domenica 20 maggio 2012

l’Unità 20.5.12
Intervista a Susanna Camusso
«Questa strategia della paura va fermata e sconfitta subito»
Il sindacato non si farà intimidire da queste belve infami e difenderà
gli spazi democratici
di Rinaldo Gianola

«Penso a quella ragazza, ai gesti semplici, all’allegria, al sorriso, alla voglia di vivere di Melissa. Penso al dolore insopportabile della sua famiglia. Penso a quelle ragazze a scuola al sabato che organizzano il pomeriggio, gli amici, la sera a ballare. E adesso alla morte, alle lacrime. Ecco... non si può accettare questa violenza, non si può tollerare questa strategia della paura che si vuole imporre al Paese. Dobbiamo reagire e dobbiamo farlo subito».
Susanna Camusso è a Brindisi, oggi la nostra capitale del dolore, a testimoniare la solidarietà e l’impegno del mondo del lavoro, del sindacato, della Cgil di fronte a un attentato terribile, a una violenza crudele, inspiegabile. E di fronte a questi fatti la mente corre subito ad altre stagioni tragiche del Paese, alle stragi impunite di tanti anni fa, al terrorismo, alla mafia.
Possibile che stiamo tornano indietro, segretario Camusso? Siamo dentro a un film già visto?
«Per tanti aspetti è un orrore che abbiamo già vissuto. Ci sono troppi segnali, troppe coincidenze che ci preoccupano, che ci confermano nei nostri timori. Avevamo già lanciato l’allarme. Ci sono poteri violenti, interessi nascosti che vogliono occupare lo spazio della politica, restringere gli spazi di democrazia, occuparli con l’arroganza, le armi, la violenza. E’ un progetto che non casualmente emerge in un Paese in gravi difficoltà economiche, che vive una lunga crisi, dove proliferano tensioni sociali, con la classe politica divisa, indebolita, non più credibile agli occhi dei cittadini».
Quali segnali, quali coincidenze la preoccupano?
«Chi ha messo la bomba a Brindisi voleva uccidere, fare una strage. Aggiungo: voleva uccidere proprio delle ragazze, questo è un segno, si vuole colpire chi offre speranza ma appare debole, indifesa. I responsabili di questi atti sono proprio “belve infami”, abbiamo usato queste parole nel nostro comunicato unitario. Difficile non pensare a un atto della criminalità organizzata, magari con collegamenti con l’eversione, mentre ci sono le elezioni, c’è la carovana della legalità in città, alla vigilia del ventesimo anniversario dell’uccisione di Giovanni Falcone e del funerale di Stato di Placido Rizzotto, il sindacalista ammazzato dalla mafia. La magistratura e la polizia ci diranno cosa c’è dietro, chi sono i registi, i responsabili, ma questo attentato e i suoi effetti sono un attacco esplicito alla convivenza civile, alla nostra vita democratica. Questo orrore va fermato con la mobilitazione, con la partecipazione, con forti azioni di governo».
A che cosa pensa?
«Il Paese vive una deriva pericolosa, c’è un senso diffuso di scoramento, di fallimento, che non ce la possiamo fare a vivere, a lavorare dignitosamente. Voglio dire con forza che la classe dirigente e i partiti hanno grandi responsabilità. Bisogna stare attenti anche alle parole. Non si possono giustificare gli atti di violenza contro Equitalia perchè questi sarebbero la reazione, per alcuni comprensibile, al peso del pagamento delle tasse. Non si può far finta di nulla quando i fascisti di Casa Pound impiccano dei manichini in pubblico. Non si possono sottovalutare certi appelli di terroristi irriducibili a raccogliere le frange disperse o gli attentati di non ben individuate federazioni anarchiche contro i manager di aziende pubbliche».
Dove comincia la risposta democratica alla violenza?
«Inizia dalla partecipazione, dalla mobilitazione dei cittadini, dalla tutela degli spazi di democrazia. Non dobbiamo aver paura. Il sindacato confederale non abbasserà la guardia e farà, come in passato, la sua parte. Staremo vicino a chi soffre, a chi ha bisogno di essere difeso, continueremo a batterci per i diritti dei lavoratori e di chi il lavoro non ce l’ha. Questo è il nostro ruolo democratico, per questo faremo la grande manifestazione unitaria il 2 giugno per il fisco e l’occupazione. Poi c’è il governo, ci sono le forze politiche...»
Quali provvedimenti si attende dal governo?
«C’è bisogno di uno sforzo straordina rio per rafforzare con uomini e mezzi adeguati le forze dell’ordine. Rilanciamo con serietà e competenza i servizi di intelligence. Non bisogna trascurare nulla, dobbiamo dare un giudizio netto, inequivocabile, di condanna della violenza e del terrorismo. Il governo deve agire subito, deve comprendere che Brindisi, con tutta la sua emergenza economica e sociale, non è stata una scelta casuale da parte degli attentatori. Le mafie pugliesi, ritenute sempre così silenti, reagiscono ai colpi subiti, ai beni confiscati, tentano di occupare spazi, di infiltrarsi in nuovi interessi, nella vita civile ed economica».
E i partiti, la politica?
«L’Italia ha uno straordinario bisogno di politica proprio in questo momento difficile, soprattutto oggi che ritorna la minaccia della violenza e del terrorismo. La presenza di un governo tecnico è la rappresentazione della mancanza dei partiti, dell’assenza di credibilità della politica. Ma oggi ne abbiamo bisogno, ci serve una politica “alta”, ci vogliono leader affidabili e trasparenti per difendere la legalità come condizione essenziale per lo sviluppo del Paese. Da qui non si scappa, non ci sono scorciatoie».
Che cosa devono fare i partiti?
«I partiti devono procedere velocemente a un ricambio, a un’autoriforma, va ripristinata e valorizzata la normale dialettica democratica. Non si può continuare con la proliferazione di partiti personali o padronali, con la politica ridotta alla diffusione di fango a tutto spiano contro tutti, come se tutti fossero uguali, tutti colpevoli».
Segretario Camusso, un attentato a una scuola forse non l’avevamo ancora visto...
«È un segno grave, un affronto al nostro Paese, alla nostra democrazia. Questo attentato ha una valenza simbolica enorme. Si colpisce una scuola, i giovani, la speranza di un futuro migliore. Chi ha ucciso Melissa ha un obiettivo chiaro in testa: vuole imporre la paura e il silenzio ai giovani, alle loro famiglie, al Paese. Dobbiamo impedirlo, tutti insieme».

La Stampa 20.5.12
La rabbia di Brindisi In piazza fischiati politici e vescovo
di G. Ru.

A un certo punto, una donna in prima fila comincia a urlare: «Fuori i politici dal palco». Piazza silenziosa. Che brivido, quella voce. Una fustigata, come se la città non fosse già dolente e disorientata per quella bomba che ha «ucciso la speranza». Ma dal palco, mestamente, con il mento calato giù, come se fossero dei condannati a morte che si incamminano verso il patibolo, un corteo di politici, esponenti delle istituzioni, si disperde nella piazza. E quando parla il vescovo Talucci, dal fondo un coro di ragazzi dirà poi sprezzante il governatore della Puglia, Nichi Vendola, «grillini venuti da Taranto» - grida che Sua Eminenza dovrebbe tacere. E poi fischi se li è presi anche Rocco Buttiglione, vicepresidente della Camera.
Sprazzi di antipolitica, affogati subito dal dolore e dallo smarrimento di una città che ricorda altre tragiche stagioni, altre piazze d'Italia che si sono riempite per protestare contro stragi e omicidi. C'è un cartello che raccoglie più di discorsi e riflessioni lo stato d'animo della città, «Non ci fate paura, vigliacchi». Chi? Da quale nemico ci dobbiamo guardare? La mafia, il terrorismo? Chi?
E' un tarlo che divora la piazza, che piange la «povera Melissa». Il sindaco, che due settimane fa è stato eletto al primo turno, Mimmo Consales (centrosinistra), ha saputo conquistare la piazza, ma più di lui sono stati i ragazzi, gli studenti del professionale «Morvillo-Falcone», il sindaco di Mesagne, lo stesso governatore Vendola in lacrime, a far ritrovare il senso di appartenenza a una comunità. Colpisce quel manifesto scritto con la vernice portato sul palco «Siamo cittadinidi un paese che si ricordano di stare uniti solo quando si muore. Ciao Melissa, Veronica non mollare...».
Un'altra frustata al Bel Paese. Sotto il palco decine di fasce tricolori, di sindaci del Salento, di personalità politiche (da Nicola Latorre a Paola Concia). «Noi abbiamo i cuori a pezzi, chi ha piazzato la bomba ha ucciso l'Italia», dice il sindaco mentre il vescovo si rivolge agli stragisti: «Pentitevi e recuperate un pizzico di dignità che non si può mai distruggere nel cuore di ciascuno di noi».
E questi ragazzi che all'improvviso sono diventati vecchi, hanno introiettato la paura, la brutta bestia che non conoscevano prima. Uno studente, capelli pel di carota con zainetto d'ordinanza: «Non ho parole, ho paura di entrare a scuola». Una studentessa: «Era un po' casa nostra, adesso è diventato un rischio. Ho tremato, è orribile, ho paura».
E si vede che Martina è più corazzata, che si indigna e che reagisce: «Il problema della criminalità non è una novità per Brindisi, è solamente stata minimizzata, finora». E' la scuola ferita a morte: «Assurdo avere paura, era considerata per tutti una zona franca. Nessuno mai si infervora Martina - si era mai permesso di violare la scuola. Nemmeno negli anni più bui». La strage di Brindisi, per il sindaco di Mesagne, il paese di Melissa, «ha colpito l'innocenza, ha colpito la speranza». E Nichi Vendola, in lacrime, ricorda che una scena come quella della scuola «Morvillo-Falcone», con i libri e quaderni fatti a pezzettini, lui l'ha vista solo un'altra volta: «Con il terremoto di San Giuliano di Puglia».

l’Unità 20.5.12
Le elezioni amministrative
4 milioni e mezzo al voto La destra rischia il cappotto
Un voto per battere le destre
di Michele Ciliberto

LE ELEZIONI DI OGGI SONO AMMINISTRATIVE E VANNO CONSIDERATE ANZITUTTO SU QUESTO PIANO. SAREBBE PERÒ SCIOCCO NON COGLIERE IL LORO VALORE POLITICO GENERALE e non valutare in maniera adeguata il contributo che esse possono dare all’apertura di una nuova stagione della vita politica nazionale dopo il lungo predominio del berlusconismo.
Ce ne sono tutte le condizioni: i pilastri della vita politica italiana nell’ultimo decennio il Pdl e la Lega sono stati già fortemente colpiti, e ridimensionati, nella prima tornata elettorale: il primo è fuori dal ballottaggio in alcune delle principali città italiane (Genova, Palermo, Parma... ); la seconda è ormai ai margini della vita politica, ed è assai difficile che possa mai più riconquistare il ruolo, e la funzione, che ha avuto con la leadership di Umberto Bossi.
Non è un caso se le cose sono arrivate a questo punto: a differenza di quanto in genere si pensi, la politica è una “scienza” profondamente razionale perché è basata sugli “interessi” nell’accezione più ampia del termine: economici, sociali, culturali... Pdl e Lega sono stati colpiti, frontalmente, dalla crisi sociale che ha avvolto la società italiana e che essi non sono stati in grado né di prevedere né di governare. Alla fine, i fatti sono più forti delle parole, la realtà finisce sempre con il prevalere sulla immaginazione, anche su quella più cinica e più spregiudicata.
Ma se questa è la situazione reale, è necessaria una forte, vigorosa, lungimirante iniziativa politica per riuscire a girare definitivamente pagina ed aprire una nuova prospettiva a tutta la società italiana. E per questo è necessaria in queste elezioni una forte affermazione delle forze riformatrici e, in primo luogo, del Partito democratico, cioè della forza che oggi ha la responsabilità nazionale di proporre una nuova visione del destino e del futuro “risvegliando” e riportando in prima linea tutte le energie che si sono chiuse in questi anni in un cerchio di disincanto, di delusione, di solitudine e, uso volutamente il termine, di visione.
Oggi, ci sono le condizioni anche per questo: il Pd è impegnato nella gran parte dei ballottaggi, specie in quelli che riguardano le grandi città, ed è in grado di realizzare un risultato assai utile per favorire una svolta profonda nella vita politica nazionale. Ma se questa analisi è giusta e ci sono le condizioni effettive per battere la destra si può capire che il Pdl sia pronto a giocare ogni carta per cercare di contenere, se non di evitare, la sconfitta al punto di sostenere i candidati di Grillo, come pare voglia fare a Parma. Può apparire un paradosso, ma e non lo è: al di là delle tante chiacchiere, il trasformismo è una struttura costitutiva, fin dalle origini, del movimento berlusconiano specie nei momenti di crisi e di difficoltà.
Con il culto del leader, è stato l’altra faccia del bipolarismo di coalizione tipico dell’avventura politica di Berlusconi. Nel Pdl oggi ci sono forze pronte a tutto: anche a travolgere nella propria crisi l’intero sistema politico nazionale. Neppure questo sorprende: fin dall’inizio nella ideologia e nella politica berlusconiane c’è stata una componente eversiva (elemento tipico, del resto, delle classi dirigenti italiane, fin dalla costituzione dello Stato unitario).
Proprio su questo punto delicato, le elezioni di oggi possono essere un momento di svolta e di chiarimento assai importante. Esse possono contribuire in modo efficace ad avviare una nuova organizzazione dell’intero sistema politico indispensabile per la nostra democrazia dopo la crisi e la fine del berlusconismo. E possono cominciare a porre le basi, in Italia, per una democrazia competitiva basata sul confronto fra forze e schieramenti politici e sociali alternativi.
Possono, in altre parole, contribuire ad avviare la costituzione e lo sviluppo di un serio bipolarismo, in grado di portare l’Italia fuori dalla palude trasformistica in cui è stata immersa nell’ultimo decennio, situandola in un orizzonte limpidamente e autonomamente lo sottolineo europeo.
È sperabile che chi oggi può farlo, eserciti il proprio diritto al voto non lasciandosi incantare dalle sirene dell’astensionismo, del quale le forze riformatrici devono tuttavia riuscire a intercettare le profonde motivazioni sociali ed anche la consistenza culturale e ideologica con iniziative politiche concrete a livello sia locale che nazionale in grado di contenere la profondissima crisi che sta investendo soprattutto i ceti e gli strati più deboli ed esposti è (così come è necessario, qualunque sia il risultato, che si intendano i motivi ideologici e culturali, e la sofferenza sociale, che sta al fondo del crescere del movimento di Grillo).
È sempre bene evitare il “bonapartismo” delle parole e usare toni sobri, ma bisogna che tutti lo sappiano, specialmente quelli che sono attratti dall’astensione: oggi è decisivo battere la destra, se si vuole riaprire un destino per quel grande Paese che nonostante tutto è, e resta, l’Italia. Oggi si può cominciare a farlo.


l’Unità 20.5.12
Il vento francese
È ora per i riformisti di fare un vero partito europeo
di Francesco Verducci Dipartimento Pd cultura e informazione

IL LASCITO DI BERLUSCONI È IMPRESSO NELLE CIFRE SU DISOCCUPAZIONE, DISEGUAGLIANZE, deindustrializzazione, smantellamento del welfare, che si traducono nella durezza del vissuto quotidiano. Il fallimento della destra sta in questa voragine sociale, che rischia di inghiottire la nostra democrazia. Siamo un Paese a rischio, perché la speculazione attacca soprattutto dove la politica è miope e incapace. Imbelle alle pretese di mercati finanziari senza regole e controlli. A ben vedere, pur su piani diversi, nel voto di milioni di europei in Francia, Italia, Grecia, Germania emerge la richiesta di una politica incisiva, capace di dare indirizzo ed imprimere una svolta. Volontà di contare ed essere ascoltati, che si manifesta nel voto di protesta antisistema, ma indirizzata innanzitutto alle forze del riformismo democratico.
Oggi sono per prime le nuove generazioni a reclamare il cambiamento. Chiedono il futuro che gli spetta. Sta alla sinistra raccogliere queste istanze. In Francia è accaduto. Potrà avvenire nel resto d’Europa, se il Manifesto siglato in marzo a Parigi vivrà in una concreta iniziativa. È tempo per i riformisti di costruire un vero partito europeo, che ampli e innovi il Pse, capace di osmosi con forme non convenzionali di partecipazione che si manifestano in piazze, aule, fabbriche, web, a dimostrazione di quanto sia forte e diffuso il bisogno di buona politica. Il vulnus tra cittadini e ‘palazzo’ si colma con partiti rigenerati, che mostrino autonomia da lobby e potentati.
Nella combinazione incendiaria di recessione e disoccupazione, malessere democratico e malessere sociale sono facce della stessa medaglia. Questo è il nodo dirimente. Ma il governo Monti non pare averne piena consapevolezza. Mostra l’inadeguatezza di fondo di un’azione calata nei parametri che i vincoli dell’austerity e della Bce impongono.
Della responsabilità verso il Paese il Pd ha fatto invece la propria ragion d’essere: caricandosi il compito di presidiare il passaggio attuale e di indicare nel contempo l’alternativa politica che chiuda davvero il ciclo berlusconiano. Sanando il vuoto di rappresentanza con un inclusivo patto di cittadinanza imperniato su lavoro, produzione, conoscenza. Investendo su crescita e capitale umano, abbattimento delle diseguaglianze e reti sociali.
Ma la crisi del sistema politico riguarda anche il Pd. Tocca ai democratici lanciare una mobilitazione che riconquisti alla politica il terreno perduto, che poggi su inedite forme organizzative e parole adeguate in cui riconoscersi. Per dare al Paese un nuovo inizio. Perché anche qui “il cambiamento è adesso”.

l’Unità 20.5.12
Europa, dalla pseudo unità all’unità?
di Bruno Bongiovanni

TALORA RIGORISTA E TALORA INCLINE A QUEI CONSUMI EMANCIPANTI che soli possono battere il consumismo, non sufficientemente sorretta dal mai scomparso «splendido isolamento» britannico, l’Europa, dialogando con gli Usa di Obama, sta con fatica procedendo verso se stessa, verso cioè quel solidarismo confederale che può essere la soluzione positiva della negativa, e non solo economica, crisi attuale.
Nessuno pretende più di essere un impero, termine derivato dal latino imperium, la cui base di partenza è la radice di pario, ossia «partorisco» e «produco».
Ma che cosa è un impero ? È nel contempo un dominio e il territorio disomogeneo su cui tale dominio è esercitato. Sono stati definiti «imperi» le entità storiche «burocratiche» (antica Cina, India, Mesopotamia), le entità conquistate dalle popolazioni nomadi (gli arabi, l’Orda d’Oro, i turchi selgiucidi e ottomani, i Moghul in India, i Safawidi in Persia, i Manciù in Cina), cangianti forme di potere del Medio Oriente e dell’Oriente (sultanati, vari khanati, Giappone), i pretesi successori dell’Impero romano (Bisanzio, l’impero carolingio, il Sacro Romano Impero Germanico, la Terza Roma moscovita, i due imperi bonapartistici, l’Austria-Ungheria, il Secondo Reich, il Terzo Reich, l’impero monarco-fascista 1936-41), e, tra pseudomorfosi e metamorfosi, gli imperi coloniali (il britannico e il francese, il quale ultimo si autodefinì un impero nonostante la Francia fosse una repubblica).
Vi sono poi stati anche gli imperi «metaforici», vale a dire il sovietico e l’americano. L’ora non imperiale Europa, che la crisi costringe ad essere politica e non ideologico-burocratica, può scavalcare ciò che resta non è poco della sua natura di mera espressione geografica. Dal male può sorgere il bene. Dalla pseudounità l’unità.


Corriere 20.5.12
«Ci aprì il monsignore Emanuela era morta»
Una lettera accusa. Il presule: sono tranquillo
di Fabrizio Peronaci

ROMA — «Sono tranquillo, non ho nulla da nascondere». Monsignor Piero Vergari, l'ex rettore di Sant'Apollinare che autorizzò la sepoltura del boss nella basilica, ha reagito così al diffondersi della notizia del suo coinvolgimento nella scomparsa di Emanuela Orlandi. Il prelato, indagato per concorso in sequestro di persona, ieri mattina è stato tenuto a distanza da compaesani e fedeli inquieti, smarriti. Anche l'attivissimo e quasi ubiquo Antonio Di Maggio, sindaco di Turania (Rieti) nonché vicecomandante della polizia municipale a Roma, era assorto. «Eccellenza, ma è proprio vero?». E lui, noto per le sue intemperanze di fronte ai giornalisti, stavolta si sarebbe mostrato calmo: «Non hanno trovato nulla se non il corpo di De Pedis. Quelle ossa risalgono a secoli fa, quando i laici venivano sepolti nelle chiese... Non vedo cosa possano trovare...».
Giallo Orlandi, il giorno dopo. Mentre dal suo ritiro in un ex convento, dove fu trasferito nel 1991, il presule coltivava la sua solitudine, nella capitale la novità nell'inchiesta più intricata dell'ultimo trentennio era sulla bocca di tutti.
Gli accertamenti nella cripta sulle 250 cassette dell'ossario, a questo punto, assumono un significato concreto. Da brivido: entro un mese l'esame del Dna sui dieci reperti messi da parte — ossa di datazione più recente — è chiamato a dare un responso mozzafiato: se un solo frammento sarà «attribuibile» alla figlia del messo pontificio, il cerchio sarebbe chiuso. Ma sono ancora tante le incognite. Gli inquirenti, nell'attesa dell'eventuale prova-regina, sono tornati a studiare atti e testimonianze. «Suor Dolores, la direttrice della scuola di musica, vietava alle allieve come mia sorella di frequentare la chiesa di Sant'Apollinare per non farle entrare in contatto con Vergari», ha ricordato ieri Pietro Orlandi. La casa di «don Pierino», in paese, è stata perquisita. Il suo computer sequestrato.
Ma c'è di più. Pescata tra le decine di faldoni, da ieri, una carta è tornata in primo piano. Si tratta di una lettera arrivata in Vaticano, a casa di Maria Orlandi, la mamma, poco prima delle rivelazioni dell'ex amante di De Pedis, Sabrina Minardi.
È anonima ma, evidentemente, scritta da persona informatissima. Perlomeno di quel che sarebbe successo di lì a breve. Il testo «anticipa» la confessione-choc e sembra preparare il terreno alla pista della banda della Magliana. Allude, lancia messaggi in codice. A leggerla bene, chissà quanti indizi contiene. «Prima di tutto la notizia peggiore ma forse liberatoria: Emanuela è morta la notte della sua scomparsa...», premette la misteriosa autrice, che dice di sé: «Nel 1983 ero l'amante di De Pedis, non per amore ma per trasgressione. Facevo da autista e segretaria... Ritiravo buste al banco di Santo Spirito dell'Eur e le consegnavo a politici, magistrati, poliziotti, preti...».
In pratica, è l'autoritratto della Minardi, che parlò anche di incontri di «Renatino» con Andreotti. Poi, il clou: «La sera del 22 giugno Enrico mi chiede di caricare in via Cavour un uomo dalla camicia gialla... Aveva con sé un borsone... La destinazione era Sant'Apollinare...». Eccola, la scena: «Era mezzanotte, ci aprì personalmente Monsignore. Entrammo in una specie di sacrestia e vidi a terra una ragazza molto giovane. Sembrava morta... Camicia gialla mi fece accostare con il bagagliaio aperto e arrivò con la giovane avvolta in una coperta... Monsignore diceva: mi raccomando, in un luogo consacrato...».
Attenzione a similitudini e dettagli: la Minardi nel 2008 raccontò di Emanuela chiusa in un sacco e gettata in una betoniera. Qui compare un «borsone». Invece che di prete, l'anonima parla di «Monsignore». La frase sul «luogo consacrato» fa anch'essa riflettere. E la banca? Merita approfondimenti?
La lettera si concludeva con la sepoltura: «Accompagnai Camicia gialla a Ponte Milvio, andai a prendere Enrico e alle tre di notte portammo il corpo a Prima Porta... Lui lampeggiò, il cancello fu aperto da un uomo anziano... Poi Enrico mi diede 10 milioni...». Vaneggiamento? Non pare. Si tratta della «firma preventiva», per quanto anonima, dell'omicidio, oppure di un raffinatissimo depistaggio?

