Agi 6.10.10
Crisi: Fassina, serve svolta culturale interessati a Lombardi
(AGI) - Roma, 6 ott. - Il piu' grande ostacolo per l'uscita dalla crisi e' di ordine culturale: siamo da quattro anni nel tunnel, ma il pensiero diffuso non si e' svegliato dal 'sonno dogmatico'. E' necessaria una svolta culturale, prima che politica, per rimettere a posto un ordine economico e sociale insostenibile, per rianimare la voglia di futuro. E noi siamo interessati a sviluppare il pensiero economico autonomo di Riccardo Lombardi, la sua proposta del 1967 per "una societa' ricca perche' diversamente ricca". E' la diagnosi e terapia del responsabile economico del Partito Democratico Stefano Fassina, sulla perdurante crisi economica e occupazionale che attanaglia il Paese. "Dovremmo guardare - spiega Fassina - alla logica di funzionamento del sistema: invece per inerzia intellettuale e corporativismo cieco, si continuano a riproporre le ricette fallite della crescita bugiarda". Rimettere al centro il lavoro e la tutela dei diritti, l'occupazione e l'equita' fiscale, ma soprattutto riportare "la politica a dimensione dell'economia": sono queste le direttrici di fondo per una forza riformista, in vista dell'Assemblea Nazionale dell'8 e 9 ottobre, chiamata a lanciare un 'progetto nuovo' di societa' per 'risvegliare' l'Italia.
Secondo Fassina, "la causa di fondo dell'afasia dei riformisti" risiede "nello scarto tra la forza dell'economia globale e la triste anemia della politica locale". In tal senso, "il pensiero economico forte, autonomo rispetto alla cultura dominante di allora, di Lombardi ci interessa. Se pensiamo al rapporto tra pubblico e privato, alla assoluta necessita' di una sua ridefinizione rispetto a quanto accaduto nell'ultimo ventennio, allora Lombardi ci offre spunti interessantissimi da recuperare". Ad esempio il ruolo dello Stato nella direzione dell'economia del Paese: ruolo- guida che e' stato praticamente abbandonato laddove il mercato l'ha fatta da padrone assoluto. "Se si guarda al peso enorme che hanno assunto gli istituti finanziari in generale, si vede che hanno acquisito un potere enorme globale e sempre piu' difficilmente regolabile dalla politica. Sono giusti ed opportuni gli sforzi di regolamentazione nazionali e soprattutto sovranazionali perche' ci sia, da parte degli operatori finanziari, piu' sostegno all'economia reale - aggiunge - perche' la vocazione dei profitti a breve periodo, lasci il passo alla crescita dell'economia reale". Insomma, precisa ancora Fasina, "meno speculazione finanziaria e piu' investimenti produttivi". L'attenzione del Pd e', dunque, rivolta piu' al sistema produttivo reale, al rilancio della politica industriale che "in questo Paese non c'e'", mentre "c'e' un Ministro del Lavoro che pensa di risolvere tutto con la compressione dei salari e dei diritti sindacali". L'esatto contrario, insomma, di quella che fu l'opera di Lombardi: la richiesta del 1962 di mettere all'ordine del giorno lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori all le sue riforme di struttura per creare nuove occasioni di lavoro, nuovi spazi di democrazia. Pat
l’Unità 6.10.10
Portateci le prove dell’esistenza di Dio
di Francesca Fornario
A mensa: «Hai letto? Il cardinale Ruini è contrario al Nobel per la medicina al padre della fecondazione assistita. Dice che una coppia non può fare un figlio con il seme di un donatore esterno». «E Gesù?». «Uhm, non ci avevo mai pensato». «È così che ci fregano, che uno non ci pensa. E pure se ci pensa non lo dice». «Ma cosa?». «Che Dio non esiste». «Che c'entra, non è questo il punto! Il punto è che i cardinali non devono interferire nella vita politica come fa Ruini. Pensa che lui il Nobel per la scienza lo avrebbe dato a Bagnasco». «E che ha scoperto?». «Che Berlusconi può invocare il legittimo impedimento anche per sottrarsi ai dieci comandamenti. Ha detto che le bestemmie vanno contestualizzate. Diavolo di un Bagnasco. È così legato a Berlusconi che vuole chiedere al Parlamento una commissione d'inchiesta contro Mosé». «Non sarà il punto, ma non lo diciamo mai». «Ma cosa?» «Che Dio non esiste». «Che c'etra, non sono cose che si dicono!». «Tipo a Ballarò, in tv, in quei posti lì. Se si parla della legge sul fine vita o del crocifisso nelle scuole, non c'è mai un politico dei nostri che dice: 'Sapete, io non sono d'accordo a mettere il crocifisso in classe perché Dio non esiste e non è corretto dire le bugie'». «Ma è una battaglia di retroguardia! Con la riforma Gelmini che ha ridotto il numero delle classi di crocifissi ne hanno dovuti mettere quindici in ogni aula. E sono gli unici che riescono ad allungare le gambe. E poi si fa presto a dire che Dio non esiste, bisogna provarlo». «Dai, lo dicono il 95 per cento degli scienziati! E poi il Vaticano che prove ha dell'esistenza di Dio? Come fanno i Vescovi a sapere tutto di lui e a dettare legge se ammettono di non averlo mai visto se non prima di nascere?». «Come fanno con l'utero». «Ma te lo immagini che cosa succederebbe se tutti insieme, pacatamente, dicessimo: Signori, se volete continuare a essere presi sul serio come interlocutori politici, portateci le prove dell'esistenza di Dio». «Sì. Che le pubblicherebbe Feltri».
l’Unità 6.10.10
Legge elettorale Fini in pressing Bersani: un’intesa è possibile
La maggioranza ha incardinato la legge elettorale al Senato, dove Pdl e Lega sono autosufficienti. Lettera del presidente della Camera per chiedere la discussione a Montecitorio, dove i finiani sono determinanti.
di Simone Collini
«E tu quale proposta di riforma della legge elettorale stai scrivendo?», chiede in pieno Transatlantico il capogruppo del Pdl in commissione Affari costituzionali Peppino Calderisi al deputato del Pd Salvatore Vassallo. E il costituzionalista veltroniano, rispondendo al sorriso col sorriso: «Ora nessuna, ho già dato». C’è anche una voce su wikipedia effettivamente, il Vassallum, ma anche se i due scherzano, sul superamento del “porcellum” si sta giocando una partita molto delicata, con i finiani che riservatamente stanno lavorando insieme a Pd e Udc a una nuova legge elettorale e con Pdl e Lega che stanno ricorrendo a ogni mezzo per impedire l’operazione. Per dire: una settimana prima del voto di fiducia, quando già era chiaro che a Palazzo Madama i finiani non erano determinanti per la sopravvivenza del governo, la maggioranza ha incardinato la discussione sulla legge elettorale nella commissione Affari costituzionali del Senato. Pd e Udc hanno chiesto ieri che venga calendarizzata invece a Montecitorio. «Sta a Schifani accettare», dice sornione Calderisi. E lo farà? «Perché dovrebbe? Del resto era negli accordi: la Camera si occupa della riforma della Giustizia e il Senato di riforme istituzionali, compresa la legge elettorale». Sennonché è lo stato stesso Gianfranco Fini a esporsi, scrivendo al presidente della commissione Affari costituzionali di Montecitorio Donato Bruno (Pdl) di incardinare il dibattito sulla legge elettorale alla Camera.
Sarà la riunione dei capigruppo convocata per stamattina a decidere, e bisognerà vedere se i finiani faranno fronte comune con Pd, Udc, e Idv e se questo asse avrà la meglio sul niet già espresso da Pdl e Lega. Italo Bocchino manda a dire: «Se qualcuno vuole portare il paese al voto, si può discutere di cambiare la legge elettorale. Su questo non c’è un vincolo di coalizione». Un’uscita che ha fatto irritare Berlusconi, che ha affidato a Osvaldo Napoli il compito di rispondere, con una dichiarazione che in sintesi dice: se il vincolo salta è per sempre. I vertici del Pdl e della Lega non vogliono neanche sentir parlare dell’ipotesi di superare il “porcellum”. Il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto lancia un messaggio preventivo piuttosto chiaro, e cioè che se i finiani al vertice di maggioranza di oggi metteranno sul piatto anche la legge elettorale, «il vertice finisce prima di cominciare». E Umberto Bossi: «Abbiamo fatto tanto per cambiare la legge elettorale dopo tangentopoli in modo da evitare che i deputati andassero in cerca di soldi per il partito e ora vogliono di nuovo cambiarla».
Nonostante tutto, gli incontri tra gli esperti della materia di Pd, Udc e Fli proseguono, tanto che si è arrivati alla definizione di un modello proporzionale con collegi uninominali (Beppe Fioroni preferirebbe le preferenze), soglia di sbarramento e nessun premio di maggioranza. E nonostante tutto il leader del Pd Bersani, ieri impegnato in una serie di colloqui con D’Alema, Franceschini e Follini, è «soddisfatto» per come sta procedendo l’operazione, perché «prende corpo l’idea di una riforma elettorale»: «Siamo pronti a discuterne nelle sedi proprie, l’obiettivo è superare il porcellum».
Repubblica 6.10.10
Riforma elettorale, pressing di Fini prove di governo tecnico Pd-Udc-Fli
di Giovanna Casadio
Bossi: legge già cambiata. Lite nella maggioranza sul Copasir
Franceschini avverte: c´è una maggioranza per cambiare subito il porcellum
ROMA - Fini passa dalle parole ai fatti e avvia il pressing per cambiare la legge elettorale. Il presidente della Camera si fa interprete delle richieste di Pd, Udc e Idv e del "suo" gruppo "Futuro e libertà". Chiede a Donato Bruno, che guida la commissione Affari costituzionali di Montecitorio, di mettere in discussione i progetti di legge, una quindicina, già presentati. Parte subito il fuoco di sbarramento della Lega e del Pdl.
Ma soprattutto è il governo ad affidare al ministro Altero Matteoli, ex "colonnello" di An, l´assoluta contrarietà a questa operazione. Di riforma elettorale nemmeno a parlarne, dice Matteoli. «Non possono esserci due maggioranze, una per l´attività di governo e una per la legge elettorale, che è tra le norme fondamentali per la democrazia. Né può esistere una coalizione di governo che non si ritrova sulla legge elettorale. Peraltro non vedo la necessità di modificare quella attuale su cui si fondano il bipolarismo e la scelta di chi governa da parte dei cittadini». Fini insomma è avvertito: non s´avventuri in prove di governo tecnico. E arriva anche la bocciatura di Bossi: «Abbiamo fatto tanto per cambiare la legge elettorale dopo Tangentopoli in modo da evitare che i deputati andassero in cerca di soldi per il partito e ora vogliono di nuovo cambiarla...basta».
Ma è una guerra di posizione quella che si consuma dentro la maggioranza. È fatta di ripicche e tregua armata. Ieri mattina la riunione del Copasir - la commissione di controllo sull´intelligence - è stata sospesa perché mancavano quattro parlamentari della maggioranza (Cicchitto, Quagliariello, Esposito del Pdl e la leghista Maria Piera Pastore), presente invece il finiano Briguglio. Il presidente Massimo D´Alema ha ammonito: «L´attività non si può fermare». Francesco Rutelli, ex presidente, giudica da «irresponsabili» far ricadere le divisioni della maggioranza sul funzionamento della commissione. Gli assenti contrattaccano con una nota in cui dicono di aspettare che Fini e Schifani rivedano la composizione del Copasir visto che i gruppi della maggioranza sono cambiati. Italo Bocchino, capogruppo di Fli a Montecitorio, replica: «Non si possono fare modifiche, la legge lo vieta».
Poi però - per la serie tregua armata - sul rinnovo delle presidenze delle commissioni, il Pdl tende la mano ai "futuristi": saranno riconfermati i presidenti finiani, quindi Giulia Bongiorno (Giustizia); Moffa (Lavoro); Baldassarri (Finanze). A patto, sembra di capire, che Briguglio lasci il Copasir. Al vertice di maggioranza oggi si parlerà anche di questo.
Tuttavia la partita vera è sulla riforma elettorale, su cui potrebbe nascere la nuova maggioranza. Pier Luigi Bersani, il segretario del Pd, è certo: «Un´intesa è possibile. Noi siamo pronti a discutere e siamo soddisfatti perché l´esigenza di cambiare il Porcellum sta prendendo concretezza». Bersani ha avuto colloqui con Fini e Casini, il leader dell´Udc, e si è già parlato di una intesa in sei punti. Se cambiarla è l´imperativo categorico delle opposizioni e di Fli, come cambiarla è terreno minato. Il Pd è ufficialmente per il collegio a doppio turno. Mentre un sistema tedesco - con una soglia di sbarramento al 3%, l´indicazione del premier, e l´introduzione di una-due preferenze - raccoglierebbe il fronte più ampio. Casini insiste: «Spero in una convergenza ampia, anche di Pdl e della Lega; chi parla di ribaltoni dice cavolate». Il capogruppo Pd, Dario Franceschini intervistato a Repubblica-tv : «Di certo non si può tornare a votare con questa legge: è un´esigenza democratica. Se c´è una crisi di governo io credo ci sia una maggioranza alternativa per cambiarla al Senato e alla Camera». Aggiunge che il Porcellum può portare a «distorsioni gravi per la democrazia». Ci sono quindi i margini per l´alleanza ampia? «So che bisogna provarci». Oggi si riunisce la commissione Affari costituzionali alla Camera: deve decidere se incardinare la discussione. Al Senato fanno sapere che hanno già cominciato loro e vanno avanti con i ddl di Grillo, i quattro del costituzionalista Stefano Ceccanti, tra cui il "modello australiano".
l’Unità 6.10.10
Perizia calligrafica sui documenti delle regionali: almeno 373 casi di sottoscrizioni fasulle
Il partito di Pannella chiede le dimissioni del governatore lombardo: «Elezioni da rifare»
La denuncia dei Radicali: «Firme false per Formigoni»
Firme false per le regionali in Lombardia, i radicali annunciano querela e invitano Formigoni a dimettersi: «Non poteva non sapere ma ha pensato bene di negare tutto e gridare al complotto».
di Laura Matteucci
«La perizia calligrafica rivela la presenza di 374 firme false sul listino regionale “Per la Lombardia” a sostegno di Roberto Formigoni. Ed è una stima prudenziale, perchè il controllo è ancora in corso». La denuncia parte dai radicali della lista Bonino-Pannella e arriverà dritta in tribunale, sede civile e penale, con l’ipotesi di reato di falso. «Il presidente si deve dimettere, le elezioni regionali di marzo sono state illegittime», dice Marco Cappato. Il leader Marco Pannella va anche oltre: «Processare Formigoni sembra inevitabile perfino in questo suo regime. Occorrerà che la democrazia italiana processi questa gente e uno come lui lo metta almeno per un po’ in galera».
Il fatto è che 374 firme non valide sarebbero sufficienti per far crollare il numero complessivo raccolto (3628) sotto la soglia minima necessaria (3500) per presentare la lista alle elezioni. Cappato ricorda anche le intercettazioni telefoniche nell’ambito dell’inchiesta sulla P3 e l’interessamento alla vicenda del presidente della Corte d’appello di Milano Alfonso Marra: «Formigoni si è rivolto a personaggi non proprio credibili per ottenere aiuto sulla questione delle liste continua l’esponente radicale ha mentito e accusato i radicali di aver manomesso i moduli, si deve dimettere perchè non poteva non sapere di avere firme totalmente false, apposte dalla stessa persona». Ancora: «Sul piano formale le elezioni sono state illegali dice sempre Cappato Poi, c’è il fatto politico: i lombardi hanno il diritto di ottenere che un presidente che ha dichiarato il falso venga sanzionato».
TRIBUNALI E COMPLOTTI
Ricapitoliamo: la lista “Per la Lombardia” era stata esclusa il primo marzo dalla Corte d’appello di Milano che aveva accolto il ricorso della lista Bonino-Pannella secondo la quale il numero di firme valide non era sufficiente. Il centrodestra si rivolse al Tar con altri due ricorsi, e due giorni dopo lo stesso Tar accolse una richiesta di sospensiva che riammetteva di fatto la lista alle elezioni, decisione poi confermata dalla sentenza e dal Consiglio di Stato a cui si erano rivolti la Federazione della sinistra e i radicali. Per recuperare le liste escluse (in Lombardia e in Lazio) il governo aveva anche approvato un decreto legge apposito. I giudici del Tar lombardo avevano comunque deciso accogliendo il ricorso del Pdl secondo cui i radicali non avevano diritto a ricorrere. «Oggi riprende Cappato abbiamo i tabulati perchè abbiamo fatto ricorso come cittadini e non più come appartenenti alla lista Bonino-Pannella». Tabulati che sono stati sottoposti all’esame di un perito calligrafo accreditato al Tribunale di Milano.
Il governatore lombardo replica stizzito: «È la solita iniziativa propagandistica dei radicali dice cui non intendo fornire alcuna eco. Facciano la querela e risponderemo in quella sede». «Le loro affermazioni aggiunge, buttandola una volta di più sul complotto sono del tutto false, offensive e infondate. Gli elettori si sono pronunciati chiaramente, dando la vittoria a me e alla mia coalizione e nessuno riuscirà a rovesciare la loro volontà». Emma Bonino lo gela così: «Formigoni lasci perdere il suo tono da lesa maestà e la chiamata in causa della volontà popolare».
Repubblica 6.10.10
Pannella: Silvio è capace di tutto rischia di finire a Piazzale Loreto
ROMA - «Berlusconi è uno di quelli capaci davvero davvero di tutto, lui rischia di finire a Piazzale Loreto». Lo ha detto ai microfoni della trasmissione di Radio2 «Un Giorno da Pecora», condotta da Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro, Marco Pannella. Il leader del Partito Radicale ha motivato il riferimento al luogo dove venne esposto il corpo senza vita Benito Mussolini spiegando che questo avviene «quando si abolisce la democrazia e tutte le istituzioni italiane sono fuorilegge». Tuttavia, «noi da non violenti staremo attenti perchè questo non accada».
Repubblica 6.10.10
"Vent'anni fa una svolta inutile siamo ancora aggrappati al Muro"
Occhetto: a sinistra il coraggio si è esaurito con la Bolognina
"Chi ha combattuto la nomenklatura è stato fatto fuori, come Prodi, Cofferati, Veltroni"
"Mi colpisce l'ostracismo verso Vendola: è l'unico che può portare milioni di voti"
di Curzio Maltese
Vent´anni dopo nella sinistra italiana non è come nei romanzi, non è cambiato quasi nulla. «La svolta dell´89, la fine del Pci nel ‘91, dovevano essere l´inizio di una storia nuova della sinistra italiana che poi non si è realizzata. Meglio, è stata impedita con ogni mezzo dalla nomenclatura». L´analisi di Achille Occhetto, l´ultimo segretario del Pci, è spietata. «Esasperata, direi. E´ esasperante una sinistra che impiega quattordici anni per tornare all´Ulivo, ucciso nella culla nel ‘96 per una manovra di palazzo. È come se il coraggio si fosse esaurito tutto alla Bolognina. Ma forse è vero che già allora, nel modo in cui i dirigenti affrontarono il dibattito, erano affiorati antichi vizi, un certo opportunismo»
Non sarà per caso pentito della svolta?
«Al contrario, ma tutto avvenne troppo in fretta. Io pensavo a un cambiamento epocale, a una grande svolta libertaria della sinistra. Non mi accorsi che il gruppo dirigente la considerava soltanto il male minore, un astuto stratagemma per mettersi al riparo e anzi garantirsi l´ingresso nei salotti buoni. Il lutto per la fine del comunismo venne elaborato con cinismo, come un via libera alla pratica del peggiore compromesso»
L´immagine era quella di un leader solitario, circondato dallo scetticismo, pure non dichiarato, degli altri dirigenti. Era così?
«Sì, quella scelta fu compiuta in parte in solitario, sfruttando in fondo il mito dell´obbedienza al capo tipica dei partiti comunisti. Pochi erano davvero convinti, uno di questi era Fabio Mussi. Molti altri si fermavano alla superficie, non dico al marketing, al cambio del nome e del simbolo, che infatti è stato poi replicato senza cambiare la sostanza»
Chi era i padri culturali della svolta?
«I grandi del pensiero libertario italiano, da Gramsci ai fratelli Rosselli, Gobetti, Salvemini. Fra i politici dell´epoca Brandt e Olof Palme, i maestri del pacifismo e dell´ecologismo. Ma anche qui m´illudevo. Nei fatti ha trionfato un vecchio modello togliattiano, l´ossessione del potere per il potere»
In quello che lei considera il fallimento della svolta è stata però decisiva la rovinosa sconfitta della «gioiosa macchina da guerra» nelle elezioni del ‘94.
«Ma la responsabilità di quella sconfitta era in gran parte dei centristi. L´ex Dc di Martinazzoli non accettò di far parte di una coalizione di centrosinistra. Come avrebbe dovuto fare due anni più tardi. Rimasero aggrappati alle macerie del Muro di Berlino, come del resto tutti in Italia continuano a fare, a destra e a sinistra. Conviene. Non esiste un paese dove la vita pubblica, al di là delle rutilanti apparenze, sia più bloccata su vecchi temi, oltre che vecchie facce. E non è soltanto colpa di Berlusconi, la sinistra ha dato il suo contributo»
Non è un giudizio ingeneroso nei confronti dei suoi ex compagni di partito, sono tutti conservatori mascherati?
«Ma guardiamo i fatti. Chiunque si sia allontanato dalle pratiche della nomenclatura, chiunque fosse considerato per un verso o per l´altro fuori dagli schemi, è stato usato per la sopravvivenza e fatto fuori appena possibile. Non parlo del mio caso, sarei un narcisista. Ma dello stesso Romano Prodi, di Sergio Cofferati, di Walter Veltroni»
È anche vero che sia lei che Prodi, Cofferati e Veltroni vi siete arresi piuttosto rapidamente, le pare?
«Vede, il problema è lo stesso di allora, dell´89. Mi ero reso conto benissimo che per affrontare un vero cambiamento bisognava aprire le porte alla società, uscire dalle fumose stanze dei vertici di partito. Ma l´ingresso degli esterni, il rinnovamento anche generazionale del partito, venne vissuto come una minaccia, un´intrusione, un´invasione di campo dell´antipolitica. Lo stesso è accaduto con i comitati per l´Ulivo di Prodi, con il rapporto di Cofferati con i movimenti e infine col progetto di Pd aperto di Veltroni. La questione centrale del Pd è identica a quella del Pds e sta nel rapporto chiuso con la società. Ogni volta si cambia il simbolo, il nome, l´immagine e per un po´ s´illude l´elettorato, ma poi la logica della nomenclatura prevale e i consensi tornano a disperdersi»
Nel rapporto con gli esterni si riferisce a Vendola, Di Pietro, Grillo, al popolo viola e in generale a un´area a sinistra del Pd che è oggi l´unica in espansione, insieme alla Lega?
«Certo. E chi fa il politico di professione dovrebbe pure domandarsi perché è in espansione e perché invece il Pd è inchiodato nei sondaggi intorno al 25 per cento. Mi colpisce soprattutto l´ostracismo nei confronti di Nichi Vendola. Posso capire che Di Pietro e Grillo vengano considerati lontani, in certo senso estranei alla storia della sinistra, ma perché Vendola? E´ uno che viene da una storia tutta dentro la sinistra e rappresenta comunque una grande risorsa. Che vinca o no le primarie, è l´unico in grado di portare a un´alleanza di centrosinistra milioni di voti che altrimenti andrebbero persi alla causa. È incredibile che i dirigenti del Pd considerino Vendola un fenomeno estemporaneo, una specie di fricchettone che gioca con Internet. Si vede che neppure le batoste insegnano loro nulla. E quella presa in Puglia era piuttosto sonora»
A distanza di vent´anni, dove pensa di aver sbagliato, di che cosa si sente responsabile?
«Abbiamo sbagliato allora per la fretta, nell´urgenza storica. Abbiamo sbagliato a non spiegare che il mondo era cambiato profondamente, non soltanto per il crollo del comunismo, e bisognava tornare a studiare la società. Ancora oggi la visione del mondo del lavoro della sinistra italiana è legata a vecchi schemi, a modelli sociali tramontati negli anni Ottanta. C´è un gran fermento di fondazioni che non studiano nulla e sono soltanto trucchi per fondare correnti. Nella storia del vecchio Pci, io che ho dovuto chiuderla, salvo tante cose e altre ne rimpiango. E quella che rimpiango più di tutte è questa, l´umiltà, l´impegno, il coraggio di studiare, studiare e ancora studiare per capire i grandi mutamenti sociali»
Repubblica 6.10.10
Il governatore pugliese: per vincere servono leader non amministratori di condominio, le primarie un fatto di igiene politica
Vendola: "Bersani e D'Alema sono anime morte"
di Lello Parise
BARI - Nichi Vendola dà il benservito ai dirigenti del Pd. Il governatore della Puglia cita Piero Fassino, Massimo D´Alema, Pierluigi Bersani e li definisce «anime morte». Dopo i sindaci riformisti di Firenze e Bari, Renzi ed Emiliano, che non erano stati teneri con la "vecchia guardia" dei Democratici considerata in un caso «da rottamare» e nell´altro «decomposta», Vendola è il primo uomo politico non iscritto al Pd ad affondare il colpo. In un´intervista a Chi, spiega: «Non si possono mettere in pista leader di vent´anni fa. Ci vuole un´alternativa realistica al berlusconismo, non amministratori di condominio».
Un condominio chiamato centrosinistra, che Vendola giudica «inadeguato»: «Si dovrebbe mettere tutto in discussione. Senza avere paura di proporre un modello radicalmente alternativo nell´istruzione, nelle relazioni di lavoro, nello sviluppo industriale, che non esiste» sottolinea da Bruxelles, dove il presidente della Regione partecipa ad un raduno organizzato dalla "Fabbrica di Nichi".
E´ il blog Nouvelles Bruxelles a raccontare di Vendola, «giovane politico di Terlizzi con l´orecchino». Un Vendola pirotecnico: ritiene le primarie per scegliere il candidato premier, un «elemento di igiene politica», ma, precisa, «agitarsi inconcludentemente per soddisfare il nostro narcisismo non porta a nulla». Rivela anche che gli ultimi sondaggi assegnano il 6 per cento a Sinistra e libertà, il movimento di cui è portavoce.
Di fronte a una platea di duecento ragazzi fra i venti e i trentacinque anni, appare come un fiume in piena: il nuovo ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani? «In questo clima da basso impero non c´è più alcun pudore né senso del limite». «Cosa sta portando in basso l´Italia? L´ignoranza deriva da una televisione povera che diffonde sottocultura? Bene, la soluzione è spegnere la tivù. La libertà va coltivata con i diritti». Va avanti: «Il problema è il precariato? Bene, si deve abolire la legge Biagi». Avverte: «Dobbiamo perdere la sindrome di Zelig, evitare cioè di diventare come il nostro interlocutore nel momento in cui ci confrontiamo con lui. Woody Allen, nel suo film, se parlava con un ebreo vedeva allungarsi le basette, se aveva di fronte a sé una donna incinta gli cresceva la pancia».
E´ lo stesso Vendola in vena di confessioni. Ammette: «Mi manca un figlio. Non nascondo che scapperei subito ad adottare un piccolo abbandonato in Kosovo». Poi il comunista e gay che tremare il mondo (della sinistra) fa, regala ancora uno scampolo di vita privata: «Io e il mio compagno canadese siamo una coppia tranquilla, morigerata, ci piace ricevere gli amici a cena».
Avvenire 6.10.10
Per il recupero dei pedofili un impegno corale
di Maurizio Patriciello
Papa Benedetto, nel suo recente viaggio in Gran Bretagna, ha affrontato ancora una volta, con coraggio e trasparenza, la dolorosissima vicenda dei preti pedofili. Pochi giorni dopo gli ha fatto eco il cardinale Angelo Bagnasco, nella prolusione al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana.
Non è la prima volta. La Chiesa non si tira indietro e chiede perdono a Dio e agli uomini per non aver vegliato abbastanza, e per tutte le volte che non ha accolto con immediatezza il grido di dolore degli innocenti traditi da chi li doveva rispettare e amare. Il Papa chiede che venga fatta penitenza e noi lo seguiremo nel cammino che ci ha tracciato.
Eppure il problema, nonostante il tanto parlare, non è stato ancora affrontato adeguatamente dalla società civile. Dalla Chiesa siamo stati – laici e credenti – spronati a reagire e assicurati che nei seminari, nei conventi, negli oratori, nei luoghi frequentati da bambini e adolescenti si vigilerà di più e meglio. Tra i discepoli di Gesù non c’è – e non ci potrà mai più essere – posto per i lupi travestiti da agnelli. Bene. Ma di queste persone, poi, che ne sarà? Dove andranno? Gli untori tenuti lontano, non saranno mica guariti dalle loro manìe, dalle loro insane fantasie, dai loro inconfessabili tormenti. Si può scommettere che essi, da qualche parte – sarà una scuola, una palestra o la villa comunale – tenteranno, e probabilmente, riusciranno a colpire ancora. Il problema, quindi, è stato sfiorato, ma non affrontato a viso aperto. Ferruccio Pinotti nel suo libro 'Olocausto bianco' ci fa sapere che, in Italia, in un solo carcere, quello di Bollate in provincia di Milano, è attivo un programma di recupero per pedofili e sex offenders detenuti. Altrove ci si limita a isolare i condannati per questo reato per non lasciarli in balia degli altri internati. Questo in carcere. E fuori?
Ragioniamo. Se un figliolo, disperato, confessa ai genitori di avere seri problemi con la droga, con l’alcol o con il gioco, essi, i genitori, gli potranno gettare le braccia al collo e promettergli di non lasciarlo solo nel difficile cammino di recupero.
Sanno di poter contare su comunità, percorsi terapeutici sperimentati e su professionisti e volontari ben preparati, per intraprendere la difficile – e pur possibile – strada del ritorno alla normalità. Ma se lo stesso giovane, invece, scoprendosi pedofilo, e stanco di nascondersi, di colpire vigliaccamente gli innocenti, pentìto, venisse alla luce chiedendo perdono, ma anche confessando di sentirsi schiavo di una libidine disastrosa, incomprensibile, che condanna ma non riesce a soffocare, e chiedesse aiuto per uscire dall’incubo che lo imprigiona, quale percorso terapeutico gli si potrebbe offrire? Il problema è più grande di quanto si possa immaginare e va affrontato con tutti i mezzi che la società ha a disposizione oggi.
Penso che sia giunto il tempo di affrontare apertamente la «condizione tragica» della pedofilia, di cui parliamo ormai tanto e sappiamo poco, e di mettere insieme scienze e competenze per conoscere e neutralizzare il meccanismo diabolico che si scatena in chi si è macchiato di questo orribile delitto. Il Santo Padre ha dato alla Chiesa e al mondo un esempio di umiltà e di grande amore alla verità e alla vita. Occorre che con le stesse virtù i cultori delle scienze mediche, psichiatriche, psicologiche e della comunicazione ci aiutino a capire chi è il pedofilo e se – al di là delle responsabilità da colpire– c’è speranza di recuperarlo a una vita normale e a una sana sessualità. Ci dicano anche, concretamente, quali cammini, quali terapie intraprendere e dove. Per amore dei bambini. Di tutti i bambini del mondo.
l’Unità 6.10.10
«Siamo amici di Israele con diritto di critica»
di Umberto De Giovannangeli
È del tutto possibile sostenere sinceramente Israele e criticarne la politica. È quanto fanno, ad esempio, scrittori come David Grossman, Amos Oz e Abraham Yehoshua. È quanto fa JCall, il nuovo movimento ebraico europeo, il cui documento fondativo, l’Appello alla ragione, sottoscritto da Bernard-Henry Lévy, Alain Finkielkraut e oltre ̆7000 ebrei di numerosi Paesi europei, esorta il governo di Israele a porre fine all’occupazione e a giungere a una soluzione negoziata di pace, basata sul principio di “Due Stati per due popoli”. Ad affermarlo è David Calef, Coordinatore per l'Italia di JCall. Su queste basi gli aderenti a JCall criticano la manifestazione “Per la Verità, per Israele indetta per domani su iniziativa della Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera, Fiamma Nirenstein (Pdl). Un’iniziativa che fa discutere e polemizzare, anche per l'adesione di esponenti del centrosinistra. «Noi –dice a l'Unità Calef– non accettiamo il ricatto per cui se avanzi anche solo una perplessità sulla politica degli insediamenti, finisci per essere tacciato di pregiudizio verso lo Stato d'Israele o addirittura di antisemitismo».
Cosa non vi convince dell'impostazione della maratona oratoria di domani? «Evocare i pericoli che vengono per Israele dall'Iran e denunciare il clima di ostilità antiebraica – di cui peraltro abbiamo avuto negli ultimi giorni due espressioni nell'intervento del senatore Ciarrapico e nella barzelletta vergognosa di Berlusconi – ci trova concordi. Ma non è questo il punto ...».
Quale sarebbe allora?
«La manifestazione si propone di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sui tentativi di delegittimazione dello Stato di Israele e sulle persistenti correnti di antisemitismo che pervadono l’Europa e il Medio Oriente. Da parte nostra non sottovalutiamo certo questi fatti e a tale riguardo, lo ribadisco, l’iniziativa appare condivisibile. Ci sembra però che una difesa lungimirante d’Israele non possa sottacere, come invece viene fatto dai promotori dell'iniziativa in questione, le responsabilità del governo guidato da Benjamin Netanyahu nei negoziati con la controparte palestinese. A nostro avviso, la ripresa di nuove costruzioni negli insediamenti in Cisgiordania compromette i negoziati in corso e fa dubita messo e di pace dell’attuale governo israeliano. La politica nei Territori occupati portata avanti dall'attuale governo israeliano non contribuisce in alcun modo a creare le condizioni per il raggiungimento di una soluzione del conflitto israelo-palestinese. Con l’interruzione della moratoria –che peraltro è stata applicata in modo parziale, come documentano ricostruzioni precise di Ong israeliane, quali Pace Adesso e B’Tselem– la coalizione guidata da Netanyahu scredita l’amministrazione Obama e persegue quella politicadiespansioneneiTerritorioccupati a cui si oppone la parte più responsabile dell’opinione pubblica israeliana». In definitiva, cosa è che non vi convince nelle intenzioni dei promotori di“Per la Verità, per Israele”?
