l’Unità 30.4.13
Letta ricompatta i democratici Epifani: «Mettiamoci la faccia»
Sì Pd-Pdl, Lega astenuta
Il grazie a Bersani. L’ex segretario: «Ora aiutiamolo»
Rientrati i cinquanta dissidenti sul voto di fiducia
il Fatto 30.4.13
I Democrats si allineano. Inizia il post-Bersani
Speranza evoca l’”interesse nazionale”
di Wanda Marra
Non potrei iniziare questo discorso, in un passaggio così impegnativo, senza un accenno personale ed esprimere un senso di gratitudine profonda verso chi, con generosità e senso antico della parola lealtà, mi ha sostenuto anche in questo difficile passaggio: Pierluigi Bersani”. Enrico Letta parla da Presidente del Consiglio. L’altro, che era il candidato elettorale, è seduto tra i banchi del Pd. I due si erano presentati in ticket alle primarie del 2009. Insieme hanno gestito questa fase politica. Il vice è diventato premier. L’ex segretario, deputato semplice, sorride, fa il segno di vittoria. Applaude tutta l’Aula (eccettuati i grillini). Passaggio di consegne storico: il Pd ha non vinto le elezioni, l’ex comunista Bersani non è andato a Palazzo Chigi a fare il governo col Pdl, ma ha assicurato “sostegno leale” all’ex Dc con il quale ha lavorato fino all’altroieri. Un Pd che per 60 giorni non ha fatto che litigare, sabotarsi, impallinare i suoi vertici, e in una parola autodistruggersi, cede la sua sovranità, rinuncia alla sua alterità, si rassegna all’inciucio finale. Senza uno strappo ufficiale, se non quello di Pippo Civati (che alla fine, piuttosto che dire no alla fiducia e di fatto mettersi fuori dal partito sceglie di uscire dall’Aula). E del neo eletto piemontese Davide Mattiello, proveniente da Libera, che si dimette dal gruppo.
QUALCHE distinguo c’è. Interviene in Aula Stefano Fassina, responsabile Economico del Pd (e ancora in corsa per un posto da vice Ministro): “I 4 miliardi di euro necessari a cancellare l’Imu, premesso che li abbiamo trovati, possiamo utilizzarli per evitare l’aumento dell’Iva? ”, chiede. “Oppure abbiamo trovato, oltre ai 7-8 miliardi per affrontare i provvedimenti urgenti lasciati scoperti da Monti, altri 8 miliardi all’anno per cancellare l’Imu e per cancellare l’aumento dell’Iva? E come li finanziamo? Con ulteriori ticket sulla sanità? Con ulteriori tagli alla scuola pubblica e all’università? Con ulteriore deindicizzazione delle pensioni basse? ”.
Un intervento da opposizione lo fa Rosy Bindi: “Per molti di noi non è giusto sospendere l’Imu sulla prima casa”. Perché “le priorità sono la riforma delle pensioni, gli esodati. Per l’Imu c’è una data certa, per questi altri temi caldi no”. Mettono il dito nella piaga Fassina e Bindi e preannunciano problemi: Letta è andato incontro al Pdl. E il Pd? Per ora il Pd nel complesso sorride e ingoia. Gozi (fino all’ultimo dissidente) inneggia all’europeismo di Letta, i più critici, come Orfini e Zampa, si allineano. Nel frattempo, qualcuno s’interroga. Mineo: “Ma come si fa a preservare la sinistra? Quando facciamo il congresso? ”, chiede a Orfini. La risposta è un’altra domanda: “Facciamo l’Assemblea. Se no, chi lo convoca il congresso? ”. L’Assemblea prevista per sabato è stata rimandata all’11. Meglio finire la partita dei sottosegretari prima, per sedare qualche malumore. E poi si brancola nel buio. Segretario dimissionario, vicesegretario premier. Si parla di un reggente, Guglielmo Epifani, che dovrebbe traghettare il partito fino al congresso (che è a ottobre e probabilmente non si anticiperà: il tempo serve a tutti). Ieri applauditissimo all’assemblea del gruppo mentre invitava a metterci la faccia, sull’operazione larghe intese e non a subirla. È in pole position. Oppure un Triumvirato, con un renziano, un Giovane turco e un rappresentante di un’altra area.
POCO entusiasmo generale per la leadership del partito. Matteo Renzi si dichiara non interessato. “Può fare tutti i capricci che vuole, ma ora c’è una sola cosa da fare, ed è questa: impegnarsi nel partito”, dice uno dei suoi. L’ultima vittima del governo Letta sembra proprio lui: rottamati i big, il governo dei giovani, moderato e post ideologico, l’ha fatto un altro. Se dura, per Matteo rischiano di diventare guai definitivi. Nell’intervento a nome del Pd il capogruppo, Roberto Speranza ripete il nuovo mantra democratico. Facciamo questa scelta “eccezionale, in un tempo eccezionale”, “nell’interesse nazionale”. Il Pd “farà la sua parte fino in fondo”. E ringraziando il “faro Napolitano” cita Don Milani: “A che serve avere le mani pulite se poi le tieni in tasca? ”. Tutti in piedi ad applaudire. L’era del post Pd è iniziata.
il Fatto 30.4.13
Stralunati e un po’ sorpresi tra le braccia del Caimano
Traversata verso l’ignoto
Il ministro Pd: “Se sei nella melma meglio stare ai posti di comando”
di Antonello Caporale
Clima contratto, bicipiti in tiro, istinto difensivo. Nella traversata verso l’ignoto il Transatlantico sembra una nave senza nocchiero, un po’ concordia e un po’ discordia. “Chissà che ne sarà di noi domani”, dice Andrea Orlando, ligure mite e neo ministro che ha colto l’attimo a modo suo. Ora dà un saggio di politica zen: “Visto che siamo nella melma meglio stare dentro il governo che fuori. La contieni meglio. Alla peggio si rompe tutto e si ritorna come prima”. Come piano non è male. Se uno deve proprio buttarsi a mare meglio scegliere una bella tempesta che l’alba chiara. Prima che Enrico Letta si accomodi in poltrona, arriva la vocina di Silvio Berlusconi via Mediaset (oggi titolo in smagliante risalita): “Vorrei presiedere la convenzione per le Riforme, come da accordi”. Il grande B. reintegrato nelle funzioni di statista e padre della Patria è pronto e sorridente. “E io non lo voto”, dice Orlando che tira verso sinistra. “Io forse sì”, spiega Pierpaolo Baretta che tira verso il centro. Faranno confusione anche questa volta: “Anch’io penso che ci dobbiamo chiarire le idee su chi siamo e su dove andiamo”. “Io ancora non so cosa fare”, ammette Ermete Realacci. C’è mal di mare alla Camera. Brunetta trotterella, Verdini sorride, Santanchè tambureggia. E sono quelli di là. Vogliono subito passare all’incasso, e abbattere l’Imu già oggi. Rosy Bindi, contiene a fatica la bile: “Ho letto della richiesta di Berlusconi, potrò mai votarlo? E poi anche l’Imu: è proprio un’urgenza, una condizione imprescindibile? Non sarebbe stato meglio iniziare dagli esodati? Non ci capisco granchè”.
GIRA LA TESTA e girano le scatole. “Certo, Berlusconi farà quel che meglio sa fare. Incasso immediato degli utili, e con l’Imu non si risparmierà. Spetta a noi trovare una strategia, una quadra, un’idea”. Neanche termina la frase Gianni Cuperlo, inquieto, e spunta in televisione il solito Brunetta che canta vittoria. “L’Imu, la nostra grande battaglia è vinta”. E i soldi? Dove sono i soldi? “Lo vedrà il ministro Saccomanni”. Risposta efferata, veleno puro. Letta, il premier dell’emergenza, ha appena illustrato un programma megagalattico, onnicomprensivo. I soldi sono l’ultimo assillo. Nell’arco delle cose da fare mancano gli impegni di target più berlusconiano (felicità per tutti, o anche il sole tutti i giorni) ma ci sarà ogni cosa possibile, dall’Erasmus in poi. Il centrosinistra batte le mani all’inizio e con più convinzione, quegli altri con più sofferenza. Mano a mano che si allunga e si impasta il lavoro la fatica di fare clap clap si fa notare e la vigoria inizia a scemare. “È stato un discorso un po’ pastoso”, dice il giovane democristiano Valiante (Pd). Un po’ obliquo, anche un po’ ambiguo, sulle energie rinnovabili appena una pennellata, ma una cosina proprio”, annota Realacci. Ci sono tutti e sono un po’ felici e un po’ scontenti, un po’ allarmati, un po’ stralunati. “Venga in Sicilia dottore”, propone a sorpresa l’onorevole Cardinale, ora ex, ora accompagnatore della figliola Claudia, molto giovane e già al secondo mandato da deputata. Non c’è commozione, manca l’ardore, si naviga a vista ma insomma si parte. Le amazzoni del Pdl fanno due conti: la Ravetto per esempio, sarà sottosegretario? E alle altre? Chi fa la lista dei nomi è il solito Denis, a lui bisogna bussare. “Io non so se sarò dentro, temo che l’amicizia con Angelino Alfano produca un ostacolo. Sa, lui non vuol far mai vedere di promuovere gli amici”.
DORINA BIANCHI, crotonese, è in controllata attesa e tanti maschi, più di lei, confabulano e non si arrendono al destino di non prendere parte verso l’ignoto. “Enrico ha messo in fila in meno di un’ora spese per oltre quaranta miliardi di euro. Domani va a Berlino dalla Merkel e le dirà chiaro che ce li deve permettere di spendere, altrimenti finiremo in bocca ai cinquestelle”. L’ignoto è un salto carpiato e Lapo Pistelli non ha motivi per non essere pronto al tuffo: “Fino a una settimana fa tu avresti mai previsto uno scenario simile? Ti dico che se le cose vanno al posto giusto Letta siederà a palazzo Chigi per l’intera legislatura. La ruota è girata troppo velocemente che anche Berlusconi è fuori gioco. Ma lo vedi dov’è finito? ”. A dire la verità il Cavaliere si gode la scena, trasmette sicurezza, sorridente e finalmente rilassato. Guarda il suo Angelino e gli altri intrepidi ministri suoi. Quagliariello e Lupi e Lorenzin. Tolto Alfano erano tutti fuggitivi. A novembre scorso sembravano voler lasciare l’amato Padre per via della sconfitta imminente. Fuggitivi ripresi nell’ultimo miglio e premiati. Perchè premiare i traditori, come disse Verdini? “Facile, perchè noi siamo su un gommone e Berlusconi ha uno spillone in mano, ci bucherà quando vorrà e senza troppi dispiaceri” ha spiegato Gaetano Quagliariello, oggi felicissimo pentito. La quarta della squadra, un po’ qui e un po’ là, è gasatissima: “Cercavo proprio lei. Ricorda quando anni fa mi intervistò (ero appena giunta da Benevento) e mi chiese della mia ambizione più grande, del mio sogno nel cassetto? Le risposi: fare il ministro dell’Agricoltura. Eccomi qua”. Eccola qua Nunzia De Girolamo, con un sorriso smacchia paure e la convinzione che sia salita in groppa al cavallo giusto al momento giusto.
il Fatto 30.4.13
La “coesione” fra Pd e Pdl farà trionfare le ingiustizie
di Maurizio Viroli
Dobbiamo essere tutti sinceramente riconoscenti al governo Letta e a coloro che l’hanno generosamente auspicato, tenacemente voluto e saggiamente realizzato: il capo dello Stato, Berlusconi e il Pd. Essi hanno regalato agli italiani una certezza, che Pd e Pdl non devono più incontrarsi e frequentarsi di nascosto fingendo in pubblico di detestarsi cordialmente, ma possono convivere alla luce del sole. Si sono tolti la maschera, è crollata la menzogna del Pd avversario – incerto, timido, balbettante – ma pur sempre avversario, con la quale i dirigenti di quel partito hanno ottenuto i voti di tanti italiani onesti e saggi e come tali nemici di Berlusconi e dei suoi servi. Di questi tempi, una verità fra tante menzogne, e tanta simulazione e dissimulazione, non è poco.
“GOVERNO politico, unico possibile”, ha commentato il capo dello Stato. Con il più sentito rispetto per l’Istituzione e per l’uomo mi permetto di rilevare che la prima affermazione non è davvero un esempio di chiarezza. Non si capisce che cosa possa mai essere un governo non politico. È vero che il linguaggio italiano abbonda di sciocchezze quali ‘governo tecnico’, ‘governo del presidente’, ‘governo elettorale’ e via di questo passo. Ma sono tutte espressioni che confondono, anziché chiarire la realtà delle cose. Qualsiasi governo attua e concorre a formare leggi, più spesso decreti, che valgono per tutta la comunità e dunque sono atti politici della più bell’acqua. Certo che anche quello attuale è un governo politico, ma che bisogno c’era di dirlo? Se invece quel “politico” indica qualcos’altro lo si spieghi con parole chiare.
La seconda affermazione che il governo Letta è l’unico possibile è probabilmente vera, dopo che il Pd ha deciso di non votare per Rodotà. Il presunto ‘stato di necessità’, diciamo così, che costringe a formare un governo con Berlusconi se lo sono creati il capo dello Stato e il Pd, e dunque non è affatto tale. Ora, potrebbe qualcuno spiegare agli italiani per quale motivo Berlusconi presidente del Consiglio era alla fine del 2011 causa delle patrie sventure, mentre oggi un governo con il suo più fedele yes man quale vice di Letta e capo del ministero degli Interni sarebbe benefico? Si suppone indipendenza di pensiero all’Alfano? Si fantastica di un diverso orientamento di Berlusconi? Insomma, se allora il bene dell’Italia esigeva di allontanare Berlusconi e i suoi da Palazzo Chigi, quale ragione impone oggi di richiamarli?
Coesione! coesione! coesione! È il nuovo imperativo categorico. Non se ne potrebbe trovare uno peggiore. Perché la coesione, ma meglio sarebbe parlare di concordia, è benefica se c’è giustizia. E quale giustizia possiamo aspettarci da un esecutivo che deve operare sotto il comando, o a essere benevoli, il forte condizionamento, del peggior nemico del governo delle leggi, dell’indipendenza della magistratura e soprattutto della Costituzione repubblicana? Quale giustizia da chi ha portato in Parlamento corruttori di giudici, collusi con la mafia, corrotti di ogni tipo e li ha poi difesi con tutte le sue forze? Quale giustizia da chi ha approvato le peggiori leggi a favore dei gaglioffi? Essere concordi o coesi con figuri siffatti vuol dire essere complici di ingiustizie, e così crescono non la concordia ma la discordia, e perfino la rabbia e il furore, due passioni pericolosissime per l’ordine repubblicano.
È TEMPO di gite scolastiche. Suggerisco ai sostenitori del nuovo governo di mettere i panini e la Coca-cola nello zainetto e andare a visitare la mostra su Machiavelli al Vittoria-no, dove spero gli organizzatori abbiano dedicato adeguato spazio a questo aureo pensiero del Segretario: “Che la disunione della Plebe e del Senato romano fece libera e potente quella republica”. Si riferiva alla Roma antica. Dovremmo seguire il suo consiglio: per rendere libera e civile la nostra Repubblica scegliere non la coesione ma il conflitto: pacifico, nel più rigoroso rifiuto della violenza, civile, meditato e pacato, ma intransigente contro Berlusconi e ai suoi servi e i suoi nuovi alleati. Il nuovo governo gode di un’ampia maggioranza. Proprio per questo la Repubblica ha bisogno di opposizione vera.
il Fatto 30.4.13
La prima cambiale pagata al Caimano
di Stefano Feltri
La politica è l’arte di scegliere come distribuire risorse scarse sapendo che non si possono accontentare tutti. Che qualcuno protesterà, ma non sempre chi urla più forte ha anche ragione. Il governo di Enrico Letta nasce invece promettendo tutto a tutti. Il primo risultato concreto lo incassano Silvio Berlusconi e il suo Pdl che avevano vincolato la fiducia alla cancellazione dell’Imu. L’odiata imposta sugli immobili viene sospesa, a giugno non si pagherà in attesa di una riforma complessiva. Eppure Letta impronta il suo discorso di insediamento su un’altra linea: la priorità del Paese è il lavoro, la coesione sociale dipende dalla capacità del governo di arginare il numero dei disoccupati. Non c’è razionalità economica nel cominciare invece dall’Imu. Secondo i calcoli del centro studi Nens, bastano 400 milioni di euro per esentare dall’Imu il 20 per cento degli italiani più poveri, restituendo loro anche quanto pagato nel 2012. Per ragioni elettorali Berlusconi impone invece un’operazione da almeno 2 miliardi (4 se si arriva alla abolizione completa, 8 restituendo le quote 2012). Il Pd subisce, incapace perfino di ricordare che aveva proposto più o meno la stessa cosa prima del voto. Non c’è un solo economista in buona fede che veda nell’Imu l’origine dei mali italiani. Anche il Berlusconi di una volta chiedeva di spostare le tasse dalle persone alle cose, meglio penalizzare la ricchezza improduttiva piuttosto che imprenditori e lavoratori. Ma il problema è che le larghe intese sono in realtà uno stretto cappio al collo di Letta. Il nuovo premier dimostra di avere la caratura per il compito che è chiamato a svolgere: ha una solida convinzione europeista, rinnega l’approccio da ragioniere che ha caratterizzato spesso il governo Monti, con stangate a ogni zero virgola di deficit in più, capisce l’esigenza di rinnovamento, nel Palazzo e fuori. Ma l’ampiezza della coalizione gli impone di aprire un libro dei sogni in cui non ci sono cifre ma soltanto suggestioni. I soli interventi quantificabili valgono almeno 10 miliardi, che diventeranno molti di più se ai tanti annunci seguiranno provvedimenti concreti. Dove si trovano i soldi? Letta non chiede sacrifici, non annuncia patrimoniali o liberalizzazioni che potrebbero preoccupare le lobby, ma promette: ai giovani, ai pensionati, agli assunti, ai disoccupati, agli esodati, ai precari, ai produttori di energia rinnovabile. I “saggi” riuniti da Napolitano avevano un altro approccio: i soldi disponibili devono andare ai redditi da lavoro più bassi, inutile disperdere le poche risorse tra mille voci. Ma ora sono tornati i politici che amano l’effetto annuncio. Enrico Letta prende impegni che sa di non poter mantenere. Ma d’altra parte, il Pd aveva anche promesso che non si sarebbe mai alleato con Berlusconi. E gli elettori ormai hanno capito quanto possono fidarsi.
il Fatto 30.4.13
Con Letta vince l’incesto Pd-Pdl
Discorso incolore e buonista
di Fabrizio d’Esposito
Sono i due nuovi gemelli quarantenni dell’italico andreottismo. Uno parla per 45 minuti e l’altro subito commenta: “È musica per le mie orecchie”. Enrico Letta, premier. Angelino Alfano, vicepremier. Il governo dell’inciucio si presenta alla Camera per la fiducia, che passa con 453 sì, 153 no e l’astensione leghista, e il discorso rotondo, senza spigoli e senza picchi, buonista e inclusivo del presidente del Consiglio pone le basi per la democristianizzazione di Pd e Pdl e della Terza Repubblica. Un progetto dalla durata di almeno 18 mesi, come spiega Letta, in cui magari si pensionerà B. con un salvacondotto da padre della patria e si combatterà il temuto Renzi, leader annunciato del Pd, con una Cosa neodc e bipartisan. Si sa, dai governi d’emergenza può nascere un nuovo partito. Monti docet.
ENRICO LETTA entra a Montecitorio alle tre del pomeriggio, che i suoi ministri sono quasi già tutti seduti nei due banchi riservati all’esecutivo. Il premier si sistema tra Alfano e la Bonino e il suo discorso della pacificazione si apre con un ringraziamento a Giorgio Napolitano, fautore del nuovo compromesso storico. L’effetto da noia democristiana è accentuato anche dalla tragedia di domenica scorsa, davanti Palazzo Chigi. Alcune frasi di Letta sono citazioni musicali, dei Tiromancino (“due destini che si uniscono” a proposito di Italia ed Europa) e di Ligabue (“bellezza senza navigatore” per la scontata apologia del turismo e del made in Italy”). Visto che c’era poteva anche ricordare il Vasco Rossi degli spari sopra . Lo spavento per gli otto colpi di Preiti è l’incipit del capitolo su “giovani e territorio, risorse per la crescita”. Frase chiave: “Di solo risanamento si muore”. Sulla giustizia pesa l’ambizione dei due nuovi gemelli scudocrociati. Scandisce Letta, nel suo andreottismo versione due punto zero: “Vent’anni di attacchi e delegittimazioni reciproche hanno eroso ogni capitale di fiducia nei rapporti tra i partiti e l’opinione pubblica, che è esausta, sempre più esausta, delle risse inconcludenti”. E soprattutto, immedesimandosi in Davide nella valle di Elah, prima di affrontare Golia: “Come Davide in quella valle, dobbiamo spogliarci della spada e dell’armatura che in questi anni abbiamo indossato”. È il cuore politico dell’intervento. Uscire dalla Seconda Repubblica con Berlusconi, non senza, la vera ossessione di Napolitano, ma anche il ritorno del vecchio riformismo di Massimo D’Alema degli anni Novanta, in salsa centrista però. Non a caso il premier punta sulla Convenzione per le riforme, sinonimo di bicamerale. Sulla “convergenza” tra forze politiche “alternative”, e che sulla carta “dev’essere un’eccezione”, Letta rispolvera il pensiero del suo padre politico Nino Andreatta: “Ho imparato da Nino Andreatta la fondamentale distinzione tra politica, intesa come dialettica tra diverse fazioni, e politiche, come soluzioni concrete ai problemi comuni”. Ovviamente, lui, il giovane Letta, preferisce le seconde alla prima.
Il Pantheon lettiano comprende Andreatta, Papa Francesco (ai giovani: “Scommettete su cose grandi”), Davide e Golia, finanche Cesare Beccaria. “Ricordiamoci che siamo il Paese di Cesare Beccaria” . Ma anche di Silvio Berlusconi e delle sue leggi ad personam, potrebbe aggiungere. È la sostanza però quella che conta e il pragmatismo che dice tutto ma non dice niente del premier sulla giustizia non va oltre una possibile amnistia per liberare le carceri e fare qualche altro favore ai neoalleati della “banda degli onesti” di B..
Letta parla e gli applausi sono 42 in tutto. Il Pd batte le mani compatto, senza eccezione alcuna. Un po’ fredda, invece, l’accoglienza del Pdl: parecchie assenze e il malcontento di falchi ed esclusi dal governo. Esemplare la fila Santanchè, Gelmini, Carfagna che rimane seduta durante l’ovazione finale. I grillini si uniscono solo nella solidarietà ai due carabinieri feriti domenica. Il discorso di Letta è diviso in capitoli: lavoro, futuro industriale, riforma della politica e delle istituzioni (Senato delle Regioni e abolizione delle province). La promessa più hard la “rivoluzione” dei rimborsi, “un finanziamento mascherato” ai partiti, che è costato dal 1994 al 2012 due miliardi e mezzo di euro a fronte di spese certificate di mezzo miliardo.
Le parole d’ordine sono quattro, per evitare il “canto del cigno” di un sistema: “Decenza, sobrietà, scrupolo, senso dell’onore e del servizio”. Tre quarti d’ora di discorso. Poi il dibattito. Un grillino tira in ballo l’inciucio di famiglia (zio Gianni e il nipote Enrico) ma l’intervento più forte è di Giorgia Meloni, che da destra (Fratelli d’Italia) prende in mano quella che fu un tempo la bandiera comunista del manifesto di Pintor: “Non voglio morire democristiana, perciò voto no”. La fiducia arriva in serata. Una formalità. Prime delle 22 è tutto finito. Oggi tocca al Senato.
il Fatto 30.4.13
Vago sulla corruzione, evoca l’amnistia. E Berlusconi incassa
di Marco Lillo
Conflitto di interessi, intercettazioni, lotta alla corruzione e riforma del finanziamento pubblico ai partiti sono quattro scogli difficili da evitare per un presidente del Consiglio che vuole ottenere i voti del Pdl e anche del Pd. Enrico Letta se l’è cavata da buon democristiano. Chi lo nominò presidente dei giovani Dc a 25 anni, nel lontano 1991, sarebbe stato orgoglioso di lui. Nel suo lungo discorso Enrico Letta non ha citato nemmeno di striscio le parole ‘conflitto di interesse’ e ‘intercettazioni’. Ha accennato solo di sfuggita alla corruzione, come fosse un tema minore. Infine ha promesso l’abolizione dell’ultima legge sul finanziamento pubblico approvata solo a luglio (con il suo assenso) guardandosi bene dal prendere impegni sulla nuova legge, tutta da scrivere con il Pd e il Pdl, cioé i partiti che hanno approvato la legge da gettare nel cestino. Non manca un riferimento all’emergenza carceri che offre una speranza ai fautori dell’amnistia e del condono. Il tono deciso sostiene un contenuto leggero e vago come zucchero filato. Sembrava di ascoltare l’imitazione dei politici del Pd fatta da Crozza. “Nessuno – ripeto nessuno – può sentirsi esentato dal dovere dell'autorevolezza”, premette il premier incaricato ricordando che “11 milioni e mezzo di cittadini hanno deciso di non votare alle elezioni dello scorso febbraio. L'astensione è il primo partito: o lo capiamo o la politica scompare”. Il deputato M5S Cristian Iannuzzi gli urla un suggerimento concreto: “Rinunciate ai rimborsi elettorali!”. Troppo facile, sembra dire Letta che riprende proprio da lì con il tono del professore: “pensate ai rimborsi elettorali: tutte le leggi introdotte dal 1994 a oggi sono state ipocrite e fallimentari , non rimborsi ma finanziamento mascherato, per di più di ammontare decisamente troppo elevato”. Quindi “il sistema va rivoluzionato abolendo la legge approvata e introducendo misure di controllo e di sanzione anche sui gruppi parlamentari e regionali”. I fondi per i rimborsi ai partiti non è chiaro che fine faranno, mentre quelli per i gruppi, sono salvi. Aumenteranno solo i controlli. C’è poi l’abolizione del doppio stipendio per i ministri-parlamentari e la promessa di ridurre il numero dei parlamentari. L’unico annuncio concreto sul fronte del finanziamento ai partiti arriva non contro ma a favore della politica. Letta promette alle imprese private un’agevolazione “sul versante fiscale” alla “contribuzione all'attività politica dei partiti”. Nessun impegno invece sulle riforme contro mafia e corruzione proposte per esempio dal presidente del Senato Piero Grasso in una proposta di legge presentata nel primo giorno di legislatura. Sulla “lotta alla corruzione che distorce regole e incentivi” il Letta-Davide mostra poco coraggio pur di ottenere la fiducia e concede solo una citazione vuota accompagnata da ovvietà come “la giustizia che deve essere giustizia innanzitutto per i cittadini”. Quando Alessandro Di Battista del Movimento 5 Stelle gli chiede di punire severamente il falso in bilancio lui glissa. Mentre a Claudio Fava di Sel che tenta di stringerlo sul concreto (“la priorità non è l'evocazione di una lotta alla corruzione, ma una vera, buona legge sulla corruzione nei primi cento giorni del suo governo”) Letta concede solo “riprendo le parole di Fava sulla corruzione, sarà uno dei grandi temi sui quali lavoreremo”. Fava può star tranquillo: “il confronto ci sarà e sarà forte e importante. Non è possibile che il nostro Paese su questi temi sia un Paese che dà l'idea di una labilità del diritto”. Anche se ieri la labilità che emergeva era quella della politica.
il Fatto 30.4.13
Gianfranco Rotondi
“Letta è il democristiano più bravo”
di Caterina Perniconi
Giacca, cravatta e occhiali da vista sportivi, come se fosse appena tornato da una regata in barca a vela. Gianfranco Rotondi è l’unico berlusconiano ex Dc della generazione di Enrico Letta rimasto fuori dall’esecutivo, ma si mostra tranquillo.
Onorevole, dica la verità, è dispiaciuto.
Ma no, è giusto che non ci fossero ex ministri, sarebbe stato di cattivo gusto.
Comunque questo governo le piace parecchio.
Se si potesse votare la fiducia aggiungendo la formula “con entusiasmo”, lo farei.
É un ritorno a casa.
Diciamo che è un prodotto che conosco bene.
Come Letta.
Per Enrico sarà una passeggiata. Lui ha svolto un compito molto più gravoso di quello di premier: era il mediatore tra Beniamino Andreatta e il resto del mondo.
Difficile?
Parlargli era impossibile. Lui ti ascoltava e al massimo se chiedevi cosa ne pensasse ti dava del “presuntuoso”. Una volta lo chiamai a casa per fargli gli auguri di Pasqua. Mi rispose la moglie, appoggiò il telefono e quando tornò mi disse: “Mio marito non ricambia gli auguri ma accetta i suoi, arrivederci”. Letta è un suo allievo, non può che avere una marcia in più.
Un mediatore, quel che serve.
Io sono più grande, ma lui metteva in soggezione già da ragazzo. Mai disinformato, mai fuori posto. Siamo sempre stati su fronti opposti nel partito, ma io lo vedevo che un altro così non c’era.
Piaggeria?
Non ce n’è bisogno, nella Dc non c’erano mica battaglie, c’erano guerre. Letta era nella sinistra democristiana, che però aveva idee economico-sociali di destra. Infatti ora sta nascendo un grande centrosinistra dove a sinistra c’è Berlusconi non il Pd.
Ecco il punto. Più che un governo un progetto politico.
La maggioranza è la stessa del governo tecnico, ma non si sente più “strana”. Letta li ha già fatti innamorare tutti.
Anche Berlusconi?
Berlusconi è il più felice. Fa la faccia mogia con gli scontenti, per carineria.
Quindi non staccherà la spina?
E come fa? Enrico è abile, lo ha già fregato sui suoi temi forti, Imu e Iva. Ma lui voleva questo governo, era il momento giusto per provarci e passare il testimone. Invece Bersani lo devo assolvere per non aver capito il fatto, il Pd che c’era prima non c’è più.
Nemmeno con Matteo Renzi?
Con tutto il rispetto, stiamo parlando di un Togliatti (Letta) a confronto con un Bersani (Renzi). Matteo è un democristiano nato a Dc morta, anche allora voleva rottamare Forlani, ma oltre quello non va.
Ieri lei ha ricevuto una lettera di minacce, dove si citava anche la sparatoria davanti a Palazzo Chigi.
Sì, ma quella non è una cosa seria. Ne vivo di peggiori.
Secondo il suo partito, il Pdl, è colpa di chi dissente dalle larghe intese.
Se si riferisce a Grillo penso che non c’entri assolutamente niente, anzi. É meglio che quei voti siano dentro il Parlamento e non fuori. I ragazzi eletti sono persone molto civili.
Allora Alemanno, Gasparri?
Parlano al nostro elettorato, ma lo sanno che non è così.
il Fatto 30.4.13
Europa, un quotidiano da 30 milioni (nostri)
Menichini scudiero dell’inciucio Pd-Pdl
Dirige un giornale che non ha mai venduto oltre 3mila copie: ma lo paghiamo noi
di Carlo Tecce
Cosa ne pensa, direttore? Perché il Pd ha sbagliato, direttore? Mi scusi, direttore, ha ragione Enrico Letta? Senta direttore, Obama è il miglior presidente di sempre? E Stefano Menichini, inquadrato in varie pose in vari canali, argomenta con profonde osservazioni. Ma la miglior risposta, quella che il telespettatore attende con trepidazione, arriva con la messa in onda del sottopancia: direttore di Europa. Per chi non lo sapesse è un quotidiano del Partito democratico.
Europa è sopravvissuto a un partito defunto, la Margherita che fu tesoretto di Luigi Lusi, incidentalmente amministratore di un quotidiano con un'esistenza poco evidente. Mai oltre le tremila copie in edicola, mai in pareggio con i conti, mai regolare tra entrate e uscite. Già il primo bilancio che riportava un mese di attività, a rotative ancora ferme, non prometteva nulla di buono: il rosso di 16 mila è poi lievitato a 5,5 milioni. Il direttore Stefano Menichini non ha festeggiato l'anno tondo: le occasioni per un brindisi, anche per un momentaneo sollievo, capitano di solito tra la fine di dicembre e l'inizio di gennaio. Quando il governo dispone il bonifico per il contributo, ora diventato rimborso, per l'editoria politica o cooperativa: l'ultimo assegno staccato è di 2,3 milioni di euro. Un gruzzolo di denaro pubblico che fa superare un traguardo di prestigio, finora l'unico: 30 milioni di euro e spiccioli, tanto ha incassato la società Edizioni Dlm Europa dal 2003. L'Avanti! di Valterino Lavitola ha fatto scuola. Addio finanziamento che non certificava gli investimenti e premiava chi spendeva di più (anche per finta): a chi vuole restare in edicola, il governo garantisce il 50%; a chi vuole riprovare in rete, con un quotidiano online a pagamento, l'indennizzo sfiora il 70%. Al bivio, Europa non ha deciso: si è buttata un po' su internet e un po' conserva la carta, 4 pagine di commenti che svariano dal medesimo Menichini al maturo Pier Luigi Castagnetti. Che l'impresa in edicola non fosse possibile, anche a una lettura rapida, lo testimoniano i bilanci. Quello depositato a giugno 2012 spiega che i ricavi dalle vendite, non più di 1.500 esemplari al giorno, sfondano a malapena il muretto dei 400.000 euro l'anno, ma l'acquisto per la stessa carta è di 373 mila euro più 1,2 milioni per la distribuzione e il trasporto. Non si può dare torto a Menichini di non avere percepito la pericolosa situazione economica, però – con estremo coraggio – non ha esitato a far aumentare il costo per il personale da 1,6 a 1,8 milioni con un gruppo di condirettori e di vicedirettori da far impallidire le multinazionali che tagliano e tagliano senza aiutini pubblici. Qualche milioncino si è disperso nel tempo: già contattato in passato, Meni-chini non ha saputo motivare una stramba consulenza da 150 mila euro l'anno per la raccolta pubblicitaria: praticamente la società disperdeva i ricavi di tre mesi per fare un miracolo matematicamente impossibile.
Il Consiglio di amministrazione non ha rinunciato ai compensi né il quotidiano ha cercato di risparmiare con la sede: affitto di 100 mila euro. Per capire: un quarto di quello che Europa incassava tramite le edicole. Il quotidiano non ha mai avuto proporzioni universalmente valide: lo stesso Meni-chini dichiarò di guadagnare 5 mila euro netti al mese – e si stima un lordo di circa un milione in 10 anni – e ora annuncia che il nuovo sito ha registrato 250.000 visite al mese. Che vuol dire 8 mila al giorno.
il Fatto 30.4.13
Fuori dal coro del Pd Sergio Cofferati
La fiducia non l’avrei votata, ora costruire una rete oltre Sel
di Giampiero Calapà
Sergio Cofferati la fiducia al governo Letta non l’avrebbe concessa, “sono europarlamentare, ma se fossi stato a Montecitorio, per coerenza, dopo le battaglie perse in questi giorni, non avrei votato”. E dopo un ultimo Congresso del Pd la strada non può essere quella di riunire le storie di sinistra “dentro Sel, bisogna costruire una rete di più ampio respiro”. Il “Cinese”, come veniva chiamato ai tempi d’oro della Cgil (con quei 3 milioni di persone al Circo Massimo nel 2002), soltanto otto giorni fa dichiarava a questo giornale che in caso di una fiducia del Pd a un governo col Pdl “sarebbe già tutto finito, non sarà neppure necessaria la verifica del Congresso”. Dopo il sì della Camera all’esecutivo di Enrico Letta, Cofferati frena, prende tempo, eppure non cambia idea, sa che all’orizzonte si comincia a vedere una scissione, ma non vuole tirarsi indietro da passaggi politici evidenti e plateali, affina la strategia: “Il Congresso va anticipato, va avviato il prima possibile: ho un’altra partita da giocare nel partito che ho contribuito a fondare, devo farlo. L’ultima? Non ha visto le mie caviglie, quanti calci ho preso, so che è difficile spostare l’asse del partito a sinistra, ma voglio credere che non sia impossibile”.
Cofferati, spera ancora? Letta ha addirittura annunciato una Convenzione per le riforme costituzionali e Berlusconi si è già candidato alla presidenza... Quali margini ci possono ancora essere?
Lei è molto pessimista. Le incursioni di Berlusconi saranno quotidiane, è vero. Il mandato elettorale è stato tradito, verissimo. Temi come la giustizia, il conflitto d’interesse, le questioni economiche e sociali, sono già stati derubricati. Tutto questo non mi piace. Ma non posso tirarmi indietro, voglio un Congresso per affrontare il partito a testa alta, da sinistra.
È un governo di giovani Dc. Quasi nessuno proveniente dalla storia del Pci (con le eccezioni di Zanonato e Orlando). La sinistra è stata già cancellata, non prendiamoci in giro. Ma il dissenso sembra rientrato. Fabrizio Barca ammicca a Matteo Renzi sul Corriere e ieri il massimo della ribellione alla linea è Pippo Civati che lascia l’aula e non partecipa al voto. Come può vedere ancora delle possibilità?
Non mi aspettavo atti clamorosi da parte di nessuno. È l’abbandono silenzioso che mi spaventa, quei 3 milioni e mezzo di voti persi verso l’astensione o riversati su Beppe Grillo. Aggiungo a questo che la linea politica di questo governo rende impossibile fare le cose che dovrebbero definire il profilo del Partito democratico che vorrei. Ma ripeto che lei è pessimista, voglio e devo fare la battaglia del Congresso. È un’operazione difficile con un obiettivo che pare impossibile, ma va fatto.