Repubblica 20.5.12
"Don Vergari sa che fine ha fatto Emanuela"
Gli inquirenti del caso Orlandi: ecco perché è indagato. Lui: non ho nulla da nascondere
L’ex rettore di Sant´Apollinare: "Dalla cripta di De Pedis non verrà fuori niente"
di Marco Ansaldo e Maria Elena Vincenzi

ROMA - Don Pietro Vergari sapeva. «Sapeva che il boss della Magliana, Enrico De Pedis, c´entrava qualcosa con il sequestro di Emanuela Orlandi», ragionano gli inquirenti. Forse, addirittura, sapeva la risposta a un mistero che dura da 29 anni: che fine ha fatto l´adolescente sparita nel nulla. Questo il motivo per cui il procuratore capo Giuseppe Pignatone, l´aggiunto Giancarlo Capaldo e il sostituto Simona Maisto hanno deciso di iscriverlo nel registro degli indagati con l´accusa di sequestro di persona aggravato dalla minore età della vittima e dalla sua morte.
Il sacerdote amico di De Pedis, quello che si è fatto promotore della sua sepoltura a Sant´Apollinare, custodiva un segreto. Lo custodisce ancora. Questa la tesi da cui muove la procura di Roma che, in queste ore sta continuando, insieme agli agenti della squadra mobile capitolina guidata da Vittorio Rizzi e ai tecnici della polizia scientifica, l´analisi delle ossa trovate nelle 400 cassette della cripta, alcune delle quali, stando ai primi accertamenti, sarebbero di età recente.
È proprio tra questi resti che gli inquirenti sperano di trovare una nuova svolta. O la conferma a quelle che per ora sono solo ipotesi. Sia sul caso Orlandi, sia su quello di Mirella Gregori, anche lei quindicenne, anche lei scomparsa nel nulla appena 40 giorni prima di Emanuela, il 7 maggio 1983, e in circostanze simili. I pubblici ministeri non hanno mai escluso un legame tra i due sequestri. Dettagli che, poi, dovranno passare la prova più dura, quella del dna: da mesi ormai sono stati ricostruiti sia quello di Mirella sia quello di Emanuela in modo da poter procedere alle comparazioni. Ma per questo bisognerà attendere i prossimi giorni.
I magistrati indagano, il Vaticano si agita. L´unico ad essere sereno, dice lui, è proprio Don Vergari, che da anni vive in una specie di esilio volontario in provincia di Rieti. «Non ho nulla da nascondere», avrebbe detto. E, a conferma, ha spiegato che gli investigatori «non hanno trovato nulla se non, appunto, il corpo di De Pedis. Tutto il resto sono ossa antichissime, risalenti a secoli fa. Ora dicono che faranno indagini approfondite, ma non vedo proprio che cosa possano trovare».
Nulla, di sicuro, hanno trovato gli inquirenti sul computer che è stato sequestrato al prelato circa un anno fa. Nello stesso periodo il sacerdote era anche stato sentito dai pm per chiarire i motivi di quella sepoltura illustre. E mentre sull´ex rettore della basilica dove Emanuela fu vista per l´ultima volta si allunga l´ombra del sospetto, la Santa Sede continua la sua battaglia per la verità. E fa del caso Orlandi uno dei vessilli di una guerra divenuta sempre più importante.
La vuole vincere Benedetto XVI che da mesi invoca trasparenza assoluta e collaborazione con la magistratura. La vuole vincere il segretario personale del Pontefice, don Georg Gaenswein che, anche se all´epoca dei fatti non era in Vaticano, ha ricevuto il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, e si è impegnato personalmente per venire incontro alle richieste di un´indagine interna, parallela a quella della procura di Roma. E la vuole vincere il portavoce del Papa, padre Federico Lombardi, che ha scritto un memorandum per evidenziare che la Santa Sede ha sempre collaborato con gli inquirenti.
Tante dichiarazioni, tutte nello stesso senso. Eppure il dubbio che filtra anche Oltretevere è che il Vaticano non sappia che cosa è davvero successo ad Emanuela Orlandi, che non lo sappiano gli attuali vertici. Ma che forse, all´interno delle mura, qualcuno, oggi molto anziano, sappia. Magari anche più di un segreto. E non abbia mai parlato. Non con la magistratura, non con i suoi confratelli.

il Fatto 20.5.12
Pietro Orlandi: In quella chiesa le ragazze non erano al sicuro
Don Vergari, indagato, replica: “Non ho nulla da nascondere”
di Rita Di Giovacchino

Non è stato semplice per la Procura di Roma iscrivere sul registro degli indagati don Piero Vergari, che il giorno dopo si difende: “Sono tranquillo, non ho nulla da nascondere. Non vedo cosa gli inquirenti possano trovare a Sant’Apollinare”. Troppo complessa e delicata l’inchiesta sulla sparizione di Emanuela Orlandi. Per un anno e mezzo la decisione di entrare o meno nei sotterranei di Sant’Apollinare è stata esaminata, palleggiata, rinviata. A imprimere la svolta è stato, infine, il procuratore Giuseppe Pignatone che, pochi giorni dopo il suo insediamento ha annunciato: “Apriremo quella tomba”.
ERANO i primi giorni di aprile, l’iscrizione di don Vergari è seguita di qualche settimana ed è coincisa con la perquisizione della casa del prelato che da anni si è rifugiato in un convento di suore che si trova nel centro di Sigillo, suo paese natio. In quell’occasione è stato sequestrato computer, agenda e altri documenti, attività di indagini che mal si conciliano con la versione ufficiale dell’“atto dovuto”, legato alla perquisizione nella basilica minore dove don Vergari non risiede più dal 1991. Quando l’altra sera la notizia è stata diffusa da siti e televisioni, una cappa di silenzio e imbarazzo è calata sulla vicenda. Anche l’ex parroco, amico di Renatino, ha evitato di far ritorno in paese, per sfuggire ai giornalisti, si è limitato a far sapere: “Non ho nulla da nascondere, nella bara è stato trovato De Pedis, come previsto, anche l’ossario non rivelerà sorprese: appartengono a persone morte nei secoli scorsi quando anche i civili venivano seppelliti in chiesa”. Serafico, pragmatico, rassicurante, come sempre. Ma Pietro Orlandi, fratello di Emanuela ribatte: “Non so se il coinvolgimento di monsignor Vergari nel concorso di sequestro sia o no un atto dovuto o se gli inquirenti abbiano scoperto fatti nuovi. So perché lo diceva mio padre che, durante il suo rettorato, l’ambiente che ruotava attorno a Sant’Apollinare era molto, molto particolare e in giro si sapeva. Suor Dolores impediva ogni contatto tra le ragazze che frequentavano la scuola di musica e la Chiesa. Attraversavano il cortile, salivano nelle aule, se decideva di far partecipare le allieve a funzioni religiose andava fuori”.
Può esserci anche un movente sessuale nella scomparsa della ragazza? “Non l’ho mai pensato – risponde il fratello –, Emanuela ce ne avrebbe parlato, invece era felice di andare in quella scuola. Penso invece che suor Dolores si fosse accorta che l'ambiente che ruotava attorno a don Vergari fosse ambiguo, diciamo poco cristiano”. Le relazioni pericolose dell’ex parroco non si limitavano all’amicizia con Renatino? La biografia del prete è un capitolo dell’inchiesta. Sappiamo già che ogni sabato si recava a Regina Coeli per svolgere il ruolo di cappellano volontario dove ha conosciuto non soltanto De Pedis, ma altri della “bandaccia”. Ma proprio all’interno di Regina Coeli ha stabilito i contatti necessari alla sua futura carriera, era il braccio destro di monsignor Gianfranco Girotti, poi accusato dai pentiti della Magliana di essere stato il “postino” dei detenuti in cambio di “offerte generose”.
POI GIROTTI diventò reggente della Nunziatura Apostolica e Vergari lo seguì, fin quando non ottenne l'incarico di rettore di Sant’Apollinare. A sollecitare questi incarichi fu il cardinale Ugo Poletti, figura incombente sull’intero affaire. In piazza Cinque Lune, all’interno del quadrilatero della basilica, per un certo periodo il ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro installò il suo quartier generale, uomini dei servizi segreti andavano e venivano. “Mio padre – afferma Pietro Orlandi – è sempre stato convinto che anche i servizi possano aver avuto un ruolo nella scomparsa di mia sorella. Non è stata rapita con la forza e mai sarebbe salita in auto con uno sconosciuto. Pensiamo che abbia seguito De Pedis o chi per lui in un negozio, in un luogo chiuso di cui però si fidava”. Anche una Chiesa? “Non lo escludo, ma dopo è stata portata via, a gestirlo è stata la manovalanza criminale”.
Anche l’ex procuratore generale Giovanni Malerba che si occupò del caso Orlandi negli anni 90 ritiene che all’interno della Chiesa non sarà trovato nulla: “Se c’era qualcosa hanno avuto tutto il tempo per farla sparire, per quanto mi riguarda la Santa Sede non collaborò mai alle indagini”.

il Fatto 20.5.12
Vaticano: i silenzi di sempre
di Marco Politi

Il riaprirsi del caso Orlandi, i nuovi documenti in fuga dal Vaticano, la vicenda Boffo, gli eterni interrogativi sulle passate gestioni dello Ior riportano in primo piano il male di fondo, che corrode l’immagine della Chiesa, oscurando anche l’impegno di solidarietà svolto da fedeli e preti, suore e vescovi in tante parti del mondo. È un male che si chiama opacità dinanzi agli scandali, paura della trasparenza, testardo rifiuto di accettare il fatto che dare risposte all’opinione pubblica è un dovere, non una concessione. Dice l’ex sostituto procuratore generale Giovanni Malerba, che si occupò del rapimento di Emanuela Orlandi: “La Santa Sede non collaborò alle indagini”. È un’affermazione grave e ancora più grave è che si tratta di verità. In quel groviglio di telefonate misteriose a segreti numeri di telefono del palazzo apostolico, che contrassegnò i tentativi andati a vuoto di allacciare una trattativa con i rapitori, il Vaticano non ha incoraggiato i propri funzionari – chierici o laici che fossero – a rispondere incondizionatamente alle domande degli investigatori italiani. Il guaio è che la stessa reticenza si era già manifestata con l’attentato del 1981 a Giovanni Paolo II. Un anno prima il capo dei servizi segreti francesi Alexandre de Marenches mandò a Roma una delegazione composta da un generale e da un monsignore per avvertire la Santa Sede della preparazione di un attentato contro il pontefice. È storia.
L’INCREDIBILE è che a trent’anni di distanza in Vaticano sostengono di non sapere nulla di questa missione. Don Georg, segretario particolare di Benedetto XVI, potrà un giorno raccontare nei suoi diari – se lo vorrà – come è potuto accadere che papa Ratzinger non abbia portato in Curia una fresca ventata di rigore tedesco e si sia lasciato invece irretire nella ragnatela di secolari abitudini vaticane, tendenti a occultare la sporcizia. Da giovedì, da quando è in libreria il libro di Gianluigi Nuzzi e il Fatto ha pubblicato la lettera inquietante di Dino Boffo al cardinale Bagnasco, è sul tappeto un documento incredibile. Nero su bianco è certificato che un direttore dell’Avvenire accusa direttamente dinanzi al Papa (con fax al suo segretario particolare) il direttore dell’Osservatore Romano Giovanni Maria Vian di aver passato a Feltri i documenti calunniosi, che lo dipingevano come omosessuale molestatore. E non succede niente! Il Vaticano diffonde una nota per dire che la pubblicazione di documenti segreti è un “atto criminale… che viola la privacy e la dignità” del Papa e non va al nocciolo della questione. Vian, direttore dell’organo ufficiale della Santa Sede, e Boffo – ora direttore della Tv dei vescovi – sono tranquillamente al loro posto. Una situazione impensabile in qualsiasi paese. Boffo per di più si dichiara “felice che un po’ di verità sia fatta”. In tutto questo fedeli e opinione pubblica apprendono che Boffo – a domanda di don Georg Gaenswein – risponde di non essere omosessuale (cosa di per sé non vergognosa) e a nessuno nell’appartamento papale e ai vertici della Conferenza episcopale italiana viene in mente che Boffo dovrebbe anzitutto presentarsi all’opinione pubblica e quindi alla stampa italiana per spiegare per quali motivi sia stato riconosciuto colpevole dalla magistratura di Terni e come mai abbia accettato un’ammenda penale per molestie e poi abbia sepolto la querela contro Feltri, che lo accusò in maniera infamante. C’è una frase chiave nella lettera che papa Ratzinger scrisse nel 2010 ai cattolici d’Irlanda a proposito dei silenzi sugli abusi sessuali del clero. Si manifestò, disse il pontefice, una “preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali”.
QUEST’ANSIA di nascondi-mento, questo muro di opacità eretto immediatamente appena esplode un caso, è un fenomeno che nella Chiesa romana perdura tuttora. Quale altro motivo può spingere, ad esempio, la Segreteria di Stato a perorare la causa di una non-retroattività della trasparenza delle operazioni bancarie dello Ior? Sulla scrivania di Benedetto XVI la sporcizia si accumula. La domanda è perché non reagisce “alla tedesca”, costringendo alla pulizia. La svolta non arriva mai. Giorni fa l’Avvenire ha chiesto a Formigoni di ammettere che è stato ospite del lobbista Daccò. All’arrogante replica di avere pagato in proprio le vacanze ai Caraibi, il giornale dei vescovi non ha risposto informando i suoi lettori che in mancanza di esibizione dei bonifici, Formigoni è inadatto a guidare la Lombardia e l’Expo.

Corriere 20.5.12
Il Vaticano contro il libro sulle carte: denunciamo
di Giovanna Cavalli

ROMA — Su quelle carte segrete che non lo sono più, il Vaticano non ha intenzione di lasciar correre. Anzi è pronto a sporgere denuncia con un'azione legale internazionale per quello che considera a tutti gli effetti «un atto criminoso». Ovvero la sottrazione e la pubblicazione di documenti della Santa Sede e di lettere private del Papa che «non si presenta più come una discutibile e obbiettivamente diffamatoria iniziativa giornalistica».
Perciò il Vaticano è andato ben oltre, configurando una violazione dei diritti personali di riservatezza e di corrispondenza di Benedetto XVI, dei suoi collaboratori e dei mittenti di messaggi e fax a lui diretti. E che se li sono ritrovati nero su bianco, riprodotti nel libro-inchiesta di Gianluigi Nuzzi intitolato Sua Santità, riaprendo la caccia ai cosiddetti corvi che visiterebbero gli appartamenti papali, diffondendo materiale top secret.
Una ulteriore puntata di Vatileaks che Oltretevere ha suscitato parecchia irritazione. Rafforzando la determinazione ad «approfondire i diversi risvolti di questi atti di violazione della privacy e della dignità del Santo Padre, come persona e come suprema autorità della Chiesa e dello Stato della Città del Vaticano» e a compiere «i passi opportuni affinché gli autori del furto, della ricettazione e divulgazione di notizie segrete, nonché dell'uso commerciale di documenti privati, illegittimamente appresi e detenuti, rispondano dei loro atti davanti alla giustizia». Se necessario, conclude la nota di stampa vaticana riportata sull'Osservatore Romano, «si chiederà la collaborazione internazionale». Sul mistero delle carte trafugate e messe in circolazione sono già in corso un'indagine penale del Tribunale vaticano e una amministrativa della Segreteria di Stato. Oltre agli accertamenti della commissione cardinalizia voluta dal Papa.
E ieri ha parlato anche Dino Boffo, ex direttore di Avvenire, mittente di una delle lettere riservate riportate nel libro di Nuzzi: quella scritta a Papa Ratzinger e inviata via fax al suo segretario personale, monsignor Georg Ganswein, in cui attribuisce al direttore dell'Osservatore Romano Gian Maria Vian — e indirettamente al cardinale Tarcisio Bertone — la responsabilità di aver orchestrato lo scandalo che nel 2009 lo indusse a dimettersi dalla direzione del quotidiano dei vescovi italiani.
«La pubblicazione di documenti riservati, ottenuti tramite un furto, è comunque un latrocinio» ha dichiarato Boffo in diretta su Tv2000, la televisione della Cei che dirige da circa un anno. «Siamo nella situazione in cui lettere private scritte al Papa o al suo segretario finiscono sui giornali o nei libri e questo è un furto in piena regola. Se il collega Nuzzi non si è introdotto lui stesso nelle stanze del Vaticano e le ha ricevute da qualcuno infedele alla Santa Sede, allora è un ricettatore. E i ricettatori portano il loro materiale sulle bancarelle, non nei negozi».
Senza entrare nel merito del contenuto della corrispondenza Boffo ha prima difeso la sua strategia del silenzio ai tempi dello scandalo esploso per via di un documento diffuso da Il Giornale su presente molestie e poi rivelatosi falso («Scelsi di non rispondere agli attacchi perché parlare per metà sarebbe stato un parlare non giusto») e poi esprime profondo dispiacere per la pubblicazione delle carte segrete vaticane «perché anche se io sono beneficiato da questa operazione, l'immagine della Chiesa ne viene sporcata e la Chiesa è mia madre e mia madre è bella». L'ultima considerazione è per la security papale più volte beffata. Boffo si chiede «come mai non sono state installate delle telecamere dove sono custoditi i documenti riservati del Papa». Rubati dal suo tavolo e diffusi urbe et orbi senza che si sia riusciti ad impedirlo. «Che figuraccia per l'Italia».

La Stampa 20.5.12
Trapani
Scandalo finanziario, via il vescovo
di Gia. Gal.

La Santa Sede rimuove il vescovo di Trapani per uno scandalo finanziario. La diocesi nei mesi scorsi era stata al centro di un’indagine della Procura su presunti ammanchi di denaro dopo la fusione di due fondazioni (Campanile e Auxilium) gestite dalla Curia.
Ieri Francesco Micciché, da 13 anni vescovo di Trapani, è stato sollevato dall’incarico dal Vaticano; amministratore apostolico sarà Alessandro Plotti, presule emerito di Pisa. Un provvedimento «estremo» frutto di «calunnie meschine ai quali i miei superiori hanno creduto», ha scritto Miccichè ai fedeli. La rimozione è partita da un’intricata vicenda giudiziaria, sfociata nei mesi scorsi nell’invio di un «visitatore apostolico» da parte della Santa Sede, l’ex sottosegretario Cei Domenico Mogavero, incaricato di far luce anche sul conflitto tra il presule e un parroco.
L’inchiesta ruota attorno a violenti scontri con don Ninni Treppiedi, 37 anni, ex fedelissimo del vescovo, parroco di Alcamo poi passato a gestire la contabilità della Curia e recentemente sospeso «a divinis» per gravissimi illeciti amministrativi. Il prete si sarebbe appropriato di 170 mila euro della parrocchia di Alcamo e avrebbe venduto beni della Chiesa falsificando la firma di Miccichè. La procura di Trapani ha aperto diversi procedimenti (per furto, truffa, frode informatica, stalking, diffamazione e calunnia) e sta verificando la responsabilità di un’altra decina di persone. Mentre il prelato indagava sul suo parroco, sui giornali spuntò un’inchiesta su un presunto ammanco di oltre un milione realizzato nella fusione delle fondazioni curiali. «Serve un segnale forte di discontinuità», spiegano in Vaticano. Appunto, la scure.

Repubblica 20.5.12
L’amore di Alina una storia vera di fede e libertà
Il film di Mungiu sugli esorcismi in un convento
Dopo "4 mesi, 3 settimane e 2 giorni" del 2007, il regista rumeno torna al festival con un racconto di follia e religione realmente accaduto
di Natalia Aspesi

CANNES - Come la racconta Cristian Mungiu, la Romania appare come il più desolato dei paesi europei, e si capisce perchè chi può la fugga e cerchi altrove normalità e serenità. In 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, che nel 2007 ha vinto la Palma d´Oro qui a Cannes, si trattava di una angosciosa storia di aborto clandestino negli anni del comunismo. Al di là delle colline, a democrazia avvenuta, è attraversato da disperazione, rassegnazione e follia come se nulla fosse cambiato. Dice il regista 42enne, faccia da bambino che non sorride mai: «Il nostro paese, come altri, è stato sottoposto a una serie infinita di atrocità e disgrazie, da rendere anche adesso le persone inerti e incapaci di reagire, per istinto di sopravvivenza». Il nuovo film in concorso pare bellissimo, anche se l´istinto di sopravvivenza suggerirebbe allo spettatore di darsi pure lui alla fuga, tenendo conto della punitiva lunghezza (150 minuti). Ma lì si resta, abbarbicati alla poltrona, ipnotizzati dalla crudelissima storia, fatto di cronaca vera avvenuto nel 2005, dalle immagini sconfinate di meravigliosa desolazione, e da quella specie di vaneggiamento religioso che percorre tutto il film sino alla tragica fine. Nella misera regione della Moldavia rumena, vicina alla Transilvania di Dracula, c´è, isolato nel fango, senza un albero o un filo d´erba, e se non c´è neve c´è tempesta, un piccolo convento ortodosso, che più impervio non si può: niente elettricità, niente acqua corrente, gelo costante, povertà assoluta, un bel prete giovane e barbuto e una decina di suorine pure giovani, che nei loro mantelli e veli neri, quando corrono strette una all´altra per qualche demente incombenza, paiono uno stormo di corvi, un volo di vampiri. Dalla Germania, dove ha trovato un lavoro di inserviente, torna Alina, per convincere Voichita a emigrare con lei. Sono cresciute insieme in orfanotrofio, non amate da nessuno si sono amate, unite per non essere sole al mondo. Ma Voichita ha trovato un altro amore sicuro, Dio, e la fine della solitudine, con quel prete cui sottomettersi del tutto, cui chiedere permesso per tutto, cui ubbidire in silenzio, e quelle sorelle che pregano e pregano impegnate nei lavori domestici (acqua da prendere al pozzo, stufe da accendere, legna da tagliare, poi in cucina certe minestre trasparenti, contro ogni peccato di gola). I peccati della fede ortodossa sono molti, 464, e Alina deve sentirli elencare tutti e dire quali lei ha commesso. Ma la fede non è per lei, è la nemica che le ha strappato l´amata dolcissima: che non vuol lasciare la pace trovata in quel convento che pure il vescovo si rifiuta di consacrare. In ospedale dove Alina viene ricoverata per una crisi violenta di disperazione e dove i pazienti sono due per letto, tale deve essere la sfiducia dei medici nel loro lavoro, che come medicina meno dispendiosa per il servizio sanitario non sanno che consigliare, anche loro, forse ironicamente, la preghiera. Ma la preghiera non basta a liberare Alina dalla ribellione. E non resta che l´esorcismo, cioè la tortura, praticata con pietoso fervore dalle buone suorine. Mongiu non giudica, non indica colpevoli, perché suore e prete agiscono certi di fare col male, del bene. Parla di superstizione più che di fede, di amore e di libero arbitrio, di un concetto di religione che sceglie la spietatezza e può praticare l´indifferenza al posto della carità cristiana. «Ma non si è sempre responsabili delle proprie azioni, che dipendono dal caso, dal luogo dove siamo nati, da come ci hanno amato o non amato i genitori, da quale contesto sociale». Nella realtà suore e prete di quel piccolo convento, poi chiuso, sono stati processati, condannati, e la chiesa ortodossa li ha scomunicati. Da quest´anno ha proibito la lettura delle preghiere di San Basilio, principale strumento liturgico per la guerra al diavolo.

Repubblica 20.5.12
L’alleanza dei cattolici con il governo Monti
di Agostino Giovagnoli

Ad Arezzo, il 13 maggio Benedetto XVI ha insistito sul primato dell´etica nella vita pubblica e sull´impegno politico dei cattolici per il bene comune. Ad accoglierlo c´era Mario Monti, il quale ha detto che "la crisi economica se non è affrontata con convinzione e coraggio può diventare culturale e di valore". I loro incontri e le espressioni di un comune sentire sono stati troppo frequenti, negli ultimi mesi, perché si tratti di semplici coincidenze. Ma non tutto il mondo cattolico sembra condividere la loro sintonia e c´è anche chi esprime giudizi drastici sull´attuale governo. A chi lo interrogava su un imprenditore che si è tolto la vita, un vescovo dell´Italia meridionale ha detto che è "tutta colpa di Monti, siamo abbandonati", proprio mente l´Istat chiariva che il numero dei suicidi nei primi mesi del 2012 è in linea con quello degli anni precedenti. Un parroco della Brianza, invece, inveendo contro le tasse, ha detto che "una squadra di ragionieri avrebbe fatto meglio di lui e dei suoi celebratissimi tecnici". E contro i funzionari di Equitalia – esecutori incolpevoli di decisioni altrui – a tratti riemerge tra i cattolici un antistatalismo che sembrava superato da tempo.
Pochi mesi fa il mondo cattolico italiano si è trovato in una situazione di grande incertezza. Poi, nel settembre scorso, il card. Bagnasco assunse coraggiosamente una posizione critica e, poche settimane dopo, il convegno di Todi segnò il definitivo congedo cattolico dal governo Berlusconi. Oggi, le incertezze dei cattolici si manifestano invece nei confronti di un altro esecutivo. Ma tra i due governi le differenze sono profonde, come lo sono quelle tra le critiche al primo e i dubbi sul secondo. La situazione, in un certo senso, si è rovesciata. Allora, la reazione contro il degrado morale si saldò nei cattolici alla scoperta di un fallimento politico sempre più evidente. Oggi chi è al governo chiede serietà, rigore, sacrifici, senza garantire un successo immediato. La decisione fu perciò più semplice allora di quanto non lo sia oggi. E quando la realtà non rende facile scegliere, le nostre convinzioni sono messe alla prova. Ecco perché, come dice Monti, "la crisi economica se non è affrontata con convinzione e coraggio può diventare" una crisi culturale e morale.
C´è attesa per l´Assemblea Generale della Conferenza episcopale italiana, che si svolge in un momento così delicato. Si comincia anche a parlare di una Todi 2 e cioè di un altro incontro dell´associazionismo cattolico per discutere di una nuova iniziativa politica. Ma la strada in questa direzione è lunga e gli ostacoli sono molti, a partire dal problema dell´atteggiamento verso il governo attuale. Non si tratta di un governo "cattolico", anche se conta su alcuni cattolici di grande spessore. Le sue scelte, come le scelte di qualunque governo, possono essere discusse. I suoi ministri, come i ministri di qualunque governo, possono incontrare un diverso gradimento. Emerge perciò la tentazione di tenersi a distanza e di lucrare sulle scelte più impopolari, per poi farsi avanti appena possibile. Ma questo governo è un esecutivo di "responsabilità nazionale", formato in base a criteri di serietà e di competenza, che dichiara di voler perseguire il bene comune in una situazione difficile. Non è perciò semplice, per i cattolici, prenderne le distanze. È ovviamente legittimo proporsi di fare meglio, ma se si resta nell´ottica del bene comune appare contraddittorio pretendere di andare oltre Monti ponendosi oggi contro Monti.
Come sempre, attraverso le scelte contingenti emergono anche questioni più ampie, come quella del rapporto tra etica e politica. Nel mondo cattolico italiano si è creata negli ultimi anni una singolare dicotomia: su alcune questioni specifiche, i valori etici sono stati affermati in modo tanto forte da apparire incompatibile con la loro traduzione politica; per tutto il resto, invece, è sembrato lecito sciogliere ogni legame tra etica e politica, lasciando ampie praterie all´affarismo e, persino, all´illegalità. In entrambi i casi, però, le convinzioni religiose rischiano di diventare irrilevanti sul piano della concretezza storica. E, per i credenti, smettere di investire sul primato della sovrastruttura sulla struttura, per usare il linguaggio marxista, dei valori ideali sui meccanismi economici, degli atteggiamenti eticamente motivati sui comportamenti ispirati dall´interesse materiale significa mettere in discussione la propria identità.

