Il Sole 6.9.15
Gli indifferenti
Ingrati ad est, ricchi ed egoisti nel Golfo
di Ugo Tramballi
Gli indifferenti. Quelli che per tornaconto fingono d’ignorare il loro recentissimo passato e pensano che Europa sia ottenere e non anche dare. E quelli troppo impegnati a coltivare la loro immensa ricchezza, accrescendola con le guerre degli altri, per accorgersi della sofferenza umana alle porte di casa.
È chiaro che qui il tema non è l’insensibilità populista a fini elettorali di Matteo Salvini. No, è qualcosa di molto più importante, più grave e pericoloso dei comizi leghisti. È l’indifferenza di governi e popoli interi di fronte alla tragedia dei profughi di Siria e degli altri conflitti; insensibili al loro desiderio di avere un futuro economico; alla commovente determinazione di vivere, attraversando mari, scalando muri, marciando a piedi, conquistando il posto in un treno senza essere certi della destinazione finale. Abbiamo tutti paura di una migrazione di questa grandezza: la differenza fondamentale che distingue gli indifferenti è l’assenza di pietà. Ne esistono di due categorie geopolitiche.
Gli indifferenti ingrati. Sono gli europei dell’Est che con l’aiuto del’Ovest hanno riconquistato la libertà da meno di una generazione. Per il loro sviluppo e la loro integrazione è stata creata una banca europea, sono stati stanziati aiuti economici, firmati accordi commerciali, aperte le nostre frontiere alla loro manodopera, offerta una moneta comune anche quando sarebbe stato più vantaggioso per noi attendere. E quando la nuova Russia è tornata ad essere per loro una minaccia, la vecchia Europa ha imposto dolorose sanzioni economiche a Vladimir Putin. Attraverso la Nato molti Paesi europei hanno deciso di rafforzare anche la sicurezza militare dell’Est. In nome di una solidarietà e di un’integrazione che per noi non ha prezzo.
Per polacchi, repubbliche baltiche, cechi, slovacchi, ungheresi il prezzo c’è, eccome. Chi più chi meno indifferenti ingrati, capaci di pretendere in nome dell’Europa e avari nel dare all’Europa; soci con quote di partecipazione irrilevanti o nulle nella divisione dei compiti di fronte a questa invasione pacifica e disperata.
Così egoisti da dimenticare che sono loro ad avere bisogno dell’Europa più di quanto noi di loro.
Gli indifferenti grassi e ricchi. È l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati, il Kuwait. Sono le loro politiche, le loro lotte di potere, le rivalità religiose ad aver creato la tragedia migratoria mediorientale, più degli errori – evidenti- delle potenze europee e degli Stati Uniti. Sono loro, con il loro denaro, a fomentare le guerre civili, preferendo il caos all’eventualità che nella loro regione possa nascere un modello minimamente democratico. La dimostrazione del loro fallimento politico e sociale è un dato diffuso dalle Nazioni Unite: con una popolazione che non supera il 5%, il Medio Oriente produce il 53% dei rifugiati del mondo.
L’emiro del Kuwait aveva organizzato a marzo una conferenza internazionale per l’aiuto ai 12 milioni di profughi siriani. Lo stesso Kuwait che partecipa ai bombardamenti dello Yemen, contribuendo a produrre altri rifugiati. Ci sono campi profughi in Libano e Giordania, paesi che non hanno risorse e mettono in gioco la loro stabilità. Ma non risulta esistano centri di raccolta e soccorso alle porte di Riad, di Doha. A Dubai il Burj Khalifa non è un grattacielo abbastanza alto per scorgere la disperazione di milioni di siriani: arabi, musulmani e sunniti come i sauditi, i qatarini e i milionari degli Emirati. Eppure queste società incompiute avrebbero bisogno delle migliaia di giovani siriani diplomati che rischiano la vita per raggiungere la Germania ma non il Golfo dalle ricchezze stratosferiche.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
domenica 6 settembre 2015
Corriere 6.9.15
L’orgoglio di offrire una nuova libertà
di Andrea Bonanni
CI SONO tutti gli ultimi settant’anni di storia tedesca, e dunque anche della nostra storia, della storia di noi europei, dietro gli applausi con cui la gente ha accolto alla stazione di Monaco di Baviera i profughi siriani reduci dall’ultimo
muro.
C’È LA paura e la comprensione profonda, marchiata nei nostri geni, degli orrori della guerra da cui loro stanno fuggendo come noi siamo fuggiti settant’anni fa. C’è la vergogna per le sofferenze e le umiliazioni che hanno dovuto patire in un Paese, l’Ungheria, che pure si proclama europeo. C’è la memoria esaltante dell’ultima “grande fuga” liberatoria che ha costruito l’Europa: quella seguita al crollo del muro di Berlino e delle dittature comuniste. C’è l’empatia istintiva per chi arriva in un mondo nuovo e sorride, e ci vede luci di speranza che in noi si sono forse offuscate. Ma soprattutto c’è l’orgoglio di dire: ecco, non abbiamo costruito tutto questo, la pace, il benessere, la libertà, per chiuderli in una fortezza ma per offrirli a chi vuole capire e condividere i valori per cui ci siamo battuti. C’è, molto semplicemente, la soddisfazione e il coraggio non tanto di essere buoni, ma di essere giusti.
Questo coraggio, e qui parliamo di vero coraggio politico, ha oggi il volto assai discusso di Angela Merkel. Non è stato facile, per la cancelliera tedesca, decidere l’altra notte di aprire le frontiere della Germania. Come non è stato facile, per Renzi, all’indomani degli ottocento morti sulla nave capovoltasi nel Mediterraneo, andare a Bruxelles e dire: non possiamo più respingerli, dobbiamo salvarli costi quel che costi. Ci sono prezzi da pagare, per queste scelte. E non sono solo i dieci miliardi di euro che l’accoglienza dei profughi sottrarrà quest’anno al bilancio tedesco. Sono le paure, le angosce, le fobie di un popolo europeo che per troppi anni si è cullato, ed è stato cullato, nell’illusione che nulla, mai più, sarebbe cambiato se non in meglio. E soprattutto che nessun cambiamento avrebbe mai più richiesto nuovi sforzi, nuove fatiche, fosse anche solo quella di rimettersi in discussione. Sfidare queste paure, smuovere le acque di questo stagno mentale, vuol dire, oggi, assumere la leadership dell’Europa. C’è chi lo sta facendo, e chi no.
Il sorriso felice ed incredulo del bimbo siriano in braccio alla madre, che stringe al petto il cagnone di peluche ricevuto da uno sconosciuto alla stazione di Monaco fa da contrappasso, non solo emotivo, al corpicino senza volto e senza vita del piccolo Alan affogato al largo della Turchia. Vuol dire che quella gente si può salvare. Vuol dire che loro possono continuare a sperare in un futuro diverso. E noi con loro, grazie a loro. Costruire questo futuro di fronte a un terremoto demografico come quello che stiamo vivendo è il compito della nuova leadership che i lunghi mesi della tragedia migratoria stanno facendo lentamente emergere in Europa.
Ma per costruire il domani, e non sarà facile, la leadership europea deve ritrovare le ragioni, le emozioni e le speranze che sono sepolte nel nostro passato. Non le radici cristiane, invocate da Orbán per erigere muri contro i disperati in fuga, ma le radici umanistiche, solidali, libertarie, democratiche, che insieme ai veri valori cristiani hanno costruito il volto luminoso di questo Continente bifronte. La storia dell’Europa è quella di un perenne confronto tra le sue due anime: paura, rabbia e disprezzo da una parte; speranza, rispetto e solidarietà dall’altra. La tragedia dei migranti ci costringe ancora una volta a scegliere. Non ci sono vie di mezzo: non si può accogliere i migranti avendone paura. Non si può respingerli fingendo di rispettarli. Non solo i nostri governi, ma tutti noi, nelle nostre case, davanti ai nostri televisori, sulle piazze delle nostre stazioni prese d’assalto, dobbiamo scegliere. I leader di domani saranno quelli che ci aiuteranno a farlo.
L’orgoglio di offrire una nuova libertà
di Andrea Bonanni
CI SONO tutti gli ultimi settant’anni di storia tedesca, e dunque anche della nostra storia, della storia di noi europei, dietro gli applausi con cui la gente ha accolto alla stazione di Monaco di Baviera i profughi siriani reduci dall’ultimo
muro.
C’È LA paura e la comprensione profonda, marchiata nei nostri geni, degli orrori della guerra da cui loro stanno fuggendo come noi siamo fuggiti settant’anni fa. C’è la vergogna per le sofferenze e le umiliazioni che hanno dovuto patire in un Paese, l’Ungheria, che pure si proclama europeo. C’è la memoria esaltante dell’ultima “grande fuga” liberatoria che ha costruito l’Europa: quella seguita al crollo del muro di Berlino e delle dittature comuniste. C’è l’empatia istintiva per chi arriva in un mondo nuovo e sorride, e ci vede luci di speranza che in noi si sono forse offuscate. Ma soprattutto c’è l’orgoglio di dire: ecco, non abbiamo costruito tutto questo, la pace, il benessere, la libertà, per chiuderli in una fortezza ma per offrirli a chi vuole capire e condividere i valori per cui ci siamo battuti. C’è, molto semplicemente, la soddisfazione e il coraggio non tanto di essere buoni, ma di essere giusti.
Questo coraggio, e qui parliamo di vero coraggio politico, ha oggi il volto assai discusso di Angela Merkel. Non è stato facile, per la cancelliera tedesca, decidere l’altra notte di aprire le frontiere della Germania. Come non è stato facile, per Renzi, all’indomani degli ottocento morti sulla nave capovoltasi nel Mediterraneo, andare a Bruxelles e dire: non possiamo più respingerli, dobbiamo salvarli costi quel che costi. Ci sono prezzi da pagare, per queste scelte. E non sono solo i dieci miliardi di euro che l’accoglienza dei profughi sottrarrà quest’anno al bilancio tedesco. Sono le paure, le angosce, le fobie di un popolo europeo che per troppi anni si è cullato, ed è stato cullato, nell’illusione che nulla, mai più, sarebbe cambiato se non in meglio. E soprattutto che nessun cambiamento avrebbe mai più richiesto nuovi sforzi, nuove fatiche, fosse anche solo quella di rimettersi in discussione. Sfidare queste paure, smuovere le acque di questo stagno mentale, vuol dire, oggi, assumere la leadership dell’Europa. C’è chi lo sta facendo, e chi no.
Il sorriso felice ed incredulo del bimbo siriano in braccio alla madre, che stringe al petto il cagnone di peluche ricevuto da uno sconosciuto alla stazione di Monaco fa da contrappasso, non solo emotivo, al corpicino senza volto e senza vita del piccolo Alan affogato al largo della Turchia. Vuol dire che quella gente si può salvare. Vuol dire che loro possono continuare a sperare in un futuro diverso. E noi con loro, grazie a loro. Costruire questo futuro di fronte a un terremoto demografico come quello che stiamo vivendo è il compito della nuova leadership che i lunghi mesi della tragedia migratoria stanno facendo lentamente emergere in Europa.
Ma per costruire il domani, e non sarà facile, la leadership europea deve ritrovare le ragioni, le emozioni e le speranze che sono sepolte nel nostro passato. Non le radici cristiane, invocate da Orbán per erigere muri contro i disperati in fuga, ma le radici umanistiche, solidali, libertarie, democratiche, che insieme ai veri valori cristiani hanno costruito il volto luminoso di questo Continente bifronte. La storia dell’Europa è quella di un perenne confronto tra le sue due anime: paura, rabbia e disprezzo da una parte; speranza, rispetto e solidarietà dall’altra. La tragedia dei migranti ci costringe ancora una volta a scegliere. Non ci sono vie di mezzo: non si può accogliere i migranti avendone paura. Non si può respingerli fingendo di rispettarli. Non solo i nostri governi, ma tutti noi, nelle nostre case, davanti ai nostri televisori, sulle piazze delle nostre stazioni prese d’assalto, dobbiamo scegliere. I leader di domani saranno quelli che ci aiuteranno a farlo.
Corriere 6.9.15
Merkel: «Nessun limite alle richieste d’asilo»
di Luigi Offeddu
«L’accordo di Dublino sui migranti deve continuare a valere», assicura Georg Streiter, portavoce della cancelliera tedesca Angela Merkel. È suo dovere farlo. Ma la sua stessa «principale», appunto la cancelliera, ha appena sepolto quel patto. Nei fatti, se non nei documenti ufficiali: «Il diritto all’asilo politico non ha un limite per quanto riguarda il numero di richiedenti in Germania — ha detto in un’intervista la signora di Berlino — In quanto Paese forte, economicamente sano, abbiamo la forza di fare quanto è necessario».
Altri stanno intorno alla tomba dell’accordo, pur negandone doverosamente l’esistenza. Da François Hollande, presidente francese, a Juha Sipila, primo ministro finlandese e capo di un governo di centrodestra: «Dal primo gennaio — annuncia — la casa di villeggiatura mia e della mia famiglia sarà aperta ai rifugiati».
Parole forse simboliche, ma forti.
Le frontiere austriache e tedesche sono aperte, solo ieri hanno accolto oltre settemila profughi, ricevuti alla stazione di Monaco da applausi e doni. Altri arrivano in massa. Il governo della Baviera assediata, è vero, protesta contro la scelta di Berlino.
Ma il piano franco-tedesco sull’assegnazione a ogni Paese di quote-migranti molto più alte è sostenuto da tutta l’Europa Occidentale: i suoi ministri degli Esteri, reduci dai due giorni dell’ennesimo incontro vano e quasi imbarazzante al Lussemburgo, ormai sono superati dalla realtà; cioè la politica si accoda alla vita, comprendendo di non poterla pilotare.
L’Est di Praga, Varsavia, Budapest e Bratislava, almeno a parole, resiste, guidato dall’ungherese Victor Orbán che ammonisce contro il caos: ma è stato lui — anche se la stessa Berlino la definisce ora «una circostanza eccezionale» — a «liberare» gli autobus verso l’Austria, e sono cechi e slovacchi a lasciar passare altri treni dall’Oriente. Quando due o tre continenti — Europa, Africa, Asia — si muovono nello stesso momento, accade così. Soprattutto quando uno di essi, l’Europa, è popolato anche da figli e nipoti di gente immigrata altrove.
Ora, la Germania chiede a gran voce un vertice straordinario dei leader Ue, per battezzare politicamente gli eventi già compiuti. E le cose avvengono molto in fretta: a mezzanotte di ieri, l’Austria — fino ad allora cerbero alle frontiere del Brennero — ha ceduto, spalancando di colpo le sue porte. Tutto questo rivela la verità ovvia e non più (quasi) nascosta: l’accordo di Dublino partiva e parte da un nocciolo irrazionale, decreta che la sorta di ogni migrante debba essere decisa dal primo Paese in cui mette piede. È questo, il nocciolo di cui si fa forte l’ungherese Orbán. Ma su 28 nazioni della Ue, al massimo 8 sono quelle di prima linea, sul mare e in terra: e «non può essere» come ripetono Angela Merkel e con lei François Hollande o Matteo Renzi, «che alla fine quattro o cinque Paesi debbano sopportare il peso». Conclusione: «l’intero sistema deve essere riprogettato», ci vuole «una ridistribuzione più equa». Con le nuove quote, appunto: c’è chi punta i piedi ma i fatti, con l’aiuto di una statista molto potente, hanno ormai dato la spinta. Anche se Berlino avverte: chi non potrà dimostrare di aver diritto all’asilo verrà rispedito a casa. «Non aumenteremo le tasse» promette la cancelliera ai suoi elettori. E agli altri di tutta la Ue, ricorda la necessità di salvaguardare la disciplina di bilancio, cioè tenere in ordine le casse, nonostante le nuove spese provocate dalla grande migrazione. Ma questa è tutta un’altra scommessa, per ora decide la storia con le sue maree.
Merkel: «Nessun limite alle richieste d’asilo»
di Luigi Offeddu
«L’accordo di Dublino sui migranti deve continuare a valere», assicura Georg Streiter, portavoce della cancelliera tedesca Angela Merkel. È suo dovere farlo. Ma la sua stessa «principale», appunto la cancelliera, ha appena sepolto quel patto. Nei fatti, se non nei documenti ufficiali: «Il diritto all’asilo politico non ha un limite per quanto riguarda il numero di richiedenti in Germania — ha detto in un’intervista la signora di Berlino — In quanto Paese forte, economicamente sano, abbiamo la forza di fare quanto è necessario».
Altri stanno intorno alla tomba dell’accordo, pur negandone doverosamente l’esistenza. Da François Hollande, presidente francese, a Juha Sipila, primo ministro finlandese e capo di un governo di centrodestra: «Dal primo gennaio — annuncia — la casa di villeggiatura mia e della mia famiglia sarà aperta ai rifugiati».
Parole forse simboliche, ma forti.
Le frontiere austriache e tedesche sono aperte, solo ieri hanno accolto oltre settemila profughi, ricevuti alla stazione di Monaco da applausi e doni. Altri arrivano in massa. Il governo della Baviera assediata, è vero, protesta contro la scelta di Berlino.
Ma il piano franco-tedesco sull’assegnazione a ogni Paese di quote-migranti molto più alte è sostenuto da tutta l’Europa Occidentale: i suoi ministri degli Esteri, reduci dai due giorni dell’ennesimo incontro vano e quasi imbarazzante al Lussemburgo, ormai sono superati dalla realtà; cioè la politica si accoda alla vita, comprendendo di non poterla pilotare.
L’Est di Praga, Varsavia, Budapest e Bratislava, almeno a parole, resiste, guidato dall’ungherese Victor Orbán che ammonisce contro il caos: ma è stato lui — anche se la stessa Berlino la definisce ora «una circostanza eccezionale» — a «liberare» gli autobus verso l’Austria, e sono cechi e slovacchi a lasciar passare altri treni dall’Oriente. Quando due o tre continenti — Europa, Africa, Asia — si muovono nello stesso momento, accade così. Soprattutto quando uno di essi, l’Europa, è popolato anche da figli e nipoti di gente immigrata altrove.
Ora, la Germania chiede a gran voce un vertice straordinario dei leader Ue, per battezzare politicamente gli eventi già compiuti. E le cose avvengono molto in fretta: a mezzanotte di ieri, l’Austria — fino ad allora cerbero alle frontiere del Brennero — ha ceduto, spalancando di colpo le sue porte. Tutto questo rivela la verità ovvia e non più (quasi) nascosta: l’accordo di Dublino partiva e parte da un nocciolo irrazionale, decreta che la sorta di ogni migrante debba essere decisa dal primo Paese in cui mette piede. È questo, il nocciolo di cui si fa forte l’ungherese Orbán. Ma su 28 nazioni della Ue, al massimo 8 sono quelle di prima linea, sul mare e in terra: e «non può essere» come ripetono Angela Merkel e con lei François Hollande o Matteo Renzi, «che alla fine quattro o cinque Paesi debbano sopportare il peso». Conclusione: «l’intero sistema deve essere riprogettato», ci vuole «una ridistribuzione più equa». Con le nuove quote, appunto: c’è chi punta i piedi ma i fatti, con l’aiuto di una statista molto potente, hanno ormai dato la spinta. Anche se Berlino avverte: chi non potrà dimostrare di aver diritto all’asilo verrà rispedito a casa. «Non aumenteremo le tasse» promette la cancelliera ai suoi elettori. E agli altri di tutta la Ue, ricorda la necessità di salvaguardare la disciplina di bilancio, cioè tenere in ordine le casse, nonostante le nuove spese provocate dalla grande migrazione. Ma questa è tutta un’altra scommessa, per ora decide la storia con le sue maree.
Corriere 6.9.15
Mogherini: tra 14 giorni nuova fase delle operazioni navali
L’intervista «Per Assad non c’è futuro L’Ue agirà contro gli scafisti nelle acque internazionali»
intervista di Paolo Valentino
«Non è stata una riunione facile. Abbiamo avuto punti complicati e drammatici. La discussione è stata difficile sul tema dell’immigrazione. Ma sicuramente è emerso che il tempo delle illusioni è finito e non ci sono Paesi che non saranno coinvolti. C’è una nuova consapevolezza: non si può semplicemente far finta di non vedere. La crisi dei rifugiati non è emergenza passeggera, è qui per rimanere. Prima lo accetteremo psicologicamente e politicamente, prima sapremo dare risposte efficaci».
Federica Mogherini ha appena finito di presiedere in Lussemburgo la riunione informale dei ministri degli Esteri della Ue, in buona parte dedicata al dramma delle centinaia di migliaia di persone in fuga dalle zone di crisi in Medio Oriente e Africa, che cercano protezione e rifugio in Europa. L’Alto rappresentante per la politica estera non si nasconde che la strada verso un’azione comune sia ancora piena di ostacoli, che «non tutte le leadership politiche vedono l’interesse comune di agire da europei». «È una forma di miopia», dice Mogherini. E la crisi in atto lo evidenzia in modo esemplare: «Ancora pochi mesi fa sembrava un affare solo italiano, maltese o greco, oggi riguarda Paesi che pensavano di essere immuni. E tra sei mesi potrebbe riguardarne altri».
Cosa proporrete come Commissione?
«Il pacchetto ha una parte interna, fatta di misure che rafforzano il meccanismo di risposta solidale, di fronte all’ondata migratoria senza precedenti. La parte esterna riguarda il lavoro di medio e lungo periodo per la soluzione delle crisi all’origine del fenomeno, in Siria, Libia, Iraq, Africa».
Si va verso il superamento del regolamento di Dublino, vecchio di 25 anni, come chiesto dai ministri degli Esteri di Italia, Germania e Francia?
«La valutazione sul funzionamento e i limiti di Dublino e il processo di revisione erano già nelle proposte fatte dalla Commissione in primavera. È evidente che il sistema non funzioni. Sicuramente posizioni politiche, tanto più congiunte di Stati membri che sostengono il lavoro della Commissione, contribuiscono a creare consenso e a tradurre le nostre proposte in azioni concrete. Ma idee e proposte da parte della Commissione non sono mai mancate e non mancheranno. Molto spesso gli Stati membri accusano Bruxelles di lentezza o tortuosità: sull’immigrazione siamo in presenza del percorso inverso. È da maggio che i 28 governi non trovano l’accordo politico su queste proposte: se le avessimo adottate allora, forse avremmo evitato una serie di drammi. Spero che questo ora cambi».
I Paesi dell’ex blocco socialista, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca continuano a rifiutare ogni assunzione sia pure parziale di responsabilità nella crisi dei migranti. La cosiddetta «nuova Europa» ha un diverso codice genetico?
«Mi permetta di correggerla: questa è una crisi soprattutto di rifugiati, siriani, afgani, iracheni, eritrei. E ciò pone responsabilità precise alla comunità internazionale. Abbiamo vissuto gli anni della crisi economica sull’orlo della divisione, messi alla prova sulla capacità di resistere, andare avanti, rimanere uniti, tenendo fede alla vocazione del progetto europeo. In qualche modo, tra limiti e ritardi, abbiamo trovato la strada. Oggi la posta in gioco è cosa intendiamo per Unione. Oltre al dramma delle persone che perdono la vita, delle migliaia che si mettono in movimento, c’è quello di un’Europa chiamata a capire se i suoi principi di umanità e solidarietà siano ancora validi. Quando la ricca Europa discute e si lacera se accettare mille, 10 mila, 42 mila o 100 mila rifugiati, mentre la Turchia ne ha già 2 milioni, è chiaro che abbiamo un problema di prospettiva e identità. Questa crisi può aiutarci a venir fuori con una più forte visione di cosa voglia dire essere l’Ue».
Sul piano delle azioni esterne, lei ha annunciato il passaggio dalla fase di ricognizione delle reti criminali a quella della distruzione dei barconi nel Mediterraneo. Quando saremo pronti?
«Smantellare le reti dei trafficanti rimane parte importante della nostra azione. La prima fase dell’operazione navale Ue ha raggiunto in poche settimane gli obiettivi e ci ha permesso di salvare 1500 vite umane. Ora siamo pronti a contrastare direttamente le attività dei mercanti d’anime. Su questo siamo uniti. Ora spetta agli Stati membri fornire i mezzi navali militari necessari. Credo che entro due settimane saremo pronti ad agire in acque internazionali. Già nella prima fase in ben 16 occasioni avremmo potuto sequestrare le imbarcazioni e arrestare gli scafisti».
In Siria, il presidente francese Hollande si dice pronto a bombardare le postazioni dell’Isis. Cosa fa l’Unione?
