Corriere 15.1.15
Myrta Merlino: “Madri”, Rizzoli
Le paure di ogni madre nello specchio della scuola
Tra le intervistate spicca Emma Bonino che si dice sprovvista di istinto materno
di Maria Luisa Agnese
Facciamo troppo o facciamo troppo poco per i nostri figli? E soprattutto li amiamo di un amore sano o molesto? Domande che attraversano spesso le nostre menti, ma che Myrta Merlino, giornalista e presenza mattutina in televisione con L’aria che tira su La7, si è posta con maggior perentorietà il 29 aprile, leggendo i giornali che raccontavano di una madre coraggio dei nostri tempi, Toya Graham, scesa in strada a riprendersi il figlio che partecipava a una manifestazione a Baltimora.
E vedendo quella madre che trascinava via il figlio, incurante dell’imbarazzo che poteva causargli, Myrta si è chiesta: «Ma noi mamme italiane dove siamo finite? Perché non siamo più capaci di riportarci a casa i nostri figli?» Ed è partita da lì, da quel gesto che fotografava plasticamente un amore che per essere tale qualche volta deve sapere far male, per raccontare l’amore multiforme, controverso e sempre tumultuoso delle mamme contemporanee, in un volume, Madri (pagine 187, e 17), in libreria per Rizzoli.
Fidandosi del suo istinto di mamma di tre figli, due gemelli e una ragazza, Myrta si è incamminata in un’inchiesta molto personale sulle madri/sorelle: perché saranno loro, in base a come sapranno educare i figli, che avranno la possibilità di creare uomini e donne di domani, facendo svoltare nella testa dei ragazzi pregiudizi e paradigmi culturali.
Nel panorama molto variegato di mamme che Myrta è andata a scegliersi per le interviste che compongono il libro, ci sono tanti tipi di amore materno, da quelli straordinari a quelli famosi, a quelli oscuri. Ma c’è anche l’amore spiazzante di chi, come Emma Bonino, rifiuta lo stereotipo dell’istinto materno e racconta a Myrta, come aveva raccontato in un video al Tempo delle donne , di quanto nella vita si sia sentita sempre più figlia che madre e rifugga da quella responsabilità che vuol dire «per sempre».
Ma l’incontro per cui Myrta trepida di più, e al quale si presenta con i patemi di una scolaretta, è quello con Micaela, preside resiliente e rigorosa del liceo Giulio Cesare di Roma. «Quella che ci vede nell’istante in cui riveliamo la nostra più grande paura: non esser state delle buone madri, aver fallito con i nostri figli. Micaela è una mamma come noi, ma è anche la testimone scomoda del nostro desiderio caparbio e ridicolo di proteggere i figli a ogni costo, che a scuola raggiunge il parossismo».
E difatti la preside Micaela non si sottrae al suo ruolo scomodissimo ma fondamentale e parla di genitori armati di un amore sbagliato, di lotta a quei telefonini che ormai sono al servizio di un mammismo più pervasivo di una telecamera, di figli che per crescere davvero avrebbero bisogno di essere lasciati soli. L’incontro più faticoso, «quasi un viaggio dentro di me, perché quando i professori criticano tuo figlio li vorresti ammazzare, ma sai anche che in quel momento stai vedendo come allo specchio tutti gli errori che hai fatto e che continui a fare», dice ora Myrta. Difficile crescere, ma difficile, e tanto, anche essere madri.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
domenica 15 novembre 2015
Corriere 15.1.15
Amori e cavalieri, Medioevo sui muri
Dal Trecento le immagini degli eroi cortesi riempiono chiese, palazzi, castelli. E scalzano i santi
di Carlo Bertelli
«Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse». Così ha inizio, nella Commedia , il toccante racconto di Paolo e Francesca. I romanzi cavallereschi parlavano di amore e di passioni e proponevano modelli di comportamento liberi dalle convenzioni. Il loro successo si dimostra nell’onomastica del Tre e Quattrocento, dove i nomi di Ginevra, Lionello, Arturo s’intrecciano e cacciano gli usuali santi patroni. Nel suo nuovo libro Storie al muro. Temi e personaggi della letteratura profana nell’arte medievale (pubblicato da Einaudi) Maria Luisa Meneghetti, sollevato lo sguardo dalla lettura delle carte, che conosce in modo mirabile, guida il lettore a scoprire gli echi dei romanzi nelle loro rappresentazioni in figura, come una «letteratura parallela di testi iconici». Da ritrovare nei manoscritti, naturalmente, ma anche in immagini monumentali su muro o in pietra, le quali hanno prodotto un rapporto quasi quotidiano con la nuova mitologia, i cui eroi sono così presenti da apparire persino sui muri delle chiese, come Rolando e Oliviero, che accolgono i fedeli dagli stipiti del portale di San Zeno a Verona.
Stando all’ Entrée d’Espagne , un testo che si conserva alla Biblioteca Marciana di Venezia in un codice allestito e miniato alla corte dei Gonzaga, e secondo altrui testimoni, come la poco più antica Cronaca dell’arcivescovo Turpino, prima di uccidere il musulmano Ferracutus, Rolando gli snocciola i punti essenziali del credo niceno, mentre la stessa rotta di Roncisvalle aveva ormai assunto il tono mistico di un sacrificio. Non sempre era però possibile conformare le leggende alle norme. Sui muri della cattedrale di Borgo San Donnino (Fidenza), la storia di Rolando comprende, oltre alla raffigurazione della sua infanzia selvaggia nei boschi presso Sutri, l’adulterio della madre, Berta, con Milon, che la fruga sotto la gonna, mentre lei, sorridente, stringe un fiore al seno.
Avveniva che nella trasmissione orale, i cicli cavallereschi subissero adattamenti e cambiamenti, che ora solo un occhio molto esperto è in grado di riconoscere e ricondurre alle fonti, ma anche pittori e scalpellini intervenivano ad arricchire il racconto.
Il luogo prediletto per la rappresentazione di storie di dame e cavalieri era, evidentemente, il castello. A Gradara non vi è nessuna sala decorata con le storie di Lancillotto, come avviene altrove, dove le storie dipinte sui muri potevano apparire come gesta di quasi antenati, o per lo meno di personaggi-modello, come c’insegna la frequenza con cui i rami degli alberi genealogici delle grandi famiglie nobili accolgono eroi troiani e romani o delle saghe nordiche. Esemplare, per il culto di Lancillotto, la raccolta di circa una quindicina di scene già in una sala del castello di Frugarolo nei pressi di Alessandria, oggi trasferite nel museo del capoluogo. Tutto l’insieme era in una sola «camera Lanziloti». Con mano maldestra, ma fedele al testo, vi è narrato per esteso il famoso romanzo di Lancilot du Lac, a cominciare da quando l’infante è adottato dalla misteriosa e luminosa Dama del Lago. Fortunatamente questa stessa storia ispirò uno dei più alti capolavori della miniatura lombarda al servizio di Barnabò Visconti.
È appunto su questi incanti della pittura, dovuti specialmente a Gentile da Fabriano e Pisanello, che si è costruita la nostra visione dorata del mondo cavalleresco, trasferito poi ai libri per l’infanzia del XIX e XX secolo. Più che nell’inseguimento di una trama narrativa, era nell’invenzione di miti come quello della Fonte della Giovinezza che i pittori cristallizzavano gli ideali del mondo aristocratico, come avviene negli affreschi di Aimone Duce nel castello della Manta o nello splendore d’un torneo, come negli affreschi di Pisanello nel palazzo ducale di Mantova. Ma che aspetto avevano i cantori di questi racconti insieme avventurosi e commoventi? In un’iniziale del celebre codice Manesse , il più ricco e famoso canzoniere tedesco, Walther von der Vogelweide si presenta da solo umilmente seduto: «Io sono sopra una pietra»; Inghifredi da Lucca s’inginocchia e prega devotamente Amore; Guido delle Colonne, che in un’iniziale miniata appare cavalcato da Amore, si dichiara: «Amor ke lungamente m’a’ menato a freno strecto, sença riposança».
Amori e cavalieri, Medioevo sui muri
Dal Trecento le immagini degli eroi cortesi riempiono chiese, palazzi, castelli. E scalzano i santi
di Carlo Bertelli
«Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse». Così ha inizio, nella Commedia , il toccante racconto di Paolo e Francesca. I romanzi cavallereschi parlavano di amore e di passioni e proponevano modelli di comportamento liberi dalle convenzioni. Il loro successo si dimostra nell’onomastica del Tre e Quattrocento, dove i nomi di Ginevra, Lionello, Arturo s’intrecciano e cacciano gli usuali santi patroni. Nel suo nuovo libro Storie al muro. Temi e personaggi della letteratura profana nell’arte medievale (pubblicato da Einaudi) Maria Luisa Meneghetti, sollevato lo sguardo dalla lettura delle carte, che conosce in modo mirabile, guida il lettore a scoprire gli echi dei romanzi nelle loro rappresentazioni in figura, come una «letteratura parallela di testi iconici». Da ritrovare nei manoscritti, naturalmente, ma anche in immagini monumentali su muro o in pietra, le quali hanno prodotto un rapporto quasi quotidiano con la nuova mitologia, i cui eroi sono così presenti da apparire persino sui muri delle chiese, come Rolando e Oliviero, che accolgono i fedeli dagli stipiti del portale di San Zeno a Verona.
Stando all’ Entrée d’Espagne , un testo che si conserva alla Biblioteca Marciana di Venezia in un codice allestito e miniato alla corte dei Gonzaga, e secondo altrui testimoni, come la poco più antica Cronaca dell’arcivescovo Turpino, prima di uccidere il musulmano Ferracutus, Rolando gli snocciola i punti essenziali del credo niceno, mentre la stessa rotta di Roncisvalle aveva ormai assunto il tono mistico di un sacrificio. Non sempre era però possibile conformare le leggende alle norme. Sui muri della cattedrale di Borgo San Donnino (Fidenza), la storia di Rolando comprende, oltre alla raffigurazione della sua infanzia selvaggia nei boschi presso Sutri, l’adulterio della madre, Berta, con Milon, che la fruga sotto la gonna, mentre lei, sorridente, stringe un fiore al seno.
Avveniva che nella trasmissione orale, i cicli cavallereschi subissero adattamenti e cambiamenti, che ora solo un occhio molto esperto è in grado di riconoscere e ricondurre alle fonti, ma anche pittori e scalpellini intervenivano ad arricchire il racconto.
Il luogo prediletto per la rappresentazione di storie di dame e cavalieri era, evidentemente, il castello. A Gradara non vi è nessuna sala decorata con le storie di Lancillotto, come avviene altrove, dove le storie dipinte sui muri potevano apparire come gesta di quasi antenati, o per lo meno di personaggi-modello, come c’insegna la frequenza con cui i rami degli alberi genealogici delle grandi famiglie nobili accolgono eroi troiani e romani o delle saghe nordiche. Esemplare, per il culto di Lancillotto, la raccolta di circa una quindicina di scene già in una sala del castello di Frugarolo nei pressi di Alessandria, oggi trasferite nel museo del capoluogo. Tutto l’insieme era in una sola «camera Lanziloti». Con mano maldestra, ma fedele al testo, vi è narrato per esteso il famoso romanzo di Lancilot du Lac, a cominciare da quando l’infante è adottato dalla misteriosa e luminosa Dama del Lago. Fortunatamente questa stessa storia ispirò uno dei più alti capolavori della miniatura lombarda al servizio di Barnabò Visconti.
È appunto su questi incanti della pittura, dovuti specialmente a Gentile da Fabriano e Pisanello, che si è costruita la nostra visione dorata del mondo cavalleresco, trasferito poi ai libri per l’infanzia del XIX e XX secolo. Più che nell’inseguimento di una trama narrativa, era nell’invenzione di miti come quello della Fonte della Giovinezza che i pittori cristallizzavano gli ideali del mondo aristocratico, come avviene negli affreschi di Aimone Duce nel castello della Manta o nello splendore d’un torneo, come negli affreschi di Pisanello nel palazzo ducale di Mantova. Ma che aspetto avevano i cantori di questi racconti insieme avventurosi e commoventi? In un’iniziale del celebre codice Manesse , il più ricco e famoso canzoniere tedesco, Walther von der Vogelweide si presenta da solo umilmente seduto: «Io sono sopra una pietra»; Inghifredi da Lucca s’inginocchia e prega devotamente Amore; Guido delle Colonne, che in un’iniziale miniata appare cavalcato da Amore, si dichiara: «Amor ke lungamente m’a’ menato a freno strecto, sença riposança».
Corriere 15.11.15
Viaggio nella (mia) mente
Così scegliamo chi è il leader
Il fascino, la capacità attrattiva e gli effetti sugli interlocutori Svelati i misteri della neuropolitica
Il ricercatore della Sapienza «Ci sono cose che diciamo a tutti e altre che confidiamo a pochi. Poi ci sono cose che diciamo solo a noi stessi e altre che non diciamo a nessuno: i test le rivelano tutte»
di Anna Meldolesi
Silvio Berlusconi non lo sa ma io sono rimasta appesa al suo sguardo. Mi sono fidata di lui al punto da affidargli i miei soldi. Spero presto di poter interagire con il suo avatar in una caverna per la realtà virtuale. Con Matteo Renzi, per ora, ho dovuto accontentarmi solo di un gioco di sguardi. Si chiama neuropolitica ed è la disciplina emergente che analizza i correlati cerebrali degli orientamenti politici. In Italia il gruppo di riferimento è quello di Salvatore Maria Aglioti, alla Sapienza università di Roma. È qui che comincia il mio viaggio in tre puntate alla scoperta del mio cervello e delle neuroscienze made in Italy . Ho contattato alcuni dei laboratori più avanzati del Paese chiedendo di poter partecipare agli esperimenti e raccontarli in prima persona. Sono al tempo stesso cronista e soggetto sperimentale.
«Ci sono cose che diciamo a tutti. Altre le confidiamo agli amici o alla moglie. Poi ci sono le cose che diciamo solo a noi stessi e quelle che non diciamo a nessuno. I test le rivelano tutte», mi dice Aglioti. A sinistra è facile trovare persone disponibili a farsi testare, con la destra bisogna faticare di più. Il primo passo consiste nel tracciare il profilo psicologico e morale dei volontari con una sfilza di domande su concetti chiave come l’uguaglianza e il merito, la libertà e la censura. Mi torna in mente Giorgio Gaber e il suo esilarante elenco su cos’è la destra e cos’è la sinistra. La neuroversione riveduta e corretta della canzone suonerebbe più o meno così: il senso dell’autorità è di destra, il nevroticismo è di sinistra/ l’estroversione è di destra, l’amicalità invece è di sinistra… Mi siedo davanti all’ eye tracker . Sembra un normale decoder per la tv ma emette due coni di raggi infrarossi, che sbattendo sulle mie pupille rivelano i miei movimenti oculari. Dopo la fase di calibrazione, sullo schermo di fronte a me compare un primo piano di Renzi con un’espressione neutra. Ha un quadratino luminoso sul naso all’altezza degli occhi. «Se diventa arancione lei sposti lo sguardo a destra, se diventa azzurro lo sposti a sinistra. Ignori qualunque altro segnale», mi istruisce la ricercatrice Giusi Porciello, mentre si prepara ad analizzare i miei tempi di reazione e i miei errori. Il problema è che gli occhi del premier non rimangono sempre fissi. Spesso Renzi ammicca in una direzione 75 millisecondi prima che la lucina mi indichi di guardare in quella opposta. So di dover reprimere l’istinto a imitarlo ma non sempre ci riesco. Seguire i movimenti oculari di chi abbiamo di fronte è un comportamento automatico sin dai primi mesi di vita, serve a identificare le opportunità e soprattutto i pericoli. Più ci si identifica con qualcuno, più si è attratti dal suo sguardo. La risonanza magnetica rivela che durante questo compito si attiva un grande network , il circuito dorsale frontoparietale. Se si interferisce con quest’area cerebrale attraverso una stimolazione magnetica mirata, l’effetto imitativo aumenta e diventa più difficile ignorare lo sguardo del leader. Sono la prima persona a testare la forza dello sguardo di Renzi, ma il gruppo della Sapienza ha già fatto questo esperimento con Berlusconi. Quando era ancora presidente del Consiglio (lo studio è uscito su Plos One ) e dopo le dimissioni (il lavoro è in via di pubblicazione su Experimental Brain Research ). Il potere attrattivo dei suoi occhi, ovviamente, è maggiore per gli elettori di centrodestra, anche se riesce a fare saltuariamente presa nel campo avverso, ed è diminuito quando ha lasciato il governo del Paese. In confronto Pier Luigi Bersani suscitava un basso livello di identificazione persino tra i suoi, ha rivelato l’ eye tracker .
Ma lo spartiacque tra simili e diversi, ingroup e outgroup , non è solo una questione di destra e sinistra. Aglioti ha tracciato lo sguardo di alcuni politici locali a Verona usando le foto dei leader nazionali e uno stimolo neutro in qualità di controllo. Il risultato è che i politici si identificano maggiormente con gli avversari che con un personaggio televisivo amato come Gerry Scotti. Potrebbe essere l’effetto casta, ipotizza lo scienziato, che vorrebbe continuare a lavorare con militanti e politici di professione e domani parlerà proprio di neuropolitica con l’attore Antonio Albanese al teatro Palladium di Roma, nell’ambito delle Lezioni sul progresso della Fondazione Telecom.
C’è un altro test che mi aspetta, si chiama «Trust game». Mi fanno credere che un istituto americano abbia sviluppato un programma che consente di modellizzare il comportamento di persone note e di prevedere le loro scelte in un gioco economico. «Questo ti consentirà di interagire con un modello di Berlusconi. Tu sei l’investitore e lui l’amministratore», mi dicono. La classica domanda «compreresti un’auto usata da quest’uomo?» diventa «quanti soldi gli affideresti sapendo che li farà quadruplicare ma non è tenuto a restituirli tutti?». Posso puntare da uno a 10 euro e scelgo una via di mezzo. I miei 5 euro nelle mani di Berlusconi diventano 20 ma lui non me ne dà indietro nessuno. Vediamo se mostrando più fiducia vengo ripagata, penso. Gioco 10 euro che diventano 40 e ne ricevo indietro 20. Provo con 8, ne ottengo zero. Non è giusto! Vado avanti così per un po’, finché arriva la spiegazione: la sequenza è stata scelta dagli sperimentatori perciò non ho giocato con un modello di Berlusconi, ma il fatto che lo pensassi ha influenzato la mia strategia. In teoria dovremmo fare scelte razionali che massimizzano i profitti, in pratica ci lasciamo influenzare dalla suddivisione in amici/nemici. Finché il presunto amministratore Berlusconi si comporta correttamente tutti investono cifre alte. Quando si dimostra unfair , invece, i soggetti di centrosinistra abbassano la posta mentre quelli di centrodestra non si scoraggiano.
Anche la personalità dei singoli conta: più si è sensibili all’autorità, meno si tiene conto delle evidenze. Succede lo stesso con gli altri leader? Per ottenere il via libera alle prossime sperimentazioni da parte del comitato etico e reclutare i volontari servirà qualche mese. Ma Beppe Grillo è difficile da studiare con questi test. «È una nebulosa, i suoi elettori vanno da un estremo all’altro, mettendoli insieme i dati diventano evanescenti», sostiene Aglioti. «Anche Renzi raccoglie simpatie tra elettori diversi e potrebbe risultare difficile da decifrare».
Tra le idee al vaglio presso il laboratorio che il neuroscienziato dirige alla Fondazione Santa Lucia c’è quella di sperimentare con degli avatar che abbiano le fattezze fisiche di Berlusconi e altri leader. Sarebbe interessante vedere come le persone reagiscono davanti alle loro emozioni. Chi prova empatia e chi il suo contrario, chi soffre e chi gioisce nel vederli soffrire. Le possibilità offerte dalla realtà virtuale sono tante, lo proverò sulla mia pelle nella prossima puntata.
(1 - continua)
Viaggio nella (mia) mente
Così scegliamo chi è il leader
Il fascino, la capacità attrattiva e gli effetti sugli interlocutori Svelati i misteri della neuropolitica
Il ricercatore della Sapienza «Ci sono cose che diciamo a tutti e altre che confidiamo a pochi. Poi ci sono cose che diciamo solo a noi stessi e altre che non diciamo a nessuno: i test le rivelano tutte»
di Anna Meldolesi
Silvio Berlusconi non lo sa ma io sono rimasta appesa al suo sguardo. Mi sono fidata di lui al punto da affidargli i miei soldi. Spero presto di poter interagire con il suo avatar in una caverna per la realtà virtuale. Con Matteo Renzi, per ora, ho dovuto accontentarmi solo di un gioco di sguardi. Si chiama neuropolitica ed è la disciplina emergente che analizza i correlati cerebrali degli orientamenti politici. In Italia il gruppo di riferimento è quello di Salvatore Maria Aglioti, alla Sapienza università di Roma. È qui che comincia il mio viaggio in tre puntate alla scoperta del mio cervello e delle neuroscienze made in Italy . Ho contattato alcuni dei laboratori più avanzati del Paese chiedendo di poter partecipare agli esperimenti e raccontarli in prima persona. Sono al tempo stesso cronista e soggetto sperimentale.
«Ci sono cose che diciamo a tutti. Altre le confidiamo agli amici o alla moglie. Poi ci sono le cose che diciamo solo a noi stessi e quelle che non diciamo a nessuno. I test le rivelano tutte», mi dice Aglioti. A sinistra è facile trovare persone disponibili a farsi testare, con la destra bisogna faticare di più. Il primo passo consiste nel tracciare il profilo psicologico e morale dei volontari con una sfilza di domande su concetti chiave come l’uguaglianza e il merito, la libertà e la censura. Mi torna in mente Giorgio Gaber e il suo esilarante elenco su cos’è la destra e cos’è la sinistra. La neuroversione riveduta e corretta della canzone suonerebbe più o meno così: il senso dell’autorità è di destra, il nevroticismo è di sinistra/ l’estroversione è di destra, l’amicalità invece è di sinistra… Mi siedo davanti all’ eye tracker . Sembra un normale decoder per la tv ma emette due coni di raggi infrarossi, che sbattendo sulle mie pupille rivelano i miei movimenti oculari. Dopo la fase di calibrazione, sullo schermo di fronte a me compare un primo piano di Renzi con un’espressione neutra. Ha un quadratino luminoso sul naso all’altezza degli occhi. «Se diventa arancione lei sposti lo sguardo a destra, se diventa azzurro lo sposti a sinistra. Ignori qualunque altro segnale», mi istruisce la ricercatrice Giusi Porciello, mentre si prepara ad analizzare i miei tempi di reazione e i miei errori. Il problema è che gli occhi del premier non rimangono sempre fissi. Spesso Renzi ammicca in una direzione 75 millisecondi prima che la lucina mi indichi di guardare in quella opposta. So di dover reprimere l’istinto a imitarlo ma non sempre ci riesco. Seguire i movimenti oculari di chi abbiamo di fronte è un comportamento automatico sin dai primi mesi di vita, serve a identificare le opportunità e soprattutto i pericoli. Più ci si identifica con qualcuno, più si è attratti dal suo sguardo. La risonanza magnetica rivela che durante questo compito si attiva un grande network , il circuito dorsale frontoparietale. Se si interferisce con quest’area cerebrale attraverso una stimolazione magnetica mirata, l’effetto imitativo aumenta e diventa più difficile ignorare lo sguardo del leader. Sono la prima persona a testare la forza dello sguardo di Renzi, ma il gruppo della Sapienza ha già fatto questo esperimento con Berlusconi. Quando era ancora presidente del Consiglio (lo studio è uscito su Plos One ) e dopo le dimissioni (il lavoro è in via di pubblicazione su Experimental Brain Research ). Il potere attrattivo dei suoi occhi, ovviamente, è maggiore per gli elettori di centrodestra, anche se riesce a fare saltuariamente presa nel campo avverso, ed è diminuito quando ha lasciato il governo del Paese. In confronto Pier Luigi Bersani suscitava un basso livello di identificazione persino tra i suoi, ha rivelato l’ eye tracker .
Ma lo spartiacque tra simili e diversi, ingroup e outgroup , non è solo una questione di destra e sinistra. Aglioti ha tracciato lo sguardo di alcuni politici locali a Verona usando le foto dei leader nazionali e uno stimolo neutro in qualità di controllo. Il risultato è che i politici si identificano maggiormente con gli avversari che con un personaggio televisivo amato come Gerry Scotti. Potrebbe essere l’effetto casta, ipotizza lo scienziato, che vorrebbe continuare a lavorare con militanti e politici di professione e domani parlerà proprio di neuropolitica con l’attore Antonio Albanese al teatro Palladium di Roma, nell’ambito delle Lezioni sul progresso della Fondazione Telecom.