«Ci sembra che l'iniziativa promossa da Nirenstein intenda di fatto prevenire -attraverso l’argomento condivisibile dell’antisemitismoogni critica a scelte politiche che a noi appaiono errate e nocive, proprio nel momento in cui sarebbe necessario incoraggiare la volontà di negoziato e denunciare le azioni che lo vanificano. Il minimo che si possa constatare è che i promotori dell'iniziativa di Roma abbiano commesso un “peccato” di omissione...».
Gli organizzatori potrebbero ribattere: chiamarsi fuori significa, sia pur indirettamente, fare il gioco dei nemici d'Israele....
«Noi non accettiamo il ricatto per cui se avanzi anche solo una perplessità sulla politica degli insediamenti, vieni bollato di pregiudizio anti-israeliano o addirittura di antisemitismo. Essere veri amici d'Israele significa per noi riuscire, anche con sofferenza, a indicare che alcune delle scelte compiute dai governanti israeliani non esprimono una volontà di pace. E questo, sia ben chiaro, non significa per noi fare sconti all'Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen e tanto meno al regime teocratico di Hamas».
Avvenire 6.10.10
Shlomo Sand. Un provocatore da leggere
di Anna Foa
L’uscita anche in Italia, per Rizzoli, del discusso libro dello storico israeliano Shlomo Sand, «L’invenzione del popolo ebraico», può sollecitare anche il pubblico italiano ad una discussione che ci auguriamo serena sul tema della storia ebraica e dell’identità del popolo ebraico. Dico «serena» perché anche da noi risuonano molte delle asprezze che hanno caratterizzato la prima recezione del libro al suo apparire nel 2008 in Israele, quando Sand è stato accusato di volere la distruzione dello Stato d’Israele e di essere un ebreo «antisemita e negatore di sé». In realtà Sand, che con questo scritto si è collocato nell’ala più estrema della storiografia post-sionista, ha scritto un’opera animata da dichiarati e legittimi intenti politici, non scientifici (quello di giustificare uno Stato binazionale, quello di demolire l’idea di un’appartenenza ebraica data dal sangue). Ma dal punto di vista storico, quando non ha preso delle solenni cantonate, ha comunque scoperto l’acqua calda. Nessuno storico infatti prenderà mai come modello interpretativo della storia ebraica, come suggerisce Sand, le prime affermazioni della Dichiarazione d’Indipendenza d’Israele redatta da Ben Gurion sull’esilio e la dispersione del popolo ebraico.
Sand si accanisce in realtà non contro la storiografia, ma contro una vulgata nazionalista che dubito sia davvero maggioritaria, anche a livello dell’insegnamento, a meno di non considerare l’insegnamento scolastico in Israele come catechistico, e propone un concetto di «invenzione della tradizione» che fa parte delle armi abituali degli storici da un buon numero di decenni. A livello storico, insomma, se non a livello politico, combatte contro i mulini a vento. Molte delle sue affermazioni sull’inesistenza della diaspora ebraica, sull’origine degli attuali ebrei da convertiti mediterranei o khazari, e via discorrendo, sono state puntualmente smontate dagli specialisti, e vorrei solo toccarne una: la sua idea, costantemente ribadita, che la costruzione della storia ebraica sia stata un’invenzione esclusiva dei sionisti, alla fine del XIX secolo. Chiunque abbia esercitato il mestiere di storico sa che il richiamo alla storia ebraica precede di gran lunga il nascere del movimento sionista. In Germania, la storia degli ebrei fonda un’identità ebraica moderna e assimilata nella società tedesca della seconda metà del secolo, un’identità lontana da qualunque ipotesi di ritorno alla terra promessa. Che questa tradizione storica, riscoperta e divenuta fondamento identitario di ebrei integrati nella società e non di militanti sionisti, si sia fondata su mitologie oltre che sui processi storici documentati, è condizione di ogni interpretazione storica, dove accanto ai fatti esistono gli usi politici della storia. Accanto ai fatti, sottolineo, non contro i fatti. Nulla di strano poi che queste mitologie siano apparse con particolare rilievo nel periodo della fondazione dello Stato d’Israele, dove si trattava di fondare culturalmente un’ideologia nazionale e in molti aspetti nazionalista. Ma questo è un processo ben noto e analizzato da molti storici israeliani, come ad esempio Anita Shapira, studiosa considerata sionista. Insomma, un libro sbagliato in molta parte delle sue argomentazioni, ma un libro interessante e dissacrante, in grado di stimolare il pensiero e la discussione. Un libro che è legittimo scrivere, leggere, discutere, senza stupide scomuniche ma anche senza voler a tutti i costi andare controcorrente.
l’Unità 6.10.10
Fnsi si attacca il pluralismo, battaglia di libertà contro i tagli
Risorse Impegno «bipartisan» dei parlamentari: finanziare il Fondo
Allarme rosso per l’editoria il governo strangola oltre 90 testate
Allarme rosso per l’editoria di idee e politica. Nessuna certezza sul finanziamento pubblico. Governo inadempiente. È la denuncia bipartisan di parlamentari, Fnsi, Mediacoop, Cgil. Rischio chiusura per 90 testate.
di Roberto Monteforte
Siamo oltre all’allarme rosso. Senza certezze sul finanziamento pubblico, senza una legge di riforma e senza quel regolamento annunciato da oltre due anni, il destino di tante testate di idee, politiche e non profit è segnato: la chiusura. Tutti gli impegni assunti sin qui dal governo sono stati disattesi. Sono oltre 90 quelle che, senza fatti nuovi, rischiano di non superare il prossimo 31 dicembre. E sono 4-5mila i lavoratori, che rischiano il posto di lavoro, con un un danno incommensurabile al pluralismo dell'informazione. È un vero e proprio allarme democratico, come per la «legge bavaglio», quello lanciato ieri al Senato dalla Fnsi, da Mediacoop, dall’Associazione Articolo 21, dai cdr dei giornali di idee e politici, dalla Cgil. La situazione si fa veramente critica per testate come Liberazione, Il Manifesto, Europa, la Padania, il Secolo d’Italia, Europa, la stessa Unità.
LA LUNGA SERIE DI TAGLI
È stato il presidente onorario di Mediacoop, Lelio Grassucci a richiamare nella sua drammaticità la situazione. Lo scorso 31 marzo vi è stato l’abolizione delle tariffe postali agevolate. Quindi il taglio del 50% al contributo per i giornali italiani all’estero e la cancellazione di quello per l’emittenza locale. L’abolizione del diritto soggettivo e il taglio del 50% al Fondo per l’editoria. Per il 2010 sono disponibili soltanto 195 milioni di euro a fronte dei 414 milioni del consuntivo 2008, che dovranno coprire anche i 50 milioni destinati al contratto di servizio Rai e i 46 milioni di arretrati alle Poste.
Il governo è più che inadempiente. Si assuma le proprie responsabilità dando seguito ai numerosi richiami «bipartisan» del Parlamento: lo ha affermato il segretario di Federstampa, Franco Siddi. «L'informazione è sotto tiro da più parti denuncia -. Ci sono tagli assurdi, ingiustificati e ingiustificabili». E cita le manovre in atto per le agenzie a partire dall’Ansa: «Con la riduzione delle convenzioni ad annuali, rischiano di finire in mano a chi ha il potere» afferma. Ricorda come la Fnsi abbia chiesto «pulizia e trasparenza» nella gestione dei contributi e «regole certe».
Che bisogna intervenire e in fretta lo sottolineano i parlamentari presenti, dal leghista Mura a Lusetti (Udc), a Vita, Lusi e Merlo, tutti del Pd. Chiamano in causa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Bonaiuti e il neo ministro per lo sviluppo economico, Paolo Romani. «Il nuovo ministro dimostri di non essere solo il ministro della tv e del conflitto d'interesse incalza il portavoce di Articolo 21 Giulietti -. Dimostri di non essere il guardiano di una sola azienda. Usi anche solo un centesimo della passione usata per la difesa di Retequattro e la questione Sky per difendere l'editoria». Vita chiede al ministro un’asta competitiva per l’assegnazione delle frequenze digitali con cui finanziare il Fondo per l’editoria. Grassucci suggerisce di equiparare l'Iva di tutti i gadget venduti nelle edicole. Fammoni (Cgil) sollecita la convocazione «dal basso» e «prima che sia troppo tardi» di quegli stati generali dell’editoria promessi e sempre rinviati da Bonaiuti.
l’Unità 6.10.10
James Hillman Un saggio del grande analista junghiano su psicoanalisi e religione
Spiritualità La ricerca del rapporto col divino non è solo «appannaggio» dei credenti
La fantasia è il potere dell’anima Costruisce il mondo in cui siamo
Esce per le edizioni Moretti&Vitali (da oggi in libreria) il saggio di James Hillman «La ricerca interiore», un «libro d’anima», in cui lo psicoanalista e filosofo fa dialogare la psicoanalisi e la religione.
di James Hillman
L’interesse per la fantasia è una caratteristica della maggior parte delle discipline spirituali, sia come metodo psicologico nell’«immaginazione attiva» di Jung, sia nelle tecniche descritte nella mistica alchemica, o nei testi cristiani, indù, persiani e altri. Ma la fantasia passiva non è mai sufficiente, perché la fantasia è un continuo tessere un velo, un confondere immagine e azione. La fase successiva alla fantasia è l’immaginazione, che è il lavoro di trasformare i sogni a occhi aperti e le fantasie in visioni sceniche interiori dove si può entrare, e che sono popolate di figure vivide con le quali si può conversare, provare sentimenti, toccare la loro presenza. Questa sarebbe, allora, ricerca interiore psicologica. Una simile immaginazione costa una grande fatica. Il lavoro di convertire la fantasia in immaginazione è la base delle arti. È anche alla base dei nuovi passi che facciamo nella vita, perché la visione del nostro futuro personale viene prima come fantasie. Di nuovo, quindi, c’è una buona ragione per trattenerle dentro, all’inizio, per immaginarle come progetti molto dettagliati e su vasta scala, prima di decidere se è il caso di provarle nel mondo oppure seguirle ancora all’interno, se viverle all’esterno o viverle dentro.
L’immaginazione e il suo sviluppo sono probabilmente un problema religioso, perché l’immaginazione diventa reale soltanto credendo a essa. La teologia, il credere, è un atto di fede, oppure è la fede stessa, come primario investimento di energia in qualcosa, a rendere «reale» quel qualcosa. La vita interiore è pallida ed effimera (proprio com’è il mondo esteriore negli stati depressi) quando l’Io non vi ritorna, non ci crede, non la fornisce di realtà. Questo investimento, questa dedizione alla vita interiore accresce la sua importanza e le dà sostanza. L’interesse che si presta ripaga rapidamente con l’interesse. Le forze che spaventano diventano più pacate e più gestibili, la donna interiore più umana e affidabile. Non seduce e pretende soltanto, ma comincia a rivelare il mondo in cui ci attira, e dà anche conto di sé, della sua funzione e del suo scopo. Via via che questa «lei» diventa più umana, gli umori a cui si è soggetti diventano meno difficili e personali e sono sostituiti da un sottofondo emozionale più stabile, un tono di sentimento, un accordo. Non essendo più in conflitto con lei, adesso è disponibile più energia per la coscienza, il che dimostra che l’energia spesa in questa disciplina è restituita in una forma nuova. Tuttavia, come in un sistema fisico, non può uscire niente di più di quanto sia entrato. Solo un’attenzione devota e fedele può trasformare la fantasia in immaginazione.
Questa attenzione fedele al mondo immaginale, questo amore che trasforma le pure immagini in presenze, fa di esse degli esseri viventi o, per meglio dire, rivela che l’essere vivente che naturalmente contengono non è nient’altro che la «ri-mitologizzazione». I contenuti psichici diventano «poteri», «spiriti», «dèi». Sentiamo la loro presenza, come la sentivano in passato tutte le persone che avevano ancora anima. Queste presenze, questi poteri, sono i nostri equivalenti moderni degli antichi pantheon di esseri viventi, di parti dell’anima animate, di dèi protettori della famiglia e di sinistri demoni. Questi dèi erano «mitici» in quanto erano parte di un «racconto» o di un dramma psichico. Gli stessi drammi archetipici sonomessiinscenainnoiedanoi,e attraverso di noi e per noi, una volta che sia data attenzione all’aspetto immaginale delle nostre vite e della vita stessa. L’attenzione è la virtù psicologica cardinale. Da essa dipendono probabilmente le altre virtù cardinali, perché non può esserci né fede, né speranza né amore per nessuna cosa, se prima non le viene data attenzione.
Ma c’è un’altra conseguenza del credito che diamo alle immagini dell’anima: comincia a diffondersi e a circolare un senso di auto-indulgenza e di accettazione di sé. È come se il cuore e la parte sinistra stessero estendendo il loro dominio. Gli aspetti ombra della personalità continuano a giocare i loro pesanti ruoli, ma adesso all’interno di un «racconto» più vasto, il mito di sé stessi, semplicemente quello che uno è, e che cominciamo a sentire come se fosse proprio così che si è destinati a essere. Il mio mito diventa la mia verità, la mia vita simbolica e allegorica. Auto-indulgenza, accettazione di sé, amore di sé; ma ancora di più: ci si scopre peccatori ma non colpevoli, grati per avere i nostri peccati e non quelli degli altri, pieni di amore per il nostro destino, fino al punto di desiderare di avere e mantenere sempre questa intensa connessione interiore con la propria parte individuale. Simili forti esperienze di emozione religiosa sembrano di nuovo essere il dono dell’Anima. Questa volta l’Anima ha una qualità particolare, che potremmo meglio definire cristiana, e che comincia a rivelarsi dopo che è stata dedicata una lunga e attenta cura a gran parte della psiche che potrebbe anche non essere cristiana.
Il terzo passo è gratuito. Riguarda la libera e creativa comparsa dell’immaginazione, come se ora il risveglio del mondo interiore cominciasse ad agire spontaneamente, da solo, non diretto, senza che la coscienza dell’Io se ne occupi. Il mondo interiore non solo comincia a prendersi sempre più cura di sé, producendo delle crisi e risolvendole all’interno delle sue trasformazioni, ma si prende anche cura di te, delle preoccupazioni dell’Io e delle pretese dell’Io. Questo è la femminile Shakti dell’India, a uno stato superiore; è anche le nove Muse responsabili della cultura e della creatività. Ci si sente come vissuti dall’immaginazione.
©James Hillman published by arrangement with Agenzia Letteraria Roberto Santachiara
il Fatto 6.10.10
La rabbia inutile del Vaticano
L’arroccamento dogmatico della Santa Sede sul Nobel a Edwards fonda le proprie ragioni su una legge naturale che non esiste nella realtà: per fermare il progresso, un anatema non basta
di Marco Politi
L’ira vaticana contro il premio Nobel concesso a Robert Edwards, inventore della tecnica di
fecondazione in vitro, oscura in fondo il lavoro di tanti scienziati cattolici, impegnati da decenni nelle ricerche genetiche. E ignora anche le riflessioni di tanti teologi e filosofi cattolici che si interrogano – assieme a studiosi diversamente credenti – sui rapporti tra scienza ed etica e sul rischio che il connubio tra tecnologie e commercializzazione manipoli il “consumatore” invece di lasciargli la padronanza dei progressi scientifici.
Le autorità ecclesiastiche paiono invece arroccate su posizioni fossilizzate, che non tengono conto dello stato delle cose. Che senso ha titolare, come fa il giornale dei vescovi Avvenire, “Le mani sulla vita – E ti danno pure il Nobel” ? Sottotitolo ancora più fine: “Il premio al padre di una tecnica inventata per gli animali”. Il testo, per fortuna, è più problematico. Ma si pensa davvero di evangelizzare la società contemporanea agitando l’immagine di scienziati rozzi al servizio della commercializzazione di ovociti o, in altre occasioni, drogati da deliri alla Frankenstein? Il mite papa Luciani, durato solo trentatre giorni, si congratulò con Leslie Brown nel 1978 per aver dato alla luce un bimbo in vitro. Il “parroco veneto”, come lo chiamavano, era evidentemente più avanti del dogmatismo che impera oggi nelle alte sfere ecclesiastiche. Non a caso era prudentemente favorevole alla pillola anticoncezionale, sebbene si fosse poi piegato ubbidiente al veto emanato da Paolo VI con l’enciclica Humane Vitae.
Il fatto è che la gerarchia vaticana si sta aggrappando ad un concetto di “legge naturale”, concepita come legge bronzea incisa da Dio, che l’uomo deve solo “scoprire” e il legislatore applicare. Ma questa legge non esiste. Esistono “riflessioni umane” intorno al diritto naturale, che sempre sono state frutto di un’evoluzione culturale. Lo splendido versetto della Bibbia sull’uomo “creato a immagine e somiglianza di Dio” – oggi presentato come fondamento dell’idea di persona e di dignità umana – per secoli non ha impedito che ebrei e cristiani avessero tranquillamente degli schiavi non provando alcun rimorso di coscienza. È la storia, la cultura che ha cambiato la situazione.
Non c’è un conflitto tra fede e ragione
SU COSA si basa la pretesa della gerarchia ecclesiastica di giudicare che il lavoro dello scienziato, che porta a congiungersi lo spermatozoo maschile e l’ovulo femminile – unione bloccata da ostacoli naturali – è un atto negativa? Qui non siamo in presenza di un conflitto tra fede e ragione, ma tra un postulato teorico assunto autoritativamente e l’osservazione della ragione. E se la natura stessa, con gli aborti spontanei, elimina gli embrioni con gravi tare genetiche, perché una madre dovrebbe impiantarsi un embrione, sapendo che darà vita ad un figlio destinato a morire inesorabilmente quattro mesi dopo? E’ Dio che lo vuole? O lo vogliono uomini, convinti di essere depositari del volere di Dio?
In tema di fecondazione bisogna sapere che il più recente documento della Congregazione per la dottrina della fede “Dignitatis Personae” non ha il coraggio di definire l’embrione una persona umana, perché affermarlo apoditticamente anche nei primi stadi dello sviluppo è destituito di basi scientifiche. Perciò l’ex Sant’Uffizio di rifugia nell’asserzione ambigua che ha “la dignità di una persona”. Ma il vertice dell’astruseria parateologica si raggiunge quando il documento del 2008 indica l’unico metodo di fecondazione artificiale accettato dal
Vaticano. Il preservativo bucato. Lo so, è ridicolo e incredibile. Ma è così. Si chiama Semen Collector Device. E l’elucubrazione si basa sul fatto che la fecondazione è lecita solo se c’è il “rapporto unitivo” tra i due sposi. Dunque i due partner, già stremati da ripetuti insuccessi, dovrebbero mimare il rapporto... il buco nel preservativo lascia “in linea di principio” la possibilità che uno spermatozoo arrivi a destinazione come nel film di Woody Allen, ma “in realtà” i medici dovrebbero rapidamente catturare il seme maschile impigliato nel condom e inserirlo con un sifone nella vagina della donna. Questa è la sola fecondazione artificiale lecita per Santa Romana Chiesa. Succede così negli ospedali cattolici? No. Il partner porta il suo liquido seminale e i medici fingono di non sapere come è stato ottenuto. È la prova provata che la dottrina ufficiale ecclesiastica è totalmente avulsa dalla realtà quotidiana oltre che da quella scientifica. In questo regime è evidente che vi siano ricercatori cattolici, che hanno lavorato sulle cellule staminali embrionali, perché non è vero – come ripetono ossessivamente prelati e anche alcuni politici di centrodestra – che non hanno portato ad alcun risultato concreto. Sono state le ricerche sulle staminali embrionali “totipotenti”, che hanno fatto capire meglio agli scienziati i meccanismi delle cellule staminali “pluripotenti”, prelevate da tessuti umani. L’arroccamento dogmatico impedisce che ci si interroghi sulle questioni a più ampio raggio. Per esempio, nei paesi scandinavi è in corso una riflessione ulla fecondazione eterologa, che mette in primo piano il diritto del figlio di sapere chi sono i suoi genitori biologici e quindi in ultima analisi di crescere con chi gli ha dato la vita. Perché non è vero, in questo caso, che l’amore dei genitori giuridici copre tutto. Ci sono ritmi più profondi – vale, per esempio, per il nato da un utero in affitto – che non sono affatto ininfluenti sulla crescita psichica del bambino. E partorire con un seme prelevato postumo può soddisfare la madre, ma certo impone al nascituro uno stato d’orfano che non ha chiesto.
Ci sarebbero molte cose su cui scienziati e filosofi variamente credenti potrebbero riflettere insieme, se i dogmatici deponessero le armi.
Repubblica 6.10.10
Scienza e fede ai confini della vita
Il Papa e la provetta
Fecondazione artificiale, staminali, clonazione. Con il Nobel a Robert Edwards si rinnova lo scontro tra Chiesa e ricercatori. Ecco perché
di Luca e Francesco Cavalli-Sforza
Dal Nobel per la fecondazione in vitro fino alle staminali, le nuove frontiere della conoscenza e della tecnologia provocano sempre più spesso le reazioni della Chiesa. Ma sarebbe sbagliato pensare di poter impedire la "manipolazione" dell´ambiente per motivi ideologici: questa fa parte del desiderio dell´uomo di spingersi oltre i limiti dell´evoluzione biologica
I teologi insistono sulla libertà e la responsabilità dell´essere umano rispetto all´animale
La questione vera è usare al meglio le nostre conoscenze, non limitarle per timore dell´ignoto
Da quando Robert Edwards, ora insignito del Nobel per la medicina, eseguì con successo la prima fecondazione in vitro, sono passati 32 anni e sono stati concepiti in provetta 4 milioni di bambini. Quattro milioni di esseri umani che non avrebbero altrimenti visto la luce e otto milioni o quasi di genitori contenti, viene da pensare, perché si tratta per lo più di coppie che non avrebbero potuto procreare in assenza delle tecniche di fecondazione artificiale per cui è stato ora premiato il ricercatore britannico.
Colpisce, quindi, la forte reazione negativa che l´annuncio ha suscitato nelle gerarchie cattoliche, di solito schierate a favore della procreazione "a oltranza" e nemiche dichiarate di quasi ogni forma di contraccezione e più ancora di ogni interruzione di gravidanza.
Quali le ragioni di questa condanna, che ha portato alti prelati a contestare l´assegnazione del premio a Edwards? Tre i ragionamenti che spiccano con maggior chiarezza: le tecniche di fecondazione assistita generano embrioni soprannumerari, destinati ad essere congelati per ulteriori eventuali tentativi di impianto e ad essere col tempo gettati nella spazzatura se inutilizzati (è così per necessità pratiche, perché solo i più vitali degli embrioni ottenuti in provetta sono impiantati nell´utero della donna).
La fecondazione artificiale ha reso possibili modalità di gravidanza che non esistono in natura, come le nonne/mamme e l´utero "in affitto". Il divieto ecclesiastico di operare praticamente qualunque manipolazione "tecnologica" sul processo riproduttivo umano.
Questa, a grandi linee, la posizione della Chiesa.
Cosa possiamo dire al riguardo dal punto di vista della biologia? In natura, non ogni fecondazione risulta in una nascita e tantomeno in un individuo adulto e capace di riprodursi a sua volta. Un pesce femmina può deporre anche milioni di uova: solo una minuscola frazione di queste sarà fecondata e si svilupperà fino a produrre un pesce adulto (le altre saranno per lo più mangiate da altri pesci: ragion di più, per le femmine, per produrre un numero maggiore anziché minore di uova). Nella specie umana la situazione riflette le centinaia di milioni di anni di evoluzione divergente che ci separano dai pesci ma non è terribilmente diversa: ogni donna nasce con circa mezzo milione di cellule-ovo, che maturano con la pubertà e divengono disponibili per la fecondazione con cadenza regolare, in genere una cellula-ovo ogni mese lunare. Quando avviene una fecondazione, questo non significa che ogni uovo fecondato si svilupperà in un embrione e poi in un nuovo nato: fra il 30% e il 50% delle gravidanze (la percentuale esatta è sconosciuta) si interrompono ben prima della nascita, per difetti genetici o di altra natura, di solito ben prima che lo zigote o l´embrione abbiano raggiunto lo stadio di feto. Per lo più la donna nemmeno si accorge di essere rimasta incinta, fa solo magari esperienza di una mestruazione più abbondante del solito, quando l´organismo espelle il prodotto del concepimento. Nascere, insomma, non è esattamente un "destino" metafisico dell´uovo fecondato: è semplicemente un tentativo che ha avuto successo.
Ben vengano, quindi, le tecniche di fecondazione artificiale, se permettono di superare qualcuno degli ostacoli intrinseci alla nostra biologia. Se poi a volte sono utilizzate per gravidanze che superano le procedure imposte dalla nostra natura, come nel caso delle madri sessantenni o della fecondazione eterologa, si può discutere sull´opportunità o meno di questo (più che sulla sua liceità) ma non è il caso di prendersela con i ricercatori che hanno messo a punto metodi per combattere l´infertilità.
Il desiderio di spingersi oltre i limiti che l´evoluzione biologica ci ha concesso ha caratterizzato il genere umano fin dalla sua comparsa sulla Terra, quando i nostri antenati vissuti due milioni e mezzo di anni fa hanno imparato a scheggiare le pietre e ad utilizzarle per rompere le ossa di animali morti e succhiarne il midollo, una azione che né le unghie né i denti avrebbero permesso loro di fare. Questa spinta alla conoscenza e alla manipolazione dell´ambiente circostante non si è mai fermata e non si fermerà mai: la questione vera è come usare al meglio le nostre conoscenze, non limitarle per timore dell´ignoto. Che poi la stessa pietra che permette di procurarsi cibo possa essere usata per uccidere un altro essere umano, o che la ruota sia stata usata tanto per macinare il grano nei mulini quanto come strumento di tortura, è una verità della nostra storia: l´uso che facciamo delle nostre invenzioni dipende dalla nostra consapevolezza e dalla nostra libertà.
Le reazioni negative degli ambienti ecclesiastici a questo Nobel non hanno a che fare, però, con la nostra biologia e nemmeno, in fondo, con la questione di un uso saggio e considerato delle nostre tecnologie: hanno invece una radice squisitamente ideologica. Nessuno sembra avere mai protestato per le tecniche di fecondazione artificiale applicate agli animali ormai da decenni. Non vi è mucca nelle nostre stalle che conosca (biblicamente) il toro, la fecondazione impiega solo lo sperma dello stesso (una pratica che riduce la biodiversità e che ha posto all´occasione problemi genetici anche gravi). Il problema è che per i teologi l´uomo gode di una dignità unica e speciale, non perché si comporti meglio delle mucche, dei tori e dei pesci ma perché sarebbe provvisto, unica specie in natura, di un´anima individuale e immortale, distinta dal corpo fisico e preposta in qualche modo ad indirizzarlo. È il congelamento e la successiva liquidazione dell´anima che la Chiesa condanna nel congelamento e soppressione dell´embrione "soprannumerario", non la sorte della masserella di cellule che lo forma. Era più ragionevole, da questo punto di vista, la posizione di San Tommaso d´Aquino, che nel Duecento sosteneva che l´anima entra nel corpo solo quando questo ha assunto forma umana, cioè all´incirca dopo tre mesi di gravidanza (il tempo entro cui l´aborto è oggi autorizzato dalla maggior parte delle leggi, fra l´altro). Negli ultimi decenni la Chiesa ha retrodatato l´ingresso dell´anima nel corpo, facendolo coincidere con il momento della fecondazione. Negli ultimi secoli si è poi deciso di rendere universale questo "diritto all´anima", estendendolo anche a quelle popolazioni, come gli aborigeni di tutto il mondo, che al momento della conquista europea dei continenti ne erano stati esclusi.
Ora, la nozione che esista un´anima distinta dal corpo e immortale è pura ideologia, un´invenzione cui alcuni si associano, altri no. Fra chi è animato da spirito religioso, alcuni preferiscono credere alle reincarnazioni, altri ad una vita unica con giudizio finale. Chi è animato da uno spirito laico pensa invece che in questo secolo siamo sulla buona strada per capire quali interazioni neuronali sono responsabili di ciò che chiamiamo "coscienza" o "autocoscienza", "spirito" o anche "anima". Negli ultimi duecento anni si è scoperto che il numero di cose e di eventi invisibili supera di gran lunga il numero delle cose visibili ma non è emersa alcuna traccia dell´esistenza dell´anima. Plagiato dalla dottrina ecclesiastica, il parlamento italiano ha prodotto anni fa una legge scellerata in materia di fecondazione assistita, negando persino il diritto alla diagnosi preimpianto alle donne che vi fanno ricorso, quindi il diritto ad avere figli se possibile sani. Per fortuna due interventi della Corte Costituzionale hanno mitigato alcune barbarie della legge. Non si vede proprio perché in un Paese che crede nella libertà di opinione le convinzioni di alcuni, sprovviste per di più di ogni riferimento condivisibile, comunicabile e assoggettabile a critica razionale, come è di ogni forma di conoscenza, dovrebbero essere imposte a tutti. La dottrina della Chiesa insiste giustamente sulla libertà e responsabilità dell´uomo; ma se guardiamo le cose da quel punto di vista c´è una domanda che sorge spontanea: se Dio ha provvisto l´uomo della capacità di intervenire sulla natura e sugli altri esseri viventi, perché mai non dovrebbe concedergli il diritto di intervenire sulla vita della sua stessa specie?
La Chiesa cattolica ha sempre favorito la procreazione e questo ha anche un effetto positivo sulla crescita del numero di fedeli, poiché la religione dei figli è quasi sempre quella ereditata dai genitori. In questo caso ha fatto una politica contraria alla procreazione. Forse coloro che la praticano non sono fra i credenti più ligi, ma con questo atteggiamento molti futuri cattolici potenziali sono probabilmente perduti. È vero d´altra parte che il Paese più cattolico del mondo, l´Italia, è quello che ha il numero di figli per famiglia di gran lunga più basso.
Comunque, abbiamo finora sentito solo le voci più estreme: il pronunciamento ex cathedra non è ancora arrivato.
Repubblica 6.10.10
Bisogna guardare alle scoperte tenendo conto dei diversi aspetti che vanno a toccare
Perché etica e ricerca devono saper dialogare
di Piero Coda
La sperimentazione scientifica e l´ingegneria tecnologica non possono esercitarsi in contrasto con il rispetto e la promozione della dignità umana. È questa un´evidenza da tutti condivisa. Ma la contemporanea situazione di pluralismo rende difficile riempire di un contenuto valoriale unanimemente riconosciuto nozioni come quelle di coscienza, dignità umana, vita, ecc. Le nuove frontiere rese fruibili dalla biogenetica, soprattutto, riportano al centro la questione antropologica. La quale, diversamente dal passato, non tende solo a interpretare l´uomo, ma a trasformarlo: e non limitatamente ai rapporti economici e sociali, ma nella sua stessa realtà biologica e psichica. L´interrogativo cruciale diventa allora quello del significato e dell´originalità dell´essere umano nel concerto della realtà, e quello del riferimento plausibile d´ogni sua impresa al rispetto e alla promozione della sua identità.
Le difficoltà che gli esperti della materia, ma non solo, affrontano nell´approntare una base epistemologica condivisibile alla bioetica derivano dalla vastità degli ambiti d´indagine e dalle diverse modalità di approccio alla questione di cui essa si occupa: la vita umana in tutti i momenti del suo sviluppo. Di qui l´impegno ineludibile a far interagire con pertinenza l´approccio scientifico e quello umanistico. Già nel saggio Bioethics, bridge to the future, del 1970, l´oncologo Van Resselaer Potter si concentrava su due aspetti: la dimensione bio-ecologica e il problema della distinzione dei saperi, mettendo in luce come gli attuali squilibri e pericoli per l´ecosistema umano e cosmico sarebbero riconducibili alla spaccatura moderna tra il sapere scientifico e quello umanistico.
Di fatto, i risultati cui le ricerche scientifiche pervengono, e che le tecnologie rendono operativi e incidenti sulla forma della nostra esistenza, suscitano una serie di problemi che esigono un livello esplicativo ulteriore, all´interno del quale le conquiste acquisite possano trovare intellegibilità e senso, evitando di diventare controproducenti, e cioè in fin dei conti di ritorcersi contro l´uomo. L´apertura a un orizzonte sapienziale diverso, ma non contrastante con quello scientifico, è senza dubbio frutto di un personale atto di libertà e di conoscenza, ma può emergere da una ricerca metodologicamente corretta come possibilità di una dimensione interpretativa che dischiuda prospettive inclusive di comprensione e di senso. D´altra parte, i risultati e le proposte maturate in ambito scientifico non possono non interpellare i credenti a prendere posizione, aprendosi a un dialogo interdisciplinare che, al di là di obsoleti steccati e di sterili separazioni fra conoscenza e coscienza, fede e scienza, dogma e ricerca, permetta uno sguardo sulla realtà nella sua globalità e nei suoi diversi livelli di significato.
Non si tratta di sovrapporre una visione metafisica astratta di natura umana all´esperienza umana vissuta e indagata dalla fede e dalla ragione, dalla teologia e dalla scienza, ma piuttosto di cogliere le istanze di senso che si dischiudono in forma positiva da ciascuna di esse, mettendole in dialogo tra loro con reciproco rispetto. Se la scienza è essenziale nel definire quali sono i fondamenti e le condizioni biologiche dell´esistere fisico dell´essere umano, la riflessione filosofica e la teologia sono chiamate a dischiuderne il senso integrale e trascendente, le coordinate del suo ethos e dunque anche i vincoli morali cui debbono rispondere la sperimentazione scientifica e l´ingegneria genetica.
Il Concilio Vaticano II afferma che «nell´intimo della coscienza l´uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male... obbedire ad essa è la dignità stessa dell´uomo». La coscienza non si trova di fronte a precetti estrinsecamente imposti: ma a un progetto aperto da attuare nella gratuità e nella libertà responsabile. In ascolto della nostra umanità.
(L´autore è preside dell´Istituto Universitario Sophia e presidente dell´Associazione Teologica Italiana)
Repubblica 6.10.10
Il neurologo
"E per battere la depressione impariamo a usare la luce"
È utile risolvere dei problemi, un comportamento attivo aiuta la memoria
di p.co.
