Caterina sul Sinai.
I papiri egizi documentano in modo diretto e spesso drammatico le tensioni fra ebrei e greci, le persecuzioni contro i cristiani, ma anche le molteplici eresie e la nascita della Chiesa cristiana copta, che trovò terreno fertile nella cultura egiziana. I papiri di Nag Hammadi, una biblioteca di testi gnostici scritti in copto, scoperti in una giara nel 1945, sono emblematici di questa complessità. La scoperta di migliaia di documenti della cosiddetta Geniza del Cairo, ammassati in un ripostiglio della sinagoga di al-Fustat al Cairo, ha aperto una miniera di informazioni sulla storia economica e sociale dell’Egitto medievale.
In tutta la sua lunga storia, dunque, l’Egitto è sempre stato una terra multiculturale e multietnica. I re Tolomei, che regnarono dopo la conquista di Alessandro Magno (305-30 a.C.) e gli imperatori romani, dall’annessione dell’Egitto come provincia dell’impero sotto Augusto, fino alla conquista araba nel 640 d.C., si dotarono di una doppia immagine: greca, secondo i canoni della scultura ellenistica, ed egizia, come legittimi successori dei faraoni.
La burocrazia statale era spesso bilingue, il diritto romano si era sovrapposto ai sistemi legali ellenistico e locale. Gli imperatori costruirono templi e monumenti egizi in tutto l’Egitto e anche in Italia, come il celebre Iseo Campense sul Campo Marzio a Roma. Gli intellettuali greci e romani, da Seneca a Plutarco all’imperatore Adriano, leggevano i testi egizi in traduzione greca e si appassionavano allo studio dei geroglifici, visti (fino al Rinascimento) come la chiave di una filosofia mistica e segreta. L’astrologia diventò una vera ossessione per gli imperatori, e il loro oroscopo fu a lungo usato come strumento di propaganda politica. Questa «egittomania» ha lasciato tracce durature, come si vede ancora oggi girando per le strade e le piazze di Roma, l’unica città al mondo con quattordici obelischi egizi, simbolo di potere assoluto.
Corriere 15.1.15
Myrta Merlino: “Madri”, Rizzoli
Le paure di ogni madre nello specchio della scuola
Tra le intervistate spicca Emma Bonino che si dice sprovvista di istinto materno
di Maria Luisa Agnese
Facciamo troppo o facciamo troppo poco per i nostri figli? E soprattutto li amiamo di un amore sano o molesto? Domande che attraversano spesso le nostre menti, ma che Myrta Merlino, giornalista e presenza mattutina in televisione con L’aria che tira su La7, si è posta con maggior perentorietà il 29 aprile, leggendo i giornali che raccontavano di una madre coraggio dei nostri tempi, Toya Graham, scesa in strada a riprendersi il figlio che partecipava a una manifestazione a Baltimora.
E vedendo quella madre che trascinava via il figlio, incurante dell’imbarazzo che poteva causargli, Myrta si è chiesta: «Ma noi mamme italiane dove siamo finite? Perché non siamo più capaci di riportarci a casa i nostri figli?» Ed è partita da lì, da quel gesto che fotografava plasticamente un amore che per essere tale qualche volta deve sapere far male, per raccontare l’amore multiforme, controverso e sempre tumultuoso delle mamme contemporanee, in un volume, Madri (pagine 187, e 17), in libreria per Rizzoli.
Fidandosi del suo istinto di mamma di tre figli, due gemelli e una ragazza, Myrta si è incamminata in un’inchiesta molto personale sulle madri/sorelle: perché saranno loro, in base a come sapranno educare i figli, che avranno la possibilità di creare uomini e donne di domani, facendo svoltare nella testa dei ragazzi pregiudizi e paradigmi culturali.
Nel panorama molto variegato di mamme che Myrta è andata a scegliersi per le interviste che compongono il libro, ci sono tanti tipi di amore materno, da quelli straordinari a quelli famosi, a quelli oscuri. Ma c’è anche l’amore spiazzante di chi, come Emma Bonino, rifiuta lo stereotipo dell’istinto materno e racconta a Myrta, come aveva raccontato in un video al Tempo delle donne , di quanto nella vita si sia sentita sempre più figlia che madre e rifugga da quella responsabilità che vuol dire «per sempre».