C’è un altro test che mi aspetta, si chiama «Trust game». Mi fanno credere che un istituto americano abbia sviluppato un programma che consente di modellizzare il comportamento di persone note e di prevedere le loro scelte in un gioco economico. «Questo ti consentirà di interagire con un modello di Berlusconi. Tu sei l’investitore e lui l’amministratore», mi dicono. La classica domanda «compreresti un’auto usata da quest’uomo?» diventa «quanti soldi gli affideresti sapendo che li farà quadruplicare ma non è tenuto a restituirli tutti?». Posso puntare da uno a 10 euro e scelgo una via di mezzo. I miei 5 euro nelle mani di Berlusconi diventano 20 ma lui non me ne dà indietro nessuno. Vediamo se mostrando più fiducia vengo ripagata, penso. Gioco 10 euro che diventano 40 e ne ricevo indietro 20. Provo con 8, ne ottengo zero. Non è giusto! Vado avanti così per un po’, finché arriva la spiegazione: la sequenza è stata scelta dagli sperimentatori perciò non ho giocato con un modello di Berlusconi, ma il fatto che lo pensassi ha influenzato la mia strategia. In teoria dovremmo fare scelte razionali che massimizzano i profitti, in pratica ci lasciamo influenzare dalla suddivisione in amici/nemici. Finché il presunto amministratore Berlusconi si comporta correttamente tutti investono cifre alte. Quando si dimostra unfair , invece, i soggetti di centrosinistra abbassano la posta mentre quelli di centrodestra non si scoraggiano.
Anche la personalità dei singoli conta: più si è sensibili all’autorità, meno si tiene conto delle evidenze. Succede lo stesso con gli altri leader? Per ottenere il via libera alle prossime sperimentazioni da parte del comitato etico e reclutare i volontari servirà qualche mese. Ma Beppe Grillo è difficile da studiare con questi test. «È una nebulosa, i suoi elettori vanno da un estremo all’altro, mettendoli insieme i dati diventano evanescenti», sostiene Aglioti. «Anche Renzi raccoglie simpatie tra elettori diversi e potrebbe risultare difficile da decifrare».
Tra le idee al vaglio presso il laboratorio che il neuroscienziato dirige alla Fondazione Santa Lucia c’è quella di sperimentare con degli avatar che abbiano le fattezze fisiche di Berlusconi e altri leader. Sarebbe interessante vedere come le persone reagiscono davanti alle loro emozioni. Chi prova empatia e chi il suo contrario, chi soffre e chi gioisce nel vederli soffrire. Le possibilità offerte dalla realtà virtuale sono tante, lo proverò sulla mia pelle nella prossima puntata.
(1 - continua)
La Stampa 15.11.15
Walter Benjamin, un’altra Germania era possibile
Torna Uomini tedeschi, l’antologia di lettere di illustri figure della cultura tra ’700 e ’800, scelte e commentate dal filosofo mentre a Berlino stava per prendere il potere Hitler
di Luigi Forte
Pensava con apprensione e malinconia al suo tempo Walter Benjamin, quando propose alla Frankfurter Zeitung, quotidiano della borghesia liberale di cui era collaboratore, alcune lettere di illustri personaggi tedeschi del passato. Meditava sul lento inabissarsi dei grandi ideali del classicismo weimariano che con Goethe e Schiller aveva segnato il punto più alto della cultura non solo tedesca. Era il marzo del 1931 e le ventuno epistole, che abbracciano un secolo in sequenza cronologica fra il 1783 e il 1883, furono pubblicate nell’arco di oltre un anno, fino al maggio del 1932, tutte corredate da stimolanti commenti.
Nel gennaio dell’anno seguente Hitler saliva al potere e quel prezioso retaggio di nobili anime che lo studioso e critico berlinese aveva raccolto fu proscritto dalla memoria collettiva. Di fronte ai drammatici eventi degli ultimi mesi Benjamin si trasferì a Parigi e di là, grazie al critico teatrale Rudolf Rößler, che a Lucerna aveva fondato una casa editrice, riuscì a pubblicare in volume quei testi con lo pseudonimo di Detlef Holz. Così nasceva Uomini tedeschi che Einaudi ripropone ora con un ampio apparato di note e una bella introduzione di Enrico Ganni (pp. 186, € 18).
«Contegno umanistico»
Era il tentativo un po’ donchisciottesco di tenere in vita ciò che stava morendo attraverso la corrispondenza di autori ed epoche diverse che pure una cosa avevano in comune: richiamare alla mente - come scrisse nell’appendice lo stesso Benjamin - «un contegno che è lecito definire umanistico», dal quale sprigionavano forza e passione ormai estinte nel plasmare la vita privata. Un mondo variegato e complesso nel quale primeggiano onestà, solidarietà umana, sobria razionalità, ben lontano dalla folle ideologia della razza pura che marciava compatta al comando del Führer.
La Germania che qui emerge attraverso personaggi come Goethe, Forster, Seume, Hölderlin, Brentano, Büchner, la poetessa von Droste o i fratelli Grimm, è la nazione culturale che solo nel 1871 conseguirà la propria unità politica. Il passato è impregnato di valori umanistici e l’identità è soprattutto linguistica. Non a caso Jakob Grimm nella prefazione del suo Dizionario tedesco esortava i connazionali ad amare la propria lingua: «…imparatela, santificatela e preservatela, in essa sono depositati la vostra continuità e il vostro vigore in quanto popolo».
L’identità smarrita
Quell’unità culturale andò presto smarrita e questo libro è la più schietta testimonianza dei molti progetti infranti. Ancora il vecchio Goethe, scrivendo all’amico musicista Zelter, ricordava che il mondo ormai era schiavo della ricchezza e della velocità, consapevole di essere tra gli ultimi di «un’epoca che non tornerà tanto presto». Era tramontato il tempo in cui illuministi come Lessing e Lichtenberg avevano plasmato lo spirito prussiano in forma ben più umana di quanto non facesse l’esercito federiciano. Ora il giovanissimo Büchner, membro fondatore dell’Associazione per i diritti dell’uomo, doveva fuggire in fretta e furia da Darmstadt, nel marzo del 1835, per non essere arrestato e invocava l’amico Gutzkow, in un momento buio della propria vita, di trovargli un editore per il suo dramma La morte di Danton.
Erano tempi duri, ma l’inquieto poeta Hölderlin era deciso a restare tedesco «anche se i travagli del cuore e la mancanza di cibo mi dovessero spingere a Tahiti». Mentre il naturalista e rivoluzionario Georg Forster scriveva alla moglie dall’esilio parigino che ormai tutto era pervaso da «ira cieca e passionale, da furioso spirito di parte» e che in Europa il dispotismo si faceva sempre più intollerante. Con lui ci sono altre figure di studiosi e scienziati come il grande fisico Ritter, il chimico Liebig (quello dell’estratto di carne) e il chirurgo plastico Dieffenbach.
Davanti alla follia nazista
Alla realtà storica si affiancano nelle lettere dettagli privati, sensazioni, testimonianze di costume di alcune generazioni. Come quando la giovane Annette von Droste-Hülsoff confida al suo mentore la profonda nostalgia per i luoghi in cui non è o per le cose che non possiede: è il raptus di un’anima che incarna il bisogno di speranza della parte più nobile del paese, quella stessa che coltiva il pietista Collenbusch che bacchetta Kant per la sua fede che ne è priva e la sua etica senza amore. Un tema, quest’ultimo, che infiamma il cuore del pedagogista svizzero Pestalozzi (qui un «intruso», come il cancelliere austriaco Metternich) o di Wilhelm Grimm in una delicata missiva alla sorella della Droste.
Forse è vero, come suggeriva Adorno, che da questo libro emana un senso di dolore per una cultura affossata dalla follia nazista. Ma emerge anche un tratto autobiografico: in queste lettere si riverbera la nostalgia e il dramma stesso di Benjamin, anch’egli fuggitivo, senza futuro e senza patria.
Walter Benjamin, un’altra Germania era possibile
Torna Uomini tedeschi, l’antologia di lettere di illustri figure della cultura tra ’700 e ’800, scelte e commentate dal filosofo mentre a Berlino stava per prendere il potere Hitler
di Luigi Forte
Pensava con apprensione e malinconia al suo tempo Walter Benjamin, quando propose alla Frankfurter Zeitung, quotidiano della borghesia liberale di cui era collaboratore, alcune lettere di illustri personaggi tedeschi del passato. Meditava sul lento inabissarsi dei grandi ideali del classicismo weimariano che con Goethe e Schiller aveva segnato il punto più alto della cultura non solo tedesca. Era il marzo del 1931 e le ventuno epistole, che abbracciano un secolo in sequenza cronologica fra il 1783 e il 1883, furono pubblicate nell’arco di oltre un anno, fino al maggio del 1932, tutte corredate da stimolanti commenti.
Nel gennaio dell’anno seguente Hitler saliva al potere e quel prezioso retaggio di nobili anime che lo studioso e critico berlinese aveva raccolto fu proscritto dalla memoria collettiva. Di fronte ai drammatici eventi degli ultimi mesi Benjamin si trasferì a Parigi e di là, grazie al critico teatrale Rudolf Rößler, che a Lucerna aveva fondato una casa editrice, riuscì a pubblicare in volume quei testi con lo pseudonimo di Detlef Holz. Così nasceva Uomini tedeschi che Einaudi ripropone ora con un ampio apparato di note e una bella introduzione di Enrico Ganni (pp. 186, € 18).
«Contegno umanistico»
Era il tentativo un po’ donchisciottesco di tenere in vita ciò che stava morendo attraverso la corrispondenza di autori ed epoche diverse che pure una cosa avevano in comune: richiamare alla mente - come scrisse nell’appendice lo stesso Benjamin - «un contegno che è lecito definire umanistico», dal quale sprigionavano forza e passione ormai estinte nel plasmare la vita privata. Un mondo variegato e complesso nel quale primeggiano onestà, solidarietà umana, sobria razionalità, ben lontano dalla folle ideologia della razza pura che marciava compatta al comando del Führer.
La Germania che qui emerge attraverso personaggi come Goethe, Forster, Seume, Hölderlin, Brentano, Büchner, la poetessa von Droste o i fratelli Grimm, è la nazione culturale che solo nel 1871 conseguirà la propria unità politica. Il passato è impregnato di valori umanistici e l’identità è soprattutto linguistica. Non a caso Jakob Grimm nella prefazione del suo Dizionario tedesco esortava i connazionali ad amare la propria lingua: «…imparatela, santificatela e preservatela, in essa sono depositati la vostra continuità e il vostro vigore in quanto popolo».
L’identità smarrita
Quell’unità culturale andò presto smarrita e questo libro è la più schietta testimonianza dei molti progetti infranti. Ancora il vecchio Goethe, scrivendo all’amico musicista Zelter, ricordava che il mondo ormai era schiavo della ricchezza e della velocità, consapevole di essere tra gli ultimi di «un’epoca che non tornerà tanto presto». Era tramontato il tempo in cui illuministi come Lessing e Lichtenberg avevano plasmato lo spirito prussiano in forma ben più umana di quanto non facesse l’esercito federiciano. Ora il giovanissimo Büchner, membro fondatore dell’Associazione per i diritti dell’uomo, doveva fuggire in fretta e furia da Darmstadt, nel marzo del 1835, per non essere arrestato e invocava l’amico Gutzkow, in un momento buio della propria vita, di trovargli un editore per il suo dramma La morte di Danton.
Erano tempi duri, ma l’inquieto poeta Hölderlin era deciso a restare tedesco «anche se i travagli del cuore e la mancanza di cibo mi dovessero spingere a Tahiti». Mentre il naturalista e rivoluzionario Georg Forster scriveva alla moglie dall’esilio parigino che ormai tutto era pervaso da «ira cieca e passionale, da furioso spirito di parte» e che in Europa il dispotismo si faceva sempre più intollerante. Con lui ci sono altre figure di studiosi e scienziati come il grande fisico Ritter, il chimico Liebig (quello dell’estratto di carne) e il chirurgo plastico Dieffenbach.
Davanti alla follia nazista
Alla realtà storica si affiancano nelle lettere dettagli privati, sensazioni, testimonianze di costume di alcune generazioni. Come quando la giovane Annette von Droste-Hülsoff confida al suo mentore la profonda nostalgia per i luoghi in cui non è o per le cose che non possiede: è il raptus di un’anima che incarna il bisogno di speranza della parte più nobile del paese, quella stessa che coltiva il pietista Collenbusch che bacchetta Kant per la sua fede che ne è priva e la sua etica senza amore. Un tema, quest’ultimo, che infiamma il cuore del pedagogista svizzero Pestalozzi (qui un «intruso», come il cancelliere austriaco Metternich) o di Wilhelm Grimm in una delicata missiva alla sorella della Droste.
Forse è vero, come suggeriva Adorno, che da questo libro emana un senso di dolore per una cultura affossata dalla follia nazista. Ma emerge anche un tratto autobiografico: in queste lettere si riverbera la nostalgia e il dramma stesso di Benjamin, anch’egli fuggitivo, senza futuro e senza patria.
La Stampa 15.11.15
Suffragette, le black bloc con l’ombrellino
Nell’Inghilterra di inizio ’900 lanciavano pietre, incendiavano, facevano esplodere bombe. Esce l’autobiografia della loro leader Emmeline Pankhurst, mentre arriva il film con Meryl Streep
di Mirella Serri
I regali inquilini del castello di Balmoral, in Scozia, rimasero basiti una domenica mattina del 1912 quando approdarono ai verdi campi del Royal Golf per la solita partita. Le bandierine segna buche erano state sostituite da altre con la frase «il voto alle Donne porterà la pace per i Ministri». Andarono però veramente su tutte le furie vedendo il manto erboso rovinato da gigantesche scritte tracciate con l’acido: «Wspu», ovvero Women’s Social and Political Union. E non basta: due giovani suffragette - erano loro le autrici di tutto quel disastro - si avvicinarono al primo ministro liberale Herbert Henry Asquith con la mazza da golf in mano per ribadire le loro posizioni ma furono aggredite e malmenate. Scene analoghe si verificarono in tanti altri campi da gioco del Regno Unito deturpati da esponenti del gentil sesso.
Queste performance erano solo un assaggio di ciò che le aderenti al Wspu erano in grado di fare: il meglio (o il peggio) doveva ancora venire. A rivelarci peripezie, batoste e successi del primo importante movimento di emancipazione femminile è l’autobiografia di Emmeline Pankhurst, la leader dell’associazione, scomparsa nel 1928, Suffragette. La mia storia, che arriva per la prima volta in Italia pubblicata da Castelvecchi. In contemporanea, il 20 novembre, il lavoro di Sarah Gavron, anch’esso titolata Suffragette, aprirà la 33a edizione del Torino Film Festival, con una splendida Meryl Streep che dà volto e corpo alla Pankhurst (la pellicola è stata molto ben accolta a Londra e sarà nelle sale italiane a marzo del prossimo anno).
Eleganti e colorate
Sia il libro sia il film capovolgono l’immagine più tradizionale con cui le protagoniste più combattive hanno finito per passare alla storia e che stranamente resiste ancora oggi, e cioè quella di donne assai poco femminili, abbigliate sempre in nero, con l’ombrello in mano come oggetto contundente, acide, frustrate, desiderose di rivalsa e fastidiose con le loro rivendicazioni. Le militanti che nel 1903 si riunirono nel salotto in stile vittoriano della bella casa di Manchester, dove adesso c’è un Centro dedicato a Emmeline, non avevano però niente da spartire con questo stereotipo: erano eleganti, indossavano abiti colorati, provenivano da famiglie dell’alta borghesia, erano colte come la Pankhurst che aveva studiato in Francia e a vent’anni era convolata a nozze con un avvocato più grande di lei di un paio di decenni. Questo gruppetto che diede vita al Wspu condizionerà in maniera inequivocabile la vita politica inglese fino alla Prima guerra mondiale, con richieste considerate inaccettabili come, per esempio, oltre al voto anche l’accesso alle professioni riservate agli uomini.
Ma le donne erano decise a praticare con tutti i mezzi il proprio motto «Fatti non parole»: «Ogni anno», scrive la Pankhurst, «le signore che incontravano i parlamentari avanzavano le loro proposte e i parlamentari rinnovavano il sostegno al suffragio femminile». Però non si concludeva nulla, anzi veniva chiesto alle rappresentanti del sesso debole di lavorare non retribuite negli uffici per dimostrare il loro valore.
Uno dei primi politici che fece le spese di questo desiderio di «fatti» fu Winston Churchill, il quale per sua sfortuna fu candidato per il partito liberale nella città di Emmeline. Durante i comizi e le pubbliche assemblee tenute in vista delle elezioni, il 32enne Churchill veniva seguito ovunque da «quelle gatte miagolanti» che usavano la tecnica di interromperne i raduni alzando cartelli e facendo domande inopportune. Quando la Pankhurst venne sbattuta in carcere, Churchill, per evitarsi altre noie, si offrì di pagarle la cauzione, ma Emmeline rifiutò, anche se poi i soggiorni nelle gattabuie inglesi le minarono la salute. Prendendo esempio da lei, inoltre, molte delle compagne di lotta iniziarono lo sciopero della fame per denunciare la terribile condizione delle carceri.
L’eroina martire
Dopo il periodo trascorso dietro le sbarre dalla grande madre del movimento, il livello dello scontro si alzò. Durante una grande manifestazione a Birmingham che prevedeva la presenza di lord Asquit, signore e fanciulle salirono sui tetti da cui lanciarono blocchi di ardesia e scesero solo dopo essere state investite dai potenti getti d’acqua dei pompieri. Nonostante i metodi assai poco ortodossi l’Unione cominciò a mietere ampi consensi, mentre la stampa ne boicottava le imprese e il loro giornale veniva censurato.
Per rispondere a questi attacchi le donne organizzate dalla Pankhurst, armate di pietre e martelli, sfasciarono centinaia di finestre di edifici nel centro di Londra, arrivando a colpire il War and Foreign Office e la London and South Western Bank, quindi incendiarono con un’azione capillare le cassette delle lettere disseminate nel Regno Unito. La casa di campagna del cancelliere dello Scacchiere, Lloyd George, fu distrutta da una bomba mentre era in costruzione e le forcine per capelli ritrovate vicino al luogo dove fu deposto l’ordigno furono l’indizio di una presenza femminile. Alle corse dei cavalli di Epsom, Emily Wilding Davison, per richiamare ancora una volta l’attenzione, scavalcate le barriere si buttò in mezzo ai destrieri al galoppo e fu ridotta in poltiglia. La terribile battaglia durata un decennio adesso aveva anche una martire e un’eroina.
Quando iniziò la Grande guerra il movimento femminile depose le armi in nome della solidarietà nazionale, e il governo a sua volta liberò tutte le donne che aveva imprigionato. Nel 1918 il parlamento approvò il diritto di voto. La memoria degli scontri pugnaci era stata cancellata dalla tempesta mondiale e di quelle «megere» rimaneva la cattiva fama.
Suffragette, le black bloc con l’ombrellino
Nell’Inghilterra di inizio ’900 lanciavano pietre, incendiavano, facevano esplodere bombe. Esce l’autobiografia della loro leader Emmeline Pankhurst, mentre arriva il film con Meryl Streep
di Mirella Serri
I regali inquilini del castello di Balmoral, in Scozia, rimasero basiti una domenica mattina del 1912 quando approdarono ai verdi campi del Royal Golf per la solita partita. Le bandierine segna buche erano state sostituite da altre con la frase «il voto alle Donne porterà la pace per i Ministri». Andarono però veramente su tutte le furie vedendo il manto erboso rovinato da gigantesche scritte tracciate con l’acido: «Wspu», ovvero Women’s Social and Political Union. E non basta: due giovani suffragette - erano loro le autrici di tutto quel disastro - si avvicinarono al primo ministro liberale Herbert Henry Asquith con la mazza da golf in mano per ribadire le loro posizioni ma furono aggredite e malmenate. Scene analoghe si verificarono in tanti altri campi da gioco del Regno Unito deturpati da esponenti del gentil sesso.
Queste performance erano solo un assaggio di ciò che le aderenti al Wspu erano in grado di fare: il meglio (o il peggio) doveva ancora venire. A rivelarci peripezie, batoste e successi del primo importante movimento di emancipazione femminile è l’autobiografia di Emmeline Pankhurst, la leader dell’associazione, scomparsa nel 1928, Suffragette. La mia storia, che arriva per la prima volta in Italia pubblicata da Castelvecchi. In contemporanea, il 20 novembre, il lavoro di Sarah Gavron, anch’esso titolata Suffragette, aprirà la 33a edizione del Torino Film Festival, con una splendida Meryl Streep che dà volto e corpo alla Pankhurst (la pellicola è stata molto ben accolta a Londra e sarà nelle sale italiane a marzo del prossimo anno).
Eleganti e colorate
Sia il libro sia il film capovolgono l’immagine più tradizionale con cui le protagoniste più combattive hanno finito per passare alla storia e che stranamente resiste ancora oggi, e cioè quella di donne assai poco femminili, abbigliate sempre in nero, con l’ombrello in mano come oggetto contundente, acide, frustrate, desiderose di rivalsa e fastidiose con le loro rivendicazioni. Le militanti che nel 1903 si riunirono nel salotto in stile vittoriano della bella casa di Manchester, dove adesso c’è un Centro dedicato a Emmeline, non avevano però niente da spartire con questo stereotipo: erano eleganti, indossavano abiti colorati, provenivano da famiglie dell’alta borghesia, erano colte come la Pankhurst che aveva studiato in Francia e a vent’anni era convolata a nozze con un avvocato più grande di lei di un paio di decenni. Questo gruppetto che diede vita al Wspu condizionerà in maniera inequivocabile la vita politica inglese fino alla Prima guerra mondiale, con richieste considerate inaccettabili come, per esempio, oltre al voto anche l’accesso alle professioni riservate agli uomini.
Ma le donne erano decise a praticare con tutti i mezzi il proprio motto «Fatti non parole»: «Ogni anno», scrive la Pankhurst, «le signore che incontravano i parlamentari avanzavano le loro proposte e i parlamentari rinnovavano il sostegno al suffragio femminile». Però non si concludeva nulla, anzi veniva chiesto alle rappresentanti del sesso debole di lavorare non retribuite negli uffici per dimostrare il loro valore.
Uno dei primi politici che fece le spese di questo desiderio di «fatti» fu Winston Churchill, il quale per sua sfortuna fu candidato per il partito liberale nella città di Emmeline. Durante i comizi e le pubbliche assemblee tenute in vista delle elezioni, il 32enne Churchill veniva seguito ovunque da «quelle gatte miagolanti» che usavano la tecnica di interromperne i raduni alzando cartelli e facendo domande inopportune. Quando la Pankhurst venne sbattuta in carcere, Churchill, per evitarsi altre noie, si offrì di pagarle la cauzione, ma Emmeline rifiutò, anche se poi i soggiorni nelle gattabuie inglesi le minarono la salute. Prendendo esempio da lei, inoltre, molte delle compagne di lotta iniziarono lo sciopero della fame per denunciare la terribile condizione delle carceri.
L’eroina martire
Dopo il periodo trascorso dietro le sbarre dalla grande madre del movimento, il livello dello scontro si alzò. Durante una grande manifestazione a Birmingham che prevedeva la presenza di lord Asquit, signore e fanciulle salirono sui tetti da cui lanciarono blocchi di ardesia e scesero solo dopo essere state investite dai potenti getti d’acqua dei pompieri. Nonostante i metodi assai poco ortodossi l’Unione cominciò a mietere ampi consensi, mentre la stampa ne boicottava le imprese e il loro giornale veniva censurato.
Per rispondere a questi attacchi le donne organizzate dalla Pankhurst, armate di pietre e martelli, sfasciarono centinaia di finestre di edifici nel centro di Londra, arrivando a colpire il War and Foreign Office e la London and South Western Bank, quindi incendiarono con un’azione capillare le cassette delle lettere disseminate nel Regno Unito. La casa di campagna del cancelliere dello Scacchiere, Lloyd George, fu distrutta da una bomba mentre era in costruzione e le forcine per capelli ritrovate vicino al luogo dove fu deposto l’ordigno furono l’indizio di una presenza femminile. Alle corse dei cavalli di Epsom, Emily Wilding Davison, per richiamare ancora una volta l’attenzione, scavalcate le barriere si buttò in mezzo ai destrieri al galoppo e fu ridotta in poltiglia. La terribile battaglia durata un decennio adesso aveva anche una martire e un’eroina.
Quando iniziò la Grande guerra il movimento femminile depose le armi in nome della solidarietà nazionale, e il governo a sua volta liberò tutte le donne che aveva imprigionato. Nel 1918 il parlamento approvò il diritto di voto. La memoria degli scontri pugnaci era stata cancellata dalla tempesta mondiale e di quelle «megere» rimaneva la cattiva fama.
Repubblica 15.11.15
Avellino
Massacra i genitori a colpi d’accetta. Era ossessionato dal demonio
AVELLINO. Li ha sorpresi nel sonno e li ha massacrati con un’accetta. Poi ha vegliato per ore sui loro corpi, imprecando contro il demonio. Ma le sette sataniche c’entrano poco nella follia omicida di Ivano Famiglietti, 27 anni, con gravi problemi psichici, che ha ucciso i genitori e poi si è lasciato ammanettare dai carabinieri. «Era come un invasato», raccontano i vicini.
La casa dell’orrore è in una campagna di Frigento, piccolo comune dell’Avellinese. C’era sangue dappertutto in camera da letto, una scena raccapricciante scoperta dalla sorella del folle assassino, l’unico rimasto in casa a contrada Amendola a vivere con i genitori. Per loro una morte orribile: quando sono arrivati i soccorsi non c’era più nulla da fare per Michele Famiglietti, 55 anni, operaio della Comunità Montana dell’Ufita e la moglie Maria Covino, 54 anni, casalinga. A quanto pare da almeno due giorni i coniugi non rispondevano al telefono, ma dagli accertamenti medicolegali si chiarirà il momento in cui si è consumato il duplice delitto. Ivano Famiglietti è stato trovato in stato confusionale mentre ascoltava musica a tutto volume. «Di lui avevamo paura», raccontano in paese.