Corriere 17.5.12
Bioetica, scontro in vista alla Camera Mozioni opposte sull'obiezione di coscienza

MILANO — La bioetica torna protagonista in Aula. Domani al secondo punto dell'ordine del giorno di Montecitorio c'è infatti la discussione di mozioni sul «diritto all'obiezione di coscienza in campo medico e paramedico». I testi depositati sono quattro e partono dalla raccomandazione 1763 approvata nell'ottobre 2010 sul diritto di sollevare obiezione di coscienza nell'ambito delle cure mediche legali. La prima mozione in calendario è quella di Luca Volontè dell'Udc, sottoscritta tra gli altri anche da Giuseppe Fioroni del Pd, dai pidiellini Eugenia Roccella e Alfredo Mantovano, da Paola Binetti e Rocco Buttiglione. La mozione impegna il governo «a dare piena attuazione al diritto all'obiezione di coscienza in campo medico e paramedico e a garantire la sua completa fruizione senza alcuna discriminazione o penalizzazione, in linea con l'invito del Consiglio d'Europa». Una mozione presentata da Maria Antonietta Farina Coscioni (e sostenuta dai radicali e da alcuni democratici) ricorda, fatta salva l'obiezione di coscienza, la necessità di «garantire il diritto di ogni individuo di ricevere dallo Stato le cure mediche ed i trattamenti sanitari legali». In discussione anche il testo dell'Idv e quello del Pd di Anna Margherita Miotto, sottoscritto da Gero Grassi, dirigente di area popolare.

l’Unità 20.5.12
Le stanze buie degli Opg
La doppia pena degli internati nei vecchi manicomi criminali
Per le donne «inquiete» c’era addirittura un reparto apposito. Ma non è solo storia La strada è ancora lunga per chiudere il capitolo dei lager
di Roberto Monteforte

ROMA. CHI NON HA PROVATO UN VERO SGOMENTO RIVEDENDO LE DRAMMATICHE SEQUENZE DEL DOCUMENTARIO PRESA DIRETTA SUGLI OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI», realizzato per conto della Commissione Marino? I volti segnati dalla sofferenza. Le vite spezzate, i letti di contenzione. Il degrado. Scene da girone infernale, ma drammaticamente vere, vissute ancora oggi da un migliaio di «pazienti».
Per molti di loro la colpa sta tutta in un paradosso: l’essere stati considerati «non imputabili» dalla giustizia perché «incapaci di intendere e volere» al momento in cui hanno compiuto qualche reato.
È stato così quasi vent’anni fa per un allora giovane che a Catania ha rapinato un bar con una mano in tasca, simulando di avere una pistola. Bottino magro: seimila lire. Pene lievissime per i complici. Lui sta ancora scontando la sua pena nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, prorogata di sei mesi in sei mesi per «pericolosità sociale». Né cure, né recupero sociale per lui. Quanti articoli della Costituzione sono stati stracciati in nome di un’astratta sicurezza sociale? «Non mi merito questo» urlava alle telecamere.
È grazie al lavoro di denuncia della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema sanitario, presieduta dal senatore Ignazio Marino e a quel filmato se l’opinione pubblica ha iniziato a capire, che la tenace battaglia civile, culturale e politica condotta da Psichiatria Democratica e da tante altre realtà ha trovato maggiore ascolto.
Si è convinto anche il premier Mario Monti. Ha voluto incontrare il senatore Marino. Oltre due ore per approfondire. Più di ogni parola lo deve aver colpito quel filmato. Nel febbraio 2012 è arrivata la legge che sancisce che entro il 31 marzo 2013 gli Opg vanno chiusi. In tempi di magra il governo ha trovato anche il finanziamento: 273 milioni di euro.
«Meglio convincere che vincere» diceva Franco Basaglia, padre della «legge 180», quella della chiusura dei manicomi. Memori di quell’ammonimento Luigi Attenasio, Emilio Lupo e Cesare Bondioli con gli altri dirigenti di Psichiatria Democratica hanno organizzato seminari, tavole rotonde con esperti, giuristi, politici, operatori sanitari, esponenti della cultura, rappresentanti delle istituzioni per costruire il «dopo Opg». Le parole chiave? Quei percorsi individuali di reinserimento dei pazienti da che spetta alle strutture sanitarie territoriali presentare. «È questa la sfida per le Asl e per i Dipartimento di salute mentale per vedere se gli Opg verranno superati» afferma il segretario di Pd, Emilio Lupo. Denuncia un pericoloso spread tra le necessità delle persone ancora rinchiuse negli Opg e l’azione di Stato e Regioni. Dove andranno i pazienti «dimessi»? Andrebbero ospitati in adeguate «strutture residenziali» (per un massimo di 20 ospiti) realizzate sul territorio in base a progetti delle autorità sanitarie. Il rischio è che, invece, si vadano a ricostruire altre «strutture chiuse». Altre forme di reclusione, gestite da privati.
IL REPARTO FEMMINILE
È di questo che si è discusso lunedì scorso a Roma, nell’incontro organizzato al Nuovo cinema Aquila. Vi ha partecipato anche il senatore Marino. Era il 14 maggio. Una data significativa: il 13 maggio del 1978 il Parlamento ha approvazione la «legge Basaglia». Un anniversario. Non a caso l’incontro ha avuto per titolo «La stanza rosa». Era l’ex reparto per «Le donne inquiete» del manicomio di Arezzo che in quegli anni, grazie all’azione di Agostino Pirella e della sua équipe, divenne il luogo dove si costruì la riforma che portò alla chiusura di quel manicomio. Si discusso dell’oggi e del futuro.
Vi ha partecipato anche Vittorio Borraccetti, già presidente di Magistratura Democratica e ora membro del Consiglio Superiore della Magistratura. È sul paradosso della «non imputabilità» che il magistrato ha invitato a riflettere: invece che tutelare la dignità della persona più debole, incapace di intendere e volere, ha finito per determinare quel terribile «fine della pena: mai». «La condizione dell’”internato” è peggiore di quella del “condannato” per uno stesso reato. Il primo sarà prosciolto, ma la sua “pena” non avrà una fine certa. Solo riconoscendogli una responsabilità sarà possibile assicurargli delle garanzie. Per lui non valgono le regole sulla pena che deve puntare al recupero della persona e rispettarne la dignità. È per questo conclude che va riformato il Codice Penale, rivedendo anche il concetto di «pericolosità sociale». Oggi è un surrogato della sanzione penale, utilizzata per giustificare la privazione della libertà personale di chi è rinchiuso». C’è ancora molto da fare.


l’Unità 20.5.12
Svetlana, Carmen Alina: figlie di tiranni tra devozione e odio
La paternità secondo Stalin, Franco, Castro, Himmler e Mladic
Esiti diversi ma lontani da ogni normalità
di Pippo Russo

SULLE GINOCCHIA DEL TIRANNO. È UN CUPO LESSICO FAMILIARE QUELLO TRACCIATO NELL’ULTIMO NUMERO di El Pais Semanal da Clara Uson, scrittrice catalana che ha abbandonato la carriera legale per dedicarsi a tempo pieno alla letteratura. Nel lungo articolo apparso sul domenicale del principale quotidiano spagnolo Uson ha passato in rassegna una piccola e densa galleria, dedicata al lato privato di cinque dittatori che hanno attraversato il 900. In particolare, a essere indagato è il più complesso dei rapporti inter-familiari: quello fra padre e figlia. Una dinamica che, nella sua complessità e nella diversità dei casi specifici, viene confermata dai cinque profili biografici passati in rassegna da Uson: quelli di Svetlana Stalina, Carmen Franco, Alina Fernandez, Gudrun Himmler e Ana Mladic. Figlie di dittatori e/o spietati carnefici, protagoniste di parabole esistenziali molto diverse sia rispetto al rapporto coi padri che ai destini personali. Con un denominatore comune: l’impossibilità di vivere una vita normale.
Cinque figlie diversamente devote ai padri, cinque padri diversamente attenti alla sfera familiare e all’esercizio del ruolo genitoriale come estensione dell’esercizio d’un potere totalitario. Messa in questi termini, è proprio quello che fra i cinque risulta essere il rapporto meno traumatico a farsi paradigmatico. Esso dimostra infatti quanto senso dell’irrealtà sia necessario per condurre lungo un binario d’equilibrio emotivo-affettivo le relazioni fra una figlia e un padre capace di esercitare un potere tirannico non soltanto sulla propria famiglia, ma anche su un popolo intero. Il rapporto in questione è quello fra il caudillo spagnolo Francisco Franco e la figlia Carmen. Cresciuta, quest’ultima, come una principessina in un contesto familiare ultra-protettivo. Una sorta di bolla entro la quale la realtà di un Paese che vedeva soffocata ogni libertà giungeva filtrata e manipolata, come se appartenesse all’ordine delle cose necessarie per affermare un’idea di Bene. Agli occhi della figlia del dittatore, l’esercizio paternalistico dell’autorità non poteva avere una soluzione di continuità lungo il confine che separava la soglia di casa e il mondo.
Di segno opposto il rapporto fra Svetlana e il padre Iosip Stalin. Un rapporto segnato dalla continua oscillazione fra attaccamento morboso e scontro frontale, e fra l’adesione cieca della figlia al sistema di terrore politico edificato dal padre e il suo spettacolare rinnegamento. Delle cinque figure di tiranni, Stalin è quella che più delle altre ha esteso anche alla vita familiare un uso terroristico del potere personale. Lo testimonia il suicidio per disperazione della moglie Nadya, e il tentato suicidio del figlio Yakov che in seguito sarebbe stato giustiziato in guerra dai tedeschi dopo un tentativo di scambio di prigionieri rifiutato dallo stesso Stalin. Svetlana dovette subire la pesante intromissione del padre nelle relazioni sentimentali, e anche dopo la morte del genitore il suo equilibrio personale rimase profondamente segnato. Fughe all’estero e inattesi ritorni in patria si susseguirono, a raccontare una personalità che aveva ormai perso definitivamente il proprio centro. La morte l’ha colta lo scorso 22 novembre in Wisconsin. Di Svetlana non rimaneva più nemmeno il nome. Per chi l’ha conosciuta negli ultimi anni, il suo nome era Lana Peters.
Rapporto non meno tumultuoso è quello tra Fidel Castro e la figlia illegittima Alina Fernández, sempre tenuta a distanza dal padre. Fra le cinque figure tiranniche selezionate Castro è quella più anaffettiva dal punto di vista del ruolo paterno. Ciò che certo ha avuto conseguenze nello spingere Alina tra i ranghi della roccaforte dei dissidenti anti-castristi a Miami.
DALLA GERMANIA AI BALCANI
La galleria delle personalità tiranniche è completata da due personaggi che non sono stati a capo di regimi politici dei relativi Paesi, ma che piuttosto sono stati architetti di genocidi: il capo delle Ss, Heinrich Himmler, e il capo dell’esercito serbo-bosniaco negli anni della guerra civile dell’ex Jugoslavia, Ratko Mladic (a carico del quale si è aperto proprio in questi giorni il processo presso il Tribunale penale internazionale dell’Aja). Diversi i destini delle due figlie. Gudrun Himmler ha speso tutta la propria vita in una campagna per la tutela dell’immagine del padre, vittima a suo dire di una gigantesca campagna propagandistica. Ana Mladic, invece, si tolse la vita a 23 anni nel 1994, in piena guerra civile. Sul fatto che si sia trattato davvero di suicidio circolano versioni contrastanti. Ma ciò nulla toglie alla dimensione di tragedia personale.

La Stampa 20.5.12
La leggenda della santa peccatrice
Una biografia di Liane de Pougy la bellissima cortigiana che ispirò Proust
Arrivata a Parigi giovanissima scalò alla svelta la società Morì terziaria francescana
di Mario Baudino

Liane de Pougy (vero nome Anne-Marie Chassaigne) nacque in Bretagna nel 1870. Morì nel 1950

Max Jacob le aveva detto, in epoca non sospetta: «Madame, voi siete pronta per la santità». E Liane De Pougy, la più amata cortigiana della Parigi belle époque, la regina del tempo della galanteria, superati i sessant’anni prese l’antico consiglio alla lettera. Morì terziaria francescana nel 1950, circonfusa di un mistico alone dopo essere stata il sogno erotico d’Europa, una scrittrice di valore e un personaggio letterario. A lei si ispirarono Colette, Natalie Barney, la protofemminista americana che l’amò alla follia, e, soprattutto, Marcel Proust che ne rimodellò i tratti in Odette de Crécy, nonostante l’avesse avuta come pericolosa rivale quando Liane arrivò a un filo dal sottrargli Reynaldo Hahn.
È vero che Jacob, scrittore, pittore e resistente francese al nazismo, sul piano spirituale tendeva a prenderla un po’ enfatica (ebreo, si convertì al cattolicesimo asserendo di avere avuto una visione di Gesù Cristo), ma è anche vero che nel caso di Liane de Pougy erano in molti a pensarla come lui. La leggenda della santa peccatrice fu una delle più grandi saghe mondane, culturali e giornalistiche di Francia. Nessuno, uomo o donna, resisteva al suo fascino. I giornali la idolatravano e versavano fiumi di inchiostro per narrare le sue peripezie amorose, la cronaca dell’andirivieni di amanti; i critici accolsero i suoi libri con entusiasmo.
Era nota con un soprannome che potrebbe apparire feroce: il corridoio dei principi. Ma lo portò orgogliosamente e con somma eleganza, come un emblema. Proprio all’apice del fulgore divenne del resto principessa, sposando lei ricchissima uno squattrinato nobile romeno, e chiudendo così autorevolmente la partita sociale. La sua saga, dilagata anche nell’oggettistica, fra cartoline, santini, porcellane di Limoges che ne recavano il volto, è stata più volte narrata. Da qualche anno è però consacrata da una classica biografia scritta da Jean Chalon, che ora viene tradotta in italiano - con belle fotografie - dall’editore Nutrimenti.
È appena uscita col titolo Liane De Pougy. Cortigiana, principessa e santa, che riassume bene il miracolo di una «vita inimitabile» (alla D’Annunzio, da lei peraltro rifiutato perché troppo brutto) esplosa in un tempo dorato in modo non dissimile da come potrebbe accadere (e accade) anche oggi: un personaggio di fascino carismatico si accampa sulla scena, sfida le convenzioni sociali e la morale borghese, diventa un oggetto di culto per una società che di quella morale fa pubblica professione. Una Traviata senza ingenuità e problemi di salute - e soprattutto senza quell’impiastro di Alfredo.
I giornali popolari non parlano che di lei, fanno la cronaca attenta dei suoi ricchi amanti, ne seguono le pigre esibizioni alle Folies Bergères o in teatro, dove sostanzialmente esibisce se stessa e poco più. Gli intellettuali la adorano. Ha una biblioteca meravigliosa, visitatissima; scrive libri che vengono accolti con universale tripudio, dove parla di sé e delle sue conquiste femminili, come nei romanzi autobiografici L’insaisissable o il celebrato Idylle saphique, che diventa in breve una sorta di Bibbia lesbo. Non nasconde le sue preferenze, ma è nell’insieme una grande icona bisessuale. Il suo primo matrimonio naufraga perché il marito, ufficiale di marina, la sorprende a letto con un giovane efebo.
Liane, che in quel momento si chiama più banalmente Anne-Marie Chassaigne, il nome anagrafico con cui è nata in Bretagna nel 1870, fugge a Parigi. È giovanissima, ha superato da poco i 16 anni, ma ha le idee piuttosto chiare e impara tutto molto in fretta. Anziché essere divorata dalla città, la conquista. Sotto la guida di Valtesse de la Bigne, amante di Napoleone III, cortigiana d’alto bordo e notissima lesbica (a lei si ispirò Emile Zola per Nanà ), scala alla svelta la Parigi della «galanteria», e prima dei vent’anni fa già parte di una ristrettissima élite mondiale, visto che la Senna in quel periodo, quanto a questi piaceri, è la capitale universale.
Marcel Proust la fissa nella Recherche in un ritratto di Odette: «Un’intera scia di uomini la circondava; la loro obbediente costellazione nera e grigia, eseguendo i movimenti quasi meccanici di un quadro inerte attorno a Odette, dava un contegno a questa donna, che da sola aveva uno sguardo abbastanza profondo per guardare avanti a sé, attraverso tutti questi uomini come attraverso una finestra alla quale si fosse avvicinata, e la faceva risaltare, fragile, senza timore, nella nudità dei suoi colori tenui, come l’apparizione di una creatura di un’altra specie, di una razza sconosciuta, e dalla potenza quasi guerresca, grazie alla quale compensava lei da sola la sua scorta multipla».
Lei, che per chissà quale sfida mondana aveva tentato di sedurgli il compagno senza riuscirci pienamente, da quel momento avrebbe chiamato cameratescamente lo scrittore «il mio caro compagno di sventure». Quali? Almeno fino alla prima guerra mondiale (dove morì il figlio avuto dal primo matrimonio) non si può dire che ne avesse particolarmente sofferto. Ma come negare al fascino della donna più bella nel secolo (come la definì Edmond de Goncourt) anche quello supremo della malinconia?

La Stampa 20.5.12
Aosta, l’ultimo ventennio di Kandinsky

L’ultimo ventennio della produzione di Kandinsky, nel confronto con gli artisti dell’epoca, è il tema della mostra «Wassily Kandinsky e l’arte astratta tra Italia e Francia», che sarà allestita nel Museo archeologico regionale di Aosta dal 25 maggio al 21 ottobre (tutti i giorni dalle 9 alle 19). Curato da Alberto Fiz, il percorso espositivo si sviluppa dal 1925, anno in cui l’artista russo terminò il manoscritto Punto, linea e superficie , al 1944, quando morì. Saranno presentati al pubblico oltre 40 capolavori realizzati da Kandinsky tra gli anni 30 e 40, alcuni mai esposti prima d’ora in Italia - tra dipinti a olio, acquerelli, gouaches, disegni e incisioni (nell’immagine Au milieu , 1942, olio su cartone su tela). A questi saranno accostate le opere di altri significativi artisti suoi contemporanei come Hans Arp, Joan Miró, Francis Picabia, Piero Dorazio, Gillo Dorfles e Alberto Magnelli. Pittore e teorico, Kandinsky passò da una fase iniziale simbolista all’esperienza del Bauhaus, fino al periodo parigino. Tra i più celebrati maestri del secolo scorso, era una personalità dedita a diversi interessi, tra cui la musica e la scenografia.

Corriere La Lettura 20.5.12
Il fenomeno Mancuso: l’aspirante eretico sogna una condanna
di Alberto Melloni


Sono circa centoquarant'anni che l'Italia ha cancellato le facoltà di Teologia dalle università. I vescovi, che se ne dolsero, alla fin fine si sono crogiolati nell'illusione di formar meglio il clero nei seminari propri, fatta salva la formazione in franchising dei movimenti, in anni recenti. Gli anticlericali, che credevano di aver espunto la superstizione dal sapere, si godono l'oroscopo di Stato e pagano la parcella a «Jupiter e le sue stelle» ogni mezzanotte. La Santa Sede non ha mai mancato di far passi ufficiali presso il Governo italiano ogni qual volta in una forma o nell'altra s'è adombrata l'idea che l'Italia potesse avere una Divinity School, come quelle che formano il sapere critico sul fatto religioso di cui la società ha bisogno per riempire il vuoto dove l'ignoranza secolarista e l'arroganza bigotta si intrecciano voluttuosamente, pericolosamente. In quel vuoto prospera una nuova letteratura che potremmo dire «profondista». Libri, spesso libroidi (il copyright è di Gian Arturo Ferrari), che esplorano con leggiadra superficialità temi immensi, e si aggiungono con tutta la loro superba insignificanza in fondo a lunghissimi scaffali nei quali s'è stratificato il più fine ed umile rovello intellettuale. I «profondisti» sono di due generi. Da un lato ci sono i «profondisti» ecclesiastici, non di rado vescovi, che ci aggiornano sorridenti sui loro pensieri. Come quelli — è solo l'ultimo caso, non l'unico o il più grave — raccolti da monsignor Giovanni D'Ercole, missionario, telepredicatore, arcivescovo dell'Aquila, nelle 223 pagine di Nulla andrà perduto (Piemme), pensate per rispondere non solo ad Alice (che in una email gli ha confidato di non avere «più niente da chiedere a questa vita di merda», pagina 7), ma agli «uno, nessuno, centomila!» sui quali si distende il suo sguardo. Dall'altro c'è Vito Mancuso, creatore di un «profondismo» tutto suo, benedetto dal successo. Dopo qualche opera più tecnica, il suo primo bestseller s'impose ai tanti che, seguendo Giuliano Ferrara, si convinsero che chi parla molto di Dio probabilmente «fa» teologia. Nel 2011, dopo una decisiva intervista con Corrado Augias, usciva Io e Dio. Una guida dei perplessi (Garzanti): che ha avuto ottima risposta, ma ha mancato l'obiettivo che traspariva da ogni pagina — e cioè ottenere quella condanna vaticana che avrebbe confermato l'importanza eversiva delle tesi dell'autore. Per fortuna, verrebbe da dire, l'autorità ecclesiastica ha concentrato attenzioni e censure su un teologo vero come Andrés Torres Queiruga, messo sotto processo per la sua «ponerologia». Il successo dell'ultimo Obbedienza e libertà (Fazi) — neppure questo riuscirà ad ottenere la sanzione cui ambisce l'autore — conferma l'esistenza di un «fenomeno Mancuso». Perché il pubblico adora sentirsi dire da un «io» convinto che lui ha «sottoposto a critica» e liquidato questo o quel dogma e che per ciò stesso chi prende quell'«io» sul serio partecipa del riscatto degli eretici ammazzati dall'Inquisizione. E piace al lettore la semplificazione giustiziera della storia, grazie alla quale l'autore «dimostra» incongruenze ed errori del magistero cattolico in una anti-apologetica non meno stucchevole di quella che si vorrebbe ripudiare. Chi volesse davvero riflettere troverà dei libri utili — la Prima lezione di teologia di Giuseppe Ruggieri (Laterza) è uno di questi: ma sono profondi, non profondisti. Vuoi mettere?

Corriere La Lettura 20.5.12
La nuova disobbedienza civile
La fioritura degli Indignati e le azioni di «Occupy» costringono a riflettere sulla lezione di Antigone e Thoreau
di Ennio Caretto


Dopo quella degli anni Sessanta, l'attuale fioritura di movimenti populisti e autonomisti in Europa è forse la più caotica e ingovernabile dalla fine della guerra mondiale. Dai Nimby ai No Tav ai «grillini» in Italia, dagli Indignados di Spagna ai «Pirati» in Germania, la protesta non solo contro l'establishment finanziario e industriale e i partiti, ma anche contro le istituzioni, si articola attraverso canali sempre più spontanei e assume dimensioni sempre più inquietanti. Figlia dell'attuale crisi economica, la più grave dalla Grande Depressione degli anni Trenta, minaccia la stessa stabilità sociale. E la minaccia senza offrire la prospettiva di grandi e giusti cambiamenti alla maggioranza dei cittadini, che osserva le leggi, quella «maggioranza silenziosa» elogiata dal presidente Richard Nixon proprio nei vulcanici anni Sessanta. Cambiamenti che nel corso della storia, quando non sono stati portati dalle rivoluzioni e dalle guerre, sono stati portati solo da pacifiche e massicce, non frammentate, campagne di disobbedienza civile.
«Disobbedienza civile» — o «Resistenza civile» come preferì chiamarla Gandhi, che ne fu un maestro — è un termine oggi in disuso. Ma rimane il migliore strumento a disposizione dei cittadini contro il «sistema» quando esso assuma aspetti iniqui. La disobbedienza civile, sottolineò il filosofo inglese Bertrand Russell, che se ne servì fin dagli anni Cinquanta per promuovere la causa pacifista, è il rifiuto attivo di obbedire a certe leggi, una opposizione non violenta a certi poteri, un rispettoso disaccordo con certi governi. Per avere successo deve possedere tre qualità: rispondere ai dettami condivisi della coscienza; essere un movimento di massa; e possedere capacità di persuasione. Chi la pratica, inoltre, deve essere pronto a pagare le proprie violazioni della legge anche con il carcere. In casi estremi, essa è una responsabilità morale di tutti i cittadini, come affermò Gandhi nella sua campagna contro il regime coloniale inglese.
Alcune delle pagine più luminose dello scorso secolo furono scritte proprio grazie alla disobbedienza civile. All'inizio dalle suffragette negli anni Dieci, il movimento che favorì l'estensione del diritto di voto alle donne, e più tardi dai sindacati, che ottennero il riconoscimento dei diritti dei lavoratori. Dopo la Seconda guerra mondiale — in America — dal Movimento dei diritti civili di Martin Luther King per l'integrazione razziale, e dai «Figli dei fiori» per la fine della guerra in Vietnam; nonché — in Sudafrica — dalla resistenza civile di Nelson Mandela. Queste pagine luminose furono macchiate da moti violenti, come quello all'interno del movimento studentesco francese nel '68. Ma dopo il crollo del Muro di Berlino e dell'Urss, interi popoli dell'Europa dell'Est dimostrarono di avere appreso la lezione della disobbedienza civile, dalla «Rivoluzione di velluto» della ex Cecoslovacchia alla «Rivoluzione arancione» dell'Ucraina.
Fenomeni di disobbedienza civile si riscontrano com'è noto già nell'antichità, per esempio nell'Antigone di Sofocle, dove la figlia dell'ex re Edipo sfida il nuovo re che le nega gli onori funebri al fratello Polinice, e paga con la propria vita. Ma in epoca moderna, la disobbedienza civile è costante compagna della democrazia. La auspicò il poeta inglese Percy Bysshe Shelley nel 1819 in The mask of anarchy («La maschera dell'anarchia»), una delle letture preferite di Gandhi, e la teorizzò un altro poeta, l'americano Henry David Thoreau, in Civil disobedience del 1848, pubblicato solo anni dopo: Thoreau rifiutò di pagare le tasse per protesta contro la schiavitù, e fu giustamente imprigionato.
Tutti questi precedenti indicano che è giustificata la protesta pacifica degli Indignati in Europa e di Occupy Wall Street in America, ma assolutamente non lo è la violenza dei No Tav e degli attentati a Equitalia, o degli anarchici greci. Per non parlare delle formazioni terroristiche che stanno rialzando il capo.
Sulla disobbedienza civile devono riflettere chi oggi protesta e coloro contro cui la protesta è diretta, affinché la loro dialettica dia frutti utili alla società. Nell'ultimo mezzo secolo si sono verificate due rivoluzioni contrarie: quella sociale e culturale degli anni Sessanta, scaturita dal basso; e quella economica degli anni Ottanta, imposta dall'alto, che ha ridotto i poteri dei cittadini facendo di loro innanzitutto dei consumatori. C'è il pericolo che la protesta degeneri, e che per neutralizzarla gli Stati la demonizzino. L'attuale maggioranza silenziosa, che in parte si sta allontanando in modo irresponsabile dalle urne, deve farsi sentire, come si era fatta sentire con le generazioni precedenti. Solo così restituirà alla politica il primato che le compete.