In prima persona? Si vuole candidare alla segreteria in un momento in cui la linea di Renzi pare imbattibile? O spera nella soluzione Guglielmo Epifani, già suo successore alla segreteria generale della Cgil?
È presto per fare nomi.
Oggi sarà a Bologna al convegno della Fiom. Dirà qualcosa a Maurizio Landini, Nichi Vendola, Stefano Rodotà e Fabrizio Barca, gli altri partecipanti?
Parleremo di reddito minimo garantito, che insieme ai temi dei diritti, disegna un’identità di sinistra che ci accomuna al di là di dove siamo collocati. È un percorso per indicare elementi di valore comuni, che vorrei fossero anche del Pd.
E questo sembra davvero impossibile. Insomma Cofferati, può interessarla l’annunciato cantiere della sinistra di Nichi Vendola, a cui Rodotà parteciperà?
Ecco di nuovo il suo pessimismo. Se Nichi pensa di riunificare sensibilità e orientamenti di sinistra dentro Sel, non credo possa essere un progetto di ampio respiro. Non vorrei usare un termine abusato, ma bisognerebbe costruire una rete, tessere delle relazioni nella società, nei nostri movimenti.
Enrico Letta ha legato l’esistenza del suo governo proprio al successo della Convenzione (presieduta da Berlusconi per disegnare una Repubblica presidenziale?), indicando 18 mesi come limite di tempo.
Lei è pessimista, ma non ingenuo, sa che questo governo punta a durare il più a lungo possibile.
Appunto. Come può pensare quindi di continuare a rimanere a lottare nel Pd?
Il Congresso è l’ultima possibilità. È il Pd che ha fatto carta straccia del mandato sottoscritto con gli elettori. Ma mi faccia giocare l’ultima partita, le mie caviglie hanno già preso tanti calci, eppure non ho paura e non posso fuggire.
Repubblica 30.4.13
L’intervista
Achille Occhetto, ultimo segretario comunista: il Pd è una fusione a freddo
“Gli ex Pci hanno abdicato i democratici non sanno più rappresentare la sinistra”
di Umberto Rosso
E’
saltata una generazione intera che viene dal Pci, onorevole Occhetto:
nel governo nessun nome a rappresentare quella storia...
«La cosa in
sé, per la verità, non mi scandalizza. Prima o poi una generazione
salta, c’è una forte richiesta di rinnovamento, che viene dai grillini e
anche dal Pd».
Però nell’esecutivo Letta la storia della Dc è ben rappresentata.
«Ecco
il punto politico. Non mettiamoci a fare il manuale Cencelli degli ex
Pci e degli ex Dc, ma il fatto stesso che venga sollevata la questione è
la prova provata del fallimento del Pd: una fusione a freddo, una
mancata contaminazione delle culture e delle storie di origine. In
Francia per esempio, dopo il big bang della sinistra lanciato da
Mitterand, nessuno più stava a chiedersi quale maglietta mettere a uno
come Delors. Tutti nella stessa squadra. Nel Pd non è mai successo».
Ma perché resiste in campo l’anima democristiana e non quella comunista?
«Perché
c’è un male oscuro che divora la sinistra: ha rotto con l’atto
costitutivo della svolta, che io lanciai dopo la caduta del Muro
cambiando il nome al Pci. C’erano due modi di uscire dalla crisi del
comunismo: uno legato al socialismo europeo, che ho tentato di
perseguire, e l’altro invece moderato. Si è imboccata proprio questa
seconda via».
E quindi?
«La sinistra ha abdicato alla sua
funzione, e il Pd è nato sotto un segno conservatore. Ma, a questo
punto, perché scegliere la brutta copia, l’imitazione, se c’è la
versione originale, se ci sono i moderati doc che vengono dalla
Democrazia cristiana? Meglio scegliere loro, no? C’è una storia
eclatante che lo conferma, e che si è ripetuta ancora pochi giorni fa».
Quale?
«Il
trattamento riservato a Romano Prodi, la vittima designata di questi
perversi meccanismi di risse e guerre per bande interne. Lo hanno ucciso
due volte».
Ma non viene dalla Dc?
«Prodi è sempre stato un
democristiano assai particolare, una figura autonoma, che davvero
puntava a rimescolare le carte, a dare al Pd quella contaminazione fra
le componenti che è sempre mancata. Ecco perché lo hanno fatto fuori.
Una prima volta affossando l’Ulivo, la sua creatura. E la seconda volta
pochi giorni fa, con la carica dei 101: l’assalto dei franchi tiratori
per sbarrargli al passo alla presidenza della Repubblica e favorire il
progetto delle larghe intese».
Però c’era di tutto in quel voto nel segreto dell’urna, tante correnti e tanti “desiderata”...
«Certo,
ma mica cani sciolti o ubriachi. Sono scesi in pista i capi delle
correnti del Pd per affossare Prodi, e con lui ogni possibile tentativo
di governo del Pd aperto ai 5Stelle».
Insomma, non sembra molto sorpreso dell’assenza nel governo dei big che vengono dal Pci.
«Mi
pare, del resto, che la condizione per il varo di questo esecutivo sia
stata precisa: fuori Berlusconi e Brunetta e fuori anche D’Alema e
Violante».
E non la colpisce che vengano messi sullo stesso piano?
«No.
Forse qualcuno è colpito dal fatto che resti fuori Violante che alla
Camera in un memorabile intervento difese apertamente Berlusconi?».
Non
sarà che è una certa idea di “sinistra” ad essere ormai vecchia, che
non è tanto la fusione fredda del Pd che non funziona ma certi modelli
che vengono dalla storia del Pci?
«La domanda di sinistra nella
nostra società è molto forte e presente. Anche in modo scomposto,
disordinato, anarcoide, il che può essere un male ma anche un bene: ha
bisogno di rappresentanza. E il Pd non ce la fa».
Sogna un’implosione dei democratici per tornare a riaffermare i valori della sinistra?
«Nient’affatto,
sarebbe una catastrofe. Serve una costituente per un nuovo partito
democratico, ci sono molte forze di sinistra prigioniere nel Pd».
Vendola ha fatto l’alleanza con Bersani ma ora vota contro il governo Letta.
«Nichi
ha fatto un patto con gli elettori: mai con Berlusconi. Anche il Pd lo
aveva sottoscritto, ma adesso cambia le carte in tavola. Non durerà
molto però. Il rapporto fra Pd e Pdl andrà a rotoli, e si aprirà un
rapporto nuovo fra Sel e il partito democratico».
Repubblica 30.4.13
La scomparsa dei post-comunisti
di Michele Serra
A
PARZIALE consolazione di quei milioni di elettori di sinistra che si
sentono tagliati fuori dalla scena politica (no, non avevano votato per
fare un governo con Berlusconi), va detto che una sorte analoga è
toccata alla classe dirigente della sinistra storica quasi al completo.
Il “quasi” è dovuto all'autorevolissima eccezione di Giorgio Napolitano,
riconfermato al Colle e primo artefice del nuovo governo.
Meritato
coronamento della vocazione governativa e lealista della destra
comunista, da sempre capace di interpretare, nella lunga storia
repubblicana, il punto di vista dello Stato ben più di quello della
società, dei movimenti, degli umori popolari.
Di tutto il resto –
quel cospicuo resto che è la sinistra di Berlinguer e di Occhetto, della
Bolognina e della “svolta maggioritaria” di Veltroni al Lingotto,
dell’Ulivo, dei sindacati e dei movimenti di massa, dei due milioni di
persone con Cofferati al Circo Massimo, dei cortei infiniti e delle
infinite attese di “cambiamento” – non rimane, nel consociativismo
lettiano, alcuna presenza riconoscibile e significativa.
Almeno in
questo senso il principio di rappresentatività è rispettato: eletti ed
elettori di quel grande ceppo fondante del Pd che fu la diaspora
comunista non fanno parte del governo Letta. Non un solo leader della
generazione di mezzo (i D’Alema, i Veltroni, i Bersani) è direttamente
partecipe di una compagine che pure pretende di reggersi su tante gambe
quante sono quelle all’altezza dell’emergenza politica, e dunque della
responsabilità istituzionale. Domina la componente popolare e cristiano
sociale; e nei pochi casi (vedi le neoministre Kyenge e Idem) in cui la
sinistra italiana può riconoscere almeno qualcuna delle proprie migliori
aspirazioni, non si tratta di dirigenti politiche ma di una sorta di
evidenza sociale che bypassa il partito: è il partito che le porta in
spalla, ma sono loro a salutare la folla.
A meno che, in questo
scomparire di una intera generazione di capi politici della sinistra, ci
sia un sottile calcolo (“meglio, in questa fase, farsi notare il meno
possibile”), se ne deve dedurre un fallimento epocale. Quello di una
classe dirigente logorata dal tatticismo e sfibrata dalle rivalità
interne; e di un modello di partito così poco permeabile alla società
che, evidentemente, non ha potuto selezionare i propri uomini e le
proprie donne nel vivo dei conflitti, e si è illuso di potere coltivare
in vitro, nel chiuso dei propri ruoli di competenza, una élite che
invecchiava, perdeva mordente, perdeva sguardo su una società che
guardava a sua volta altrove.
In una recente intervista al
“Manifesto” di Stefano Rodotà, al netto delle opinioni che si possono
avere sulla persona e sul tentativo politico di portarlo al Colle, ci si
riferiva a un episodio che fotografa con assoluta spietatezza la crisi
strutturale della sinistra italiana, e del Pd in particolare. Subito
dopo la clamorosa e inattesa vittoria nei cinque referendum del 2011
sull’acqua pubblica e altro (quorum ottenuto, dopo molti anni, grazie
all’auto-organizzazione sul territorio), Rodotà racconta di avere
inutilmente sollecitato un incontro tra i Comitati vittoriosi (con i
quali aveva lavorato) e i dirigenti del Pd. Quell’incontro non ebbe
luogo, forse non interessava o forse nel Pd c’erano cose più urgenti da
fare. Fatto sta che, con il senno di poi, possiamo ben dire che in quel
caso la sinistra perdente (quella degli apparati) perse l’occasione di
confrontarsi con la sinistra vincente, quella auto-organizzata, vivace,
attiva che ebbe tante parte, tra l’altro, anche nella vittoria di
Pisapia a Milano e nella caduta del centrodestra in molte città
italiane.
Perché quell’episodio è amaramente simbolico? Perché da
molti anni – diciamo, per comodità, dalla Bolognina a oggi: e sono più
di vent’anni – ogni tentativo di osmosi tra la sinistra-partito e la
sinistra-popolo ha cozzato una, dieci, cento, mille volte contro
finestre e porte chiuse. La domanda è semplice, ed è tutt’altro che
“populista”, riguardando, al contrario, il tema cruciale della
formazione di una élite: quanti potenziali leader, quanti quadri
politici appassionati, quante nuove idee, quanta innovazione, quanta
energia è stata perduta dalla sinistra italiana a causa, soprattutto,
della sua incapacità di fare interagire le sue strutture politiche e il
suo popolo, i dirigenti e i cittadini? Quante di quelle energie sono
confluite nelle Cinque Stelle, portandosi dietro altrettanti voti?
Quanto alto è stato il costo politico di un partito che per timore di
perdere “centralità” ha perduto realtà, e infine ha perduto competenze,
autorevolezza, e con l’autorevolezza il senso stesso della missione di
qualunque vera avanguardia politica?
Infine e soprattutto: per quanti
anni ancora varrà, a sinistra, il pregiudizio contro il “radicalismo
minoritario” (sono state queste, più o meno, le ragioni addotte da
alcuni per spiegare il loro no a Rodotà), quando le sole vittorie
recenti, dall’acqua pubblica alle amministrative, sono il frutto
evidente di scelte radicali, e non per questo meno popolari, e infine
maggioritarie? Chi è più snob – per usare un termine tanto di moda –
Rodotà che lavora con i Comitati per l’acqua e vince il referendum o un
partito così castale, così impaurito da rinserrarsi a litigare, per
anni, nel chiuso delle proprie stanze?
l’Unità 30.4.13
Giuseppe Civati
«Sono uscito per alzare la bandierina del dissenso»
di Toni Jop
«Se i gruppi si esprimono così, lo capisco anche: tutto è stato deciso senza che fosse deciso e ci si ritrova con un governissimo in mano e molte responsabilità da gestire. Non ho votato contro, mi sono limitato ad alzare la bandierina del dissenso». Ecco Pippo Civati con le parole di Letta ancora aleggianti nell'aula mentre lui, solitario fin qui, dopo il ripiego di un fronte dissidente all'interno di un traumatizzato Pd, alza la «bandierina». Ti chiederanno se, a questo punto, ti senti ancora nel solco di questo partito... «Certo, non solo: invito i cittadini a investire ancora e con più forza nel Pd. Sapendo che la partita è sempre aperta, a dispetto di chi vorrebbe chiuderla. Non si ingoia un rospo tanto grande senza compiere gli atti necessari per trasformare un colpo di mano in un momento di verità, di autocoscienza...».
A quali atti ti riferisci?
«Dobbiamo parlare e parlare. Chiarire chi siamo e dove vogliamo andare. Mi pare assennato, visto che siamo dove siamo perché un centinaio di parlamentari ancora sconosciuti hanno impresso alla storia un corso diverso, opposto rispetto a quello che era stato praticato dal partito e sostenuto dalla base nelle piazze della campagna elettorale. Non si può sperare di vivere con convinzione e serenità senza un chiarimento. Non si prescinda da questo passaggio...».
Ma il mio pensiero torna sempre là, cantavano i Dik Dik: a quel voto pazzesco di parte del Pd che ha affondato Prodi.
«E dove se no? Non si tratta di un banale dato di cronaca. Dato quel che è successo, e come, si è autorizzati a pensare che ci fosse chi sapeva fin dal primo momento che si sarebbe arrivati a quel punto. E questo è politica, niente da obiettare. Solo che il viraggio è stato condotto al di fuori di ogni regola democratica interna, al di fuori di ogni trasparenza. Ancora non sappiamo chi siano quei 101 parlamentari. Non sappiamo a chi dobbiamo la sepoltura di una linea condivisa e discussa e il trionfo di una linea che ha evitato ogni necessario confronto e che ora governa le cose, in tutti i sensi».
C'è chi sostiene che Bersani avrebbe sbagliato, lungo la strada...
«Abbiamo sbagliato tutti, non me la sento di scaricare su Bersani. C'era di fronte a noi una precisa scelta politica che, è vero, ci apriva un destino ignoto. Ma cos'è la politica senza il coraggio di affrontare navigazioni di cui non intravvedi l'approdo? Invece, qualcuno per evitare quel destino, ha deciso una via ipocrita e anche irresponsabile. Dobbiamo concludere che questa via vada accettata mentre il dissenso palese, per converso, debba essere stigmatizzato? Vogliamo ricordare che tutto questo è stato imposto alla maggioranza dei grandi elettori Pd da una minoranza, tra l'altro, oscura, nell'ombra?».
Ora c'è un governo di cui il Pd è una delle anime portanti...
«Sì, ho ascoltato il presidente Letta. Ma credo sarebbe opportuno facesse operare il governo con grande concretezza e altrettanta rapidità sulle riforme e delle cose che il Paese si attende...».
il Fatto 30.4.13
Risponde Furio Colombo
Scene di opposizione criminale
CARO COLOMBO, non hai l'impressione che quel signore distinto, sconosciuto e “terrorista fai da te” sia andato a sparare davanti a Palazzo Chigi per chiarire subito che, d'ora in poi, ogni opposizione sarà criminale, come il suo gesto?
Francesca
NON VOGLIO PRESTARMI a giochi di dietrismo, sempre sospetti. Vediamo i fatti. Starò soltanto sul lato degli eventi esterni e visti da tutti. Prima scena: intorno a Montecitorio, da cui tarda a uscire un governo, si raduna una folla delusa, irritata e quasi tutta di sinistra, ovvero elettori più che militanti. Parole dure, cartelli, bandiere di sigle sindacali e nomi di fabbriche. Era già successo molte volte. Questa volta c’era più affanno, non più rancore. La polizia è tranquilla e i deputati, magari salutati in modo un po’ grossolano, vanno e vengono e a volte rispondono (vedi infiniti filmati). Seconda scena: una folla più fitta ritorna, una sorta di mobilitazione spontanea, ciascuno con un cartello su cui c'è scritto a mano o stampato al computer il nome “Rodotà”. Questi cittadini sembrano rispondere a una proposta fatta dentro il Palazzo di votare Stefano Rodotà presidente della Repubblica. Dentro il Palazzo non lo fanno (tranne i deputati Cinque Stelle e una quarantina di altri anonimi elettori) senza dirti perché, e questo provoca l'unico incidente che si ricordi fuori dal Palazzo: vedono Franceschini in un ristorante lì accanto e si levano boati da stadio. Franceschini esce per parlare e il suo atto di responsabilità non va né bene né male. Lui non riesce a spiegare, loro sono arrabbiati per l'occasione perduta, e se ne vanno, maleducati ma senza insistere. Terza scena (tre giorni dopo): un signore in giacca e cravatta (questa è la prima descrizione dei media) si presenta davanti a Palazzo Chigi e senza dire un parola spara sui due carabinieri di guardia. Vi pare che ci sia un nesso? Vediamo. Poco dopo l'arresto, l'uomo che ha tentato di uccidere, dice al giudice, che lo descrive “lucido e padrone di sé”: “Volevo ammazzare un politico. Volevo fare un gesto eclatante in un giorno importante”. La frase è strana. Tra tutti i passanti che vanno e vengono nella mattina di sole, tra via del Corso e piazza Colonna, lui (che è appena arrivato da Rosarno, in Calabria) sa che “è un giorno importante”. Probabilmente allude al giuramento dei ministri, ma quella non è una informazione corrente di cui tutti si occupano in un giorno di festa. E si presenta armato, con il colpo in canna. Non risulta che si sia aggirato a lungo nello spiazzo davanti a Palazzo Chigi (poca gente, di domenica). Va subito verso i carabinieri e spara. Quando apprendiamo che il magistrato a cui è affidato il caso non pensa di richiedere la perizia psichiatrica e sentiamo i compaesani che giurano sul suo equilibrio mentale e la sua vita regolare, una cosa capisci con certezza. Così come è stata raccontata finora, la storia è oscura.
l’Unità 30.4.13
Per i psichiatri ora il rischio è quello dell’emulazione
Ora il rischio è l’emulazione: psichiatri e psicologi temono che il gesto di Luigi Preiti non resti isolato. «È certamente inutile enfatizzarlo ma sarebbe altrettanto sbagliato negarlo», spiega Luigi Giuseppe Palma, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli psicologi. «Preiti dice ancora Palma si è trovato al centro di avvenimenti più grandi di lui: sovrastato dalle difficoltà economiche non è stato in grado di intravedere possibili soluzioni e in lui hanno prevalso i fantasmi di una situazione di incertezza e di paura. Purtroppo è una situazione assai frequente nel Paese e certamente destinata a diffondersi: si affievolisce l’idea che il domani possa essere migliore così. E così aumenta l’aggressività».
l’Unità 30.4.13
Lavoratori sul lettino
Primo Maggio: festa per quale lavoro? Un’insolita iniziativa della Spi
La Società Psicoanalitica Italiana on line (su ww.spieweb.it) ha realizzato uno studio sui disagi della società di oggi
di Bruno Ugolini
«SE LA PROTESTA CLAMOROSA SUL TETTO DEL CAPANNONE O IN CIMA ALLA GRU MAGNETIZZA PER UN ATTIMO LA NOSTRA ATTENZIONE, è invece la testimonianza pacata del malessere che forse dal punto di vista psicosociale racconta anche meglio quello che veramente sta succedendo». È un passaggio tratto da uno scritto di Giuseppe De Rita, presidente del Censis. È solo una testimonianza contenuta in un’iniziativa insolita, un dossier sul Primo Maggio promosso da donne e uomini della Spi (la Società Psicoanalitica Italiana) e che apparirà nel sito (www.spiweb.it) di cui è responsabile Jones De Luca. Sono professionisti che trascorrono le loro giornate a contatto con le angosce e i drammi contemporanei. Non a caso il dossier, curato da Silvia Vessella, mette a confronto Psicoanalisi, Sociologia, Media, Stampa, Cinema, Arte, Letteratura. Con un titolo programmatico «Festa per quale lavoro?». E così nella parte «narrativa» troviamo le esperienze dei mutamenti nel mondo dell’informazione raccolte da Silvia Garambois e da Monica Ricci Sargentini (con testimonianze di Monica Maggioni, Massimo Gramellini, Luciano Fontana Dario Laruffa).
Non sono, del resto, tematiche nuove per la Spi. Già il congresso del 2012 portava come titolo «Realtà psichiche e regole sociali: Denaro, potere e lavoro fra etica e narcisismo». E aveva visto gli interventi di Susanna Camusso e Alessandro Profumo. Un incontro commentato da Giovanni Foresti che osserva: «Se proseguirà il processo di affrancamento da una concezione prevalentemente endogena del lavoro psichico (l’espressione è di René Kaës), la psicoanalisi potrà non solo contribuire allo studio dei moderni disagi della civiltà (come di fatto fa già), ma anche sviluppare le soluzioni di ricerca/intervento messe a punto negli scorsi anni».
Gli specialisti della mente possono dunque fare molto. Osserva, sempre nel dossier Andrea Seganti «La rabbia e la delusione che sono esplose negli ultimi tempi erano rimaste coperte sotto le ceneri per i continui rilanci delle promesse che venivano fatte nonostante l’videnza che non si sarebbe potuto mantenerle. Bisogna quindi considerare che, per quanto sia possibile individuare dei responsabili maggiori dell’attuale stato di cose, nessuno di noi potrà pretendere di essere del tutto esente da responsabilità. Tra queste responsabilità ci sono anche quelle che riguardano il mondo delle scienze psicologiche nel quale le nostre capacità di contribuire al funzionamento dei rapporti interpersonali in chiave cooperativa non sono ancora state inquadrate in modo sufficientemente lucido». Così ecco Mario Rossi Monti che, a proposito del fenomeno dei suicidi scrive: «Si enumerano le vittime, ma il problema globale del suicidio viene raramente messo a fuoco e si frammenta nell’elenco delle singole vicende». Oltre il 90% dei suicidi passano come depressi. «Ma cosa vuol dire poi essere “depressi” quando nella vita irrompono realtà devastanti?».
E aggiunge: «Se, come scriveva Sigmund Freud, sapere amare e lavorare sono i fondamenti della nostra salute mentale, la crisi del mondo del lavoro in questi anni espone tutti a gravi sconvolgimenti...Se è vero, come scriveva Cesare Pavese, che “non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi» (1938), il problema è che cosa si può fare in quelle situazioni in cui le “buone ragioni” sono più di una».
E però si stanno mettendo in piedi iniziative positive. Ne parla Stefania Nicasi. Così a Cuneo dall’idea di Luca Peotta, un imprenditore sull’orlo del disastro, è nato nel 2009 il movimento «Imprese che resistono». È stato avviato il progetto «Terraferma»: una «rete di psicologi nata per dare ascolto a imprenditori e lavoratori finiti nella stretta della crisi economica». Sono venticinque psicologi sparsi in tutta Italia che ricevono in media tre chiamate al giorno. A Vigonza (Padova) c’è la sede simbolica di «Speranza al lavoro» fondata dall’Associazione dei familiari degli imprenditori suicidi. Qui un numero verde fornirà ascolto e aiuto psicologico agli imprenditori in difficoltà. Mentre una banca Etica studierà percorsi di credito per l’emergenza. Tutto per impulso delle figlie di due imprenditori suicidi, Laura Tamiozzo e Flavia Schiavon: «Vogliamo ascoltare chi rischia la desertificazione emotiva ed economica. La cultura della ricchezza ha aumentato individualismo ed egoismo. Noi vogliamo essere una scelta di solidarietà e di etica di fronte a questo deserto».
Questo inedito viaggio analitico nel lavoro passa anche nel mondo variegato degli adolescenti veneti. Qui il sociologo Galvano Pizzol osserva: «Sembra che il lavoro non venga più percepito dai giovani come il catalizzatore delle proprie aspirazioni e degli orientamenti personali. Vivono “in una cultura familiare dove permea uno stato di delusione personale”. Con genitori, soprattutto i padri, “amareggiati per la loro condizione lavorativa e la relativa condizione economica”. La delusione nei padri “può produrre il disincanto nei figli maschi”».
Diverse le situazioni vissute da Daniela Bonomo, impegnata in progetti terapeutici in una Asl romana. Qui «la gratificazione per il riconoscimento del proprio valore, per un lavoro ben fatto, porta a un aumento dell’autostima, fa crescere il senso di Sé, così come il suo contrario genera frustrazione e vissuti di fallimento, depressione e spesso comportamenti rabbiosi che tendono a mantenere la coesione di un Sé che rischia di frammentarsi».
C’è su questo terreno una estesa letteratura internazionale, approfondita da Maria Grazia Vassallo Torrigiani che, tra l’altro, riprende un’intervista di Alberto Luchetti a Christophe Dejours a proposito di suicidi avvenuti negli stessi luoghi di lavoro in Francia. Non basta, ha spiegato Dejours, analizzare la sofferenza come un’esperienza affettiva individuale, «è necessario indagarla anche come espressione della destrutturazione del vivere insieme». Tutto questo richiede «riformulazioni sia alla psicoanalisi che alla sociologia. Il lavoro non è solo faticare e produrre. Il lavoro può generare malattia mentale e persino il suicidio, ma può essere anche un mezzo e una risorsa per accrescere la propria soggettività e migliorare il proprio benessere mentale».
Così, anche con questo dossier gli psicanalisti italiani sembrano voler uscire dalle loro stanze un po’ segrete. Romolo Petrini, in uno dei saggi, ricorda come nel 1909 Sigmund Freud sbarcava in America a «portare la peste». Ma anche, pensa Petrini, «a contaminare la psicoanalisi con gli apporti di una cultura in rapida crescita». E conclude: «La psicoanalisi da sempre venera il passato e coltiva il riserbo ma coltiva insieme, attraverso l’ascolto e il contatto con i pazienti, la capacità di pescare il nuovo e di lasciarsi trasformare. Con SPIweb la psicoanalisi italiana è sbarcata in Internet e ha gettato la sua rete». Anche con un suo Primo Maggio.
l’Unità 30.4.13
La questione comunista
di Michele Prospero
La sinistra è ancora smarrita, non sa (forse per la prima volta nella storia repubblicana) come riprendersi dalle ferite e avverte un duplice atteggiamento verso il governo Letta. Da una parte sente che questo non è il suo governo.
Lo guida certo un dirigente autorevole e anche abile nella padronanza degli attrezzi del mestiere. Ma non è questo lo scenario con cui il Pd sperava di chiudere i conti con il tempo lungo del berlusconismo e con il momento nefasto della tregua a guida tecnica.
Dall’altra parte però la sinistra, sebbene delusa da eventi così crudeli che l’hanno tramortita, e ancora gonfia di rabbia per come il Pd ha gestito il trauma del dopo voto, è consapevole che non ci sono alternative a un appoggio leale che aiuti l’esecutivo a segnare almeno delle novità visibili: non solo nelle questioni simboliche (costi della politica) ma anche nella dimensione materiale (politiche del lavoro). Dopo lo sfogo per uno spettacolo avvilente, che ha tramutato quello che aveva la parvenza di un partito in un castello di sabbia, deve giungere il tempo del freddo ragionamento.
C’è poco da fare: non era certo questo l’esito atteso del tentativo di innovazione (di cultura politica, di organizzazione, di radicamento sociale) che Bersani aveva cercato di impostare dopo la conquista della segreteria. Era, la sua, una grande proposta di ricostruzione della democrazia parlamentare e di rilancio dei partiti riconciliati con le più elevate idealità. È stata sconfitta, con danni enormi per la tenuta del sistema politico.
Il Pd avrebbe dovuto essere il solido fondamento per una ripresa democratica all’insegna della ritrovata nobiltà etica della politica e della recuperata funzione rappresentativa dei partiti. E invece proprio la catastrofica esplosione di un flaccido partito degli eletti ha costretto ciò che restava in piedi dei suoi organismi dirigenti a firmare delle amare condizioni di resa. Le guerriglie interne (tra chi intendeva sabotare in qualsiasi maniera il tentativo necessario e realistico di un governo di minoranza e chi invece auspicava da subito la linea delle grandi intese o in subordine del governo di scopo) hanno affossato anche le residue possibilità di dettare le carte del gioco.
Al governo di larghe intese con la destra si perviene così per effetto di una spettrale debolezza. L’onda di una bruciante guerra di logoramento interna (con correnti organizzate che pubblicamente annunciavano un voto contrario rispetto a quello deciso dal partito) ha privato il Pd non solo di ogni credibilità dinanzi all’opinione pubblica ma anche di un potere contrattuale, da far valere con gli avversari, che i numeri pure conferivano.
Una voragine si è aperta con il governo di coalizione. Non basta, per renderlo digeribile, la presenza nella delegazione del Pdl di volti più giovani e meno compromessi. Gli umori profondi della base del Pd andrebbero compresi perché percepiscono le insidie di una soluzione centripeta alla crisi. Il governo a palese trazione moderata, con il taglio delle ali nel Pdl e nel Pd, non a caso vede una più accentuata rappresentanza dei settori del Pd che avevano lavorato per la grande coalizione.
Agli occhi di militanti che vagano increduli alla ricerca di qualcosa di sensato che li rimotivi all’azione politica, questa visibile ricomposizione di una fatale attrazione moderata getta serio scompiglio. C’è il timore che si perda ogni traccia della sinistra. Usando una provocazione potremmo dire che rischia di riaprirsi una specie di nuova «questione comunista». Non è certo semplice spiegare le ragioni, a questo punto ineludibili, di un sostegno a un governo a bassa intensità politica ma ancora legato, come il precedente, all’asse Banca centrale europea, Banca d’Italia, Quirinale.
La responsabilità, anche quando riguarda la genesi di formule politiche per nulla gradite, è una risorsa che in politica non bisogna mai accantonare. E per questo non si può far fallire il governo, altrimenti la sconfitta già così pesante si converte in tragedia. Comunque, Letta ha più da temere dal nervosismo di aspiranti leader che già scaldano il motore per la (loro) premiership personale (scommettendo sullo scacco dell’esecutivo e quindi sull’inevitabile ricambio della guida alle elezioni) che non dal malumore di una base fortemente delusa.
Anche chi a sinistra è molto perplesso e persino ostile all’esperienza varata, con la responsabilità necessaria augura a Letta buon lavoro. E intanto però si dedica alla rinascita del Pd. Ci sono idee che non possono tramontare, quale sia il governo in carica.
l’Unità 30.4.13
La questione democristiana
di Marco Follini
Si sta discutendo molto in queste ore del carattere «democristiano» di Enrico Letta e del suo governo.
Prevedo che se ne discuterà a lungo. Un po’ perché la matrice è quella, e non la si può disconoscere.
E un po’ perché la questione democristiana, come si sarebbe detto una volta, resta uno dei grandi nodi non sciolti dell’identità politica del nostro Paese.
Il nuovo premier, di suo, ha molto della migliore Dc. E l’operazione che lo ha lanciato, a sua volta, ha caratteri che ricordano da vicino alcuni tratti di quella lunga stagione politica.
È democristiana l’idea che si debba mediare, includere, farsi flessibili e possibilisti, tentare le strade del compromesso. È democristiana l’invocazione di un rito di pacificazione che andrebbe celebrato anche per espiare i troppi anni passati a combattere guerre che ricorderemo più che altro per la loro inconcludenza. È democristiana, se così posso dire, la stessa evocazione della figura biblica di Davide. Un modo per ricordare che la forza del potere sta soprattutto nella sua mitezza, nella consapevolezza del suo limite fondamentale.
È ovvio che nella storia del Paese la Dc è stata molte altre cose, e non tutte così nobili e positive. Ed è ovvio e risaputo che il suo ricordo è controverso in quasi tutti i settori politici della variegata maggioranza che oggi accorda la fiducia al nuovo governo. E infatti il premier democristianamente evita con cura ogni richiamo al passato e si tiene prudentemente alla larga da quella controversia.
Per giunta si può dire che Letta abbia un’età e un cursus honorum che non lo dispongono più di tanto alla nostalgia, e che lo inducono semmai a esplorare nuove frontiere. La sfida che ha davanti verte sul futuro, sulla nuova Italia e sulla prossima Europa. E verte sulle cifre dell’economia, che sono comunque assai diverse da quelle dei tempi della Dc. Dunque, lo si aiuta forse di più togliendo di mezzo la suggestione dei ricordi storici e ponendo l’accento su quei problemi inediti che faranno la differenza nei prossimi mesi.
Ma se l’argomento democristiano, a vent’anni e più dalla fine di quella esperienza politica, risuona ancora così forte nel discorso pubblico del nostro Paese è segno che dietro quel gioco di analogie c’è qualcosa di più profondo. Qualcosa di cui mette conto parlare, e che magari dice qualcosa anche a chi democristiano non è.
Io la vedo così. La Dc è stata a suo tempo un grandioso tentativo di unificazione politica del Paese. Lo è stata almeno nella sua parte migliore, quella che si poneva costantemente il problema di allargare le basi dello Stato e di coinvolgere nelle istituzioni anche i propri avversari. Verrebbe da dire che si sta parlando quasi di un’ovvietà. Ma per anni e anni quella ovvietà è stata irrisa, demonizzata, raccontata in modo caricaturale. La leggenda del consociativismo è servita a mettere al bando quelle basilari regole di convivenza senza di cui un sistema politico non può reggere. E infatti la cosiddetta «seconda Repubblica» non ha retto.
Ora, è chiaro che il buonsenso di cui sopra non apparteneva solo ai democristiani. Infatti quella esigenza di coesione viene quotidianamente avvertita anche in ambienti che la Dc l’hanno a suo tempo contrastare e combattuta. Ma l’attitudine a banalizzare le cose ha fatto sì che quella regola di buonsenso e di coesione venisse ascritta soprattutto, in modi tipici quasi di un riflesso condizionato, ai discendenti della Dc. Su questo, insisto, dovrebbero riflettere tutti quelli che non hanno militato neppure per un giorno sotto le bandiere dello scudocrociato. E soprattutto quelli che si sono illusi di buttarne al vento le ceneri, evocando uno scontro gladiatorio di cui solo oggi misuriamo la drammatica inanità.
Quanto a Letta, egli si trova oggi a capo del governo nel momento in cui le fortune dei democristiani «ufficiali», quelli a denominazione d’origine controllata, sembrano al lumicino. E anche questo dovrebbe far riflettere. Perché è il segno che quei caratteri politici sono impressi in profondità nell’animo del Paese. Quale che sia l’angolo visuale da cui lo si osserva.
La Stampa 30.4.13
Non è un Paese per i Padri
di Marco Belpoliti
NAPOLITANO E LETTA Dal vecchio Presidente al giovane premier 41 anni di distanza: tra l’uno e l’altro si è fatto il vuoto
LA SCONFITTA DI BERSANI Secondo Pietropolli Charmet è attribuibile alla sua incapacità di incarnare una figura paterna"
NARCISO AL POSTO DI EDIPO Per lo psicoterapeuta, Renzi e Grillo sono adolescenti liberati dal senso di colpa verso il genitore"
LO «ZIO TRASGRESSIVO» Nella lettura di Recalcati è Silvio Berlusconi, che fa del godimento un imperativo assoluto"
Dai Nonni ai Nipoti, saltando la generazione di mezzo La cronaca politica italiana conferma un fenomeno da tempo segnalato da psicologi e psicoanalisti Il Presidente Giorgio Napolitano stringe la mano al neopremier Gianni Letta. È la fotografia che immortala la fine dell’ultima lunga crisi politica italiana, e insieme sancisce il nuovo passaggio generazionale: non più di Padre in Figlio, ma di Nonno in Nipote Nonno e nipote. Quarantun anni separano Giorgio Napolitano da Enrico Letta. Se una generazione conta venticinque anni, qui ci sono quasi due generazioni di distanza. Qualcosa è accaduto, anche simbolicamente, nel nostro Paese in questi mesi, se dalla generazione dei nonni si è passati a quella dei nipoti, saltando invece a piè pari i padri.
Da tempo gli psicologi e gli psicoanalisti ce lo segnalano: i padri oggi mancano; la loro autorità simbolica ha perso peso, e di fatto si è eclissata. Il padre tradizionale, autoritario, dominatore, castratore, secondo la vulgata freudiana, Kronos che divora i propri figli dopo averli dominati, è scomparso. Nel Sessantotto i Figli hanno dato l’assalto all’autorità in ogni sua manifestazione: religiosa, politica, sociale, accademica, famigliare, sessuale. La critica antiedipica dei movimenti giovanili nel Maggio del 1968, e poi nella primavera del 1977, ha mandato in frantumi la figura dominante del Padre-Padrone: il sistema patriarcale è finito di colpo, e con lei la struttura stessa delle gerarchie tradizionali.
Pasolini lo aveva capito con chiarezza, e nelle sue Lettere luterane tentava un nuovo approccio pedagogico con Gennariello, il nuovo adolescente. Da allora, dalla fine degli Anni Settanta, i padri hanno cominciato a latitare. Nel 2011 Massimo Recalcati, psicoanalista di scuola lacaniana, in un suo saggio, Cosa resta del padre? (Cortina editore), ha descritto il cambiamento in corso, che sembra aver raggiunto il suo culmine proprio in questi giorni, orientando la forma stessa dell’autorità politica e statale. La composizione del governo Letta è stata salutata nei titoli dei giornali per la presenza di donne e soprattutto per la bassa età di molti dei suoi ministri. Prima di arrivare a questa soluzione, voluta fortemente dal Nonno Napolitano, si è cercato di eleggere dei Padri alla Presidenza della Repubblica: Franco Marini, Romano Prodi, e anche il più anziano Stefano Rodotà, che rappresentavano la generazione di mezzo tra il vecchio Presidente e il giovane presidente.
