l’Unità 17.5.12
Francia, nasce il governo della parità. Ma non c’è Aubry
Fabius agli Esteri, entra anche Filippetti
Polemiche per l’assenza dell’ex sfidante di Hollande alle primarie
di Umberto De Giovannangeli
Di 34 tra ministri e vice, 16 sono donne.
Il fidato Moscovici alle Finanze, Sapin al lavoro
Alla fine, Martine rimase senza poltrona. ll segretario del partito socialista francese, Martine Aubry, non farà parte del nuovo governo guidato da Jean-Marc Ayrault. Fra lei, 62 anni, figlia di Jacques Delors, tre volte ministra e numero 2 del governo di Lionel Jospin, e il neo presidente, François Hollande, non è mai corso buon sangue. Aubry ha perso la corsa alla candidatura all’Eliseo, poi è stata messa da parte a favore di Ayrault per la poltrona di primo ministro, infine anche il superministero della Cultura più Educazione è sfumato per una sfuriata di Peillon, che si prepara da anni a riformare la scuola. Spazientita, ieri mattina è risalita in auto ed è partita per Lille infilandosi rabbuiata in auto: «Abbiamo convenuto che in questa configurazione il posto dove sono più utile è alla testa del partito». Non è stata una impresa agevole per il neo premier definire la lista dei ministri, tant’è che l’annuncio è stato rimandato dal primo pomeriggio alla tarda serata. Infine, però, la squadra è stata varat: il primo governo dell’era Hollande è un mix di esperienza e di nuove energie: vecchia guardia e i volti più affermati della «Generazione H». Ed è il governo della parità uomo-donna e della multietnicità.
Complessivamente, il nuovo governo francese è composto da 34 ministri, 17 dei quali donne. I nomi sono stati annunciati dallo stesso premier, che ieri mattina aveva trascorso 4 ore a colloquio con Hollande. Agli Esteri, va l’ex premier del governo Mitterrand, Laurent Fabius; il capo della campagna del presidente, Pierre Moscovici, è invece il nuovo ministro dell’Economia, delle Finanze e del Commercio estero. Manuel Valls ex possibile candidato premier va all’Interno; mentre al Lavoro s’insedia Michel Sapin, uno dei più stretti collaboratori di Hollande, mentre alla Cultura, va una delle animatrici della campagna elettorale del neo capo dell’Eliseo, Aurèlie Fillippetti, scrittrice e parlamentare di origini italiane. Vincent Peillon è il nuovo ministro dell’Educazione, Michel Sapin, altro fedelissimo di Hollande, va al ministero del Lavoro, mentre alla guida del dicastero della Reindustrializzazione va Arnaud Montebourg, esponente della sinistra del partito socialista. La Verde Cecile Duflot è stata nominata ministra dell’Eguaglianza dei territori e dell’Alloggio, Nicole Bricq ministra dell’Ecologia. Alla Difesa Jean-Yves Le Drian, all’Università Genevieve Fioraso, ai Diritti delle Donne e portavoce del governo Vallaud Belkacem, all’Agricoltura Stephane Le Foll, alla Riforma dello Stato Marylise Lebranchu; Territori d’Oltremare, Victorin Lurel; Sport, Valérie Fourneyron, Bilancio, Jerome Cahuzac, Relazioni con il Parlamento, Alain Vidalies, Affari europei, Bernard Cazeneuve, Anziani, Bernard Delaunay, Economia sociale, Benoit Hamon, Famiglia, Dominique Bertinotti, Disabili, Marie-Arlette Carlotti, Sviluppo, Pascal Canfin, Francesi all’Estero, Yamina Benguigui, Trasporti, Frederic Cuviller, Innovazione, Fleur Pellerin, Reduci di guerra, Kader Arif.
È anche un governo espressione di una Francia multietnica: uno dei suoi volti più significativi è Christiane Taubira, 60 anni, deputata della Guiana, neo ministra della Giustizia. Il governo risulta senz’altro più malleabile di quanto non sarebbe stato con la presenza della «dame delle 35 ore», quasi tutti i ministri importanti sono di stretta osservanza socialista, Manuel Valls all’Interno è l’alfiere dell’ala destra, Arnaud Montebourg al Rilancio produttivo è il rappresentante degli «antagonisti», che alle primarie predicava la «demondializzazione». Rappresentati in modo importante gli strausskahniani, con il premio a Pierre Moscovici (Economia) per la fedeltà in campagna elettorale a Hollande, finiscono in cassaforte anche i vecchi fabiusiani, con il Quai d’Orsay all’uomo che rappresentò più di tutti il «no» vincente della sinistra alla Costituzione europea.
Che quella della crescita sia la grande sfida della presidenza Hollande, che riunirà l’esecutivo oggi alle 13, lo rimarca lo stesso Ayrault, che in diretta tv afferma che l’esecutivo da lui diretto si concentrerà sul riassetto dei conti pubblici, e sul bilanciamento delle nuove spese con tagli dei costi. Gli uomini del presidente, però, non dormono sonni tranquilli. L’ombra lunga di Martine Aubry, che ha in mano il partito, si allunga sul futuro della compagine appena nata e sulle legislative, anche se lei ha assicurato fedeltà. E il malumore di chi è stato tagliato fuori («Francois ha preferito qualche traditore a chi è stato al suo fianco», ha protestato un hollandista rimasto a bocca asciutta) rischia di accendere la mischia ancora prima di aver portato a casa la maggioranza in Parlamento.
La Stampa 17.5.12
Un’anima da “duro” per Hollane
di Cesare Martinetti
E se questo Hollande, definito un «molle», soprannominato «budino» e come tale raccontato con un po’ troppa leggerezza prima della sfida con il «bulletto» Sarkozy, fosse in realtà un «duro»? La prima mossa non è stata tenera: trentaquattro ministri, 17 donne ma non la più importante: Martine Aubry, segretaria socialista e sua rabbiosa sfidante nelle primarie, non fa parte del governo. Madame Aubry, a giudicare dalle acide dichiarazioni rilasciate ieri sera a Le Monde, non l’ha presa benissimo. Ha detto: si sapeva che avrebbe scelto tra i suoi fedelissimi, io ho fatto la numero due del governo (con Jospin, tra il ‘97 e il 2000) non mi metto certo a negoziare un posto qualunque da ministro. Ma intanto, racconta il sito del Nouvel Observateur, si sarebbe già vendicata silurando due candidati hollandisti alle prossime legislative.
L’esclusione di Martine Aubry non è però soltanto la manifestazione di una rivalità personale, è soprattutto uno scontro politico e diventa una specie di manifesto. Aubry (che è figlia naturale di Jacques Delors, il più illustre ex presidente della Commissione europea ed anche il più importante maestro di politica di Hollande) era ed è la sinistra della sinistra del Ps, ministra del Lavoro del governo Jospin e autrice della legge sulle 35 ore che hanno segnato un’epoca. Sconfitta alle primarie, ma leale supporter nella campagna elettorale, sembrava naturalmente destinata a Matignon come primo ministro, dove invece è andato Jean-Marc Ayrault, un super riformista, un «socialdemocratico», parola che nel Ps francese non è tuttora percepita senza qualche sussulto.
Trentasei ore non sono niente, ma François Hollande le ha a tal punto infarcite di parole, simboli e gesti da aver già rovesciato quella sua immagine caricaturale di «molle». È chiaro che il neo presidente ha studiato con attenzione ogni passaggio facendo tesoro del disastro di Sarkò che, al di là di altri meriti o demeriti, si è giocato il tono della sua presidenza nelle primissime ore all’Eliseo: la festa nel locale dei miliardari, la vacanza relax sullo yacht del finanziere amico, l’esibizione sguaiata di una vita famigliare esagerata, con una moglie che tutti sapevano che lo stava mollando e la passerella dei figli di primo, secondo e altrui letto. Il resto, la politica e le sue incertezze, sono venute dopo.
François Hollande ha fatto esattamente il contrario esibendo modestia e misura. Viaggia su un’auto normale ed ecologica, ha chiesto all’autista e alla scorta di rispettare i semafori nel tragitto che lo portava all’investitura al palazzo dell’Eliseo. Ma poi, qui, ha tirato fuori la grinta. Inappuntabile formalismo con il suo avversario che lasciava la carica sconfitto, ma niente di più: non lo ha accompagnato (come aveva fatto per esempio Chirac con Mitterrand) sul tappeto rosso fino all’auto. E poi, quando si è trattato di citare i predecessori, Hollande ha avuto una parola buona per tutti (compresi gli avversari Giscard e Chirac), per Sarkò invece semplicemente un gelido augurio per «la sua nuova vita».
E non si può dire che sia arrivato impreparato a quel discorso. Nel libretto pubblicato all’inizio di quest’anno («Changer de destin», editore Robert Laffont) si imparano un sacco di cose su François Hollande. Mentre giornalisti un po’ sbrigativi si chiedevano come avrebbe potuto affrontare, lui così «molle» il ciclone Sarkozy, il candidato presidente raccontava che nulla di casuale c’era in quell’appuntamento: «Tutta la mia vita mi ha preparato a questa scadenza... È stata una lunga strada, intrapresa molto tempo fa e che arriva oggi alla sua destinazione... ».
Una determinazione e una sicurezza che si sono subito viste all’opera. Anche nell’omaggio a Jules Ferry, il «padre» della scuola pubblica e gratuita, ma anche controverso sostenitore del colonialismo. Hollande non l’ha nascosto, ma ha voluto ribadire che l’Éducation Nationale è uno degli obiettivi principali della sua presidenza.
Esclusa la Aubry, nel governo sono rappresentate le varie anime della sinistra, ma nei posti chiave ci sono i suoi fedelissimi, riformatori dichiarati. Ayrault primo ministro, Manuel Valls all’Interno, Michel Sapin al Lavoro, Pierre Moscovici (che era l’uomo di Strauss-Kahn) all’Economia, Laurent Fabius (ora il più anziano ma che fu il più giovane primo ministro della storia francese con Mitterrand) agli Esteri. Eta media dei ministri 52 anni.
La Stampa 17.5.12
Hillary con Hollande per l’asse anti-Merkel
L’impegno al G8 per promuovere crescita e lavoro
di Maurizio Molinari
Hillary Clinton tende la mano a Francois Hollande, identificandolo come un alleato privilegiato nel summit del G8 che si apre domani a Camp David. «Il nuovo presidente francese ha un diverso approccio politico alla crisi economica» afferma il Segretario di Stato in un’intervista a UsaToday nella quale dà «il benvenuto» alla svolta avvenuta a Parigi perché «alcune posizioni a favore della crescita potranno essere più forti rispetto a quanto avvenuto in passato».
Sono parole che aprono la strada a Hollande, atteso domani mattina alla Casa Bianca da Barack Obama, identificando una convergenza di intenti fra Washington e Parigi che Hillary riassume così: «Da tempo riteniamo che l’austerity debba andare incontro a un aggiustamento affinché possa esserci anche della crescita, per ragioni economiche così come per motivi politici». La mano tesa di Hillary verso Hollande segue di poche ore la telefonata di Obama al premier italiano Mario Monti nella quale è stato concordato un impegno comune al G8 per «promuovere la crescita e la creazione di posti di lavoro».
Washington guarda ai due leader europei nell’ambito di un approccio teso a convincere la Germania ad accettare di investire nella crescita le risorse frutto del rigore finanziario: se Hollande è il contraltare di Angela Merkel, Monti può vestire i panni del mediatore in ragione della credibilità finanziaria di cui gode in entrambi i Paesi. Sulla direzione di marcia che il G8 deve intraprendere Hillary ha pochi dubbi: «Il presidente Obama e il nostro team economico da tempo stanno affermando che la crescita è un fattore nella ripresa dell’Europa, così come l’austerity è servita a modificare un tipo di gestione dei bilanci durata troppo a lungo. Adesso è arrivato il momento di rimettere la gente a lavorare, a cominciare dai giovani».
Il Segretario di Stato assicura che l’amministrazione Obama «ha trasmesso tale messaggio, in pubblico e in privato, in numerose occasioni» in ragione dei timori che la recessione in Europa possa avere ripercussioni negative sulla debole ripresa Usa. «La crisi dell’Eurozona spiega Jay Carney, portavoce di Barack Obama - è uno dei venti contrari che ci troviamo ad affrontare e che monitoriamo con grande attenzione, e questo è un altro motivo del nostro impegno per continuare a favorire la ripresa in Europa».
In concreto ciò significa che sebbene la capacità di pressione di Obama sulla Merkel sia «limitata», come osserva Matthew Goodman ex consigliere della Casa Bianca per il G8, «il presidente non avrà esitazioni nel far conoscere la propria posizione sull’Eurozona» perché consapevole che dei rischi che la crisi del debito pone alla sua rielezione alla Casa Bianca.
Ma Obama deve guardarsi le spalle dai leader repubblicani, che scelgono proprio la vigilia del G8 per aprire un insidioso fronte di scontro sull’economia. A farlo è John Boehner, il presidente della Camera dei Rappresentanti, ammonendo la Casa Bianca ad evitare un nuovo aumento del tetto dell’indebitamento pubblico alla fine dell’anno. E’ sulla base degli accordi raggiunti la scorsa estate fra Casa Bianca e
Congresso che il tetto del debito verrà innalzato in dicembre di 1,2 trilioni di dollari ma Boehner ora sembra voler ridiscutere il compromesso per riproporre la pressione su Obama affinché tagli la spesa durante la fase finale della campagna elettorale.
L’inatteso affondo dei repubblicani, di cui ieri i leader del Congresso hanno lungamente discusso alla Casa Bianca, punta anche ad ammonire il presidente a non concordare al summit del G8 pacchetti di stimoli a sostegno della crescita che comporterebbero un ulteriore aumento della spesa. Da qui la forbice in cui si trova stretto in questo momento il presidente americano: si trova tutto proteso a spingere la Germania a varare misure pro-crescita mentre a Washington i repubblicani vogliono impedirgli di fare lo stesso in patria.
l’Unità 17.5.12
Merkel perde pezzi e il governo trema
La sfida della Spd
Il programma alternativo dei socialdemocratici
di Paolo Soldini
Nel documento della Spd una dura critica alla linea di austerità: sì ad una unione «sociale»
Misure forti contro la disoccupazione giovanile, agenzie di controllo sulle banche, eurobond
«Un buon inizio», nulla di più. Il giudizio della cancelleria sul primo tête-à-tête con il nuovo presidente francese è prudente e un po’ riduttivo. Le differenze con Parigi ci sono eccome, e sforacchiando l’involucro della diplomazia sono affiorate anche durante l’incontro. Ma ad Angela Merkel non conviene drammatizzare. Ieri ha dovuto incassare un’altra botta e anche in questo caso ha cercato di fare l’indiana. Norbert Röttgen, l’uomo della Cdu fatto a pezzi dalla socialdemocratica Hannelore Kraft nelle elezioni in Renania-Westfalia, ha mollato il ministero federale dell’Ambiente, da cui avrebbe dovuto gestire il delicatissimo capitolo della fuoriuscita dal nucleare. Ebbene, presentando il successore Peter Altmaier, la cancelliera è riuscita a non dire una sola parola sulla batosta di domenica scorsa. Un silenzio che ha fatto mormorare i giornalisti e che è un segnale inequivocabile dell’imbarazzo che regna alla cancelleria sulla Sprea. È sempre più evidente che Frau Merkel sta soffrendo molto l’isolamento crescente sulla sua strategia anti-crisi. Soprattutto ora, che il fronte ostile si è saldato anche all’interno, con la presentazione pubblica, da parte di tutto lo staff dirigente della Spd, di un vero e proprio programma alternativo sul quale il governo dovrà trattare per forza, avendo bisogno dei voti dell’opposizione per far passare al Bundestag il Fiskalpakt.
Il programma Spd è l’esatto contrario delle linee di austerity policy dettate finora dal centro-destra e ha, invece, molte analogie con gli impegni dichiarati da Hollande. È diviso in due grandi capitoli: il primo è dedicato alla crescita, all’occupazione e a «un nuovo ordine dei mercati finanziari»; il secondo al rinnovamento dell’Ue «mediante un’unione economica, finanziaria e sociale». Si apre con la proposizione di «un programma urgente contro la disoccupazione giovanile», che dovrebbe portare a dimezzare nei prossimi 5 anni il numero dei giovani senza lavoro in tutta Europa. Il piano prevederebbe misure obbligatorie per gli Stati e sarebbe finanziato dal Fondo sociale europeo (Esf) e misure vòlte a favorire la mobilità intereuropea dei giovani in cerca di occupazione, ampliando i riconoscimenti internazionali delle qualifiche, creando un fondo di garanzia sulla formazione professionale.
Tra le misure proposte in materia di «lotta alla crisi dei mercati finanziari e delle banche», l’introduzione della tassa sulle transazioni, la responsabilità bancaria sugli investimenti (chi si espone a grandi rischi non deve poter contare sugli aiuti pubblici per evitare il fallimento), un’agenzia di controllo sulle banche e una di rating, tutte e due europee, la separazione giuridica delle banche d’investimento dalle banche commerciali. Quanto alle misure specifiche in materia di lavoro, andrebbe realizzato velocemente un «programma europeo per la crescita e l’occupazione» che invece di puntare sulla deregulation e sull’abbattimento delle garanzie sociali valorizzasse l’innovazione, il rinnovamento ecologico e gli investimenti sull’economia reale. Così bisognerebbe puntare su programmi specifici di investimenti rafforzati, pubblici e privati, nella formazione e nella ricerca. Previsti anche stimoli a una politica industriale ecologica nonché allo sviluppo di una moderna rete di infrastrutture transeuropee nel campo dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni.
RESPONSABILITÀ COMUNE
Per tutto ciò servono risorse. La Spd propone la creazione di un fondo per gli investimenti e lo sviluppo che non gravi sui bilanci nazionali ma sulla riprogrammazione di risorse comunitarie già esistenti, con il rafforzamento della Banca europea degli investimenti (il cui capitale dovrebbe essere aumentato), o da creare, come i project-bond e la Tobin tax. Inoltre dovrebbero essere riqualificate le risorse attribuite attualmente ai Fondi strutturali (232 miliardi), al Fondo sociale (75 miliardi) e ai Fondi regionali e di coesione (308 miliardi di cui più di 200 non sono ancora erogati).
Nel secondo capitolo è indicata la necessità di costruire una vera unione economica e finanziaria, coordinando e europeizzando le politiche nazionali, evitando concorrenze fiscali che favoriscano i trasferimenti di capitali. Il piano Spd sostiene che «una comune responsabilità europea per una parte dei debiti nazionali non può essere elusa a lungo». Gli eurobond dovrebbero garantire i debiti fino al 60% del Pil e sarebbero comunque essere legati a piani obbligatori di rientro. L’unione economica e finanziaria dovrebbe essere affiancata da una «unione europea sociale», nella quale tendenzialmente valgano gli stessi diritti per tutti i lavoratori: salari uguali per gli stessi lavori, anche per evitare il dumping sociale, e uguali normative e garanzie. In tutti i Paesi i lavoratori dovrebbero avere la possibilità giuridica di veder rappresentati i propri diritti europei.
l’Unità 17.5.12
Ricostruzione, identità del Pd e questione antropologica
di Giuseppe Vacca
L’emergenza educativa è un grande tema nazionale che il programma per il 2013 deve affrontare con forza
Non si tratta solo dei fondi da destinare alla ricerca ma di assumere impegni sul profilo culturale del Paese
Le turbolenze dell’economia mondiale e l’incertezza sul se e quali riforme si potranno varare in questo scorcio di legislatura fanno pensare che l’emergenza nazionale, da cui ha avuto inizio il governo Monti, non sarà superata con le elezioni del 2013. Tralascio gli aspetti internazionali, sui quali l’Italia può influire in misura limitata: la molteplicità dei fenomeni che sinteticamente chiamiamo crisi, origina, in ultima analisi, dalla insostenibilità per l’Occidente del dualismo competitivo fra euro e dollaro. Ma, quanto alla politica italiana, che situazione si profila sei mesi dopo la nascita dell’attuale governo?
Mi pare che i risultati delle elezioni amministrative rivelino la profondità della crisi del centrodestra: la rivelano, non la generano, e fanno comprendere meglio perché si sia giunti a un governo di emergenza nazionale. Tutti sembrano riconoscere che il Partito democratico sia il solo partito rimasto in piedi. Ma perché? Una prima risposta è nella centralità conquistata dal Pd nel gioco politico fin dall’estate del 2010: una centralità che continua e lo ha portato a essere il principale sostegno del governo attuale. Quando, nel 2010, il Popolo della libertà perse le elezioni regionali a vantaggio della Lega, originando una crisi d’egemonia di Berlusconi nella sua stessa coalizione, fu a mio avviso determinante che il Pd, appena uscito dal travaglio della successione dei suoi due primi segretari, si proponesse come forza politica essenziale per qualunque soluzione della crisi della Seconda Repubblica: fossero le elezioni anticipate, ovvero un governo di Grande coalizione senza Berlusconi, come poi sarebbe avvenuto.
Questa sommaria ricapitolazione mostra anche quale sia oggi la sua missione: quella di indicare un cammino che, attraversando le elezioni del 2013, consenta innanzitutto alle forze che sostengono il governo Monti, comunque riconfigurate dal passaggio elettorale, di condividere chi dal governo, chi dall’opposizione gli oneri di una situazione di emergenza di cui nessuno può prevedere la fine.
Naturalmente la sorte della prossima legislatura non dipende solo dal Partito democratico, ma qui mi preme porre l’accento su quanto esso può contribuire a determinarla. La sfida chiama in causa la sua ispirazione originaria, ovvero le ragioni per cui è riuscito ad operare come un partito nazionale e popolare. Io credo che fra queste abbia un ruolo determinante la sua matrice di partito laico fondato sulla collaborazione di credenti e non credenti. Il paesaggio politico e culturale della Seconda Repubblica appare sempre più simile a un territorio devastato da una guerra. Non può sorprendere, quindi, che il mondo cattolico sia riemerso come grande riserva intellettuale e morale della vita del Paese. Ma se la Chiesa italiana ha potuto assumere con rinnovata energia una funzione nazionale, se ha potuto essere un fattore determinante della fine di Berlusconi, a me pare che la sua azione sia stata favorita dalla presenza di un nuovo partito riformista, in cui il riformismo cattolico ha un ruolo significativo e che, nel suo insieme, è orientato a valorizzare il contributo del cattolicesimo politico alle sorti dell’Italia.
Nella messa a punto della proposta politica per la prossima legislatura a me pare che questo elemento fondamentale della figura del Pd debba esprimersi con ricchezza. Un primo tema riguarda la possibilità che sia una legislatura costituente, ma di questo mi propongo di parlare in un’altra occasione. Qui vorrei soffermarmi, invece, su un tema sensibile della ricostruzione culturale e morale della vita nazionale: il tema dell’«emergenza educativa». È auspicabile che sia un tema centrale nella messa a punto del programma annunciato da Bersani per l’autunno. Credo che sia il tema che meglio di qualunque altro può manifestare quale sia la nostra visione della società italiana e la nostra capacità di renderla concreta.
In estrema sintesi, non si tratta solo delle risorse che ci proponiamo di destinare alla ricerca e alla formazione, né delle priorità che scandiranno la nostra agenda della spesa. Si tratta di assumere impegni chiari sul profilo culturale della nazione italiana, che potrebbero riassumersi in un progetto per una società educante. Istruzione e educazione non si possono separare. La formazione della persona è una combinazione di conoscenze e motivazioni dipendenti dall’equilibrio fra autorità e libertà nel processo educativo. La concezione e il ruolo della famiglia è quindi centrale, ma dipende a sua volta dalla sintonia o dalla disarmonia morale che determina i rapporti fra tutte le «agenzie» educative e formative.
Un progetto di «società educante» esige, quindi, una nuova alleanza tra la famiglia, la scuola, le confessioni religiose, i mezzi di comunicazione sociale, le organizzazioni del tempo libero. Ne abbiamo parlato, giorni fa, in un incontro dedicato ai temi dell’emergenza antropologica, sui quali suscitò una certa attenzione la lettera aperta sottoscritta da Pietro Barcellona, Paolo Sorbi, Mario Tronti e da me lo scorso ottobre. Mi auguro che la discussione possa proseguire in pubblico.
l’Unità 17.5.12
La scelta disperata del Pdl: contro il Pd vota Grillo
Il Pdl sceglie Grillo. Nei ballottaggi in Emilia Romagna gli uomini di Berlusconi orientati a sostenere il candidato «5 stelle» pur di fermare il Pd. Accade a Parma dove si sta svolgendo la battaglia più dura. Ma anche in altri comuni come Budrio e Comacchio. Una scelta disperata dopo la sconfitta del primo turno. Bersani: ormai si muovono in modo scompaginato.
il Fatto 17.5.12
E ora la riforma elettorale
di Gustavo Zagrebelsky
Pubblichiamo l’appello del presidente di Libertà e Giustizia a favore della riforma elettorale e contro il progetto di riforma della Costituzione
Disaffezione politica e riforma elettoraleIl risultato delle elezioni amministrative, con la conferma dell’elevata disaffezione degli elettori per gli attuali partiti, rende sempre più indispensabile l’approvazione di una nuova legge elettorale, che quantomeno ripristini la possibilità per i cittadini di scegliere i loro rappresentanti. Si tratta di restituire agli elettori una concreta possibilità di partecipazione alla vita politica, che è stata loro sottratta nelle due precedenti tornate elettorali.
LIBERTÀ e Giustizia ritiene questo passaggio una vera e propria precondizione per riavere un Parlamento all’altezza della “disciplina ed onore” richiesti dalla Costituzione e in grado di affrontare le emergenze del paese con l’autorevolezza che è necessaria. D’altro canto, le recenti elezioni amministrative hanno dimostrato senz’ombra di dubbio ciò che da tempo avrebbe dovuto essere sotto gli occhi di tutti: il Parlamento attuale e i cittadini sono distanti l’uno dagli altri, quanto forse non è mai accaduto nei trascorsi decenni di vita repubblicana. In questa condizione di difetto di rappresentatività, non è pensabile che i partiti in Parlamento si arroghino il compito di intervenire sulle strutture istituzionali del paese modificando la Costituzione, addirittura puntando a ottenere quella maggioranza dei due terzi che impedirebbe il ricorso al referendum confermativo.
L’abuso di maggioranza contro il referendum. L’esclusione del referendum quando le Camere si pronunciano a maggioranza dei due terzi è stata prevista e vale in base alla presunzione che a un sì largo consenso parlamentare corrisponda necessariamente un consenso tra gli elettori tanto diffuso da rendere superflua la loro consultazione. Presuppone cioè un certo grado di rappresentatività delle Camere. Se ciò viene a mancare, la modifica della Costituzione con esclusione del referendum costituisce un’espropriazione di democrazia. Perché sia possibile questa verifica, ecco che occorre prima rinnovare il Parlamento, applicando nuove regole elettorali.
Come rispondere a chi dice: se il Parlamento non ha l’autorità per riformare la Costituzione, perché l’avrebbe per cambiare la legge elettorale? Perché la riforma elettorale non è una riforma come tutte le altre. Si tratta dell’adempimento d’un dovere democratico: la restituzione ai cittadini elettori di quella sovranità, che oligarchie di partito hanno voluto trasferire a se stesse, trasformando gli eletti in Parlamento in loro appendici. Per mettere fine a un abuso che si è commesso, non c’è bisogno di avere chissà quale autorità. Basta e avanza il riconoscimento dell’abuso commesso e della perdita di autorità che ne è conseguita. La riforma elettorale deve essere intesa come doveroso atto d’umiltà e sottomissione, quell’umiltà e quella sottomissione ai diritti dei cittadini che ogni vera riforma della politica in senso democratico presuppone.
AL CONTRARIO, la riforma della Costituzione – prima ancora che se ne discutano i contenuti – comporta un esercizio di sovranità che necessita d’un Parlamento in sintonia con i cittadini: necessita d’un Parlamento che non abbia da fare nessun atto di contrizione e che sia, al contrario, pienamente legittimato dal voto popolare, espresso secondo una legge elettorale accettabile, che non faccia a pugni con la democrazia.
La Stampa 17.5.12
Nuovi misteri a Sant’Apollinare. Spostato il terreno nella cripta
I georadar evidenziano altri lavori attorno alla bara di De Pedis
Durante la ristrutturazione del 2005 gli operai trovarono due scheletri di donna
di Giacomo Galeazzi
Proseguono e si intensificano i controlli nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare
Caccia ai reperti, i magistrati hanno disposto «analisi sul terreno della cripta». In seguito all’ispezione con i georadar nell’ossario di Sant’Apollinare, la procura di Roma ha ordinato ieri il prelievo di campioni di terreno per capire se «la superficie sia stata modificata» e se «del terreno sia stato aggiunto», riferiscono fonti della polizia scientifica. Sarà necessario almeno un mese di tempo per sapere se tra le ossa trovate nel sotterraneo della basilica dove è stato seppellito il 24 aprile 1990 il capo della banda Magliana, Renatino De Pedis, ci sono anche quelle di Emanuela Orlandi, la figlia di un dipendente del Vaticano scomparsa 29 anni fa. Polizia scientifica e archeologi forensi stanno analizzando i resti portati finora alla luce e ne cercano di ulteriori. Da lunedì la cripta è un laboratorio: simbolo di un passato da chiarire. Don Pietro Vergari, l’amico del boss ucciso durante un regolamento di conti, è stato parroco a Sant’Apollinare fino al
31 agosto 1991, poi è stato sostituito da un rettore dell’Opus Dei che ha trasformato la chiesa in cappellania dell’università della Santa Croce. Nel ‘97 finì per la prima volta sui giornali la sepoltura imbarazzante del boss. In quello stesso periodo furono progettati i lavori di ristrutturazione (avviati otto anni dopo) della basilica, per la quale dal 18 dicembre 1990 l’Opus Dei paga l’affitto al Vaticano (precisamente all’Apsa, l’amministrazione per il patrimonio della Sede Apostolica). L’umidità creava problemi di stabilità alla cripta e nel 2002 il Vicariato di Roma autorizzò lo spostamento delle ossa. Le cavità sono prese d’aria e le mura dividono l’ossario dai magazzini sotterranei. Adesso quei resti sono in cassette e sacchi di juta. Dalle ossa «compatibili per età, sesso e datazione» sarà prelevato il Dna e comparato con quello di Emanuela Orlandi. «Lavoriamo su quello che troviamo oggi dopo anni di ristrutturazione che ha riguardato anche i locali dell’ossario: è stato tutto ristrutturato», afferma il capo della squadra mobile di Roma, Vittorio Rizzi. Durante i lavori «furono trovate in una porzione di terreno alcune ossa umane, probabilmente appartenenti a due donne», ha testimoniato ieri a «Chi l’ha visto? » una persona che lavorò al restauro della basilica. «Un giorno eravamo a ridosso della pausa di pranzo, quando l’escavatorista aveva intaccato una porzione di terreno portando alla luce delle ossa umane. Gli scheletri si trovavano all’interno di due porzioni di un muretto, interrati - spiega il testimone -. Un operaio andò a toccare e fare emergere quelle ossa, appariva chiaro che fossero gli scheletri di due persone. Uno degli operai, disse che secondo lui erano gli scheletri di due donne».
Nel ‘97 le prime rivelazioni giornalistiche su De Pedis a Sant’Apollinare, poi nel 2005 a mettere in moto i pm è una telefonata anonima a «Chi la Visto? ». L’indicazione è precisa: «Per trovare la soluzione al caso Orlandi guardate chi è sepolto nella cripta di Sant’Apollinare e il favore che Renatino fece al cardinale vicario Ugo Poletti». In seguito anche l’ex amante del boss, Sabrina Minardi rivelò che a sequestrare la ragazza era stato il boss. Ieri, in un’intervista al sito «blitzquotidiano», la sua vedova ha annunciato la cremazione per «evitare atti di vandalismo» e ha protestato l’estraneità del marito: «Con Orlandi non c’entra. Non accetto certo che me lo deportino con un colpo di mano in un cimitero di periferia scelto chissà da chi, come quello di Prima Porta deciso dal Vicariato e dal Comune. Lo riporto nella tomba di famiglia al Verano». Lunedì è stata per lei «una giornata terribile. In quella chiesa «ci siamo sposati e andavamo a messa». E lamenta: «Se ne sono andati lasciando la bara di mio marito in uno stanzone del sotterraneo, su una specie di treppiede, l’hanno mollata lì come fosse roba vecchia, ormai inutile, di quella che si accatasta per buttarla». E due domande: «Perché tutto questo fracasso contro mio marito? ». Intanto nelle vie del centro sono comparsi volantini «omaggio» a De Pedis con l’appello «Lasciate riposare in pace unico l’unico vero boss romano». In memoria e «con immenso rispetto», viene riportato un sonetto del Belli («La corda ar Corzo»). E la scritta: «La chiesa sapeva e sa, ma lo Stato ha preferito disturbare l’eterno riposo di un uomo morto».
Corriere 17.5.12
Le carte segrete sul tavolo del Papa
Su «Sette», lettera di Boffo a Padre Georg accusa «L'Osservatore Romano»
di Pier Luigi Vercesi
Il «caso Dino Boffo» con le accuse all'Osservatore Romano, Emanuela Orlandi, l'ex ministro Tremonti e l'Ici, l'incontro riservato con Napolitano. Documenti segretissimi, fino a oggi. E cominciano tutti così: «Beatissimo Padre...». Sono centinaia, tra lettere e dossier, posati la mattina alle 6.45 da padre Georg Gänswein sulla scrivania di Benedetto XVI.
Li ha raccolti il giornalista de La7 Gianluigi Nuzzi, instradato da una «gola profonda» d'Oltretevere, e li pubblicherà nel libro-inchiesta Sua Santità (Chiarelettere) che domani sarà ampiamente anticipato nel numero in edicola di Sette. Ne esce una ricostruzione minuziosa delle guerre di potere che ogni giorno si consumano nei sacri palazzi vaticani. Nessuna illazione, solo documenti, come le lettere inviate per fax da Dino Boffo a padre Georg dalla sua casa di campagna di Oné di Fonte (Treviso). Cominciano così: «Sono venuto a conoscenza di un fondamentale retroscena e cioè che a trasmettere al dottor Feltri il documento falso sul mio conto è stato il direttore dell'Osservatore Romano, professor Gian Maria Vian, il quale non ha solo materialmente passato il testo della lettera anonima ma ha dato ampie assicurazioni che il fatto giudiziario da cui quel foglio prendeva le mosse riguardava una vicenda certa di omosessualità...». Boffo, travolto dalle accuse pubblicate da Il Giornale diretto da Vittorio Feltri, si era dovuto dimettere. Ora, nelle lettere spedite al Papa attraverso il suo segretario particolare, cerca un «mandante morale». Il nome che emerge è quello del segretario di Stato, Tarcisio Bertone. A sostegno delle sue accuse, però, solo deduzioni e indizi: «Non credo, per essere con Lei schietto fino in fondo, che il cardinale Bertone fosse informato fin nei dettagli sull'azione condotta da Vian, ma quest'ultimo forse poteva far conto di interpretare la mens del suo Superiore: allontanato Boffo da quel ruolo, sarebbe venuto meno qualcuno che operava per la continuità tra la presidenza del cardinale Ruini e quella del cardinale Bagnasco...».
Nuzzi trascrive, nel libro, anche la nota preparata in occasione di una cena in Vaticano, rimasta riservata, tra papa Ratzinger, Giorgio Napolitano e la moglie Clio. Il presidente è presentato come interlocutore strategico «pur essendosi sposato con rito civile». Tra i temi suggeriti, la famiglia tradizionale: il rapporto sottolinea i tentativi di porre le altre unioni sullo stesso piano, visto che «due esponenti del governo (Brunetta e Rotondi) hanno fatto annunci in tal senso». La linea è chiara e ferma: «Si devono evitare equiparazioni legislative o amministrative fra le famiglie fondate sul matrimonio e altri tipi di unione». In questa ottica, «potrebbe risultare utile un sistema di tassazione del reddito delle famiglie che tenga conto, accanto all'ammontare del reddito percepito, anche del numero dei componenti della famiglia».