Corriere La Lettura 20.5.12
L'oppio che consola (pure) Dio
Thomas Dormandy racconta come lo stupefacente amato da Sumeri, imperatori e chirurghi abbia cambiato la medicina
di Giuseppe Remuzzi


«Non chiamatemi professore e nemmeno dottore: potete scegliere fra Thomas e Tom Dormandy, the former after Aquinas, not the doubter apostole»: insomma Thomas nel caso di Dormandy viene da San Tommaso d'Aquino, non dall'apostolo che voleva vedere per credere. È così che ci ha accolto nel suo laboratorio al Wittington Hospital la prima volta. Sono passati più di trent'anni, Dormandy era già una celebrità, noi dei ragazzi appena laureati. Thomas Dormandy ha passato i 90 adesso, e scrive ancora. L'ultimo suo libro — Opium, Reality's Dark Dream — non è soltanto una storia di medicina, è una storia dell'umanità. Di guerre, di letteratura, di mafia, di mercato nero e tanto altro, ed è una storia che parte da lontano: Ferdinand Keller ha trovato in un lago alpino fossili con semi di papavero bianco (indubbiamente coltivato) che si possono datare intorno al sesto millennio prima di Cristo.
«Se Dio dovesse mai avere bisogno di cure, la sua medicina sarebbe l'oppio» amava dire ai suoi studenti William Osler, il padre in un certo senso della medicina moderna che fu a capo di Johns Hopkins a Baltimora. Tanti medici ancora prima di Sir William Osler hanno benedetto l'oppio: «Non avremmo mai potuto fare questo lavoro se non ci fosse stato l'oppio ad alleviare le sofferenze dei malati». Nel reparto di Joseph Lister (Sir anche lui) nel 1877 al King's College di Londra, il reparto di chirurgia più avanzato del mondo, non c'era ammalato che non avesse la sua dose di oppio. L'oppio è la pianta della felicità nelle iscrizioni dei Sumeri, all'epoca di Abramo mescolato al latte calmava le «coliche» dei neonati, lo si trova in un papiro del tremila avanti Cristo. Dal papiro di Edwin Smith viene fuori che gli Egizi sapevano già come per malattie comunque incurabili serva la preghiera più che le medicine, salvo una, l'oppio, per rendere più facile il passaggio all'aldilà.
E nessun faraone sarebbe mai stato sepolto nell'antico Egitto senza il suo corredo di papaveri d'oppio. Solo l'oppio, secondo Jean Cocteau, poteva avere l'effetto descritto da Omero quando racconta di Elena, figlia di Zeus, che mette qualcosa nel vino di Telemaco capace di attenuare l'angoscia dei ricordi. Più tardi, a Roma, Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio consumavano tanto oppio quanto vino, ma anche la gente comune aveva il suo dolce di oppio e zucchero oltre a miele, succo di frutta e fiori: tutto mescolato in una specie di marzapane.
Forse non tutti sanno che la farmacologia viene dall'Islam — più di tremila preparazioni contro le meno di mille dei Romani — e c'erano farmacie famosissime al Cairo, a Damasco, a Bagdad, dove si discuteva fra l'altro di letteratura e di filosofia (siamo intorno al 900 dopo Cristo). «Gli ammalati vengono da te per due cose di solito, per il dolore o perché hanno paura», scrive Avicenna in un monumentale testo di medicina: «L'oppio funziona per tutte e due, ma ci vuole grande prudenza». E spiega come prepararlo e il dosaggio giusto e come accorgersi delle contraffazioni.
Nella letteratura moderna gli effetti dell'oppio li descrive per la prima volta Alfano, un monaco benedettino, nel suo libro Premnon Physicon del 1063. Ed è un altro monaco, Costantino Africano, a dilungarsi sulle proprietà quasi magiche dell'oppio nel Liber Isagogarum. Paracelso ha scritto dell'oppio dopo averlo provato su se stesso: «È la medicina ideale, addormenta le malattie senza uccidere l'ammalato». L'oppio serviva ai chirurghi per operare e a metà del '600 Christopher Wren e Robert Boyle a Oxford hanno dimostrato con studi sui cani che l'oppio al cervello arriva attraverso la circolazione: «Ma allora lo si potrebbe iniettare in una vena e usarlo come anestetico», hanno pensato. Fu così; e quell'esperimento cambiò la storia della medicina (prima senza anestetici non si poteva operare).
Nelle regioni cattoliche l'oppio si è diffuso di meno non per scelta ma perché c'era più povertà, i ricchi (Gian Gastone, l'ultimo dei Medici e Pierre Pomet a capo delle farmacie di Luigi XIV in Francia, per esempio) sapevano persino distinguere quello del Cairo da quello di Tebe o della Turchia. Un medico famosissimo, Renè Theophile Hyacinthe Laennec, inventore dello stetoscopio, era solito dire ai suoi studenti che «la morte è parte della vita». Si ammalò di tubercolosi, «era sereno fino all'ultimo — scrisse la moglie più tardi — con due alleati, il buon Dio e l'oppio».
Dove va a parare col suo libro Thomas Dormandy? Mi ha raccontato che voleva finire con l'immagine di un contadino afghano dalla barba incolta che fuma la pipa e sorveglia i suoi campi di papavero ben conscio che sono loro a proteggere dalla fame lui, le sue mogli e la sua famiglia. Poi ci ha ripensato, «it would be fraudulent», e negli ultimi capitoli scrive come nessun'altra droga come l'oppio sia in grado di produrre una distorsione del reale che arriva alla mente e dappertutto e ti coinvolge. Nessuna prende così saldamente possesso di te, nessuna ti distrugge così senza curarsi di etnia, classe, virtù. Milioni di persone adorano la droga, altrettante la odiano. Non ci sono argomenti che convincono le prime, e nessuna statistica convince le seconde a un atteggiamento permissivo. E quelli che sono vittima dell'oppio, in modo diretto o indiretto, continuano a soffrire e a morire.

Corriere La Lettura 20.5.12
Vieni avanti, Critone Quando il dialogo è un «monologo assistito»
di Guido Vitiello


«Una confessione per iscritto è sempre menzognera». Lo diceva Italo Svevo, o meglio lo diceva Zeno, o forse entrambi, e questo è solo il primo di molti tranelli. Non per nulla l'autobiografia ha fama di essere il più malfido dei generi letterari; si presta a tutte le reticenze e le compiacenze, agli accomodamenti retrospettivi, alle civetterie. Qui si lascia osservare l'analogia fondamentale tra l'ego umano e il soufflé in cottura, che è tutto un informe gonfiarsi e ribollire finché non lo trafigga la punta di una forchetta. Ecco, questa forchetta potrebbe provvederla il formato del libro-intervista, dove il narcisismo dell'autore cozza a ogni pagina con un emissario del principio di realtà, l'intervistatore. In altre parole, l'unico rimedio all'espansione incontrollata del soufflé è il dialogo, e anche per questo c'è chi mette in capo all'albero genealogico degli intervistatori Platone, fondatore del libro-intervista in forma di dialogo filosofico. Genealogia rivelatrice da qualunque lato la si guardi, perché 1) Platone scriveva sia le domande sia le risposte, se la suonava e se la cantava; 2) certi intervistatori di Socrate erano, per dire il meno, piuttosto accomodanti: Critone non fa che punteggiare gli sproloqui del maestro con i suoi «vero», «è chiaro», e «come no?». Ergo, dire che Platone è il padre del libro-intervista equivale a dire, grosso modo, che ogni intervista è un'intervista immaginaria o un monologo camuffato.
Nella nostra epoca, il modello platonico puro va ricercato nelle interviste ai leader politici, e in particolare in un sottogenere assai nutrito: l'intervista a Fidel Castro. Il Critone di turno si è chiamato di volta in volta Frei Betto, Gianni Minà o Tomás Borge, tutti impegnati in una strenua gara di resistenza. Minà resse sedici ore, tanto che Valerio Riva lo candidò al Guinness dei primati per «la più lunga intervista fatta in ginocchio». Ma i record sono fatti per essere battuti, e così Ignacio Ramonet accumulò tra il 2002 e il 2005 ben cento ore di conversazione con il facondo líder maximo, che divennero un libro di settecento pagine. Ma lo si dovrebbe squalificare dalla competizione: come dimostrò all'epoca il giornalista spagnolo Arcadi Espada, l'intervista dell'allora direttore di «Le Monde diplomatique» era per buona parte un copia-e-incolla di vecchi discorsi di Castro e articoli usciti sulla stampa di regime. Il libro, ironicamente, s'intitolava Autobiografia a due voci. Presentandolo, Ramonet si premurava di ricordare che anche «i dialoghi platonici erano interviste». Appunto, e le scriveva tutte Platone.
Se non piace il modello asimmetrico maestro-discepolo, con Socrate che sproloquia e Critone che annuisce, il panorama dei libri-intervista offre soluzioni più franche, paritarie, intonate al fair play. Esempio insuperato è la vecchia conversazione tra il magistrato Marcello Maddalena e un Marco Travaglio poco più che trentenne, pubblicata da Donzelli nel 1997 con il titolo Meno grazia, più giustizia. Qui si respira tutt'altra aria, non è l'Accademia, è un tavolo da ping-pong: domanda, risposta, domanda, risposta. Senonché, dopo un po' di scambi, siamo costretti a notare che i due giocatori sono sulla stessa metà del campo, e che il modello occulto non è il ping-pong ma la pallavolo: io alzo, tu schiacci, io alzo, tu schiacci. «Ma insomma, avete o no invaso il campo della politica, svolgendo un "ruolo di supplenza"?» ; «Direi proprio di no». «Siamo il paese più garantista del mondo?»; «Che io sappia, sì». Pare un dialogo, ed è un altro monologo assistito.
Accanto al Critone e al Pallavolista, la tradizione del libro-intervista conosce almeno una terza variante, assai diffusa in quel regno dell'adulazione reciproca universale che è la società delle lettere. Qui l'effetto monologo si ottiene alla radice, per via di blandizie e ammiccamenti, dalla fusione genetica tra gli interlocutori: erunt duo in carne una. La progressione ricorda quello sketch dei Monty Python in cui un intervistatore si rivolge all'intervistato chiamandolo prima sir Edward Ross, poi Edward, poi Ted e infine «zuccherino» e «micetto». Un esempio estremo, aggravato dal cameratismo da corregionali, è il libro-intervista di Marcello Sorgi ad Andrea Camilleri, La testa ci fa dire (Sellerio). Si parte in guardia: «Per prima cosa, scambiamoci una raccomandazione: di non esagerare, da siciliani». Ma non c'è verso, la compenetrazione del giornalista palermitano e dello scrittore di Porto Empedocle è tale che dopo neppure trenta pagine, tra pacche sulla spalla e divagazioni sulla sicilitudine, il Dna siciliano, l'amicizia siciliana e la diffidenza siciliana, le due voci risuonano indiscernibili, come se i parlanti si fossero fusi a livello genetico (il Dna siciliano, appunto). Risultato? Pare un dialogo, ed è di nuovo un monologo a due.
Si dirà che un'intervista non è un interrogatorio, che una disposizione accomodante è un'astuzia per conquistare la fiducia dell'interlocutore ed estorcergli confidenze. Sarà. Ma perché privare il lettore dell'occasionale spettacolo di una forchetta che affonda nel soufflé? Per questo c'è una sola via: che l'intervistatore esca dall'angolo e si faccia sotto. Vieni avanti, Critone.

Corriere La Lettura 20.5.12
Anna Bolena, la concubina sul trono Il fallimento di una ragazza in giallo
Il re d'Inghilterra Enrico VIII lasciò la moglie Caterina per sposarla ma si stancò presto. Fu eliminata con una falsa accusa di adulterio
di Claudia Durastanti

Un re che si innamora troppo facilmente e una regina incapace di generare eredi maschi. Il figlio di un maniscalco che mira a fare carriera e una ragazza in grado di compromettere un matrimonio reale. Una casata che acquista potere e un'altra che progressivamente lo perde. Sembra una puntata del Trono di spade — la serie televisiva tutta sangue e Medioevo maschio prodotta negli Usa da Hbo e trasmessa in Italia da Sky Cinema — ma si tratta di un pezzo molto noto della storia inglese. Il re volubile non è altri che Enrico VIII, Caterina d'Aragona è la moglie in disgrazia, mentre Thomas Cromwell è l'umile stratega che si fa largo sfruttando le debolezze altrui. La ragazza è Anna Bolena, un giorno diventerà regina. Neanche a dirlo, è il personaggio più affascinante del lotto.
Lo sa bene Hilary Mantel, che le dedica ampio spazio nel romanzo storico Bring up the Bodies, appena uscito in Inghilterra. Il libro è il sequel di Wolf Hall, incentrato sull'ascesa di Thomas Cromwell, che diventa braccio destro del re dopo avergli consegnato quanto bramava di più: una via di uscita da un matrimonio disastroso.
La trama è intricatissima; a corte si continuano a rimuovere le tracce di Caterina d'Aragona per non urtare la sensibilità della donna che l'ha soppiantata (non che al popolo importi molto dei sentimenti di «Anna la concubina»), Enrico VIII non dorme di notte, teme di finire all'inferno per colpa del divorzio. Su di lui pende una minaccia di scomunica della Chiesa di Roma, ci sono re in Europa pronti a strappargli il trono. La vicenda viene raccontata attraverso la prospettiva di Cromwell, l'uomo che trama nell'ombra e deve tutto proprio ad Anna Bolena («Ricorda che ti ho creato io», «Posso dire lo stesso», «Sì, ma io me ne sono pentita per prima» è la riposta della regina). Nell'immaginario popolare Anna Bolena è stata tante cose: una protofemminista, una prostituta, una strega, qualche volta una vittima. Nel romanzo di Mantel è meno attraente del solito; quando Cromwell la vede vestita di rosa e di grigio, non può fare a meno di pensare alle viscere di un animale: poca roba, per una sfascia matrimoni che ha mandato in rovina la nazione.
Anna è una regina «tutta spigoli e gomiti» che non puoi toccare né consolare; ha un grottesco senso dell'umorismo (la sua nana di compagnia si chiama Mary, come la primogenita del marito e della precedente regina) e si aliena l'affetto dei parenti perché non vuole dividere i proventi del successo. Per essere una sovrana come si deve le manca una qualità fondamentale: «Una regina, se soffre, soffre da sola e deve possedere la grazia necessaria per sopportarlo. La figlia dei Bolena non ha questa grazia».
C'è un dettaglio che dice molte cose: la sera del debutto Anna Bolena indossa un vestito giallo, tonalità popolare in tutta l'aristocrazia. Dopo 15 anni la ragazza, diventata regina, continua a mettere abiti di quel colore, ma nei territori del Sacro romano impero ormai viene indossato solo dalle prostitute. La donna che aveva affascinato Enrico VIII, perché così diversa «dalle bionde dolci e remissive che attraversano la vita di un uomo senza lasciare alcun segno», diventa gradualmente una forza spenta. «In lei ci sarà sempre una leggerezza forzata, una modestia simulata ad arte. Diventerà una di quelle donne che a cinquant'anni sono ancora convinte di essere in gara».
Solo che a cinquant'anni Anna Bolena non arriverà mai. Enrico VIII si è stancato, le regine vanno e vengono. La ex concubina non si ribella all'accusa di adulterio (un pretesto escogitato da Cromwell per farla fuori) «non per ammettere la colpa, ma per dire questo: non sono degna, non sono degna perché ho fallito. Una cosa doveva fare, prendere Enrico e tenerselo. Sa che l'adulterio è un peccato e il tradimento un crimine, ma essere una perdente è molto più grave».
Hilary Mantel imbottisce Anna Bolena di tratti altamente desiderabili in un personaggio di finzione (l'indomabile fierezza, la capacità di piangere per un cane e non per un figlio morto) quanto improbabili nella realtà, e così facendo la rende sempre più evanescente e immateriale nel mondo della storia. Bring up the Bodies funziona talmente bene da farci dimenticare che una donna così pittorescamente crudele è esistita davvero. E non potrebbe essere altrimenti, dato che qualche dubbio ce lo aveva persino lei, «era convinta che quando sarebbe diventata regina, avrebbe tratto conforto dal ricordo dei giorni dell'incoronazione, ora dopo ora. Ma dice di averli dimenticati. Quando si sforza di ricordare, è come se fosse accaduto a qualcun'altra. Come se lei non fosse mai stata lì».

Corriere La Lettura 20.5.12
Roma, la Manhattan dei Cesari
Venticinque anni di ricerche, sette di lavoro: è l'atlante dell'Urbe. Più di una biografia Andrea Carandini ha ricostruito monumenti e luoghi. «Scienza e divulgazione insieme»
di Paolo Fallai


Che effetto poteva fare passeggiare per il Foro romano nel secondo secolo? Alzare lo sguardo verso i palazzi imperiali, sulle pendici del Palatino, sfiorare la Basilica Emilia e alle sue spalle l'enorme complesso dei Fori imperiali; soffermarsi tra i templi della Concordia e dei Castori? E su tutto, sopra il Campidoglio, la massiccia imponenza del tempio di Giove Ottimo Massimo? Finora potevamo solo immaginare lo stupore di fronte alla Manhattan dei Cesari, adesso possiamo vederlo. Arriva in libreria il 12 giugno una delle opere più complesse che siano state concepite nell'ambito della storia e dell'archeologia romana: l'Atlante di Roma Antica. Biografia e ritratti della città, curato per Electa da Andrea Carandini, coadiuvato da Paolo Carafa, che gli è subentrato nella cattedra all'università La Sapienza.
Venticinque anni di ricerche, sette di lavoro sull'opera, un secolo di attesa: sono i tempi di questo Atlante che si ricongiunge a quello che Carandini chiama «un formidabile precedente». È la Forma Urbis Romae di Rodolfo Lanciani, pubblicata tra il 1863 e il 1901. Un lavoro straordinario, portato avanti da Lanciani in solitudine, fu lui stesso a pagare i disegnatori. Dopo quattro generazioni il moderno Atlante di Roma — frutto di un progetto che ha unito La Sapienza e la Soprintendenza archeologica sotto l'egida del MiBac — si avvale delle più moderne tecnologie, non solo per i rilevamenti e il disegno, ma soprattutto per la gestione di milioni di informazioni, dalle fonti letterarie ai saggi scientifici. «Mancava fino a oggi — spiega Andrea Carandini — uno strumento conoscitivo globale di Roma antica degno degli inizi di questo secolo». E senza tanti giochi di parole l'archeologo, che ha dedicato una vita al Palatino, spiega la filosofia dell'opera: «Un documento scientifico capace di soddisfare l'occhio, filtrato dalla filologia, dalla critica e dall'intelligenza storica, capace di comunicare visioni serie e attraenti dell'Urbe sia al mondo degli studiosi, sia al largo pubblico». Quella che Carandini fa emergere è una visione divergente dello studio archeologico: da una parte l'ossessione del particolare, del singolo scavo, i cui risultati sono comprensibili solo a pochi. Dall'altra la sua scelta di percepire Roma «come una entità complessa, che per essere capita va compresa nel suo insieme, viva e mutevole». Una città «da sottrarre ai segreti e gelosi possessi, ai rivali potentati delle conoscenze, per un interesse culturale generale in cui tutto sia finalmente di tutti».
Nasce così, sulle 1.120 pagine con quasi 400 tavole, una città raccontata per immagini viste «da lontano», con ricostruzioni affascinanti, in cui le figure umane sono essenziali a capire proporzioni e vita vissuta tra i monumenti. E una città vista «da vicino» in porzioni che isolano periodi e fasi, scendendo al particolare del singolo ritrovamento. In ogni pagina vengono indicate le fonti, che siano una moneta antica, un testo letterario o un saggio scientifico. In ogni disegno i colori evidenziano i reperti e la parte ricostruita. «Roma è un cumulo di materiali — chiosa Carandini — quindi una realtà solida che tuttavia scorre e si modifica nel tempo, come un fiume di pietre. Noi abbiamo cercato di cogliere questo movimento. E adesso chiunque abbia un'idea diversa, una interpretazione nuova, si faccia avanti».
È la conferma che «Roma è una scoperta continua». Così Paolo Carafa ha potuto evidenziare il pentimento del doppio frontone del Pantheon e accogliere le ultime scoperte di Maria Antonietta Tomei sulla Domus Tiberiana. E osservando la basilica civile del governo di Massenzio e Costantino, si scopre anche l'origine delle misure della basilica di San Pietro: sono uguali.
L'opera è suddivisa in tre parti. Nella prima sezione è indagata la città nel suo insieme: il paesaggio naturale e quello storico, i suoi confini sacri e le suddivisioni amministrative, i luoghi della produzione e del commercio, le abitazioni private, le mura, la viabilità, gli acquedotti e le aree verdi. Nella seconda sezione vengono descritte le quattordici regiones augustee dell'Urbs: ogni capitolo è composto da un testo narrativo che traccia la storia della singola regio, mentre schede descrittive e didascalie sono destinate ai monumenti e alle opere d'arte. Conclude il volume una terza sezione, dedicata agli indici analitici e alla bibliografia. Straordinarie le ricostruzioni tridimensionali eseguite appositamente per il volume che nel suo insieme esamina, scheda e ricostruisce 13.000 monumenti di Roma antica, dal IX secolo avanti Cristo, al VI d.C. inseriti nei paesaggi del loro tempo, dalle capanne più antiche a San Pietro.
Andrea Carandini e Paolo Carafa sono molto orgogliosi del gruppo di lavoro, una trentina di giovani e giovanissimi, che hanno dato anni di impegno e di ricerche. E sono preoccupati. «In un Paese normale i contenuti di quest'opera sarebbero su Internet e questi ragazzi potrebbero continuare a lavorare per un aggiornamento necessario e costante. Costerebbe pochissimo — sostiene Carandini — e ci permetterebbe di non aspettare un altro secolo per una revisione. Oltre tutto questo lavoro, come si dice oggi, è un format: se ha funzionato per Roma può funzionare per qualsiasi città del mondo».
Un'opera che, in fondo, vede realizzare un sogno che Roma non è stata capace di concretizzare: quel Museo della città, che aspetta di essere realizzato, trova posto in libreria. «L'Atlante è il museo virtuale di Roma antica. E risponde alla filosofia che ci ha sorretto in questi anni — conclude Andrea Carandini: — risarcire il passato, ricostruendolo. Di fronte all'immensa complessità di Roma, non ci disperiamo, non siamo indifferenti».