Secondo Gustavo Pietropolli Charmet, che da tempo studia le trasformazioni del mondo adolescenziale italiano ( La paura di essere brutti. Gli adolescenti e il corpo, Cortina editore 2013), la sconfitta di Luigi Bersani è attribuibile, almeno dal punto di vista simbolico, alla sua incapacità d’incarnare una figura paterna, mentre Napolitano ha assunto il ruolo di Padre-Nonno accuditivo che interviene per placare la lotta tra i fratelli. Non il padre punitivo, bensì un padre dai tratti quasi materni, che provvede a separare i fratelli che si contendono il corpo della Madre-Patria, in un eccesso di litigiosità, fino ad agitare il fantasma sempre risorgente nella comunità umana della guerra civile.
Affidando al giovane Letta, il fratello più giovane della compagine fraterna, il governo del Paese, il Nonno-Padre ha inteso sancire, dice Pietropolli Charmet, un principio di giustizia al di sopra delle parti, o almeno di due delle tre fazioni in cui è diviso, dopo il voto di febbraio, il Parlamento. La lettura che lo psicoterapeuta fornisce delle ultime vicende italiane è quello dello scontro tra adolescenti, tra spavaldi e insieme fragili ragazzi, che non provano più un vero senso di colpa (il Padre è morto), ma piuttosto un alterno senso di vergogna: Narciso ha preso il posto di Edipo. Adolescenti narcisistici sono per Pietropolli Charmet il giovane Matteo Renzi e anche il più anziano Beppe Grillo, entrambi liberati dal senso di colpa verso l’autorità dei padri («Vi rottamiamo», afferma il primo; «Siete morti», urla il secondo), dediti alla continua valorizzazione del proprio Sé.
Per completare il quadro di una lettura psicologica della politica italiana, si può aggiungere la figura dello Zio trasgressivo, incarnata da Silvio Berlusconi, scavezzacollo, irresponsabile, play boy seduttore, privo di freni inibitori, che ha fatto, come scrive Recalcati in Il complesso di Telemaco (Feltrinelli 2013), del godimento un imperativo assoluto, un elemento che s’impasta con l’istinto di morte. Più di trent’anni fa, Pier Paolo Pasolini ha rappresentato tutto questo nei libertini del suo film Salò-Sade.
L’atto compiuto da Napolitano di passare il testimone al «nipote» Letta, reso palpabile dalla fotografia diffusa dalle agenzie, in cui il vecchio Presidente si protende felice nello stringere la mano al «nipotino», è il tentativo di bloccare una deriva pericolosa, almeno dal punto di vista simbolico, instaurata dal conflitto tra i fratelli-adolescenti, che oscillano tra la rivalità totale di Edipo e l’isolamento autistico di Narciso. Privi di figure paterne in grado di richiamare i figli all’ordine della Legge, il Padre accuditivo, Nonno quasi materno, ha cercato la tregua. Un gesto che tuttavia non sappiamo se avrà gli esiti che si propone, ovvero quelli di svelenire la lotta politica degli ultimi vent’anni.
Tuttavia l’elezione di papa Francesco sembra andare nella medesima direzione: la ripresa di una figura paterna che contiene in sé elementi materni, di protezione, tenerezza, parola quest’ultima che Mario José Bergoglio ha usato rivolgendosi ai fedeli. Dio che non è solo Padre, ma anche Madre, come aveva sostenuto nel suo breve regno papa Luciani. Dopo il balcone vuoto annunciato da Nanni Moretti in Habemus papam, in cui Recalcati, psicoanalista lacaniano, vede annunciati i due grandi sintomi del nostro tempo – afasia e amnesia –, sembrerebbe che papa Bergoglio indichi l’inizio di un’epoca nuova. Possiamo interpretare in questo stesso modo la nomina di Enrico Letta a presidente del Consiglio voluta dal Padre-Nonno?
Difficile dirlo. A molti è sembrato un ritorno all’indietro, a un’età politica precedente, quando la mediazione politica democristiana smussava gli spigoli acuti del conflitto, così almeno sino alla crisi degli anni Settanta. Possibile, ma la storia, come sosteneva Hegel, si nutre di astuzie che spiazzano le nostre convinzioni più profonde, e persino le previsioni più accorte.
Non a caso Recalcati, per descrivere la paternità nell’epoca ipermoderna, cita le pagine del romanzo dello scrittore americano Corman McCarthy La strada. Nel libro un figlio e un padre camminano sullo sfondo dell’apocalisse del nostro mondo: è la devastazione totale in un universo senza Padre e senza Dio, in cui la figura adulta si prende cura del giovane ragazzo sino alla fine: «Se io morissi», chiese una volta il figlio al padre, «tu cosa faresti? ». «Vorrei morire anch’io», rispose il padre, «per poter restare con te». La cura come antidoto alla lotta e alla sopraffazione, chiosa lo psicoanalista. A questo siamo dunque arrivati? Non più di Padre in Figlio, bensì di Nonno in Nipote.
La Stampa 30.4.13
Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei
Modi, luoghi, manie dei grandi romanzieri intenti all’opera Un critico americano investiga nella “materialità” della scrittura
di Jacopo Iacoboni
Mark Twain Si chiudeva nello studio dall’alba alle 5, poi la sera, a cena, leggeva ad alta voce ai commensali il prodotto del suo lavoro Ernest Hemingway Scriveva di preferenza stando in piedi, dalle prime luci dell’alba fino a quando non gli si chiariva il passaggio successivo Haruki Murakami Si sveglia alle 4 di mattino, scrive per sei ore, poi al pomeriggio corre o nuota in piscina, e alle nove di sera è a letto Jack Kerouac Seguì nel tempo diversi rituali, tra i quali scrivere di getto alla luce di una candela finché questa non si spegneva
Hemingway stava sempre in piedi, ritto come il suo fucile. Haruki Murakami si sveglia alle 4 di mattina, scrive per sei ore, il pomeriggio fa dieci chilometri di corsa o 1500 metri in piscina, e va a letto alle 9 di sera. Twain si chiudeva in studio dall’alba alle cinque, e poi la sera, a cena, leggeva ad alta voce i suoi prodotti ai commensali. E meno male che era Twain: pensate identico, ossessivo rituale imposto da uno con altra penna.
C’è modo e modo di scrivere. C’è chi batte su una tastiera e chi scrive. Chi scrive male - che è comunque scrivere - e chi scrive bene. Chi crede di scrivere, un fenomeno anche questo interessante, per la psicologia. La scrittura, diceva Jacques Derrida, è l’unico caso in cui il pensiero incontra il mondo (Derrida diceva «l’esteriorità-corporeità»). Di cos’è fatta, appunto, e come, la materialità dello scrivere? Esce in questi giorni negli Stati Uniti un libro bellissimo, pura filosofia del voyeurismo, Daily Rituals: How Artists Work (Knopf), di Mason Currey, un critico che per anni ha lavorato alla ricostruzione della materialità delle scritture, i luoghi, i modi, le fisse, i tic, dentro i quali l’esteriorità del mondo – la quotidianità «innanzitutto e per lo più», avrebbe detto Heidegger – entra nel processo di creazione di uno scrittore. Currey, ma anche il geniale magazine Brainpicker, ha raccolto cose note e altre un po’ meno, finendo col disegnare un quadro imperdibile della psiche d’artista.
Ray Bradbury poteva scrivere ovunque, e si vede, a patto di avere con sé una macchina da scrivere. «Se mi viene qualche idea e non la archivio, è lei che archivia me. Da ragazzo scrivevo nella mia camera da letto, o in salotto con mia madre e mio padre che parlavano con la radio accesa ad alto volume». Questa potenza compulsiva di fronte alla macchina trovò la sua massima realizzazione «ai tempi in cui scrivevo Fahrenheit 451. Avevo trovato un posto alla Ucla dove, con dieci cents, affittavi una macchina da scrivere per mezz’ora». A botte di mezze ore è stato partorito Guy Montag, uno dei personaggi più lunari nella storia della letteratura.
Basta che un oggetto iconico, se non un luogo o una situazione, ci guidi. Protegga la nostra capacità di essere fino in fondo noi stessi, anche nonostante – e anzi, grazie – alla mediazione e gli intralci della materia. Kerouac descrisse nel ’68 vari dei suoi rituali, «una volta accendevo una candela e scrivevo di getto tutto, finché la candela non si spegneva». Poi passò a ispirarsi con la luna piena. A un certo punto cominciò a esser ossessionato dal numero nove, e prima di scrivere faceva nove saltelli, magari chiuso in bagno, quasi a trovare un suo equilibrio mentale, «una specie di yoga». «Io scrivo a mano, su grandi fogli bianchi o gialli che odorano di scrittori americani. Tutte le mattine non più tardi delle otto», ha raccontato Susan Sontag. L’ora è importante. Il mattino ha (spesso) l’oro in bocca; a volte nel senso di Jack Nicholson in Shining, comunque, sempre, costeggiando follia e alienazione, di cui la scrittura è simulacro.
Hemingway doveva alzarsi in piedi, sempre con i suoi mocassini oversize indosso, e davanti a sé, bella alta sulla scrivania, la macchina da scrivere. Si sa che scriveva dalle prime luci dell’alba fino a quando non gli si chiariva il passaggio successivo della narrazione, «fuori è freddo e tu invece sei caldo e scrivi, nessun rumore», tutto è silenzio. Finisci quando cominci a sapere quale sarà il prossimo passo, il giorno successivo. La vera fatica: arrivarci.
De Lillo ha confessato di scrivere quattro ore di mattina e due di pomeriggio, ogni giorno, ma tra i due momenti va a correre. Non mangia, non prende caffè, non fuma («smisi tanti anni fa», disse nel ’93). Per «rompere il linguaggio» ( to break the language) guarda ossessivamente una foto di Borges su sfondo nero regalatagli da Colm Toibin. «La sua faccia fiera, lo sguardo da cieco, le narici aperte, la bocca incredibilmente vivida... sembra dipinto». È l’ammonimento di uno che non perde tempo a guardar fuori dalla finestra. William Gibson ha invece scritto Neuromante andando a pilates tre volte la settimana, e solo dopo, alle dieci, cominciando a scrivere. Vonnegut ha scritto Mattatoio n. 5 tutti i giorni dalle 5,30 alle 8. Dopo, passeggiata fino alla piscina comunale, e nuotare, nuotare. Nel pomeriggio, oltre a varie attività d’insegnamento, immancabile scotch alle 17,30, sempre lo stesso, cinque dollari e cinquanta, allo State Liquor Store. Altro che tè.
In qualche caso la materialità della scrittura è già in sé e per sé teorica, per esempio è interessantissimo – anche se noto – che Vladimir Nabokov scrivesse su cartoncini da biblioteca rigorosamente ordinati in scatole, dove lavorava per sequenze, che quindi potevano essere tranquillamente invertite alla fine, a cose fatte; è un azzardo paragonarlo al cut up di Burroughs, eroinizzato, sui post-it della stanza d’albergo del Pasto nudo a Tangeri?
È con sollievo che apprendiamo che qualcuno, come Gertrude Stein o James Joyce, si alzava tardi. Non è segno di pigrizia mentale. Lo scrittore di Ulisse, anzi, restava anche a letto a perdere tempo e per principio non si tirava mai in piedi per scrivere prima delle undici. In effetti, l’abbiamo sempre ammirato.
Corriere 30.4.13
La solitudine di Spinoza il precursore scandaloso
Fondò il pensiero laico, ma tutti lo tennero a distanza
di Paolo Mieli
Spinoza fu un valido divulgatore delle teorie del filosofo francese René Descartes, detto in italiano Cartesio (nel ritratto qui sotto), ma le sue idee sulla religione e sulla Bibbia lo avvicinavano piuttosto al pensatore inglese Thomas Hobbes (nel ritratto al centro, foto National Trust), autore del «Leviatano», da cui però lo dividevano le posizioni politiche
Tra gli studiosi di Spinoza vissuti nel Novecento, uno dei maggiori è il filosofo Leo Strauss (nella foto qui sopra), autore del libro «La critica della religione in Spinoza» (Laterza)
Quando diede alle stampe il Trattato teologico-politico, Baruch Spinoza era consapevole dei guai a cui sarebbe andato incontro e non trascurò nessuna precauzione: scrisse il saggio in latino, lo destinò a una circolazione limitata e, soprattutto, lo pubblicò anonimo. Ma erano trascorse poche settimane da quell'inizio del 1670 in cui il Trattato era stato messo in circolazione da un piccolo editore olandese, che contro quel libro si scatenarono tempeste. A dispetto delle sue cautele, Spinoza fu presto identificato come autore del libro: in una lettera del giugno 1670, Friedrich Ludwig Mieg, professore dell'Università di Heidelberg, metteva in guardia un suo collega dicendogli di esser certo che il Trattato era opera di «Spinoza, un tempo ebreo», già «conosciuto per essersi occupato dell'opera di Descartes». Nell'agosto di quello stesso anno, Johan Melchior, pastore di un piccolo villaggio nei pressi di Bonn, scrisse una pesante «confutazione» del libro, in cui dava conto di voci che lo attribuivano a Spinoza. Sempre in quell'estate, un altro professore, stavolta di Groningen, Samuel Desmartes, rivelò che quel testo «atroce» andava ricondotto a «Spinoza, un tempo ebreo, empio e ateo dichiarato».
Prima di loro, in ogni caso, si era già messo in moto il concistoro di Utrecht, che il 6 aprile del 1670, pur senza fare riferimento diretto a Spinoza, aveva definito quel volume «profano e blasfemo» e aveva chiesto che fossero prese «appropriate misure preventive» contro la diffusione dell'opera. Un mese dopo fu la volta del concistoro riformato di Leida, che si pronunciò in termini ancora più severi. In maggio intervennero anche gli organi ecclesiali di Haarlem e in giugno quelli di Amsterdam. Sempre in maggio il teologo tedesco Iacob Thomasius lo definì un «testo senza Dio» e il suo collega olandese Regnier Mansveld, docente all'Università di Utrecht, scrisse che sarebbe stato giusto seppellire il Trattato nell'«oblio eterno». In luglio si passò al sinodo distrettuale dell'Aja, che si rivolse al sinodo dell'Olanda meridionale perché decretasse essere il Trattato un libro «osceno e blasfemo, quale, a nostra conoscenza, il mondo non ha mai conosciuto». In agosto si conformò a tale giudizio il sinodo dell'Olanda settentrionale, che annunciò di essere «profondamente disgustato» da quel tomo nuovamente definito «osceno». Ma non è tutto.
Nella primavera del 1673 fu pubblicato La Religion des Hollandois di Jean-Baptiste Stouppe, uno svizzero di fede riformata che partecipava all'occupazione francese dei Paesi Bassi (ne parleremo più avanti). Il libro di Stouppe era molto aggressivo contro gli olandesi, messi sotto accusa per la loro «fiacca devozione religiosa» e per la loro «irragionevole tolleranza verso le differenze confessionali». Stouppe si diceva scandalizzato per la mancanza di iniziativa nel contrastare Spinoza, «un uomo nato ebreo che non ha né ripudiato la religione ebraica, né abbracciato la religione cristiana, ed è pertanto un pessimo ebreo e di certo non è un cristiano migliore». «Questo Spinoza», scriveva Stouppe, «ha prodotto alcuni anni fa un libro in latino, il cui titolo è Tractatus Theologico-Politicus, nel quale sembra porsi come obiettivo principale di distruggere tutte le religioni, in particolare quella ebraica e quella cristiana, e di introdurre l'ateismo, il libertinismo e la libertà di tutte le religioni». A quel punto toccava alle autorità politiche procedere contro Spinoza. Queste però — come ha ben ricostruito in uno studio accurato Jonathan Israel — procedettero a rilento, quanto meno fino all'uccisione del grande statista Johan de Witt (e anche su questo torneremo). Sicché il Trattato fu ufficialmente messo al bando nella Repubblica delle Sette Province Unite solo nell'estate del 1674.
L'intera vicenda è adesso raccontata dal più grande biografo del filosofo di Amsterdam, Steven Nadler (docente all'Università del Wisconsin), in Un libro forgiato all'inferno. Lo scandaloso «Trattato» di Spinoza e la nascita della secolarizzazione, che esce oggi da Einaudi nell'eccellente traduzione di Luigi Giacone. La violenta reazione sollevata dal Trattato teologico-politico, scrive Nadler, fu senza dubbio «uno degli eventi più significativi della storia intellettuale europea, specie considerando che si verificò agli albori dell'Illuminismo». Dai contemporanei di Spinoza, il Trattato fu considerato «il libro più pericoloso che fosse mai stato pubblicato». Ai loro occhi, «quell'opera minacciava di minare dalle fondamenta la fede religiosa, l'armonia sociale, politica e perfino la morale di ogni giorno». Era loro convinzione che il suo autore — la cui identità, come abbiamo visto, non rimase segreta a lungo — fosse «un sovversivo, impegnato a diffondere l'ateismo e il libero pensiero in tutta la Cristianità».
Che cosa contenesse di così minaccioso quel libro è stato ben messo in luce (comprese le innumerevoli sfumature) da Leo Strauss in La critica della religione in Spinoza (Laterza). Spinoza, riepiloga Nadler, fu il primo a sostenere che la Bibbia non rappresentava alla lettera il Verbo di Dio, ma era piuttosto un «frutto letterario dell'ingegno umano»; che la «vera religione» nulla aveva a che vedere con la teologia, le cerimonie liturgiche o i dogmi settari, ma era costituita unicamente da una semplice regola morale, quella che si riassume in «ama il prossimo tuo»; che alle gerarchie ecclesiastiche «non spettava alcun ruolo nella gestione di uno Stato moderno». Spinoza sosteneva altresì che la «divina provvidenza» non era altro che «l'insieme delle leggi di natura»; che i miracoli (intesi come infrazioni all'ordine naturale delle cose) erano «impossibili» e che la fede in essi era solamente l'espressione «della nostra ignoranza sulle vere cause dei fenomeni»; che i profeti del Vecchio Testamento erano «semplici individui, come tanti altri», i quali, seppure dotati di qualità etiche superiori, possedevano «un'immaginazione particolarmente fervida».
Assai irridenti i passaggi del Trattato dedicati ai profeti nell'Antico Testamento: «Se il profeta era allegro, gli si rivelavano le vittorie, la pace, e in genere le cose che generano letizia, poiché simili cose tali temperamenti sogliono più spesso immaginare; mentre, se era triste, gli si rivelavano guerre, castighi e ogni sorta di mali; così a seconda che il profeta fosse di indole misericordiosa, mite, iraconda, severa eccetera, era più adatto a questo o a quel genere di rivelazioni». In materia di miracoli, poi, (laddove Maimonide, in quanto rabbino e capo religioso, era stato, qualche tempo prima, maggiormente cauto) la posizione di Spinoza fu più radicale addirittura di quella che sarebbe stata assunta mezzo secolo dopo dallo scozzese David Hume, per il quale quei prodigi divini erano «talmente poco verosimili da rasentare l'incredibile». Per Spinoza, invece, «il miracolo, sia esso inteso come fatto contrario o come un fatto superiore alla natura, è soltanto un'assurdità». Un'assurdità. Più netto di quel «rasentare l'incredibile». La vera remunerazione della virtù, diceva infine il filosofo di Amsterdam, «non sta in qualche ricompensa ultraterrena per un'anima immortale, dal momento che non esiste nessuna immortalità della persona; è soltanto un'invenzione usata da un clero manipolatore per costringerci in un eterno stato di paura e di speranza e in tal modo controllarci». La «beatitudine» e la «salvezza» consistono piuttosto nel «benessere e nella pace della mente che la conoscenza riesce a offrirci in questa vita».
I capitoli del Trattato dedicati alla politica, scrive Nadler, «rappresentano il più accorato appello alla tolleranza (soprattutto alla "libertà di filosofare", senza che qualcuno fosse costretto a subire interferenze da parte delle autorità) che sia mai stato scritto». Anche se il filosofo era assai diffidente nei confronti della gente comune: «So», scriveva in un passaggio che attirò l'attenzione di Leo Strauss, «che è impossibile sottrarre le masse alla superstizione e alla paura e so che per il volgo è perseveranza l'ostinazione, e che non è guidato dalla ragione, ma dalla passione è trascinato ora alla lode ora al vituperio... Il volgo, dunque, e tutti coloro che ne condividono le passioni non sono da me invitati alla lettura di questo libro; preferirei anzi che lo trascurassero del tutto, piuttosto che interpretarlo, come fanno sempre, tendenziosamente, allo scopo di creare difficoltà». È vero che, prima del Trattato, Spinoza aveva scritto l'Etica, un libro altrettanto importante. Ma, a differenza del tono freddo e distaccato dell'Etica, il Trattato, scrive Nadler, «è un'opera appassionata, perfino rabbiosa, non si può fare a meno di notare un fervore e una sorta di urgenza che percorrono in modo impercettibile (e a volte nemmeno così impercettibile) tutti i capitoli del libro». Inoltre, prosegue Nadler, il Trattato appare, ben più dell'Etica, «un'opera polemica che esamina i fondamenti storici, psicologici, testuali e politici della religione tradizionale o popolare». E in quanto tale, assai più dell'Etica, si prestava a essere «interpretato» da un maggior numero di lettori. Cosa che preoccupava e infastidiva l'autore.
Quando diede alle stampe il Trattato, Spinoza aveva 38 anni. Era nato nel 1632 da un'agiata famiglia di mercanti della comunità ebraico-portoghese di Amsterdam. Una comunità di sefarditi, fondata dai cosiddetti «nuovi cristiani», o conversos — ebrei che in Spagna e Portogallo, tra la fine del Quattrocento e l'inizio del secolo successivo, erano stati costretti a convertirsi al cattolicesimo. Questi conversos, messi in difficoltà dall'Inquisizione spagnola che non credeva al loro cambio di religione, all'inizio del Seicento avevano abbandonato la penisola iberica e si erano trasferiti ad Amsterdam (o in qualche altro centro dell'Olanda settentrionale). Città che avevano offerto a questi profughi l'opportunità di «ritornare alla fede degli avi e di riprendere la loro vita secondo le consuetudini ebraiche».
L'ebreo Spinoza — il quale, contrariamente a quel che è stato più volte scritto, non cercò mai di diventare un'autorità religiosa — ebbe come insegnanti tre rabbini: Menasseh ben Israel, che all'epoca era probabilmente l'ebreo più famoso di tutta Europa, Isaac Aboab da Fonseca e il «sapientissimo» Saul Levi Mortera della comunità di Amsterdam, sotto la cui guida ebbe accesso alle opere di Maimonide, autore nel XII secolo dell'opera più importante di tutta la filosofia ebraica, La guida dei perplessi. Per Maimonide — altro pensatore che, come Spinoza, avrebbe attirato l'attenzione di Leo Strauss — il contenuto della profezia sarebbe, almeno in parte, filosofico, sicché sia il filosofo sia il profeta sono «veicoli di verità»; e poiché «una verità deve essere di necessità coerente con le altre verità», filosofia e profezia, se correttamente intese, «devono sempre concordare». Cosicché «la verità filosofica e la verità rivelata non entreranno mai in conflitto». Spinoza si sofferma su Maimonide, che userà nel Trattato a proprio vantaggio per polemizzare contro la tradizione («I profeti della Bibbia ebraica», sostiene Spinoza, «erano in effetti, come dice Maimonide, personaggi dotati di grande forza d'immaginazione ma non filosofi, né uomini particolarmente dotti»). Successivamente, per dedicarsi al latino e ai classici, Spinoza sarà allievo anche di Franciscus Van den Enden, un ex gesuita di idee politiche radicali destinato a finire sul patibolo per aver preso parte a un complotto repubblicano contro il re di Francia Luigi XIV. E Van den Enden lo avrebbe introdotto ai Princìpi della filosofia di René Descartes, a cui il giovane dedicò in seguito una delle prime sue importanti opere. Un intreccio, quello della sua formazione, che dà conto della complessità del personaggio. E che ci aiuta a capire i guai a cui, da uomo libero, andrà incontro.
A 23 anni, il 27 luglio del 1656, Spinoza subì il primo grande trauma. Quel giorno gli ebrei di Amsterdam gli inflissero un herem, cioè un provvedimento di messa al bando: «(lo) espelliamo, malediciamo e danniamo... Che egli sia maledetto di giorno e maledetto di notte, maledetto quando si sdraia e maledetto quando si alza, maledetto quando esce e maledetto quando rientra... La collera del Signore e la sua gelosia si abbatteranno su quest'uomo, e tutte le maledizioni penderanno su di lui, e il Signore cancellerà il suo nome da sotto il cielo», sentenziò contro di lui la comunità a cui, fin lì, apparteneva. Fu il cosiddetto «herem del mistero», dal momento che gli fu inflitto per non meglio identificate «abominevoli eresie da lui compiute e insegnate», nonché per «atti mostruosi» (anch'essi non definiti). La virulenza era del tutto inconsueta, quasi assurda, nelle righe che chiudevano il documento di messa al bando: «Nessuno comunichi con lui, neppure per iscritto, né gli accordi alcun favore, né stia con lui sotto lo stesso tetto, né si avvicini a lui più di quattro cubiti, né legga alcun trattato composto o scritto da lui». Terribile. Tanto più che, fino a quel momento, il filosofo non aveva dato alle stampe neanche un libro. Per di più il bando, a differenza di numerosi altri provvedimenti dello stesso genere e della stessa epoca, non fu mai revocato.
Secondo Jean-Maximilien Lucas, il primo biografo di Spinoza che scrisse poco dopo la sua morte, all'origine dell'herem era la testimonianza di due giovani, i quali avrebbero udito Spinoza mentre diceva che, «non essendoci nella Bibbia nessun riferimento al non materiale o all'incorporeo, non c'è motivo di credere che Dio non abbia un corpo»; che «per quanto riguarda gli spiriti, le Scritture non dicono che essi sono sostanze reali e permanenti, bensì semplici fantasmi, chiamati angeli poiché Dio li adopera per annunciare il suo volere; sono fatti in modo tale da restare invisibili, come gli angeli e ogni altra sorta di spiriti, dal momento che la loro materia è assai fine e diafana, tanto che li si può vedere solo come si vedono i fantasmi, negli specchi, in sogno, oppure di notte»; e che «ogni qual volta le Scritture ne parlano, la parola "anima" è usata solo per significare vita, o qualche essere vivente... Si cercherebbe invano un solo passo che parli di immortalità, mentre l'ipotesi contraria è confermata da centinaia di brani, ed è piuttosto facile da dimostrare». Inoltre, sempre secondo i due delatori, Spinoza avrebbe definito gli ebrei «gente superstiziosa, nata e cresciuta nell'ignoranza, che non conosce Dio e tuttavia ha l'impertinenza di considerarsi il Suo popolo, mettendosi al di sopra di tutte le altre nazioni».
A quanto riferisce Lucas, Spinoza accolse l'espulsione dalla comunità ebraica senza battere ciglio: «Meglio così», avrebbe detto, «non mi costringono a fare nulla che non avrei fatto di mia spontanea volontà se non avessi temuto lo scandalo... Ma dal momento che è questo che vogliono, imbocco volentieri la strada che mi si apre davanti». Strada che lo porterà ad avere nuovi scontri, stavolta con la Chiesa cattolica e con quella riformata.
Spinoza, dunque, non si perse d'animo e, come s'è detto, si dedicò alla filosofia di Descartes. Nel 1663 diede alle stampe l'unico volume che avrebbe pubblicato con il suo nome in copertina: Renati Des Cartes principia philosophiae more geometrico demonstrata, che gli conferì (a ragione) la fama di divulgatore del pensiero cartesiano e (a torto) la reputazione di suo seguace. Forte fu invece la sua sintonia con Thomas Hobbes e con il suo Leviatano, pubblicato in inglese nel 1651, tradotto in olandese nel 1667 e in latino nel 1668. Hobbes e Spinoza avrebbero avuto, sì, idee diverse sull'organizzazione della società: mentre Hobbes riteneva che la sovranità dovesse essere affidata a un singolo individuo e che la monarchia costituisse la forma di governo più stabile ed efficace, Spinoza riteneva che all'efficienza dello Stato fosse più funzionale la democrazia. Laddove compito della democrazia, per Spinoza, era quello di «evitare gli assurdi dell'istinto» e di «contenere gli uomini per quanto è possibile entro i limiti della ragione, affinché vivano nella concordia e nella pace». Ma, per tornare ai nostri discorsi, l'approccio di Hobbes e di Spinoza all'Antico Testamento fu simile.
Già Hobbes aveva analizzato la natura delle profezie e la veridicità dei miracoli, sollevando dubbi sulle Sacre Scritture. «Considerate dalla prospettiva di un sacerdote del Seicento e dei fedeli della sua congregazione», scrive Nadler, «le opinioni di Hobbes su molti problemi non potevano che apparire assai lontane dall'ortodossia e perfino blasfeme; nella sua visione materialista della natura e dell'uomo, Hobbes si spingeva fino a negare che potesse esistere una qualsiasi "sostanza immateriale", escludendo così la possibilità di un'anima incorporea, ma anche di un Dio incorporeo». Tutto ciò con un tono (da parte del filosofo inglese) «spesso beffardo, che lasciava intendere di non nutrire troppo rispetto per le religioni settarie, prima di ogni altra il cattolicesimo». E fu per questo che molti dei detrattori di Spinoza lo accomunarono all'autore del Leviatano. Eppure Hobbes, quando ebbe in mano il Trattato, disse di esserne rimasto «profondamente turbato» e che lui «non si sarebbe mai permesso di scrivere simili insolenze». Insolenze? La verità è che sia i seguaci di Descartes (morto a Stoccolma vent'anni prima della pubblicazione del Trattato), sia Hobbes ebbero paura di rimanere vittime degli stessi anatemi che, avvertivano, sarebbero stati scagliati contro Spinoza. Il quale si risentì per queste prese di distanza. Soprattutto nei confronti di alcuni allievi di Descartes, come Regnier Van Mansvelt e Lambert Van Velthuysen che lo avevano apertamente criticato: in una lettera a Henry Oldenburg nel 1675, si disse indignato del fatto che «certi sciocchi cartesiani, i quali hanno fama di condividere le mie idee, per allontanare da sé questo sospetto non abbiano cessato e non cessino tuttora di screditare ovunque le mie opinioni».
Amsterdam non fu tenera con Spinoza. Singolare, perciò, appare a Nadler l'elogio che il filosofo fa della sua città. Una città, scrive, dove «convivono in perfetta concordia uomini di tutte le nazionalità e di tutte le religioni; e, per affidare i propri beni a qualcuno, i cittadini di questo Stato si preoccupano soltanto di sapere se costui sia ricco o povero, o se sia solito agire in buona o in mala fede... La religione o la setta cui egli appartiene non li interessa affatto, perché ciò non contribuisce per nulla a far loro vincere o perdere la causa dinnanzi al giudice... E non vi è alcuna setta così odiata, i cui seguaci (quando non rechino danno ad alcuno, rendano a ciascuno il suo e vivano onestamente) non siano protetti e tutelati dall'autorità dei pubblici magistrati». Parole sorprendenti, dal momento che, quando furono scritte, uno dei più cari amici di Spinoza, Adriaan Koerbagh, era da poco morto in prigione, «condannato per le sue idee filosofiche e religiose proprio dalla città di Amsterdam, con un brutale atto di intolleranza istigato dal Concistoro calvinista».
Il fatto era accaduto tra il 1668 e il 1669 (pochi mesi, anzi, poche settimane prima che Spinoza vergasse l'«elogio di Amsterdam»). Koerbagh aveva dato alle stampe, proprio ad Amsterdam, un libro dal titolo Un giardino di fiori con ogni sorta di bellezze, in cui negava la paternità divina della Bibbia, attaccava l'elemento irrazionale presente nella maggior parte dei culti, con i loro dogmi, riti e «cerimonie superstiziose», e prendeva in giro tutte le religioni istituzionalizzate, compresa quella della Chiesa riformata. Per sovraccarico Koerbagh scriveva in olandese, rendendo la sua opera accessibile al grande pubblico, e firmava il libro con il suo nome. Risultato: nel 1668 fu imprigionato, si ammalò gravemente e il 5 ottobre del 1669 morì. Per Spinoza fu un colpo durissimo. Ma ciò non gli impedì di trattare in modo assai benevolo la città in cui tutto questo era accaduto.
Nadler sospetta che l'«elogio di Amsterdam» contenga, opportunamente dissimulata, «una buona dose di amara ironia». Più probabilmente si trattò di parole dettate dal calcolo, calcolo politico. Il filosofo, come Nadler ha ricostruito in un altro grande libro, Baruch Spinoza e l'Olanda del Seicento (Einaudi), era un estimatore del più grande statista dell'epoca, Johan de Witt. Non è provato che i due abbiano avuto rapporti diretti (anche se il coevo Lucas sostiene di sì e lo stesso affermarono a fine Ottocento Jacob Freudenthal e, all'inizio del Novecento, Carl Gebhardt), ma tutti e due ebbero, scrive Nadler, «il privilegio di essere maltrattati e spergiurati dalle autorità religiose olandesi ed entrambi furono vilipesi e disprezzati dagli stessi nemici».
I democratici radicali come Spinoza e Koerbagh, radicalmente laici e difensori di una concezione più ampia della libertà, racconta Nadler, erano fermi oppositori degli «orangisti» e, a dispetto di non poche diversità di vedute, alleati naturali di de Witt. Un nemico dell'uomo politico giunse addirittura a dire che si avvertiva la presenza di de Witt nella stesura del Trattato teologico-politico. E questo nella battaglia tra orangisti (sostenitori della causa di Guglielmo I), «voetiani» (seguaci di Gisbertus Voetius, grande oppositore di Cartesio, nemici di de Witt), «cocceiani» (discepoli del teologo di Leida Johannes Cocceius, amici di de Witt) e perfino «sociniani» (ultimi adepti di una setta fiorita in Polonia alla fine del Cinquecento sotto la guida del teologo Fausto Sozzini, che continuò a battersi contro il dogma della trinità anche nella prima metà del Seicento) fu un elemento di destabilizzazione.
Uno dei nemici di de Witt arrivò a denunciare che, tra i libri presenti nella biblioteca dell'uomo politico, figurava anche quel Trattato, «forgiato all'inferno (di qui il titolo del libro di Steven Nadler) dall'ebreo apostata a quattro mani con il diavolo, e pubblicato con la consapevolezza e la connivenza di M. Jan (de Witt, ndr)». Al punto che anche de Witt — come Hobbes e gli allievi di Descartes — si sentì in dovere di prendere le distanze dal Trattato. Sostiene Abraham Gronovius, ricercatore all'Università di Leida, che quando a Spinoza fu riferito che de Witt aveva gradito assai poco il Trattato, «egli inviò qualcuno da Sua Eccellenza per dirgli che voleva parlare con lui, ma gli fu risposto che Sua Eccellenza non voleva vederlo varcare la soglia di casa». Nonostante ciò, il grande protagonista politico del «secolo d'oro olandese» non riuscì a salvarsi dagli odi che aveva accumulato per via del supposto rapporto con quel filosofo in odore di zolfo.
Luigi XIV, re di Francia, fece il resto. Nell'aprile del 1672 dichiarò guerra alle Province Unite e il 23 giugno i francesi entravano a Utrecht. De Witt fu la principale vittima di quel disastro militare. Fu accusato da pamphlet anonimi di «essere del tutto incompetente», di essersi messo in tasca parte dei fondi pubblici, di volere «vendere la Repubblica ai nemici, per continuare a governare su loro mandato». Il tutto accompagnato dalle consuete insinuazioni sui suoi rapporti con il «malvagio» autore del Trattato. La notte del 21 giugno 1672 de Witt fu ferito in modo abbastanza grave da un gruppetto di giovani di buona famiglia. Il 23 luglio suo fratello, Cornelis, fu arrestato con l'accusa di cospirazione. E quando Cornelis, a fine agosto, uscì di prigione, una folla si impadronì dei fratelli de Witt, li uccise, denudò i cadaveri, li appese a testa in giù e poi squartò i loro corpi. Spinoza ne fu sconvolto. Nel corso di un soggiorno all'Aja, quattro anni dopo, Gottfried Wilhelm Leibniz così annotò sul diario una visita al filosofo olandese: «Dopo cena, ho chiacchierato a lungo con Spinoza; mi ha raccontato che il giorno dell'orrenda uccisione dei de Witt voleva uscire di notte per andare a riporre una lapide sul luogo del massacro, con sopra scritto ultimi barbarorum (più o meno «i peggiori dei barbari», ndr); ma il suo padrone di casa era poi riuscito a impedirglielo, chiudendo la porta a chiave, per timore che anch'egli fosse fatto a pezzi».