ROMA - «La prima regola per mantenere il benessere psicofisico è combattere lo stress, responsabile della degenerazione dei neuroni». È il suggerimento di Piergiorgio Strata, presidente dell´istituto nazionale di Neuroscienze che avverte: «Invece di rilassarsi c´è chi, terrorizzato dall´Alzheimer, con i brain training games diventa nevrotico».
Come allenare al meglio il cervello?
«Sono utili quelle attività che servono a esprimersi e risolvere dei problemi, e che prevedono una "fase attiva": migliorano memoria e benessere. Una strategia antistress passa dall´ascolto della musica, utile anche la meditazione»
Come valuta gli effetti della luce e del cibo?
«La luce ha una fondamentale funzione antidepressiva e il nostro cervello è sensibile all´ambiente: stare all´aria aperta aiuta il benessere psicofisico e stimola l´ipotalamo che regola l´attività endocrina. Si tende ad esagerare sulle proprietà di certi cibi sulle capacità cognitive, mentre sono stati provati gli effetti nocivi di chi ne abusa rispetto al deterioramento del cervello».
Che pensa degli stimoli elettrici?
«Un filone di ricerca interessante ma ancora da approfondire: è allo studio la sua valenza applicativa per trattare i malati di Parkinson».
Repubblica 6.10.10
A sei anni dalla morte, convegni e libri ricordano il filosofo
Perché ci serve ricostruire Derrida
Grande studioso e uomo pieno di inquietudini, colse prima di altri i limiti del postmoderno
di Maurizio Ferraris
Sei anni fa moriva Jacques Derrida, grande filosofo e uomo pieno di inquietudini, generosità e segreti che vengono raccontati nella splendida biografia di Benoît Peeters, Derrida, appena uscita da Flammarion. Qui ho letto che proprio nei giorni della sua agonia si era sparsa la voce che avrebbe vinto il Nobel per la letteratura. Quando sua moglie glielo disse, Derrida incominciò a piangere: «Vogliono darmelo perché sto morendo».
Sono quasi le ultime parole di Derrida, che peraltro aveva già preparato un biglietto di congedo dagli amici che suo figlio Pierre lesse al funerale, in una giornata già fredda e con un vento che portava via la sua voce, quasi a confermare il detto verba volant, scripta manent, in cui si potrebbe condensare l´intuizione teorica fondamentale di Derrida.
Sotto il profilo pratico, però, il cruccio di Derrida, prima della fine, era la constatazione di una sorta di effetto collaterale del suo pensiero, e cioè che la volontà di decostruire la contrapposizione tra vero e falso si fosse paradossalmente realizzata nel mondo del populismo mediatico, dove i fatti sembrano dissolversi nel mare delle interpretazioni. Diversamente che nelle speranze della decostruzione, però, l´addolcimento dei fatti non si era accompagnato a un qualche esito emancipativo, ma era spesso tornato a vantaggio di chi "fa i fatti", per esempio dichiarando guerra sulla base di finte prove dell´esistenza di armi di distruzione di massa.
Così il motto di Nietzsche "non ci sono fatti, solo interpretazioni" veniva alla fine a confondersi con "la ragione del più forte è sempre la migliore". Non è un caso che negli ultimi scritti questo verso fosse una specie di Leitmotiv di Derrida, la cui ultima produzione appare come un ripensamento del momento più funambolico della decostruzione: lo stile si fa più pacato, e la critica nei confronti del presente, in particolare nei confronti della politica americana dopo l´11 settembre, è forte e, soprattutto, chiara.
Cogliendo prima di altri i limiti del postmoderno, Derrida aveva incominciato a ricostruire la decostruzione. A sei anni dalla sua morte i lavori sono ancora in corso. Ma cosa significa "ricostruire la decostruzione"? Un primo senso è storico, e consiste nel ricostruire che cosa sia stata – nella sua forza e nei suoi limiti – e più complessivamente a cosa reagisse questo tentativo di fluidificazione di un mondo, quello del dopoguerra, che si presentava come una realtà blindata, fatta di blocchi contrapposti e di identità a tutto tondo. Questo lavoro non è solo interno alla filosofia, e ci permetterà un giorno di comprendere fenomeni oggi difficilmente decifrabili anche perché circonfusi nella luce di un mito positivo o negativo, come per l´appunto il Sessantotto, il postmoderno e il populismo.
Ma c´è un altro senso, teorico, in cui "ricostruire la decostruzione" significa fornire una versione costruttiva e positiva della decostruzione, al di là degli effetti di stile e dell´insistenza sulla critica che caratterizzava il lavoro di Derrida. Nel 1967 usciva un grande libro, Della grammatologia, in cui Derrida, quando tutti erano convinti che la scrittura sarebbe scomparsa, sosteneva che avremmo assistito a una esplosione della scrittura, di cui non si può fare a meno perché è la condizione di possibilità degli individui e della società. Solo che poi, dopo avere enunciato questa tesi dirompente e profetica, si impegnava, con acume e ironia a mostrare come nella tradizione filosofica, da Platone a Heidegger, il ruolo della scrittura fosse stato rimosso a favore della voce, inseguendo il sogno di un contatto immediato tra gli uomini.
Per quello che mi riguarda, continuare un dialogo interrotto soltanto dalla morte di Derrida ha significato articolare in tre sensi l´intuizione fondamentale dello scripta manent. Anzitutto, dando la massima evidenza concreta al lavoro filosofico: la rimozione della scrittura a favore della voce non si trova solo in Platone, ma anche nei telefonini, in cui nessuno, neppure un esperto, avrebbe mai sospettato l´esplosione degli sms. In secondo luogo elaborandola sul piano concettuale, trovando le leggi costitutive per cui la scrittura e la registrazione danno vita a promesse, scommesse, denaro, matrimoni e divorzi, insomma alla nostra felicità e alla nostra infelicità.
In terzo luogo, e soprattutto, limitando la portata del detto di Derrida "nulla esiste al di fuori del testo". No, diciamo piuttosto che "nulla di sociale esiste al di fuori del testo"; ma al di fuori del testo rimane un mondo intero, reale, e indifferente a tutte le nostre interpretazioni. Indifferente, per esempio, alla dichiarazione di un Presidente che, credendo di "fare i fatti", il 1° maggio 2003 dichiarò che in Iraq la missione era compiuta e avevano vinto gli Americani.
Repubblica 6.10.10
Se le biblioteche restano senza libri
"Non si comprano più nuovi titoli. Cerchiamo donatori e sponsor"
Aumentano gli iscritti ma sono quasi bloccati gli acquisti a causa dei tagli: è il paradosso dei luoghi pubblici della lettura in Italia
"Così muoiono le piazze della cultura. Perché qui la gente s´incontra e scopre il piacere dei testi"
Nel 2011 i budget verranno ridotti anche del 35% E si dovrà ridurre anche l’orario
di Michele Smargiassi
La signora poggiò timida sul bancone una copia di Acciaio di Silvia Avallone: «L´ho già letto, posso regalarvelo? Così lo legge qualcun altro... ». In quel momento Monica Grilli, bibliotecaria di Villa Spada a Bologna, capì cos´è una biblioteca nel cuore di un lettore.
«Da otto mesi non acquistavamo un solo libro, noi che di solito stavamo sulle cinquanta novità a settimana. I lettori erano in crisi d´astinenza. Allora qualcuno ha cominciato a comprarli e a donarceli». Per colpa di un pasticcio burocratico (un appalto slittato), Bologna sta sperimentando quel che potrebbe accadere fra poche settimane in tutta Italia, quando la mannaia dei tagli ai bilanci degli enti locali cadrà pesantemente sulle biblioteche di pubblica lettura, le più popolari e frequentate, quelle comunali e di quartiere, le 5265 bibliotechine senza spocchia che saziano quotidianamente, come drogherie all´angolo, la fame di pagine di alcuni milioni di italiani. «Siamo felici di accettare donazioni», è il cartello-appello apparso sulla porta della biblioteca Delfini di Modena.
Non è da oggi che le biblioteche soffrono. Le forbici della crisi dei bilanci comunali (che coprono l´80% degli acquisti di libri "pubblici") tagliano nel vivo da almeno tre anni. In Lombardia, per esempio, dove i lettori continuano ad aumentare (+19% in tre anni) l´inversione di tendenza è iniziata nel 2008, quando per la prima volta in dieci anni i fondi destinati alla pubblica lettura sono diminuiti, da 138 a 132 milioni di euro. Finora però c´è stato spazio per economie strutturali, si è rimediato tagliando qualche attività collaterale, o disdicendo qualche abbonamento alle riviste meno popolari. Ma adesso le previsioni sono nere. «Dovunque è la stessa storia», ammette sconfortata Chiara Silla dalla Regione Toscana, «i bibliotecari mi chiamano allarmati: l´assessore mi ha avvertito, sarà dura quest´anno...». L´Aib (Associazione Italiana Biblioteche) paventa tagli tra il 15 e il 35 per cento nei bilanci 2011, che si sommeranno a quelli del 7-10% già patiti l´anno scorso. «Le piccole economie non basteranno più. Bisognerà scegliere fra la riduzione dell´orario o la riduzione degli acquisti».
Scelta straziante. Gli orari di apertura sono già ovunque ridotti all´osso, di più non si può. A Bologna la bellissima Salaborsa, che già aveva anticipato tra le proteste la chiusura alle 19, forse chiuderà alle 18 e tutti i lunedì, mentre della invocata apertura domenicale non si parla più. Angelo Guglielmi, critico letterario, uomo di libri ma anche amministratore di libri (ex assessore a Bologna, appunto), non ha il minimo dubbio: «Se proprio devo scegliere tra chiudere un´ora prima e acquistare un libro in meno, scelgo la seconda. Le biblioteche di quartiere sono le vere biblioteche, dove va la gente che lavora, sono il maggiore investimento in cultura che possa fare una comunità. Non servirebbe a niente riempirle di libri nuovi e poi chiuderle a metà pomeriggio».
Ma anche calare la scure sugli acquisti è rischioso. Dopo il rinnovo, la biblioteca San Giorgio di Pistoia ha visto più che quintuplicare i prestiti, da 23 a 150 mila: sarebbero stati gli stessi senza l´afflusso di "sangue fresco"? Per Silla, «tagliare le novità è una scelta suicida. Le biblioteche mangiano libri freschi, se glieli togli muoiono di fame». Per una biblioteca, un "buco" anche solo di un anno nell´aggiornamento del catalogo è una perdita di memoria: il vuoto non si recupera più. Rischiamo di avere, tra qualche anno, un sistema bibliotecario malato di Alzheimer. I bibliotecari reagiscono come possono. Centralizzano gli acquisti per ottenere sconti dagli editori (così in Lombardia sono stati compensati i minori stanziamenti 2009), coordinano i cataloghi fra biblioteche vicine, e ricorrono sempre più spesso al prestito inter-bibliotecario, che però rende le biblioteche a "scaffale aperto" più simili alle vecchie biblioteche a catalogo.
Nonostante questo, i numeri della crisi sono impietosi: sugli scaffali delle 83 biblioteche del Vicentino, riferisce il direttore della Bertoliana di Vicenza Giorgio Lotto, sono arrivati nell´ultimo semestre il 15 per cento di titoli in meno rispetto all´anno precedente. «Stiamo rischiando grosso», s´allarma Mauro Guerrini, presidente dell´Associazione italiana biblioteche, «non è solo un problema di aggiornamento culturale, ma di democrazia. Le biblioteche sono i luoghi della socialità, dell´integrazione, della ridistribuzione del sapere. In un piccolo centro sono spesso l´unica risorsa contro il digital divide, in una città offrono un punto d´incontro fra generazioni e culture. Strozzarne la vitalità danneggia tutta la società, non è solo un fastidio per i lettori. Guai a superare la soglia critica».
Proprio in questi giorni il governo, attraverso il Centro per il libro e la lettura, lancia con enfasi la campagna Ottobre, piovono libri. Ma nelle biblioteche di questo stesso Stato sta arrivando la siccità. Impossibile sapere come andrà a finire: ogni comune, ogni assessore farà le sue scelte. In gran parte del meridione biblioteche squattrinate confidano solo sui finanziamenti regionali, ridotti a zero quasi ovunque: in Calabria il bilancio pluriennale 2010-2012 non prevede stanziamenti per le biblioteche, e solo un´insurrezione dell´Aib ha evitato che in Sicilia le forbici riducessero i fondi per i libri a meno di un terzo. Ma perfino in Toscana sta succedendo qualcosa di inusitato: l´iniziativa Un milione di libri, pensata dalla Regione come promozione della lettura, rischia di essere sostitutiva e non aggiuntiva dei capitoli di spesa ordinaria delle singole biblioteche.
Sponsor privati, per i libri, è difficile trovarne. Un bel marchio sull´inaugurazione di una mostra si fa notare, su un libro della biblioteca no. Oppure sì? Silla lancia una proposta disperata: «Siamo disposti a infilare in ogni volume un segnalibro che dica ‘stai leggendo questo libro grazie a... ´. Tutto pur di evitare il black-out». Funzionerà? Una lunga tradizione di indifferenza verso gli strumenti del sapere scritto induce pessimismo. I bibliotecari continuano a raccontarsi, ghignando malinconicamente, la frase che pare sia davvero uscita di bocca a un alto amministratore pubblico, messo di fronte al grido di dolore delle biblioteche: «Chiedono ancora libri? Ma non glieli abbiamo già comprati l´anno scorso? Cos´è, li hanno già letti tutti?».
Repubblica 6.10.10
Van Gogh e i suoi maestri
Quel viaggio a colori dentro l´anima di campagne e città
di Lea Mattarella
Da venerdì, al complesso del Vittoriano di Roma, 70 opere del grande pittore olandese vengono affiancate a 30 dipinti di artisti come Gauguin, Millet e Cézanne
Al centro della rassegna il rapporto con l´ambiente rurale e la realtà urbana
C´è sempre in agguato l´occhio allucinato che costruisce immagini a vortice
La leggenda Van Gogh sbarca a Roma al Complesso del Vittoriano. Con qualcosa di più. La mostra Vincent Van Gogh, Campagna senza tempo - Città moderna, curata da Cornelia Homburg permette infatti di far luce su alcuni aspetti inediti della produzione del pittore olandese, contribuendo a far piazza pulita dei luoghi comuni che spesso lo accompagnano. Sembra incredibile che l´artista più amato del Novecento, probabilmente anche il più studiato e comunque colui che, con la sua vita drammatica e la sua pittura impetuosa, carica di espressività e di pathos, ha ispirato fiumi di inchiostro e chilometri di pellicola, abbia ancora qualche zona da scoprire. Eppure è così.
Viene qui indagato l´ancora inesplorato rapporto tra città e campagna, che si rivela costante nella sua pittura dagli esordi fino agli ultimi, tragici giorni che lo vedono togliersi la vita nel 1890 a soli 37 anni. In una specie di match che mostra tutta l´essenza simbolica, carica di significati di questi spazi. Paesaggi, certamente. Ma anche luoghi dello spirito.
Van Gogh è considerato uno dei più straordinari e originali interpreti dell´ambiente rurale. E non c´è dubbio sia così. Tutti sanno che il suo capolavoro giovanile, I mangiatori di patate, trasforma in eroi dalle membra deformate di una fatica senza tempo, un gruppo di contadini ritratti intorno a un tavolo nella loro umile casa. Ma questo è soltanto un lato del suo sguardo sul mondo. Già agli inizi della carriera, e non soltanto negli eroici anni parigini, l´artista si lascia sedurre dalla città che per lui significa movimento, progresso, irrompere della modernità. Mentre la campagna, con il susseguirsi delle stagioni, il lavoro nei campi, il sole che sorge e tramonta, è il luogo del ripetersi immutabile degli eventi, di una rassicurante circolarità, lo spazio urbano ha il sapore di ciò che è nuovo. E quindi attrae e, nello stesso tempo, crea repulsione. E tra la realtà rurale e quella cittadina c´è un mondo incerto, di passaggio, a cavallo tra i due: il sobborgo, la periferia. E anche questo diventa un grande palcoscenico su cui lavorare, dove le differenze si specchiano, le contraddizioni si esaltano, o magari finiscono per mostrare una loro segreta affinità.
Questo viaggio tra città e campagna, che l´artista ha afferrato con occhio nostalgico oppure inquieto, ma comunque con la foga di chi sta cercando qualcosa di più di una semplice rappresentazione del reale, perché insegue un senso e, addirittura, una verità, attraversa paesaggi, campi e ciminiere, strade, parchi cittadini, cascine. Entra anche nelle case e mostra i volti di chi le abita: da quelli dei contadini, dei tessitori del suo periodo olandese, scuro e bituminoso, fino alla Vecchia Arlesiana, dipinta ormai con la tavolozza chiara che Van Gogh conquista in Francia a contatto con la pittura impressionista, e al Giardiniere, immerso in un paesaggio giallo, come costruito da sole e grano. E poi c´è lui. Il suo sguardo da genio sregolato, ma anche consapevole del suo valore, punge il cuore di chi guarda in tre capolavori che lo inquadrano, alternativamente ma con la stessa fierezza, come un cittadino elegante e sofisticato o come un semplice uomo di campagna con il cappello di paglia e la pipa. Sono dipinti tra il 1886 e il 1887, anni memorabili per Vincent che proprio nell´86 lascia l´Olanda e arriva in Francia dove scopre la potenza del colore puro, della luce e di una pennellata libera e veloce, rivoluzionando non soltanto il suo modo di dipingere ma, anche, per sempre, tutta la pittura del suo tempo. Passato il ciclone Van Gogh, niente sarà più lo stesso.
La qualità dell´esposizione non è soltanto nell´infilata di capolavori che provengono dai più importanti musei del mondo, (dal Van Gogh Museum naturalmente, ma anche dal Solomon R. Guggenheim, dal Louvre, dall´Art Institut of Chicago, dal Rijksmuseum e da molti altri ancora), ma nella coerenza e nel rigore del percorso espositivo in cui ogni opera è come il tassello di un mosaico, il capitolo di un romanzo. Non c´è un quadro che esca dalla partitura. E i due soggetti scelti, il loro scontrarsi e incontrarsi restituiscono il pittore a tutto tondo, attraverso un settantina di opere autografe. A cui se ne aggiungono quaranta degli artisti che lo hanno influenzato: dagli olandesi come Anton Mauve e Anthon Van Rappard al François Millet che lui chiamava père. E poi i capolavori di Paul Gauguin che vive con Van Gogh una breve stagione di comunione di intenti e di lavoro, terminata drammaticamente a Arles, di Paul Cézanne, Camille Pissaro fino a Georges Seurat e Paul Signac che lo introducono al divisionismo. Tra gli amori dell´olandese va ricordato Honoré Daumier di cui Van Gogh copia i Quattro bevitori inserendovi però un particolare significativo per l´idea della mostra: il profilo di una città con il fumo delle ciminiere.
Ecco la sua oscurità nei primi paesaggi in cui sembra sempre che stia per arrivare il temporale. È una campagna, quella dipinta in Olanda, difficile, grigia, fatta di ombre. Eppure per Van Gogh le case coloniche, le cascine dai tetti di paglia resteranno per sempre edifici protettivi, come "nidi di uccelli". Li ritroverà a Saint Remy e a Auvers-sur-Oise e li inquadrerà ancora, sebbene con un fare rapido e un colore puro e totalizzante ormai completamente diversi. Albe, tramonti, torri nella nebbia, contadini che sorgono dalla terra come alberi nodosi sono i soggetti del primo Van Gogh. Non li abbandonerà mai. È il suo stile che cambia, diventando inconfondibile. Ci sono momenti di pace e serenità come nel Ponte sulla Senna d´Asnières, dove si intravede il fumo delle ciminiere di una città che qui, stranamente, non è minacciosa, perché tutto è rosato e sul fiume passano anche le barche. O negli Albicocchi in fiore, i Cipressi con figure, le coppie nei parchi. Ma c´è sempre, in agguato, l´occhio allucinato, la mano febbrile che costruisce l´immagine a vortice, come fosse investita da un vento impetuoso. E sul Seminatore che naviga incerto in un campo blu di notte incombe la città che si allarga, a volte abbracciando, più spesso minacciando. Così nello stesso quadro si incontrano i due temi paralleli: città e campagna. Che altro non sono che il destino dell´uomo.
Repubblica 6.10.10
L'avventura creativa di un genio inquieto
Il tormento da cui nascevano i capolavori
di Achille Bonito Oliva
Ho sempre pensato che l´artista è un errore biologico rispetto alla propria opera. Sennò come si conciliano gli accesi fuochi fatui della pittura di Van Gogh con il suo autolesionismo biografico che lo porta al suicidio: un colpo di pistola in una buca di letame fertilizzante. Ci resta infatti una serie di capolavori a futura memoria di un artista che era riuscito ad imparare molto bene una lezione involontaria, «considerare il dolore senza ripugnanza».
Eppure aveva cominciato la sua avventura creativa, sempre sostenuta anche economicamente dal fratello Theo, con uno sguardo sul fuori del mondo, della detenzione e del lavoro. Certo erano già cupi i disegni di allora e i colori che sigillavano immagini di oppressione psicologica e di denuncia sociale.
All´inizio Van Gogh considera l´arte come un farmakon, che con una forte denuncia iconografica può lenire ogni ingiustizia sociale e poi ogni angoscia personale, liberarlo dalla prigionia di cui è lui stesso vittima e carnefice: il mondo interiore.
Questo universo si dimostra più slittante, insidioso e sconfinato di quanto non possa essere una cella di una comune prigione. Qui dentro, nella sua pittura, davanti c´è il bel canto e dietro la tortura. Un Io liquido lo possiede fino a travolgere ogni divisione tra mondo interiore e quello esteriore.
La sua mano accende continui fuochi fatui cromatici che non riescono a scontornare il suo dolore, la perdita di controllo e le derive della sua mente. Insomma a Van Gogh non basta dar cornice agli orrori della propria sofferenza, quello che lui chiama "l´orrore spaventoso".
Per questo sotto il suo sguardo gli alberi si contorcono, le forme si attorcigliano su se stesse secondo un serpentinato di una sofferenza inarrestabile. Così il suo Autoritratto, l´Arlesiana, la Notte stellata, la sua Camera, portano sempre il timbro deformato di una visione del mondo che anticipa l´espressionismo, quello figurativo delle avanguardie storiche e quello astratto delle neo-avanguardie del secondo dopoguerra.
Si comprende che, quando l´8 maggio del 1889 entra nell´ospedale psichiatrico di Saint-Rémy de Provence, per rimanervi ricoverato 13 mesi, ormai la pittura non è più un farmaco, non riesce a lenire alcuna sofferenza, semmai a rendere visibile l´invisibile, portare alla luce ogni tortura interiore come pura rappresentazione di un dolore ormai tautologico, senza ragione.
Van Gogh crea una sorta di diretta iconografica, una messa in visione stereofonica e squillante, per timbro cromatico del suo squilibrio, invaso ormai da uno sguardo obbligato, quasi anamorfico sulle cose che lo circondano. Come se il suo sguardo accartocciasse il mondo nel momento in cui si poggia sulla pelle del paesaggio e degli uomini con cui è costretto a convivere.
Corriere della Sera 6.10.10
Ateismo, una via per arrivare a Dio
di Giulio Giorello
È vero, pratico il consiglio del poeta Cecil Day Lewis, alias il giallista Nicholas Blake: mai lasciarsi coinvolgere in una discussione con dei teologi. Faccio, però, un’eccezione per rispondere alle garbate critiche che dalle pagine di «Avvenire» (5 ottobre) Vittorio Possenti rivolge al mio libro Senza Dio, edito da Longanesi. In breve, non mi sarei occupato abbastanza dell’Altissimo, rischiando così di «confondere il Signore con il Dio Padrone». Ma non è «padrone» il primo significato di quel termine — dominus — cui tanta teologia ha consacrato i suoi sforzi d’intelletto e sentimento?
Possenti mostra così che ho colpito nel segno, poiché la mia idea di ateismo è quella di una provocazione continua ai credenti e ai praticanti di qualsiasi religione a chiarire i loro presupposti, nella convinzione che questo lavoro serva a tutti, credenti o non credenti: l’ateismo è soprattutto un metodo. Possenti mi chiede: per arrivare a che cosa? Potrei ribattere con le parole di un mio «lettore»: magari per «arrivare a Dio prescindendo da Dio». Ossia da tutte le gabbie in cui i signori della teologia e della morale hanno imprigionato il Dio che ci parla in grandi testi come i Vangeli o il Corano, facendone semplicemente un pretesto per giustificare coazione o gerarchia.
Concordo con Possenti che solo nella coscienza può sorgere l’esigenza della legge morale e civile, ma non vedo proprio perché io o qualsiasi altro «libertario» dobbiamo indicarne un qualche «fondamento» a cui sottometterci con spirito di «servizio». La possibilità di costruire un’autentica solidarietà senza «fondarla come su solida roccia» (cioè, detto senza retorica, senza imporla a chi la pensa diversamente) non è un dettaglio accademico, ma una questione cruciale per qualsiasi democrazia matura. Proposta per gli amici di «Avvenire» (e per tutti i cattolici aperti al confronto delle idee): perché non proviamo a rispondere insieme?
Corriere della Sera 6.10.10
Quando Petrarca scoprì l’onore
di Franco Cordelli
Dobbiamo chiederci cosa indica questo termine: è solo difesa della democrazia?
La scrittrice Chiara Valerio su «l’Unità» di ieri pone a Luciana Castellina dieci domande non già politiche, o sulla politica, ma che si potrebbero definire di natura etica: quali sono i valori (e i disvalori) nell’Italia di oggi? Le prime due e le ultime due riguardano la donna, il ruolo e la posizione della donna, come essa viene valutata (ovvero svalutata), come vi sia una dignità possibile, una risposta alla sempre più incalzante e asfissiante immagine di degradazione.
Non sempre, personalmente, sono d’ accordo con le domande della Valerio. Non tutte le donne provenienti dalla destra offrono di sé figure meno che dignitose. Penso sia giusto premetterlo, si rischia altrimenti di vedere un mondo fin troppo facile da descrivere, troppo rassicurante, e dell’intervista alla Castellina non vi sarebbe neppure bisogno. È lei stessa, l’ex parlamentare di Rifondazione e giornalista del «Manifesto», a chiarire nella prima risposta che gli estremi non aiutano né a vivere né a capire: «Non è vero che la presenza delle donne in politica abbia una relazione di dipendenza carnale o di violenza». Sta pensando ai casi di donne diventate ministro per ragioni improprie o a Marilyn Monroe, morta in circostanze misteriose. «La normalità», dice Luciana Castellina, «è già un’alternativa». Poi, più sotto, insiste: «La politica non è il balletto intorno al summit del potere. Molte donne fanno politica nelle Ong o in ambiti culturali».
Altri luoghi comuni che la Castellina spazza via: perché presupporre (in modo crescente) «che la sinistra si vesta con cachemire e la destra con i maglioni»? Non è forse (aggiungo io) una coltre culturale, che si distende su di noi come menzogna, il convincere che la sinistra altro non sia se non quella delle sue élite? O, ancora, altro luogo comune che la Castellina respinge: «Sono allergica all’introduzione di termini inglesi in politica. I care. Mission. La storpiatura dell’italiano in nome di un’anglofilia che corrisponde a un’americanizzazione culturale e politica».
Ma forse il punto caldo, il più interessante dell’intervista, è nella domanda: «Le parole Onore e Ordine sono di destra? E Senso dello Stato?». Sul secondo punto della domanda la Castellina risponde che Senso dello Stato «è un’espressione di destra, perché sottintende qualsiasi Stato». D’altra parte «che non ci siano parole di destra o di sinistra è sintomo della degenerazione della nostra cultura politica. La sinistra ha smarrito le sue parole, le parole corrispondono a concetti e a fatti». Il primo punto della domanda è però cruciale. «L’onore dei combattenti, dei martiri della democrazia è di sinistra. La parola Onore è sì stata legata alla Patria e alle peggiori cose che la Patria ha fatto, ma la letteratura della Resistenza non parla d’altro che di onore». È indubbiamente vero. Così è la letteratura della Resistenza, sia nelle parole di chi è sopravvissuto sia in quelle di chi non lo è.
Tuttavia, l’uso della parola onore, e il suo concetto, la sua idea non direi siano così pacificamente di sinistra. Nel suo monumentale Forma del vivere, una storia dei moralisti classici italiani, Amedeo Quondam riconosce in Petrarca il suo capostipite. «Qui — dice — si elaborala forma del vivere del nuovo vir bonus: tale per onore e per virtù». Per onore, dunque. Fin dalla metà del XIV secolo. Ma che cos’è onore? È solo difesa della democrazia? O non è qualcosa di complesso, di molteplice, di più antico? Molte sono le ragioni di virtù legate al concetto di onore, questo Luciana Castellina che si richiama alla sacrosanta normalità lo deve riconoscere.
Forse nell’onore sono comprese risposte di fedeltà a virtù che per lei (e per me) sono estranee, ma non per questo meno legittime per chi in loro nome si sia sacrificato.
Corriere della Sera 6.10.10
E la donna non fu più una cosa
Gianfranco Ravasi rilegge il Comandamento della passione e dell’amore
di Armando Torno
Nel libro dell’Esodo (20,17) si legge: «Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa appartenente al tuo prossimo». Un comandamento ribadito in una formulazione successiva nel libro del Deuteronomio (5,21), con alcune varianti. Se nell’Esodo il primato spetta alla «casa» ( bêt), intesa nella sua dimensione globale che va oltre quella dell’edificio, nel Deuteronomio la donna è estrapolata dall’asse patrimoniale e acquista una posizione autonoma, anzi un primato distintivo: «Non desiderare la moglie del tuo prossimo» precede ed è separato dalla «brama» per le proprietà del capofamiglia. Non a caso l’autore sacro muta il verbo del «desiderio», introducendo la radicale ’wh che denota una maggiore avidità e materialità. Queste osservazioni, con le varianti linguistiche e i relativi significati, si trovano nell’ultimo saggio di Gianfranco Ravasi che, con Andrea Tagliapietra, ha scritto per Il Mulino (nella serie dedicata ai comandamenti) Non desiderare la donna e la roba d’altri (in libreria domani, 7 ottobre, pp. 160 e 12). Ravasi, che ha appena pubblicato da Mondadori Questioni di fede. 150 risposte ai perché di chi crede e di chi non crede ( pp. 266, 19) intervenendo sulle domande più spinose e cruciali, nonché su interrogativi insoliti e curiosi, ha intitolato il suo scritto per il libro de Il Mulino Non desidererai la moglie e la casa del tuo prossimo; Tagliapietra, invece, L’ultima delle dieci parole ovvero non desiderare. Dalla nuova interpretazione del comandamento scritta da Ravasi per l’editrice bolognese offriamo in anteprima un estratto riguardante l’«oggetto del desiderio». Sì, il desiderio. Se per Aristotele nel De anima rappresenta «l’appetizione di ciò che è piacevole», Heidegger in Essere e tempo l’ha connesso ontologicamente alla natura dell’uomo, mentre Spinoza incantò romantici e idealisti con la definizione dell’Etica: «La tristezza che riguarda la mancanza della cosa che amiamo». Ravasi in Non desidererai la moglie e la casa del tuo prossimo ricorda che il desiderio è una delle componenti capitali e positive della spiritualità biblica, anche se per la fede continua a conservare un’ambiguità. Del resto, nella Prima Lettera di Giovanni (2,16) si legge il monito contro la bramosia che lo ha trasformato in concupiscenza. Senza la quale, tuttavia, per Oscar Wilde, la vita si riempirebbe di sbadigli. Ha scritto in Lady Windermere’s Fan: «Preferisco le donne con un passato. La loro conversazione è sempre così maledettamente divertente».
Corriere della Sera 6.10.10
Sesso e corpo: i vocaboli del desiderio
di Gianfranco Ravasi
È suggestivo osservare che il vocabolo ebraico del desiderio sessuale, teshuqah, che nella Genesi rappresentava l’oscura pulsione sessuale («Verso tuo marito sarà la tua teshuqah / desiderio, ed egli ti dominerà», 3,16), nel Cantico viene riproposto come segno di donazione e di comunione totale: «Io sono del mio amato e la sua teshuqah / desiderio è verso di me» (7,10). Certo, il desiderio non elide la sua componente sessuale ed erotica, come appare nelle stupende rappresentazioni dei corpi dei due innamorati (capitoli 4; 5; 7). Anche Pio XII, in un discorso del 29 ottobre 1951, affermava: «Il Creatore stesso ha stabilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. Accettano quello che il Creatore ha voluto per loro». La sessualità e l’eros devono però inserirsi nella donazione d’amore che trasforma e trasfigura il desiderio facendolo tendere a quella pienezza, totalità, assolutezza che la donna del Cantico esprime nella sua «professione d’amore»: «Il mio amato è mio e io sono sua. Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3).
La tensione rimane perché la creatura umana è fragile e può contaminare la purezza assoluta della donazione. Questa tensione, però, è anche positiva. Infatti, il desiderio di sua natura rimane sempre mobile e dinamico, e dev’essere conservato anche in questa sua qualità: essa è ben rappresentata dallo stupore e dalla tenerezza, che brillano soprattutto nello sbocciare dell’amore. Il desiderio dovrebbe saper mantenere continuamente questo clima di dolcezza, questa sorta di «stato nascente» dell’amore che ne rivela la vitalità, ma anche il suo non essere un possesso acquisito. Come si è già detto, pur nell’abbraccio, la coppia del Cantico sa che sempre deve correre verso «i monti dei balsami» (2,17; 8,14). Si intuisce, così, anche nel desiderio dell’amore umano, quell’ «insoddisfacibilità» che è tensione verso l’assoluto e l’infinito: è l’«inquietudine» agostiniana che può «riposare» solo nella trascendenza e quindi in Dio. Per questo possiamo parlare di «simbolicità» del desiderio: esso vive nella realtà concreta, presente e temporale, ma al tempo stesso si protende verso l’Altro, l’Oltre, lo Spirito, l’Eterno. Lacan, che al desiderio ha dedicato un’analisi interessante (basata sulla nostalgia del bambino separato dalla madre), connettendosi proprio al linguaggio simbolico, dichiarava: «Se bisogna fondare la nozione dell’Altro con una A maiuscola come il luogo della parola, bisogna affermare che, essendo l’uomo un animale in preda al linguaggio, il suo desiderio è il desiderio dell’Altro».