Il giovane, terzo di quattro figli, era da tempo sotto cura.
Scriveva a volte sulle pareti dei palazzi messaggi contro satana. Due anni fa decapitò il diavolo scolpito sotto la statua di San Michele Arcangelo nella chiesa di un paese vicino. I carabinieri lo denunciarono a piede libero per quel raid. Sul suo profilo Facebook scene di istigazione al suicidio e alla lotta armata ma anche foto blasfeme sul satanismo.
«Conoscevamo quei problemi – spiega il sindaco di Frigento, il deputato Pd Luigi Famiglietti – ma la famiglia non ha mai voluto coinvolgere i servizi sociali».
Avellino
Massacra i genitori a colpi d’accetta. Era ossessionato dal demonio
AVELLINO. Li ha sorpresi nel sonno e li ha massacrati con un’accetta. Poi ha vegliato per ore sui loro corpi, imprecando contro il demonio. Ma le sette sataniche c’entrano poco nella follia omicida di Ivano Famiglietti, 27 anni, con gravi problemi psichici, che ha ucciso i genitori e poi si è lasciato ammanettare dai carabinieri. «Era come un invasato», raccontano i vicini.
La casa dell’orrore è in una campagna di Frigento, piccolo comune dell’Avellinese. C’era sangue dappertutto in camera da letto, una scena raccapricciante scoperta dalla sorella del folle assassino, l’unico rimasto in casa a contrada Amendola a vivere con i genitori. Per loro una morte orribile: quando sono arrivati i soccorsi non c’era più nulla da fare per Michele Famiglietti, 55 anni, operaio della Comunità Montana dell’Ufita e la moglie Maria Covino, 54 anni, casalinga. A quanto pare da almeno due giorni i coniugi non rispondevano al telefono, ma dagli accertamenti medicolegali si chiarirà il momento in cui si è consumato il duplice delitto. Ivano Famiglietti è stato trovato in stato confusionale mentre ascoltava musica a tutto volume. «Di lui avevamo paura», raccontano in paese.
Il giovane, terzo di quattro figli, era da tempo sotto cura.
Scriveva a volte sulle pareti dei palazzi messaggi contro satana. Due anni fa decapitò il diavolo scolpito sotto la statua di San Michele Arcangelo nella chiesa di un paese vicino. I carabinieri lo denunciarono a piede libero per quel raid. Sul suo profilo Facebook scene di istigazione al suicidio e alla lotta armata ma anche foto blasfeme sul satanismo.
«Conoscevamo quei problemi – spiega il sindaco di Frigento, il deputato Pd Luigi Famiglietti – ma la famiglia non ha mai voluto coinvolgere i servizi sociali».
La Stampa 15.11.15
Le misure d’emergenza: inviati a Roma 700 militari e più controlli alle frontiere
Verranno intensificate le espulsioni
di Guido Ruotolo
Quindici unità di forze speciali di pronto intervento sono state dislocate nelle 15 principali città del Paese. Il livello di allarme è altissimo, solo un gradino sotto il massimo. E con l’invio in queste ore di 700 militari è stata rafforzata anche la cintura di sicurezza nella capitale, alla vigilia del Giubileo, ritenuto un appuntamento fortemente a rischio.
Insomma, ci stiamo prepariamo a dover fronteggiare qualsiasi scenario, anche il più terribile, anche se ad oggi non c’è nessuna minaccia diretta contro il nostro Paese.
Tra gli uomini della intelligence e degli apparati di sicurezza c’è la consapevolezza ormai che i fatti di Parigi, per dirla con il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, «rendono superati alcuni paradigmi di lettura dei mesi e anni passati».
Dalle prime ricostruzioni infatti a Parigi avrebbe operato una cellula mista di francesi, che avrebbero curato la fase dei sopralluoghi e della logistica, mentre i kamikaze sarebbero arrivati da fuori, probabilmente dal quadrante siriano. Va aggiornata la teoria dei «lupi solitari» che sembrava adattarsi agli attentati di Parigi di gennaio, o anche ad altri attentati di questi mesi dall’Australia al Canada, passando per l’Europa del Nord. Teoria che, alla luce di quanto accaduto venerdì, forse potrebbe anche essere riveduta perché, per esempio, la strage di Parigi potrebbe rivelare l’esistenza di intrecci e contatti con i terroristi dell’attacco sventato l’anno scorso in Belgio.
L’assenza di minacce dirette ma nello stesso tempo uno scenario fortemente preoccupante hanno portato il governo Renzi a una scelta molto netta: il rafforzamento dei controlli alle frontiere e un colpo d’acceleratore alle espulsioni per motivi di sicurezza nazionale.
È stato proprio Angelino Alfano a sollecitare le varie forze di sicurezza e di intelligence perché segnalino al Viminale i «sospetti», anche i «minimi sospetti» nei confronti dei cittadini stranieri da espellere. Se dal primo gennaio ad oggi, sono stati 55 gli stranieri rispediti a casa, da oggi alla fine dell’anno gli espulsi potrebbero essere decine.
E sull’altro versante non perde tempo. I controlli alle frontiere sono già stati riattivati in queste ore perché, dice il ministro dell’Interno, «non possiamo escludere rischi di infiltrazioni di terroristi», che utilizzano le rotte o i percorsi del popolo dei migranti.
E dunque controlli rafforzati a partire dai confini con la Francia, nel timore (anche francese) che esponenti della cellula terroristica che ha pianificato e organizzato gli attacchi a Parigi possano tentare di espatriare, di passare il confine e raggiungere il nostro Paese.
Cambia tono la comunicazione del governo. Per la prima volta il ministro dell’Interno Angelino Alfano ammette: «Lo sforzo di prevenzione non è destinato a eliminare il rischio, ma a diminuire il coefficiente di rischio».
Insomma, nonostante gli arresti, le espulsioni, la vigilanza agli obiettivi sensibili, non possiamo escludere l’attentato, anche in assenza di minacce dirette.
Gli uomini degli apparati è come se alzassero bandiera bianca: «Persino una discoteca è diventata un obiettivo sensibile». Questo per dire dell’impossibilità di proteggere tutti i possibili obiettivi.
Parla, il ministro dell’Interno Angelino Alfano, al termine del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza, segnalando la necessità di aggiornare le analisi. E fornisce i «numeri» della positiva attività di prevenzione (540 perquisizioni, 56.426 persone controllare, 147 indagati, 55 espulsi).
Si è ipotizzata anche la necessità di sospendere il Trattato di Schengen, ripristinando così le frontiere. Ma abbiamo deciso di aspettare che si muova per prima Parigi, prima di attivare le procedure.
Le misure d’emergenza: inviati a Roma 700 militari e più controlli alle frontiere
Verranno intensificate le espulsioni
di Guido Ruotolo
Quindici unità di forze speciali di pronto intervento sono state dislocate nelle 15 principali città del Paese. Il livello di allarme è altissimo, solo un gradino sotto il massimo. E con l’invio in queste ore di 700 militari è stata rafforzata anche la cintura di sicurezza nella capitale, alla vigilia del Giubileo, ritenuto un appuntamento fortemente a rischio.
Insomma, ci stiamo prepariamo a dover fronteggiare qualsiasi scenario, anche il più terribile, anche se ad oggi non c’è nessuna minaccia diretta contro il nostro Paese.
Tra gli uomini della intelligence e degli apparati di sicurezza c’è la consapevolezza ormai che i fatti di Parigi, per dirla con il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, «rendono superati alcuni paradigmi di lettura dei mesi e anni passati».
Dalle prime ricostruzioni infatti a Parigi avrebbe operato una cellula mista di francesi, che avrebbero curato la fase dei sopralluoghi e della logistica, mentre i kamikaze sarebbero arrivati da fuori, probabilmente dal quadrante siriano. Va aggiornata la teoria dei «lupi solitari» che sembrava adattarsi agli attentati di Parigi di gennaio, o anche ad altri attentati di questi mesi dall’Australia al Canada, passando per l’Europa del Nord. Teoria che, alla luce di quanto accaduto venerdì, forse potrebbe anche essere riveduta perché, per esempio, la strage di Parigi potrebbe rivelare l’esistenza di intrecci e contatti con i terroristi dell’attacco sventato l’anno scorso in Belgio.
L’assenza di minacce dirette ma nello stesso tempo uno scenario fortemente preoccupante hanno portato il governo Renzi a una scelta molto netta: il rafforzamento dei controlli alle frontiere e un colpo d’acceleratore alle espulsioni per motivi di sicurezza nazionale.
È stato proprio Angelino Alfano a sollecitare le varie forze di sicurezza e di intelligence perché segnalino al Viminale i «sospetti», anche i «minimi sospetti» nei confronti dei cittadini stranieri da espellere. Se dal primo gennaio ad oggi, sono stati 55 gli stranieri rispediti a casa, da oggi alla fine dell’anno gli espulsi potrebbero essere decine.
E sull’altro versante non perde tempo. I controlli alle frontiere sono già stati riattivati in queste ore perché, dice il ministro dell’Interno, «non possiamo escludere rischi di infiltrazioni di terroristi», che utilizzano le rotte o i percorsi del popolo dei migranti.
E dunque controlli rafforzati a partire dai confini con la Francia, nel timore (anche francese) che esponenti della cellula terroristica che ha pianificato e organizzato gli attacchi a Parigi possano tentare di espatriare, di passare il confine e raggiungere il nostro Paese.
Cambia tono la comunicazione del governo. Per la prima volta il ministro dell’Interno Angelino Alfano ammette: «Lo sforzo di prevenzione non è destinato a eliminare il rischio, ma a diminuire il coefficiente di rischio».
Insomma, nonostante gli arresti, le espulsioni, la vigilanza agli obiettivi sensibili, non possiamo escludere l’attentato, anche in assenza di minacce dirette.
Gli uomini degli apparati è come se alzassero bandiera bianca: «Persino una discoteca è diventata un obiettivo sensibile». Questo per dire dell’impossibilità di proteggere tutti i possibili obiettivi.
Parla, il ministro dell’Interno Angelino Alfano, al termine del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza, segnalando la necessità di aggiornare le analisi. E fornisce i «numeri» della positiva attività di prevenzione (540 perquisizioni, 56.426 persone controllare, 147 indagati, 55 espulsi).
Si è ipotizzata anche la necessità di sospendere il Trattato di Schengen, ripristinando così le frontiere. Ma abbiamo deciso di aspettare che si muova per prima Parigi, prima di attivare le procedure.
Corriere 15.1.15
Scenari
L’Italicum premia il M5S Il Pd sotto nel ballottaggio (ma batte il centrodestra)
Al primo turno il partito di Renzi avrebbe il 32,9%, il Movimento il 28,5. Lega e FI in calo
Tra dem e 5 Stelle il 60% di chi vota Carroccio sceglie i secondi
di Nando Pagnoncelli
La scorsa settimana lo scenario politico italiano ha fatto segnare due importanti novità: la manifestazione di Bologna che ha dato alla luce un’alleanza tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia e la nascita del gruppo parlamentare Sinistra italiana che raggruppa i deputati di Sel e alcuni dei parlamentari che hanno lasciato il Pd e prelude a un’ulteriore possibile aggregazione di soggetti politici che si collocano alla sinistra del partito di Renzi.
La riconfigurazione dell’offerta politica al momento non pare aver modificato significativamente gli orientamenti di voto degli italiani. Iniziamo come sempre dalla partecipazione al voto: due italiani su tre sarebbero intenzionati a votare e indicano un partito mentre gli astensionisti e gli indecisi si attestano al 35%, un dato stabile nel corso degli ultimi mesi che si colloca su valori decisamente più alti rispetto all’astensione registrata alle Politiche del 2013 (27,5% comprendendo anche le schede bianche e nulle) e inferiore rispetto alle Europee del 2014 (44,4%).
Il Pd si conferma al primo posto con il 32,9%, in crescita di 1,4 punti rispetto alla precedente rilevazione effettuata per il Corriere nel giugno scorso, seguito dal Movimento 5 Stelle con il 28,5% (+1). A seguire la Lega con il 13,5% (in calo di 1,2 punti), Forza Italia con l’11,7%, (-0,7), Fratelli d’Italia con il 4,4% (+0,2), Sinistra italiana con il 4,1% e Area popolare con il 3,3% (-1). Al momento tutti gli altri soggetti politici non superano la soglia di sbarramento del 3%.
A fronte di una stabilità nella graduatoria delle preferenze degli elettori, che si mantiene inalterata nelle prime quattro posizioni dall’inizio dell’anno, si osservano cambiamenti nella composizione degli elettorati, a conferma di una persistente fluidità di voto.
Il Pd appare in ripresa nelle ultime settimane, sull’onda della crescita del consenso per il governo, ma risulta in flessione rispetto alle Europee. Analizzando i flussi elettorali, il calo è stimato in circa 700 mila elettori ed è la risultante dell’«uscita» di circa un terzo di coloro che avevano scelto il Pd a maggio 2014 (si riversano nell’astensione e soprattutto nel M5S) e dell’«ingresso» di una consistente quota di elettori provenienti prevalentemente dagli astenuti, da Forza Italia, da Area popolare e in misura minore da M5S e dalla sinistra. In sintesi il partito di Renzi mantiene la maggioranza degli elettori, perde a sinistra a favore di Grillo e accoglie elettorato non di sinistra confermando una discreta trasversalità e la caratteristica di partito «pigliatutti».
Il M5S appare in forte crescita non solo per le inchieste giudiziarie (Mafia Capitale su tutte) che hanno consolidato tra gli elettori la convinzione che si tratti dell’unico soggetto politico rimasto integro, ma anche per il cambiamento della strategia comunicativa: infatti la scelta di essere presenti in televisione, il mezzo di informazione maggiormente utilizzato dagli italiani e un tempo bandito dal Movimento di Grillo, ha consentito l’affermazione di una leadership giovane e plurale che mostra un volto diverso da quello del leader storico. A ciò si aggiunge il largo favore per uno dei temi sostenuti dal Movimento: il reddito di cittadinanza. Non a caso, quindi, il M5S risulta il primo partito tra gli elettori con meno di 50 anni, tra gli studenti, i disoccupati, gli operai e nelle regioni meridionali.
La Lega pur confermandosi il primo partito dell’area di destra e centrodestra con un livello di consenso che non ha precedenti nella sua storia ultraventennale, appare in lieve flessione e mostra difficoltà nell’attrarre sia l’elettorato moderato sia quello residente nelle regioni del Centro-Sud. La trasformazione da partito territoriale a partito nazionale ha consentito un allargamento del bacino ma sembra aver esaurito il potenziale di espansione.
Forza Italia mantiene solo una parte dell’elettorato berlusconiano tradizionale (risulta il terzo partito tra casalinghe, pensionati e lavoratori autonomi) ma ha perso terreno tra i ceti più dinamici (imprenditori, dirigenti, liberi professionisti) e nel ceto medio impiegatizio.
I partiti centristi appaiono in difficoltà e non sembrano al momento beneficiare della presenza nella compagine governativa né della refrattarietà di una larga parte di elettorato moderato a un’alleanza di centrodestra a trazione leghista.
Indubbiamente l’Italicum induce molti elettori a concentrare la propria attenzione sui partiti maggiori in previsione del ballottaggio e a questo proposito nel sondaggio odierno abbiamo testato due ipotesi: nella prima, che contrappone il Pd al M5S, il risultato sarebbe di sostanziale parità con Grillo al 50,8% e il Pd al 49,2%. È un esito che dipende soprattutto da un fronte trasversale ostile a Renzi nel quale la componente più rilevante è rappresentata dai leghisti che per il 60% voterebbero per il M5S, come pure il 30% degli elettori di Fratelli d’Italia (il 60% dei quali si asterrebbe) e il 30% di quelli di Sinistra italiana (ma il 60% di costoro sceglierebbe il Pd). Diversa la posizione degli elettori berlusconiani: tre su quattro gli astenuti, il 15% voterebbe Pd e il 10% M5S.
Nella seconda ipotesi il Pd prevarrebbe su una lista unica di centrodestra che raggruppa Lega, FI e Fratelli d’Italia 53,5% a 46,5%. In questo caso l’astensione sarebbe maggiore (42,5% contro il 39,5% della prima ipotesi), la maggioranza dei grillini (55%) diserterebbe le urne mentre i restanti si dividerebbero tra Pd (25%) e centrodestra (20%) e due terzi dei centristi sceglierebbero il Pd.
Alla luce di questi risultati si comprende per quale motivo si stia dibattendo della possibilità di trasformare il secondo turno «di lista», previsto dall’Italicum, in secondo turno «di coalizione».
Come di consueto si sottolinea che il sondaggio è una fotografia del presente e non una previsione futura. Ma non è affatto escluso che, tenuto conto della mobilità elettorale e dell’indebolimento delle appartenenze, l’istantanea dei sondaggi possa modificare gli orien-tamenti di voto inducendo il «voto utile» in una sorta di FlashForward , la fortunata serie televisiva nella quale le persone, avendo una premonizione di un evento del loro futuro, modificavano i loro comportamenti per evitare che quell’evento si realizzasse.
Scenari
L’Italicum premia il M5S Il Pd sotto nel ballottaggio (ma batte il centrodestra)
Al primo turno il partito di Renzi avrebbe il 32,9%, il Movimento il 28,5. Lega e FI in calo
Tra dem e 5 Stelle il 60% di chi vota Carroccio sceglie i secondi
di Nando Pagnoncelli
La scorsa settimana lo scenario politico italiano ha fatto segnare due importanti novità: la manifestazione di Bologna che ha dato alla luce un’alleanza tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia e la nascita del gruppo parlamentare Sinistra italiana che raggruppa i deputati di Sel e alcuni dei parlamentari che hanno lasciato il Pd e prelude a un’ulteriore possibile aggregazione di soggetti politici che si collocano alla sinistra del partito di Renzi.
La riconfigurazione dell’offerta politica al momento non pare aver modificato significativamente gli orientamenti di voto degli italiani. Iniziamo come sempre dalla partecipazione al voto: due italiani su tre sarebbero intenzionati a votare e indicano un partito mentre gli astensionisti e gli indecisi si attestano al 35%, un dato stabile nel corso degli ultimi mesi che si colloca su valori decisamente più alti rispetto all’astensione registrata alle Politiche del 2013 (27,5% comprendendo anche le schede bianche e nulle) e inferiore rispetto alle Europee del 2014 (44,4%).
Il Pd si conferma al primo posto con il 32,9%, in crescita di 1,4 punti rispetto alla precedente rilevazione effettuata per il Corriere nel giugno scorso, seguito dal Movimento 5 Stelle con il 28,5% (+1). A seguire la Lega con il 13,5% (in calo di 1,2 punti), Forza Italia con l’11,7%, (-0,7), Fratelli d’Italia con il 4,4% (+0,2), Sinistra italiana con il 4,1% e Area popolare con il 3,3% (-1). Al momento tutti gli altri soggetti politici non superano la soglia di sbarramento del 3%.
A fronte di una stabilità nella graduatoria delle preferenze degli elettori, che si mantiene inalterata nelle prime quattro posizioni dall’inizio dell’anno, si osservano cambiamenti nella composizione degli elettorati, a conferma di una persistente fluidità di voto.
Il Pd appare in ripresa nelle ultime settimane, sull’onda della crescita del consenso per il governo, ma risulta in flessione rispetto alle Europee. Analizzando i flussi elettorali, il calo è stimato in circa 700 mila elettori ed è la risultante dell’«uscita» di circa un terzo di coloro che avevano scelto il Pd a maggio 2014 (si riversano nell’astensione e soprattutto nel M5S) e dell’«ingresso» di una consistente quota di elettori provenienti prevalentemente dagli astenuti, da Forza Italia, da Area popolare e in misura minore da M5S e dalla sinistra. In sintesi il partito di Renzi mantiene la maggioranza degli elettori, perde a sinistra a favore di Grillo e accoglie elettorato non di sinistra confermando una discreta trasversalità e la caratteristica di partito «pigliatutti».
Il M5S appare in forte crescita non solo per le inchieste giudiziarie (Mafia Capitale su tutte) che hanno consolidato tra gli elettori la convinzione che si tratti dell’unico soggetto politico rimasto integro, ma anche per il cambiamento della strategia comunicativa: infatti la scelta di essere presenti in televisione, il mezzo di informazione maggiormente utilizzato dagli italiani e un tempo bandito dal Movimento di Grillo, ha consentito l’affermazione di una leadership giovane e plurale che mostra un volto diverso da quello del leader storico. A ciò si aggiunge il largo favore per uno dei temi sostenuti dal Movimento: il reddito di cittadinanza. Non a caso, quindi, il M5S risulta il primo partito tra gli elettori con meno di 50 anni, tra gli studenti, i disoccupati, gli operai e nelle regioni meridionali.
La Lega pur confermandosi il primo partito dell’area di destra e centrodestra con un livello di consenso che non ha precedenti nella sua storia ultraventennale, appare in lieve flessione e mostra difficoltà nell’attrarre sia l’elettorato moderato sia quello residente nelle regioni del Centro-Sud. La trasformazione da partito territoriale a partito nazionale ha consentito un allargamento del bacino ma sembra aver esaurito il potenziale di espansione.
Forza Italia mantiene solo una parte dell’elettorato berlusconiano tradizionale (risulta il terzo partito tra casalinghe, pensionati e lavoratori autonomi) ma ha perso terreno tra i ceti più dinamici (imprenditori, dirigenti, liberi professionisti) e nel ceto medio impiegatizio.
I partiti centristi appaiono in difficoltà e non sembrano al momento beneficiare della presenza nella compagine governativa né della refrattarietà di una larga parte di elettorato moderato a un’alleanza di centrodestra a trazione leghista.
Indubbiamente l’Italicum induce molti elettori a concentrare la propria attenzione sui partiti maggiori in previsione del ballottaggio e a questo proposito nel sondaggio odierno abbiamo testato due ipotesi: nella prima, che contrappone il Pd al M5S, il risultato sarebbe di sostanziale parità con Grillo al 50,8% e il Pd al 49,2%. È un esito che dipende soprattutto da un fronte trasversale ostile a Renzi nel quale la componente più rilevante è rappresentata dai leghisti che per il 60% voterebbero per il M5S, come pure il 30% degli elettori di Fratelli d’Italia (il 60% dei quali si asterrebbe) e il 30% di quelli di Sinistra italiana (ma il 60% di costoro sceglierebbe il Pd). Diversa la posizione degli elettori berlusconiani: tre su quattro gli astenuti, il 15% voterebbe Pd e il 10% M5S.
Nella seconda ipotesi il Pd prevarrebbe su una lista unica di centrodestra che raggruppa Lega, FI e Fratelli d’Italia 53,5% a 46,5%. In questo caso l’astensione sarebbe maggiore (42,5% contro il 39,5% della prima ipotesi), la maggioranza dei grillini (55%) diserterebbe le urne mentre i restanti si dividerebbero tra Pd (25%) e centrodestra (20%) e due terzi dei centristi sceglierebbero il Pd.
Alla luce di questi risultati si comprende per quale motivo si stia dibattendo della possibilità di trasformare il secondo turno «di lista», previsto dall’Italicum, in secondo turno «di coalizione».
Come di consueto si sottolinea che il sondaggio è una fotografia del presente e non una previsione futura. Ma non è affatto escluso che, tenuto conto della mobilità elettorale e dell’indebolimento delle appartenenze, l’istantanea dei sondaggi possa modificare gli orien-tamenti di voto inducendo il «voto utile» in una sorta di FlashForward , la fortunata serie televisiva nella quale le persone, avendo una premonizione di un evento del loro futuro, modificavano i loro comportamenti per evitare che quell’evento si realizzasse.
La Stampa 15.11.15
Renzi riunisce tutti i partiti
“Adesso basta divisioni”
Ma la Lega chiede un intervento militare. Domani Alfano alla Camera
di Carlo Bertini
Di mattina il premier riunisce i vertici dell’intelligence, quindi va al Viminale dove presiede il Comitato per la sicurezza nazionale: fatta la rassegna delle azioni sul campo, Renzi fissa la linea che resterà la stessa per tutto il giorno, «l’obiettivo è rassicurare gli italiani, ma guai a far passare l’idea che stiamo sottovalutando il problema». Poi sente al telefono Hollande ed altri leader, ulteriori colloqui li avrà oggi al G20 in Turchia, dove ci saranno Cameron e Merkel.
Responsabilità e parole
Nel pomeriggio Renzi convoca a Palazzo Chigi i capigruppo di Camera e Senato, di maggioranza e opposizione, a cui trasmette subito il primo segnale sul fatto che «non abbiamo minacce circostanziate, ma siamo un Paese esposto». Senza negare che «l’attacco di Parigi è un cambio di passo della minaccia terroristica in Occidente. Quello che sta accadendo è il tentativo di mettere in discussione un modello di vita», dice il premier calcando l’accento sugli elementi simbolici di un teatro, uno stadio, un ristorante colpiti come luoghi della quotidianità. Il secondo messaggio è l’appello all’unità nazionale raccolto da tutti, perché «l’opinione pubblica è scossa e deve sentire l’Italia unita». Un appello anche alla responsabilità nell’uso delle parole, un chiaro riferimento critico all’uso del termine guerra da parte di Salvini. «Siamo un Paese forte che ha sconfitto terrorismo interno e stragi di mafia. Vinceremo anche questa sfida», dice Renzi.