Sempre sul tema delle imposte, ambasciatore dei sacri palazzi è Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, che fa pervenire relazioni scritte al Papa: «Ho cominciato a discutere con il ministro Tremonti le soluzioni di un prossimo problema che potrebbe preoccuparci e riguarda i problemi fiscali. Potrebbe esser utile pensare a un trattato sulla tassazione...». Il rischio è che «il laicismo potrebbe profittarne per creare una seconda Questiona Romana di aggressione ai beni della Chiesa (attraverso tasse, cessazione privilegi, esasperazione controlli ecc.)».
Infine, il caso Orlandi: il prelato veneto Giampiero Gloder, capo dei ghost writer del Papa sconsiglia al Santo Padre di intervenire sulla vicenda della ragazza: «Il fratello della Orlandi sostiene fortemente che ai vari livelli vaticani ci sia omertà. Il fatto che il Papa anche solo nomini il caso può dare un appoggio all'ipotesi».
l’Unità 17.5.12
Bianchi e Cacciari rilanciano la sfida evangelica: ama il prossimo tuo
di Giuseppe Cantarano
MA PERCHÉ DOVREMMO AMARE IL NOSTRO PROSSIMO? NON HA FORSE CESSATO DI ESISTERE – COME CI HA SPIEGATO LO PSICANALISTA LUIGI ZOJA ( LA MORTE DEL PROSSIMO, EINAUDI, PP. 128, EURO 10,00 ) dopo la novecentesca «morte di Dio»? E poi, chi mai sarebbe il prossimo che dovremmo amare? Nostro fratello? L’Abele di cui Caino si rifiutò di essere il custode? Oppure lo straniero? Quello che si presenta con il volto scavato del povero? O con i vestiti sudici del migrante che ci chiede ospitalità?
Il priore di Bose, Enzo Bianchi, e Massimo Cacciari hanno provato a rispondere a questi interrogativi. Commentando il mandatum novum ( Ama il prossimo tuo, il Mulino, pagine 141, euro 12,00 ). Che recita: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e tutta la tua anima e tutte le tue forze e tutta la tua mente, e amerai il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10,27 ). Un comandamento la cui effettiva applicabilità risulta da sempre molto difficile.
Ebbene, il prossimo che dovremmo amare – ci ricordano Bianchi e Cacciari – non è solo colui che ci sta vicino. Il nostro fratello, l’amico. Ma l’altro, chi è lontano, lo straniero. È questo l’inaudito insegnamento evangelico. Ma c’è di più. Perché le «scandalose» parole di Gesù non ci invitano soltanto ad amare chi ci è vicino e lo straniero. Ma addirittura chi ci è ostile. Cioè il nostro nemico: «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni» (Mt 5,44 ).
LA PARABOLA DEL SAMARITANO
Nel prossimo, insomma, dobbiamo sempre vedere anche il nemico. Non solo perché l’inimicizia abita dentro ciascuno di noi. Ma perché ciascuno di noi pur nella comune Paternità celeste è inassimilabile all’altro. Come nella parabola del samaritano. Che soccorre l’uomo che trova mezzo morto ai bordi della strada. Facendosi lui stesso prossimo a quel sofferente. Ma poi se ne va. Torna sui suoi passi. Procede verso la sua strada.
Enzo Bianchi e Massimo Cacciari proponendoci questa forma di prossimità che deve mantenersi sempre straniera ci rilanciano la «rivoluzionaria» sfida evangelica. La sola in grado di liberarci da ogni egoistico possesso. Anche dal possesso più geloso, quello della nostra psyché. Per diventare – come San Francesco – davvero poveri. Poiché la povertà francescana – l’Altissima pauperitas – non è soltanto svuotarsi di qualche bene materiale. Il vero povero – scrive Cacciari ( Doppio ritratto. San Francesco in Dante e Giotto, Adelphi, pp. 86, euro 7,00 ) non si svuota solo per accogliere il Signore. Ma per accogliere l’altro, in tutti i suoi volti: «Farsi poveri significa liberarsi per poter perfettamente amare».
AMA IL PROSSIMO TUO, Enzo Bianchi e Massimo Cacciari pagine 141 euro 12,00 Il Mulino
La Stampa 17.5.12
Lusi spara a zero: “Ho dato soldi a Renzi Rutelli e Bianco”
di Francesco Grignetti
Ha deciso di giocarsela alla grande, il senatore Luigi Lusi, la sua
ultima partita. Era apparso contrito, quando ha fatto ingresso alla
Giunta per le Immunità del Senato, chiamato a spiegare ai colleghi la
vicenda penale che lo vede protagonista. Ne è uscito fremente dopo aver
tuonato contro Rutelli, Renzi ed Enzo Bianco. Lui, il tesoriere infedele
della Margherita, s’è scagliato contro i maggiorenti del suo ex partito
per dire che assolutamente non si sentiva «colpevole da un punto di
vista etico». E forse neanche dal punto di vista penale, ma su questo
aspetto ha preferito glissare.
L’autodifesa di Lusi era partita in sordina. Un’ora e mezza per leggere
una voluminosa memoria, scritta in tutta evidenza dai suoi avvocati, con
cui chiedeva di non autorizzare il suo arresto perché non c’è alcun
pericolo di fuga, né tentativo di inquinamento della prova. Ma alla
prima domanda più politica, del senatore Ferruccio Saro, Pdl, è venuto
fuori il Lusi vulcanico che è in lui. «Io ero il tesoriere, ovvero il
bancomat del partito. Io il garante di una spartizione 60/40 tra
popolari e rutelliani». Ha ribadito accuse che finora erano state
ambigue e velate. «A Enzo Bianco davo tremila euro al mese, poi
diventati cinquemila». Ad una società di Catania legata al marito della
segretaria di Bianco, invece, sempre secondo Lusi, tra il 2009 e il 2011
sarebbero stati forniti circa 150mila euro. «A Renzi ho pagato tutto
quel che mi hanno detto di pagare: Renzi aveva richiesto circa 100 mila,
anzi 120 mila euro suddivisi in tre fatture, poi Rutelli mi ha chiesto
di non pagargli la terza e così ho dato a Renzi solo 70 mila euro». «Lo
stesso per Rutelli. Io non facevo domande. Pagavo e basta. Lui era il
presidente, io il tesoriere». E così andava per le assunzioni. «Rutelli
mi diceva di assumere tizio e caio; io eseguivo. Me lo diceva il mio
presidente. E io assumevo».
Quanto alle case acquistate con i fondi della Margherita, Lusi ha
ribadito la sua tesi, già esposta ai magistrati, e contestata dai big
del partito: «Erano acquisti fiduciari per mettere al sicuro i fondi del
rimborso elettorale. Gli immobili risultavano a mio nome, ma ero pronto
a restituirli quando me li avessero chiesti». E per concludere ha
ripetuto una frase che ha detto spesso in questi cinque mesi: «È ben
difficile che io abbia fatto tutto da solo per undici anni come si è
detto. Ma davvero credete che le cose siano andate così? ».
l’Unità 17.5.12
Libertà religiosa
Serve subito una legge Non si può più aspettare
di Gian Mario Gillio
FELICE COINCIDENZA. IERI LA COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI DELLA CAMERA HA DISCUSSO DUE INTESE, quella con la Sacra Arcidiocesi d’Italia ed Esarcato per l’Europa Meridionale (ortodossi) e quella con la Chiesa apostolica in Italia. Il giorno prima, sempre alla Camera dei deputati, si è discusso per l’intera giornata proprio di libertà religiosa. Promosso dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) in collaborazione con la Commissione delle chiese evangeliche per i rapporti con lo stato e con il Dipartimento per la libertà religiosa dell’Unione delle chiese avventiste, si è tenuto il convegno «Una legge sulla libertà religiosa. Urgente, inutile, impossibile?» che ha messo assieme mondo delle religioni, della politica e della società civile. In tre tavole rotonde che potremmo definire «ecumeniche» per la convergenza di intenti, si sono confrontati esperti del diritto, esponenti delle comunità religiose e rappresentanti del mondo della politica. L’intento lo ha sottolineato Massimo Aquilante, presidente della Fcei: «È ora di tornare ad alzare il livello di attenzione sulla necessità che si arrivi finalmente a una legge quadro che superi quella sui “culti ammessi”, la legge del 1929 approvata durante il ventennio fascista ed ancor oggi in vigore per quel che riguarda le comunità non dotate di Intesa».
È stata la coordinatrice dell’Ufficio studi e rapporti istituzionali della Presidenza del Consiglio, dottoressa Anna Nardini ad annunciare la discussione sulle due nuove Intese. Ai lavori sono intervenuti anche il prefetto Sandra Sarti, direttore centrale degli affari dei culti del Ministero dell’Interno e i giuristi Francesco Margiotta Broglio, Silvio Ferrari, Marco Ventura e Gianni Long. Il vicepresidente del Senato, Vannino Chiti, ha affermato che «il prossimo governo dovrà impegnarsi a sostenere la libertà religiosa e siglare le intese mancanti». Anche il senatore Vincenzo Vita ha richiamato «l’urgenza e l’utilità di una legge sulla libertà religiosa». «Sostenere il pluralismo delle culture e le religioni è un imperativo democratico, ma sappiamo bene ha rilevato il politologo Paolo Naso, coordinatore delle Commissione studi della Fcei che non sarà l’attuale legislatura a compiere il passo decisivo. Ma proprio per questo vogliamo sensibilizzare le forze culturali e politiche su di un tema di grande rilievo costituzionale e democratico».
«Una storia senza fine». Così i rappresentanti delle “minoranze religiose” presenti hanno definito l’attesa pluriennale per una legge sulla libertà religiosa, che dovrebbe garantire pari diritti alle diverse confessioni religiose in Italia. Sono stati sottolineati i ritardi di «una cultura politica predominante e trasversale ai diversi schieramenti» che fatica a misurarsi con la grande sfida democratica rappresentata dalla “uguale libertà” delle varie comunità religiose, sempre più urgente in una Italia pluralista e multiculturale.
Corriere 17.5.12
Non sta succedendo a me
Donne maltrattate dai partner: perché non denunciano subito?
La fatica di convincere sé e gli altri, la «normalità» come sfondo
Quando i vicini di casa sono entrati, Luisa aveva il viso sul tavolo
della cucina, il suo ex compagno le impediva di muoversi. «Ricordo che
uno di loro ha guardato il coltello del pane sul lavello: ha pensato che
il mio uomo avrebbe potuto ammazzarmi». Luisa, 38 anni, toscana, lo
racconta «senza vergogna». Nel momento peggiore aveva addirittura perso
la voce. «Un'afonia senza spiegazioni, secondo i medici. Non riuscivo a
dire a nessuno quello che mi era capitato. Non riuscivo nemmeno a
capacitarmi che fosse successo a me: noi eravamo persone normali».
Spesso i maltrattamenti vanno avanti per anni, prima che le donne
riescano a lasciarsi alle spalle queste situazioni angosciose. Oppure si
concludono con un omicidio: succede ogni tre giorni, in Italia. I
cosiddetti «raptus» sono rari: nel 70% dei casi gli uomini uccidono dopo
lunghi periodi di vessazioni e stalking.
Il compagno di Luisa è un dirigente d'azienda. All'inizio è un idillio,
poi arrivano le botte: «La prima volta è stato perché avevo messo al
posto sbagliato un mestolo. Sento ancora il rumore dei colpi sulle
orecchie. Dopo mi ha detto: mi devi ringraziare, ti ho picchiata dove
hai i capelli, così non si vede». Luisa chiama il numero antiviolenza
della Casa della donna. Ha paura. «Il primo istinto è startene buona: ti
convinci che se non fai storie lui si calmerà, che devi solo aiutarlo a
cambiare». Poi arriva il sostegno del centro: «Non mi hanno mai detto
"lascialo", ma mi hanno dato le informazioni e gli strumenti per farlo».
Denunciare è il passo successivo. Una scelta difficile, che viene fatta
solo dal 7% delle donne. E solo tre su dieci ne parlano con qualcuno.
Solitudine e isolamento, dunque, sono tra le cause del silenzio.
«Spesso le donne non osano denunciare i loro compagni perché non
incontrano sul loro cammino avvocati o operatori sociali preparati»,
spiega Marzia Ghigliazza, avvocatessa specializzata in diritto di
famiglia. E spesso le denunce non si concludono con condanne perché gli
avvocati non portano in aula le testimonianze giuste». La storia di
Giovanna, in questo senso, è classica. «Ho sottovalutato i segnali»,
racconta. Si tormenta le mani questa donna di 50 anni, mentre torna
indietro con la memoria. Buona famiglia, studi nelle migliori università
d'Europa, conosce il suo futuro marito quando è un giovane in carriera.
Si amano, si sposano, lei rimane incinta. Al settimo mese di gravidanza
Giovanna scopre il tradimento. Chiede spiegazioni. In cambio riceve
calci che le lasciano lividi sulle gambe. «Sono scappata di casa, mi
sono nascosta di notte in una cabina telefonica, accucciata per non
farmi trovare. Non potevo andare dalle mie amiche, mi avrebbero
giudicata». Giovanna va in un centro di aiuto della città dove abita:
«Ci ho provato tre volte: era sempre chiuso».
Oggi sono passati otto anni, Giovanna guarda indietro, non l'ha
denunciato: «È il padre di mio figlio, continuavo a ripetermi». A tratti
si assolve. A tratti si condanna. «Speravo rinsavisse, che la nascita
del bambino cambiasse le cose. E non ho fatto attenzione ai campanelli
d'allarme: anche prima delle botte era violento verbalmente. Sbottava
per un nonnulla». Poi la paura più grande: «Non essere creduta». Un
timore che si avvera: perfino le persone più vicine all'inizio faticano
ad accettare che quell'uomo giovane e bello sia un violento.
«Le donne che trovano il coraggio di denunciare sono delle eroine», dice
Angela Romanin, operatrice del Centro per non subire violenza di
Bologna. «Affetto e senso di vergogna si mescolano alla paura di
ritorsioni. E soprattutto c'è la consapevolezza di una giustizia che non
le protegge abbastanza. Prima che lui sappia che lei lo ha denunciato
c'è la corsa a mettersi in salvo. E tra la denuncia e il processo passa
un tempo infinito, almeno 5 o 6 anni. In Italia poi i dati anagrafici
sono pubblici, ho seguito casi in cui lei ha dovuto cambiare città, ma
lui si è licenziato e ha cominciato a cercarla in tutt'Italia. E alla
fine l'ha trovata, perché un comune ha dato al marito l'indirizzo della
nuova scuola dei bambini».
Tra le donne che hanno sopportato per decenni c'è Sara, romana, 50 anni.
«I primi tempi prendevo le botte come un gesto d'affetto: sono
cresciuta con una padre violento, credevo che anche il mio ex lo facesse
perché mi amava». La reazione di Sara è stata una profonda depressione,
che l'ha portata a un ricovero e poi alla psicoterapia. Finita il
giorno in cui il marito l'ha seguita, è entrato nello studio della
psicologa e ha spaccato tutto. La dottoressa lo ha denunciato, poi ha
telefonato a Sara e le ha detto che non poteva più seguirla. Sono
iniziati anni di sevizie, minacce di morte o di suicidio (da parte di
lui), referti in ospedale, denunce poi ritirate. «I carabinieri mi
mandavano a chiamare e chiedevano: cosa vuole fare, proseguire o
mettersi d'accordo? E io ritiravo», dice Sara. Anche questo succede
spesso: «Senza una formazione specifica, le forze dell'ordine tendono a
trattare le violenze come un fatto privato, che i coniugi devono
risolvere da soli. Alcuni assistenti sociali li chiamano “conflitti”,
invece che reati», spiega Anna Costanza Baldry, psicologa e criminologa.
Solo nel 2005, dopo quasi dieci anni di sevizie, Sara ha trovato la
forza di chiedere di nuovo aiuto e si è rivolta al Centro antiviolenza
della Provincia di Roma. Lì ha incontrato l'avvocatessa Teresa Manente,
che un anno dopo ha portato il caso a processo. Sembrava fatta. Invece
la mattina dell'udienza Sara ha mandato un fax in tribunale, per
ritirare il mandato e la richiesta di costituirsi parte civile. «Ero in
preda al panico: mio marito aveva bruciato il negozio di mia mamma». È
il terrore, non il dolore, il nucleo delle violenze domestiche: le donne
vivono nella paura costante, pensano soltanto a sopravvivere, tornano
sui loro passi. Così danno forza ai persecutori. Sara ha vissuto in una
bolla per anni. Finché un'amica le ha detto: «Tu hai paura di morire, ma
sei già morta». Qualcosa è scattato: Sara ha cambiato la serratura di
casa e ha scritto su tutti i muri, con il pennarello rosso: «Sono uscita
dal cancro». A fine 2010 ha convinto l'avvocatessa Manente a riprendere
il suo caso. Nel frattempo l'uomo è stato condannato per maltrattamenti
a un anno (con l'indulto non farà carcere); è in corso un processo per
stalking e gli è stato notificato il divieto di dimora nel Lazio. Sara
non ha più paura: «Se la legge funziona, se non sei sola, puoi provare a
rinascere a una vita (davvero) normale».
Corriere 17.5.12
I centri di aiuto: ecco come funzionano
Dovrebbero essere più di 5.000 in Italia i posti letto pronti ad
accogliere le donne che cercano un rifugio, in realtà ce ne sono appena
500, un dato che ignora le raccomandazioni dell'Unione Europea. «Se una
donna arriva in un centro già pieno, attiviamo la rete di contatti per
trovare una struttura adatta, anche fuori regione», spiega Luigia Barone
dell'Associazione «Differenza donna». Ma non tutti i centri hanno
case-rifugio; tra quelli che hanno la possibilità di ospitare, alcuni
tengono l'indirizzo segreto, mentre altri preferiscono «non nascondere
le donne», perché chi vuole ribellarsi alla violenza non deve scappare.
La mappa degli aiuti è complessa e disomogenea: ai 60 centri che
aderiscono a «Donne in rete contro la violenza» se ne aggiungono altri
(quasi un centinaio), punti di aiuto, sportelli ospedalieri, telefoni
rosa, coordinati dal numero verde 1522 del ministero delle Pari
Opportunità. La scommessa è creare una rete e formare gli operatori.
Spiega Luigia Barone, che guida 5 centri finanziati dal Comune e dalla
Provincia di Roma: «Sono strutture dove le donne iniziano un percorso di
ricostruzione, con supporti legali, psicologici e di orientamento
professionale. Nove donne su dieci poi hanno figli, spesso minorenni,
che vanno inseriti in nuove scuole, per cui l'ospitalità in genere dura
almeno 5 o 6 mesi».
l’Unità 17.5.12
Basaglia per le scuole
«Salute/malattia» un libro storico da rileggere
di Pier Aldo Rovatti
Il Festival. Di follia e delirio, di sintomi e diagnosi si parlerà a Gorizia, dove parte oggi «èStoria», con tanti appuntamenti e oltre 150 ospiti, da Luciano Canfora a Margherita Hack
ESCE IN QUESTI GIORNI IL TERZO TITOLO DELLA COLLANA «180. ARCHIVIO CRITICO DELLA SALUTE MENTALE» (EDIZIONI ALPHA BETA, MERANO), che fa seguito al Marco Cavallo di Giuliano Scabia e a C’era una volta la città dei matti (il film televisivo di Marco Turco sulla vita di Franco Basaglia). Si tratta del volume Salute/malattia firmato da Franca Basaglia (ed. Alphabeta Verlag collana 180 diretta da Peppe Dell’Acqua e Pieraldo Rovatti, 272 pagine 16 euro), in prima presentazione domani sera al festival èStoria di Gorizia), compagna di Franco, sua stretta collaboratrice a Gorizia e anche in seguito, coautrice di molti suoi testi. Ma molto di più, poiché la biografia intellettuale di Franca Ongaro Basaglia (anche senatrice della Sinistra indipendente tra gli anni Ottanta e i Novanta) resta ancora tutta da valorizzare per l’impegno civile, l’ampiezza di orizzonte, la finezza critica, la ricchezza delle proposte. Nel libro, che sostanzialmente raccoglie alcune ampie «voci» apprestate per la prestigiosa Enciclopedia Einaudi alla fine degli anni Settanta (quando la legge «180» cominciava a prendere vita), troviamo ora un apparato critico e informativo che ci permette di capire chi era Franca Basaglia e cosa è stata la sua opera, dalla sostanziale partecipazione agli ormai mitici «libri di Gorizia» (Che cos’è la psichiatria?, L’istituzione negata), a La maggioranza deviante del 1971, ai lavori meno noti dedicati al rapporto tra donne e follia, o rivolti a spiegare ai giovanissimi la realtà del manicomio, infine alla monografia del 1991, Vita e carriera di Mario Tommasini (l’eccezionale «burocrate scomodo» di Parma, un protagonista oggi quasi dimenticato). La bibliografia completa è uno di questi preziosi apparati messi a punto da Maria Grazia Giannichedda (presidente della Fondazione Basaglia di Venezia e curatrice del volume); ma bisognerà ricordare almeno l’appendice dedicata alla lezione magistrale tenuta da Franca Basaglia a Sassari, in occasione del conferimento della laurea honoris causa, documento inedito di grande interesse culturale e politico, e naturalmente l’introduzione della stessa Giannichedda («La voce di Franca Basaglia»), ritratto profondo da cui emerge la peculiarità di una donna di grande intelligenza, a un tempo schiva e pungente. Ce n’era bisogno poiché, se lei aveva scelto di stare in qualche modo all’ombra dell’importante compagno, donandogli la sua capacità di pensiero critico e di scrittura, adesso è giunto il momento di darle la visibilità e l’autonomia che le spettano.
Basta scorrere i temi che si snodano in Salute/malattia per capire al volo la loro importanza e l’attualità che conservano: cura/normalizzazione, esclusione/integrazione, farmaco/droga, follia/delirio, medicina/medicalizzazione, normale/patologico, sintomo/diagnosi. Ricordo che il sottotitolo del libro è: «Le parole della medicina». L’impianto critico complessivo potrebbe essere allora condensato nel modo seguente: una lotta culturale (e pratica) per liberare queste parole, che restano decisive per noi, da ogni incrostazione naturalistica. Esse non rimandano a qualcosa di «naturale» ma sempre a esperienze storiche e ogni volta a dei dispositivi che le incapsulano e le fanno diventare oggettività insormontabili, pareti che sembrano imprigionare la nostra soggettività.
A ben vedere, non si tratta solo di temi attuali ma di questioni che sono state oscurate, rese «inattuali» dal montare trionfante dei processi di medicalizzazione. Franca Basaglia ha dunque anticipato tempi che devono ancora arrivare: quello che non poteva prevedere è che gli orizzonti già allora angusti sarebbero diventati i tempi bui della restaurazione che stiamo vivendo. Faccio solo l’esempio della malattia. Lei propone di guardarla dal lato di un soggetto che riesca a vivere il suo essere malato anche come un’opportunità di consapevolezza e di crescita, un’occasione di soggettivazione. Oggi, invece, la medicalizzazione della società ha fatto piazza pulita di simili discorsi (poco «realistici»?) e marcia, senza troppi intralci, verso la naturalizzazione della malattia come semplice «oggetto» del sapere medico, nel quale la soggettività interferisce poco o nulla. Perciò, io credo che Salute/malattia sia un libro da far leggere ai giovani e magari da portare dentro le nostre scuole come contributo di educazione per costruire una cittadinanza attiva.
Corriere 17.5.12
il peso delle tasse? su dipendenti e pensionati
Il gettito cresce di 3 punti e cala per autonomi e imprese
di Enrico Marro
ROMA — La pressione fiscale è aumentata nell'ultimo decennio (dal 40,5% del Prodotto interno lordo nel 2002 al 45,1% previsto per quest'anno) arrivando a livelli altissimi: ovviamente per chi non evade o non può evadere a causa del prelievo alla fonte. Se si prende l'andamento dell'Irpef, l'imposta sui redditi delle persone fisiche, che è la principale fonte di prelievo del sistema (vale circa 150 miliardi di euro), si osserva un incremento del contributo dei redditi di lavoro dipendente e pensioni mentre cala quello di lavoro autonomo, impresa e partecipazione. Questa la conclusione alla quale giunge il rapporto sull'Irpef (anni d'imposta 2003-2010) di Lef, l'Associazione per la legalità e l'equità fiscale, animata tra gli altri da Massimo Romano, già direttore dell'Agenzia delle entrate dal 2006 al 2008, e da altri collaboratori dell'ex ministro delle Finanze Vicenzo Visco (Pd). Il documento, curato da Lelio Violetti, ex responsabile dell'Ufficio studi della Sogei, la società pubblica per l'Anagrafe tributaria, mette a confronto sei tipologie di reddito dichiarato negli otto anni presi in esame (2003-2010) e la corrispondente Irpef pagata.
Il reddito totale dichiarato ai fini Irpef passa da 655 miliardi nel 2003 a 792 miliardi nel 2010. Di cui quello da lavoro dipendente da 344,5 a 418,1 miliardi. Quello da pensione da 177,3 miliardi a 228,2. Insieme, i redditi da lavoro dipendente e da pensione, rappresentavano, nel 2003, il 79,66% di tutto il dichiarato e nel 2010 l'81,55%, cioè quasi due punti in più. Nel frattempo però l'Irpef versata da queste stesse categorie aumentava di circa tre punti, passando dal 75,59% al 78,42%, interamente dovuti al maggior contributo dei pensionati la cui Irpef è passata dal 21,1% del totale nel 2003 al 23,8% nel 2010, mentre i lavoratori dipendenti sono rimasti stabili intorno al 54,5-55%. Al contrario, nello stesso periodo, il peso degli altri redditi sia sul totale dichiarato sia sull'imposta pagata è sceso.
In particolare, il lavoro autonomo è rimasto a poco più del 4% del reddito totale dichiarato a fini Irpef e l'imposta pagata di poco superiore al 6%. Il reddito d'impresa ha invece subito un andamento altalenante: rappresentava il 4,5% del totale nel 2003, era salito al 5,07% nel 2006 e poi è costantemente sceso fino al 3,81% del 2010. E così l'imposta versata: dal 4,6% del totale nel 2003 al 5,1% del 2007 al 3,9% del 2010. In calo anche l'Irpef pagata sui redditi da partecipazioni: il 6,4% del totale nel 2003, il 5,3% nel 2010. È chiaro che la crisi ha colpito artigiani, commercianti, imprenditori, ma è anche vero che per queste categorie è più facile evadere non avendo il prelievo alla fonte. Così mentre per i dipendenti il reddito, nel periodo 2003-2008, è salito del 21,4% e l'Irpef pagata del 25,7% per gli autonomi il reddito è cresciuto più dell'imposta: il 25% contro il 22%.
«È significativo notare — si sottolinea nel rapporto — che il peso del lavoro dipendente e delle pensioni resta dominante anche nelle classi di reddito più elevate. In particolare, nella classe con aliquota al 41% (da 55 mila a 75 mila euro), le due componenti ammontano a circa il 70%». E anche nella fascia oltre i 200 mila euro di reddito la metà è rappresentato da dipendenti e pensionati.
L'aumento del gettito Irpef dai redditi di questi due gruppi di contribuenti, ha detto Visco intervenendo alla presentazione del rapporto, è dovuto al fatto che «salari e pensioni sono aumentati più del prodotto interno lordo» mentre sugli altri redditi «probabilmente è cresciuta l'evasione». Lo studio sottolinea anche l'effetto negativo sui redditi fissi del fiscal drag, le maggiori imposte pagare a causa dell'aumento nominale dei guadagni che fa ricadere il contribuente in scaglioni ad aliquota superiore. Che fare? Secondo Lef bisognerebbe appunto ridurre il peso dell'Irpef su dipendenti e pensionati. Per Visco, in particolare, si dovrebbe tagliare la prima aliquota dal 23% al 20% e la terza dal 38% al 36% perché «il problema dell'Irpef è l'eccessiva incidenza sulle classi medie, compresi gli operai pagati bene, cioè i redditi fino a 55 mila euro».
La Stampa 17.5.12
Spese folli in Sicilia La Regione assume i “camminatori”
Avranno il compito di “trasferire i documenti”
di Mattia Feltri
Sono trenta i nuovi posti da «camminatore» disponibili
Il welfare alla siciliana dà una speranza a tutti. Il modello era emerso nella sua sferica perfezione poco più di un mese fa quando l’assessorato regionale ai Beni Culturali aveva deliberato l’assunzione di cinquantacinque addetti alla sorveglianza dei musei palermitani. Un numerello, effettivamente, che però andava assommato ai circa mille e seicento custodi già ingaggiati negli anni. Un numerello e per uno stipendiuccio, niente più che cinquecento euro al mese, e un arguto cronista del luogo aveva spiegato che se non altro si trattava di alimentazione della speranza.
E da ieri, infatti, possono sperare anche i pretendenti a una trentina di posti da commesso di piano. In gergo meno cancelleresco, i commessi di piano sono i camminatori. Questi signori riceveranno la giusta retribuzione in cambio dell’instancabile opera delle loro gambe che li conduranno da una stanza all’altra di Palazzo d’Orleans (la sede della Regione) a trasferire documenti, cartellette, incartamenti, faldoni, pratiche, fascicoli e dossier dal mittente X al destinatario Y, poiché il mittente X e il destinatario Y hanno già il loro bel daffare. Una mansione certamente di responsabilità, ma anche piuttosto suggestiva in tempi di crisi e di internet.
Le periodiche polemiche attorno alla Regione Sicilia per i suoi strabocchevoli organici hanno perlomeno raggiunto il risultato di un credibile censimento secondo cui nell’amministrazione lavorano oltre sedicimila dipendenti e oltre mille e duecento dirigenti (la Lombardia ne ha in tutto tremila e qualcosa). Una quota in continuo aggiornamento poiché arrivano i trenta camminatori ma anche sessanta funzionari direttivi e venti collaboratori preferibilmente - si segnala - con esperienza acquisita nei servizi di protocollo e archivio, per un totale provvisorio di centodieci new entry. Si premette che anche stavolta, come nelle volte precedenti, dalla Regione specificheranno che a loro carico c’è una pletora di dipendenti, più o meno i due terzi del totale, che altrove sono a carico dello Stato (e qualcuno replicherà citando per esempio il caso di una scuola di formazione pubblica che si chiama Cefop e ha ottocento dipendenti, pari a quelli del comune di Varese). E rimane così inspiegabile l’infittirsi di assunzioni a ridosso delle elezioni, a meno che non le si interpreti come occasioni di assistenzialismo.
E così tocca rifarsi a una recente indagine del governo (conclusa nello scorso ottobre) per raccattare qualche evidente esuberanza nella selezione del personale. In Sicilia sono in otto a occuparsi di «relazioni diplomatiche internazionali» e in ventuno che da mattina a sera si applicano alla «promozione dell’identità siciliana», mentre la signora Alessandra Russo, capo dipartimento del Lavoro, ha preso la funzione in senso estensivo e il lavoro lo dà a trentadue collaboratori. L’ufficio di presidenza onora il blasone di cui è portatore con una squadretta di centocinquantasette chauffeur. Poi ci sono certi uffici che tirano avanti con un solo dipendente (e un’imprecisabile quantità di precari) come l’Ufficio sismico regionale, il Servizio liquidazioni enti, il Servizio gestione interventi post diploma e università e il Servizio isole minori dell’assessorato alla Salute.
E per tornare alla cinematografica vicenda dei cinquantacinque custodi museali e dei loro mille e seicento colleghi, nelle cronache palermitane si leggono notizie prossime alla mitologia, come quella dell’area archeologica di Ravanusa che nel 2009 contò il totale lordo di un visitatore accolto con tutti gli onori dai dieci custodi (diciamo lordo perché, narra la leggenda, l’arrivo del turista fu salutata come quella del messia, e si celebrò l’evento offrendogli ingresso gratuito) ; o come quella del museo archeologico di Marianopoli che 2008 ebbe trentaquattro turisti per un incasso di sessantatré euro (e quindi anche qui ci è scappato qualche portoghese). Chissà che nei pomeriggi meno impegnativi i camminatori non vadano a far due passi anche a Ravanusa e a Marianopoli.
La Stampa 17.5.12
Se la vendita degli ovuli diventa risarcimento
di Eugenia Tognotti
Se non si trattasse di una questione maledettamente seria e con importanti risvolti etici e bioetici, si potrebbe persino ironizzare sull'idea dell'Associazione di intermediazioni «Altrui» con sede nel North Yorkshire, specializzata nell'ovodonazione. Perché l'invito alle studentesse di Cambridge di «donare» i loro ovuli - con una ricompensa di circa mille euro - sembra un frutto inedito e anomalo della crisi, capace di configurare una sorta di lavoro, quello di «donatrice di ovuli».
Ma, comunque la si voglia considerare, questa iniziativa - che ha avuto una vastissima eco sui media - non può che suscitare inquietudine e ripulsa, da molti punti di vista. Intanto, s'impone il fatto che il volantino sia stato recapitato alle studentesse di quella prestigiosa università, cosa che rappresenta già una scelta precisa e con chiare implicazioni eugenetiche, data la possibilità di selezionare le donatrici, giovani donne, studiose e brillanti, che possono assicurare al «figlio della scienza» migliori prestazioni scolastiche e, quindi, superiori chance lavorative e sociali. In altre parole, l'intenzione, per quanto ben nascosta, è quella di comprare un vantaggio selettivo, di predeterminare le caratteristiche genetiche del figlio, di violare, in qualche modo, il principio delle pari opportunità di chi nasce. Ma donare gli ovuli non è - naturalmente - come tagliare e cedere una ciocca di capelli: la procedura richiede l'assunzione di farmaci e trattamenti che possono anche rappresentare dei rischi per la salute, senza parlare di altre implicazioni. Inoltre, a dispetto dei toni felpati - cercasi ragazza compassionevole, gentile, - la richiesta di «aiutare» due ex laureati di quell'università che non possono avere figli, a causa di una grave malattia genetica, si caratterizza, di fatto, come una compravendita, capace di attirare ragazze «finanziariamente vulnerabili». Contrariamente a quanto avviene negli Stati Uniti, dove esiste un fiorente mercato di ovuli e spermatozoi, considerati non come organi, ma come cellule, e quindi commerciabili, in Gran Bretagna pagare per gli ovuli è severamente vietato. Sennonché ad aprile l'Human Fertilisation and Embryology Authority ha reso legale la pratica del «risarcimento»: insomma, le 750 sterline che le donatrici ricevono non rappresentano il prezzo degli ovociti, ma il corrispettivo che si ritiene più adeguato a remunerare il tempo, i fastidi, il coinvolgimento fisico ed emotivo che la procedura - che dovrebbe svolgersi in centri specializzati - comporta.
Ora, non c'è dubbio che il verbo «risarcire» sia meno odioso e d'impatto del verbo «pagare», che significa mettere sullo stesso piano il prodotto e il denaro, farne un equivalente neutro e impersonale. Ma qualche dubbio su questo spiraglio aperto in Gran Bretagna è lecito coltivarlo. Le reazioni indignate sollevate dall'iniziativa dell'Associazione «altrui» fanno, comunque, sperare che in Europa continui ad essere proibita la compravendita di gameti, spermatozoi e ovuli, che svaluta il valore stesso del corpo umano e alimenta un mercato che è inevitabilmente basato su un dislivello di ricchezza e di potere tra chi compra e chi vende. Non c'è nulla di più «naturale», di più legittimo, di più profondamente radicato nell'antropologia dell' umanità, del bisogno di una discendenza. E, per converso, di più doloroso del fallimento di una capacità biologica, dello scacco psicologico della coppia «sterile». Detto questo restano sul tappeto questioni cruciali che riguardano non solo il «vendere» e il «comprare» gli ovociti, ma i confini fra corpo e tecnologia e tra natura e legge, il destino delle generazioni presenti e future, il senso della paternità e della maternità, l'architettura dei sentimenti.