La storia umana è scandita da grandi desideri che, come il mare è composto da tante gocce, si costruiscono e si sviluppano a partire da singoli desideri personali. Si ha, in tal modo, una tensione universale e costante non solo «verticale» nel procedere oltre che è propria del desiderio, ma anche «orizzontale» fra desideri opposti, negativi e positivi. È quello che è illustrato a livello generale dalla Città di Dio agostiniana ed è anche ciò che, nel microcosmo del singolo, ha descritto sant’Ignazio di Loyola nella sua parabola delle «due bandiere»: esse hanno schiere opposte di seguaci, in marcia verso mete antitetiche, spinti dai loro desideri. La dinamica della storia universale e di quella personale presuppone, dunque, anche uno scenario tenebroso. Ai figli della luce si accostano e si oppongono i figli delle tenebre, alla tavola luminosa del desiderio dell’amore si allinea in un dittico anche la tavola notturna del desiderio degenerato che tende verso il negativo, l’abisso infernale. Anche la Bibbia raffigura in modo plastico questo desiderio cieco, indomabile e dotato di un suo insaziabile dinamismo, di un’insoddisfazione inestinguibile. Pensiamo, per esempio, al racconto — straordinario anche a livello psicologico — della passione cieca di Ammon che lo conduce allo stupro di una sua sorellastra, la bellissima Tamar, figlia di suo padre, il re Davide: «Ammon afferrò Tamar e le disse: Dài, unisciti a me, amore mio! E lei: No, fratello mio, non farmi violenza! Non commettere questa infamia! Egli però non ne volle sapere: era più forte di lei e la violentò unendosi a lei. Ma dopo l’atto, Ammon provò verso di lei un odio grandissimo, l’odio che sentiva verso di lei era ben più potente dell’amore con cui l’aveva prima amata» (si legga l’intero testo 2 Sam 13, 1-17). La brutalità della pulsione insita nel desiderio affiora spesso nelle narrazioni bibliche: le scene di Sodoma (Gen 19) e di Gàbaa, quest’ultima ancor più truculenta (Gdc 19), descrivono le crude e brutali passioni come pure le violente e infami pulsioni degli uomini della steppa che ancor oggi si ripetono nei deserti metropolitani.
Avvenire 6.10.10
Dio non esiste? Pochi lo affermano con convinzione. Molti pensano di poter fare a meno di Lui. La riflessione dello storico Poulat
Non ci sono più gli atei di una volta
di Èmile Poulat
Sylvain Maréchal (1750 1803) è ancora conosciuto per il suo Dizionario degli atei antichi e moderni (1800), dove non si lesina sui nomi: ci sono Pascal, sant’Agostino e perfino Gesù, ovvero tutti quelli che sono stati critici con la religione della loro epoca. Però questo discepolo di Lucrezio detestava gli atei del suo tempo, gente che veniva da un’aristocrazia libertina, dissoluta, perversa. Per reazione aveva fondato una «lega dei senza-Dio» e le aveva dato una liturgia che, ogni dieci giorni, celebrava il culto della virtù. Di certo non si tratta della maggior preoccupazione dei nostri contemporanei, tuttavia questa distinzione merita di essere annotata e ripresa in un altro senso.
Ateo e ateismo sono parole attestate nella lingua francese dalla metà del XVI secolo. La loro diffusione sarà lenta e a volte curiosa (vedi Balzac e la sua Messa dell’ateo ). Oggi l’ateismo fa pochi seguaci: in Francia, l’Unione degli atei non dovrebbe superare i 2 o 3000 aderenti. Vi si aggiungono quanti preferiscono definirsi liberi pensatori, umanisti, razionalisti, materialisti (termine però caduto in disuso) o libertari («Né Dio, né maestro»).
Tutti costoro esprimono una convinzione forte e chiara, spesso militante. Si contrappongono così a quelli che si dicono decisamente, profondamente religiosi in base a un’appartenenza: in genere cattolica, protestante, ortodossa, ebraica, musulmana, buddhista.
Il mondo vago della «non credenza» oggi è maggioritario in Francia. I sociologi hanno mostrato la sua differenza e misurato il grado e le forme di legame alle grandi denominazioni religiose, nel senso di un crescente allontanamento. Ciò che domina oggi è quello che in termini dotti si chiama agnosticismo e indifferentismo, accompagnato da un crollo – in una o due generazioni – della cultura religiosa tradizionale veicolata dal catechismo, dalla scuola e dall’ambiente. Resiste in modo oscuro, celato a un’osservazione frettolosa, ciò che Serge Bonnet ha definito le «preghiere segrete dei francesi moderni» e la loro alchimia: un immenso terreno incolto o quasi.
Gli atteggiamenti e le iniziative «missionarie» della Chiesa francese di fronte all’ateismo aspettano ancora il loro studio sistematico e ragionato. Nel 1940, nella piccola serie «Cattolica» di Gallimard, padre Sertillanges, domenicano conosciuto per la sua apertura, pubblicava un opuscoletto, Atei, fratelli miei . «Non esistono atei, ci sono soltanto persone che credono di esserlo; ci sono soltanto degli incoscienti», scriveva. È il pensiero espresso da Jean-Luc Marion in una recente conferenza in Svezia: l’ateismo è impossibile. Il cardinal Veuillot, futuro arcivescovo di Parigi, esigeva dai padri Le Sourd e Liégé, autori di Credenti e non credenti oggi (1962), la sottolineatura che l’ateismo era peccato grave. Nel 1965, il Vaticano II lo collocava «tra i fatti più gravi del nostro tempo» e creava un Segretariato per i non credenti di cui il cardinal Poupard ha assunto la direzione per un quarto di secolo.
Siamo così passati dal Dio-Sole (i nostri ostensori), luce del mondo (lux mundi), a ciò che Léon Brunschwig, professore alla Sorbona, definiva nel 1928 La disputa dell’ateismo e il suo successore Étienne Souriau nel 1955 L’Ombra di Dio.
Torna qui la vecchia distinzione di Sylvain Maréchal, pronta per un nuovo uso: l’ateo è colui che – a torto o a ragione – afferma la sua convinzione che Dio non esiste o almeno che non c’è alcuna prova della sua esistenza. L’uomo senza Dio è colui che, molto semplicemente, senza farsi troppi problemi, fa a meno di Dio, pensa senza di lui ed esiste senza di lui. È decisivo cioè non quanto si agita nel cuore delle persone, e neppure il movimento di un mondo che deve tutto al proprio sforzo, bensì la condizione umana – comune a tutti, credenti e non credenti – compresa tra queste due istanze.
«E Dio in tutto ciò?», chiedeva Jacques Chancel agli ospiti alla fine del suo programma
Radioscopia. Ad ognuno la sua risposta, ma – quale che sia – dovrà tener conto del rullo compressore all’opera «in tutto ciò». Dio era onnipresente.
Esclusa una serie di nicchie a volte anche di una certa importanza, è diventato o diventa onni-assente nella vita sociale, pubblica o privata. È la crescente pressione della quotidianità a costruire l’uomo contemporaneo. Si tratta di un dato essenziale per una riflessione cattolica preoccupata dell’«apertura al mondo» e sempre a rischio di ripiegamento su se stessa.
(per gentile concessione del quotidiano «La Croix»)
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
martedì 5 ottobre 2010
l’Unità 5.10.10
Nuova legge elettorale, c’è una bozza: sbarramento, collegi e niente premio di maggioranza
Bersani: «Non parliamo di una coalizione di governo ma di regole, ne discuta il Parlamento»
Oltre la «porcata», testo d’intesa tra Pd e finiani
Gli esperti di sistemi di voto di Pd, Udc e Fli hanno messo a punto un primo testo di riforma: via liste bloccate e premio di maggioranza, sì a collegi uninominali, soglia di sbarramento e indicazione del candidato premier.
di Simone Collini
Via il premio di maggioranza e le liste bloccate, soglia di sbarramento al 3%, possibilità di indicare il candidato premier, collegi uninominali e niente preferenze. Dopo che nei giorni scorsi Pier Luigi Bersani, Pier Ferdinando Casini e Giancarlo Fini hanno aperto i canali di dialogo, gli esperti di legge elettorale del Pd, dell’Udc e di Futuro e libertà hanno iniziato il confronto per individuare un modello di voto condiviso. Una prima intesa su alcuni principi di fondo è stata già raggiunta, e la bozza che sta venendo fuori è rinviabile al sistema tedesco, però modificato introducendo elementi che ne rafforzerebbero l’aspetto bipolare.
Il Pd ha approvato all’ultima Assemblea nazionale un documento in cui si sostiene il doppio turno alla francese, ma anche i più strenui difensori del modello d’Oltralpe veltroniani in primis difficilmente si metterebbero di traverso qualora si arrivasse a un’intesa maggioritaria in Parlamento. E anche il leader dell’Idv Antonio Di Pietro, che nelle scorse settimane si era detto contrario a operazioni e modelli che potrebbero generare confusione nell’elettorato di centrosinistra, ora garantisce la sua disponibilità: «Si può anche discutere di un sistema proporzionale alla tedesca, a patto che sia chiara agli elettori l’indicazione di chi deve governare e ci sia uno sbarramento per evitare la frammentazione». Segnali positivi insomma non mancano, ma finché non ci sarà il via libera definitivo a un testo che possa incassare la maggioranza dei voti in Parlamento (si è visto dal voto di fiducia che i finiani alla Camera sono indispensabili per tenere in piedi il governo, mentre al Senato Pdl e Lega sono sembrati autosufficienti) l’operazione dell’asse anti-porcellum proseguirà lontano dai riflettori.
BERLUSCONI PREOCCUPATO
Berlusconi vede infatti come il fumo negli occhi l’ipotesi di una maggioranza alternativa che possa approvare una nuova legge elettorale: perché il porcellum, stando agli ultimi sondaggi, gli garantirebbe di prendere il 55% dei seggi alla Camera con un Pdl che oscilla tra il 28 e il 30% (più complicata la situazione al Senato, «per colpa di Ciampi che impose la “regionalizzazione” del premio», attacca il deputato del Pdl Marco Marsilio); e perché di fronte a un numero di parlamentari sufficienti a cancellare il porcellum, Berlusconi avrebbe poco da gridare all’«eversione» (come ha fatto nei confronti di Scalfaro) se ci sarà una crisi di governo e il Quirinale avvierà le consultazioni per verificare se vi sia in Parlamento una maggioranza alternativa, prima di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni.
È proprio quello che temono Pdl e uninominali, ma il numero di parlamentari per ogni partito viene assegnato su base proporzionale.
Lega. Non a caso appena il finiano Italo Bocchino si è detto convinto che esista «già una maggioranza alternativa, tanto alla Camera quanto al Senato, in grado di ritrovarsi sulla modifica della legge elettorale» è partito il fuoco di fila dei berluscones: «trasformismo parlamentare», ha tuonato Sandro Bondi; «mille trabocchetti», vede Fabrizio Cicchitto; «mettersi a manovrare su una legge elettorale per favorire chi è perdente sarebbe un errore molto grave», ha sentenziato Gasparri; e il leghista Roberto Castelli: «Maggioranza alternativa è il termine istituzionale per indicare il termine mediatico di ribaltone».
Attacchi che non preoccupano Fini, convinto com’è che il «vergognoso» porcellum sia da archiviare: «La sovranità appartiene al popolo, e questo significa che gli elettori devono avere il diritto non solo di scegliere il presidente del Consigli ma i loro parlamentari». Concetto che il presidente della Camera va ripetendo, in piena sintonia con Casini («evitiamo che quattro gerarchi di partito impongano i parlamentari agli elettori») e con Bersani.
Rispondendo all’ironia del ministro leghista Maroni sull’«ipotesi strampalata» che ci possa essere un governo tecnico che vada da Fini a Di Pietro per riformare la legge elettorale, Bersani ha fatto notare che «non si sta parlando di maggioranza di governo, ma di regole», che come tali vanno discusse nelle aule parlamentari: «Se c’è una maggioranza che dice che la legge è intollerabile allora si va in Parlamento e si vota. Da sempre diciamo che abbiamo una legge elettorale vergognosa, che consente la nomina dei parlamentari, la subordinazione della maggioranza al governo, e che ha portato e può portare ancora un sacco di guai al Paese. E non da oggi siamo disponibili a concordare una nuova legge elettorale. Perché la legge la si fa in Parlamento, non con le maggioranze e le minoranze ma con chi è disposto a convergere».
l’Unità 5.10.10
Maggioranza alternativa al Senato il rebus dei voti
Si è aperta la caccia ai «responsabili nazionali»
I finiani: sulla legge elettorale maggioranza ampia anche al Senato. Tenute «coperte» le new entry in Fli, Pisanu ambito come premier di un governo «responsabile». E Gianni Letta cerca di far incontrare Fini e Berlusconi.
di Natalia Lombardo
Sarà pure la mossa di una partita a scacchi, ma da fronte finiano mostrano una certa sicurezza verso un possibile governo di transizione: «Cambiare la legge elettorale è giusto, e su questo ci potrebbe essere una maggioranza molto ampia», assicura Benedetto Della Vedova; per il capogruppo Bocchino «esiste già, sia alla Camera che al Senato» e pesca anche nel Pdl. Convinti che la Lega stia «giocando in proprio per far cadere Berlusconi», i futuristi tengono in caldo le new entry e aperto il dialogo col Pd sulla legge elettorale.
Nel frattempo sembra che Gianni Letta stia cercando di convincere i duellanti, Berlusconi e Fini, a incontrarsi faccia a faccia, cosa non facile.
Maggioranza diversa, nuovi acquisti per Fli? «Suggestioni», è la sibillina risposta di un finiano doc. Come quella che vede a Palazzo Madama, dove la maggioranza di governo per ora è ferrea (174 sì alla fiducia), un drappello di senatori pronto a lasciare il Pdl per entrare in Futuro e Libertà. Senatori che Berlusconi starebbe cercando di «blindare» con posti da sottosegretario e viceministro (uno lo lascia Romani).
Molti peones «farebbero di tutto per non andare a casa temendo di non essere ricandidati», ammettono nel Pdl, tanto più che Silvio vuole «facce nuove» e che la Lega farà man bassa al Nord. «Ci sono dieci nomi al Senato, e dieci alla Camera, per ora sono “coperti”», assicura un deputato ex Fi. E, spostando sul pallottoliere anche solo tre o quattro senatori dal Pdl a Fli varrebbero il doppio, cambiando la maggioranza. Il drappello di «responsabili», come li definisce un finiano, fa riferimento a Beppe Pisanu. che aspetta solo il momento giusto per attuare lo «strappo» e passare con i «futuristi». Un passo da compiere come grande segno di «responsabilità nazionale», appunto.
LA CARTA PISANU PREMIER
Il nome dell’ex ministro dell’Interno, un forzista moderato nato nella Dc, in rotta da tempo con Berlusconi (che lo ha accusato più volte di non aver vigilato nella notte elettorale del 2006) sarebbe la carta tenuta in caldo dai finiani come presidente del Consiglio di questo governo di «responsabilità nazionale» che cambi la legge elettorale e cancelli la «porcata».
In Parlamento è addirittura nata la «Associazione per il ritorno all’uninominale» che domani esordirà con un’assemblea; molti i nomi del Pdl: Salvo Fleres, Domenico Gramazio, Antonio Martino, Francesco Nucara, Mario Pepe, Salvatore Tatarella e Enrico La Loggia, nemici del «porcellum».
Pronto a un’intesa sulla legge elettorale è Raffaele Lombardo, leader dell’Mpa: «Certamente c'è chi, pur di non votare con questa legge elettorale, farebbe i salti mortali. Io sono fra questi; poi vedremo se ci riusciremo».
A Palazzo Madama una maggioranza «diversa» non è una chimera. Se si unissero i voti dell’opposizione (112 del Pd, 12 Idv, 13 Udc senza Cuffaro) con i 10 di Fli, i 3 Mpa, 3 dell’Api, il conto è 153 senza i senatori a vita. Con qualche travaso i numeri potrebbero esserci, ma il rischio è che nasca una maggioranza «prodizzata» sul filo di un voto. Una prospettiva «terrificante» per il leghista Maroni.
il Fatto 5.10.10
Nomi ricorrenti: il Pd e l’opzione Montezemolo
Cesare Damiano: “La sua sarebbe una candidatura significativa”
di Wanda Marra
“Viste le difficoltà della politica, una candidatura di Luca Cordero di Montezemolo avrebbe un senso”. Parola di Cesare Damiano, ministro del Lavoro nel governo Prodi e attualmente parlamentare Pd. Affermazioni nelle quali convergono due linee portanti del dibattito un po’ distorto dei tempi nostrani: la ormai patologica difficoltà dei Democratici di esprimere
una leadership degna di questo nome e le voci ricorrenti ormai da anni che danno per imminente, scontata, necessaria, auspicabile a seconda dei momenti la discesa in campo dell’ex capo di Confindustria.
“Potrebbe essere allettato, interessato conferma in questo caso Damiano è chiaro che la sua sarebbe una candidatura di qualche significato”. D’altra parte era stato Veltroni solo qualche settimana fa a lanciare l’idea di un Papa straniero alla guida della coalizione di centrosinistra. Vecchie tentazioni che si riempiono di nuovi nomi. Tant’è vero che dopo l’uscita di Alessandro Profumo da Unicredit, qualcuno nel Pd aveva preso in considerazione l’ipotesi che questo Papa straniero potesse essere lui.
Il nome di Cordero è poi uscito un’altra volta domenica alla scuola politica del
Partito democratico a Cortona. “Non credo alla logica del Papa straniero”, premetteva il vicesegretario del Pd, Enrico Letta. Sottolineando però di ritenere “molto utile che Montezemolo si impegni in politica. Sarebbe solo il benvenuto aggiungeva e aiuterebbe la politica italiana”. “L'impegno in politica è sempre una buona cosa in un momento in cui bisogna darsi tutti da fare. Io però non so cosa Montezemolo abbia in testa”, rilanciava Pier Luigi Bersani, pur senza esporsi fino in fondo. E allora la riunione della Fondazione Italia Futura dell’11 ottobre si veste di nuovi significati. Ma qualsiasi voce viene smentita: “Non c'è alcun vertice che prelude a un impegno politico”, puntualizza il direttore Andrea Romano. “In questa fase ogni iniziativa dell’Associazione viene ricollegata a Montezemolo, ma non vi è nulla di politico. Si tratta di un appuntamento ordinario, nel senso che ogni due-tre mesi l’associazione riunisce i soci benemeriti, ovvero quelli che versano diecimila euro per promuovere la nostra attività, a cui viene illustrato il bilancio delle iniziative e si fa il punto sul programma dei prossimi mesi". Su un eventuale candidatura di Montezemolo non si esprime. L’interessato, interpellato direttamente al salone dell'auto di Parigi, sull’impegno in politica ha smentito decisamente.
L’ultima incursione “politica” della Fondazione Italia Futura risale al 12 agosto scorso, quando venne lanciato un appello a Berlusconi, Fini e Bossi perchè evitassero le elezioni anticipate. E ha picchiato duro su Berlusconi dicendo che “un leader si misura sulla base dei risultati che nei giudizi dei cittadini sono deludenti”.
l’Unità 5.10.10
Robert Edwards è stato il pioniere della fecondazione in vitro
Il Vaticano attacca «Una scelta completamente fuori luogo»
Il Nobel al «papà» dei bimbi in provetta La Chiesa: inaccettabile
Il Karolinska Institutet di Stoccolma ha assegnato il Nobel per la medicina a Robert Edwards, pioniere della fecondazione in vitro. Che, a partire dal ’78, ha portato alla nascita di 4 milioni di persone in tutto il mondo.
di Cristiana Pulcinelli
I messaggi arrivano da tutto il mondo: Portorico, Messico, Francia, Danimarca, Iran, Russia, Stati Uniti, Nepal, Sudafrica. Tutti scrivono sul sito della Fondazione Nobel per congratularsi con Robert Edwards, vincitore del premio per la medicina 2010. Sono soprattutto genitori e nonni di bambini nati grazie alla procreazione assistita, ma c’è anche un «grazie» firmato da «un bambino in provetta» ormai diventato adulto. Poi ci sono i colleghi che hanno applicato nel loro paese la tecnica Fivet inventata dal biologo ed embriologo inglese. Tutti ringraziano, anche chi per ora non ha avuto risultati, ma non rinuncia a sognare come la coppia italiana che scrive: «Se abbiamo ancora una piccola speranza di diventare genitori è solo grazie a lei».
Il Nobel per la medicina probabilmente non è mai stato così popolare. Anche chi pensa di non conoscere il nome del vincitore, ricorderà tuttavia quello di Louise Brown, la prima «bimba in provetta» che nacque proprio grazie a Edwards e al ginecologo Patrick Streptoe (forse il Nobel oggi sarebbe andato anche a lui se non fosse morto nel 1988). Era il 1978 e la foto di Louise finì sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Oggi Louise ha 32 anni ed è mamma a sua volta, Edwards ne ha 85 e nel mondo sono più di 4 milioni le persone nate grazie alla Fivet.
Edwards cominciò a lavorare alla tecnica per combattere la sterilità fin dagli anni Cinquanta: pensava che fecondare l’ovulo al di fuori del corpo della donna potesse permettere di superare alcuni ostacoli. Dopo molti tentativi, nel 1969 riuscì a fecondare un ovulo in una provetta. In quello stesso anno entrò in contatto con Streptoe e, grazie alla collaborazione con il ginecologo, la tecnica passò dal laboratorio alla pratica medica. Nonostante molti buoni risultati, i due scienziati non ottennero i fondi pubblici per continuare le loro sperimentazioni. Il fatto era che le loro ricerche trovarono l’opposizione della Chiesa e di alcuni bioeticisti cattolici. Fu solo grazie a una donazione privata che gli studi continuarono e che, infine fu messa a punto la tecnica che consisteva nel prelevare l’ovulo, fecondarlo in provetta e poi reinserirlo nell’utero della donna. Un’idea talmente geniale che ancora oggi la Fivet viene utilizzata in tutto il mondo per combattere l’infertilità, un problema che colpisce tra il 15 e il 20% delle coppie e la cui incidenza è in aumento.
I successi di Edwards sono sotto gli occhi di tutti, tuttavia, c’è chi non è d’accordo con la scelta compiuta dagli Accademici di Stoccolma. Radio Vaticana, per esempio, che, attraverso la voce del presidente dell’Associazione Scienza e Vita, Lucio Romano, sottolinea come quella a Edwards è «un’assegnazione che disattende tutte le problematiche di ordine etico e che rimarca che l’uomo può essere ridotto da soggetto ad oggetto». Gli fa eco monsignor Roberto Colombo, docente della Cattolica di Milano e membro della Pontificia Accademia della Vita e del Comitato nazionale di bioetica, il quale dichiara che la Chiesa cattolica, pur riconoscendo «l’importante scoperta scientifica» di Edwards, ricorda «che la fecondazione in vitro suscita gravi interrogativi morali quanto al rispetto della vita umana nascente e alla dignità della procreazione umana». E ancora, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Ignacio Carrasco de Paula dichiara: «Ritengo che la scelta di Robert Edward sia completamente fuori luogo» e i «motivi di perplessità non sono pochi». Mentre, padre Gonzalo Miranda, docente di bioetica all’università Pontificia Regina Apostolorum a Roma esprime il timore che la fecondazione in vitro lasci «aperti molti dubbi, a partire dallo spreco di vite umane che si realizza con gli embrioni, spesso prodotti già in partenza con lo scopo di non far nascere bambini». E qualcuno già si preoccupa che il Nobel a Edwards rimetta in discussione la tristemente famosa legge 40 in vigore nel nostro paese.
l’Unità 5.10.10
Ignazio Marino: «Si riapra la discussione sulla legge 40»
La scelta degli accademici svedesi riaccende i riflettori sulla norma in vigore nel nostro paese dal 2004 che pone una serie di ostacoli alla possibilità offerta dalla scienza e dalla medicina
di Federica Fantozzi
Merci da Sophie, felicidades da Diego, congratulations da Yuan e Xinwen. Anche dall’Italia: «Grazie Mr. Edwards, se abbiamo ancora una piccola speranza di diventare genitori è solo grazie a lei». Firmato: «Una coppia infertile».
La scelta svedese di premiare lo scienziato inglese Robert Edwards, padre putativo di oltre 4 milioni di
bambini nati grazie alla fecondazione in vetro negli ultimi trent’anni, suscita entusiasmo. Non nel Vaticano. E nel nostro Paese è perplessa parte del mondo cattolico, dall’Associazione Scienza & Vita al sottosegretario Roccella.
Così, l’attribuzione del Premio Nobel riapre il dibattito sulla Legge 40 che regola la fecondazione assistita. Forse, un segno del destino. Nel 1968, quando il progetto partì a Cambridge, si parlò di scandalo e atto contro natura, si predisse un fallimento, si faticò a reperire i finanziamenti. Oggi, lo si definisce all’unanimità progresso.
In Italia la Legge 40, è stata approvata dopo un braccio di ferro politico nel 2004 ed è sopravvissuta a un referendum che vide in prima linea la Cei allora guidata da Ruini. È una delle più controverse e restrittive nel settore. Vieta la fecondazione eterologa, la donazione di ovociti, il ricorso da parte di single e gay. Circa 10mila coppie all’anno hanno scelto il «turismo riproduttivo» rivolgendosi ad accoglienti strutture svizzere, spagnole, belghe, slovacche.
Come previsto da molti medici, la Legge 40 è già stata sconfessata in sede giudiziaria. Nel 2009 la Corte Costituzionale ha bocciato il divieto di crioconservazione dell’embrione e abolito il correlato limite di tre embrioni da impiantare insieme. Norma pericolosa, hanno ritenuto i giudici, per la salute della donna e del feto. Maggiore potere decisionale spetta ai medici, spesso impegnati a seguire gravidanze multiple, a rischio, in età non giovanissima. Irrisolta la cruciale questione della diagnosi preimpianto che consente di individuare malattie genetiche o ereditarie: il divieto è stato bocciato da Tar e tribunali di merito, ma servono nuove linee guida.
Ieri è stato Ignazio Marino, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta su Ssn a riaprire le danze: «Se sono normali i controlli prima di una gravidanza per individuare eventuali malattie, perché in uno Stato laico non dovrebbe essere normale, con lo stesso obiettivo, la diagnosi preimpianto? Interveniamo prima dei tribunali».
La Radicale Donatella Poretti invita «moralisti e bigotti» a riflettere su una scienza che «amplia la libertà di scelta delle persone». E Rita Levi Montalcini plaude a «un premio ben meritato per un lavoro scientifico di fondamentale importanza per il progresso della biomedicina».
l’Unità 5.10.10
Il Nobel all’uomo che ha favorito la vita
di Maurizio Mori
Una bella notizia, il Nobel a Bob Edwards. Lo scienziato inglese che dagli anni ’60 del secolo scorso si è impegnato nel mettere a punto la fecondazione in vitro con trasferimento di embrione: una tecnica che ha cambiato il modo di attuare la riproduzione umana e dato una svolta agli studi sull’embrione. Il Nobel non solo corona una vita dedita alla ricerca di un grande studioso di notevole spessore culturale, ma soprattutto è il sigillo dato dal mondo scientifico alla bontà della fecondazione assistita: la scienza riconosce che l’ampliamento del controllo umano della riproduzione è qualcosa di buono per l’umanità, di meritevole della massima onorificenza per uno scienziato. Di fronte a un simile riconoscimento a dir poco impallidiscono le critiche mosse da alcune religioni alla nuova tecnica, accusata essere contraria alla “vita” e alla “dignità della procreazione”. Non si capisce proprio in che senso si possa dire che sia contraria alla vita una tecnica che ha consentito la nascita di ormai oltre 4.000.000 di bambini. Si dovrebbe dire al contrario che è una tecnica che favorisce la vita e consente alle persone di avere figli anche quando la natura non li dispensa più. Ancora più difficile è capire perché dovrebbe essere contrario alla “dignità della procreazione” ricorrere all’assistenza tecnica per avere figli. Forse lo si può dire solo assumendo la “naturalità” come criterio normativo, supponendo che la natura sia buona e dimenticando come invece in realtà sia spesso avara e matrigna. Fortuna che l’uomo grazie alla scienza e alla tecnica riesce a rendere il mondo meno duro e più agevole. Solo inveterati pregiudizi antiscientifici possono far pensare il contrario. Il Nobel a Edwards deve essere anche uno stimolo a ripensare l’etica e la politica sulla fecondazione assistita. In Italia, sfruttando abilmente lo sgomento generato da alcuni casi eclatanti di fecondazione assistita si è detto che c’era una preoccupante deregulation (il Far West), e si è approvata una legge liberticida che non solo penalizza un numero alto di cittadini nell’impegno di avere figli, ma ha fatto anche arretrare l’intera riflessione bioetica, favorendo ‘idea che la scienza comporti una sorta di “eccesso” da reprimere. Oggi questo clima conservatore informa il disegno di legge Calabrò sul fine della vita che ci riporta a prima degli anni ’50, e aleggia come uno spettro sulla campagna elettorale che molti danno per imminente. Il premio Nobel a Edwards ci ricorda che la scienza è vettore di progresso morale e che molte delle remore diffuse sono frutto di pregiudizi e tabù. Invece di chiedere perdono per gli errori tra qualche anno, come già hanno fatto su altri temi, è bene chi i critici della scienza si ravvedano da ora, evitando inutili sofferenze.
l’Unità 5.10.10
Ma la Lega è federalista?
Gli scritti di Cattaneo, apprezzati da Bobbio e oggi ripubblicati, teorizzano un federalismo assai diverso da quello di Bossi e Berlusconi
di Nicola Tranfaglia
Mi sembra un’ottima idea quella dell’editore Donzelli di mettere a confronto, in un momento difficile come questo della nostra storia nazionale, un libro che si intitola Stati uniti di Italia (Donzelli editore, pp. 148, euro 17,50) quegli scritti di Carlo Cattaneo, il maggior teorico del federalismo italiano, preceduti da un saggio di Norberto Bobbio e da una precisa introduzione di Nadia Urbinati, con la crisi politica attuale.
Spiego anche perché. Bobbio racconta nella sua Autobiografia, a cura di Alberto Papuzzi (Laterza editori, 1997) che aveva pubblicato proprio nel 1945 il saggio di Cattaneo, sottolineando che aveva scoperto da poco l’originalità dell’apporto cattaneiano e che l’interesse per quel pensatore nasceva anche dal fatto che era stato uno dei pochi intellettuali, o addirittura l’unico, del Risorgimento a non poter essere utilizzato dal fascismo. E a leggere quelle pagine, oggi di grande attualità culturale e politica, si scoprono facilmente le ragioni dell’originalità come della sua profonda estraneità a tutte le dittature, a cominciare da quella populista del fascismo mussoliniano.
«Le idee federaliste e l’illuminismo riformatore osserva Nadia Urbinati nella sua introduzione erano quanto di più lontano vi potesse essere dall’ideologia fascista, un’ideologia centralistica che negava l’autonomia della società civile e i diritti individuali; che era storicamente nata con l’intento esplicito di seppellire lo stato di diritto e sopprimere la democrazia».
Ma anche oggi, a leggere il disegno di legge Gelmini sull’Università in discussione alla Camera, si devono fare analoghe osservazioni: quel disegno di legge berlusconiano, che rischia di essere approvato in maniera definitiva tra qualche settimana, è quanto di più centralistico e burocratico, oppressivo e indifferente alle libertà individuali degli studenti e dei professori. Espressione dell’attività legislativa di un regime populistico autoritario.
Ad ogni modo nel 1945, quando Bobbio pubblica le pagine di Cattaneo, i ricordi della dittatura fascista sono ancora vivi e il filosofo torinese (che troppi oggi hanno dimenticato) collega il pensiero del lombardo alla grande tradizione europea del liberalismo ma anche del socialismo democratico che ha in pensatori come Alexis de Tocqueville, John Stuart Mill e in italiani come Altiero Spinelli ma anche comunisti come Giuseppe Dozza, futuro sindaco di Bologna, e azionisti come Piero Calamandrei e Aldo Capitini, i suoi principali sostenitori che si collegavano a intuizioni del socialismo democratico e municipale del secondo Ottocento in Italia e in Europa.
E ha ragione, io credo, Nadia Urbinati scrive che «come all’indomani dell’Unità d’Italia, all’indomani della Liberazione l’assetto amministrativo diventò il terreno di battaglia per condizionare e limitare il processo di democratizzazione quale che fosse la ragione strategica perseguita dai governi (se per moderare le forze della sinistra radicale come all’indomani dell’Unità o per mettere in moto una politica anticomunista come all’indomani della seconda guerra mondiale). Se due furono i risorgimenti, due furono anche le risposte conservatrici che da essi si sprigionarono, e in entrambi i casi il federalismo e le larghe autonomie cittadine furono repressi o sacrificati».
Il paradosso di fronte al quale ci troviamo oggi è che la bandiera del federalismo è stata assunta da alcuni anni dalla Lega Nord di Umberto Bossi che è una forza razzista e secessionista e non vuole realizzare il federalismo democratico di cui parlano Cattaneo, Bobbio e la Urbinati, ma un federalismo egoista e antidemocratico, per nulla solidale, che può condurre alla divisione dell’Italia e che sembra destinato a condurre con la destra berlusconiana all’affondamento del Mezzogiorno e alla divisione del paese.
Il federalismo di Cattaneo parla di pace e libertà, quello di Bossi definisce “porci” i romani e “terroni” i meridionali e finora sul piano politico non ha rivelato i costi dell’operazione né i pesi che deriverebbero da una riforma fatta da uno Stato centralistico e burocratico come appare dalla volontà del centro-destra su molti altri provvedimenti in calendario.