La destra scalpita
Il summit va in scena nella biblioteca chigiana al terzo piano di Palazzo Chigi, un tavolone attorno al quale siedono i vertici Pd Rosato, Zanda, Brunetta e Romani di Fi, i capogruppo leghisti, Centinaio e Fedriga, dei 5Stelle Sorial e Giarrusso, di Sel, Scotto e De Petris. Si decide che il governo, cioè Alfano, lunedì andrà alla Camera e che dunque ci sarà il dibattito parlamentare, un’informativa senza un voto previsto. Dove però gli animi si accenderanno sul tema della gestione dell’immigrazione, come si capisce già dai tweet di Salvini pro espulsioni. «Ci vuole un intervento internazionale in Siria, Iraq e Libia per fermare gli sgozzatori dell’Isis e controlli a tappetto su tutte le comunità ritenute a rischio di fondamentalismo islamico», dice Fedriga. Scalpita la Lega, «il governo non ci ha dato alcuna indicazione su come ritiene intervenire», protesta il leghista, con Centinaio a fargli eco, «Renzi ci ha fatto perdere tempo». Così come preme Forza Italia, «la vigilanza e l’intervento nei paesi dove questo terrore ha inizio è una delle opzioni che un governo forte deve valutare», dice Romani. A chi chiede più risorse per la sicurezza, Renzi però risponde che «ne abbiamo già stanziate in legge di stabilità, ma si può discutere di tutto».
La sinistra e le mani avanti
Una riunione in cui il premier conferma che la missione in Afghanistan continua. Ma dove non annuncia alcun nuovo provvedimento di legge. La sinistra di Sel mette le mani avanti, «per noi non può esserci nessuno scambio tra libertà individuali e sicurezza», dice Scotto. Che di fronte al pressing leghista di azioni militari reagisce, «mi sembra abbiamo fatto già abbastanza danni in quei territori». Piccole schermaglie in un clima che non giustifica scontri in questa fase.
Renzi riunisce tutti i partiti
“Adesso basta divisioni”
Ma la Lega chiede un intervento militare. Domani Alfano alla Camera
di Carlo Bertini
Di mattina il premier riunisce i vertici dell’intelligence, quindi va al Viminale dove presiede il Comitato per la sicurezza nazionale: fatta la rassegna delle azioni sul campo, Renzi fissa la linea che resterà la stessa per tutto il giorno, «l’obiettivo è rassicurare gli italiani, ma guai a far passare l’idea che stiamo sottovalutando il problema». Poi sente al telefono Hollande ed altri leader, ulteriori colloqui li avrà oggi al G20 in Turchia, dove ci saranno Cameron e Merkel.
Responsabilità e parole
Nel pomeriggio Renzi convoca a Palazzo Chigi i capigruppo di Camera e Senato, di maggioranza e opposizione, a cui trasmette subito il primo segnale sul fatto che «non abbiamo minacce circostanziate, ma siamo un Paese esposto». Senza negare che «l’attacco di Parigi è un cambio di passo della minaccia terroristica in Occidente. Quello che sta accadendo è il tentativo di mettere in discussione un modello di vita», dice il premier calcando l’accento sugli elementi simbolici di un teatro, uno stadio, un ristorante colpiti come luoghi della quotidianità. Il secondo messaggio è l’appello all’unità nazionale raccolto da tutti, perché «l’opinione pubblica è scossa e deve sentire l’Italia unita». Un appello anche alla responsabilità nell’uso delle parole, un chiaro riferimento critico all’uso del termine guerra da parte di Salvini. «Siamo un Paese forte che ha sconfitto terrorismo interno e stragi di mafia. Vinceremo anche questa sfida», dice Renzi.
La destra scalpita
Il summit va in scena nella biblioteca chigiana al terzo piano di Palazzo Chigi, un tavolone attorno al quale siedono i vertici Pd Rosato, Zanda, Brunetta e Romani di Fi, i capogruppo leghisti, Centinaio e Fedriga, dei 5Stelle Sorial e Giarrusso, di Sel, Scotto e De Petris. Si decide che il governo, cioè Alfano, lunedì andrà alla Camera e che dunque ci sarà il dibattito parlamentare, un’informativa senza un voto previsto. Dove però gli animi si accenderanno sul tema della gestione dell’immigrazione, come si capisce già dai tweet di Salvini pro espulsioni. «Ci vuole un intervento internazionale in Siria, Iraq e Libia per fermare gli sgozzatori dell’Isis e controlli a tappetto su tutte le comunità ritenute a rischio di fondamentalismo islamico», dice Fedriga. Scalpita la Lega, «il governo non ci ha dato alcuna indicazione su come ritiene intervenire», protesta il leghista, con Centinaio a fargli eco, «Renzi ci ha fatto perdere tempo». Così come preme Forza Italia, «la vigilanza e l’intervento nei paesi dove questo terrore ha inizio è una delle opzioni che un governo forte deve valutare», dice Romani. A chi chiede più risorse per la sicurezza, Renzi però risponde che «ne abbiamo già stanziate in legge di stabilità, ma si può discutere di tutto».
La sinistra e le mani avanti
Una riunione in cui il premier conferma che la missione in Afghanistan continua. Ma dove non annuncia alcun nuovo provvedimento di legge. La sinistra di Sel mette le mani avanti, «per noi non può esserci nessuno scambio tra libertà individuali e sicurezza», dice Scotto. Che di fronte al pressing leghista di azioni militari reagisce, «mi sembra abbiamo fatto già abbastanza danni in quei territori». Piccole schermaglie in un clima che non giustifica scontri in questa fase.
Corriere 15.11.15
«Il Giubileo ci sarà Ne abbiamo bisogno ora più di prima»
L’annuncio: ogni diocesi avrà una Porta Santa
di Gian Guido Vecchi
Eccellenza, papa Francesco parla da tempo di una Terza guerra mondiale a pezzi…
«Ciò che è successo a Parigi non può essere sottovalutato. C’è una guerra in corso, è evidente. Un atto di violenza così gratuito e unilaterale deve scuotere gli animi e farci comprendere che la situazione storica in cui viviamo richiede un impegno comune per isolare i fondamentalisti e ristabilire la pace: gli attacchi colpiscono l’Europa e vanno contro i paesi arabi». L’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, è l’uomo cui Francesco ha affidato l’organizzazione del Giubileo che inizia l’8 dicembre.
Anche Roma è stata minacciata, molti si chiedono: è il caso di fare un Giubileo proprio adesso?
«Questo è il Giubileo della Misericordia. La sua caratteristica è di essere una espressione di concordia. Come papa Francesco ha indicato nella bolla di indizione, l’anno vissuto nella misericordia può favorire l’incontro tra le tre grandi religioni monoteiste. La violenza di Parigi rende ancora più importante il Giubileo come momento di pacificazione e riflessione. Penso ai padri e le madri che stanno piangendo, a tutti coloro che soffrono. Misericordia significa proprio trovare consolazione per la violenza subita. Altro che annullarlo: mai come ora abbiamo bisogno del Giubileo».
È una guerra di religione?
«Quando scadono nella dimensione della violenza, le religioni rinnegano se stesse, la propria natura e missione. No, non si può e non si deve parlare di guerra di religione. Capita purtroppo che la fede venga presa a pretesto. Ma, quando accade, la religione cessa di essere tale».
Lei è stato molto amico di Oriana Fallaci, che sull’Islam scrisse cose durissime…
«È uno dei punti sui quali non ero in sintonia con Oriana. Io cercavo di farle capire che l’Islam è una realtà complessa, fatta di diverse manifestazioni. Ma dopo l’11 settembre lei vedeva l’Islam come un tutt’uno, su questo abbiamo avuto discussioni vivaci…».
Però seppe vedere il pericolo, no?
«Questo sì. L’11 settembre ha dato un segnale che ha scioccato il mondo. Temo però sia stato uno choc momentaneo e le politiche internazionali non abbiano considerato con lucidità e lungimiranza ciò che stava succedendo».
Ma la Chiesa cosa propone di fare?
«Da sempre la Chiesa ha una missione di dialogo. Come diceva il Papa all’Onu, bisogna assicurare il diritto internazionale, il ricorso infaticabile al negoziato, far comprendere l’importanza della pace e quindi anche del riconoscimento delle differenze religiose, politiche, culturali. Il fondamentalismo è questo: non voler riconoscere altri modi di vita da rispettare».
Come ci si regolerà per il Giubileo?
«Sarà una cosa diversa da quello del 2000, più esteso. Il Papa ha voluto che in ogni diocesi si apra una Porta Santa, sarà vissuto in tutto il mondo».
Non concentrato su Roma, quindi…
«Certo, anche se è ovvio che Roma vivrà eventi celebrati con il Papa e attesi da tanti. Non a caso abbiamo pensato a un programma che eviterà ogni forma di assembramento: per la particolare dimensione spirituale del Giubileo e anche per salvaguardare la sicurezza e garantire la tranquillità delle persone. I pellegrini verranno distribuiti secondo la data e l’ora e seguiranno un percorso privilegiato e protetto».
«Il Giubileo ci sarà Ne abbiamo bisogno ora più di prima»
L’annuncio: ogni diocesi avrà una Porta Santa
di Gian Guido Vecchi
Eccellenza, papa Francesco parla da tempo di una Terza guerra mondiale a pezzi…
«Ciò che è successo a Parigi non può essere sottovalutato. C’è una guerra in corso, è evidente. Un atto di violenza così gratuito e unilaterale deve scuotere gli animi e farci comprendere che la situazione storica in cui viviamo richiede un impegno comune per isolare i fondamentalisti e ristabilire la pace: gli attacchi colpiscono l’Europa e vanno contro i paesi arabi». L’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, è l’uomo cui Francesco ha affidato l’organizzazione del Giubileo che inizia l’8 dicembre.
Anche Roma è stata minacciata, molti si chiedono: è il caso di fare un Giubileo proprio adesso?
«Questo è il Giubileo della Misericordia. La sua caratteristica è di essere una espressione di concordia. Come papa Francesco ha indicato nella bolla di indizione, l’anno vissuto nella misericordia può favorire l’incontro tra le tre grandi religioni monoteiste. La violenza di Parigi rende ancora più importante il Giubileo come momento di pacificazione e riflessione. Penso ai padri e le madri che stanno piangendo, a tutti coloro che soffrono. Misericordia significa proprio trovare consolazione per la violenza subita. Altro che annullarlo: mai come ora abbiamo bisogno del Giubileo».
È una guerra di religione?
«Quando scadono nella dimensione della violenza, le religioni rinnegano se stesse, la propria natura e missione. No, non si può e non si deve parlare di guerra di religione. Capita purtroppo che la fede venga presa a pretesto. Ma, quando accade, la religione cessa di essere tale».
Lei è stato molto amico di Oriana Fallaci, che sull’Islam scrisse cose durissime…
«È uno dei punti sui quali non ero in sintonia con Oriana. Io cercavo di farle capire che l’Islam è una realtà complessa, fatta di diverse manifestazioni. Ma dopo l’11 settembre lei vedeva l’Islam come un tutt’uno, su questo abbiamo avuto discussioni vivaci…».
Però seppe vedere il pericolo, no?
«Questo sì. L’11 settembre ha dato un segnale che ha scioccato il mondo. Temo però sia stato uno choc momentaneo e le politiche internazionali non abbiano considerato con lucidità e lungimiranza ciò che stava succedendo».
Ma la Chiesa cosa propone di fare?
«Da sempre la Chiesa ha una missione di dialogo. Come diceva il Papa all’Onu, bisogna assicurare il diritto internazionale, il ricorso infaticabile al negoziato, far comprendere l’importanza della pace e quindi anche del riconoscimento delle differenze religiose, politiche, culturali. Il fondamentalismo è questo: non voler riconoscere altri modi di vita da rispettare».
Come ci si regolerà per il Giubileo?
«Sarà una cosa diversa da quello del 2000, più esteso. Il Papa ha voluto che in ogni diocesi si apra una Porta Santa, sarà vissuto in tutto il mondo».
Non concentrato su Roma, quindi…
«Certo, anche se è ovvio che Roma vivrà eventi celebrati con il Papa e attesi da tanti. Non a caso abbiamo pensato a un programma che eviterà ogni forma di assembramento: per la particolare dimensione spirituale del Giubileo e anche per salvaguardare la sicurezza e garantire la tranquillità delle persone. I pellegrini verranno distribuiti secondo la data e l’ora e seguiranno un percorso privilegiato e protetto».
Corriere 15.1.15
Una patria per Bruno e per chi ama la libertà
di Nuccio Ordine
Vedendo scorrere in tv le immagini di follia e di morte, per tutta la notte non ho potuto fare a meno di ripensare alla mia Parigi, che ho frequentato e ho imparato a considerare sempre più come una mia patria. È a Parigi che ho avuto l’opportunità di capire fino in fondo una bellissima frase di Giordano Bruno: «Al vero filosofo ogni terreno è patria». Perché la patria non è solo la città in cui sei nato, ma il luogo (o i luoghi) che ti ha (ti hanno) offerto l’opportunità di diventare quello che sei.
Nelle sue peregrinazioni alla ricerca della libertà, Bruno aveva compreso che per sentirsi «a casa» bastava avere una biblioteca, un foglio, un calamaio, una penna e, soprattutto, un posto sicuro dove pensare e scrivere senza vincoli. Non a caso — accolto con tutti gli onori in Francia dal re Enrico III — il filosofo aveva capito immediatamente le pericolose conseguenze del fanatismo religioso. Nella guerra fratricida tra protestanti e cattolici, il Nolano aveva intravisto i segni di una rovinosa follia.
Ecco perché in queste drammatiche situazioni è più facile capire i nostri debiti di gratitudine per la Francia, che ci ha accolti, ci ha offerto prestigiose biblioteche e ricchissimi musei, ci ha permesso di frequentare università e centri di ricerca. È in questi luoghi che molti di noi riconoscono la loro patria. Perché, come l’esperienza stessa di Bruno ci insegna, le patrie possono essere molte.
Adesso è necessario sangue freddo per non sbagliare: chiudere frontiere, sollevare muri, alzare barriere sarebbe una risposta sbagliata. Che le scuole, le università e le accademie, invece, possano far capire ai nostri giovani che sentirsi francesi o tedeschi o spagnoli non significa tagliare le proprie radici, ma, al contrario, uscire fuori dai ristretti perimetri della piccola patria per abbracciare l’umanità intera.
Una patria per Bruno e per chi ama la libertà
di Nuccio Ordine
Vedendo scorrere in tv le immagini di follia e di morte, per tutta la notte non ho potuto fare a meno di ripensare alla mia Parigi, che ho frequentato e ho imparato a considerare sempre più come una mia patria. È a Parigi che ho avuto l’opportunità di capire fino in fondo una bellissima frase di Giordano Bruno: «Al vero filosofo ogni terreno è patria». Perché la patria non è solo la città in cui sei nato, ma il luogo (o i luoghi) che ti ha (ti hanno) offerto l’opportunità di diventare quello che sei.
Nelle sue peregrinazioni alla ricerca della libertà, Bruno aveva compreso che per sentirsi «a casa» bastava avere una biblioteca, un foglio, un calamaio, una penna e, soprattutto, un posto sicuro dove pensare e scrivere senza vincoli. Non a caso — accolto con tutti gli onori in Francia dal re Enrico III — il filosofo aveva capito immediatamente le pericolose conseguenze del fanatismo religioso. Nella guerra fratricida tra protestanti e cattolici, il Nolano aveva intravisto i segni di una rovinosa follia.
Ecco perché in queste drammatiche situazioni è più facile capire i nostri debiti di gratitudine per la Francia, che ci ha accolti, ci ha offerto prestigiose biblioteche e ricchissimi musei, ci ha permesso di frequentare università e centri di ricerca. È in questi luoghi che molti di noi riconoscono la loro patria. Perché, come l’esperienza stessa di Bruno ci insegna, le patrie possono essere molte.
Adesso è necessario sangue freddo per non sbagliare: chiudere frontiere, sollevare muri, alzare barriere sarebbe una risposta sbagliata. Che le scuole, le università e le accademie, invece, possano far capire ai nostri giovani che sentirsi francesi o tedeschi o spagnoli non significa tagliare le proprie radici, ma, al contrario, uscire fuori dai ristretti perimetri della piccola patria per abbracciare l’umanità intera.
Corriere 15.11.15
Rossana Rossanda
«A uccidere non sono i dannati della terra» La linea che non c’è «Non ho una linea. Di certo l’Occidente non ha fatto altro che alimentare furore »
Rossanda: temo un cortocircuito tra fondamentalismo, razzismo e disagio sociale
intervista di Maurizio Caprara
«Una linea non ce l’ho», ammette Rossana Rossanda quando, dopo aver risposto con numerose domande alle domande dell’intervista, le si chiede se questa volta dalla sua analisi delle circostanze non deriva un’indicazione, una proposta di strada da seguire. Dalla Parigi nella quale abita da tempo, parla avendo alle spalle una notte trascorsa fino alle due del mattino ad ascoltare notizie sugli assalti di venerdì. A 91 anni, la comunista eretica alla quale i capelli bianchi vennero a 32 nei giorni dell’invasione sovietica di Budapest, anche se la radiazione dal Pci con il gruppo del Manifesto risale a più tardi, resta critica verso i governi occidentali eppure non offre proposte di strategie. «Capisco che non è semplice per la polizia prevenire o bloccare offensive così», riconosce. E teme che, nel complesso, possa andare peggio di adesso.
Stava dicendo che vede un rischio di cortocircuito tra integralismo islamico e razzismo? Di fronte a questa domanda nel corso della conversazione, Rossana Rossanda osserva: «Sì, di un cortocircuito tra fondamentalismo, razzismo e disagio sociale. Non abbiamo ancora capito bene e del tutto da dove vengano quelli che hanno sparato. Esiste comunque a Parigi e altrove un disagio sociale forte. E per ragazzi scombussolati, avviliti, forse è più facile sentire le predicazioni di un imam, elementari, ma chiare, piuttosto che quelle della destra atea».
Lei ha vissuto passaggi anche brutali della storia. Da «ragazza del secolo scorso», per usare la definizione data di sé nella sua autobiografia, quali le evocano le stragi di venerdì?
«Non i tedeschi o la guerra. Con lo Stato Islamico siamo davanti a un fenomeno del tutto nuovo. Non era il modo di operare dei tedeschi in guerra. Qui c’è un gruppo, non si sa quanto consistente, di persone decise a morire. Non le spaventi. Hanno messo la morte nel conto. Quelli che fanno esplodere le cinture sono tagliati in due».
Uno dei suoi articoli più celebri per il Manifesto fu un commento nel quale, pur condannandoli, definì i terroristi rossi degli anni 70 parti dell’«album di famiglia» del comunismo italiano. I terroristi che hanno agito a Parigi non appartengono ad alcuna famiglia culturale europea: come influisce sui modi di contrastarli?
«È una domanda. Vorrei capire: chi sono? Vengono dalla Siria o sono francesi?».
Se si capirà che venivano principalmente dalla Siria sarebbe stata un’operazione più marcatamente militare?
«Sì. Una risposta ai bombardamenti voluti da François Hollande in Siria».
Se i terroristi erano in prevalenza francesi?
«Problema ancora più grosso: allora venivano dalle periferie, si confondono con il disagio sociale».
Neppure per lei sarà però una disperazione assecondabile: le sembrano «i dannati della terra», oppressi in cerca di giusto riscatto?
«No, non sono i dannati della terra. A giudicare dai casi passati non sono neppure i più poveri. Ci sono tracce di disperazione vendicativa: perché un ragazzo si faccia ammazzare serve una decisione. Non posso pensare che siano tutti musulmani integralisti che si fanno uccidere perché sarebbero accolti da bellissime vergini. È un fenomeno che nel ‘900 non c’era, e c’è la necessità di capire come e perché avviene».
Rossanda, dunque non ha una linea? Al di là della condanna, naturalmente.
«Una linea non ce l’ho. Se non osservare che l’Occidente finora non ha fatto altro che alimentare questo furore, questa disperazione. La Libia oggi è incontrollabile e per una scelta di Nicolas Sarkozy. Abitanti di alcuni Paesi sono stati profondamente offesi, non si poteva fare operazione più cretina di quella fatta da Bush in Iraq» .
Lo pensa da anni. Ma adesso?
«Come Etienne Balibar (filosofo francese, ndr ) credo che quanti varcano le frontiere non sono decapitatori, li si appoggi per dare una scossa a un’Europa basata sull’austerità».
Rossana Rossanda
«A uccidere non sono i dannati della terra» La linea che non c’è «Non ho una linea. Di certo l’Occidente non ha fatto altro che alimentare furore »
Rossanda: temo un cortocircuito tra fondamentalismo, razzismo e disagio sociale
intervista di Maurizio Caprara
«Una linea non ce l’ho», ammette Rossana Rossanda quando, dopo aver risposto con numerose domande alle domande dell’intervista, le si chiede se questa volta dalla sua analisi delle circostanze non deriva un’indicazione, una proposta di strada da seguire. Dalla Parigi nella quale abita da tempo, parla avendo alle spalle una notte trascorsa fino alle due del mattino ad ascoltare notizie sugli assalti di venerdì. A 91 anni, la comunista eretica alla quale i capelli bianchi vennero a 32 nei giorni dell’invasione sovietica di Budapest, anche se la radiazione dal Pci con il gruppo del Manifesto risale a più tardi, resta critica verso i governi occidentali eppure non offre proposte di strategie. «Capisco che non è semplice per la polizia prevenire o bloccare offensive così», riconosce. E teme che, nel complesso, possa andare peggio di adesso.
Stava dicendo che vede un rischio di cortocircuito tra integralismo islamico e razzismo? Di fronte a questa domanda nel corso della conversazione, Rossana Rossanda osserva: «Sì, di un cortocircuito tra fondamentalismo, razzismo e disagio sociale. Non abbiamo ancora capito bene e del tutto da dove vengano quelli che hanno sparato. Esiste comunque a Parigi e altrove un disagio sociale forte. E per ragazzi scombussolati, avviliti, forse è più facile sentire le predicazioni di un imam, elementari, ma chiare, piuttosto che quelle della destra atea».
Lei ha vissuto passaggi anche brutali della storia. Da «ragazza del secolo scorso», per usare la definizione data di sé nella sua autobiografia, quali le evocano le stragi di venerdì?
«Non i tedeschi o la guerra. Con lo Stato Islamico siamo davanti a un fenomeno del tutto nuovo. Non era il modo di operare dei tedeschi in guerra. Qui c’è un gruppo, non si sa quanto consistente, di persone decise a morire. Non le spaventi. Hanno messo la morte nel conto. Quelli che fanno esplodere le cinture sono tagliati in due».
Uno dei suoi articoli più celebri per il Manifesto fu un commento nel quale, pur condannandoli, definì i terroristi rossi degli anni 70 parti dell’«album di famiglia» del comunismo italiano. I terroristi che hanno agito a Parigi non appartengono ad alcuna famiglia culturale europea: come influisce sui modi di contrastarli?
«È una domanda. Vorrei capire: chi sono? Vengono dalla Siria o sono francesi?».
Se si capirà che venivano principalmente dalla Siria sarebbe stata un’operazione più marcatamente militare?
«Sì. Una risposta ai bombardamenti voluti da François Hollande in Siria».
Se i terroristi erano in prevalenza francesi?
«Problema ancora più grosso: allora venivano dalle periferie, si confondono con il disagio sociale».
Neppure per lei sarà però una disperazione assecondabile: le sembrano «i dannati della terra», oppressi in cerca di giusto riscatto?
«No, non sono i dannati della terra. A giudicare dai casi passati non sono neppure i più poveri. Ci sono tracce di disperazione vendicativa: perché un ragazzo si faccia ammazzare serve una decisione. Non posso pensare che siano tutti musulmani integralisti che si fanno uccidere perché sarebbero accolti da bellissime vergini. È un fenomeno che nel ‘900 non c’era, e c’è la necessità di capire come e perché avviene».
Rossanda, dunque non ha una linea? Al di là della condanna, naturalmente.
«Una linea non ce l’ho. Se non osservare che l’Occidente finora non ha fatto altro che alimentare questo furore, questa disperazione. La Libia oggi è incontrollabile e per una scelta di Nicolas Sarkozy. Abitanti di alcuni Paesi sono stati profondamente offesi, non si poteva fare operazione più cretina di quella fatta da Bush in Iraq» .
Lo pensa da anni. Ma adesso?
«Come Etienne Balibar (filosofo francese, ndr ) credo che quanti varcano le frontiere non sono decapitatori, li si appoggi per dare una scossa a un’Europa basata sull’austerità».