Quelli erano i tempi. Del resto, osserva Nadler, «se la Repubblica delle Sette Province fosse stata davvero libera come Spinoza sembra voler far credere, non ci sarebbe stato alcun bisogno di scrivere il Trattato». Trascorsero pochi mesi da quell'incontro con Leibniz, e Spinoza, uno dei più grandi filosofi della storia, morì. Aveva 44 anni. Le idee contenute nel Trattato, scrive Nadler, ispirarono rivoluzionari di fede repubblicana in Inghilterra, America e Francia. E, agli inizi dell'Età moderna, incoraggiarono la comparsa di movimenti contrari a una concezione settaria della religione che avrebbero cambiato la storia dell'umanità. Talché tutti dobbiamo in qualche modo considerarci eredi di quello scandaloso Trattato teologico-politico.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
lunedì 29 aprile 2013
il Fatto 29.4.13
La rivolta sul Web
“Avete fatto rinascere la Dc”
La Democrazia Cristiana è rinata, bravi complimenti e addio! ”. Enrico Letta presenta i suoi ministri e sulla pagina Facebook del Pd gli elettori reagiscono così. Il commento “sobrio” ma chiarissimo è di Irene Crobu. Poi c’è qualcuno decisamente meno misurato. “Andatevene affanculo voi e il Pdl”, scrive Antonio Vincenti. “Nell’anniversario della morte di Gramsci.... VERGOGNATEVI! Il mio voto non lo avrete MAI PIÙ! ”, parola di Gabriella Santuliana. “Vergogna”: una sola parola da Gaia Barbara Almiento. Tira le conclusioni Daniele Mocci: “Non rinnoverò la tessera”. Matteo Milani si dedica all’analisi della compagine di governo: “Uno dei peggiori governi della storia repubblicana, con un po’ di cosmesi mascherata da rinnovamento. Bel lavoro della famiglia Letta”. Annamaria Gonella avverte: “Non è per fare questo governo che siete stati votati, ce lo ricorderemo la prossima volta”. Mentre Andrea Portante la mette sull’intelligenza degli elettori: “Ma pensate veramente che siamo tutti pirla? Ma pensate di prendere ancora i nostri voti al prossimo giro? Non mi importa se vi vergognate o no. Non avrete MAI più il mio voto, a cominciare dalle comunali a ROMA”. Passa mezza giornata, arriva la sparatoria. I toni si fanno meno aspri. Ma la condanna resta. Maurizio Ferrari: “Mi dispiace per i carabinieri che sono persone che lavorano, ma se doveva suicidarsi non aveva più niente da perdere queste condizioni le hanno create i nostri politici non nominati dal popolo (sovrano) ”. E Uccio Pino Maria Cupeta: “Dai, cogliete la palla al balzo per giustificare l’inciucio, sciacalli! ”. Daniele Casciani ribadisce: “Traditori del mio voto!!! Vergogna!!! ”. Fa una considerazione sul futuro Hamilton Moura Filho Desivel: “Il Pd è morto dobbiamo creare un nuovo partito Letta è di destra caz....! “. Tutt’altra musica sulla pagina Facebook di Enrico Letta. Background diverso, attese pure. E si vede. Per tutti, Pietro Carella: “Auguri presidente che sia un esempio della buona politica in questo momento così difficile”.
Intanto, sulla sua pagina Facebook Pier Luigi Bersani scrive: “Questo governo ha freschezza e solidità. Saprà affrontare le difficoltà e le sfide che il Paese ha di fronte”. “Alfano me lo chiami freschezza? ”, replica pronto Ciccio Di Stefano. “Il pudore del silenzio, grazie”, chiosa Gianfranco Cozzobue.
l’Unità 29.4.13
Cgil al governo: no a cambiali in bianco
Il sindacato guidato da Susanna Camusso chiede una svolta nella politica economica
Cig in deroga ed esodati le prime emergenze
Imu da rimodulare, esentare solo la prima casa
Domani i Direttivi unitari con Cisl e Uil. Poi la firma sulla rappresentanza con Confindustria e imprese
di M. Fr.
ROMA Nessuna cambiale in bianco. E la richiesta di un deciso cambio di rotta rispetto ai governi precedenti. La Cgil misurerà il governo Letta esclusivamente da quanto lavoro e crescita ci saranno nel programma. Nel giorno in cui il sangue ha bagnato il giuramento e il primo Consiglio dei ministri e alla vigilia di una settimana molto importante per il ritorno dell’unità sindacale con Cisl e Uil, Corso Italia chiede come priorità di risolvere le emergenze sul tappeto, esodati e finanziamento degli ammortizzatori sociali (cassa e mobilità in deroga in primis) e porre fine all’austerity per rilanciare politiche di espansione.
La Cgil chiede però che il governo appena insediato si concentri anche sulle emergenze di medio periodo, fra
le quali l’occupazione giovanile e quella degli over-50, anche queste lasciate in eredità dei governi Berlusconi e Monti. Va trovata una soluzione anche alla povertà crescente in ampie fasce, che sono rappresentate dai redditi dal lavoro intermittente, da disoccupazione e da cassa integrazione, ma che riguarda anche gli occupati stabili alle prese con un potere d’acquisto in crescente erosione.
BONANNI: BENE L’ESECUTIVO
È il momento, secondo la Cgil, di cambiare una politica fiscale poco attenta alle condizioni delle persone ed una politica economica che ha avuto l’austerità come unica stella polare. Viene rilanciata la proposta già fatta sull’Imu: nessuna abolizione come propone il Pdl, ma l’esclusione dall’imposta per i possessori della sola prima casa, spostando parte della tassazione sulla seconda e terza casa e su altri fabbricati in modo progressivo. In questo modo, i risparmi potrebbero essere destinati all’occupazione, dando anche un segnale di inversione delle politiche fiscali, in una direzione di maggiore redistribuzione.
Se l’unità sindacale sarà ribadita domani con la riunione dei Direttivi di Cgil, Cisl e Uil e il varo dell’accordo sulla rappresentanza che in settimana sarà sottoscritto con Confindustria, le parole degli altri sindacati sono sulla stessa lunghezza d’onda. Il leader Cisl Raffaele Bonanni non si sottrae a un commento diretto sulla composizione dell’esecutivo Letta. «È un governo innovativo, il neo ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, potrà gestire benissimo il dicastero. Toccare la riforma Fornero? Sì, si può, ma le norme sul mercato del lavoro non possono creare occupazione, l’occupazione la fa la buona economia», risponde Bonanni. Parlando invece del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, il leader Cisl auspica che dia «un’impronta fortissima sulla questione fiscale: Il fisco deve essere occasione per rivitalizzare l’economia, portare a rilevanza penale l’evasione fiscale, spostare parte del fisco da tassazione diretta a indiretta», ha aggiunto.
Rispetto al dramma di ieri mattina davanti a palazzo Chigi, Bonanni commenta: «È un episodio da condannare senza se e senza ma. La risposta ai gravi problemi economici, al disagio sociale del Paese e ai bisogni urgenti della gente può venire solo dalla politica, dall’impegno delle istituzioni e dalla collaborazione di tutte le forze responsabili. Per questo continua Bonanni tutti devono abbassare i toni, per evitare che si verifichino nel Paese altri episodi di violenza. Dobbiamo affrontare il problema della disoccupazione e le gravi emergenze sociali con più concertazione, assumendoci ciascuno la propria parte di responsabilità per fare uscire il paese dalla crisi», chiude Bonanni.
CENTRELLA (UGL): FINALMENTE
Il sindacato più contento della nascita dell’esecutivo Letta è però l’Ugl. «Finalmente l’Italia ha un governo, al presi-
dente del Consiglio rinnoviamo la fiducia e l’apprezzamento per aver accettato una grande responsabilità», dichiara il segretario generale Giovanni Centrella. «Ci riserviamo però di valutarlo alla prova dei fatti, vista la complessità e l'urgenza dei tanti problemi da risolvere». Per Centrella «da domani tutti saranno chiamati a dare risposte immediate ai cassintegrati, agli esodati, ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati mettendo mano agli errori delle riforme del governo Monti e aprendo il cantiere di una vera riforma fiscale, con l'introduzione del quoziente familiare e con una sensibile riduzione delle tasse su lavoratori, pensionati e imprese che hanno saputo resistere alla crisi».
Corriere 29.4.13
E il politologo loda Emma Bonino su Radio Vaticana
MILANO — Nella formazione del governo «sono state fatte scelte importanti». E tra queste scelte «positive» c'è anche Emma Bonino come ministro degli Esteri. Lo ha detto su Radio Vaticana — non il «pulpito» più naturale per lodare una storica radicale come Bonino — il politologo Antonio Maria Baggio, docente all'Università Sophia di Loppiano (Firenze) e vicino al movimento dei Focolari. «Vorrei sottolineare, per esempio, l'inserimento della signora Bonino — ha detto l'esperto — nel governo, posta in un luogo come gli Esteri, che lei ha sempre vissuto in chiave soprattutto di diritti umani e di diritti dei popoli piuttosto che di rapporti tra gli Stati. Anche questa, vorrei sottolineare, è una scelta che a me sembra positiva». Per il politologo cattolico il governo «nell'insieme è un'equipe efficiente che ha saputo mettere le persone giuste nel posto dove possono rendere».
Repubblica 29.4.13
La rivincita della balena bianca da Letta a Franceschini e Alfano
Il ritorno al potere dei democristiani
Nel nuovo governo l’ultima generazione dc
di Filippo Ceccarelli
E POI ci sarebbe quest’altra cosetta: che sono tornati i democristiani. E rispetto alla pretesa novità, lo si dice sapendo che qualsiasi scetticismo è pienamente giustificato.
PER anni e anni, infatti, tutta una generazione di giornalisti politici cresciuti a pane e Zac, Fanfani e Andreotti, De Mita, Forlani e Donat Cattin, altro non ha fatto che interpretare ogni movimento, o spostamento, o passaggio come un rientro in campo, finalmente, della politica, e cioè della Dc. Era un po’ la nostalgia a generare l’equivoco. Ma bastava una rimpatriata di reduci alla Domus Mariae, una ben augurante fibrillazione pseudocentrista o anche solo un vago documento del professor Pellegrino Capaldo perché le trombe, fin lì riposte nei loro polverosi contenitori, tornassero a squillare il ritorno dello scudo crociato, perepèperepè.
Nel frattempo Bossi faceva sconquassi, Berlusconi ingaggiava drammatiche gare di burlesque con il mondo intero, D’Alema e Veltroni si contendevano i vari partiti che cambiavano nome, Casini lasciamo perdere, ma la Dc non tornava per niente, morta e sepolta com’era nel giardino dei ricordi e anche dei rimpianti — per quanto Marco Follini, cui si deve una rassegna di quattro o cinque libri di argomento democristiano, non si stancasse di ripetere: «Attenzione, la Dc non c’è più, ma i democristiani ci sono ancora». Eccome, ovvero: appunto. Per mettere le mani avanti si può attenuare l’impatto dicendo che sono tornati di moda. Uno di loro, Enrico Letta, sta da ieri a Palazzo Chigi. Un altro, Matteo Renzi, si sta per prendere il Pd. Un altro ancora, Alfano, già delegato del Movimento giovanile per la Sicilia e così seguace di Martinazzoli da essersi recato sulla tomba dell’ultimo segretario democristiano, è al Viminale.
Non a torto, nel suo caso, c’è chi sostiene che il lungo bagno nelle acque berlusconiane, dal lodo ad personam alle usanze cortigiane con tanto di melopea idolatrica “Meno male che Silvio c’è” abbia cancellato nel giovane Angelino ogni imprinting democristoide.
E tuttavia fra i vantaggi e i viziacci di quella particolarissima specie antropologica era senz’altro da annoverare una certa efficace, per non dire opportunistica adattabilità. Per cui se mai un giorno il ministro dell’Interno riuscirà a restituire al Cavaliere la libertà di andarsene a costruire ospedali in giro per il Terzo Mondo, come spesso annunciato, c’è da scommettere che l’avrà fatto in modo molto, ma molto democristiano. Quanto al presidente del Consiglio in attesa di fiducia, l’altra sera a Porta a porta Follini si è meravigliato di sentirsi attribuire una frase che non ricordava: «Letta è l’ultimo frutto del grande albero democristiano ». Ma al netto della retorica da talkshow, la sottoscrive aggiungendo che vede in lui un tratto umano e soprattutto, in un tempo di autodidatti, una scuola politica.
I maestri di Letta sono stati: Nino Andreatta, Romano Prodi e lo zio Gianni. I primi due, c’è da dire, anche piuttosto puntuti, mentre a proposito del terzo è irresistibile rammentare che qualcosa del conte zio dei Promessi sposi Letta senjor ce l’avrebbe pure: “Un certo credito”, senza dubbio; “ma nel farlo valere — osserva Manzoni — e nel farlo rendere con gli altri, non c’era il suo compagno”. Là dove il punto decisivo sta nel garbo rotondo, nel tocco delicato, nell’inventiva suadente che pare di cogliere nella composizione del presente governo.
Ovvio che in Letta junior si coglie un salto evolutivo. Non tanto nelle sbandierate passioni pop o in quel gioco, Subbuteo, che al limite può considerarsi come l’aggiornamento del vecchio calciobalilla dell’oratorio. Né pare troppo significativo che sia lui che Renzi abbiano impegnato l’aggettivo “sexy” in politica (il sindaco di Firenze per il titolo di un libro che poi fu cambiato; il presidente per auspicare un certo tipo di Pd). È che il “giovane” Enrico, più di tanti suoi predecessori, è assai proiettato sulla politica internazionale, parla le lingue, è anche spiritoso, pure con lampi che non si vorrebbero qui definire di lieve cinismo, ma insomma dai quali, non sembri casuale il ritorno anche di Manzoni, “traluce dei padri la fiera virtù”. A tutto ciò si aggiunge — e fa grande effetto in un tempo di cialtroni maleducati — la competenza e la cortesia. L’una e l’altra si sposavano, nella variante esistenziale democristiana, con l’essere, come si diceva con mille sottintesi, “navigati”. Letta pure lo è. Basti pensare su quanti pochi nemici può contare; o anche al rapporto di rivalità con Franceschini, cui ha riconosciuto un posto strategico nel suo governo.
Esistevano del resto dc caldi e dc freddi. Lui appartiene alla seconda specie. Sorvegliato, misurato, disponibile, ma parecchio determinato. Solo in secondo momento si prenderà atto che può anche essere spregiudicato. Non lui come persona, ma le circostanze le opportunità che gli si prospettano. Per quanto riguarda l’arte specifica di fregare gli avversari i canoni democristiani prevedevano di non fare mai qualcosa contro qualcuno, ma di operare affiché altre entità lo facessero, però mai fino in fondo. A tale proposito, e parziale conferma del revival, si coglie l’occasione non solo per segnalare che è appena uscito un aureo libricino di Giuliano Ramazzina, dal significativo titolo “Muoia Sansone ma non i dorotei” (Marcianum),
ma anche per ricordare un’indimenticabile formula del giornalista Giuseppe Crescimbeni secondo il quale «i democristiani ti accecano, ma dopo — e qui si fermava in una pausa molto teatrale — ti passano il cane lupo”. Come dire: la vita, pur con tutti i suoi guai, prosegue. Ecco, sostiene Follini, per vent’anni si è combattuta in Italia una guerra senza vincitori e troppi vinti. Capricci, ostentazioni, risse, trasgressioni di ogni sorta. C’era da celebrare un rito di pacificazione. Serviva un democristiano, Letta, e un comunista, Napolitano. Gli impicci restano, ma la suggestione, pensa un po’, sconfina addirittura nella speranza.
Repubblica 29.4.13
Diventeremo tutti berlusconiani?
di Ilvo Diamanti
DIVENTEREMO tutti berlusconiani? Difficile non chiederselo, mentre assistiamo all’avvio del nuovo governo, che oggi otterrà la fiducia. Berlusconi non ne fa parte. Ma la sua presenza è visibile. Attraverso i ministri della sua “parte”. Per primo, il fedele Angelino Alfano. D’altronde, questo governo rispecchia la prospettiva che egli stesso aveva auspicato e perseguito, fin dai giorni successivi al voto.
Una maggioranza di “larghe intese”, che istituzionalizzasse l’alleanza costruita da Napolitano intorno a Monti e ai tecnici, nel novembre 2011. Oggi quella maggioranza si ripropone, per iniziativa, ancora, del Presidente. Ma si tratta di un governo “politico”, per quanto spinto (come nel 2011) dall’emergenza. Alla guida di Enrico Letta, leader del Pd. Con il sostegno determinante del Pdl. Oggi, di nuovo il primo partito in Italia, secondo i sondaggi. Mentre il Pd è in caduta. Sceso al di sotto del 25% (secondo Ipsos). Se si votasse presto, il centrodestra “rischierebbe” di conquistare la maggioranza in entrambe le Camere, anche con questa orribile legge elettorale.
Berlusconi, dunque, incombe di nuovo, sulla politica italiana. Come avviene da vent’anni. Eppure sei mesi fa, appena, tutti davano la sua avventura politica praticamente conclusa. I suoi stessi leader (si fa per dire, perché nel centrodestra il leader è uno solo) l’avevano abbandonato. Invocavano le primarie del centrodestra. E si guardavano intorno, alla ricerca di una via di fuga. Io stesso consideravo il “berlusconismo”, il modello politico e culturale imposto da Berlusconi, in declino. Non ho cambiato idea. Il berlusconismo interpreta il mito dell’imprenditore del Nord che si è fatto da sé. La promessa del successo possibile per tutti. Narrata attraverso i media e la “sua” televisione. È il “sogno italiano” negli anni della crescita e del benessere. Che egli ha rappresentato anche mentre declinava, negli anni Duemila. Quell’epoca è finita. Arcore e le sue ville in Sardegna non possono più disegnare l’ambiente della sua fiction. E l’immagine degli imprenditori, oggi, non è più associata al “miracolo” economico degli anni Ottanta e Novanta. Ma al dramma del suicidio per disperazione.
Anche il “partito personale”, l’invenzione del Cavaliere: da Forza Italia al Pdl, dopo il 2008 ha iniziato a perdere consensi. Dieci anni, o quasi, di governo e di declino economico e sociale ne hanno ridimensionato il consenso. Così alle elezioni recenti il Pdl ha perduto circa 6.300.000 elettori. E si è ridotto a circa metà, rispetto al 2008.
Eppure Berlusconi non è finito. È sopravvissuto al berlusconismo. Meglio dei suoi stessi antagonisti. Oggi in profonda crisi, assai più di lui.
Com’è avvenuto? E perché?
Quanto al “come”, direi che Berlusconi ha perso le elezioni ma ha vinto il dopo-elezioni. Perché il Pd, guidato da Bersani, il vincitore predestinato con largo anticipo, in effetti, non ha vinto. Ma ha cercato di agire da vincitore. Come se avesse vinto. Per quasi un mese, ha inseguito il progetto di un governo improbabile. Insieme al M5S, di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. I quali non possono governare con i “nemici”. I principali partiti della Seconda Repubblica. Dopo aver condotto una campagna elettorale contro di loro. Il Pdl e il Pd senza “l”. Non possono. Perché un terzo dei loro elettori provengono da centrodestra e un terzo da centrosinistra. Qualunque scelta, per il M5S, sarebbe lacerante. Per cui ha condotto, sin qui, una guerra di logoramento. Avvicinandosi al Pd, per poi respingerlo. In diretta streaming. Visto che il suo governo ideale è proprio questo. Le “larghe intese” fra i “nemici”. Contro cui mobilitarsi. Dentro e fuori il Parlamento. Almeno per ora. Fino a quando, cioè, una parte dei suoi elettori non comincerà a interrogarsi circa l’utilità del proprio voto. Com’è avvenuto in Friuli Venezia Giulia, alle recenti elezioni regionali.
Così Berlusconi, è divenuto, di giorno in giorno, più ineludibile. Impossibile cancellarlo dall’orizzonte politico, per il Pd. Il non-vincitore costretto ad agire “come se” lo fosse. “Come se” potesse decidere con chi governare. Mentre, di giorno in giorno, il ruolo di Berlusconi cresceva. Mentre Berlusconi poteva permettersi atteggiamenti da leader responsabile. Pronto a fare la propria parte. Fino al punto di concedere alla “sinistra” tutte le presidenze. Della Camera e del Senato. Perfino la presidenza della Repubblica (Napolitano non ha mica una storia di destra…). E, infine, la presidenza del Consiglio.b Per il Bene del Paese.
Così Berlusconi ha vinto il dopo-elezioni. E il centrosinistra l’ha perso. Anche se ha ottenuto tutte le cariche più importanti. Perché ha dovuto “arrendersi” al suo avversario storico. Il Pd: per la prima volta, ha formato una maggioranza “politica” con gli uomini del Pdl. Cioè, di Berlusconi. Certo, Enrico Letta ha scelto ministri giovani. Molte donne. Un po’ di tecnici di valore. Un po’ di politici di nuova generazione. Ma, insomma, lui, Silvio: incombe. E per il Pd conta quanto – e forse più – che per il Pdl. Perché Berlusconi è, ancora oggi, il leader verso cui gli elettori del Pd nutrono maggiore sfiducia: 94%.
La sfiducia verso Berlusconi, l’anti-berlusconismo: sono un marchio impresso nell’identità del centrosinistra fin dalle origini della Seconda Repubblica. Il centrosinistra. Condannato, da Berlusconi, a rimanere comunista. Dopo la caduta del muro e la fine del comunismo. Condannato a restare antiberlusconiano, anche dopo la fine del berlusconismo. Oggi sembra incapace di liberarsi da questa eredità.
Anche e soprattutto perché il Pd non è mai riuscito ad affermare una propria, specifica, identità. È un partito né-né. Né socialdemocratico né popolare. Semmai post. Dove coabitano, senza amore, postcomunisti e postdemocristiani (di sinistra). Un partito im-personale. Che utilizza le primarie per selezionare leader poco carismatici e lasciar fuori quelli più pop (olari). Un “partito ipotetico”, ha scritto Eddy Berselli nel 2008. Rassegnato a perdere, anche quando vince – o quasi. Perché coltiva il mito della sconfitta– e dell’opposizione. In fondo, anche Berlusconi, per il Pd e la Sinistra, è un mito. Negativo, ma non importa. Perché i miti, si sa, non muoiono. Per non morire berlusconiani, dunque, non c’è alternativa. Occorre costruire un’alternativa: “senza” Berlusconi. “Oltre” Berlusconi. Solo a questa condizione è possibile sopravvivere a Berlusconi. Il Pd, per questo, deve cambiare in fretta. Individuare e comunicare una propria, specifica identità. Con poche parole e una leadership forte. Prima delle prossime elezioni. Non gli resta molto tempo.
il Fatto 29.4.13
Ad personam
Amnistia e indulto, grimaldelli per salvare B.
di Marco Palombi
Il governo è fatto, la fiducia in Parlamento quasi una formalità, resta sempre quel problemino. Quale? I processi di Silvio Berlusconi, attualmente statista. Tralasciando quello per le intercettazioni Unipol (condanna a un anno in primo grado), a preoccupare davvero il Cavaliere sono due procedimenti: quello sulla compravendita di diritti tv (anche qui primo grado chiuso “in svantaggio” di quattro anni) e quello per concussione aggravata e “altro” nell’affaire Ruby, non lontano dalla sentenza. LA FACCENDA non è tanto il rischio di andare effettivamente in prigione - nel breve periodo quasi inesistente tra indulto del 2006 e veneranda età dell’interessato (vedi legge ex Cirielli) - quanto quella brutta abitudine dei magistrati di comminare pene accessorie, in particolare l’interdizione dai pubblici uffici: per i diritti tv già gli hanno dato cinque anni, di cui tre indultati, che rischiano di diventare definitivi ad inizio 2014 e impedire all’ex premier di candidarsi in caso di elezioni. Ovviamente non tutti si sono distratti in queste settimane e l’ostacolo che si frappone tra il Belpaese e le sue magnifiche sorti, e progressive, è ben presente a più di qualcuno. Ieri, per dire, Giuliano Ferrara ha dimostrato di ricordarselo pubblicando una sorta di arringa finale su Il Giornale. Titolo: “Ora i giudici devono deporre le armi”. Svolgimento: “Una condanna risulterebbe ad un numero impressionante di cittadini semplicemente ingiusta, il timbro finale di una storia accanita di eccessi legalistici e di tentativi maldestri di mascariamento”, “un modo per prolungare l’intenibile guerricciola civile contro persone simbolo”. Conclusione: “Assolvete dunque, in nome e per conto dell’etica della responsabilità”. Purtroppo per il Cavaliere, però, infinite cantonate sui tentativi di appeasement con la magistratura tramite i buoni uffici di quel presidente della Repubblica o vicepresidente del Csm o Guardasigilli hanno dimostrato che questa strada non sempre funziona: basti ricordare il Berlusconi che rinfacciava al Quirinale la garanzia sulla non bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta. E allora? I migliori avvocati del nostro, come si sa, stanno nelle commissioni Giustizia, e non in Tribunale, e potrebbero sfruttare il nuovo clima di concordia per risolvere (di nuovo) il problema con una bella legge. E ce n’è una sola, data l’eterogeneità delle accuse a Berlusconi, che possa funzionare: concessione di amnistia e indulto. Questa via, peraltro, ha il pregio di permettere ai berluscones di mimetizzarsi nella sacrosanta battaglia di quei parlamentari - tutti di estrazione radicale o comunque vicini al partito del neoministro Bonino – che fanno una sacrosanta battaglia sulle condizioni carcerarie nel nostro paese: 139,7 detenuti ogni 100 posti, oltre 65mila il numero totale, il 30% tossicodipendenti, il 40% in attesa di giudizio definitivo.
IN PARLAMENTO, peraltro, ci sono già due ddl sul tema: uno del prodiano Sandro Gozi alla Camera, uno in Senato firmato da Luigi Manconi del Pd e Luigi Compagna del Pdl (in prestito al minigruppo sudista), l’uomo che la scorsa legislatura tentò di restaurare l’immunità parlamentare con un altro ddl bipartisan. Del primo ddl ancora non è disponibile il testo, del secondo sì e la soluzione sarebbe davvero radicale: amnistia per i reati commessi fino al 14 marzo 2013 (esclusi alcuni, ma non quelli che riguardano Berlusconi), più un indulto di quattro anni con automatica cancellazione “per intero per le pene accessorie temporanee”. Insomma, dovessero condannarlo nel frattempo (e quindi l’amnistia va a vuoto), arriva la seconda lama dell’indulto. C’è un problema. Amnistia e indulto, da Costituzione, si approvano coi due terzi dei voti nelle due Camere: per un ddl senza il Cavaliere dentro i numeri probabilmente ci sono, in questa formulazione “corretta” col famoso salvacondotto è assai difficile.
il Fatto 29.4.13
Il ricatto del Pdl
L’acrobata Letta sospeso sul filo dell’Imu
di Giorgio Meletti
L'unica spiegazione ragionevole, o se preferite l'unica attenuante per la guerra dell'Imu, è la battaglia in corso per la spartizione di una quarantina di poltrone da viceministro e sottosegretario. I più agguerriti sparano salve di cannone per posizionarsi, per alzare il prezzo. Il più rumoroso come sempre è Renato Brunetta. L'economista veneziano, rimasto fuori del governo perché sta talmente sulle scatole a tutti che con lui Enrico Letta rischiava di andare sotto nel voto di fiducia, ieri di prima mattina ha dato il suo avvertimento, dotato di un certo peso visto che è a capo del grppo Pdl alla Camera: "Cancellazione dell’Imu sulla prima casa e sui terreni agricoli, nonchè restituzione di quanto pagato lo scorso anno sono fondamentali. O ci sarà questo preciso impegno da parte del presidente del Consiglio, o non voteremo la fiducia al governo”.
DALLO STAFF del premier arrivano segnali di prudenza: l'argomento Imu difficilmente potrà essere ignorato nel discorso sulla fiducia di questa mattina, ma sarà sicuramente l'ultimo a essere limato da Enrico Letta, la cui abilità sarà messa a dura prova dallo sforzo di tenere in equilibrio una cosa assai complicata.
LE CIFRE sono chiare: il nuovo governo deve trovare alla svelta almeno 1,5 miliardi per gli ammortizzatori sociali che hanno esaurito le dotazioni finanziarie, un altro paio di miliardi per bloccare l'aumento dell'Iva dal 21 al 22 per cento previsto per il 1 luglio prossimo. Poi c'è l'appuntamento con l'altra stangata fiscale innescata dal governo Monti, la Tares: per disinnescarla e almeno rinviarla bisogna trovare subito un miliardo. Poi servono un paio di miliardi per non mandare a casa i precari della Pubblica amministrazione che scadono a giugno. Poi resta sempre da risolvere il problema degli esodati, su cui è complicato fare cifre.
In queste condizioni per Letta sarà molto difficile assumere impegni precisi per l'Imu prima casa. Vale 4 miliardi, e per abolirla e al contempo rimborsare quella del 2012, come promesso da Silvio Berlusconi in campagna elettorale, servirebbero 8 miliardi. Non se ne parla proprio. Il punto di mediazione che Letta può tentare è quello di rilanciare un pezzo della proposta avanzata in campagna elettorale da Pierluigi Bersani. Il Pd voleva dare una franchigia di 500 euro (contro gli attuali 200), in modo tale che chi aveva da pagare un'Imu prima casa entro quella cifra ne veniva automaticamente esentato, mentre chi stava sopra aveva comunque uno sconto di 500 euro.
Con questa misura verrebbero a mancare, secondo i calcoli Pd 2,5 dei 4 miliardi di gettito, in parte compensabili da un inasprimento dell'imposta sui grandi patrimoni, quelli con valore catastale superiore ai 1500 euro. Questa ipotesi di recupero è per un verso ottimistica, per un altro verso indigesta per il partito di Berlusconi e Brunetta. Si parla invece delle misure di recupero avanzate in campagna elettorale da B., come le maggiori imposte su gioco d'azzardo, alcolici e sigarette, per un paio di miliardi di euro. Qui c'è però da fare i conti con un fenomeno ormai noto, le maggiori imposte frenano i consumi, e quindi anche il gettito non sarebbe quello sperato.
LETTA NON PUÒ d'altra parte esordire in Parlamento annunciando all'Europa e ai mercati finanziari la ferma intenzione di aprire una nuova voragine nei conti pubblici per fare contenti Berlusconi e Brunetta.
Verosimilmente sarà costretto a scegliere una posizione di attesa, rinviando le scelte nette a un momento successivo in cui gli sconti sull'Imu vengano annegati in una più complessiva manovra di rilancio dell'economia fatta anche di sollievo fiscale. Il drammatico calo dei consumi, diventato elemento centrale della recessione, dovrà essere affrontato con qualche cosa che somigli al reddito di cittadinanza reclamato a gran voce dal Movimento 5 Stelle ma sul quale anche il nuovo ministro del Lavoro Enrico Giovanninini ha mostrato qualche apertura.
Rimane dunque il vero, drammatico punto di caduta su cui il nuovo premier sarà misurato: se tutto ciò di cui ha bisogno il Paese si traduce in minori entrate fiscali o maggiori spese, l'unica soluzione sarà un taglio della spesa pubblica drastico ma che non colpisca gli strati più deboli. Proprio ciò su cui il governo di Mario Monti e il mitico tagliatore Enrico Bondi hanno fallito su tutta la linea.
il Fatto 29.4.13
Sottosegretari
Poltrone, la carica dei trombati
Adesso tutti a dire che un sottosegretario abile e furbo “vale più di un ministro di peso”, ma è solo un modo per stemperare una delusione cocente, che solo in alcuni casi (pochi, pochissimi a sentire le indiscrezioni dell’ultim’ora) potranno essere temperate da una nomina a sottosegretario. O a viceministro. E poi bisognerà vedere pure quale. Chi non se ne riesce a fare una ragione della trombatura arrivata quasi sulla salita del Quirinale, è Renato Brunetta. Il Cavaliere ha difeso con il suo corpo la nomina dell’ex ministro a responsabile del dicastero dell’Economia, ma Napolitano è stato spietato; niente ex ministri politici. Lasciata in un angolo anche Daniela Santanchè. Che l’ha presa male. Vada pure il vedersi superare da Nunzia De Girolamo, che sicuramente non sa nulla di Agricoltura ma è moglie di Francesco Boccia, il primo cavaliere di Enrico Letta, però la Lorenzin è stato un duro colpo. Un “affronto” che potrebbe essere compensato da un sottosegretariato “di spessore”. Berlusconi la vorrebbe viceministro allo Sviluppo Economico, per blindare i suoi interessi da uno spaesato Zanonato che poco capisce, soprattutto di tv. Un ruolo di primo piano, dunque, per la prima delle “amazzoni”, così come il Pdl ambirebbe a tenere sotto controllo l’azione di Anna Maria Cancellieri alla Giustizia infilando a via Arenula uno come l’ex ministro Nitto Palma. Ma se lui dovesse cadere per l’ennesimo veto sugli ex ministri, allora da Palazzo Grazioli proporrebbero Augusta Iannini, moglie di Vespa, ex capo di gabinetto del ministero e ora all’Authority per la Privacy. Chissà se Letta potrebbe accettare. Qualcosa, poi, dovranno trovare per Mara Carfagna e Anna Maria Bernini, quest’ultima caduta ad un passo dalla meta e con poca, pochissima voglia di lasciar correre.
CERTO, PERÒ, Enrico Letta di problemi ne avrà soprattutto a sistemare i tanti delusi del suo partito. O di quel che ne resta. Ci sono ancora diversi “lettiani”, come Marco Meloni, Alessia Mosca e Paola De Micheli, da sistemare, ma quel che più teme – forse – il neo premier, è di subire l’assalto da parte di quelle correnti Pd lasciate a secco. Stefano Fassina, per dirne uno. Si sentiva già ministro del Lavoro e poi ecco sbucare (quasi) dal nulla un “tecnico” come Giovannini. Forse il sottosegretariato al ministero di via Veneto glielo daranno. E con lui i “turchi” potrebbero essere sistemati. Che fare, però, dei “dissidenti” tipo Zoggia e Puppato che, alla fine, hanno deciso di votare la fiducia al governo? Sono ore frenetiche per gli aspiranti numeri due: per uno strapuntino di successo fanno di nuovo capolino vecchie conoscenze come Giorgio Merlo, ex parlamentare di lungo corso piddino non più ricandidato, ma uomo macchina di Franco Marini. Non disdegnerebbe la promozione Giacomo Portas che, da leader dei Moderati, afferma ogni due per tre la propria granitica fedeltà alla coalizione. Stessa musica per Riccardo Nencini, leader dei Socialisti, trombato sulla soglia del ministero dell’Ambiente. L’Agricoltura è poi l’ambito sul quale ha puntato gli occhi Massimo Fiorio, astigiano, tre legislature sul groppone, che potrebbe però subire la concorrenza di un concittadino illustre, il dietologo-nutrizionista Giorgio Calabrese. Non ha mai smesso del tutto di pensare a un suo ritorno ministeriale anche Gianfranco Morgando, ex sottosegretario a Industria (con D’Alema) e Tesoro (nell’Amato II), mentre è data quasi per certa Ilaria Borletti Buitoni alla Cultura. Chi coltiva poi il sogno di un vice-ministero allo Sviluppo economico (o, in subordine alle infrastrutture) e’ il neo parlamentare di Scelta Civica Paolo Vitelli. Il patron dell’Azimut non fa mistero che nelle condizioni d’ingaggio, da parte dell’ex premier Mario Monti, ci fosse proprio la promessa di un incarico di primo piano. I bocconi amari per Letta junior, par di capire, non sono affatto finiti…
il Fatto 29.4.13
Gli uomini del presidente
Conflitti d’interesse: governissimo da record
di Davide Vecchi
Milano Giovani, donne e conflitti d'interesse. Il neonato governo Letta ha diversi record. Due legati ad anagrafe e genere, un terzo per essere riuscito a esprimere ministri che rappresentano interessi altrui, ciascuno decisamente in conflitto con le deleghe ottenute. Da Angelino Alfano a Flavio Zanonato, in rigoroso ordine alfabetico.
IL VICEPREMIER e ministro dell’Interno, si sa, è fidatissimo uomo di Silvio Berlusconi a cui deve la sua ascesa politica. Da ministro della Giustizia concentrò i suoi sforzi, assieme a Niccolò Ghedini, nel tentativo (poi fallito) di cucire addosso all’allora premier il Lodo Alfano e il legittimo impedimento. Ora che siede al Viminale ha un potere d’intervento diretto sulla sicurezza. Dalla lotta all’immigrazione a quella alla criminalità organizzata. Lui che, siciliano, da giovane deputato dell’Ars e pupillo di Gianfranco Micciché, nel 1996 baciò Croce Napoli (capomafia di Palma di Montechiaro) al matrimonio della figlia. E quando nel 2009 presa una posizione netta contro Cosa Nostra dicendo “la mafia fa schifo”, scatenò la protesta dei picciotti in carcere. Lo ha raccontato, nel processo a Totò Cuffaro, il pentito Ignazio Gagliardo. “Abbiamo visto Alfano parlare in tv e dire che la mafia fa schifo. Ciccio Mormina, Pasquale Fanara, Limblici e Vella Francesco dissero che era un pezzo di merda. A questo punto Giovanni Alongi, rappresentante della famiglia di Aragona, disse: 'Il padre di Angelino mi ha chiesto voti per Angelino”. Accuse di pentiti, per carità. E il Viminale, fra l’altro, gestisce il programma di protezione. I poteri del ministero dell’Interno sono molteplici. A lui, per dire, rispondono i commissari prefettizi che lui stesso nomina. A breve sul tavolo di Alfano arriverà la relazione conclusiva di Enrico Laudanna, il commissario prefettizio nominato al Comune di Siena dopo lo scandalo Mps. In quei documenti sarà ricostruito il legame tra la banca e la politica cittadina.