Con l’odio etnico e politico e la volontà serpeggiante di secessione non è possibile costruire il federalismo democratico di cui parlava Cattaneo e questo non è oggi neppure chiaro alle forze di opposizione del centro-sinistra divise tra adesione acritica e opposizione poco ragionata. Questo è il pericolo della situazione attuale e si impone la necessità di proporre alla maggioranza parlamentare un piano alternativo che non mi pare sia stato ancora formulato dai maggiori partiti dell’opposizione.
l’Unità 5.10.10
Nel nostro paese nel 2009 ci sono state 119 vittime, 439 dal 2006
La brutale normalità della violenza
contro le donne
Le usanze islamiche ma non solo. Gli omicidi nel nord Europa e quelli nelle regioni settentrionali d’Italia. Unica costante: sono gli uomini gli aguzzini. Specialmente in casa e nelle famiglie
di Cristiana Cella
Possiamo immaginare le urla, i gesti armati, il suono delle pietre e del ferro, la paura, il sangue. Il campo di battaglia, un appartamento comune, la cucina, la porta accanto. È difficile da sopportare, perfino nella mente. Ma non deve impedirci di ragionare. Nosheen viene dal Pakistan come sua madre Begm Shez. Dove la violenza contro le donne è impunita e sancita da una tradizione fondamentalista e inaccettabile. Ma Nasheen vive in Italia, in un paese libero e democratico in cui le donne hanno conquistato i loro diritti. Un paese dove, quasi ogni giorno, una donna muore per mano del suo uomo. Nel 2009 sono state 119, 439 dal 2006, e il 2010 sembra ancora peggiore, i casi aumentano ogni anno. Una vera mattanza tra le mura domestiche. A uccidere sono in maggioranza mariti, amanti e conviventi, a volte padri e fratelli. Con armi da taglio soprattutto, oppure improprie, quello che capita. La scena del delitto è quasi sempre la casa, il luogo dove le donne rischiano di più. I moventi più frequenti (43%): la decisione di separarsi, la gelosia, il rifiuto. È così in gran parte dell’Europa, peggio nei paesi del nord, ad eccezione della Svezia. In Italia sono le città del nord ad avere il primato. La violenza scatta quando le donne sfuggono o si ribellano al potere dell’uomo sulla loro vita e sul loro corpo, quando affermano con forza i loro sacrosanti diritti. Come Nosheen. E gli assassini sono in maggioranza italiani (76%), persone “normali” di tutte le classi sociali. Questo è quanto emerge da un rapporto redatto dalla Casa delle Donne di Bologna. Nosheen non è sola nell’orrore, purtroppo, nemmeno a casa nostra. Non possiamo nasconderci dietro le culture altrui. Né ignorare un fenomeno allarmante contro il quale si sta facendo molto ma evidentemente non abbastanza. Mancano ancora educazione, azioni globali e una efficace rete di protezione per le donne.
Tolleranza e indifferenza spengono troppo spesso l’allarme. Tranne quando si tratta di migranti. Ma la strumentalizzazione non aiuta nessuno, nemmeno Nosheen. La violenza contro le donne è un problema culturale profondo, evidentemente non solo islamico. Non è l’Islam a uccidere, sono gli uomini che perdono il controllo di se stessi quando perdono il controllo sulla mente, la vita e il corpo delle loro donne.
Il padre di Nosheen è pakistano e nel suo paese, come nel vicino Afghanistan, dove la violenza contro le donne è spaventosa e impunita, il matrimonio forzato è il principale strumento di questo controllo patriarcale. Uno strumento per noi inaccettabile, che, qui, gli è sfuggito di mano. Nel suo paese la legge della famiglia è tirannica e inappellabile. Le figlie sono le pedine del gioco di potere del padre. Sono vendute, per bisogno o per avidità, un vero affare se sono anche belle. Rafforzano i legami famigliari, vengono scambiate e risolvono contrasti. Sono la riparazione di un’offesa, dalle più insignifi-
canti fino agli omicidi, il risarcimento alle vittime. Sono le regole del pashtunwali, il codice tribale. Chi si ribella scatena la violenza, chi scappa viene punito. Ma niente di tutto questo è scritto nel Corano. E non ci sono “attenuanti” né culturali né religiose. Si tratta di tradizioni tribali arcaiche diventate più forti delle leggi dello Stato. Rafforzate da anni di fondamentalismo islamico, un preciso disegno che usa la religione come arma di oppressione, soprattutto sulle donne, e di potere politico. Un disegno mai contrastato dall’Occidente, anzi incoraggiato e finanziato per fini strategici. Il padre assassino di Nosheen è figlio di questa aberrazione, di questa barbarie diventata “cultura”. Proteggere il sogno di libertà di questa giovane donna, il coraggio di sua madre e delle altre migranti, è il nostro compito di accoglienza come paese civile. Come quello di combattere il fondamentalismo religioso e politico, l’intolleranza, la violenza degli uomini, a qualsiasi paese o cultura appartengano.
Corriere della Sera 5.10.10
Le immigrate di seconda generazione
Lo scontro di civiltà in casa e le donne in prima linea
di Alessandra Coppola
MILANO — Lo scontro di civiltà in casa Ibrahim scoppiò quando Rania un giorno di fine maggio annunciò che avrebbe sposato un italiano, non musulmano. «Vidi mia madre prendersi istericamente a schiaffi e cercare di strapparsi i vestiti». Un biglietto di sola andata per Il Cairo, il passaporto sequestrato, l'ordine di dimenticare Marco. «Eppure i miei genitori erano stati, fino ad allora, abbastanza aperti, mi avevano cresciuto come una qualunque ragazza italiana», come del resto lei si sentiva, arrivata a Milano che aveva due anni.
La storia ha un lieto fine, Rania e Marco si son sposati, hanno tre figli. Lei fa la giornalista freelance ed è collaboratrice di Yalla Italia, la rivista delle seconde generazioni (allegata a Vita). Di «rivoluzioni» come le sue ne ha viste altre, tra amiche, parenti e conoscenti. «Le figlie di immigrati hanno spesso più coraggio dei fratelli — riflette —, sono più agguerrite perché devono dimostrare qualcosa in più: ai maschi è tutto concesso, possono sposare chi vogliono (l’Islam lo permette), possono uscire e tornare quando gli pare. Molti genitori, invece, si vergognano delle figlie "spensierate". Cominciano a mettere paletti e tutto diventa haram, peccato». Nascono così i conflitti, e quando va bene sono spesso le donne ad aver fatto da apripista e a essersi tirate dietro tutti gli altri. Quando va molto male, son botte. Anche se i casi di Hina, Sanaa e adesso Nosheen sono estremi e isolati.
«La componente femminile vive criticità maggiori, ma è anche una componente di trasformazione più rapida», spiega Stefano Allievi, sociologo dell’Università di Padova, e s per t o di i mmigrazione e Islam. Non succede solo tra le figlie. «C’è questo strano paradosso per cui le donne immigrate sono meno presenti nel mercato del lavoro, sono considerate al traino, meno attive, e invece è spesso il contrario, anche nella prima generazione. L’apparente chiusura è uno stereotipo: la componente femminile è trasformativa». Secondo luogo comune da sfatare: lo scontro di civiltà non riguarda esclusivamente la comunità islamica. «Casi analoghi a quelli di Modena, di matrimoni imposti, in Gran Bretagna si vedono tra indù e sikh, per esempio. Dipende più dalla cultura che dalla religione».
È anche l’esperienza della dottoressa Elena Calabrò, psicologa e psicoterapeuta che assiste le vittime di violenza domestica alla Clinica Mangiagalli di Milano: «La situazione cambia a seconda della cultura di appartenenza», ragiona, e i problemi sorgono «se c’è un gap molto forte» tra la tradizione e il contesto di arrivo. A farne le spese sono soprattutto gli adolescenti, sdoppiati tra la casa e il mondo esterno, dove tra scuola, attività sportive, bar e sale giochi sperimentano stili di vita diversi. Le cifre sono solo orientative, ogni caso è a sé e le seconde generazioni mescolano passaporti italiani e non. Ma si può scrivere (stime Ismu) che i minorenni stranieri sono poco più di un milione e che i giovani tra i 18 e i 25 anni si possono calcolare in 650 mila (su 5,2 milioni totali, irregolari compresi).
Di ragazzine che escono vestite come vuole papà e poi si cambiano in ascensore per assomigliare alle altre coetanee suor Claudia Biondi della Caritas Ambrosiana ne ha viste a decine. «Per le figlie femmine c'è sempre una maggiore attenzione e protezione soprattutto da parte di padri e fratelli, protezione che sconfina col possesso». E porta spesso alla rottura. Le madri mediano? «Non sempre. Nel caso di un’adolescente scappata di casa, per esempio, abbiamo fatto un incontro con un gruppo di donne: si sono divise». Alcune legate alle origini, altre alleate delle figlie.
Ouejdane Mejri, giovane presidente dell’associazione Pontes dei tunisini in Italia, per esperienza mette tra le ragioni della mancata emancipazione di una parte delle donne migranti anche «la dipendenza economica dal marito. E il permesso di soggiorno: molte sono arrivate in Italia con i ricongiungimenti. Separarsi significa dover tornare nel Paese di origine».
Nella comunità pakistana di Desio (Monza-Brianza) prima che di rotture e rivoluzioni bisogna affrontare il nodo del dialogo. A farsene carico sono un padre e una figlia, Jawaira Ashras, 21 anni, iscritta al secondo anno di Comunicazione interculturale all’Università. Dal caso di Hina in poi hanno cominciato a organizzare incontri genitori/figli: «Ci siamo sentiti chiamati in causa — spiega Jawaira — Nella nostra tradizione bisogna rispettare i genitori, stare zitti, non parlare. L’obiettivo mio e di mio padre è rompere questa barriera. Senza essere maleducati». Piccoli passi. Jawaira porta il velo, non esce la sera e (per ora) promette: «Sposerò un musulmano».
l’Unità 5.10.10
Assemblee affollatissime nelle facoltà di architettura in tutta Italia Alla Camera inizia oggi l’esame degli emendamenti: 200 quelli Pd
Atenei, i ricercatori chiamano precari e studenti: «In gioco il destino di tutti»
Venerdì prossimo manifestazione di tutti i lavoratori della conoscenza. Manuela Ghizzoni (Pd): «Bene il voto dopo la sessione di bilancio, così sapremo se il governo intende restituire il miliardo e 350 milioni tagliati».
di Jolanda Bufalini
Valle Giulia, facoltà di architettura a Roma 1, a pianterreno studenti seguono attraverso un monitor; primo piano, un altro monitor un’altra piccola folla attenta, un cartello indica: maxischermo in Aula 7. L’Aula magna è gremita, non si respira, sulla cattedra, in fondo, preside e capo-dipartimento delle due facoltà (Valle Giulia e Quaroni), prorettore, ricercatori. Si sta svolgendo una lezione sui generis, l’oggetto è il sistema universitario italiano, i tagli del governo, la riforma Gelmini, il perché della protesta dei ricercatori che chiamano studenti, precari e ordinari a unirsi. Carola Clemente, ricercatrice, fa scorrere le slide, statistiche ufficiali dell’Ocse: il rapporto
docenti studenti in Italia è 1 a 19,5, «siamo avanti solo a Slovenia, Turchia, Cile», in Europa le borse di studio sono al 39% mentre in Italia al 29, il finanziamento alla ricerca è sceso in Italia allo 0,8 del Pil mentre la Germania ha triplicato gli investimenti e la media europea è sopra l’1,5%. Una caterva di dati per spiegare agli studenti, attentissimi, quasi tutti dei primi corsi «come si sta smantellando l’università pubblica». Il blocco del turn over, per esempio, significa che fra due anni ci saranno 18.000 professori in meno. «La riforma Gelmini dicono i ricercatori non risolve il problema del reclutamento, impone una gavetta di 3 anni di dottorato più nove di precariato a chi vuole tentare la carriera accademica, senza alcuna certezza che alla fine del percorso ci siano i soldi per l’assunzione». Tutto questo mentre «per gli studenti della Luiss si prevede, con fondi pubblici, il diritto a 2500 fotocopie annue». Nelle università pubbliche, invece, non solo non ci sono le risorse per dare agli aventi diritto l’assegno di studio ma si prepara per gli studenti un «prestito d’onore» parametrato su un improbabile reddito di 40mila euro. Tutte ragioni per invitare alla manifestazione dell’8 ottobre.
IN PARLAMENTO
Alla Camera, intanto, inizia oggi l’esame degli emendamenti, dopo lo slittamento al 14 ottobre della discussione in Aula. «È una vittoria del buon senso spiega l’on del Pd Manuela Ghizzoni, che di mestiere è ricercatrice la discussione accelerata toglieva senso al nostro lavoro». Ora è probabile che l’esame del Ddl si concluderà dopo la sessione di bilancio: «E sapremo nero su bianco dice Manuela Ghizzoni se il governo restituirà il miliardo e 350 milioni tagliati. Se, per caso, abbia intenzione di investire». Gli emendamenti Pd sono 200 a cui si aggiungono i 50 Udc ma, «non c’è alcun ostruzionismo, è una legge complessa, di 25 articoli con paginate di commi». Pdl e Lega rispondono alle critiche di rettori e commentatori favorevoli all’approvazione veloce della riforma: «Non è colpa nostra». «E sarebbe colpa dell’opposizione? replica Manuela Ghizzoni c’è tutto il tempo di discutere seriamente. Se invece vogliono andare alle elezioni anticipate, dopo aver incassato l’approvazione senza discutere, questo sì, è un problema loro».
il Fatto 5.10.10
Scuola: come tagliare 87 mila cattedre
di Marina Boscaino
È comprensibile. Lui era troppo impegnato a evitare la guerra tra Russia e Georgia e a convincere Obama ad intervenire dopo il crac della Lehman Brothers. E, mentre B. dirigeva la politica mondiale, Tremonti faceva fuori 87 mila cattedre. Con le buone o con le cattive. Tra le “cattive” il ministro dell'Economia ne ha escogitata una davvero sofisticata: abbassare il numero di ore settimanali non solo alle classi prime “beneficiate” dalla “epocale riforma” ma anche a II, III e IV del Tecnico e del Professionale. Insomma, i ragazzi di quelle scuole hanno cominciato a vedere un film ma, al secondo tempo, il film è diventato improvvisamente un altro.
Ricorso respinto
LO SCORSO luglio il Tar ha accolto in sede cautelare un ricorso presentato da Snals-Confsal, Cgil-Fp e due comitati di docenti e famiglie, basato sul fatto che su questo colpo di bisturi “in corso d’opera” il governo non aveva acquisito il parere – obbligatorio, anche se non vincolante – del Consiglio della Pubblica Istruzione.
Che il 26 agosto ha espresso parere sull'illegittimità del provvedimento, perché priva gli studenti di un diritto fondamentale: completare senza modifiche il corso di studi scelto e iniziato. In quella scuola che nello show al Senato il premier ha definito ciò che “la sinistra ha trasformato in un gigantesco ammortizzatore sociale, senza permettere ai ragazzi di entrare nel mondo del lavoro. Adesso, invece, c’è la rivoluzione del merito” Gelmini & Company hanno pensato di “premiare” i ragazzi sottraendo loro soprattutto materie come Matematica e Informatica.
Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso del governo contro la sospensiva del Tar, intimando “il rideterminarsi sulla definizione dell'orario complessivo annuale delle lezioni” per le classi intermedie. Decisione clamorosa – a scuole già iniziate e organici già definiti – e potenziale caos per i 750 mila ragazzi interessati.
Illegittime alcune iscrizioni
SAREBBERO circa 5 mila le cattedre soppresse per la riduzione dell'orario. Ricordo che pende sul destino delle superiori un altro ricorso (Scuola della Repubblica) sul fatto che i ragazzi si sono iscritti a nuovi ordinamenti che non erano (al momento della conclusione delle stesse iscrizioni) ancora testo di legge. Il Tar del Lazio in luglio ha dichiarato illegittime le circolari sulle iscrizioni e – di conseguenza – sono da ritenere tali tutti i provvedimenti applicativi (mancate nomine, trasferimento dei soprannumerari). Impressionano due elementi: per la prima volta, in questi tristissimi anni della scuola-Gelmini, sembra che le violazioni normative che costellano il percorso dell'Epocale Riforma – dall'abuso del decreto-legge sulla scuola primaria (che non aveva alcun carattere di “necessità e urgenza” e che scatenò la fluviale manifestazione del 30 ottobre del 2008 e il fenomeno dell'Onda), alle vicende che riguardano la superiore possano realmente essere fermate da chi ha questo potere. Avevamo quasi perso le speranze.
Ma ancor di più colpisce l’assoluta indifferenza che tale notizia determina in una gran parte dei mezzi di (dis)informazione e anche del mondo della scuola, la cui capacità di prendere in mano il proprio destino continua a dipendere (sic!) dagli annunci del Tg1. L'assuefazione a arbitrio, aggiramento truffaldino, violazione sprezzante sono tanto connaturati in una parte dei docenti italiani (anche in alcuni di quelli che continuano ostinatamente la mobilitazione) da impedire loro anche di rilevare che, per una volta, potrebbe venir ristabilito un principio di legittimità: le norme esistono e vanno rispettate. “Particolarmente grave, sotto il profilo politico, è stata l’assenza delle Regioni di centro-sinistra che non solo non hanno finora ritenuto di aderire al ricorso proposto davanti al Tar del Lazio, ma non hanno preso alcuna autonoma iniziativa, nemmeno a tutela delle loro prerogative. Il ministro difatti, violando la normativa vigente, non ha nemmeno acquisito il parere obbligatorio delle Conferenza Stato Regioni Enti Locali” afferma Corrado Mauceri, avvocato dei ricorrenti di Scuola della Repubblica.
Quanto a coloro che dovrebbero rappresentarci in Parlamento, la situazione è davvero imbarazzante. Sembrano non rendersi conto al di là dello sloganismo di maniera e l’impegno di un paio di persone che la scuola sta boccheggiando e la democrazia vacillando. Molti di noi stanno profondendo con coerenza il proprio impegno. Ma deve essere chiaro che senza un forte sostegno politico è difficile ottenere risultati concreti: non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire.
l’Unità 5.10.10
Olanda. Aperto il processo contro il leader del partito xenofobo che sostiene il governo
Contestato il giudice. L’imputato accusa: non è imparziale. Processo alla libertà di espressione
«Incitamento all’odio razziale»
Olanda, Wilders alla sbarra
È iniziato ieri ad Amsterdam il processo contro il capo del partito xenofobo olandese che dall’esterno puntella il nuovo governo. Geert Wilders è accusato di incitamento alla discriminazione e all’odio razziale.
di Marco Mongiello
In un'aula assediata da proteste e imponenti misure di sicurezza è iniziato ieri ad Amsterdam il processo a Geert Wilders, il leader dell'estrema destra olandese accusato di incitamento alla discriminazione e all'odio razziale. Un evento che ha attirato l'attenzione dei media olandesi ed europei dal momento che Wilders, dopo l'exploit elettorale di giugno, è in procinto di partecipare da esterno al prossimo governo olandese in via di formazione.
LA DIRETTA TV
La prima udienza, che è stata seguita in diretta dalle televisioni nazionali, è durata giusto il tempo di una breve dichiarazione perché il leader del Partito della Libertà (Pvv) ha chiesto la revoca dei giudici, accusati di essere «non imparziali». Il quarantasettenne biondo ossigenato è chiamato a rispondere di alcune dichiarazioni fatte nel 2007, tra cui l'invito a fermare «lo tsunami dell'islamizzazione» che «sta colpendo il nostro cuore, la nostra cultura e la nostra identità» e del suo filmato anti-islamico «Fitna» diffuso su Internet nel 2008, in cui si paragona il Corano al «Mein Kampf» di Hitler e si associano alcuni versi alle immagini degli attentati delle Torri Gemelle. «Sono incolpato perché ho espresso la mia opinione come rappresentante del popolo», ha esordito Wilders nella sua breve dichiarazione all'inizio dell'udienza, «formalmente sono io ad essere sotto processo qui oggi, ma con me è la libertà di espressione di molti, molti olandesi ad essere giudicata». Dopo essersi affermato come leader della terza forza politica del Paese con un milione e mezzo di voti (il 15%) ed aver costretto la destra moderata ad accettare il suo appoggio esterno al governo, Wilders è sembrato determinato a far pesare il suo nuovo consenso politico. «Con me in tribunale è in gioco la libertà di espressione di almeno 1,5 milioni di persone», ha scritto in un messaggio su Twitter.
Delle dichiarazioni oggetto dell'accusa «non ritiro niente», ha insistito in aula, «ho espresso la mia opinione nel corso della discussione pubblica e posso assicurarvi che continuerò a farlo. La democrazia ha bisogno di un dibattito aperto e libero», Wilders si è avvalso quindi della facoltà di non rispondere annunciando che saranno i suoi avvocati a condurre il processo. «Lei sembra molto bravo a fare dichiarazioni ma poi evita la discussione. Sembra che stia facendo la stessa cosa un'altra volta», ha commentato il presidente del collegio giudicante Jan Moors. È stato proprio questo commento a far saltare in piedi l'avvocato difensore Bram Moszkowicz, che ha puntato il dito contro l'imparzialità dei giudici. Ora una camera indipendente valuterà la richiesta di revoca e oggi farà sapere se il processo continuerà, con la probabile conclusione prevista per il 4 novembre, o dovrà essere nominato un nuovo collegio giudicante, il che potrebbe far slittare tutto di qualche mese. Wilders intanto raccoglie i frutti di tanta visibilità mediatica. Sabato scorso è andato a parlare a Berlino, dove un cristiano-democratico dissidente vuole fondare un partito xeonofobo antislamico sul modello del suo Partito della Libertà. «I crimini dell'era nazista», ha detto in tedesco davanti ad una platea rapita, «non sono una scusa per rinunciare a combattere per la vostra identità, la sola vostra responsabilità è di evitare gli errori del passato».
l’Unità 5.10.10
Disincanto o quarantena
I governi alle prese
con l’onda estremista
In Olanda il centro destra ha preferito invitare il partito xenofobo a condividere le responsabilità dell’esecutivo. In Svezia invece si vorrebbe isolarli cercando un’alleanza con i Verdi
In tutta l’Europa la tumultuosa ascesa dell’estrema destra sta rendendo impossibili le tradizionali coalizioni di governo moderate. In Italia siamo da tempo abituati all’indegno spettacolo di Berlusconi alleato con i pericolosi demagoghi della Lega Nord.
La scorsa settimana si è votato in Svezia e gli estremisti dei partito «Democratici svedesi» per la prima volta hanno fatto il loro ingresso in parlamento. Sebbene il partito moderato di centro-destra del primo ministro Fredrik Reinfeldt abbia raccolto più voti rispetto alla precedente consultazione, non può più contare sulla maggioranza.
Un risultato analogo è uscito di recente dalle urne anche in Olanda. Geert Wilders, a capo di una formazione politica fortemente islamofobica, ha preso così tanti voti che Mark Rutte, leader del conservatore «Partito liberale» e probabile nuovo primo ministro, ci ha messo quattro mesi a formare un governo di coalizione. Al cospetto di scelte analoghe, Reinfeldt e Rutte hanno preso decisioni politiche molto diverse. Reinfeldt, avendo promesso in campagna elettorale di non collaborare in alcun caso con i «Democratici svedesi», ha convinto i Verdi, facenti parte dello schieramento di centro-sinistra, a consentire con l’astensione un governo di minoranza. Anche Rutte ha appena deciso di varare un governo di minoranza e dovrà contare sui voti dell’estrema destra.
Chi ha preso la decisione giusta? Reinfeldt o Rutte?
Penso che siamo alle prese con un dilemma strategico e morale. Due sono le alternative ed entrambe sono poco allettanti.
Da un lato, potremmo invitare gli estremisti nel sancta sanctorum delle nostre democrazie, come di fatto accadrà in Olanda. Questa scelta esercita una certa attrazione strategica. Si tratta in sostanza di invitare gli estremisti a condividere le responsabilità di governo, di spogliarli della nobile veste di rivoluzionari autonomi che non dipendono da nessuno. Con un po’ di fortuna, i cittadini vedrebbero nel giro di poco tempo che si tratta di autentici ciarlatani. Potremmo definire questa la scelta del disincanto.
Il problema è che la scelta del disincanto è sufficientemente chiara per chiunque si sia preso la briga di dare un rapido, disgustato sguardo alla coalizione di Berlusconi: i governi del genere diventano ben presto ostaggio delle richieste radicali dei partiti estremisti. Le conseguenze sul clima politico generale sono potenzialmente devastanti. I pregiudizi xenofobi, i tabù diventano la norma e finiscono per infettare strati sempre più vasti della popolazione. I politici non più in grado di «educare e guidare la pubblica opinione» (James Madison) finiscono per contendersene il favore nella maniera più superficiale e senza scrupoli.
Tuttavia non sono certo che l’alternativa sia migliore. «Non permettiamo agli estremisti di entrare al governo», potremmo dire. «Non parliamo nemmeno con i loro leader. L’ultima cosa che vogliamo è farli diventare rispettabili». Questa è la scelta della quarantena.
È una posizione politica ammirevole ed è quella scelta dal primo ministro svedese. Ma comporta gravi rischi. Tanto per cominciare consente ai partiti estremisti di sostenere che l’establishment politico-mediatico li perseguita. In tempi di rabbia diffusa contro tutti i centri di potere, questa è una atout elettorale senza pari da giocare al momento opportuno.
Ci sono anche rischi per il funzionamento della democrazia. Per il corretto funzionamento delle democrazie parlamentari, gli elettori debbono poter scegliere tra due chiare alternative di governo con programmi diversi. In particolare gli elettori debbono poter mandare a casa un governo impopolare senza causare una profonda crisi politica. Ma questo diventa più difficile se i partiti di destra si coalizzano con quelli di sinistra. Alle prossime elezioni non si potrà più scegliere tra un governo democratico e una opposizione democratica. Gli elettori saranno invece chiamati a scegliere tra un governo democratico e una opposizione estremista. La scelta del disincanto è poco attraente e pericolosa, ma non sono convinto che quella della quarantena sia migliore.
La situazione politica italiana è talmente drammatica che è facile dare la colpa di tutti i problemi all’irresponsabilità di Berlusconi e non c’è dubbio sul fatto che Berlusconi ha fatto tutto quanto poteva per meritare la nostra rabbia. Ma non dovremmo dimenticare che, quand’anche Fini fosse il solo leader del centro-destra, se si andasse alle elezioni anticipate né il centro-sinistra né il centro-destra (senza Bossi) avrebbero i voti per governare. I drammatici problemi che si manifestano in Svezia e in Olanda – già modelli di buon governo – sono un salutare campanello d’allarme. Dobbiamo cercare di capire alla svelta come affrontare gli estremisti. Allo stato dell’arte la situazione è di pericolosa incertezza. Ma una cosa è chiara: per sconfiggere l’estremismo non basta oscillare tra il cinico opportunismo e l’inefficace moralismo, né in Italia né nel resto d’Europa.
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto * Docente dell’Università di Harvard
l’Unità 5.10.10
Luciana Castellina:
«Serve la qualità per creare
il Pil del benessere»
L’ex parlamentare oppone all’idea berlusconiana dell’Italia-azienda una collettività da governare non con il criterio unico della produttivita
di Chiara Valerio
In un clima politico e culturale da avanspettacolo dove la bellezza ha smesso di essere meraviglia e conoscenza per trasformarsi nell’immutabile fotogenicità di un eterno presente televisivo, e dove la democrazia si è perduta, dieci domande (più una) per cercare di capire, se la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il rispetto dell’altro dietro quale organo si nasconde.
«A Berlusconi piacciono le donne... J. F. Kennedy... probabilmente faceva più di Berlusconi ed è tutt’ora un grande mito della sinistra», «Sì ma Marilyn Monroe non è diventata ministro», «No, ma è morta in circostanze misteriose». È un dialogo tra Bocchino e Travaglio ad AnnoZero. Ci sono alternative?
«No. Ma per fortuna il mondo non è diviso tra quelli che le ammazzano e quelli che le mettono in cima alle liste elettorali. Questi sono fenomeni degenerativi che non fanno parte della politica. Non è vero che la presenza delle donne in politica abbia una relazione di dipendenza carnale o violenza. La normalità è già una alternativa».
Se un’amante è una donna giovane crede ci sia la possibilità che donne non più giovani possano ricoprire cariche politiche e culturali? E «le donne più belle che intelligenti», come ha detto Berlusconi alla Bindi a Porta a Porta, possono?
«Non vorrei confondere la realtà con la sua degenerazione. La straordinarietà di Berlusconi consiste nel far credere che il mondo sia quello che ha in testa lui, l’avere imposto un modello esclusivo e quasi imperativo. La politica non è il balletto intorno al summit del potere. Molte donne fanno politica nelle Ong o in ambiti culturali».
Ho citato un intervento di Bocchino e uno di Berlusconi perché mi sembrano rappresentativi di un certo modo di discutere, diventato canone di dibattiti. Pensa che appropriandosi delle Hogan, delle cravatte Regimental, degli occhiali fascianti, del tricolore, dell’aggressione verbale, una certa destra stia cercando di costruire un immaginario collettivo che gareggi con i maglioni di cachemire di certa sinistra italiana?
«Anche questa domanda mi lascia perplessa. Presuppone che la sinistra si vesta con cachemire e la destra con i maglioni. Non attribuirei l’eleganza sofisticata alla sinistra e l’ineleganza alla destra, storicamente è stato diverso. A nessuno viene in mente che la sinistra sia il cachemire di Bertinotti e non gli operai dell’Asinara. Sono cliché di un giornalismo che riproduce i cliché del berlusconismo. Personalmente sono allergica a quelli che introducono termini inglesi in politica. I care. Mission. La storpiatura dell’italiano in nome di un’anglofilia che corrisponde a un’americanizzazione sculturale e politica».
Le parole Onore e Ordine sono di destra? E Senso dello Stato? « L’onore dei combattenti, dei martiri della democrazia è di sinistra. La parola Onore è sì stata legata alla Patria e alle peggiori cose che la Patria ha fatto ma la letteratura della Resistenza non parla d’altro che di onore. Per Ordine è diverso, presuppone immobilismo. La sinistra si muove, cambia, rischia. Se con Senso dello stato si intende la responsabilità verso la comunità allora questo concetto è espresso dalla sinistra con la Responsabilità collettiva. Senso dello stato è una espressione di destra perché sottintende qualsiasi stato. Oggi la sinistra pensa lo stato come consolidamento di un compromesso sociale tra interessi sociali diversi, ma ora sono più forti gli interessi che vogliono distruggere lo stato e , la sinistra si schiera a sua difesa. Comunque, che non ci siano parole di destra o di sinistra è sintomo della degenerazione della nostra cultura politica. La sinistra ha smarrito le sue parole e le parole corrispondono a concetti e a fatti».
La gestione della cosa pubblica, della vita dei cittadini così come disegnato dalla Costituzione è compatibile con una gestione di tipo aziendale?
«La costituzione riconosce un diritto d’impresa e subordina l’istinto dell’impresa all’interesse sociale. La nostra costituzione è singolarmente acuta perché prevede uno scontro e cerca di regolarlo».
E in che misura onestà, istruzione, salute, libertà d’informazione, di ricerca della propria felicità e realizzazione possono entrare nel concetto di reddito di impresa? E in quello di Pil?
«Fitoussi ha fatto il Pil della felicità, del benessere. Non basta la quantità di reddito prodotto ci vuole la qualità. Il concetto di Pil verde esiste ma non è facile realizzarlo. Per tornare alla domanda precedente, l’idea dello scontro è scomparsa dalla politica. L’abitudine di Berlusconi è quella di pensare all’Italia come una impresa, ma una collettività non può essere governata tenendo conto solo della produttività. La meschinità di Berlusconi è nella sua cultura». Nell’«Amleto» Polonio invita Laerte a prestare attenzione all’abbigliamento perché «Talvolta l’abito, figlio, fa l’uomo». E il linguaggio, fa l’uomo?
«Il linguaggio è la relazione con l’altro. Il linguaggio, i vestiti danno un’immagine di un uomo che però può essere falsa».
Carlyle in «Sartor Resartus» dice «Gli Abiti ci hanno fatto uomini, adesso minacciano di far di noi degli attaccapanni». Quando si guarda allo specchio sente questa minaccia?
«Se indosso un vestito brutto, non mi piaccio ma non mi sento un attaccapanni. Mi piace vedere gli altri vestiti con gusto, ma ho anche amato e apprezzato persone vestite male». Secondo lei il nome «Partito dell’amore» è stato pensato per avvicinare le donne alla politica?
«Mi pare offensivo che le donne possano trovare più avvenente un partito chiamato partito dell’amore». Che cosa ha significato, in certi anni, essere stata una donna bellissima, comunista e alto borghese?
«Le donne dono state sempre trattate male. Se erano brutte, erano brutte. Se erano belle, dovevano essere stupide. Ci ho messo 50 anni per capire di non dover vivere in clandestinità il mio essere donna. Gli uomini non sopportano le donne intelligenti. Una responsabilità affidata a una donna è una cosa difficilissima da gestire per un uomo. Quasi si leda, per l’appunto, il senso dell’onore».
Corriere Fiorentino del Corriere della Sera 5.10.10
Prosperi, mille pagine di Inquisizione
Domani il grande storico apre la rassegna di Anna Benedetti
di Edoardo Semmola
Elegante, con fare spavaldo, un fazzoletto di batista appuntato sul vestito chiaro. Pietro Carnesecchi si avvia verso il patibolo, parole sue, «vestito da carnevale per il grande disprezzo».
Disprezzo per l’Inquisizione che lo aveva condannato a morte per aver abbracciato, come Michelangelo prima di lui, le teorie di riforma morale della Chiesa di Juan de Valdés. Sono passati appena 20 anni dall’istituzione della Santa Inquisizione Romana e Firenze non ha perso tempo. La prima e più illustre vittima è proprio l’«eretico» Carnesecchi, uno dei maggiori intellettuali del tempo, valdesiano giustiziato nel 1567. Siamo a pagina 312 del Dizionario storico dell’Inquisizione (Edizioni della Normale) del grande storico Adriano Prosperi che domani (ore 17.30 alla Biblioteca delle Oblate) apre la nuova stagione di «Leggere per non dimenticare», la rassegna letteraria di Anna Benedetti.