Repubblica 15.1.15
Uccido dunque sono il credo nichilista del Califfo
Il terrore degli anni ’70, ugualmente atroce, aveva almeno una logica,
per quanto folle: dietro questi omicidi di massa c’è solo l’aberrante visione apocalittica
di Adam Gopnik
Il giorno dopo gli attentati, l’aria di Parigi è satura di paradossi. Venerdì pomeriggio al cimitero di Père Lachaise si era svolta una commemorazione funebre per il filosofo André Glucksmann e molti di coloro che hanno pronunciato un discorso funebre in suo onore erano proprio coloro che fanno fatica a trovare il modo giusto per parlare di terrorismo senza cedere alla rabbia a caldo o offrire in ostaggio all’illiberalismo l’apologia.
Nessuno avrebbe potuto immaginare quello che sarebbe accaduto di notte. Glucksmann, dopo l’11 settembre, aveva scritto un libro apprezzabile e significativo, non ancora tradotto, intitolato Dostoevskij, a Manhattan, nel quale aveva sostenuto che la natura reale del terrorismo moderno, compreso quello islamico, è il nichilismo, prima ancora che la religione o la politica: «Uccido, dunque sono». Certo, il comunicato in francese col quale l’Is si assume la responsabilità delle stragi, esulta più di profonda rabbia scatenata, di pura follia sanguinaria, giù giù fino all’antica furia puritana per l’esistenza stessa di quel luogo di piacere chiamato Parigi.
A Parigi questo terrorismo così feroce e nichilista non è certo nuovo. Ma, se non altro, gli attentati dei terroristi degli anni Settanta parevano ispirati da una finalità propagandistica, uccidere per un motivo che aveva un nome preciso e si poteva enunciare, per quanto folle. La nuova frenesia di stragi di massa, che vanno ben oltre le disumane necessità di una pubblicità diabolica, paiono invece riconducibili a una visione apocalittica di più ampie dimensioni, la rinnovata guerra di religione del dodicesimo secolo che il messaggio dell’Is sottolinea con così grande esultanza. Il comunicato avverte che questo è solo “l’inizio della tempesta”. Questa visione di una guerra permanente implacabile tra la modernità e un inesorabile desiderio neo-medievale di potere assoluto e di guerra totale di religione – che era poi la visione di Glucksmann – oggi è apparsa più convincente che mai per un gran numero di parigini.
Certo, le scene al teatro Bataclan sono quelle di una follia scatenata al di là di ogni plausibile normalità: prendere ostaggi non per una finalità precisa, ma soltanto per massacrarli, uno dopo l’altro.
Dopo l’undici settembre i newyorchesi appresero che una delle conseguenze più pericolose del terrorismo è la malattia autoimmune che subentra, per la quale gli anticorpi concepiti per attaccare il male invasore si ribellano contro il loro stesso corpo sano. Ieri mattina in Francia pareva esserci un consenso generale a favore di rastrellamenti e arresti di massa. Il fatto che si tratti di pochi individui non ne riduce la nocività. Ed è altresì difficile immaginare come tra coloro che più beneficeranno politicamente di una notte come questa possano non esserci Marine Le Pen e l’estrema destra. Ed ecco che, infatti, i loro slogan antimusulmani – sono loro i nostri implacabili nemici interni.
Si tratta di un messaggio che, nelle sue implacabili certezze, alla gente terrorizzata parrà seducente. Lo scopo del terrorismo è seminare il terrore. Ed è veramente difficile non vedere le catastrofiche conseguenze di questi attentati.
Ma in Francia c’è anche il desiderio, ben noto ai newyorchesi, di non farsi intimorire, di non farsi trasformare dal terrorismo in una cittadinanza incapace di provarlo. Gli abitanti di New York hanno appreso che si può vivere la vita o le proprie paure, e che è sempre più saggio vivere la vita. Questa mattina sul giornale Les Regles De Jeu (della direzione del quale faccio parte), rivolgendosi ai suoi concittadini Bernard Schlasa ha scritto che auspica «da parte di migliaia di uomini e donne musulmane una reazione plateale ed enorme di rinnegamento (“Not in my name”) per queste azioni… e che si arrivi a uno slancio gigantesco di solidarietà… e che francesi e immigrati condividano una medesima lotta per la democrazia.E che tutti noi dimostriamo la nostra fraterna umanità, testimoniando che i nostri valori sono universali e che un piccolo gruppo di individui non può dividerci. E subito, prima possibile, che tutti noi torniamo a sorridere e bere allegramente sulle terrazze dei nostri bistro, per dimostrare che non ci sottometteremo mai. Per dimostrare che amiamo la vita e che la difenderemo restando forti, serenamente forti. Più forti dei pazzi forsennati che agognano soltanto la morte».
È stato un bel desiderio, quello della Francia di stamattina, difficile da provare in una difficile mattina parigina.
Questo articolo esce contemporaneamente sul New Yorker. Gopnik è pubblicato in Italia da Guanda. Traduzione di Anna Bissanti
Uccido dunque sono il credo nichilista del Califfo
Il terrore degli anni ’70, ugualmente atroce, aveva almeno una logica,
per quanto folle: dietro questi omicidi di massa c’è solo l’aberrante visione apocalittica
di Adam Gopnik
Il giorno dopo gli attentati, l’aria di Parigi è satura di paradossi. Venerdì pomeriggio al cimitero di Père Lachaise si era svolta una commemorazione funebre per il filosofo André Glucksmann e molti di coloro che hanno pronunciato un discorso funebre in suo onore erano proprio coloro che fanno fatica a trovare il modo giusto per parlare di terrorismo senza cedere alla rabbia a caldo o offrire in ostaggio all’illiberalismo l’apologia.
Nessuno avrebbe potuto immaginare quello che sarebbe accaduto di notte. Glucksmann, dopo l’11 settembre, aveva scritto un libro apprezzabile e significativo, non ancora tradotto, intitolato Dostoevskij, a Manhattan, nel quale aveva sostenuto che la natura reale del terrorismo moderno, compreso quello islamico, è il nichilismo, prima ancora che la religione o la politica: «Uccido, dunque sono». Certo, il comunicato in francese col quale l’Is si assume la responsabilità delle stragi, esulta più di profonda rabbia scatenata, di pura follia sanguinaria, giù giù fino all’antica furia puritana per l’esistenza stessa di quel luogo di piacere chiamato Parigi.
A Parigi questo terrorismo così feroce e nichilista non è certo nuovo. Ma, se non altro, gli attentati dei terroristi degli anni Settanta parevano ispirati da una finalità propagandistica, uccidere per un motivo che aveva un nome preciso e si poteva enunciare, per quanto folle. La nuova frenesia di stragi di massa, che vanno ben oltre le disumane necessità di una pubblicità diabolica, paiono invece riconducibili a una visione apocalittica di più ampie dimensioni, la rinnovata guerra di religione del dodicesimo secolo che il messaggio dell’Is sottolinea con così grande esultanza. Il comunicato avverte che questo è solo “l’inizio della tempesta”. Questa visione di una guerra permanente implacabile tra la modernità e un inesorabile desiderio neo-medievale di potere assoluto e di guerra totale di religione – che era poi la visione di Glucksmann – oggi è apparsa più convincente che mai per un gran numero di parigini.
Certo, le scene al teatro Bataclan sono quelle di una follia scatenata al di là di ogni plausibile normalità: prendere ostaggi non per una finalità precisa, ma soltanto per massacrarli, uno dopo l’altro.
Dopo l’undici settembre i newyorchesi appresero che una delle conseguenze più pericolose del terrorismo è la malattia autoimmune che subentra, per la quale gli anticorpi concepiti per attaccare il male invasore si ribellano contro il loro stesso corpo sano. Ieri mattina in Francia pareva esserci un consenso generale a favore di rastrellamenti e arresti di massa. Il fatto che si tratti di pochi individui non ne riduce la nocività. Ed è altresì difficile immaginare come tra coloro che più beneficeranno politicamente di una notte come questa possano non esserci Marine Le Pen e l’estrema destra. Ed ecco che, infatti, i loro slogan antimusulmani – sono loro i nostri implacabili nemici interni.
Si tratta di un messaggio che, nelle sue implacabili certezze, alla gente terrorizzata parrà seducente. Lo scopo del terrorismo è seminare il terrore. Ed è veramente difficile non vedere le catastrofiche conseguenze di questi attentati.
Ma in Francia c’è anche il desiderio, ben noto ai newyorchesi, di non farsi intimorire, di non farsi trasformare dal terrorismo in una cittadinanza incapace di provarlo. Gli abitanti di New York hanno appreso che si può vivere la vita o le proprie paure, e che è sempre più saggio vivere la vita. Questa mattina sul giornale Les Regles De Jeu (della direzione del quale faccio parte), rivolgendosi ai suoi concittadini Bernard Schlasa ha scritto che auspica «da parte di migliaia di uomini e donne musulmane una reazione plateale ed enorme di rinnegamento (“Not in my name”) per queste azioni… e che si arrivi a uno slancio gigantesco di solidarietà… e che francesi e immigrati condividano una medesima lotta per la democrazia.E che tutti noi dimostriamo la nostra fraterna umanità, testimoniando che i nostri valori sono universali e che un piccolo gruppo di individui non può dividerci. E subito, prima possibile, che tutti noi torniamo a sorridere e bere allegramente sulle terrazze dei nostri bistro, per dimostrare che non ci sottometteremo mai. Per dimostrare che amiamo la vita e che la difenderemo restando forti, serenamente forti. Più forti dei pazzi forsennati che agognano soltanto la morte».
È stato un bel desiderio, quello della Francia di stamattina, difficile da provare in una difficile mattina parigina.
Questo articolo esce contemporaneamente sul New Yorker. Gopnik è pubblicato in Italia da Guanda. Traduzione di Anna Bissanti
Repubblica 15.11.15
Nelle parole del Corano i codici del delirio islamista
Il comunicato diffuso sul web è pieno di citazioni dal Libro Sacro “Colpita una festa della perversione: erano riuniti centinaia di idolatri”
di Renzo Guolo
IL comunicato con cui l’Is rivendica il carnaio di Parigi mostra la concezione del mondo jihadista. Tradotto in molte lingue, ovviamente anche in francese, il bollettino di guerra dell’organizzazione si apre con una delle Sure coraniche, la 59, versetto 2. Partire da qui serve per comprendere come pensano gli ideologi del movimento che, fautori di un interpretazione astorica e letteralista del testo sacro, cercano sempre legittimazione alle loro azioni nel Corano.
Il comunicato è introdotto dalla sura Al-Hasr, il Bando, che fa riferimento all’elemento sorpresa. Recita: Allah ha fatto uscire dalle loro dimore «quelli fra la gente della Scrittura che erano miscredenti. Voi non pensavate che sarebbero usciti, e loro credevano che le loro fortezze li avrebbero difesi contro Allah. Ma Allah li raggiunse da dove non se lo aspettavano e gettò il terrore nei loro cuori(..). Traetene dunque una lezione, o voi che avete occhi per vedere».
Eccolo, il punto chiave: dove non se lo aspettavano. In luoghi non ritenuti “sensibili”, direbbero gli esperti di sicurezza. A dimostrazione che la scelta dei luoghi di svago e divertimento, compiuta per aggirare la vigilanza sulle ”fortezze”, è stata motivata dall’effetto sorpresa.
Scelta che, allo stesso tempo, permette di colpire uno stile di vita punito per la sua «empietà ». Come esplicita il comunicato facendo riferimento al Bataclan, locale nel quale dicono gli uomini del Califfato, si teneva una «festa della perversione» al quale partecipavano «centinaia di idolatri».
Difficile che i terroristi, pur informati dai basisti locali, volessero colpire proprio un concerto degli Eagles of Death Metal, il gruppo che suonava nel locale, che pure mescola insieme bluegrass, rock blues e stoner, sottogeneri associati generalmente alle feste con sostanze stupefacenti, ai raduni motorizzati delle bande, ai grandi spazi americani. Questo o quel gruppo, o musica, sarebbe stato lo stesso. E’ la cultura occidentale, alta o bassa, d’elite o pop, a essere rifiutata da un ambiente ideologico che non a caso, per indicare gli effetti della cultura globale, parla di «intossicazione da Occidente ».
I bersagli, dice l’Is, sono stati scelti «minuziosamente», precisazione che fa ritenere probabile che il gruppo sia composto, anche, da cittadini francesi. Magari da quei giovani di periferia già “titolari” di scheda S, la classificazione che i servizi transalpini usano per indicare i soggetti potenzialmente pericolosi per la sicurezza dello Stato.
Come confermerebbe anche la notizia che uno degli attentatori uccisi dalla polizia fosse originario della banlieue di Courcouronnes e già negli archivi dei servizi di informazione dal 2010.
Vi è poi il consueto elogio degli shahid, i “martiri” che si sono sacrificati nell’operazione. Quelli che si sono fatti esplodere allo stadio di Francia, dove giocavano le nazionali di Francia e Germania, incontro a cui assisteva, secondo le offensive e sprezzanti parole dei seguaci del Califfo, « l’imbecille» Hollande; quelli che hanno assaltato a colpi di kalashnikov gli altri locali della «perdizione». Un gruppo che ha solo «divorziato dalla vita di quaggiù», esaudendo il desiderio di morire per la causa di Allah e di salire al cielo.
Infine, la minaccia alla Francia a ai paesi occidentali che seguiranno il suo esempio: «è l’inizio della tempesta». Un monito a quanti affiancano Parigi nei conflitti nelle aree focolai del jihad. Paesi che, a partire dalla Francia, resteranno i «principali bersagli dello Stato Islamico» e continueranno a sentire «l’odore della morte» per aver preso la «testa della crociata» e aver insultato il Profeta: sottolineatura che indica come la vendetta perpetrata con la strage di Charlie Hebdo non abbia lavato un’offesa ritenuta incancellabile.
Alla République viene poi imputato di «combattere l’islam in Francia», espressione che mescola insieme il rifiuto del modello di laicità negativa, quello del tentativo governativo di fare emergere un associazionismo affidabile sul piano istituzionale a scapito delle organizzazioni radicali, bandite dalla scena pubblica e duramente represse. E, sopratutto, l’aver bombardato i musulmani nelle terre del Califfato «con aerei che a nulla sono serviti quando l’attacco è stato portato nelle maleodoranti strade di Parigi». Un vero e proprio inno alla guerra asimmetrica, quest’ultimo.
Infine ,a chiudere il versetto 8 della Sura 63 «La potenza appartiene ad Allah, al Suo Messaggero e ai credenti, ma gli ipocriti non lo sanno». Il riferimento ai
munafiqun, gli ipocriti, indica che il messaggio è diretto anche alla grande maggioranza dei musulmani, che i radicali ritengono credenti solo a parole. Ai quali si rivolgono cercando di mostrare come essi siano gli unici a combattere i nemici dell’islam.
Una rivendicazione, confermata più che dai molti tweet di simpatizzanti , dalla rivista on line Dabiq France, la versione francofona della pubblicazione dell’Is, che descrive il novembre parigino come l’11 settembre francese.
Nelle parole del Corano i codici del delirio islamista
Il comunicato diffuso sul web è pieno di citazioni dal Libro Sacro “Colpita una festa della perversione: erano riuniti centinaia di idolatri”
di Renzo Guolo
IL comunicato con cui l’Is rivendica il carnaio di Parigi mostra la concezione del mondo jihadista. Tradotto in molte lingue, ovviamente anche in francese, il bollettino di guerra dell’organizzazione si apre con una delle Sure coraniche, la 59, versetto 2. Partire da qui serve per comprendere come pensano gli ideologi del movimento che, fautori di un interpretazione astorica e letteralista del testo sacro, cercano sempre legittimazione alle loro azioni nel Corano.
Il comunicato è introdotto dalla sura Al-Hasr, il Bando, che fa riferimento all’elemento sorpresa. Recita: Allah ha fatto uscire dalle loro dimore «quelli fra la gente della Scrittura che erano miscredenti. Voi non pensavate che sarebbero usciti, e loro credevano che le loro fortezze li avrebbero difesi contro Allah. Ma Allah li raggiunse da dove non se lo aspettavano e gettò il terrore nei loro cuori(..). Traetene dunque una lezione, o voi che avete occhi per vedere».
Eccolo, il punto chiave: dove non se lo aspettavano. In luoghi non ritenuti “sensibili”, direbbero gli esperti di sicurezza. A dimostrazione che la scelta dei luoghi di svago e divertimento, compiuta per aggirare la vigilanza sulle ”fortezze”, è stata motivata dall’effetto sorpresa.
Scelta che, allo stesso tempo, permette di colpire uno stile di vita punito per la sua «empietà ». Come esplicita il comunicato facendo riferimento al Bataclan, locale nel quale dicono gli uomini del Califfato, si teneva una «festa della perversione» al quale partecipavano «centinaia di idolatri».
Difficile che i terroristi, pur informati dai basisti locali, volessero colpire proprio un concerto degli Eagles of Death Metal, il gruppo che suonava nel locale, che pure mescola insieme bluegrass, rock blues e stoner, sottogeneri associati generalmente alle feste con sostanze stupefacenti, ai raduni motorizzati delle bande, ai grandi spazi americani. Questo o quel gruppo, o musica, sarebbe stato lo stesso. E’ la cultura occidentale, alta o bassa, d’elite o pop, a essere rifiutata da un ambiente ideologico che non a caso, per indicare gli effetti della cultura globale, parla di «intossicazione da Occidente ».
I bersagli, dice l’Is, sono stati scelti «minuziosamente», precisazione che fa ritenere probabile che il gruppo sia composto, anche, da cittadini francesi. Magari da quei giovani di periferia già “titolari” di scheda S, la classificazione che i servizi transalpini usano per indicare i soggetti potenzialmente pericolosi per la sicurezza dello Stato.
Come confermerebbe anche la notizia che uno degli attentatori uccisi dalla polizia fosse originario della banlieue di Courcouronnes e già negli archivi dei servizi di informazione dal 2010.
Vi è poi il consueto elogio degli shahid, i “martiri” che si sono sacrificati nell’operazione. Quelli che si sono fatti esplodere allo stadio di Francia, dove giocavano le nazionali di Francia e Germania, incontro a cui assisteva, secondo le offensive e sprezzanti parole dei seguaci del Califfo, « l’imbecille» Hollande; quelli che hanno assaltato a colpi di kalashnikov gli altri locali della «perdizione». Un gruppo che ha solo «divorziato dalla vita di quaggiù», esaudendo il desiderio di morire per la causa di Allah e di salire al cielo.
Infine, la minaccia alla Francia a ai paesi occidentali che seguiranno il suo esempio: «è l’inizio della tempesta». Un monito a quanti affiancano Parigi nei conflitti nelle aree focolai del jihad. Paesi che, a partire dalla Francia, resteranno i «principali bersagli dello Stato Islamico» e continueranno a sentire «l’odore della morte» per aver preso la «testa della crociata» e aver insultato il Profeta: sottolineatura che indica come la vendetta perpetrata con la strage di Charlie Hebdo non abbia lavato un’offesa ritenuta incancellabile.
Alla République viene poi imputato di «combattere l’islam in Francia», espressione che mescola insieme il rifiuto del modello di laicità negativa, quello del tentativo governativo di fare emergere un associazionismo affidabile sul piano istituzionale a scapito delle organizzazioni radicali, bandite dalla scena pubblica e duramente represse. E, sopratutto, l’aver bombardato i musulmani nelle terre del Califfato «con aerei che a nulla sono serviti quando l’attacco è stato portato nelle maleodoranti strade di Parigi». Un vero e proprio inno alla guerra asimmetrica, quest’ultimo.
Infine ,a chiudere il versetto 8 della Sura 63 «La potenza appartiene ad Allah, al Suo Messaggero e ai credenti, ma gli ipocriti non lo sanno». Il riferimento ai
munafiqun, gli ipocriti, indica che il messaggio è diretto anche alla grande maggioranza dei musulmani, che i radicali ritengono credenti solo a parole. Ai quali si rivolgono cercando di mostrare come essi siano gli unici a combattere i nemici dell’islam.
Una rivendicazione, confermata più che dai molti tweet di simpatizzanti , dalla rivista on line Dabiq France, la versione francofona della pubblicazione dell’Is, che descrive il novembre parigino come l’11 settembre francese.
il manifesto 15.11.15
Marine Le Pen si fa Stato
Il Front nationale approva lo Stato di emergenza, senza rinunciare ai suoi slogan
di Francesco Ditaranto
Questa volta l’estrema destra non si farà escludere come avvenne nel gennaio scorso, quando François Hollande non invitò il Front national alla marcia contro il terrorismo dopo gli attentati a Charlie Hebdo. All’epoca, l’esclusione da quella sorta di effimero blocco di unità nazionale che marciò per le vie di Parigi insieme ai capi di stato arrivati da tutto il mondo fu vissuta malissimo dai Le Pen. Lo si è capito nel momento in cui, dopo aver espresso il cordoglio per le vittime e la vicinanza alle famiglie toccate da questa tragedia, davanti ai giornalisti convocati nella sede del partito, Marine Le Pen ha salutato favorevolmente la decretazione dello stato d’emergenza da parte dell’esecutivo.
Non era mai successo. Segno di un’evidente volontà di ricoprire un ruolo politico di rilievo in questo momento di choc per tutta la Francia. Eppure, anche senza affondare mai il colpo contro il presidente Hollande, sulla scorta di quanto appena detto, la presidente del Fn ha richiamato i temi cari al suo partito, facendo, di fatto, campagna elettorale. Innanzitutto il bisogno di rivedere i rapporti con Putin, cui ha fatto implicito riferimento quando ha sottolineato che chiunque combatta Daesh deve essere considerato un alleato.
La figlia del fondatore del movimento ha poi riaffermato la necessità di chiudere le frontiere. «Checché ne dica l’Unione europea – ha dichiarato — è indispensabile che la Francia ritrovi il controllo delle proprie frontiere nazionali definitivamente. Senza frontiere non ci possono essere protezione e sicurezza».
In chiusura, Le Pen ha dato la sua ricetta per far sì che lo Stato possa tornare «ad assicurare la sua missione essenziale di protezione dei francesi»: vietare le organizzazioni islamiste, chiudere le moschee radicalizzate, espellere gli stranieri che predicano odio e i clandestini, sino a togliere la cittadinanza ai francesi con doppia nazionalità vicini ai movimenti islamisti.
Ma se la maggior parte delle alte sfere della politica si affrettava ad affidare ai social network il proprio dolore, comunicando l’interruzione di ogni attività legata alla campagna elettorale, alcuni, anche dal profilo politico non trascurabile, non si lasciavano sfuggire l’occasione per strumentalizzare i morti di Parigi. Tutto a mezzo facebook o twitter.
È il caso del post, subito cancellato, del Front national del dipartimento di Indre e Loire che, pochi minuti dopo la diffusione delle prime notizie da Parigi, invitava a votare Front national come unica soluzione per mettere un freno alla violenza. Il post è stato rimosso, vista l’indignazione della rete.
Non sono state da meno le dichiarazioni del segretario generale del Fronte, Nicolas Bay, che su Twitter ha tuonato: «Mentre Hollande e Valls combattono il Front national, assassini sanguinari preparano i loro attentati. Vergogna». Anche in questo caso il tweet è stato cancellato. Dello stesso tono, e sempre negli stessi concitati momenti, lo sfogo di Louis Aliot, eurodeputato Fn, e compagno di Marine Le Pen.
Anche fuori dal Front national non sono mancati i tentativi di facili equazioni a proprio uso e consumo. Basta citare quello di Philippe de Villiers, ex-ministro e fondatore del partito sovranista Mouvement pour la France, che ha parlato degli attacchi come conseguenza del «lassismo e della moscheizzazione» esattamente come Lionell Luca, deputato dei Repubblicani che ha paragonato Parigi a Beirut, denunciando come «pagheremo caro il nostro lassismo davanti al comunitarismo».
Più raffinato è stato Gilbert Collard, deputato eletto nella coalizione che ha sostenuto Marine Le Pen, che ha parlato, sempre su Twitter, di «povera Francia abbandonata». L’espressione potrebbe essere la chiave di lettura per comprendere come l’estrema destra potrebbe utilizzare a suo favore i giorni che verranno, prendendosi la scena, con le elezioni dietro l’angolo.
Non attaccando direttamente Hollande, quindi, ma dipingendo un paese in posizione di oggettiva debolezza davanti alla minaccia del terrorismo, spaventato e abbandonato, appunto, che per difendersi ha bisogno di tornare pienamente sovrano, nell’accezione del Fn.
Marine Le Pen si fa Stato
Il Front nationale approva lo Stato di emergenza, senza rinunciare ai suoi slogan
di Francesco Ditaranto
Questa volta l’estrema destra non si farà escludere come avvenne nel gennaio scorso, quando François Hollande non invitò il Front national alla marcia contro il terrorismo dopo gli attentati a Charlie Hebdo. All’epoca, l’esclusione da quella sorta di effimero blocco di unità nazionale che marciò per le vie di Parigi insieme ai capi di stato arrivati da tutto il mondo fu vissuta malissimo dai Le Pen. Lo si è capito nel momento in cui, dopo aver espresso il cordoglio per le vittime e la vicinanza alle famiglie toccate da questa tragedia, davanti ai giornalisti convocati nella sede del partito, Marine Le Pen ha salutato favorevolmente la decretazione dello stato d’emergenza da parte dell’esecutivo.