La Stampa 17.5.12
La Cina scopre il lato negativo di uno yuan più libero
di John Foley
La Cina non ha una valuta convertibile ma sta vivendo alcune frustrazioni tipiche di chi ce l’ha. Forti segnali indicano che molti investitori e aziende stanno abbandonando lo yuan a favore di altre valute. Non è una vera e propria fuga di capitali, ma una tendenza che può creare pressione sulle banche e ostacolare i tentativi del governo di stimolare la crescita economica. Poiché la Cina registra abitualmente un surplus commerciale, le aziende si trovano in cassa un eccesso di valuta estera che vendono alle banche, a una media di 31 miliardi di dollari al mese nel 2011. Ad aprile, tuttavia, alla banca centrale cinese risulta che le aziende abbiano acquistato 9,6 miliardi. Questo dato è in linea con l’incremento dei depositi in valuta estera presso le banche cinesi, il cui aumento di 90 miliardi tra gennaio e aprile è stato nettamente superiore ai 19,2 miliardi del surplus commerciale.
La spiegazione più plausibile è il cambiamento delle aspettative sulla moneta. I clienti delle banche sembrano credere a quanto viene preannunciato dal mercato offshore dei cambi a termine, un deprezzamento dell’1% dello yuan nel prossimo anno. Ogni giorno la banca centrale fissa il valore di scambio dello yuan. Per la maggior parte del 2012, questo valore si è indebolito verso la fine della giornata di contrattazione – la settimana scorsa addirittura dello 0,6%. In condizioni normali, tutto questo importerebbe poco. Ma ora che l’economia cinese sta rallentando, il governo avrebbe interesse a che le banche concedano più prestiti. Il problema è che molti degli istituti di credito più piccoli sono troppo vicini al rapporto prestiti-depositi minimo per poterlo fare. Allo stesso tempo, se le aziende continueranno a preferire i depositi in dollari, i depositi in yuan diventeranno sempre più scarsi, facendo così diminuire ulteriormente la capacità di credito delle banche. Per ora, lo scambio tra yuan e dollari è disponibile solo a pochi. Il governo ha ancora un controllo sui capitali. Questa disaffezione per lo yuan è un segnale che fa riflettere su ciò che potrebbe avvenire.
Corriere 17.5.12
La povertà culturale dell'Europa
L’orchestra senza musica
di Gian Arturo Ferrari
Dopo essersi ammazzati con entusiasmo per oltre duemila anni e aver pacificamente convissuto per poco meno di settanta, gli europei tornano a manifestare qualche reciproca inquietudine. Non è più il sangue e il suolo — o il desiderio di sangue e di suolo — a dividerli, ma un'alchemica mescolanza di cifre, percentuali e termini arcani: rating, spread, bond (o bund? o eurobond? mah...). Smarriti in questo labirinto e costretti su due piedi a maneggiare un po' di macroeconomia per poter sostenere una decente conversazione, gli europei danno il peggio di sé e riscoprono non le identità nazionali (non parliamo di quella europea), ma i pregiudizi nazionalistici. I meridionali lazzaroni, i tedeschi autoritari, gli inglesi che vogliono stare per loro conto, i francesi arroganti. E più di tutti i greci, poveri greci, felicemente ignari di manifattura, mediterranei vispi, non incupiti dalla criminalità organizzata, illusi che l'Europa fosse una specie di paese di Cuccagna che elargiva fondi, strade, emolumenti e restauri a volontà. Certo, non si poteva fare l'Europa democratica senza il Paese che la democrazia l'aveva inventata, anche se qualche tempo fa. Ma inserire quella fragile economia (e quella fragile democrazia) nel tritacarne dell'euro non è stata una gran trovata.
Mentre noi europei rimuginiamo polverosi stereotipi — ma con acidità, come dopo una cattiva digestione — gli altri attori principali sulla scena mondiale procedono spediti ad applicare e tradurre in pratica i loro principi, le idee costitutive del loro modo d'essere. Gli americani continuano a ragionare in termini di libertà, quella vera però, e di sicurezza: to be free and to be safe restano i loro fari, i loro caposaldi. Gli aspiranti presidenti gareggiano essenzialmente sul tema di chi è più americano. I cinesi applicano con risolutezza spietata i principi del comunismo confuciano e mandarino di loro invenzione, mentre rinsaldano, come tradizionalmente prescritto, i confini dell'impero. Gli islamici perseguono con varietà di mezzi — nucleari, petroliferi, movimentisti, terroristici — l'idea di una teocrazia di cavallo e di spada, com'era all'origine dell'Islam, opportunamente adattata al terzo millennio.
Insomma, sembrano tutti aver ben chiaro che cosa stanno a fare al mondo e che cosa vogliono. Certo, si dirà, ma sono facilitati gli uni dall'unità statuale e gli altri da quella religiosa, mentre la nostra Unione non è nè carne né pesce e quanto alla religione meglio lasciar perdere. Ed è anche vero che in forme diverse — tradizione isolazionista per gli Stati Uniti, comunità dei credenti per l'Islam, sudditanza al Figlio del cielo per la Cina — la chiusura su se stessi ha molto agevolato la determinazione di identità. Mentre l'Europa, nel suo tentativo di comprendere tutto e tutti, di allungarsi su ogni remoto angolo del globo terrestre, ha finito per perdere il senso del proprio baricentro, della propria ragion d'essere. Altro che eurocentrismo!
Soprattutto, quel che i nostri per così dire concorrenti hanno ben chiaro e su cui noi invece annaspiamo, è che la prosperità economica è una conseguenza e non una causa. Che gli uomini fanno l'economia e non l'economia gli uomini. E che per fare una economia prospera gli uomini hanno bisogno di realismo certamente, di coesione senz'altro, ma prima ancora di consapevolezza di se e del proprio ubi consistam.
Un europeo apostata, Henry Kissinger, in alcune pagine lucide e sprezzanti ha asserito che l'Europa non ha più, non avrà mai più, la forza di pensare a un proprio compito, di darsi un destino. Può essere. Ma se così non fosse, e noi vogliamo e dobbiamo pensare che così non sia, non c'è dubbio che il nostro asset principale per scavarci un posto al sole, il fulcro su cui far leva, il tratto identitario fondamentale, è precisamente la cultura, la cultura europea. Non solo e non tanto nel senso patrimoniale ed ereditario, ma più ancora per la sua plasticità, per la sua elasticità, per l'ampiezza e pienezza dei registri. Non è tanto questione di pluralismo, termine tanto abusato da essere ormai vuoto, quanto di ricchezza: la cultura europea è una grande orchestra, la più grande orchestra, in attesa di compositori e di musiche degne di essere suonate.
Più che di un fiscal compact l'Europa ha bisogno, necessità urgente, di un cultural compact, di ritrovarsi, di ritrovare nella propria cultura la ragione profonda del suo essere. La cultura non si mangia, è stato incautamente detto. È vero, non si mangia oggi. Ma se non investiamo oggi in cultura è difficile che i nostri figli e i nostri nipoti possano mangiare qualcosa d'altro domani.
Corriere 17.5.12
Democrazia
Sono le battaglie sociali che la fanno avanzare
di Luciano Canfora
«Non solo democratici e socialisti, ma gli stessi comunisti, non sono necessariamente illiberali, come vorrebbe l'utopia che essi vagheggiano, e come son diventati nel fatto sotto l'efficacia materialistica del marxismo, che neppur esso era tale nella logica dei suoi concetti economici» scriveva Benedetto Croce nell'aprile 1943 (L'idea liberale, Bari, Laterza 1944, p. 12). Questa notevole riflessione ci sovviene nel leggere l'ultimo, scattante, pamphlet di Paolo Flores d'Arcais: Democrazia! Egli compie, nel corso di tale opuscolo, una operazione che potrebbe anche definirsi un esperimento filosofico-politico: provare a studiare le condizioni sostanziali necessarie affinché possa essere effettivamente (non cioè in modo truffaldino o apparente) attuato il presupposto minimo sul quale è difficile non dirsi d'accordo, e cioè «una testa, un voto». Presupposto che qualcuno potrà anche sgradire in cuor suo ma che nessuno più oserebbe contestare apertamente, frontalmente.
Affinché quel presupposto — così universalmente assodato — non venga svuotato, impegnative pre-condizioni di carattere economico-sociale e culturale sono imprescindibili. Il concetto è sintetizzato, del resto, magistralmente nell'articolo 3, comma 2, della nostra Costituzione, là dove si parla di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» che «limitano di fatto la libertà» dei cittadini (cioè, nella fattispecie, la loro possibilità di esprimere la volontà politica attraverso il voto in condizioni pari: cioè di pari libertà da condizionamenti culturali, economici o mafiosi etc.). Il liberale Epicarmo Corbino s'inalberò e disse, nel dibattito alla Costituente su quell'articolo: «Che cosa significa rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale?». E Meuccio Ruini, che non era certo un bolscevico, autorevolmente gli replicò: «Anche un liberista dice e sostiene che bisogna rimuovere gli ostacoli alla libera concorrenza!».
Flores d'Arcais approda, al termine del suo ragionamento, ad una formula interessante: la democrazia consiste (o si attua con) la lotta per la democrazia. Piero Calamandrei nel celebre suo discorso sulla Costituzione elogiò precipuamente l'articolo 3 proprio per quella «direttiva» di battaglia costante («rimuovere gli ostacoli»): battaglia che non può essere intermessa mai, pena il deperimento della democrazia stessa. A me piace di più un'altra formulazione (che credo di aver adoperato in più occasioni): la democrazia è prodotto chimico instabile, c'è o invece arretra a seconda dei rapporti di forza in campo tra i ceti e gruppi sociali (tra ricchi e poveri, avrebbe detto Aristotele). John Dewey diceva l'analogo in altro modo quando poneva l'accento sul nesso indispensabile tra democrazia ed educazione ininterrotta alla consapevolezza della sua necessità. Ecco in che senso l'osservazione crociana che riconduce, in nuce, al principio di libertà non solo la democrazia ma anche il comunismo mi è parsa — leggendo il pamphlet di Flores — meritevole di ricordo e di apprezzamento.
Repubblica 17.5.12
Chi è l'anarchico che spara in strada
Quei nemici del potere tra violenza e pacifismo
di Carlo Galli
Gli "informali" rivendicano l´attentato ad Adinolfi e tornano in primo piano le divisioni e le contraddizioni di una tradizione con profonde radici storiche e teoriche
L´emancipazione dal dominio e l´idea di uguaglianza lo avvicinano al socialismo da cui lo divide però il concetto di partito
Con il liberismo condivide il primato dell´individuo ma non accetta la proprietà privata e il principio della concorrenza
Non è per nulla detto che la crisi economica sia il terreno più propizio per la nascita di movimenti sovversivi; ma evidentemente qualcuno pensa sia così, che cioè le persone in difficoltà si sentano risarcite da ferimenti e attentati di presunti responsabili, grandi o piccoli manovratori del sistema. Che colpirne uno significhi educarne cento, e preparare le condizioni della rivoluzione. Quel qualcuno e´ un terrorista, figura ben nota al nostro passato e, pare, anche al nostro presente. Ma mentre un tempo si qualificava ‘comunista´, oggi quel terrorista si presenta come ‘anarchico´. In realtà, come un anarchico speciale, che nell´immancabile documento di rivendicazione polemizza ferocemente - con un linguaggio ricco di venature irrazionalistiche quasi di destra - anche contro i suoi compagni anarchici non violenti, o meno violenti, o meno dissennati.
Ma che cosa è l´anarchia, che ora viene alla ribalta dopo essere stata quasi dimenticata, o associata, nell´immaginario collettivo, a un passato remoto, quasi favoloso, di dinamitardi e di tirannicidi?
Che si possa e si debba fare politica contro l´arché, contro il principio e contro il potere – cioè contro l´ordine gerarchico, la sua origine e la sua pretesa necessità – , è il cuore dell´idea anarchica. Un´idea che si basa sullo sviluppo estremistico delle categorie che costituiscono l´architettura della modernità: libertà, uguaglianza, fraternità. L´estremismo sta nel fatto che l´anarchico pensa che la natura umana sia buona in sé, e che il potere sia un artificio derivante dalla violenza, dalla corruzione, dall´alienazione; che la politica possa essere in perfetta continuità con la morale, e non debba sovrapporsi ad essa o contraddirla.
Dall´illuminismo in poi, mescolandosi e scontrandosi con il liberalismo, con il socialismo e con il marxismo, ma nutrendosi anche di spirito religioso (cristiano come in Tolstoj, induista come in Gandhi), l´anarchismo si è presentato come un movimento non certo unitario ma riconoscibile per obiettivi – la lotta contro ogni forma di dominio, per l´affermazione della libertà – , se non per metodi e per organizzazione. Anche se, per l´accentuazione del primato dell´individuo e della sua libertà, l´anarchico ha qualcosa a che fare col liberalismo, se ne distingue sul tema dello Stato (che è per lui il male assoluto – gli uomini possono esser vincolati solo da obbligazioni liberamente scelte da ciascuno – ) e sul tema della proprietà e della concorrenza, che l´anarchico vuole sostituire con la cooperazione. D´altra parte, se per l´orientamento all´uguaglianza e all´emancipazione dal dominio e dallo sfruttamento, l´anarchico è vicino al socialismo, tuttavia non è innamorato della rivoluzione in sé o del partito che disciplina i militanti, ma solo della libertà; ovvero, è un rivoluzionario che porta con sé, sempre, anche la rivolta soggettiva contro ogni potere istituzionale e oggettivo. Dai borghesi e dai comunisti gli anarchici si distinguono per l´incapacità di darsi una linea politica, per la volontà di fare subito piazza pulita col passato, con la tradizione del potere e con la sua autoriproduzione.
In questa sua utopicità, l´anarchia è spiazzante, perché nega ogni stabilizzazione – a cominciare dallo Stato – . Ed è anche provocatoria, in quanto rifiuta il potere appunto perché lo fiuta da lontano, sotto ogni travestimento, e lo smaschera. Così Proudhon lo vede nella proprietà, e Stirner nel diritto e nella legge; così Bakunin lo vede nel comunismo di Marx, nel suo autoritarismo pedagogico-scientifico, che genererà la nuova classe dei rivoluzionari di professione e dei burocrati del dominio; così fino agli anni Trenta i sindacalisti anarchici catalani e spagnoli (una delle poche occasioni in cui l´anarchismo assume un volto di massa) ribadiscono che l´obiettivo della loro azione è la totale e assoluta liberazione dell´umanità, cioè appunto il comunismo anarchico.
Impegnato a prendere sul serio la politica moderna per realizzarla compiutamente, l´anarchismo la critica dall´interno mostrandone i limiti e le contraddizioni; ma al tempo stesso riduce all´assurdo lo stesso impulso moderno all´emancipazione, e, pretendendo che questa si affermi in assoluta purezza, sembra volerne testimoniare l´impossibilità pratica. Se c´è un´antipolitica, questa è proprio la politica anarchica.
Un insieme di paradossi e di contraddizioni, dunque, di nobili impulsi e di realizzazioni necessariamente mancate. A cui corrisponde un destino non solo di sconfitte, ma anche di divisioni interne ferocissime, all´insegna di un´etica della convinzione che rinuncia alla responsabilità, all´efficacia dell´azione – che si risolve in gesto dimostrativo, o in insurrezione momentanea – e anche al confronto col resto del mondo. L´universo anarchico è infatti settario, chiuso in sé; e vede in ogni avversario un simbolo – il simbolo del Male, del Potere – ; questo è il motivo della più grande contraddizione di questo movimento, che cioè dal suo proclamato umanesimo si genera la violenza più astratta e dogmatica (anche in questo caso, fra grandissime polemiche interne all´anarchismo, una parte del quale se ne dissocia), e che il suo libertarismo si rovescia in nichilismo. La sequenza di attentati che dagli anni Settanta dell´Ottocento in poi hanno scosso l´Europa e l´America e che sono costati la vita a re e presidenti, a imperatrici e a uomini politici, avevano la pretesa di colpire non tanto la persona quanto ciò che essa simboleggiava; e in realtà davano così alla vita umana un valore pari a zero, proprio facendone qualcosa di sacrificabile per un´idea – il che è paradossale, per il movimento che si proclama umanitario – .
E´ la mancanza di rapporto con la politica, l´urto frontale contro la sua costitutiva dimensione di potere, a rendere l´anarchismo non solo inefficace ma anche estraneo al comune sentire; è questo il motivo per cui l´anarchismo è generalmente associato non alla speranza di liberazione ma a un´incomprensibile e cieca violenza – non un sogno ma un incubo – ; è questo il motivo per cui la sua possibile funzione di coscienza critica si rovescia in fissazione – una fissazione anti-potere, che fissa e stabilizza a sua volta il potere contro un nemico interno pericoloso e sprovveduto al tempo stesso – . E´ questo il motivo per cui la generosità che dovrebbe far parte dell´originaria idea anarchica si rovescia in spietatezza, e il suo dinamismo diventa sterile immobilità. Cosi´ si dimostra che il potere politico fa male non solo quando è idolatrato o lasciato fuori controllo, ma anche quando è combattuto come il male assoluto. E´ molto meglio riconoscerne l´esistenza e addomesticarne la forza: la via della democrazia, appunto, che gli anarchici (e non solo loro) disprezzano.
Repubblica 17.5.12
Scapigliati
Le vite avventurose dei protagonisti del movimento
Gli angeli neri del passato
di Filippo Ceccarelli
Le foto d´epoca li ritraggono scapigliati con lunghe barbe e pizzetti mefistofelici Le loro storie sono fatte di confino, esilio galere, manicomi e tentati suicidi
Addio Lugano bella. Quando nel 1895 Pietro Gori, elbano, criminalogo, penalista e poeta già pluricondannato e riparato in Svizzera, compose le parole della celebre canzone, aveva poco più di trent´anni. Il suo giornale, L´amico del popolo, vantava il record di 27 numeri e 27 sequestri. In tribunale toccò a lui difendere Sante Caserio, un lombardo che da ragazzo voleva farsi prete, ma poi divenne infervoratissimo anarchico e scappò in Francia. Dove un giorno, salito al volo sul predellino di una carrozza, con una sola pugnalata uccide il presidente francese, Comot.
Era il fascino dannatissimo del più "dimostrativo" e sanguinario dei gesti: il regicidio. Tre colpi di rivoltella nel 1900 sparò Gaetano Bresci a Umberto I, sempre in carrozza, a Monza. Bresci era un operaio di Prato emigrato in America. Biondo, bello, girava sempre, anche quel giorno, con una macchina fotografica a tracolla. Dopo qualche mese lo ritrovarono impiccato all´asciugamano nella sua cella.
A quel punto Gori, che per sfuggire a poliziotti e spie, tisi ed esaurimenti nervosi, si era imbarcato come semplice marinaio, viveva in Argentina, ma sempre da forte propagando le verità sociali e la fiaccola dell´anarchia, da Buenos Aires fino al Polo sud (dove arrivò con il poeta Pascarella).
Per finanziare la rivoluzione, d´altra parte, Errico Malatesta, il più grande teorico libertario, fece anche il cercatore d´oro nella Terra del Fuoco. Oltre a congiurare in Siria, Egitto, Belgio, Romania, insomma dappertutto, avendo un po´ di pace solo a Parigi e a Londra e in Svizzera, ma poi pure lì con gli sbirri alle calcagna. Erano davvero "cavalieri erranti" gli anarchici di quel tempo, agitatori cosmopoliti del libero pensiero anti-autoritario, puri e ingenui, appassionati fino all´autolesionismo.
"Angeli neri" come il cappellaccio e il mantello che indossavano, e il fiocco alla Lavallière, e la bandiera. Le foto d´epoca li ritraggono dovutamente scapigliati, con lunghe barbe incolte e pizzetti decisamente mefistofelici. Vite esaltate, romantiche, eroici furori: confino, esilio, espulsioni, galere, manicomi, tentati suicidi. Carlo Cafiero, ricchissimo di famiglia, in carcere cercò di tagliarsi la gola con il vetro degli occhiali. Materialisti e mistici, cocciuti e litigiosi, però avvolti da un alone poetico che in politica è raro incontrare. Così, per farsi un´idea del movimento anarchico in Italia occorre rivolgersi alla letteratura (Il diavolo di Pontelungo di Bacchelli), ai ricordi musicali (La locomotiva di Guccini) e magari pure al cinema (il babbo del protagonista di Amarcord).
Allo stesso modo, più che una storia, vale forse inseguire delle esistenze. Come quella di Amilcare Cipriani, già garibaldino, cospiratore in Grecia, rivoltoso alla Comune di Parigi ed esploratore alla ricerca delle sorgenti del Nilo, quindi deportato dai francesi addirittura in Nuova Caledonia. Ma quando anni dopo riapparve in Italia e venne eletto in Parlamento, rifiutò il seggio perché non volle giurare.
Michele Schirru, nel 1931, cercò di far la pelle a Mussolini e venne fucilato per ordine del Tribunale speciale. Camillo Berneri, autentico intellettuale amico di Salvemini e in prima linea nella guerra civile spagnola, cadde a Barcellona per mano degli stalinisti. Poi di colpo, nel dopoguerra gli anarchici sparirono, come inghiottiti una vicenda di perenni liti e scissioni. Riapparvero, pallide ombre della loro tradizione, intorno ai fatti del dicembre 1969, Pinelli, Valpreda. Poi il nulla o quasi. Addio Lugano bella, o dolce terra pia, scacciati senza colpa, gli anarchici van via. Ma in un modo o nell´altro evidentemente ritornano.
Repubblica 17.5.12
Un saggio di Carola Barbero sceglie un titolo ideale per ogni sentimento
Se Il canone emotivo è scritto nei romanzi
Perché cerchiamo nell’arte passioni negative che fuggiamo nella vita? (e qui Aristotele, Hume e Freud hanno molte e convincenti risposte)
di Maurizio Ferraris
A>lla domanda "quanto si impara dalla letteratura?" la risposta che darei senza esitazione è: "dipende dall´età". Da giovani moltissimo, con il passare del tempo molto meno. Il motivo si spiega con una seconda domanda: "che cosa si impara dalla letteratura?", la cui risposta sarebbe: essenzialmente, emozioni. Perciò c´è una prima parte della nostra vita in cui la letteratura agisce come educazione sentimentale e preparazione a situazioni future, e poi una seconda, più pura e disinteressata, in cui agisce come rievocazione e confronto tra le nostre emozioni e quelle che vengono narrate nel romanzo.
È avendo presenti queste coordinate che la filosofa del linguaggio Carola Barbero ha scritto La biblioteca delle emozioni (Ponte alle Grazie), con un procedimento molto semplice: si prendono undici romanzi, rigorosamente contemporanei (il più antico è Zazie nel metrò, 1959) probabilmente per evitare i timori reverenziali che provocano i classici e il ricorso alla categoria un po´ iettatoria di Grande Arte. Perché il punto non è trovare i vertici del Canone Occidentale, ma piuttosto quei libri che leggiamo non per darci delle arie, ma perché ci suscitino dei sentimenti e soprattutto ce ne facciano fuggire uno insopportabile, la Noia. Così le opere sono classificate e analizzate in base alla emozione fondamentale che trasmettono: Tristezza (Mazzantini, Non ti muovere), Stupore (Nothomb, Stupore e tremori), Allegria (Pennac, La fata carabina), Paura (King, Misery), Speranza (Queneau, Zazie nel metrò), Potere (Süskind, Il profumo), Amore (Grogan, Io e Marley), Rimorso (Giordano, La solitudine dei numeri primi), Rispetto (Murgia, Accabadora), Attesa (Veronesi, Caos calmo), Erotismo (Grandes, Le età di Lulù).
Aprire un romanzo è dunque come aprire la porta di un laboratorio in cui si fabbricano artificialmente emozioni, proprio come in altri laboratori si simula l´assenza di rumore o di gravità. Il fatto di trovarsi in un laboratorio sottolinea due presupposti essenziali di cui si è molto sentita la mancanza nei tempi, non lontani, in cui si sosteneva che tra finzione e realtà non ci sarebbe alcuna differenza. Primo, che per godere davvero dei benefici del laboratorio non si soffra della stessa sindrome di cui erano afflitti Emma Bovary, Don Chisciotte e i teorici della realtà come finzione, e cioè che l´attrazione sentimentale del romanzo poggia proprio sulla distinzione tra vero e fittizio. Secondo, che proprio per questo il laboratorio può essere rilassante e tonificante, perché nei romanzi, diversamente che nella vita, possiamo sapere che cosa ci aspetta e a cosa andiamo incontro. La premessa teorica di tutta l´impresa non è che non c´è differenza tra finzione e realtà, ma semmai che le emozioni sono un elemento imprescindibile per la nostra comprensione e il nostro stare nel mondo reale.
Abbiamo così un approccio alla letteratura che è insieme il più inerme (non si parla di cultura, di teorie, di registri stilistici, ma proprio e solo dei sentimenti) e il più sofisticato. Perché sotto l´apparente semplicità ci sono tutti i classici interrogativi della filosofia intorno alle emozioni: Che rapporto c´è tra emozioni e ragione? Perché cerchiamo nell´arte sentimenti negativi che fuggiamo nella vita? (e qui Aristotele, Hume e Freud hanno molte e convincenti risposte). Perché ci piace sentire o leggere delle storie non vere, che cosa ci aspettiamo? (e qui le risposte vengono da Leibniz e dai mondi possibili).
Ma, al di là della filosofia delle emozioni, di cui Carola Barbero è una esperta accademica, come ha dimostrato (in particolare in Chi ha paura di Mr. Hyde?, il Nuovo Melangolo), questo laboratorio sembra suggerire anche un buon uso pedagogico della letteratura: leggere i romanzi in classe, o far fare dei temi, in cui al centro ci sia proprio la descrizione del sentimento. È vero che Nabokov diceva che questa è la più ingenua delle maniere a cui ci si rapporta a un romanzo. Ma non risulta da nessuna parte che abbia detto che sia sbagliata. Anzi, probabilmente è tra le più esatte, perché coglie un movente fondamentale e non culturale del nostro rapporto con la finzione, la ricerca di quell´emozione sublimata e trasognata che si legge così bene sulla faccia dei bambini quando guardano un cartone animato.
l’Unità 17.5.12
Web e social network
Facebook: la Rete ha un’ideologia
Come cambia la politica ai tempi di Facebook
di Massimo Adinolfi
Il declino dei mediatori esterni ha già modificato lo spazio pubblico. La democrazia non è in pericolo ma è bene usare Internet con spirito critico
ABBIAMO UN PROBLEMA POLITICO CON FACEBOOK. NON SI TRATTA DELL’ASSETTO PROPRIETARIO, DEL VALORE STIMATO DELLA SOCIETÀ O DI PREOCCUPAZIONI PER LA CONCORRENZA. Si tratta proprio di come è organizzato lo spazio virtuale del social network più diffuso al mondo. Se ne è occupato di recente un ricercatore senese, Riccardo Castellana, con l’aiuto degli strumenti della critica letteraria e della ricerca antropologica. In particolare, di René Girard. A Girard dobbiamo infatti una distinzione fondamentale per capire come funziona la creatura di Mark Zuckerberg. Lo studioso francese l’ha applicata fra l’altro ai personaggi di Dostoevskij, di Stendhal o di Flaubert, ma non troppo sorprendentemente torna utile anche a noi. Si tratta della differenza fra mediatore esterno e mediatore interno, e del modo in cui orienta il desiderio umano. Quel che viene mediato è infatti il desiderio, che si dirige su questo oggetto o su quello solo perché qualcun altro vuole questo o quello, rendendolo così desiderabile per noi.
Ma, ecco il punto, un conto è se la mediazione è esercitata da un soggetto ben distante, magari irraggiungibile e idealizzato un mediatore esterno, appunto -, un altro è se invece si tratta di un soggetto a noi vicino, anzi prossimo, così tanto da essere proprio come noi. Un friend, insomma
Su Facebook è questo, infatti, che accade. Niente mediatore esterno, niente figure terze, niente relazioni “verticali” con un ideale lontano, ma una miriade di piccole relazioni orizzontali con individui insieme ai quali condividiamo interessi, scambiamo poke, linkiamo pagine. Sheryl Sandberg, Chief operating officer di Facebook, l’ha spiegata così: «Non importa se a 100.000 persone piace x: se alle tre persone a te più vicine piace y, a te piacerà y». Le tre persone più vicine stanno per l’appunto nella posizione di mediatori interni, e in grazia di questa posizione risultano maledettamente più credibili, diretti, autentici. In una parola, la sola che quando si fa business veramente conta: efficaci.
Ora, se si trattasse solo di strategie di marketing e volumi di vendita, poco male: ci si potrebbe fare ben presto l’abitudine. Ma il fatto è che attraverso questa diversa strutturazione delle relazioni sociali passano profonde modificazioni dello spazio pubblico, e non basta quindi limitarsi ad osservarle con distaccato spirito scientifico. E, si badi, non si tratta nemmeno di rilevare soltanto fenomeni come la spudorata esibizione della vita privata (Facebook è zeppo di fotografie), dalla quale si può dire che quasi più nessuno è
immune, o della infantilizzazione dei comportamenti, ossia di quello che Benjamin Barber ha chiamato il nuovo “ethos infantilista” del capitalismo contemporaneo. Il fatto è che in tutti questi casi viene palesemente contraddetto il profilo dell’uomo pubblico così come è stato definito in età moderna.
La sfera pubblica andava infatti rigorosamente distinta dalla sfera privata o familiare della casa: un conto è l’oikos, un altro la polis. La modernità politica nasce anzi proprio quando riesce a spezzare definitivamente ogni parentela o commistione fra quegli spazi e le relazioni che in essi si istituiscono. Ma questa distinzione cede ormai il passo alla confusione, ed è sempre più difficile tracciare in rete i confini del pubblico e del privato.
Quanto all’infantilizzazione degli stili di vita (e delle scelte di consumo): non contraddice forse la figura del cittadino autonomo e responsabile, qualificato giuridicamente e politicamente in virtù della raggiunta maggiore età? Ma ancora più significativa, perché gravida di conseguenze, è la caduta verticale del mediatore esterno: quella infatti era la posizione, il luogo terzo tradizionalmente occupato dalle figure istituzionali: dal maestro, per esempio, o dall’uomo politico. La crisi di autorità del mediatore esterno, il fatto che i nostri sguardi e i nostri desideri si rivolgono in rete molto più facilmente a mediatori interni non a figure idealizzate ma proprio a persone come noi di colpo rischia di invecchiare tutta la comunicazione istituzionale, ma anche di ridefinire i luoghi stessi di formazione e di esercizio della soggettività politica.
Dunque un problema ce l’abbiamo, con Facebook. James Gibson, fondatore della teoria ecologica della percezione, diceva: chiediti non cosa c’è dentro la testa di colui che guarda, ma cosa c’è intorno. Se cambia il paesaggio, cambiano infatti pure le teste e i pensieri. E il paesaggio, indubbiamente, sta cambiando. Dopodiché non si dirà certo che per questo la democrazia è in pericolo, ma perlomeno non si esalteranno acriticamente le nuove forme della partecipazione online o della vita in diretta come straordinari avanzamenti democratici.
Noi conosciamo storicamente la democrazia come luogo della mediazione e della rappresentanza, e certo non è detto che sia l’unica modalità possibile. Poiché però sappiamo anche, grazie a Girard, che assenza di mediazione esterna significa pure possibilità di contagio mimetico e innesco incontrollato di rivalità, abbiamo tutte le ragioni per nutrire simpatia per il nuovo, ma anche per coltivare qualche sana diffidenza e un po’ di spirito critico.
Corriere 17.5.12
Se Facebook va in Borsa con la storia delle nostre vite
E Google migliora il motore di ricerca con l'aiuto della Cia
di Massimo Gaggi
NEW YORK — Arriva il «giorno x» per la quotazione di Facebook: stasera, a tarda ora, la fissazione del prezzo (probabilmente vicino ai massimi della nuova «forchetta» alzata da 28-35 a 34-38 dollari, sull'onda di una domanda che pare sia di molte volte superiore all'offerta di titoli). Poi, domani, l'inizio delle contrattazioni al Nasdaq, la Borsa tecnologica di New York.
Sarà un successo perché Facebook in questo momento è l'azienda più popolare del mondo e molta gente è pronta a scommettere sul «social network» proprio perché, visto che riempie la sua vita, ritiene che non possa non avere un elevato valore intrinseco. Gli altri giganti dell'economia digitale hanno tentato fino all'ultimo di tagliarle la strada tirando fuori novità a raffica per mettere un po' in ombra quello che comunque sarà l'Ipo tecnologica più ricca di tutti i tempi. La settimana scorsa Google ha annunciato una nuova versione della piattaforma Google+, il suo «social network», per l'iPhone. Poi è toccato a Microsoft presentare una versione aggiornata del suo motore, Bing. E ieri è toccato di nuovo a Google annunciare il lancio immediato di Knowledge Graph, il più importante aggiornamento del suo motore di ricerca da quando, nel 2007, fu introdotta la versione «Universal Search».
Il nuovo strumento amplia le capacità di ricerca del motore offrendo nuove opzioni quando si digita, ad esempio, il nome di un architetto o di un pittore. Ci sentiremo chiedere se ci interessano i loro progetti, le loro opere, i rapporti con altri artisti, la storia del loro movimento culturale. Nuove associazioni rese possibili dall'integrazione nel motore Google di altre banche dati come Wikipedia e perfino il World Fact Book della CIA, l'agenzia Usa di «intelligence», che offrono 500 milioni di nuove combinazioni di personaggi, luoghi e fatti. Una novità importante per gli utenti, ma è in cantiere da due anni e gli esperti ne attendevano da tempo il lancio. Che arriva, a poche ore dall'Ipo Facebook.
Che, come detto, agita gli investitori: mentre quelli professionali, pur vedendo la possibilità di un rapido guadagno, restano alla finestra o progettano un «mordi e fuggi» (il 71% degli operatori, secondo un'indagine indipendente, non pensa a Facebook come a un investimento di lungo termine), nel pubblico non specializzato fioriscono gli entusiasti. Molti dei quali, racconta il «Wall Street Journal», sono ponti a investire nella società di Mark Zuckerberg i soldi accantonati per il «college» del figlio (e ormai insufficienti), semplicemente perché trovano naturale scommettere sullo strumento del quale questi ragazzi si servono in continuazione.
Raramente ci si interroga su come possa fare a remunerare un capitale di oltre 100 miliardi una società che l'anno scorso ha registrato un fatturato di 3,7 miliardi di dollari e un miliardo di profitti e che nella prima parte di quest'anno ha addirittura denunciato un calo tanto degli utili quanto del giro d'affari. Momentanea coincidenza di fattori negativi, sostiene Facebook. L'idea di fondo è che un'impresa che è entrata nella vita di oltre 900 milioni di persone prima o poi troverà il modo di monetizzare questa posizione.
Un ragionamento non molto diverso, del resto, fu fatto nel 2004 quando ad andare sul mercato fu Google. Anche la società di Page e Brin allora registrava incassi pubblicitari crescenti ma ancora magri. Google, però, disponeva del motore di ricerca di gran lunga migliore, usato dalla grande maggioranza degli utenti di Internet. Nel lungo periodo quella scommessa ha funzionato, anche se all'inizio l'attesa esplosione del titolo non ci fu: qualche settimana dopo la quotazione si poteva ancora comprare l'azione Google al prezzo d'emissione.
Ma Google vendeva una tecnologia, un sistema di ricerca, un algoritmo. Facebook vende un sistema di socializzazione e un modo di accedere ai dati privati di tutti noi, nella speranza che imprese e inserzionisti pubblicitari attribuiscano un elevato valore a questa montagna di informazioni personali. I critici più polemici sostegno che i «fan» dell'investimento delle reti sociali versano soldi a una società che si sta arricchendo frugando nei loro stessi cassetti per acquisire informazioni da rivendere alle imprese che vogliono costruire profili sempre più precisi dei consumatori.
E non è nemmeno detto che tanta spregiudicatezza paghi: ieri la General Motors ha annunciato che non farà più pubblicità su Facebook: la considera poco efficace, anche se le dichiarazioni ufficiali sono più diplomatiche.