Quattro volumi, 1084 pagine ricche di voci su personaggi, istituti, processi, teorie, da Dante al 1965, anno della nascita della Congregazione per la Dottrina della Fede. Un enorme lavoro di compilazione che ha avuto dodici anni di gestazione. Una storia europea nella quale Firenze e la Toscana giocano un ruolo importante. A cominciare da Carnesecchi. E proseguendo quasi un secolo dopo quando, racconta il professore, «viene denunciato un gruppo di nobili delle maggiori famiglie: Capponi, Ricasoli, Acciaioli, Anselmi, Grifoni, Cardinali, sorpresi durante una partita a carte a bestemmiare (in caso di mano sfortunata). Tra loro c’è anche Alessandro de’ Medici che fu accusato di urlare: ‘‘Cristo ti desgrado che mi fai perdere…’’». La prosecuzione della frase di Alessandro non è pubblicabile neanche ai giorni nostri. Il caso dell’infausta partita fu però insabbiato e la giustizia romana non riuscì ad avere la meglio «sulla solidarietà di classe tra le famiglie di maggiori potere del granducato — sorride Prosperi — L’incartamento fu insabbiato». In Toscana si contano tre tribunali dell’Inquisizione: «Uno a Firenze, uno Pisa, e uno Siena, poi aprì anche a Volterra. Ma l’archivio di Volterra è tuttora chiuso, si sono sempre rifiutati di aprirlo». Lucca fa storia a sé perché era una città storicamente «piena di eretici, perché calvinisti, e si è sempre opposta all’ipotesi di ospitare l’Inquisizione istituendo però un tribunale sopra la religione che non era ecclesiastico ma secolare. Anche lì furono mandati streghe ed eretici a morte, ma è passato alla storia per essere un tribunale dalla mano molto più morbida degli altri». Firenze è stata però una delle prime città a disfarsi dell’Inquisizione, sull’onda delle idee illuministiche, nel 1782. Ma non fu compito facile per i Lorena che dovettero combattere una dura battaglia politica con Roma. «La polemica tra Firenze e Roma durò a lungo e si concluse con un concordato scaturito dopo alcuni processi clamorosi, i primi contro la massoneria, tra cui quello a Tommaso Crudeli nel 1739. Significativo per avviare questo lento processo fu anche il delicato caso della monaca Francesca Fabroni nel tardo Seicento: condannata dopo morta, disseppellita ( dal chiostro di Santa Croce) e processata, il suo cadavere fu dato alle fiamme».
Il concordato venne stipulato nel 1754 e il Granducato riuscì ad imporre «un modello di giustizia religiosa in stile veneziano: l’unico in cui l’inquisitore ecclesiastico veniva affiancato da tre assistenti laici». Ma sia nel periodo di maggiore efficienza persecutoria, sia nelle fasi di gelo dei rapporti tra Arno e Tevere, «la peculiarità toscana— conclude l’autore— è sempre stata quella di una forte contiguità tra potere laico e potere ecclesiastico, non a caso è dalle grandi famiglie toscane che provengono tanti papi».
Corriere della Sera 5.10.10
Svelato il «punto debole» di Darwin
L’evoluzione non avviene solo all’interno di una specie: lo dimostrano nuovi studi negli Usa su piante e animali Quando una specie si separa, se ne creano di nuove e le diversità accelerano
di Massimo Piattelli Palmarini
Due lavori distinti, ma pubblicati fianco a fianco sulla rivista americana Science, mostrano che esiste un effetto detto «a slavina» (snowballing) quando una specie comincia a separarsi in due specie. Daniel Matute e colleghi all’Università di Chicago lo hanno verificato nel moscerino della frutta, mentre Leonie Moyle (Bloomington, Indiana) e Takuya Nakazato (Memphis, Tennessee) lo hanno verificato nelle solanacee, cui appartengono, per esempio, la patata e il pomodoro.
Nature, Nella teoria di Darwin (a destra in un’immagine giovanile) gli individui riproduttivamente più dotati si distanziano progressivamente dai meno dotati, tutti inizialmente entro la stessa specie. Tesi oggetto di dibattito: su Joseph Milton sostiene che i geni sono «programmati» per produrre specie distinte
L’effetto, quindi, sussiste sia nel regno animale che in quello vegetale. In termini molto semplici, quando interviene nel tempo una incompatibilità riproduttiva in una popolazione di individui precedentemente fertili, il numero di geni tra loro incompatibili cresce in ciascuna molto rapidamente.
Sia l’immagine della slavina che quella del treno senza freni sono state usate proprio in questi giorni. Joseph Milton, in un commento su questa scoperta appena pubblicato sulla rivista britannica Nati inizialmente entro la stessa specie. Romanes faceva notare che esiste, però, anche una distanziazione tra individui ugualmente ben dotati, capaci di riprodursi incrociandosi, ma incapaci di produrre ibridi che possono a loro volta riprodursi. Il caso del cavallo e dell’asino che producono solo muli sterili è il piu noto.
Questa separazione riproduttiva veniva vista da Romanes come precedente alla selezione naturale, che poi avrebbe affinato ciascuna specie. I rami devono separarsi, prima che ciascuno poi cominci ad evolversi. L’esempio di Romanes era quello di una variante in una specie di piante che fiorisce prima delle altre. Può riprodursi solo con altri individui che fioriscono precocemente e sono in una fase ricettiva del polline, ma non con quelli che fioriscono regolarmente. Nel tempo insorgono due specie, o almeno l’inizio di due specie distinte.
Iniziò una lunga diatriba che è ben ricostruita dallo storico della biologia Donald Forsdyke in una nota appena pubblicata su Notes and Records of the Royal Society. Nel frattempo tantissimo è cambiato, si sono scoperti i geni, il dna, l’ibridazione tra i geni e tra i cromosomi, si possono fare confronti tra le sequenze geniche e quindi il problema della sterilità degli ibridi si presenta oggi sotto un volto assai diverso.
L’effetto ora scoperto, ma antecedentemente ipotizzato dal grande evoluzionista americano Theodosius Dobzhansky molti anni addietro, consiste in un’accelerazione rapida delle divergenze genetiche in specie che iniziano a differenziarsi. Matute e colleghi hanno osservato il genoma in tre specie di drosofile (il moscerino della frutta, cavallo di battaglia dei genetisti da molti decenni) che, incrociandosi, producono ibridi sterili. Due di queste specie si sono separate 5 milioni di anni fa, altre due 13 milioni di anni fa. Questi diversi tempi di separazione consentono di applicare un orologio evolutivo e metterlo in relazione con l’accumularsi delle diversità tra i geni. La separazione più antica ha prodotto ben 65 incompatibilità geniche, quella più recente solo dieci. Il ritmo è ben più rapido di quello di una separazione lineare, un ritmo che va come il quadrato del tempo intercorso.
Forse la metafora della slavina è un po’ esagerata, ma certo la rapidità è innegabile. Jerry Coyne, coautore del lavoro con Matute e propugnatore indefesso del ruolo fondamentale della selezione naturale, interpreta questo dato come il risultato, appunto, della selezione naturale.
Geni che si comportano normalmente nelle rispettive specie, interferiscono in modo deleterio dopo che si è formata un’incompatibilità riproduttiva. E lo fanno presto, maledettamente presto, rispetto ai tempi dell’evoluzione delle specie. Secondo questa interpretazione, non solo la selezione naturale è il motore della comparsa di specie nuove, ma è il motore del motore stesso, perche ha privilegiato un meccanismo di rapida separazione riproduttiva, favorendo non una specie o un’altra, ma la formazione di specie nuove in quanto tali. Romanes suggeriva piuttosto «cause intrinseche» e una «variabilità spontanea dell’apparato riproduttivo».
Personalmente, pur ammirando la tecnologia genetica moderna e la brillantezza delle slavine genetiche, mi sento più vicino a Romanes.
Corriere della Sera 5.10.10
Da Mosè al sionismo: una storia «inventata»
Un autore israeliano contesta le affermazioni dei manuali scolastici La religione giudaica si estese a popolazioni delle più diverse etnie Shlomo Sand riscrive l’epopea degli ebrei. Con una sorpresa
di Paolo Mieli
Fin dalla prima infanzia i bambini israeliani vengono a «sapere» che il popolo a cui appartengono esiste dal momento in cui gli fu data la Torah sul Sinai. Quei bambini sono convinti di essere discendenti diretti delle genti che, uscite dall’Egitto, si stanziarono, dopo averla conquistata, nella «terra di Israele», promessa, come tutti «sanno», da Dio per fondarvi lo splendido regno di Davide e Salomone, poi separatosi a formare quelli di Giuda e d’Israele. Crescendo quei bambini apprenderanno che questo popolo, dopo il glorioso periodo monarchico, ha conosciuto l’esilio per ben due volte: una con la distruzione del Primo Tempio nel sesto secolo a.C.; la seconda dopo quella del Secondo Tempio nel 70 d.C. Impareranno poi che il loro popolo, il più antico di tutti, ha errato in esilio per circa duemila anni, nel corso dei quali non si è mai lasciato integrare né assimilare. Che ha raggiunto lo Yemen, il Marocco, la Spagna, la Germania, la Polonia, angoli remoti della Russia riuscendo sempre a mantenere stretti legami di sangue con le comunità più lontane, preservando di conseguenza la propria unicità.
In realtà è molto improbabile che le cose siano andate davvero così. Anzi, Shlomo Sand, storico ebreo, docente all’Università di Tel Aviv, in un libro, L’invenzione del popolo ebraico, di imminente pubblicazione per i tipi di Rizzoli, sostiene che si tratta, appunto, di una «invenzione». Questa storia non sta in piedi, afferma Sand: così come ad esempio non c’è continuità tra gli antichi elleni e i greci di oggi, non c’è una linea diretta che colleghi gli ebrei di duemila anni fa a quelli attuali. Per di più questo racconto non è andato formandosi spontaneamente; «sono stati invece abili manipolatori del passato che dalla seconda metà del XIX secolo, strato dopo strato, hanno elevato questo cumulo di ricordi servendosi soprattutto di frammenti di memoria religiosa ebraica e cristiana, da cui la loro fervida immaginazione ha ricostruito un’ininterrotta genealogia del popolo ebraico».
Quando, nel 2008, il libro di Sand è stato pubblicato in Israele si è scatenata, come era ovvio che fosse, una grande polemica (ne ha dato conto in modo esauriente, su queste pagine, Davide Frattini il 29 marzo di quello stesso anno). Ma molti storici israeliani, primo tra tutti Tom Segev, hanno difeso Sand e il suo libro che — a dispetto delle accuse piovutegli addosso — ha avuto un grande successo di pubblico. Shlomo Sand racconta di essere stato consapevole, allorché si accinse alla stesura di questo testo, dei rischi che correva: «Mi aspettavo di essere accusato dai miei detrattori di non possedere un’adeguata conoscenza della storia ebraica, di non essere in grado di cogliere l’unicità del popolo ebraico, di ignorare ottusamente la sua origine biblica e di negare la sua eterna coesione». Ma, aggiunge, «mi sembrava anche che passare il mio tempo all’Università di Tel Aviv, in mezzo alla sua ampia collezione di volumi e documenti sulla storia ebraica, senza prendermi il tempo di esaminarli, sarebbe stato un affronto alla mia professione». Con una qualche malizia nei confronti degli altri professori del suo stesso ateneo, Sand dice poi che «è sicuramente piacevole viaggiare in Francia e negli Stati Uniti in qualità di affermato docente per raccogliere materiale sulla cultura occidentale, godendosi il potere e la quiete dell’ambiente universitario». Però, aggiunge subito dopo, «come storico che contribuisce a modellare la memoria collettiva della società nella quale vive, sentivo fosse mio dovere dare un contributo diretto a questa impresa tanto delicata».
Dopodiché, sostiene Sand, «sarebbe stato megl i o s e i l volume f osse s t at o r eal i z z at o da un’équipe di ricercatori anziché da uno storico solo». Purtroppo, aggiunge non senza una buona dose di perfidia — ancora una volta — nei confronti dei suoi colleghi, non è stato possibile dal momento che non ha trovato qualcuno che fosse disposto a «collaborare a quest’azione criminosa». Sand è esplicito nel puntare l’indice contro la maggioranza degli storici del suo Paese: «Vorrei sottolineare che quelle a cui ho attinto sono state quasi esclusivamente fonti che erano già state scoperte in precedenza da storiografi sionisti e israeliani»; «quello che più lascia stupiti è che molte delle informazioni utilizzate per questo saggio erano note da sempre in alcuni circoli ristretti di ricercatori, ma finivano invariabilmente per perdersi per strada quando si trattava di renderle note alla pubblica opinione o di innestarle nella memoria trasmessa dal sistema educativo»; «alcuni elementi erano stati trascurati, altri immediatamente nascosti sotto il tappeto degli storiografi e altri ancora "dimenticati" perché non si confacevano alle necessità ideologiche di una identità nazionale in fieri». Conclusione: «Sfortunatamente pochi dei miei colleghi — gli insegnanti di storia in Israele — ritengono loro dovere intraprendere la pericolosa missione pedagogica di denunciare le tradizionali bugie che si dicono sul passato». Quanto a lui: «Non avrei potuto continuare a vivere in Israele», afferma, «se non avessi scritto questo saggio».
Reso omaggio e manifestato il suo debito nei confronti dei grandi studiosi del passato, che hanno dimostrato come sia sempre stato il nazionalismo a generare le nazioni e non viceversa — in particolare Ernest Renan con Che cos’è una nazione? (Donzelli), Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger con L’invenzione della tradizione (Einaudi); Ernest Gellner con Nazioni e nazionalismo (Editori Riuniti) e Marcel Detienne con Essere autoctoni. Come denazionalizzare le storie nazionali (Sansoni) — Sand ricostruisce come quella della continuità del popolo ebraico dai tempi biblici a quelli odierni sia un’«invenzione» molto recente. In principio fu Giuseppe Flavio lo storico ebreo di lingua greca che nel primo secolo dopo Cristo raccontò la Guerra giudaica a cui aveva partecipato e scrisse delle Antichità giudaiche (Utet). Poi per tutto il Medioevo non è attestata nessuna forma di storiografia degli ebrei. Sand nota come trascorsero più di milleseicento anni prima che Jacques Basnage (1653-1725), teologo ugonotto originario della Normandia ma residente a Rotterdam, decidesse di riprendere il racconto della Storia degli ebrei dai tempi di Gesù Cristo ad oggi. Milleseicento anni! Tra l’altro l’opera di Basnage non aveva assolutamente le caratteristiche di uno studio storico nel senso moderno del termine (l’autore non rimandava quasi mai a fonti ebraiche) ed era stata scritta all’evidente scopo di screditare la Chiesa cattolica. L’autore non delineava alcuna continuità tra gli antichi israeliti e le comunità ebraiche a lui coeve, si limitava a descriverne le persecuzioni qui e là nel corso del Medioevo, per sostenere che la colpa di quelle vessazioni era riconducibile per intero alla corrotta istituzione del papato. E che solo la Riforma protestante avrebbe potuto condurre gli israeliti alla salvezza (che — detto per inciso — doveva coincidere con la loro conversione al cristianesimo). Poi trascorse quasi un altro secolo perché lo storico ebreo tedesco Isaak Markus Jost (1793-1860) scrivesse una seconda storia degli ebrei che, malgrado le critiche da lui stesso mosse a Basnage, conservava lo stesso impianto del lavoro dello scrittore protestante. Il primo accenno esplicito a una continuità tra gli ebrei della Bibbia e quelli di tremila anni dopo si trovò solo nel saggio Roma e Gerusalemme (1862)
Corriere della Sera 5.10.10
«La nuova legge non aiuta i librai»
di Armando Torno
Parte da Napoli un appello-denuncia. «Salvate la cultura, copiate Francia e Germania»
Mario Guida: «Viviamo grazie alla scolastica, che presto finirà sul web»
Incontriamo il libraio ed editore Mario Guida nel suo celebre negozio di via Port’Alba a Napoli. Il luogo, fatto più unico che raro, è stato dichiarato monumento storico nel 1983. Tra queste pareti, accanto alle quali vi sono tracce greche e romane della città partenopea, c’è il cuore del titolare ma pulsa anche l’energia di un’attività unica al Sud: 76 dipendenti, quattro negozi (due a Napoli, uno ad Avellino e uno a Caserta) e sette in franchising, da Ariano Irpino a Sora (Frosinone). Sono i giorni dei testi scolastici e l’afflusso è talmente alto che si «deve prendere il numero», come raccomanda un commesso. Le chiusure continue delle librerie non legate a catene sembrano fatti lontani, anche se alla fine di luglio ha abbassato definitivamente la saracinesca a Roma l’ultimo Remainders’ e così ha fatto, qui a Napoli, il Pavone Nero, che fu la prima con i tavolini. Ma l’elenco delle defunte negli ultimi tempi è allarmante: non ci sono più, per esempio, la Lef di Firenze (cara a don Milani), la Gremese di Roma, la Pergamena di Oristano, la Hobelix di Messina, la Sapienza di Viterbo, la Capriotti di Como, la Scolastica di Teramo, un numero imprecisato a Milano, dove quella di Porta Romana è stata sostituita da una banca e in Galleria siamo a meno tre in poco più di un lustro. Da Napoli giunge un allarme. Cosa sta succedendo dottor Guida? «Qualcosa di molto semplice: ci sono sei gruppi editoriali che hanno acquistato il 100% delle case editrici storiche italiane e controllano l’80% dell’informazione. Hanno creato catene di librerie, organizzato la grande distribuzione e infine messo a punto l’invasione dei supermercati con la loro produzione, con diritti di resa e sconti molto alti». Intende dire che... «Mi dicono che sia il 50% lo sconto possibile tra loro, ma forse vale di più se si tiene conto della possibilità di scambiare i titoli tra un gruppo e l’altro». E voi? «Per sopravvivere siamo costretti a vendere i testi scolastici. Ma, nonostante la gente che ha visto in negozio, facciamo sempre più fatica». Perché? «Da tre anni a questa parte la produzione per la scuola dipendente dai grandi gruppi ha ridotto ulteriormente lo sconto. Siamo al 17/18% per i libri adottati nelle superiori e al 16% per le elementari. Inoltre...». Inoltre? «Il debito che si crea con gli editori scolastici va onorato in tempi sempre più stretti. E le percentuali che ho ricordato sono da valutare con molta attenzione. Ogni Comune emette dei buoni-libro per aiutare le famiglie. In Campania, ma non deve essere molto diverso altrove, questi vengono incassati un anno dopo. E per il 2010 a Napoli non è ancora stata deliberata la cifra per mancanza di soldi e per i tagli che in Italia sono ormai consuetudine annuale». C’è ancora un mercato che... «I ragazzi non mancano, almeno sino a quando — secondo le direttive che il ministero va ripetendo e sollecitando — scaricheranno direttamente da Internet i testi scolastici. A quel punto sarà il collasso e moriranno le librerie indipendenti».
Non le sembra di essere un po’ pessimista?
«No, sono realista. Senza la scolastica non si può andare avanti. Se catene e supermercati hanno sconti privilegiati, noi ne abbiamo quasi la metà. Con la varia siamo al 28%». Cosa prevede? «Passato questo 2010, nel quale ancora una volta si alimentano ad arte le discussioni sui costi dei libri, si dovrebbe arrivare — secondo le disposizioni del ministero — alla scomparsa del cambio dei testi. Dopo di che ci saranno due, al massimo tre anni di vita. E con la nostra chiusura morirà anche molta cultura. Qui, a Port’Alba, hanno presentato i loro libri e discusso con il pubblico Pasolini e Montanelli, Moravia e Spadolini, La Capria ed Eco; insomma i lettori hanno conosciuto direttamente idee ed emozioni degli autori. Guardi quella foto: c’è Allen Ginsberg con la Nanda Pivano, in quell’altra c’è Kerouac, Andy Warhol ha fatto qui una sua prima mostra...». Cosa si può fare? «Dobbiamo copiare — ripeto copiare — la legge francese o tedesca sull’editoria. Quella italiana che sta per essere approvata non va assolutamente bene. E ricordarsi che lo sconto ammazza il libro, il quale è ancora il veicolo privilegiato per trasmettere e diffondere idee. Comperare su Internet è altra cosa, così come in un supermercato. La libreria è anche un ritrovo per consultare, per scambiare opinioni, per avere o per offrire un suggerimento, per scoprire titoli, autori. È civiltà, non vendita all’ingrosso». Le istituzioni? «Sia gentile, mi faccia un’altra domanda. Nessun aiuto con l’affitto, nessun aiuto per salvare la qualità in un momento in cui ogni figurante televisivo può pubblicare la sua fesseria (che strozza la nostra credibilità), nessuna... L’elenco è lungo. Ma quando chiuderemo si conoscerà tutto. Salvare le librerie è ormai un atto umanitario».
Repubblica 5.10.10
L’amore in 41 modi l'ultima rivoluzione del sesso in America
Crescono contraccezione e rapporti "alternativi"
di Angelo Aquaro
NEW YORK - Se la felicità è un diritto, come recita la Dichiarazione di Indipendenza, da oggi gli americani hanno 41 nuovi modi per trovarla. Quantomeno a letto. C'è poco da scandalizzarsi: a sessant'anni dal Rapporto Kinsey che fece arrossire l'America, gli Stati Uniti che si dividono tra Barack Obama e Sarah Palin, obiettivamente due bellezze, si scoprono un paese sessualmente più felice, quantomeno più liberato e con meno tabù.
D'accordo: i 41 gradini andrebbero divisi per cinque, visto che si tratta più che altro di variazioni sul tema. Nell'ordine, e scusate l'anatomica oggettività dell'Università dell'Indiana: penevagina, automasturbazione, masturbazione del partner, sesso orale e sesso anale. Ma l'ennesima frontiera conquistata da questo grande paese indica che qualcosa, anzi molto, è cambiato dall'ultimo rapporto, il National Health Survey del 1994: l'omosessualità non è più tabù, i ragazzi scoprono il sesso su Internet e "Sex and the City" è ormai un classico. Dice patriotticamente il dottor Jennis D. Fortenberry, tra i firmatari dello studio: «A meno che, come Al Qaeda, crediate che ci sia qualcosa di anormale nella gente d'America, quello che rivelano questi dati è proprio questo: tutto quello che c'è qui dentro è normale». Quindi anche quel record di crescita, l'unico in anni di recessione, difficilmente eguagliabile: il raddoppio dei rapporti anali. Certo, a spulciare meglio si scopre che il sogno americano poi si scioglie in quel gap uomodonna che dall'occupazione allo stipendio (le signore guadagnano 81 centesimi ogni dollaro guadagnato dai signori) si riverbera in camera da letto. La maggioranza dei maschietti continua a inseguire l'orgasmo con l'accoppiamento classico- la posizione del missionario fra l'altro qui introdotta dai conquistadores - mentre alle femminucce, spiega la dottoressa Debra Herbenick, piace sperimentare di più: a partire dal sesso orale.
Quello che però più avvicina gli americani al resto dell'umanità è la diversa percezione dell'orgasmo, come del resto già insegnava, vent'anni fa, "Harry ti presento Sally". Malgrado i 41 giochini, le donne fanno più fatica. E se l'85 per cento degli uomini giurano di aver fatto provare alla propria partner l'orgasmo, il 64 per cento delle compagne li sbugiardano. Non solo. Le donne sopra i cinquant'anni ammettono di provare l'orgasmo più facilmente con un partner occasionale che con il loro compagno.
La rivoluzione stravolge anche i confini dei sessi. Il 7 per cento delle donne e l'8 per cento degli uomini si dichiarano apertamente gay. Ma rispettivamente il 14 e il 13 per cento, cioè praticamente il doppio, confessa di aver avuto almeno un rapporto con un partner dello stesso sesso, preferibilmente orale. E il boom del sesso anale? Nel paese dei puritani, in cui appena sette anni fa dovette intervenire la Corte Suprema per annullare le leggi che vietavano la sodomia ancora in vigore in 32 stati, questo è il tipo di rapporto che negli ultimi vent'anni è cresciuto di più: dal 20 al 40 per cento.
Ma proprio la scoperta più chiacchierata non deve oscurare la conclusione più incoraggiante dello studio: la presa di coscienza delle generazioni più giovani.
Anni di campagne e sensibilizzazione hanno portato al boom del condom tra i ragazzi, che ormai associano la prima esperienza sessuale al concetto di protezione: ben il 79 per cento dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni fanno uso del condom, contro il 25 per cento degli adulti. Che, si spera, lo usano meno solo perché i 41 gradini della felicità li scalano in famiglia.
Repubblica 25.1.10
Piccoli sogni crescono assenti nei bimbi si formano con l´età
Scoperta in Usa: la vera attività onirica inizia a 5 anni
Solo nel 20% dei piccoli il sonno è animato da qualche scena. Quasi mai d´azione. Le prime storie interessanti arrivano dopo
di Elena Dusi
ROMA - Anche a sognare si impara. Le trame piene di azioni ed emozioni non sono affare da bambini ma si costruiscono solo crescendo. Nonostante quel che si immagina osservando le smorfie o i movimenti del corpo, le notti dei piccoli sono calme e placide come specchi d´acqua senza vento. E ai genitori svegliati da pianti o resoconti di incubi i neuroscienziati spiegano che non dal sonno quelle paure scaturiscono, ma da stati incompleti di veglia in cui i piccoli si ritrovano confusi e disorientati.
Allo sviluppo dell´attività onirica nei bambini dedicano un capitolo Giulio Tononi e Yuval Nir, del dipartimento di psichiatria dell´università del Wisconsin a Madison, in uno studio più generale sulla natura dei sogni pubblicato dalla rivista Trends in cognitive sciences. Prima di elaborare scene ricche di movimenti, colori, interazioni ed emozioni, secondo i ricercatori, un bambino deve aver sviluppato le proprie capacità cognitive e arricchito la propria immaginazione. E questo avverrebbe attorno ai 7 anni di età.
Il pioniere degli studi sui sogni nell´infanzia fu lo psicologo americano David Foulkes che con infinita pazienza passò gli anni ´80 e ´90 a svegliare bimbi in piena notte nel suo laboratorio per farsi raccontare tra uno stropicciamento di occhi e un mugugno cosa stavano sognando. Fu lui il primo a stupirsi del fatto che, mentre gli adulti hanno quasi sempre una scena bizzarra da ricordare se svegliati durante la fase Rem (quella in cui si concentra l´attività onirica), solo il 20 per cento dei bambini riferiva di aver avuto un sogno in corso fino a un attimo prima.
«La natura statica dei sogni prima dell´età scolare - scrivono Tononi e Nir - si accorda con la difficoltà di pensare gli oggetti durante le rotazioni o le trasformazioni in genere» e con «lo sviluppo incompleto della facoltà di immaginazione, in particolare di quella visuale e spaziale». La mancanza di un vocabolario adatto a descrivere la bizzarria dei sogni o la scarsa voglia di collaborare con quel signore col camice bianco che li ha svegliati sul più bello del riposo non bastano a spiegare, secondo i ricercatori di Madison, perché i più piccoli non abbiano quasi mai sogni da raccontare.
I sogni piuttosto crescono insieme ai bambini. Fino a 5 anni le scene sono fisse e i protagonisti immobili. Nel sogno appare magari un animale, o si ha desiderio di mangiare. Le emozioni sono assenti, come pure le interazioni fra i personaggi. I ricordi delle giornate trascorse non bussano alle porte della notte e i bambini non riferiscono mai scene di aggressione, situazioni spiacevoli, paura o altre emozioni.
È a partire dai 5 anni che i sogni cominciano ad avere una trama, ancora molto banale. I protagonisti si muovono e scambiano qualche parola. Ma la frequenza degli episodi onirici è ancora bassa, lontana da quell´80-90 per cento registrata negli adulti svegliati durante il sonno Rem, anche fra coloro che sono convinti di non sognare mai semplicemente perché al mattino la memoria ha perso ogni traccia della movimentata vita notturna del cervello.
L´incapacità dei bambini di sognare scene complesse fa pensare a Tononi e Nir che neanche gli animali sappiano elaborare trame di caccia, corsa o avventurosi salti fra gli alberi. E che la loro attività onirica si limiti piuttosto a scene semplici e prive di azione. Nelle persone che hanno perso la vista invece (purché questo sia avvenuto dopo i 5-7 anni di età) le immagini e gli oggetti registrati durante l´infanzia tornano per tutte le notti della vita a riproporsi nella corteccia visiva, come se gli occhi non avessero perso la loro funzione.
I piccoli sognatori cominciano ad avere storie interessanti da raccontare a partire dai 7 anni. Ecco allora affacciarsi le emozioni nelle loro notti. I bambini in sogno si ritrovano a pensare, provano gioie o paure. Rivivono episodi avvenuti durante la giornata o ripescati dalla memoria autobiografica. E diventano finalmente protagonisti di trame sempre più colorate, complicate e - come in ogni sogno che si rispetti - bizzarre e divertentissime da raccontare.
Repubblica 25.1.10
Giulio Tononi, neuroscienziato dell´Università del Wisconsin
"Di notte il film d´un regista maldestro che ci saccheggia il fondo del cervello"
La corteccia cerebrale "suggerisce" un tema, per esempio la paura, e lì parte un’elaborazione piuttosto disorganizzata
di e. d.
ROMA - Dai tempi di Aristotele l´uomo scrive e si interroga sulla natura dei sogni. E per Giulio Tononi, neuroscienziato dell´università del Wisconsin, oggi disponiamo dei mezzi tecnici per svelare molti dei suoi misteri. «Mi occupo di sonno e di studi sulla coscienza» spiega. «E il sogno si trova esattamente all´incrocio fra questi due mondi».
Qual è il nesso fra sonno e coscienza?
«Prendiamo la fase del sonno a onde lente all´inizio della notte. Se qualcuno ci sveglia non abbiamo nulla da dire, da ricordare. Non c´eravamo, avevamo perso coscienza. Durante l´attività onirica invece, tipica ma non esclusiva del sonno Rem, il cervello genera un intero universo di esperienze coscienti. E tutto questo pur essendo disconnesso dalla realtà esterna».
Il cervello non risponde agli stimoli ma la coscienza funziona.
«Esatto, e ancora non sappiamo perché e in che modo questo avvenga. Abbiamo sperimentato che mantenendo le palpebre aperte in una persona che dorme e proiettando un film, le immagini vengono percepite dagli occhi e sono trasportate dai nervi ottici fino alla corteccia cerebrale. Ma lì si bloccano. Perché? Quale interruttore entra in funzione? È uno dei misteri più affascinanti del sonno, e speriamo di potervi rispondere presto».
L´altra domanda che affrontate è quale sia la sorgente dei sogni.
«Esistono due idee generali. La prima è che dalla parte profonda del cervello partano degli stimoli sensoriali piuttosto disordinati verso la corteccia, e che questa faccia il possibile per dare un´interpretazione a questi segnali. La seconda ipotesi, per la quale io propendo e che nasce dalle teorie di Freud, prevede che sia la corteccia a "suggerire" un tema che le sta molto a cuore. La paura, per esempio. E da lì un regista piuttosto disorganizzato cerchi di mettere insieme un film con gli elementi più disparati presi dalle aree profonde del cervello».
Nuova legge elettorale, c’è una bozza: sbarramento, collegi e niente premio di maggioranza
Bersani: «Non parliamo di una coalizione di governo ma di regole, ne discuta il Parlamento»
Oltre la «porcata», testo d’intesa tra Pd e finiani
Gli esperti di sistemi di voto di Pd, Udc e Fli hanno messo a punto un primo testo di riforma: via liste bloccate e premio di maggioranza, sì a collegi uninominali, soglia di sbarramento e indicazione del candidato premier.
di Simone Collini
Via il premio di maggioranza e le liste bloccate, soglia di sbarramento al 3%, possibilità di indicare il candidato premier, collegi uninominali e niente preferenze. Dopo che nei giorni scorsi Pier Luigi Bersani, Pier Ferdinando Casini e Giancarlo Fini hanno aperto i canali di dialogo, gli esperti di legge elettorale del Pd, dell’Udc e di Futuro e libertà hanno iniziato il confronto per individuare un modello di voto condiviso. Una prima intesa su alcuni principi di fondo è stata già raggiunta, e la bozza che sta venendo fuori è rinviabile al sistema tedesco, però modificato introducendo elementi che ne rafforzerebbero l’aspetto bipolare.
Il Pd ha approvato all’ultima Assemblea nazionale un documento in cui si sostiene il doppio turno alla francese, ma anche i più strenui difensori del modello d’Oltralpe veltroniani in primis difficilmente si metterebbero di traverso qualora si arrivasse a un’intesa maggioritaria in Parlamento. E anche il leader dell’Idv Antonio Di Pietro, che nelle scorse settimane si era detto contrario a operazioni e modelli che potrebbero generare confusione nell’elettorato di centrosinistra, ora garantisce la sua disponibilità: «Si può anche discutere di un sistema proporzionale alla tedesca, a patto che sia chiara agli elettori l’indicazione di chi deve governare e ci sia uno sbarramento per evitare la frammentazione». Segnali positivi insomma non mancano, ma finché non ci sarà il via libera definitivo a un testo che possa incassare la maggioranza dei voti in Parlamento (si è visto dal voto di fiducia che i finiani alla Camera sono indispensabili per tenere in piedi il governo, mentre al Senato Pdl e Lega sono sembrati autosufficienti) l’operazione dell’asse anti-porcellum proseguirà lontano dai riflettori.
BERLUSCONI PREOCCUPATO
Berlusconi vede infatti come il fumo negli occhi l’ipotesi di una maggioranza alternativa che possa approvare una nuova legge elettorale: perché il porcellum, stando agli ultimi sondaggi, gli garantirebbe di prendere il 55% dei seggi alla Camera con un Pdl che oscilla tra il 28 e il 30% (più complicata la situazione al Senato, «per colpa di Ciampi che impose la “regionalizzazione” del premio», attacca il deputato del Pdl Marco Marsilio); e perché di fronte a un numero di parlamentari sufficienti a cancellare il porcellum, Berlusconi avrebbe poco da gridare all’«eversione» (come ha fatto nei confronti di Scalfaro) se ci sarà una crisi di governo e il Quirinale avvierà le consultazioni per verificare se vi sia in Parlamento una maggioranza alternativa, prima di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni.
È proprio quello che temono Pdl e uninominali, ma il numero di parlamentari per ogni partito viene assegnato su base proporzionale.