Non era mai successo. Segno di un’evidente volontà di ricoprire un ruolo politico di rilievo in questo momento di choc per tutta la Francia. Eppure, anche senza affondare mai il colpo contro il presidente Hollande, sulla scorta di quanto appena detto, la presidente del Fn ha richiamato i temi cari al suo partito, facendo, di fatto, campagna elettorale. Innanzitutto il bisogno di rivedere i rapporti con Putin, cui ha fatto implicito riferimento quando ha sottolineato che chiunque combatta Daesh deve essere considerato un alleato.
La figlia del fondatore del movimento ha poi riaffermato la necessità di chiudere le frontiere. «Checché ne dica l’Unione europea – ha dichiarato — è indispensabile che la Francia ritrovi il controllo delle proprie frontiere nazionali definitivamente. Senza frontiere non ci possono essere protezione e sicurezza».
In chiusura, Le Pen ha dato la sua ricetta per far sì che lo Stato possa tornare «ad assicurare la sua missione essenziale di protezione dei francesi»: vietare le organizzazioni islamiste, chiudere le moschee radicalizzate, espellere gli stranieri che predicano odio e i clandestini, sino a togliere la cittadinanza ai francesi con doppia nazionalità vicini ai movimenti islamisti.
Ma se la maggior parte delle alte sfere della politica si affrettava ad affidare ai social network il proprio dolore, comunicando l’interruzione di ogni attività legata alla campagna elettorale, alcuni, anche dal profilo politico non trascurabile, non si lasciavano sfuggire l’occasione per strumentalizzare i morti di Parigi. Tutto a mezzo facebook o twitter.
È il caso del post, subito cancellato, del Front national del dipartimento di Indre e Loire che, pochi minuti dopo la diffusione delle prime notizie da Parigi, invitava a votare Front national come unica soluzione per mettere un freno alla violenza. Il post è stato rimosso, vista l’indignazione della rete.
Non sono state da meno le dichiarazioni del segretario generale del Fronte, Nicolas Bay, che su Twitter ha tuonato: «Mentre Hollande e Valls combattono il Front national, assassini sanguinari preparano i loro attentati. Vergogna». Anche in questo caso il tweet è stato cancellato. Dello stesso tono, e sempre negli stessi concitati momenti, lo sfogo di Louis Aliot, eurodeputato Fn, e compagno di Marine Le Pen.
Anche fuori dal Front national non sono mancati i tentativi di facili equazioni a proprio uso e consumo. Basta citare quello di Philippe de Villiers, ex-ministro e fondatore del partito sovranista Mouvement pour la France, che ha parlato degli attacchi come conseguenza del «lassismo e della moscheizzazione» esattamente come Lionell Luca, deputato dei Repubblicani che ha paragonato Parigi a Beirut, denunciando come «pagheremo caro il nostro lassismo davanti al comunitarismo».
Più raffinato è stato Gilbert Collard, deputato eletto nella coalizione che ha sostenuto Marine Le Pen, che ha parlato, sempre su Twitter, di «povera Francia abbandonata». L’espressione potrebbe essere la chiave di lettura per comprendere come l’estrema destra potrebbe utilizzare a suo favore i giorni che verranno, prendendosi la scena, con le elezioni dietro l’angolo.
Non attaccando direttamente Hollande, quindi, ma dipingendo un paese in posizione di oggettiva debolezza davanti alla minaccia del terrorismo, spaventato e abbandonato, appunto, che per difendersi ha bisogno di tornare pienamente sovrano, nell’accezione del Fn.
Corriere 15.11.15
Non è come Charlie. E Le Pen ora ha una change
Quando erano in gioco i valori, il presidente seppe compattare il Paese; sarà molto più dura adesso che vacilla la sicurezza di tutti
di Gian Luigi Stella
Stavolta non ci saranno funerali solenni: ognuno seppellirà i suoi. Non ci saranno marce con i leader del mondo sottobraccio sui boulevard della capitale; le uniche code sono per donare il sangue, visitare i feriti, riconoscere i corpi. Gli attacchi di gennaio rafforzarono Hollande e lo spirito repubblicano ed europeo; questi rischiano di indebolire l’uno e l’altro. Allora terroristi isolati agirono contro obiettivi precisi: i vignettisti irriverenti, gli ebrei vittime dell’odioso antisemitismo che ritorna. Stavolta i soldati dello Stato Islamico, apparsi molto più forti, hanno colpito la folla del venerdì sera. Quando erano in gioco i valori, il diritto d’espressione, la libertà di stampa, il presidente seppe riunificare i francesi; sarà molto più dura ora che vacilla la sicurezza di tutti, gli apparati di sicurezza si sono dimostrati impotenti, Marine Le Pen — isolata dopo la strage di Charlie Hebdo — ritrova il centro della scena. Ieri si discuteva di Voltaire; oggi si trema per la vita.
Parigi, la mattina dopo la notte peggiore dall’arrivo dei nazisti, è una città cauta, impaurita, ma viva. La prefettura ha invitato tutti a restare a casa, ma i parigini insolitamente gentili vogliono ritrovarsi, chiedersi dov’erano al momento dell’attacco, avere notizie dei conoscenti, abbracciare gli amici. Chiusi i musei, i grandi magazzini, i cinema, le mostre, la Tour Eiffel, Disneyland; aperti i mercati rionali, i bistrot, la tomba del milite ignoto sotto l’Arco di trionfo. Hollande ha tentato di interpretare la resistenza popolare con un discorso a tratti duro — « serons impitoyables », che può significare sia spietati sia implacabili — a tratti nobile: «Siamo in guerra, ma la Francia trionferà sulla barbarie. Difendiamo la nostra patria e molto di più; difendiamo i nostri valori, la nostra umanità». Sarkozy depone per il momento le armi e invita tutti a stringersi attorno alle vittime e alle forze dell’ordine, i capi del partito socialista lo ringraziano. Ma l’ union sacrée , che la scorsa volta aveva retto per una settimana, si sgretola in poche ore.
Marine Le Pen denuncia che i francesi sono insicuri: «Chiudiamo le moschee radicali, cacciamo i predicatori di odio». Il suo compagno, Louis Aliot, definisce «irresponsabile» il primo ministro Valls, apparso molto scosso: abita nel quartiere della strage. Da tutta la galassia della destra, senza distinzione tra il Front National e i Républicains di Sarkozy, arrivano invettive contro la Francia «trasformata in una grande moschea», «libanizzata», «islamizzata», «abbandonata all’utopia multiculturale», in balia di 4 mila sospetti jihadisti per cui l’ex ministro Wauquiez propone un «campo di prigionia», una Guantanamo francese. L’ex premier Fillon accusa a mezza bocca il governo di aver esposto molto il Paese con l’intervento in Siria, senza andare sino in fondo e senza preparare una difesa adeguata. Valls in tv annuncia un’escalation: «Risponderemo sul terreno in Siria e in Iraq, annienteremo lo Stato Islamico, vinceremo questa guerra». Il mese scorso si chiedeva su Le Monde : «A gennaio i francesi sono stati all’altezza, ma come reagirebbero a un nuovo attentato?». Ora avrà la risposta.
Sui social media, una minoranza sostiene il «teorema Houellebecq»: la Gauche che si rafforza, grazie alla retorica nazionale e all’alleanza con i figli dell’immigrazione — ieri il presidente ha evitato anche solo di pronunciare la parola «Islam» o «islamico» — e riporta all’Eliseo, se non proprio il leader musulmano vaticinato dallo scrittore, il tranquillizzante e «rotondo» Hollande. Ma la maggioranza è convinta che la terribile notte del 13 novembre abbia rafforzato il lepenismo e tutti i populisti d’Europa.
L’attacco non ha colpito la Parigi dei turisti, ma quella dei ragazzi. Non i caffè intellettuali e le vetrine griffate della Rive Gauche, né gli atelier del cibo e della moda della Rive Droite, ma gli arrondissement più popolari, dove il pubblico dei concerti e del calcio era venuto a passare il venerdì sera. I kamikaze si sono fatti esplodere fuori dallo stadio dove si giocava il derby d’Europa Francia-Germania, tra i tifosi delle due squadre più multietniche del continente, e dentro un teatro dove si esibiva una band americana dal nome inquietante di Eagle of the Death , Aquila della morte. Sono ancora accese le insegne del Bataclan, in boulevard Voltaire, la via dei cortei della sinistra; il municipio dell’XI arrondissement, dove i terapeuti hanno aperto una cellula di assistenza psicologica per i superstiti e i parenti dei morti, affaccia sulla piazza dedicata a Léon Blum, il primo ministro della grande vittoria del Fronte Popolare nel 1936.
Allo stadio c’era anche Hollande. L’hanno portato via, attonito. Poi si è ripreso, si è fatto vedere per strada, vicino al teatro della tragedia, prima di convocare una serie di riunioni del governo e del consiglio di difesa. Si decreta lo stato d’emergenza, si rispolverano norme scritte nel 1959 per la guerra d’Algeria. Ma l’annuncio della chiusura delle frontiere è apparso fin da subito una grida manzoniana: impossibile fermare i treni e gli aerei in arrivo o in partenza dalla Francia. Più che sul ministro degli Interni Cazeneuve, quasi in trance con gli occhi sbarrati, il presidente si appoggia al ministro degli Esteri Laurent Fabius, che era già al governo nel 1982, quando terroristi arabi attaccarono con mitra ed esplosivi un ristorante ebraico nel Marais, facendo sei morti. Fabius ha suggerito di allargare il più possibile il fronte interno della lotta al terrore; così all’Eliseo stavolta sono stati invitati tutti i leader, anche Marine Le Pen, attesa oggi alle 5 della sera. Domani sarà la giornata della messa laica a Versailles, dove si riuniranno l’Assemblea nazionale e il Senato; bandiere a mezz’asta, minuto di silenzio a mezzogiorno. I leader mondiali verranno tra due settimane, ma non per una marcia di solidarietà; per il vertice mondiale sul clima, che sarà difficilissimo, e non solo per ragioni di sicurezza.
I parigini hanno reagito con un orgoglio e una calma impressionanti. Ma dignità non significa consenso. Lo spirito di unità non va confuso con la fiducia nei governanti e nell’opposizione «repubblicana», che oggi non ha un capo indiscusso, divisa com’è tra due uomini di esperienza considerati però vecchi arnesi: Nicolas Sarkozy, appesantito dagli scandali (proprio ieri il suo braccio destro Claude Guéant è stato condannato a due anni di carcere per aver intascato 210 mila euro in nero destinati agli informatori della polizia); e Alain Juppé, primo ministro vent’anni fa con Chirac, apprezzato dai francesi ma incapace di accendere la passione dei militanti che decideranno le primarie.
I cittadini sono in piena rivolta contro la politica, le élites, l’establishment, i partiti tradizionali; rifiutano la supremazia di Bruxelles, le frontiere aperte, la libera circolazione delle persone, l’accoglienza ai migranti. L’attacco all’Europa riapre una frattura. Accende, se non «una guerra civile» come grida il sindaco di Nimes Jean-Paul Fournier, uno scontro sull’idea stessa dell’Unione Europea, sull’asse con la Germania — la Merkel è stata l’unica leader con Obama ad apparire in tutti i telegiornali — sul modello di integrazione. Il 6 e il 13 dicembre si vota per le regionali, i socialisti rischiano di perdere dappertutto, Marine Le Pen è in testa nel Nord-Pas de Calais e sua nipote Marion in Provenza-Alpi-Costa Azzurra; ma la posta in gioco è molto più alta. E se a tanti francesi sembra ancora impossibile che la figlia dell’antisemita fondatore del Front National possa diventare capo dello Stato, da ieri questa ipotesi appare meno inverosimile.
I segni di resistenza si moltiplicano. In place de la République il Comune ha innalzato uno striscione nero con il motto «Fluctuat nec mergitur», oscilla tra i flutti e non affonda; ma sono più significative le scritte di solidarietà tracciate sui muri, le canzoni intonate dai musicisti di strada, non solo il pianista che interpreta Lennon in favore di telecamera ma le tante fisarmoniche che suonano la Vie en rose. Hollande va a visitare i feriti, mischiandosi a una folla dolente che cerca notizie dei familiari nei grandi ospedali, Saint-Antoine, Saint-Louis, La Pitié-Salpetrière. Sul web si assicura che Nostradamus aveva previsto tutto: il terzo millennio si sarebbe aperto con una guerra sanguinosa contro l’Islam, e il peggio deve ancora arrivare. Al cimitero del Père Lachaise passa la sua seconda notte il corpo ridotto in cenere del filosofo che davvero aveva previsto molte cose: André Glucksmann, grande critico di un altro presidente socialista, François Mitterrand, che vent’anni fa in questi stessi giorni consumava la propria agonia. Tante piccole candele bruciano sui marciapiedi da cui gli impiegati del Comune e altri volontari hanno lavato via il sangue. Per strada piccoli gruppi cantano la Marsigliese.
Non è come Charlie. E Le Pen ora ha una change
Quando erano in gioco i valori, il presidente seppe compattare il Paese; sarà molto più dura adesso che vacilla la sicurezza di tutti
di Gian Luigi Stella
Stavolta non ci saranno funerali solenni: ognuno seppellirà i suoi. Non ci saranno marce con i leader del mondo sottobraccio sui boulevard della capitale; le uniche code sono per donare il sangue, visitare i feriti, riconoscere i corpi. Gli attacchi di gennaio rafforzarono Hollande e lo spirito repubblicano ed europeo; questi rischiano di indebolire l’uno e l’altro. Allora terroristi isolati agirono contro obiettivi precisi: i vignettisti irriverenti, gli ebrei vittime dell’odioso antisemitismo che ritorna. Stavolta i soldati dello Stato Islamico, apparsi molto più forti, hanno colpito la folla del venerdì sera. Quando erano in gioco i valori, il diritto d’espressione, la libertà di stampa, il presidente seppe riunificare i francesi; sarà molto più dura ora che vacilla la sicurezza di tutti, gli apparati di sicurezza si sono dimostrati impotenti, Marine Le Pen — isolata dopo la strage di Charlie Hebdo — ritrova il centro della scena. Ieri si discuteva di Voltaire; oggi si trema per la vita.
Parigi, la mattina dopo la notte peggiore dall’arrivo dei nazisti, è una città cauta, impaurita, ma viva. La prefettura ha invitato tutti a restare a casa, ma i parigini insolitamente gentili vogliono ritrovarsi, chiedersi dov’erano al momento dell’attacco, avere notizie dei conoscenti, abbracciare gli amici. Chiusi i musei, i grandi magazzini, i cinema, le mostre, la Tour Eiffel, Disneyland; aperti i mercati rionali, i bistrot, la tomba del milite ignoto sotto l’Arco di trionfo. Hollande ha tentato di interpretare la resistenza popolare con un discorso a tratti duro — « serons impitoyables », che può significare sia spietati sia implacabili — a tratti nobile: «Siamo in guerra, ma la Francia trionferà sulla barbarie. Difendiamo la nostra patria e molto di più; difendiamo i nostri valori, la nostra umanità». Sarkozy depone per il momento le armi e invita tutti a stringersi attorno alle vittime e alle forze dell’ordine, i capi del partito socialista lo ringraziano. Ma l’ union sacrée , che la scorsa volta aveva retto per una settimana, si sgretola in poche ore.
Marine Le Pen denuncia che i francesi sono insicuri: «Chiudiamo le moschee radicali, cacciamo i predicatori di odio». Il suo compagno, Louis Aliot, definisce «irresponsabile» il primo ministro Valls, apparso molto scosso: abita nel quartiere della strage. Da tutta la galassia della destra, senza distinzione tra il Front National e i Républicains di Sarkozy, arrivano invettive contro la Francia «trasformata in una grande moschea», «libanizzata», «islamizzata», «abbandonata all’utopia multiculturale», in balia di 4 mila sospetti jihadisti per cui l’ex ministro Wauquiez propone un «campo di prigionia», una Guantanamo francese. L’ex premier Fillon accusa a mezza bocca il governo di aver esposto molto il Paese con l’intervento in Siria, senza andare sino in fondo e senza preparare una difesa adeguata. Valls in tv annuncia un’escalation: «Risponderemo sul terreno in Siria e in Iraq, annienteremo lo Stato Islamico, vinceremo questa guerra». Il mese scorso si chiedeva su Le Monde : «A gennaio i francesi sono stati all’altezza, ma come reagirebbero a un nuovo attentato?». Ora avrà la risposta.
Sui social media, una minoranza sostiene il «teorema Houellebecq»: la Gauche che si rafforza, grazie alla retorica nazionale e all’alleanza con i figli dell’immigrazione — ieri il presidente ha evitato anche solo di pronunciare la parola «Islam» o «islamico» — e riporta all’Eliseo, se non proprio il leader musulmano vaticinato dallo scrittore, il tranquillizzante e «rotondo» Hollande. Ma la maggioranza è convinta che la terribile notte del 13 novembre abbia rafforzato il lepenismo e tutti i populisti d’Europa.
L’attacco non ha colpito la Parigi dei turisti, ma quella dei ragazzi. Non i caffè intellettuali e le vetrine griffate della Rive Gauche, né gli atelier del cibo e della moda della Rive Droite, ma gli arrondissement più popolari, dove il pubblico dei concerti e del calcio era venuto a passare il venerdì sera. I kamikaze si sono fatti esplodere fuori dallo stadio dove si giocava il derby d’Europa Francia-Germania, tra i tifosi delle due squadre più multietniche del continente, e dentro un teatro dove si esibiva una band americana dal nome inquietante di Eagle of the Death , Aquila della morte. Sono ancora accese le insegne del Bataclan, in boulevard Voltaire, la via dei cortei della sinistra; il municipio dell’XI arrondissement, dove i terapeuti hanno aperto una cellula di assistenza psicologica per i superstiti e i parenti dei morti, affaccia sulla piazza dedicata a Léon Blum, il primo ministro della grande vittoria del Fronte Popolare nel 1936.
Allo stadio c’era anche Hollande. L’hanno portato via, attonito. Poi si è ripreso, si è fatto vedere per strada, vicino al teatro della tragedia, prima di convocare una serie di riunioni del governo e del consiglio di difesa. Si decreta lo stato d’emergenza, si rispolverano norme scritte nel 1959 per la guerra d’Algeria. Ma l’annuncio della chiusura delle frontiere è apparso fin da subito una grida manzoniana: impossibile fermare i treni e gli aerei in arrivo o in partenza dalla Francia. Più che sul ministro degli Interni Cazeneuve, quasi in trance con gli occhi sbarrati, il presidente si appoggia al ministro degli Esteri Laurent Fabius, che era già al governo nel 1982, quando terroristi arabi attaccarono con mitra ed esplosivi un ristorante ebraico nel Marais, facendo sei morti. Fabius ha suggerito di allargare il più possibile il fronte interno della lotta al terrore; così all’Eliseo stavolta sono stati invitati tutti i leader, anche Marine Le Pen, attesa oggi alle 5 della sera. Domani sarà la giornata della messa laica a Versailles, dove si riuniranno l’Assemblea nazionale e il Senato; bandiere a mezz’asta, minuto di silenzio a mezzogiorno. I leader mondiali verranno tra due settimane, ma non per una marcia di solidarietà; per il vertice mondiale sul clima, che sarà difficilissimo, e non solo per ragioni di sicurezza.
I parigini hanno reagito con un orgoglio e una calma impressionanti. Ma dignità non significa consenso. Lo spirito di unità non va confuso con la fiducia nei governanti e nell’opposizione «repubblicana», che oggi non ha un capo indiscusso, divisa com’è tra due uomini di esperienza considerati però vecchi arnesi: Nicolas Sarkozy, appesantito dagli scandali (proprio ieri il suo braccio destro Claude Guéant è stato condannato a due anni di carcere per aver intascato 210 mila euro in nero destinati agli informatori della polizia); e Alain Juppé, primo ministro vent’anni fa con Chirac, apprezzato dai francesi ma incapace di accendere la passione dei militanti che decideranno le primarie.
I cittadini sono in piena rivolta contro la politica, le élites, l’establishment, i partiti tradizionali; rifiutano la supremazia di Bruxelles, le frontiere aperte, la libera circolazione delle persone, l’accoglienza ai migranti. L’attacco all’Europa riapre una frattura. Accende, se non «una guerra civile» come grida il sindaco di Nimes Jean-Paul Fournier, uno scontro sull’idea stessa dell’Unione Europea, sull’asse con la Germania — la Merkel è stata l’unica leader con Obama ad apparire in tutti i telegiornali — sul modello di integrazione. Il 6 e il 13 dicembre si vota per le regionali, i socialisti rischiano di perdere dappertutto, Marine Le Pen è in testa nel Nord-Pas de Calais e sua nipote Marion in Provenza-Alpi-Costa Azzurra; ma la posta in gioco è molto più alta. E se a tanti francesi sembra ancora impossibile che la figlia dell’antisemita fondatore del Front National possa diventare capo dello Stato, da ieri questa ipotesi appare meno inverosimile.
I segni di resistenza si moltiplicano. In place de la République il Comune ha innalzato uno striscione nero con il motto «Fluctuat nec mergitur», oscilla tra i flutti e non affonda; ma sono più significative le scritte di solidarietà tracciate sui muri, le canzoni intonate dai musicisti di strada, non solo il pianista che interpreta Lennon in favore di telecamera ma le tante fisarmoniche che suonano la Vie en rose. Hollande va a visitare i feriti, mischiandosi a una folla dolente che cerca notizie dei familiari nei grandi ospedali, Saint-Antoine, Saint-Louis, La Pitié-Salpetrière. Sul web si assicura che Nostradamus aveva previsto tutto: il terzo millennio si sarebbe aperto con una guerra sanguinosa contro l’Islam, e il peggio deve ancora arrivare. Al cimitero del Père Lachaise passa la sua seconda notte il corpo ridotto in cenere del filosofo che davvero aveva previsto molte cose: André Glucksmann, grande critico di un altro presidente socialista, François Mitterrand, che vent’anni fa in questi stessi giorni consumava la propria agonia. Tante piccole candele bruciano sui marciapiedi da cui gli impiegati del Comune e altri volontari hanno lavato via il sangue. Per strada piccoli gruppi cantano la Marsigliese.
La Stampa 15.11.15
La lotta al terrore irrompe al summit del G20
“Patto militare anti-Isis”
Raffica di bilaterali in Turchia, Obama incontrerà Putin Ankara e Riad in pressing: interventi più incisivi in Siria
di Maurizio Molinari
Truppe speciali in assetto da combattimento, scudo anti-missile sui cieli e in agenda la necessità di colpire con efficacia lo Stato Islamico per sostenere la Francia ferita: il summit del G20 si apre con una girandola di bilaterali nel segno della volontà della Turchia di imprimere una svolta alla guerra in Siria.
Dalla crescita al terrore
Creato nel 1999 per includere le economie emergenti e rilanciato nel 2008 per soccorrere l’Occidente dalla crisi finanziaria, il G20 è il summit che rappresenta l’85 del Pil globale: finora si è sempre dedicato a crescita e sviluppo ma adesso si svolge ad Antalya, a 900 km dalle truppe del Califfo, e il massacro di Parigi catapulta la lotta al terrorismo in cima ai lavori. È quanto avviene nei resort di Belek a descrivere la trasformazione del vertice. Il primo ad arrivare, bruciando i tempi, è il re saudita Salman. Preceduto da 65 limousine, in gran parte della scorta, il sovrano wahabita si impossessa dell’intero Mardan Palace e incontra subito Erdogan. Gli ex rivali sunniti ora sono affiancati nel sostenere i ribelli anti-Assad e sono anche i due Grandi musulmani del summit: ad accomunarli è la volontà di redigere una dichiarazione finale per legittimare interventi più incisivi, forse anche di terra, in Siria. Ankara da tempo sostiene la necessità di una «no fly zone», è disposta a mandare le truppe per crearla ma vuole una copertura internazionale. Per Riad ciò che conta di più è far cadere Assad.
Le notizie che arrivano da Vienna sull’intesa Usa-Russia sul «calendario concreto verso le elezioni» vengono accolte con favore ma «bisogna fare di più» incalza il premier turco, Ahmet Davutoglu, «perché siamo al punto dove le parole finiscono e bisogna combattere il terrorismo». Per il ministro degli Esteri, Feridun Sinirlioglu, «lo Stato Islamico minaccia le nostre vite» e la risposta che il G20 darà al massacro di Parigi dovrà andare oltre il sostegno alla Francia, indicando «la strada da seguire».
Hollande assente
D’altra parte attorno al tavolo, da domani mattina, ci saranno Barack Obama e Vladimir Putin, ovvero i leader delle opposte coalizioni militari anti-jihadisti. Erdogan e re Salman puntano a un «patto militare anti-Isis». Il neo-premier canadese Justin Trudeau interpreta l’atmosfera dei bilaterali dicendo: «Compito dei governi è difendere i cittadini». L’assenza obbligata di François Hollande aggiunge pathos ma fra gli inviati europei l’urgenza di agire contro Isis si sovrappone allo scetticismo su Erdogan: non solo perché «ha aspettato troppo per colpire Isis» come dice un alto diplomatico, ma anche in quanto «ha una propria agenda anti-curdi» sotto la veste anti-jihadista.
Sono queste fibrillazioni a spiegare perché la Casa Bianca conferma solo in extremis il bilaterale Obama-Erdogan «subito dopo l’arrivo dell’Air Force One». I disaccordi sulla Siria si sovrappongono alla necessità di agire contro Isis nella cornice del resort Regnum Carya - sede del summit - dove 13 mila delegati affluiscono blindati da 12 mila soldati, jet militari e navi da guerra con gli spazi aerei e marittimi chiusi e la proibizione ai turisti di entrare nella «zona rossa».