Quello che colpisce di più, però, è che, mentre il pubblico si affolla per conquistare titoli Facebook, diversi dei grandi investitori che hanno comprato in passato pezzi della società a trattativa privata, ora rivendono le loro quote in misura superiore a quanto stabilito finora: la banca Goldman Sachs rivenderà la metà del suo pacchetto (23% del capitale), mentre il «tycoon» russo Yuri Milner mette sul mercato il 40 per cento delle sue azioni: incasserà più di 2 miliardi di dollari.
Repubblica 17.5.12
I graffiti rupestri più antichi del mondo sono anche "hot"
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
mercoledì 16 maggio 2012
La Stampa 16.5.12
Così i socialisti francesi e l’Spd hanno accerchiato la cancelliera
Il testo pro-sviluppo ideato insieme al neopremier Ayrault
di Alessandro Alviani
BERLINO La sfida Il leader della Spd Sigmar Gabriel (al centro) con gli altri leader del Partito Steinbrück (a sinistra) e Steinmeier presenta la proposta dei socialdemocratici per la crescita e lo sviluppo
Vogliamo che accanto al patto di bilancio ci sia anche un patto per la crescita e gli investimenti», spiegava ieri mattina alle 9 a Berlino il leader dei socialdemocratici tedeschi Sigmar Gabriel, illustrando le proposte della Spd per riportare l’Europa fuori dalla crisi. «Ai nostri partner europei proporrò un nuovo patto che associ la necessaria riduzione dei debiti sovrani agli stimoli per la crescita», prometteva un paio d’ore dopo a Parigi il neopresidente francese François Hollande durante la cerimonia di insediamento. La somiglianza delle due dichiarazioni non deve stupire: è voluta. È da mesi che la Spd sta lavorando a un rafforzamento della sua collaborazione con i socialisti francesi.
Il piano non passa solo attraverso gesti simbolici – la presenza di Hollande al congresso Spd di inizio dicembre a Berlino, quella di Gabriel alla convention della sinistra europea di metà marzo a Parigi, la loro intervista congiunta alla «Faz» e a «Libération» a fine marzo – ma si esplicita anche in proposte programmatiche concrete. Le richieste presentate ieri mattina a Berlino dalla Spd sono infatti il frutto di un intenso scambio tra Sigmar Gabriel e Jean-Marc Ayrault, l’ex insegnante di tedesco diventato ieri il nuovo premier francese. I due e i loro rispettivi staff si sono sentiti più volte nelle scorse settimane al telefono o per e-mail. Obiettivo: coordinare le proposte socialdemocratiche con i socialisti francesi e mettere nero su bianco una piattaforma comune alternativa al rigore targato Merkel.
Il risultato è un documento di cinque pagine che riassume la strategia per aumentare il pressing sulla cancelliera, con una spinta concentrica SpdPs: project bond, un programma immediato per combattere la disoccupazione giovanile, una tassa sulle transazioni finanziarie da utilizzare per rilanciare la crescita, l’uso più efficiente dei fondi strutturali, un fondo per l’estinzione dei debiti, un’autorità di vigilanza europea sulle banche, un’agenzia di rating europea.
«La politica di Merkel e Sarkozy è fallita su tutta la linea - spiega Gabriel -. Con Hollande abbiamo la grande opportunità di riportare insieme il governo tedesco sul sentiero della crescita». Ieri per un incontro Gabriel-Hollande a Berlino non c’è stato tempo. Ma i due si vedranno presto. In ogni caso la Spd vuole discutere le sue ricette anche con gli altri partiti della sinistra europea, sia al governo che all’opposizione.
Non siamo contrari al consolidamento, ma da solo non basta e spinge l’Europa nella recessione, è il messaggio che i socialdemocratici al completo lanciano da Berlino. Il tono è quello dell’offensiva. Steinmeier, capogruppo al Bundestag, dice che gli «dà sempre più fastidio» e «non sopporta quasi più» che Merkel dia consigli che non rispettano l’esperienza della Germania, la quale è uscita dalle crisi con una ricetta fatta di «disciplina fiscale e strumenti per la crescita».
La Stampa 16.5.12
“Troppi segreti in quella cripta” Via alle ispezioni con il georadar
Sant’Apollinare ristrutturata dopo la telefonata che legava De Pedis alla Orlandi
Verrà messo in campo lo strumento tecnologico utilizzato in molte indagini (ultimamente anche per la sparizione di Yara Gambirasio, nella foto) capace di individuare resti umani sotto i pavimenti e dietro le pareti
Nuova planimetria e nuovi rilievi Le carte fornite dal Vaticano agli inquirenti
di Giacomo Galeazzi
ROMA Mistero nei sotterranei di Sant’Apollinare: ci sono altri «locali non segnalati» nella cripta del boss. E quindi, probabilmente, là sotto restano ancora «molte ossa in più rispetto a quelle trovate lunedì nella prima ispezione». Alla «task force» dell’Ert (Esperti ricerche tracce) e alla squadra dei geologi forensi, la procura di Roma ha affidato un compito non previsto al momento dell’apertura della tomba del boss della Magliana, il «benefattore» Renatino De Pedis: stabilire se ci siano altri ambienti sconosciuti sotto il pavimento della centralissima chiesa di Roma, non indicati nelle cartine ricevute dagli inquirenti.
«Dobbiamo accertare se le pareti della cripta nascondono cavità e quindi ulteriori ossa, utilizzando i georadar e altre sofisticate apparecchiature», riferiscono fonti della polizia scientifica. «Lì sotto sono state fatte negli ultimi anni opere di abbattimento e, non disponendo di una mappa catastale, stiamo applicando il protocollo di polizia previsto negli ambienti interni di non certa individuazione - spiegano alla scientifica-. L’area dell’ossario è stata notevolmente modificata nel 2005». Cioè quando una telefonata anonima arrivata alla trasmissione «Chi l’ha visto? » esortò a controllare chi fosse sepolto a Sant’Apollinare per scoprire la verità sulla scomparsa della cittadina vaticana, Emanuela Orlandi. Ventinove anni fa fu notata per l’ultima volta a pochi passi da Sant’Apollinare: un vigile in servizio tracciò l’identikit del giovane con lei. In questura riconobbero subito De Pedis. Poi un vortice di depistaggi, rivendicazioni di sigle criminali, intrecci con l’attentato a Wojtyla e il crac Ambrosiano-Ior. In un colloquio in Turchia, Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, è stato invitato da Alì Agca a guardare dentro le Mura leonine. L’attentatore di Karol Wojtyla ha chiamato in causa direttamente il cardinale Re. Ieri gli investigatori della polizia scientifica e gli archeologi forensi hanno effettuato una serie di campionamenti su una parete della cripta dove lunedì, dopo 22 anni, è stata aperta la tomba del boss.
Il rettore della basilica affidata all’Opus Dei, padre Pedro Huidobro è anche medico legale. Gli esperti, che dopo l’ispezione del sepolcro avevano abbattuto lunedì un muro e trovato una nicchia dove erano riposte centinaia di cassette contenenti reperti ossei di diversa datazione, vogliono capire se una seconda parete della cripta sia in realtà una intercapedine con altrettante nicchie nascoste. Devono decidere se anche questa parete debba essere abbattuta. Le verifiche servono ad accertare la datazione del «manufatto» mentre fuori, in un tendone allestito nel cortile della basilica, il team «Labanof» (Laboratorio di antropologia e odontologia forense) della consulente Cristina Cattaneo prosegue le operazioni di analisi. Sono state aperte e catalogate una cinquantina delle 200 cassette di ossa finora rinvenute. Cinque donne e due uomini sono al lavoro: in ogni cassetta sono custoditi resti ossei (dai tre ai cinque) e gli esperti li dividono in base alle caratteristiche morfologiche. Saranno svolti ulteriori accertamenti e il prelievo del Dna sui resti che per sesso, età e datazione hanno caratteristiche simili a quelle della Orlandi e che potrebbero essere astrattamente compatibili. Il primo passo è la separazione delle ossa più vecchie da quelle più recenti, poi si cercherà di individuare quelle di sesso femminile e quelle di sesso maschile. Infine sarà effettuato il prelievo del affinché possa essere comparato con quello di Emanuela Orlandi. L’apertura delle tomba di De Pedis potrebbe essere l’ultimo atto dell’inchiesta che si sta conducendo sulla scomparsa della ragazza. Nell’indagine ci sono cinque indagati con l’ipotesi di omicidio: tra loro Sergio Virtù, autista di De Pedis, Angelo Cassani, detto «Ciletto», Gianfranco Cerboni detto «Giggetto», che compaiono nelle varie fasi dell’indagine. Sabrina Minardi, anche lei indagata, è entrata nell’inchiesta da super testimone indicando il collegamento tra la sparizione di Emanuela e la banda della Magliana.
I pm che conducono l’inchiesta (Giancarlo Capaldo e Simona Maisto) si riservano una serie di accertamenti istruttori per decidere se i cinque indagati debbano essere accusati di qualche reato o se la loro posizione debba essere archiviata. «L’esame delle ossa è un lavoro piuttosto lungo - spiega il capo della squadra mobile di Roma, Vittorio Rizzi -. Nel 2005 c’è stata una ristrutturazione dell’intera basilica: è cambiato tutto». Il caso Orlandi sembra ancora lontano dall’uscire dal mistero.
l’Unità 16.5.12
I capi scout: «Non siamo antigay»
I capi scout non ci stanno a passare per omofobi: «Affermiamo che l’omosessualità non è un ostacolo né alla crescita delle persone come responsabili e felici, né ad un’azione educativa». È la presa di posizione di 460 capi, cui si aggiungono altre adesioni (http://sottoscrivi6maggio 2012.weebly.com/) a dimostrazione che Agesci è una realtà aperta. Le precisazioni nascono dal dibattito sollevato giorni fa da «Repubblica on line» in seguito agli atti del seminario sull’omosessualità pubblicati sul sito dell’Agesci. I capi criticano l’impostazione dell’articolo e sostengono il valore del coming out: «Al pari di qualsiasi altra scelta giuridicamente lecita, non vediamo il motivo per cui i ragazzi non possano venire a conoscenza dell’orientamento sessuale del capo». Sono certi che il confronto sarà sempre più aperto.
il Fatto 16.5.12
Il ministro Profumo alle scuole: “Celebrate la giornata contro l’omofobia”
“Le scuole favoriscono la costruzione dell’identità sociale e personale dei bambini e dei ragazzi, il che comporta anche la scoperta del proprio orientamento sessuale”. In una circolare inviata ai presidi, il ministro Profumo invita a celebrare in classe la Giornata internazionale contro l’omofobia il 17 maggio. Plaude l’Arcigay: “Segnale di discontinuità”.
l’Unità 16.5.12
Iniziative arcobaleno nella giornata mondiale «Basta omofobia»
Il 17 maggio 1990 l’Oms cancellò l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali
di Delia Vaccarello
COS’È L’OMOFOBIA? SE IL TERMINE È ORMAI DIFFUSO NEL LINGUAGGIO COMUNE NON VUOL DIRE CHE SE NE CONOSCA DAVVERO IL SIGNIFICATO. In genere è considerato un atteggiamento frutto di raptus e messo in atto da individui ai margini. Invece l’omofobia è un fenomeno culturale, che non si riduce all’aggressione o all’insulto, ma è una svalutazione, con conseguente automatica esclusione, delle persone che amano individui del proprio sesso. Un atteggiamento «culturale» che ci sovrasta e che, troppo spesso , viene ancora considerato la norma, pur con bizzarri distinguo tipo: ho tanti amici gay, che facciano le loro cose ma dentro le mura di casa.
INVITO DEL MINISTRO ALLE SCUOLE
Domani si celebra la giornata mondiale contro l’omofobia, una ricorrenza promossa dall’Unione europea ormai dal 2007. Il 17 maggio 1990 infatti l’Organizzazione mondiale della sanità cancellava l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. Le iniziative sono già in campo da giorni. Sabato scorso un convegno organizzato da «Nuova Proposta» a Roma con tantissimi interventi di associazioni ed esperti coinvolti ha fatto il punto sulla situazione in campo educativo, politico, lavorativo. Domani alla Camera verranno fatti i numeri, verranno diffusi cioè i dati sulle convivenze di gay e lesbiche frutto dell’ultimo censimento. E il ministro Profumo ha invitato i presidi a celebrare la giornata. Sparsa in tutto il Paese, la mole di iniziative è impressionante. Si ripete con successo la serie di veglie in ricordo delle vittime dell’omofobia, a cominciare dall’incontro di preghiera che si terrà a Firenze organizzato dal gruppo Kairos per il sesto anno consecutivo ispirato al versetto della Prima Lettera di Giovanni, «Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre» (1Gv 2,9). Iniziative simili si terranno in molte città, anche a Palermo e quest’anno in parrocchia (vedi www.gionata.org). Banchetti informativi, presentazione di libri, proiezioni, fiaccolate si alterneranno da Nord a Sud.
Sul sito di arcigay (www.arcigay.it) l’elenco, seppure incompleto, è lunghissimo. Tra gli altri, molto ricco il pro-
gramma di eventi culturali a Ferrara, che prevede anche dibattiti sui testi di Rigliano e altri «Curare i gay?» (Cortina) e di Margherita Graglia «Omofobia» (Carrocci).
Segnaliamo anche l’iniziativa di Venezia dal titolo «Parole d’amore», incontro e proiezione di una video-inchiesta realizzata con i ragazzi delle superiori, ne parlano tra gli altri Giovanni Bachelet, Gianfranco Bettin, Alberta Basaglia, Sara Cavallaro, Luca Trappolin. Si tratta di un evento che si inserisce nel progetto portato avanti ormai da anni di «educazione sentimentale come educazione alla cittadinanza»: una ricerca con gli studenti finalizzata a sensibilizzare i giovani sui temi dell’amore in tutte le sue espressioni, dando ad ognuna cittadinanza. Celebrazioni anche nel verde.
Domenica 20 maggio nei parchi di Avellino, Ferrara, Firenze, Genova, Milano, Palermo, Roma, Torino e Venezia, si svolgerà «Tutti uguali, tutti diversi», la festa di tutti i nuclei: omosessuali e eterosessuali, monoparentali, sposati e conviventi. Legambiente e Famiglie Arcobaleno organizzano giochi e laboratori creativi, favole e musica, spettacoli di burattini, cacce al tesoro, merende gustose per bambini, bambine e famigliari di tutte le età.
l’Unità 16.5.12
Desaparecidos, la Chiesa argentina sapeva tutto
di Luigi Cancrini in risposta a Fabio della Pergola
Uno scrittore argentino, Horacio Verbitsky, ha pubblicato un articolo in cui dice di aver visto un documento dell'epistolato locale in cui alti prelati e generali golpisti parlavano fra loro su come zittire le domande delle famiglie dei deparecidos che venivano narcotizzati e gettati in mare a decine di migliaia per farli sparire come se non fossero mai esistiti. La Chiesa argentina dunque sapeva. E il Vaticano? Sapeva e taceva?
Fabio Della Pergola
La notizia riportata dalla stampa argentina ha avuto poca èco in Italia anche perché non aggiunge molto a quello che tutti sapevano. La Chiesa argentina (per paura? per convivenza? per autentica preoccupazione contro le politiche della sinistra) ha appoggiato la dittatura di Varela nel modo in cui la Chiesa di Spagna appoggiò Franco quando uccideva tutti quelli che erano sospettati di simpatie repubblicane dando in adozione i loro figli a famiglie “timorate di Dio”: come ben documentato da Piero Badaloni nel bel libro degli Editori Internazionali Riuniti intitolato Una memoria squilibrata. In Argentina come in Spagna, dunque, la Chiesa ha scelto di sapere e di tacere benedicendo in pubblico i criminali di cui conosceva gli orrori e l’iniquità. Ce lo confermano oggi i documenti che la pazienza degli storici non smette di scoprire. Aiutando gli uomini a capire meglio quello che è davvero accaduto ma ponendo soprattutto un problema di fondo sulle ragioni per cui il discorso di Gesù viene dimenticato e tradito, a volte, proprio da quelli che dovrebbero diffondere la sua parola. Dai don Abbondio che non riescono probabilmente, a intenderne l’importanza e il senso.
La Stampa 16.5.12
Atene
L’incubo Grecia affonda le Borse
Si torna alle elezioni la grande favorita è la sinistra di Tsipras
L’addio all’euro costerebbe 11.500 euro a ogni greco
di Tonia Mastrobuoni
TORINO La Grecia sceglie la via dell’azzardo e torna alle urne, probabilmente il 17 giugno. Oggi il presidente della Repubblica, Karolos Papoulias, dopo l’ultimo tentativo fallito ieri di mettere insieme un governo tecnico e scongiurare il ricorso al voto, nominerà un premier che traghetterà il paese verso le elezioni. Si tratterà probabilmente del presidente del Consiglio di Stato Panagiotis Pikrammenos.
Ieri il leader del Pasok, Evangelos Venizelos ha commentato che «andiamo verso le elezioni in pochi giorni, in condizioni davvero difficili» e ha accusato per l’ennesima volta il segretario di Syriza, Alexis Tsipras di cinismo, accusandolo di mettere «i propri interessi di parte al di sopra di quelli nazionali». Tsipras è il favorito nei sondaggi: dopo le elezioni dei 6 maggio ha guadagnato tra il 4-10% in più e potrebbe diventare il primo partito. È il principale responsabile del ritorno alle urne: ha rifiutato qualsiasi proposta di governo di emergenza. Ma sarebbe complicato mettere insieme una coalizione anche per lui, vista l’insanabile spaccatura tra partiti che caratterizza il panorama politico ellenico a sinistra.
Intanto il direttore generale el Fmi Christine Lagarde ha detto ieri a chiare lettere che l’uscita della Grecia dall’euro è ormai una possibilità concreta. Parole di avvertimento sono giunte dal ministro delle Finanze tedesco e probabile successore di Juncker alla guida dell’Eurogruppo, Wolfgang Schäuble, che ha parlato ieri del voto a giugno come di un referendum attraverso il quale i greci sceglieranno se stare fuori o dentro l’euro.
Sullo scenario di un’uscita della moneta unica si stanno esercitando ormai in molti, ma la maggior parte delle analisi uscite in questi giorni sui giornali stranieri ricalca quella di settembre 2011 di Ubs che ha tentato di mettere insieme varie ipotesi, sia di un abbandono da parte di paesi forti come la Germania, sia dei “Piigs”.
La dinamica sarebbe devastante, soprattutto per un paese privo di materie prime e molto dipendente dalle importazioni come al Grecia (l’80-90 per cento dell’energia e dei beni alimentari viene da fuori). Tanto più con una montagna di debito pubblico come quella che grava su Atene. Il primo problema sarebbe il crollo della nuova moneta, la dracma. Se prendiamo a riferimento il noto default argentino, dovremmo contare su una svalutazione del 60-70%. E il governo sarebbe costretto a un immediato blocco dei capitali per tamponarne il tracollo.
A quel punto i greci si ritroverebbero in mano carta straccia per ripagare i debiti - mutui o qualsiasi bene comprato a rate e fallirebbero a catena, dietro allo Stato impossibilitato a ripagare un multiplo di quello che doveva e alle imprese, se indebitate nella valuta europea. Uno scenario da guerra.
Non potendo ripagare il debito, lo Stato rimarrebbe lontano dal mercato per anni, tagliato fuori da tassi di interessi alle stelle, e sarebbe costretto a battere moneta, creando un’inflazione a due cifre, aggravata anche dal bisogno di importare quasi tutto, a partire dal petrolio commerciato in dollari.
La Bce chiuderebbe i rubinetti alle banche greche che non potrebbero più approvvigionarsi presso la banca centrale in cambio di liquidità. È noto che dopo la ristrutturazione del debito di marzo gli istituti di credito ellenici sono ancora in enorme difficoltà. Quasi tutte fallirebbero. Anche perché a giudicare dai segnali di questi giorni-700 milioni di euro sono stati ritirati dalle banche solo negli ultimi dieci giorni - il rischio di una corsa di massa agli sportelli incombe sin da oggi.
Secondo studi riservati dell’Istituto internazionale di finanza (Iif) citati dal Wsj all’Eurosistema l’uscita della Grecia costerebbe 1.000 miliardi. Ma è altrettanto spaventoso quello che costerebbero a ogni greco secondo Ubs: tra 9.500-11.500 euro il primo anno, poi tra i 3.000-4.000 euro.
Il Nobel Paul Krugman ha messo in guardia da questo scenario anche per i riflessi sull’Italia, che potrebbe subire «enormi quantità di soldi ritirati dalle banche italiane e spagnole perché i risparmiatori tenterebbero di trasferirli in quelle tedesche». Alimentando la fervida fantasia dei complottisti di mezzo mondo.
Repubblica 16.5.12
"Non vogliamo morire per l’Europa" e la sinistra radicale conquista i greci
Banche prese d’assalto: ritirati 700 milioni in un giorno
Il partito Syriza, che i sondaggi danno al 20-23%, ora cerca la sponda politica di Hollande
Solo l’Iran vende il greggio a credito agli ellenici, tutti gli altri fornitori vogliono contante
di Ettore Livini
ATENE - La tana del lupo che fa tremare l´Europa e i mercati è un ufficio quattro metri per quattro, sei rose rosse e una decina di garofani in un vaso, la fedele segretaria Kostandina al lavoro e – alla parete – un manifesto della Giornata nazionale della gioventù cubana del 1997. La Grecia ha fatto harakiri. Il voto del 6 maggio non è servito a nulla, il Paese torna alle urne. E se i sondaggi saranno confermati, Alexis Tsipras - inquilino di questa stanza grigia al settimo piano di Elefterias 1 (Piazza della libertà, a volte il caso…) potrebbe essere l´uomo che cambierà per sempre il destino di Atene e quello dell´euro.
«E´ il nuovo Andreas Papandreou, lo rivoterò», garantisce entusiasta Pangiotis Mantzavelaki, anziano militante venuto fin qui per complimentarsi con lui. «E´ un giovane ambizioso ubriaco del suo successo», racconta in camera caritatis un autorevolissimo ministro socialista dell´ex governo Papandreou. Una cosa è certa: il 38enne carismatico leader di Syriza – la sinistra radicale anti-austerità che ha trionfato alle ultime elezioni quadruplicando i voti - è il grande favorito della nuova campagna elettorale trasformata da tre anni di crisi in un referendum pro o contro l´euro. «Come finirà? Non lo so – ammette preoccupato lo scrittore Petros Markaris tirando una boccata dall´immancabile pipa al tavolo del suo ristorante preferito a Kessariani – I greci vogliono voltar pagina su un passato da dimenticare. Ma spero che le urne-bis non trasformino il nostro futuro in un salto nel buio».
L´esito, in effetti, è incertissimo. Il fischio d´inizio arriverà solo oggi. Quando il presidente della Repubblica Karolos Papoulias, deluso per non essere riuscito a varare un governo d´unità nazionale, affiderà l´interim a un reggente incaricato di portare la Grecia al voto. Data probabile: il 10 o (più probabilmente) il 17 giugno. Poi partirà la bagarre. Tsipras, scommettono tutti, rafforzerà la sua posizione come stella polare (rigorosamente senza cravatta) del fronte anti-euro. Un´armata Brancaleone che va dalla sinistra più frammentata d´Europa - ad Atene ci sono quattro partiti comunisti - fino alla destra nazionalista degli Indipendenti greci e ai filo-nazisti di Chrysi Avgi. Sono i grandi vincitori del 6 maggio. Uniti da una sola cosa – cancellare il memorandum lacrime e sangue imposta dalla Trojka in cambio di 130 miliardi di aiuti – ma divisi su tutto il resto. Syriza – che per i sondaggi potrebbe diventare il primo partito con il 20-23% - ha le idee chiare: «Vogliamo mettere assieme tutta la sinistra compresi i verdi e le formazioni minori che non sono entrate in Parlamento», spiega l´ex deputato Vassilis Moulopoulos. L´euro? «Ci rimaniamo, ma ridiscutendo da zero il memorandum». Le due cose piacciono alla pancia del Paese (il 75% dei greci vuol restare nella moneta unica) ma sono in apparenza incompatibili. Tsipras però è certo che la Ue – pur di non far tornare Atene alla dracma – sarà costretta a venire a patti dopo le elezioni per non far crollare tutto il continente. E conta su un aiutino in questo senso dal nuovo presidente francese Francois Hollande.
Il fronte pro-euro invece è l´esercito un po´ incerottato (a Bruxelles incrociano le dita) uscito malconcio dal 6 maggio: il centrodestra di Nea Demokratia e i socialisti del Pasok, puniti per aver governato ilPaese per 38 anni, spingendolo nel baratro e poi cercando di rimetterlo in piedi con una cura da cavallo (-25% gli stipendi, -20% le pensioni) che ha fatto calare del 20% in un quadriennio il Pil. I loro consensi sono scesi dal 77,3% del 2009 al 33% di 10 giorni fa. Cosa cambierà un mese dopo? «Contiamo nel calo di un´astensione arrivata al 35% – dicono a Nd – e nell´effetto Tispras: il timore di un trionfo di Syriza potrebbe ridurre la dispersione dei voti a destra consentendoci di rimanere il primo partito». Obiettivo: unire le forze con i socialisti oppure con le altre forze di centrodestra – i due partiti liberali stanno alleandosi per arrivare al 3% necessario per entrare in Parlamento - per un governo che tenga il Paese nella moneta unica. Il Pasok di Evangelis Venizelos invece – crollato a maggio dal 43 al 13% - pare destinato a pagare un altro pedaggio salato agli ultimi tre anni di governo Papandreou.
Comunque vada a finire, per la Grecia sarà un mese di calvario. Il Pil nel primo trimestre 2012 è sceso di un altro 6,7%. Gli accordi con la Trojka prevedono 11,5 miliardi di nuovi tagli a giugno, senza i quali non arriveranno i 30 miliardi di aiuti previsti a fine mese per ricapitalizzare le banche e pagare stipendi e pensioni. Il denaro ad Atene è già merce rara. Ieri, in un solo giorno, i risparmiatori hanno ritirato dalle banche 700 milioni di euro. Solo l´Iran, secondo indiscrezioni, vende greggio a credito all´Hellenic Petroleum. Tutti gli altri fornitori vogliono essere pagati in contanti. Gli istituti di credito hanno chiuso i rubinetti e non finanziano più nemmeno le blue chip quotate in Borsa, scrive oggi Ekathimerini. Ieri Atene ha rimborsato al 100% un bond da 450 milioni in mano agli hedge fund per evitare il default. E Syriza è già partita all´attacco: «Si danno i soldi agli speculatori e si fanno morire di fame i greci». La campagna elettorale è iniziata. L´Europa la seguirà con il fiato sospeso.
La Stampa 16.5.12
I creditori non sono senza colpe
di Mario Deaglio
La rinuncia dei partiti politici greci a formare un nuovo governo è, nei fatti, un «no» al piano di rientro dal debito preparato a Bruxelles e proposto ad Atene dall’Unione Europea. Mentre il rifiuto veniva pronunciato, un Presidente francese appena insediato si preparava a incontrare il cancelliere tedesco Angela Merkel, uno dei pochissimi leader sopravvissuti al terremoto politico che, negli ultimi tre anni, ha fatto crollare pressoché tutti i governanti europei coinvolti nel tentativo, finora sostanzialmente fallito, di trovare una via d’uscita dalla crisi.
Ad aggiungere un tocco di drammaticità, caso mai ce ne fosse bisogno, l’aereo presidenziale francese è stato sfiorato da un fulmine e ha dovuto tornare indietro costringendo a rinviare l’incontro, sia pure solo di quale ora; si è così provocato l’ennesimo, sia pur quasi simbolico, ritardo europeo nell’affrontare i problemi dell’Europa. La politica torna così a recitare, per quanto in tono minore, il ruolo che la contrappone, spesso controvoglia, alla finanza internazionale. E questo avviene non solo a Parigi, Berlino e Atene.
Ma anche negli Stati Uniti, dove il presidente Obama ha lanciato accuse durissime a Wall Street e invocato regole più severe per le banche anche a seguito delle perdite impreviste di JP Morgan, uno dei colossi della finanza internazionale. Queste perdite sono la prova che le grandi banche internazionali non hanno imparato molto dalla crisi e si sono illuse di poter riprendere tutte le vecchie abitudini dopo essere state, in molti casi, salvate con soldi pubblici.
A spingere una classe politica riluttante a un confronto con la finanza internazionale c’è una società civile in ebollizione, con le manifestazioni degli indignados non solo in Spagna e Grecia ma anche a Londra e negli Stati Uniti. Il problema si può sintetizzare in una serie di interrogativi che stanno diventando sempre più pressanti: fino a che punto la società civile - e gli uomini di governo che la rappresentano - può accettare la «dittatura dello spread» per usare la felice espressione del Presidente della Consob, Giuseppe Vegas, alla presentazione del suo rapporto annuale? Fino a che punto decisioni importanti per una collettività nazionale possono venir sottratte ai suoi organi politici e sommariamente decise dal «mercato» in sedi diverse dai Parlamenti, chiamati ormai solo a ratificare sbrigativamente intese che sono dei veri e propri «diktat»?
Quando si concedono finanziamenti «sbagliati» a Paesi che non sono in grado di restituirli, l’errore viene commesso da due parti, non solo dal debitore ma anche da chi concede il prestito. Non si vede perché quest’errore debba ricadere solo sul Paese debitore, ossia sulla parte normalmente più debole in questo tipo di transazioni, e non invece suddivisa tra quanti hanno sbagliato, ossia tra debitori e creditori in base a qualche criterio che non sia puramente finanziario. Alla dittatura dello spread occorrerebbe contrapporre una sorta di «democrazia del debito» in cui ciascuno paga per i propri errori. E questo dovrebbe valere in maniera del tutto particolare all’interno dell’Unione Europea, dove i greci furono indotti a contrarre debiti anche dalla facilità con la quale numerose banche europee e americane erano pronte a offrire loro credito.
Imporre alla Grecia (e forse domani ad altri Paesi) di pagare i debiti nei tempi stabiliti può significare una condanna di questo Paese - e domani forse di altri in Europa e altrove - a lunghi periodi non solo di incertezza ma perfino di povertà. Occorrerebbe considerare che un debitore esoso può attirare su di sé un risentimento molto maggiore di quello che si attira un nemico vincitore in guerra e che un simile risentimento è pericoloso per gli stessi creditori non solo sul piano civile ma anche su quello finanziario.
Non bisogna dimenticare, infatti, che, quando il deficit pubblico si azzera, il manico del coltello passa dal creditore al debitore. Non dovendo richiedere risorse aggiuntive, il debitore si rinforza mentre il creditore si indebolisce: il debitore potrebbe infatti decidere di ritardare la restituzione del debito o ridurre gli interessi sotto il livello pattuito. Una severità eccessiva nei confronti del debitore che non ce la fa rischia di porre le basi di risentimenti dai quali potrebbero sorgere nuovi, e più forti, motivi di instabilità. Nella storia i casi di questo genere sono piuttosto frequenti (i tedeschi dovrebbero rammentare che il risentimento contro le riparazioni di guerra successive alla Prima guerra mondiale spianò la strada a Hitler) ma - si sa nelle scuole alle quali si formano gli attuali uomini della finanza la storia non ha certo il posto d’onore.
E’ essenziale che il Presidente Hollande e il cancelliere Merkel superino il livello della miopia prevalente negli ultimi mesi nell’affrontare i problemi dell’euro, nel cercare di stabilire una posizione comune che tenga conto di giustificate riserve tedesche ma anche di un quadro più generale in cui queste riserve appaiono meschine. Sarebbe uno di quei piccoli miracoli ai quali l’Unione Europea ci ha abituato se dall’incontro scaturisse una posizione comune, flessibile e ragionevole, in luogo del pericoloso dogmatismo al quale i tedeschi ci hanno abituato negli ultimi tempi.
Repubblica 16.5.12
La preghiera di Aiace
di Barbara Spinelli
Ci abituiamo talmente presto ai luoghi comuni che non ne vediamo più le perversità, e li ripetiamo macchinalmente quasi fossero verità inconfutabili: la loro funzione, del resto, è di metterti in riga. Il pericolo di divenire come la Grecia, per esempio: è una parola d´ordine ormai, e ci trasforma tutti in storditi spettatori di un rito penitenziale, dove s´uccide il capro per il bene collettivo.
Il diverso, il difforme, non ha spazio nella nostra pòlis, e se le nuove elezioni che sono state convocate non produrranno la maggioranza voluta dai partner, il destino ellenico è segnato. Lo sguardo di chi pronuncia la terribile minaccia azzittisce ogni obiezione, divide il mondo fra Noi e Loro. Quante volte abbiamo sentito i governanti insinuare, tenebrosi: «Non vorrai, vero?, far la fine della Grecia»? La copertina del settimanale Spiegel condensa il rito castigatore in un´immagine, ed ecco il Partenone sgretolarsi, ecco Atene invitata a scomparire dalla nostra vista invece di divenire nostro comune problema, da risolvere insieme come accade nelle vere pòlis.
L´espulsione dall´eurozona non è ammessa dai Trattati ma può essere surrettiziamente intimata, facilitata. In realtà Atene già è caduta nella zona crepuscolare della non-Europa, già è lupo mannaro usato per spaventare i bambini. Chi ha visto la serie Twilight zone conosce l´incipit: «C´è una quinta dimensione oltre a quelle che l´uomo già conosce. È senza limiti come l´infinito e senza tempo come l´eternità. È la regione intermedia tra la luce e l´oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l´oscuro baratro dell´ignoto e le vette luminose del sapere». Lì sta la Grecia: lontana dalle vette luminose dell´eurozona, usata come clava contro altri. L´editorialista di Kathimerini, Alexis Papahelas, ha detto prima delle elezioni: «Ci trasformeranno in capro espiatorio. Angela Merkel potrebbe punire la Grecia per meglio convincere il suo popolo ad aiutare paesi come Italia o Spagna». Il tracollo greco è «un´opportunità d´oro» per Berlino e la Bundesbank, secondo l´economista Yanis Varoufakis: nell´incontro di oggi tra la Merkel e Hollande, l´insolvenza delle Periferie europee (Grecia, e domani Spagna, Italia) «sarà usata per imporre a Parigi le idee tedesche su come debba funzionare il mondo». Agitare lo spauracchio ellenico è tanto più indispensabile, dopo la disfatta democristiana in Nord Reno-Westfalia e il trionfo di socialdemocratici e Verdi, pericolosamente vicini a Hollande. La speranza è che Berlino intuisca che la sua non è leadership, ma paura di cambiare paradigmi.
Può darsi che la secessione greca sia inevitabile, come recita l´articolo di fede, ma che almeno sia fatta luce sui motivi reali: se c´è ineluttabilità non è perché il salvataggio sia troppo costoso, ma perché la democrazia è entrata in conflitto con le strategie che hanno preteso di salvare il paese. Nel voto del 6 maggio, la maggioranza ha rigettato la medicina dell´austerità che il Paese sta ingerendo da due anni, senza alcun successo ma anzi precipitando in una recessione funesta per la democrazia: una recessione che ricorda Weimar, con golpe militari all´orizzonte. Costretti a rivotare in mancanza di accordo fra partiti, gli elettori dilateranno il rifiuto e daranno ancora più voti alla sinistra radicale, il Syriza di Alexis Tsipras. Anche qui, i luoghi comuni proliferano: Syriza è forza maligna, contraria all´austerità e all´Unione, e Tsipras è dipinto come l´antieuropeista per eccellenza.
La realtà è ben diversa, per chi voglia vederla alla luce. Tsipras non vuole uscire dall´Euro, né dall´Unione. Chiede un´altra Europa, esattamente come Hollande. Sa che l´80 per cento dei greci vuol restare nella moneta unica, ma non così: non con politici nazionali ed europei che li hanno impoveriti ignorando le vere radici del male: la corruzione dei partiti dominanti, lo Stato e il servizio pubblico servi della politica, i ricchi risparmiati. Tsipras è la risposta a questi mali – l´Italia li conosce – e tuttavia nessuno vuol scottarsi interloquendo con lui.