«L’Ue è parte della coalizione anti Daesh. In questo caso abbiamo scelto di impegnarci non sul piano militare ma su altri terreni, soprattutto quello umanitario. In Iraq, Siria, Giordania e Turchia ci sono milioni di persone che hanno bisogno di assistenza. E su questo lavoriamo. Ma non è solo una questione umanitaria, il punto fondamentale del nostro impegno è l’attività diplomatica per la soluzione della crisi siriana».
L a transizione politica prevede un ruolo per Assad?
«È impossibile pensare che Assad faccia parte del futuro della Siria. Ma è chiaro a tutti che una transizione sarà possibile solo trovando il modo di far parlare le parti e farle sedere attorno a un tavolo».
Mogherini: tra 14 giorni nuova fase delle operazioni navali
L’intervista «Per Assad non c’è futuro L’Ue agirà contro gli scafisti nelle acque internazionali»
intervista di Paolo Valentino
«Non è stata una riunione facile. Abbiamo avuto punti complicati e drammatici. La discussione è stata difficile sul tema dell’immigrazione. Ma sicuramente è emerso che il tempo delle illusioni è finito e non ci sono Paesi che non saranno coinvolti. C’è una nuova consapevolezza: non si può semplicemente far finta di non vedere. La crisi dei rifugiati non è emergenza passeggera, è qui per rimanere. Prima lo accetteremo psicologicamente e politicamente, prima sapremo dare risposte efficaci».
Federica Mogherini ha appena finito di presiedere in Lussemburgo la riunione informale dei ministri degli Esteri della Ue, in buona parte dedicata al dramma delle centinaia di migliaia di persone in fuga dalle zone di crisi in Medio Oriente e Africa, che cercano protezione e rifugio in Europa. L’Alto rappresentante per la politica estera non si nasconde che la strada verso un’azione comune sia ancora piena di ostacoli, che «non tutte le leadership politiche vedono l’interesse comune di agire da europei». «È una forma di miopia», dice Mogherini. E la crisi in atto lo evidenzia in modo esemplare: «Ancora pochi mesi fa sembrava un affare solo italiano, maltese o greco, oggi riguarda Paesi che pensavano di essere immuni. E tra sei mesi potrebbe riguardarne altri».
Cosa proporrete come Commissione?
«Il pacchetto ha una parte interna, fatta di misure che rafforzano il meccanismo di risposta solidale, di fronte all’ondata migratoria senza precedenti. La parte esterna riguarda il lavoro di medio e lungo periodo per la soluzione delle crisi all’origine del fenomeno, in Siria, Libia, Iraq, Africa».
Si va verso il superamento del regolamento di Dublino, vecchio di 25 anni, come chiesto dai ministri degli Esteri di Italia, Germania e Francia?
«La valutazione sul funzionamento e i limiti di Dublino e il processo di revisione erano già nelle proposte fatte dalla Commissione in primavera. È evidente che il sistema non funzioni. Sicuramente posizioni politiche, tanto più congiunte di Stati membri che sostengono il lavoro della Commissione, contribuiscono a creare consenso e a tradurre le nostre proposte in azioni concrete. Ma idee e proposte da parte della Commissione non sono mai mancate e non mancheranno. Molto spesso gli Stati membri accusano Bruxelles di lentezza o tortuosità: sull’immigrazione siamo in presenza del percorso inverso. È da maggio che i 28 governi non trovano l’accordo politico su queste proposte: se le avessimo adottate allora, forse avremmo evitato una serie di drammi. Spero che questo ora cambi».
I Paesi dell’ex blocco socialista, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca continuano a rifiutare ogni assunzione sia pure parziale di responsabilità nella crisi dei migranti. La cosiddetta «nuova Europa» ha un diverso codice genetico?
«Mi permetta di correggerla: questa è una crisi soprattutto di rifugiati, siriani, afgani, iracheni, eritrei. E ciò pone responsabilità precise alla comunità internazionale. Abbiamo vissuto gli anni della crisi economica sull’orlo della divisione, messi alla prova sulla capacità di resistere, andare avanti, rimanere uniti, tenendo fede alla vocazione del progetto europeo. In qualche modo, tra limiti e ritardi, abbiamo trovato la strada. Oggi la posta in gioco è cosa intendiamo per Unione. Oltre al dramma delle persone che perdono la vita, delle migliaia che si mettono in movimento, c’è quello di un’Europa chiamata a capire se i suoi principi di umanità e solidarietà siano ancora validi. Quando la ricca Europa discute e si lacera se accettare mille, 10 mila, 42 mila o 100 mila rifugiati, mentre la Turchia ne ha già 2 milioni, è chiaro che abbiamo un problema di prospettiva e identità. Questa crisi può aiutarci a venir fuori con una più forte visione di cosa voglia dire essere l’Ue».
Sul piano delle azioni esterne, lei ha annunciato il passaggio dalla fase di ricognizione delle reti criminali a quella della distruzione dei barconi nel Mediterraneo. Quando saremo pronti?
«Smantellare le reti dei trafficanti rimane parte importante della nostra azione. La prima fase dell’operazione navale Ue ha raggiunto in poche settimane gli obiettivi e ci ha permesso di salvare 1500 vite umane. Ora siamo pronti a contrastare direttamente le attività dei mercanti d’anime. Su questo siamo uniti. Ora spetta agli Stati membri fornire i mezzi navali militari necessari. Credo che entro due settimane saremo pronti ad agire in acque internazionali. Già nella prima fase in ben 16 occasioni avremmo potuto sequestrare le imbarcazioni e arrestare gli scafisti».
In Siria, il presidente francese Hollande si dice pronto a bombardare le postazioni dell’Isis. Cosa fa l’Unione?
«L’Ue è parte della coalizione anti Daesh. In questo caso abbiamo scelto di impegnarci non sul piano militare ma su altri terreni, soprattutto quello umanitario. In Iraq, Siria, Giordania e Turchia ci sono milioni di persone che hanno bisogno di assistenza. E su questo lavoriamo. Ma non è solo una questione umanitaria, il punto fondamentale del nostro impegno è l’attività diplomatica per la soluzione della crisi siriana».
L a transizione politica prevede un ruolo per Assad?
«È impossibile pensare che Assad faccia parte del futuro della Siria. Ma è chiaro a tutti che una transizione sarà possibile solo trovando il modo di far parlare le parti e farle sedere attorno a un tavolo».
Repubblica 6.9.15
Un fiume vivo può liberare i migranti dai ghetti
di Eugenio Scalfari
IL TEMA dei migranti ha di fatto spostato profondamente tutte le priorità finora dominanti. Restano certamente del massimo rilievo i problemi della crescita economica, la crisi di tutti i Paesi emergenti a cominciare dalla Cina e dal Brasile, gli interventi delle Banche centrali per sostenere l’assetto sistemico delle forze produttive, dei debiti sovrani, del credito bancario. Queste realtà richiedono, anzi impongono attenzione e concreti interventi ma, nonostante la loro rilevanza, passano in seconda linea di fronte al tema dei migranti.
Le realtà sistemiche riguardano interessi generali ma non valori etico-politici; il tema delle migrazioni di massa investe invece direttamente e drammaticamente i valori, che non sono ideali astratti, ma incidono anche sugli interessi collettivi e individuali; chiamano in causa il destino e la vita delle persone, delle famiglie, delle comunità, dei popoli.
Interi popoli sono in movimento in tutto il pianeta e in modo particolare in Africa, nel vicino Oriente, nell’Asia centrale e nell’Asia del Pacifico. Fuggono da guerre, stragi, povertà; hanno come destinazione i Paesi e i continenti di antica opulenza, suscitando rari sentimenti di accoglienza e molto più frequentemente reazioni di chiusura e respingimento.
Questo tema ha ripercussioni sociali, economiche, demografiche, politiche; durerà non meno di mezzo secolo, cambierà il pianeta, sconvolgerà le etnie vigenti, accrescerà ovunque le contraddizioni che sono il tratto distintivo della nostra specie; tenderà ad avvicinare le diverse religioni ma contemporaneamente ecciterà i fondamentalismi e i terrorismi che ne derivano.
ESALTERÀ le libertà individuali e le mortificherà con nuove e diffuse forme di schiavismo e traffico di persone; configurerà nuovi diritti e cancellerà i vecchi che ne costituiscono la base.
Ieri sul nostro giornale il direttore Ezio Mauro ha descritto con eccezionale efficacia la storia di quegli individui che vengono ridotti a nudi corpi, marcati sulla pelle da numeri per distinguerli e perseguitarli con maggiore determinazione. Quelle operazioni di massa avvengono al centro dell’Europa, in nazioni che sessant’anni fa giacevano ancora in una servitù etnica e politica e si ribellarono proprio per recuperare quella libertà che oggi conculcano per difendersi dai migranti.
Così facendo — scrive Mauro — quei popoli non si rendono conto di ridurre essi stessi a nudi corpi privi di valori; creano ghetti dove rinchiudere i nuovi arrivati, ma quel che resta a loro è un altro ghetto dove si auto-rinchiudono di propria iniziativa. Dove andranno i polacchi, gli ungheresi, gli slovacchi, se l’Occidente li isola per loro stessa scelta? Andranno verso la Russia? Escluso, è la storia che glielo impedisce. Ecco perché anche i loro Paesi rischiano di diventare nient’altro che ghetti. Ma spesso le contraddizioni sono anche positive. Questa, descritta da Mauro, porta con sé la riscoperta dei valori europei ed è stata la Germania della Merkel a farsene promotrice avendo con sé il grosso dell’opinione pubblica del suo Paese e del resto d’Europa: società civili, istituzioni, forze produttive, club sportivi, studenti, intellettuali.
Nella conferenza di due giorni fa a Francoforte sulla situazione monetaria europea, un giornalista ha chiesto a Mario Draghi una parola che definisse che cosa pensava degli avvenimenti nell’Est europeo contro gli immigrati. La risposta è stata la parola “orripilato” scandita e ripetuta due volte.
Così lo siamo tutti, con tre eccezioni, due delle quali sono purtroppo italiane: Salvini, Grillo, Le Pen. Ma è lecito prevedere che una parte dei loro attuali consensi populisti li abbandoneranno al momento del voto. *** L’aspetto positivo dello sconquasso in corso è il risveglio dell’Europa e dell’Occidente, non soltanto dei valori dei quali abbiamo già detto ma del suo massimo rafforzamento in termini di governo. L’Unione politica ed economica fin qui ha fatto passi avanti, limitatamente, per quanto riguarda l’economia, ma assai pochi nelle cessioni di sovranità politiche.
Già il terrorismo dell’Is aveva sottolineato questa necessità, ma dopo un’esaltazione transitoria quel risveglio si è nuovamente appisolato. Ora però si tratta di migranti, di centinaia di migliaia di persone che dal Sud e dall’Est bussano alla porta d’Europa e i membri dell’Ue — in certi casi perfino dell’eurogruppo — che si chiudono nel loro ghetto senza vie di uscita.
Si aggiunga a questa insensata diffidenza l’atteggiamento quasi analogo della Danimarca e quello decisamente inaccettabile della Gran Bretagna. Il premier inglese Cameron aveva promesso un conservatorismo moderato; invece sul tema delle immigrazioni è andato molto al di là. Di fatto ha chiuso la porta in faccia alla Germania, ha ribadito l’intangibilità del trattato di Dublino, ha ricordato che la Gran Bretagna accoglie più immigrati di qualunque altro Paese europeo e forse mondiale.
Quella affermazione è vera e non è vera. Gran parte di quelli che oggi Cameron definisce immigrati sono cittadini britannici da quando sono nati nei loro Paesi di origine che non erano più colonie ma membri dei Commonwealth con tutti i diritti che quello “status” gli aveva concesso, tra i quali la cittadinanza. Alla fine del colonialismo molti di quelli (indiani soprattutto) si trasferirono in Gran Bretagna. Sono immigrati? No, non lo sono.
Cameron in realtà si sta staccando dall’Unione mentre era sembrato che volesse semmai stringere di più i vincoli d’appartenenza europea. Sarebbe interessante sentire in proposito che cosa ne pensa Tony Blair. I voti, dice lui, si prendono al centro e anche a destra. Con questi bei risultati?
Resta comunque il tema dei popoli migranti, che va molto al di là perfino della buona volontà della Merkel. Non si tratta purtroppo del milione di migranti in fuga dalla Siria, dalle coste greche e libiche, dalla Turchia, dalla Somalia, dal Sudan. E neppure si tratta di quei cinque milioni che già preparano la fuga dall’Africa subsahariana.
In realtà, soltanto in quell’Africa, i potenziali migranti sono un popolo di cinquanta milioni e si va ben oltre se si aggiungono le popolazioni addensate in Pakistan, in Indonesia, nell’India meridionale, nelle Filippine.
Le regole che l’Europa dovrà approvare nello stato attuale delle nostre istituzioni riguardano sostanzialmente l’emergenza. Ma quest’emergenza, anche se continuiamo a chiamarla così, durerà a dir poco mezzo secolo e se l’Europa non accelera il mutamento della sua governance, affonderà in un pantano.
Prendo un esempio italiano. Il nostro presidente del Consiglio è pienamente d’accordo con la Merkel e con Hollande per quanto riguarda gli immigrati in fuga da paesi di guerra e di strage e sta facendo allestire in Italia presto e bene capacità di accoglienza anche maggiori di quelle attuali. Contemporaneamente però manda più o meno a quel paese la Commissione europea per quanto riguarda la politica fiscale italiana che la Commissione gli rimprovera (con molta moderazione). La cosa preoccupante è che anche il nostro ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, è in questo caso d’accordo con lui. In più si attende maggiore flessibilità dalla Commissione per attuare una politica di “deficit spending”.
Può darsi che quella politica sia ciò che è ora necessario. Personalmente ne dubito. La sola vera politica per rilanciare gli investimenti sarebbe nel concentrare tutte le risorse sul cuneo fiscale: una decontribuzione di massa, questa è la soluzione, non di abolire l’imposta sulla prima casa.
Ma il punto vero è questo: dove si discute questo problema ed altri analoghi? In uno Stato federale? Allora non sarebbero né Renzi né Hollande né la Merkel a discutere, ma un Parlamento europeo, una Presidenza europea e un governo europeo, cioè la Commissione eletta dal Parlamento.
Per l’intanto ci vogliono leggi che diano slancio agli investimenti pubblici e interventi di incentivo a quelli privati. Draghi il suo “bazooka” sulla liquidità, l’acquisto di titoli di Stato, le facilitazioni ai privati, li sta spingendo al massimo. Una parte cospicua del famoso tesoretto che fa diminuire il nostro deficit tra Pil e debito viene dagli interventi di Draghi ed anche il ministro dell’Economia lo ammette. Ma solo l’abbassamento del cuneo fiscale procurerebbe la creazione di nuovi posti di lavoro. Il resto sono chiacchiere.
***
Quanto ai migranti, le voci che sono in grado di parlare al mondo sono due soltanto: quella del presidente Usa, che a questo punto è il capo della sola, unica potenza mondiale. Dunque Barack Obama. L’altro, perfino più di lui, è papa Francesco.
Il solo modo non di abolire ma di moderare le migrazioni di interi popoli è di educarli civilmente e professionalmente sulle terre dalle quali vogliono andarsene. Bonificare eticamente quelle terre. Trasformare le loro plebi in popoli.
Domenica scorsa scrissi che il mondo aveva bisogno di migliaia e migliaia di angeli custodi, cioè d’un volontariato capace di svolgere quella funzione educativa, protetto dalla sponsorizzazione delle grandi potenze. Il plurale è d’obbligo ma è metaforico: la grande potenza è una sola. Unita a quella d’un Papa come l’attuale, quegli angeli custodi sarebbero l’aiuto del quale il mondo ha bisogno in questo fine d’epoca che stiamo vivendo.
In un messaggio inviato ieri alla Chiesa argentina, Francesco ha parlato d’un fiume di acqua viva che nel suo scorrere irrora uomini, terre, natura e vita. Eraclito aveva scritto “Tutto scorre”. E questa è l’immagine con la quale chiudiamo queste considerazioni.
Un fiume vivo può liberare i migranti dai ghetti
di Eugenio Scalfari
IL TEMA dei migranti ha di fatto spostato profondamente tutte le priorità finora dominanti. Restano certamente del massimo rilievo i problemi della crescita economica, la crisi di tutti i Paesi emergenti a cominciare dalla Cina e dal Brasile, gli interventi delle Banche centrali per sostenere l’assetto sistemico delle forze produttive, dei debiti sovrani, del credito bancario. Queste realtà richiedono, anzi impongono attenzione e concreti interventi ma, nonostante la loro rilevanza, passano in seconda linea di fronte al tema dei migranti.
Le realtà sistemiche riguardano interessi generali ma non valori etico-politici; il tema delle migrazioni di massa investe invece direttamente e drammaticamente i valori, che non sono ideali astratti, ma incidono anche sugli interessi collettivi e individuali; chiamano in causa il destino e la vita delle persone, delle famiglie, delle comunità, dei popoli.
Interi popoli sono in movimento in tutto il pianeta e in modo particolare in Africa, nel vicino Oriente, nell’Asia centrale e nell’Asia del Pacifico. Fuggono da guerre, stragi, povertà; hanno come destinazione i Paesi e i continenti di antica opulenza, suscitando rari sentimenti di accoglienza e molto più frequentemente reazioni di chiusura e respingimento.
Questo tema ha ripercussioni sociali, economiche, demografiche, politiche; durerà non meno di mezzo secolo, cambierà il pianeta, sconvolgerà le etnie vigenti, accrescerà ovunque le contraddizioni che sono il tratto distintivo della nostra specie; tenderà ad avvicinare le diverse religioni ma contemporaneamente ecciterà i fondamentalismi e i terrorismi che ne derivano.
ESALTERÀ le libertà individuali e le mortificherà con nuove e diffuse forme di schiavismo e traffico di persone; configurerà nuovi diritti e cancellerà i vecchi che ne costituiscono la base.
Ieri sul nostro giornale il direttore Ezio Mauro ha descritto con eccezionale efficacia la storia di quegli individui che vengono ridotti a nudi corpi, marcati sulla pelle da numeri per distinguerli e perseguitarli con maggiore determinazione. Quelle operazioni di massa avvengono al centro dell’Europa, in nazioni che sessant’anni fa giacevano ancora in una servitù etnica e politica e si ribellarono proprio per recuperare quella libertà che oggi conculcano per difendersi dai migranti.
Così facendo — scrive Mauro — quei popoli non si rendono conto di ridurre essi stessi a nudi corpi privi di valori; creano ghetti dove rinchiudere i nuovi arrivati, ma quel che resta a loro è un altro ghetto dove si auto-rinchiudono di propria iniziativa. Dove andranno i polacchi, gli ungheresi, gli slovacchi, se l’Occidente li isola per loro stessa scelta? Andranno verso la Russia? Escluso, è la storia che glielo impedisce. Ecco perché anche i loro Paesi rischiano di diventare nient’altro che ghetti. Ma spesso le contraddizioni sono anche positive. Questa, descritta da Mauro, porta con sé la riscoperta dei valori europei ed è stata la Germania della Merkel a farsene promotrice avendo con sé il grosso dell’opinione pubblica del suo Paese e del resto d’Europa: società civili, istituzioni, forze produttive, club sportivi, studenti, intellettuali.
Nella conferenza di due giorni fa a Francoforte sulla situazione monetaria europea, un giornalista ha chiesto a Mario Draghi una parola che definisse che cosa pensava degli avvenimenti nell’Est europeo contro gli immigrati. La risposta è stata la parola “orripilato” scandita e ripetuta due volte.
Così lo siamo tutti, con tre eccezioni, due delle quali sono purtroppo italiane: Salvini, Grillo, Le Pen. Ma è lecito prevedere che una parte dei loro attuali consensi populisti li abbandoneranno al momento del voto. *** L’aspetto positivo dello sconquasso in corso è il risveglio dell’Europa e dell’Occidente, non soltanto dei valori dei quali abbiamo già detto ma del suo massimo rafforzamento in termini di governo. L’Unione politica ed economica fin qui ha fatto passi avanti, limitatamente, per quanto riguarda l’economia, ma assai pochi nelle cessioni di sovranità politiche.
Già il terrorismo dell’Is aveva sottolineato questa necessità, ma dopo un’esaltazione transitoria quel risveglio si è nuovamente appisolato. Ora però si tratta di migranti, di centinaia di migliaia di persone che dal Sud e dall’Est bussano alla porta d’Europa e i membri dell’Ue — in certi casi perfino dell’eurogruppo — che si chiudono nel loro ghetto senza vie di uscita.
Si aggiunga a questa insensata diffidenza l’atteggiamento quasi analogo della Danimarca e quello decisamente inaccettabile della Gran Bretagna. Il premier inglese Cameron aveva promesso un conservatorismo moderato; invece sul tema delle immigrazioni è andato molto al di là. Di fatto ha chiuso la porta in faccia alla Germania, ha ribadito l’intangibilità del trattato di Dublino, ha ricordato che la Gran Bretagna accoglie più immigrati di qualunque altro Paese europeo e forse mondiale.
Quella affermazione è vera e non è vera. Gran parte di quelli che oggi Cameron definisce immigrati sono cittadini britannici da quando sono nati nei loro Paesi di origine che non erano più colonie ma membri dei Commonwealth con tutti i diritti che quello “status” gli aveva concesso, tra i quali la cittadinanza. Alla fine del colonialismo molti di quelli (indiani soprattutto) si trasferirono in Gran Bretagna. Sono immigrati? No, non lo sono.
Cameron in realtà si sta staccando dall’Unione mentre era sembrato che volesse semmai stringere di più i vincoli d’appartenenza europea. Sarebbe interessante sentire in proposito che cosa ne pensa Tony Blair. I voti, dice lui, si prendono al centro e anche a destra. Con questi bei risultati?
Resta comunque il tema dei popoli migranti, che va molto al di là perfino della buona volontà della Merkel. Non si tratta purtroppo del milione di migranti in fuga dalla Siria, dalle coste greche e libiche, dalla Turchia, dalla Somalia, dal Sudan. E neppure si tratta di quei cinque milioni che già preparano la fuga dall’Africa subsahariana.
In realtà, soltanto in quell’Africa, i potenziali migranti sono un popolo di cinquanta milioni e si va ben oltre se si aggiungono le popolazioni addensate in Pakistan, in Indonesia, nell’India meridionale, nelle Filippine.
Le regole che l’Europa dovrà approvare nello stato attuale delle nostre istituzioni riguardano sostanzialmente l’emergenza. Ma quest’emergenza, anche se continuiamo a chiamarla così, durerà a dir poco mezzo secolo e se l’Europa non accelera il mutamento della sua governance, affonderà in un pantano.
Prendo un esempio italiano. Il nostro presidente del Consiglio è pienamente d’accordo con la Merkel e con Hollande per quanto riguarda gli immigrati in fuga da paesi di guerra e di strage e sta facendo allestire in Italia presto e bene capacità di accoglienza anche maggiori di quelle attuali. Contemporaneamente però manda più o meno a quel paese la Commissione europea per quanto riguarda la politica fiscale italiana che la Commissione gli rimprovera (con molta moderazione). La cosa preoccupante è che anche il nostro ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, è in questo caso d’accordo con lui. In più si attende maggiore flessibilità dalla Commissione per attuare una politica di “deficit spending”.
Può darsi che quella politica sia ciò che è ora necessario. Personalmente ne dubito. La sola vera politica per rilanciare gli investimenti sarebbe nel concentrare tutte le risorse sul cuneo fiscale: una decontribuzione di massa, questa è la soluzione, non di abolire l’imposta sulla prima casa.
Ma il punto vero è questo: dove si discute questo problema ed altri analoghi? In uno Stato federale? Allora non sarebbero né Renzi né Hollande né la Merkel a discutere, ma un Parlamento europeo, una Presidenza europea e un governo europeo, cioè la Commissione eletta dal Parlamento.
Per l’intanto ci vogliono leggi che diano slancio agli investimenti pubblici e interventi di incentivo a quelli privati. Draghi il suo “bazooka” sulla liquidità, l’acquisto di titoli di Stato, le facilitazioni ai privati, li sta spingendo al massimo. Una parte cospicua del famoso tesoretto che fa diminuire il nostro deficit tra Pil e debito viene dagli interventi di Draghi ed anche il ministro dell’Economia lo ammette. Ma solo l’abbassamento del cuneo fiscale procurerebbe la creazione di nuovi posti di lavoro. Il resto sono chiacchiere.