Occhi su Rohani
I leader del G20 guardano anche a Hassan Rohani, il presidente dell’Iran da poco ammesso ai negoziati di Vienna sulla Siria. Rohani è protagonista di un’abile mossa. Nel giorno in cui cancella il primo viaggio in Europa - con tappe a Parigi, Roma e Vaticano - in segno di rispetto per l’Eliseo, adopera parole aspre contro «il terrorismo diabolico». L’intento è accelerare la trasformazione dell’Iran in un partner dell’Ue contro i jihadisti sunniti. «Serve un impegno globale per combattere tutti i terroristi», dice Rohani, con un linguaggio teso a entrare in sintonia con i leader europei in arrivo al summit.
La lotta al terrore irrompe al summit del G20
“Patto militare anti-Isis”
Raffica di bilaterali in Turchia, Obama incontrerà Putin Ankara e Riad in pressing: interventi più incisivi in Siria
di Maurizio Molinari
Truppe speciali in assetto da combattimento, scudo anti-missile sui cieli e in agenda la necessità di colpire con efficacia lo Stato Islamico per sostenere la Francia ferita: il summit del G20 si apre con una girandola di bilaterali nel segno della volontà della Turchia di imprimere una svolta alla guerra in Siria.
Dalla crescita al terrore
Creato nel 1999 per includere le economie emergenti e rilanciato nel 2008 per soccorrere l’Occidente dalla crisi finanziaria, il G20 è il summit che rappresenta l’85 del Pil globale: finora si è sempre dedicato a crescita e sviluppo ma adesso si svolge ad Antalya, a 900 km dalle truppe del Califfo, e il massacro di Parigi catapulta la lotta al terrorismo in cima ai lavori. È quanto avviene nei resort di Belek a descrivere la trasformazione del vertice. Il primo ad arrivare, bruciando i tempi, è il re saudita Salman. Preceduto da 65 limousine, in gran parte della scorta, il sovrano wahabita si impossessa dell’intero Mardan Palace e incontra subito Erdogan. Gli ex rivali sunniti ora sono affiancati nel sostenere i ribelli anti-Assad e sono anche i due Grandi musulmani del summit: ad accomunarli è la volontà di redigere una dichiarazione finale per legittimare interventi più incisivi, forse anche di terra, in Siria. Ankara da tempo sostiene la necessità di una «no fly zone», è disposta a mandare le truppe per crearla ma vuole una copertura internazionale. Per Riad ciò che conta di più è far cadere Assad.
Le notizie che arrivano da Vienna sull’intesa Usa-Russia sul «calendario concreto verso le elezioni» vengono accolte con favore ma «bisogna fare di più» incalza il premier turco, Ahmet Davutoglu, «perché siamo al punto dove le parole finiscono e bisogna combattere il terrorismo». Per il ministro degli Esteri, Feridun Sinirlioglu, «lo Stato Islamico minaccia le nostre vite» e la risposta che il G20 darà al massacro di Parigi dovrà andare oltre il sostegno alla Francia, indicando «la strada da seguire».
Hollande assente
D’altra parte attorno al tavolo, da domani mattina, ci saranno Barack Obama e Vladimir Putin, ovvero i leader delle opposte coalizioni militari anti-jihadisti. Erdogan e re Salman puntano a un «patto militare anti-Isis». Il neo-premier canadese Justin Trudeau interpreta l’atmosfera dei bilaterali dicendo: «Compito dei governi è difendere i cittadini». L’assenza obbligata di François Hollande aggiunge pathos ma fra gli inviati europei l’urgenza di agire contro Isis si sovrappone allo scetticismo su Erdogan: non solo perché «ha aspettato troppo per colpire Isis» come dice un alto diplomatico, ma anche in quanto «ha una propria agenda anti-curdi» sotto la veste anti-jihadista.
Sono queste fibrillazioni a spiegare perché la Casa Bianca conferma solo in extremis il bilaterale Obama-Erdogan «subito dopo l’arrivo dell’Air Force One». I disaccordi sulla Siria si sovrappongono alla necessità di agire contro Isis nella cornice del resort Regnum Carya - sede del summit - dove 13 mila delegati affluiscono blindati da 12 mila soldati, jet militari e navi da guerra con gli spazi aerei e marittimi chiusi e la proibizione ai turisti di entrare nella «zona rossa».
Occhi su Rohani
I leader del G20 guardano anche a Hassan Rohani, il presidente dell’Iran da poco ammesso ai negoziati di Vienna sulla Siria. Rohani è protagonista di un’abile mossa. Nel giorno in cui cancella il primo viaggio in Europa - con tappe a Parigi, Roma e Vaticano - in segno di rispetto per l’Eliseo, adopera parole aspre contro «il terrorismo diabolico». L’intento è accelerare la trasformazione dell’Iran in un partner dell’Ue contro i jihadisti sunniti. «Serve un impegno globale per combattere tutti i terroristi», dice Rohani, con un linguaggio teso a entrare in sintonia con i leader europei in arrivo al summit.
Il Sole 15.11.15
Dopo Parigi Roma?
La sfida della «doppia» Capitale
di Guido Gentili
Dopo Parigi, Roma? È inutile girarci attorno: questa è la domanda che stava già scritta, ieri mattina, nel cielo plumbeo e carico di silenzio della doppia Capitale. Quella della Cristianità, che s’avvia ad aprire le sue porte al Giubileo straordinario della Misericordia. E quella di uno Stato democratico, fondatore dell’Europa, che è parte della coalizione politico-militare anti-Isis.
È con questa doppia identità che si deve fare i conti, oggi come mai prima. Lo si sapeva, ma l’inferno di Parigi e gli annunci dell’Isis ce l’hanno riproposta col sangue versato già addosso, a un passo da noi. La voce di Papa Francesco è stata rotta dal pianto per un gesto «non umano», la prima reazione del Governo Renzi è stata quella di alzare al secondo livello, che permette anche l’intervento delle forze speciali militari, l’allerta sicurezza. Dopo c’è solo il primo livello, quello dello Stato che combatte sul campo l’attacco del terrorismo fanatico.
Di fatto un Paese dove la libertà è di casa ed è un valore così acquisito da farci dimenticare cosa significa, viene costretto ad uno stato di emergenza. Ma in queste circostanze non ci sono alternative, ed è meglio anzi riaffermarlo con chiarezza: siamo di fronte ad una guerra dichiarata e, livello di allerta che sia, è ad un atto di guerra (jihadista) che dobbiamo far fronte mettendoci nelle migliori condizioni per poter rispondere.
È un’eventualità e speriamo tutti che tale rimanga. Però le analisi dell’intelligence, fin qui dimostratesi puntuali, indicano che il pericolo è davvero reale. Gli annunci dell’Isis, dopo la guerra scatenata a Parigi, confermano un tragitto studiato da tempo. È la «goccia prima della tempesta», dopo Parigi toccherà a «Roma e Londra», e la tempesta, e il diluvio, «the flood», rimanda al 2014, quando Dabiq mette in chiaro che cosa è l’Isis e cosa ci si dovrà aspettare nel prossimo futuro. Il «diluvio» è il nome dello Stato islamico e viene riportata la profezia «….poi invaderai Roma e Allah ti permetterà di conquistarla». Nel numero successivo di Daquib, la bandiera nera dell’Isis sventola sull’obelisco di piazza San Pietro.
Per la doppia Capitale una soluzione potrebbe essere quella di mandare a monte il Giubileo? L’idea ha preso a circolare con forza sui social media e non sono mancate, a supporto, anche alcune voci di politici. Inutile dire (a parte il fatto che il Giubileo lo decide il Papa, non il governo italiano) che sarebbe un errore capitale all’insegna di una maldestra ritirata con risultati magari opposti a quelli sperati.
Il primo Giubileo «ai tempi dell’Isis», come ha detto il prefetto Franco Gabrielli, lo dobbiamo guardare in faccia. Fino in fondo. Per ciò che significa, oltre che in termini religiosi, per Roma, l’Italia e il mondo intero in questo passaggio della storia. Milano ha saputo vincere la sfida dell’Expo, la doppia Capitale deve affrontarne una infinitamente più grande. Con il coraggio della ragione e la volontà di vincerla.
Dopo Parigi Roma?
La sfida della «doppia» Capitale
di Guido Gentili
Dopo Parigi, Roma? È inutile girarci attorno: questa è la domanda che stava già scritta, ieri mattina, nel cielo plumbeo e carico di silenzio della doppia Capitale. Quella della Cristianità, che s’avvia ad aprire le sue porte al Giubileo straordinario della Misericordia. E quella di uno Stato democratico, fondatore dell’Europa, che è parte della coalizione politico-militare anti-Isis.
È con questa doppia identità che si deve fare i conti, oggi come mai prima. Lo si sapeva, ma l’inferno di Parigi e gli annunci dell’Isis ce l’hanno riproposta col sangue versato già addosso, a un passo da noi. La voce di Papa Francesco è stata rotta dal pianto per un gesto «non umano», la prima reazione del Governo Renzi è stata quella di alzare al secondo livello, che permette anche l’intervento delle forze speciali militari, l’allerta sicurezza. Dopo c’è solo il primo livello, quello dello Stato che combatte sul campo l’attacco del terrorismo fanatico.
Di fatto un Paese dove la libertà è di casa ed è un valore così acquisito da farci dimenticare cosa significa, viene costretto ad uno stato di emergenza. Ma in queste circostanze non ci sono alternative, ed è meglio anzi riaffermarlo con chiarezza: siamo di fronte ad una guerra dichiarata e, livello di allerta che sia, è ad un atto di guerra (jihadista) che dobbiamo far fronte mettendoci nelle migliori condizioni per poter rispondere.
È un’eventualità e speriamo tutti che tale rimanga. Però le analisi dell’intelligence, fin qui dimostratesi puntuali, indicano che il pericolo è davvero reale. Gli annunci dell’Isis, dopo la guerra scatenata a Parigi, confermano un tragitto studiato da tempo. È la «goccia prima della tempesta», dopo Parigi toccherà a «Roma e Londra», e la tempesta, e il diluvio, «the flood», rimanda al 2014, quando Dabiq mette in chiaro che cosa è l’Isis e cosa ci si dovrà aspettare nel prossimo futuro. Il «diluvio» è il nome dello Stato islamico e viene riportata la profezia «….poi invaderai Roma e Allah ti permetterà di conquistarla». Nel numero successivo di Daquib, la bandiera nera dell’Isis sventola sull’obelisco di piazza San Pietro.
Per la doppia Capitale una soluzione potrebbe essere quella di mandare a monte il Giubileo? L’idea ha preso a circolare con forza sui social media e non sono mancate, a supporto, anche alcune voci di politici. Inutile dire (a parte il fatto che il Giubileo lo decide il Papa, non il governo italiano) che sarebbe un errore capitale all’insegna di una maldestra ritirata con risultati magari opposti a quelli sperati.
Il primo Giubileo «ai tempi dell’Isis», come ha detto il prefetto Franco Gabrielli, lo dobbiamo guardare in faccia. Fino in fondo. Per ciò che significa, oltre che in termini religiosi, per Roma, l’Italia e il mondo intero in questo passaggio della storia. Milano ha saputo vincere la sfida dell’Expo, la doppia Capitale deve affrontarne una infinitamente più grande. Con il coraggio della ragione e la volontà di vincerla.
Il Sole 15.11.15
Il grande «vuoto» dei partiti sulle questioni internazionali
di Lina Palmerini
Gli attentati di Parigi visti da qui svelano un grande vuoto dei partiti italiani e una grande fragilità del nostro sistema: il semi-analfabetismo sulla politica estera. Dalla Lega ai 5 Stelle, ora anche Forza Italia ma in parte anche nel Pd, hanno ridotto il settore degli Esteri al rango di propaganda affidata a politici con curriculum e una formazione culturale assai poco credibili. Forse vale la pena ricordare la superficialità con cui Matteo Salvini prepara un viaggio in Israele dopo aver ospitato nelle sue manifestazioni Casa Pound e aver flirtato con loro e – dunque - gli viene negato il visto per Tel Aviv. E vale la pena ricordare anche la facilità con cui il Movimento 5 Stelle era quasi arrivato a giustificare - con Alessandro Di Battista - la violenza dei terroristi salvo poi precisare che non si riferiva all’Isis ma ad Hamas. Lapsus o confusione mentale, sta di fatto che l’impressione è che ai partiti manchino le coordinate culturali per affrontare temi complessi come le questioni internazionali.
Temi che hanno una rilevanza prioritaria per la sicurezza del Paese - come si vede da quello che è accaduto in Francia – ma che siamo ormai abituati a sentirli declinati come polemica di giornata. Una banalizzazione delle grandi scelte strategiche fatta a uso e consumo di un cortile interno, di un provincialismo povero di visione ma soprattutto di soluzioni. Basta guardare quello che è accaduto sull’Europa e sull’euro qualche mese fa quando qualcuno cercava di cancellare anni di storia con un referendum mentre altri come Grillo o Fassina facevano un viaggio – a vuoto – per sostenere lo strappo di Tsipras che non c’è stato. Pessima cultura e memoria corta. La stessa che sentiamo in queste ore sui fatti drammatici di Parigi. Tutto diventa una rincorsa allo slogan facile: fuori gli immigrati, chiudere le frontiere, combattere l’Isis. Frasi vuote che non sono soluzioni.
Sono improvvisazioni, scatti di umore, più facilmente incitazione alla rabbia come avviene sull’immigrazione dove si sollecita la chiusura di frontiere che – come si è visto – serve a ben poco. E pochi che sollevano il vero tema di scelte geopolitiche cruciali anche nella diffusione del terrorismo come sono quelle sulla Siria, il ruolo dell’Iran e le relazioni con l’Occidente, le relazioni Usa-Russia. Nessun politico si avventura fin lì, sono pochissimi gli esponenti dei partiti da cui si riesca a sentire un discorso articolato, tutto viene tradotto per consumare una rissa nel recinto di casa.
Tutto viene delegato agli esperti, ai docenti: di nuovo una grande delega della politica a chi non fa politica di mestiere. È anche questo impoverimento culturale e formativo a colpire perché ormai chi fa di professione il parlamentare o il dirigente di partito sembra non attrezzato culturalmente a dare risposte. Si è passati dalla stagione degli imprenditori a quella dei magistrati poi i professori e ora ci sono i prefetti. Le forze politiche non sono più in grado di esprimere competenze ma solo propaganda. Ma ora che il terrorismo diventa un punto nevralgico del consenso elettorale, come il taglio delle tasse o forse più, c’è la speranza che le questioni internazionali vengano rimesse dai partiti nel livello giusto. Come era nella Prima Repubblica in cui gli Esteri erano una materia nobile per politici di rango.
Il grande «vuoto» dei partiti sulle questioni internazionali
di Lina Palmerini
Gli attentati di Parigi visti da qui svelano un grande vuoto dei partiti italiani e una grande fragilità del nostro sistema: il semi-analfabetismo sulla politica estera. Dalla Lega ai 5 Stelle, ora anche Forza Italia ma in parte anche nel Pd, hanno ridotto il settore degli Esteri al rango di propaganda affidata a politici con curriculum e una formazione culturale assai poco credibili. Forse vale la pena ricordare la superficialità con cui Matteo Salvini prepara un viaggio in Israele dopo aver ospitato nelle sue manifestazioni Casa Pound e aver flirtato con loro e – dunque - gli viene negato il visto per Tel Aviv. E vale la pena ricordare anche la facilità con cui il Movimento 5 Stelle era quasi arrivato a giustificare - con Alessandro Di Battista - la violenza dei terroristi salvo poi precisare che non si riferiva all’Isis ma ad Hamas. Lapsus o confusione mentale, sta di fatto che l’impressione è che ai partiti manchino le coordinate culturali per affrontare temi complessi come le questioni internazionali.
Temi che hanno una rilevanza prioritaria per la sicurezza del Paese - come si vede da quello che è accaduto in Francia – ma che siamo ormai abituati a sentirli declinati come polemica di giornata. Una banalizzazione delle grandi scelte strategiche fatta a uso e consumo di un cortile interno, di un provincialismo povero di visione ma soprattutto di soluzioni. Basta guardare quello che è accaduto sull’Europa e sull’euro qualche mese fa quando qualcuno cercava di cancellare anni di storia con un referendum mentre altri come Grillo o Fassina facevano un viaggio – a vuoto – per sostenere lo strappo di Tsipras che non c’è stato. Pessima cultura e memoria corta. La stessa che sentiamo in queste ore sui fatti drammatici di Parigi. Tutto diventa una rincorsa allo slogan facile: fuori gli immigrati, chiudere le frontiere, combattere l’Isis. Frasi vuote che non sono soluzioni.
Sono improvvisazioni, scatti di umore, più facilmente incitazione alla rabbia come avviene sull’immigrazione dove si sollecita la chiusura di frontiere che – come si è visto – serve a ben poco. E pochi che sollevano il vero tema di scelte geopolitiche cruciali anche nella diffusione del terrorismo come sono quelle sulla Siria, il ruolo dell’Iran e le relazioni con l’Occidente, le relazioni Usa-Russia. Nessun politico si avventura fin lì, sono pochissimi gli esponenti dei partiti da cui si riesca a sentire un discorso articolato, tutto viene tradotto per consumare una rissa nel recinto di casa.
Tutto viene delegato agli esperti, ai docenti: di nuovo una grande delega della politica a chi non fa politica di mestiere. È anche questo impoverimento culturale e formativo a colpire perché ormai chi fa di professione il parlamentare o il dirigente di partito sembra non attrezzato culturalmente a dare risposte. Si è passati dalla stagione degli imprenditori a quella dei magistrati poi i professori e ora ci sono i prefetti. Le forze politiche non sono più in grado di esprimere competenze ma solo propaganda. Ma ora che il terrorismo diventa un punto nevralgico del consenso elettorale, come il taglio delle tasse o forse più, c’è la speranza che le questioni internazionali vengano rimesse dai partiti nel livello giusto. Come era nella Prima Repubblica in cui gli Esteri erano una materia nobile per politici di rango.
Corriere 15.11.15
L’indifferenza, l’altro nemico delle nostre coscienze
di Donatella Di Cesare
Lo spettro della guerra globale si è ormai materializzato nel cuore dell’Europa. A Parigi è stato decretato lo «stato di emergenza» e sono state prese misure quasi belliche, dopo che il terrorismo organizzato ha colpito la città nelle ore del riposo e dello svago, uccidendo bambini, donne e uomini. Luoghi di ritrovo, di convivialità, di incontro, sono stati trasformati in scene di un crimine planetario — un crimine voluto e pianificato. Esseri umani inermi e indifesi, nella loro nuda vulnerabilità, sono caduti sotto i colpi di una violenza senza limiti. Perché è una violenza ispirata da un fanatismo sacrificale e guidata da un progetto politico che, al di là di ogni fronte e di ogni frontiera, pretenderebbe di essere globale.
Dopo la notte del 13 novembre 2015 non è più possibile sottovalutare ancora l’attacco del terrorismo in Europa che mira a una estensione sistematica delle zone di guerra e che ha eletto a proprio nemico, passibile di essere sterminato, anche chi ne è, o vuole esserne, ignaro.
Il terrore lacera intenzionalmente le coscienze. Se alcuni hanno ormai da tempo aperto gli occhi, altri torneranno forse alle proprie nicchie, alle loro private riserve della realtà, si aggrapperanno a immagini del mondo pregresse, cercheranno illusoriamente zone di immunità, rifugi protetti di un’epoca che non c’è più. Quasi che non vivessimo nello stesso universo, quasi che non costituissimo più una società comune. Questa lacerazione sarebbe l’effetto più devastante, perché metterebbe a repentaglio la convivenza civile, svuoterebbe di significato la cittadinanza.
Come nessuno può chiudersi e ripiegarsi nell’indifferenza, così nessuno può essere lasciato solo. Tanto meno quei cittadini che, appartenendo a minoranze, sono più esposti. Il terrore è totale e mira al cuore della democrazia.
L’indifferenza, l’altro nemico delle nostre coscienze
di Donatella Di Cesare
Lo spettro della guerra globale si è ormai materializzato nel cuore dell’Europa. A Parigi è stato decretato lo «stato di emergenza» e sono state prese misure quasi belliche, dopo che il terrorismo organizzato ha colpito la città nelle ore del riposo e dello svago, uccidendo bambini, donne e uomini. Luoghi di ritrovo, di convivialità, di incontro, sono stati trasformati in scene di un crimine planetario — un crimine voluto e pianificato. Esseri umani inermi e indifesi, nella loro nuda vulnerabilità, sono caduti sotto i colpi di una violenza senza limiti. Perché è una violenza ispirata da un fanatismo sacrificale e guidata da un progetto politico che, al di là di ogni fronte e di ogni frontiera, pretenderebbe di essere globale.
Dopo la notte del 13 novembre 2015 non è più possibile sottovalutare ancora l’attacco del terrorismo in Europa che mira a una estensione sistematica delle zone di guerra e che ha eletto a proprio nemico, passibile di essere sterminato, anche chi ne è, o vuole esserne, ignaro.
Il terrore lacera intenzionalmente le coscienze. Se alcuni hanno ormai da tempo aperto gli occhi, altri torneranno forse alle proprie nicchie, alle loro private riserve della realtà, si aggrapperanno a immagini del mondo pregresse, cercheranno illusoriamente zone di immunità, rifugi protetti di un’epoca che non c’è più. Quasi che non vivessimo nello stesso universo, quasi che non costituissimo più una società comune. Questa lacerazione sarebbe l’effetto più devastante, perché metterebbe a repentaglio la convivenza civile, svuoterebbe di significato la cittadinanza.
Come nessuno può chiudersi e ripiegarsi nell’indifferenza, così nessuno può essere lasciato solo. Tanto meno quei cittadini che, appartenendo a minoranze, sono più esposti. Il terrore è totale e mira al cuore della democrazia.
il manifesto 15.11.15
Parigi, Netanyahu: «terrorismi tutti uguali»
È dal 2001 che i governi israeliani tentano di dipingere la lotta palestinese per l'indipendenza come un'offensiva a sfondo religioso contro Israele e gli ebrei, parte di un disegno jihadista globale
di Michele Giorgio
Benyamin Netanyahu offre aiuto e cooperazione di sicurezza alla Francia ferita dagli attentati dell’Isis di venerdì sera a Parigi. Più di tutto dice al presidente Hollande e ai leader ed europei di non fare distinzioni «fra tipi diversi di terrorismo», ossia non devono separare l’Intifada palestinese dal jihadismo globale. «Il terrorismo è sempre da condannare in quanto colpisce persone innocenti», ha detto ieri sera in diretta tv menzionando l’uccisione due giorni fa nella Cisgiordania occupata di due coloni israeliani, Yaacov e Netanel Litman, in un agguato armato palestinese.
È dall’attacco aereo alle Torri Gemelle del 2001 che i governi israeliani provano a trasformare agli occhi della comunità internazionale la lotta palestinese per l’indipendenza, contro la colonizzazione, per la fine dell’occupazione militare, in un’offensiva terroristica a sfondo religioso contro Israele e gli ebrei, parte di un disegno jihadista globale. Nel 2001, mentre la polvere sollevata delle macerie delle Twin Towers ancora avvolgeva New York, il primo ministro Ariel Sharon disse al segretario di stato Colin Powell che «Ciascuno ha il suo Osama Bin Laden e il nostro si chiama Yasser Arafat» mettendo sullo stesso piano il leader di al Qaeda e il presidente palestinese. Con Arafat finirono sul banco degli imputati tutti i palestinesi che, addirittura, per qualche ora dopo gli attacchi alle Torri Gemelle furono indicati, non si è mai saputo bene da chi, come i responsabili del più grave attentato della storia recente. Intervenne Gilles Kepel, specialista di Islam e del mondo arabo, per dire che era impensabile attribuire la responsabilità dell’11 settembre ad organizzazioni palestinesi e a indicare subito come colpevole Osama Bin Laden.
Persuadere l’Europa, i suoi leader e l’opinione pubblica occidentale che l’Intifada palestinese equivale al jihadismo dell’Isis e di al Qaeda è il tassello centrale nella strategia del premier israeliano a sostegno della tesi «Vorremmo ma non possiamo», ossia Israele non vorrebbe negare la libertà ai palestinesi ma non può concederla perchè facendolo metterebbe a rischio la sicurezza dei suoi cittadini e la sua stessa esistenza. Una strategia che contempla il riconoscimento occidentale dello status quo dell’occupazione di Cisgiordania e Gerusalemme Est e della “legalità” delle colonie costruite in violazione del diritto internazionale. Un punto quest’ultimo tornato alla ribalta qualche giorno dopo l’imposizione ufficiale della Commissione europea di una etichettatura diversa (rispetto al Made in Israel) per le merci delle colonie ebraiche destinate all’esportazione verso l’Ue. Un passo che ha fatto infuriare l’establishment israeliano.