Neanche Hollande ha voluto incontrare il leader di Syriza, accorso a Parigi subito dopo il voto. E avete mai sentito le sinistre europee, che la solidarietà dicono d´averla nel sangue, solidarizzare con George Papandreou quando sostenne che solo europeizzando la crisi greca si sarebbe trovata la soluzione? Chi prese sul serio le parole che disse in dicembre ai Verdi tedeschi, dopo le dimissioni da Primo ministro? «Quello di cui abbiamo bisogno è di comunitarizzare il nostro debito, e anche i nostri investimenti: introducendo una tassa europea sulle transazioni finanziarie, e sulle energie che emettono biossido di carbonio. E abbiamo bisogno di eurobond per stimolare investimenti comuni». L´idea che espose resta ancor oggi la via aurea per uscire dalla crisi: «Agli Stati nazionali il rigore, all´Europa le necessarie politiche di crescita».
La parole di Papandreou, ascoltate solo dai Verdi, caddero nel vuoto: quasi fosse vergognoso oggi ascoltare un Greco. Quasi fosse senza conseguenze, l´ebete disinvoltura con cui vien tramutato in reietto il Paese dove la democrazia fu inaugurata, e le sue tragiche degenerazioni spietatamente analizzate. Sono le degenerazioni odierne: l´oligarchia, il regno dei mercati che è la plutocrazia, la libertà quando sprezza legge e giustizia.
Naturalmente le filiazioni dall´antichità son sempre bastarde. Anche la nostra filiazione da Roma lo è. Ma se avessimo un po´ di memoria capiremmo meglio l´animo greco. Capiremmo lo scrittore Nikos Dimou, quando nei suoi aforismi parla della sfortuna di esser greco: «Il popolo greco sente il peso terribile della propria eredità. Ha capito il livello sovrumano di perfezione cui son giunte le parole e le forme degli antichi. Questo ci schiaccia: più siamo fieri dei nostri antenati (senza conoscerli) più siamo inquieti per noi stessi». Ecco cos´è, il Greco: «un momento strano, insensato, tragico nella storia dell´umanità». Chi sproloquia di radici cristiane d´Europa dimentica le radici greche, e l´entusiasmo con cui Atene, finita la dittatura dei colonnelli nel 1974, fu accolta in Europa come paese simbolicamente cruciale.
Il non-detto dei nostri governanti è che la cacciata di Atene non sarà solo il frutto d´un suo fallimento. Sarà un fallimento d´Europa, una brutta storia di volontaria impotenza. Sarà interpretato comunque così. Non abbiamo saputo combinare le necessità economiche con quelle della democrazia. Non siamo stati capaci, radunando intelligenze e risorse, di sormontare la prima esemplare rovina dei vecchi Stati nazione. L´Europa non ha fatto blocco come fece il ministro del Tesoro Hamilton dopo la guerra d´indipendenza americana, quando decretò che il governo centrale avrebbe assunto i debiti dei singoli Stati, unendoli in una Federazione forte. Non ha fatto della Grecia un caso europeo. Non ha visto il nesso tra crisi dell´economia, della democrazia, delle nazioni, della politica. Per anni ha corteggiato un establishment greco corrotto (lo stesso ha fatto con Berlusconi), e ora è tutta stupefatta davanti a un popolo che rigetta i responsabili del disastro.
Le difficoltà greche sono state affrontate con quello che ci distrugge: con il ritorno alle finte sovranità assolute degli Stati nazione. È un modo per cadere tutti assieme fuori dall´Europa immaginata nel dopoguerra. Ci farà male, questa divaricazione creatasi fra Unione e democrazia, fra Noi e Loro. La loro morte sarebbe un po´ la nostra, ma è un morire cui manca il conosci te stesso che Atene ci ha insegnato. Non è la morte greca che Aiace Telamonio invoca nell´Iliade: «Una nebbia nera ci avvolge tutti, uomini e cavalli. Libera i figli degli Achei da questo buio, padre Zeus, rendi agli occhi il vedere, e se li vuoi spenti, spegnili nella luce almeno».
Repubblica 16.5.12
Atene, metà dei poliziotti anti-sommossa ha votato per il partito nazionalsocialista
ATENE - La Grecia uscita solo 37 anni fa dall´incubo dei Colonnelli ha visto rispuntare nelle urne del 6 maggio l´attrazione fatale delle sue truppe scelte per l´estrema destra. Incarnata questa volta dalle teste rasate di Chrysi Avgi (Alba d´oro), il partito nazional-socialita entrato in Parlamento con il 6,97% dei voti e 21 seggi. Il 50% dei poliziotti anti-sommossa di Atene, quelli che si scontrano quotidianamente con gli anarchici di Exarchia, hanno votato per il movimento guidato da Nikos Michaliolakos. L´uomo, tanto per dare un´idea, che in un´intervista di queste ore ha spiegato che «le camere a gas nei campi di concentramento sono una bugia. E i forni crematori pure». A fare i conti in tasca alle preferenze politiche dei nuclei scelti ellenici è stato il quotidiano Ta Vima, andando a curiosare nei seggi dall´800 all´816 nella circoscrizione di Atene. Quelli vicini alle caserme dei poliziotti del Mat. In tutti e 17, Chrysi Avgi ha fatto saltare il banco, ottenendo da un minimo del 18,6% a un massimo del 23,6%. Siccome gli uomini in uniforme che hanno votato nei seggi erano solo il 30%, più o meno la metà di loro - ha stimato Ta Vima - ha scelto Chrysi Avgi.
Ai poliziotti, evidentemente, piacciono, piacciono i metodi un po´ spicci dei giovani dell´estrema destra di Alba d´Oro. Accusati di organizzare vere e proprie squadracce per picchiare emigranti clandestini e militanti della sinistra ateniese. «Non è vero - si difende il fondatore Theodorso Koudounas - . Ma il milione di stranieri in Grecia sono un problema da risolvere. Dobbiamo prenderli e rispedirli a casa, mettendo mine anti-uomo alla frontiera per evitare che ritornino». Magari i poliziotti antisommossa potranno dare una mano.
(e.l.)
l'Unità 16.5.12
Il Pdl vuole la libertà di falso in bilancio
Anticorruzione e falso in bilancio. L’assalto del Pdl
Il blitz in commissione. Passa un emendamento per la depenalizzazione del reato, per non cambiare le norme varate dal governo Berlusconi Pd e Idv si ribellano. Severino: «Rimedieremo»
di Maria Zegarelli
ROMA Si disintegra in Commissione Giustizia la strana maggioranza di governo. Pd e Pdl su fronti opposti: si discute del ddl anticorruzione e di falso in bilancio. Distanze siderali. Il Pdl cerca di assestare gli ultimi colpi di coda, avvia l’ostruzionismo sul ddl anticorruzione e poi poco più tardi assesta un colpo mortale al reato di falso in bilancio lasciando di fatto tutto come è. Pd e Idv, per la prima volta dalla nascita del governo Monti, salgono insieme sulle barricate mentre Fabrizio Cicchitto osserva e stupefatto commenta che «non è accettabile che esistano di fatto due maggioranze, una fra Pdl, Pd e Terzo polo sulle questioni economiche e sociali e altri temi; e un altro schieramento fra Pd, Idv ed eventualmente altre forze sulla giustizia, il falso in bilancio».
La bagarre in Commissione inizia con la discussione sul ddl anticorruzione quando il Pdl inizia a fare ostruzionismo dilatando i tempi al punto che in un’ora e mezza di discussione viene votato e bocciato soltanto un sub emendamento, firmato Pdl contrario all’aumento della pena minima per il peculato così come previsto dal ministro Severino a 4 anni. L’obiettivo, denunciano dal Pd, è quello di prendere tempo, non concludere nulla e dunque arrivare in Aula con il testo del Senato, firmato Alfano. Il clima si surriscalda, «vergogna», urlano da Fli, «becero ostruzionismo», secondo Antonio Di Pietro. «Un fort apache di giustizialisti», tuona l’azzurro Paolo Sisto. Donatella Ferranti, capogrupppo Pd in Commissione, dice che pur di arrivare in Aula il 28 maggio si lavorerà anche in notturna, intanto la seduta è rinviata a domani.
Si riparte con il falso in bilancio e sono di nuovo scintille. Per errore, fraintendimento o cosa altro? Passa (anche con i voti di Udc e Fli) l’emendamento presentato da Manlio Contento del Pdl sulla depenalizzazione e per il quale il sottosegretario alla Giustizia annuncia parere positivo del governo. Pd e Idv indicono una conferenza stampa insieme per denunciare la gravità di quanto appena accaduto: il governo ha dato parere positivo all’emendamento di Contento e a quello dell’Idv e del Pd di contenuto opposto. È stato proprio quel parere positivo illustrato dal sottosegretario Salvatore Mazzamuto, spiegano subito dopo Roberto Rao dell’Udc e Angela Napoli (Fli) ad aver generato confusione e ad averli spinti a votare a favore. «Sono stato tratto in inganno», dice il centrista, «è stato un errore» confessa la deputata Fli. Entrambi annunciano che in Aula voteranno per il ripristino del reato di falso in bilancio. Ma la frittata è fatta. «Vogliamo stigmatizzare la coincidenza per cui nel momento in cui è assente il ministro Severino dice Donatella Ferranti, capogruppo Pd in commissione si è realizzata una caduta pesante di coerenza del governo che ha portato a uccidere la riforma del falso in bilancio». Quanto al sottosegretario, «incoerente e contraddittorio il suo atteggiamento: non si possono dare due pareri favorevoli su due emendamenti opposti». Mazzamuto si tira fuori: «Mi sono limitato a dare i pareri formulati dall’ufficio legislativo. Per il resto si parli con il ministro». Di Pietro è furibondo: «Il governo dica se vuole ripristinare il falso in bilancio oppure no». Il responsabile Pd Giustizia, Andrea Orlando commenta: «In questo passaggio fondamentale è mancata a dir poco la regia del governo».
IL MINISTRO: CAMBIEREMO IN AULA
Il ministro Paola Severino precisa: «Al sottosegretario erano state fornite dall’ufficio legislativo tutte le schede necessarie a fornire i pareri agli emendamenti presentati. In particolare quanto all’emendamento Contento, l’Ufficio legislativo, su indicazione del ministro, ha fornito un parere favorevole solo al limite massimo di pena e dunque contrario quanto alla restante parte dell’emendamento». Conclusione: la formula non era in contraddizione con il parere positivo agli altri emendamenti. Quindi, «se errore c’è stato, nel senso che il sottosegretario Mazzamuto non ha letto per intero la scheda fornitagli, si porrà rimedio in aula». Ancora Cicchitto: «Inaccettabile una eventuale sconfessione del sottosegretario». «La reintroduzione del falso in bilancio ricorda Ferranti è un impegno che il nostro Paese ha preso in sede internazionale e che non può essere disatteso».
La Stampa 16.5.12
Rinvio del voto sul dimezzamento dei soldi ai partiti
Democratici infuriati, timori sul boomerang ai ballottaggi
di Carlo Bertini
ROMA Quando ieri mattina è stato informato, Bersani ha fatto un salto sulla sedia, «si è inalberato parecchio», racconta chi ci ha parlato. E infatti in serata a Porta a Porta il leader Pd ha alzato la voce: «Se la settimana prossima non c’è il dimezzamento del finanziamento ai partiti mi sentono!». Eh sì, il rinvio di un voto così atteso al 22 maggio è stata una mossa non gradita a molti nel Palazzo. Giustificato dai regolamenti che impongono 24 ore di pausa prima del voto di fiducia sul decreto per le banche; e dalla considerazione che fosse meglio far slittare una discussione così complessa dopo i ballottaggi, questo slittamento, secondo molti a destra e sinistra, avrebbe dovuto essere evitato. «Si poteva anticipare a questa settimana almeno il varo dell’articolo 1 che dimezza i rimborsi elettorali», ammette un altro dirigente del Pd e il concetto ricorre tra peones e graduati a destra e sinistra, preoccupati dell’effetto boomerang sui consensi pro-Grillo che lievitano ogni giorno nei sondaggi.
Fatto sta che ieri a creare tensione sulla legge che dimezza i rimborsi ai partiti ha contribuito pure la Ragioneria dello Stato. Che nel dare un parere al testo della Commissione ha certificato che si può parlare di dimezzamento solo per il 2012, con i rimborsi tagliati da 182 a 91 milioni di euro. Ma non a regime: nel 2015, quando la spesa era già previsto scendesse a 141 milioni, il risparmio si fermerà a 50 milioni, perché bisogna tener conto dei tagli progressivi introdotti dalle ultime manovre sugli stessi contributi. E poi la Ragioneria, che già aveva bocciato la detrazione fiscale al 38% dei contributi privati fino a 10 mila euro, ha bocciato pure la nuova versione con il 27% di sconto fiscale. La copertura dei costi dovuti all’aumento delle detrazioni per Onlus e partiti dal 19 al 27% sarebbe onerosa, va abbassata al 26%. Ed è partita così una guerra di cifre con i relatori. «Non si capisce come sia possibile che se l’aliquota fosse del 26% le detrazioni per le onlus possano costare 33 milioni di euro l’anno e quelle per i partiti 6 milioni, mentre se fissate al 27% dovrebbero costare 53 milioni...», si è infervorato Calderisi del Pdl. «Vogliamo chiarimenti dal governo», ha alzato il tiro il suo collega Bressa del Pd. E gli effetti di queste frizioni fanno gongolare le opposizioni che chiedono l’azzeramento dei rimborsi: «Alla faccia della velocità con cui la maggioranza ha propagandato questo provvedimento, i relatori ancora oggi hanno presentato una ventina di emendamenti al testo già trasmesso all’aula», attacca il leghista Pierguido Vanalli.
E se il taglio della spesa per i partiti tiene banco, non meno alta è l’attenzione sul taglio della spesa per la pubblica amministrazione. La spending review del governo, annuncia Patroni Griffi, interverrà anche sulla spesa sanitaria, sulle consulenze e sulle auto blu, per assicurare «risparmi certi entro l’estate ed evitare l’aumento di due punti dell’Iva». Sulle auto blu già si è calcolato un risparmio di 350 milioni di euro, la spesa per consulenze per il 2012 non potrà superare del 20% quella del 2009. «Ma visto che non tutte le amministrazioni mandano i dati l'idea è quella di istituire una task force con Corte dei conti, Ispettorato delle Finanze, Ispettorato della Funzione pubblica per verificare la correttezza dei dati per capire perché alcune amministrazioni non li hanno mandati».
il Fatto 16.5.12
Il fantasma dell’uguaglianza
di Paolo Flores d’Arcais
Sta per arrivare in libreria “Democrazia! - Libertà privata e libertà in rivolta” di Paolo Flores d’Arcais, concepito come un prontuario delle antinomie (Democrazia e legalità, Democrazia e verità, Democrazia e ateismo, Democrazia e illuminismo di massa, Democrazia e denaro, Democrazia e uguaglianza, Democrazia e morale, Democrazia privata, Democrazia e rivolta). Anticipiamo un passo del capitolo dedicato all'eguaglianza.
Tutti conoscono il motteggio infantile che recita «se mia nonna avesse un trolley sarebbe un tram». Troppi liberisti scambiano questo scherzo per un ragionamento: «se tua nonna avesse un trolley sarebbe libera di essere un tram» ha infatti l’identica struttura logica di «se tua nonna avesse i miliardi adeguati sarebbe libera di fondare la Fiat». Ma tua nonna ha il trolley? Se non lo ha, quella libertà è una irridente boutade, come sa perfettamente il bambino che la pronuncia e che scopre così precocemente l’ipotetica del terzo tipo o dell’irrealtà. Nessuno di noi è libero di fondare la Fiat. E portare in contrario le leggendarie imprese di chi «si è fatto da sé» mantiene il discorso nel girone dell’apologia anziché della logica, poiché in ogni ramo imprenditoriale l’Henry Ford o lo Steve Jobs di turno rappresenta il momento magico irripetibile di un «nuovo inizio», cui seguirà la normalità strutturale che vedrà invece l’imprescindibilità del trolley miliardario.
(…)
DI QUALI risorse ho bisogno per essere libero di fondare un giornale, una radio, una tv? Che libertà ho di praticare il «rischio di impresa» se non possiedo il necessario conquibus da arrischiare, o l’equivalente credito della banca? È dunque perfettamente liberista, ma prende sul serio la logica, l’articolo 3 della nostra Costituzione, che al secondo capoverso recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economica e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Che proprio tale articolo suoni affetto da socialismo al delicato udito di qualche liberale, ci dice solo come il privilegio di classe sia pronto a spingersi fino all’odio per la logica. (…)
La diseguaglianza, insomma, non va da sé, deve essere giustificata. E il liberale (non ancora ingaglioffito a liberista) può giustificarla solo qualora l’eguaglianza impedisca la «critica dell’esistente». Benedetto Croce – il maestro di libertà che per timore dei «rossi» preferì avallare il fascismo, dunque un liberale moderatissimo che «diede per viltade il grande assenso» – riconoscerà che il liberalismo non ha «legame di piena solidarietà con il capitalismo o con il liberismo economico o sistema economico della libera concorrenza, e può ben ammettere svariati modi di ordinamento della proprietà e di produzione della ricchezza, con il solo limite … che nessuno [di essi] … impedisca la critica dell’esistente». La libertà liberale è perfettamente compatibile con politiche di limitazione anche radicale del diritto di proprietà (a cominciare dall’azzeramento della trasmissibilità ereditaria delle ricchezze), purché non incidano sulla capacità critica complessiva dei cittadini nei confronti dei poteri costituiti. Un liberale che non abbia in uggia la logica concluderà perciò con Rousseau: «È proprio perché la forza delle cose tende sempre a distruggere l’eguaglianza, che la forza della legislazione deve sempre tendere a mantenerla». Invece, sempre più spesso, il cittadino è costretto ad ascoltare inverosimili analogie tra «mercato politico» e «mercato economico» (…)
METAFORE tipo «azienda Italia» possono perciò affiorare alla mente solo laddove ogni sinapsi sia satura di pulsione totalitaria. Del resto, il liberale Tocqueville già metteva in guardia (…): «È facile scorgere nei ricchi un grande disgusto per le istituzioni democratiche del loro Paese». (…) Se mettiamo in fila quanto fin qui acquisito, siamo costretti a concludere che la democrazia è in conflitto permanente col liberismo, poiché quest’ultimo, lasciato al suo istinto, è portato inguaribilmente all’aggressione contro ogni presupposto e conseguenza dell’eguale sovranità e dell’autonomia del ciascuno. Senza l’azione inesausta della politica per vincolare il capitale agli imperativi dell’eguale libertà civica, il liberismo conclude nella soppressione della democrazia. A questo punto scatta puntuale la geremiade d’ordinanza: ma con questi discorsi si finisce nel comunismo! Sì e no (soprattutto no). «Pretendere di arrivare a una perfetta eguaglianza nella distribuzione dei poteri di governo mi pare tanto assurdo … quanto è pernicioso in pratica il comunismo», sosteneva in effetti il baronetto George Cornewall Lewis, cancelliere dello scacchiere di Lord Palmerston. «Una democrazia non truccata … è già il comunismo», sintetizza giustamente Luciano Canfora citandolo. Sia però chiaro che l’approssimazione asintotica alle eguali chance di partenza non può avere nulla a che fare con gli esperimenti di socialismo reale che troppi popoli hanno dovuto subire. La pianificazione burocratica dei regimi dell’est (…) si colloca esattamente agli antipodi dell’eguaglianza democratica. (…) La totalitaria abrogazione di ogni libertà politica è infatti già una forma – e micidiale – di diseguaglianza materiale, sociale. Che, oltretutto, fa da incubatrice alle altre. I gerarchi di partito, ciascuno nell’asimmetrica proporzione del rispettivo potere, sono infatti gli effettivi padroni del sistema produttivo, banche, industrie, terre. Tanto è vero che saranno proprio loro a trasformarsi in «legittimi» proprie-tari, quando il crollo dell’Urss e delle democrazie popolari (iterazione per occultare negazione!) suonerà l’inevitabile fanfara delle privatizzazioni e trasformerà i più lesti degli apparatchiki in «oligarchi» delle ricchezze economiche.
Repubblica 16.5.12
Se la destra sceglie Grillo
di Curzio Maltese
La crisi che si abbatte con crescente ferocia sulla vita dei cittadini europei ha avuto negli ultimi mesi un solo effetto positivo.
È il ritorno sul tavolo dell´Unione del grande assente di questi anni, la Politica. La Politica con la maiuscola, quella che da quando esistono le democrazie si fonda sulla distinzione fra una destra e una sinistra. Il voto in Francia e in Germania, nel più popoloso e decisivo degli stati federali tedeschi, la Renania settentrionale-Westfalia, ha riportato al centro del dibattito pubblico, dopo anni di ambiguità, pensiero unico e fumose «terze vie» di fuga, un´alternativa secca e concreta fra l´Europa vista da destra o da sinistra. Insomma fra un´Europa ancorata alla visione liberista dominante nell´ultimo decennio, sia pure transitata dalle promesse e dai sogni di arricchimento collettivo allo spettro di un´austerità permanente, e un´idea di Unione più equa e solidale, impegnata a rilanciare la grande invenzione democratica del Welfare nella nuova realtà del mercato globale.
Questo confronto di grandi visioni alternative fra destra e sinistra, che pareva archiviato in politica, è tornato a dividere gli elettori francesi, chiamati a scegliere fra i programmi di Hollande e Sarkozy, e promette di essere il leit motiv della prossima campagna per il cancellierato in Germania fra Angela Merkel e Hannelore Kraft. Ma non in tutta Europa la crisi ha avuto questo effetto. Nelle ultime elezioni in Grecia il confronto politico storico fra destra e sinistra si è spostato su un piano del tutto diverso. E disastroso. Il confronto in Grecia non è politico, fra una sinistra e una destra portatrici di visioni alternative, ma post o piuttosto pre politico, fra un governo «tecnico» nel quale si confondono una destra e una sinistra percepite come uguali dall´opinione pubblica, e un´opposizione altrettanto indistinta, dove un comune linguaggio populista accomuna le estreme radicali. Un quadro politico devastante che a molti e purtroppo ragionevoli pessimisti ricorda la Repubblica di Weimar.
L´Italia è oggi, come quasi sempre nella nostra storia, a un bivio, al confine fra le due Europe. La crisi economica e la parentesi del governo tecnico può rivelarsi un´occasione straordinaria per la politica italiana di riformarsi e di tornare a offrire l´anno prossimo agli elettori un´alternativa chiara fra riformismo e liberismo, sinistra e destra. Oppure può diventare il definitivo pretesto per scivolare nel caos weimariano della Grecia, l’annichilimento della politica e la ricomposizione del conflitto sociale fra un indistinto rigorismo «tecnico» e un altrettanto indistinto populismo «né di destra né di sinistra».
La nostra scelta è decisiva per il futuro di tutti. Nel treno dell´Unione, più importante di qualsiasi Tav, l´Italia è il vagone che collega la locomotiva franco-tedesca al resto dell´Europa. Staccare il vagone italiano significa porre fine al viaggio. Ora, i piccoli segnali che arrivano in questi giorni, in queste ore, dalla provincia elettorale impegnata nel ballottaggio delle amministrative, sono inquietanti. A Parma, eletta dal movimento di Grillo a Stalingrado del movimento, i grillini si starebbero organizzando a ricevere sottobanco l´appoggio del moribondo partito di Berlusconi. In linea con una campagna elettorale condotta da Grillo sul filo di un assoluto cinismo. Il proprietario del marchio 5 stelle è stato capace in queste settimane di passare dall´elogio incondizionato del governo Monti al dileggio del medesimo come «servo delle banche» e «frutto di un golpe», dall´apologia degli evasori fiscali alla difesa d´ufficio di Bossi e «family» («vittime di un complotto della magistratura»), dal corteggiamento degli xenofobi («la cittadinanza ai figli d´immigrati non ha senso») a quello della mafia. Perché tutti votano, anche evasori fiscali, leghisti delusi, xenofobi e i mafiosi. E il voto, come la pecunia, non olet. Per contro, alle truppe del berlusconismo in rotta non par vero di salire su un altro carro populista, piuttosto che rimboccarsi le maniche e costruire la vera destra liberale assente in Italia dal Risorgimento.
Sia chiaro che l´eventuale e rovinosa deriva greca dell´Italia non potrebbe essere responsabilità esclusiva dei demagoghi. Almeno al cinquanta per cento sarebbe da condividere con una sinistra che non ha trovato il coraggio di rinnovarsi, nei programmi e negli uomini, come hanno saputo fare i socialisti francesi e i socialdemocratici tedeschi dopo anni di sconfitte. Hanno, abbiamo tutti un anno di tempo. Una seconda chance, come dimostra la Grecia di oggi, non è prevista.
l’Unità 16.5.12
Ma su Israele la sinistra ha colmato ogni ritardo
di Bruno Gravagnuolo
«...ANCHE SE IL TIC DI CHIEDERE AI COMPAGNI EBREI di essere in prima fila quando c’è da attaccare Israele è ben lungi dall’essere scomparso del tutto». No, francamente a noi pare cancellato quel «tic» di cui parlava Paolo Mieli sul Corsera nel recensire il libro di Matteo Di Figlia edito da Donzelli con prefazione di Salvatore Lupo: Israele e la sinistra. Magari sopravvive in qualche anfratto della sinistra radicale dispersa, dove più o meno inconsciamente ancora possono venir sovrapposti «antisionismo» e «antisemitismo» (doppia damnatio che nasce a destra, comunque). Semmai il tic, il «crampo», è un altro, a sinistra. E sta nella domanda automatica, che ciascuno a sinistra si autorivolge, quando critica il governo di Israele: «C’è rischio di antisemitismo in questo?».
Eppure le cose dovrebbero essere chiare. E il criterio guida resta: il diritto di Israele ad esistere come «stato-nazione». Non come StatoMissione o Eretz-Israel (Grande Israele). In una col diritto allo Stato palestinese. Inficiato però di fatto ogni volta che la dirigenza palestinese non è chiara sul quesito: deve esistere Israele sicuro nei propri confini? Purtroppo su questo si è andati avanti e indietro sui due fronti, giungendo a un passo dalla soluzione più volte. Ma poi regredendo a Intifade e repressioni (e grande è la responsabilità non solo dell’ultimo Arafat ma anche di Bush jr. e di tutto il ciclo neocons).
E la sinistra? Vecchia storia...che comincia con Marx, con la Questione ebraica. Fin dall’inizio, sbagliando, si è infatti negata la questione nazionale ebraica in quanto tale. Reputandola «borghese e ristretta». E all’errore se ne aggiunse un altro, sempre in Marx: considerare gli ebrei come portatori della «mercatura e del denaro» (certo in chiave progressiva per Marx!). Si riapriva così la strada all’endiade «ebrei/denaro», strada altresì già spianata dall’antigiudaismo cristiano fin dall’alto Medioevo....
l’Unità 16.5.12
V day contro il femminicidio
I «monologhi della vagina» per dire no alla violenza
di Rossella Battisti
Iniziativa promossa da «Se non ora quando» al Quirino con i testi di Ensler recitati da uno stuolo di attrici e donne per fermare la mattanza
CHE COS’HANNO IN COMUNE L’IMPETTITA AVVOCATA PENALISTA GIULIA BONGIORNO E LA STRALUNATA ATTRICE COMICA LUNETTA SAVINO? La cantante Paola Turci e la giornalista Maria Luisa Busi o la deputata Paola Concia con Lella Costa? Unite i punti con un tratto di penna e otterrete la lettera D di donna, ovvero di V come vagina, ovvero V-day. Un giorno per ricordare, sottolineare, insistere sulla preziosa diversità della donna attraverso le testimonianze e le storie buffe e commoventi, tragiche e allegre che Eve Ensler ha raccolto ormai più di quindici anni fa. Una raccolta che ha fatto il giro del mondo a teatro e non solo -, tornata al Quirino di Roma per una serata speciale, accolta tra le braccia dell’Associazione «Se Non Ora Quando» e trasmessa a una platea partecipe e divertita dalle signore di cui sopra più tante altre, Lella Costa in testa a introdurre e chiudere.
Sono storie di «vagine», di donne, ragazzine e anziane viste dalla parte della natura, e su a risalire, a raccontare cosa significa essere il sesso represso e violentato in una società maschilista. La scrittrice newyorchese era partita nel 1996 da un rapporto dell’Onu in cui si riportava il dato inquietante che una donna su tre nel mondo avesse subito abusi. Ensler intervistò circa due-
cento donne di ogni età e razza, classe e professione a partire da quel particolarissimo punto di osservazione. Componendo quel mosaico squillante ed evocativo che è i Monologhi della vagina. Ancora oggi, manifesto insuperato nel descrivere un mondo arretrato nei comportamenti e nella mancanza di rispetto per l’altra metà del cielo.
La serata al Quirino lo riprende ed è quasi un controcanto, ironico e pungente, alla marcetta fuori tempo del giorno prima che,
sempre a Roma, capeggiata da Alemanno inneggiava all’abolizione della 194 e alle «donne assassine». Ma dove? Ma quando? I dati in Italia parlano chiaro, parlano male di maschi che odiano le donne. Le battono, le soffocano, le uccidono per impedir loro di non essere semplici oggetti di proprietà, ma persone dotate di pensieri ed emozioni. Di libertà, soprattutto. Anche quando si tratta di prendere decisioni gravi e severe sul proprio corpo.
Il tam tam mediatico funziona e il foyer del Quirino si riempie di ragazze di ogni età, in fila sventagliata davanti al botteghino. La maggior parte ha prenotato ed è lì solo per ritirare i biglietti per sé e per le amiche. Questo è uno spettacolo dove non si viene da sole: si solidarizza, si fa gruppo. Le mamme portano le figlie. E le nonne le amiche di gioventù. C’è anche qualche uomo sparuto, compagni di vita in versione dimessa e mansueta. Pochi i ragazzi, invece, forse messi in soggezione dalla prevalenza del femminino.
UN PALCO DIPINTO DI ROSSO
Cessato il brusio degli ingressi, il palco si accende di rosso con due schiere di donne sedute a semicerchio dirette dalla regia discreta e minimalista di Franza di Rosa. Davanti i leggii e i microfoni, arnesi del mestiere base per quella che diventa quasi seduta di autocoscienza. L’articolo di Sofri che commenta amaro i dati del femminicidio e che Lella Costa ricorda in apertura. Gli stupri come feroce arma di guerra in Bosnia e in Congo a cui sono dedicati monologhi come aghi di ghiaccio che si conficcano nell’anima. O pagine malinconiche, rimpianti di passioni umiliate come quella che interpreta, ironica e saggia, Lucia Poli di una vecchia signora a proposito del suo «là sotto», che dopo un paio di risvegli insurrezionali è stato chiuso «in cantina» per sempre. Paola Turci intona il canto triste delle violenze subite, Paola Concia e Giulia Bongiorno snocciolano dati. E su tutte si fa strada la strabordante simpatia di Marina Confalone, intenta a mimare l’alfabeto del piacere femminile. Altro che Harry e Sally, il campionario di gemiti e ululati, fermenti di piacere, le serpeggianti vocali lussuriose che modula la voce di Marina fanno due baffi all’orgasmino di Meg Ryan al tavolo del ristorante. Per favore, bis!
Corriere 16.5.12
La sanzione morale della Fao contro l'iniqua incetta di terre
di Giulio Sapelli
Nel primo trimestre del 2012, ben 2,5 milioni di ettari sono stati ceduti dalle comunità locali a grandi imprese multinazionali cinesi, brasiliane, francesi, inglesi, danesi, svedesi, nord americane, quatarine e thailandesi. Se si considera il periodo che va dal 2007 al 2011, nelle aree dell'Africa sub-sahariana, del Sud America, dell'Australia e dell'Oceania, le vendite o le espropriazioni sono avvenute per ragioni che le statistiche classificano come «alimentari» (il 52%), la coltivazione di colture per la produzione di bio-carburanti (20%) e, infine, l'allevamento (l'8%).
L'area sub-sahariana è quella più interessata da questo irrompere del mercato capitalistico: gli acquisti di terre sono stati il 54% di tutte le transazioni mondiali, connotando in modo esplicito il ruolo svolto in questo fenomeno dalla Cina, che mira chiaramente al dominio del continente africano. Segue a lunga distanza l'Oceania, con il 9,5% e l'America del Sud, con il 9,4%. Insomma, un fenomeno enorme, che per la prima volta nella storia la Fao (Organizzazione delle Nazioni unite per l'agricoltura e l'alimentazione) ha affrontato per le rilevanti implicazioni che esso ha sui regimi alimentari dei popoli più poveri del pianeta. I 124 Paesi che fanno parte del Comitato per la sicurezza mondiale alimentare hanno adottato all'unanimità una risoluzione che mira a raggiungere una sorta di «regolazione globale della globalizzazione» in merito alle transazioni fondiarie. L'accordo è stato firmato venerdì 11 maggio a Roma. Sono stati due anni di negoziazione e di discussione e di ricerca accanita. Il documento redatto dovrebbe regolare le transazioni non solo dei terreni coltivabili, ma altresì delle foreste e delle aree di pesca nel mondo.
Tutto ha avuto inizio dalle accese proteste delle popolazioni più povere del pianeta e di quelle più legate alla risorse naturali per il loro sostentamento. Esse da circa un decennio hanno visto via via aumentare a dismisura la pressione diretta a far sì ch'esse abbandonassero le loro terre per un misero compenso, oppure addirittura attraverso atti di vera e propria espropriazione, non potendo opporre resistenza legale agli espropriatori, non possedendo una documentazione scritta del possesso medesimo. Le regole di un diritto ancestrale, agnatico e secolare comunitario si scontravano e si scontrano con lo scambio mercantile tipico dell'economia monetaria capitalistica, che distrugge i diritti non scritti e consuetudinari con una violenza spesso inaudita. D'ora innanzi sia gli Stati sia le imprese che non rispetteranno tali diritti arcaici e non scritti, così come le consuetudini colturali delle popolazioni che sono confinanti con le terre espropriate, verranno sanzionati. Solo moralmente, tuttavia, perché le regole adottate sono volontarie e non compulsive. Non sono previste, infatti, sanzioni se non morali; ma questo è di già, nonostante tutte le limitazioni, un grande risultato perché per la prima volta 124 Stati hanno firmato un documento che auspica un corretto comportamento reputazionale degli attori economici grazie al rispetto del diritto consuetudinario, invitando a consultare e a informare e a negoziare con le popolazioni locali, con l'assistenza dei tecnici della Fao e dei suoi comitati. Si obietterà che molte nazioni hanno firmato l'accordo perché nessuna sanzione è prevista. Ma ciò è vero solo in parte: in giudizio l'accordo potrà essere fatto valere come un elemento di forte difesa dei diritti delle popolazioni offese. Certo esse dovranno organizzarsi e darsi una rappresentanza politico-giuridica. Si potranno in tal modo costruire dei catasti della proprietà fondiaria in ogni angolo della terra e creare in tal modo una società civile in grado di far valere le regole del commercio regolato dalla legge e non dalla violenza.
Termina l'epoca della brutalità senza freni che ha dominato le transazioni fondiarie sì in lontane parti del mondo, ma anche in aree a noi più vicine. Un lungo cammino vero il diritto scritto sta per concludersi. Per questo l'accordo di Roma è storico ed è simbolicamente rilevante ch'esso sia stato firmato nella patria di tutti i diritti di proprietà: quello romano.
Repubblica 16.5.12
Nel 2011 le vendite delle Ferrari sono più che raddoppiate rispetto all’anno precedente.