***
Quanto ai migranti, le voci che sono in grado di parlare al mondo sono due soltanto: quella del presidente Usa, che a questo punto è il capo della sola, unica potenza mondiale. Dunque Barack Obama. L’altro, perfino più di lui, è papa Francesco.
Il solo modo non di abolire ma di moderare le migrazioni di interi popoli è di educarli civilmente e professionalmente sulle terre dalle quali vogliono andarsene. Bonificare eticamente quelle terre. Trasformare le loro plebi in popoli.
Domenica scorsa scrissi che il mondo aveva bisogno di migliaia e migliaia di angeli custodi, cioè d’un volontariato capace di svolgere quella funzione educativa, protetto dalla sponsorizzazione delle grandi potenze. Il plurale è d’obbligo ma è metaforico: la grande potenza è una sola. Unita a quella d’un Papa come l’attuale, quegli angeli custodi sarebbero l’aiuto del quale il mondo ha bisogno in questo fine d’epoca che stiamo vivendo.
In un messaggio inviato ieri alla Chiesa argentina, Francesco ha parlato d’un fiume di acqua viva che nel suo scorrere irrora uomini, terre, natura e vita. Eraclito aveva scritto “Tutto scorre”. E questa è l’immagine con la quale chiudiamo queste considerazioni.
Repubblica 6.9.15
Mio padre fuggì dall’Europa quei profughi siamo tutti noi
Anche Albert Einstein e il Dalai Lama erano rifugiati. Se qualcuno non li avesse aiutati la loro storia sarebbe stata diversa
Troppo a lungo i governi hanno finto di ignorare ciò che stava accadendo nei Paesi da cui si fugge per bussare alla porta dell’Europa
È arrivato il momento di lavorare davvero per fermare la guerra in Siria
di Nicholas Kristof
OSSERVANDO le agghiaccianti immagini dei rifugiati siriani che provano a raggiungere la salvezza — o, come nel caso di Alan Kurdi, tre anni, perdono la vita nel tentativo di riuscirvi — la mia mente va ad altri rifugiati. Albert Einstein. Madeleine Albright. Il Dalai Lama. E mio padre, che all’indomani della Seconda guerra mondiale attraversò a nuoto il Danubio per fuggire dalla Romania e unirsi ad un flusso di rifugiati di cui a nessuno importava molto. Per fortuna una famiglia di Portland, nell’Oregon, sponsorizzò il suo viaggio negli Stati Uniti, rendendo così possibile che io oggi scriva questo articolo.
Se nelle immagini dei rifugiati di oggi non vedete riflessi voi stessi, o i vostri familiari, avete bisogno di un trapianto di empatia. La morte di Alan è espressione della sistematica noncuranza della leadership mondiale, dalle capitali arabe a quelle europee, da Mosca a Washington. Una noncuranza che si esprime su tre piani.
La guerra civile siriana si trascina da quattro anni e ha causato la morte di quasi duecentomila persone, senza che si compisse un autentico sforzo per interrompere i combattimenti. Creare una zona di sicurezza avrebbe quanto meno consentito ai siriani di restare nel proprio Paese.
Mentre milioni di rifugiati siriani si riversavano nei Paesi vicini, il mondo faceva spallucce. Le richieste di aiuto avanzate dalle Nazioni Unite per i rifugiati siriani sono finanziate solo al 41% percento, e il Programma alimentare mondiale si è visto di recente costretto a ridurre drasticamente la cifra stanziata per il sostentamento dei rifugiati in Libano (portandola a 13,50 dollari a persona, al mese). La metà dei piccoli siriani non possono andare a scuola. È dunque comprensibile che i loro genitori facciano rotta per l’Europa.
Mossi dalla xenofobia e dalla demagogia, alcuni europei hanno fatto di tutto per stigmatizzare i rifugiati e intralciare il loro viaggio.
Bob Kitchen, dell’International Rescue Comitee mi ha detto di aver visto famiglie di rifugiati arrivare sulle spiagge della Grecia e abbracciarsi festose, pensando di avercela finalmente fatta — ignare di ciò che ancora li aspettava nell’Europa meridionale. «Questa crisi - ha detto - è da imputare a leader mondiali che hanno dato la precedenza ad altre cose » rispetto alla Siria. «Ed è il prodotto di quell’inerzia».
Stando ad António Guterres, che dirige l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, la crisi è in parte il risultato di «un fallimento della leadership mondiale». «Non si tratta di un’invasione imponente», ha detto, spiegando che in un continente che conta più di mezzo miliardo di abitanti stanno arrivando ogni giorno circa 4mila persone. «Con l’impegno e la volontà della politica sarebbe gestibile». Tutti sappiamo che alla vigilia della Seconda guerra mondiale il mondo abbandonò chi cercava di scappare. Gli Usa impedirono ai rifugiati ebrei arrivati a Miami a bordo della St. Louis di sbarcare. La nave tornò in Europa ed alcune delle persone che erano a bordo morirono nell’Olocausto.
Alan aveva dei parenti in Canada che volevano dargli una casa, ma non ha trovato un porto. È morto mentre era sotto la nostra custodia. Guterres ritiene che le immagini di bambini come Aylan stiano contribuendo a modificare lo stato d’animo. «La compassione sta avendo la meglio sulla paura», sostiene.
Spero che abbia ragione. Attraverso Facebook, gli islandesi si stanno offrendo di pagare il volo aereo ai rifugiati siriani e di ospitarli nelle loro case. Migliaia di loro hanno già abbracciato questa iniziativa, riassunta dallo slogan: «Solo perché non sta accadendo qui non significa che non stia accadendo».
Ci sono poi i Paesi del Golfo persico. Amnesty International dice che l’Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati Arabi non hanno accettato un solo rifugiato siriano (benché abbiano permesso a chi era arrivato sul loro territorio di restarci, senza però conferirgli formalmente lo status di rifugiati). E i bombardamenti in Yemen da parte dell’Arabia Saudita non fanno che inasprire la crisi.
Noi americani saremmo forse tentati di congratularci con noi stessi, ma dall’inizio della guerra gli Usa hanno accettato solo circa 1500 rifugiati siriani e sulla Siria l’amministrazione Obama ha gettato la spugna, evitando di assumere decisioni drastiche, come quella di minacciare il ricorso ai missili per creare una zona di sicurezza, o di intervenire più sommessamente, contribuendo alla costruzione di scuole nei Paesi limitrofi per i piccoli rifugiati siriani.
È evidente che quello di assimilare dei rifugiati sia un compito difficile. Si fa presto ad accoglierli all’aeroporto, ma dare un lavoro e assorbire nella società degli individui con valori diversi dai nostri è ben più complesso. (Una volta in Giordania ho fatto visita a una famiglia di rifugiati che aspettava di stabilirsi negli Stati Uniti: vedendo sulla parete un poster di Saddam Hussein mi sono domandato in che modo si sarebbero adattati).
In ogni caso è bene chiarire che la soluzione definitiva non è quella di trovare una nuova casa per i siriani, ma di permettere loro di tornare nella propria. «Interrompendo il lancio dei barili bomba (barili imbottiti di chiodi che l’aviazione governativa lancia sulle zone controllate dai ribelli ndr.) si contribuirebbe più che con qualsiasi altri gesto a salvare la vita dei rifugiati che tentano di raggiungere l’Europa, perché ciò che le persone vogliono è tornare nelle loro case», dice Lina Sergie Attar, scrittrice e architetta siriano-americana.
Si è molto dibattuto sull’opportunità o meno di pubblicare le foto del corpicino di Alan. La vera atrocità non è la foto, ma la morte in se’ e la nostra sconfitta morale, rappresentata dall’incapacità di salvare la vita di bambini come lui.
(@The New York Times/La Repubblica Traduzione di Marzia Porta)
Mio padre fuggì dall’Europa quei profughi siamo tutti noi
Anche Albert Einstein e il Dalai Lama erano rifugiati. Se qualcuno non li avesse aiutati la loro storia sarebbe stata diversa
Troppo a lungo i governi hanno finto di ignorare ciò che stava accadendo nei Paesi da cui si fugge per bussare alla porta dell’Europa
È arrivato il momento di lavorare davvero per fermare la guerra in Siria
di Nicholas Kristof
OSSERVANDO le agghiaccianti immagini dei rifugiati siriani che provano a raggiungere la salvezza — o, come nel caso di Alan Kurdi, tre anni, perdono la vita nel tentativo di riuscirvi — la mia mente va ad altri rifugiati. Albert Einstein. Madeleine Albright. Il Dalai Lama. E mio padre, che all’indomani della Seconda guerra mondiale attraversò a nuoto il Danubio per fuggire dalla Romania e unirsi ad un flusso di rifugiati di cui a nessuno importava molto. Per fortuna una famiglia di Portland, nell’Oregon, sponsorizzò il suo viaggio negli Stati Uniti, rendendo così possibile che io oggi scriva questo articolo.
Se nelle immagini dei rifugiati di oggi non vedete riflessi voi stessi, o i vostri familiari, avete bisogno di un trapianto di empatia. La morte di Alan è espressione della sistematica noncuranza della leadership mondiale, dalle capitali arabe a quelle europee, da Mosca a Washington. Una noncuranza che si esprime su tre piani.
La guerra civile siriana si trascina da quattro anni e ha causato la morte di quasi duecentomila persone, senza che si compisse un autentico sforzo per interrompere i combattimenti. Creare una zona di sicurezza avrebbe quanto meno consentito ai siriani di restare nel proprio Paese.
Mentre milioni di rifugiati siriani si riversavano nei Paesi vicini, il mondo faceva spallucce. Le richieste di aiuto avanzate dalle Nazioni Unite per i rifugiati siriani sono finanziate solo al 41% percento, e il Programma alimentare mondiale si è visto di recente costretto a ridurre drasticamente la cifra stanziata per il sostentamento dei rifugiati in Libano (portandola a 13,50 dollari a persona, al mese). La metà dei piccoli siriani non possono andare a scuola. È dunque comprensibile che i loro genitori facciano rotta per l’Europa.
Mossi dalla xenofobia e dalla demagogia, alcuni europei hanno fatto di tutto per stigmatizzare i rifugiati e intralciare il loro viaggio.
Bob Kitchen, dell’International Rescue Comitee mi ha detto di aver visto famiglie di rifugiati arrivare sulle spiagge della Grecia e abbracciarsi festose, pensando di avercela finalmente fatta — ignare di ciò che ancora li aspettava nell’Europa meridionale. «Questa crisi - ha detto - è da imputare a leader mondiali che hanno dato la precedenza ad altre cose » rispetto alla Siria. «Ed è il prodotto di quell’inerzia».
Stando ad António Guterres, che dirige l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, la crisi è in parte il risultato di «un fallimento della leadership mondiale». «Non si tratta di un’invasione imponente», ha detto, spiegando che in un continente che conta più di mezzo miliardo di abitanti stanno arrivando ogni giorno circa 4mila persone. «Con l’impegno e la volontà della politica sarebbe gestibile». Tutti sappiamo che alla vigilia della Seconda guerra mondiale il mondo abbandonò chi cercava di scappare. Gli Usa impedirono ai rifugiati ebrei arrivati a Miami a bordo della St. Louis di sbarcare. La nave tornò in Europa ed alcune delle persone che erano a bordo morirono nell’Olocausto.
Alan aveva dei parenti in Canada che volevano dargli una casa, ma non ha trovato un porto. È morto mentre era sotto la nostra custodia. Guterres ritiene che le immagini di bambini come Aylan stiano contribuendo a modificare lo stato d’animo. «La compassione sta avendo la meglio sulla paura», sostiene.
Spero che abbia ragione. Attraverso Facebook, gli islandesi si stanno offrendo di pagare il volo aereo ai rifugiati siriani e di ospitarli nelle loro case. Migliaia di loro hanno già abbracciato questa iniziativa, riassunta dallo slogan: «Solo perché non sta accadendo qui non significa che non stia accadendo».
Ci sono poi i Paesi del Golfo persico. Amnesty International dice che l’Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati Arabi non hanno accettato un solo rifugiato siriano (benché abbiano permesso a chi era arrivato sul loro territorio di restarci, senza però conferirgli formalmente lo status di rifugiati). E i bombardamenti in Yemen da parte dell’Arabia Saudita non fanno che inasprire la crisi.
Noi americani saremmo forse tentati di congratularci con noi stessi, ma dall’inizio della guerra gli Usa hanno accettato solo circa 1500 rifugiati siriani e sulla Siria l’amministrazione Obama ha gettato la spugna, evitando di assumere decisioni drastiche, come quella di minacciare il ricorso ai missili per creare una zona di sicurezza, o di intervenire più sommessamente, contribuendo alla costruzione di scuole nei Paesi limitrofi per i piccoli rifugiati siriani.
È evidente che quello di assimilare dei rifugiati sia un compito difficile. Si fa presto ad accoglierli all’aeroporto, ma dare un lavoro e assorbire nella società degli individui con valori diversi dai nostri è ben più complesso. (Una volta in Giordania ho fatto visita a una famiglia di rifugiati che aspettava di stabilirsi negli Stati Uniti: vedendo sulla parete un poster di Saddam Hussein mi sono domandato in che modo si sarebbero adattati).
In ogni caso è bene chiarire che la soluzione definitiva non è quella di trovare una nuova casa per i siriani, ma di permettere loro di tornare nella propria. «Interrompendo il lancio dei barili bomba (barili imbottiti di chiodi che l’aviazione governativa lancia sulle zone controllate dai ribelli ndr.) si contribuirebbe più che con qualsiasi altri gesto a salvare la vita dei rifugiati che tentano di raggiungere l’Europa, perché ciò che le persone vogliono è tornare nelle loro case», dice Lina Sergie Attar, scrittrice e architetta siriano-americana.
Si è molto dibattuto sull’opportunità o meno di pubblicare le foto del corpicino di Alan. La vera atrocità non è la foto, ma la morte in se’ e la nostra sconfitta morale, rappresentata dall’incapacità di salvare la vita di bambini come lui.
(@The New York Times/La Repubblica Traduzione di Marzia Porta)
La Stampa 6.9.15
Perché l’Ue deve premiare chi accoglie
di Mario Deaglio
Alla base dell’Unione Europea non ci sono i dazi doganali, il rapporto tra deficit e pil, i regolamenti su come si deve fare il formaggio o su quale deve essere la dimensione delle prese elettriche. La grande avventura europea è fondata sui valori: libertà, uguaglianza, democrazia, rifiuto del terribile passato di due guerre mondiali, che furono prima di tutto guerre europee.
Proprio per questo, chi si sente europeo non può non provare qualcosa che ondeggia tra la perplessità e l’indignazione di fronte alle immagini che per tutta la settimana sono arrivate dall’Ungheria: persone rinchiuse dietro a reticolati circondati dalla polizia, bambini strattonati e marchiati come animali, tifosi di una squadra di calcio che vanno a picchiare i profughi. Pur nella profonda diversità delle situazioni, è inevitabile, che il pensiero vada ad altri reticolati e ad altri treni che, poco più di settant’anni fa, partivano da Budapest con il consenso del governo, tra la generale indifferenza degli abitanti, verso una terribile «destinazione finale».
Intrecciando il linguaggio dei valori con quello dell’economia si arriva alla conclusione che l’attuale problema dei profughi, troppo a lungo ignorato o minimizzato, non può essere certo risolto con il populismo becero, frequente nel dibattito politico italiano, non può essere risolto senza costi. L’Europa sta traendo un enorme vantaggio economico (il cui ordine di grandezza è di oltre 100 miliardi di euro all’anno) dalla riduzione del prezzo del petrolio. Una parte di questo vantaggio, che ci viene dall’estero senza alcun nostro merito, deve essere utilizzato per coprire i costi immediati del grande problema che ci viene anch’esso dall’estero.
E’ ormai chiaro che si tratta di un problema di livello europeo e non nazionale; e l’Europa che ha risolto le complicate questioni delle «quote latte» non può non affrontare quelle delle «quote» dei profughi. Il meccanismo è, di per sé, piuttosto semplice, facilitato dalla decisione di Germania e Austria di accogliere centinaia di migliaia di profughi. I paesi che rifiutano l’accoglienza (come l’Ungheria e altri dell’Europa centro-orientale, i cui milioni di profughi furono generosamente ospitati in Occidente durante la «guerra fredda») devono contribuire a questi costi, che saranno addizionati al loro contributo annuale all’Unione Europea; i paesi che li accolgono, devono detrarre il costo dell’accoglienza dal contributo annuale che pagano a Bruxelles.
E’ chiaro che dobbiamo riservare agli esseri umani che arrivano sul territorio europeo almeno gli stessi principi che applichiamo alle merci che arrivano nei porti europei: se lo spazio economico europeo è unico, unico deve essere anche lo «spazio umano». Questo significa che un migrante accolto in Italia deve, notificando i suoi spostamenti e con modalità che dovranno essere stabilite (magari con un lasciapassare), potersi spostare, con assoluta tracciabilità, in tutto il territorio dell’Unione
Questa è la parte facile del problema e riguarda la gestione dell’emergenza. Il problema, però, ha dimensioni strutturali e richiede soluzioni strutturali, perché come ci ha ricordato venerdì il capo dello stato maggiore delle forze armate degli Stati Uniti, i flussi migratori dall’Africa continueranno almeno per vent’anni. Per convincersene basta confrontare l’evoluzione demografica dell’Europa con quella dell’Africa e del Medio Oriente: un continente ricco e sempre più vecchio ha alle sue frontiere meridionali un continente molto povero che letteralmente scoppierà di giovani. In un modo o nell’altro, una parte di questi giovani continuerà a «fare il salto», anche se per farlo bisogna essere chiusi in un container o nella stiva di un aereo.
La soluzione di lungo termine si trova quindi in Africa e sulle coste asiatiche del Mediterraneo e comporta l’impiego delle risorse per finanziare un enorme programma di sviluppo a lungo termine delle aree povere che ci stanno davanti: infrastrutture di ogni tipo devono essere costruite, probabilmente finanziate in parte dalla Banca Mondiale o dalla nuova Banca di Sviluppo creata dai paesi emergenti, in parte dalla Banca Europea degli Investimenti, dal momento che la parte maggiore di questi investimenti la faranno, almeno nella fase iniziale, le imprese europee.
Nel giro di venti o trent’anni, o aiuteremo la crescita dell’Africa oppure l’Africa ci sommergerà. Per questo deve finire il sostanziale disinteresse, non solo dell’opinione pubblica ma anche dei governi per quello che avviene sulla riva Sud del Mediterraneo e nel grandi spazi a Sud del Sahara che il cittadino medio europeo conosce sommariamente come posti nei quali si possono passare vacanze esotiche. Il turismo e l’indifferenza non sono più una soluzione, il coinvolgimento sì.
Perché l’Ue deve premiare chi accoglie
di Mario Deaglio
Alla base dell’Unione Europea non ci sono i dazi doganali, il rapporto tra deficit e pil, i regolamenti su come si deve fare il formaggio o su quale deve essere la dimensione delle prese elettriche. La grande avventura europea è fondata sui valori: libertà, uguaglianza, democrazia, rifiuto del terribile passato di due guerre mondiali, che furono prima di tutto guerre europee.
Proprio per questo, chi si sente europeo non può non provare qualcosa che ondeggia tra la perplessità e l’indignazione di fronte alle immagini che per tutta la settimana sono arrivate dall’Ungheria: persone rinchiuse dietro a reticolati circondati dalla polizia, bambini strattonati e marchiati come animali, tifosi di una squadra di calcio che vanno a picchiare i profughi. Pur nella profonda diversità delle situazioni, è inevitabile, che il pensiero vada ad altri reticolati e ad altri treni che, poco più di settant’anni fa, partivano da Budapest con il consenso del governo, tra la generale indifferenza degli abitanti, verso una terribile «destinazione finale».
Intrecciando il linguaggio dei valori con quello dell’economia si arriva alla conclusione che l’attuale problema dei profughi, troppo a lungo ignorato o minimizzato, non può essere certo risolto con il populismo becero, frequente nel dibattito politico italiano, non può essere risolto senza costi. L’Europa sta traendo un enorme vantaggio economico (il cui ordine di grandezza è di oltre 100 miliardi di euro all’anno) dalla riduzione del prezzo del petrolio. Una parte di questo vantaggio, che ci viene dall’estero senza alcun nostro merito, deve essere utilizzato per coprire i costi immediati del grande problema che ci viene anch’esso dall’estero.
E’ ormai chiaro che si tratta di un problema di livello europeo e non nazionale; e l’Europa che ha risolto le complicate questioni delle «quote latte» non può non affrontare quelle delle «quote» dei profughi. Il meccanismo è, di per sé, piuttosto semplice, facilitato dalla decisione di Germania e Austria di accogliere centinaia di migliaia di profughi. I paesi che rifiutano l’accoglienza (come l’Ungheria e altri dell’Europa centro-orientale, i cui milioni di profughi furono generosamente ospitati in Occidente durante la «guerra fredda») devono contribuire a questi costi, che saranno addizionati al loro contributo annuale all’Unione Europea; i paesi che li accolgono, devono detrarre il costo dell’accoglienza dal contributo annuale che pagano a Bruxelles.
E’ chiaro che dobbiamo riservare agli esseri umani che arrivano sul territorio europeo almeno gli stessi principi che applichiamo alle merci che arrivano nei porti europei: se lo spazio economico europeo è unico, unico deve essere anche lo «spazio umano». Questo significa che un migrante accolto in Italia deve, notificando i suoi spostamenti e con modalità che dovranno essere stabilite (magari con un lasciapassare), potersi spostare, con assoluta tracciabilità, in tutto il territorio dell’Unione
Questa è la parte facile del problema e riguarda la gestione dell’emergenza. Il problema, però, ha dimensioni strutturali e richiede soluzioni strutturali, perché come ci ha ricordato venerdì il capo dello stato maggiore delle forze armate degli Stati Uniti, i flussi migratori dall’Africa continueranno almeno per vent’anni. Per convincersene basta confrontare l’evoluzione demografica dell’Europa con quella dell’Africa e del Medio Oriente: un continente ricco e sempre più vecchio ha alle sue frontiere meridionali un continente molto povero che letteralmente scoppierà di giovani. In un modo o nell’altro, una parte di questi giovani continuerà a «fare il salto», anche se per farlo bisogna essere chiusi in un container o nella stiva di un aereo.
La soluzione di lungo termine si trova quindi in Africa e sulle coste asiatiche del Mediterraneo e comporta l’impiego delle risorse per finanziare un enorme programma di sviluppo a lungo termine delle aree povere che ci stanno davanti: infrastrutture di ogni tipo devono essere costruite, probabilmente finanziate in parte dalla Banca Mondiale o dalla nuova Banca di Sviluppo creata dai paesi emergenti, in parte dalla Banca Europea degli Investimenti, dal momento che la parte maggiore di questi investimenti la faranno, almeno nella fase iniziale, le imprese europee.
Nel giro di venti o trent’anni, o aiuteremo la crescita dell’Africa oppure l’Africa ci sommergerà. Per questo deve finire il sostanziale disinteresse, non solo dell’opinione pubblica ma anche dei governi per quello che avviene sulla riva Sud del Mediterraneo e nel grandi spazi a Sud del Sahara che il cittadino medio europeo conosce sommariamente come posti nei quali si possono passare vacanze esotiche. Il turismo e l’indifferenza non sono più una soluzione, il coinvolgimento sì.
Corriere 6.9.15
l’esempio tedesco deve fare riflettere un’italia ancora divisa
La crisi dei migranti e quanto accade nel Mediterraneo dovrebbero spingerci a dare risposte concrete agli appelli che arrivano
Come ha fatto la Germania aprendo le porte ai profughi siriani, perché non si può stare a guardare
di Maurizio Caprara
È in corso un tardivo risveglio davanti alla realtà, adesso l’Italia dovrebbe fare il possibile per non ritrovarsi in ruoli secondari di fronte a un capitolo storico della politica internazionale nel quale avrebbe titoli per essere Paese di primo piano. A quattro anni da quando cominciò la guerra civile in Siria, intensificatasi via via con il coinvolgimento sotterraneo di altri Stati arabi, ci siamo accorti che tra quanti bussano alle porte dell’Europa in cerca di pace, pane e asilo sono tante le persone costrette a fuggire di casa dalle fiamme di combattimenti o da persecuzioni. Ci siamo resi conto che, in fondo, potremmo identificarci con quanti scappano da punti di un Maghreb e di un Medio Oriente resi instabili da rigurgiti di arretratezza, zampilli tossici scaturiti dopo proteste di piazza applaudite nel 2011 anche da noi. Nelle famiglie di parecchi italiani, il genitore o i nonni che durante la Seconda guerra mondiale furono sfollati non sono una rarità e il nostro popolo ha alle spalle gli esodi da Istria, Dalmazia e la cacciata degli italiani dalla Libia nel 1970.