Rispetto ad Ariel Sharon, Netanyahu oggi può contare su una Europa più razzista e islamofoba di 14 anni fa e davvero poco incline a sostenere i diritti dei popoli oppressi, specialmente se arabi e musulmani. La minaccia e i terribili attentati dell’Isis alla sicurezza dei cittadini francesi e più in generale europei, favoriscono la «comprensione della tesi» di Netanyahu. «Ci vorrà ancora del tempo ma alla fine l’Europa capirà» ci diceva ieri sera il professor Gerald Steinberg, analista del Centro “Besa” dell’Università di Bar Ilan (un laboratorio della destra israeliana) — «I leader europei poco alla volta si renderanno conto che i loro Paesi si trovano sotto attacco terroristico, esattamente come Israele e che non ci sono differenze Netanyahu stasera (ieri) ha parlato a nome di tutti gli israeliani».
In questo quadro si riesce appena a sentire la flebile voce del presidente palestinese Abu Mazen che ieri non ha saputo andare oltre un semplice comunicato. «Condanniamo gli attacchi di Parigi ed estendiamo la nostra simpatia e la nostra solidarietà al popolo francese e al suo governo». Con un premier israeliano tanto determinato, al leader palestinese per dare forza alle ragioni del suo popolo non sarà sufficiente essere in prima fila ai funerali delle vittime, come fece dopo l’attacco di inizio anno a Charlie Hebdo. Da Gaza il movimento islamico Hamas ha condannato gli attentati di Parigi. «Proprio i palestinesi – ha detto un suo portavoce — possono condividere i sentimenti dei francesi perchè siamo esposti quotidianamente al terrorismo dell’occupazione israeliana».
Parigi, Netanyahu: «terrorismi tutti uguali»
È dal 2001 che i governi israeliani tentano di dipingere la lotta palestinese per l'indipendenza come un'offensiva a sfondo religioso contro Israele e gli ebrei, parte di un disegno jihadista globale
di Michele Giorgio
Benyamin Netanyahu offre aiuto e cooperazione di sicurezza alla Francia ferita dagli attentati dell’Isis di venerdì sera a Parigi. Più di tutto dice al presidente Hollande e ai leader ed europei di non fare distinzioni «fra tipi diversi di terrorismo», ossia non devono separare l’Intifada palestinese dal jihadismo globale. «Il terrorismo è sempre da condannare in quanto colpisce persone innocenti», ha detto ieri sera in diretta tv menzionando l’uccisione due giorni fa nella Cisgiordania occupata di due coloni israeliani, Yaacov e Netanel Litman, in un agguato armato palestinese.
È dall’attacco aereo alle Torri Gemelle del 2001 che i governi israeliani provano a trasformare agli occhi della comunità internazionale la lotta palestinese per l’indipendenza, contro la colonizzazione, per la fine dell’occupazione militare, in un’offensiva terroristica a sfondo religioso contro Israele e gli ebrei, parte di un disegno jihadista globale. Nel 2001, mentre la polvere sollevata delle macerie delle Twin Towers ancora avvolgeva New York, il primo ministro Ariel Sharon disse al segretario di stato Colin Powell che «Ciascuno ha il suo Osama Bin Laden e il nostro si chiama Yasser Arafat» mettendo sullo stesso piano il leader di al Qaeda e il presidente palestinese. Con Arafat finirono sul banco degli imputati tutti i palestinesi che, addirittura, per qualche ora dopo gli attacchi alle Torri Gemelle furono indicati, non si è mai saputo bene da chi, come i responsabili del più grave attentato della storia recente. Intervenne Gilles Kepel, specialista di Islam e del mondo arabo, per dire che era impensabile attribuire la responsabilità dell’11 settembre ad organizzazioni palestinesi e a indicare subito come colpevole Osama Bin Laden.
Persuadere l’Europa, i suoi leader e l’opinione pubblica occidentale che l’Intifada palestinese equivale al jihadismo dell’Isis e di al Qaeda è il tassello centrale nella strategia del premier israeliano a sostegno della tesi «Vorremmo ma non possiamo», ossia Israele non vorrebbe negare la libertà ai palestinesi ma non può concederla perchè facendolo metterebbe a rischio la sicurezza dei suoi cittadini e la sua stessa esistenza. Una strategia che contempla il riconoscimento occidentale dello status quo dell’occupazione di Cisgiordania e Gerusalemme Est e della “legalità” delle colonie costruite in violazione del diritto internazionale. Un punto quest’ultimo tornato alla ribalta qualche giorno dopo l’imposizione ufficiale della Commissione europea di una etichettatura diversa (rispetto al Made in Israel) per le merci delle colonie ebraiche destinate all’esportazione verso l’Ue. Un passo che ha fatto infuriare l’establishment israeliano.
Rispetto ad Ariel Sharon, Netanyahu oggi può contare su una Europa più razzista e islamofoba di 14 anni fa e davvero poco incline a sostenere i diritti dei popoli oppressi, specialmente se arabi e musulmani. La minaccia e i terribili attentati dell’Isis alla sicurezza dei cittadini francesi e più in generale europei, favoriscono la «comprensione della tesi» di Netanyahu. «Ci vorrà ancora del tempo ma alla fine l’Europa capirà» ci diceva ieri sera il professor Gerald Steinberg, analista del Centro “Besa” dell’Università di Bar Ilan (un laboratorio della destra israeliana) — «I leader europei poco alla volta si renderanno conto che i loro Paesi si trovano sotto attacco terroristico, esattamente come Israele e che non ci sono differenze Netanyahu stasera (ieri) ha parlato a nome di tutti gli israeliani».
In questo quadro si riesce appena a sentire la flebile voce del presidente palestinese Abu Mazen che ieri non ha saputo andare oltre un semplice comunicato. «Condanniamo gli attacchi di Parigi ed estendiamo la nostra simpatia e la nostra solidarietà al popolo francese e al suo governo». Con un premier israeliano tanto determinato, al leader palestinese per dare forza alle ragioni del suo popolo non sarà sufficiente essere in prima fila ai funerali delle vittime, come fece dopo l’attacco di inizio anno a Charlie Hebdo. Da Gaza il movimento islamico Hamas ha condannato gli attentati di Parigi. «Proprio i palestinesi – ha detto un suo portavoce — possono condividere i sentimenti dei francesi perchè siamo esposti quotidianamente al terrorismo dell’occupazione israeliana».
il manifesto 15.11.15
Se gli alleati dell’Is siamo noi
di Giuliana Sgrena
L’occidente è attonito di fronte agli atroci attentati di Parigi. Angoscia, paura, impotenza sono i sentimenti di chi non riesce a decifrare il linguaggio del terrorismo globalizzato. Siamo abituati a rispondere al terrorismo con le bombe e i droni che possono uccidere, forse, Jihad John, lo sgozzatore folle, ma non riescono a impedire l’abbattimento di un aereo russo sul Sinai o l’attacco simultaneo in diverse piazze di Parigi.
Il terrorismo non può cancellare la voglia di vivere. La cultura della vita deve sconfiggere la cultura della morte di chi combatte la propria battaglia con il martirio, in nome di dio, colpendo indiscriminatamente.
È una cultura che non ci appartiene e che non appartiene ai sostenitori di uno stato laico. Non a caso la Francia sembra un obiettivo privilegiato del fanatismo dei jiahdisti, come lo è stata la Tunisia fra i paesi musulmani.
L’occidente non può e non deve arrendersi ma deve essere consapevole che non può contrastare il terrorismo con armi convenzionali, si tratta di una guerra asimmetrica che deve essere affrontata con altri mezzi. Innanzitutto quello ideologico: il terrorismo globalizzato è l’estremizzazione dell’islam globale, che attira molti adepti non solo tra gli immigrati di seconda/terza generazione, magari emarginati, delle banlieus ma anche molti europei e americani. In una società dove i valori della democrazia sono stati usurpati dal populismo, dalla xenofobia e dalla violenza non resta che rivolgersi a chi offre un’identità, un senso di appartenenza, e quindi al nazionalismo o al fondamentalismo religioso.
L’Isis che ha rivendicato gli orribili massacri di Parigi, e altri, non è una entità astratta, il frutto di un incidente della storia, e tra chi ha sostenuto questi terroristi ci sono paesi occidentali e amici dell’occidente. Innanzitutto la Turchia. Erdogan ha incarcerato i giornalisti che hanno denunciato (con prove) le forniture di armi ai terroristi. E quando la Turchia si è schierata con i paesi impegnati nella guerra all’Isis – dopo averlo rifornito perché faceva parte dell’opposizione ad Assad – ha colpito i suoi oppositori kurdi, gli unici in grado di contrastare gli islamisti con un progetto di società laico e democratico. Senza un progetto alternativo di società è difficile avere la forza per combattere il fanatismo religioso.
Basterebbero poche misure concrete per mettere in seria difficoltà l’Isis: bloccare tutto il commercio delle armi e boicottare l’acquisto del suo petrolio. Chi acquista questo petrolio? Chi fornisce i mezzi per l’acquisto di armi?
La riconquista da parte dei Peshmerga iracheni di Sinjar, abitata dagli yazidi e da un anno nelle mani dell’Isis, è una buona notizia. Ma non basta per mettere in seria difficoltà l’Isis. L’Ue sostiene la Turchia per l’accoglienza dei profughi – in modo da evitare che vengano in Europa – ma quando siamo stati nel Kurdistan abbiamo verificato che i profughi – in maggioranza – non volevano andare nei campi organizzati dal governo turco che combatte la loro gente, allora perché non aiutare i kurdi che effettivamente sostengono i profughi? Soprattutto quelli che vogliono tornare nel loro paese, quando potranno farlo. La Turchia impedisce il passaggio dei mezzi per la ricostruzione di Kobane (Rojava, Kurdistan siriano). Perché l’occidente non impone alla Turchia l’apertura della frontiera con la Siria per il passaggio di aiuti umanitari invece che lasciare a Erdogan la discrezione sul passaggio di terroristi utilizzati per gli attentati contro i kurdi? Essere nella Nato è l’alibi per la Turchia così come l’ospitalità data alle basi americane è il passe-partout dell’Arabia saudita per fornire l’appoggio ai gruppi più fanatici del terrorismo mediorientale.
Sostenendo la Turchia e l’Arabia saudita non siamo dalla parte di chi combatte il terrorismo, al contrario lo sosteniamo anche ideologicamente.
Se gli alleati dell’Is siamo noi
di Giuliana Sgrena
L’occidente è attonito di fronte agli atroci attentati di Parigi. Angoscia, paura, impotenza sono i sentimenti di chi non riesce a decifrare il linguaggio del terrorismo globalizzato. Siamo abituati a rispondere al terrorismo con le bombe e i droni che possono uccidere, forse, Jihad John, lo sgozzatore folle, ma non riescono a impedire l’abbattimento di un aereo russo sul Sinai o l’attacco simultaneo in diverse piazze di Parigi.
Il terrorismo non può cancellare la voglia di vivere. La cultura della vita deve sconfiggere la cultura della morte di chi combatte la propria battaglia con il martirio, in nome di dio, colpendo indiscriminatamente.
È una cultura che non ci appartiene e che non appartiene ai sostenitori di uno stato laico. Non a caso la Francia sembra un obiettivo privilegiato del fanatismo dei jiahdisti, come lo è stata la Tunisia fra i paesi musulmani.
L’occidente non può e non deve arrendersi ma deve essere consapevole che non può contrastare il terrorismo con armi convenzionali, si tratta di una guerra asimmetrica che deve essere affrontata con altri mezzi. Innanzitutto quello ideologico: il terrorismo globalizzato è l’estremizzazione dell’islam globale, che attira molti adepti non solo tra gli immigrati di seconda/terza generazione, magari emarginati, delle banlieus ma anche molti europei e americani. In una società dove i valori della democrazia sono stati usurpati dal populismo, dalla xenofobia e dalla violenza non resta che rivolgersi a chi offre un’identità, un senso di appartenenza, e quindi al nazionalismo o al fondamentalismo religioso.
L’Isis che ha rivendicato gli orribili massacri di Parigi, e altri, non è una entità astratta, il frutto di un incidente della storia, e tra chi ha sostenuto questi terroristi ci sono paesi occidentali e amici dell’occidente. Innanzitutto la Turchia. Erdogan ha incarcerato i giornalisti che hanno denunciato (con prove) le forniture di armi ai terroristi. E quando la Turchia si è schierata con i paesi impegnati nella guerra all’Isis – dopo averlo rifornito perché faceva parte dell’opposizione ad Assad – ha colpito i suoi oppositori kurdi, gli unici in grado di contrastare gli islamisti con un progetto di società laico e democratico. Senza un progetto alternativo di società è difficile avere la forza per combattere il fanatismo religioso.
Basterebbero poche misure concrete per mettere in seria difficoltà l’Isis: bloccare tutto il commercio delle armi e boicottare l’acquisto del suo petrolio. Chi acquista questo petrolio? Chi fornisce i mezzi per l’acquisto di armi?
La riconquista da parte dei Peshmerga iracheni di Sinjar, abitata dagli yazidi e da un anno nelle mani dell’Isis, è una buona notizia. Ma non basta per mettere in seria difficoltà l’Isis. L’Ue sostiene la Turchia per l’accoglienza dei profughi – in modo da evitare che vengano in Europa – ma quando siamo stati nel Kurdistan abbiamo verificato che i profughi – in maggioranza – non volevano andare nei campi organizzati dal governo turco che combatte la loro gente, allora perché non aiutare i kurdi che effettivamente sostengono i profughi? Soprattutto quelli che vogliono tornare nel loro paese, quando potranno farlo. La Turchia impedisce il passaggio dei mezzi per la ricostruzione di Kobane (Rojava, Kurdistan siriano). Perché l’occidente non impone alla Turchia l’apertura della frontiera con la Siria per il passaggio di aiuti umanitari invece che lasciare a Erdogan la discrezione sul passaggio di terroristi utilizzati per gli attentati contro i kurdi? Essere nella Nato è l’alibi per la Turchia così come l’ospitalità data alle basi americane è il passe-partout dell’Arabia saudita per fornire l’appoggio ai gruppi più fanatici del terrorismo mediorientale.
Sostenendo la Turchia e l’Arabia saudita non siamo dalla parte di chi combatte il terrorismo, al contrario lo sosteniamo anche ideologicamente.
Il Sole 15.11.15
Militare e di civiltà
La grande coalizione per battere il Califfato
di Alberto Negri
Due partigiani, un ucraino e un polacco, nell’inverno del 1943 escono dal loro rifugio e chiedono con apprensione a tutti quelli che incontrano: «Come va la battaglia di Stalingrado dei russi contro i nazisti?». Inizia così “Educazione europea”, un romanzo recentemente ripubblicato di Romain Gary, grande scrittore ed eroe della resistenza francese. Come va la battaglia contro il Califfato? Se avessimo ancora un’educazione europea questa è la domanda che dovremmo farci tutti i giorni e che forse si faranno adesso, con angoscia, i francesi. Rispondere al terrore con la solidarietà e le bandiere a mezz’asta va bene ma se avessimo ancora un’educazione europea dovremmo replicare colpo su colpo al terrorismo e alla sua minaccia, entrata nella nostra vita quotidiana con una strage di innocenti. Serve una coalizione globale, un’alleanza di civiltà, da quella occidentale a quella musulmana, per combattere l’Isis. Siamo chiamati a costituire una coalizione militare e di intelligence questa volta davvero efficace non come quella che dal 2014 a oggi ha colto risultati incerti e invece di rinsaldarsi si è quasi sfaldata lasciando spazio all’intervento in Siria della Russia di Putin, senza il quale peraltro oggi al-Baghdadi farebbe colazione sulle rovine di Damasco. Gli aerei sauditi e degli Emirati non volano più e i loro raid adesso li compiono in Yemen contro i ribelli sciiti Houti; la Turchia, storico membro della Nato, fa ancora assai poco perché gli stessi occidentali le hanno dato via libera per quattro anni, alzando la sbarra della frontiera al passaggio di migliaia di jihadisti, molti europei e francesi, che dovevano sbalzare dal potere Assad e che si sono poi arruolati nell’Isis. La guerra la devono fare anche i nostri riluttanti alleati mediorientali. Musulmani che si battono sul campo contro l’Isis ce ne sono: i curdi, i più eroici, osteggiati però dalla Turchia; gli iraniani, alleati di Assad come del resto gli Hezbollah libanesi; gli iracheni, che hanno avviato un’offensiva per spezzare le linee di rifornimento dell’Isis. Questi nostri alleati oggettivi anti-Califfato, che l’Occidente ha boicottato per anni mettendoli sotto sanzioni e in lista nera, hanno due difetti, sono sciiti e alleati del regime di Damasco. Siamo al punto nodale: per una guerra efficace contro l’Isis bisogna congelare anche la storica ostilità tra sciiti e sunniti. Qualche segnale positivo c’è e proviene dal vertice di Vienna sulla Siria, che per certi versi ha anticipato quello di oggi al G-20 di Antalya. A Vienna, secondo quanto riferito dal segretario di Stato John Kerry, è emerso che Bashar Assad è pronto ad avviare un negoziato per una transizione. Non facciamoci troppe illusioni ma è importante che queste cose Kerry le abbia dette con a fianco il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov. Ed è ancora più significativo che a Vienna, oltre alla Turchia, partecipassero l’Iran e l’Arabia Saudita, capofila storici di sciiti e sunniti, i veri duellanti del Medio Oriente. Entrambi hanno molto da perdere se la guerra siriana si prolunga mentre il Califfato semina sangue e terrore anche in Europa. Gli iraniani non se ne possono andare via dalla Siria e dall’Iraq, guerre che drenano risorse umane, finanziarie, e frenano il rilancio economico promesso dal presidente Hassan Rohani dopo l’accordo sul nucleare per la fine delle sanzioni. L’Arabia Saudita comprende che l’Isis minaccia la stessa legittimità delle monarchie del Golfo, è già impegnata in un conflitto ai suoi confini in Yemen e forse si rende conto che avere usato i jihadisti in chiave anti-sciita non è stata un’idea brillante. Ora rischia una sorta di Vietnam in casa. La sua potenza militare, certo non pari a quella economica, può uscire umiliata dalla guerra yemenita con conseguenze devastanti. È chiaro che sia gli iraniani che i sauditi devono ridimensionare le loro ambizioni di dominare il Levante. Gli uni devono rinunciare ad Assad, gli altri a uno stato sunnita a cavallo di Siria e Iraq. Ma anche questo, forse soprattutto questo, è il prezzo della lotta al Califfato. Saranno disposti a pagarlo? Forse verranno costretti a farlo. Oggi senza Putin Assad crolla e senza la protezione americana rischia di sgretolarsi anche l’Arabia Saudita, cliente storico che Washington non ha mai voluto mollare. L’obiettivo strategico degli Stati Uniti è proprio questo: limitare al massimo l’impegno militare e fare in modo che nessuno vinca la battaglia tra le potenze sciite e quelle sunnite, replicando esattamente la stessa politica che Washington adottò negli anni ’80 nella lunga guerra di otto anni tra l’Iraq di Saddam e l’Iran di Khomeini. I russi potrebbero essere d’accordo e allora, con qualche contropartita per Mosca ancora sotto sanzioni per l’Ucraina, ha qualche chance di nascere quella coalizione globale anti-Califfato cui accennava ieri Lavrov a Vienna. Putin e Obama possono cominciare a parlarne già oggi al G-20 di Antalya. In questa partita militare e diplomatica gli Stati europei e la Francia, che alleva jihadisti in casa, dove sono? Lavrov ha dichiarato che gli orrori di Parigi devono convincere l’ultimo scettico che non solo il terrorismo non può essere giustificato in nessun modo ma che non può essere giustificata neppure la nostra passività nel combattere questo male. Ma ci vuole una forte educazione europea alla Gary per andare in battaglia e affermare la vittoria dei propri princìpi di civiltà. Chi ha vinto a Stalingrado?
Militare e di civiltà
La grande coalizione per battere il Califfato
di Alberto Negri
Due partigiani, un ucraino e un polacco, nell’inverno del 1943 escono dal loro rifugio e chiedono con apprensione a tutti quelli che incontrano: «Come va la battaglia di Stalingrado dei russi contro i nazisti?». Inizia così “Educazione europea”, un romanzo recentemente ripubblicato di Romain Gary, grande scrittore ed eroe della resistenza francese. Come va la battaglia contro il Califfato? Se avessimo ancora un’educazione europea questa è la domanda che dovremmo farci tutti i giorni e che forse si faranno adesso, con angoscia, i francesi. Rispondere al terrore con la solidarietà e le bandiere a mezz’asta va bene ma se avessimo ancora un’educazione europea dovremmo replicare colpo su colpo al terrorismo e alla sua minaccia, entrata nella nostra vita quotidiana con una strage di innocenti. Serve una coalizione globale, un’alleanza di civiltà, da quella occidentale a quella musulmana, per combattere l’Isis. Siamo chiamati a costituire una coalizione militare e di intelligence questa volta davvero efficace non come quella che dal 2014 a oggi ha colto risultati incerti e invece di rinsaldarsi si è quasi sfaldata lasciando spazio all’intervento in Siria della Russia di Putin, senza il quale peraltro oggi al-Baghdadi farebbe colazione sulle rovine di Damasco. Gli aerei sauditi e degli Emirati non volano più e i loro raid adesso li compiono in Yemen contro i ribelli sciiti Houti; la Turchia, storico membro della Nato, fa ancora assai poco perché gli stessi occidentali le hanno dato via libera per quattro anni, alzando la sbarra della frontiera al passaggio di migliaia di jihadisti, molti europei e francesi, che dovevano sbalzare dal potere Assad e che si sono poi arruolati nell’Isis. La guerra la devono fare anche i nostri riluttanti alleati mediorientali. Musulmani che si battono sul campo contro l’Isis ce ne sono: i curdi, i più eroici, osteggiati però dalla Turchia; gli iraniani, alleati di Assad come del resto gli Hezbollah libanesi; gli iracheni, che hanno avviato un’offensiva per spezzare le linee di rifornimento dell’Isis. Questi nostri alleati oggettivi anti-Califfato, che l’Occidente ha boicottato per anni mettendoli sotto sanzioni e in lista nera, hanno due difetti, sono sciiti e alleati del regime di Damasco. Siamo al punto nodale: per una guerra efficace contro l’Isis bisogna congelare anche la storica ostilità tra sciiti e sunniti. Qualche segnale positivo c’è e proviene dal vertice di Vienna sulla Siria, che per certi versi ha anticipato quello di oggi al G-20 di Antalya. A Vienna, secondo quanto riferito dal segretario di Stato John Kerry, è emerso che Bashar Assad è pronto ad avviare un negoziato per una transizione. Non facciamoci troppe illusioni ma è importante che queste cose Kerry le abbia dette con a fianco il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov. Ed è ancora più significativo che a Vienna, oltre alla Turchia, partecipassero l’Iran e l’Arabia Saudita, capofila storici di sciiti e sunniti, i veri duellanti del Medio Oriente. Entrambi hanno molto da perdere se la guerra siriana si prolunga mentre il Califfato semina sangue e terrore anche in Europa. Gli iraniani non se ne possono andare via dalla Siria e dall’Iraq, guerre che drenano risorse umane, finanziarie, e frenano il rilancio economico promesso dal presidente Hassan Rohani dopo l’accordo sul nucleare per la fine delle sanzioni. L’Arabia Saudita comprende che l’Isis minaccia la stessa legittimità delle monarchie del Golfo, è già impegnata in un conflitto ai suoi confini in Yemen e forse si rende conto che avere usato i jihadisti in chiave anti-sciita non è stata un’idea brillante. Ora rischia una sorta di Vietnam in casa. La sua potenza militare, certo non pari a quella economica, può uscire umiliata dalla guerra yemenita con conseguenze devastanti. È chiaro che sia gli iraniani che i sauditi devono ridimensionare le loro ambizioni di dominare il Levante. Gli uni devono rinunciare ad Assad, gli altri a uno stato sunnita a cavallo di Siria e Iraq. Ma anche questo, forse soprattutto questo, è il prezzo della lotta al Califfato. Saranno disposti a pagarlo? Forse verranno costretti a farlo. Oggi senza Putin Assad crolla e senza la protezione americana rischia di sgretolarsi anche l’Arabia Saudita, cliente storico che Washington non ha mai voluto mollare. L’obiettivo strategico degli Stati Uniti è proprio questo: limitare al massimo l’impegno militare e fare in modo che nessuno vinca la battaglia tra le potenze sciite e quelle sunnite, replicando esattamente la stessa politica che Washington adottò negli anni ’80 nella lunga guerra di otto anni tra l’Iraq di Saddam e l’Iran di Khomeini. I russi potrebbero essere d’accordo e allora, con qualche contropartita per Mosca ancora sotto sanzioni per l’Ucraina, ha qualche chance di nascere quella coalizione globale anti-Califfato cui accennava ieri Lavrov a Vienna. Putin e Obama possono cominciare a parlarne già oggi al G-20 di Antalya. In questa partita militare e diplomatica gli Stati europei e la Francia, che alleva jihadisti in casa, dove sono? Lavrov ha dichiarato che gli orrori di Parigi devono convincere l’ultimo scettico che non solo il terrorismo non può essere giustificato in nessun modo ma che non può essere giustificata neppure la nostra passività nel combattere questo male. Ma ci vuole una forte educazione europea alla Gary per andare in battaglia e affermare la vittoria dei propri princìpi di civiltà. Chi ha vinto a Stalingrado?