Repubblica 20.5.12
Neuroletteratura
Quando leggiamo certe frasi si attivano alcune zone del cervello, proprio come se facessimo quelle azioni
di Annie Murphy Paul


Spesso diciamo che un romanzo ci conquista perché ci sembra di aver vissuto le emozioni che racconta. Ebbene secondo gli ultimi studi di psicologi e scienziati sarebbe davvero così. Ecco come

Perse tra gli squilli e i trilli dei nostri congegni digitali, le antiche virtù della lettura possono ormai apparirci remote – o addirittura obsolete. Dalla neuroscienza però emergono, inaspettatamente, alcuni dati che sembrano dimostrare il contrario, rivelando cosa accade nel nostro cervello quando leggiamo una descrizione particolareggiata, delle metafore evocative o un intenso scambio tra due personaggi. La letteratura, secondo la ricerca, stimola il cervello e modifica i nostri comportamenti.
I ricercatori sanno da tempo che le "classiche" aree del linguaggio, come quella di Broca e di Wenicke, giocano un ruolo importante nel modo in cui il cervello interpreta le parole scritte; tuttavia, solo negli ultimi anni si è appreso che la lettura attiva molte altre regioni del cervello – il che spiegherebbe perché rappresenta talvolta un´esperienza tanto vivida.
Ad esempio, parole come "lavanda", "cannella" e "sapone" suscitano una reazione non solo nelle zone del cervello adibite all´elaborazione del linguaggio, ma anche in quelle coinvolte nelle percezioni olfattive.
Uno studio condotto in Spagna nel 2006 e pubblicato dalla rivista NeuroImage ha preso in esame le reazioni di alcuni partecipanti, sottoponendoli a una risonanza magnetica funzionale (fMri) mentre leggevano alcune parole strettamente associate alla sfera olfattiva e altre, considerate neutre. Di fronte a termini quali "profumo" e "caffè", la corteccia olfattiva primaria dei soggetti si attivava, per poi tornare in ombra alla lettura delle parole "sedia" e "chiave".
Anche il modo in cui il cervello reagisce alle metafore è stato oggetto di studi approfonditi; mentre in passato alcuni scienziati sostenevano che le associazioni di tipo figurato – come "una giornata pesante" – risultano talmente familiari da essere elaborate dal cervello alla stregua di normali parole, lo scorso mese una squadra di ricercatori della Emory University ha reso noto, dalle pagine di Brain & Language, che la lettura di una metafora di tipo tattile causava nei soggetti da loro presi in esame l´attivazione della corteccia sensoriale, responsabile della percezione tattile. Così, mentre una metafora quale "il cantante ha una voce vellutata", o "aveva le mani ruvide" stimola la corteccia sensoriale, frasi come "il cantante ha una voce gradevole" e "aveva le mani forti" la lasciano indifferente.
Altre ricerche hanno poi evidenziato come le parole che descrivono il movimento stimolano le regioni del cervello diverse da quelle che elaborano il linguaggio. Uno studio condotto da Véronique Boulenger, scienziata cognitiva del Laboratorio francese delle dinamiche del linguaggio, ha rivelato attraverso delle scansioni cerebrali che la lettura di frasi come "Giovanni afferrò l´oggetto" e "Pablo diede un calcio alla palla" attiva la corteccia motoria: la stessa che coordina i movimenti del corpo. Non solo: quando il movimento descritto si riferisce a un braccio l´attività si concentra in una regione della corteccia motoria diversa da quella che reagisce quando il movimento descritto riguarda ad esempio la gamba.
A quanto pare, dunque, il cervello non scorge una grande differenza tra il racconto scritto di un´esperienza e il viverla in prima persona, dal momento che entrambi attivano le medesime regioni neurologiche.
Keith Oatley, professore emerito di psicologia cognitiva presso l´Università di Toronto (nonché autore a sua volta di romanzi), ipotizza che la lettura produce una vivida simulazione della realtà che «si proietta nella mente dei lettori esattamente come una simulazione al computer si proietta sul monitor». E i romanzi – ricchi come sono di dettagli fragranti, fantasiose metafore e descrizioni accurate dei personaggi e delle loro vicende – offrono un´esperienza particolarmente complessa.
Esiste poi almeno un caso in cui i romanzi superano la realtà, offrendo ai lettori un´opportunità che questa invece nega: quella di potersi addentrare nei pensieri e nelle sensazioni di altri individui. La letteratura rappresenta uno strumento impareggiabile per esplorare la vita sociale ed emotiva degli uomini.
La scienza dimostra inoltre che il cervello, così come reagisce alle descrizioni olfattive, tattili e di movimento come se si trattasse di esperienze vissute in prima persona, risponde alle interazioni tra personaggi letterari quasi come se si trattasse di incontri in carne e ossa.
Lo scorso anno Raymond Mar, psicologo presso la York University, in Canada, ha pubblicato sulla Annual Review of Psychology uno studio basato sull´analisi di ottantasei fMRI che evidenzia una considerevole sovrapposizione tra i circuiti cerebrali impiegati nella comprensione di trame scritte e quelli utilizzati per gestire le "reali" interazioni con altri individui – e, in particolare, le interazioni che richiedono di indovinare i pensieri e i sentimenti degli altri.
Le trame letterarie, che ci portano a identificarci nei desideri e nelle frustrazioni dei loro personaggi, a indovinare le loro motivazioni recondite e seguire le loro interazioni con amici e nemici, vicini e amanti, offrono un´opportunità unica per esercitare quella che gli scienziati definiscono "teoria della mente", ovvero la capacità da parte del cervello di costruire una mappa delle intenzioni altrui.
Stando ad altre ricerche, la lettura affinerebbe le nostre competenze sociali. In due studi compiuti in collaborazione con altri scienziati e pubblicati nel 2006 e nel 2009, Oatley e Mar riferiscono che gli individui che si dedicano con assiduità alla lettura di romanzi sembrano dotati di una maggiore capacità di comprendere gli altri, identificarsi con loro e vedere il mondo dal loro punto di vista. E i risultati non cambiano anche se si tiene conto della possibilità che ad essere attratti dai romanzi siano degli individui naturalmente predisposti all´empatia.
Un risultato analogo è emerso da uno studio condotto da Mar nel 2010 su dei bambini di età prescolare: maggiore era il numero di storie che a questi erano state lette e più la loro teoria della mente risultava avanzata. Lo stesso effetto che si produce con la visione di film, ma, stranamente, non dalla televisione (a questo proposito Mar ha ipotizzato che dal momento che i bambini guardano la televisione da soli ma vanno al cinema in compagnia dei genitori, il grande schermo fornisce loro «maggiori spunti di conversazione con i genitori sugli stati mentali»).
I romanzi, suggerisce Oatley, «forniscono degli stimoli particolarmente utili, perché le interazioni sociali sono estremamente complesse e richiedono di valutare miriadi di interazioni tra causa ed effetto. Così come le simulazioni al computer possono aiutarci ad apprendere alcune competenze complesse, come pilotare un aereo o prevedere che tempo farà, così i romanzi e i racconti possono contribuire a farci cogliere le complessità delle interazioni sociali».
Tutte queste scoperte giungono come una conferma per chiunque si sia mai sentito illuminato e arricchito dalla lettura di un romanzo, o si sia mai sorpreso a paragonare una ragazza coraggiosa a Elizabeth Bennet o un uomo barboso e pedante a Edward Casaubon (personaggio di Middlemarch di George Eliot, ndT). Da tempo avevamo intuito che leggere le grandi opere della letteratura allarga i nostri orizzonti e ci rende persone migliori. Oggi la scienza dimostra che ciò è più vero di quanto immaginassimo.
© Nyt - la Repubblica (Traduzione di Marzia Porta)
L´autrice ha recentemente pubblicato "Origins: How the Nine Months Before Birth Shape the Rest of Our Lives" (Origini: in che modo i nove mesi che precedono la nascita condizionano il resto della nostra vita)

sabato 19 maggio 2012

il Fatto 19.5.12
Giovane, donna, musulmana è la voce di Hollande
Ministro, parlerà per il nuovo governo di Francia a soli 34 anni
di Gianni Marsilli


Tra la piega severa di Jean Marc Ayrault, l’aristocratico portamento di Arnaud de Montebourg, la pelata pensosa di Pierre Moscovici, lo sguardo altero di Laurent Fabius, spiccano già nel governo francese i due vivissimi occhi da scugnizzo e il pronto sorriso di Najat Vallaud Belkacem, nominata portavoce dell’esecutivo nonché ministro delle Pari opportunità, che qui si chiama dei Diritti delle donne. Nei giorni scorsi, quando i suoi colleghi affettavano la solita indifferenza d’ufficio per il loro destino di governo, lei non stava nella pelle dall’impazienza, e lo diceva.
HA ASPETTATO la nomina al tavolino di un caffè di Lione, sua città di adozione. È lì che ha ricevuto la fatidica telefonata di “François”, testimoni diretti una giraffa e una telecamera, tranquillamente ammesse alla breve conversazione tra i due. Quindi abbracci e baci con gli amici, senza infingimenti. Era felice, e si vedeva. Così è questa giovane donna di 34 anni, bruna e sottile, “puro prodotto della Repubblica”, come le piace definirsi. La sua biografia è lì a testimoniare una storia di integrazione riuscita. Najat nacque infatti in un villaggio del Rif marocchino, Beni Chiker, da dove suo padre era partito in cerca di lavoro: lo esigevano le bocche dei suoi sette figli. L’aveva trovato come muratore nella banlieue di Amiens, nel profondo nord piccardo, dove lei lo raggiunse nell’81 quando aveva quattro anni. Ragazza brillante, a neanche vent’anni era già ammessa alla mitica Sciences Po, la culla delle élites della rue Saint Guillame. Da quel momento, racconta, è stato “un succedersi di incontri che hanno precipitato le cose”. Il primo, il suo professore di diritto la cui moglie era una deputata socialista, Beatrice Marre, che ricorda: “Era appassionata e gran lavoratrice”. Ancora studente, divenne già assistente parlamentare. Nel 2002, dopo l’irruzione di Jean Marie Le Pen al secondo turno delle presidenziali, aderire al Ps fu una reazione naturale, e da lì cominciò l’ascesa politica.
IL SECONDO incontro fu con Gerard Collomb, peso massimo del partito e soprattutto sindaco di Lione, che la volle nel suo staff. E poi nel consiglio regionale del Rodano-Alpi, il suo primo successo elettorale. A seguire, nella giunta comunale lionese, come assessore alla gioventù. Nel 2006 l’incontro con Ségolène Royal che preparava la sua candidatura alle presidenziali. Racconta Montebourg che all’epoca Najat “fece fronte con intelligenza e sangue freddo”. Fu ancora con Ségolène alle primarie socialiste dello scorso anno, per poi allinearsi con il vincitore Hollande: “Disciplinata e legittimista”, la definì quest’ultimo, prima di nominarla portavoce della sua campagna. Tutto ciò non le ha impedito, nel frattempo, di convolare a giuste nozze con un alto funzionario dell’amministrazione pubblica e di mettere al mondo due figli. Najat è di gentile aspetto ma di lingua pronta e assai puntuta, fino ad una certa ferocia. Non esitò a definire Sarkozy come “un impasto tra Berlusconi e Putin”, paragone che persino alcuni dei suoi compagni trovarono ingeneroso. Si dice musulmana, per quanto non praticante. Ha la doppia nazionalità franco-marocchina, e non intende rinunciarvi con gran dispetto di quelli del Fronte nazionale e di non pochi dell’Ump, la destra parlamentare. Ieri del resto una fedelissima di Sarkozy, Nadine Morano, si è detta preoccupata per il futuro delle donne francesi: “Najat Belkacem era contro la legge che ha vietato il burqa”.
MA A VEDERLA salire lo scalone dell’Eliseo, sempre con quell’aria sbarazzina ma bella elegante nel suo giacca pantalone finemente rigato, era l’immagine della modernità: la bionda Morano non si è meritata nemmeno una replica. Najat del resto non vuole essere la Rachida Dati dell’equipe di Hollande. Si considera pienamente assimilata, non intende “rappresentare la diversità”. È francese e repubblicana, nel senso pieno del termine. E tanto peggio per chi la vorrebbe rispedire nel suo Rif natale.

Corriere 19.5.12
Il favoloso mondo di Aurélie Da figlia di minatore italiano ad arbitro della cultura francese
La ministra Filippetti: «Fiera delle mie radici»
di Stefano Montefiori


PARIGI — La prima visita da ministro della Cultura, ieri, è stata agli operai dell'acciaieria Arcelor Mittal di Florange, in Mosella, che temono di perdere il lavoro. «Ha preferito venire subito da noi invece che andare a Cannes, non lo dimenticheremo», dice il sindacalista Edouard Martin ai cancelli della fabbrica. Al Festival era già tutto pronto per accogliere la ministra ma la Croisette dovrà aspettare domani. In un partito socialista spesso accusato di dimenticare le sue radici popolari, la 38enne normalista di lettere classiche, scrittrice e neo-ministro Aurélie Filippetti resta attaccata alle origini. Che sono la classe operaia, e l'Italia.
La famiglia di Aurélie viene da Gualdo Tadino, in Umbria, abbandonata dal nonno Tommaso dopo la Grande Guerra per andare a lavorare nelle miniere della Mosella, in Francia. Militante antifascista, entrato nella resistenza contro i tedeschi, Tommaso Filippetti morì nell'aprile 1945 nel lager nazista di Bergen Belsen. Suo figlio Angelo ha fatto anche lui il minatore, ed è stato per 10 anni il sindaco comunista del paesino di Audun-le-Tiche. È morto nel 1992, di un cancro ai polmoni preso in miniera.
Due giorni fa, alla cerimonia di insediamento tra gli stucchi e gli ori di rue de Valois, il ministro uscente Frédéric Mitterrand che cedeva il posto a Aurélie ha raccomandato alla madre Odette Filippetti (nata Rovere), che sedeva commossa in prima fila, di essere «fiera di sua figlia». Ma la ministra della Cultura venuta da lontano, poco dopo, ha commentato in italiano «che in questo momento bisogna essere fieri non di me ma di mio nonno, che è morto per la libertà di tutti noi, e fieri di mio padre, che con il suo lavoro mi ha permesso di arrivare dove sono adesso».
Aurélie Filippetti ha raccontato le vicende della sua famiglia nel suo primo romanzo, «Gli ultimi giorni della classe operaia», uscito in Francia dieci anni fa e edito in Italia da Tropea. In quel libro, che ottenne un grande successo e ottime recensioni, l'allora militante ecologista Aurélie raccontava del padre Angelo «che si alzava tutte le mattine alle cinque ed era già sotto terra quando mi svegliavo. Una volta che il cancro al polmone lo colpì, sputava di continuo, come tutti i vecchi minatori». E ancora, nei ricordi d'infanzia della Filippetti, il maiale ammazzato una volta l'anno per preparare la porchetta (in italiano nel testo) da servire alla festa della cellula sindacale, o gli gnocchi fatti a mano dalla mamma ogni domenica. Grazie ai sacrifici dei genitori, la figlia di minatori Aurélie Filippetti ha potuto studiare lettere classiche all'École normale supérieure di Fontenay-Saint-Cloud, ed è oggi ministro in una Paese, la Francia, dove la Cultura è da sempre uno dei dicasteri più importanti del governo. Ma gli inizi non furono facili. «Ci chiamavano macaronì, in senso dispregiativo», ha raccontato la Filippetti qualche anno fa quando è tornata a Gualdo Tadino. Nella cittadina umbra la Filippetti era già andata da bambina, accompagnata dal padre per il gemellaggio con Audun-le-Tiche. «Fu un momento importantissimo per tutti gli emigrati italiani di Audun-le-Tiche — fu poi il commento della Filippetti, riportato dal Giornale dell'Umbria —, perché una parte del nostro cuore rimane a Gualdo. Per costruire bene l'avvenire è fondamentale conoscere il passato e essergli fedele».
Sposata, con una figlia tredicenne, Aurélie Filippetti ha collaborato a lungo con Ségolène Royal prima di sostenere François Hollande al momento della candidatura per le presidenziali. Durante la campagna elettorale era lei, fotogenica e spigliata, a salire sul palco assieme all'altra portavoce Najat Vallaud-Belkacem per «scaldare la folla» in attesa del comizio. Il suo primo atto da ministro sarà la modifica o la soppressione della legge Hadopi che stacca la spina a chi scarica file illegalmente, per sostituirla con un altro sistema «che finanzi la creazione artistica».
Al passaggio delle consegne con il precedente ministro Frédéric Mitterrand, amico più che avversario politico, la Filippetti ha ricordato l'importanza della lingua francese, «alla quale siamo così attaccati», e della cultura come «ciò che è capace di avvicinare le persone». Poi Aurélie Filippetti ha regalato a Mitterrand un romanzo, «E disse», di Erri de Luca. «Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere — ha detto davanti alle telecamere —. Una cosa che ci unisce, è l'amore per l'Italia».

Corriere 19.5.12
Orlandi, indagato un monsignore
L'ex rettore di Sant'Apollinare sotto accusa per concorso in sequestro
di Fabrizio Peronaci


ROMA — Al quinto giorno di lavoro della polizia scientifica sull'ossario di Sant'Apollinare — nella stessa cripta dove lunedì è stata aperta la tomba del boss «Renatino» De Pedis — emerge una novità dell'inchiesta a lungo tenuta coperta, segreta, inaccessibile. Il quinto indagato per la scomparsa di Emanuela Orlandi, la quindicenne cittadina vaticana sequestrata nel 1983, ha un nome. Oltre ai quattro della banda della Magliana, nelle indagini figura un insospettabile. Un ecclesiastico: è monsignor Piero Vergari, rettore di Sant'Apollinare all'epoca dei fatti, rimosso dall'incarico nel 1991, un anno dopo aver perorato la causa dell'«indegna sepoltura» con una lettera al cardinal Poletti in cui descrisse il gangster romano come «grande benefattore».
Allontanato dai suoi superiori, «don Pierino» tornò nella natìa Umbria, a Sigillo, per poi proseguire l'attività pastorale nel Reatino. Vani in tanti anni — visto il carattere veemente — i tentativi di avvicinarlo. Nonostante curi un sito a suo nome, Vergari non si dilunga in spiegazioni. Ama il latino: Parce sepulto, perdona chi è sepolto, ha scritto in un testo in cui ricorda l'incontro con «Renatino» a Regina Coeli, le volte che il boss lo aiutò «a preparare le mense dei poveri» e che «quando seppi in tv della sua morte, ne restai meravigliato e dispiacente». In conclusione, nuova citazione: De mortuis nil, nisi bene. Dei defunti si deve dir bene. Anche Emanuela Orlandi però, sospettano gli inquirenti, è morta.
Morta ammazzata. La pista presa nel 2008 dopo le rivelazioni di Sabrina Minardi, la femme fatale di De Pedis che accusò il suo amante di aver organizzato l'omicidio, ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati (oltre che di se stessa, rea confessa) di tre esponenti della «bandaccia»: Angelo Cassani e Gianfranco Cerboni, indicati come i pedinatori di Emanuela, e Sergio Virtù, descritto come «l'autista» che la caricò in auto e la portò sul litorale, dove fu uccisa, chiusa in un sacco e «stritolata in una betoniera».
Ora che il quadro è completo, tuttavia, lo scenario cambia: l'accusa di concorso in sequestro per il monsignore («un atto dovuto, era il padrone di casa», precisa chi indaga), ammesso che non evapori in una richiesta di proscioglimento ricolloca le indagini in un raggio limitatissimo: la figlia del messo papale sparì alle 19 del 22 giugno 1983 cento metri più in là, davanti al Senato, e poco dopo sarebbe finita in trappola e riportata con una scusa dentro Sant'Apollinare. Cosa accadde nel luogo sacro? Incontri a sfondo sessuale? A supporto di tali ipotesi, ci sarebbero il sequestro di un computer e un'intercettazione piuttosto scabrosa che coinvolge un seminarista. E anche la tenacia con cui da giorni viene setacciata la cripta: una volta aperta la bara di «Renatino» si pensava che il lavoro fosse finito, e invece la Scientifica sta passando al setaccio le 200 cassette di ossa trovate nei sotterranei, dopo aver usato il georadar in cerca di vani dietro le pareti e sotto il pavimento.
Una di quelle ossa appartenne alla povera Emanuela? Il dubbio, per quanto «residuale», è drammaticamente questo. E, se verrà fugato, per risolvere il giallo della «ragazza con la fascetta» non resterà che una scelta: tornare a battere le vecchie piste legate ad Alì Agca, ai servizi segreti dell'Est e al terrorismo internazionale, un tempo percorse a lungo e poi scartate.

La Stampa 19.5.12
Roma, Rettore della basilica di Sant’Apollinare ai tempi della scomparsa
Caso Orlandi, indagato l’ex parroco
«Concorso in sequestro di persona» Ma la procura: «Solo un atto dovuto»
di Giacomo Galeazzi e Francesco Grignetti


La procura di Roma indaga sull'ex rettore della basilica di Sant'Apollinare, don Piero Vergari: «Concorso in sequestro di persona», si legge negli atti. Il monsignore, che nel frattempo ha lasciato Roma ed è tornato nella natia Sigillo, in Umbria, nel 1983, al tempo della scomparsa della ragazza era il «padrone di casa». E don Vergari era ancora al suo posto sette anni dopo, nel 1990, quando fu ucciso il boss della Magliana, Renatino De Pedis, per il quale caldeggiò con il Vicariato la specialissima sepoltura in chiesa. Inevitabile, quindi, un’iscrizione al registro degli indagati all’atto di aprire il sepolcro. «Un atto dovuto», viene spiegato negli ambienti inquirenti. L’ispezione della cripta di Sant’Apollinare alla ricerca del cadavere di Emanuela Orlandi, ovviamente, non si sarebbe potuta effettuare senza il rigoroso rispetto delle norme. Occorreva un’iscrizione al registro degli indagati per chi, come don Vergari, aveva la responsabilità della gestione della basilica. E iscrizione è stata. Ma un passo del genere è stato soppesato a lungo dalla procura di Roma. E quando i magistrati hanno deciso per il via libera all’ispezione, con tutte le conseguenze giuridiche del caso, anche il Vaticano è stato informato.
Don Vergari fu inviato a Sant'Apollinare, a due passi da piazza Navona, dal cardinale vicario Poletti per «normalizzarla» negli anni turbolenti del post-Concilio e tanto fu efficace nel riportare la basilica alla tradizione che la vedova di Renatino De Pedis racconta di averla scelta all' epoca per le nozze e le messe domenicali poiché «era l’unica a Roma coi canti gregoriani». Sarà necessario oltre un mese di tempo, comunque, per sapere se tra le ossa trovate nel sotterraneo di Sant’Apollinare ci siano anche quelle di Emanuela Orlandi. Rispetto alla quasi totalità dei resti di epoca prenapoleonica, alcuni sono più recenti e il loro Dna sarà comparato con quello della cittadina vaticana.
«Se qualcuno aveva interesse a far sparire qualche traccia ha avuto tutto il tempo per farlo», commenta l'ex sostituto procuratore generale Giovanni Malerba che si occupà del caso Orlandi. E aggiunge: «La Santa Sede non collaborò alle indagini». Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, ritiene che «la sepoltura del boss in un luogo destinato a papi e cardinali sia il vero snodo dell'intreccio tra Chiesa, Stato e criminalità che 29 anni fa si è portato via mia sorella».
Sant’Apollinare è una chiesa con una storia di primaria importanza. Era la basilica annessa al Pontificio Istituto di studi giuridici, uno dei principali centri di formazione del clero. Nell’edificio ebbe un ufficio riservato Oscar Luigi Scalfaro. Durante le battaglie del referendum sul divorzio il Pontificio Istituto, che ospitava preti studenti e professori, fu per caso sede di incontri con Adriana Zarri e Raniero La Valle, e per intervento del sostituto della Segreteria di Stato Benelli fu in pratica chiuso con l’accusa di essere diventato un «covo di comunisti». L’edificio divenne sede del Circolo di San Pietro, per l’assistenza dei poveri, e nuovo rettore della Basilica fu scelto don Piero Vergari, pragmatico e abile, che nel suo apostolato nelle carceri era entrato in contatto anche con esponenti di spicco della mala romana.

il Fatto 19.5.12
Orlandi: indagato per sequestro il prete di Sant’Apollinare
Per la scomparsa di Emanuela c’è un quinto inquisito: don Piero Vergari, ai tempi del rapimento rettore della basilica dove fu sepolto il boss De Pedis. E dove la ragazza fu vista per l’ultima volta
di Rita Di Giovacchino


Per la scomparsa di Emanuela Orlandi c’è ora un quinto indagato. Un prete, l’unico in grado di chiudere il cerchio di un’inchiesta “corsara” che indaga sul mistero della tomba di Renatino De Pedis nella cripta di Sant’Apollinare. Sotto la riga blu, che copre l’omissis, c’è il nome di don Piero Vergari, in quegli anni rettore della basilica minore, dal 1992 passata all’Opus Dei, all’epoca dipendente dal Vicariato di Roma e cioè dal cardinale Ugo Poletti.
Atto dovuto, liquida rapidamente la “fonte”. Ma, la recente iscrizione del parroco, precede di pochi giorni la decisione della Procura di Roma di varcare la soglia del sagrato, tra piazza Navona e il Senato, scendere nei sotterranei inviolati e aprire quel sarcofago tempestato di zaffiri attorno al quale, in un delirio di curiosità e legittimi interrogativi, è andata crescendo la convinzione che soltanto lì è racchiusa la verità. Non soltanto sulla scomparsa di Emanuela, ma su inaccessibili segreti vaticani a fronte dei quali gli intrighi romanzeschi di Dan Brown impallidiscono. Unico dato certo è che fu Vergari a sollecitare il trasferimento a Sant’Apollinare della salma di De Pedis, ucciso il 2 febbraio in via del Pellegrino, con una lettera al cardinal Poletti che vergò il nulla osta in tempi rapidissimi. I resti del boss, riemersi quasi intatti dall’umido abitacolo, sono lì dal 20 marzo 1990. Ma Sant’Apollinare è anche la chiesa dove per l’ultima volta fu vista Emanuela, il 22 giugno 1983, prima che sparisse nel nulla. “Quell’indegna sepoltura rappresenta lo snodo del patto tra Stato, Chiesa e criminalità”, ha detto lunedì scorso Pietro Orlandi, sul piazzale della chiesa dove è tornato dopo 29 anni per assistere alla riapertura della tomba. Da anni il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Simona Maisto indagano su una strana pista che lega la scomparsa della ragazzina a un “ricatto” nei confronti di Wojtyla.
MAFIA e malavita romana beffati dal Vaticano e pronti a tutto per rientrare di 250 miliardi di vecchie lire che i boss avevano riciclato nelle casse dello Ior. Soldi che il papa avrebbe utilizzato per finanziare Solidarnosc, il sindacato polacco di Walesa. Atto dovuto l’iscrizione di don Vergari, ma conferma della pista Ior. A indicarla era stata nel 2009 Sabrina Minardi, l’ex amante di Rena-tino. “La ragazza è morta, ho visto Sergio gettare due sacchi nella betoniera in un cantiere a Torvaianica... quando siamo tornati a casa gli ho chiesto chi era. Che te lo devo dì io, mi rispose”. Quello di Emanuela era un rapimento “indicato” da qualcuno molto in alto, dice la donna. Da chi?
“ Da Marcinkus... doveva creare scalpore, come la morte di Calvi, così chi doveva capi’ capiva”. Frasi apparentemente sconclusionate, ma non del tutto: l’anno prima la mafia aveva ucciso Roberto Calvi. Ora gli imputati di quel processo sono stati tutti assolti, ma agli atti restano i legami incrociati tra siciliani e romani: Calò era amico di De Pedis, considerato “l’uomo del Vaticano” come l’augusta sepoltura conferma.
Ora non è più soltanto Sabrina ad affermare che Emanuela era stata rapita da De Pedis. Molti personaggi legati alla banda della Magliana lo hanno confermato: da Maurizio Abbatino, a Fabiola Moretti, fino a Nino Mancini, l’Accattone che nell’intervista di martedì scorso al Fatto Quotidiano ha detto: “Bisognava decidere se far ritrovare qualche cardinale in una pozza di sangue o mandare un segnale forte, abbiamo scelto la seconda strada”. Un segnale che Marcinkus deve aver recepito: forse il cardinale da far ritrovare “nella pozza di sangue” era lui. Anche Sabrina è indagata, ha ammesso di averla tenuto in ostaggio Emanuela in un appartamento a Torvaianica.
CON LEI ci sono altri tre pregiudicati iscritti con l’accusa di sequestro di persona aggravato dallo scopo di estorsione, dalla conseguente morte dell’ostaggio e dalla minore età della vittima. Tutti a piede libero, tranne Sergio Virtù, in carcere per altro reato, l’uomo che avrebbe occultato il cadavere a Torvaianica. L’uomo ha sempre negato, ma ad accusarlo c’è anche la testimonianza di una donna polacca un tempo legata a lui. Ci sono poi due fedelissimi di De Pedis, Ci-letto e Giggetto, alias Angelo Cassani e Gianfranco Cerboni. Sospettato di aver avuto un ruolo marginale è anche Giuseppe De Tomasi, l’ex commercialista di Renatino che ha aggredito Federica Sciarelli, nell’ultima punta di Chi l’ha visto. Una perizia afferma che sarebbe Mario “il barista”, il telefonista anonimo. Se non fosse morto nel 2006 la Procura di Roma avrebbe iscritto anche Marcinkus per concorso in sequestro? Sospetto fondato, ma la prescrizione è dietro l’angolo. Il prossimo anno saranno 30 anni che Emanuela è scomparsa.