Durante questo sobbalzo di consapevolezza, una signora dipinta come arcigna e a tratti crudele, la cancelliera tedesca Angela Merkel, ci ha scavalcato in magnanimità: ha aperto le porte del suo Paese ai profughi siriani mentre noi ancora dedichiamo stanchi dibattiti e ore di talk show a un’immigrazione in modo improprio definita biblica, grossolanamente paragonata a invasioni come se molti di noi non avessero o avessero avuto una madre o un padre assistiti da badanti stranieri o figli allevati con l’aiuto di bambinaie provenienti da fuori d’Italia.
Sia chiaro, nulla va compresso dei diritti dei nostri connazionali alle prese con i punti di impatto diretti dei flussi di profughi o migranti. Disagi autentici esistono ed è dovere dello Stato alleviarli e affrontarli, ma ammettiamo che l’Italia non è tutta Lampedusa o i paesi e i quartieri di Sud, Nord e Centro nei quali si ingorga una migrazione mal distribuita. Soprattutto nella scena pubblica, il senso delle proporzioni non ha abbondato nel descrivere e giudicare quanto accade davvero.
In questo contesto, è il caso di tenere presenti le nostre responsabilità davanti a quanto accade nel Mediterraneo. Le postazioni di Muammar el Gheddafi in Libia nel 2011 le abbiamo bombardate anche noi italiani. Il tappo alle energie compresse dalle dittature, tra le quali molte pulsioni non erano buone, lo abbiamo fatto saltare anche noi, salvo disinteressarci poi degli effetti e di quanto si stava sprigionando. Le nuove crepe negli equilibri politici e in filtri di sorveglianza già dilatati hanno accresciuto gli spazi per flussi di profughi, oltre che di migranti, in partenza da Africa e Asia.
Il Mediterraneo è un mare dal quale ricaviamo introiti per i turisti che vengono in Italia, è un bacino dal quale importiamo gas e petrolio, è talmente importante per gli assetti dell’Europa e del Medio Oriente che nel 2015 le forze armate di Cina e Russia, estranee alle sue sponde, vi hanno organizzato esercitazioni militari congiunte. La politica estera dell’Italia, che godette di una rendita di posizione quando eravamo una frontiera tra Est e Ovest nel mondo diviso in due blocchi, non può che imperniarsi in gran parte su tormenti e opportunità di questo mare.
La storia talvolta riserva a ciascun Paese o a più Paesi chiamate a compiere scelte, ad assumere un ruolo. Parti sofferenti di Sud e Sudest del Mediterraneo, da anni, chiamano l’Europa a dare aiuto, favorire sicurezza, contribuire a mettere pace. Ci sono vari modi per farlo, vanno discussi e comportano rischi, non si tratta di dedicarsi a passeggiate o a veleggiate tranquille. Ma noi italiani dobbiamo decidere se non ci sentiamo pronti o adatti a rispondere alla chiamata o se lo siamo.
Se vogliamo risultare avanguardie o passeggeri accodati in un auspicabile recupero di funzioni dell’Unione Europea in scenari cruciali. Se restiamo a guardare, altri potrebbero rispondere all’appello meglio di noi. E incamerarne più di noi i risultati.
Come noi e peggio di noi, la Germania è un Paese uscito sconfitto dalla Seconda guerra mondiale. Da decenni, in campo internazionale ha mantenuto prudenza e si è tenuta defilata rispetto alle missioni militari. Oggi gioca la carta dell’apertura ai profughi. Sarebbe stato meglio se quella carta fosse uscita dal nostro mazzo. Sarebbe bene tenersi pronti alle prossime mani della partita.
l’esempio tedesco deve fare riflettere un’italia ancora divisa
La crisi dei migranti e quanto accade nel Mediterraneo dovrebbero spingerci a dare risposte concrete agli appelli che arrivano
Come ha fatto la Germania aprendo le porte ai profughi siriani, perché non si può stare a guardare
di Maurizio Caprara
È in corso un tardivo risveglio davanti alla realtà, adesso l’Italia dovrebbe fare il possibile per non ritrovarsi in ruoli secondari di fronte a un capitolo storico della politica internazionale nel quale avrebbe titoli per essere Paese di primo piano. A quattro anni da quando cominciò la guerra civile in Siria, intensificatasi via via con il coinvolgimento sotterraneo di altri Stati arabi, ci siamo accorti che tra quanti bussano alle porte dell’Europa in cerca di pace, pane e asilo sono tante le persone costrette a fuggire di casa dalle fiamme di combattimenti o da persecuzioni. Ci siamo resi conto che, in fondo, potremmo identificarci con quanti scappano da punti di un Maghreb e di un Medio Oriente resi instabili da rigurgiti di arretratezza, zampilli tossici scaturiti dopo proteste di piazza applaudite nel 2011 anche da noi. Nelle famiglie di parecchi italiani, il genitore o i nonni che durante la Seconda guerra mondiale furono sfollati non sono una rarità e il nostro popolo ha alle spalle gli esodi da Istria, Dalmazia e la cacciata degli italiani dalla Libia nel 1970.
Durante questo sobbalzo di consapevolezza, una signora dipinta come arcigna e a tratti crudele, la cancelliera tedesca Angela Merkel, ci ha scavalcato in magnanimità: ha aperto le porte del suo Paese ai profughi siriani mentre noi ancora dedichiamo stanchi dibattiti e ore di talk show a un’immigrazione in modo improprio definita biblica, grossolanamente paragonata a invasioni come se molti di noi non avessero o avessero avuto una madre o un padre assistiti da badanti stranieri o figli allevati con l’aiuto di bambinaie provenienti da fuori d’Italia.
Sia chiaro, nulla va compresso dei diritti dei nostri connazionali alle prese con i punti di impatto diretti dei flussi di profughi o migranti. Disagi autentici esistono ed è dovere dello Stato alleviarli e affrontarli, ma ammettiamo che l’Italia non è tutta Lampedusa o i paesi e i quartieri di Sud, Nord e Centro nei quali si ingorga una migrazione mal distribuita. Soprattutto nella scena pubblica, il senso delle proporzioni non ha abbondato nel descrivere e giudicare quanto accade davvero.
In questo contesto, è il caso di tenere presenti le nostre responsabilità davanti a quanto accade nel Mediterraneo. Le postazioni di Muammar el Gheddafi in Libia nel 2011 le abbiamo bombardate anche noi italiani. Il tappo alle energie compresse dalle dittature, tra le quali molte pulsioni non erano buone, lo abbiamo fatto saltare anche noi, salvo disinteressarci poi degli effetti e di quanto si stava sprigionando. Le nuove crepe negli equilibri politici e in filtri di sorveglianza già dilatati hanno accresciuto gli spazi per flussi di profughi, oltre che di migranti, in partenza da Africa e Asia.
Il Mediterraneo è un mare dal quale ricaviamo introiti per i turisti che vengono in Italia, è un bacino dal quale importiamo gas e petrolio, è talmente importante per gli assetti dell’Europa e del Medio Oriente che nel 2015 le forze armate di Cina e Russia, estranee alle sue sponde, vi hanno organizzato esercitazioni militari congiunte. La politica estera dell’Italia, che godette di una rendita di posizione quando eravamo una frontiera tra Est e Ovest nel mondo diviso in due blocchi, non può che imperniarsi in gran parte su tormenti e opportunità di questo mare.
La storia talvolta riserva a ciascun Paese o a più Paesi chiamate a compiere scelte, ad assumere un ruolo. Parti sofferenti di Sud e Sudest del Mediterraneo, da anni, chiamano l’Europa a dare aiuto, favorire sicurezza, contribuire a mettere pace. Ci sono vari modi per farlo, vanno discussi e comportano rischi, non si tratta di dedicarsi a passeggiate o a veleggiate tranquille. Ma noi italiani dobbiamo decidere se non ci sentiamo pronti o adatti a rispondere alla chiamata o se lo siamo.
Se vogliamo risultare avanguardie o passeggeri accodati in un auspicabile recupero di funzioni dell’Unione Europea in scenari cruciali. Se restiamo a guardare, altri potrebbero rispondere all’appello meglio di noi. E incamerarne più di noi i risultati.
Come noi e peggio di noi, la Germania è un Paese uscito sconfitto dalla Seconda guerra mondiale. Da decenni, in campo internazionale ha mantenuto prudenza e si è tenuta defilata rispetto alle missioni militari. Oggi gioca la carta dell’apertura ai profughi. Sarebbe stato meglio se quella carta fosse uscita dal nostro mazzo. Sarebbe bene tenersi pronti alle prossime mani della partita.
Corriere 6.9.15
«È la lezione di Kant»
Il filosofo Markus Gabriel analizza la svolta tedesca sull’emergenza migranti:
«È la Germania cosmopolita figlia di Kant».
di Danilo Taino
BERLINO È la «Nuova Germania» che si manifesta, dice Markus Gabriel di fronte all’ondata di solidarietà nei confronti dei rifugiati che sta attraversando il Paese. «La Germania cosmopolita in senso kantiano», nata nel 1989. Gabriel, 35 anni, è uno dei filosofi emergenti tedeschi. Insegna Epistemologia, Filosofia moderna e contemporanea all’Università di Bonn. Parla sette lingue oltre a conoscere latino, greco antico, ebraico biblico. Quest’anno ha pubblicato in Italia Perché non esiste il mondo.
Professore, è stupito dalla solidarietà dei tedeschi?
«No, non sono molto sorpreso. Trovo piuttosto che sia interessante il fatto che altri lo siano. Siamo di fronte a un diritto di persone perseguitate per ragioni politiche. Negare questo diritto è come negare la democrazia o il governo della legge. Per noi è anche un principio della costituzione».
In altri Paesi la reazione non è la stessa.
«Rispetto ad altri Paesi la Germania è in una buona forma ideologica. Ma sta solo vivendo all’altezza di quelli che sono i valori europei».
Anche il governo ha risposto in modo positivo.
«È quello che speravo. In parte dipende dal fatto che si tratta di un governo stabile, al quale questa scelta non costa politicamente niente. La Germania d’oggi è come Cuba, con un partito unico, cristiano-democratico e socialdemocratico, al governo. Ma ha fatto una scelta intelligente. Non dimentichiamo che la Germania ha una storia di benvenuto nei confronti dei siriani lunga decenni. Apprezza da tempo le loro competenze. Come quelle degli iraniani. Si tratta di Paesi che hanno una classe media incredibilmente istruita. Chi arriva ha spesso valori che sono quelli che la Germania desidera».
Cos’è che mobilita i tedeschi? Solidarietà? Senso del dovere?
«È quella parte di ideologia tedesca universalista che considera tutti gli individui uguali, al di là della pelle, della lingua, della nascita. Che punta alla legge universale. Un’ideologia che puoi sempre usare. Ora, è la Germania al suo meglio, in certi momenti è stata al suo peggio».
Da dove viene?
«In questo momento non pensiamo come tedeschi ma come esseri. Deriva dall’Illuminismo dei primi tempi, una prevalenza che in Germania è tornata dopo la Seconda guerra mondiale».
Gioca un ruolo anche il senso di colpa per il passato?
«Forse in parte e per qualcuno. Ma non scordiamo che questo è un Paese di immigrati da decenni. Persone arrivate da altrove che oggi sono tedesche a tutti gli effetti. Non conta come sei: la Germania è cosmopolita. La vecchia Germania è finita nel 1989, con una rivoluzione. E con la riunificazione siamo diventati definitivamente un Paese di immigrati».
Conta anche la religione? La Germania sembra un Paese secolarizzato.
«Guardi che il 40% dei tedeschi vota per i cristiano-democratici. Il presidente federale Joachim Gauck era un pastore. Non direi che siamo un Paese secolarizzato. Vero, si può dire che l’Italia è un Paese cattolico e non si può dire che la Germania sia cattolica o protestante o musulmana. Ma ha una struttura molto teologica e il movimento di questi giorni ha anche una componente religiosa, di obbligo cristiano».
Quali radici filosofiche ci vede?
«La Germania è cosmopolita in senso kantiano. Per un certo periodo, fino ad anni recenti, hanno prevalso filosofie che spingevano al nazionalismo, compreso Heidegger. Ora, Kant e Habermas hanno preso il sopravvento. Ora l’idea prevalente è: essere tedeschi non è niente più che avere la cittadinanza tedesca e parlare la lingua. Non ci sono più consuetudini e usanze tedesche. Sono sparite. Nel bene e nel male».
Perché i Länder dell’Est sono più restii ad accettare i rifugiati?
«A dire il vero, opposizioni ci sono anche nel Baden-Württemberg, che è il Land più ricco con la Baviera, a Heidelberg. A Est, dove la popolazione è meno benestante, c’è più paura della concorrenza di chi arriva da fuori, si teme che porti via posti di lavoro. A fianco della nuova Germania c’è anche una Germania razzista che ha una sua idea di Heimat, di Patria».
Lei parla esplicitamente di Nuova Germania.
«Senza dubbio. La trasformazione si vede nella nazionale di calcio, dai Mondiali del 2006 (anche se non potremo mai vincere contro l’Italia). Müller e Özil fanno parte dello stesso team, senza differenza. E nessuno ne dubita. Durante la crisi greca, questa Nuova Germania non è stata capita da molti osservatori, che hanno visto un atteggiamento imperialista e repressivo nei confronti di Atene. È che spesso emerge quest’idea della Germania che cerca l’egemonia. Idea razzista: come dire che l’Italia è pizza e pasta. E incomprensione del fatto che c’è una Nuova Germania».
A proposito di Grecia: quanto pesa la buona salute economica del Paese sulla disponibilità dei cittadini ad accettare i profughi?
«Conta. Non credo che i tedeschi siano più caritatevoli di altri. Vista la sua situazione economica, la Germania può permettersi di mettere denaro a disposizione di altri. Se invece sei in difficoltà economiche il problema è molto diverso».
Quindi va ringraziato il ministro delle Finanze Schäuble.
«In qualche modo sì. Ma soprattutto va ringraziata la Cina, che finora è stato un partner economico fondamentale. Questo è il problema: beneficiamo tutti di un regime illiberale».
«È la lezione di Kant»
Il filosofo Markus Gabriel analizza la svolta tedesca sull’emergenza migranti:
«È la Germania cosmopolita figlia di Kant».
di Danilo Taino
BERLINO È la «Nuova Germania» che si manifesta, dice Markus Gabriel di fronte all’ondata di solidarietà nei confronti dei rifugiati che sta attraversando il Paese. «La Germania cosmopolita in senso kantiano», nata nel 1989. Gabriel, 35 anni, è uno dei filosofi emergenti tedeschi. Insegna Epistemologia, Filosofia moderna e contemporanea all’Università di Bonn. Parla sette lingue oltre a conoscere latino, greco antico, ebraico biblico. Quest’anno ha pubblicato in Italia Perché non esiste il mondo.
Professore, è stupito dalla solidarietà dei tedeschi?
«No, non sono molto sorpreso. Trovo piuttosto che sia interessante il fatto che altri lo siano. Siamo di fronte a un diritto di persone perseguitate per ragioni politiche. Negare questo diritto è come negare la democrazia o il governo della legge. Per noi è anche un principio della costituzione».
In altri Paesi la reazione non è la stessa.
«Rispetto ad altri Paesi la Germania è in una buona forma ideologica. Ma sta solo vivendo all’altezza di quelli che sono i valori europei».
Anche il governo ha risposto in modo positivo.
«È quello che speravo. In parte dipende dal fatto che si tratta di un governo stabile, al quale questa scelta non costa politicamente niente. La Germania d’oggi è come Cuba, con un partito unico, cristiano-democratico e socialdemocratico, al governo. Ma ha fatto una scelta intelligente. Non dimentichiamo che la Germania ha una storia di benvenuto nei confronti dei siriani lunga decenni. Apprezza da tempo le loro competenze. Come quelle degli iraniani. Si tratta di Paesi che hanno una classe media incredibilmente istruita. Chi arriva ha spesso valori che sono quelli che la Germania desidera».
Cos’è che mobilita i tedeschi? Solidarietà? Senso del dovere?
«È quella parte di ideologia tedesca universalista che considera tutti gli individui uguali, al di là della pelle, della lingua, della nascita. Che punta alla legge universale. Un’ideologia che puoi sempre usare. Ora, è la Germania al suo meglio, in certi momenti è stata al suo peggio».
Da dove viene?
«In questo momento non pensiamo come tedeschi ma come esseri. Deriva dall’Illuminismo dei primi tempi, una prevalenza che in Germania è tornata dopo la Seconda guerra mondiale».
Gioca un ruolo anche il senso di colpa per il passato?
«Forse in parte e per qualcuno. Ma non scordiamo che questo è un Paese di immigrati da decenni. Persone arrivate da altrove che oggi sono tedesche a tutti gli effetti. Non conta come sei: la Germania è cosmopolita. La vecchia Germania è finita nel 1989, con una rivoluzione. E con la riunificazione siamo diventati definitivamente un Paese di immigrati».
Conta anche la religione? La Germania sembra un Paese secolarizzato.
«Guardi che il 40% dei tedeschi vota per i cristiano-democratici. Il presidente federale Joachim Gauck era un pastore. Non direi che siamo un Paese secolarizzato. Vero, si può dire che l’Italia è un Paese cattolico e non si può dire che la Germania sia cattolica o protestante o musulmana. Ma ha una struttura molto teologica e il movimento di questi giorni ha anche una componente religiosa, di obbligo cristiano».
Quali radici filosofiche ci vede?
«La Germania è cosmopolita in senso kantiano. Per un certo periodo, fino ad anni recenti, hanno prevalso filosofie che spingevano al nazionalismo, compreso Heidegger. Ora, Kant e Habermas hanno preso il sopravvento. Ora l’idea prevalente è: essere tedeschi non è niente più che avere la cittadinanza tedesca e parlare la lingua. Non ci sono più consuetudini e usanze tedesche. Sono sparite. Nel bene e nel male».
Perché i Länder dell’Est sono più restii ad accettare i rifugiati?
«A dire il vero, opposizioni ci sono anche nel Baden-Württemberg, che è il Land più ricco con la Baviera, a Heidelberg. A Est, dove la popolazione è meno benestante, c’è più paura della concorrenza di chi arriva da fuori, si teme che porti via posti di lavoro. A fianco della nuova Germania c’è anche una Germania razzista che ha una sua idea di Heimat, di Patria».
Lei parla esplicitamente di Nuova Germania.
«Senza dubbio. La trasformazione si vede nella nazionale di calcio, dai Mondiali del 2006 (anche se non potremo mai vincere contro l’Italia). Müller e Özil fanno parte dello stesso team, senza differenza. E nessuno ne dubita. Durante la crisi greca, questa Nuova Germania non è stata capita da molti osservatori, che hanno visto un atteggiamento imperialista e repressivo nei confronti di Atene. È che spesso emerge quest’idea della Germania che cerca l’egemonia. Idea razzista: come dire che l’Italia è pizza e pasta. E incomprensione del fatto che c’è una Nuova Germania».
A proposito di Grecia: quanto pesa la buona salute economica del Paese sulla disponibilità dei cittadini ad accettare i profughi?
«Conta. Non credo che i tedeschi siano più caritatevoli di altri. Vista la sua situazione economica, la Germania può permettersi di mettere denaro a disposizione di altri. Se invece sei in difficoltà economiche il problema è molto diverso».
Quindi va ringraziato il ministro delle Finanze Schäuble.
«In qualche modo sì. Ma soprattutto va ringraziata la Cina, che finora è stato un partner economico fondamentale. Questo è il problema: beneficiamo tutti di un regime illiberale».
Repubblica 6.9.15
Roberto Speranza
“Non importa come purché si arrivi davvero al Senato elettivo”
intervista di Annalisa Cuzzocrea
ROMA Parla di unità del Pd, di affermare un punto di vista di centrosinistra su tasse e immigrazione, di andare avanti con le riforme, Roberto Speranza. Ma insiste: «Con una Camera di nominati, dominata di fatto da un solo partito (quello che con l’Italicum prenderà il premio di maggioranza) diventa indispensabile un Senato delle garanzie in cui pesi la volontà dei cittadini nella scelta dei senatori».
Il punto è: vi va bene l’elettività consentita dal listino da presentare alle regionali o chiedete di più?
«La Costituzione stabilisce i principi, non le modalità immediatamente esecutive. La legge elettorale per la Camera non l’abbiamo mica messa in Costituzione. Sarà una legge ordinaria a decidere come deve avvenire l’elezione. Quel che chiediamo è che nell’articolo 2 si parli di Senato elettivo».
È un no?
«Chiediamo l’elettività, ma non abbiamo alcuna preclusione sul come. Siamo d’accordo sul fatto che il bicameralismo perfetto vada superato, che il Senato non dia la fiducia, che non abbia potere legislativo ordinario, ma continuo a non capire perché questa chiusura sull’elettività. Dire che con un Senato scelto dai cittadini si torna indietro, che dovrebbe avere tutti i poteri, è un’argomentazione sbagliata: ci sono Paesi in cui non è così».
Il governo non transige sull’articolo due. L’accordo rischia di saltare?
«Al momento non mi risulta ci sia alcun accordo. Il mio auspicio è che nelle prossime ore Renzi accetti il principio del Senato elettivo e così facendo unisca il Pd, dando alle riforme quell’accelerazione vera di cui il Paese ha bisogno. Nessuno si può permettere passaggi a vuoto».
Si è ancora in tempo per unire il Pd?
«Io scommetto di sì e mi impegno a lavorare per questo. Nel nostro Paese fuori dal Pd ci sono Grillo, Berlusconi e Salvini, un terzetto inquietante che carica su di noi la responsabilità di guidare l’Italia. La responsabilità più grande in questo senso però ce l’ha il segretario, tocca a lui unire. Come quando ha proposto il nome di Mattarella».
D’Alema ha parlato di «rottura sentimentale» nel partito, Bersani di «deformazione della democrazia», condivide quei giudizi?
«Il fatto che ci sia un pezzo del nostro popolo in sofferenza non va sottovalutato. Ci sono stati deputati che hanno scelto di lasciare il partito, ma la mia percezione è che nella base stia avvenendo qualcosa di molto più profondo che in Parlamento. La rottura vera c’è stata sulla riforma della scuola, una legge che il mondo degli insegnanti - tradizionalmente parte della nostra gente non ha condiviso. Lo stesso può accadere sulle tasse».
Non è giusto abbassarle?
«Se dici che vuoi togliere le tasse sulla casa allo stesso modo a chi ha 80 metri quadri in periferia e a chi invece possiede l’attico in centro, fai una cosa che un pezzo del nostro popolo non capisce perché dai un beneficio molto più grande a chi i soldi li ha. Le tasse vanno tagliate con le nostre idee, tenendo fermi i nostri valori. Per questo vogliamo sia introdotto un criterio di progressività nella riforma fiscale».
La lentezza delle riforme mette a rischio le unioni civili: non sono una battaglia altrettanto importante?
«Siamo già in clamoroso ritardo, avremmo dovuto approvarle entro l’estate. Personalmente sono per il matrimonio egualitario, ma il testo del Senato è sicuramente un primo passo importante ».
A maggior ragione serve un’intesa sulle riforme.
«Se si accetta il Senato elettivo la riforma avrà davanti a sé un’autostrada velocissima».
L’Europa erige muri di filo spinato contro gli immigrati, la sinistra parla da mesi dell’articolo due. Non le fa un brutto effetto?
«La riforma della Carta è fondamentale. Detto questo, non c’è dubbio che su altri temi essenziali vogliamo che emerga un punto di vista di centrosinistra. Guai a fare a gara con Salvini a chi ha la ruspa più grande. Su quel terreno non lo batti. La Lega prova a lucrare voti fomentando le paure, noi dobbiamo cercare di declinare un’altra idea di immigrazione. Deve farlo tutto il Pd col coraggio di parole diverse».
Roberto Speranza
“Non importa come purché si arrivi davvero al Senato elettivo”
intervista di Annalisa Cuzzocrea
ROMA Parla di unità del Pd, di affermare un punto di vista di centrosinistra su tasse e immigrazione, di andare avanti con le riforme, Roberto Speranza. Ma insiste: «Con una Camera di nominati, dominata di fatto da un solo partito (quello che con l’Italicum prenderà il premio di maggioranza) diventa indispensabile un Senato delle garanzie in cui pesi la volontà dei cittadini nella scelta dei senatori».