La nuova passione Rossa della Cina
di Marco Mensurati
Prevista una versione speciale Una mostra a Shanghai celebra il rapporto tra la terra del Dragone e il Cavallino che lì conquista sempre più ragazzi
Chi guida Ferrari in Asia è giovane e spesso donna Mentre in Italia l´età media si alza
A un certo punto, a Maranello, se la sono vista brutta. È successo pochi giorni fa quando, a Nanchino, un collaboratore esterno della Ferrari ha scatenato un caso diplomatico. Alla vigilia dell´esibizione per il lancio di un nuovo modello (la 458 Italia) sul mercato cinese, il suddetto collaboratore ha pensato bene di improvvisarsi pilota acrobatico e ha cominciato a sgommare sulle mura antiche della città, ricoprendo un monumento risalente alla dinastia Ming con le tracce dei copertoni.
Lì per lì le reazioni sono state violente, in molti hanno protestato. Poi però la situazione è rientrata: la Ferrari ha chiesto scusa, ha fatto immediatamente restaurare il monumento e, con il monumento, anche il rapporto con quello che rappresenta il "secondo mercato" mondiale per la vendita delle sue auto (dopo gli Usa). Perché in Cina, da qualche anno a questa parte, imprenditori e uomini d´affari sono impazziti per le Rosse.
Ora, l´incidente di Nanchino difficilmente potrà alterare l´appeal della casa automobilistica del cavallino sul mercato cinese. Anzi, c´è chi scommette che prima o poi avverrà anche il "sorpasso", e cioè che la Ferrari riuscirà a vendere più macchine in Cina che in America. A questo sorpasso, se mai avverrà, contribuirà certamente anche la mostra che si aprirà venerdì nell´ex padiglione italiano dell´Expo di Shanghai, un allestimento di 900 metri quadrati richiesto ai vertici di Maranello espressamente dalle autorità cinesi per celebrare la ricorrenza dei 20 anni dallo sbarco rosso nel paese. La prima Ferrari "con gli occhi a mandorla" fu ordinata nel 1992, era un 348 ts e finì a un miliardario di Pechino. In pochi, allora, se ne accorsero ma quell´ordine fu l´inizio di una storia d´amore. Nel 2011 la casa italiana ha venduto in quell´area 777 macchine (+62 per cento rispetto al 2010) e adesso, per omaggiare i suoi clienti locali, ha pensato bene anche di proporre una versione speciale della 458 Italia, verniciata nel nuovo colore «Rosso Marco Polo». Sul cofano di questa vettura - che verrà prodotta con un´"edizione" limitata di 20 esemplari - comparirà un "longma" (un animale mitologico, metà dragone e metà cavallo) stilizzato. «Il dragone - spiegano da Maranello - simboleggia la cultura cinese mentre il cavallino richiama al nostro simbolo che, per altro, secondo uno studio del Politecnico di Milano è l´unico marchio riconosciuto dai cinesi come "italiano" e non confuso con altri». Il binomio Ferrari-Italia rimarrà esposto per tre anni a Shanghai: in mostra ci saranno alcune delle migliori collezioni del Museo Ferrari. La mostra è divisa in cinque aree tematiche: "Ferrari in Cina", "Prodotto", "Design", "Corse" e "Green Technology" con le ultime novità della casa di Maranello.
La scelta ha un´importante valenza politica, visto che rappresenta una vetrina eccezionale per il "made in Italy". Ma è evidente che potrebbe essere molto interessante il ritorno commerciale. Il mercato cinese ha infatti una particolarità molto ben definita rispetto a tutti gli altri nel mondo: l´età dei clienti. Chi guida Ferrari in Asia è giovane, ha spesso meno di quarant´anni mentre nel resto del mondo quasi sempre questa soglia è ampiamente superata. Inoltre, altro fatto singolare, vi è un´importante rappresentanza della clientela di donne con un profilo particolarmente elevato: sono imprenditrici e professioniste di successo. E amano la Ferrari.
Corriere 16.5.12
«Mein Kampf» in libreria. Divieto sconfitto dalla rete
risponde Sergio Romano
Dal 2016 il Mein Kampf sarà libro di testo in tutte le scuole tedesche, poiché, a fine 2015, il ministero delle Finanze tedesco perderà tutti i diritti su questo testo. Sembra che il ministro Soeder, voglia diffondere un testo commentato per evitare il proliferare dei libri commerciali. Vorrebbe naturalmente far capire a quali conseguenze catastrofiche ha condotto questa ideologia e quali assurdità sono contenute in questo testo. Apprezzerei molto una sua cortese risposta a due semplici domande, la prima: da chi fu ispirato il Führer, quanto alla formulazione del concetto di nazione, dell'antisemitismo e dell'apologia della guerra e della violenza come culto della forza? La seconda: come arrivò a quello che fu il pensiero politico e lo sviluppo del programma del partito?
Salvatore D'Acri
Caro D'Acri,
È possibile che la pubblicazione del libro, nell'edizione proposta dalle autorità bavaresi, serva per l'appunto a dare una risposta alle sue domande. Parecchi anni fa un editore italiano mi chiese se vi fossero testi politici del XX secolo che sarebbe stato utile ripubblicare. Risposi suggerendo Mein Kampf. Naturalmente occorreva una introduzione per ricordare al lettore quale importanza il delirante libro di Hitler abbia avuto nella storia mondiale. E occorreva smontarlo, un pezzo alla volta, per comprendere dove Hitler fosse andato a cercare gli ingredienti delle sue teorie sulla razza e sulla «missione» del Reich tedesco. L'editore sorrise, mi ringraziò per il consiglio e, beninteso, non ne fece nulla.
Per più di mezzo secolo Mein Kampf è stato dannato e bandito. Lo Stato della Baviera, proprietario dei diritti del libro dal giorno in cui, dopo la fine della guerra, aveva confiscato la sua casa editrice (Eher-Verlag), si è battuto tenacemente per evitarne la ristampa e la circolazione. Alcuni Paesi, come la Francia, hanno promulgato una legge che prevede un'azione penale contro l'eventuale editore o stampatore.
Il guaio, caro D'Acri, è che questo libro proibito ha avuto nel corso degli ultimi decenni parecchie centinaia di edizioni più o meno clandestine. Più recentemente è apparso sulla rete e può essere letto o scaricato da parecchi siti. Per molti aspetti la vicenda di Mein Kampf conferma il potere di Internet e dimostra quanto sia difficile porre limiti alla sua straordinaria capacità di trasmettere notizie, informazioni, sentimenti. Il fenomeno è preoccupante quando la rete è usata da pedofili, criminali, truffatori. Ma si è rivelato utilissimo per i dissidenti dei regimi autoritari o totalitari.
Anche prima di Internet, comunque, qualcuno pensava che la lettura di Mein Kampf fosse utile. Come è stato ricordato recentemente dal Wall Street Journal, Churchill, nella sua storia della Seconda guerra mondiale, scrisse che il libro permetteva di meglio comprendere le strategie naziste, e aggiunse: «È un nuovo Corano, fatto di fede e di guerra, ampolloso, verboso, informe, ma impregnato del suo messaggio». Non credo che l'uomo di Stato britannico manifestasse con la parola Corano un pregiudizio antimusulmano. Nella prefazione all'edizione americana del libro, apparsa nel 1939, Mein Kampf veniva definito il «Vangelo nazista». In ambedue i casi Corano e Vangelo erano espressioni «scorrette», ma metafore utili per mettere in evidenza il fanatismo religioso da cui il libro di Hitler è permeato.
Corriere 16.5.12
Eschilo e la maledizione dei presagi inascoltati
La reggia di Agamennone trasuda sangue
di Paola Casella
Fin dai primi versi, l'Agamennone è una tragedia annunciata. Primo elemento dell'Orestea di Eschilo, l'unica trilogia del teatro greco classico ad esserci stata tramandata nella sua interezza, l'Agamennone si sviluppa attraverso la realizzazione di una sequenza di presagi, e l'essenza tragica del testo sta proprio nell'incapacità degli uomini, pur abbondantemente avvertiti, di sfuggire al loro destino. Non a caso il personaggio più drammatico dell'opera è Cassandra, la profetessa condannata a non essere creduta.
Le prime parole della tragedia sono quelle di una sentinella che da un anno aspetta la notizia della caduta di Troia: e lo fa «sdraiato sulle braccia alla maniera di un cane», chiedendo agli dèi di liberarlo dalla fatica di una veglia che sembra interminabile, ma ignorando che il ritorno in patria di Agamennone dopo la vittoria sui Troiani sarà l'inizio della sua fine.
Il vincitore trova ad aspettarlo a casa la moglie Clitemnestra, che lo accoglie apparentemente a braccia aperte. Ma le parole della regina sono ambigue e ricche di doppi sensi, poiché Clitemnestra cova propositi di vendetta: non perdona al marito di avere sacrificato la loro bellissima figlia Ifigenia per ottenere dagli dèi venti favorevoli.
Eschilo descrive Agamennone come un sovrano saggio e morigerato, non insuperbito dalla vittoria ma al contrario stanco di guerra, e desideroso di tornare a governare il suo popolo con equilibrio e oculatezza. Ma Clitemnestra sa come ottenebrare il suo giudizio, spingendolo a celebrare il proprio ritorno su drappi rossi che sono già un presagio di morte, anticipatori della «pioggia di sangue» di cui parlerà più avanti Cassandra.
L'atmosfera lugubre e la tensione dolorosa permeano tutta la narrazione, che procede inesorabile verso il proprio compimento tragico, concretizzando la maledizione scagliata sulla casa di Agamennone che proseguirà il suo percorso di distruzione nei successivi tre elementi dell'Orestea, le Coefore e le Eumenidi, quando Oreste, il figlio più piccolo (l'unico maschio) di Agamennone e Clitemnestra, vendicherà il padre uccidendo la madre e il suo amante, Egisto. Un'ira che acceca tutti i protagonisti, una «follia di vicendevoli omicidi» che non si placa finché non ha completato il suo percorso.
Agamennone è stato cieco e sordo alle suppliche della figlia Ifigenia, la cui uccisione è descritta da Eschilo in toni strazianti: «Le grida con cui chiamava il padre e l'età virginale in nessun conto tennero i capi avidi di guerra», ricorda il coro, e a nulla vale lo sguardo disperato che Ifigenia lancia al «padre amato». Nella vendetta di Clitemnestra non c'è solo la disperazione di una madre, ma anche la rabbia contro l'insensatezza di un uomo che «tollerò di farsi sacrificatore della figlia come aiuto ad una guerra che puniva il ratto di una donna», un riferimento all'«incidente scatenante» della guerra di Troia: la decisione di Agamennone di aiutare il fratello Menelao a vendicare il «furto» della moglie Elena da parte di Paride. Il re «giusto» non appare affatto tale alla moglie, poiché ha innescato incautamente una catena di sventure. Eppure Clitemnestra ama suo marito, e l'ha a lungo atteso: «Ho rovinato i miei occhi che tardavano ad addormentarsi a forza di piangere per i segnali di fuoco che ti riguardavano, sempre trascurati», gli dice.
Agamennone è la tragedia dei segnali trascurati, e una delle scelte drammaturgiche più azzeccate di Eschilo è quella di far entrare in scena la profetessa Cassandra sul carro insieme ad Agamennone, di cui è amante e «bottino di guerra», tenendola però in silenzio per tutta la durata della conversazione fra marito e moglie. Quando finalmente Cassandra aprirà bocca, sarà per annunciare che «questa leonessa a due zampe, che dorme accanto al lupo mentre è assente il nobile leone, mi ammazzerà, me sventurata». Poi ucciderà anche il leone: Agamennone.
«Queste case spirano morte sanguinosa», dirà Cassandra, «Lo stesso tanfo che esce da una tomba». E sono ancora della profetessa inascoltata le parole che riassumono l'inconsistenza dell'esistenza umana: «O vicende dei mortali: quando sono felici si possono paragonare a un'ombra, e se sono sfortunate una spugna bagnata con un colpo cancella il disegno».
Corriere 16.5.12
Trionfano l'ira e la vendetta
La tragedia Agamennone di Eschilo, in edicola il 17 maggio con il «Corriere della Sera» nel volume arricchito dalla prefazione inedita di Giorgio Montefoschi, conduce nella dimensione arcaica del ciclo dedicato agli Atridi, i figli di Atreo, colui che, per punire il fratello, gli aveva dato in pasto le carni dei suoi figli. E dà il senso arcano, oscuro dello svolgersi dei destini umani, elemento classico della tragedia greca, qui in uno dei vertici più alti. Il ghenos, la stirpe, con la sua eredità di sangue (in tutti i sensi) pesa infatti sulla figura del re Agamennone, sulla caduta della città nemica, Troia, sul ritorno del guerriero in patria, sulla moglie Clitemnestra, sui figli, e il tributo di sangue che dovrà essere pagato attraversa tutta la tragedia, dal sacrificio dei bambini alla morte di Ifigenia, con brani lirici di profonda, aspra bellezza. Come Montefoschi chiosa efficacemente nella prefazione, «sulla scena già si affacciano le Erinni: le dee della vendetta e dell'ira. E così Agamennone finisce: nella cavea che immaginiamo muta, sotto il cielo notturno». (i.b.)
Corriere 16.5.12
L'indagine di Aristotele alla ricerca della verità
Un metodo per avvicinarsi alla conoscenza
di Chiara Lalli
Perché dovrebbe interessarci leggere o rileggere il libro I della Metafisica di Aristotele? «Il prefisso iterativo davanti al verbo "leggere" può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d'ammettere di non aver letto un libro famoso» scriveva Italo Calvino in Perché leggere i classici, a commento della prima proposta di definizione dei classici, ovvero «quei libri di cui si sente dire di solito "Sto rileggendo..." e mai "Sto leggendo..."». E non c'è dubbio che la Metafisica sia un classico del pensiero, che sembra soddisfare molte delle ulteriori definizioni offerte da Calvino: ogni rilettura è una scoperta e persiste come un rumore di fondo.
Che cosa possiamo trovare o ritrovare in queste pagine aristoteliche? La meraviglia (thauma) della filosofia, la ricerca della verità, la scienza delle cause ultime, la risposta ai problemi che ognuno di noi si trova a risolvere. Certo, la scienza da Aristotele è molto cambiata: il suo universo era lo stesso di Tolomeo, il cosmo immaginato come costituito da cieli concentrici, uno incastrato nell'altro, mossi ognuno da quello precedente e infine dal Primo Mobile, il cielo verso cui tutti gli altri si muovono perché vi tendono, ne sono attratti. Certo, alcune formulazioni aristoteliche possono essere ostiche o quasi incomprensibili per chi non abbia familiarità con le discussioni filosofiche e con gli argomenti trattati.
Tuttavia c'è un primo livello accessibile a tutti: Aristotele ci prende per mano e ci conduce nelle viscere della filosofia, nella filosofia che cerca di definire se stessa e che si offre come metodo di avvicinare la realtà. Non solo: nel I libro, che esce sabato con il «Corriere», è lo stesso Aristotele a confrontarsi con chi lo aveva preceduto e a tracciare quella che potrebbe considerarsi la prima storia della filosofia. Quel colloquio virtuale con Parmenide, Platone, Empedocle e i Pitagorici è una vera e propria palestra mentale. Un invito a domandarsi il perché e una sfida a cercare ipotesi sempre più convincenti.
Una parte rilevante del libro I è dedicata alla definizione della filosofia come conoscenza delle cause e dei principi primi — il perché delle cose. «Diciamo di conoscere una cosa quando riteniamo di conoscerne la causa prima». Le cause prime sono quattro: materiale, formale, efficiente e finale. La forma e la materia sono profondamente intrecciate: in un tavolo la materia è ciò di cui è fatto, la forma è il modo in cui è realizzato. La forma ha una superiorità ontologica sulla materia, è causa prima dell'essere. Aristotele direbbe che la materia è desiderio della forma. Per gli oggetti artificiali la causa efficiente è l'agente — colui che costruisce il tavolo — ma per i fenomeni naturali? Il rischio è quello di rimandare all'infinito la causa motrice o di ipotizzare un Dio, che secondo Aristotele non basterebbe a spiegare il movimento e la pluralità delle sostanze. Ed ecco che arriviamo alla quarta causa, quella finale, la più affascinante: il movimento si spiega come movimento verso, come tendenza a, come attrazione che ci spinge a muoverci verso qualcosa che è immobile e non ha quindi bisogno di una causa efficiente.
Addentrandoci nel mondo aristotelico possiamo trovare zone d'ombra o formulare domande che non hanno una risposta. Sappiamo che quell'anelito finale è stato messo in crisi, ma il valore dell'ipotesi esplicativa rimane intatto, così come rimane intatta la seduzione di questa spiegazione. Non solo: se la visione teleologica del mondo fenomenico è stata spazzata via — pur permanendo nelle visioni del mondo connotate dalla religione — rimane senza dubbio attuale il metodo aristotelico, quella dialettica che permea non solo la Metafisica ma tutta l'opera di Aristotele. E se è vero che siamo in grado di godere dello spirito dialettico quanto più conosciamo gli argomenti di cui si discute, è innegabile che si può apprezzare — o cominciare ad apprezzare — il metodo anche non avendo familiarità né con la filosofia né con i temi trattati da Aristotele.
Ognuno di noi ha a che fare con la verità e, come dice Aristotele, la verità è alla portata di tutti e dobbiamo imparare a vederla, come gli occhi delle nottole devono abituarsi alla luce del giorno. E a riconoscerla, altrimenti rischiamo di fare come i pesci giovani che si sentono chiedere dal pesce anziano «Com'è l'acqua?» e rispondono «Che diavolo è l'acqua?» (David Foster Wallace al Kenyon College, 1995).
Corriere 16.5.12
L'angosciato stupore umano
Autore di estrema densità teoretica, Aristotele, nel primo libro della sua Metafisica (che sarà in edicola il 19 maggio con la prefazione nuova e inedita del filosofo Emanuele Severino) concentra già nei primi tre capitoli non solo le argomentazioni che poi saranno elaborate negli altri libri, quindi la summa della sua metafisica, ma anche un quadro dello stato della filosofia dell'epoca, un ritratto in cui, come illustra Severino nella prefazione, «la filosofia parla della filosofia». Aristotele indaga qui le radici del pensiero filosofico, il suo rapporto originario con il thauma, cioè la meraviglia, ma anche, al tempo stesso, il «mostro», o (come spiega Severino) «l'angosciato stupore» del sapere umano di fronte alla natura. Cosicché, se tramite il mythos l'uomo apprende «da quali Potenze siano prodotti il dolore e la morte, e il mondo stesso», afferma Severino, la filosofia è anche il modo che la sapienza umana ha escogitato per liberarsi dal thauma, dallo spavento, tramite «la conoscenza delle Potenze che producono il dolore». (i.b.)
Così i socialisti francesi e l’Spd hanno accerchiato la cancelliera
Il testo pro-sviluppo ideato insieme al neopremier Ayrault
di Alessandro Alviani
BERLINO La sfida Il leader della Spd Sigmar Gabriel (al centro) con gli altri leader del Partito Steinbrück (a sinistra) e Steinmeier presenta la proposta dei socialdemocratici per la crescita e lo sviluppo
Vogliamo che accanto al patto di bilancio ci sia anche un patto per la crescita e gli investimenti», spiegava ieri mattina alle 9 a Berlino il leader dei socialdemocratici tedeschi Sigmar Gabriel, illustrando le proposte della Spd per riportare l’Europa fuori dalla crisi. «Ai nostri partner europei proporrò un nuovo patto che associ la necessaria riduzione dei debiti sovrani agli stimoli per la crescita», prometteva un paio d’ore dopo a Parigi il neopresidente francese François Hollande durante la cerimonia di insediamento. La somiglianza delle due dichiarazioni non deve stupire: è voluta. È da mesi che la Spd sta lavorando a un rafforzamento della sua collaborazione con i socialisti francesi.
Il piano non passa solo attraverso gesti simbolici – la presenza di Hollande al congresso Spd di inizio dicembre a Berlino, quella di Gabriel alla convention della sinistra europea di metà marzo a Parigi, la loro intervista congiunta alla «Faz» e a «Libération» a fine marzo – ma si esplicita anche in proposte programmatiche concrete. Le richieste presentate ieri mattina a Berlino dalla Spd sono infatti il frutto di un intenso scambio tra Sigmar Gabriel e Jean-Marc Ayrault, l’ex insegnante di tedesco diventato ieri il nuovo premier francese. I due e i loro rispettivi staff si sono sentiti più volte nelle scorse settimane al telefono o per e-mail. Obiettivo: coordinare le proposte socialdemocratiche con i socialisti francesi e mettere nero su bianco una piattaforma comune alternativa al rigore targato Merkel.
Il risultato è un documento di cinque pagine che riassume la strategia per aumentare il pressing sulla cancelliera, con una spinta concentrica SpdPs: project bond, un programma immediato per combattere la disoccupazione giovanile, una tassa sulle transazioni finanziarie da utilizzare per rilanciare la crescita, l’uso più efficiente dei fondi strutturali, un fondo per l’estinzione dei debiti, un’autorità di vigilanza europea sulle banche, un’agenzia di rating europea.
«La politica di Merkel e Sarkozy è fallita su tutta la linea - spiega Gabriel -. Con Hollande abbiamo la grande opportunità di riportare insieme il governo tedesco sul sentiero della crescita». Ieri per un incontro Gabriel-Hollande a Berlino non c’è stato tempo. Ma i due si vedranno presto. In ogni caso la Spd vuole discutere le sue ricette anche con gli altri partiti della sinistra europea, sia al governo che all’opposizione.
Non siamo contrari al consolidamento, ma da solo non basta e spinge l’Europa nella recessione, è il messaggio che i socialdemocratici al completo lanciano da Berlino. Il tono è quello dell’offensiva. Steinmeier, capogruppo al Bundestag, dice che gli «dà sempre più fastidio» e «non sopporta quasi più» che Merkel dia consigli che non rispettano l’esperienza della Germania, la quale è uscita dalle crisi con una ricetta fatta di «disciplina fiscale e strumenti per la crescita».
La Stampa 16.5.12
“Troppi segreti in quella cripta” Via alle ispezioni con il georadar
Sant’Apollinare ristrutturata dopo la telefonata che legava De Pedis alla Orlandi
Verrà messo in campo lo strumento tecnologico utilizzato in molte indagini (ultimamente anche per la sparizione di Yara Gambirasio, nella foto) capace di individuare resti umani sotto i pavimenti e dietro le pareti
Nuova planimetria e nuovi rilievi Le carte fornite dal Vaticano agli inquirenti
di Giacomo Galeazzi
ROMA Mistero nei sotterranei di Sant’Apollinare: ci sono altri «locali non segnalati» nella cripta del boss. E quindi, probabilmente, là sotto restano ancora «molte ossa in più rispetto a quelle trovate lunedì nella prima ispezione». Alla «task force» dell’Ert (Esperti ricerche tracce) e alla squadra dei geologi forensi, la procura di Roma ha affidato un compito non previsto al momento dell’apertura della tomba del boss della Magliana, il «benefattore» Renatino De Pedis: stabilire se ci siano altri ambienti sconosciuti sotto il pavimento della centralissima chiesa di Roma, non indicati nelle cartine ricevute dagli inquirenti.
«Dobbiamo accertare se le pareti della cripta nascondono cavità e quindi ulteriori ossa, utilizzando i georadar e altre sofisticate apparecchiature», riferiscono fonti della polizia scientifica. «Lì sotto sono state fatte negli ultimi anni opere di abbattimento e, non disponendo di una mappa catastale, stiamo applicando il protocollo di polizia previsto negli ambienti interni di non certa individuazione - spiegano alla scientifica-. L’area dell’ossario è stata notevolmente modificata nel 2005». Cioè quando una telefonata anonima arrivata alla trasmissione «Chi l’ha visto? » esortò a controllare chi fosse sepolto a Sant’Apollinare per scoprire la verità sulla scomparsa della cittadina vaticana, Emanuela Orlandi. Ventinove anni fa fu notata per l’ultima volta a pochi passi da Sant’Apollinare: un vigile in servizio tracciò l’identikit del giovane con lei. In questura riconobbero subito De Pedis. Poi un vortice di depistaggi, rivendicazioni di sigle criminali, intrecci con l’attentato a Wojtyla e il crac Ambrosiano-Ior. In un colloquio in Turchia, Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, è stato invitato da Alì Agca a guardare dentro le Mura leonine. L’attentatore di Karol Wojtyla ha chiamato in causa direttamente il cardinale Re. Ieri gli investigatori della polizia scientifica e gli archeologi forensi hanno effettuato una serie di campionamenti su una parete della cripta dove lunedì, dopo 22 anni, è stata aperta la tomba del boss.
Il rettore della basilica affidata all’Opus Dei, padre Pedro Huidobro è anche medico legale. Gli esperti, che dopo l’ispezione del sepolcro avevano abbattuto lunedì un muro e trovato una nicchia dove erano riposte centinaia di cassette contenenti reperti ossei di diversa datazione, vogliono capire se una seconda parete della cripta sia in realtà una intercapedine con altrettante nicchie nascoste. Devono decidere se anche questa parete debba essere abbattuta. Le verifiche servono ad accertare la datazione del «manufatto» mentre fuori, in un tendone allestito nel cortile della basilica, il team «Labanof» (Laboratorio di antropologia e odontologia forense) della consulente Cristina Cattaneo prosegue le operazioni di analisi. Sono state aperte e catalogate una cinquantina delle 200 cassette di ossa finora rinvenute. Cinque donne e due uomini sono al lavoro: in ogni cassetta sono custoditi resti ossei (dai tre ai cinque) e gli esperti li dividono in base alle caratteristiche morfologiche. Saranno svolti ulteriori accertamenti e il prelievo del Dna sui resti che per sesso, età e datazione hanno caratteristiche simili a quelle della Orlandi e che potrebbero essere astrattamente compatibili. Il primo passo è la separazione delle ossa più vecchie da quelle più recenti, poi si cercherà di individuare quelle di sesso femminile e quelle di sesso maschile. Infine sarà effettuato il prelievo del affinché possa essere comparato con quello di Emanuela Orlandi. L’apertura delle tomba di De Pedis potrebbe essere l’ultimo atto dell’inchiesta che si sta conducendo sulla scomparsa della ragazza. Nell’indagine ci sono cinque indagati con l’ipotesi di omicidio: tra loro Sergio Virtù, autista di De Pedis, Angelo Cassani, detto «Ciletto», Gianfranco Cerboni detto «Giggetto», che compaiono nelle varie fasi dell’indagine. Sabrina Minardi, anche lei indagata, è entrata nell’inchiesta da super testimone indicando il collegamento tra la sparizione di Emanuela e la banda della Magliana.
I pm che conducono l’inchiesta (Giancarlo Capaldo e Simona Maisto) si riservano una serie di accertamenti istruttori per decidere se i cinque indagati debbano essere accusati di qualche reato o se la loro posizione debba essere archiviata. «L’esame delle ossa è un lavoro piuttosto lungo - spiega il capo della squadra mobile di Roma, Vittorio Rizzi -. Nel 2005 c’è stata una ristrutturazione dell’intera basilica: è cambiato tutto». Il caso Orlandi sembra ancora lontano dall’uscire dal mistero.
l’Unità 16.5.12
I capi scout: «Non siamo antigay»
I capi scout non ci stanno a passare per omofobi: «Affermiamo che l’omosessualità non è un ostacolo né alla crescita delle persone come responsabili e felici, né ad un’azione educativa». È la presa di posizione di 460 capi, cui si aggiungono altre adesioni (http://sottoscrivi6maggio 2012.weebly.com/) a dimostrazione che Agesci è una realtà aperta. Le precisazioni nascono dal dibattito sollevato giorni fa da «Repubblica on line» in seguito agli atti del seminario sull’omosessualità pubblicati sul sito dell’Agesci. I capi criticano l’impostazione dell’articolo e sostengono il valore del coming out: «Al pari di qualsiasi altra scelta giuridicamente lecita, non vediamo il motivo per cui i ragazzi non possano venire a conoscenza dell’orientamento sessuale del capo». Sono certi che il confronto sarà sempre più aperto.
il Fatto 16.5.12
Il ministro Profumo alle scuole: “Celebrate la giornata contro l’omofobia”
“Le scuole favoriscono la costruzione dell’identità sociale e personale dei bambini e dei ragazzi, il che comporta anche la scoperta del proprio orientamento sessuale”. In una circolare inviata ai presidi, il ministro Profumo invita a celebrare in classe la Giornata internazionale contro l’omofobia il 17 maggio. Plaude l’Arcigay: “Segnale di discontinuità”.
l’Unità 16.5.12
Iniziative arcobaleno nella giornata mondiale «Basta omofobia»
Il 17 maggio 1990 l’Oms cancellò l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali
di Delia Vaccarello
COS’È L’OMOFOBIA? SE IL TERMINE È ORMAI DIFFUSO NEL LINGUAGGIO COMUNE NON VUOL DIRE CHE SE NE CONOSCA DAVVERO IL SIGNIFICATO. In genere è considerato un atteggiamento frutto di raptus e messo in atto da individui ai margini. Invece l’omofobia è un fenomeno culturale, che non si riduce all’aggressione o all’insulto, ma è una svalutazione, con conseguente automatica esclusione, delle persone che amano individui del proprio sesso. Un atteggiamento «culturale» che ci sovrasta e che, troppo spesso , viene ancora considerato la norma, pur con bizzarri distinguo tipo: ho tanti amici gay, che facciano le loro cose ma dentro le mura di casa.
INVITO DEL MINISTRO ALLE SCUOLE
Domani si celebra la giornata mondiale contro l’omofobia, una ricorrenza promossa dall’Unione europea ormai dal 2007. Il 17 maggio 1990 infatti l’Organizzazione mondiale della sanità cancellava l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. Le iniziative sono già in campo da giorni. Sabato scorso un convegno organizzato da «Nuova Proposta» a Roma con tantissimi interventi di associazioni ed esperti coinvolti ha fatto il punto sulla situazione in campo educativo, politico, lavorativo. Domani alla Camera verranno fatti i numeri, verranno diffusi cioè i dati sulle convivenze di gay e lesbiche frutto dell’ultimo censimento. E il ministro Profumo ha invitato i presidi a celebrare la giornata. Sparsa in tutto il Paese, la mole di iniziative è impressionante. Si ripete con successo la serie di veglie in ricordo delle vittime dell’omofobia, a cominciare dall’incontro di preghiera che si terrà a Firenze organizzato dal gruppo Kairos per il sesto anno consecutivo ispirato al versetto della Prima Lettera di Giovanni, «Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre» (1Gv 2,9). Iniziative simili si terranno in molte città, anche a Palermo e quest’anno in parrocchia (vedi www.gionata.org). Banchetti informativi, presentazione di libri, proiezioni, fiaccolate si alterneranno da Nord a Sud.
Sul sito di arcigay (www.arcigay.it) l’elenco, seppure incompleto, è lunghissimo. Tra gli altri, molto ricco il pro-
gramma di eventi culturali a Ferrara, che prevede anche dibattiti sui testi di Rigliano e altri «Curare i gay?» (Cortina) e di Margherita Graglia «Omofobia» (Carrocci).
Segnaliamo anche l’iniziativa di Venezia dal titolo «Parole d’amore», incontro e proiezione di una video-inchiesta realizzata con i ragazzi delle superiori, ne parlano tra gli altri Giovanni Bachelet, Gianfranco Bettin, Alberta Basaglia, Sara Cavallaro, Luca Trappolin. Si tratta di un evento che si inserisce nel progetto portato avanti ormai da anni di «educazione sentimentale come educazione alla cittadinanza»: una ricerca con gli studenti finalizzata a sensibilizzare i giovani sui temi dell’amore in tutte le sue espressioni, dando ad ognuna cittadinanza. Celebrazioni anche nel verde.
Domenica 20 maggio nei parchi di Avellino, Ferrara, Firenze, Genova, Milano, Palermo, Roma, Torino e Venezia, si svolgerà «Tutti uguali, tutti diversi», la festa di tutti i nuclei: omosessuali e eterosessuali, monoparentali, sposati e conviventi. Legambiente e Famiglie Arcobaleno organizzano giochi e laboratori creativi, favole e musica, spettacoli di burattini, cacce al tesoro, merende gustose per bambini, bambine e famigliari di tutte le età.
l’Unità 16.5.12
Desaparecidos, la Chiesa argentina sapeva tutto
di Luigi Cancrini in risposta a Fabio della Pergola
Uno scrittore argentino, Horacio Verbitsky, ha pubblicato un articolo in cui dice di aver visto un documento dell'epistolato locale in cui alti prelati e generali golpisti parlavano fra loro su come zittire le domande delle famiglie dei deparecidos che venivano narcotizzati e gettati in mare a decine di migliaia per farli sparire come se non fossero mai esistiti. La Chiesa argentina dunque sapeva. E il Vaticano? Sapeva e taceva?
Fabio Della Pergola
La notizia riportata dalla stampa argentina ha avuto poca èco in Italia anche perché non aggiunge molto a quello che tutti sapevano. La Chiesa argentina (per paura? per convivenza? per autentica preoccupazione contro le politiche della sinistra) ha appoggiato la dittatura di Varela nel modo in cui la Chiesa di Spagna appoggiò Franco quando uccideva tutti quelli che erano sospettati di simpatie repubblicane dando in adozione i loro figli a famiglie “timorate di Dio”: come ben documentato da Piero Badaloni nel bel libro degli Editori Internazionali Riuniti intitolato Una memoria squilibrata. In Argentina come in Spagna, dunque, la Chiesa ha scelto di sapere e di tacere benedicendo in pubblico i criminali di cui conosceva gli orrori e l’iniquità. Ce lo confermano oggi i documenti che la pazienza degli storici non smette di scoprire. Aiutando gli uomini a capire meglio quello che è davvero accaduto ma ponendo soprattutto un problema di fondo sulle ragioni per cui il discorso di Gesù viene dimenticato e tradito, a volte, proprio da quelli che dovrebbero diffondere la sua parola. Dai don Abbondio che non riescono probabilmente, a intenderne l’importanza e il senso.
La Stampa 16.5.12
Atene
L’incubo Grecia affonda le Borse
Si torna alle elezioni la grande favorita è la sinistra di Tsipras
L’addio all’euro costerebbe 11.500 euro a ogni greco
di Tonia Mastrobuoni
TORINO La Grecia sceglie la via dell’azzardo e torna alle urne, probabilmente il 17 giugno. Oggi il presidente della Repubblica, Karolos Papoulias, dopo l’ultimo tentativo fallito ieri di mettere insieme un governo tecnico e scongiurare il ricorso al voto, nominerà un premier che traghetterà il paese verso le elezioni. Si tratterà probabilmente del presidente del Consiglio di Stato Panagiotis Pikrammenos.
Ieri il leader del Pasok, Evangelos Venizelos ha commentato che «andiamo verso le elezioni in pochi giorni, in condizioni davvero difficili» e ha accusato per l’ennesima volta il segretario di Syriza, Alexis Tsipras di cinismo, accusandolo di mettere «i propri interessi di parte al di sopra di quelli nazionali». Tsipras è il favorito nei sondaggi: dopo le elezioni dei 6 maggio ha guadagnato tra il 4-10% in più e potrebbe diventare il primo partito. È il principale responsabile del ritorno alle urne: ha rifiutato qualsiasi proposta di governo di emergenza. Ma sarebbe complicato mettere insieme una coalizione anche per lui, vista l’insanabile spaccatura tra partiti che caratterizza il panorama politico ellenico a sinistra.
Intanto il direttore generale el Fmi Christine Lagarde ha detto ieri a chiare lettere che l’uscita della Grecia dall’euro è ormai una possibilità concreta. Parole di avvertimento sono giunte dal ministro delle Finanze tedesco e probabile successore di Juncker alla guida dell’Eurogruppo, Wolfgang Schäuble, che ha parlato ieri del voto a giugno come di un referendum attraverso il quale i greci sceglieranno se stare fuori o dentro l’euro.
Sullo scenario di un’uscita della moneta unica si stanno esercitando ormai in molti, ma la maggior parte delle analisi uscite in questi giorni sui giornali stranieri ricalca quella di settembre 2011 di Ubs che ha tentato di mettere insieme varie ipotesi, sia di un abbandono da parte di paesi forti come la Germania, sia dei “Piigs”.