il Fatto 19.5.12
Il bandito “Aiutava le mense dei poveri”

Dal sito internet www.vergarimonspiero.com  

Tra le più belle esperienze della mia vita sacerdotale in Roma (...) mi è stata carissima quella della visita alle carceri di Regina Coeli (...). Nel carcere mai ho domandato a nessuno perché era là o che cosa aveva fatto. Tra le centinaia di persone incontrate dei più diversi stati sociali, parlavamo di cose religiose o di attualità; Enrico De Pedis veniva come tutti gli altri, e fuori dal carcere, ci siamo visti più volte (...). Mai ho veduto o saputo nulla dei suoi rapporti con gli altri, tranne la conoscenza dei suoi familiari. Aveva il passaporto per poter andare liberamente all’estero. Mi ha aiutato molto per preparare le mense che organizzavo per i poveri. Quando seppi dalla televisione della sua morte in via del Pellegrino, ne restai meravigliato e dispiacente. Qualche tempo dopo la sua morte i familiari mi chiesero, poiché la stampa aveva parlato del caso e da vivo aveva espresso loro il desiderio di essere un giorno sepolto in una delle antiche camere mortuarie, nei sotterranei di S. Apollinare, di realizzare questo suo desiderio. Furono chiesti i dovuti permessi religiosi e civili, fu restaurata una delle camere e vi fu deposto. Doveva essere valido come sempre, il solenne principio dei Romani “Parce sepulto”: perdona se c’è da perdonare a chi è morto e sepolto. (...) la visita alla cappella funeraria era riservata ai più stretti congiunti. Questo fu osservato scrupolosamente per tutto il tempo in cui sono rimasto rettore, fino al 1991.
Mons. Piero Vergari 3 ottobre 2005

il Fatto 19.5.12
L’incontro con De Pedis, l’amicizia e la sepoltura del boss
Il sacerdote è tornato a vivere nel suo paesino natale in Umbria
La sua storia è parallela a quella del potente Marcinkus


Don Piero Vergari da anni è tornato a Sigillo, il paesino dell’Umbria che 72 anni fa gli diede i natali. Ogni tanto i giornalisti suonano alla sua porta per intervistarlo, ma lui si affaccia al balcone, saluta e lascia tutti a bocca asciutta. Un esilio che un po’ ricorda quello subito dal vescovo Marcinkus, tornato a Cicero nell’Illinois (che come tutti sanno è patria di Al Capone), nel 1989. Se non fosse per la scomparsa di Emanuela nulla legherebbe il destino di un vescovo che per 27 anni è stato tra gli uomini più potenti della Chiesa, che si muoveva come un capo di Stato o almeno come un ministro degli esteri, con quello di un umile parroco di cui mai avremmo sentito parlare se non fosse per questa strana storia della tomba di De Pedis.
A SEGNARE il suo destino, dicono, furono i primi anni Ottanta quando assisteva i detenuti nel carcere di Regina Coeli, in quegli anni affollato dai boss della Banda della Magliana. Lì conobbe Renatino e ne fu conquistato: “Parlavamo di cose religiose e di attualità”. Ma anche il boss lo amava. Tanto che nessuno sa dire se sia stato lui a introdurlo nelle sacrestie che contano e non invece sia stato De Pedis, importante crinale della “trattativa” tra Vaticano e boss, amico di tanti pezzi grossi della Santa Sede, a raccomandare il prete amico suo. Nel 1989, proprio mentre Marcinkus lasciava la Roma che tanto amava a causa di quell’ordine di cattura spiccato dalla procura di Milano per il crac del banco Ambrosiano, don Vergari ormai rettore della basilica di Sant’Apollinare officiò le nozze di De Pedis con Carla Di Giovanni, ragazza seria e di buona famiglia. La pecorella smarrita era tornata all’ovile. Fu dopo, mentre si stappavano le bottiglie di champagne, che Renatino scherzando disse: “Quanno me tocca, me piacerebbe esse sepolto qui”. La profezia si avverò in tempi rapidi, appena tre mesi dopo in via del Pellegrino. Il resto è noto. Quando lo scorso anno fu convocata in procura, Carla Di Giovanni diede questa spiegazione: “Mio marito era legato a quella chiesa, lì andavamo a messa la domenica e lì ci siamo sposati, so che aveva fatto offerte importanti a don Vergari, io stessa consegnai nelle sue mani 500 milioni”. Il parroco confermò: “Era un gran benefattore, ha fatto tanto del bene a giovani e persone bisognose”.
GIULIO ANDREOTTI, chiamato in causa dalla Minardi per un paio di cene, commentò caustico: “Forse non era un benefattore dell’umanità, ma di Sant’Apollinare sì”. A guastare la festa c’è il fatto che Emanuela Orlandi frequentava quella chiesa, anzi la scuola di musica Tommaso Ludovica de Victoria, dove studiava flauto traverso. La scuola si trova all’interno dell’imponente complesso di Sant’Apollinare. Tre volte a settimana, dalle 15 alle 18, entrava in quel cortile, quella primavera era improvvisamente sbocciata, ormai era un’adolescente e non passava inosservata.
Potevano rapirla ovunque, invece l’hanno rapita lì. Inutile girarci intorno, la famiglia sospetta l’esistenza di un basista. “Mia sorella è stata rapita soltanto perché era una cittadina vaticana”, ribadisce il fratello Pietro. Il segnale forte, di cui parla l’Accattone è passato sulla sua testa. Don Vergari è indagato anche se, quando i magistrati sono scesi nella Cripta, non era lì ad aprire la porta. Ma nel 1983 era lui il padrone di casa. Atto dovuto. Il nuovo rettore è don Pedro Huidobro, dell’Opus Dei, che per uno strano segno del destino è medico patologo e in questa veste ha assistito ai passaggi più delicati della riesumazione della salma. “Noi ci auguriamo che l’apertura della tomba aiuti a far ritrovare serenità e rispetto nei confronti di un luogo sacro, da parte nostra la collaborazione con le autorità competenti è totale”. A San-t’Apollinare si volta pagina, qualcuno dice: solo perché non è più la Curia romana a comandare in queste mura.
Rdg

il Fatto 19.5.12
Il caso gemello di Mirella Gregori sparita 47 giorni prima


Emanuela Orlandi, cittadina vaticana, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia scompare il 22 giugno 1983 all’età di 15 anni. Alla sparizione di Emanuela fu collegata anche quella di un’altra adolescente romana, Mirella Gregori, scomparsa il 7 maggio 1983. La vicenda della Gregori viene collegata a Emanuela quando la madre di Mirella riconosce i volti di due uomini collegati all’Orlandi, mostrati negli identikit. Dopo 29 anni dalla scomparsa della Orlandi, la vicenda è ancora aperta. Dal 1983 ad oggi moltissime piste sono state seguite: dalle telefonate dell’Amerikano, secondo alcuni Paul Markinus, presidente dello Ior, che tiravano in ballo Ali Agca, l’uomo che un paio d’anni prima aveva sparato a Papa Giovanni II, fino alla banda della Magliana. Pista seguita dopo la telefonata anonima che suggeriva di controllare chi fosse sepolto nella chiesa di Sant’Apollinare, ovvero Enrico De Pedis, uno dei capi della banda.

Repubblica 19.5.12
Le linee guida dei vescovi per evitare abusi sessuali. "Collaborate con i giudici"
Pedofilia, nella direttiva Cei niente obbligo di denuncia
"I vescovi non sono obbligati a denunciare i preti pedofili"
di Marco Ansaldo


PIENA collaborazione della Chiesa italiana con la giustizia civile sugli abusi sessuali di sacerdoti nei confronti di minori. Ma nessuna denuncia diretta da parte dei vescovi, perché l´obbligo non è previsto dall´ordinamento nazionale. Sono questi alcuni tra i punti fondamentali delle "Linee guida" della Cei sulla pedofilia.
Ecco le linee guida della Cei: i prelati collaborino con i giudici
La scelta è stata di non scavalcare la legge nazionale che costringe solo i pubblici ufficiali
Le nuove norme accolgono le richieste del Papa: saranno diffuse la settimana prossima

La Conferenza episcopale italiana le diramerà la prossima settimana durante la sua Assemblea generale, preceduta da una prolusione del presidente, il cardinale arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco. Una decisione che non mancherà di suscitare l´attenzione dell´opinione pubblica, e forse qualche polemica. Perché con l´annuncio delle "Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici", la Chiesa italiana viene in ogni caso incontro alle richieste fatte lo scorso anno da Benedetto XVI, e poi raccomandate nel maggio 2011 dalla Congregazione per la Dottrina della fede. Ma le denunce dovranno partire dalle vittime stesse, e non dalle diocesi.
Vediamo i punti principali delle disposizioni in materia. Nella sostanza, il documento della Chiesa italiana è in buona parte l´applicazione della Lettera circolare della Congregazione, l´ex Sant´Uffizio, per tanti anni guidato da Joseph Ratzinger prima di diventare Papa. Quando nel 2010 scoppiò il caso della pedofilia nella Chiesa, il Pontefice chiese alle Conferenze episcopali di tutto il mondo di redigere un regolamento che affrontasse con spirito nuovo e "tolleranza zero" il fenomeno. Le nuove norme sono state quindi elaborate e approvate nel gennaio scorso, ma si è deciso di presentarle e pubblicarle nella settimana in cui si svolge l´Assemblea generale della Cei.
Uno dei primi punti è quello dell´ascolto delle vittime o dei loro familiari da parte del vescovo o di un suo delegato. Determinante sotto questo profilo l´assistenza psicologica e spirituale dei minori. E vale per tutti l´esempio dato dallo stesso Benedetto in più viaggi all´estero: a Malta, in Germania, in Gran Bretagna il Papa ha voluto ricevere e parlare con le vittime. Dura in proposito la sua Lettera pastorale ai cattolici d´Irlanda, con ferme accuse ai prelati e parole di vicinanza agli abusati.
Un secondo pilastro riguarda la protezione dei bambini e dei giovani da parte del vescovo. Viene sentita come doverosa l´esigenza di fornire una risposta adeguata ai casi di abuso sessuale commesso dai chierici. E sono previsti programmi educativi di prevenzione, sia per aiutare i giovani sia per sostenere i genitori.
Terzo punto forte, la formazione dei religiosi. Un aspetto che concerne il «corretto discernimento vocazionale» e una «sana formazione umana e spirituale dei candidati». I futuri sacerdoti dovranno infatti apprezzare «la castità e il celibato», rispettando così «la disciplina della Chiesa».
Il vescovo dovrà quindi, e questo è un ulteriore cardine, accompagnare i suoi religiosi, soprattutto nei primi anni del loro sacerdozio, avvertendoli circa il «danno recato da un chierico alla vittima di abuso sessuale» e della «propria responsabilità di fronte alla normativa canonica e civile».
Il punto in ultimo decisivo è quello della cooperazione con la giustizia civile. La Lettera circolare del Sant´Uffizio lo scorso anno raccomandava così: «Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi Paesi, tuttavia è importante cooperare con esse nell´ambito delle rispettive competenze». E poiché si prescriveva che le Linee guida tenessero conto delle legislazioni dei singoli Paesi, la scelta infine è stata quella di non scavalcare la normativa nazionale che, per l´Italia, prevede l´obbligo di denuncia all´autorità giudiziaria solo per i pubblici ufficiali e non lo prevede dunque per i casi di abuso di cui venissero a conoscenza i vescovi. L´eventuale denuncia starà alle vittime, che troveranno in questo piena collaborazione da parte dei ministri religiosi.

l’Unità 19.5.12
La società educante e la speranza italiana
Giuseppe Vacca ha indicato un terreno di confronto molto interessante tra il Pd e il mondo cattolico
Occorre discutere a partire dal riconoscimento
del ruolo della famiglia e dal principio di sussidiarietà
di Massimo De Angelis


NEL SUO ARTICOLO DAL SIGNIFICATIVO TITOLO “IDENTITÀ DEL PD E QUESTIONE ANTROPOLOGICA” (L’UNITÀ 17 MAGGIO), GIUSEPPE VACCA RIFLETTE IN MODO INTERESSANTE sui rapporti tra quella forza politica e il mondo cattolico.
Egli individua nell’emergenza educativa un terreno speciale di confronto. A partire dall’inizio del 2008, allorché Joseph Ratzinger inviò la famosa lettera alla diocesi di Roma cui seguì la grande udienza in piazza San Pietro, il tema è particolarmente sentito a approfondito in seno al mondo cattolico italiano e nella Cei. Nella consapevolezza che la crisi oggi presente, è sì specificamente economica e finanziaria, e su questo il Pontefice si è soffermato nella Caritas in Veritate, ma essa ha infine radici (e a ben vedere anche soluzioni) culturali.
Il terreno di confronto appare dunque appropriato così come alcune idee presenti nell’articolo di Vacca: quella di società educante (importante è innanzitutto il sostantivo), quella della non disgiungibilità di istruzione ed educazione (così come, potrebbe dirsi, di efficienza e virtù), quella del non surrogabile ruolo educativo della famiglia. Tre tasselli di una visione che, se assunti con chiarezza e in modo unitario, farebbero compiere decisivi passi in avanti al confronto di idee nel Paese. Tante incomprensioni su scuola statale e no sono in passato nate dal fatto che il punto di vista dei tanti cattolici impegnati in questo campo era frainteso. La loro critica all’idea statalistica di scuola veniva scambiata con la volontà di affermare l’idea di una scuola privata e per ricchi. Mentre l’idea era ed è quella di una scuola libera in cui siano operanti, e in relazione reciproca, la libertà dell’insegnante e quella dello studente e della sua famiglia.
Ma qual è il fondamento di siffatta impostazione se non che ogni progetto formativo deve partire dal basso e crescere secondo il principio di sussidiarietà? E quindi prima la famiglia, poi la scuola, poi altre strutture a cominciare da quelle della comunicazione, e non a partire dall’alto e quindi dallo Stato. Società educante va dunque benissimo. Sapendo, certo, che educare è difficile e richiede la passione di trasmettere i valori-base dell’esistenza umana e civile, e che perciò è impossibile sulla base di un approccio postmoderno secondo il quale educare alla ricerca del Bello, del Vero e del Buono è ubbìa o mistificazione. Perché educare significa precisamente esser convinti che non tutte le idee e i comportamenti sono sullo stesso piano.
Anche alla luce del ruolo educativo originario della famiglia e dei suoi due membri genitoriali, complementari sulla base della loro rispettiva identità sessuale, si potrebbe meglio comprendere (anche a prescindere da ogni presupposto religioso) la posizione tante volte espressa dalla Chiesa sull’importanza del matrimonio e sulla sua incomparabilità con altre unioni tra persone dello stesso sesso: unioni che lo Stato peraltro ha non solo il diritto, ma il dovere di regolare nell’interesse dei singoli iuxta propria principia. (Sarebbe in propo
sito prezioso, anche per purificarsi dalle scorie di scontri del recente passato, tradurre e leggere il recente libro di Martin Rhonheimer “Christentum und saekularer Staat”, Herder, 2012). Vita, famiglia, educazione sono quindi quel trittico che forma davvero la persona come ente non individualisticamente chiuso in sé stesso, ma ontologicamente relazionale.
«L’anima dell’educazione può essere solo una speranza affidabile», scriveva in modo toccante nella lettera già citata Benedetto XVI. Perciò, forse, oggi educare è così difficile e allo stesso tempo è però una sfida bella e decisiva. Una sfida in nome della speranza e perciò della vita stessa. «Alla radice della crisi della educazione, infatti scriveva ancora Benedetto XVI c’è una crisi di fiducia nella vita». Quella che vediamo serpeggiare tra i nostri giovani (crisi di prospettive economiche ma anzitutto di incertezza culturale).
Ebbene, sarebbe prezioso e forse non del tutto irrealistico pensare a uno sforzo unitario in questo campo. A partire dalla individuazione dei bisogni fondamentali delle persone che non vanno scambiati con i desideri, nel contesto di una crisi che è di civiltà, e in nome infine di quella “speranza” che, certo per un tramite discreto ma autorevole, quale è quello così umano dei genitori e degli insegnanti, non dobbiamo cessare di provarci ad “affidare” e cioè trasmettere ai nostri bambini e ai giovani, e che coincide con la vera educazione.

l’Unità 19.5.12
Settimo Cielo
Una nuova etica pubblica dipende anche dai cristiani
di don Filippo Di Giacomo


IN SEGUITO, ABBIANO RIDACCHIATO SULLA NOSTRA DABBENAGGINE... eppure preparandoci a seguire come giornalisti, la visita di Benedetto XVI ad Arezzo e a San Sepolcro il 13 maggio scorso, ci eravamo fidati della cartina proposta da un settimanale nazionale che, nelle due località toscane, indicava l’epicentro della secolarizzazione made in Italy. Non era vero, ma una volta dato il segnale d’inizio, come diceva Napoleone, fatalmente «l’intendenza segue». Poi, ascoltando e rileggendo con calma, è apparso chiaro che tra i discorsi «laicamente orientati» di quel giorno, vi erano anche i due pronunciati dal Papa. Se non altro, quando ha sottolineato che «oggi vi è particolare bisogno che il servizio della Chiesa al mondo si esprima con fedeli laici illuminati, capaci di operare dentro la città dell’uomo, con la volontà di servire al di là dell’interesse privato, al di là delle visioni di parte. Il bene comune conta di più del bene del singolo, e tocca anche ai cristiani contribuire alla nascita di una nuova etica pubblica...Ai giovani rivolgo l’invito a saper pensare in grande: abbiate il coraggio di osare! Siate pronti a dare nuovo sapore all’intera società civile, con il sale dell’onestà e dell’altruismo disinteressato. E’ necessario ritrovare solide motivazioni per servire il bene dei cittadini». E le pregevoli, e profonde parole dei sindaci di Arezzo e di San Sepolcro hanno fatto meglio comprendere come la vera politica, in Italia, sia ancora possibile solo dove i cittadini sono liberi di scegliere, grazie al sistema maggioritario, da chi essere governati. Naturalmente, nessuno si è interessato a quello che l’avvocato Giuseppe Fanfani (sindaco di Arezzo) e la professoressa Daniela Frullani hanno detto della loro città e dei loro cittadini: senza particolari complessi, non hanno avuto difficoltà (come risulta dai discorsi) a ricordare quanto la Repubblica sia debitrice di ciò che nella Costituzione i cattolici, cioè la maggioranza dei padri fondatori della nostra forma statuale, hanno saputo far scrivere. Qualcosa di molto importante, che dura fino ai nostri giorni, e che permette ancora che in questo Paese si riescano a creare (anche a sinistra) spazi trasversali e convergenti per disegnare e organizzare una vita civile per tutti, per i laici (senza puzza sotto il naso) e per i cattolici (senza ex cathedra in testa perché frequentano una sacrestia), per i «vecchi» e per i «nuovi cittadini» cioè gli «altri», quelli che l’Italia la scelgono prima per necessità e poi con il cuore. «L’accoglienza, che anche in tempi recenti avete saputo dare a quanti sono venuti in cerca di libertà e di lavoro, è ben nota», ha detto il Papa agli aretini. Alla fine di febbraio del 2006, mentre a Fiuggi, con il congresso di «La rosa nel pugno» la sinistra italiana tentava uno dei tanti assemblaggi elettoralistici per scardinare il blocco del berlusconismo, Benedetto XVI rendeva noto il suo primo messaggio da Papa per la quaresima di quell’anno. Anche allora, come è accaduto in Toscana, ricordava non solo la necessità di difendere la «famiglia fondata sul matrimonio», ma anche di salvaguardare le economie del nostro e degli altrui Paesi dai poteri finanziari. Ai quali, nell’epoca della globalizzazione, giustizia imporrebbe l’onere di dimostrare fattivamente come pensare e provvedere a coloro che vivono nell’impoverimento globale da loro causato. E ricordando che, con Paolo VI, la Chiesa sospetta una certa sfumatura assolutoria nei termini «crescita-mercato-sviluppo», notava come i teorici del liberalismo economico riescono a rendere quasi gradevole la diffusa ingiustizia sociale che accomuna l’80% di questa nostra umanità celandola sotto le sembianze di presunte economie «indebitate», e reiterava ai cattolici il monito a guardare ai problemi dell’equa distribuzione dei beni di questo mondo come a una «sottrazione di umanità», cioè ad un problema di etica globale.
L’argomento venne più volte ripreso e commentato, su Avvenire, il quotidiano della Cei, da uno dei socialisti più autorevoli nel mondo, l’ebreo polacco Zygmunt Bauman. Dal congresso dei nostri socialisti in quei giorni invece, fluirono soprattutto i commenti di un pensatore di nome Vladimir Luxuria. Il 2013 si avvicina: sarà pronta la legge elettorale per ridare libertà di scelta agli italiani anche a livello nazionale?

Repubblica 19.5.12
È ora di investire nei valori etici
di Joaquìn Navarro-Vals,
già Portavoce di Giovanni Paolo II

Stiamo vivendo un periodo di crisi. Forse questa è tra le espressioni più ricorrenti che è possibile ricavare dalla lettura quotidiana dei giornali o dall´osservazione di un qualsiasi dibattito televisivo. Ma non si tratta, invero, di una novità senza precedenti. Il paragone storico che il più delle volte viene stabilito richiama la débâcle economica e politica della fine degli anni 20 del secolo scorso. Da lì l´Europa venne fuori grazie all´investimento americano nel cosiddetto New Deal, un insieme di riforme virtuose con cui il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt risollevò, fra il 1933 e il 1938, le sorti del pianeta. Al resto pensò la guerra.
Nel presente, però, malgrado l´efficace paragone, la crisi assume un volto meno uniforme, largamente più esteso e radicalmente meno controllabile. Anche perché l´odierna recessione si sta prolungando, dopo l´abbrivio bancario statunitense dell´autunno del 2008, in una specie di tunnel interminabile. Perciò ad oggi è impossibile trovare una proposta di riforme analoga a quella di cent´anni fa per linearità e risolutezza.
Insomma, stiamo vivendo una fase orribile e disarmante, la quale, parafrasando l´omonimo libro di Edmund Husserl, intitolato per l´appunto La crisi delle scienze europee, potrebbe titolarsi "la crisi della civiltà globale". Ossia, non un breve intervallo, ma uno status depressivo permanente, destinato a determinare tutte le relazioni economiche e politiche dei prossimi decenni.
In primis, è importante ricordare che l´instabilità economica non è esattamente una novità. L´originalità del presente, semmai, sta nel fatto che non sussistono più le condizioni culturali per poter risolvere tutto alla svelta, perché la rappresentazione che abbiamo ha i connotati "congiunturali" di contingente precarietà che trasforma le nostre comunità in un´enorme "società liquida", come l´ha definita efficacemente il sociologo Zygmund Baumann.
Proviamo a leggere, ad esempio, qualche dato riguardante l´Italia. Nel quadro economico-finanziario dei conti pubblici dell´Eurozona dell´ultimo triennio il debito pubblico italiano si mostra tra i più elevati (oltre 1600 miliardi di euro, pari al 27 % dell´intera area monetaria comune). Le operazioni di contenimento del deficit hanno fatto evitare una deriva involutiva di tipo greco, ma nel periodo dal 2008 al 2010 al peso del passivo statale si è aggiunto il tracollo del Prodotto Interno Lordo, un onere aumentato di 15 punti e stimato, all´incirca, come il 119 %. D´altra parte, al di là delle valutazioni politiche, sebbene la situazione italiana mostri scompensi cronici e anomalie esclusive, la situazione non è tanto migliore per Francia e Germania, rispettivamente a 18 e 19 punti.
Dove la condizione nazionale sembra essere veramente gravissima è, ancor più, dal lato lavoro. Il livello italiano di attività è allacciato a quello della media europea, anche se con una maggiore incidenza del debito. La flessione sull´occupazione osservata nel 2010 ( - 0,7 per cento, pari a - 153 mila unità) rivela grandemente l´entità congiunturale del gap occupazionale che investe innanzitutto le professioni qualificate e tecniche ( - 251 mila unità) e gli operai specializzati ( - 109 mila unità), con una diminuzione dell´occupazione femminile non qualificata enorme (pari a 19 mila unità).
L´allontanamento di massa dalla produttività, dunque, è certamente un male concreto. È importante, a ogni buon conto, porsi correttamente la domanda se a generare davvero la crisi siano i rilievi negativi che constatiamo oppure le caratteristiche, tutto sommato, contingenti che andiamo selezionando. Sì perché l´epistemologo Karl Popper avvisava che si verifica sempre solo quello che si vuole dimostrare. E le nostre statistiche considerano principalmente quei fattori di crisi che sono quantificabili e riportabili a resoconti calcolabili con evidenza.
A guardare bene la realtà, insomma, la cosiddetta crisi congiunturale deriva dal fatto che noi tentiamo di rendere stabili comportamenti che sono necessariamente dinamici e variabili, e per definizione non risolvibili. Tale è, d´altronde, il metodo che definisce l´atteggiamento empirico preminente nel nostro tempo.
Se, però, non ci sono più risorse per un welfare economico, non bisogna dimenticare che esiste un welfare che non costa nulla, e riguarda il costume e il modo di vita che si intende scegliere. Immaginiamo per un momento quanto diverso sarebbe il modo d´essere della realtà sociale se noi investissimo tempo e passione su aspetti umani che sono invariabili e permanenti. Mi riferisco a quelle scelte che già Aristotele definiva essenziali, appunto perché non svaniscono in un attimo. L´amicizia, la famiglia, i rapporti di paternità e maternità, il tempo libero, l´estetica ambientale, la religione sono, appunto, "imprese" permanenti, a differenza del lavoro, dell´occupazione, del debito nazionale, pubblico e privato, che, essendo fisionomie congiunturali, non restano identiche se non per breve tempo. Le prime opzioni coincidono proprio con quei presupposti umani primari che chiamiamo valori, essendo indispensabili per fissare il livello qualitativo di vita che è possibile raggiungere. Esse costruiscono quanto Anthony Giddens chiama il "welfare della felicità" e ultimamente Martha Nussbaum "beni non per profitto".
Come negare, d´altronde, che la prima e più grande ricchezza di una società siano i figli, i giovani e i loro progetti riguardanti il futuro, una risorsa non quantificabile e non misurabile, sebbene sensibilmente presente nelle attenzioni dell´opinione pubblica?
La conclusione del ragionamento è, quindi, piuttosto semplice. È vero, viviamo un momento di crisi globale. Ed è vero che questa crisi globale è oggettiva e deriva dalla valutazione economica del debito, della poca produttività e dell´alto tasso di disoccupazione sociale. Ma la causa ultima della crisi è il non investire a dovere sull´importanza culturale di quanto è umanamente durevole e continuativo. Si tratta dei valori etici sostanziali che, al netto della crisi, sono gli unici in grado di dare solidità alla società, rendendola potenzialmente popolata di persone felici. Ben inteso, potenzialmente, perché occorre impegnarsi, con buona pace della congiunturale crisi del momento e della presunta liquefazione dei valori.