Il punto è: vi va bene l’elettività consentita dal listino da presentare alle regionali o chiedete di più?
«La Costituzione stabilisce i principi, non le modalità immediatamente esecutive. La legge elettorale per la Camera non l’abbiamo mica messa in Costituzione. Sarà una legge ordinaria a decidere come deve avvenire l’elezione. Quel che chiediamo è che nell’articolo 2 si parli di Senato elettivo».
È un no?
«Chiediamo l’elettività, ma non abbiamo alcuna preclusione sul come. Siamo d’accordo sul fatto che il bicameralismo perfetto vada superato, che il Senato non dia la fiducia, che non abbia potere legislativo ordinario, ma continuo a non capire perché questa chiusura sull’elettività. Dire che con un Senato scelto dai cittadini si torna indietro, che dovrebbe avere tutti i poteri, è un’argomentazione sbagliata: ci sono Paesi in cui non è così».
Il governo non transige sull’articolo due. L’accordo rischia di saltare?
«Al momento non mi risulta ci sia alcun accordo. Il mio auspicio è che nelle prossime ore Renzi accetti il principio del Senato elettivo e così facendo unisca il Pd, dando alle riforme quell’accelerazione vera di cui il Paese ha bisogno. Nessuno si può permettere passaggi a vuoto».
Si è ancora in tempo per unire il Pd?
«Io scommetto di sì e mi impegno a lavorare per questo. Nel nostro Paese fuori dal Pd ci sono Grillo, Berlusconi e Salvini, un terzetto inquietante che carica su di noi la responsabilità di guidare l’Italia. La responsabilità più grande in questo senso però ce l’ha il segretario, tocca a lui unire. Come quando ha proposto il nome di Mattarella».
D’Alema ha parlato di «rottura sentimentale» nel partito, Bersani di «deformazione della democrazia», condivide quei giudizi?
«Il fatto che ci sia un pezzo del nostro popolo in sofferenza non va sottovalutato. Ci sono stati deputati che hanno scelto di lasciare il partito, ma la mia percezione è che nella base stia avvenendo qualcosa di molto più profondo che in Parlamento. La rottura vera c’è stata sulla riforma della scuola, una legge che il mondo degli insegnanti - tradizionalmente parte della nostra gente non ha condiviso. Lo stesso può accadere sulle tasse».
Non è giusto abbassarle?
«Se dici che vuoi togliere le tasse sulla casa allo stesso modo a chi ha 80 metri quadri in periferia e a chi invece possiede l’attico in centro, fai una cosa che un pezzo del nostro popolo non capisce perché dai un beneficio molto più grande a chi i soldi li ha. Le tasse vanno tagliate con le nostre idee, tenendo fermi i nostri valori. Per questo vogliamo sia introdotto un criterio di progressività nella riforma fiscale».
La lentezza delle riforme mette a rischio le unioni civili: non sono una battaglia altrettanto importante?
«Siamo già in clamoroso ritardo, avremmo dovuto approvarle entro l’estate. Personalmente sono per il matrimonio egualitario, ma il testo del Senato è sicuramente un primo passo importante ».
A maggior ragione serve un’intesa sulle riforme.
«Se si accetta il Senato elettivo la riforma avrà davanti a sé un’autostrada velocissima».
L’Europa erige muri di filo spinato contro gli immigrati, la sinistra parla da mesi dell’articolo due. Non le fa un brutto effetto?
«La riforma della Carta è fondamentale. Detto questo, non c’è dubbio che su altri temi essenziali vogliamo che emerga un punto di vista di centrosinistra. Guai a fare a gara con Salvini a chi ha la ruspa più grande. Su quel terreno non lo batti. La Lega prova a lucrare voti fomentando le paure, noi dobbiamo cercare di declinare un’altra idea di immigrazione. Deve farlo tutto il Pd col coraggio di parole diverse».
Repubblica 6.9.15
Bersani apre al lodo
Boschi-Finocchiaro “La base vuole accordi”
di Goffredo De Marchis
L’ex leader ha ribadito al vicesegretario Guerini la disponibilità a un patto senza toccare l’articolo 2 Il gruppo bersaniano indica una sorta di “disarmo bilaterale” per trovare una via d’uscita
ROMA Bersani offre a Renzi una «disponibilità vera» sul Senato. Certo, deve maturare quello che l’ex segretario chiama «disarmo bilaterale ». Ma agli interlocutori della maggioranza ha fatto capire che da parte sua c’è l’apertura a modifiche della riforma costituzionale che non tocchino direttamente l’articolo 2 del testo, ovvero la norma sull’elettività. Del resto, nel brebe incontro con Lorenzo Guerini alla festa dell’Unità di Milano Bersani ha detto: «Lo so anch’io che la nostra gente non capirebbe una rottura nel Pd sul Senato elettivo». Si parte da qui, da questa consapevolezza. In attesa di un segnale chiaro del premier assieme alla rinuncia dei toni ultimativi del tipo «i numeri ci sono, la maggioranza non è in pericolo». Non è vero, a meno di rivolgersi direttamente ai trasfughi di Forza Italia e alo stesso Berlusconi.
Il disarmo bilaterale serve anche a giustificare una parziale correzione di rotta della minoranza, a convincere quelli che i renziani chiamano gli oltranzisti, i senatori che anche di fronte alle concessioni eventuali del governo continuano a considerare l’offerta una specie di barzelletta. Massimo Mucchetti, Miguel Gotor e Federico Fornaro, i tre parlamentari che hanno costruito il gruppo dei 25 intorno agli emendamenti all’articolo 2, hanno risposto a muso duro all’idea di un listino di consiglieri regionali che i cittadini dovrebbero indicare come futuri membri di Palazzo Madama. Insistono per un’elettività reale, pur mantenendo la distinzione tra le due Camere e decretando la fine del bicameralismo perfetto. «Tutto il resto sono scorciatoie inconciliabili con la Costituzione», avverte Fornaro.
Il lodo Boschi-Finocchiaro (l’ipotesi del listino, l’elezione indiretta dei senatori) deve fare ancora un po’ di strada. Rientra, almeno nelle intenzione di Bersani, in un accordo politico complessivoche otenga dei risultati persino superiori al modello Mattarella molto invocato in questi giorni. Un accordo sulla riforma allargato anche alla legge di stabilità e al partito in modo che nel Pd possa avere diritto di cittadinanza la parola sinistra. Per questo sia l’ex segretario sia Massimo D’Alema stanno insistendo molto sul disagio del popolo democratico, sui deficit di Largo del Nazareno. In presenza di una vera intesa a tutto campo, si prepara a rientrare in gioco anche un bersaniano di ferro come Vasco Errani. L’ex governatore dell’Emilia Romagna, risolte con una piena assoluzione le sue vicende giudiziarie, è molto stimato da Renzi. Per lui è in caldo una poltrona nel governo come viceministro dello Sviluppo economico con le deleghe che furono di Claudio De Vincenti, ossia la politica industriale dell’esecutivo. Ma si parla addirittura di un ruolo di sottosegretario a Palazzo Chigi. Errani però attende, prima di dire sì, che si realizzi un patto stabile dentro al Pd, che passi dalla riforma del Senato per arrivare ai provvedimenti economici. A quel punto il suo sbarco a Roma ne farebbe il garante di quel patto.
Per il momento condivide la posizione degli oltranzisti Gotor, Mucchetti e Fornaro «perchè di concreto non c’è niente». I senatori dissidenti hanno firmato degli emendamenti, è naturale che non facciano passi indietro davanti a delle promesse evanescenti come quelle di alcuni renziani. Si attende il discorso di chiusura di Renzi alla festa dell’Unità oggi e soprattutto la riunione del gruppo senatoriale martedì. In queste sedi il premier deve presentare una proposta concreta che aiuti una deposizione delle armi da parte di tutt’e due gli schieramenti. Accanto al listino, il governo è pronto a rivedere anche le funzioni del nuovo Senato accrescendole. La prossima settimana in commissione Affari costituzionali la presidente Anna Finocchiaro ha convocato alcuni presidenti di Regione per sapere quali altre materie è corretto che siano di competenza delle due Camere e non di una sola. Non è questo il punto centrale della sfida, ma può rappresentare un gesto distensivo.
La trattativa prosegue al telefono. Un segnale decisivo si attende prima di martedì quando Renzi sarà al Senato e vuole sapere se i margini ci sono oppure bisogna prepararsi alla rottura. Gli “oltranzisti” accusano i renziani di voler dividere il fronte del dissenso: «Ma non vedo cedimenti nei 25», dice Fornaro. I renziani, sussurrano quelli della sinistra, hanno problemi tra di loro, divisi come sono tra un’ala dialogante e un’altra che spinge per far cadere tutto, andare al voto al più presto e liberarsi dei ribelli. Ma non è que-st’ultima la via che ha scelto Renzi, proprio adesso che si vedono segnali di ripresa e che l’establishment, come si è capito ieri a Cernobbio, gli chiede di andare avanti con le riforme. Il passaggio della legge costituzionale servirà al premier per capire se può andare avanti, seguito da tutto il Pd.
Bersani apre al lodo
Boschi-Finocchiaro “La base vuole accordi”
di Goffredo De Marchis
L’ex leader ha ribadito al vicesegretario Guerini la disponibilità a un patto senza toccare l’articolo 2 Il gruppo bersaniano indica una sorta di “disarmo bilaterale” per trovare una via d’uscita
ROMA Bersani offre a Renzi una «disponibilità vera» sul Senato. Certo, deve maturare quello che l’ex segretario chiama «disarmo bilaterale ». Ma agli interlocutori della maggioranza ha fatto capire che da parte sua c’è l’apertura a modifiche della riforma costituzionale che non tocchino direttamente l’articolo 2 del testo, ovvero la norma sull’elettività. Del resto, nel brebe incontro con Lorenzo Guerini alla festa dell’Unità di Milano Bersani ha detto: «Lo so anch’io che la nostra gente non capirebbe una rottura nel Pd sul Senato elettivo». Si parte da qui, da questa consapevolezza. In attesa di un segnale chiaro del premier assieme alla rinuncia dei toni ultimativi del tipo «i numeri ci sono, la maggioranza non è in pericolo». Non è vero, a meno di rivolgersi direttamente ai trasfughi di Forza Italia e alo stesso Berlusconi.
Il disarmo bilaterale serve anche a giustificare una parziale correzione di rotta della minoranza, a convincere quelli che i renziani chiamano gli oltranzisti, i senatori che anche di fronte alle concessioni eventuali del governo continuano a considerare l’offerta una specie di barzelletta. Massimo Mucchetti, Miguel Gotor e Federico Fornaro, i tre parlamentari che hanno costruito il gruppo dei 25 intorno agli emendamenti all’articolo 2, hanno risposto a muso duro all’idea di un listino di consiglieri regionali che i cittadini dovrebbero indicare come futuri membri di Palazzo Madama. Insistono per un’elettività reale, pur mantenendo la distinzione tra le due Camere e decretando la fine del bicameralismo perfetto. «Tutto il resto sono scorciatoie inconciliabili con la Costituzione», avverte Fornaro.
Il lodo Boschi-Finocchiaro (l’ipotesi del listino, l’elezione indiretta dei senatori) deve fare ancora un po’ di strada. Rientra, almeno nelle intenzione di Bersani, in un accordo politico complessivoche otenga dei risultati persino superiori al modello Mattarella molto invocato in questi giorni. Un accordo sulla riforma allargato anche alla legge di stabilità e al partito in modo che nel Pd possa avere diritto di cittadinanza la parola sinistra. Per questo sia l’ex segretario sia Massimo D’Alema stanno insistendo molto sul disagio del popolo democratico, sui deficit di Largo del Nazareno. In presenza di una vera intesa a tutto campo, si prepara a rientrare in gioco anche un bersaniano di ferro come Vasco Errani. L’ex governatore dell’Emilia Romagna, risolte con una piena assoluzione le sue vicende giudiziarie, è molto stimato da Renzi. Per lui è in caldo una poltrona nel governo come viceministro dello Sviluppo economico con le deleghe che furono di Claudio De Vincenti, ossia la politica industriale dell’esecutivo. Ma si parla addirittura di un ruolo di sottosegretario a Palazzo Chigi. Errani però attende, prima di dire sì, che si realizzi un patto stabile dentro al Pd, che passi dalla riforma del Senato per arrivare ai provvedimenti economici. A quel punto il suo sbarco a Roma ne farebbe il garante di quel patto.
Per il momento condivide la posizione degli oltranzisti Gotor, Mucchetti e Fornaro «perchè di concreto non c’è niente». I senatori dissidenti hanno firmato degli emendamenti, è naturale che non facciano passi indietro davanti a delle promesse evanescenti come quelle di alcuni renziani. Si attende il discorso di chiusura di Renzi alla festa dell’Unità oggi e soprattutto la riunione del gruppo senatoriale martedì. In queste sedi il premier deve presentare una proposta concreta che aiuti una deposizione delle armi da parte di tutt’e due gli schieramenti. Accanto al listino, il governo è pronto a rivedere anche le funzioni del nuovo Senato accrescendole. La prossima settimana in commissione Affari costituzionali la presidente Anna Finocchiaro ha convocato alcuni presidenti di Regione per sapere quali altre materie è corretto che siano di competenza delle due Camere e non di una sola. Non è questo il punto centrale della sfida, ma può rappresentare un gesto distensivo.
La trattativa prosegue al telefono. Un segnale decisivo si attende prima di martedì quando Renzi sarà al Senato e vuole sapere se i margini ci sono oppure bisogna prepararsi alla rottura. Gli “oltranzisti” accusano i renziani di voler dividere il fronte del dissenso: «Ma non vedo cedimenti nei 25», dice Fornaro. I renziani, sussurrano quelli della sinistra, hanno problemi tra di loro, divisi come sono tra un’ala dialogante e un’altra che spinge per far cadere tutto, andare al voto al più presto e liberarsi dei ribelli. Ma non è que-st’ultima la via che ha scelto Renzi, proprio adesso che si vedono segnali di ripresa e che l’establishment, come si è capito ieri a Cernobbio, gli chiede di andare avanti con le riforme. Il passaggio della legge costituzionale servirà al premier per capire se può andare avanti, seguito da tutto il Pd.
Repubblica 6.9.15
Renzi conferma: “Intesa non difficile da trovare” Ma la sinistra si divide
Gotor: “No a minestre riscaldate”.Damiano: “Si eviti lo scontro”. Il premier: “L’articolo 2 però non si tocca”
di Alberto Custodero
ROMA «La legislatura andrà avanti fino al 2018 e garantisco che la riforma del Senato sarà approvata entro il 15 ottobre». Matteo Renzi, da Cernobbio, fa il punto sulle riforme. «Ribadisco - ha precisato il premier - che sarà difficile rimettere in discussione l’articolo 2 (i senatori indicati dai consigli regionali,
ndr ),
che ha già avuto una doppia approvazione. Ma non è difficile trovare punti di accordo sulle singole questioni. È fondamentale che il Senato non dia più la fiducia al governo. Tra giugno e ottobre del 2016 ci sarà il referendum e sono certo che gli italiani diranno di sì».
«L’obiettivo - ha precisato Renzi - è quello di un Paese più semplice e più giusto. Il sistema delle riforme elimina il bicameralismo perfetto che non è mai stato l’effetto di una scelta, ma di una impasse». Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd, spiega poi che «il dialogo va bene», ma, aggiunge, «dobbiamo con determinazione fare le riforme, perché la storia dell’ultimo anno e mezzo ha dimostrato che se si fanno, l’Italia riparte». Renzi sa che è in casa che si gioca la partita più dura («La mia minoranza- ironizza - coerentemente mi ha contestato sempre»). Anche in questo caso arriva, puntuale, la contestazione. Con i senatori della sinistra Pd, Miguel Gotor: «No a una minestra riscaldata, già respinta a luglio nelle sedi istituzionali. Un compromesso è possibile solo se si modifica l’art.2». E Massimo Mucchetti: «Il negoziato, purtroppo, non esiste». L’unica base possibile per una ntesa è sancire in Costituzione l’elezione diretta del Senato».
Tentano una mediazione con i “dissidenti” dem il senatore pd Andrea Marcucci: «Non si può reclamare l’unità del Pd sulle riforme - spiega - e poi tornare a porre veti. La soluzione c’è, prevalga il senso di responsabilità». Nella sinistra interna, però, non tutti sono decisi a tenere la linea dello scontro. E infatti Cesare Damiano dice: «Sul Senato è decisivo trovare un accordo che eviti soprattutto uno scontro interno al Pd, che non verrebbe capito dai nostri elettori e dai militanti». Ma dall’opposizione, arriva l’ultimatum di Fi: «Basta con i gossip - intima Renato Brunetta - basta con le chiacchiere. Se Renzi vuole cambiare la riforma costituzionale e la legge elettorale, lo dica in Parlamento, con chiarezza e rispetto nei confronti dei cittadini italiani e di tutte le forze politiche».
Renzi conferma: “Intesa non difficile da trovare” Ma la sinistra si divide
Gotor: “No a minestre riscaldate”.Damiano: “Si eviti lo scontro”. Il premier: “L’articolo 2 però non si tocca”
di Alberto Custodero
ROMA «La legislatura andrà avanti fino al 2018 e garantisco che la riforma del Senato sarà approvata entro il 15 ottobre». Matteo Renzi, da Cernobbio, fa il punto sulle riforme. «Ribadisco - ha precisato il premier - che sarà difficile rimettere in discussione l’articolo 2 (i senatori indicati dai consigli regionali,
ndr ),
che ha già avuto una doppia approvazione. Ma non è difficile trovare punti di accordo sulle singole questioni. È fondamentale che il Senato non dia più la fiducia al governo. Tra giugno e ottobre del 2016 ci sarà il referendum e sono certo che gli italiani diranno di sì».
«L’obiettivo - ha precisato Renzi - è quello di un Paese più semplice e più giusto. Il sistema delle riforme elimina il bicameralismo perfetto che non è mai stato l’effetto di una scelta, ma di una impasse». Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd, spiega poi che «il dialogo va bene», ma, aggiunge, «dobbiamo con determinazione fare le riforme, perché la storia dell’ultimo anno e mezzo ha dimostrato che se si fanno, l’Italia riparte». Renzi sa che è in casa che si gioca la partita più dura («La mia minoranza- ironizza - coerentemente mi ha contestato sempre»). Anche in questo caso arriva, puntuale, la contestazione. Con i senatori della sinistra Pd, Miguel Gotor: «No a una minestra riscaldata, già respinta a luglio nelle sedi istituzionali. Un compromesso è possibile solo se si modifica l’art.2». E Massimo Mucchetti: «Il negoziato, purtroppo, non esiste». L’unica base possibile per una ntesa è sancire in Costituzione l’elezione diretta del Senato».
Tentano una mediazione con i “dissidenti” dem il senatore pd Andrea Marcucci: «Non si può reclamare l’unità del Pd sulle riforme - spiega - e poi tornare a porre veti. La soluzione c’è, prevalga il senso di responsabilità». Nella sinistra interna, però, non tutti sono decisi a tenere la linea dello scontro. E infatti Cesare Damiano dice: «Sul Senato è decisivo trovare un accordo che eviti soprattutto uno scontro interno al Pd, che non verrebbe capito dai nostri elettori e dai militanti». Ma dall’opposizione, arriva l’ultimatum di Fi: «Basta con i gossip - intima Renato Brunetta - basta con le chiacchiere. Se Renzi vuole cambiare la riforma costituzionale e la legge elettorale, lo dica in Parlamento, con chiarezza e rispetto nei confronti dei cittadini italiani e di tutte le forze politiche».
Corriere 6.9.15
Nuovo Senato, la sinistra frena. Ma si tratta
Serve ancora tempo, difficilmente entro settembre si arriverà a soluzioni condivise
Critiche all’ipotesi di scorporare il nodo elettività. Pizzetti: mandare a Palazzo Madama tutti i governatori
di Dino Martirano
ROMA «La trattativa con il segretario Renzi purtroppo non c’è», osserva il senatore della minoranza dem Massimo Mucchetti. Ma è pur vero che nei prossimi giorni «qualcosa dovrà per forza cambiare» sul fronte della riforma del Senato, risponde il sottosegretario per i Rapporti con il Parlamento Luciano Pizzetti (Pd).
E infatti nelle stanze del governo, davanti all’ impasse parlamentare perdurante, inizia a circolare l’ipotesi di spostare il confronto dal nodo dell’elezione indiretta dei senatori a quello della composizione del Senato dei 100. Immaginando di correggere il tiro inviando di diritto a Palazzo Madama, senza però aumentare il numero dei componenti, i governatori delle Regioni e magari anche i sindaci delle Città metropolitane: «Così, il Senato avrebbe una composizione ancora più autorevole e il nodo dell’elettività dei senatori, che corrispondono ad altrettanti consiglieri regionali, verrebbe sciolto di conseguenza, regione per regione, grazie a una legge di attuazione», azzarda Pizzetti immaginando l’attuazione del piano B senza toccare l’articolo 2 del testo (che comunque, alla fine, andrà votato).
Martedì 8, dunque, non sarà il d-day annunciato per la riforma Boschi perché serve ancora tempo per individuare un accordo che non c’è. Ma di cui tutti nel Pd parlano. La prossima settimana sfileranno in commissione al Senato i governatori, molti dei quali, a partire dal presidente Sergio Chiamparino, insisteranno sulla necessità di una loro presenza nella camera delle Regioni.
Dietro le quinte della Festa dell’Unità di Milano, che verrà chiusa oggi dal segretario Matteo Renzi, si moltiplicano gli incontri tra renziani ed esponenti della minoranza dem (forti di 25-28 senatori pronti a dare filo da torcere sull’elezione diretta del nuovo Senato): «Non possiamo perdere questa occasione per riformare il bicameralismo ma la soluzione ancora non c’è», ammette il deputato della minoranza Andrea Giorgis. Sulla tavola c’è ancora la «minestra riscaldata» (la definizione è del bersaniano Gotor) che Renzi vorrebbe somministrare alla riluttante minoranza come estrema concessione: la pietanza prevede di non toccare l’articolo 2 della riforma (composizione ed elezione indiretta del Senato) ma apre sulla legge ordinaria di attuazione che poi premetterebbe alle regioni di far votare dai cittadini un listino in cui compaiono i nomi dei candidati destinati a fare il doppio lavoro di consigliere regionale-senatore.
La minoranza del Pd ha chiarito che questo principio (i senatori indicati dagli elettori) non può rimbalzare in una legge di attuazione: «La via maestra è quella di scrivere in Costituzione che il Senato è eletto dai cittadini», insiste il senatore dem Federico Fornaro.
In realtà, l’accordo non c’è perché nel Pd ci si guarda reciprocamente con diffidenza. Il governo non si fida della minoranza del Pd, che pure dice di voler andare «avanti con le riforme», e per questo prospetta soluzioni che non intacchino l’architrave dell’articolo 2: «Vorrei capire se la volontà dei senatori della minoranza è quella di dare al Paese una riforma del bicameralismo attesa e promessa o quella di lanciare ultimatum», dice il senatore Franco Mirabelli (Pd). Ma sulla carta, risponde la minoranza dem, ci sono 176 senatori favorevoli all’elezione diretta e questo non vuol dire sabotare la riforma del bicameralismo.
Nuovo Senato, la sinistra frena. Ma si tratta
Serve ancora tempo, difficilmente entro settembre si arriverà a soluzioni condivise
Critiche all’ipotesi di scorporare il nodo elettività. Pizzetti: mandare a Palazzo Madama tutti i governatori
di Dino Martirano
ROMA «La trattativa con il segretario Renzi purtroppo non c’è», osserva il senatore della minoranza dem Massimo Mucchetti. Ma è pur vero che nei prossimi giorni «qualcosa dovrà per forza cambiare» sul fronte della riforma del Senato, risponde il sottosegretario per i Rapporti con il Parlamento Luciano Pizzetti (Pd).
E infatti nelle stanze del governo, davanti all’ impasse parlamentare perdurante, inizia a circolare l’ipotesi di spostare il confronto dal nodo dell’elezione indiretta dei senatori a quello della composizione del Senato dei 100. Immaginando di correggere il tiro inviando di diritto a Palazzo Madama, senza però aumentare il numero dei componenti, i governatori delle Regioni e magari anche i sindaci delle Città metropolitane: «Così, il Senato avrebbe una composizione ancora più autorevole e il nodo dell’elettività dei senatori, che corrispondono ad altrettanti consiglieri regionali, verrebbe sciolto di conseguenza, regione per regione, grazie a una legge di attuazione», azzarda Pizzetti immaginando l’attuazione del piano B senza toccare l’articolo 2 del testo (che comunque, alla fine, andrà votato).