La dinamica sarebbe devastante, soprattutto per un paese privo di materie prime e molto dipendente dalle importazioni come al Grecia (l’80-90 per cento dell’energia e dei beni alimentari viene da fuori). Tanto più con una montagna di debito pubblico come quella che grava su Atene. Il primo problema sarebbe il crollo della nuova moneta, la dracma. Se prendiamo a riferimento il noto default argentino, dovremmo contare su una svalutazione del 60-70%. E il governo sarebbe costretto a un immediato blocco dei capitali per tamponarne il tracollo.
A quel punto i greci si ritroverebbero in mano carta straccia per ripagare i debiti - mutui o qualsiasi bene comprato a rate e fallirebbero a catena, dietro allo Stato impossibilitato a ripagare un multiplo di quello che doveva e alle imprese, se indebitate nella valuta europea. Uno scenario da guerra.
Non potendo ripagare il debito, lo Stato rimarrebbe lontano dal mercato per anni, tagliato fuori da tassi di interessi alle stelle, e sarebbe costretto a battere moneta, creando un’inflazione a due cifre, aggravata anche dal bisogno di importare quasi tutto, a partire dal petrolio commerciato in dollari.
La Bce chiuderebbe i rubinetti alle banche greche che non potrebbero più approvvigionarsi presso la banca centrale in cambio di liquidità. È noto che dopo la ristrutturazione del debito di marzo gli istituti di credito ellenici sono ancora in enorme difficoltà. Quasi tutte fallirebbero. Anche perché a giudicare dai segnali di questi giorni-700 milioni di euro sono stati ritirati dalle banche solo negli ultimi dieci giorni - il rischio di una corsa di massa agli sportelli incombe sin da oggi.
Secondo studi riservati dell’Istituto internazionale di finanza (Iif) citati dal Wsj all’Eurosistema l’uscita della Grecia costerebbe 1.000 miliardi. Ma è altrettanto spaventoso quello che costerebbero a ogni greco secondo Ubs: tra 9.500-11.500 euro il primo anno, poi tra i 3.000-4.000 euro.
Il Nobel Paul Krugman ha messo in guardia da questo scenario anche per i riflessi sull’Italia, che potrebbe subire «enormi quantità di soldi ritirati dalle banche italiane e spagnole perché i risparmiatori tenterebbero di trasferirli in quelle tedesche». Alimentando la fervida fantasia dei complottisti di mezzo mondo.
Repubblica 16.5.12
"Non vogliamo morire per l’Europa" e la sinistra radicale conquista i greci
Banche prese d’assalto: ritirati 700 milioni in un giorno
Il partito Syriza, che i sondaggi danno al 20-23%, ora cerca la sponda politica di Hollande
Solo l’Iran vende il greggio a credito agli ellenici, tutti gli altri fornitori vogliono contante
di Ettore Livini
ATENE - La tana del lupo che fa tremare l´Europa e i mercati è un ufficio quattro metri per quattro, sei rose rosse e una decina di garofani in un vaso, la fedele segretaria Kostandina al lavoro e – alla parete – un manifesto della Giornata nazionale della gioventù cubana del 1997. La Grecia ha fatto harakiri. Il voto del 6 maggio non è servito a nulla, il Paese torna alle urne. E se i sondaggi saranno confermati, Alexis Tsipras - inquilino di questa stanza grigia al settimo piano di Elefterias 1 (Piazza della libertà, a volte il caso…) potrebbe essere l´uomo che cambierà per sempre il destino di Atene e quello dell´euro.
«E´ il nuovo Andreas Papandreou, lo rivoterò», garantisce entusiasta Pangiotis Mantzavelaki, anziano militante venuto fin qui per complimentarsi con lui. «E´ un giovane ambizioso ubriaco del suo successo», racconta in camera caritatis un autorevolissimo ministro socialista dell´ex governo Papandreou. Una cosa è certa: il 38enne carismatico leader di Syriza – la sinistra radicale anti-austerità che ha trionfato alle ultime elezioni quadruplicando i voti - è il grande favorito della nuova campagna elettorale trasformata da tre anni di crisi in un referendum pro o contro l´euro. «Come finirà? Non lo so – ammette preoccupato lo scrittore Petros Markaris tirando una boccata dall´immancabile pipa al tavolo del suo ristorante preferito a Kessariani – I greci vogliono voltar pagina su un passato da dimenticare. Ma spero che le urne-bis non trasformino il nostro futuro in un salto nel buio».
L´esito, in effetti, è incertissimo. Il fischio d´inizio arriverà solo oggi. Quando il presidente della Repubblica Karolos Papoulias, deluso per non essere riuscito a varare un governo d´unità nazionale, affiderà l´interim a un reggente incaricato di portare la Grecia al voto. Data probabile: il 10 o (più probabilmente) il 17 giugno. Poi partirà la bagarre. Tsipras, scommettono tutti, rafforzerà la sua posizione come stella polare (rigorosamente senza cravatta) del fronte anti-euro. Un´armata Brancaleone che va dalla sinistra più frammentata d´Europa - ad Atene ci sono quattro partiti comunisti - fino alla destra nazionalista degli Indipendenti greci e ai filo-nazisti di Chrysi Avgi. Sono i grandi vincitori del 6 maggio. Uniti da una sola cosa – cancellare il memorandum lacrime e sangue imposta dalla Trojka in cambio di 130 miliardi di aiuti – ma divisi su tutto il resto. Syriza – che per i sondaggi potrebbe diventare il primo partito con il 20-23% - ha le idee chiare: «Vogliamo mettere assieme tutta la sinistra compresi i verdi e le formazioni minori che non sono entrate in Parlamento», spiega l´ex deputato Vassilis Moulopoulos. L´euro? «Ci rimaniamo, ma ridiscutendo da zero il memorandum». Le due cose piacciono alla pancia del Paese (il 75% dei greci vuol restare nella moneta unica) ma sono in apparenza incompatibili. Tsipras però è certo che la Ue – pur di non far tornare Atene alla dracma – sarà costretta a venire a patti dopo le elezioni per non far crollare tutto il continente. E conta su un aiutino in questo senso dal nuovo presidente francese Francois Hollande.
Il fronte pro-euro invece è l´esercito un po´ incerottato (a Bruxelles incrociano le dita) uscito malconcio dal 6 maggio: il centrodestra di Nea Demokratia e i socialisti del Pasok, puniti per aver governato ilPaese per 38 anni, spingendolo nel baratro e poi cercando di rimetterlo in piedi con una cura da cavallo (-25% gli stipendi, -20% le pensioni) che ha fatto calare del 20% in un quadriennio il Pil. I loro consensi sono scesi dal 77,3% del 2009 al 33% di 10 giorni fa. Cosa cambierà un mese dopo? «Contiamo nel calo di un´astensione arrivata al 35% – dicono a Nd – e nell´effetto Tispras: il timore di un trionfo di Syriza potrebbe ridurre la dispersione dei voti a destra consentendoci di rimanere il primo partito». Obiettivo: unire le forze con i socialisti oppure con le altre forze di centrodestra – i due partiti liberali stanno alleandosi per arrivare al 3% necessario per entrare in Parlamento - per un governo che tenga il Paese nella moneta unica. Il Pasok di Evangelis Venizelos invece – crollato a maggio dal 43 al 13% - pare destinato a pagare un altro pedaggio salato agli ultimi tre anni di governo Papandreou.
Comunque vada a finire, per la Grecia sarà un mese di calvario. Il Pil nel primo trimestre 2012 è sceso di un altro 6,7%. Gli accordi con la Trojka prevedono 11,5 miliardi di nuovi tagli a giugno, senza i quali non arriveranno i 30 miliardi di aiuti previsti a fine mese per ricapitalizzare le banche e pagare stipendi e pensioni. Il denaro ad Atene è già merce rara. Ieri, in un solo giorno, i risparmiatori hanno ritirato dalle banche 700 milioni di euro. Solo l´Iran, secondo indiscrezioni, vende greggio a credito all´Hellenic Petroleum. Tutti gli altri fornitori vogliono essere pagati in contanti. Gli istituti di credito hanno chiuso i rubinetti e non finanziano più nemmeno le blue chip quotate in Borsa, scrive oggi Ekathimerini. Ieri Atene ha rimborsato al 100% un bond da 450 milioni in mano agli hedge fund per evitare il default. E Syriza è già partita all´attacco: «Si danno i soldi agli speculatori e si fanno morire di fame i greci». La campagna elettorale è iniziata. L´Europa la seguirà con il fiato sospeso.
La Stampa 16.5.12
I creditori non sono senza colpe
di Mario Deaglio
La rinuncia dei partiti politici greci a formare un nuovo governo è, nei fatti, un «no» al piano di rientro dal debito preparato a Bruxelles e proposto ad Atene dall’Unione Europea. Mentre il rifiuto veniva pronunciato, un Presidente francese appena insediato si preparava a incontrare il cancelliere tedesco Angela Merkel, uno dei pochissimi leader sopravvissuti al terremoto politico che, negli ultimi tre anni, ha fatto crollare pressoché tutti i governanti europei coinvolti nel tentativo, finora sostanzialmente fallito, di trovare una via d’uscita dalla crisi.
Ad aggiungere un tocco di drammaticità, caso mai ce ne fosse bisogno, l’aereo presidenziale francese è stato sfiorato da un fulmine e ha dovuto tornare indietro costringendo a rinviare l’incontro, sia pure solo di quale ora; si è così provocato l’ennesimo, sia pur quasi simbolico, ritardo europeo nell’affrontare i problemi dell’Europa. La politica torna così a recitare, per quanto in tono minore, il ruolo che la contrappone, spesso controvoglia, alla finanza internazionale. E questo avviene non solo a Parigi, Berlino e Atene.
Ma anche negli Stati Uniti, dove il presidente Obama ha lanciato accuse durissime a Wall Street e invocato regole più severe per le banche anche a seguito delle perdite impreviste di JP Morgan, uno dei colossi della finanza internazionale. Queste perdite sono la prova che le grandi banche internazionali non hanno imparato molto dalla crisi e si sono illuse di poter riprendere tutte le vecchie abitudini dopo essere state, in molti casi, salvate con soldi pubblici.
A spingere una classe politica riluttante a un confronto con la finanza internazionale c’è una società civile in ebollizione, con le manifestazioni degli indignados non solo in Spagna e Grecia ma anche a Londra e negli Stati Uniti. Il problema si può sintetizzare in una serie di interrogativi che stanno diventando sempre più pressanti: fino a che punto la società civile - e gli uomini di governo che la rappresentano - può accettare la «dittatura dello spread» per usare la felice espressione del Presidente della Consob, Giuseppe Vegas, alla presentazione del suo rapporto annuale? Fino a che punto decisioni importanti per una collettività nazionale possono venir sottratte ai suoi organi politici e sommariamente decise dal «mercato» in sedi diverse dai Parlamenti, chiamati ormai solo a ratificare sbrigativamente intese che sono dei veri e propri «diktat»?
Quando si concedono finanziamenti «sbagliati» a Paesi che non sono in grado di restituirli, l’errore viene commesso da due parti, non solo dal debitore ma anche da chi concede il prestito. Non si vede perché quest’errore debba ricadere solo sul Paese debitore, ossia sulla parte normalmente più debole in questo tipo di transazioni, e non invece suddivisa tra quanti hanno sbagliato, ossia tra debitori e creditori in base a qualche criterio che non sia puramente finanziario. Alla dittatura dello spread occorrerebbe contrapporre una sorta di «democrazia del debito» in cui ciascuno paga per i propri errori. E questo dovrebbe valere in maniera del tutto particolare all’interno dell’Unione Europea, dove i greci furono indotti a contrarre debiti anche dalla facilità con la quale numerose banche europee e americane erano pronte a offrire loro credito.
Imporre alla Grecia (e forse domani ad altri Paesi) di pagare i debiti nei tempi stabiliti può significare una condanna di questo Paese - e domani forse di altri in Europa e altrove - a lunghi periodi non solo di incertezza ma perfino di povertà. Occorrerebbe considerare che un debitore esoso può attirare su di sé un risentimento molto maggiore di quello che si attira un nemico vincitore in guerra e che un simile risentimento è pericoloso per gli stessi creditori non solo sul piano civile ma anche su quello finanziario.
Non bisogna dimenticare, infatti, che, quando il deficit pubblico si azzera, il manico del coltello passa dal creditore al debitore. Non dovendo richiedere risorse aggiuntive, il debitore si rinforza mentre il creditore si indebolisce: il debitore potrebbe infatti decidere di ritardare la restituzione del debito o ridurre gli interessi sotto il livello pattuito. Una severità eccessiva nei confronti del debitore che non ce la fa rischia di porre le basi di risentimenti dai quali potrebbero sorgere nuovi, e più forti, motivi di instabilità. Nella storia i casi di questo genere sono piuttosto frequenti (i tedeschi dovrebbero rammentare che il risentimento contro le riparazioni di guerra successive alla Prima guerra mondiale spianò la strada a Hitler) ma - si sa nelle scuole alle quali si formano gli attuali uomini della finanza la storia non ha certo il posto d’onore.
E’ essenziale che il Presidente Hollande e il cancelliere Merkel superino il livello della miopia prevalente negli ultimi mesi nell’affrontare i problemi dell’euro, nel cercare di stabilire una posizione comune che tenga conto di giustificate riserve tedesche ma anche di un quadro più generale in cui queste riserve appaiono meschine. Sarebbe uno di quei piccoli miracoli ai quali l’Unione Europea ci ha abituato se dall’incontro scaturisse una posizione comune, flessibile e ragionevole, in luogo del pericoloso dogmatismo al quale i tedeschi ci hanno abituato negli ultimi tempi.
Repubblica 16.5.12
La preghiera di Aiace
di Barbara Spinelli
Ci abituiamo talmente presto ai luoghi comuni che non ne vediamo più le perversità, e li ripetiamo macchinalmente quasi fossero verità inconfutabili: la loro funzione, del resto, è di metterti in riga. Il pericolo di divenire come la Grecia, per esempio: è una parola d´ordine ormai, e ci trasforma tutti in storditi spettatori di un rito penitenziale, dove s´uccide il capro per il bene collettivo.
Il diverso, il difforme, non ha spazio nella nostra pòlis, e se le nuove elezioni che sono state convocate non produrranno la maggioranza voluta dai partner, il destino ellenico è segnato. Lo sguardo di chi pronuncia la terribile minaccia azzittisce ogni obiezione, divide il mondo fra Noi e Loro. Quante volte abbiamo sentito i governanti insinuare, tenebrosi: «Non vorrai, vero?, far la fine della Grecia»? La copertina del settimanale Spiegel condensa il rito castigatore in un´immagine, ed ecco il Partenone sgretolarsi, ecco Atene invitata a scomparire dalla nostra vista invece di divenire nostro comune problema, da risolvere insieme come accade nelle vere pòlis.
L´espulsione dall´eurozona non è ammessa dai Trattati ma può essere surrettiziamente intimata, facilitata. In realtà Atene già è caduta nella zona crepuscolare della non-Europa, già è lupo mannaro usato per spaventare i bambini. Chi ha visto la serie Twilight zone conosce l´incipit: «C´è una quinta dimensione oltre a quelle che l´uomo già conosce. È senza limiti come l´infinito e senza tempo come l´eternità. È la regione intermedia tra la luce e l´oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l´oscuro baratro dell´ignoto e le vette luminose del sapere». Lì sta la Grecia: lontana dalle vette luminose dell´eurozona, usata come clava contro altri. L´editorialista di Kathimerini, Alexis Papahelas, ha detto prima delle elezioni: «Ci trasformeranno in capro espiatorio. Angela Merkel potrebbe punire la Grecia per meglio convincere il suo popolo ad aiutare paesi come Italia o Spagna». Il tracollo greco è «un´opportunità d´oro» per Berlino e la Bundesbank, secondo l´economista Yanis Varoufakis: nell´incontro di oggi tra la Merkel e Hollande, l´insolvenza delle Periferie europee (Grecia, e domani Spagna, Italia) «sarà usata per imporre a Parigi le idee tedesche su come debba funzionare il mondo». Agitare lo spauracchio ellenico è tanto più indispensabile, dopo la disfatta democristiana in Nord Reno-Westfalia e il trionfo di socialdemocratici e Verdi, pericolosamente vicini a Hollande. La speranza è che Berlino intuisca che la sua non è leadership, ma paura di cambiare paradigmi.
Può darsi che la secessione greca sia inevitabile, come recita l´articolo di fede, ma che almeno sia fatta luce sui motivi reali: se c´è ineluttabilità non è perché il salvataggio sia troppo costoso, ma perché la democrazia è entrata in conflitto con le strategie che hanno preteso di salvare il paese. Nel voto del 6 maggio, la maggioranza ha rigettato la medicina dell´austerità che il Paese sta ingerendo da due anni, senza alcun successo ma anzi precipitando in una recessione funesta per la democrazia: una recessione che ricorda Weimar, con golpe militari all´orizzonte. Costretti a rivotare in mancanza di accordo fra partiti, gli elettori dilateranno il rifiuto e daranno ancora più voti alla sinistra radicale, il Syriza di Alexis Tsipras. Anche qui, i luoghi comuni proliferano: Syriza è forza maligna, contraria all´austerità e all´Unione, e Tsipras è dipinto come l´antieuropeista per eccellenza.
La realtà è ben diversa, per chi voglia vederla alla luce. Tsipras non vuole uscire dall´Euro, né dall´Unione. Chiede un´altra Europa, esattamente come Hollande. Sa che l´80 per cento dei greci vuol restare nella moneta unica, ma non così: non con politici nazionali ed europei che li hanno impoveriti ignorando le vere radici del male: la corruzione dei partiti dominanti, lo Stato e il servizio pubblico servi della politica, i ricchi risparmiati. Tsipras è la risposta a questi mali – l´Italia li conosce – e tuttavia nessuno vuol scottarsi interloquendo con lui.
Neanche Hollande ha voluto incontrare il leader di Syriza, accorso a Parigi subito dopo il voto. E avete mai sentito le sinistre europee, che la solidarietà dicono d´averla nel sangue, solidarizzare con George Papandreou quando sostenne che solo europeizzando la crisi greca si sarebbe trovata la soluzione? Chi prese sul serio le parole che disse in dicembre ai Verdi tedeschi, dopo le dimissioni da Primo ministro? «Quello di cui abbiamo bisogno è di comunitarizzare il nostro debito, e anche i nostri investimenti: introducendo una tassa europea sulle transazioni finanziarie, e sulle energie che emettono biossido di carbonio. E abbiamo bisogno di eurobond per stimolare investimenti comuni». L´idea che espose resta ancor oggi la via aurea per uscire dalla crisi: «Agli Stati nazionali il rigore, all´Europa le necessarie politiche di crescita».
La parole di Papandreou, ascoltate solo dai Verdi, caddero nel vuoto: quasi fosse vergognoso oggi ascoltare un Greco. Quasi fosse senza conseguenze, l´ebete disinvoltura con cui vien tramutato in reietto il Paese dove la democrazia fu inaugurata, e le sue tragiche degenerazioni spietatamente analizzate. Sono le degenerazioni odierne: l´oligarchia, il regno dei mercati che è la plutocrazia, la libertà quando sprezza legge e giustizia.
Naturalmente le filiazioni dall´antichità son sempre bastarde. Anche la nostra filiazione da Roma lo è. Ma se avessimo un po´ di memoria capiremmo meglio l´animo greco. Capiremmo lo scrittore Nikos Dimou, quando nei suoi aforismi parla della sfortuna di esser greco: «Il popolo greco sente il peso terribile della propria eredità. Ha capito il livello sovrumano di perfezione cui son giunte le parole e le forme degli antichi. Questo ci schiaccia: più siamo fieri dei nostri antenati (senza conoscerli) più siamo inquieti per noi stessi». Ecco cos´è, il Greco: «un momento strano, insensato, tragico nella storia dell´umanità». Chi sproloquia di radici cristiane d´Europa dimentica le radici greche, e l´entusiasmo con cui Atene, finita la dittatura dei colonnelli nel 1974, fu accolta in Europa come paese simbolicamente cruciale.
Il non-detto dei nostri governanti è che la cacciata di Atene non sarà solo il frutto d´un suo fallimento. Sarà un fallimento d´Europa, una brutta storia di volontaria impotenza. Sarà interpretato comunque così. Non abbiamo saputo combinare le necessità economiche con quelle della democrazia. Non siamo stati capaci, radunando intelligenze e risorse, di sormontare la prima esemplare rovina dei vecchi Stati nazione. L´Europa non ha fatto blocco come fece il ministro del Tesoro Hamilton dopo la guerra d´indipendenza americana, quando decretò che il governo centrale avrebbe assunto i debiti dei singoli Stati, unendoli in una Federazione forte. Non ha fatto della Grecia un caso europeo. Non ha visto il nesso tra crisi dell´economia, della democrazia, delle nazioni, della politica. Per anni ha corteggiato un establishment greco corrotto (lo stesso ha fatto con Berlusconi), e ora è tutta stupefatta davanti a un popolo che rigetta i responsabili del disastro.
Le difficoltà greche sono state affrontate con quello che ci distrugge: con il ritorno alle finte sovranità assolute degli Stati nazione. È un modo per cadere tutti assieme fuori dall´Europa immaginata nel dopoguerra. Ci farà male, questa divaricazione creatasi fra Unione e democrazia, fra Noi e Loro. La loro morte sarebbe un po´ la nostra, ma è un morire cui manca il conosci te stesso che Atene ci ha insegnato. Non è la morte greca che Aiace Telamonio invoca nell´Iliade: «Una nebbia nera ci avvolge tutti, uomini e cavalli. Libera i figli degli Achei da questo buio, padre Zeus, rendi agli occhi il vedere, e se li vuoi spenti, spegnili nella luce almeno».
Repubblica 16.5.12
Atene, metà dei poliziotti anti-sommossa ha votato per il partito nazionalsocialista
ATENE - La Grecia uscita solo 37 anni fa dall´incubo dei Colonnelli ha visto rispuntare nelle urne del 6 maggio l´attrazione fatale delle sue truppe scelte per l´estrema destra. Incarnata questa volta dalle teste rasate di Chrysi Avgi (Alba d´oro), il partito nazional-socialita entrato in Parlamento con il 6,97% dei voti e 21 seggi. Il 50% dei poliziotti anti-sommossa di Atene, quelli che si scontrano quotidianamente con gli anarchici di Exarchia, hanno votato per il movimento guidato da Nikos Michaliolakos. L´uomo, tanto per dare un´idea, che in un´intervista di queste ore ha spiegato che «le camere a gas nei campi di concentramento sono una bugia. E i forni crematori pure». A fare i conti in tasca alle preferenze politiche dei nuclei scelti ellenici è stato il quotidiano Ta Vima, andando a curiosare nei seggi dall´800 all´816 nella circoscrizione di Atene. Quelli vicini alle caserme dei poliziotti del Mat. In tutti e 17, Chrysi Avgi ha fatto saltare il banco, ottenendo da un minimo del 18,6% a un massimo del 23,6%. Siccome gli uomini in uniforme che hanno votato nei seggi erano solo il 30%, più o meno la metà di loro - ha stimato Ta Vima - ha scelto Chrysi Avgi.
Ai poliziotti, evidentemente, piacciono, piacciono i metodi un po´ spicci dei giovani dell´estrema destra di Alba d´Oro. Accusati di organizzare vere e proprie squadracce per picchiare emigranti clandestini e militanti della sinistra ateniese. «Non è vero - si difende il fondatore Theodorso Koudounas - . Ma il milione di stranieri in Grecia sono un problema da risolvere. Dobbiamo prenderli e rispedirli a casa, mettendo mine anti-uomo alla frontiera per evitare che ritornino». Magari i poliziotti antisommossa potranno dare una mano.
(e.l.)
l'Unità 16.5.12
Il Pdl vuole la libertà di falso in bilancio
Anticorruzione e falso in bilancio. L’assalto del Pdl
Il blitz in commissione. Passa un emendamento per la depenalizzazione del reato, per non cambiare le norme varate dal governo Berlusconi Pd e Idv si ribellano. Severino: «Rimedieremo»
di Maria Zegarelli
ROMA Si disintegra in Commissione Giustizia la strana maggioranza di governo. Pd e Pdl su fronti opposti: si discute del ddl anticorruzione e di falso in bilancio. Distanze siderali. Il Pdl cerca di assestare gli ultimi colpi di coda, avvia l’ostruzionismo sul ddl anticorruzione e poi poco più tardi assesta un colpo mortale al reato di falso in bilancio lasciando di fatto tutto come è. Pd e Idv, per la prima volta dalla nascita del governo Monti, salgono insieme sulle barricate mentre Fabrizio Cicchitto osserva e stupefatto commenta che «non è accettabile che esistano di fatto due maggioranze, una fra Pdl, Pd e Terzo polo sulle questioni economiche e sociali e altri temi; e un altro schieramento fra Pd, Idv ed eventualmente altre forze sulla giustizia, il falso in bilancio».
La bagarre in Commissione inizia con la discussione sul ddl anticorruzione quando il Pdl inizia a fare ostruzionismo dilatando i tempi al punto che in un’ora e mezza di discussione viene votato e bocciato soltanto un sub emendamento, firmato Pdl contrario all’aumento della pena minima per il peculato così come previsto dal ministro Severino a 4 anni. L’obiettivo, denunciano dal Pd, è quello di prendere tempo, non concludere nulla e dunque arrivare in Aula con il testo del Senato, firmato Alfano. Il clima si surriscalda, «vergogna», urlano da Fli, «becero ostruzionismo», secondo Antonio Di Pietro. «Un fort apache di giustizialisti», tuona l’azzurro Paolo Sisto. Donatella Ferranti, capogrupppo Pd in Commissione, dice che pur di arrivare in Aula il 28 maggio si lavorerà anche in notturna, intanto la seduta è rinviata a domani.
Si riparte con il falso in bilancio e sono di nuovo scintille. Per errore, fraintendimento o cosa altro? Passa (anche con i voti di Udc e Fli) l’emendamento presentato da Manlio Contento del Pdl sulla depenalizzazione e per il quale il sottosegretario alla Giustizia annuncia parere positivo del governo. Pd e Idv indicono una conferenza stampa insieme per denunciare la gravità di quanto appena accaduto: il governo ha dato parere positivo all’emendamento di Contento e a quello dell’Idv e del Pd di contenuto opposto. È stato proprio quel parere positivo illustrato dal sottosegretario Salvatore Mazzamuto, spiegano subito dopo Roberto Rao dell’Udc e Angela Napoli (Fli) ad aver generato confusione e ad averli spinti a votare a favore. «Sono stato tratto in inganno», dice il centrista, «è stato un errore» confessa la deputata Fli. Entrambi annunciano che in Aula voteranno per il ripristino del reato di falso in bilancio. Ma la frittata è fatta. «Vogliamo stigmatizzare la coincidenza per cui nel momento in cui è assente il ministro Severino dice Donatella Ferranti, capogruppo Pd in commissione si è realizzata una caduta pesante di coerenza del governo che ha portato a uccidere la riforma del falso in bilancio». Quanto al sottosegretario, «incoerente e contraddittorio il suo atteggiamento: non si possono dare due pareri favorevoli su due emendamenti opposti». Mazzamuto si tira fuori: «Mi sono limitato a dare i pareri formulati dall’ufficio legislativo. Per il resto si parli con il ministro». Di Pietro è furibondo: «Il governo dica se vuole ripristinare il falso in bilancio oppure no». Il responsabile Pd Giustizia, Andrea Orlando commenta: «In questo passaggio fondamentale è mancata a dir poco la regia del governo».
IL MINISTRO: CAMBIEREMO IN AULA
Il ministro Paola Severino precisa: «Al sottosegretario erano state fornite dall’ufficio legislativo tutte le schede necessarie a fornire i pareri agli emendamenti presentati. In particolare quanto all’emendamento Contento, l’Ufficio legislativo, su indicazione del ministro, ha fornito un parere favorevole solo al limite massimo di pena e dunque contrario quanto alla restante parte dell’emendamento». Conclusione: la formula non era in contraddizione con il parere positivo agli altri emendamenti. Quindi, «se errore c’è stato, nel senso che il sottosegretario Mazzamuto non ha letto per intero la scheda fornitagli, si porrà rimedio in aula». Ancora Cicchitto: «Inaccettabile una eventuale sconfessione del sottosegretario». «La reintroduzione del falso in bilancio ricorda Ferranti è un impegno che il nostro Paese ha preso in sede internazionale e che non può essere disatteso».
La Stampa 16.5.12
Rinvio del voto sul dimezzamento dei soldi ai partiti
Democratici infuriati, timori sul boomerang ai ballottaggi
di Carlo Bertini
ROMA Quando ieri mattina è stato informato, Bersani ha fatto un salto sulla sedia, «si è inalberato parecchio», racconta chi ci ha parlato. E infatti in serata a Porta a Porta il leader Pd ha alzato la voce: «Se la settimana prossima non c’è il dimezzamento del finanziamento ai partiti mi sentono!». Eh sì, il rinvio di un voto così atteso al 22 maggio è stata una mossa non gradita a molti nel Palazzo. Giustificato dai regolamenti che impongono 24 ore di pausa prima del voto di fiducia sul decreto per le banche; e dalla considerazione che fosse meglio far slittare una discussione così complessa dopo i ballottaggi, questo slittamento, secondo molti a destra e sinistra, avrebbe dovuto essere evitato. «Si poteva anticipare a questa settimana almeno il varo dell’articolo 1 che dimezza i rimborsi elettorali», ammette un altro dirigente del Pd e il concetto ricorre tra peones e graduati a destra e sinistra, preoccupati dell’effetto boomerang sui consensi pro-Grillo che lievitano ogni giorno nei sondaggi.
Fatto sta che ieri a creare tensione sulla legge che dimezza i rimborsi ai partiti ha contribuito pure la Ragioneria dello Stato. Che nel dare un parere al testo della Commissione ha certificato che si può parlare di dimezzamento solo per il 2012, con i rimborsi tagliati da 182 a 91 milioni di euro. Ma non a regime: nel 2015, quando la spesa era già previsto scendesse a 141 milioni, il risparmio si fermerà a 50 milioni, perché bisogna tener conto dei tagli progressivi introdotti dalle ultime manovre sugli stessi contributi. E poi la Ragioneria, che già aveva bocciato la detrazione fiscale al 38% dei contributi privati fino a 10 mila euro, ha bocciato pure la nuova versione con il 27% di sconto fiscale. La copertura dei costi dovuti all’aumento delle detrazioni per Onlus e partiti dal 19 al 27% sarebbe onerosa, va abbassata al 26%. Ed è partita così una guerra di cifre con i relatori. «Non si capisce come sia possibile che se l’aliquota fosse del 26% le detrazioni per le onlus possano costare 33 milioni di euro l’anno e quelle per i partiti 6 milioni, mentre se fissate al 27% dovrebbero costare 53 milioni...», si è infervorato Calderisi del Pdl. «Vogliamo chiarimenti dal governo», ha alzato il tiro il suo collega Bressa del Pd. E gli effetti di queste frizioni fanno gongolare le opposizioni che chiedono l’azzeramento dei rimborsi: «Alla faccia della velocità con cui la maggioranza ha propagandato questo provvedimento, i relatori ancora oggi hanno presentato una ventina di emendamenti al testo già trasmesso all’aula», attacca il leghista Pierguido Vanalli.
E se il taglio della spesa per i partiti tiene banco, non meno alta è l’attenzione sul taglio della spesa per la pubblica amministrazione. La spending review del governo, annuncia Patroni Griffi, interverrà anche sulla spesa sanitaria, sulle consulenze e sulle auto blu, per assicurare «risparmi certi entro l’estate ed evitare l’aumento di due punti dell’Iva». Sulle auto blu già si è calcolato un risparmio di 350 milioni di euro, la spesa per consulenze per il 2012 non potrà superare del 20% quella del 2009. «Ma visto che non tutte le amministrazioni mandano i dati l'idea è quella di istituire una task force con Corte dei conti, Ispettorato delle Finanze, Ispettorato della Funzione pubblica per verificare la correttezza dei dati per capire perché alcune amministrazioni non li hanno mandati».
il Fatto 16.5.12
Il fantasma dell’uguaglianza
di Paolo Flores d’Arcais
Sta per arrivare in libreria “Democrazia! - Libertà privata e libertà in rivolta” di Paolo Flores d’Arcais, concepito come un prontuario delle antinomie (Democrazia e legalità, Democrazia e verità, Democrazia e ateismo, Democrazia e illuminismo di massa, Democrazia e denaro, Democrazia e uguaglianza, Democrazia e morale, Democrazia privata, Democrazia e rivolta). Anticipiamo un passo del capitolo dedicato all'eguaglianza.
Tutti conoscono il motteggio infantile che recita «se mia nonna avesse un trolley sarebbe un tram». Troppi liberisti scambiano questo scherzo per un ragionamento: «se tua nonna avesse un trolley sarebbe libera di essere un tram» ha infatti l’identica struttura logica di «se tua nonna avesse i miliardi adeguati sarebbe libera di fondare la Fiat». Ma tua nonna ha il trolley? Se non lo ha, quella libertà è una irridente boutade, come sa perfettamente il bambino che la pronuncia e che scopre così precocemente l’ipotetica del terzo tipo o dell’irrealtà. Nessuno di noi è libero di fondare la Fiat. E portare in contrario le leggendarie imprese di chi «si è fatto da sé» mantiene il discorso nel girone dell’apologia anziché della logica, poiché in ogni ramo imprenditoriale l’Henry Ford o lo Steve Jobs di turno rappresenta il momento magico irripetibile di un «nuovo inizio», cui seguirà la normalità strutturale che vedrà invece l’imprescindibilità del trolley miliardario.
(…)
DI QUALI risorse ho bisogno per essere libero di fondare un giornale, una radio, una tv? Che libertà ho di praticare il «rischio di impresa» se non possiedo il necessario conquibus da arrischiare, o l’equivalente credito della banca? È dunque perfettamente liberista, ma prende sul serio la logica, l’articolo 3 della nostra Costituzione, che al secondo capoverso recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economica e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Che proprio tale articolo suoni affetto da socialismo al delicato udito di qualche liberale, ci dice solo come il privilegio di classe sia pronto a spingersi fino all’odio per la logica. (…)
La diseguaglianza, insomma, non va da sé, deve essere giustificata. E il liberale (non ancora ingaglioffito a liberista) può giustificarla solo qualora l’eguaglianza impedisca la «critica dell’esistente». Benedetto Croce – il maestro di libertà che per timore dei «rossi» preferì avallare il fascismo, dunque un liberale moderatissimo che «diede per viltade il grande assenso» – riconoscerà che il liberalismo non ha «legame di piena solidarietà con il capitalismo o con il liberismo economico o sistema economico della libera concorrenza, e può ben ammettere svariati modi di ordinamento della proprietà e di produzione della ricchezza, con il solo limite … che nessuno [di essi] … impedisca la critica dell’esistente». La libertà liberale è perfettamente compatibile con politiche di limitazione anche radicale del diritto di proprietà (a cominciare dall’azzeramento della trasmissibilità ereditaria delle ricchezze), purché non incidano sulla capacità critica complessiva dei cittadini nei confronti dei poteri costituiti. Un liberale che non abbia in uggia la logica concluderà perciò con Rousseau: «È proprio perché la forza delle cose tende sempre a distruggere l’eguaglianza, che la forza della legislazione deve sempre tendere a mantenerla». Invece, sempre più spesso, il cittadino è costretto ad ascoltare inverosimili analogie tra «mercato politico» e «mercato economico» (…)
METAFORE tipo «azienda Italia» possono perciò affiorare alla mente solo laddove ogni sinapsi sia satura di pulsione totalitaria. Del resto, il liberale Tocqueville già metteva in guardia (…): «È facile scorgere nei ricchi un grande disgusto per le istituzioni democratiche del loro Paese». (…) Se mettiamo in fila quanto fin qui acquisito, siamo costretti a concludere che la democrazia è in conflitto permanente col liberismo, poiché quest’ultimo, lasciato al suo istinto, è portato inguaribilmente all’aggressione contro ogni presupposto e conseguenza dell’eguale sovranità e dell’autonomia del ciascuno. Senza l’azione inesausta della politica per vincolare il capitale agli imperativi dell’eguale libertà civica, il liberismo conclude nella soppressione della democrazia. A questo punto scatta puntuale la geremiade d’ordinanza: ma con questi discorsi si finisce nel comunismo! Sì e no (soprattutto no). «Pretendere di arrivare a una perfetta eguaglianza nella distribuzione dei poteri di governo mi pare tanto assurdo … quanto è pernicioso in pratica il comunismo», sosteneva in effetti il baronetto George Cornewall Lewis, cancelliere dello scacchiere di Lord Palmerston. «Una democrazia non truccata … è già il comunismo», sintetizza giustamente Luciano Canfora citandolo. Sia però chiaro che l’approssimazione asintotica alle eguali chance di partenza non può avere nulla a che fare con gli esperimenti di socialismo reale che troppi popoli hanno dovuto subire. La pianificazione burocratica dei regimi dell’est (…) si colloca esattamente agli antipodi dell’eguaglianza democratica. (…) La totalitaria abrogazione di ogni libertà politica è infatti già una forma – e micidiale – di diseguaglianza materiale, sociale. Che, oltretutto, fa da incubatrice alle altre. I gerarchi di partito, ciascuno nell’asimmetrica proporzione del rispettivo potere, sono infatti gli effettivi padroni del sistema produttivo, banche, industrie, terre. Tanto è vero che saranno proprio loro a trasformarsi in «legittimi» proprie-tari, quando il crollo dell’Urss e delle democrazie popolari (iterazione per occultare negazione!) suonerà l’inevitabile fanfara delle privatizzazioni e trasformerà i più lesti degli apparatchiki in «oligarchi» delle ricchezze economiche.