Lega. Non a caso appena il finiano Italo Bocchino si è detto convinto che esista «già una maggioranza alternativa, tanto alla Camera quanto al Senato, in grado di ritrovarsi sulla modifica della legge elettorale» è partito il fuoco di fila dei berluscones: «trasformismo parlamentare», ha tuonato Sandro Bondi; «mille trabocchetti», vede Fabrizio Cicchitto; «mettersi a manovrare su una legge elettorale per favorire chi è perdente sarebbe un errore molto grave», ha sentenziato Gasparri; e il leghista Roberto Castelli: «Maggioranza alternativa è il termine istituzionale per indicare il termine mediatico di ribaltone».
Attacchi che non preoccupano Fini, convinto com’è che il «vergognoso» porcellum sia da archiviare: «La sovranità appartiene al popolo, e questo significa che gli elettori devono avere il diritto non solo di scegliere il presidente del Consigli ma i loro parlamentari». Concetto che il presidente della Camera va ripetendo, in piena sintonia con Casini («evitiamo che quattro gerarchi di partito impongano i parlamentari agli elettori») e con Bersani.
Rispondendo all’ironia del ministro leghista Maroni sull’«ipotesi strampalata» che ci possa essere un governo tecnico che vada da Fini a Di Pietro per riformare la legge elettorale, Bersani ha fatto notare che «non si sta parlando di maggioranza di governo, ma di regole», che come tali vanno discusse nelle aule parlamentari: «Se c’è una maggioranza che dice che la legge è intollerabile allora si va in Parlamento e si vota. Da sempre diciamo che abbiamo una legge elettorale vergognosa, che consente la nomina dei parlamentari, la subordinazione della maggioranza al governo, e che ha portato e può portare ancora un sacco di guai al Paese. E non da oggi siamo disponibili a concordare una nuova legge elettorale. Perché la legge la si fa in Parlamento, non con le maggioranze e le minoranze ma con chi è disposto a convergere».
l’Unità 5.10.10
Maggioranza alternativa al Senato il rebus dei voti
Si è aperta la caccia ai «responsabili nazionali»
I finiani: sulla legge elettorale maggioranza ampia anche al Senato. Tenute «coperte» le new entry in Fli, Pisanu ambito come premier di un governo «responsabile». E Gianni Letta cerca di far incontrare Fini e Berlusconi.
di Natalia Lombardo
Sarà pure la mossa di una partita a scacchi, ma da fronte finiano mostrano una certa sicurezza verso un possibile governo di transizione: «Cambiare la legge elettorale è giusto, e su questo ci potrebbe essere una maggioranza molto ampia», assicura Benedetto Della Vedova; per il capogruppo Bocchino «esiste già, sia alla Camera che al Senato» e pesca anche nel Pdl. Convinti che la Lega stia «giocando in proprio per far cadere Berlusconi», i futuristi tengono in caldo le new entry e aperto il dialogo col Pd sulla legge elettorale.
Nel frattempo sembra che Gianni Letta stia cercando di convincere i duellanti, Berlusconi e Fini, a incontrarsi faccia a faccia, cosa non facile.
Maggioranza diversa, nuovi acquisti per Fli? «Suggestioni», è la sibillina risposta di un finiano doc. Come quella che vede a Palazzo Madama, dove la maggioranza di governo per ora è ferrea (174 sì alla fiducia), un drappello di senatori pronto a lasciare il Pdl per entrare in Futuro e Libertà. Senatori che Berlusconi starebbe cercando di «blindare» con posti da sottosegretario e viceministro (uno lo lascia Romani).
Molti peones «farebbero di tutto per non andare a casa temendo di non essere ricandidati», ammettono nel Pdl, tanto più che Silvio vuole «facce nuove» e che la Lega farà man bassa al Nord. «Ci sono dieci nomi al Senato, e dieci alla Camera, per ora sono “coperti”», assicura un deputato ex Fi. E, spostando sul pallottoliere anche solo tre o quattro senatori dal Pdl a Fli varrebbero il doppio, cambiando la maggioranza. Il drappello di «responsabili», come li definisce un finiano, fa riferimento a Beppe Pisanu. che aspetta solo il momento giusto per attuare lo «strappo» e passare con i «futuristi». Un passo da compiere come grande segno di «responsabilità nazionale», appunto.
LA CARTA PISANU PREMIER
Il nome dell’ex ministro dell’Interno, un forzista moderato nato nella Dc, in rotta da tempo con Berlusconi (che lo ha accusato più volte di non aver vigilato nella notte elettorale del 2006) sarebbe la carta tenuta in caldo dai finiani come presidente del Consiglio di questo governo di «responsabilità nazionale» che cambi la legge elettorale e cancelli la «porcata».
In Parlamento è addirittura nata la «Associazione per il ritorno all’uninominale» che domani esordirà con un’assemblea; molti i nomi del Pdl: Salvo Fleres, Domenico Gramazio, Antonio Martino, Francesco Nucara, Mario Pepe, Salvatore Tatarella e Enrico La Loggia, nemici del «porcellum».
Pronto a un’intesa sulla legge elettorale è Raffaele Lombardo, leader dell’Mpa: «Certamente c'è chi, pur di non votare con questa legge elettorale, farebbe i salti mortali. Io sono fra questi; poi vedremo se ci riusciremo».
A Palazzo Madama una maggioranza «diversa» non è una chimera. Se si unissero i voti dell’opposizione (112 del Pd, 12 Idv, 13 Udc senza Cuffaro) con i 10 di Fli, i 3 Mpa, 3 dell’Api, il conto è 153 senza i senatori a vita. Con qualche travaso i numeri potrebbero esserci, ma il rischio è che nasca una maggioranza «prodizzata» sul filo di un voto. Una prospettiva «terrificante» per il leghista Maroni.
il Fatto 5.10.10
Nomi ricorrenti: il Pd e l’opzione Montezemolo
Cesare Damiano: “La sua sarebbe una candidatura significativa”
di Wanda Marra
“Viste le difficoltà della politica, una candidatura di Luca Cordero di Montezemolo avrebbe un senso”. Parola di Cesare Damiano, ministro del Lavoro nel governo Prodi e attualmente parlamentare Pd. Affermazioni nelle quali convergono due linee portanti del dibattito un po’ distorto dei tempi nostrani: la ormai patologica difficoltà dei Democratici di esprimere
una leadership degna di questo nome e le voci ricorrenti ormai da anni che danno per imminente, scontata, necessaria, auspicabile a seconda dei momenti la discesa in campo dell’ex capo di Confindustria.
“Potrebbe essere allettato, interessato conferma in questo caso Damiano è chiaro che la sua sarebbe una candidatura di qualche significato”. D’altra parte era stato Veltroni solo qualche settimana fa a lanciare l’idea di un Papa straniero alla guida della coalizione di centrosinistra. Vecchie tentazioni che si riempiono di nuovi nomi. Tant’è vero che dopo l’uscita di Alessandro Profumo da Unicredit, qualcuno nel Pd aveva preso in considerazione l’ipotesi che questo Papa straniero potesse essere lui.
Il nome di Cordero è poi uscito un’altra volta domenica alla scuola politica del
Partito democratico a Cortona. “Non credo alla logica del Papa straniero”, premetteva il vicesegretario del Pd, Enrico Letta. Sottolineando però di ritenere “molto utile che Montezemolo si impegni in politica. Sarebbe solo il benvenuto aggiungeva e aiuterebbe la politica italiana”. “L'impegno in politica è sempre una buona cosa in un momento in cui bisogna darsi tutti da fare. Io però non so cosa Montezemolo abbia in testa”, rilanciava Pier Luigi Bersani, pur senza esporsi fino in fondo. E allora la riunione della Fondazione Italia Futura dell’11 ottobre si veste di nuovi significati. Ma qualsiasi voce viene smentita: “Non c'è alcun vertice che prelude a un impegno politico”, puntualizza il direttore Andrea Romano. “In questa fase ogni iniziativa dell’Associazione viene ricollegata a Montezemolo, ma non vi è nulla di politico. Si tratta di un appuntamento ordinario, nel senso che ogni due-tre mesi l’associazione riunisce i soci benemeriti, ovvero quelli che versano diecimila euro per promuovere la nostra attività, a cui viene illustrato il bilancio delle iniziative e si fa il punto sul programma dei prossimi mesi". Su un eventuale candidatura di Montezemolo non si esprime. L’interessato, interpellato direttamente al salone dell'auto di Parigi, sull’impegno in politica ha smentito decisamente.
L’ultima incursione “politica” della Fondazione Italia Futura risale al 12 agosto scorso, quando venne lanciato un appello a Berlusconi, Fini e Bossi perchè evitassero le elezioni anticipate. E ha picchiato duro su Berlusconi dicendo che “un leader si misura sulla base dei risultati che nei giudizi dei cittadini sono deludenti”.
l’Unità 5.10.10
Robert Edwards è stato il pioniere della fecondazione in vitro
Il Vaticano attacca «Una scelta completamente fuori luogo»
Il Nobel al «papà» dei bimbi in provetta La Chiesa: inaccettabile
Il Karolinska Institutet di Stoccolma ha assegnato il Nobel per la medicina a Robert Edwards, pioniere della fecondazione in vitro. Che, a partire dal ’78, ha portato alla nascita di 4 milioni di persone in tutto il mondo.
di Cristiana Pulcinelli
I messaggi arrivano da tutto il mondo: Portorico, Messico, Francia, Danimarca, Iran, Russia, Stati Uniti, Nepal, Sudafrica. Tutti scrivono sul sito della Fondazione Nobel per congratularsi con Robert Edwards, vincitore del premio per la medicina 2010. Sono soprattutto genitori e nonni di bambini nati grazie alla procreazione assistita, ma c’è anche un «grazie» firmato da «un bambino in provetta» ormai diventato adulto. Poi ci sono i colleghi che hanno applicato nel loro paese la tecnica Fivet inventata dal biologo ed embriologo inglese. Tutti ringraziano, anche chi per ora non ha avuto risultati, ma non rinuncia a sognare come la coppia italiana che scrive: «Se abbiamo ancora una piccola speranza di diventare genitori è solo grazie a lei».
Il Nobel per la medicina probabilmente non è mai stato così popolare. Anche chi pensa di non conoscere il nome del vincitore, ricorderà tuttavia quello di Louise Brown, la prima «bimba in provetta» che nacque proprio grazie a Edwards e al ginecologo Patrick Streptoe (forse il Nobel oggi sarebbe andato anche a lui se non fosse morto nel 1988). Era il 1978 e la foto di Louise finì sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Oggi Louise ha 32 anni ed è mamma a sua volta, Edwards ne ha 85 e nel mondo sono più di 4 milioni le persone nate grazie alla Fivet.
Edwards cominciò a lavorare alla tecnica per combattere la sterilità fin dagli anni Cinquanta: pensava che fecondare l’ovulo al di fuori del corpo della donna potesse permettere di superare alcuni ostacoli. Dopo molti tentativi, nel 1969 riuscì a fecondare un ovulo in una provetta. In quello stesso anno entrò in contatto con Streptoe e, grazie alla collaborazione con il ginecologo, la tecnica passò dal laboratorio alla pratica medica. Nonostante molti buoni risultati, i due scienziati non ottennero i fondi pubblici per continuare le loro sperimentazioni. Il fatto era che le loro ricerche trovarono l’opposizione della Chiesa e di alcuni bioeticisti cattolici. Fu solo grazie a una donazione privata che gli studi continuarono e che, infine fu messa a punto la tecnica che consisteva nel prelevare l’ovulo, fecondarlo in provetta e poi reinserirlo nell’utero della donna. Un’idea talmente geniale che ancora oggi la Fivet viene utilizzata in tutto il mondo per combattere l’infertilità, un problema che colpisce tra il 15 e il 20% delle coppie e la cui incidenza è in aumento.
I successi di Edwards sono sotto gli occhi di tutti, tuttavia, c’è chi non è d’accordo con la scelta compiuta dagli Accademici di Stoccolma. Radio Vaticana, per esempio, che, attraverso la voce del presidente dell’Associazione Scienza e Vita, Lucio Romano, sottolinea come quella a Edwards è «un’assegnazione che disattende tutte le problematiche di ordine etico e che rimarca che l’uomo può essere ridotto da soggetto ad oggetto». Gli fa eco monsignor Roberto Colombo, docente della Cattolica di Milano e membro della Pontificia Accademia della Vita e del Comitato nazionale di bioetica, il quale dichiara che la Chiesa cattolica, pur riconoscendo «l’importante scoperta scientifica» di Edwards, ricorda «che la fecondazione in vitro suscita gravi interrogativi morali quanto al rispetto della vita umana nascente e alla dignità della procreazione umana». E ancora, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Ignacio Carrasco de Paula dichiara: «Ritengo che la scelta di Robert Edward sia completamente fuori luogo» e i «motivi di perplessità non sono pochi». Mentre, padre Gonzalo Miranda, docente di bioetica all’università Pontificia Regina Apostolorum a Roma esprime il timore che la fecondazione in vitro lasci «aperti molti dubbi, a partire dallo spreco di vite umane che si realizza con gli embrioni, spesso prodotti già in partenza con lo scopo di non far nascere bambini». E qualcuno già si preoccupa che il Nobel a Edwards rimetta in discussione la tristemente famosa legge 40 in vigore nel nostro paese.
l’Unità 5.10.10
Ignazio Marino: «Si riapra la discussione sulla legge 40»
La scelta degli accademici svedesi riaccende i riflettori sulla norma in vigore nel nostro paese dal 2004 che pone una serie di ostacoli alla possibilità offerta dalla scienza e dalla medicina
di Federica Fantozzi
Merci da Sophie, felicidades da Diego, congratulations da Yuan e Xinwen. Anche dall’Italia: «Grazie Mr. Edwards, se abbiamo ancora una piccola speranza di diventare genitori è solo grazie a lei». Firmato: «Una coppia infertile».
La scelta svedese di premiare lo scienziato inglese Robert Edwards, padre putativo di oltre 4 milioni di
bambini nati grazie alla fecondazione in vetro negli ultimi trent’anni, suscita entusiasmo. Non nel Vaticano. E nel nostro Paese è perplessa parte del mondo cattolico, dall’Associazione Scienza & Vita al sottosegretario Roccella.
Così, l’attribuzione del Premio Nobel riapre il dibattito sulla Legge 40 che regola la fecondazione assistita. Forse, un segno del destino. Nel 1968, quando il progetto partì a Cambridge, si parlò di scandalo e atto contro natura, si predisse un fallimento, si faticò a reperire i finanziamenti. Oggi, lo si definisce all’unanimità progresso.
In Italia la Legge 40, è stata approvata dopo un braccio di ferro politico nel 2004 ed è sopravvissuta a un referendum che vide in prima linea la Cei allora guidata da Ruini. È una delle più controverse e restrittive nel settore. Vieta la fecondazione eterologa, la donazione di ovociti, il ricorso da parte di single e gay. Circa 10mila coppie all’anno hanno scelto il «turismo riproduttivo» rivolgendosi ad accoglienti strutture svizzere, spagnole, belghe, slovacche.
Come previsto da molti medici, la Legge 40 è già stata sconfessata in sede giudiziaria. Nel 2009 la Corte Costituzionale ha bocciato il divieto di crioconservazione dell’embrione e abolito il correlato limite di tre embrioni da impiantare insieme. Norma pericolosa, hanno ritenuto i giudici, per la salute della donna e del feto. Maggiore potere decisionale spetta ai medici, spesso impegnati a seguire gravidanze multiple, a rischio, in età non giovanissima. Irrisolta la cruciale questione della diagnosi preimpianto che consente di individuare malattie genetiche o ereditarie: il divieto è stato bocciato da Tar e tribunali di merito, ma servono nuove linee guida.
Ieri è stato Ignazio Marino, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta su Ssn a riaprire le danze: «Se sono normali i controlli prima di una gravidanza per individuare eventuali malattie, perché in uno Stato laico non dovrebbe essere normale, con lo stesso obiettivo, la diagnosi preimpianto? Interveniamo prima dei tribunali».
La Radicale Donatella Poretti invita «moralisti e bigotti» a riflettere su una scienza che «amplia la libertà di scelta delle persone». E Rita Levi Montalcini plaude a «un premio ben meritato per un lavoro scientifico di fondamentale importanza per il progresso della biomedicina».
l’Unità 5.10.10
Il Nobel all’uomo che ha favorito la vita
di Maurizio Mori
Una bella notizia, il Nobel a Bob Edwards. Lo scienziato inglese che dagli anni ’60 del secolo scorso si è impegnato nel mettere a punto la fecondazione in vitro con trasferimento di embrione: una tecnica che ha cambiato il modo di attuare la riproduzione umana e dato una svolta agli studi sull’embrione. Il Nobel non solo corona una vita dedita alla ricerca di un grande studioso di notevole spessore culturale, ma soprattutto è il sigillo dato dal mondo scientifico alla bontà della fecondazione assistita: la scienza riconosce che l’ampliamento del controllo umano della riproduzione è qualcosa di buono per l’umanità, di meritevole della massima onorificenza per uno scienziato. Di fronte a un simile riconoscimento a dir poco impallidiscono le critiche mosse da alcune religioni alla nuova tecnica, accusata essere contraria alla “vita” e alla “dignità della procreazione”. Non si capisce proprio in che senso si possa dire che sia contraria alla vita una tecnica che ha consentito la nascita di ormai oltre 4.000.000 di bambini. Si dovrebbe dire al contrario che è una tecnica che favorisce la vita e consente alle persone di avere figli anche quando la natura non li dispensa più. Ancora più difficile è capire perché dovrebbe essere contrario alla “dignità della procreazione” ricorrere all’assistenza tecnica per avere figli. Forse lo si può dire solo assumendo la “naturalità” come criterio normativo, supponendo che la natura sia buona e dimenticando come invece in realtà sia spesso avara e matrigna. Fortuna che l’uomo grazie alla scienza e alla tecnica riesce a rendere il mondo meno duro e più agevole. Solo inveterati pregiudizi antiscientifici possono far pensare il contrario. Il Nobel a Edwards deve essere anche uno stimolo a ripensare l’etica e la politica sulla fecondazione assistita. In Italia, sfruttando abilmente lo sgomento generato da alcuni casi eclatanti di fecondazione assistita si è detto che c’era una preoccupante deregulation (il Far West), e si è approvata una legge liberticida che non solo penalizza un numero alto di cittadini nell’impegno di avere figli, ma ha fatto anche arretrare l’intera riflessione bioetica, favorendo ‘idea che la scienza comporti una sorta di “eccesso” da reprimere. Oggi questo clima conservatore informa il disegno di legge Calabrò sul fine della vita che ci riporta a prima degli anni ’50, e aleggia come uno spettro sulla campagna elettorale che molti danno per imminente. Il premio Nobel a Edwards ci ricorda che la scienza è vettore di progresso morale e che molte delle remore diffuse sono frutto di pregiudizi e tabù. Invece di chiedere perdono per gli errori tra qualche anno, come già hanno fatto su altri temi, è bene chi i critici della scienza si ravvedano da ora, evitando inutili sofferenze.
l’Unità 5.10.10
Ma la Lega è federalista?
Gli scritti di Cattaneo, apprezzati da Bobbio e oggi ripubblicati, teorizzano un federalismo assai diverso da quello di Bossi e Berlusconi
di Nicola Tranfaglia
Mi sembra un’ottima idea quella dell’editore Donzelli di mettere a confronto, in un momento difficile come questo della nostra storia nazionale, un libro che si intitola Stati uniti di Italia (Donzelli editore, pp. 148, euro 17,50) quegli scritti di Carlo Cattaneo, il maggior teorico del federalismo italiano, preceduti da un saggio di Norberto Bobbio e da una precisa introduzione di Nadia Urbinati, con la crisi politica attuale.
Spiego anche perché. Bobbio racconta nella sua Autobiografia, a cura di Alberto Papuzzi (Laterza editori, 1997) che aveva pubblicato proprio nel 1945 il saggio di Cattaneo, sottolineando che aveva scoperto da poco l’originalità dell’apporto cattaneiano e che l’interesse per quel pensatore nasceva anche dal fatto che era stato uno dei pochi intellettuali, o addirittura l’unico, del Risorgimento a non poter essere utilizzato dal fascismo. E a leggere quelle pagine, oggi di grande attualità culturale e politica, si scoprono facilmente le ragioni dell’originalità come della sua profonda estraneità a tutte le dittature, a cominciare da quella populista del fascismo mussoliniano.
«Le idee federaliste e l’illuminismo riformatore osserva Nadia Urbinati nella sua introduzione erano quanto di più lontano vi potesse essere dall’ideologia fascista, un’ideologia centralistica che negava l’autonomia della società civile e i diritti individuali; che era storicamente nata con l’intento esplicito di seppellire lo stato di diritto e sopprimere la democrazia».
Ma anche oggi, a leggere il disegno di legge Gelmini sull’Università in discussione alla Camera, si devono fare analoghe osservazioni: quel disegno di legge berlusconiano, che rischia di essere approvato in maniera definitiva tra qualche settimana, è quanto di più centralistico e burocratico, oppressivo e indifferente alle libertà individuali degli studenti e dei professori. Espressione dell’attività legislativa di un regime populistico autoritario.
Ad ogni modo nel 1945, quando Bobbio pubblica le pagine di Cattaneo, i ricordi della dittatura fascista sono ancora vivi e il filosofo torinese (che troppi oggi hanno dimenticato) collega il pensiero del lombardo alla grande tradizione europea del liberalismo ma anche del socialismo democratico che ha in pensatori come Alexis de Tocqueville, John Stuart Mill e in italiani come Altiero Spinelli ma anche comunisti come Giuseppe Dozza, futuro sindaco di Bologna, e azionisti come Piero Calamandrei e Aldo Capitini, i suoi principali sostenitori che si collegavano a intuizioni del socialismo democratico e municipale del secondo Ottocento in Italia e in Europa.
E ha ragione, io credo, Nadia Urbinati scrive che «come all’indomani dell’Unità d’Italia, all’indomani della Liberazione l’assetto amministrativo diventò il terreno di battaglia per condizionare e limitare il processo di democratizzazione quale che fosse la ragione strategica perseguita dai governi (se per moderare le forze della sinistra radicale come all’indomani dell’Unità o per mettere in moto una politica anticomunista come all’indomani della seconda guerra mondiale). Se due furono i risorgimenti, due furono anche le risposte conservatrici che da essi si sprigionarono, e in entrambi i casi il federalismo e le larghe autonomie cittadine furono repressi o sacrificati».
Il paradosso di fronte al quale ci troviamo oggi è che la bandiera del federalismo è stata assunta da alcuni anni dalla Lega Nord di Umberto Bossi che è una forza razzista e secessionista e non vuole realizzare il federalismo democratico di cui parlano Cattaneo, Bobbio e la Urbinati, ma un federalismo egoista e antidemocratico, per nulla solidale, che può condurre alla divisione dell’Italia e che sembra destinato a condurre con la destra berlusconiana all’affondamento del Mezzogiorno e alla divisione del paese.
Il federalismo di Cattaneo parla di pace e libertà, quello di Bossi definisce “porci” i romani e “terroni” i meridionali e finora sul piano politico non ha rivelato i costi dell’operazione né i pesi che deriverebbero da una riforma fatta da uno Stato centralistico e burocratico come appare dalla volontà del centro-destra su molti altri provvedimenti in calendario.
Con l’odio etnico e politico e la volontà serpeggiante di secessione non è possibile costruire il federalismo democratico di cui parlava Cattaneo e questo non è oggi neppure chiaro alle forze di opposizione del centro-sinistra divise tra adesione acritica e opposizione poco ragionata. Questo è il pericolo della situazione attuale e si impone la necessità di proporre alla maggioranza parlamentare un piano alternativo che non mi pare sia stato ancora formulato dai maggiori partiti dell’opposizione.
l’Unità 5.10.10
Nel nostro paese nel 2009 ci sono state 119 vittime, 439 dal 2006
La brutale normalità della violenza
contro le donne
Le usanze islamiche ma non solo. Gli omicidi nel nord Europa e quelli nelle regioni settentrionali d’Italia. Unica costante: sono gli uomini gli aguzzini. Specialmente in casa e nelle famiglie
di Cristiana Cella
Possiamo immaginare le urla, i gesti armati, il suono delle pietre e del ferro, la paura, il sangue. Il campo di battaglia, un appartamento comune, la cucina, la porta accanto. È difficile da sopportare, perfino nella mente. Ma non deve impedirci di ragionare. Nosheen viene dal Pakistan come sua madre Begm Shez. Dove la violenza contro le donne è impunita e sancita da una tradizione fondamentalista e inaccettabile. Ma Nasheen vive in Italia, in un paese libero e democratico in cui le donne hanno conquistato i loro diritti. Un paese dove, quasi ogni giorno, una donna muore per mano del suo uomo. Nel 2009 sono state 119, 439 dal 2006, e il 2010 sembra ancora peggiore, i casi aumentano ogni anno. Una vera mattanza tra le mura domestiche. A uccidere sono in maggioranza mariti, amanti e conviventi, a volte padri e fratelli. Con armi da taglio soprattutto, oppure improprie, quello che capita. La scena del delitto è quasi sempre la casa, il luogo dove le donne rischiano di più. I moventi più frequenti (43%): la decisione di separarsi, la gelosia, il rifiuto. È così in gran parte dell’Europa, peggio nei paesi del nord, ad eccezione della Svezia. In Italia sono le città del nord ad avere il primato. La violenza scatta quando le donne sfuggono o si ribellano al potere dell’uomo sulla loro vita e sul loro corpo, quando affermano con forza i loro sacrosanti diritti. Come Nosheen. E gli assassini sono in maggioranza italiani (76%), persone “normali” di tutte le classi sociali. Questo è quanto emerge da un rapporto redatto dalla Casa delle Donne di Bologna. Nosheen non è sola nell’orrore, purtroppo, nemmeno a casa nostra. Non possiamo nasconderci dietro le culture altrui. Né ignorare un fenomeno allarmante contro il quale si sta facendo molto ma evidentemente non abbastanza. Mancano ancora educazione, azioni globali e una efficace rete di protezione per le donne.
Tolleranza e indifferenza spengono troppo spesso l’allarme. Tranne quando si tratta di migranti. Ma la strumentalizzazione non aiuta nessuno, nemmeno Nosheen. La violenza contro le donne è un problema culturale profondo, evidentemente non solo islamico. Non è l’Islam a uccidere, sono gli uomini che perdono il controllo di se stessi quando perdono il controllo sulla mente, la vita e il corpo delle loro donne.
Il padre di Nosheen è pakistano e nel suo paese, come nel vicino Afghanistan, dove la violenza contro le donne è spaventosa e impunita, il matrimonio forzato è il principale strumento di questo controllo patriarcale. Uno strumento per noi inaccettabile, che, qui, gli è sfuggito di mano. Nel suo paese la legge della famiglia è tirannica e inappellabile. Le figlie sono le pedine del gioco di potere del padre. Sono vendute, per bisogno o per avidità, un vero affare se sono anche belle. Rafforzano i legami famigliari, vengono scambiate e risolvono contrasti. Sono la riparazione di un’offesa, dalle più insignifi-
canti fino agli omicidi, il risarcimento alle vittime. Sono le regole del pashtunwali, il codice tribale. Chi si ribella scatena la violenza, chi scappa viene punito. Ma niente di tutto questo è scritto nel Corano. E non ci sono “attenuanti” né culturali né religiose. Si tratta di tradizioni tribali arcaiche diventate più forti delle leggi dello Stato. Rafforzate da anni di fondamentalismo islamico, un preciso disegno che usa la religione come arma di oppressione, soprattutto sulle donne, e di potere politico. Un disegno mai contrastato dall’Occidente, anzi incoraggiato e finanziato per fini strategici. Il padre assassino di Nosheen è figlio di questa aberrazione, di questa barbarie diventata “cultura”. Proteggere il sogno di libertà di questa giovane donna, il coraggio di sua madre e delle altre migranti, è il nostro compito di accoglienza come paese civile. Come quello di combattere il fondamentalismo religioso e politico, l’intolleranza, la violenza degli uomini, a qualsiasi paese o cultura appartengano.
Corriere della Sera 5.10.10
Le immigrate di seconda generazione
Lo scontro di civiltà in casa e le donne in prima linea
di Alessandra Coppola
MILANO — Lo scontro di civiltà in casa Ibrahim scoppiò quando Rania un giorno di fine maggio annunciò che avrebbe sposato un italiano, non musulmano. «Vidi mia madre prendersi istericamente a schiaffi e cercare di strapparsi i vestiti». Un biglietto di sola andata per Il Cairo, il passaporto sequestrato, l'ordine di dimenticare Marco. «Eppure i miei genitori erano stati, fino ad allora, abbastanza aperti, mi avevano cresciuto come una qualunque ragazza italiana», come del resto lei si sentiva, arrivata a Milano che aveva due anni.
La storia ha un lieto fine, Rania e Marco si son sposati, hanno tre figli. Lei fa la giornalista freelance ed è collaboratrice di Yalla Italia, la rivista delle seconde generazioni (allegata a Vita). Di «rivoluzioni» come le sue ne ha viste altre, tra amiche, parenti e conoscenti. «Le figlie di immigrati hanno spesso più coraggio dei fratelli — riflette —, sono più agguerrite perché devono dimostrare qualcosa in più: ai maschi è tutto concesso, possono sposare chi vogliono (l’Islam lo permette), possono uscire e tornare quando gli pare. Molti genitori, invece, si vergognano delle figlie "spensierate". Cominciano a mettere paletti e tutto diventa haram, peccato». Nascono così i conflitti, e quando va bene sono spesso le donne ad aver fatto da apripista e a essersi tirate dietro tutti gli altri. Quando va molto male, son botte. Anche se i casi di Hina, Sanaa e adesso Nosheen sono estremi e isolati.
«La componente femminile vive criticità maggiori, ma è anche una componente di trasformazione più rapida», spiega Stefano Allievi, sociologo dell’Università di Padova, e s per t o di i mmigrazione e Islam. Non succede solo tra le figlie. «C’è questo strano paradosso per cui le donne immigrate sono meno presenti nel mercato del lavoro, sono considerate al traino, meno attive, e invece è spesso il contrario, anche nella prima generazione. L’apparente chiusura è uno stereotipo: la componente femminile è trasformativa». Secondo luogo comune da sfatare: lo scontro di civiltà non riguarda esclusivamente la comunità islamica. «Casi analoghi a quelli di Modena, di matrimoni imposti, in Gran Bretagna si vedono tra indù e sikh, per esempio. Dipende più dalla cultura che dalla religione».
È anche l’esperienza della dottoressa Elena Calabrò, psicologa e psicoterapeuta che assiste le vittime di violenza domestica alla Clinica Mangiagalli di Milano: «La situazione cambia a seconda della cultura di appartenenza», ragiona, e i problemi sorgono «se c’è un gap molto forte» tra la tradizione e il contesto di arrivo. A farne le spese sono soprattutto gli adolescenti, sdoppiati tra la casa e il mondo esterno, dove tra scuola, attività sportive, bar e sale giochi sperimentano stili di vita diversi. Le cifre sono solo orientative, ogni caso è a sé e le seconde generazioni mescolano passaporti italiani e non. Ma si può scrivere (stime Ismu) che i minorenni stranieri sono poco più di un milione e che i giovani tra i 18 e i 25 anni si possono calcolare in 650 mila (su 5,2 milioni totali, irregolari compresi).
Di ragazzine che escono vestite come vuole papà e poi si cambiano in ascensore per assomigliare alle altre coetanee suor Claudia Biondi della Caritas Ambrosiana ne ha viste a decine. «Per le figlie femmine c'è sempre una maggiore attenzione e protezione soprattutto da parte di padri e fratelli, protezione che sconfina col possesso». E porta spesso alla rottura. Le madri mediano? «Non sempre. Nel caso di un’adolescente scappata di casa, per esempio, abbiamo fatto un incontro con un gruppo di donne: si sono divise». Alcune legate alle origini, altre alleate delle figlie.
Ouejdane Mejri, giovane presidente dell’associazione Pontes dei tunisini in Italia, per esperienza mette tra le ragioni della mancata emancipazione di una parte delle donne migranti anche «la dipendenza economica dal marito. E il permesso di soggiorno: molte sono arrivate in Italia con i ricongiungimenti. Separarsi significa dover tornare nel Paese di origine».
Nella comunità pakistana di Desio (Monza-Brianza) prima che di rotture e rivoluzioni bisogna affrontare il nodo del dialogo. A farsene carico sono un padre e una figlia, Jawaira Ashras, 21 anni, iscritta al secondo anno di Comunicazione interculturale all’Università. Dal caso di Hina in poi hanno cominciato a organizzare incontri genitori/figli: «Ci siamo sentiti chiamati in causa — spiega Jawaira — Nella nostra tradizione bisogna rispettare i genitori, stare zitti, non parlare. L’obiettivo mio e di mio padre è rompere questa barriera. Senza essere maleducati». Piccoli passi. Jawaira porta il velo, non esce la sera e (per ora) promette: «Sposerò un musulmano».
l’Unità 5.10.10
Assemblee affollatissime nelle facoltà di architettura in tutta Italia Alla Camera inizia oggi l’esame degli emendamenti: 200 quelli Pd
Atenei, i ricercatori chiamano precari e studenti: «In gioco il destino di tutti»
Venerdì prossimo manifestazione di tutti i lavoratori della conoscenza. Manuela Ghizzoni (Pd): «Bene il voto dopo la sessione di bilancio, così sapremo se il governo intende restituire il miliardo e 350 milioni tagliati».
di Jolanda Bufalini
Valle Giulia, facoltà di architettura a Roma 1, a pianterreno studenti seguono attraverso un monitor; primo piano, un altro monitor un’altra piccola folla attenta, un cartello indica: maxischermo in Aula 7. L’Aula magna è gremita, non si respira, sulla cattedra, in fondo, preside e capo-dipartimento delle due facoltà (Valle Giulia e Quaroni), prorettore, ricercatori. Si sta svolgendo una lezione sui generis, l’oggetto è il sistema universitario italiano, i tagli del governo, la riforma Gelmini, il perché della protesta dei ricercatori che chiamano studenti, precari e ordinari a unirsi. Carola Clemente, ricercatrice, fa scorrere le slide, statistiche ufficiali dell’Ocse: il rapporto
docenti studenti in Italia è 1 a 19,5, «siamo avanti solo a Slovenia, Turchia, Cile», in Europa le borse di studio sono al 39% mentre in Italia al 29, il finanziamento alla ricerca è sceso in Italia allo 0,8 del Pil mentre la Germania ha triplicato gli investimenti e la media europea è sopra l’1,5%. Una caterva di dati per spiegare agli studenti, attentissimi, quasi tutti dei primi corsi «come si sta smantellando l’università pubblica». Il blocco del turn over, per esempio, significa che fra due anni ci saranno 18.000 professori in meno. «La riforma Gelmini dicono i ricercatori non risolve il problema del reclutamento, impone una gavetta di 3 anni di dottorato più nove di precariato a chi vuole tentare la carriera accademica, senza alcuna certezza che alla fine del percorso ci siano i soldi per l’assunzione». Tutto questo mentre «per gli studenti della Luiss si prevede, con fondi pubblici, il diritto a 2500 fotocopie annue». Nelle università pubbliche, invece, non solo non ci sono le risorse per dare agli aventi diritto l’assegno di studio ma si prepara per gli studenti un «prestito d’onore» parametrato su un improbabile reddito di 40mila euro. Tutte ragioni per invitare alla manifestazione dell’8 ottobre.