Martedì 8, dunque, non sarà il d-day annunciato per la riforma Boschi perché serve ancora tempo per individuare un accordo che non c’è. Ma di cui tutti nel Pd parlano. La prossima settimana sfileranno in commissione al Senato i governatori, molti dei quali, a partire dal presidente Sergio Chiamparino, insisteranno sulla necessità di una loro presenza nella camera delle Regioni.
Dietro le quinte della Festa dell’Unità di Milano, che verrà chiusa oggi dal segretario Matteo Renzi, si moltiplicano gli incontri tra renziani ed esponenti della minoranza dem (forti di 25-28 senatori pronti a dare filo da torcere sull’elezione diretta del nuovo Senato): «Non possiamo perdere questa occasione per riformare il bicameralismo ma la soluzione ancora non c’è», ammette il deputato della minoranza Andrea Giorgis. Sulla tavola c’è ancora la «minestra riscaldata» (la definizione è del bersaniano Gotor) che Renzi vorrebbe somministrare alla riluttante minoranza come estrema concessione: la pietanza prevede di non toccare l’articolo 2 della riforma (composizione ed elezione indiretta del Senato) ma apre sulla legge ordinaria di attuazione che poi premetterebbe alle regioni di far votare dai cittadini un listino in cui compaiono i nomi dei candidati destinati a fare il doppio lavoro di consigliere regionale-senatore.
La minoranza del Pd ha chiarito che questo principio (i senatori indicati dagli elettori) non può rimbalzare in una legge di attuazione: «La via maestra è quella di scrivere in Costituzione che il Senato è eletto dai cittadini», insiste il senatore dem Federico Fornaro.
In realtà, l’accordo non c’è perché nel Pd ci si guarda reciprocamente con diffidenza. Il governo non si fida della minoranza del Pd, che pure dice di voler andare «avanti con le riforme», e per questo prospetta soluzioni che non intacchino l’architrave dell’articolo 2: «Vorrei capire se la volontà dei senatori della minoranza è quella di dare al Paese una riforma del bicameralismo attesa e promessa o quella di lanciare ultimatum», dice il senatore Franco Mirabelli (Pd). Ma sulla carta, risponde la minoranza dem, ci sono 176 senatori favorevoli all’elezione diretta e questo non vuol dire sabotare la riforma del bicameralismo.
Corriere 6.9.15
«Una mediazione già bocciata La toppa è peggiore del buco»
Gotor: non siamo spaccati, vogliamo cambiare l’articolo 2
intervista di Monica Guerzoni
ROMA «La mediazione del governo? Sembra di essere a Striscia la notizia... ».
Cosa c’entra con le riforme, senatore Miguel Gotor?
«Vedo segni di nervosismo. A quanto ne sappiamo si tratta di una presunta mediazione, una cosa vecchia presentata come nuova. Di listino si era già discusso a luglio nelle sedi opportune, la commissione Affari costituzionali. E la proposta era già stata criticata, perché insufficiente».
È insufficiente per voi della minoranza del Pd.
«Secondo noi il luogo di un compromesso autentico implica la riapertura dell’articolo 2, sulla elettività del Senato. Questa sì, sarebbe una mediazione all’altezza della Costituzione».
Il listino non lo è?
«No, è una toppa peggiore del buco e non risolve il problema che noi segnaliamo dai tempi dell’Italicum. Le due riforme vanno viste insieme e il problema è quello di una rappresentanza decisa a tavolino, dove oltre tre quarti dei nuovi parlamentari sarebbero nominati. C’è un problema di equilibrio e questa sedicente mediazione non lo risolve».
Perché?
«Perché fa finta che questo nodo del rapporto tra riforma elettorale e riforma del bicameralismo, che indirettamente muta la forma di governo, non esista. Poi ci sono questioni di carattere giuridico che, quando si discute la Costituzione, sono sostanza. Non è possibile che siano indicati in uno stesso testo due corpi elettorali distinti: all’articolo 2 i consiglieri regionali che eleggono i senatori e poi, in un altro articolo, i cittadini che concorrono».
È vero che Bersani cerca l’accordo, perché ha capito che la vostra gente non vi segue in questa battaglia?
«Non commento le veline di Palazzo Chigi, evidente segno di nervosismo. Il rimando a una legge ordinaria pone il problema che le Regioni hanno in materia elettorale una autonomia costituzionalmente garantita. Tu non puoi demandare a una legge ordinaria, perché è di grado più basso. Terza questione, non si capirebbe come sarebbero eletti i sindaci».
Tra i 25 firmatari del vostro documento non c’è unità di vedute, i renziani sono convinti di potervi spaccare.
«Smentisco. C’è unità, condivisione e riflessione comune. Nel Pd siamo tutti d’accordo nel superare il bicameralismo perfetto e il regime della doppia fiducia: questa è la sostanza riformatrice. Salvaguardiamo questo nucleo riformatore e interveniamo sull’articolo 2, è questa la strada maestra per arrivare a una mediazione che non sia un pastrocchio».
Renzi si è stancato dei vostri veti.
«È chi dichiara intoccabile l’articolo 2 a porre veti e ultimatum, con annessa minaccia di crisi di governo. Il segretario del Pd si impegni a unire il partito nel merito. Al premier consiglio invece maggiore discrezione, il governo non può avere la pretesa di dettare le virgole di una riforma costituzionale. Non è mai avvenuto».
Hanno messo nel conto che metà di voi non la voteranno.
«Non è vero che siamo spaccati. Chiediamo la modifica dell’articolo 2 e la chiederemo fino all’ultimo. E poi, scusi, se davvero Renzi avesse avuto i numeri, la riforma l’avrebbe già chiusa ad agosto».
Lei non la voterà?
«Aspettiamo la decisione di Grasso, il presidente ci dovrà dire se l’articolo 2 è emendabile oppure no. Se lo è, voteremo i nostri emendamenti».
Per far cadere il governo?
«È una drammatizzazione impropria. La riforma viene fatta dal Parlamento e c’è un patrimonio condiviso che va valorizzato».
Se Grasso vi delude, ne uscirete a pezzi.
«Noi siamo impegnati a fare al meglio le riforme costituzionali. Dopodiché, si va avanti e si è conseguenti».
«Una mediazione già bocciata La toppa è peggiore del buco»
Gotor: non siamo spaccati, vogliamo cambiare l’articolo 2
intervista di Monica Guerzoni
ROMA «La mediazione del governo? Sembra di essere a Striscia la notizia... ».
Cosa c’entra con le riforme, senatore Miguel Gotor?
«Vedo segni di nervosismo. A quanto ne sappiamo si tratta di una presunta mediazione, una cosa vecchia presentata come nuova. Di listino si era già discusso a luglio nelle sedi opportune, la commissione Affari costituzionali. E la proposta era già stata criticata, perché insufficiente».
È insufficiente per voi della minoranza del Pd.
«Secondo noi il luogo di un compromesso autentico implica la riapertura dell’articolo 2, sulla elettività del Senato. Questa sì, sarebbe una mediazione all’altezza della Costituzione».
Il listino non lo è?
«No, è una toppa peggiore del buco e non risolve il problema che noi segnaliamo dai tempi dell’Italicum. Le due riforme vanno viste insieme e il problema è quello di una rappresentanza decisa a tavolino, dove oltre tre quarti dei nuovi parlamentari sarebbero nominati. C’è un problema di equilibrio e questa sedicente mediazione non lo risolve».
Perché?
«Perché fa finta che questo nodo del rapporto tra riforma elettorale e riforma del bicameralismo, che indirettamente muta la forma di governo, non esista. Poi ci sono questioni di carattere giuridico che, quando si discute la Costituzione, sono sostanza. Non è possibile che siano indicati in uno stesso testo due corpi elettorali distinti: all’articolo 2 i consiglieri regionali che eleggono i senatori e poi, in un altro articolo, i cittadini che concorrono».
È vero che Bersani cerca l’accordo, perché ha capito che la vostra gente non vi segue in questa battaglia?
«Non commento le veline di Palazzo Chigi, evidente segno di nervosismo. Il rimando a una legge ordinaria pone il problema che le Regioni hanno in materia elettorale una autonomia costituzionalmente garantita. Tu non puoi demandare a una legge ordinaria, perché è di grado più basso. Terza questione, non si capirebbe come sarebbero eletti i sindaci».
Tra i 25 firmatari del vostro documento non c’è unità di vedute, i renziani sono convinti di potervi spaccare.
«Smentisco. C’è unità, condivisione e riflessione comune. Nel Pd siamo tutti d’accordo nel superare il bicameralismo perfetto e il regime della doppia fiducia: questa è la sostanza riformatrice. Salvaguardiamo questo nucleo riformatore e interveniamo sull’articolo 2, è questa la strada maestra per arrivare a una mediazione che non sia un pastrocchio».
Renzi si è stancato dei vostri veti.
«È chi dichiara intoccabile l’articolo 2 a porre veti e ultimatum, con annessa minaccia di crisi di governo. Il segretario del Pd si impegni a unire il partito nel merito. Al premier consiglio invece maggiore discrezione, il governo non può avere la pretesa di dettare le virgole di una riforma costituzionale. Non è mai avvenuto».
Hanno messo nel conto che metà di voi non la voteranno.
«Non è vero che siamo spaccati. Chiediamo la modifica dell’articolo 2 e la chiederemo fino all’ultimo. E poi, scusi, se davvero Renzi avesse avuto i numeri, la riforma l’avrebbe già chiusa ad agosto».
Lei non la voterà?
«Aspettiamo la decisione di Grasso, il presidente ci dovrà dire se l’articolo 2 è emendabile oppure no. Se lo è, voteremo i nostri emendamenti».
Per far cadere il governo?
«È una drammatizzazione impropria. La riforma viene fatta dal Parlamento e c’è un patrimonio condiviso che va valorizzato».
Se Grasso vi delude, ne uscirete a pezzi.
«Noi siamo impegnati a fare al meglio le riforme costituzionali. Dopodiché, si va avanti e si è conseguenti».
Il Sole 6.9.15
Il lavoro e la risposta «ricardiana» alla crisi
di Luca Ricolfi
Che la lunga crisi iniziata nel 2007 abbia profondamente colpito l'economia italiana è cosa di cui tutti siamo consapevoli. Sappiamo che centinaia di migliaia di imprese hanno dovuto chiudere, sappiamo di aver perso un milione di posti di lavoro, sappiamo che il numero di famiglie in difficoltà è raddoppiato (fino a superare il 30%, nel 2012-2013), sappiamo che il Pil è diminuito di circa il 10%, sappiamo che la capacità produttiva del sistema economico si è contratta del 20 o 25%. Sappiamo anche che ora, per fortuna, le cose vanno un pochino meglio, e che il bilancio dell'ultimo anno è di nuovo positivo: 180 mila posti di lavoro in più, e quasi altrettanti recuperati sotto forma di minore ricorso alla cassa integrazione.
Quel che forse sappiamo di meno, o meno attira la nostra attenzione, è invece in quale modo il sistema-Italia si è modificato in questi anni di distruzione più o meno creativa. Siamo perfettamente coscienti del ridimensionamento quantitativo che abbiamo dovuto sopportare, ma lo siamo molto di meno dei cambiamenti qualitativi che i nostri tentativi di rispondere alla crisi hanno prodotto e stanno tuttora producendo.
Prendiamo il mercato del lavoro, forse il migliore specchio delle dinamiche della crisi. Se come punti di riferimento consideriamo i due picchi estremi della crisi, ossia il 2008 e il 2014, i posti di lavoro perduti sono 954 mila. Questa distruzione di posti di lavoro, tuttavia, è il saldo fra le perdite di alcune categorie di lavoratori e gli incrementi di altre. I lavoratori di nazionalità italiana, ad esempio, hanno perso 1 milione e 650 mila posti, ma i lavoratori stranieri ne hanno guadagnati circa 700 mila. I lavoratori relativamente giovani (under 45) hanno perso 2 milioni e 700 mila posti, ma quelli relativamente vecchi (over 44) ne hanno guadagnati quasi 1 milione e 800 mila. E dentro ciascuna di queste categorie, le donne occupate sono sempre andate meglio dei maschi: là dove l'occupazione si è contratta (fra gli italiani e fra i relativamente giovani), lo ha fatto di meno per le donne che per i maschi, e là dove l'occupazione è cresciuta (fra gli stranieri e i relativamente vecchi) lo ha fatto di più per le donne che per i maschi.
Complessivamente, il crollo dell’occupazione è integralmente maschile: le donne occupate, anzi, sono sia pure leggerissimamente aumentate fra il 2008 e il 2014. Queste divaricazioni, già notevoli in termini assoluti, diventano ancora più significative se espresse in percentuale: gli occupati maschi under 45 hanno perso il 21% dei loro posti di lavoro, le donne straniere over 44 li hanno incrementati del 58%.
In sintesi, possiamo dire che l’apparato produttivo dell’economia italiana si è ristrutturato privilegiando i vecchi sui giovani, le donne sugli uomini, gli stranieri sugli italiani. E inoltre, è il caso di notarlo, questa ristrutturazione è avvenuta con pochi investimenti e senza alcun aumento di produttività.
Come si spiega una simile risposta?
Sinceramente, non lo so. Però, pensando a questi dati, e ricordando il lungo dibattito sul mercato del lavoro che divise gli studiosi ormai quasi mezzo secolo fa (si era negli anni 70 del secolo scorso), mi si è affacciata alla mente una possibile spiegazione. Allora il tema, anzi l’enigma, che appassionava economisti e sociologi, era la caduta parallela del tasso di occupazione e del tasso di disoccupazione, un fenomeno iniziato durante il miracolo economico e che si era drammaticamente accentuato dopo la recessione del 1964 o, come allora si usava dire, dopo gli anni della “congiuntura” (1964-1965). Anche allora quello cui si assistette fu un processo di profondissimo rimescolamento della forza lavoro: l’apparato produttivo, a quei tempi dominato dall’industria e basato sulla grande fabbrica, puntò tutte le sue carte sui capofamiglia maschi “nel fiore degli anni” (copyright Marcello de Cecco), emarginando progressivamente le fasce deboli (donne, anziani, giovanissimi), non adatte ai ritmi e alle condizioni di un’organizzazione del lavoro di tipo tayloristico. La produttività riprese a crescere, ma più grazie alla qualità della forza lavoro che agli investimenti o alla ricerca di una diversa specializzazione (uscita dai settori tradizionali).
Oggi, apparentemente, sta succedendo l’esatto contrario: il lavoratore maschio “nel fiore degli anni” perde posizioni, e le imprese sembrano puntare soprattutto sulle fasce deboli, o tradizionalmente considerate tali: donne, stranieri, lavoratori relativamente anziani.
Il mio dubbio, però, è che quel che sta succedendo in questi anni sia solo apparentemente l’opposto di quel che accadde mezzo secolo fa. Forse, anziché osservare che l’apparato produttivo sta puntando sulle fasce deboli e sta espellendo quelle forti, dovremmo chiederci se non stiamo assistendo alla stesso film di sempre ma a parti in commedia invertite. Perché, oggi come dopo la crisi del 1964-65, gli investimenti ristagnano e, oggi come ieri, l’economia italiana attua una risposta di tipo “ricardiano” (così ebbe a definirla Marcello de Cecco in un magistrale saggio del 1972): puntare sui segmenti più produttivi della forza lavoro, marginalizzando quelli meno produttivi. La novità vera è che i segmenti più produttivi di oggi non sono più quelli di ieri e anzi, in certo senso, sono l’esatto opposto. A noi gli immigrati, le donne e i lavoratori (relativamente) anziani possono apparire fasce deboli della forza lavoro, ma si potrebbe invece supporre che, dal punto di vista di chi fa impresa, ora che l’era della grande fabbrica è finita e l’economia si è terziarizzata, sia semmai il contrario.
Gli immigrati sono quasi sempre molto più qualificati di quello che le loro occupazioni richiedono, ed hanno una disponibilità al sacrificio incomparabile con quella degli italiani (o meglio, degli italiani di oggi: la medesima diponibilità l’avevamo anche noi, ma negli anni 50). Ciò conferisce loro uno straordinario vantaggio sul mercato del lavoro: è molto difficile che un immigrato sia troppo poco istruito per il lavoro che gli viene richiesto, ed è assai raro che rifiuti un lavoro perché gli orari sono faticosi, o ci sono troppo poche ferie, o il sabato non è libero.
Le donne italiane, ormai da un quarto di secolo, hanno superato i maschi nel livello di istruzione. E, a parità di istruzione formale, si mostrano più capaci di una valutazione realistica della propria preparazione. Per un’impresa che deve assumere (ma anche per un professore universitario, per esempio…) è frequente trovarsi di fronte a ragazzi che si sopravvalutano e a ragazze che si sottovalutano.
Quanto all’età, è possibile che i relativamente anziani compensino con altre virtù la loro minore istruzione formale e familiarità con le tecnologie digitali. A parità di istruzione formale, sono più preparati dei più giovani semplicemente perché hanno frequentato scuole e università più esigenti. Nella ricerca di un lavoro sono meno schizzinosi (o meno choosy, come direbbe Elsa Fornero), perché hanno maggiori responsabilità familiari come genitori e nonni. Infine, in certe professioni possono risultare depositari di saperi in estinzione ma ancora indispensabili (è di questi mesi la notizia che, in Germania, alcune industrie sono costrette e richiamare in servizio ex operai ed ex tecnici perché i giovani neo-assunti non sono in grado di operare con determinati macchinari o procedure).
Se questa lettura della risposta italiana alla crisi dovesse avere qualche fondamento, bisognerebbe chiedersi in che misura essa possa essere considerata una buona risposta, ovvero una risposta in grado di rimetterci in carreggiata. Temo che la risposta sarebbe negativa. Tutto questo sommovimento non funzionò negli anni 60, e fu anzi una fra le cause dei conflitti sociali esplosi alla fine del decennio, nonché dei molti ritardi accumulati dall’economia italiana. Ma almeno, allora, si accompagnò a un aumento della produttività. Oggi non abbiamo nemmeno questa magra consolazione: la produttività ristagna dall’inizio del secolo, e la risposta del sistema-Italia alla crisi, ancora una volta centrata sul rimescolamento della forza-lavoro, non è valsa ad invertire il trend.
Il lavoro e la risposta «ricardiana» alla crisi
di Luca Ricolfi
Che la lunga crisi iniziata nel 2007 abbia profondamente colpito l'economia italiana è cosa di cui tutti siamo consapevoli. Sappiamo che centinaia di migliaia di imprese hanno dovuto chiudere, sappiamo di aver perso un milione di posti di lavoro, sappiamo che il numero di famiglie in difficoltà è raddoppiato (fino a superare il 30%, nel 2012-2013), sappiamo che il Pil è diminuito di circa il 10%, sappiamo che la capacità produttiva del sistema economico si è contratta del 20 o 25%. Sappiamo anche che ora, per fortuna, le cose vanno un pochino meglio, e che il bilancio dell'ultimo anno è di nuovo positivo: 180 mila posti di lavoro in più, e quasi altrettanti recuperati sotto forma di minore ricorso alla cassa integrazione.
Quel che forse sappiamo di meno, o meno attira la nostra attenzione, è invece in quale modo il sistema-Italia si è modificato in questi anni di distruzione più o meno creativa. Siamo perfettamente coscienti del ridimensionamento quantitativo che abbiamo dovuto sopportare, ma lo siamo molto di meno dei cambiamenti qualitativi che i nostri tentativi di rispondere alla crisi hanno prodotto e stanno tuttora producendo.
Prendiamo il mercato del lavoro, forse il migliore specchio delle dinamiche della crisi. Se come punti di riferimento consideriamo i due picchi estremi della crisi, ossia il 2008 e il 2014, i posti di lavoro perduti sono 954 mila. Questa distruzione di posti di lavoro, tuttavia, è il saldo fra le perdite di alcune categorie di lavoratori e gli incrementi di altre. I lavoratori di nazionalità italiana, ad esempio, hanno perso 1 milione e 650 mila posti, ma i lavoratori stranieri ne hanno guadagnati circa 700 mila. I lavoratori relativamente giovani (under 45) hanno perso 2 milioni e 700 mila posti, ma quelli relativamente vecchi (over 44) ne hanno guadagnati quasi 1 milione e 800 mila. E dentro ciascuna di queste categorie, le donne occupate sono sempre andate meglio dei maschi: là dove l'occupazione si è contratta (fra gli italiani e fra i relativamente giovani), lo ha fatto di meno per le donne che per i maschi, e là dove l'occupazione è cresciuta (fra gli stranieri e i relativamente vecchi) lo ha fatto di più per le donne che per i maschi.
Complessivamente, il crollo dell’occupazione è integralmente maschile: le donne occupate, anzi, sono sia pure leggerissimamente aumentate fra il 2008 e il 2014. Queste divaricazioni, già notevoli in termini assoluti, diventano ancora più significative se espresse in percentuale: gli occupati maschi under 45 hanno perso il 21% dei loro posti di lavoro, le donne straniere over 44 li hanno incrementati del 58%.
In sintesi, possiamo dire che l’apparato produttivo dell’economia italiana si è ristrutturato privilegiando i vecchi sui giovani, le donne sugli uomini, gli stranieri sugli italiani. E inoltre, è il caso di notarlo, questa ristrutturazione è avvenuta con pochi investimenti e senza alcun aumento di produttività.
Come si spiega una simile risposta?
Sinceramente, non lo so. Però, pensando a questi dati, e ricordando il lungo dibattito sul mercato del lavoro che divise gli studiosi ormai quasi mezzo secolo fa (si era negli anni 70 del secolo scorso), mi si è affacciata alla mente una possibile spiegazione. Allora il tema, anzi l’enigma, che appassionava economisti e sociologi, era la caduta parallela del tasso di occupazione e del tasso di disoccupazione, un fenomeno iniziato durante il miracolo economico e che si era drammaticamente accentuato dopo la recessione del 1964 o, come allora si usava dire, dopo gli anni della “congiuntura” (1964-1965). Anche allora quello cui si assistette fu un processo di profondissimo rimescolamento della forza lavoro: l’apparato produttivo, a quei tempi dominato dall’industria e basato sulla grande fabbrica, puntò tutte le sue carte sui capofamiglia maschi “nel fiore degli anni” (copyright Marcello de Cecco), emarginando progressivamente le fasce deboli (donne, anziani, giovanissimi), non adatte ai ritmi e alle condizioni di un’organizzazione del lavoro di tipo tayloristico. La produttività riprese a crescere, ma più grazie alla qualità della forza lavoro che agli investimenti o alla ricerca di una diversa specializzazione (uscita dai settori tradizionali).
Oggi, apparentemente, sta succedendo l’esatto contrario: il lavoratore maschio “nel fiore degli anni” perde posizioni, e le imprese sembrano puntare soprattutto sulle fasce deboli, o tradizionalmente considerate tali: donne, stranieri, lavoratori relativamente anziani.
Il mio dubbio, però, è che quel che sta succedendo in questi anni sia solo apparentemente l’opposto di quel che accadde mezzo secolo fa. Forse, anziché osservare che l’apparato produttivo sta puntando sulle fasce deboli e sta espellendo quelle forti, dovremmo chiederci se non stiamo assistendo alla stesso film di sempre ma a parti in commedia invertite. Perché, oggi come dopo la crisi del 1964-65, gli investimenti ristagnano e, oggi come ieri, l’economia italiana attua una risposta di tipo “ricardiano” (così ebbe a definirla Marcello de Cecco in un magistrale saggio del 1972): puntare sui segmenti più produttivi della forza lavoro, marginalizzando quelli meno produttivi. La novità vera è che i segmenti più produttivi di oggi non sono più quelli di ieri e anzi, in certo senso, sono l’esatto opposto. A noi gli immigrati, le donne e i lavoratori (relativamente) anziani possono apparire fasce deboli della forza lavoro, ma si potrebbe invece supporre che, dal punto di vista di chi fa impresa, ora che l’era della grande fabbrica è finita e l’economia si è terziarizzata, sia semmai il contrario.
Gli immigrati sono quasi sempre molto più qualificati di quello che le loro occupazioni richiedono, ed hanno una disponibilità al sacrificio incomparabile con quella degli italiani (o meglio, degli italiani di oggi: la medesima diponibilità l’avevamo anche noi, ma negli anni 50). Ciò conferisce loro uno straordinario vantaggio sul mercato del lavoro: è molto difficile che un immigrato sia troppo poco istruito per il lavoro che gli viene richiesto, ed è assai raro che rifiuti un lavoro perché gli orari sono faticosi, o ci sono troppo poche ferie, o il sabato non è libero.