Repubblica 16.5.12
Se la destra sceglie Grillo
di Curzio Maltese
La crisi che si abbatte con crescente ferocia sulla vita dei cittadini europei ha avuto negli ultimi mesi un solo effetto positivo.
È il ritorno sul tavolo dell´Unione del grande assente di questi anni, la Politica. La Politica con la maiuscola, quella che da quando esistono le democrazie si fonda sulla distinzione fra una destra e una sinistra. Il voto in Francia e in Germania, nel più popoloso e decisivo degli stati federali tedeschi, la Renania settentrionale-Westfalia, ha riportato al centro del dibattito pubblico, dopo anni di ambiguità, pensiero unico e fumose «terze vie» di fuga, un´alternativa secca e concreta fra l´Europa vista da destra o da sinistra. Insomma fra un´Europa ancorata alla visione liberista dominante nell´ultimo decennio, sia pure transitata dalle promesse e dai sogni di arricchimento collettivo allo spettro di un´austerità permanente, e un´idea di Unione più equa e solidale, impegnata a rilanciare la grande invenzione democratica del Welfare nella nuova realtà del mercato globale.
Questo confronto di grandi visioni alternative fra destra e sinistra, che pareva archiviato in politica, è tornato a dividere gli elettori francesi, chiamati a scegliere fra i programmi di Hollande e Sarkozy, e promette di essere il leit motiv della prossima campagna per il cancellierato in Germania fra Angela Merkel e Hannelore Kraft. Ma non in tutta Europa la crisi ha avuto questo effetto. Nelle ultime elezioni in Grecia il confronto politico storico fra destra e sinistra si è spostato su un piano del tutto diverso. E disastroso. Il confronto in Grecia non è politico, fra una sinistra e una destra portatrici di visioni alternative, ma post o piuttosto pre politico, fra un governo «tecnico» nel quale si confondono una destra e una sinistra percepite come uguali dall´opinione pubblica, e un´opposizione altrettanto indistinta, dove un comune linguaggio populista accomuna le estreme radicali. Un quadro politico devastante che a molti e purtroppo ragionevoli pessimisti ricorda la Repubblica di Weimar.
L´Italia è oggi, come quasi sempre nella nostra storia, a un bivio, al confine fra le due Europe. La crisi economica e la parentesi del governo tecnico può rivelarsi un´occasione straordinaria per la politica italiana di riformarsi e di tornare a offrire l´anno prossimo agli elettori un´alternativa chiara fra riformismo e liberismo, sinistra e destra. Oppure può diventare il definitivo pretesto per scivolare nel caos weimariano della Grecia, l’annichilimento della politica e la ricomposizione del conflitto sociale fra un indistinto rigorismo «tecnico» e un altrettanto indistinto populismo «né di destra né di sinistra».
La nostra scelta è decisiva per il futuro di tutti. Nel treno dell´Unione, più importante di qualsiasi Tav, l´Italia è il vagone che collega la locomotiva franco-tedesca al resto dell´Europa. Staccare il vagone italiano significa porre fine al viaggio. Ora, i piccoli segnali che arrivano in questi giorni, in queste ore, dalla provincia elettorale impegnata nel ballottaggio delle amministrative, sono inquietanti. A Parma, eletta dal movimento di Grillo a Stalingrado del movimento, i grillini si starebbero organizzando a ricevere sottobanco l´appoggio del moribondo partito di Berlusconi. In linea con una campagna elettorale condotta da Grillo sul filo di un assoluto cinismo. Il proprietario del marchio 5 stelle è stato capace in queste settimane di passare dall´elogio incondizionato del governo Monti al dileggio del medesimo come «servo delle banche» e «frutto di un golpe», dall´apologia degli evasori fiscali alla difesa d´ufficio di Bossi e «family» («vittime di un complotto della magistratura»), dal corteggiamento degli xenofobi («la cittadinanza ai figli d´immigrati non ha senso») a quello della mafia. Perché tutti votano, anche evasori fiscali, leghisti delusi, xenofobi e i mafiosi. E il voto, come la pecunia, non olet. Per contro, alle truppe del berlusconismo in rotta non par vero di salire su un altro carro populista, piuttosto che rimboccarsi le maniche e costruire la vera destra liberale assente in Italia dal Risorgimento.
Sia chiaro che l´eventuale e rovinosa deriva greca dell´Italia non potrebbe essere responsabilità esclusiva dei demagoghi. Almeno al cinquanta per cento sarebbe da condividere con una sinistra che non ha trovato il coraggio di rinnovarsi, nei programmi e negli uomini, come hanno saputo fare i socialisti francesi e i socialdemocratici tedeschi dopo anni di sconfitte. Hanno, abbiamo tutti un anno di tempo. Una seconda chance, come dimostra la Grecia di oggi, non è prevista.
l’Unità 16.5.12
Ma su Israele la sinistra ha colmato ogni ritardo
di Bruno Gravagnuolo
«...ANCHE SE IL TIC DI CHIEDERE AI COMPAGNI EBREI di essere in prima fila quando c’è da attaccare Israele è ben lungi dall’essere scomparso del tutto». No, francamente a noi pare cancellato quel «tic» di cui parlava Paolo Mieli sul Corsera nel recensire il libro di Matteo Di Figlia edito da Donzelli con prefazione di Salvatore Lupo: Israele e la sinistra. Magari sopravvive in qualche anfratto della sinistra radicale dispersa, dove più o meno inconsciamente ancora possono venir sovrapposti «antisionismo» e «antisemitismo» (doppia damnatio che nasce a destra, comunque). Semmai il tic, il «crampo», è un altro, a sinistra. E sta nella domanda automatica, che ciascuno a sinistra si autorivolge, quando critica il governo di Israele: «C’è rischio di antisemitismo in questo?».
Eppure le cose dovrebbero essere chiare. E il criterio guida resta: il diritto di Israele ad esistere come «stato-nazione». Non come StatoMissione o Eretz-Israel (Grande Israele). In una col diritto allo Stato palestinese. Inficiato però di fatto ogni volta che la dirigenza palestinese non è chiara sul quesito: deve esistere Israele sicuro nei propri confini? Purtroppo su questo si è andati avanti e indietro sui due fronti, giungendo a un passo dalla soluzione più volte. Ma poi regredendo a Intifade e repressioni (e grande è la responsabilità non solo dell’ultimo Arafat ma anche di Bush jr. e di tutto il ciclo neocons).
E la sinistra? Vecchia storia...che comincia con Marx, con la Questione ebraica. Fin dall’inizio, sbagliando, si è infatti negata la questione nazionale ebraica in quanto tale. Reputandola «borghese e ristretta». E all’errore se ne aggiunse un altro, sempre in Marx: considerare gli ebrei come portatori della «mercatura e del denaro» (certo in chiave progressiva per Marx!). Si riapriva così la strada all’endiade «ebrei/denaro», strada altresì già spianata dall’antigiudaismo cristiano fin dall’alto Medioevo....
l’Unità 16.5.12
V day contro il femminicidio
I «monologhi della vagina» per dire no alla violenza
di Rossella Battisti
Iniziativa promossa da «Se non ora quando» al Quirino con i testi di Ensler recitati da uno stuolo di attrici e donne per fermare la mattanza
CHE COS’HANNO IN COMUNE L’IMPETTITA AVVOCATA PENALISTA GIULIA BONGIORNO E LA STRALUNATA ATTRICE COMICA LUNETTA SAVINO? La cantante Paola Turci e la giornalista Maria Luisa Busi o la deputata Paola Concia con Lella Costa? Unite i punti con un tratto di penna e otterrete la lettera D di donna, ovvero di V come vagina, ovvero V-day. Un giorno per ricordare, sottolineare, insistere sulla preziosa diversità della donna attraverso le testimonianze e le storie buffe e commoventi, tragiche e allegre che Eve Ensler ha raccolto ormai più di quindici anni fa. Una raccolta che ha fatto il giro del mondo a teatro e non solo -, tornata al Quirino di Roma per una serata speciale, accolta tra le braccia dell’Associazione «Se Non Ora Quando» e trasmessa a una platea partecipe e divertita dalle signore di cui sopra più tante altre, Lella Costa in testa a introdurre e chiudere.
Sono storie di «vagine», di donne, ragazzine e anziane viste dalla parte della natura, e su a risalire, a raccontare cosa significa essere il sesso represso e violentato in una società maschilista. La scrittrice newyorchese era partita nel 1996 da un rapporto dell’Onu in cui si riportava il dato inquietante che una donna su tre nel mondo avesse subito abusi. Ensler intervistò circa due-
cento donne di ogni età e razza, classe e professione a partire da quel particolarissimo punto di osservazione. Componendo quel mosaico squillante ed evocativo che è i Monologhi della vagina. Ancora oggi, manifesto insuperato nel descrivere un mondo arretrato nei comportamenti e nella mancanza di rispetto per l’altra metà del cielo.
La serata al Quirino lo riprende ed è quasi un controcanto, ironico e pungente, alla marcetta fuori tempo del giorno prima che,
sempre a Roma, capeggiata da Alemanno inneggiava all’abolizione della 194 e alle «donne assassine». Ma dove? Ma quando? I dati in Italia parlano chiaro, parlano male di maschi che odiano le donne. Le battono, le soffocano, le uccidono per impedir loro di non essere semplici oggetti di proprietà, ma persone dotate di pensieri ed emozioni. Di libertà, soprattutto. Anche quando si tratta di prendere decisioni gravi e severe sul proprio corpo.
Il tam tam mediatico funziona e il foyer del Quirino si riempie di ragazze di ogni età, in fila sventagliata davanti al botteghino. La maggior parte ha prenotato ed è lì solo per ritirare i biglietti per sé e per le amiche. Questo è uno spettacolo dove non si viene da sole: si solidarizza, si fa gruppo. Le mamme portano le figlie. E le nonne le amiche di gioventù. C’è anche qualche uomo sparuto, compagni di vita in versione dimessa e mansueta. Pochi i ragazzi, invece, forse messi in soggezione dalla prevalenza del femminino.
UN PALCO DIPINTO DI ROSSO
Cessato il brusio degli ingressi, il palco si accende di rosso con due schiere di donne sedute a semicerchio dirette dalla regia discreta e minimalista di Franza di Rosa. Davanti i leggii e i microfoni, arnesi del mestiere base per quella che diventa quasi seduta di autocoscienza. L’articolo di Sofri che commenta amaro i dati del femminicidio e che Lella Costa ricorda in apertura. Gli stupri come feroce arma di guerra in Bosnia e in Congo a cui sono dedicati monologhi come aghi di ghiaccio che si conficcano nell’anima. O pagine malinconiche, rimpianti di passioni umiliate come quella che interpreta, ironica e saggia, Lucia Poli di una vecchia signora a proposito del suo «là sotto», che dopo un paio di risvegli insurrezionali è stato chiuso «in cantina» per sempre. Paola Turci intona il canto triste delle violenze subite, Paola Concia e Giulia Bongiorno snocciolano dati. E su tutte si fa strada la strabordante simpatia di Marina Confalone, intenta a mimare l’alfabeto del piacere femminile. Altro che Harry e Sally, il campionario di gemiti e ululati, fermenti di piacere, le serpeggianti vocali lussuriose che modula la voce di Marina fanno due baffi all’orgasmino di Meg Ryan al tavolo del ristorante. Per favore, bis!
Corriere 16.5.12
La sanzione morale della Fao contro l'iniqua incetta di terre
di Giulio Sapelli
Nel primo trimestre del 2012, ben 2,5 milioni di ettari sono stati ceduti dalle comunità locali a grandi imprese multinazionali cinesi, brasiliane, francesi, inglesi, danesi, svedesi, nord americane, quatarine e thailandesi. Se si considera il periodo che va dal 2007 al 2011, nelle aree dell'Africa sub-sahariana, del Sud America, dell'Australia e dell'Oceania, le vendite o le espropriazioni sono avvenute per ragioni che le statistiche classificano come «alimentari» (il 52%), la coltivazione di colture per la produzione di bio-carburanti (20%) e, infine, l'allevamento (l'8%).
L'area sub-sahariana è quella più interessata da questo irrompere del mercato capitalistico: gli acquisti di terre sono stati il 54% di tutte le transazioni mondiali, connotando in modo esplicito il ruolo svolto in questo fenomeno dalla Cina, che mira chiaramente al dominio del continente africano. Segue a lunga distanza l'Oceania, con il 9,5% e l'America del Sud, con il 9,4%. Insomma, un fenomeno enorme, che per la prima volta nella storia la Fao (Organizzazione delle Nazioni unite per l'agricoltura e l'alimentazione) ha affrontato per le rilevanti implicazioni che esso ha sui regimi alimentari dei popoli più poveri del pianeta. I 124 Paesi che fanno parte del Comitato per la sicurezza mondiale alimentare hanno adottato all'unanimità una risoluzione che mira a raggiungere una sorta di «regolazione globale della globalizzazione» in merito alle transazioni fondiarie. L'accordo è stato firmato venerdì 11 maggio a Roma. Sono stati due anni di negoziazione e di discussione e di ricerca accanita. Il documento redatto dovrebbe regolare le transazioni non solo dei terreni coltivabili, ma altresì delle foreste e delle aree di pesca nel mondo.
Tutto ha avuto inizio dalle accese proteste delle popolazioni più povere del pianeta e di quelle più legate alla risorse naturali per il loro sostentamento. Esse da circa un decennio hanno visto via via aumentare a dismisura la pressione diretta a far sì ch'esse abbandonassero le loro terre per un misero compenso, oppure addirittura attraverso atti di vera e propria espropriazione, non potendo opporre resistenza legale agli espropriatori, non possedendo una documentazione scritta del possesso medesimo. Le regole di un diritto ancestrale, agnatico e secolare comunitario si scontravano e si scontrano con lo scambio mercantile tipico dell'economia monetaria capitalistica, che distrugge i diritti non scritti e consuetudinari con una violenza spesso inaudita. D'ora innanzi sia gli Stati sia le imprese che non rispetteranno tali diritti arcaici e non scritti, così come le consuetudini colturali delle popolazioni che sono confinanti con le terre espropriate, verranno sanzionati. Solo moralmente, tuttavia, perché le regole adottate sono volontarie e non compulsive. Non sono previste, infatti, sanzioni se non morali; ma questo è di già, nonostante tutte le limitazioni, un grande risultato perché per la prima volta 124 Stati hanno firmato un documento che auspica un corretto comportamento reputazionale degli attori economici grazie al rispetto del diritto consuetudinario, invitando a consultare e a informare e a negoziare con le popolazioni locali, con l'assistenza dei tecnici della Fao e dei suoi comitati. Si obietterà che molte nazioni hanno firmato l'accordo perché nessuna sanzione è prevista. Ma ciò è vero solo in parte: in giudizio l'accordo potrà essere fatto valere come un elemento di forte difesa dei diritti delle popolazioni offese. Certo esse dovranno organizzarsi e darsi una rappresentanza politico-giuridica. Si potranno in tal modo costruire dei catasti della proprietà fondiaria in ogni angolo della terra e creare in tal modo una società civile in grado di far valere le regole del commercio regolato dalla legge e non dalla violenza.
Termina l'epoca della brutalità senza freni che ha dominato le transazioni fondiarie sì in lontane parti del mondo, ma anche in aree a noi più vicine. Un lungo cammino vero il diritto scritto sta per concludersi. Per questo l'accordo di Roma è storico ed è simbolicamente rilevante ch'esso sia stato firmato nella patria di tutti i diritti di proprietà: quello romano.
Repubblica 16.5.12
Nel 2011 le vendite delle Ferrari sono più che raddoppiate rispetto all’anno precedente.
La nuova passione Rossa della Cina
di Marco Mensurati
Prevista una versione speciale Una mostra a Shanghai celebra il rapporto tra la terra del Dragone e il Cavallino che lì conquista sempre più ragazzi
Chi guida Ferrari in Asia è giovane e spesso donna Mentre in Italia l´età media si alza
A un certo punto, a Maranello, se la sono vista brutta. È successo pochi giorni fa quando, a Nanchino, un collaboratore esterno della Ferrari ha scatenato un caso diplomatico. Alla vigilia dell´esibizione per il lancio di un nuovo modello (la 458 Italia) sul mercato cinese, il suddetto collaboratore ha pensato bene di improvvisarsi pilota acrobatico e ha cominciato a sgommare sulle mura antiche della città, ricoprendo un monumento risalente alla dinastia Ming con le tracce dei copertoni.
Lì per lì le reazioni sono state violente, in molti hanno protestato. Poi però la situazione è rientrata: la Ferrari ha chiesto scusa, ha fatto immediatamente restaurare il monumento e, con il monumento, anche il rapporto con quello che rappresenta il "secondo mercato" mondiale per la vendita delle sue auto (dopo gli Usa). Perché in Cina, da qualche anno a questa parte, imprenditori e uomini d´affari sono impazziti per le Rosse.
Ora, l´incidente di Nanchino difficilmente potrà alterare l´appeal della casa automobilistica del cavallino sul mercato cinese. Anzi, c´è chi scommette che prima o poi avverrà anche il "sorpasso", e cioè che la Ferrari riuscirà a vendere più macchine in Cina che in America. A questo sorpasso, se mai avverrà, contribuirà certamente anche la mostra che si aprirà venerdì nell´ex padiglione italiano dell´Expo di Shanghai, un allestimento di 900 metri quadrati richiesto ai vertici di Maranello espressamente dalle autorità cinesi per celebrare la ricorrenza dei 20 anni dallo sbarco rosso nel paese. La prima Ferrari "con gli occhi a mandorla" fu ordinata nel 1992, era un 348 ts e finì a un miliardario di Pechino. In pochi, allora, se ne accorsero ma quell´ordine fu l´inizio di una storia d´amore. Nel 2011 la casa italiana ha venduto in quell´area 777 macchine (+62 per cento rispetto al 2010) e adesso, per omaggiare i suoi clienti locali, ha pensato bene anche di proporre una versione speciale della 458 Italia, verniciata nel nuovo colore «Rosso Marco Polo». Sul cofano di questa vettura - che verrà prodotta con un´"edizione" limitata di 20 esemplari - comparirà un "longma" (un animale mitologico, metà dragone e metà cavallo) stilizzato. «Il dragone - spiegano da Maranello - simboleggia la cultura cinese mentre il cavallino richiama al nostro simbolo che, per altro, secondo uno studio del Politecnico di Milano è l´unico marchio riconosciuto dai cinesi come "italiano" e non confuso con altri». Il binomio Ferrari-Italia rimarrà esposto per tre anni a Shanghai: in mostra ci saranno alcune delle migliori collezioni del Museo Ferrari. La mostra è divisa in cinque aree tematiche: "Ferrari in Cina", "Prodotto", "Design", "Corse" e "Green Technology" con le ultime novità della casa di Maranello.
La scelta ha un´importante valenza politica, visto che rappresenta una vetrina eccezionale per il "made in Italy". Ma è evidente che potrebbe essere molto interessante il ritorno commerciale. Il mercato cinese ha infatti una particolarità molto ben definita rispetto a tutti gli altri nel mondo: l´età dei clienti. Chi guida Ferrari in Asia è giovane, ha spesso meno di quarant´anni mentre nel resto del mondo quasi sempre questa soglia è ampiamente superata. Inoltre, altro fatto singolare, vi è un´importante rappresentanza della clientela di donne con un profilo particolarmente elevato: sono imprenditrici e professioniste di successo. E amano la Ferrari.
Corriere 16.5.12
«Mein Kampf» in libreria. Divieto sconfitto dalla rete
risponde Sergio Romano
Dal 2016 il Mein Kampf sarà libro di testo in tutte le scuole tedesche, poiché, a fine 2015, il ministero delle Finanze tedesco perderà tutti i diritti su questo testo. Sembra che il ministro Soeder, voglia diffondere un testo commentato per evitare il proliferare dei libri commerciali. Vorrebbe naturalmente far capire a quali conseguenze catastrofiche ha condotto questa ideologia e quali assurdità sono contenute in questo testo. Apprezzerei molto una sua cortese risposta a due semplici domande, la prima: da chi fu ispirato il Führer, quanto alla formulazione del concetto di nazione, dell'antisemitismo e dell'apologia della guerra e della violenza come culto della forza? La seconda: come arrivò a quello che fu il pensiero politico e lo sviluppo del programma del partito?
Salvatore D'Acri
Caro D'Acri,
È possibile che la pubblicazione del libro, nell'edizione proposta dalle autorità bavaresi, serva per l'appunto a dare una risposta alle sue domande. Parecchi anni fa un editore italiano mi chiese se vi fossero testi politici del XX secolo che sarebbe stato utile ripubblicare. Risposi suggerendo Mein Kampf. Naturalmente occorreva una introduzione per ricordare al lettore quale importanza il delirante libro di Hitler abbia avuto nella storia mondiale. E occorreva smontarlo, un pezzo alla volta, per comprendere dove Hitler fosse andato a cercare gli ingredienti delle sue teorie sulla razza e sulla «missione» del Reich tedesco. L'editore sorrise, mi ringraziò per il consiglio e, beninteso, non ne fece nulla.
Per più di mezzo secolo Mein Kampf è stato dannato e bandito. Lo Stato della Baviera, proprietario dei diritti del libro dal giorno in cui, dopo la fine della guerra, aveva confiscato la sua casa editrice (Eher-Verlag), si è battuto tenacemente per evitarne la ristampa e la circolazione. Alcuni Paesi, come la Francia, hanno promulgato una legge che prevede un'azione penale contro l'eventuale editore o stampatore.
Il guaio, caro D'Acri, è che questo libro proibito ha avuto nel corso degli ultimi decenni parecchie centinaia di edizioni più o meno clandestine. Più recentemente è apparso sulla rete e può essere letto o scaricato da parecchi siti. Per molti aspetti la vicenda di Mein Kampf conferma il potere di Internet e dimostra quanto sia difficile porre limiti alla sua straordinaria capacità di trasmettere notizie, informazioni, sentimenti. Il fenomeno è preoccupante quando la rete è usata da pedofili, criminali, truffatori. Ma si è rivelato utilissimo per i dissidenti dei regimi autoritari o totalitari.
Anche prima di Internet, comunque, qualcuno pensava che la lettura di Mein Kampf fosse utile. Come è stato ricordato recentemente dal Wall Street Journal, Churchill, nella sua storia della Seconda guerra mondiale, scrisse che il libro permetteva di meglio comprendere le strategie naziste, e aggiunse: «È un nuovo Corano, fatto di fede e di guerra, ampolloso, verboso, informe, ma impregnato del suo messaggio». Non credo che l'uomo di Stato britannico manifestasse con la parola Corano un pregiudizio antimusulmano. Nella prefazione all'edizione americana del libro, apparsa nel 1939, Mein Kampf veniva definito il «Vangelo nazista». In ambedue i casi Corano e Vangelo erano espressioni «scorrette», ma metafore utili per mettere in evidenza il fanatismo religioso da cui il libro di Hitler è permeato.
Corriere 16.5.12
Eschilo e la maledizione dei presagi inascoltati
La reggia di Agamennone trasuda sangue
di Paola Casella
Fin dai primi versi, l'Agamennone è una tragedia annunciata. Primo elemento dell'Orestea di Eschilo, l'unica trilogia del teatro greco classico ad esserci stata tramandata nella sua interezza, l'Agamennone si sviluppa attraverso la realizzazione di una sequenza di presagi, e l'essenza tragica del testo sta proprio nell'incapacità degli uomini, pur abbondantemente avvertiti, di sfuggire al loro destino. Non a caso il personaggio più drammatico dell'opera è Cassandra, la profetessa condannata a non essere creduta.
Le prime parole della tragedia sono quelle di una sentinella che da un anno aspetta la notizia della caduta di Troia: e lo fa «sdraiato sulle braccia alla maniera di un cane», chiedendo agli dèi di liberarlo dalla fatica di una veglia che sembra interminabile, ma ignorando che il ritorno in patria di Agamennone dopo la vittoria sui Troiani sarà l'inizio della sua fine.
Il vincitore trova ad aspettarlo a casa la moglie Clitemnestra, che lo accoglie apparentemente a braccia aperte. Ma le parole della regina sono ambigue e ricche di doppi sensi, poiché Clitemnestra cova propositi di vendetta: non perdona al marito di avere sacrificato la loro bellissima figlia Ifigenia per ottenere dagli dèi venti favorevoli.
Eschilo descrive Agamennone come un sovrano saggio e morigerato, non insuperbito dalla vittoria ma al contrario stanco di guerra, e desideroso di tornare a governare il suo popolo con equilibrio e oculatezza. Ma Clitemnestra sa come ottenebrare il suo giudizio, spingendolo a celebrare il proprio ritorno su drappi rossi che sono già un presagio di morte, anticipatori della «pioggia di sangue» di cui parlerà più avanti Cassandra.
L'atmosfera lugubre e la tensione dolorosa permeano tutta la narrazione, che procede inesorabile verso il proprio compimento tragico, concretizzando la maledizione scagliata sulla casa di Agamennone che proseguirà il suo percorso di distruzione nei successivi tre elementi dell'Orestea, le Coefore e le Eumenidi, quando Oreste, il figlio più piccolo (l'unico maschio) di Agamennone e Clitemnestra, vendicherà il padre uccidendo la madre e il suo amante, Egisto. Un'ira che acceca tutti i protagonisti, una «follia di vicendevoli omicidi» che non si placa finché non ha completato il suo percorso.
Agamennone è stato cieco e sordo alle suppliche della figlia Ifigenia, la cui uccisione è descritta da Eschilo in toni strazianti: «Le grida con cui chiamava il padre e l'età virginale in nessun conto tennero i capi avidi di guerra», ricorda il coro, e a nulla vale lo sguardo disperato che Ifigenia lancia al «padre amato». Nella vendetta di Clitemnestra non c'è solo la disperazione di una madre, ma anche la rabbia contro l'insensatezza di un uomo che «tollerò di farsi sacrificatore della figlia come aiuto ad una guerra che puniva il ratto di una donna», un riferimento all'«incidente scatenante» della guerra di Troia: la decisione di Agamennone di aiutare il fratello Menelao a vendicare il «furto» della moglie Elena da parte di Paride. Il re «giusto» non appare affatto tale alla moglie, poiché ha innescato incautamente una catena di sventure. Eppure Clitemnestra ama suo marito, e l'ha a lungo atteso: «Ho rovinato i miei occhi che tardavano ad addormentarsi a forza di piangere per i segnali di fuoco che ti riguardavano, sempre trascurati», gli dice.
Agamennone è la tragedia dei segnali trascurati, e una delle scelte drammaturgiche più azzeccate di Eschilo è quella di far entrare in scena la profetessa Cassandra sul carro insieme ad Agamennone, di cui è amante e «bottino di guerra», tenendola però in silenzio per tutta la durata della conversazione fra marito e moglie. Quando finalmente Cassandra aprirà bocca, sarà per annunciare che «questa leonessa a due zampe, che dorme accanto al lupo mentre è assente il nobile leone, mi ammazzerà, me sventurata». Poi ucciderà anche il leone: Agamennone.
«Queste case spirano morte sanguinosa», dirà Cassandra, «Lo stesso tanfo che esce da una tomba». E sono ancora della profetessa inascoltata le parole che riassumono l'inconsistenza dell'esistenza umana: «O vicende dei mortali: quando sono felici si possono paragonare a un'ombra, e se sono sfortunate una spugna bagnata con un colpo cancella il disegno».
Corriere 16.5.12
Trionfano l'ira e la vendetta
La tragedia Agamennone di Eschilo, in edicola il 17 maggio con il «Corriere della Sera» nel volume arricchito dalla prefazione inedita di Giorgio Montefoschi, conduce nella dimensione arcaica del ciclo dedicato agli Atridi, i figli di Atreo, colui che, per punire il fratello, gli aveva dato in pasto le carni dei suoi figli. E dà il senso arcano, oscuro dello svolgersi dei destini umani, elemento classico della tragedia greca, qui in uno dei vertici più alti. Il ghenos, la stirpe, con la sua eredità di sangue (in tutti i sensi) pesa infatti sulla figura del re Agamennone, sulla caduta della città nemica, Troia, sul ritorno del guerriero in patria, sulla moglie Clitemnestra, sui figli, e il tributo di sangue che dovrà essere pagato attraversa tutta la tragedia, dal sacrificio dei bambini alla morte di Ifigenia, con brani lirici di profonda, aspra bellezza. Come Montefoschi chiosa efficacemente nella prefazione, «sulla scena già si affacciano le Erinni: le dee della vendetta e dell'ira. E così Agamennone finisce: nella cavea che immaginiamo muta, sotto il cielo notturno». (i.b.)
Corriere 16.5.12
L'indagine di Aristotele alla ricerca della verità
Un metodo per avvicinarsi alla conoscenza
di Chiara Lalli
Perché dovrebbe interessarci leggere o rileggere il libro I della Metafisica di Aristotele? «Il prefisso iterativo davanti al verbo "leggere" può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d'ammettere di non aver letto un libro famoso» scriveva Italo Calvino in Perché leggere i classici, a commento della prima proposta di definizione dei classici, ovvero «quei libri di cui si sente dire di solito "Sto rileggendo..." e mai "Sto leggendo..."». E non c'è dubbio che la Metafisica sia un classico del pensiero, che sembra soddisfare molte delle ulteriori definizioni offerte da Calvino: ogni rilettura è una scoperta e persiste come un rumore di fondo.
Che cosa possiamo trovare o ritrovare in queste pagine aristoteliche? La meraviglia (thauma) della filosofia, la ricerca della verità, la scienza delle cause ultime, la risposta ai problemi che ognuno di noi si trova a risolvere. Certo, la scienza da Aristotele è molto cambiata: il suo universo era lo stesso di Tolomeo, il cosmo immaginato come costituito da cieli concentrici, uno incastrato nell'altro, mossi ognuno da quello precedente e infine dal Primo Mobile, il cielo verso cui tutti gli altri si muovono perché vi tendono, ne sono attratti. Certo, alcune formulazioni aristoteliche possono essere ostiche o quasi incomprensibili per chi non abbia familiarità con le discussioni filosofiche e con gli argomenti trattati.
Tuttavia c'è un primo livello accessibile a tutti: Aristotele ci prende per mano e ci conduce nelle viscere della filosofia, nella filosofia che cerca di definire se stessa e che si offre come metodo di avvicinare la realtà. Non solo: nel I libro, che esce sabato con il «Corriere», è lo stesso Aristotele a confrontarsi con chi lo aveva preceduto e a tracciare quella che potrebbe considerarsi la prima storia della filosofia. Quel colloquio virtuale con Parmenide, Platone, Empedocle e i Pitagorici è una vera e propria palestra mentale. Un invito a domandarsi il perché e una sfida a cercare ipotesi sempre più convincenti.
Una parte rilevante del libro I è dedicata alla definizione della filosofia come conoscenza delle cause e dei principi primi — il perché delle cose. «Diciamo di conoscere una cosa quando riteniamo di conoscerne la causa prima». Le cause prime sono quattro: materiale, formale, efficiente e finale. La forma e la materia sono profondamente intrecciate: in un tavolo la materia è ciò di cui è fatto, la forma è il modo in cui è realizzato. La forma ha una superiorità ontologica sulla materia, è causa prima dell'essere. Aristotele direbbe che la materia è desiderio della forma. Per gli oggetti artificiali la causa efficiente è l'agente — colui che costruisce il tavolo — ma per i fenomeni naturali? Il rischio è quello di rimandare all'infinito la causa motrice o di ipotizzare un Dio, che secondo Aristotele non basterebbe a spiegare il movimento e la pluralità delle sostanze. Ed ecco che arriviamo alla quarta causa, quella finale, la più affascinante: il movimento si spiega come movimento verso, come tendenza a, come attrazione che ci spinge a muoverci verso qualcosa che è immobile e non ha quindi bisogno di una causa efficiente.
Addentrandoci nel mondo aristotelico possiamo trovare zone d'ombra o formulare domande che non hanno una risposta. Sappiamo che quell'anelito finale è stato messo in crisi, ma il valore dell'ipotesi esplicativa rimane intatto, così come rimane intatta la seduzione di questa spiegazione. Non solo: se la visione teleologica del mondo fenomenico è stata spazzata via — pur permanendo nelle visioni del mondo connotate dalla religione — rimane senza dubbio attuale il metodo aristotelico, quella dialettica che permea non solo la Metafisica ma tutta l'opera di Aristotele. E se è vero che siamo in grado di godere dello spirito dialettico quanto più conosciamo gli argomenti di cui si discute, è innegabile che si può apprezzare — o cominciare ad apprezzare — il metodo anche non avendo familiarità né con la filosofia né con i temi trattati da Aristotele.
Ognuno di noi ha a che fare con la verità e, come dice Aristotele, la verità è alla portata di tutti e dobbiamo imparare a vederla, come gli occhi delle nottole devono abituarsi alla luce del giorno. E a riconoscerla, altrimenti rischiamo di fare come i pesci giovani che si sentono chiedere dal pesce anziano «Com'è l'acqua?» e rispondono «Che diavolo è l'acqua?» (David Foster Wallace al Kenyon College, 1995).
Corriere 16.5.12
L'angosciato stupore umano
Autore di estrema densità teoretica, Aristotele, nel primo libro della sua Metafisica (che sarà in edicola il 19 maggio con la prefazione nuova e inedita del filosofo Emanuele Severino) concentra già nei primi tre capitoli non solo le argomentazioni che poi saranno elaborate negli altri libri, quindi la summa della sua metafisica, ma anche un quadro dello stato della filosofia dell'epoca, un ritratto in cui, come illustra Severino nella prefazione, «la filosofia parla della filosofia». Aristotele indaga qui le radici del pensiero filosofico, il suo rapporto originario con il thauma, cioè la meraviglia, ma anche, al tempo stesso, il «mostro», o (come spiega Severino) «l'angosciato stupore» del sapere umano di fronte alla natura. Cosicché, se tramite il mythos l'uomo apprende «da quali Potenze siano prodotti il dolore e la morte, e il mondo stesso», afferma Severino, la filosofia è anche il modo che la sapienza umana ha escogitato per liberarsi dal thauma, dallo spavento, tramite «la conoscenza delle Potenze che producono il dolore». (i.b.)