Altro devoto al Re di Arcore è Maurizio Lupi che si è visto affidare il ministero delle infrastrutture e trasporti. Dicastero ora fondamentale per il Nord, in particolare per Milano e la Lombardia in attesa di numerosi via libera alle autostrade per l’Expo e per la nuova pista di Malpensa. Ma soprattutto è stato affidato a un esponente di Comunione e Liberazione, rimasta orfana nei Palazzi a seguito dell’addio di Roberto Formigoni, dopo 17 anni, dal Pirellone. Il movimento fondato da Don Giussani ha anche un altro ministro: Mario Mauro alla Difesa. Cl, in pratica, ha un ministro in meno di quanti ne ha espressi Scelta Civica e la metà della componente tecnica: 3 dicasteri e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Qui è seduto Filippo Patroni Griffi, che oltre a essersi guadagnato a pieno titolo l’ingresso nella Casta, comprandosi una casa vista Colosseo a prezzo agevolato, è anche considerato rappresentante dei “poteri di Stato”. Magistrato, Uomo di fiducia del Capo dello Stato, è cresciuto nel Palazzo. Capo dell’Ufficio legislativo del ministero della funzione pubblica dal governo tecnico Ciampi del 1993 ha ricoperto lo stesso incarico in diversi dicasteri fino al quarto esecutivo Berlusconi, terminato nel 2011.
ALTRO TECNICO è Fabrizio Saccomanni, titolare dell’Economia, legittimo erede del banchiere Corrado Passera. Anche Saccomanni, del resto, arriva dai palazzi della finanza. Direttore generale di Bankitalia, ha avuto incarichi, fra gli altri, alla Bce, al fondo monetario internazionale. Anche lui stimato da Napolitano. Così come Carlo Trigilia, esperto meridionalista, nel governo in quota Pd come ministro della Coesione territoriale è molto legato a Giuliano Amato e da Massimo D’Alema. A quest’ultimo è legato nell’esperienza della Fondazione Italianieuropei, di cui è membro. Del Pd è anche Flavio Zanonato, ministro allo sviluppo economico. Inciampato anni fa in un’inchiesta per tangenti della cooperativa rossa Cles. Diventato sindaco a Padova, nel 2006 costruì il “muro di via Anelli” per isolare un quartiere problematico della città. La recinzione è ancora lì, lui è diventato ministro.
Corriere 29.4.13
Fassina: capisco la scelta di tenermi fuori
Ha prevalso la continuità con Monti
di Monica Guerzoni
ROMA — «Sono preoccupato».
Il governo Letta non le piace, onorevole Stefano Fassina?
«È un buon compromesso per avviare la Terza Repubblica. Il frutto politico più rilevante potrebbe essere la legittimazione reciproca tra parti che si sono contrapposte negli ultimi vent'anni, con il contributo di una generazione più giovane».
Lei era in corsa, perché il suo nome è stato depennato dalla lista dei ministri?
«Cosa sia successo non lo so, ma ho dormito lo stesso. C'è un enorme lavoro da fare anche sul versante del partito, mi concentrerò su quello».
Davvero non è deluso?
«Non voglio sottrarmi, ma penso che Enrico Letta abbia dovuto comporre un puzzle difficilissimo e che il risultato sia un buon compromesso. Ci sono tante donne...».
Non penserà che siano troppe, vero?
«Al contrario, ritengo che bisognerà arrivare al cinquanta per cento. Nella situazione data Letta ha fatto un lavoro straordinario. Dopodiché la squadra economico-sociale è un elemento che mi preoccupa molto».
Direbbe così anche se ne facesse parte?
«Non ne faccio parte perché credo sia prevalso un segno di continuità col governo Monti, che una figura come la mia non poteva garantire. Il mio profilo non sarebbe stato coerente con quel team economico-sociale. Capisco la scelta di tenermi fuori».
Saccomanni non le ispira fiducia?
«Non voglio fare nomi. È una percezione, vedo un rischio... Spero che sin dai primi atti, in particolare dalla necessaria nota di aggiornamento al Def, i rischi di continuità sulle politiche di austerità e lavoro siano fugati. E spero che in Europa vada un ministro del Tesoro profondamente convinto della necessità di cambiare rotta».
Insomma, lei vede poco Pd e poca sinistra.
«Vedo poca rappresentanza di quel cambiamento di rotta sulla politica economica che abbiamo portato avanti in questi anni, prima in solitudine e oggi con tanti compagni di strada in Europa. Quella linea non è adeguatamente rappresentata».
Cosa teme?
«Se volessimo raggiungere il pareggio di bilancio nei tempi previsti ci sarebbero altre manovre pesanti da fare, altri disastri sociali e il debito pubblico salirebbe ancora. Se non vogliamo fare ulteriori danni all'economia bisogna rinegoziare a Bruxelles i nostri obiettivi di deficit».
Darà battaglia sui provvedimenti?
«Si presenteranno degli ostacoli, a cominciare dalla restituzione dell'Imu. Le divergenze con il Pdl sono tante, non è stato un capriccio puntare al governo di cambiamento. Non ci sono state le condizioni e sosterremo Letta, con lealtà e convinzione. Però rimaniamo una Repubblica parlamentare e col gruppo del Pd contribuiremo a definire misure utili a risolvere le emergenze».
Se Letta la chiamasse come viceministro o sottosegretario?
«Voglio concentrarmi sulla ricostruzione morale e intellettuale del Pd. Per me è questa la priorità».
Da reggente? O da segretario eletto con le primarie?
«Discussione prematura. Non ho in mente nulla, sono uno che fa sempre gioco di squadra anche quando altri non lo fanno. L'assemblea nazionale deciderà le soluzioni e i tempi del congresso. L'importante è che il percorso si avvii sui binari giusti, poi la parte dei singoli è secondaria».
Orlando è ministro, lei e Orfini no... Che succederà nei «giovani turchi»?
«Il gruppo, inopportunamente definito così, è stato un'esperienza importante per dare visibilità a un punto di vista sull'agenda Monti. Ma ora siamo in un'altra fase».
Vuol dire che è ora di superare le correnti?
«Dopo le dolorosissime vicende che hanno portato alla caduta di Marini e Prodi ritengo necessario da parte di tutti superare le appartenenze e misurarsi coi problemi profondissimi del Pd. Il correntismo storico, al quale si sono aggiunti ultimamente altri pezzi, è la causa principale di quello che è avvenuto».
il Fatto 29.4.13
T’adoriam Letta divino
Giornali & proiettili: la stampa di Letta e di governo
di Marco Travaglio
Hanno ragione il presidente ridens Piero Grasso e i noti moderati Alemanno, La Russa, Storace, Barani, Maroni, Prestigiacomo, Sallusti, Gasparri e la sua signora Gasbarra: serpeggia, anzi tracima in Italia un eccesso di opposizione che può armare la mano di qualche testa calda. Basta aprire un giornale o un tg a caso per imbattersi in orde di giornalisti ipercritici, addirittura feroci contro il governo Napoletta e i partiti che lo compongono. Un coro pressochè unanime di attacchi forsennati che è francamente difficile distinguere dalle pallottole. Tanto da far sospettare che lo sciagurato attentatore, ieri mattina, prima di aprire il fuoco sul Parlamento fosse passato in edicola o almeno reduce da una full immersion negli speciali televisivi degli ultimi giorni. Ne pubblichiamo qui una piccola antologia, sempre ribadendo il monito del Capo Supremo affinchè la stampa smetta di “rinfocolare” e inizi a “cooperare”. Letterman Show. “Il governissimo delle facce nuove”, “Napolitano, missione compiuta”, “Letta, 77 ore per disinnescare la guerra civile Pd-Pdl”, “Saccomanni, il tecnico che non fa sconti alla finanza mondiale”, “La missione di Giovannini: rilanciare l'occupazione”, “Farnesina in festa per l'arrivo della Bonino” (La Stampa). “Governo Letta: record di donne, supertecnici e quarantenni” (il Messaggero). “Più donne e giovani, la squadra di Letta”, “Letta è premier: donne e giovani. Provo una sobria soddisfazione”, “Ritorno alla realtà”, “Sul governo il sigillo del Colle. E si apre il cantiere delle riforme”, “Campane a festa per D'Alia” (Corriere). “Governo giovane e in rosa”, ”Straordinari doveri”, “Quagliariello: ‘E ora pacificazione’”, “Su Interni e Giustizia la mossa decisiva” (Avvenire). “La nuova generazione”, “Le signore della competenza”, “Ecco il governo Letta, giovani e donne” (Repubblica). Ancora nessuna notizia dei bambini.
Pigi Lettista. “I due partiti maggiori che si accingono a formare un governo presieduto da Letta stanno compiendo un atto coraggioso. Sanno che per loro questa è l'ultima chiamata. Sanno che non possono fallire” (Pierluigi Battista, Corriere, 25-4). Combattenti di terra, di mare e dell'aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del regno d'Albania! Ascoltate! Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere!
Stefano Menichetta. “In questi giorni si sconta l’antica cessione di autonomia in favore di un ceto intellettuale che del radicalismo tendente al giustizialismo fa la propria ragion d’essere. I Travaglio, i Padellaro, i Flores che... annullano la persona di Enrico Letta perché ‘nipote’ sono personaggi che fanno orrore. Il loro linguaggio suscita repulsione. Il loro livore di sconfitti mette i brividi. Ma in condizioni normali il loro posto dovrebbe essere ai margini, in quell’angolo della società e del dibattito pubblico dove sempre si collocano gli odiatori di professione. Solo qui capita che da quell’angolo si riesca a condizionare gli umori della sinistra italiana che... ha sempre cercato di parlare e di ragionare di politica, lasciando ai neofascisti la necrofilia e l’intimidazione. Ha problemi grossi da risolvere, Letta. Ma sembrano inezie se paragonati alla guerra contro i battaglioni della morte che dobbiamo vincere noi” (Stefano Menichini, Europa, 26-4). E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo.
Beppe Lettergnini. “L'incarico a Letta non ha ancora 48 ore e già si sentono i soliti commenti bellicosi, le consuete dichiarazioni stentoree... Questa è l'ultima spiaggia della Penisola: più in là c'è solo il mare in tempesta e un azzardo pericoloso. I saggi nominati dal presidente Napolitano si sono rivelati concreti. In poco tempo hanno prodotto poche pagine di buone idee: nel Paese pleonastico, una piccola rivoluzione... L'Italia ha voglia di novità. È primavera: bisogna cambiare aria nelle stanze e nel cervello... Enrico Letta è un uomo competente, calmo e relativamente giovane” (Beppe Severgnini, Corriere, 26-4). Ma anche marito premuroso, padre esemplare e soprattutto nipote.
Aldo Cazzulletta. “Non ha citato Kennedy – ‘la fiaccola è stata consegnata a una nuova generazione... ’ - ma ha detto più o meno le stesse cose, Napolitano. Le ha dette mentre affidava l'incarico di formare il ‘suo’ governo a un uomo di cui potrebbe essere il nonno”. Il posto di zio era già impegnato. “L'Italia, paese considerato gerontocratico, fa un salto in avanti inatteso e si colloca all'avanguardia in Europa... A Palazzo Chigi arriva il ragazzo che amava il Drive In e gli U2” (Aldo Cazzullo, Corriere, 25-4). Largo ai giovani, pancia in dentro e petto in fuori.
Alessandro Salletta. “Complimenti Gina, al secolo Gianna Fregonara (giornalista del Corriere, ndr), candidata first sciura del Paese. Per l'incarico al marito, ovvio, ma soprattutto perchè sono certo che se oggi Enrico Letta è sulla soglia di Palazzo Chigi dietro c'è lo zampino della moglie, la Gina appunto. E senza presunzione, mi prendo un piccolo, assolutamente casuale merito per averla spinta con qualche sotterfugio a Roma tra le braccia del suo futuro marito che all'epoca dei fatti né io né lei conoscevamo... Tornava sempre con la notizia giusta e si aprì la strada con le sue capacità. Anni dopo non tornò più, aveva trovato la notizia del fidanzato giusto. Tale Enrico Letta. E dopo non poca sofferenza, come nelle favole, vissero felici e contenti e con tre figli. Brava Gina, non ci deludi mai” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 25-4). Anche il povero Sallusti, negli ultimi giorni, ha passato notevoli sofferenze, soprattutto alla lingua: molto capiente, ma non abbastanza per abbracciare, oltre al Pdl e al suo padrone, anche tutto il Pd e persino Monti e i suoi. Come fare? Alla fine ha optato per un trapianto di lingua, e ora ne ha due. L'articolo sopra citato è stato scritto con la seconda (il finale della fiaba è custodito nell'apposito dossier “Fregonara” e sarà divulgato se, Dio non voglia, il marito non facesse il bravo).
L'Epifania. “Il Pd ritrovi coraggio” (Guglielmo Epifani, l'Unità, 23-4). “Il Pd ritrovi la sua funzione” (Guglielmo Epifani, l'Unità, 28-4). Ogni cinque giorni, Guglielmo Epifani occupa uno spazietto in basso a sinistra sulla prima pagina dell'Unità per rammentare al Pd qualche oggetto smarrito da ritrovare. Prossime puntate: “Il Pd ritrovi le chiavi di casa”, “Il Pd ritrovi il calzino sinistro”, “Il Pd ritrovi l'auto posteggiata in doppia fila e rimossa dai vigili”. Seguirà, con comodo, “Il Pd ritrovi i suoi elettori”.
Antonio Socciletta. “L'arte del compromesso ci salverà dai moralisti. In un'omelia del 1981 Ratzinger elogiava la mediazione come strumento della politica. Contro le ideologie che esaltano lo Stato assoluto. Oggi tre politici cattolici, Enrico Letta, Angelino Alfano e Mario Mauro, portano avanti i valori di dialogo e razionalità che furono di De Gasperi... Un nuovo umanesimo e un nuovo rinascimento potrebbero essere l'orizzonte e l'ambizione di questa pacificazione nazionale. Se non fallisce e non viene sabotata” (Antonio Socci, Libero, 27-4). Dio lo vuole. E anche Ratzinger. E De Gasperi. Ma pure Lorenzo il Magnifico.
Claudio Sardoletta. Prima della cura: “Continuiamo a pensare che le larghe intese costituiscano un pericolo, che la riproposizione di uno schema simil-Monti abbia troppe controindicazioni dopo quanto è successo, che la frattura politica apertasi nella società richieda una competizione trasparente e differenze leggibili tra destra e sinistra” (Claudio Sardo, l'Unità, 23-4). Dopo la cura: “Il governo di Enrico Letta nasce da uno stato di necessità e da una grave sofferenza politica... Il governo Letta, così nuovo e così difficile, è un'opportunità per la sinistra” (Claudio Sardo, l'Unità, 28-4). Che s'ha da fa' per campa'.
Claudio Sardomuto. “Nel suo governo non ci sono i protagonisti del conflitto politico di questi anni... Letta è riuscito a mettere insieme una squadra di ministri giovani e a sottrarsi ai veti di Berlusconi, promuovendo un rinnovamento generazionale che, magari, potrà aiutare persino l'evoluzione democratica del partito della destra” (C. Sardo, 28-4). Alfano, Lupi, Quagliariello e De Girolamo, tutti aderenti alla celebre mozione parlamentare “Ruby nipote di Mubarak”, sono notoriamente estranei al conflitto politico di questi anni. E comunque, vivaddio, sono così giovani. Giovinetta, giovinetta, primavera di belletta.
M'hai detto un Prospero. “D'Alema è temuto dalla destra, che lo indica come il simbolo del nemico irriducibile, che è meglio tenere alla larga perchè richiama una storia, rievoca una tradizione, risveglia delle memorie che è preferibile spegnere per sempre. Eppure un politico dell'esperienza internazionale di D'Alema avrebbe potuto contribuire all'azione incisiva di un governo che non può rinunciare a definire dei momenti di svolta nelle politiche prevalenti nello scacchiere europeo. Un ponte solido verso la sinistra europea” (Michele Prospero, l'Unità, 28-4). “La squadra ha perso qualcosa in competenza e valore aggiunto rinunciando a un ministro degli Esteri come Massimo D'Alema” (C. Sardo, l'Unità, 28-4). Ecco l’unico difetto nel governo Letta: manca D'Alema. Il Lettaggero. Il direttore del Messaggero Virman Cusenza, giornalista ma soprattutto sarto, confeziona per il nuovo governo un abitino su misura. Titolo: “Un cambio di stagione”. Svolgimento: “Non c'è commento migliore al governo appena nato della foto che ritrae Giorgio Napolitano mentre stringe le mani di Enrico Letta. Ed è difficile capire dove cominci la stretta del primo e finisca la presa del secondo, come padre e figlio sinergicamente s'affidano l'un l'altro prima delle navigazioni impegnative della vita”. Corbezzoli, gliele ha cantate chiare. Del resto, di fronte a quelle mani di fata, la prima domanda che si ponevano pensosi tutti gl'italiani era appunto questa: chissà dove comincia la stretta del primo e finisce la presa del secondo? Ah saperlo. Ma anche: va bene il padre, va bene il figlio, ma dove sarà mai lo zio? A pag. 3 Alberto Gentili colma anche questa la-cuna: lo zio non c'è, ma c'era fino a qualche minuto prima a reggere la coda al Cainano, poi gli ha telefonato: “Sei stato bravo, Enrico, e sei molto maturato”. Ecco, a 47 anni il pupo ha messo su i primi dentini e sta per smettere di gattonare. Per il resto, avverte il Cusenza, “il richiamo al 1946 non è casuale”: “Il nuovo governo Letta è chiamato” a “una piccola grande rifondazione del concetto di buon governo perchè almeno generazionalmente sono venuti meno io muri e gli steccati che hanno avvelenato gli ultimi decenni, con la violenza e l'odio e la loro interminabile scia di sangue”. Insomma quella di De Gasperi che nel '46 governò con Togliatti è “un'impresa simile (al netto del conflitto mondiale) ” a quella di Alfano che governa con Letta (al netto dei processi a B.). Lo dice anche Letta al Messaggero: “Oggi si chiude la guerra dei vent'anni. Ora siamo all'armistizio. La speranza è che scoppi la pace”. Amnistia, si chiama amnistia. Eugenio Lettari. Scalfari è il più entusiasta, fin dal titolo dell'editoriale: “Un medico per l'Italia”. Non si sa a chi si riferisca, ma si sa a chi non si riferisce: Alfano, che essendo soltanto il ministro dell'Interno e il vicepresidente del Consiglio, non merita neppure una citazione. “Nelle circostanze date è un buon governo. Enrico Letta aveva promesso competenza, freschezza, nomi non divisivi. Il risultato corrisponde pienamente all'impegno preso, con un'aggiunta in più: una presenza femminile quale prima d'ora non si era mai verificata... Se i fatti corrisponderanno alle parole molte sofferenze saranno lenite e molte speranze riaccese”. Rimosso Alfano - ma anche Lupi, De Girolamo, Lorenzin e Quagliariello, la banda fresca e non divisiva della nipote di Mubarak - Scalfari ammira molto la “competenza” dell'avvocato De Girolamo in tema di agricoltura, o della signora Lorenzin (maturità classica) in materia di Sanità, o di Andrea Orlando (maturità scientifica, ex responsabile giustizia del Pd) in fatto di Ambiente. Però non ne cita nessuno, per precauzione. preferisce citare “Camillo Prampolini” (non è uno scherzo, davvero, anche se nessuno capisce che diavolo c'entri). Poi tributa il consueto omaggio a Sua Castità Napolitano: Suo malgrado, ha dovuto restare al Quirinale. Suo malgrado, ma per fortuna del Paese”. Egli, ça va sans dire, “conosce benissimo i limiti e i doveri che la Costituzione li prescrive”: infatti li ha violati tutti nel giro di qualche giorno. A questo punto, Scalfari elenca i “molti precedenti” del governo Napoletta nella storia della Repubblica. Che poi sono due. Il primo è primo il patto Moro-Berlinguer per la non sfiducia ad Andreotti a metà anni 70, che però non c'entra nulla, visto che il Pci non aveva ministri, nemmeno quando nel ‘78 votò per qualche mese la fiducia. Il secondo è il governo Badoglio del 1944, dove sì c'erano nello stesso governo ministri comunisti e democristiani: ma nemmeno quello è un precedente, perchè l'Italia era ancora una monarchia, oltre a essere ancora in guerra. Insomma, i “molti precedenti” non esistono. Meglio tornare a Re Giorgio, “un presidente al di sopra delle parti” che, “salvo Ciampi, non è mai esistito” perchè “garantisce tutti, ma garantisce soprattutto il Paese”. Ma garantisce soprattutto B. Giuliano Lettara. “Ora i giudici devono deporre le armi” (Giuliano Ferrara, il Giornale, 28-4). Wow, era ora! Ferrara, sempre così informato, ci farà sapere quanto dura l'armistizio, e soprattutto la decorrenza e la scadenza. Insomma, da quando a quando c’è licenza di delinquere. Così magari, prima che i giudici riprendano le armi, gli sfiliamo il portafogli o gli svaligiamo la casa.
La Stampa 29.4.13
Pd, verso un rinvio dell’assemblea per il nuovo leader
Troppe tensioni sul “reggente” e sulla segreteria. Le correnti vogliono trattare fino all’11 maggio
I vertici del Pd sono dimissionari e le tensioni all’interno del partito restano molto alte
Prima del segretario Bersani si era dimessa il presidente Rosi Bindi
di Carlo Bertini
Superata la pratica del voto di fiducia a Letta che potrebbe rivelarsi meno drammatica del previsto, se non indolore, con poche defezioni e molti maldipancia, il Pd rischia di finire nel pantano sulla scelta del sostituto di Bersani. Anche perché dai territori - cioè dall’Emilia - arriva un forte pressing per anticipare il congresso a fine giugno, mentre quel che resta della dirigenza romana fa muro di gomma. Il nodo è politico, nella base si sono aperti dei quesiti strutturali, «siamo ancora un partito di sinistra dopo aver fatto un accordo di governo col Pdl? », che molti ritengono vadano risolti prima che si apra la stagione delle feste di partito.
Per giunta, dopo l’esclusione dal governo dell’area che detiene la golden share, cioè gli ex Ds, «se non mettiamo subito al timone del Pd uno di sinistra scoppia una rivoluzione», ammette un ex Dc consapevole del rischio. Ma sul nome e sul cordone sanitario di maggiorenti che dovrebbe affiancarlo, non c’è ancora alcun accordo; insomma per evitare di sommare tensioni a tensioni oggi alle assemblee dei gruppi si deciderà se rinviare l’assemblea federale prevista sabato prossimo di una o due settimane.
Le correnti infatti sono troppo impegnate a gestire il «disagio» per trovare il tempo di discutere subito su chi e come gestirà la «ditta» fino al congresso. Sul fatto che debba essere uno di sinistra non ci sono obiezioni, perfino renziani ed ex Ppi concordano. Allo stato Epifani sembra avvantaggiato su Fassina, ma il governatore della Toscana Enrico Rossi esce allo scoperto «non è il momento di stare alla finestra, sarei un pavido», quindi a sinistra c’è molto fermento. In queste ore si discute non solo sul nome e sui poteri del «reggente», che a norma di statuto deve essere eletto dall’assemblea che convoca il congresso; ma si discute pure su quello che l’ex Ppi Fioroni (che ambisce a fare il vicesegretario) definisce un «coordinamento politico con incarichi a tutte le varie anime che dovrebbe affiancare un segretario eletto con pieni poteri come lo fu Franceschini dopo le dimissioni di Veltroni». Senza contare che la Bindi avverte che «se dovessimo trovarci di fronte a un derby Renzi-Barca, lavorerò ad una terza candidatura che rappresenti il profilo ulivista del Pd». Nomi non ne fa, forse per tenerli coperti, o per mancanza di idee precise in proposito.
In tutto ciò, la rinuncia di Renzi a correre per la segreteria non va giù a molti dei suoi deputati: che in camera caritatis lo mettono in guardia dai rischi di non conquistare il partito e di ambire solo alla premiership. E che proprio per questo stanno discutendo se puntare sul nome di Chiamparino, che proviene dall’area ex Ds, per la reggenza del partito.
Comunque sia fino a domani tutti vogliono vedere come reggerà la «macchina» alla prova della fiducia e il buon senso consiglia di rinviare un appuntamento denso di incognite come l’assemblea: i mille delegati finora hanno ricevuto solo un «preavviso» e molti si aspettano che la data venga spostata all’11 maggio per far stemperare il clima. Sulla fiducia, i dissidenti hanno fatto marcia indietro, i prodiani Zampa e Gozi e la Puppato hanno sfornato un documento che segnala un’adesione sofferta al governo Letta. La sinistra del Pd soffre perché teme la sfida che i vendoliani sono pronti a sferrare in Parlamento in tandem con i grillini. La composizione del governo ha aperto infatti nuove ferite nelle correnti: i renziani, ma non Renzi che se ne tiene fuori, sono infuriati per lo scarso peso dei ministeri assegnati e vogliono trattare sulle deleghe. Malgrado ciò, dopo aver sondato i segretari regionali più influenti, i capigruppo confidano in una tenuta con pochi voti contrari o astensioni di sorta. Anche i giovani deputati sono pronti a dire sì, perché «gli spari sotto Palazzo Chigi dimostrano quanto ci sia bisogno di ricostruire nel Paese un clima positivo», dice il neo parlamentare Marco Di Maio.
Corriere 29.4.13
Barca: questo è un esecutivo necessario
«Il governo frutto dell'insuccesso pd Io e Renzi siamo complementari»
Barca: non penso di correre per la segreteria, il sindaco ha leadership
«Questo governo? Mi pare il risultato reso necessario dall'insuccesso del Pd»: così al Corriere l'ex ministro Fabrizio Barca.
di Aldo Cazzullo
Fabrizio Barca, come le pare il nuovo governo?
«Mi pare il risultato reso necessario dall'insuccesso del Pd. Nell'"atto eccezionale" della rielezione di Napolitano era implicito il riconoscimento che, pur essendo usciti dall'emergenza finanziaria, non siamo usciti dall'emergenza civile ed economica, sottolineata da un evento grave come l'attacco a Palazzo Chigi. Diciamo che il patto Pd-Pdl era nelle cose. Del resto, il Paese ha chiesto con urgenza un governo».
Ha colpito il tweet con cui lei, nelle ore della rielezione di Napolitano, ha giudicato incomprensibile la scelta del Pd di ignorare la candidatura Rodotà.
«Nel momento in cui la strada verso il governo di larghe intese appariva ormai inevitabile, ho creduto necessario richiamare il Pd all'enormità dell'errore commesso con la bocciatura di Prodi. Un errore di una gravità senza precedenti. Guardare oltre, al nuovo governo, non può essere per il Pd il modo per mettere da parte un problema che lo riguarda».
L'apertura ai Cinque Stelle era sincera? È mai stata presa davvero in considerazione la candidatura di Rodotà?
«Col senno del poi, mi sembra che non tutto il partito abbia esperito davvero il tentativo».
E Bersani?
«Bersani si è confermato uomo di straordinaria trasparenza. Nella sua coscienza si vede come in uno specchio».
Se lei fosse parlamentare, voterebbe la fiducia al governo Letta?
«Non farei mancare il mio contributo: in queste circostanze, o una coalizione è coesa, o non è. Ma nello stesso tempo richiamerei il partito alla terribile responsabilità assunta da chi ha affossato Prodi. Ed è incredibile che, a distanza di giorni, non uno dei 101 franchi tiratori sia venuto allo scoperto».
Pensa di candidarsi alle primarie per la segreteria del Pd, in autunno?
«Non penso proprio. Ci sono altri modi per contribuire a evitare in futuro altri errori, e per sostenere il partito in cui sono appena entrato nel doppio impegno che lo attende: le riforme istituzionali, a cominciare da una legge elettorale che restituisca ai cittadini la possibilità di esprimere una preferenza; e gli strumenti per fronteggiare una crisi gravissima delle imprese e del lavoro».
Qual è la sua opinione di Renzi?
«Un'opinione molto forte. Renzi è uomo di estrema correttezza. Quando fa una battaglia, tutti sanno che l'ha fatta. Non è uno che si trincera nel segreto».
A parte il metodo, come giudica la sostanza?
«Renzi ha capacità di leadership e di catalizzare coalizioni molto forti. Nel viso e nella parola mi ricorda lo spirito evocato da Saviano per spiegare come si è vinto il referendum in Cile: con il sorriso, senza retorica, guardando avanti, stimolando le energie di un Paese che crede di potercela ancora fare».
Renzi è l'uomo giusto per restituire all'Italia fiducia in se stessa?
«Io penso di sì: rompere le croste, liberare le potenzialità, sollecitare il cambiamento. Detto questo, non è facile superare le resistenze con cui si è scontrato anche il governo Monti. Abbiamo una macchina pubblica arcaica. Il blocco è a Roma, nell'amministrazione centrale».
Quindi lei e Renzi non siete alternativi ma complementari?
«Questa è la mia percezione, questo è il mio augurio».
Lei è stato ministro nel governo dei tecnici. Salutato dal Paese con sollievo all'inizio, ma poco rimpianto alla fine.
«È vero, si è passati da un eccesso di entusiasmo, da una luna di miele un po' cieca, a giudizi molto severi. La verità è che, rientrata con l'estate l'emergenza finanziaria, si è persa la spinta propulsiva, è finita la fase ascendente. Abbiamo smesso di normare e ci siamo limitati ad attuare. Ma il governo è durato sino all'ultimo giorno: abbiamo appena fatto la variazione di bilancio per portare mezzo miliardo all'Aquila, individuato il sito dove ricostruire la Città della scienza, rimosso il commissario che non ha prevenuto l'esondazione del Crati...».
Resta il fatto che un governo senza partiti non ha funzionato.
«Per questo, nella "Memoria" che ho appena pubblicato, ho parlato di partito-palestra. È evidente che oggi gli italiani vogliono sapere se c'è ancora la Cassa integrazione in deroga, se ci sono i fondi per l'infanzia e gli anziani non autosufficienti. Ma qualsiasi governo deve avere alle spalle un partito che non si ritrova ogni cinque anni per la campagna elettorale, ma che è al lavoro sempre, che sa scegliere le persone, che si occupa dell'inceneritore costruito male, dei nidi di infanzia cattivi, del sindaco che non ha strutturato bene l'Imu. I partiti dovrebbero essere il ponte tra lo Stato e la società. Oggi il ponte è crollato. Il triangolo è rotto. Sono entrato nel Pd per dare una mano a farne un partito-palestra. E per aiutare il leader che verrà».
Repubblica 29.4.13
Rossi: “Non voglio fare il segretario o il reggente, ma la situazione della sinistra è drammatica. Fare l’amministratore non basta”
“Anch’io in campo per la ricostruzione troppi indisciplinati scelti con le Primarie”
di Simona Poli
FIRENZE — «Segretario io? No, davvero non ci penso. Ho un contratto con i cittadini della Toscana, sono il loro presidente e intendo onorare l’impegno. Però non è il momento di stare alla finestra, la situazione della sinistra è troppo drammatica perché ci limitiamo a fare solo gli ammini-stratori ».
Enrico Rossi è stato fedelmente al fianco di Bersani, nel bello e nel cattivo tempo. Adesso ha voglia di giocare un ruolo di primo piano.
Si candida alla guida del Pd sì o no?
«Io non voglio fare il segretario e neppure il reggente, ho già troppo da lavorare come presidente di Regione. E poi sono convinto che chi ha un incarico istituzionale debba portarlo fino in fondo, senza troppe chiacchiere. Ma come tanti altri che hanno a cuore il futuro del Pd anch’io voglio dire la mia e intervenire nella discussione nazionale. Se non lo facessi mi sentirei un pavido».
Che partito ha in mente? Quello di Renzi o quello di Barca?
«Quello di Rossi, direi. Un partito che ha il coraggio di affrontare le critiche, di parlare con la gente che ci contesta.
Mentre ero a Roma a votare il presidente della Repubblica mi sono fermato in piazza di fronte a un gruppo di gente infuriata, mi sono preso addosso le loro infamie e ho perso la voce a forza di urlare. I politici non devono aver paura di questo, anche tra di noi dobbiamo imparare a parlare di più».
Non vi siete già scannati abbastanza?
«Intendo una discussione costruttiva, non gli insulti. Superiamo la logica delle correnti e la visione leaderistica che ci ha portati fin qui, facciamo invece proposte e confrontiamoci apertamente. Credo che uno dei punti chiave di svolta sia la separazione tra segretario di partito e candidato premier, perché la coincidenza dei due ruoli condiziona troppo la costruzione del Pd. E’ un errore, ce ne siamo accorti troppo tardi».
Questo lo sostiene anche Barca. Ma non è così in Gran Bretagna per esempio.
«Noi però siamo ancora fragili, il Pd va in parte ricostruito, serve un impegno a tempo pieno per farlo. Non va bene questo eccessivo schiacciamento sulle istituzioni. Non voglio certo inseguire Grillo ma è pur vero che un partito deve sapersi mischiare con i movimenti, le associazioni, la realtà insomma. Un partito deve avere l’ambizione di rappresentare tutti i cittadini in una società complessa e il Pd deve dare voce ai più deboli, agli ultimi della fila, oltre a dare risposte sui temi del lavoro e delle riforme istituzionali».
Il Pd non è riuscito a votare neanche il proprio candidato al Quirinale. Ci sono 101 franchi tiratori senza volto.
«E questo pone il problema della selezione di una classe dirigente che, prima di candidarsi alle primarie, dovrebbe essere scelta dentro al partito e seguire precise regole di disciplina interna. Basta insultarsi gli uni con gli altri, il tema oggi è come tenere in vita una sinistra dopo i disorientamenti che abbiamo avuto. Io credo ancora nelle ragioni fondative del Pd, che mette insieme le culture dell’emancipazione, quella post comunista e quella cattolico democratica, e le proietta oltre il Novecento».
Renzi e Barca insomma possono stare nello stesso partito?
«Devono starci. Mi batterò perché questo accada».
Repubblica 29.4.13
Emanuele Macaluso: il Pd ha cancellato quella storia, dei Togliatti e degli Amendola non si parla più
“Ma i big ex Pci sono scomparsi”
di Tommaso Ciriaco
ROMA — Massimo D’Alema fuori dal governo, neanche un ministero per Walter Veltroni, lontano da Palazzo Chigi pure Pierluigi Bersani. A prima vista, una débacle per i massimi eredi di Botteghe Oscure.
Direttore Emanuele Macaluso, come la mettiamo? Non c’è posto per i big ex comunisti nel governo.
«Non è tanto un problema di provenienza dal Pci - basti pensare a Napolitano - ma di comportamenti che hanno avuto i singoli big. Non c’è da stupirsi. Nel Pd sono confluiti Ds e Margherita, ma tra i Ds c’è sempre stata una guerriglia interna. D’Alema, Veltroni...».
Ed è finita con un governo in cui non c’è traccia dei massimi dirigenti Pci-Pds-Ds.
«Sono scomparsi i big. Il Pd ha cancellato quella storia. Nella Margherita, invece, tutto sommato c’è sempre stata una certa solidarietà».
Allarghiamo lo sguardo agli ultimi vent’anni.
«La cosa più grave è il fatto che una storia, più che le persone, sono state cancellate. Perché se si pensa alla storia della Dc, si parla subito di De Gasperi o Moro. Ma il Pci? Togliatti è stato cancellato. Di Terracini, Pajetta, Amendola non se ne parla più, anche loro cancellati. Come se non fossero stati protagonisti della Resistenza, della Costituente, della Repubblica».
Tornando al governo Letta, cosa ha pesato? Le divisioni?
«E’ un fatto politico, una generazione ha mostrato di non essere in grado di reggere più la situazione. Il criterio è stato quello di saltare una generazione, quelli che hanno avuto un ruolo. Vale anche per Berlusconi e Schifani».
Resta un dato: se si esclude D’Alema - che non corse però da candidato premier - nessun ex Pci è diventato premier.
«Però c’è uno che è diventato Presidente della Repubblica e che ha avuto riconoscimenti straordinari... E poi Ingrao e Iotti Presidenti della Camera. C’è stata una fedeltà istituzionale e democratica del Pci riconosciuta già allora. E poi c’è stato D’Alema a Palazzo Chigi, Veltroni vicepremier, Fassino alla Giustizia. Da questo punto di vista il riconoscimento è stato totale».
E ora l’esecutivo guidato da Letta.
«Un’operazione molto giusta. C’è adesso una nuova generazione, anche di giovani cattolici. E poi c’è Carrozza, eletta nel Pd. C’è Bray, che viene da sinistra. Certo, sono scomparsi i big».
il Fatto 29.4.13
Nichi Vendola
“Il Pd ha tradito le urne riabilitando Berlusconi”
di Caterina Perniconi
Ha il cellulare in mano Nichi Vendola e mentre legge i commenti alla sparatoria davanti a Palazzo Chigi si imbatte in quello di Gianni Alemanno, che demonizza chi critica le istituzioni. Ci mette un attimo a scrivere un tweet: “Un disperato o pazzo spara ed è tutta colpa di chi dissente, di chi non si piega all’inciucio. Non sentite puzzetta di regime? ”.
Vendola, è nato un governo di regime?
Il giornalismo “embedded”, arruolato, è la dimostrazione dell’efficacia di un tentativo propagandistico come quello messo in piedi intorno all’esecutivo di Enrico Letta. Dovevamo seppellire la seconda Repubblica, e invece...
E invece?
Il centrosinistra ha avuto paura di confrontarsi con il cambiamento e si è infilato nella macchina del tempo tornando alla prima Repubblica, evocando addirittura il compromesso storico.
C’era un’altra strada?
Certo che c’era. Non è vero che ci siamo fatti umiliare da Grillo. Per carità, lui è colpevole di fissità politica, e ora farà i conti con chi lo vede come complice di quel che è successo. Ma dovevamo sfruttare il segnale offerto dal Movimento 5 stelle con i dieci candidati al Quirinale tutti provenienti da una cultura di centrosinistra. Se Letta con uno sforzo di fantasia ha reso spendibili alcune facce nuove del suo governo, noi eravamo nelle condizioni di spendere persone molto più forti e credibili per formare un esecutivo.
Tipo?
Società civile diversa da banchieri, imprenditori e filantropi. Se Pd e Grillo si fossero accordati su uno dei due nomi da votare al Quirinale, Prodi o Rodotà, ora le cose sarebbero molto diverse.