Ma l’incontro per cui Myrta trepida di più, e al quale si presenta con i patemi di una scolaretta, è quello con Micaela, preside resiliente e rigorosa del liceo Giulio Cesare di Roma. «Quella che ci vede nell’istante in cui riveliamo la nostra più grande paura: non esser state delle buone madri, aver fallito con i nostri figli. Micaela è una mamma come noi, ma è anche la testimone scomoda del nostro desiderio caparbio e ridicolo di proteggere i figli a ogni costo, che a scuola raggiunge il parossismo».
E difatti la preside Micaela non si sottrae al suo ruolo scomodissimo ma fondamentale e parla di genitori armati di un amore sbagliato, di lotta a quei telefonini che ormai sono al servizio di un mammismo più pervasivo di una telecamera, di figli che per crescere davvero avrebbero bisogno di essere lasciati soli. L’incontro più faticoso, «quasi un viaggio dentro di me, perché quando i professori criticano tuo figlio li vorresti ammazzare, ma sai anche che in quel momento stai vedendo come allo specchio tutti gli errori che hai fatto e che continui a fare», dice ora Myrta. Difficile crescere, ma difficile, e tanto, anche essere madri.
Myrta Merlino: “Madri”, Rizzoli
Le paure di ogni madre nello specchio della scuola
Tra le intervistate spicca Emma Bonino che si dice sprovvista di istinto materno
di Maria Luisa Agnese
Facciamo troppo o facciamo troppo poco per i nostri figli? E soprattutto li amiamo di un amore sano o molesto? Domande che attraversano spesso le nostre menti, ma che Myrta Merlino, giornalista e presenza mattutina in televisione con L’aria che tira su La7, si è posta con maggior perentorietà il 29 aprile, leggendo i giornali che raccontavano di una madre coraggio dei nostri tempi, Toya Graham, scesa in strada a riprendersi il figlio che partecipava a una manifestazione a Baltimora.
E vedendo quella madre che trascinava via il figlio, incurante dell’imbarazzo che poteva causargli, Myrta si è chiesta: «Ma noi mamme italiane dove siamo finite? Perché non siamo più capaci di riportarci a casa i nostri figli?» Ed è partita da lì, da quel gesto che fotografava plasticamente un amore che per essere tale qualche volta deve sapere far male, per raccontare l’amore multiforme, controverso e sempre tumultuoso delle mamme contemporanee, in un volume, Madri (pagine 187, e 17), in libreria per Rizzoli.
Fidandosi del suo istinto di mamma di tre figli, due gemelli e una ragazza, Myrta si è incamminata in un’inchiesta molto personale sulle madri/sorelle: perché saranno loro, in base a come sapranno educare i figli, che avranno la possibilità di creare uomini e donne di domani, facendo svoltare nella testa dei ragazzi pregiudizi e paradigmi culturali.
Nel panorama molto variegato di mamme che Myrta è andata a scegliersi per le interviste che compongono il libro, ci sono tanti tipi di amore materno, da quelli straordinari a quelli famosi, a quelli oscuri. Ma c’è anche l’amore spiazzante di chi, come Emma Bonino, rifiuta lo stereotipo dell’istinto materno e racconta a Myrta, come aveva raccontato in un video al Tempo delle donne , di quanto nella vita si sia sentita sempre più figlia che madre e rifugga da quella responsabilità che vuol dire «per sempre».
Ma l’incontro per cui Myrta trepida di più, e al quale si presenta con i patemi di una scolaretta, è quello con Micaela, preside resiliente e rigorosa del liceo Giulio Cesare di Roma. «Quella che ci vede nell’istante in cui riveliamo la nostra più grande paura: non esser state delle buone madri, aver fallito con i nostri figli. Micaela è una mamma come noi, ma è anche la testimone scomoda del nostro desiderio caparbio e ridicolo di proteggere i figli a ogni costo, che a scuola raggiunge il parossismo».
E difatti la preside Micaela non si sottrae al suo ruolo scomodissimo ma fondamentale e parla di genitori armati di un amore sbagliato, di lotta a quei telefonini che ormai sono al servizio di un mammismo più pervasivo di una telecamera, di figli che per crescere davvero avrebbero bisogno di essere lasciati soli. L’incontro più faticoso, «quasi un viaggio dentro di me, perché quando i professori criticano tuo figlio li vorresti ammazzare, ma sai anche che in quel momento stai vedendo come allo specchio tutti gli errori che hai fatto e che continui a fare», dice ora Myrta. Difficile crescere, ma difficile, e tanto, anche essere madri.