Le donne italiane, ormai da un quarto di secolo, hanno superato i maschi nel livello di istruzione. E, a parità di istruzione formale, si mostrano più capaci di una valutazione realistica della propria preparazione. Per un’impresa che deve assumere (ma anche per un professore universitario, per esempio…) è frequente trovarsi di fronte a ragazzi che si sopravvalutano e a ragazze che si sottovalutano.
Quanto all’età, è possibile che i relativamente anziani compensino con altre virtù la loro minore istruzione formale e familiarità con le tecnologie digitali. A parità di istruzione formale, sono più preparati dei più giovani semplicemente perché hanno frequentato scuole e università più esigenti. Nella ricerca di un lavoro sono meno schizzinosi (o meno choosy, come direbbe Elsa Fornero), perché hanno maggiori responsabilità familiari come genitori e nonni. Infine, in certe professioni possono risultare depositari di saperi in estinzione ma ancora indispensabili (è di questi mesi la notizia che, in Germania, alcune industrie sono costrette e richiamare in servizio ex operai ed ex tecnici perché i giovani neo-assunti non sono in grado di operare con determinati macchinari o procedure).
Se questa lettura della risposta italiana alla crisi dovesse avere qualche fondamento, bisognerebbe chiedersi in che misura essa possa essere considerata una buona risposta, ovvero una risposta in grado di rimetterci in carreggiata. Temo che la risposta sarebbe negativa. Tutto questo sommovimento non funzionò negli anni 60, e fu anzi una fra le cause dei conflitti sociali esplosi alla fine del decennio, nonché dei molti ritardi accumulati dall’economia italiana. Ma almeno, allora, si accompagnò a un aumento della produttività. Oggi non abbiamo nemmeno questa magra consolazione: la produttività ristagna dall’inizio del secolo, e la risposta del sistema-Italia alla crisi, ancora una volta centrata sul rimescolamento della forza-lavoro, non è valsa ad invertire il trend.
Repubblica 6.9.15
Corte dei Conti, mirino sui bilanci di Renzi a Firenze
Le osservazioni riguardano alcune voci degli ultimi quattro bilanci del comune
di Massimo Vanni
FIRENZE La Corte dei conti passa al setaccio i bilanci di Palazzo Vecchio al tempo di Matteo Renzi. E arriva alla conclusione che qualcosa non torna. In particolare nei bilanci del Comune approvati tra il 2010 e il 2013, l’anno dell’ultimo consuntivo di Renzi sindaco. Il risultato è che da mesi i rilievi della magistratura contabile impegnano la giunta del successore Dario Nardella in una controffensiva di chiarimenti e spiegazioni.
Il ‘Fatto Quotidiano’ rovina il sabato di Palazzo Vecchio: «Renzi, 4 anni di bilanci falsi», titola in prima pagina. «Falso è il titolo dell’articolo, altro che i bilanci del Comune», ribatte il responsabile finanze Lorenzo Perra a nome della giunta Nardella. Che ora valuterà anche eventuali azioni legali. Ma cosa c’è che non torna?
Il 22 maggio scorso la Corte dei conti contesta a Palazzo Vecchio la destinazione di alcune spese: secondo i magistrati i soldi incassati dalle alienazioni e dagli oneri di urbanizzazione non possono finire nel calderone generale del bilancio. Devono essere destinati solo a certi investimenti. Una tesi contrastata dall’Anci. Ma oltre a ciò la Corte avanza altri due rilievi.
Il primo riguarda i soldi vincolati e non spesi che a fine anno si devono trovare in cassa: la Corte dice che il fondo era stato sottostimato. Il secondo attiene invece ai crediti che il Comune vanta ma non riesce a riscuotere: vecchie multe, ma anche tasse e tariffe. Un pacco da mezzo miliardo di euro, con dentro, avverte la Corte, crediti ormai virtuali: multe del 2003 o 2005 non più incassabili. Adesso con i nuovi bilanci tutto è cambiato: i Comuni sono tenuti ad ammortizzare in 30 anni i crediti perduti. Ma nel 2013 era ancora un problema.
Tre rilievi in tutto, dunque, sui quali la Corte chiede a Palazzo Vecchio di fornire spiegazioni entro 60 giorni. Arrivano in effetti il 13 luglio. E la difesa è che il fondo vincolato era inferiore al dovuto solo perché i soldi dell’Imu sono arrivati alcuni giorni dopo. Mentre sui crediti non riscossi si controbatte che il 27% era comunque garantito da accantonamenti e fideiussioni, come richiesto. La Corte si convince: «Prendiamo atto degli intenti e dei provvedimenti adottati finalizzati ad evitare il ripetersi delle irregolarità rilevate », scrive il 30 luglio.
Resta in piedi il rilievo sulle entrate vincolate a certe destinazioni. Che in teoria, potrebbe portare la Corte ad una dichiarazione di “inottemperanza” ai criteri di buona e sana amministrazione. Senza contare che anche per il bilancio 2015 si pone per Palazzo Vecchio lo stesso dilemma: «Come faremo? Terremo conto degli orientamenti dell’Anci», si annuncia.
Corte dei Conti, mirino sui bilanci di Renzi a Firenze
Le osservazioni riguardano alcune voci degli ultimi quattro bilanci del comune
di Massimo Vanni
FIRENZE La Corte dei conti passa al setaccio i bilanci di Palazzo Vecchio al tempo di Matteo Renzi. E arriva alla conclusione che qualcosa non torna. In particolare nei bilanci del Comune approvati tra il 2010 e il 2013, l’anno dell’ultimo consuntivo di Renzi sindaco. Il risultato è che da mesi i rilievi della magistratura contabile impegnano la giunta del successore Dario Nardella in una controffensiva di chiarimenti e spiegazioni.
Il ‘Fatto Quotidiano’ rovina il sabato di Palazzo Vecchio: «Renzi, 4 anni di bilanci falsi», titola in prima pagina. «Falso è il titolo dell’articolo, altro che i bilanci del Comune», ribatte il responsabile finanze Lorenzo Perra a nome della giunta Nardella. Che ora valuterà anche eventuali azioni legali. Ma cosa c’è che non torna?
Il 22 maggio scorso la Corte dei conti contesta a Palazzo Vecchio la destinazione di alcune spese: secondo i magistrati i soldi incassati dalle alienazioni e dagli oneri di urbanizzazione non possono finire nel calderone generale del bilancio. Devono essere destinati solo a certi investimenti. Una tesi contrastata dall’Anci. Ma oltre a ciò la Corte avanza altri due rilievi.
Il primo riguarda i soldi vincolati e non spesi che a fine anno si devono trovare in cassa: la Corte dice che il fondo era stato sottostimato. Il secondo attiene invece ai crediti che il Comune vanta ma non riesce a riscuotere: vecchie multe, ma anche tasse e tariffe. Un pacco da mezzo miliardo di euro, con dentro, avverte la Corte, crediti ormai virtuali: multe del 2003 o 2005 non più incassabili. Adesso con i nuovi bilanci tutto è cambiato: i Comuni sono tenuti ad ammortizzare in 30 anni i crediti perduti. Ma nel 2013 era ancora un problema.
Tre rilievi in tutto, dunque, sui quali la Corte chiede a Palazzo Vecchio di fornire spiegazioni entro 60 giorni. Arrivano in effetti il 13 luglio. E la difesa è che il fondo vincolato era inferiore al dovuto solo perché i soldi dell’Imu sono arrivati alcuni giorni dopo. Mentre sui crediti non riscossi si controbatte che il 27% era comunque garantito da accantonamenti e fideiussioni, come richiesto. La Corte si convince: «Prendiamo atto degli intenti e dei provvedimenti adottati finalizzati ad evitare il ripetersi delle irregolarità rilevate », scrive il 30 luglio.
Resta in piedi il rilievo sulle entrate vincolate a certe destinazioni. Che in teoria, potrebbe portare la Corte ad una dichiarazione di “inottemperanza” ai criteri di buona e sana amministrazione. Senza contare che anche per il bilancio 2015 si pone per Palazzo Vecchio lo stesso dilemma: «Come faremo? Terremo conto degli orientamenti dell’Anci», si annuncia.
«Torno per fare il leader di Sel e per lavorare al progetto della sinistra»
«L’alleanza col Pd alle amministrative si fa ovunque sia possibile»
[Civati e Fassina, loro, direbbero di no! Ma con le spalle al muro finiranno per adattarsi?]
Repubblica 6.9.15
Nichi Vendola
“Alle amministrative alleanze con il Pd ovunque è possibile”
intervista di Giovanna Casadio
ROMA «In autunno si gettano le fondamenta del nuovo partito della sinistra. Alle amministrative del 2016 non faremo l’errore delle regionali passate, di presentarci con sette nomi e simboli diversi». Nichi Vendola, il leader “rosso”, ex governatore della Puglia, ha appena traslocato da Bari a Roma. «Torno per fare il leader di Sel e per lavorare al progetto della sinistra ». Però all’alleanza con il Pd di Renzi dà un’ultima chance nelle città.
Vendola, con Renzi non è possibile nessuna alleanza?
«Nella storia della sinistra la deriva minoritaria è speculare al governismo, a chi fa del potere la ragione di vita di una forza politica. Lo dico nel giorno in cui Renzi ha presentato ai salotti buoni del capitalismo italiano lo scalpo dei diritti del mondo del lavoro ».
Il centrosinistra è finito, da archiviare?
«Il centrosinistra è stato ucciso da Renzi, che con il patto del Nazareno con Berlusconi, con l’alleanza con pezzi di centrodestra, con la sua azione di governo e la nascita del Partito della nazione, ha costruito un percorso antitetico rispetto all’Ulivo di Prodi o al tentativo di “Italia bene comune” di Bersani. Prendo atto della realtà. L’alleanza con il Pd non è il nostro destino. Ma è la nostra possibilità».
Cosa significa?
«L’alleanza si fa ovunque sia possibile su una traccia di programma che corrisponda ai bisogni reali di porzioni impoverite di cittadinanza. Noi dobbiamo partire da una giudizio sulle esperienze di governo locale. Giuliano Pisapia è stato uno dei migliori sindaci della storia d’Italia, perché è figlio di quelle primarie che hanno travolto il centrosinistra del potere e degli affari e ha sollecitato quel municipalismo delle virtù civiche declinandolo in tre parole: città, comunità, modernità».
Dopo Pisapia c’è Pisapia?
«C’è un’eredità. Che bisogna decidere se raccogliere o dissipare».
Con quale candidato?
«Oggi si parla di un candito tecnico come Sala, indicato dal premier. Noi non abbiamo bisogno più di tecnici. Palazzo Chigi non pensi di calare l’asso dalla manica. Pisapia sia il garante di una esperienza che va preservata. Non è questione di nomi ma di metodo e di programma».
Il centrosinistra allora può rinascere, nonostante il renzismo?
«Il renzismo non è un incidente di percorso, rappresenta la mutazione genetica del Pd è un moderno polo conservatore nel senso dell’impianto economico-sociale».
Alle amministrative farete asse con la sinistra dem?
«Certo, l’idea di fabbricare prototipi di sindaci renziani è velleitaria e pericolosa ».
In definitiva quali i tempi?
«Naturale la collaborazione sempre più stretta con chi è uscito dal Pd, Civati, Fassina, Cofferati, altrettanto naturale interloquire con la sinistra dem e mettersi in relazione con il mondo della scuola, dei giovani, del lavoro. Dobbiamo fare bene e presto. Alla “lost generation” non possiamo annunciare il sol dell’avvenire, né può essere solo papa Francesco a colmare il vuoto di pensiero e di valori. In autunno dobbiamo cominciare».
Sulla riforma del Senato farete le barricate o prevedete un margine di trattativa?
«Non vedo margini, ma solo tatticismo, furbizia, un percorso mediocre con un pericoloso esito per la democrazia ».
«L’alleanza col Pd alle amministrative si fa ovunque sia possibile»
[Civati e Fassina, loro, direbbero di no! Ma con le spalle al muro finiranno per adattarsi?]
Repubblica 6.9.15
Nichi Vendola
“Alle amministrative alleanze con il Pd ovunque è possibile”
intervista di Giovanna Casadio
ROMA «In autunno si gettano le fondamenta del nuovo partito della sinistra. Alle amministrative del 2016 non faremo l’errore delle regionali passate, di presentarci con sette nomi e simboli diversi». Nichi Vendola, il leader “rosso”, ex governatore della Puglia, ha appena traslocato da Bari a Roma. «Torno per fare il leader di Sel e per lavorare al progetto della sinistra ». Però all’alleanza con il Pd di Renzi dà un’ultima chance nelle città.
Vendola, con Renzi non è possibile nessuna alleanza?
«Nella storia della sinistra la deriva minoritaria è speculare al governismo, a chi fa del potere la ragione di vita di una forza politica. Lo dico nel giorno in cui Renzi ha presentato ai salotti buoni del capitalismo italiano lo scalpo dei diritti del mondo del lavoro ».
Il centrosinistra è finito, da archiviare?
«Il centrosinistra è stato ucciso da Renzi, che con il patto del Nazareno con Berlusconi, con l’alleanza con pezzi di centrodestra, con la sua azione di governo e la nascita del Partito della nazione, ha costruito un percorso antitetico rispetto all’Ulivo di Prodi o al tentativo di “Italia bene comune” di Bersani. Prendo atto della realtà. L’alleanza con il Pd non è il nostro destino. Ma è la nostra possibilità».
Cosa significa?
«L’alleanza si fa ovunque sia possibile su una traccia di programma che corrisponda ai bisogni reali di porzioni impoverite di cittadinanza. Noi dobbiamo partire da una giudizio sulle esperienze di governo locale. Giuliano Pisapia è stato uno dei migliori sindaci della storia d’Italia, perché è figlio di quelle primarie che hanno travolto il centrosinistra del potere e degli affari e ha sollecitato quel municipalismo delle virtù civiche declinandolo in tre parole: città, comunità, modernità».
Dopo Pisapia c’è Pisapia?
«C’è un’eredità. Che bisogna decidere se raccogliere o dissipare».
Con quale candidato?
«Oggi si parla di un candito tecnico come Sala, indicato dal premier. Noi non abbiamo bisogno più di tecnici. Palazzo Chigi non pensi di calare l’asso dalla manica. Pisapia sia il garante di una esperienza che va preservata. Non è questione di nomi ma di metodo e di programma».
Il centrosinistra allora può rinascere, nonostante il renzismo?
«Il renzismo non è un incidente di percorso, rappresenta la mutazione genetica del Pd è un moderno polo conservatore nel senso dell’impianto economico-sociale».
Alle amministrative farete asse con la sinistra dem?
«Certo, l’idea di fabbricare prototipi di sindaci renziani è velleitaria e pericolosa ».
In definitiva quali i tempi?
«Naturale la collaborazione sempre più stretta con chi è uscito dal Pd, Civati, Fassina, Cofferati, altrettanto naturale interloquire con la sinistra dem e mettersi in relazione con il mondo della scuola, dei giovani, del lavoro. Dobbiamo fare bene e presto. Alla “lost generation” non possiamo annunciare il sol dell’avvenire, né può essere solo papa Francesco a colmare il vuoto di pensiero e di valori. In autunno dobbiamo cominciare».
Sulla riforma del Senato farete le barricate o prevedete un margine di trattativa?
«Non vedo margini, ma solo tatticismo, furbizia, un percorso mediocre con un pericoloso esito per la democrazia ».
sabato 5 settembre 2015
Il Sole 5.9.15
L’inerzia dell’Europa forse sta finendo
di Adriana Cerretelli
Il flusso dei profughi continua, cresce come una marea incontenibile moltiplicando impotenza, caos e irrimediabili tragedie umane. Il giorno dopo la grande commozione, quel faccino nella sabbia di Aylan Kurdi, il bambino annegato e trascinato dal mare sulla spiaggia di Bodrum, ieri in Europa è stato il giorno delle esternazioni , della frenesia dell'azione dopo i mesi, gli anni dell'inerzia quasi completa.
Quasi tutti hanno detto la loro, annunciato iniziative, proposto ricette per governare la peggior emergenza umanitaria che abbia colpito il continente dalla seconda guerra mondiale. Angela Merkel e François Hollande hanno scritto una lettera congiunta alle istituzioni comunitarie, la Commissione Juncker ha fatto trapelare nuove indiscrezioni sul piano che presenterà a Strasburgo mercoledì prossimo. Il fronte dei maggiori Paesi dell’Est, riluttante alla solidarietà per quote obbligatorie di ripartizione dei disperati, ha ribadito il rifiuto pur con qualche apertura. Persino David Cameron è sceso dal suo distratto empireo per dirsi disponibile ad accogliere 5mila siriani, naturalmente alle sue condizioni. Si parla ma forse ci si prepara anche ad agire davvero. Perché questa volta l’Europa non si gioca solo la faccia, ma i suoi sacri valori, i principi fondanti, in breve la sua identità. Melassa sentimentale e concitazione emotiva c’entrano sempre per non concludere mai niente. Ma questa volta è diverso, o così pare: la politica europea dell’indifferenza e del cinismo a ranghi sciolti è arrivata al capolinea perché non più sostenibile. Insistere vorrebbe dire puro autolesionismo: farsi del male prima e perfino più di quello che si fa agli altri. Anche ammesso che ormai quasi tutti i 28 Paesi dell’Unione ne siano finalmente consapevoli, innestare la retromarcia facendo autocritica per costruire una nuova politica comune con il cemento del senso di responsabilità, di solidarietà e di rispetto reciproco - in formato intra-europeo ed extra-europeo - resta quasi una missione impossibile nella Babele delle lingue e degli interessi nazionali contrapposti. Sconfitta in luglio sulla ripartizione per quote obbligatorie di 40mila rifugiati siriani ed eritrei in due anni, la Commissione Juncker sta ricalibrando il tiro delle ambizioni all’emergenza ogni giorno più esplosiva. Per alleggerire il peso su Italia, Grecia e Ungheria, proporrà a Strasburgo un nuovo piano per redistribuire altri 120mila profughi sempre in modo automatico in base alla popolazione dei 25 Paesi membri interessati (Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca hanno clausole di auto-esclusione) e all’impatto economico sui medesimi. Proporrà, sembra, anche la creazione di un Fondo per stabilizzare i Paesi del Nordafrica da cui partono i flussi. Se si pensa che i primi 40mila, dopo i negoziati tra i governi, meno di due mesi fa sono scesi a poco più di 32mila e distribuiti per scelta rigorosamente volontaria, i dubbi che ora si faccia sul serio restano legittimi. Di diverso questa volta c’è che Angela Merkel ha deciso di porsi come indiscusso capofila e animatore della svolta e che François Hollande, allora contrario alle quote obbligatorie, ora ci ha ripensato affermandolo pubblicamente. L’Italia condivide. La sponsorizzazione dei tre maggiori Paesi dell’Unione è di sicuro fondamentale. Ma solo in parte risolutiva. Da superare c’è il fossato Est-Ovest, ricchi e poveri dell’Unione. C’è lo spartiacque etnico-religioso. E quello delle regole Ue da rispettare dentro e fuori dalle frontiere ma ormai preda della confusione generale, tra muri che salgono, disordini continui e repressione di polizia, controlli ai confini intra-europei che vanno e vengono mentre l’ordine di Schengen vacilla. Il cancelliere tedesco minaccia di rimettere in discussione l’Europa senza frontiere per i cittadini Ue se i Paesi dell’Est non cambieranno musica. Ma Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, il gruppo di Visegrad, restano convinti che la prevenzione dei flussi serva molto più delle politiche accomodanti, che le quote non risolvano il problema ma lo peggiorino incoraggiando la massa di disperati in fuga da guerre e persecuzioni a rischiare per un approdo in Europa. Argomento debole: se comunque la vita è appesa a un esile filo, meglio giocarsela nel viaggio della speranza piuttosto che lasciarla marcire nel buco nero di una disperazione certa. I Quattro di Visegrad ieri hanno chiesto sia la creazione urgente di “hotspot”, per la registrazione e il rimpatrio dei non aventi diritti all’asilo, dentro e fuori dall’Unione, nei paesi di transito come i Balcani, sia il coinvolgimento di Stati Uniti e Russia. Forse, e nonostante tutte le divergenze da appianare, questa volta si arriverà a qualche accordo di compromesso solidale intra-europeo per alleggerire la pressione sui paesi più esposti, tra i quali c’è anche la Germania. Il rischio è che ci si fermi a una semplice soluzione-tampone . Rimandando a un incerto domani la creazione di una vera e credibile politica comune per l’immigrazione. Perché imporrebbe a tutti di affrontare due sfide strutturali ben maggiori. La prima è quella della pacifica governabilità, quindi della stabilità di società europee oggi per lo più omogenee ma sempre più destinate a convivere con modelli multi-etnici e multiculturali che già creano tensioni e destabilizzazioni prima sociali e poi, inevitabilmente, politiche. La seconda è quella della normalizzazione di paesi e regioni devastate e destrutturate da guerre e povertà, per i quali l’Europa resterà sempre un sogno da conquistare fino a che non potranno in patria resuscitare i loro, brutalmente infranti. Se, sotto il pungolo dell’urgenza, comincerà almeno a risolvere la crisi dei profughi in modo ordinato e organico, l’Unione farà un concreto passo avanti. Per vincere invece le altre due sfide ci vogliono vista lunga, volontà di integrazione e coesione, senso di identità che per ora mancano all’appello.
Il Sole 5.9.15
«I diritti umani non sono più il cemento dell’Europa»
Colloquio con Vladimiro Zagrebelsky, ex giudice della Corte di Strasburgo
di Donatella Stasio
La foto del piccolo Aylan, cadavere sulla spiaggia di Bodrum, ha risvegliato sentimenti di commozione e di umana pietà e al tempo stesso ha imposto di guardare alle guerre degli Stati intorno al Mediterraneo, che di quel mare hanno fatto un cimitero, nonché alle pesanti responsabilità occidentali. Tuttavia, quello scatto evoca anche un sano senso di colpa, di vergogna, per l’incapacità dell’Europa di garantire accoglienza e, soprattutto, rispetto della dignità umana. Come si concilia, infatti, l’Europa dei fili spinati, che alza muri e marchia in modo indelebile uomini, donne, bambini, con l’Europa dei diritti umani? Com’è possibile che le Corti europee stiano a guardare impotenti ciò che accade in Ungheria? E che gli Stati siano sordi al richiamo di quelle Corti al rispetto dei diritti fondamentali? Dove sono finiti - se ci sono mai stati - gli anticorpi contro il razzismo, in un’Europa che aveva scelto il motto: «uniti nella diversità»? «C’è un progressivo disfacimento dell’idea dei diritti umani come cemento dell’Europa, perciò comprendo lo smarrimento», dice Vladimiro Zagrebelsky, per anni giudice italiano alla Corte europea dei diritti dell’uomo. «La mia principale preoccupazione - aggiunge - è soprattutto il riemergere di nazionalismi, di una contrapposizione tra “noi” e “gli altri” sempre più crescente e pericolosa tra gli Stati». Se ne è avuta una rappresentazione plastica a Ventimiglia, con le polizie italiana e francese schierate contro nel far passare la frontiera ai migranti o nel bloccarli. E così anche a Calais.
Zagrebelsky premette che quando si parla di migranti bisogna distinguere la dimensione sociale, politica e umanitaria da quella individuale. Quanto alla prima, «manca un comune sentire tra gli Stati», ciascuno dei quali pensa a se stesso, cavalcando umori e sentimenti dell’oponione pubblica, da cui dipende la sopravvivenza dei governi. La dimensione individuale, invece, è quella che investe le Corti. Le quali, però, non nascono «per tutelare la violazione dei diritti», come si sarebbe portati a credere, ma «per risolvere specifiche controversie». Ciò spiega perché non è dalla contabilità delle condanne che si può misurare il tasso di aderenza degli Stati ai principi che essi stessi hanno sottoscritto, poiché le sentenze dipendono dai ricorsi che vengono presentati.
Detto questo, si ha la sensazione che Strasburgo abbia via via ceduto alla pressione dei governi, consentendo la deroga di alcuni divieti (lasciata, ad esempio, all’«apprezzamento nazionale»). «Il che - osserva Zagrebelsky - significa ammettere un’Europa che sui diritti è un po’ a macchia di leopardo, laddove l’obiettivo iniziale era invece l’armonizzazione dei diritti. Obiettivo al quale si è, di fatto, rinunciato».