Camionate di senno di poi, direbbe Bersani.
Ma come si fa a fare un governo con chi ha fatto la riforma Gelmini? Come si fa a riabilitare Berlusconi che ora passa per un leader responsabile?
Mi spieghi anche come si fa a invertire la rotta di un partito di 360 gradi.
Basta essere un partito irrisolto. Il Pd non è mai nato, ci sono troppe linee politiche, è un congresso permanente dei partiti precedenti. Sul voto per il Capo dello Stato mi sembrava che fosse la vendetta delle sorti dei congressi del Pci e della Dc.
Ora stanno tradendo lo spirito del patto fatto con gli elettori?
Peggio, stanno riabilitando Berlusconi e il berlusconismo, un cancro che è entrato in tutti noi, nel tessuto sociale, con la crisi dell’istruzione e l’esaltazione della televisione e della redistribuzione verso l’alto di poteri e ricchezze.
Ma lei, violando il patto fatto con la carta d’intenti del centrosinistra di seguire le decisioni votate a maggioranza, non ha fatto lo stesso?
Io non ho tradito nulla. L’impegno di Sel è vincolato dentro l’impianto del centrosinistra e non neghiamo la nostra natura contraria alla destra perché il Pd decide di farci un governo insieme.
Ma avevate già votato Rodotà.
Abbiamo votato Prodi. E ci siamo dovuti difendere dalle accuse di aver tradito. Ma non siamo noi quelli che cambiano idea, ci mettiamo la faccia sulle scelte. Quando in campagna elettorale ho parlato delle mie questioni personali, non era per strumentalizzarle. Ma posso sapere perché devo guardare agli Obama e agli Hollande come modelli lontani e non sperare di potermi sposare con il mio compagno anche in Italia? Nel suo ultimo libro Rodotà spiega perché si ha diritto ai diritti, io volevo lui come presidente della Repubblica.
Invece ha avuto Napolitano e il programma dei saggi.
La tecnica dei tecnici e la saggezza dei saggi sono stati la formula per commissariare la politica, considerata una cosa immonda. Con la campagna sulla casta hanno messo tutti sullo stesso piano togliendo dal banco degli imputati l’oligarchia politico finanziaria. Ma i politici sono solo i maggiordomi della vera casta.
Ha in programma una serie di iniziative per aprire un nuovo cantiere della sinistra. Sicuro che ci siano ancora segni di vita?
La sinistra è maggioranza nel Paese. 27 milioni di persone hanno detto no alla privatizzazione dei beni pubblici, come l’acqua, il territorio e la giustizia. Subito dopo alle primarie nei Comuni chiave hanno vinto i Pisapia, i De Magistris, i Rossi Doria, gli Zedda. Queste vittorie erano una minaccia.
Per chi?
Per il centrosinistra che come dice il protagonista del film “Viva la libertà” ha paura di vincere. E per i poteri forti che lo hanno capito subito, stoppando l’uscita a sinistra dalla crisi del berlusconismo.
Ha letto il documento di Fabrizio Barca? Assomiglia più al suo programma che a quello dei democratici.
Siamo in due luoghi differenti ma impegnati sullo stesso cammino. Io però non voglio lucrare sugli altri. Spero di avere forza costruttiva, di incalzare il governo sul merito.
Quindi non proporrete una legge sul conflitto d’interessi per non spaccare il Pd?
La proporremo quanto prima. Voglio sperare che mantengano una libertà di movimento e non trasformino l’Italia nell’anomalia planetaria di destra e sinistra che si sciolgono l’una nell’altra.
il Fatto 29.4.13
Conferenza internazionale
Il Papa sveli i casi di pedofilia aprendo gli archivi diocesani
di Marco Politi
Dublino Papa Francesco recentemente ha ricevuto il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede per invitarlo ad “agire con decisione” in tema di abusi sessuali. Ha dato istruzione di proteggere i minori, aiutare le vittime, intervenire con i “procedimenti dovuti contro i colpevoli”, sollecitare le iniziative degli episcopati. Sono indicazioni pubblicate in prima pagina dall’Osservatore Romano. Un segnale importante. Non c’è dubbio che Francesco voglia una Chiesa più autentica e trasparente. Bisogna vedere come le sue istruzioni saranno concretizzate.
CON I RAPPORTI ufficiali sugli abusi pubblicati negli anni scorsi l’Irlanda ha giocato un ruolo enorme nel costringere il Vaticano ad adottare una nuova strategia rispetto al passato, espressa dalla Lettera agli Irlandesi di Benedetto XVI del marzo 2010. Dentro la Chiesa, e fuori, gli abusi sui minori hanno una storia secolare. Già nell’anno 306 il concilio di El-vira in Spagna condanna gli “stupratori di fanciulli”: a loro niente comunione neanche in punto di morte. Papa Pio V (in un’epoca in cui non si distingue tra rapporti omosessuali con adulti e con minori) in un enciclica del 1568 è durissimo: i colpevoli vanno degradati, privati dello status sacerdotale quale che sia il loro rango, consegnati al potere civile per soffrire le pene peggiori, morte compresa. È stato così? No. La ricerca recentissima di due studiosi dell’università di Napoli dedicata al “Clero criminale” (Michele Mancino, Giovanni Romeo, ed. Laterza) dimostra che proprio nell’epoca riformatrice del Concilio di Trento i preti colpevoli sono trattati sempre con molto maggiore riguardo dei laici colpevoli e anche quando alcuni vescovi rigorosi tentano di comminare condanne esemplari, le autorità ecclesiastiche in seconda istanza hanno svuotato sistematicamente le sentenze. L’istituzione ecclesiastica ha sempre protetto se stessa. Ancora nel 1985 il cardinale Ratzinger in una lettera al vescovo di Oakland sulla riduzione allo stato laicale di un prete, che ha abusato di due ragazzi, soppesa i pro e i contro dell’espulsione rispetto alle reazioni della comunità parrocchiale. In diciannove righe di testo non si menzionano mai le vittime. La sua Lettera del 2010 è una svolta avvenuta sotto lo choc delle vicende in Irlanda, Germania, Belgio, Austria. Sono convinto che Benedetto XVI sia maturato. Il documento è molto importante per l’evoluzione della Chiesa rispetto a questo tema. Il Papa riconosce che non sono state applicate le leggi canoniche, accusa i vescovi di mancanza di leadership, dice che i colpevoli devono sottomettersi alle leggi statali e soprattutto pone l’accento sulle vittime. “Voi siete stati traditi e non siete stati ascoltati”, dichiara papa Ratzinger.
NEL LUGLIO 2010 l’ex San-t’Uffizio ha emanato norme più severe. La prescrizione decorre venti anni dopo la maggiore età (più a lungo che in molti Stati), cardinali e patriarchi possono essere processati, è perseguito l’abuso su malati mentali e il possesso di materiale pedopornografico, possono far parte dei tribunali diocesani anche semplici fedeli: uomini e donne. Nel 2012 è stato organizzato dal Vaticano un convegno all’università Gregoriana per sensibilizzare i vescovi di tutto il mondo. Insomma c’è stato un cambiamento strategico inimmaginabile ancora dieci anni prima. Ma è una strategia incompiuta. Che cosa non funziona? I pontefici incontrano singole vittime, ma non le loro associazioni. Non è stato emanata l’istruzione ad aprire gli archivi diocesani dove giacciono i casi di tante vittime ignote. Non è stato ordinato ai vescovi di denunciare sempre i criminali all’autorità giudiziaria. Manca inoltre la trasparenza sulla sorte e la destinazione dei colpevoli. L’Italia rappresenta il punto debole della strategia di tolleranza zero. È la terra dove ha sede il governo centrale della Chiesa, i pontefici sono “primati d’Italia”, il presidente della conferenza episcopale italiana è nominato dal Papa (e non eletto come ovunque nel mondo), le sue relazioni all’episcopato sono visionate anticipatamente in Vaticano. La Chiesa italiana dovrebbe essere all’avanguardia. Invece sta nelle retrovie. L’ex “promotore di giustizia” del Sant’Uffizio monsignor Scicluna ha lamentato il persistere di una “cultura del silenzio”. L’episcopato italiano non ha un vescovo responsabile del dossier abusi a livello nazionale, non ci sono referenti diocesani, non c’è una commissione investigativa indipendente, non c’è una commissione per i risarcimenti, non c’è nemmeno un numero verde a cui le vittime possano rivolgersi. Un prete siciliano don Di Noto, impegnato contro la pedopornografia su internet, ha proposto di istituire nelle diocesi un “vicario per bambini”. È stato ignorato. Tema di questa conferenza è il concetto di accountability, cioè la “responsabilità di dovere rendere conto”. Per essere di esempio alla Chiesa universale le cose devono cambiare in Italia.
il testo è l’intervento dell’autore alla prima conferenza internazionale sugli abusi sessuali del clero, riunita a Dublino da Snap (Survivors’ Network of Abused by Priests)
Corriere 29.4.13
La rivoluzione di Xi e signora Il lusso in Cina non tira più
Le griffe europee accusano un forte calo di profitti
di Guido Santevecchi
PECHINO — «I giorni del miracolo cinese? Sono finiti». L'allarme suona tra i grandi marchi internazionali del lusso, che in questi anni di crisi in Occidente hanno resistito bene grazie al mercato della Repubblica Popolare diventata seconda economia del mondo. Da giugno dell'anno scorso è stata registrata una frenata che in alcuni settori ha toccato il 30-40 per cento. I motivi sono complessi: vanno dal rallentamento fisiologico nella crescita della Cina, fino alla nuova situazione politica, con «l'effetto Xi e signora».
Il primo segnale è venuto l'anno scorso a giugno: le vendite nell'alta moda e luxury goods hanno cominciato a declinare. Perché? «Erano i giorni in cui la leadership di Pechino preparava il grande ricambio al vertice, con l'elezione del nuovo politburo e del segretario generale del partito comunista», dice Lelio Gavazza, esperto del settore e membro di Osservatorio Asia. «In pratica, c'era incertezza su quali funzionari fossero destinati a salire e quali a scendere, quindi i cinesi non sapevano chi dovessero ingraziarsi facendo regali costosi».
Poi è cominciata l'era di Xi Jin- ping e come primo atto il nuovo segretario generale, nonché capo dello Stato, ha lanciato una campagna anti-corruzione e contro le «spese stravaganti» dell'enorme apparato burocratico del Paese. E la frenata si è consolidata. Nel primo trimestre del 2013 la crescita del Prodotto interno lordo si è fermata al 7,7%. Era stata del 7,9% nel trimestre precedente. La flessione dello 0,2% ha mandato in fibrillazione gli uffici studi. Secondo il dottor Lu Ting della Bank of America Merril Lynch «il fattore che più ha inciso sulla flessione» sarebbe proprio la nuova moderazione dei funzionari di partito e pubblici: «10 milioni di loro hanno carte di credito governative con le quali in media spendevano 5.800 dollari l'anno. Il totale fa 58 miliardi di dollari».
Possibile che sia bastato il richiamo all'ordine del presidente, per quanto carismatico possa essere, a tagliare gli acquisti nella gran palude della burocrazia? Il monito di Xi Jinping ha scatenato i cittadini comuni, soprattutto quelli della classe media, che si sono messi a caccia di corrotti e spendaccioni. Due casi di questi giorni: il segretario del partito in una zona terremotata del Sichuan è stato fotografato nelle zone del disastro, non aveva l'orologio, ma sul polso c'era un'impronta chiara. I bloggers hanno fatto ricerche e hanno rilanciato immagini in cui il compagno Fang Jiyue sfoggiava (pare) un Vacheron Constantin da 20 mila euro. Un altro episodio da caccia alle streghe anti-corruzione, che ricorda anche la Rivoluzione Culturale: il boss del partito in una città del Jiangsu sorpreso mentre faceva baldoria in un locale notturno, che ha preso un megafono, si è inginocchiato e ha invocato pietà. Lo hanno rimosso comunque.
Ma il malcostume occupa solo una frazione del mercato. Un altro problema è che ai cinesi cominciano a piacere nuovi marchi del lusso oltre a quelli europei, sta emergendo il created in China da stilisti locali. E qui entra in gioco la moglie del presidente Xi, l'affascinante signora Peng Liyuan, che sta facendo da traino mostrandosi in pubblico con i suoi vestiti disegnati a Shanghai.
Daniel Jeffreys, direttore di Quintessentially Magazine, bibbia del fashion per milionari, racconta di aver fatto un sondaggio: oltre il 70% dei loro clienti pensa che entro cinque anni il created in China sfiderà le griffe straniere. Ma i cinesi hanno il know how, la conoscenza per produrre in proprio in questo campo? «Presto — prevede Jeffreys — Pechino dovrà giocare secondo le regole, mettendo fine all'industria del falso: a quel punto milioni di lavoratori e artigiani che ora replicano Gucci, Dior, Louis Vuitton, dovranno essere riciclati e produrranno oggetti e abiti di qualità pensati qui».
Ultimo problema: i cinesi sanno che molti gadget occidentali vengono venduti sul loro mercato a prezzi gonfiati. Il Wall Street Journal accusa Mercedes, Bmw e Audi di far pagare in Cina le loro berline di alta gamma il 64% in più rispetto agli Usa. Auto che pure sono prodotte da operai cinesi, in fabbriche cinesi. Giocano sui prezzi anche le griffe: per esempio la borsetta Joy Boston di Gucci qui costa 881 euro, in Europa 545 (+62%); la Speedy di Louis Vuitton a Pechino viene 746 euro, nella Ue 540 (+34%):
Addio vecchia Europa? «No, i cinesi hanno cominciato a viaggiare, 100 milioni di turisti quest'anno: con le nostre capacità e i prezzi che nelle nostre boutiques sono più competitivi, possiamo convincerli a comprare da noi quegli orologi, scarpe, borse, vestiti che fino ad ora hanno trovato solo in Cina», prevede Osservatorio Asia.
Corriere 29.4.13
L’Italia dell'auto seduce la Cina
Freemont e 500 star a Shanghai. Folla agli stand Ferrari e Maserati
di Guido Santevecchi
SHANGHAI — C'era un bell'ingorgo sulla strada a sei corsie per il salone dell'auto di Shanghai (chiuso ieri): traffico imbottigliato e tutti a piedi per un chilometro fino ai cancelli. Ed era solo il giorno dedicato alla stampa (nei nove giorni per il pubblico un milione di visitatori). Tanto per capire l'importanza e l'imponenza di questo evento nella Cina terra-promessa per l'industria mondiale. Un mercato che è già il primo del pianeta con i 19 milioni di veicoli venduti nel 2012; ma atteso a una crescita incoraggiante (per i produttori) che dovrebbe raggiungere nel 2020 i 31 milioni di immatricolazioni in un solo anno, delle quali 22 milioni per auto. Con oltre il 70% delle vendite tenuto da marchi internazionali.
Per giorni, i quotidiani locali sono stati occupati massicciamente dalla campagna pubblicitaria dei tedeschi. Al salone lo stand della Volkswagen sembrava quasi un parcheggio tanti erano i modelli allineati. Una percentuale di rilievo sulle 1.300 auto esposte da 2mila costruttori di 18 Paesi. Ma in questo mare germanico le isole italiane erano ben visibili e sistemate in modo strategico, per fare sistema: lo stand della Fiat di fronte a quello della sorella Chrysler, quello della Ferrari non distante dalla Maserati. E lo sforzo è stato premiato: Volkswagen, Bmw, Mercedes, Porsche hanno sponsorizzato una raffica di inserti, i nostri marchi hanno conquistato recensioni, dal China Daily al Wall Street Journal.
La Fiat ha presentato la sua Viaggio made in China, nella nuova fabbrica di Changsha costruita in joint venture con la Gac, che impiega 3.500 lavoratori, una decina di ingegneri italiani, e ha una capacità di 160 mila vetture l'anno, aumentabile fino a 300 mila. E questi numeri fanno capire le ambizioni.
Guardando la Viaggio, il presidente di Fiat China Franco Amadei sorride: «Non è perché sono italiano, ma guardi le linee e le curve, c'è il nostro stile di disegno, da quello della Fiat a quello dell'Alfa, e qualcuno ci dice che nel muso si riconosce qualcosa della Maserati». La Viaggio verrà appoggiata da una rete di concessionari e di assistenza che potrà contare su circa 300 punti in Cina, allargandosi nelle città cosiddette di seconda e terza fascia, vale a dire quelle più «piccole» e lontane dalle megalopoli Pechino, Shanghai, Chongqing. Da ottobre ne sono già state vendute oltre 28 mila, a un prezzo abbordabile per la classe media della Repubblica Popolare: meno di 15 mila euro. Di nicchia dovrebbe essere la Fiat 500, importata.
La novità, qui, è la Freemont, che punta a entrare nel settore dei suv, quello che in Cina sta crescendo più rapidamente: +43% nel primo trimestre del 2013, rispetto al +17% dell'intero settore. Chrysler ha portato la Jeep Cherokee, che entro il 2014 verrà assemblata nello stabilimento Fiat Gac di Changsha.
Ed ecco il settore supercar, presidiato da Maserati, che ha presentato la nuova Ghibli, a un prezzo inferiore ai 100 mila euro, per sfidare Bmw e Mercedes come auto per flotte aziendali: «Perché la battaglia non si vince attirando negli showroom singoli acquirenti dotati di un bel libretto degli assegni», dicono alla casa fondata cent'anni fa a Bologna dai cinque fratelli Maserati e acquistata dalla Fiat nel 1993.
La Ferrari invece resta un sogno per pochi. Ma nemmeno troppo pochi: nel 2012 nella Greater China (oltre alla Cina, Hong Kong, Macao e Taiwan), ne sono state consegnate quasi 800 — 784 per la precisione —, di cui quasi 600 a cittadini della Repubblica Popolare. Oltre un decimo della produzione di Maranello arriva qui. Chi sono i ferraristi cinesi? «Imprenditori in ascesa, artisti, attori, poco più che trentenni, in genere più giovani di dieci anni dei nostri clienti occidentali, perché qui il successo e la ricchezza arrivano prima», ci spiega Amedeo Felisa, amministratore delegato global. E gli fa piacere ricordare che «in Cina c'è la più alta percentuale di ferrariste donna» (anche se al suo fianco Edwin Fenech, capo del quartier generale del Cavallino a Shanghai, sussurra che «qualche importante cinese magari intesta l'auto alla moglie»).
Il gioiello è LaFerrari, l'ultima nata prodotta in soli 499 esemplari, 50 dei quali destinati all'Impero di Mezzo.
Ora anche la Ferrari punta a farsi conoscere nelle città dell'interno, seguendo la promessa del governo di Pechino di far alzare il tenore di vita delle province più lontane. E ha una strategia per competere con Rolls Royce e Bentley: «Quelle sono vetture da far guidare all'autista con la divisa, noi vogliamo far capire a chi si può permettere una grande auto che bisogna apprezzare il piacere di tenere il volante, di sentire la potenza e il suono del nostro motore».
La rivolta sul Web
“Avete fatto rinascere la Dc”
La Democrazia Cristiana è rinata, bravi complimenti e addio! ”. Enrico Letta presenta i suoi ministri e sulla pagina Facebook del Pd gli elettori reagiscono così. Il commento “sobrio” ma chiarissimo è di Irene Crobu. Poi c’è qualcuno decisamente meno misurato. “Andatevene affanculo voi e il Pdl”, scrive Antonio Vincenti. “Nell’anniversario della morte di Gramsci.... VERGOGNATEVI! Il mio voto non lo avrete MAI PIÙ! ”, parola di Gabriella Santuliana. “Vergogna”: una sola parola da Gaia Barbara Almiento. Tira le conclusioni Daniele Mocci: “Non rinnoverò la tessera”. Matteo Milani si dedica all’analisi della compagine di governo: “Uno dei peggiori governi della storia repubblicana, con un po’ di cosmesi mascherata da rinnovamento. Bel lavoro della famiglia Letta”. Annamaria Gonella avverte: “Non è per fare questo governo che siete stati votati, ce lo ricorderemo la prossima volta”. Mentre Andrea Portante la mette sull’intelligenza degli elettori: “Ma pensate veramente che siamo tutti pirla? Ma pensate di prendere ancora i nostri voti al prossimo giro? Non mi importa se vi vergognate o no. Non avrete MAI più il mio voto, a cominciare dalle comunali a ROMA”. Passa mezza giornata, arriva la sparatoria. I toni si fanno meno aspri. Ma la condanna resta. Maurizio Ferrari: “Mi dispiace per i carabinieri che sono persone che lavorano, ma se doveva suicidarsi non aveva più niente da perdere queste condizioni le hanno create i nostri politici non nominati dal popolo (sovrano) ”. E Uccio Pino Maria Cupeta: “Dai, cogliete la palla al balzo per giustificare l’inciucio, sciacalli! ”. Daniele Casciani ribadisce: “Traditori del mio voto!!! Vergogna!!! ”. Fa una considerazione sul futuro Hamilton Moura Filho Desivel: “Il Pd è morto dobbiamo creare un nuovo partito Letta è di destra caz....! “. Tutt’altra musica sulla pagina Facebook di Enrico Letta. Background diverso, attese pure. E si vede. Per tutti, Pietro Carella: “Auguri presidente che sia un esempio della buona politica in questo momento così difficile”.
Intanto, sulla sua pagina Facebook Pier Luigi Bersani scrive: “Questo governo ha freschezza e solidità. Saprà affrontare le difficoltà e le sfide che il Paese ha di fronte”. “Alfano me lo chiami freschezza? ”, replica pronto Ciccio Di Stefano. “Il pudore del silenzio, grazie”, chiosa Gianfranco Cozzobue.
l’Unità 29.4.13
Cgil al governo: no a cambiali in bianco
Il sindacato guidato da Susanna Camusso chiede una svolta nella politica economica
Cig in deroga ed esodati le prime emergenze
Imu da rimodulare, esentare solo la prima casa
Domani i Direttivi unitari con Cisl e Uil. Poi la firma sulla rappresentanza con Confindustria e imprese
di M. Fr.
ROMA Nessuna cambiale in bianco. E la richiesta di un deciso cambio di rotta rispetto ai governi precedenti. La Cgil misurerà il governo Letta esclusivamente da quanto lavoro e crescita ci saranno nel programma. Nel giorno in cui il sangue ha bagnato il giuramento e il primo Consiglio dei ministri e alla vigilia di una settimana molto importante per il ritorno dell’unità sindacale con Cisl e Uil, Corso Italia chiede come priorità di risolvere le emergenze sul tappeto, esodati e finanziamento degli ammortizzatori sociali (cassa e mobilità in deroga in primis) e porre fine all’austerity per rilanciare politiche di espansione.
La Cgil chiede però che il governo appena insediato si concentri anche sulle emergenze di medio periodo, fra
le quali l’occupazione giovanile e quella degli over-50, anche queste lasciate in eredità dei governi Berlusconi e Monti. Va trovata una soluzione anche alla povertà crescente in ampie fasce, che sono rappresentate dai redditi dal lavoro intermittente, da disoccupazione e da cassa integrazione, ma che riguarda anche gli occupati stabili alle prese con un potere d’acquisto in crescente erosione.
BONANNI: BENE L’ESECUTIVO
È il momento, secondo la Cgil, di cambiare una politica fiscale poco attenta alle condizioni delle persone ed una politica economica che ha avuto l’austerità come unica stella polare. Viene rilanciata la proposta già fatta sull’Imu: nessuna abolizione come propone il Pdl, ma l’esclusione dall’imposta per i possessori della sola prima casa, spostando parte della tassazione sulla seconda e terza casa e su altri fabbricati in modo progressivo. In questo modo, i risparmi potrebbero essere destinati all’occupazione, dando anche un segnale di inversione delle politiche fiscali, in una direzione di maggiore redistribuzione.
Se l’unità sindacale sarà ribadita domani con la riunione dei Direttivi di Cgil, Cisl e Uil e il varo dell’accordo sulla rappresentanza che in settimana sarà sottoscritto con Confindustria, le parole degli altri sindacati sono sulla stessa lunghezza d’onda. Il leader Cisl Raffaele Bonanni non si sottrae a un commento diretto sulla composizione dell’esecutivo Letta. «È un governo innovativo, il neo ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, potrà gestire benissimo il dicastero. Toccare la riforma Fornero? Sì, si può, ma le norme sul mercato del lavoro non possono creare occupazione, l’occupazione la fa la buona economia», risponde Bonanni. Parlando invece del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, il leader Cisl auspica che dia «un’impronta fortissima sulla questione fiscale: Il fisco deve essere occasione per rivitalizzare l’economia, portare a rilevanza penale l’evasione fiscale, spostare parte del fisco da tassazione diretta a indiretta», ha aggiunto.
Rispetto al dramma di ieri mattina davanti a palazzo Chigi, Bonanni commenta: «È un episodio da condannare senza se e senza ma. La risposta ai gravi problemi economici, al disagio sociale del Paese e ai bisogni urgenti della gente può venire solo dalla politica, dall’impegno delle istituzioni e dalla collaborazione di tutte le forze responsabili. Per questo continua Bonanni tutti devono abbassare i toni, per evitare che si verifichino nel Paese altri episodi di violenza. Dobbiamo affrontare il problema della disoccupazione e le gravi emergenze sociali con più concertazione, assumendoci ciascuno la propria parte di responsabilità per fare uscire il paese dalla crisi», chiude Bonanni.
CENTRELLA (UGL): FINALMENTE
Il sindacato più contento della nascita dell’esecutivo Letta è però l’Ugl. «Finalmente l’Italia ha un governo, al presi-
dente del Consiglio rinnoviamo la fiducia e l’apprezzamento per aver accettato una grande responsabilità», dichiara il segretario generale Giovanni Centrella. «Ci riserviamo però di valutarlo alla prova dei fatti, vista la complessità e l'urgenza dei tanti problemi da risolvere». Per Centrella «da domani tutti saranno chiamati a dare risposte immediate ai cassintegrati, agli esodati, ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati mettendo mano agli errori delle riforme del governo Monti e aprendo il cantiere di una vera riforma fiscale, con l'introduzione del quoziente familiare e con una sensibile riduzione delle tasse su lavoratori, pensionati e imprese che hanno saputo resistere alla crisi».
Corriere 29.4.13
E il politologo loda Emma Bonino su Radio Vaticana
MILANO — Nella formazione del governo «sono state fatte scelte importanti». E tra queste scelte «positive» c'è anche Emma Bonino come ministro degli Esteri. Lo ha detto su Radio Vaticana — non il «pulpito» più naturale per lodare una storica radicale come Bonino — il politologo Antonio Maria Baggio, docente all'Università Sophia di Loppiano (Firenze) e vicino al movimento dei Focolari. «Vorrei sottolineare, per esempio, l'inserimento della signora Bonino — ha detto l'esperto — nel governo, posta in un luogo come gli Esteri, che lei ha sempre vissuto in chiave soprattutto di diritti umani e di diritti dei popoli piuttosto che di rapporti tra gli Stati. Anche questa, vorrei sottolineare, è una scelta che a me sembra positiva». Per il politologo cattolico il governo «nell'insieme è un'equipe efficiente che ha saputo mettere le persone giuste nel posto dove possono rendere».
Repubblica 29.4.13
La rivincita della balena bianca da Letta a Franceschini e Alfano
Il ritorno al potere dei democristiani
Nel nuovo governo l’ultima generazione dc
di Filippo Ceccarelli
E POI ci sarebbe quest’altra cosetta: che sono tornati i democristiani. E rispetto alla pretesa novità, lo si dice sapendo che qualsiasi scetticismo è pienamente giustificato.
PER anni e anni, infatti, tutta una generazione di giornalisti politici cresciuti a pane e Zac, Fanfani e Andreotti, De Mita, Forlani e Donat Cattin, altro non ha fatto che interpretare ogni movimento, o spostamento, o passaggio come un rientro in campo, finalmente, della politica, e cioè della Dc. Era un po’ la nostalgia a generare l’equivoco. Ma bastava una rimpatriata di reduci alla Domus Mariae, una ben augurante fibrillazione pseudocentrista o anche solo un vago documento del professor Pellegrino Capaldo perché le trombe, fin lì riposte nei loro polverosi contenitori, tornassero a squillare il ritorno dello scudo crociato, perepèperepè.
Nel frattempo Bossi faceva sconquassi, Berlusconi ingaggiava drammatiche gare di burlesque con il mondo intero, D’Alema e Veltroni si contendevano i vari partiti che cambiavano nome, Casini lasciamo perdere, ma la Dc non tornava per niente, morta e sepolta com’era nel giardino dei ricordi e anche dei rimpianti — per quanto Marco Follini, cui si deve una rassegna di quattro o cinque libri di argomento democristiano, non si stancasse di ripetere: «Attenzione, la Dc non c’è più, ma i democristiani ci sono ancora». Eccome, ovvero: appunto. Per mettere le mani avanti si può attenuare l’impatto dicendo che sono tornati di moda. Uno di loro, Enrico Letta, sta da ieri a Palazzo Chigi. Un altro, Matteo Renzi, si sta per prendere il Pd. Un altro ancora, Alfano, già delegato del Movimento giovanile per la Sicilia e così seguace di Martinazzoli da essersi recato sulla tomba dell’ultimo segretario democristiano, è al Viminale.
Non a torto, nel suo caso, c’è chi sostiene che il lungo bagno nelle acque berlusconiane, dal lodo ad personam alle usanze cortigiane con tanto di melopea idolatrica “Meno male che Silvio c’è” abbia cancellato nel giovane Angelino ogni imprinting democristoide.
E tuttavia fra i vantaggi e i viziacci di quella particolarissima specie antropologica era senz’altro da annoverare una certa efficace, per non dire opportunistica adattabilità. Per cui se mai un giorno il ministro dell’Interno riuscirà a restituire al Cavaliere la libertà di andarsene a costruire ospedali in giro per il Terzo Mondo, come spesso annunciato, c’è da scommettere che l’avrà fatto in modo molto, ma molto democristiano. Quanto al presidente del Consiglio in attesa di fiducia, l’altra sera a Porta a porta Follini si è meravigliato di sentirsi attribuire una frase che non ricordava: «Letta è l’ultimo frutto del grande albero democristiano ». Ma al netto della retorica da talkshow, la sottoscrive aggiungendo che vede in lui un tratto umano e soprattutto, in un tempo di autodidatti, una scuola politica.
I maestri di Letta sono stati: Nino Andreatta, Romano Prodi e lo zio Gianni. I primi due, c’è da dire, anche piuttosto puntuti, mentre a proposito del terzo è irresistibile rammentare che qualcosa del conte zio dei Promessi sposi Letta senjor ce l’avrebbe pure: “Un certo credito”, senza dubbio; “ma nel farlo valere — osserva Manzoni — e nel farlo rendere con gli altri, non c’era il suo compagno”. Là dove il punto decisivo sta nel garbo rotondo, nel tocco delicato, nell’inventiva suadente che pare di cogliere nella composizione del presente governo.
Ovvio che in Letta junior si coglie un salto evolutivo. Non tanto nelle sbandierate passioni pop o in quel gioco, Subbuteo, che al limite può considerarsi come l’aggiornamento del vecchio calciobalilla dell’oratorio. Né pare troppo significativo che sia lui che Renzi abbiano impegnato l’aggettivo “sexy” in politica (il sindaco di Firenze per il titolo di un libro che poi fu cambiato; il presidente per auspicare un certo tipo di Pd). È che il “giovane” Enrico, più di tanti suoi predecessori, è assai proiettato sulla politica internazionale, parla le lingue, è anche spiritoso, pure con lampi che non si vorrebbero qui definire di lieve cinismo, ma insomma dai quali, non sembri casuale il ritorno anche di Manzoni, “traluce dei padri la fiera virtù”. A tutto ciò si aggiunge — e fa grande effetto in un tempo di cialtroni maleducati — la competenza e la cortesia. L’una e l’altra si sposavano, nella variante esistenziale democristiana, con l’essere, come si diceva con mille sottintesi, “navigati”. Letta pure lo è. Basti pensare su quanti pochi nemici può contare; o anche al rapporto di rivalità con Franceschini, cui ha riconosciuto un posto strategico nel suo governo.
Esistevano del resto dc caldi e dc freddi. Lui appartiene alla seconda specie. Sorvegliato, misurato, disponibile, ma parecchio determinato. Solo in secondo momento si prenderà atto che può anche essere spregiudicato. Non lui come persona, ma le circostanze le opportunità che gli si prospettano. Per quanto riguarda l’arte specifica di fregare gli avversari i canoni democristiani prevedevano di non fare mai qualcosa contro qualcuno, ma di operare affiché altre entità lo facessero, però mai fino in fondo. A tale proposito, e parziale conferma del revival, si coglie l’occasione non solo per segnalare che è appena uscito un aureo libricino di Giuliano Ramazzina, dal significativo titolo “Muoia Sansone ma non i dorotei” (Marcianum),
ma anche per ricordare un’indimenticabile formula del giornalista Giuseppe Crescimbeni secondo il quale «i democristiani ti accecano, ma dopo — e qui si fermava in una pausa molto teatrale — ti passano il cane lupo”. Come dire: la vita, pur con tutti i suoi guai, prosegue. Ecco, sostiene Follini, per vent’anni si è combattuta in Italia una guerra senza vincitori e troppi vinti. Capricci, ostentazioni, risse, trasgressioni di ogni sorta. C’era da celebrare un rito di pacificazione. Serviva un democristiano, Letta, e un comunista, Napolitano. Gli impicci restano, ma la suggestione, pensa un po’, sconfina addirittura nella speranza.
Repubblica 29.4.13
Diventeremo tutti berlusconiani?
di Ilvo Diamanti
DIVENTEREMO tutti berlusconiani? Difficile non chiederselo, mentre assistiamo all’avvio del nuovo governo, che oggi otterrà la fiducia. Berlusconi non ne fa parte. Ma la sua presenza è visibile. Attraverso i ministri della sua “parte”. Per primo, il fedele Angelino Alfano. D’altronde, questo governo rispecchia la prospettiva che egli stesso aveva auspicato e perseguito, fin dai giorni successivi al voto.
Una maggioranza di “larghe intese”, che istituzionalizzasse l’alleanza costruita da Napolitano intorno a Monti e ai tecnici, nel novembre 2011. Oggi quella maggioranza si ripropone, per iniziativa, ancora, del Presidente. Ma si tratta di un governo “politico”, per quanto spinto (come nel 2011) dall’emergenza. Alla guida di Enrico Letta, leader del Pd. Con il sostegno determinante del Pdl. Oggi, di nuovo il primo partito in Italia, secondo i sondaggi. Mentre il Pd è in caduta. Sceso al di sotto del 25% (secondo Ipsos). Se si votasse presto, il centrodestra “rischierebbe” di conquistare la maggioranza in entrambe le Camere, anche con questa orribile legge elettorale.
Berlusconi, dunque, incombe di nuovo, sulla politica italiana. Come avviene da vent’anni. Eppure sei mesi fa, appena, tutti davano la sua avventura politica praticamente conclusa. I suoi stessi leader (si fa per dire, perché nel centrodestra il leader è uno solo) l’avevano abbandonato. Invocavano le primarie del centrodestra. E si guardavano intorno, alla ricerca di una via di fuga. Io stesso consideravo il “berlusconismo”, il modello politico e culturale imposto da Berlusconi, in declino. Non ho cambiato idea. Il berlusconismo interpreta il mito dell’imprenditore del Nord che si è fatto da sé. La promessa del successo possibile per tutti. Narrata attraverso i media e la “sua” televisione. È il “sogno italiano” negli anni della crescita e del benessere. Che egli ha rappresentato anche mentre declinava, negli anni Duemila. Quell’epoca è finita. Arcore e le sue ville in Sardegna non possono più disegnare l’ambiente della sua fiction. E l’immagine degli imprenditori, oggi, non è più associata al “miracolo” economico degli anni Ottanta e Novanta. Ma al dramma del suicidio per disperazione.
Anche il “partito personale”, l’invenzione del Cavaliere: da Forza Italia al Pdl, dopo il 2008 ha iniziato a perdere consensi. Dieci anni, o quasi, di governo e di declino economico e sociale ne hanno ridimensionato il consenso. Così alle elezioni recenti il Pdl ha perduto circa 6.300.000 elettori. E si è ridotto a circa metà, rispetto al 2008.
Eppure Berlusconi non è finito. È sopravvissuto al berlusconismo. Meglio dei suoi stessi antagonisti. Oggi in profonda crisi, assai più di lui.
Com’è avvenuto? E perché?
Quanto al “come”, direi che Berlusconi ha perso le elezioni ma ha vinto il dopo-elezioni. Perché il Pd, guidato da Bersani, il vincitore predestinato con largo anticipo, in effetti, non ha vinto. Ma ha cercato di agire da vincitore. Come se avesse vinto. Per quasi un mese, ha inseguito il progetto di un governo improbabile. Insieme al M5S, di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. I quali non possono governare con i “nemici”. I principali partiti della Seconda Repubblica. Dopo aver condotto una campagna elettorale contro di loro. Il Pdl e il Pd senza “l”. Non possono. Perché un terzo dei loro elettori provengono da centrodestra e un terzo da centrosinistra. Qualunque scelta, per il M5S, sarebbe lacerante. Per cui ha condotto, sin qui, una guerra di logoramento. Avvicinandosi al Pd, per poi respingerlo. In diretta streaming. Visto che il suo governo ideale è proprio questo. Le “larghe intese” fra i “nemici”. Contro cui mobilitarsi. Dentro e fuori il Parlamento. Almeno per ora. Fino a quando, cioè, una parte dei suoi elettori non comincerà a interrogarsi circa l’utilità del proprio voto. Com’è avvenuto in Friuli Venezia Giulia, alle recenti elezioni regionali.