Repubblica 19.5.12
L’offensiva del centrodestra alla vigilia della sentenza che potrebbe far cadere l’ultimo pilastro della legge 40. L´ex sottosegretario Roccella propone un nuovo ddl
"Fecondazione eterologa, nuova legge se la Consulta dice sì"
Il nuovo testo dovrebbe trattare temi come l´anonimato o meno del donatore
di Caterina Pasolini


ROMA - Eterologa libera, eterologa vietata. La Corte Costituzionale si riunirà martedì, ma già monta la polemica sulla possibile sentenza. Sale tra le diverse parti sociali e opposte formazioni politiche la speranza e la paura che diventi possibile anche in Italia la fecondazione con gameti di donatori diversi dal partner. Che quelle tremila coppie che ogni anno varcano i confini in cerca di un figlio, negato dalla natura o da malattie genetiche, possano superando la legge 40 che la vieta, farsi seguire e fecondare legalmente nel loro paese. Dimezzando costi, rischi e attese.
E così, a pochi giorni dal "E day", scatta la controffensiva nel caso in cui la Consulta dia il via libera. Eugenia Roccella, ex sottosegretario Pdl alla Salute, da sempre contraria all´eterologa «perché non mi piace l´idea di progettare famiglie in laboratorio in fondo c´è sempre l´adozione» ieri ha lanciato la sua proposta: «Se la Corte Costituzionale dirà sì alla fecondazione eterologa, ci sarà bisogno di una nuova legge perché si creerebbe un vuoto normativo». E così ha inviato una lunga lettera ai parlamentari e, assicura, ha già ricevuto approvazione anche dall´ala cattolica del centro sinistra.
Gli avvocati che hanno presentato i ricorsi contro il divieto, come Maria Paola Costantini, non sono d´accordo. «Già adesso, con i decreti legislativi del 2007 e 2010 che riguardano le donazioni di organi, la questione del vuoto normativo non sussiste, perché sono applicabili alla fecondazione ed è previsto tutto: dalla donazione al consenso informato, alla tracciabilità dei donatori». La legge 40, sottolinea poi l´avvocato, già circoscrive la donazione di gameti alle coppie infertili in età fertile, «quindi l´eventuale cambiamento della Corte non prevede di allargare né alle mamme nonne, né ai single né agli omosessuali».
Ma il problema fondamentale per Roccella è un altro. «Argomenti così importanti non possono essere affidati solo a una sentenza, deve discuterne il parlamento, bisogna aprire un dibattito democratico». Tra i punti fondamentali che la legge dovrebbe affrontare vi è l´anonimato o meno del donatore «visto che sono convinta: il bambino ha il diritto di sapere chi è il padre o la madre biologica». Poi la gratuità della donazione del gameti, già regolata, ma che secondo l´ex sottosegretario ha bisogno di punti fermi per evitare che, come in alcuni paesi, diventi un mercato, con donne sottoposte a cicli intensivi per dare ovociti ad altre. E infine l´organizzazione delle biobanche e l´inserimento dell´eterologa all´interno del Sistema sanitario nazionale pubblico.
Favorevoli invece all´eterologa, i medici dell´associazione nazionale medicina della riproduzione. «Perché sui trattamenti fatti all´estero i dati forniti da diversi osservatori registrano abusi e seri rischi sanitari per le future madri e i nascituri le cui conseguenze ricadono anche sul nostro Ssn che dovrà garantire le cure mediche».

l’Unità 19.5.12
Gramsci, la speranza tradita della libertà grazie all’Urss
L’ultimo libro di Vacca presentato ieri all’Auditorium di Roma La tragedia del prigioniero sulla base dei nuovi documenti
di Bruno Gravagnuolo


COMPAGNI...VOI OGGI STATE DISTRUGGENDO L’OPERA VOSTRA...CI PARE CHE LA PASSIONE VIOLENTA DELLE QUESTIONI RUSSE...».La tragedia politica ed esistenziale di Antonio Gramsci torna a riassumersi in queste righe del 14 ottobre 1926 indirizzate al Comitato centrale del partito russo. È uno dei nodi ineludibili a cui rimanda l’ultimo volume di Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Gramsci e tra i massimi studiosi del pensatore:Vita e pensiero di Antonio Gramsci. 1926-1937 (Einaudi, pp. 367, Euro 33). Ieri il libro è stato presentato all’Auditorium di Roma, con il musicologo Giudo Salvetti, Silvio Pons, storico del comunismo, Cristina Comencini e Bruno Cagli, presidente dell’Accademia di Santa Cecilia. Mentre alla fine Antonio Gramsci Jr, figlio di Giuliano Gramsci, e Franco Fois, hanno suonato musiche medievali e rinascimentali. Ma c’entra Santa Cecilia con Gramsci? Parte del suo lessico familiare, perché in quell’Accademia cento anni fa si diplomava in violino Julka Schucht, moglie di Gramsci e prima ancora la sorella Asia.
Mille fili emotivi, intessuti dal mito dell’Italia, che conduce la famiglia e le tre sorelle Schucht all’incontro con il genio di quel piccolo sardo che osava bacchettare tutto il gruppo dirigente bolscevico, prima di venire incarcerato dal fascismo nel novembre 1926. Insomma si è parlato di musica, di memorie familiari. Ma il fulcro sono state le novità del libro di Vacca, specie nella «recensione» di Silvio Pons. Eccone alcune. Primo, la lettera del 1926 non fu una semplice accusa «di metodo» ai sovietici: non espellete Trotzski e l’opposizione. No, l’accusa era più pesante. E cioè: voi russi vi state chiudendo in un orizzonte da fortezza assediata e corporativa. Mentre per Gramsci occorreva rilanciare la rivoluzione in Occidente con una «guerra di posizione» graduale e attenta alle alleanze.
Altra novità, la lettera del febbraio 1928 di Grieco a Gramsci in carcere, che fece infuriare il prigioniero, perché «compromettente». Svelava che il Pci si interessava fin troppo della liberazione di Gramsci, il che per il detenuto inficiava ogni trattativa tra Urss e fascismo per giungere alla sua liberazione. Questo intendeva Macis, giudice istruttore, quando disse a Gramsci che i suoi amici lo volevano in galera. Ovvero: il regime non poteva tollerare che il Pci rivendicasse meriti nella liberazione di Gramsci. Ma in realtà né l’Urss né Mussolini intendevano liberare quel «cervello». Troppo libero e geniale. Ingestibile. E il Pci? Gestì Gramsci come poté e poi lo mise a frutto. Con la Costituente nel 1946 e l’idea di una via democratica. Il suo ultimo messaggio in bottiglia.

La Stampa 19.5.12
Politica e giustizia, i fronti aperti
Lusi, i pm vogliono le carte
Procura interessata alle accuse lanciate dall’ex tesoriere ai big della Margherita
di Francesco Grignetti


ROMA All’assalto L’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi si è difeso davanti alla Giunta delle Immunità del Senato tirando in ballo tutti i big del partito che lo hanno scaricato dopo l’esplosione dello scandalo sull’uso dei rimborsi

La procura di Roma ha deciso: al presidente del Senato è giunta ieri mattina una richiesta perché le dichiarazioni del senatore Luigi Lusi di mercoledì notte siano girate al palazzo di Giustizia. I magistrati vogliono acquisire alla fonte le accuse di Lusi agli ex colleghi di partito, ma anche valutare la memoria difensiva che lamenta un loro comportamento «persecutorio». Alcune cosiddette rivelazioni, comunque, tali non sono per gli investigatori. Si è saputo solo ieri, infatti, che il Nucleo tributario della Guardia di Finanza sta già lavorando da tempo sui finanziamenti a favore di alcune fondazioni e società. I pm Alberto Caperna e Stefano Pesci avevano chiesto alla Finanza di accertare se i fondi in questione fossero stati destinati ad iniziative politiche (lecite) o ad altre attività di tipo personalistico (illecite). Al momento, però, non sono venute alla luce condotte irregolari.
Tra le altre cose, c’è sotto accertamento anche l’attività della «M&S Congress», l’azienda di Catania legata al marito della segretaria di Enzo Bianco, destinataria, secondo quanto riferito da Lusi nel corso dell’audizione al Senato, di 105 mila euro l’anno tra il 2009 e il 2011.
Renato Schifani, da parte sua, ha prontamente girato a Marco Follini, il presidente della Giunta per le Immunità, la richiesta dei magistrati «affinché nello spirito di leale collaborazione tra organi dello Stato, la sottoponga alla Giunta medesima in quanto competente a valutare l’eventualità di una deroga al principio della riservatezza di un proprio atto».
In vista del secondo round dell’audizione di Lusi, intanto, che si terrà mercoledì, si apre tutta un’altra questione all’interno della Giunta. Come rispondere alla magistratura? E poi: dare o meno pubblicità ai propri atti? Follini sarebbe favorevole a un’operazione di totale trasparenza. «Le attuali regole parlamentari - dice - prevedono che i lavori della giunta avvengano in una condizione di riservatezza a tutela di tutte le persone che sono coinvolte nei procedimenti. È chiaro però che lo stillicidio di notizie riportate dai giornali sulla base di confidenze più o meno veritiere rilasciate da parlamentari più o meno loquaci pone un problema, per usare un eufemismo».
Follini è favorevole a una riscrittura delle regole «per far sì che le riunioni della Giunta siano rese, a pieno titolo, di pubblico dominio. La combinazione tra norme delicatamente antiquate e comportamenti disinvoltamente post-moderni, mi pare proprio che non stia funzionando».
Epperò, considerando che la mina-Lusi sta creando un’infinità di danni al suo ex partito (di nuovo Matteo Renzi: «Rispondere alle accuse di Lusi non è difficile. È umiliante, casomai. Perché il giochino è chiaro: si vuol far credere che siamo tutti uguali». E Rutelli: «Siamo oltre la diffamazione, oltre il tentativo di inquinamento del processo: come può esserci qualcuno che gli dà ancora retta? »), anche la questione della pubblicità ai lavori è diventata politica. Il Pdl gode delle disgrazie della Margherita. «Al di là del regolamento - dice Raffaele Lauro, Pdl - la nuova audizione del senatore Lusi andrebbe trasmessa in diretta radiotelevisiva come avviene negli Stati Uniti». Il Pd è sulla difensiva. «Non cento anni fa - replica Francesco Sanna, Pd ma in questa legislatura il Pdl aveva formalmente proposto al Senato l’inasprimento del regime di segretezza delle sedute». Comunque Sanna ci sta a dare massima pubblicità alle sedute. «Proprio in apertura dell’ultima riunione avevo proposto la trasmissione in diretta sul sito Internet del Senato».
E intanto si prepara una denuncia collettiva per calunnia da parte dei big della Margherita contro il tesoriere infedele. Ma anche Lusi annuncia querele contro chi lo critica senza aver partecipato ai lavori di Giunta. "Si apre la querelle: giusto pubblicare le sedute della Giunta sulle immunità?"

Corriere 19.5.12
Pd diviso dalle parole del senatore
Lite Renzi-Misiani sui bilanci online


ROMA — Propone Matteo Renzi: «I tesorieri di tutti i partiti mettano online le spese fatte con il finanziamento pubblico». Il tesoriere del Pd, Antonio Misiani, gli risponde secco: «I bilanci del partito a cui è iscritto, il Pd, sono online fin dalla fondazione». Dopo le accuse che l'ex tesoriere della Margherita, Luigi Lusi, avrebbe fatto in giunta per le immunità al Senato («a lui ho dato 70 mila euro»), il sindaco di Firenze ha già reso noto i nomi di 73 finanziatori della sua campagna elettorale. Lusi, indagato dalla procura di Roma per appropriazione indebita dei fondi della Margherita, avrebbe anche affermato di aver finanziato Rutelli, Bianco, Franceschini, Bindi, Fioroni, Letta, Realacci e Gentiloni «per attività politiche». Creando fratture nel Pd. Perché Margherita e Ds presero finanziamenti (circa 400 milioni) dal 2006 al 2011, nonostante nel 2007 fossero confluiti nel Pd. Nell'ex Margherita si fa notare la differenza tra gli usi personali e i finanziamenti politici annunciando querele. La procura di Roma ha chiesto la trasmissione delle audizioni di Lusi al Senato. La giunta si vedrà mercoledì per parlarne e il presidente, Follini, è intenzionato a proporre sedute «a porte aperte» per evitare ulteriori fughe di notizie.

La Stampa 19.5.12
Summit Nato, la protesta
Occupy Wall Street alla conquista di Chicago “Non si torna più indietro”
Sul pullman con gli indignati: sfonderemo la porta per la rivoluzione
di Paolo Mastrolilli


Da New York all’Illinois Sveglia all’alba, caffè all’autogrill e sul pullman subito slogan battaglieri: «Chicago brucia»
I ragazzi hanno studiato sui testi distribuiti dai leader: volto mascherato, messaggi criptati via Twitter e silenzio se arrestati

Andiamo a Chicago per non tornare più indietro». Magari esagera Louis a parlare così, ma l’enorme tatuaggio che gli copre tutto il braccio destro è chiaro: «Faith is Pain», per credere bisogna soffrire. Il fatto che siamo dentro una chiesa, la West Park Presbyterian Church di Amsterdam Avenue, non c’entra molto col tono evangelico del tatuaggio. Questa è una delle parrocchie più liberal di Manhattan, la prima ad aver integrato i fedeli gay, e si è offerta come punto di raccolta per i manifestanti di Occupy Wall Street che vanno a rovinare la festa della Nato nella città di Obama. Louis, 22 anni, tecnico dell’aria condizionata al Bronx, è uno dei ragazzi che si sono dati appuntamento qui per la marcia su Chicago. Bus gratuiti, organizzati dal gruppo «99% Solidarity» e finanziati dal sindacato National Nurse United. Partono da otto città, New York, Washington, Philadelphia, Boston, Providence, Atlanta, Los Angeles e Portland, per convergere tutti insieme in Illinois e unirsi alle proteste pianificate da Occupy Chicago.
Sono le due del mattino e gli attivisti arrivano come congiurati. Diane, uno dei leader che fa l’avvocato civilista in New Jersey, è vestita con pantaloni e camicetta, come se stesse per discutere una causa; Barbie e Toxic, studenti di Brooklyn, sfoggiano capelli fuxia, anfibi, borchie, giacca di pelle, e piercing dove neppure un torturatore della Santa Inquisizione si sarebbe azzardato a infilare metalli appuntiti. L’atmosfera però ricorda una gita scolastica, o al massimo una missione di hooligans per una partita di calcio inglese. Qualcuno suona il piano della chiesa. Una signora dai guanti neri con le dita mozzate distribuisce panini al tacchino: ha fatto dumpster diving nello Starbucks all’angolo della strada, recuperando confezioni intatte dai rifiuti. Diane passa i manuali per il comportamento in caso di arresto, e il numero di emergenza della National Lawyers Guild che offre assistenza gratuita ai detenuti: «Quando vi fermano dite che non acconsentite ad essere perquisiti, e poi tacete». È preoccupata: «Non vado a Chicago per farmi prendere, ma prevediamo centinaia di arresti. La polizia si è addestrata a lungo: cannoni assordanti, barricate. Dopo tanta fatica, vorranno usare l’apparato che hanno costruito». Yoni Miller, 18 anni, mostra ai colleghi come usare il sistema di messaggi Vibe mettendo un doppio hashtag prima di ogni testo, per nascondere le parole e comunicare in maniera segreta. A Zuccotti Park lo chiamavano il «Presidente di Occupy Wall Street»: «Non ci sono presidenti qui, solo gente che protesta per avere una vita decente». Lui passa per genio della matematica, ma ha lasciato l’high school e creato un sito per le ripetizioni online agli studenti superdotati delle scuole pubbliche.
Arriva Stephen Webber, capo spedizione, cinquant’anni e i capelli bianchi. Aveva un’azienda digitale per la comunicazione medica, ma a ottobre l’ha venduta e ora fa il manifestante a tempo pieno. Lui, insieme a un «captain» che c’è su ogni bus, appartiene alla categoria degli «inarrestabili»: se la polizia lo ferma gli altri devono farlo scappare, perché ha il compito di riportare la carovana a casa dopo le proteste. Sul suo iPad controlla i nomi degli iscritti e li indirizza ai pullman. Sono le quattro del mattino, quando finalmente si parte. Ci aspettano 1.200 chilometri di autostrada, ma i ragazzi cantano: «Burn Chicago, burn! ». La prima sosta è a Kylertown, Pennsylvania, per il caffè. Louis arrotola una cartina, con dentro una roba da finire in galera: «È la mia colazione». Lo guarda perplesso Yuri, che sul braccio porta una crocerossa: «Sono uno degli infermieri. Vengo da Irkutsk, in Siberia. Ho fatto il corso per l’assistenza in combattimento con l’Armata Rossa. A settembre sono venuto in vacanza, ho visto la protesta di Zuccotti Park, e non sono più ripartito».
Risaliti sul bus, Stephen spiega il progetto: «Per me è un fatto personale. Sono nato a Guantanamo da un pilota di caccia, che poi è stato abbattuto in Vietnam e ha fatto due anni di prigionia. Mia madre protestava contro il nucleare, e la prima volta venni arrestato con lei nel 1982. Vedere stravolta la missione per cui è stata fondata l’America è insopportabile. Io ero favorevole alla guerra in Afghanistan, ma ora è troppo. Obama è meglio di Bush, ma di poco: anche lui è nella tasca delle lobby. Andiamo a protestare contro la Nato perché è il braccio armato del complesso militare industriale, che indirizza le risorse del paese dove vuole l’1% dei più ricchi, e affama il 99%».
Fuori dal finestrino scorrono le colline della Pennsylvania rurale: «Qui si lamenta Yoni - è tutto fracking, quella tecnica tossica per l’estrazione del gas». Webber riprende il discorso: «Durante l’inverno Occupy Wall Street è stata calma, perché dovevamo ridefinire il messaggio, che era troppo confuso. Abbiamo fatto riunioni ogni settimana, con amici tipo l’ex leader di Tiananmen Shen Tong, professori della Columbia University come Todd Gitlin, che nel Sessantotto guidava la Sds, ribelli internazionali tipo il serbo Ivan Markovic. Pensavamo di puntare sull’ineguaglianza, ma è un’idea negativa. Abbiamo scelto il concetto di fairness, giustizia per tutti. Sotto questo ombrello puoi infilarci ogni cosa: dalla riforma fiscale ai costi dell’università. L’obiettivo è trasformarci in un movimento politico, fare raccolta fondi con il crowd sourcing, e in prospettiva favorire l’elezione in Congresso di parlamentari vicini alle nostre posizioni. Il modello è un po’ il Tea Party, che non è diventato partito, ma ha aperto la strada alla protesta contro il sistema e condiziona gli uomini e le scelte dei repubblicani.
Qui a Chicago la manifestazione più dura sarà domani. I prossimi obiettivi poi sono una grande evento a Filadelfia il 4 luglio, il 17 settembre l’anniversario di Occupy Wall Street, e l’inauguration del presidente a gennaio, dove contiamo di portare un milione di persone a Washington. Serve per costruire la visibilità, altrimenti tutte le energie della protesta vanno perdute».
La sosta pranzo è a Youngstwon, Ohio: pizza per tutti, offerta dai sindacati. Poi altre otto ore di bus, tra i silos nella campagna dell’Indiana, ascoltando Paul Simon e guardando il film «Breakfast Club» su una banda di studenti ribelli. Con i cartoni della pizza i ragazzi hanno disegnato cartelli appesi ai finestrini: «Healthcare not Warfare». E anche messaggi per il G8: «Support the Robinhood Tax», la tassa sulle transazioni finanziarie. Alle porte di Chicago Diane spiega le possibili sistemazioni per la notte: «A, ospitalità da amici. B, campeggio in aree autorizzate. C, occupare un manicomio di South Side appena chiuso». Dal fondo del bus si alza una voce rumorosa e compatta: «Manicomio, manicomio! ». Stephen sorride con sguardo paterno, compiaciuto e preoccupato: «È così in tutte le rivoluzioni: ci vuole qualcuno che sfondi la porta, affinché gli altri possano passare».

La Stampa 19.5.12
Ungheria, il governo spegne l’ultima radio d’opposizione


Il governo di destra di Viktor Orban al potere in Ungheria ha approvato ieri in Parlamento una legge destinata a liquidare definitivamente Klubradio, unica voce di opposizione ancora in vita. Con il provvedimento, adottato quale emendamento alla legge sui media, il Consiglio dei media, organo di sorveglianza, non è più obbligato ad assegnare la licenza per una frequenza al vincitore di un concorso. Si disinnesca così il verdetto di un tribunale che lo scorso febbraio aveva stabilito che il Consiglio dei media avrebbe dovuto fare il contratto per la licenza con Klubradio. Infatti il tribunale aveva annullato un falso concorso organizzato dal Consiglio in cui era risultata vincitrice un’emittente inesistente, imponendo al Consiglio di rifare la gara per le frequenze.
Il vicepresidente del partito socialista (all’opposizione), Laszlo Mandur, ha detto che il voto è «una condanna a morte» per la radio. Andras Arato, presidente dell’emittente, confida ancora nel capo dello Stato, il nuovo presidente della Repubblica Janos Ader, che forse rifiuterà di firmare la legge emendata, e nella Corte costituzionale che potrebbe abrogarla. La battaglia non è ancora persa definitivamente per i sostenitori della radio che stanno pagando contributi volontari per il suo mantenimento in vita.
I collaboratori dell’emittente lavorano senza paga da mesi poiché la pubblicità non arriva a Klubradio per l’incertezza della sua esistenza. Arato ha avvertito tutto il mondo della stampa ungherese: a questo punto servirebbe un atto di solidarietà dell’intero settore, poiché non si tratta più solo di Klubradio, ma è in pericolo l’intera libertà di stampa e di parola in Ungheria.

La Stampa 19.5.12
“Con 30 euro la Chiesa si è presa la moschea di Cordova”
Gli islamici: è patrimonio di tutti, ma non ci lasciano pregare
di Gian Antonio Orighi


Hanno rubato la cattedrale moschea di Cordova». La Junta Islamica (JI), organizzazione nazionale spagnola no profit dei fedeli di Allah, torna alla carica con il celeberrimo tempio, innalzato dodici secoli fa da Abderrahmán I e dichiarato dall’Unesco, nel 1984, patrimonio mondiale dell’Umanità. Da anni la JI chiede inutilmente di poter pregare davanti al Mihrab, la nicchia che conteneva una copia dorata del Corano, e dare un uso religioso condiviso alla basilica. Adesso, dopo il «no» del vescovo, accusa la Chiesa di aver «carpito» il meraviglioso capolavoro architettonico con 850 colonne di marmo. Sborsando la ridicola cifra di 30 euro.
«Il furto è stato possibile grazie a due miracoli - accusa il sito Webislam della JI -. L’ex premier popolare Aznar, cambiando la legge ipotecaria nel ’98, ha permesso alla Chiesa prima di appropriarsi degli edifici del demanio, benché siano patrimonio di tutti gli spagnoli, poi di disporre di un edificio di 23.400 metri in pieno centro della città senza spendere un centesimo, visto che non paga non solo l’Ibi (l’Imu spagnola, ndr) ma neppure le spese di conservazione».
La legge ipotecaria in questione è quella del 1946, con la quale l’osservantissimo dittatore Francisco Franco permetteva alla Conferenza Episcopale Spagnola (Cee) di registrare la proprietà di alcuni beni senza proprietario, «ad eccezione dei templi destinati al culto cattolico». A tal fine, il Caudillo decise nell’art. 206 che, senza notificazione pubblica e notaio, bastava che il vescovo dichiarasse che il bene apparteneva alla Chiesa. Alla fine degli Anni 90 l’allora primo ministro popolare Aznar tolse a sorpresa le eccezioni.
«Dal ’98 la Cee si è appropriata di centinaia di basiliche, come quella di Cordova. E l’ex premier socialista Zapatero, nei suoi otto anni di governo, non ha cambiato la legge», lamenta la Junta Islámica. Che poi ricorda come il mancato apporto tributario della Cee all’Ibi, proprio in un momento di acutissima crisi economica, sia stimato in tre miliardi di euro all’anno.
Ma c’è di più. Gli islamici, arrabbiati anche perché nel 2010 il vescovo di Cordova, Demetrio Fernández, voleva togliere il doppio titolo cattedralemoschea al fantastico edificio (eretto dove si trovava l’antica basilica di San Vicente Martire, distrutta dagli islamici nel 711), criticano pure che sia esentasse, perchè gli 8 milioni di euro annui incassati con i biglietti d’ingresso da 8 euro sborsati dai turisti sono considerati «donazioni».