«Ormai è in corso il disfacimento dell’idea dei diritti umani come cemento dell’Europa» prosegue Zagrebelsky. I governi “remano contro”, spinti come sono da un’opinione pubblica che non si è nutrita dei valori sanciti nei patti sottoscritti dagli stessi governi. I quali, peraltro, poi si mostrano insofferenti a quei principi e alle sentenze della Corte. Ad aprire il varco è stato il Regno Unito, protagonista di uno scontro violentissimo con la Corte europea sulle espulsioni (negate) nei confronti di terroristi originari di Paesi in cui non vi è tutela dei diritti umani. Sulla stessa scia si sono poi mossi altri governi, che non volevano andare in rotta di collisione con l’opinione pubblica impaurita, e perciò critica verso quelle decisioni. La Corte europea dei diritti umani ha mantenuto ferma la sua giurisprudenza che non ammette che persone (qualunque sia la loro condizione) siano esposte al rischio di tortura e trattamenti inumani o degradanti.
Certo è che, a fronte dei principi giustamente ribaditi nelle sentenze della Corte (comprese le due recenti condanne dell’Italia proprio in tema di migranti), si resta basiti per la disinvoltura con cui in Europa si alzano muri, si imprimono marchi sulla pelle, si impedisce di partire a chi ha documenti e biglietti, si nega accoglienza ai rifugiati politici. «Purtroppo, pur con tutte le critiche che merita l’Europa, sull’immigrazione c’è almeno una forte dialettica che invece non c’è in altre parti del mondo. Basti pensare a cosa avviene in Australia o tra Messico e Usa», dice Zagrebelsky. Che però teme i «crescenti nazionalismi»: Italia, Germania, Finlandia, Ungheria... ciascuno ha una propria posizione e fa da sé. E se si pensa che i terreni su cui nascono le guerre sono l’economia e la paura, «gli ingredienti di una guerra ci sono tutti. L’Unione europea, nata per impedirla per sempre, dovrebbe rassicurarci». «Per fortuna - conclude - fra i giudici della Corte la cultura dei diritti ignora le frontiere. E questo, almeno, dovrebbe essere confortante».
Il Sole 5.9.15
Lars Feld, Consiglio tedesco degli esperti economici
«Il rallentamento della Cina non è un fenomeno transitorio»
intervista di Isabella Bufacchi
Il rallentamento della crescita in Cina non è un fenomeno transitorio perché con tutta probabilità il modello economico cinese cambierà strutturalmente. Non sappiamo come e fino a che punto i cambiamenti in atto incideranno sullo sviluppo economico della Cina ma una cosa invece è certa: la Germania sarà colpita duramente dal deterioramento del Pil cinese, non tanto per il calo delle esportazioni quanto per l’impatto negativo che questo avrà sulla “catena di valore” ormai molto integrata tra aziende esportatrici tedesche e aziende cinesi. A pronosticare il rischio di un periodo cupo in arrivo per la Germania, l’Europa e quindi anche per l’Italia, con assoluta franchezza è Lars Feld, direttore del Walter Eucken Institute di Friburgo, professore di economia e membro dal 2011 del Consiglio degli Esperti Economici tedesco, il think tank che al picco della crisi dell’euro propose la creazione di un Fondo europeo di redenzione per la risoluzione del problema del debito pubblico in eccesso al 60% del debito/Pil.
Feld, intervistato ai margini dell’European House Ambrosetti a Cernobbio, non ne vuole sentire parlare però di debito pubblico. È fermamente contrario a un aumento degli interventi a carico dei conti pubblici, vede male gli stimoli fiscali per rilanciare la crescita attraverso un aumento degli investimenti pubblici. «Lo Stato deve uscire dall’economia, non certo rientrarci - stigmatizza con piglio -. E per ridurre il ruolo della mano pubblica nell’economia vanno aumentate le privatizzazioni. L’Italia e la Grecia devono privatizzare, non tanto per incassare fondi per tagliare il debito pubblico, non è quello il punto, ma piuttosto devono farlo per incentivare le imprese privatizzate a investire di più, con capitali privati».
L’Italia, sottolinea Feld, ha un serio problema perché non riesce a rinvigorire la crescita. «Da quanto è entrata nell’euro, in media l’Italia ha registrato una crescita negativa della produttività e il contributo del progresso tecnologico sulla crescita è calato invece di salire». È severo, Feld, con l’Italia che «deve tagliare le tasse sul lavoro e sulle imprese riducendo la spesa pubblica e persino il numero dei dipendenti pubblici, e deve al tempo stesso velocizzare il cammino delle riforme strutturali, soprattutto quella del mercato del lavoro che tra le tante cose ha frenato la crescita dimensionale delle PMI». Secondo Feld, il miglior modo per stimolare la crescita è attraverso il miglioramento del clima di fiducia e delle condizioni per investire: l’obiettivo primario deve essere quello di favorire gli investimenti dei privati. «Se il capitale privato è messo nella condizione di guadagnare, di fare profitti, sicuramente sarà più disposto ad aumentare i suoi investimenti: solo così l’economia può crescere sul lungo termine».
Il suo giudizio sulla Germania è però meno severo: «Il nostro Consiglio degli esperti prevede per la Germania una crescita dell’1,8% nel 2015, in base all’andamento dei primi due trimestri dell’anno siamo ancora in linea con le nostre previsioni. Ma la Germania non potrà mai crescere come gli Stati Uniti per colpa del nostro trend demografico, che avrà un peso tremendo sulla crescita». Il Consiglio prevede per la Germania una crescita media dell’1,5% nel prossimo ventennio, non certo il 3-4 per cento. Secondo Feld, neppure l’immigrazione potrà correggere in maniera sostanziale la demografia del Paese, perché «servirebbe un aumento dell’immigrazione netta troppo elevato», corrispondente a oltre 1,4 milioni di flusso migratorio fuori e dentro la Germania su base annuale. E poi la Cina. Feld e il Consiglio degli esperti si sono meravigliati negli ultimi due anni sulla capacità della Cina di centrare puntualmente i suoi obiettivi di crescita. «Eravamo giunti alla conclusione che la Cina riusciva a centrare più facilmente i suoi target solo perché aveva un’economia controllata». Per questo stesso motivo, secondo Feld i cambiamenti in atto non devono essere sottovalutati, perché difficilmente saranno transitori. La Cina ha deciso di cambiare il suo modello, passando da un’economia basata sugli investimenti a un’economia basata sui consumi. E ha deciso di liberalizzare. «La liberalizzazione ridurrà il controllo sull’economia – puntualizza Feld – e non possiamo prevedere che impatto avrà tutto questo sulla crescita». Ma se e quando l’economia cinese rallenterà, l’effetto sulla Germania sarà forte e sarà negativo. «Noi esportiamo molto in Cina ma il punto è un altro: tra le nostre aziende e quelle cinesi si è creato un sistema integrato di produzione, una catena di valore che non potrà non ripercuotersi sulla crescita in Germania». Ma al suggerimento di usare il surplus di bilancio per aumentare gli investimenti, Feld non ci sta: «Al picco della crisi del debito sovrano, il debito/Pil tedesco è salito all’82% e adesso siano a quota 72% non solo perché abbiamo raggiunto il pareggio di bilancio ma perché cresciamo. Questa è la strada: uscire dal debito crescendo».
Il Qe tra l’altro secondo Feld ha abbassato troppo i tassi in Germania, che sono divenuti un’anomalia. «Un po’ di spread tra l’Italia e la Germania dovrà sempre esserci perché l’Italia deve sentire lo stimolo di doversi migliorare», mette in chiaro. Bene invece i progressi sul fronte dell’unione bancaria e il mercato dei capitali unico, due tappe necessarie per portare avanti il progetto di Unione europea. «Servirebbe l’armonizzazione dei regimi fiscali – aggiunge – ma questo forse è chiedere troppo adesso».
L’inerzia dell’Europa forse sta finendo
di Adriana Cerretelli
Il flusso dei profughi continua, cresce come una marea incontenibile moltiplicando impotenza, caos e irrimediabili tragedie umane. Il giorno dopo la grande commozione, quel faccino nella sabbia di Aylan Kurdi, il bambino annegato e trascinato dal mare sulla spiaggia di Bodrum, ieri in Europa è stato il giorno delle esternazioni , della frenesia dell'azione dopo i mesi, gli anni dell'inerzia quasi completa.
Quasi tutti hanno detto la loro, annunciato iniziative, proposto ricette per governare la peggior emergenza umanitaria che abbia colpito il continente dalla seconda guerra mondiale. Angela Merkel e François Hollande hanno scritto una lettera congiunta alle istituzioni comunitarie, la Commissione Juncker ha fatto trapelare nuove indiscrezioni sul piano che presenterà a Strasburgo mercoledì prossimo. Il fronte dei maggiori Paesi dell’Est, riluttante alla solidarietà per quote obbligatorie di ripartizione dei disperati, ha ribadito il rifiuto pur con qualche apertura. Persino David Cameron è sceso dal suo distratto empireo per dirsi disponibile ad accogliere 5mila siriani, naturalmente alle sue condizioni. Si parla ma forse ci si prepara anche ad agire davvero. Perché questa volta l’Europa non si gioca solo la faccia, ma i suoi sacri valori, i principi fondanti, in breve la sua identità. Melassa sentimentale e concitazione emotiva c’entrano sempre per non concludere mai niente. Ma questa volta è diverso, o così pare: la politica europea dell’indifferenza e del cinismo a ranghi sciolti è arrivata al capolinea perché non più sostenibile. Insistere vorrebbe dire puro autolesionismo: farsi del male prima e perfino più di quello che si fa agli altri. Anche ammesso che ormai quasi tutti i 28 Paesi dell’Unione ne siano finalmente consapevoli, innestare la retromarcia facendo autocritica per costruire una nuova politica comune con il cemento del senso di responsabilità, di solidarietà e di rispetto reciproco - in formato intra-europeo ed extra-europeo - resta quasi una missione impossibile nella Babele delle lingue e degli interessi nazionali contrapposti. Sconfitta in luglio sulla ripartizione per quote obbligatorie di 40mila rifugiati siriani ed eritrei in due anni, la Commissione Juncker sta ricalibrando il tiro delle ambizioni all’emergenza ogni giorno più esplosiva. Per alleggerire il peso su Italia, Grecia e Ungheria, proporrà a Strasburgo un nuovo piano per redistribuire altri 120mila profughi sempre in modo automatico in base alla popolazione dei 25 Paesi membri interessati (Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca hanno clausole di auto-esclusione) e all’impatto economico sui medesimi. Proporrà, sembra, anche la creazione di un Fondo per stabilizzare i Paesi del Nordafrica da cui partono i flussi. Se si pensa che i primi 40mila, dopo i negoziati tra i governi, meno di due mesi fa sono scesi a poco più di 32mila e distribuiti per scelta rigorosamente volontaria, i dubbi che ora si faccia sul serio restano legittimi. Di diverso questa volta c’è che Angela Merkel ha deciso di porsi come indiscusso capofila e animatore della svolta e che François Hollande, allora contrario alle quote obbligatorie, ora ci ha ripensato affermandolo pubblicamente. L’Italia condivide. La sponsorizzazione dei tre maggiori Paesi dell’Unione è di sicuro fondamentale. Ma solo in parte risolutiva. Da superare c’è il fossato Est-Ovest, ricchi e poveri dell’Unione. C’è lo spartiacque etnico-religioso. E quello delle regole Ue da rispettare dentro e fuori dalle frontiere ma ormai preda della confusione generale, tra muri che salgono, disordini continui e repressione di polizia, controlli ai confini intra-europei che vanno e vengono mentre l’ordine di Schengen vacilla. Il cancelliere tedesco minaccia di rimettere in discussione l’Europa senza frontiere per i cittadini Ue se i Paesi dell’Est non cambieranno musica. Ma Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, il gruppo di Visegrad, restano convinti che la prevenzione dei flussi serva molto più delle politiche accomodanti, che le quote non risolvano il problema ma lo peggiorino incoraggiando la massa di disperati in fuga da guerre e persecuzioni a rischiare per un approdo in Europa. Argomento debole: se comunque la vita è appesa a un esile filo, meglio giocarsela nel viaggio della speranza piuttosto che lasciarla marcire nel buco nero di una disperazione certa. I Quattro di Visegrad ieri hanno chiesto sia la creazione urgente di “hotspot”, per la registrazione e il rimpatrio dei non aventi diritti all’asilo, dentro e fuori dall’Unione, nei paesi di transito come i Balcani, sia il coinvolgimento di Stati Uniti e Russia. Forse, e nonostante tutte le divergenze da appianare, questa volta si arriverà a qualche accordo di compromesso solidale intra-europeo per alleggerire la pressione sui paesi più esposti, tra i quali c’è anche la Germania. Il rischio è che ci si fermi a una semplice soluzione-tampone . Rimandando a un incerto domani la creazione di una vera e credibile politica comune per l’immigrazione. Perché imporrebbe a tutti di affrontare due sfide strutturali ben maggiori. La prima è quella della pacifica governabilità, quindi della stabilità di società europee oggi per lo più omogenee ma sempre più destinate a convivere con modelli multi-etnici e multiculturali che già creano tensioni e destabilizzazioni prima sociali e poi, inevitabilmente, politiche. La seconda è quella della normalizzazione di paesi e regioni devastate e destrutturate da guerre e povertà, per i quali l’Europa resterà sempre un sogno da conquistare fino a che non potranno in patria resuscitare i loro, brutalmente infranti. Se, sotto il pungolo dell’urgenza, comincerà almeno a risolvere la crisi dei profughi in modo ordinato e organico, l’Unione farà un concreto passo avanti. Per vincere invece le altre due sfide ci vogliono vista lunga, volontà di integrazione e coesione, senso di identità che per ora mancano all’appello.
Il Sole 5.9.15
«I diritti umani non sono più il cemento dell’Europa»
Colloquio con Vladimiro Zagrebelsky, ex giudice della Corte di Strasburgo
di Donatella Stasio
La foto del piccolo Aylan, cadavere sulla spiaggia di Bodrum, ha risvegliato sentimenti di commozione e di umana pietà e al tempo stesso ha imposto di guardare alle guerre degli Stati intorno al Mediterraneo, che di quel mare hanno fatto un cimitero, nonché alle pesanti responsabilità occidentali. Tuttavia, quello scatto evoca anche un sano senso di colpa, di vergogna, per l’incapacità dell’Europa di garantire accoglienza e, soprattutto, rispetto della dignità umana. Come si concilia, infatti, l’Europa dei fili spinati, che alza muri e marchia in modo indelebile uomini, donne, bambini, con l’Europa dei diritti umani? Com’è possibile che le Corti europee stiano a guardare impotenti ciò che accade in Ungheria? E che gli Stati siano sordi al richiamo di quelle Corti al rispetto dei diritti fondamentali? Dove sono finiti - se ci sono mai stati - gli anticorpi contro il razzismo, in un’Europa che aveva scelto il motto: «uniti nella diversità»? «C’è un progressivo disfacimento dell’idea dei diritti umani come cemento dell’Europa, perciò comprendo lo smarrimento», dice Vladimiro Zagrebelsky, per anni giudice italiano alla Corte europea dei diritti dell’uomo. «La mia principale preoccupazione - aggiunge - è soprattutto il riemergere di nazionalismi, di una contrapposizione tra “noi” e “gli altri” sempre più crescente e pericolosa tra gli Stati». Se ne è avuta una rappresentazione plastica a Ventimiglia, con le polizie italiana e francese schierate contro nel far passare la frontiera ai migranti o nel bloccarli. E così anche a Calais.
Zagrebelsky premette che quando si parla di migranti bisogna distinguere la dimensione sociale, politica e umanitaria da quella individuale. Quanto alla prima, «manca un comune sentire tra gli Stati», ciascuno dei quali pensa a se stesso, cavalcando umori e sentimenti dell’oponione pubblica, da cui dipende la sopravvivenza dei governi. La dimensione individuale, invece, è quella che investe le Corti. Le quali, però, non nascono «per tutelare la violazione dei diritti», come si sarebbe portati a credere, ma «per risolvere specifiche controversie». Ciò spiega perché non è dalla contabilità delle condanne che si può misurare il tasso di aderenza degli Stati ai principi che essi stessi hanno sottoscritto, poiché le sentenze dipendono dai ricorsi che vengono presentati.
Detto questo, si ha la sensazione che Strasburgo abbia via via ceduto alla pressione dei governi, consentendo la deroga di alcuni divieti (lasciata, ad esempio, all’«apprezzamento nazionale»). «Il che - osserva Zagrebelsky - significa ammettere un’Europa che sui diritti è un po’ a macchia di leopardo, laddove l’obiettivo iniziale era invece l’armonizzazione dei diritti. Obiettivo al quale si è, di fatto, rinunciato».
«Ormai è in corso il disfacimento dell’idea dei diritti umani come cemento dell’Europa» prosegue Zagrebelsky. I governi “remano contro”, spinti come sono da un’opinione pubblica che non si è nutrita dei valori sanciti nei patti sottoscritti dagli stessi governi. I quali, peraltro, poi si mostrano insofferenti a quei principi e alle sentenze della Corte. Ad aprire il varco è stato il Regno Unito, protagonista di uno scontro violentissimo con la Corte europea sulle espulsioni (negate) nei confronti di terroristi originari di Paesi in cui non vi è tutela dei diritti umani. Sulla stessa scia si sono poi mossi altri governi, che non volevano andare in rotta di collisione con l’opinione pubblica impaurita, e perciò critica verso quelle decisioni. La Corte europea dei diritti umani ha mantenuto ferma la sua giurisprudenza che non ammette che persone (qualunque sia la loro condizione) siano esposte al rischio di tortura e trattamenti inumani o degradanti.
Certo è che, a fronte dei principi giustamente ribaditi nelle sentenze della Corte (comprese le due recenti condanne dell’Italia proprio in tema di migranti), si resta basiti per la disinvoltura con cui in Europa si alzano muri, si imprimono marchi sulla pelle, si impedisce di partire a chi ha documenti e biglietti, si nega accoglienza ai rifugiati politici. «Purtroppo, pur con tutte le critiche che merita l’Europa, sull’immigrazione c’è almeno una forte dialettica che invece non c’è in altre parti del mondo. Basti pensare a cosa avviene in Australia o tra Messico e Usa», dice Zagrebelsky. Che però teme i «crescenti nazionalismi»: Italia, Germania, Finlandia, Ungheria... ciascuno ha una propria posizione e fa da sé. E se si pensa che i terreni su cui nascono le guerre sono l’economia e la paura, «gli ingredienti di una guerra ci sono tutti. L’Unione europea, nata per impedirla per sempre, dovrebbe rassicurarci». «Per fortuna - conclude - fra i giudici della Corte la cultura dei diritti ignora le frontiere. E questo, almeno, dovrebbe essere confortante».
Il Sole 5.9.15
Lars Feld, Consiglio tedesco degli esperti economici
«Il rallentamento della Cina non è un fenomeno transitorio»
intervista di Isabella Bufacchi
Il rallentamento della crescita in Cina non è un fenomeno transitorio perché con tutta probabilità il modello economico cinese cambierà strutturalmente. Non sappiamo come e fino a che punto i cambiamenti in atto incideranno sullo sviluppo economico della Cina ma una cosa invece è certa: la Germania sarà colpita duramente dal deterioramento del Pil cinese, non tanto per il calo delle esportazioni quanto per l’impatto negativo che questo avrà sulla “catena di valore” ormai molto integrata tra aziende esportatrici tedesche e aziende cinesi. A pronosticare il rischio di un periodo cupo in arrivo per la Germania, l’Europa e quindi anche per l’Italia, con assoluta franchezza è Lars Feld, direttore del Walter Eucken Institute di Friburgo, professore di economia e membro dal 2011 del Consiglio degli Esperti Economici tedesco, il think tank che al picco della crisi dell’euro propose la creazione di un Fondo europeo di redenzione per la risoluzione del problema del debito pubblico in eccesso al 60% del debito/Pil.
Feld, intervistato ai margini dell’European House Ambrosetti a Cernobbio, non ne vuole sentire parlare però di debito pubblico. È fermamente contrario a un aumento degli interventi a carico dei conti pubblici, vede male gli stimoli fiscali per rilanciare la crescita attraverso un aumento degli investimenti pubblici. «Lo Stato deve uscire dall’economia, non certo rientrarci - stigmatizza con piglio -. E per ridurre il ruolo della mano pubblica nell’economia vanno aumentate le privatizzazioni. L’Italia e la Grecia devono privatizzare, non tanto per incassare fondi per tagliare il debito pubblico, non è quello il punto, ma piuttosto devono farlo per incentivare le imprese privatizzate a investire di più, con capitali privati».
L’Italia, sottolinea Feld, ha un serio problema perché non riesce a rinvigorire la crescita. «Da quanto è entrata nell’euro, in media l’Italia ha registrato una crescita negativa della produttività e il contributo del progresso tecnologico sulla crescita è calato invece di salire». È severo, Feld, con l’Italia che «deve tagliare le tasse sul lavoro e sulle imprese riducendo la spesa pubblica e persino il numero dei dipendenti pubblici, e deve al tempo stesso velocizzare il cammino delle riforme strutturali, soprattutto quella del mercato del lavoro che tra le tante cose ha frenato la crescita dimensionale delle PMI». Secondo Feld, il miglior modo per stimolare la crescita è attraverso il miglioramento del clima di fiducia e delle condizioni per investire: l’obiettivo primario deve essere quello di favorire gli investimenti dei privati. «Se il capitale privato è messo nella condizione di guadagnare, di fare profitti, sicuramente sarà più disposto ad aumentare i suoi investimenti: solo così l’economia può crescere sul lungo termine».
Il suo giudizio sulla Germania è però meno severo: «Il nostro Consiglio degli esperti prevede per la Germania una crescita dell’1,8% nel 2015, in base all’andamento dei primi due trimestri dell’anno siamo ancora in linea con le nostre previsioni. Ma la Germania non potrà mai crescere come gli Stati Uniti per colpa del nostro trend demografico, che avrà un peso tremendo sulla crescita». Il Consiglio prevede per la Germania una crescita media dell’1,5% nel prossimo ventennio, non certo il 3-4 per cento. Secondo Feld, neppure l’immigrazione potrà correggere in maniera sostanziale la demografia del Paese, perché «servirebbe un aumento dell’immigrazione netta troppo elevato», corrispondente a oltre 1,4 milioni di flusso migratorio fuori e dentro la Germania su base annuale. E poi la Cina. Feld e il Consiglio degli esperti si sono meravigliati negli ultimi due anni sulla capacità della Cina di centrare puntualmente i suoi obiettivi di crescita. «Eravamo giunti alla conclusione che la Cina riusciva a centrare più facilmente i suoi target solo perché aveva un’economia controllata». Per questo stesso motivo, secondo Feld i cambiamenti in atto non devono essere sottovalutati, perché difficilmente saranno transitori. La Cina ha deciso di cambiare il suo modello, passando da un’economia basata sugli investimenti a un’economia basata sui consumi. E ha deciso di liberalizzare. «La liberalizzazione ridurrà il controllo sull’economia – puntualizza Feld – e non possiamo prevedere che impatto avrà tutto questo sulla crescita». Ma se e quando l’economia cinese rallenterà, l’effetto sulla Germania sarà forte e sarà negativo. «Noi esportiamo molto in Cina ma il punto è un altro: tra le nostre aziende e quelle cinesi si è creato un sistema integrato di produzione, una catena di valore che non potrà non ripercuotersi sulla crescita in Germania». Ma al suggerimento di usare il surplus di bilancio per aumentare gli investimenti, Feld non ci sta: «Al picco della crisi del debito sovrano, il debito/Pil tedesco è salito all’82% e adesso siano a quota 72% non solo perché abbiamo raggiunto il pareggio di bilancio ma perché cresciamo. Questa è la strada: uscire dal debito crescendo».
Il Qe tra l’altro secondo Feld ha abbassato troppo i tassi in Germania, che sono divenuti un’anomalia. «Un po’ di spread tra l’Italia e la Germania dovrà sempre esserci perché l’Italia deve sentire lo stimolo di doversi migliorare», mette in chiaro. Bene invece i progressi sul fronte dell’unione bancaria e il mercato dei capitali unico, due tappe necessarie per portare avanti il progetto di Unione europea. «Servirebbe l’armonizzazione dei regimi fiscali – aggiunge – ma questo forse è chiedere troppo adesso».