Così Berlusconi, è divenuto, di giorno in giorno, più ineludibile. Impossibile cancellarlo dall’orizzonte politico, per il Pd. Il non-vincitore costretto ad agire “come se” lo fosse. “Come se” potesse decidere con chi governare. Mentre, di giorno in giorno, il ruolo di Berlusconi cresceva. Mentre Berlusconi poteva permettersi atteggiamenti da leader responsabile. Pronto a fare la propria parte. Fino al punto di concedere alla “sinistra” tutte le presidenze. Della Camera e del Senato. Perfino la presidenza della Repubblica (Napolitano non ha mica una storia di destra…). E, infine, la presidenza del Consiglio.b Per il Bene del Paese.
Così Berlusconi ha vinto il dopo-elezioni. E il centrosinistra l’ha perso. Anche se ha ottenuto tutte le cariche più importanti. Perché ha dovuto “arrendersi” al suo avversario storico. Il Pd: per la prima volta, ha formato una maggioranza “politica” con gli uomini del Pdl. Cioè, di Berlusconi. Certo, Enrico Letta ha scelto ministri giovani. Molte donne. Un po’ di tecnici di valore. Un po’ di politici di nuova generazione. Ma, insomma, lui, Silvio: incombe. E per il Pd conta quanto – e forse più – che per il Pdl. Perché Berlusconi è, ancora oggi, il leader verso cui gli elettori del Pd nutrono maggiore sfiducia: 94%.
La sfiducia verso Berlusconi, l’anti-berlusconismo: sono un marchio impresso nell’identità del centrosinistra fin dalle origini della Seconda Repubblica. Il centrosinistra. Condannato, da Berlusconi, a rimanere comunista. Dopo la caduta del muro e la fine del comunismo. Condannato a restare antiberlusconiano, anche dopo la fine del berlusconismo. Oggi sembra incapace di liberarsi da questa eredità.
Anche e soprattutto perché il Pd non è mai riuscito ad affermare una propria, specifica, identità. È un partito né-né. Né socialdemocratico né popolare. Semmai post. Dove coabitano, senza amore, postcomunisti e postdemocristiani (di sinistra). Un partito im-personale. Che utilizza le primarie per selezionare leader poco carismatici e lasciar fuori quelli più pop (olari). Un “partito ipotetico”, ha scritto Eddy Berselli nel 2008. Rassegnato a perdere, anche quando vince – o quasi. Perché coltiva il mito della sconfitta– e dell’opposizione. In fondo, anche Berlusconi, per il Pd e la Sinistra, è un mito. Negativo, ma non importa. Perché i miti, si sa, non muoiono. Per non morire berlusconiani, dunque, non c’è alternativa. Occorre costruire un’alternativa: “senza” Berlusconi. “Oltre” Berlusconi. Solo a questa condizione è possibile sopravvivere a Berlusconi. Il Pd, per questo, deve cambiare in fretta. Individuare e comunicare una propria, specifica identità. Con poche parole e una leadership forte. Prima delle prossime elezioni. Non gli resta molto tempo.
il Fatto 29.4.13
Ad personam
Amnistia e indulto, grimaldelli per salvare B.
di Marco Palombi
Il governo è fatto, la fiducia in Parlamento quasi una formalità, resta sempre quel problemino. Quale? I processi di Silvio Berlusconi, attualmente statista. Tralasciando quello per le intercettazioni Unipol (condanna a un anno in primo grado), a preoccupare davvero il Cavaliere sono due procedimenti: quello sulla compravendita di diritti tv (anche qui primo grado chiuso “in svantaggio” di quattro anni) e quello per concussione aggravata e “altro” nell’affaire Ruby, non lontano dalla sentenza. LA FACCENDA non è tanto il rischio di andare effettivamente in prigione - nel breve periodo quasi inesistente tra indulto del 2006 e veneranda età dell’interessato (vedi legge ex Cirielli) - quanto quella brutta abitudine dei magistrati di comminare pene accessorie, in particolare l’interdizione dai pubblici uffici: per i diritti tv già gli hanno dato cinque anni, di cui tre indultati, che rischiano di diventare definitivi ad inizio 2014 e impedire all’ex premier di candidarsi in caso di elezioni. Ovviamente non tutti si sono distratti in queste settimane e l’ostacolo che si frappone tra il Belpaese e le sue magnifiche sorti, e progressive, è ben presente a più di qualcuno. Ieri, per dire, Giuliano Ferrara ha dimostrato di ricordarselo pubblicando una sorta di arringa finale su Il Giornale. Titolo: “Ora i giudici devono deporre le armi”. Svolgimento: “Una condanna risulterebbe ad un numero impressionante di cittadini semplicemente ingiusta, il timbro finale di una storia accanita di eccessi legalistici e di tentativi maldestri di mascariamento”, “un modo per prolungare l’intenibile guerricciola civile contro persone simbolo”. Conclusione: “Assolvete dunque, in nome e per conto dell’etica della responsabilità”. Purtroppo per il Cavaliere, però, infinite cantonate sui tentativi di appeasement con la magistratura tramite i buoni uffici di quel presidente della Repubblica o vicepresidente del Csm o Guardasigilli hanno dimostrato che questa strada non sempre funziona: basti ricordare il Berlusconi che rinfacciava al Quirinale la garanzia sulla non bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta. E allora? I migliori avvocati del nostro, come si sa, stanno nelle commissioni Giustizia, e non in Tribunale, e potrebbero sfruttare il nuovo clima di concordia per risolvere (di nuovo) il problema con una bella legge. E ce n’è una sola, data l’eterogeneità delle accuse a Berlusconi, che possa funzionare: concessione di amnistia e indulto. Questa via, peraltro, ha il pregio di permettere ai berluscones di mimetizzarsi nella sacrosanta battaglia di quei parlamentari - tutti di estrazione radicale o comunque vicini al partito del neoministro Bonino – che fanno una sacrosanta battaglia sulle condizioni carcerarie nel nostro paese: 139,7 detenuti ogni 100 posti, oltre 65mila il numero totale, il 30% tossicodipendenti, il 40% in attesa di giudizio definitivo.
IN PARLAMENTO, peraltro, ci sono già due ddl sul tema: uno del prodiano Sandro Gozi alla Camera, uno in Senato firmato da Luigi Manconi del Pd e Luigi Compagna del Pdl (in prestito al minigruppo sudista), l’uomo che la scorsa legislatura tentò di restaurare l’immunità parlamentare con un altro ddl bipartisan. Del primo ddl ancora non è disponibile il testo, del secondo sì e la soluzione sarebbe davvero radicale: amnistia per i reati commessi fino al 14 marzo 2013 (esclusi alcuni, ma non quelli che riguardano Berlusconi), più un indulto di quattro anni con automatica cancellazione “per intero per le pene accessorie temporanee”. Insomma, dovessero condannarlo nel frattempo (e quindi l’amnistia va a vuoto), arriva la seconda lama dell’indulto. C’è un problema. Amnistia e indulto, da Costituzione, si approvano coi due terzi dei voti nelle due Camere: per un ddl senza il Cavaliere dentro i numeri probabilmente ci sono, in questa formulazione “corretta” col famoso salvacondotto è assai difficile.
il Fatto 29.4.13
Il ricatto del Pdl
L’acrobata Letta sospeso sul filo dell’Imu
di Giorgio Meletti
L'unica spiegazione ragionevole, o se preferite l'unica attenuante per la guerra dell'Imu, è la battaglia in corso per la spartizione di una quarantina di poltrone da viceministro e sottosegretario. I più agguerriti sparano salve di cannone per posizionarsi, per alzare il prezzo. Il più rumoroso come sempre è Renato Brunetta. L'economista veneziano, rimasto fuori del governo perché sta talmente sulle scatole a tutti che con lui Enrico Letta rischiava di andare sotto nel voto di fiducia, ieri di prima mattina ha dato il suo avvertimento, dotato di un certo peso visto che è a capo del grppo Pdl alla Camera: "Cancellazione dell’Imu sulla prima casa e sui terreni agricoli, nonchè restituzione di quanto pagato lo scorso anno sono fondamentali. O ci sarà questo preciso impegno da parte del presidente del Consiglio, o non voteremo la fiducia al governo”.
DALLO STAFF del premier arrivano segnali di prudenza: l'argomento Imu difficilmente potrà essere ignorato nel discorso sulla fiducia di questa mattina, ma sarà sicuramente l'ultimo a essere limato da Enrico Letta, la cui abilità sarà messa a dura prova dallo sforzo di tenere in equilibrio una cosa assai complicata.
LE CIFRE sono chiare: il nuovo governo deve trovare alla svelta almeno 1,5 miliardi per gli ammortizzatori sociali che hanno esaurito le dotazioni finanziarie, un altro paio di miliardi per bloccare l'aumento dell'Iva dal 21 al 22 per cento previsto per il 1 luglio prossimo. Poi c'è l'appuntamento con l'altra stangata fiscale innescata dal governo Monti, la Tares: per disinnescarla e almeno rinviarla bisogna trovare subito un miliardo. Poi servono un paio di miliardi per non mandare a casa i precari della Pubblica amministrazione che scadono a giugno. Poi resta sempre da risolvere il problema degli esodati, su cui è complicato fare cifre.
In queste condizioni per Letta sarà molto difficile assumere impegni precisi per l'Imu prima casa. Vale 4 miliardi, e per abolirla e al contempo rimborsare quella del 2012, come promesso da Silvio Berlusconi in campagna elettorale, servirebbero 8 miliardi. Non se ne parla proprio. Il punto di mediazione che Letta può tentare è quello di rilanciare un pezzo della proposta avanzata in campagna elettorale da Pierluigi Bersani. Il Pd voleva dare una franchigia di 500 euro (contro gli attuali 200), in modo tale che chi aveva da pagare un'Imu prima casa entro quella cifra ne veniva automaticamente esentato, mentre chi stava sopra aveva comunque uno sconto di 500 euro.
Con questa misura verrebbero a mancare, secondo i calcoli Pd 2,5 dei 4 miliardi di gettito, in parte compensabili da un inasprimento dell'imposta sui grandi patrimoni, quelli con valore catastale superiore ai 1500 euro. Questa ipotesi di recupero è per un verso ottimistica, per un altro verso indigesta per il partito di Berlusconi e Brunetta. Si parla invece delle misure di recupero avanzate in campagna elettorale da B., come le maggiori imposte su gioco d'azzardo, alcolici e sigarette, per un paio di miliardi di euro. Qui c'è però da fare i conti con un fenomeno ormai noto, le maggiori imposte frenano i consumi, e quindi anche il gettito non sarebbe quello sperato.
LETTA NON PUÒ d'altra parte esordire in Parlamento annunciando all'Europa e ai mercati finanziari la ferma intenzione di aprire una nuova voragine nei conti pubblici per fare contenti Berlusconi e Brunetta.
Verosimilmente sarà costretto a scegliere una posizione di attesa, rinviando le scelte nette a un momento successivo in cui gli sconti sull'Imu vengano annegati in una più complessiva manovra di rilancio dell'economia fatta anche di sollievo fiscale. Il drammatico calo dei consumi, diventato elemento centrale della recessione, dovrà essere affrontato con qualche cosa che somigli al reddito di cittadinanza reclamato a gran voce dal Movimento 5 Stelle ma sul quale anche il nuovo ministro del Lavoro Enrico Giovanninini ha mostrato qualche apertura.
Rimane dunque il vero, drammatico punto di caduta su cui il nuovo premier sarà misurato: se tutto ciò di cui ha bisogno il Paese si traduce in minori entrate fiscali o maggiori spese, l'unica soluzione sarà un taglio della spesa pubblica drastico ma che non colpisca gli strati più deboli. Proprio ciò su cui il governo di Mario Monti e il mitico tagliatore Enrico Bondi hanno fallito su tutta la linea.
il Fatto 29.4.13
Sottosegretari
Poltrone, la carica dei trombati
Adesso tutti a dire che un sottosegretario abile e furbo “vale più di un ministro di peso”, ma è solo un modo per stemperare una delusione cocente, che solo in alcuni casi (pochi, pochissimi a sentire le indiscrezioni dell’ultim’ora) potranno essere temperate da una nomina a sottosegretario. O a viceministro. E poi bisognerà vedere pure quale. Chi non se ne riesce a fare una ragione della trombatura arrivata quasi sulla salita del Quirinale, è Renato Brunetta. Il Cavaliere ha difeso con il suo corpo la nomina dell’ex ministro a responsabile del dicastero dell’Economia, ma Napolitano è stato spietato; niente ex ministri politici. Lasciata in un angolo anche Daniela Santanchè. Che l’ha presa male. Vada pure il vedersi superare da Nunzia De Girolamo, che sicuramente non sa nulla di Agricoltura ma è moglie di Francesco Boccia, il primo cavaliere di Enrico Letta, però la Lorenzin è stato un duro colpo. Un “affronto” che potrebbe essere compensato da un sottosegretariato “di spessore”. Berlusconi la vorrebbe viceministro allo Sviluppo Economico, per blindare i suoi interessi da uno spaesato Zanonato che poco capisce, soprattutto di tv. Un ruolo di primo piano, dunque, per la prima delle “amazzoni”, così come il Pdl ambirebbe a tenere sotto controllo l’azione di Anna Maria Cancellieri alla Giustizia infilando a via Arenula uno come l’ex ministro Nitto Palma. Ma se lui dovesse cadere per l’ennesimo veto sugli ex ministri, allora da Palazzo Grazioli proporrebbero Augusta Iannini, moglie di Vespa, ex capo di gabinetto del ministero e ora all’Authority per la Privacy. Chissà se Letta potrebbe accettare. Qualcosa, poi, dovranno trovare per Mara Carfagna e Anna Maria Bernini, quest’ultima caduta ad un passo dalla meta e con poca, pochissima voglia di lasciar correre.
CERTO, PERÒ, Enrico Letta di problemi ne avrà soprattutto a sistemare i tanti delusi del suo partito. O di quel che ne resta. Ci sono ancora diversi “lettiani”, come Marco Meloni, Alessia Mosca e Paola De Micheli, da sistemare, ma quel che più teme – forse – il neo premier, è di subire l’assalto da parte di quelle correnti Pd lasciate a secco. Stefano Fassina, per dirne uno. Si sentiva già ministro del Lavoro e poi ecco sbucare (quasi) dal nulla un “tecnico” come Giovannini. Forse il sottosegretariato al ministero di via Veneto glielo daranno. E con lui i “turchi” potrebbero essere sistemati. Che fare, però, dei “dissidenti” tipo Zoggia e Puppato che, alla fine, hanno deciso di votare la fiducia al governo? Sono ore frenetiche per gli aspiranti numeri due: per uno strapuntino di successo fanno di nuovo capolino vecchie conoscenze come Giorgio Merlo, ex parlamentare di lungo corso piddino non più ricandidato, ma uomo macchina di Franco Marini. Non disdegnerebbe la promozione Giacomo Portas che, da leader dei Moderati, afferma ogni due per tre la propria granitica fedeltà alla coalizione. Stessa musica per Riccardo Nencini, leader dei Socialisti, trombato sulla soglia del ministero dell’Ambiente. L’Agricoltura è poi l’ambito sul quale ha puntato gli occhi Massimo Fiorio, astigiano, tre legislature sul groppone, che potrebbe però subire la concorrenza di un concittadino illustre, il dietologo-nutrizionista Giorgio Calabrese. Non ha mai smesso del tutto di pensare a un suo ritorno ministeriale anche Gianfranco Morgando, ex sottosegretario a Industria (con D’Alema) e Tesoro (nell’Amato II), mentre è data quasi per certa Ilaria Borletti Buitoni alla Cultura. Chi coltiva poi il sogno di un vice-ministero allo Sviluppo economico (o, in subordine alle infrastrutture) e’ il neo parlamentare di Scelta Civica Paolo Vitelli. Il patron dell’Azimut non fa mistero che nelle condizioni d’ingaggio, da parte dell’ex premier Mario Monti, ci fosse proprio la promessa di un incarico di primo piano. I bocconi amari per Letta junior, par di capire, non sono affatto finiti…
il Fatto 29.4.13
Gli uomini del presidente
Conflitti d’interesse: governissimo da record
di Davide Vecchi
Milano Giovani, donne e conflitti d'interesse. Il neonato governo Letta ha diversi record. Due legati ad anagrafe e genere, un terzo per essere riuscito a esprimere ministri che rappresentano interessi altrui, ciascuno decisamente in conflitto con le deleghe ottenute. Da Angelino Alfano a Flavio Zanonato, in rigoroso ordine alfabetico.
IL VICEPREMIER e ministro dell’Interno, si sa, è fidatissimo uomo di Silvio Berlusconi a cui deve la sua ascesa politica. Da ministro della Giustizia concentrò i suoi sforzi, assieme a Niccolò Ghedini, nel tentativo (poi fallito) di cucire addosso all’allora premier il Lodo Alfano e il legittimo impedimento. Ora che siede al Viminale ha un potere d’intervento diretto sulla sicurezza. Dalla lotta all’immigrazione a quella alla criminalità organizzata. Lui che, siciliano, da giovane deputato dell’Ars e pupillo di Gianfranco Micciché, nel 1996 baciò Croce Napoli (capomafia di Palma di Montechiaro) al matrimonio della figlia. E quando nel 2009 presa una posizione netta contro Cosa Nostra dicendo “la mafia fa schifo”, scatenò la protesta dei picciotti in carcere. Lo ha raccontato, nel processo a Totò Cuffaro, il pentito Ignazio Gagliardo. “Abbiamo visto Alfano parlare in tv e dire che la mafia fa schifo. Ciccio Mormina, Pasquale Fanara, Limblici e Vella Francesco dissero che era un pezzo di merda. A questo punto Giovanni Alongi, rappresentante della famiglia di Aragona, disse: 'Il padre di Angelino mi ha chiesto voti per Angelino”. Accuse di pentiti, per carità. E il Viminale, fra l’altro, gestisce il programma di protezione. I poteri del ministero dell’Interno sono molteplici. A lui, per dire, rispondono i commissari prefettizi che lui stesso nomina. A breve sul tavolo di Alfano arriverà la relazione conclusiva di Enrico Laudanna, il commissario prefettizio nominato al Comune di Siena dopo lo scandalo Mps. In quei documenti sarà ricostruito il legame tra la banca e la politica cittadina.
Altro devoto al Re di Arcore è Maurizio Lupi che si è visto affidare il ministero delle infrastrutture e trasporti. Dicastero ora fondamentale per il Nord, in particolare per Milano e la Lombardia in attesa di numerosi via libera alle autostrade per l’Expo e per la nuova pista di Malpensa. Ma soprattutto è stato affidato a un esponente di Comunione e Liberazione, rimasta orfana nei Palazzi a seguito dell’addio di Roberto Formigoni, dopo 17 anni, dal Pirellone. Il movimento fondato da Don Giussani ha anche un altro ministro: Mario Mauro alla Difesa. Cl, in pratica, ha un ministro in meno di quanti ne ha espressi Scelta Civica e la metà della componente tecnica: 3 dicasteri e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Qui è seduto Filippo Patroni Griffi, che oltre a essersi guadagnato a pieno titolo l’ingresso nella Casta, comprandosi una casa vista Colosseo a prezzo agevolato, è anche considerato rappresentante dei “poteri di Stato”. Magistrato, Uomo di fiducia del Capo dello Stato, è cresciuto nel Palazzo. Capo dell’Ufficio legislativo del ministero della funzione pubblica dal governo tecnico Ciampi del 1993 ha ricoperto lo stesso incarico in diversi dicasteri fino al quarto esecutivo Berlusconi, terminato nel 2011.
ALTRO TECNICO è Fabrizio Saccomanni, titolare dell’Economia, legittimo erede del banchiere Corrado Passera. Anche Saccomanni, del resto, arriva dai palazzi della finanza. Direttore generale di Bankitalia, ha avuto incarichi, fra gli altri, alla Bce, al fondo monetario internazionale. Anche lui stimato da Napolitano. Così come Carlo Trigilia, esperto meridionalista, nel governo in quota Pd come ministro della Coesione territoriale è molto legato a Giuliano Amato e da Massimo D’Alema. A quest’ultimo è legato nell’esperienza della Fondazione Italianieuropei, di cui è membro. Del Pd è anche Flavio Zanonato, ministro allo sviluppo economico. Inciampato anni fa in un’inchiesta per tangenti della cooperativa rossa Cles. Diventato sindaco a Padova, nel 2006 costruì il “muro di via Anelli” per isolare un quartiere problematico della città. La recinzione è ancora lì, lui è diventato ministro.
Corriere 29.4.13
Fassina: capisco la scelta di tenermi fuori
Ha prevalso la continuità con Monti
di Monica Guerzoni
ROMA — «Sono preoccupato».
Il governo Letta non le piace, onorevole Stefano Fassina?
«È un buon compromesso per avviare la Terza Repubblica. Il frutto politico più rilevante potrebbe essere la legittimazione reciproca tra parti che si sono contrapposte negli ultimi vent'anni, con il contributo di una generazione più giovane».
Lei era in corsa, perché il suo nome è stato depennato dalla lista dei ministri?
«Cosa sia successo non lo so, ma ho dormito lo stesso. C'è un enorme lavoro da fare anche sul versante del partito, mi concentrerò su quello».
Davvero non è deluso?
«Non voglio sottrarmi, ma penso che Enrico Letta abbia dovuto comporre un puzzle difficilissimo e che il risultato sia un buon compromesso. Ci sono tante donne...».
Non penserà che siano troppe, vero?
«Al contrario, ritengo che bisognerà arrivare al cinquanta per cento. Nella situazione data Letta ha fatto un lavoro straordinario. Dopodiché la squadra economico-sociale è un elemento che mi preoccupa molto».
Direbbe così anche se ne facesse parte?
«Non ne faccio parte perché credo sia prevalso un segno di continuità col governo Monti, che una figura come la mia non poteva garantire. Il mio profilo non sarebbe stato coerente con quel team economico-sociale. Capisco la scelta di tenermi fuori».
Saccomanni non le ispira fiducia?
«Non voglio fare nomi. È una percezione, vedo un rischio... Spero che sin dai primi atti, in particolare dalla necessaria nota di aggiornamento al Def, i rischi di continuità sulle politiche di austerità e lavoro siano fugati. E spero che in Europa vada un ministro del Tesoro profondamente convinto della necessità di cambiare rotta».
Insomma, lei vede poco Pd e poca sinistra.
«Vedo poca rappresentanza di quel cambiamento di rotta sulla politica economica che abbiamo portato avanti in questi anni, prima in solitudine e oggi con tanti compagni di strada in Europa. Quella linea non è adeguatamente rappresentata».
Cosa teme?
«Se volessimo raggiungere il pareggio di bilancio nei tempi previsti ci sarebbero altre manovre pesanti da fare, altri disastri sociali e il debito pubblico salirebbe ancora. Se non vogliamo fare ulteriori danni all'economia bisogna rinegoziare a Bruxelles i nostri obiettivi di deficit».
Darà battaglia sui provvedimenti?
«Si presenteranno degli ostacoli, a cominciare dalla restituzione dell'Imu. Le divergenze con il Pdl sono tante, non è stato un capriccio puntare al governo di cambiamento. Non ci sono state le condizioni e sosterremo Letta, con lealtà e convinzione. Però rimaniamo una Repubblica parlamentare e col gruppo del Pd contribuiremo a definire misure utili a risolvere le emergenze».
Se Letta la chiamasse come viceministro o sottosegretario?
«Voglio concentrarmi sulla ricostruzione morale e intellettuale del Pd. Per me è questa la priorità».
Da reggente? O da segretario eletto con le primarie?
«Discussione prematura. Non ho in mente nulla, sono uno che fa sempre gioco di squadra anche quando altri non lo fanno. L'assemblea nazionale deciderà le soluzioni e i tempi del congresso. L'importante è che il percorso si avvii sui binari giusti, poi la parte dei singoli è secondaria».
Orlando è ministro, lei e Orfini no... Che succederà nei «giovani turchi»?
«Il gruppo, inopportunamente definito così, è stato un'esperienza importante per dare visibilità a un punto di vista sull'agenda Monti. Ma ora siamo in un'altra fase».
Vuol dire che è ora di superare le correnti?
«Dopo le dolorosissime vicende che hanno portato alla caduta di Marini e Prodi ritengo necessario da parte di tutti superare le appartenenze e misurarsi coi problemi profondissimi del Pd. Il correntismo storico, al quale si sono aggiunti ultimamente altri pezzi, è la causa principale di quello che è avvenuto».
il Fatto 29.4.13
T’adoriam Letta divino
Giornali & proiettili: la stampa di Letta e di governo
di Marco Travaglio
Hanno ragione il presidente ridens Piero Grasso e i noti moderati Alemanno, La Russa, Storace, Barani, Maroni, Prestigiacomo, Sallusti, Gasparri e la sua signora Gasbarra: serpeggia, anzi tracima in Italia un eccesso di opposizione che può armare la mano di qualche testa calda. Basta aprire un giornale o un tg a caso per imbattersi in orde di giornalisti ipercritici, addirittura feroci contro il governo Napoletta e i partiti che lo compongono. Un coro pressochè unanime di attacchi forsennati che è francamente difficile distinguere dalle pallottole. Tanto da far sospettare che lo sciagurato attentatore, ieri mattina, prima di aprire il fuoco sul Parlamento fosse passato in edicola o almeno reduce da una full immersion negli speciali televisivi degli ultimi giorni. Ne pubblichiamo qui una piccola antologia, sempre ribadendo il monito del Capo Supremo affinchè la stampa smetta di “rinfocolare” e inizi a “cooperare”. Letterman Show. “Il governissimo delle facce nuove”, “Napolitano, missione compiuta”, “Letta, 77 ore per disinnescare la guerra civile Pd-Pdl”, “Saccomanni, il tecnico che non fa sconti alla finanza mondiale”, “La missione di Giovannini: rilanciare l'occupazione”, “Farnesina in festa per l'arrivo della Bonino” (La Stampa). “Governo Letta: record di donne, supertecnici e quarantenni” (il Messaggero). “Più donne e giovani, la squadra di Letta”, “Letta è premier: donne e giovani. Provo una sobria soddisfazione”, “Ritorno alla realtà”, “Sul governo il sigillo del Colle. E si apre il cantiere delle riforme”, “Campane a festa per D'Alia” (Corriere). “Governo giovane e in rosa”, ”Straordinari doveri”, “Quagliariello: ‘E ora pacificazione’”, “Su Interni e Giustizia la mossa decisiva” (Avvenire). “La nuova generazione”, “Le signore della competenza”, “Ecco il governo Letta, giovani e donne” (Repubblica). Ancora nessuna notizia dei bambini.
Pigi Lettista. “I due partiti maggiori che si accingono a formare un governo presieduto da Letta stanno compiendo un atto coraggioso. Sanno che per loro questa è l'ultima chiamata. Sanno che non possono fallire” (Pierluigi Battista, Corriere, 25-4). Combattenti di terra, di mare e dell'aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del regno d'Albania! Ascoltate! Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere!
Stefano Menichetta. “In questi giorni si sconta l’antica cessione di autonomia in favore di un ceto intellettuale che del radicalismo tendente al giustizialismo fa la propria ragion d’essere. I Travaglio, i Padellaro, i Flores che... annullano la persona di Enrico Letta perché ‘nipote’ sono personaggi che fanno orrore. Il loro linguaggio suscita repulsione. Il loro livore di sconfitti mette i brividi. Ma in condizioni normali il loro posto dovrebbe essere ai margini, in quell’angolo della società e del dibattito pubblico dove sempre si collocano gli odiatori di professione. Solo qui capita che da quell’angolo si riesca a condizionare gli umori della sinistra italiana che... ha sempre cercato di parlare e di ragionare di politica, lasciando ai neofascisti la necrofilia e l’intimidazione. Ha problemi grossi da risolvere, Letta. Ma sembrano inezie se paragonati alla guerra contro i battaglioni della morte che dobbiamo vincere noi” (Stefano Menichini, Europa, 26-4). E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo.
Beppe Lettergnini. “L'incarico a Letta non ha ancora 48 ore e già si sentono i soliti commenti bellicosi, le consuete dichiarazioni stentoree... Questa è l'ultima spiaggia della Penisola: più in là c'è solo il mare in tempesta e un azzardo pericoloso. I saggi nominati dal presidente Napolitano si sono rivelati concreti. In poco tempo hanno prodotto poche pagine di buone idee: nel Paese pleonastico, una piccola rivoluzione... L'Italia ha voglia di novità. È primavera: bisogna cambiare aria nelle stanze e nel cervello... Enrico Letta è un uomo competente, calmo e relativamente giovane” (Beppe Severgnini, Corriere, 26-4). Ma anche marito premuroso, padre esemplare e soprattutto nipote.
Aldo Cazzulletta. “Non ha citato Kennedy – ‘la fiaccola è stata consegnata a una nuova generazione... ’ - ma ha detto più o meno le stesse cose, Napolitano. Le ha dette mentre affidava l'incarico di formare il ‘suo’ governo a un uomo di cui potrebbe essere il nonno”. Il posto di zio era già impegnato. “L'Italia, paese considerato gerontocratico, fa un salto in avanti inatteso e si colloca all'avanguardia in Europa... A Palazzo Chigi arriva il ragazzo che amava il Drive In e gli U2” (Aldo Cazzullo, Corriere, 25-4). Largo ai giovani, pancia in dentro e petto in fuori.
Alessandro Salletta. “Complimenti Gina, al secolo Gianna Fregonara (giornalista del Corriere, ndr), candidata first sciura del Paese. Per l'incarico al marito, ovvio, ma soprattutto perchè sono certo che se oggi Enrico Letta è sulla soglia di Palazzo Chigi dietro c'è lo zampino della moglie, la Gina appunto. E senza presunzione, mi prendo un piccolo, assolutamente casuale merito per averla spinta con qualche sotterfugio a Roma tra le braccia del suo futuro marito che all'epoca dei fatti né io né lei conoscevamo... Tornava sempre con la notizia giusta e si aprì la strada con le sue capacità. Anni dopo non tornò più, aveva trovato la notizia del fidanzato giusto. Tale Enrico Letta. E dopo non poca sofferenza, come nelle favole, vissero felici e contenti e con tre figli. Brava Gina, non ci deludi mai” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 25-4). Anche il povero Sallusti, negli ultimi giorni, ha passato notevoli sofferenze, soprattutto alla lingua: molto capiente, ma non abbastanza per abbracciare, oltre al Pdl e al suo padrone, anche tutto il Pd e persino Monti e i suoi. Come fare? Alla fine ha optato per un trapianto di lingua, e ora ne ha due. L'articolo sopra citato è stato scritto con la seconda (il finale della fiaba è custodito nell'apposito dossier “Fregonara” e sarà divulgato se, Dio non voglia, il marito non facesse il bravo).
L'Epifania. “Il Pd ritrovi coraggio” (Guglielmo Epifani, l'Unità, 23-4). “Il Pd ritrovi la sua funzione” (Guglielmo Epifani, l'Unità, 28-4). Ogni cinque giorni, Guglielmo Epifani occupa uno spazietto in basso a sinistra sulla prima pagina dell'Unità per rammentare al Pd qualche oggetto smarrito da ritrovare. Prossime puntate: “Il Pd ritrovi le chiavi di casa”, “Il Pd ritrovi il calzino sinistro”, “Il Pd ritrovi l'auto posteggiata in doppia fila e rimossa dai vigili”. Seguirà, con comodo, “Il Pd ritrovi i suoi elettori”.
Antonio Socciletta. “L'arte del compromesso ci salverà dai moralisti. In un'omelia del 1981 Ratzinger elogiava la mediazione come strumento della politica. Contro le ideologie che esaltano lo Stato assoluto. Oggi tre politici cattolici, Enrico Letta, Angelino Alfano e Mario Mauro, portano avanti i valori di dialogo e razionalità che furono di De Gasperi... Un nuovo umanesimo e un nuovo rinascimento potrebbero essere l'orizzonte e l'ambizione di questa pacificazione nazionale. Se non fallisce e non viene sabotata” (Antonio Socci, Libero, 27-4). Dio lo vuole. E anche Ratzinger. E De Gasperi. Ma pure Lorenzo il Magnifico.
Claudio Sardoletta. Prima della cura: “Continuiamo a pensare che le larghe intese costituiscano un pericolo, che la riproposizione di uno schema simil-Monti abbia troppe controindicazioni dopo quanto è successo, che la frattura politica apertasi nella società richieda una competizione trasparente e differenze leggibili tra destra e sinistra” (Claudio Sardo, l'Unità, 23-4). Dopo la cura: “Il governo di Enrico Letta nasce da uno stato di necessità e da una grave sofferenza politica... Il governo Letta, così nuovo e così difficile, è un'opportunità per la sinistra” (Claudio Sardo, l'Unità, 28-4). Che s'ha da fa' per campa'.
Claudio Sardomuto. “Nel suo governo non ci sono i protagonisti del conflitto politico di questi anni... Letta è riuscito a mettere insieme una squadra di ministri giovani e a sottrarsi ai veti di Berlusconi, promuovendo un rinnovamento generazionale che, magari, potrà aiutare persino l'evoluzione democratica del partito della destra” (C. Sardo, 28-4). Alfano, Lupi, Quagliariello e De Girolamo, tutti aderenti alla celebre mozione parlamentare “Ruby nipote di Mubarak”, sono notoriamente estranei al conflitto politico di questi anni. E comunque, vivaddio, sono così giovani. Giovinetta, giovinetta, primavera di belletta.
M'hai detto un Prospero. “D'Alema è temuto dalla destra, che lo indica come il simbolo del nemico irriducibile, che è meglio tenere alla larga perchè richiama una storia, rievoca una tradizione, risveglia delle memorie che è preferibile spegnere per sempre. Eppure un politico dell'esperienza internazionale di D'Alema avrebbe potuto contribuire all'azione incisiva di un governo che non può rinunciare a definire dei momenti di svolta nelle politiche prevalenti nello scacchiere europeo. Un ponte solido verso la sinistra europea” (Michele Prospero, l'Unità, 28-4). “La squadra ha perso qualcosa in competenza e valore aggiunto rinunciando a un ministro degli Esteri come Massimo D'Alema” (C. Sardo, l'Unità, 28-4). Ecco l’unico difetto nel governo Letta: manca D'Alema. Il Lettaggero. Il direttore del Messaggero Virman Cusenza, giornalista ma soprattutto sarto, confeziona per il nuovo governo un abitino su misura. Titolo: “Un cambio di stagione”. Svolgimento: “Non c'è commento migliore al governo appena nato della foto che ritrae Giorgio Napolitano mentre stringe le mani di Enrico Letta. Ed è difficile capire dove cominci la stretta del primo e finisca la presa del secondo, come padre e figlio sinergicamente s'affidano l'un l'altro prima delle navigazioni impegnative della vita”. Corbezzoli, gliele ha cantate chiare. Del resto, di fronte a quelle mani di fata, la prima domanda che si ponevano pensosi tutti gl'italiani era appunto questa: chissà dove comincia la stretta del primo e finisce la presa del secondo? Ah saperlo. Ma anche: va bene il padre, va bene il figlio, ma dove sarà mai lo zio? A pag. 3 Alberto Gentili colma anche questa la-cuna: lo zio non c'è, ma c'era fino a qualche minuto prima a reggere la coda al Cainano, poi gli ha telefonato: “Sei stato bravo, Enrico, e sei molto maturato”. Ecco, a 47 anni il pupo ha messo su i primi dentini e sta per smettere di gattonare. Per il resto, avverte il Cusenza, “il richiamo al 1946 non è casuale”: “Il nuovo governo Letta è chiamato” a “una piccola grande rifondazione del concetto di buon governo perchè almeno generazionalmente sono venuti meno io muri e gli steccati che hanno avvelenato gli ultimi decenni, con la violenza e l'odio e la loro interminabile scia di sangue”. Insomma quella di De Gasperi che nel '46 governò con Togliatti è “un'impresa simile (al netto del conflitto mondiale) ” a quella di Alfano che governa con Letta (al netto dei processi a B.). Lo dice anche Letta al Messaggero: “Oggi si chiude la guerra dei vent'anni. Ora siamo all'armistizio. La speranza è che scoppi la pace”. Amnistia, si chiama amnistia. Eugenio Lettari. Scalfari è il più entusiasta, fin dal titolo dell'editoriale: “Un medico per l'Italia”. Non si sa a chi si riferisca, ma si sa a chi non si riferisce: Alfano, che essendo soltanto il ministro dell'Interno e il vicepresidente del Consiglio, non merita neppure una citazione. “Nelle circostanze date è un buon governo. Enrico Letta aveva promesso competenza, freschezza, nomi non divisivi. Il risultato corrisponde pienamente all'impegno preso, con un'aggiunta in più: una presenza femminile quale prima d'ora non si era mai verificata... Se i fatti corrisponderanno alle parole molte sofferenze saranno lenite e molte speranze riaccese”. Rimosso Alfano - ma anche Lupi, De Girolamo, Lorenzin e Quagliariello, la banda fresca e non divisiva della nipote di Mubarak - Scalfari ammira molto la “competenza” dell'avvocato De Girolamo in tema di agricoltura, o della signora Lorenzin (maturità classica) in materia di Sanità, o di Andrea Orlando (maturità scientifica, ex responsabile giustizia del Pd) in fatto di Ambiente. Però non ne cita nessuno, per precauzione. preferisce citare “Camillo Prampolini” (non è uno scherzo, davvero, anche se nessuno capisce che diavolo c'entri). Poi tributa il consueto omaggio a Sua Castità Napolitano: Suo malgrado, ha dovuto restare al Quirinale. Suo malgrado, ma per fortuna del Paese”. Egli, ça va sans dire, “conosce benissimo i limiti e i doveri che la Costituzione li prescrive”: infatti li ha violati tutti nel giro di qualche giorno. A questo punto, Scalfari elenca i “molti precedenti” del governo Napoletta nella storia della Repubblica. Che poi sono due. Il primo è primo il patto Moro-Berlinguer per la non sfiducia ad Andreotti a metà anni 70, che però non c'entra nulla, visto che il Pci non aveva ministri, nemmeno quando nel ‘78 votò per qualche mese la fiducia. Il secondo è il governo Badoglio del 1944, dove sì c'erano nello stesso governo ministri comunisti e democristiani: ma nemmeno quello è un precedente, perchè l'Italia era ancora una monarchia, oltre a essere ancora in guerra. Insomma, i “molti precedenti” non esistono. Meglio tornare a Re Giorgio, “un presidente al di sopra delle parti” che, “salvo Ciampi, non è mai esistito” perchè “garantisce tutti, ma garantisce soprattutto il Paese”. Ma garantisce soprattutto B. Giuliano Lettara. “Ora i giudici devono deporre le armi” (Giuliano Ferrara, il Giornale, 28-4). Wow, era ora! Ferrara, sempre così informato, ci farà sapere quanto dura l'armistizio, e soprattutto la decorrenza e la scadenza. Insomma, da quando a quando c’è licenza di delinquere. Così magari, prima che i giudici riprendano le armi, gli sfiliamo il portafogli o gli svaligiamo la casa.