Corriere 19.5.12
Una fanciulla rapita da Zeus L'Europa inventata dai greci
di Eva Cantarella


L'Europa senza la Grecia: se ne parla come se fosse una possibilità, spiegando le tragiche conseguenze economiche che questo porterebbe con sé. Ma non solo di economia si tratta, quando si parla della Grecia. Si tratta anche del nostro presente e di quello che esso è grazie ai greci e alla loro storia: grazie a quella Grecia, vale a dire, la cui presenza è ancora parte essenziale della nostra vita, a cominciare come ben noto dal nostro vocabolario. Da dove vengono, se non da quella Grecia, parole come mito, teatro, diavolo, politica, democrazia, demografia, apoteosi, antropologia, geografia, psichiatria, telefono, diagnosi, terapia (solo alcuni tra gli innumerevoli esempi, pochi nomi a caso, tra i primi che vengono alla mente). Ma il lascito linguistico non è che una delle tante loro eredità che (anche se non lo sappiamo o non ci pensiamo) ci accompagnano nella vita quotidiana. Per ricordare le quali, o almeno parte delle quali, proviamo, in modo semiserio, a immaginare l'inimmaginabile: come sarebbe la nostra vita oggi, come e cosa sarebbe l'Europa se non fosse mai esistita «quella» Grecia? Quella di Omero e di Eschilo, della battaglia di Maratona e di Pericle, di Zeus, degli dèi dell'Olimpo e dei miti...
Per prima cosa, il nostro continente non si chiamerebbe Europa. A farci sapere perché ci chiamiamo europei, infatti, è un mito (ovviamente greco): quello della ragazza Europa, figlia di Antenore, re della città fenicia di Tiro, sulle coste dell'Asia minore. Un giorno, mentre giocava con le compagne sulla spiaggia, Europa venne rapita dal solito Zeus che, colpito dalla sua bellezza, assunse le sembianze di un bellissimo toro bianco, dalle corna così lucenti che sembravano spicchi di luna. Bello e apparentemente mansueto l'animale andò a sdraiarsi ai piedi di Europa che, fiduciosa, sedette sulla sua groppa. E subito Zeus-toro, rizzatosi sulle zampe, si gettò in mare, raggiungendo a nuoto le coste di Creta, ove si unì a Europa sotto dei platani cui, da quel giorno, fu concesso di non perdere mai le foglie. Potenza del mito: vicino alla città cretese di Gortina esiste un platano, ove tuttora i giovani sposi si recano in pellegrinaggio, la sera del matrimonio... Ma prescindiamo pure dal nome. Difficile ricordare le infinite cose che mancherebbero alle nostre vite in una immaginaria Europa della quale Grecia non avesse contribuito a fare la storia: non potremmo leggere Omero, Saffo, la lirica, i grandi tragici, Erodoto e Tucidide, e non mi pare cosa da poco. Non avremmo i templi di Paestum e di Selinunte. I musei (tutti, non solo quelli europei) sarebbero infinitamente più poveri: niente frontone del Partenone al British Museum, niente arte greca al Louvre e al Metropolitan, niente altare di Pergamo al Pergamon Museum di Berlino... Chissà se Frau Merkel lo ha mai visto. Non c'è momento e aspetto della nostra vita che non ci riconduca all'esistenza dei greci. Un solo esempio, la psicoanalisi (che ovviamente avrebbe un altro nome): come avrebbe fatto Freud a spiegare i misteri della nostra psiche senza Edipo? E per finire, ma solo per ragioni di spazio, e tralasciando, sempre per motivi di spazio, i loro lasciti in campo scientifico, come sarebbe l'Europa se nel 490 a.C. l'immane esercito persiano non fosse stato sconfitto nella piana di Maratona da Milziade a capo di 10.000 opliti ateniesi? La storia non si fa con i se, lo sappiamo bene, ma una cosa è certa: i greci combatterono e vinsero per difendere la loro libertà di cittadini, per non essere sottomessi a un impero dove esistevano solo dei sudditi. E nel farlo consentirono a noi di conoscere e di ereditare la democrazia. Come sarebbe stata la nostra storia, se essi non l'avessero sperimentata e non ce ne avessero insegnato il valore? Come saremmo, oggi, se non ci avessero trasmesso l'orgoglio di essere noi, i cittadini, i titolari della sovranità?
Che mondo povero sarebbe il nostro, senza quella Grecia. Eppure, nel discutere la possibilità (pur cercando di scongiurarla) di escludere la Grecia di oggi dall'Eurozona, tutto quello cui si pensa è l'aspetto economico del problema. Che è, ovviamente, assolutamente fondamentale. Ma, accanto a esso, la Grecia non meriterebbe che venisse preso in qualche considerazione anche tutto quello che le dobbiamo? Quanta ingratitudine, oggi, per la ragazza Europa.

Corriere 19.5.12
Vite e segreti in via Panisperna L'amore ai tempi dell'atomica
La razionalità di Fermi e le emozioni (tradite) del suo amico
di Paolo Beltramin


Anche la fisica dipende dai punti di vista. L'ora più buia della storia della scienza ha molti colori diversi, osservata dal chiuso di un laboratorio. «Alle 5.28 del 16 luglio 1945, nel deserto di Alamogordo erano coriandoli quelli che Enrico Fermi ha tirato in aria. Piccoli pezzi di carta. La prima bomba atomica era appena esplosa come test e aveva trasformato quella porzione di terra in un cratere lunare. Ma lui non ha voluto guardare in faccia la deflagrazione. L'ha misurata. Calcolando lo spostamento dei piccoli pezzi di carta rispetto alla verticale per l'effetto dell'esplosione».
La scena che dà il titolo a Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi (Feltrinelli, pp. 138, 10), romanzo veloce e potente come un'esplosione, è un flashback improvviso che spezza il corso del racconto, ambientato in una stanza d'ospedale 24 anni più tardi. Le avventure, gli amori e le tragedie del gruppo di ricercatori che scoprì le proprietà dei neutroni lenti — primo, decisivo passo verso l'energia nucleare e la bomba atomica — sono stati raccontati più volte dalla letteratura e dal cinema, dalla Scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia ai Ragazzi di via Panisperna di Gianni Amelio. Questa volta l'autrice, giornalista del «Corriere della Sera» da quando studiava fisica all'università «pensando di poter fare la scienziata», ha scelto di non mettere al centro del racconto Fermi, capo del gruppo e futuro premio Nobel, né Ettore Majorana, il più geniale dei suoi allievi finito presto nel nulla. No, il protagonista si chiama Enrico Persico: è il migliore amico e il principale assistente di Fermi nel laboratorio di via Panisperna, eppure il suo nome non finirà nei libri di storia e nei nomi delle vie principali delle nostre città, alla sua vita sono dedicate appena otto righe sul sito della Treccani e sei su Wikipedia.
Coriandoli nel deserto è scritto in prima persona, come una sorta di diario — dal ritmo serrato, perfetto per un monologo teatrale — composto da Persico-Arachi negli ultimi giorni di vita dello scienziato. Il rapido, inconsapevole ma non per questo meno drammatico avvicinamento alla morte si intreccia con il bilancio di un'esistenza segnata dalla sconfitta, professionale e soprattutto umana. La natura non gli ha dato il talento del suo maestro, il destino non gli ha permesso di abbracciare il suo amore. «Sono stato io il primo che ha conquistato un posto nel prestigioso istituto di Fisica di via Panisperna. Lui me lo ha portato via», scrive Persico nel suo diario. Lui, naturalmente, è Fermi: «Il mio ventriloquo. Il mio faro. Il mio nutrimento. Il mio boia».
Tutto quello che conta davvero nella vita di Persico (e di Fermi, e dei milioni di altre persone coinvolte indirettamente da questa storia) è accaduto la mattina di lunedì 22 ottobre 1934, in quel laboratorio romano diventato famoso nel mondo. Fu nella mente del premio Nobel, certo, che si accese la scintilla. Fu lui a ideare l'esperimento che portò alla creazione di elementi radioattivi stabili, una scoperta più decisiva della trasformazione del piombo in oro. Ma cosa fu ad accendere quella scintilla? Forse una strana teoria di Fermi sull'amore: «Possiamo postulare che quando si parla di un sentimento chiamato amore, lo spazio non è importante — teorizza scherzando (ma forse no) il maestro all'allievo, in un raro pomeriggio di svago a Campo de' Fiori, seduti sotto la statua di Giordano Bruno —. Al momento del bisogno, infatti, la distanza dell'amata/o può venire annullata dalla velocità dell'amore che non è una costante ma è proporzionale all'amore stesso».
La mattina del 22 ottobre 1934 Persico ebbe la grande occasione di conquistare Nella, la donna della sua vita. Fu proprio l'energia incandescente del suo amore, quel giorno, a ispirare la grande scoperta di Fermi. L'esperimento fu un successo destinato a cambiare la storia dell'umanità, ma richiese il sacrificio di quella storia d'amore. Come fu possibile? È questo il grande mistero al centro del romanzo, e naturalmente viene svelato solo nelle ultime pagine.
«C'è l'amore dietro l'energia atomica», scrive Persico in un passaggio chiave della sua memoria. Certo, questo non è un diario ma «solo» un romanzo e la voce del protagonista in realtà è quella di una scrittrice appassionata di fisica e di psicologia, che scrive diversi decenni dopo la fine di tutta questa storia. Di sicuro c'è solo un dato biografico: Enrico Persico e Nella Mortara sono stati gli unici due ricercatori del gruppo di via Panisperna che non si sono mai sposati. Eppure, leggendo Coriandoli nel deserto, sembra tutto così terribilmente reale. Perché nel nucleo dell'atomo si può vedere l'amore o la morte, è solo questione di punti di vista.

Repubblica 19.5.12
George Steiner
“Dobbiamo imparare a dire no, il pensiero libero è in pericolo”
La Bibbia e la cultura contemporanea raccontate del grande critico
di Maurizio Bono


I libri non spariranno, il pensiero libero forse sì. Perché la vera fragilità è degli uomini: «La mia paura è che la collettività, o meglio la sua potenza tecnologica, soffochi tutto. Oggi una persona autonoma, libera, fatica a trovare una porta aperta per far conoscere la sua visione. I pensieri anarchici rischiano di perdersi in mezzo al rumore senza limiti, all´uniformità del gusto volgare e alla dittatura della ricchezza». George Steiner, il più lucido e originale critico delle crisi ricorrenti della cultura occidentale, è stato in questi giorni a Milano per accompagnare l´uscita (da Vita e Pensiero) del suo breve, denso testo Il libro dei libri, sottotitolo "Una introduzione alla Bibbia ebraica", e nonostante la diversità di approccio e convinzioni all´Università Cattolica, dove ha dialogato con il cardinal Gianfranco Ravasi, si è sentito perfettamente a casa: «Ricordi che per noi ebrei il testo è una patria, io credo che il giudaismo sia più una pedagogia trascendentale, un insegnamento che una religione. Rabbino significa insegnante e lettore della parola, non prete. La Bibbia è una mescolanza di fantastica diversità di narrazioni, saghe, racconti, leggende, leggi, rituali – come direbbe il mio grande amico Umberto Eco è veramente la "forma aperta" – senza la quale non ci sarebbero né arte, né letteratura e neppure musica, nella storia occidentale. Questo è il vero, profondo legame tra me e il mondo del Cardinale Ravasi: il nostro amore per i libri, in un mondo in cui l´esperienza della lettura seria, del dialogo personale e privato con il testo, sta diventando purtroppo rara». E così, oltre che a casa, George Steiner in questi giorni si è ritrovato anche spaesato, come altrove in Occidente: «Anche qui da voi stanno sparendo le piccole botteghe. Un segno. Perché l´omologazione, del paesaggio urbano e delle nostre vite, è talmente forte da rendere difficile pronunciare quella parola fondamentale che è "no". Per quanto saprà ancora, il singolo individuo, opporsi al conformismo? Per questo credo che il nostro mondo, quello dei professori e di chi ancora ci ascolta e ci legge, debba difendere una possibilità di resistenza».
Dove suggerisce di cominciare?
«Come ho detto ai giovani che ho incontrato, si comincia dalla lettura e dalla memoria. I giovani hanno una paura terribile della solitudine, ma la lettura seria, il dialogo con il testo, diventare amico di un grande poema o di un grande libro vuol proprio dire stare soli, nella concentrazione e nel silenzio, per riconoscere se stessi».
Perché abbiamo perso l´abitudine di farlo?
«Vorrei dire una cosa un po´ pericolosa: il cattolicesimo non è un grande amico della lettura. Il ruolo universale della Bibbia è un prodotto del protestantesimo. Sono state la traduzione di Lutero e la Bibbia di Re Giacomo a garantire alla Bibbia una vera universalità. Il cattolico, specialmente nei paesi mediterranei come Italia e Spagna, la legge poco, mentre il protestante è lettore della Bibbia dall´infanzia. Ma soprattutto oggi c´è un altro problema».
Quale?
«La scuola. E se mi permette anche la scuola italiana. Che è diventata una forma di amnesia organizzata. Memorizzare un brano, una pagina di Geremia o di Dante o di Shakespeare vuol dire interiorizzare una grande forza di resistenza. Il dispotismo della finanza, la dittatura della ricchezza di cui in Italia negli ultimi anni avete fatto diretta esperienza, non può distaccarci dalla nostra memoria interiore. Il grande poeta russo Mandel´stam, la Achmatova, sono sopravvissuti nella memoria dei loro lettori. Neppure Stalin ha potuto distruggerla. Per questo, mi sembra fondamentale dare al muscolo del ricordo un po´ di forza: io all´espressione italiana "imparare a memoria", che è un po´ banale, preferisco quella francese, "apprendre par coeur", o l´inglese "by heart"».
Si può proporre la Bibbia a memoria anche a orecchie ormai abituate al rumore assordante?
«La Bibbia rimane l´inventore delle principali tematiche del nostro autoriconoscimento, il miracolo è la qualità anche letteraria di quei testi, imparagonabile a ogni altro libro per forza narrativa. Le pagine sul destino di Gerusalemme, Geremia, la storia di re Saul e David, la meravigliosa favola di Ruth la straniera nel paese dei Moabiti: questi e tanti altri sono brani senza i quali non esisterebbe la cultura occidentale. La voce formidabile che risuona dal deserto e dal passato rimane il codice e la definizione, con Omero, Dante e Shakespeare, gli altri tre sommi autori, della nostra coscienza europea e di quella americana».
Omero, Dante, Shakespeare, la Bibbia antidoto ai guasti sociali del presente. Eppure è stato proprio lei, professore, a descrivere meglio di chiunque altro la cultura occidentale, in lavori come il Castello di Barbablù o il recentissimo On the poetry of though (Garzanti lo pubblicherà in italiano in autunno) come un susseguirsi di crisi e cesure, dalla classicità alla "post-cultura".
«Sì, è troppo facile lamentarsi e credere che a ogni generazione la nostra civiltà sia alla fine. C´è il rischio di sbagliare come i più autorevoli intellettuali d´Europa che all´avvento della rivoluzione di Gutenberg parlarono della morte del libro. È un azzardo fare pronostici sulla attualità, appaiono sempre nuove forme. Si può solo, a volte, definire la transizione mentre avviene, vedere il passo che attraversa la frontiera: pensiamo all´Ulisse di Joyce, un capolavoro classico nel senso più radicale, opera vicina a Omero, e poi a Finnegan´s Wake,, un´opera totalmente nuova scritta per trovare una lingua dell´inconsapevole, del sogno e della notte, un esperanto dell´ignoto. Joyce è stato un uomo di genio su due parti della frontiera, e la nostra età comincia davvero dopo Finnegan´s Wake, dopo il surrealismo e le altre avanguardie. Nel mondo del rock è cambiata la qualità del suono, della luce e perfino del corpo. Ma attenzione, il punto non è il susseguirsi delle forme nuove. Anzi. Ogni forma nuova è spesso l´espressione di una creatività».
Che oggi rischia di spegnersi.
«Sì. A causa di questa "collettività tecnologica", appunto. Che non lascia spazio agli sperimentatori. Se l´Ulisse joyciano si concludeva con il celebre "yes" di Molly Blooom, oggi è necessario stare con Sartre che scriveva: "il pensiero è dire no". Di fronte a questo, mi piace ricordare che per il popolo ebraico il libro dei libri è stato la garanzia della sopravvivenza e della identità, un libro eternamente "tascabile", col quale da un esodo all´altro ha potuto portarsi dietro, nel successivo rifugio ed esilio, l´essenza di sé».
Nella prefazione al suo libro, che è anche un dialogo tra voi, Ravasi esprime un garbato rammarico per il fatto che "Steiner, collocato sulla frontiera (per altro mobile) dell´agnosticismo, lascia qua e là brillare, ma non affronta mai di petto" l´"interrogativo estremo". Insomma, non contempla che il vero autore della Bibbia possa non essere l´uomo...
«Sì, io non credo a una rivelazione sovrannaurale. Anche se nel Libro dei libri ci sono trame e capitoli, che sono di una tale potenza e perfezione formale che è molto difficile per me immaginarli prodotti da un uomo come lei o come me. L´ho già detto facendo un esempio oramai noto: posso immaginare Dante che dopo aver scritto l´incontro con Brunetto Latini va al supermarket a comprare il pane o il burro, ma non posso immaginare l´autore o l´autrice – è possibile che sia un´autrice – dei discorsi di Dio nella bufera del libro di Giobbe o del Salmo 23 come una persona comune, per quanto straordinaria»
Quindi chi ha scritto la Bibbia?
«Heidegger su questo punto ha dato una risposta affascinante: la Bibbia rappresenta un momento dell´evoluzione umana dove la lingua era più prossima all´aurora dell´essere, una lingua quasi adamica, immediata alla verità. Una teoria meravigliosa ma totalmente assurda, perché l´evoluzione linguistica dell´uomo è un processo sociobiologico naturale. Di fronte all´origine di quel testo immenso preferisco rimanere nell´enigma e nello stupore senza fine».

Repubblica 19.5.12
Il nuovo saggio di Giulio Giorello
Il traditore modello
Infame o benedetto un simbolo per tutte le passioni
di Nello Ajello


Si sfiora Catilina, si insegue in Dante il conte Ugolino, passato dal partito ghibellino al guelfo
"Uno che giura e mente" è la definizione che dà di lui Shakespeare nel "Macbeth"
Il nuovo saggio di Giulio Giorello racconta forme e protagonisti, storici e attuali, dell´infedeltà: dalla politica all´amore, passando attraverso la letteratura

Tradire è solo questione di punti di vista? Sì e no. Talora, è anche questione di revolver». La domanda – e la chiosa glaciale che le fa compagnia – sono le note dominanti del saggio di Giulio Giorello, Il tradimento: in politica, in amore e non solo, edito da Longanesi.
Il tradimento nella sfera amorosa rientra solo in maniera sporadica nei temi del libro, il cui percorso attraversa in generale la pratica di governo, la teologia, la metafisica, l´etica e l´arte. In ciascuno di questi recinti, è determinante la figura del traditore, esposto a diventare un proverbiale modello di protervia. Le varianti che volta per volta egli assume si estendono dalla figura del "fellone" a quella del simulatore o dissimulatore, dell´illusionista, del burattinaio che muove i complici come marionette, del bugiardo o dello spergiuro («Che cos´è un traditore?, ci si domanda in un versetto del Macbeth scespiriano. «Uno che giura e mente», sarà la risposta). Falso devoto, finto amico e torbido giocatore con le vite altrui, di rado il traditore vede svanire le proprie trame. Al termine della parabola può esserci la consegna ai nemici di una vittima predestinata: in questo senso è Giuda il più classico progenitore della categoria. Ecco che qui l´etimologia interviene a illuminarci: in latino «tradere», da cui «traditore», significa appunto «consegnare», mentre – per dirne solo un´altra – il «sicario», eventuale braccio armato dell´operazione, prende il nome dal pugnale, detto, sempre in latino, «sica». A volte, per rimorso, debolezza o generosità, il traditore si suicida.
La casistica esibita da Giorello è straripante e a tratti intricata, anche per il generoso spreco di citazioni. Essa si estende da quel Flavio Giuseppe che, in occasione della guerra giudaica del 66 dopo Cristo, passò dalla funzione di ex capo dei ribelli di Israele a quella di collaborazionista dell´impero di Vespasiano. Il volume, com´è naturale, indugia sull´immagine dell´Iscariota, memorabile «cattivo». Passa poi da Bruto e Cassio – gli «impenitenti repubblicani» che fecero di Cesare l´emblema del despota giustiziato, contribuendo ad esaltarne il mito – a quella Guerra delle due Rose che di complotti e tradimento fu un ricettacolo. Si sfiora Catilina, s´insegue nelle terzine dantesche il conte Ugolino della Gherardesca, passato dal partito ghibellino al guelfo, e questa fu certo la minore delle nefandezze che gli costarono una condanna tramandata nei secoli. Si fanno poi i conti con Rodrigo Borgia, divenuto papa Alessandro VI, e con il suo rampollo Cesare, detto il Valentino.
Eccoci qui giunti in pieno terreno machiavelliano. Mentre nell´Inferno dantesco in termini di tradimento si «giudica e manda» – e delle gesta esecrabili dei traditori risuonano i quattro cerchi della palude di Cocito – qui, al cospetto di Machiavelli, ciò che Giorello chiama «il nostro cammino per i sentieri del tradimento» conosce svolte imbarazzanti o, a seconda degli umori, luminose. È inevitabile accorgersi – non per l´autore di questo libro, che certo già lo sapeva, ma per eventuali lettori meno esperti – che l´autore del Principe si adoprerà a spogliare il tradimento delle vesti turpi e catastrofiche che gli ha cucito addosso una tradizione già ai suoi tempi inveterata. Almeno per chi voglia esaminarne l´essenza in chiave politica, quel presunto peccato non regge al vaglio della ragione. Se la fedeltà è un valore, è il caso di accogliere l´idea (così Giorello riassume la questione) «che la politica nulla abbia a che fare con quelli che chiamiamo valori». Così ragionando, il Segretario fiorentino ho rotto i ponti «con teologi ossessionati da Dio e con umanisti esaltati dalla "dignità" dei discendenti di Adamo». D´ora in poi, il tradimento si vedrà «legittimato». Al punto, scrive Giorello, «che possiamo sospettare che pensare fuori dal tradimento equivalga a pensare fuori dalla politica».
Abbiamo visto, echeggiati dall´autore, sant´Agostino, Giovanni Calvino, Joseph Ratzinger e perfino (con un suo taglio intelligente e paradossale) José Saramago misurarsi per iscritto su Cristo e su Giuda. Si è tentato più avanti di spiegarci come e perché Stalin, despota d´un paese dominato dall´ossessione del tradimento, ne avrebbe ordito a sua volta uno per liberarsi di Sergej Kirov, suo amico e seguace. Abbiamo visto mettere in scena un confronto tra lo stesso Stalin e Jago, sulla scorta, fra l´altro, di una pagina di Giorgio Manganelli. Lì lo scrittore cercò di ricostruire «il senso del letale labirinto» nel quale si aggiravano i loro sospetti, scrutando con ironia il repertorio dell´uno e dell´altro, attraverso «gli amori, le menzogne, le calunnie lavorate con perizia, con onestà, da umile artigiano; le feroci morti, infami o infamanti». Si racconta inoltre, in queste pagine di Giorello, la storia di quell´Adolfo Suárez, che, dopo essere stato per lunghi anni seguace di Francisco Franco, sarebbe diventato senza esitare primo ministro della Spagna «liberale» che gli subentrò al potere. Ma proprio la presenza di Suárez fu poi determinante nello sventare il tentativo di congiura militare ordita nel 1981 da Antonio Tejero, un tenente colonnello della Guardia Civil nostalgico del Caudillo.
In tal modo, ciò che l´autore chiama «il buon uso del tradimento» emergerà, a lettura ultimata, come una risorsa di libertà, come «la leva che può scardinare il conformismo della servitù volontaria». Di questi sforzi, perfino mentre scriviamo, ci capita di registrare vari esempi. Non che tutti i tradimenti riescano, o portino vantaggio ai loro autori. Ma a volte, grazie alla misteriosa perfezione del Caso, il prodigio può avverarsi.

Corriere 19.5.12
Le scuse dello psichiatra «Un errore la ricerca sui gay da curare»
di Alessandra Farkas


NEW YORK — «L'omosessualità di gay e lesbiche può essere curata». Era il 2001 quando, a un convegno della American psychiatric association (Apa) il dottor Robert Spitzer illustrò la sua controversa tesi secondo cui è possibile, per alcuni individui estremamente motivati, cambiare il proprio orientamento sessuale da gay a eterosessuale. Il fatto che a pronunciare quelle parole fosse il celeberrimo docente della Columbia University, considerato dai manuali il padre della psichiatria moderna e lo psichiatra più influente del 20° secolo, contribuì solo ad accreditare la legittimità di tale provocatoria argomentazione. Nessuno poteva accusarlo di pregiudizio anti-gay. Nel 1973 era stata proprio la crociata personale dell'allora 41enne Spitzer a indurre l'Apa a rimuovere l'omosessualità dalla lista dei «disturbi mentali». Poi, nel 2001, quello studio bollato come «un tradimento» dai gay di tutto il mondo. Undici anni più tardi, lo psichiatra ha chiesto loro scusa per l'errore commesso. Cercando persino, senza riuscirvi, di pubblicare una ritrattazione sulla stessa rivista scientifica che nel 2001 aveva ospitato il saggio originale, denunciato come «pericoloso» dall'Organizzazione mondiale della sanità. Il mea culpa di Spitzer, oggi 80enne e gravemente malato di Parkinson, è avvenuto in un'intervista al New York Times. «Giacevo sveglio nel letto alle 4 del mattino, quando ho deciso che era giunto il momento di farlo», afferma Spitzer, «mi alzai annaspando nel buio e con enorme difficoltà, data la mia condizione, raggiunsi la scrivania dove presi carta e penna». Quando il direttore della rivista Archives of Sexual Behavior si rifiutò di pubblicare la sua ritrattazione, Spitzer ha chiamato il Times. «Dovevo chiedere scusa alla comunità gay per i miei studi che sostengono tesi fasulle sull'efficacia delle terapie riparatorie», incalza, «e voglio anche chiedere scusa a tutte le persone gay che hanno perso tempo ed energia sottoponendosi per colpa mia a tali inutili terapie».