La Stampa 29.4.13
Pd, verso un rinvio dell’assemblea per il nuovo leader
Troppe tensioni sul “reggente” e sulla segreteria. Le correnti vogliono trattare fino all’11 maggio
I vertici del Pd sono dimissionari e le tensioni all’interno del partito restano molto alte
Prima del segretario Bersani si era dimessa il presidente Rosi Bindi
di Carlo Bertini
Superata la pratica del voto di fiducia a Letta che potrebbe rivelarsi meno drammatica del previsto, se non indolore, con poche defezioni e molti maldipancia, il Pd rischia di finire nel pantano sulla scelta del sostituto di Bersani. Anche perché dai territori - cioè dall’Emilia - arriva un forte pressing per anticipare il congresso a fine giugno, mentre quel che resta della dirigenza romana fa muro di gomma. Il nodo è politico, nella base si sono aperti dei quesiti strutturali, «siamo ancora un partito di sinistra dopo aver fatto un accordo di governo col Pdl? », che molti ritengono vadano risolti prima che si apra la stagione delle feste di partito.
Per giunta, dopo l’esclusione dal governo dell’area che detiene la golden share, cioè gli ex Ds, «se non mettiamo subito al timone del Pd uno di sinistra scoppia una rivoluzione», ammette un ex Dc consapevole del rischio. Ma sul nome e sul cordone sanitario di maggiorenti che dovrebbe affiancarlo, non c’è ancora alcun accordo; insomma per evitare di sommare tensioni a tensioni oggi alle assemblee dei gruppi si deciderà se rinviare l’assemblea federale prevista sabato prossimo di una o due settimane.
Le correnti infatti sono troppo impegnate a gestire il «disagio» per trovare il tempo di discutere subito su chi e come gestirà la «ditta» fino al congresso. Sul fatto che debba essere uno di sinistra non ci sono obiezioni, perfino renziani ed ex Ppi concordano. Allo stato Epifani sembra avvantaggiato su Fassina, ma il governatore della Toscana Enrico Rossi esce allo scoperto «non è il momento di stare alla finestra, sarei un pavido», quindi a sinistra c’è molto fermento. In queste ore si discute non solo sul nome e sui poteri del «reggente», che a norma di statuto deve essere eletto dall’assemblea che convoca il congresso; ma si discute pure su quello che l’ex Ppi Fioroni (che ambisce a fare il vicesegretario) definisce un «coordinamento politico con incarichi a tutte le varie anime che dovrebbe affiancare un segretario eletto con pieni poteri come lo fu Franceschini dopo le dimissioni di Veltroni». Senza contare che la Bindi avverte che «se dovessimo trovarci di fronte a un derby Renzi-Barca, lavorerò ad una terza candidatura che rappresenti il profilo ulivista del Pd». Nomi non ne fa, forse per tenerli coperti, o per mancanza di idee precise in proposito.
In tutto ciò, la rinuncia di Renzi a correre per la segreteria non va giù a molti dei suoi deputati: che in camera caritatis lo mettono in guardia dai rischi di non conquistare il partito e di ambire solo alla premiership. E che proprio per questo stanno discutendo se puntare sul nome di Chiamparino, che proviene dall’area ex Ds, per la reggenza del partito.
Comunque sia fino a domani tutti vogliono vedere come reggerà la «macchina» alla prova della fiducia e il buon senso consiglia di rinviare un appuntamento denso di incognite come l’assemblea: i mille delegati finora hanno ricevuto solo un «preavviso» e molti si aspettano che la data venga spostata all’11 maggio per far stemperare il clima. Sulla fiducia, i dissidenti hanno fatto marcia indietro, i prodiani Zampa e Gozi e la Puppato hanno sfornato un documento che segnala un’adesione sofferta al governo Letta. La sinistra del Pd soffre perché teme la sfida che i vendoliani sono pronti a sferrare in Parlamento in tandem con i grillini. La composizione del governo ha aperto infatti nuove ferite nelle correnti: i renziani, ma non Renzi che se ne tiene fuori, sono infuriati per lo scarso peso dei ministeri assegnati e vogliono trattare sulle deleghe. Malgrado ciò, dopo aver sondato i segretari regionali più influenti, i capigruppo confidano in una tenuta con pochi voti contrari o astensioni di sorta. Anche i giovani deputati sono pronti a dire sì, perché «gli spari sotto Palazzo Chigi dimostrano quanto ci sia bisogno di ricostruire nel Paese un clima positivo», dice il neo parlamentare Marco Di Maio.
Corriere 29.4.13
Barca: questo è un esecutivo necessario
«Il governo frutto dell'insuccesso pd Io e Renzi siamo complementari»
Barca: non penso di correre per la segreteria, il sindaco ha leadership
«Questo governo? Mi pare il risultato reso necessario dall'insuccesso del Pd»: così al Corriere l'ex ministro Fabrizio Barca.
di Aldo Cazzullo
Fabrizio Barca, come le pare il nuovo governo?
«Mi pare il risultato reso necessario dall'insuccesso del Pd. Nell'"atto eccezionale" della rielezione di Napolitano era implicito il riconoscimento che, pur essendo usciti dall'emergenza finanziaria, non siamo usciti dall'emergenza civile ed economica, sottolineata da un evento grave come l'attacco a Palazzo Chigi. Diciamo che il patto Pd-Pdl era nelle cose. Del resto, il Paese ha chiesto con urgenza un governo».
Ha colpito il tweet con cui lei, nelle ore della rielezione di Napolitano, ha giudicato incomprensibile la scelta del Pd di ignorare la candidatura Rodotà.
«Nel momento in cui la strada verso il governo di larghe intese appariva ormai inevitabile, ho creduto necessario richiamare il Pd all'enormità dell'errore commesso con la bocciatura di Prodi. Un errore di una gravità senza precedenti. Guardare oltre, al nuovo governo, non può essere per il Pd il modo per mettere da parte un problema che lo riguarda».
L'apertura ai Cinque Stelle era sincera? È mai stata presa davvero in considerazione la candidatura di Rodotà?
«Col senno del poi, mi sembra che non tutto il partito abbia esperito davvero il tentativo».
E Bersani?
«Bersani si è confermato uomo di straordinaria trasparenza. Nella sua coscienza si vede come in uno specchio».
Se lei fosse parlamentare, voterebbe la fiducia al governo Letta?
«Non farei mancare il mio contributo: in queste circostanze, o una coalizione è coesa, o non è. Ma nello stesso tempo richiamerei il partito alla terribile responsabilità assunta da chi ha affossato Prodi. Ed è incredibile che, a distanza di giorni, non uno dei 101 franchi tiratori sia venuto allo scoperto».
Pensa di candidarsi alle primarie per la segreteria del Pd, in autunno?
«Non penso proprio. Ci sono altri modi per contribuire a evitare in futuro altri errori, e per sostenere il partito in cui sono appena entrato nel doppio impegno che lo attende: le riforme istituzionali, a cominciare da una legge elettorale che restituisca ai cittadini la possibilità di esprimere una preferenza; e gli strumenti per fronteggiare una crisi gravissima delle imprese e del lavoro».
Qual è la sua opinione di Renzi?
«Un'opinione molto forte. Renzi è uomo di estrema correttezza. Quando fa una battaglia, tutti sanno che l'ha fatta. Non è uno che si trincera nel segreto».
A parte il metodo, come giudica la sostanza?
«Renzi ha capacità di leadership e di catalizzare coalizioni molto forti. Nel viso e nella parola mi ricorda lo spirito evocato da Saviano per spiegare come si è vinto il referendum in Cile: con il sorriso, senza retorica, guardando avanti, stimolando le energie di un Paese che crede di potercela ancora fare».
Renzi è l'uomo giusto per restituire all'Italia fiducia in se stessa?
«Io penso di sì: rompere le croste, liberare le potenzialità, sollecitare il cambiamento. Detto questo, non è facile superare le resistenze con cui si è scontrato anche il governo Monti. Abbiamo una macchina pubblica arcaica. Il blocco è a Roma, nell'amministrazione centrale».
Quindi lei e Renzi non siete alternativi ma complementari?
«Questa è la mia percezione, questo è il mio augurio».
Lei è stato ministro nel governo dei tecnici. Salutato dal Paese con sollievo all'inizio, ma poco rimpianto alla fine.
«È vero, si è passati da un eccesso di entusiasmo, da una luna di miele un po' cieca, a giudizi molto severi. La verità è che, rientrata con l'estate l'emergenza finanziaria, si è persa la spinta propulsiva, è finita la fase ascendente. Abbiamo smesso di normare e ci siamo limitati ad attuare. Ma il governo è durato sino all'ultimo giorno: abbiamo appena fatto la variazione di bilancio per portare mezzo miliardo all'Aquila, individuato il sito dove ricostruire la Città della scienza, rimosso il commissario che non ha prevenuto l'esondazione del Crati...».
Resta il fatto che un governo senza partiti non ha funzionato.
«Per questo, nella "Memoria" che ho appena pubblicato, ho parlato di partito-palestra. È evidente che oggi gli italiani vogliono sapere se c'è ancora la Cassa integrazione in deroga, se ci sono i fondi per l'infanzia e gli anziani non autosufficienti. Ma qualsiasi governo deve avere alle spalle un partito che non si ritrova ogni cinque anni per la campagna elettorale, ma che è al lavoro sempre, che sa scegliere le persone, che si occupa dell'inceneritore costruito male, dei nidi di infanzia cattivi, del sindaco che non ha strutturato bene l'Imu. I partiti dovrebbero essere il ponte tra lo Stato e la società. Oggi il ponte è crollato. Il triangolo è rotto. Sono entrato nel Pd per dare una mano a farne un partito-palestra. E per aiutare il leader che verrà».
Repubblica 29.4.13
Rossi: “Non voglio fare il segretario o il reggente, ma la situazione della sinistra è drammatica. Fare l’amministratore non basta”
“Anch’io in campo per la ricostruzione troppi indisciplinati scelti con le Primarie”
di Simona Poli
FIRENZE — «Segretario io? No, davvero non ci penso. Ho un contratto con i cittadini della Toscana, sono il loro presidente e intendo onorare l’impegno. Però non è il momento di stare alla finestra, la situazione della sinistra è troppo drammatica perché ci limitiamo a fare solo gli ammini-stratori ».
Enrico Rossi è stato fedelmente al fianco di Bersani, nel bello e nel cattivo tempo. Adesso ha voglia di giocare un ruolo di primo piano.
Si candida alla guida del Pd sì o no?
«Io non voglio fare il segretario e neppure il reggente, ho già troppo da lavorare come presidente di Regione. E poi sono convinto che chi ha un incarico istituzionale debba portarlo fino in fondo, senza troppe chiacchiere. Ma come tanti altri che hanno a cuore il futuro del Pd anch’io voglio dire la mia e intervenire nella discussione nazionale. Se non lo facessi mi sentirei un pavido».
Che partito ha in mente? Quello di Renzi o quello di Barca?
«Quello di Rossi, direi. Un partito che ha il coraggio di affrontare le critiche, di parlare con la gente che ci contesta.
Mentre ero a Roma a votare il presidente della Repubblica mi sono fermato in piazza di fronte a un gruppo di gente infuriata, mi sono preso addosso le loro infamie e ho perso la voce a forza di urlare. I politici non devono aver paura di questo, anche tra di noi dobbiamo imparare a parlare di più».
Non vi siete già scannati abbastanza?
«Intendo una discussione costruttiva, non gli insulti. Superiamo la logica delle correnti e la visione leaderistica che ci ha portati fin qui, facciamo invece proposte e confrontiamoci apertamente. Credo che uno dei punti chiave di svolta sia la separazione tra segretario di partito e candidato premier, perché la coincidenza dei due ruoli condiziona troppo la costruzione del Pd. E’ un errore, ce ne siamo accorti troppo tardi».
Questo lo sostiene anche Barca. Ma non è così in Gran Bretagna per esempio.
«Noi però siamo ancora fragili, il Pd va in parte ricostruito, serve un impegno a tempo pieno per farlo. Non va bene questo eccessivo schiacciamento sulle istituzioni. Non voglio certo inseguire Grillo ma è pur vero che un partito deve sapersi mischiare con i movimenti, le associazioni, la realtà insomma. Un partito deve avere l’ambizione di rappresentare tutti i cittadini in una società complessa e il Pd deve dare voce ai più deboli, agli ultimi della fila, oltre a dare risposte sui temi del lavoro e delle riforme istituzionali».
Il Pd non è riuscito a votare neanche il proprio candidato al Quirinale. Ci sono 101 franchi tiratori senza volto.
«E questo pone il problema della selezione di una classe dirigente che, prima di candidarsi alle primarie, dovrebbe essere scelta dentro al partito e seguire precise regole di disciplina interna. Basta insultarsi gli uni con gli altri, il tema oggi è come tenere in vita una sinistra dopo i disorientamenti che abbiamo avuto. Io credo ancora nelle ragioni fondative del Pd, che mette insieme le culture dell’emancipazione, quella post comunista e quella cattolico democratica, e le proietta oltre il Novecento».
Renzi e Barca insomma possono stare nello stesso partito?
«Devono starci. Mi batterò perché questo accada».
Repubblica 29.4.13
Emanuele Macaluso: il Pd ha cancellato quella storia, dei Togliatti e degli Amendola non si parla più
“Ma i big ex Pci sono scomparsi”
di Tommaso Ciriaco
ROMA — Massimo D’Alema fuori dal governo, neanche un ministero per Walter Veltroni, lontano da Palazzo Chigi pure Pierluigi Bersani. A prima vista, una débacle per i massimi eredi di Botteghe Oscure.
Direttore Emanuele Macaluso, come la mettiamo? Non c’è posto per i big ex comunisti nel governo.
«Non è tanto un problema di provenienza dal Pci - basti pensare a Napolitano - ma di comportamenti che hanno avuto i singoli big. Non c’è da stupirsi. Nel Pd sono confluiti Ds e Margherita, ma tra i Ds c’è sempre stata una guerriglia interna. D’Alema, Veltroni...».
Ed è finita con un governo in cui non c’è traccia dei massimi dirigenti Pci-Pds-Ds.
«Sono scomparsi i big. Il Pd ha cancellato quella storia. Nella Margherita, invece, tutto sommato c’è sempre stata una certa solidarietà».
Allarghiamo lo sguardo agli ultimi vent’anni.
«La cosa più grave è il fatto che una storia, più che le persone, sono state cancellate. Perché se si pensa alla storia della Dc, si parla subito di De Gasperi o Moro. Ma il Pci? Togliatti è stato cancellato. Di Terracini, Pajetta, Amendola non se ne parla più, anche loro cancellati. Come se non fossero stati protagonisti della Resistenza, della Costituente, della Repubblica».
Tornando al governo Letta, cosa ha pesato? Le divisioni?
«E’ un fatto politico, una generazione ha mostrato di non essere in grado di reggere più la situazione. Il criterio è stato quello di saltare una generazione, quelli che hanno avuto un ruolo. Vale anche per Berlusconi e Schifani».
Resta un dato: se si esclude D’Alema - che non corse però da candidato premier - nessun ex Pci è diventato premier.
«Però c’è uno che è diventato Presidente della Repubblica e che ha avuto riconoscimenti straordinari... E poi Ingrao e Iotti Presidenti della Camera. C’è stata una fedeltà istituzionale e democratica del Pci riconosciuta già allora. E poi c’è stato D’Alema a Palazzo Chigi, Veltroni vicepremier, Fassino alla Giustizia. Da questo punto di vista il riconoscimento è stato totale».
E ora l’esecutivo guidato da Letta.
«Un’operazione molto giusta. C’è adesso una nuova generazione, anche di giovani cattolici. E poi c’è Carrozza, eletta nel Pd. C’è Bray, che viene da sinistra. Certo, sono scomparsi i big».
il Fatto 29.4.13
Nichi Vendola
“Il Pd ha tradito le urne riabilitando Berlusconi”
di Caterina Perniconi
Ha il cellulare in mano Nichi Vendola e mentre legge i commenti alla sparatoria davanti a Palazzo Chigi si imbatte in quello di Gianni Alemanno, che demonizza chi critica le istituzioni. Ci mette un attimo a scrivere un tweet: “Un disperato o pazzo spara ed è tutta colpa di chi dissente, di chi non si piega all’inciucio. Non sentite puzzetta di regime? ”.
Vendola, è nato un governo di regime?
Il giornalismo “embedded”, arruolato, è la dimostrazione dell’efficacia di un tentativo propagandistico come quello messo in piedi intorno all’esecutivo di Enrico Letta. Dovevamo seppellire la seconda Repubblica, e invece...
E invece?
Il centrosinistra ha avuto paura di confrontarsi con il cambiamento e si è infilato nella macchina del tempo tornando alla prima Repubblica, evocando addirittura il compromesso storico.
C’era un’altra strada?
Certo che c’era. Non è vero che ci siamo fatti umiliare da Grillo. Per carità, lui è colpevole di fissità politica, e ora farà i conti con chi lo vede come complice di quel che è successo. Ma dovevamo sfruttare il segnale offerto dal Movimento 5 stelle con i dieci candidati al Quirinale tutti provenienti da una cultura di centrosinistra. Se Letta con uno sforzo di fantasia ha reso spendibili alcune facce nuove del suo governo, noi eravamo nelle condizioni di spendere persone molto più forti e credibili per formare un esecutivo.
Tipo?
Società civile diversa da banchieri, imprenditori e filantropi. Se Pd e Grillo si fossero accordati su uno dei due nomi da votare al Quirinale, Prodi o Rodotà, ora le cose sarebbero molto diverse.
Camionate di senno di poi, direbbe Bersani.
Ma come si fa a fare un governo con chi ha fatto la riforma Gelmini? Come si fa a riabilitare Berlusconi che ora passa per un leader responsabile?
Mi spieghi anche come si fa a invertire la rotta di un partito di 360 gradi.
Basta essere un partito irrisolto. Il Pd non è mai nato, ci sono troppe linee politiche, è un congresso permanente dei partiti precedenti. Sul voto per il Capo dello Stato mi sembrava che fosse la vendetta delle sorti dei congressi del Pci e della Dc.
Ora stanno tradendo lo spirito del patto fatto con gli elettori?
Peggio, stanno riabilitando Berlusconi e il berlusconismo, un cancro che è entrato in tutti noi, nel tessuto sociale, con la crisi dell’istruzione e l’esaltazione della televisione e della redistribuzione verso l’alto di poteri e ricchezze.
Ma lei, violando il patto fatto con la carta d’intenti del centrosinistra di seguire le decisioni votate a maggioranza, non ha fatto lo stesso?
Io non ho tradito nulla. L’impegno di Sel è vincolato dentro l’impianto del centrosinistra e non neghiamo la nostra natura contraria alla destra perché il Pd decide di farci un governo insieme.
Ma avevate già votato Rodotà.
Abbiamo votato Prodi. E ci siamo dovuti difendere dalle accuse di aver tradito. Ma non siamo noi quelli che cambiano idea, ci mettiamo la faccia sulle scelte. Quando in campagna elettorale ho parlato delle mie questioni personali, non era per strumentalizzarle. Ma posso sapere perché devo guardare agli Obama e agli Hollande come modelli lontani e non sperare di potermi sposare con il mio compagno anche in Italia? Nel suo ultimo libro Rodotà spiega perché si ha diritto ai diritti, io volevo lui come presidente della Repubblica.
Invece ha avuto Napolitano e il programma dei saggi.
La tecnica dei tecnici e la saggezza dei saggi sono stati la formula per commissariare la politica, considerata una cosa immonda. Con la campagna sulla casta hanno messo tutti sullo stesso piano togliendo dal banco degli imputati l’oligarchia politico finanziaria. Ma i politici sono solo i maggiordomi della vera casta.
Ha in programma una serie di iniziative per aprire un nuovo cantiere della sinistra. Sicuro che ci siano ancora segni di vita?
La sinistra è maggioranza nel Paese. 27 milioni di persone hanno detto no alla privatizzazione dei beni pubblici, come l’acqua, il territorio e la giustizia. Subito dopo alle primarie nei Comuni chiave hanno vinto i Pisapia, i De Magistris, i Rossi Doria, gli Zedda. Queste vittorie erano una minaccia.
Per chi?
Per il centrosinistra che come dice il protagonista del film “Viva la libertà” ha paura di vincere. E per i poteri forti che lo hanno capito subito, stoppando l’uscita a sinistra dalla crisi del berlusconismo.
Ha letto il documento di Fabrizio Barca? Assomiglia più al suo programma che a quello dei democratici.
Siamo in due luoghi differenti ma impegnati sullo stesso cammino. Io però non voglio lucrare sugli altri. Spero di avere forza costruttiva, di incalzare il governo sul merito.
Quindi non proporrete una legge sul conflitto d’interessi per non spaccare il Pd?
La proporremo quanto prima. Voglio sperare che mantengano una libertà di movimento e non trasformino l’Italia nell’anomalia planetaria di destra e sinistra che si sciolgono l’una nell’altra.
il Fatto 29.4.13
Conferenza internazionale
Il Papa sveli i casi di pedofilia aprendo gli archivi diocesani
di Marco Politi
Dublino Papa Francesco recentemente ha ricevuto il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede per invitarlo ad “agire con decisione” in tema di abusi sessuali. Ha dato istruzione di proteggere i minori, aiutare le vittime, intervenire con i “procedimenti dovuti contro i colpevoli”, sollecitare le iniziative degli episcopati. Sono indicazioni pubblicate in prima pagina dall’Osservatore Romano. Un segnale importante. Non c’è dubbio che Francesco voglia una Chiesa più autentica e trasparente. Bisogna vedere come le sue istruzioni saranno concretizzate.
CON I RAPPORTI ufficiali sugli abusi pubblicati negli anni scorsi l’Irlanda ha giocato un ruolo enorme nel costringere il Vaticano ad adottare una nuova strategia rispetto al passato, espressa dalla Lettera agli Irlandesi di Benedetto XVI del marzo 2010. Dentro la Chiesa, e fuori, gli abusi sui minori hanno una storia secolare. Già nell’anno 306 il concilio di El-vira in Spagna condanna gli “stupratori di fanciulli”: a loro niente comunione neanche in punto di morte. Papa Pio V (in un’epoca in cui non si distingue tra rapporti omosessuali con adulti e con minori) in un enciclica del 1568 è durissimo: i colpevoli vanno degradati, privati dello status sacerdotale quale che sia il loro rango, consegnati al potere civile per soffrire le pene peggiori, morte compresa. È stato così? No. La ricerca recentissima di due studiosi dell’università di Napoli dedicata al “Clero criminale” (Michele Mancino, Giovanni Romeo, ed. Laterza) dimostra che proprio nell’epoca riformatrice del Concilio di Trento i preti colpevoli sono trattati sempre con molto maggiore riguardo dei laici colpevoli e anche quando alcuni vescovi rigorosi tentano di comminare condanne esemplari, le autorità ecclesiastiche in seconda istanza hanno svuotato sistematicamente le sentenze. L’istituzione ecclesiastica ha sempre protetto se stessa. Ancora nel 1985 il cardinale Ratzinger in una lettera al vescovo di Oakland sulla riduzione allo stato laicale di un prete, che ha abusato di due ragazzi, soppesa i pro e i contro dell’espulsione rispetto alle reazioni della comunità parrocchiale. In diciannove righe di testo non si menzionano mai le vittime. La sua Lettera del 2010 è una svolta avvenuta sotto lo choc delle vicende in Irlanda, Germania, Belgio, Austria. Sono convinto che Benedetto XVI sia maturato. Il documento è molto importante per l’evoluzione della Chiesa rispetto a questo tema. Il Papa riconosce che non sono state applicate le leggi canoniche, accusa i vescovi di mancanza di leadership, dice che i colpevoli devono sottomettersi alle leggi statali e soprattutto pone l’accento sulle vittime. “Voi siete stati traditi e non siete stati ascoltati”, dichiara papa Ratzinger.
NEL LUGLIO 2010 l’ex San-t’Uffizio ha emanato norme più severe. La prescrizione decorre venti anni dopo la maggiore età (più a lungo che in molti Stati), cardinali e patriarchi possono essere processati, è perseguito l’abuso su malati mentali e il possesso di materiale pedopornografico, possono far parte dei tribunali diocesani anche semplici fedeli: uomini e donne. Nel 2012 è stato organizzato dal Vaticano un convegno all’università Gregoriana per sensibilizzare i vescovi di tutto il mondo. Insomma c’è stato un cambiamento strategico inimmaginabile ancora dieci anni prima. Ma è una strategia incompiuta. Che cosa non funziona? I pontefici incontrano singole vittime, ma non le loro associazioni. Non è stato emanata l’istruzione ad aprire gli archivi diocesani dove giacciono i casi di tante vittime ignote. Non è stato ordinato ai vescovi di denunciare sempre i criminali all’autorità giudiziaria. Manca inoltre la trasparenza sulla sorte e la destinazione dei colpevoli. L’Italia rappresenta il punto debole della strategia di tolleranza zero. È la terra dove ha sede il governo centrale della Chiesa, i pontefici sono “primati d’Italia”, il presidente della conferenza episcopale italiana è nominato dal Papa (e non eletto come ovunque nel mondo), le sue relazioni all’episcopato sono visionate anticipatamente in Vaticano. La Chiesa italiana dovrebbe essere all’avanguardia. Invece sta nelle retrovie. L’ex “promotore di giustizia” del Sant’Uffizio monsignor Scicluna ha lamentato il persistere di una “cultura del silenzio”. L’episcopato italiano non ha un vescovo responsabile del dossier abusi a livello nazionale, non ci sono referenti diocesani, non c’è una commissione investigativa indipendente, non c’è una commissione per i risarcimenti, non c’è nemmeno un numero verde a cui le vittime possano rivolgersi. Un prete siciliano don Di Noto, impegnato contro la pedopornografia su internet, ha proposto di istituire nelle diocesi un “vicario per bambini”. È stato ignorato. Tema di questa conferenza è il concetto di accountability, cioè la “responsabilità di dovere rendere conto”. Per essere di esempio alla Chiesa universale le cose devono cambiare in Italia.
il testo è l’intervento dell’autore alla prima conferenza internazionale sugli abusi sessuali del clero, riunita a Dublino da Snap (Survivors’ Network of Abused by Priests)
Corriere 29.4.13
La rivoluzione di Xi e signora Il lusso in Cina non tira più
Le griffe europee accusano un forte calo di profitti
di Guido Santevecchi
PECHINO — «I giorni del miracolo cinese? Sono finiti». L'allarme suona tra i grandi marchi internazionali del lusso, che in questi anni di crisi in Occidente hanno resistito bene grazie al mercato della Repubblica Popolare diventata seconda economia del mondo. Da giugno dell'anno scorso è stata registrata una frenata che in alcuni settori ha toccato il 30-40 per cento. I motivi sono complessi: vanno dal rallentamento fisiologico nella crescita della Cina, fino alla nuova situazione politica, con «l'effetto Xi e signora».
Il primo segnale è venuto l'anno scorso a giugno: le vendite nell'alta moda e luxury goods hanno cominciato a declinare. Perché? «Erano i giorni in cui la leadership di Pechino preparava il grande ricambio al vertice, con l'elezione del nuovo politburo e del segretario generale del partito comunista», dice Lelio Gavazza, esperto del settore e membro di Osservatorio Asia. «In pratica, c'era incertezza su quali funzionari fossero destinati a salire e quali a scendere, quindi i cinesi non sapevano chi dovessero ingraziarsi facendo regali costosi».
Poi è cominciata l'era di Xi Jin- ping e come primo atto il nuovo segretario generale, nonché capo dello Stato, ha lanciato una campagna anti-corruzione e contro le «spese stravaganti» dell'enorme apparato burocratico del Paese. E la frenata si è consolidata. Nel primo trimestre del 2013 la crescita del Prodotto interno lordo si è fermata al 7,7%. Era stata del 7,9% nel trimestre precedente. La flessione dello 0,2% ha mandato in fibrillazione gli uffici studi. Secondo il dottor Lu Ting della Bank of America Merril Lynch «il fattore che più ha inciso sulla flessione» sarebbe proprio la nuova moderazione dei funzionari di partito e pubblici: «10 milioni di loro hanno carte di credito governative con le quali in media spendevano 5.800 dollari l'anno. Il totale fa 58 miliardi di dollari».
Possibile che sia bastato il richiamo all'ordine del presidente, per quanto carismatico possa essere, a tagliare gli acquisti nella gran palude della burocrazia? Il monito di Xi Jinping ha scatenato i cittadini comuni, soprattutto quelli della classe media, che si sono messi a caccia di corrotti e spendaccioni. Due casi di questi giorni: il segretario del partito in una zona terremotata del Sichuan è stato fotografato nelle zone del disastro, non aveva l'orologio, ma sul polso c'era un'impronta chiara. I bloggers hanno fatto ricerche e hanno rilanciato immagini in cui il compagno Fang Jiyue sfoggiava (pare) un Vacheron Constantin da 20 mila euro. Un altro episodio da caccia alle streghe anti-corruzione, che ricorda anche la Rivoluzione Culturale: il boss del partito in una città del Jiangsu sorpreso mentre faceva baldoria in un locale notturno, che ha preso un megafono, si è inginocchiato e ha invocato pietà. Lo hanno rimosso comunque.
Ma il malcostume occupa solo una frazione del mercato. Un altro problema è che ai cinesi cominciano a piacere nuovi marchi del lusso oltre a quelli europei, sta emergendo il created in China da stilisti locali. E qui entra in gioco la moglie del presidente Xi, l'affascinante signora Peng Liyuan, che sta facendo da traino mostrandosi in pubblico con i suoi vestiti disegnati a Shanghai.
Daniel Jeffreys, direttore di Quintessentially Magazine, bibbia del fashion per milionari, racconta di aver fatto un sondaggio: oltre il 70% dei loro clienti pensa che entro cinque anni il created in China sfiderà le griffe straniere. Ma i cinesi hanno il know how, la conoscenza per produrre in proprio in questo campo? «Presto — prevede Jeffreys — Pechino dovrà giocare secondo le regole, mettendo fine all'industria del falso: a quel punto milioni di lavoratori e artigiani che ora replicano Gucci, Dior, Louis Vuitton, dovranno essere riciclati e produrranno oggetti e abiti di qualità pensati qui».
Ultimo problema: i cinesi sanno che molti gadget occidentali vengono venduti sul loro mercato a prezzi gonfiati. Il Wall Street Journal accusa Mercedes, Bmw e Audi di far pagare in Cina le loro berline di alta gamma il 64% in più rispetto agli Usa. Auto che pure sono prodotte da operai cinesi, in fabbriche cinesi. Giocano sui prezzi anche le griffe: per esempio la borsetta Joy Boston di Gucci qui costa 881 euro, in Europa 545 (+62%); la Speedy di Louis Vuitton a Pechino viene 746 euro, nella Ue 540 (+34%):
Addio vecchia Europa? «No, i cinesi hanno cominciato a viaggiare, 100 milioni di turisti quest'anno: con le nostre capacità e i prezzi che nelle nostre boutiques sono più competitivi, possiamo convincerli a comprare da noi quegli orologi, scarpe, borse, vestiti che fino ad ora hanno trovato solo in Cina», prevede Osservatorio Asia.
Corriere 29.4.13
L’Italia dell'auto seduce la Cina
Freemont e 500 star a Shanghai. Folla agli stand Ferrari e Maserati
di Guido Santevecchi
SHANGHAI — C'era un bell'ingorgo sulla strada a sei corsie per il salone dell'auto di Shanghai (chiuso ieri): traffico imbottigliato e tutti a piedi per un chilometro fino ai cancelli. Ed era solo il giorno dedicato alla stampa (nei nove giorni per il pubblico un milione di visitatori). Tanto per capire l'importanza e l'imponenza di questo evento nella Cina terra-promessa per l'industria mondiale. Un mercato che è già il primo del pianeta con i 19 milioni di veicoli venduti nel 2012; ma atteso a una crescita incoraggiante (per i produttori) che dovrebbe raggiungere nel 2020 i 31 milioni di immatricolazioni in un solo anno, delle quali 22 milioni per auto. Con oltre il 70% delle vendite tenuto da marchi internazionali.
Per giorni, i quotidiani locali sono stati occupati massicciamente dalla campagna pubblicitaria dei tedeschi. Al salone lo stand della Volkswagen sembrava quasi un parcheggio tanti erano i modelli allineati. Una percentuale di rilievo sulle 1.300 auto esposte da 2mila costruttori di 18 Paesi. Ma in questo mare germanico le isole italiane erano ben visibili e sistemate in modo strategico, per fare sistema: lo stand della Fiat di fronte a quello della sorella Chrysler, quello della Ferrari non distante dalla Maserati. E lo sforzo è stato premiato: Volkswagen, Bmw, Mercedes, Porsche hanno sponsorizzato una raffica di inserti, i nostri marchi hanno conquistato recensioni, dal China Daily al Wall Street Journal.
La Fiat ha presentato la sua Viaggio made in China, nella nuova fabbrica di Changsha costruita in joint venture con la Gac, che impiega 3.500 lavoratori, una decina di ingegneri italiani, e ha una capacità di 160 mila vetture l'anno, aumentabile fino a 300 mila. E questi numeri fanno capire le ambizioni.
Guardando la Viaggio, il presidente di Fiat China Franco Amadei sorride: «Non è perché sono italiano, ma guardi le linee e le curve, c'è il nostro stile di disegno, da quello della Fiat a quello dell'Alfa, e qualcuno ci dice che nel muso si riconosce qualcosa della Maserati». La Viaggio verrà appoggiata da una rete di concessionari e di assistenza che potrà contare su circa 300 punti in Cina, allargandosi nelle città cosiddette di seconda e terza fascia, vale a dire quelle più «piccole» e lontane dalle megalopoli Pechino, Shanghai, Chongqing. Da ottobre ne sono già state vendute oltre 28 mila, a un prezzo abbordabile per la classe media della Repubblica Popolare: meno di 15 mila euro. Di nicchia dovrebbe essere la Fiat 500, importata.
La novità, qui, è la Freemont, che punta a entrare nel settore dei suv, quello che in Cina sta crescendo più rapidamente: +43% nel primo trimestre del 2013, rispetto al +17% dell'intero settore. Chrysler ha portato la Jeep Cherokee, che entro il 2014 verrà assemblata nello stabilimento Fiat Gac di Changsha.
Ed ecco il settore supercar, presidiato da Maserati, che ha presentato la nuova Ghibli, a un prezzo inferiore ai 100 mila euro, per sfidare Bmw e Mercedes come auto per flotte aziendali: «Perché la battaglia non si vince attirando negli showroom singoli acquirenti dotati di un bel libretto degli assegni», dicono alla casa fondata cent'anni fa a Bologna dai cinque fratelli Maserati e acquistata dalla Fiat nel 1993.
La Ferrari invece resta un sogno per pochi. Ma nemmeno troppo pochi: nel 2012 nella Greater China (oltre alla Cina, Hong Kong, Macao e Taiwan), ne sono state consegnate quasi 800 — 784 per la precisione —, di cui quasi 600 a cittadini della Repubblica Popolare. Oltre un decimo della produzione di Maranello arriva qui. Chi sono i ferraristi cinesi? «Imprenditori in ascesa, artisti, attori, poco più che trentenni, in genere più giovani di dieci anni dei nostri clienti occidentali, perché qui il successo e la ricchezza arrivano prima», ci spiega Amedeo Felisa, amministratore delegato global. E gli fa piacere ricordare che «in Cina c'è la più alta percentuale di ferrariste donna» (anche se al suo fianco Edwin Fenech, capo del quartier generale del Cavallino a Shanghai, sussurra che «qualche importante cinese magari intesta l'auto alla moglie»).
Il gioiello è LaFerrari, l'ultima nata prodotta in soli 499 esemplari, 50 dei quali destinati all'Impero di Mezzo.
Ora anche la Ferrari punta a farsi conoscere nelle città dell'interno, seguendo la promessa del governo di Pechino di far alzare il tenore di vita delle province più lontane. E ha una strategia per competere con Rolls Royce e Bentley: «Quelle sono vetture da far guidare all'autista con la divisa, noi vogliamo far capire a chi si può permettere una grande auto che bisogna apprezzare il piacere di tenere il volante, di sentire la potenza e il suono del nostro motore».