IN PARLAMENTO
Alla Camera, intanto, inizia oggi l’esame degli emendamenti, dopo lo slittamento al 14 ottobre della discussione in Aula. «È una vittoria del buon senso spiega l’on del Pd Manuela Ghizzoni, che di mestiere è ricercatrice la discussione accelerata toglieva senso al nostro lavoro». Ora è probabile che l’esame del Ddl si concluderà dopo la sessione di bilancio: «E sapremo nero su bianco dice Manuela Ghizzoni se il governo restituirà il miliardo e 350 milioni tagliati. Se, per caso, abbia intenzione di investire». Gli emendamenti Pd sono 200 a cui si aggiungono i 50 Udc ma, «non c’è alcun ostruzionismo, è una legge complessa, di 25 articoli con paginate di commi». Pdl e Lega rispondono alle critiche di rettori e commentatori favorevoli all’approvazione veloce della riforma: «Non è colpa nostra». «E sarebbe colpa dell’opposizione? replica Manuela Ghizzoni c’è tutto il tempo di discutere seriamente. Se invece vogliono andare alle elezioni anticipate, dopo aver incassato l’approvazione senza discutere, questo sì, è un problema loro».
il Fatto 5.10.10
Scuola: come tagliare 87 mila cattedre
di Marina Boscaino
È comprensibile. Lui era troppo impegnato a evitare la guerra tra Russia e Georgia e a convincere Obama ad intervenire dopo il crac della Lehman Brothers. E, mentre B. dirigeva la politica mondiale, Tremonti faceva fuori 87 mila cattedre. Con le buone o con le cattive. Tra le “cattive” il ministro dell'Economia ne ha escogitata una davvero sofisticata: abbassare il numero di ore settimanali non solo alle classi prime “beneficiate” dalla “epocale riforma” ma anche a II, III e IV del Tecnico e del Professionale. Insomma, i ragazzi di quelle scuole hanno cominciato a vedere un film ma, al secondo tempo, il film è diventato improvvisamente un altro.
Ricorso respinto
LO SCORSO luglio il Tar ha accolto in sede cautelare un ricorso presentato da Snals-Confsal, Cgil-Fp e due comitati di docenti e famiglie, basato sul fatto che su questo colpo di bisturi “in corso d’opera” il governo non aveva acquisito il parere – obbligatorio, anche se non vincolante – del Consiglio della Pubblica Istruzione.
Che il 26 agosto ha espresso parere sull'illegittimità del provvedimento, perché priva gli studenti di un diritto fondamentale: completare senza modifiche il corso di studi scelto e iniziato. In quella scuola che nello show al Senato il premier ha definito ciò che “la sinistra ha trasformato in un gigantesco ammortizzatore sociale, senza permettere ai ragazzi di entrare nel mondo del lavoro. Adesso, invece, c’è la rivoluzione del merito” Gelmini & Company hanno pensato di “premiare” i ragazzi sottraendo loro soprattutto materie come Matematica e Informatica.
Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso del governo contro la sospensiva del Tar, intimando “il rideterminarsi sulla definizione dell'orario complessivo annuale delle lezioni” per le classi intermedie. Decisione clamorosa – a scuole già iniziate e organici già definiti – e potenziale caos per i 750 mila ragazzi interessati.
Illegittime alcune iscrizioni
SAREBBERO circa 5 mila le cattedre soppresse per la riduzione dell'orario. Ricordo che pende sul destino delle superiori un altro ricorso (Scuola della Repubblica) sul fatto che i ragazzi si sono iscritti a nuovi ordinamenti che non erano (al momento della conclusione delle stesse iscrizioni) ancora testo di legge. Il Tar del Lazio in luglio ha dichiarato illegittime le circolari sulle iscrizioni e – di conseguenza – sono da ritenere tali tutti i provvedimenti applicativi (mancate nomine, trasferimento dei soprannumerari). Impressionano due elementi: per la prima volta, in questi tristissimi anni della scuola-Gelmini, sembra che le violazioni normative che costellano il percorso dell'Epocale Riforma – dall'abuso del decreto-legge sulla scuola primaria (che non aveva alcun carattere di “necessità e urgenza” e che scatenò la fluviale manifestazione del 30 ottobre del 2008 e il fenomeno dell'Onda), alle vicende che riguardano la superiore possano realmente essere fermate da chi ha questo potere. Avevamo quasi perso le speranze.
Ma ancor di più colpisce l’assoluta indifferenza che tale notizia determina in una gran parte dei mezzi di (dis)informazione e anche del mondo della scuola, la cui capacità di prendere in mano il proprio destino continua a dipendere (sic!) dagli annunci del Tg1. L'assuefazione a arbitrio, aggiramento truffaldino, violazione sprezzante sono tanto connaturati in una parte dei docenti italiani (anche in alcuni di quelli che continuano ostinatamente la mobilitazione) da impedire loro anche di rilevare che, per una volta, potrebbe venir ristabilito un principio di legittimità: le norme esistono e vanno rispettate. “Particolarmente grave, sotto il profilo politico, è stata l’assenza delle Regioni di centro-sinistra che non solo non hanno finora ritenuto di aderire al ricorso proposto davanti al Tar del Lazio, ma non hanno preso alcuna autonoma iniziativa, nemmeno a tutela delle loro prerogative. Il ministro difatti, violando la normativa vigente, non ha nemmeno acquisito il parere obbligatorio delle Conferenza Stato Regioni Enti Locali” afferma Corrado Mauceri, avvocato dei ricorrenti di Scuola della Repubblica.
Quanto a coloro che dovrebbero rappresentarci in Parlamento, la situazione è davvero imbarazzante. Sembrano non rendersi conto al di là dello sloganismo di maniera e l’impegno di un paio di persone che la scuola sta boccheggiando e la democrazia vacillando. Molti di noi stanno profondendo con coerenza il proprio impegno. Ma deve essere chiaro che senza un forte sostegno politico è difficile ottenere risultati concreti: non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire.
l’Unità 5.10.10
Olanda. Aperto il processo contro il leader del partito xenofobo che sostiene il governo
Contestato il giudice. L’imputato accusa: non è imparziale. Processo alla libertà di espressione
«Incitamento all’odio razziale»
Olanda, Wilders alla sbarra
È iniziato ieri ad Amsterdam il processo contro il capo del partito xenofobo olandese che dall’esterno puntella il nuovo governo. Geert Wilders è accusato di incitamento alla discriminazione e all’odio razziale.
di Marco Mongiello
In un'aula assediata da proteste e imponenti misure di sicurezza è iniziato ieri ad Amsterdam il processo a Geert Wilders, il leader dell'estrema destra olandese accusato di incitamento alla discriminazione e all'odio razziale. Un evento che ha attirato l'attenzione dei media olandesi ed europei dal momento che Wilders, dopo l'exploit elettorale di giugno, è in procinto di partecipare da esterno al prossimo governo olandese in via di formazione.
LA DIRETTA TV
La prima udienza, che è stata seguita in diretta dalle televisioni nazionali, è durata giusto il tempo di una breve dichiarazione perché il leader del Partito della Libertà (Pvv) ha chiesto la revoca dei giudici, accusati di essere «non imparziali». Il quarantasettenne biondo ossigenato è chiamato a rispondere di alcune dichiarazioni fatte nel 2007, tra cui l'invito a fermare «lo tsunami dell'islamizzazione» che «sta colpendo il nostro cuore, la nostra cultura e la nostra identità» e del suo filmato anti-islamico «Fitna» diffuso su Internet nel 2008, in cui si paragona il Corano al «Mein Kampf» di Hitler e si associano alcuni versi alle immagini degli attentati delle Torri Gemelle. «Sono incolpato perché ho espresso la mia opinione come rappresentante del popolo», ha esordito Wilders nella sua breve dichiarazione all'inizio dell'udienza, «formalmente sono io ad essere sotto processo qui oggi, ma con me è la libertà di espressione di molti, molti olandesi ad essere giudicata». Dopo essersi affermato come leader della terza forza politica del Paese con un milione e mezzo di voti (il 15%) ed aver costretto la destra moderata ad accettare il suo appoggio esterno al governo, Wilders è sembrato determinato a far pesare il suo nuovo consenso politico. «Con me in tribunale è in gioco la libertà di espressione di almeno 1,5 milioni di persone», ha scritto in un messaggio su Twitter.
Delle dichiarazioni oggetto dell'accusa «non ritiro niente», ha insistito in aula, «ho espresso la mia opinione nel corso della discussione pubblica e posso assicurarvi che continuerò a farlo. La democrazia ha bisogno di un dibattito aperto e libero», Wilders si è avvalso quindi della facoltà di non rispondere annunciando che saranno i suoi avvocati a condurre il processo. «Lei sembra molto bravo a fare dichiarazioni ma poi evita la discussione. Sembra che stia facendo la stessa cosa un'altra volta», ha commentato il presidente del collegio giudicante Jan Moors. È stato proprio questo commento a far saltare in piedi l'avvocato difensore Bram Moszkowicz, che ha puntato il dito contro l'imparzialità dei giudici. Ora una camera indipendente valuterà la richiesta di revoca e oggi farà sapere se il processo continuerà, con la probabile conclusione prevista per il 4 novembre, o dovrà essere nominato un nuovo collegio giudicante, il che potrebbe far slittare tutto di qualche mese. Wilders intanto raccoglie i frutti di tanta visibilità mediatica. Sabato scorso è andato a parlare a Berlino, dove un cristiano-democratico dissidente vuole fondare un partito xeonofobo antislamico sul modello del suo Partito della Libertà. «I crimini dell'era nazista», ha detto in tedesco davanti ad una platea rapita, «non sono una scusa per rinunciare a combattere per la vostra identità, la sola vostra responsabilità è di evitare gli errori del passato».
l’Unità 5.10.10
Disincanto o quarantena
I governi alle prese
con l’onda estremista
In Olanda il centro destra ha preferito invitare il partito xenofobo a condividere le responsabilità dell’esecutivo. In Svezia invece si vorrebbe isolarli cercando un’alleanza con i Verdi
In tutta l’Europa la tumultuosa ascesa dell’estrema destra sta rendendo impossibili le tradizionali coalizioni di governo moderate. In Italia siamo da tempo abituati all’indegno spettacolo di Berlusconi alleato con i pericolosi demagoghi della Lega Nord.
La scorsa settimana si è votato in Svezia e gli estremisti dei partito «Democratici svedesi» per la prima volta hanno fatto il loro ingresso in parlamento. Sebbene il partito moderato di centro-destra del primo ministro Fredrik Reinfeldt abbia raccolto più voti rispetto alla precedente consultazione, non può più contare sulla maggioranza.
Un risultato analogo è uscito di recente dalle urne anche in Olanda. Geert Wilders, a capo di una formazione politica fortemente islamofobica, ha preso così tanti voti che Mark Rutte, leader del conservatore «Partito liberale» e probabile nuovo primo ministro, ci ha messo quattro mesi a formare un governo di coalizione. Al cospetto di scelte analoghe, Reinfeldt e Rutte hanno preso decisioni politiche molto diverse. Reinfeldt, avendo promesso in campagna elettorale di non collaborare in alcun caso con i «Democratici svedesi», ha convinto i Verdi, facenti parte dello schieramento di centro-sinistra, a consentire con l’astensione un governo di minoranza. Anche Rutte ha appena deciso di varare un governo di minoranza e dovrà contare sui voti dell’estrema destra.
Chi ha preso la decisione giusta? Reinfeldt o Rutte?
Penso che siamo alle prese con un dilemma strategico e morale. Due sono le alternative ed entrambe sono poco allettanti.
Da un lato, potremmo invitare gli estremisti nel sancta sanctorum delle nostre democrazie, come di fatto accadrà in Olanda. Questa scelta esercita una certa attrazione strategica. Si tratta in sostanza di invitare gli estremisti a condividere le responsabilità di governo, di spogliarli della nobile veste di rivoluzionari autonomi che non dipendono da nessuno. Con un po’ di fortuna, i cittadini vedrebbero nel giro di poco tempo che si tratta di autentici ciarlatani. Potremmo definire questa la scelta del disincanto.
Il problema è che la scelta del disincanto è sufficientemente chiara per chiunque si sia preso la briga di dare un rapido, disgustato sguardo alla coalizione di Berlusconi: i governi del genere diventano ben presto ostaggio delle richieste radicali dei partiti estremisti. Le conseguenze sul clima politico generale sono potenzialmente devastanti. I pregiudizi xenofobi, i tabù diventano la norma e finiscono per infettare strati sempre più vasti della popolazione. I politici non più in grado di «educare e guidare la pubblica opinione» (James Madison) finiscono per contendersene il favore nella maniera più superficiale e senza scrupoli.
Tuttavia non sono certo che l’alternativa sia migliore. «Non permettiamo agli estremisti di entrare al governo», potremmo dire. «Non parliamo nemmeno con i loro leader. L’ultima cosa che vogliamo è farli diventare rispettabili». Questa è la scelta della quarantena.
È una posizione politica ammirevole ed è quella scelta dal primo ministro svedese. Ma comporta gravi rischi. Tanto per cominciare consente ai partiti estremisti di sostenere che l’establishment politico-mediatico li perseguita. In tempi di rabbia diffusa contro tutti i centri di potere, questa è una atout elettorale senza pari da giocare al momento opportuno.
Ci sono anche rischi per il funzionamento della democrazia. Per il corretto funzionamento delle democrazie parlamentari, gli elettori debbono poter scegliere tra due chiare alternative di governo con programmi diversi. In particolare gli elettori debbono poter mandare a casa un governo impopolare senza causare una profonda crisi politica. Ma questo diventa più difficile se i partiti di destra si coalizzano con quelli di sinistra. Alle prossime elezioni non si potrà più scegliere tra un governo democratico e una opposizione democratica. Gli elettori saranno invece chiamati a scegliere tra un governo democratico e una opposizione estremista. La scelta del disincanto è poco attraente e pericolosa, ma non sono convinto che quella della quarantena sia migliore.
La situazione politica italiana è talmente drammatica che è facile dare la colpa di tutti i problemi all’irresponsabilità di Berlusconi e non c’è dubbio sul fatto che Berlusconi ha fatto tutto quanto poteva per meritare la nostra rabbia. Ma non dovremmo dimenticare che, quand’anche Fini fosse il solo leader del centro-destra, se si andasse alle elezioni anticipate né il centro-sinistra né il centro-destra (senza Bossi) avrebbero i voti per governare. I drammatici problemi che si manifestano in Svezia e in Olanda – già modelli di buon governo – sono un salutare campanello d’allarme. Dobbiamo cercare di capire alla svelta come affrontare gli estremisti. Allo stato dell’arte la situazione è di pericolosa incertezza. Ma una cosa è chiara: per sconfiggere l’estremismo non basta oscillare tra il cinico opportunismo e l’inefficace moralismo, né in Italia né nel resto d’Europa.
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto * Docente dell’Università di Harvard
l’Unità 5.10.10
Luciana Castellina:
«Serve la qualità per creare
il Pil del benessere»
L’ex parlamentare oppone all’idea berlusconiana dell’Italia-azienda una collettività da governare non con il criterio unico della produttivita
di Chiara Valerio
In un clima politico e culturale da avanspettacolo dove la bellezza ha smesso di essere meraviglia e conoscenza per trasformarsi nell’immutabile fotogenicità di un eterno presente televisivo, e dove la democrazia si è perduta, dieci domande (più una) per cercare di capire, se la bellezza è nell’occhio di chi guarda, il rispetto dell’altro dietro quale organo si nasconde.
«A Berlusconi piacciono le donne... J. F. Kennedy... probabilmente faceva più di Berlusconi ed è tutt’ora un grande mito della sinistra», «Sì ma Marilyn Monroe non è diventata ministro», «No, ma è morta in circostanze misteriose». È un dialogo tra Bocchino e Travaglio ad AnnoZero. Ci sono alternative?
«No. Ma per fortuna il mondo non è diviso tra quelli che le ammazzano e quelli che le mettono in cima alle liste elettorali. Questi sono fenomeni degenerativi che non fanno parte della politica. Non è vero che la presenza delle donne in politica abbia una relazione di dipendenza carnale o violenza. La normalità è già una alternativa».
Se un’amante è una donna giovane crede ci sia la possibilità che donne non più giovani possano ricoprire cariche politiche e culturali? E «le donne più belle che intelligenti», come ha detto Berlusconi alla Bindi a Porta a Porta, possono?
«Non vorrei confondere la realtà con la sua degenerazione. La straordinarietà di Berlusconi consiste nel far credere che il mondo sia quello che ha in testa lui, l’avere imposto un modello esclusivo e quasi imperativo. La politica non è il balletto intorno al summit del potere. Molte donne fanno politica nelle Ong o in ambiti culturali».
Ho citato un intervento di Bocchino e uno di Berlusconi perché mi sembrano rappresentativi di un certo modo di discutere, diventato canone di dibattiti. Pensa che appropriandosi delle Hogan, delle cravatte Regimental, degli occhiali fascianti, del tricolore, dell’aggressione verbale, una certa destra stia cercando di costruire un immaginario collettivo che gareggi con i maglioni di cachemire di certa sinistra italiana?
«Anche questa domanda mi lascia perplessa. Presuppone che la sinistra si vesta con cachemire e la destra con i maglioni. Non attribuirei l’eleganza sofisticata alla sinistra e l’ineleganza alla destra, storicamente è stato diverso. A nessuno viene in mente che la sinistra sia il cachemire di Bertinotti e non gli operai dell’Asinara. Sono cliché di un giornalismo che riproduce i cliché del berlusconismo. Personalmente sono allergica a quelli che introducono termini inglesi in politica. I care. Mission. La storpiatura dell’italiano in nome di un’anglofilia che corrisponde a un’americanizzazione sculturale e politica».
Le parole Onore e Ordine sono di destra? E Senso dello Stato? « L’onore dei combattenti, dei martiri della democrazia è di sinistra. La parola Onore è sì stata legata alla Patria e alle peggiori cose che la Patria ha fatto ma la letteratura della Resistenza non parla d’altro che di onore. Per Ordine è diverso, presuppone immobilismo. La sinistra si muove, cambia, rischia. Se con Senso dello stato si intende la responsabilità verso la comunità allora questo concetto è espresso dalla sinistra con la Responsabilità collettiva. Senso dello stato è una espressione di destra perché sottintende qualsiasi stato. Oggi la sinistra pensa lo stato come consolidamento di un compromesso sociale tra interessi sociali diversi, ma ora sono più forti gli interessi che vogliono distruggere lo stato e , la sinistra si schiera a sua difesa. Comunque, che non ci siano parole di destra o di sinistra è sintomo della degenerazione della nostra cultura politica. La sinistra ha smarrito le sue parole e le parole corrispondono a concetti e a fatti».
La gestione della cosa pubblica, della vita dei cittadini così come disegnato dalla Costituzione è compatibile con una gestione di tipo aziendale?
«La costituzione riconosce un diritto d’impresa e subordina l’istinto dell’impresa all’interesse sociale. La nostra costituzione è singolarmente acuta perché prevede uno scontro e cerca di regolarlo».
E in che misura onestà, istruzione, salute, libertà d’informazione, di ricerca della propria felicità e realizzazione possono entrare nel concetto di reddito di impresa? E in quello di Pil?
«Fitoussi ha fatto il Pil della felicità, del benessere. Non basta la quantità di reddito prodotto ci vuole la qualità. Il concetto di Pil verde esiste ma non è facile realizzarlo. Per tornare alla domanda precedente, l’idea dello scontro è scomparsa dalla politica. L’abitudine di Berlusconi è quella di pensare all’Italia come una impresa, ma una collettività non può essere governata tenendo conto solo della produttività. La meschinità di Berlusconi è nella sua cultura». Nell’«Amleto» Polonio invita Laerte a prestare attenzione all’abbigliamento perché «Talvolta l’abito, figlio, fa l’uomo». E il linguaggio, fa l’uomo?
«Il linguaggio è la relazione con l’altro. Il linguaggio, i vestiti danno un’immagine di un uomo che però può essere falsa».
Carlyle in «Sartor Resartus» dice «Gli Abiti ci hanno fatto uomini, adesso minacciano di far di noi degli attaccapanni». Quando si guarda allo specchio sente questa minaccia?
«Se indosso un vestito brutto, non mi piaccio ma non mi sento un attaccapanni. Mi piace vedere gli altri vestiti con gusto, ma ho anche amato e apprezzato persone vestite male». Secondo lei il nome «Partito dell’amore» è stato pensato per avvicinare le donne alla politica?
«Mi pare offensivo che le donne possano trovare più avvenente un partito chiamato partito dell’amore». Che cosa ha significato, in certi anni, essere stata una donna bellissima, comunista e alto borghese?
«Le donne dono state sempre trattate male. Se erano brutte, erano brutte. Se erano belle, dovevano essere stupide. Ci ho messo 50 anni per capire di non dover vivere in clandestinità il mio essere donna. Gli uomini non sopportano le donne intelligenti. Una responsabilità affidata a una donna è una cosa difficilissima da gestire per un uomo. Quasi si leda, per l’appunto, il senso dell’onore».
Corriere Fiorentino del Corriere della Sera 5.10.10
Prosperi, mille pagine di Inquisizione
Domani il grande storico apre la rassegna di Anna Benedetti
di Edoardo Semmola
Elegante, con fare spavaldo, un fazzoletto di batista appuntato sul vestito chiaro. Pietro Carnesecchi si avvia verso il patibolo, parole sue, «vestito da carnevale per il grande disprezzo».
Disprezzo per l’Inquisizione che lo aveva condannato a morte per aver abbracciato, come Michelangelo prima di lui, le teorie di riforma morale della Chiesa di Juan de Valdés. Sono passati appena 20 anni dall’istituzione della Santa Inquisizione Romana e Firenze non ha perso tempo. La prima e più illustre vittima è proprio l’«eretico» Carnesecchi, uno dei maggiori intellettuali del tempo, valdesiano giustiziato nel 1567. Siamo a pagina 312 del Dizionario storico dell’Inquisizione (Edizioni della Normale) del grande storico Adriano Prosperi che domani (ore 17.30 alla Biblioteca delle Oblate) apre la nuova stagione di «Leggere per non dimenticare», la rassegna letteraria di Anna Benedetti.
Quattro volumi, 1084 pagine ricche di voci su personaggi, istituti, processi, teorie, da Dante al 1965, anno della nascita della Congregazione per la Dottrina della Fede. Un enorme lavoro di compilazione che ha avuto dodici anni di gestazione. Una storia europea nella quale Firenze e la Toscana giocano un ruolo importante. A cominciare da Carnesecchi. E proseguendo quasi un secolo dopo quando, racconta il professore, «viene denunciato un gruppo di nobili delle maggiori famiglie: Capponi, Ricasoli, Acciaioli, Anselmi, Grifoni, Cardinali, sorpresi durante una partita a carte a bestemmiare (in caso di mano sfortunata). Tra loro c’è anche Alessandro de’ Medici che fu accusato di urlare: ‘‘Cristo ti desgrado che mi fai perdere…’’». La prosecuzione della frase di Alessandro non è pubblicabile neanche ai giorni nostri. Il caso dell’infausta partita fu però insabbiato e la giustizia romana non riuscì ad avere la meglio «sulla solidarietà di classe tra le famiglie di maggiori potere del granducato — sorride Prosperi — L’incartamento fu insabbiato». In Toscana si contano tre tribunali dell’Inquisizione: «Uno a Firenze, uno Pisa, e uno Siena, poi aprì anche a Volterra. Ma l’archivio di Volterra è tuttora chiuso, si sono sempre rifiutati di aprirlo». Lucca fa storia a sé perché era una città storicamente «piena di eretici, perché calvinisti, e si è sempre opposta all’ipotesi di ospitare l’Inquisizione istituendo però un tribunale sopra la religione che non era ecclesiastico ma secolare. Anche lì furono mandati streghe ed eretici a morte, ma è passato alla storia per essere un tribunale dalla mano molto più morbida degli altri». Firenze è stata però una delle prime città a disfarsi dell’Inquisizione, sull’onda delle idee illuministiche, nel 1782. Ma non fu compito facile per i Lorena che dovettero combattere una dura battaglia politica con Roma. «La polemica tra Firenze e Roma durò a lungo e si concluse con un concordato scaturito dopo alcuni processi clamorosi, i primi contro la massoneria, tra cui quello a Tommaso Crudeli nel 1739. Significativo per avviare questo lento processo fu anche il delicato caso della monaca Francesca Fabroni nel tardo Seicento: condannata dopo morta, disseppellita ( dal chiostro di Santa Croce) e processata, il suo cadavere fu dato alle fiamme».
Il concordato venne stipulato nel 1754 e il Granducato riuscì ad imporre «un modello di giustizia religiosa in stile veneziano: l’unico in cui l’inquisitore ecclesiastico veniva affiancato da tre assistenti laici». Ma sia nel periodo di maggiore efficienza persecutoria, sia nelle fasi di gelo dei rapporti tra Arno e Tevere, «la peculiarità toscana— conclude l’autore— è sempre stata quella di una forte contiguità tra potere laico e potere ecclesiastico, non a caso è dalle grandi famiglie toscane che provengono tanti papi».
Corriere della Sera 5.10.10
Svelato il «punto debole» di Darwin
L’evoluzione non avviene solo all’interno di una specie: lo dimostrano nuovi studi negli Usa su piante e animali Quando una specie si separa, se ne creano di nuove e le diversità accelerano
di Massimo Piattelli Palmarini
Due lavori distinti, ma pubblicati fianco a fianco sulla rivista americana Science, mostrano che esiste un effetto detto «a slavina» (snowballing) quando una specie comincia a separarsi in due specie. Daniel Matute e colleghi all’Università di Chicago lo hanno verificato nel moscerino della frutta, mentre Leonie Moyle (Bloomington, Indiana) e Takuya Nakazato (Memphis, Tennessee) lo hanno verificato nelle solanacee, cui appartengono, per esempio, la patata e il pomodoro.
Nature, Nella teoria di Darwin (a destra in un’immagine giovanile) gli individui riproduttivamente più dotati si distanziano progressivamente dai meno dotati, tutti inizialmente entro la stessa specie. Tesi oggetto di dibattito: su Joseph Milton sostiene che i geni sono «programmati» per produrre specie distinte
L’effetto, quindi, sussiste sia nel regno animale che in quello vegetale. In termini molto semplici, quando interviene nel tempo una incompatibilità riproduttiva in una popolazione di individui precedentemente fertili, il numero di geni tra loro incompatibili cresce in ciascuna molto rapidamente.
Sia l’immagine della slavina che quella del treno senza freni sono state usate proprio in questi giorni. Joseph Milton, in un commento su questa scoperta appena pubblicato sulla rivista britannica Nati inizialmente entro la stessa specie. Romanes faceva notare che esiste, però, anche una distanziazione tra individui ugualmente ben dotati, capaci di riprodursi incrociandosi, ma incapaci di produrre ibridi che possono a loro volta riprodursi. Il caso del cavallo e dell’asino che producono solo muli sterili è il piu noto.
Questa separazione riproduttiva veniva vista da Romanes come precedente alla selezione naturale, che poi avrebbe affinato ciascuna specie. I rami devono separarsi, prima che ciascuno poi cominci ad evolversi. L’esempio di Romanes era quello di una variante in una specie di piante che fiorisce prima delle altre. Può riprodursi solo con altri individui che fioriscono precocemente e sono in una fase ricettiva del polline, ma non con quelli che fioriscono regolarmente. Nel tempo insorgono due specie, o almeno l’inizio di due specie distinte.
Iniziò una lunga diatriba che è ben ricostruita dallo storico della biologia Donald Forsdyke in una nota appena pubblicata su Notes and Records of the Royal Society. Nel frattempo tantissimo è cambiato, si sono scoperti i geni, il dna, l’ibridazione tra i geni e tra i cromosomi, si possono fare confronti tra le sequenze geniche e quindi il problema della sterilità degli ibridi si presenta oggi sotto un volto assai diverso.
L’effetto ora scoperto, ma antecedentemente ipotizzato dal grande evoluzionista americano Theodosius Dobzhansky molti anni addietro, consiste in un’accelerazione rapida delle divergenze genetiche in specie che iniziano a differenziarsi. Matute e colleghi hanno osservato il genoma in tre specie di drosofile (il moscerino della frutta, cavallo di battaglia dei genetisti da molti decenni) che, incrociandosi, producono ibridi sterili. Due di queste specie si sono separate 5 milioni di anni fa, altre due 13 milioni di anni fa. Questi diversi tempi di separazione consentono di applicare un orologio evolutivo e metterlo in relazione con l’accumularsi delle diversità tra i geni. La separazione più antica ha prodotto ben 65 incompatibilità geniche, quella più recente solo dieci. Il ritmo è ben più rapido di quello di una separazione lineare, un ritmo che va come il quadrato del tempo intercorso.
Forse la metafora della slavina è un po’ esagerata, ma certo la rapidità è innegabile. Jerry Coyne, coautore del lavoro con Matute e propugnatore indefesso del ruolo fondamentale della selezione naturale, interpreta questo dato come il risultato, appunto, della selezione naturale.
Geni che si comportano normalmente nelle rispettive specie, interferiscono in modo deleterio dopo che si è formata un’incompatibilità riproduttiva. E lo fanno presto, maledettamente presto, rispetto ai tempi dell’evoluzione delle specie. Secondo questa interpretazione, non solo la selezione naturale è il motore della comparsa di specie nuove, ma è il motore del motore stesso, perche ha privilegiato un meccanismo di rapida separazione riproduttiva, favorendo non una specie o un’altra, ma la formazione di specie nuove in quanto tali. Romanes suggeriva piuttosto «cause intrinseche» e una «variabilità spontanea dell’apparato riproduttivo».
Personalmente, pur ammirando la tecnologia genetica moderna e la brillantezza delle slavine genetiche, mi sento più vicino a Romanes.
Corriere della Sera 5.10.10
Da Mosè al sionismo: una storia «inventata»
Un autore israeliano contesta le affermazioni dei manuali scolastici La religione giudaica si estese a popolazioni delle più diverse etnie Shlomo Sand riscrive l’epopea degli ebrei. Con una sorpresa
di Paolo Mieli
Fin dalla prima infanzia i bambini israeliani vengono a «sapere» che il popolo a cui appartengono esiste dal momento in cui gli fu data la Torah sul Sinai. Quei bambini sono convinti di essere discendenti diretti delle genti che, uscite dall’Egitto, si stanziarono, dopo averla conquistata, nella «terra di Israele», promessa, come tutti «sanno», da Dio per fondarvi lo splendido regno di Davide e Salomone, poi separatosi a formare quelli di Giuda e d’Israele. Crescendo quei bambini apprenderanno che questo popolo, dopo il glorioso periodo monarchico, ha conosciuto l’esilio per ben due volte: una con la distruzione del Primo Tempio nel sesto secolo a.C.; la seconda dopo quella del Secondo Tempio nel 70 d.C. Impareranno poi che il loro popolo, il più antico di tutti, ha errato in esilio per circa duemila anni, nel corso dei quali non si è mai lasciato integrare né assimilare. Che ha raggiunto lo Yemen, il Marocco, la Spagna, la Germania, la Polonia, angoli remoti della Russia riuscendo sempre a mantenere stretti legami di sangue con le comunità più lontane, preservando di conseguenza la propria unicità.
In realtà è molto improbabile che le cose siano andate davvero così. Anzi, Shlomo Sand, storico ebreo, docente all’Università di Tel Aviv, in un libro, L’invenzione del popolo ebraico, di imminente pubblicazione per i tipi di Rizzoli, sostiene che si tratta, appunto, di una «invenzione». Questa storia non sta in piedi, afferma Sand: così come ad esempio non c’è continuità tra gli antichi elleni e i greci di oggi, non c’è una linea diretta che colleghi gli ebrei di duemila anni fa a quelli attuali. Per di più questo racconto non è andato formandosi spontaneamente; «sono stati invece abili manipolatori del passato che dalla seconda metà del XIX secolo, strato dopo strato, hanno elevato questo cumulo di ricordi servendosi soprattutto di frammenti di memoria religiosa ebraica e cristiana, da cui la loro fervida immaginazione ha ricostruito un’ininterrotta genealogia del popolo ebraico».
Quando, nel 2008, il libro di Sand è stato pubblicato in Israele si è scatenata, come era ovvio che fosse, una grande polemica (ne ha dato conto in modo esauriente, su queste pagine, Davide Frattini il 29 marzo di quello stesso anno). Ma molti storici israeliani, primo tra tutti Tom Segev, hanno difeso Sand e il suo libro che — a dispetto delle accuse piovutegli addosso — ha avuto un grande successo di pubblico. Shlomo Sand racconta di essere stato consapevole, allorché si accinse alla stesura di questo testo, dei rischi che correva: «Mi aspettavo di essere accusato dai miei detrattori di non possedere un’adeguata conoscenza della storia ebraica, di non essere in grado di cogliere l’unicità del popolo ebraico, di ignorare ottusamente la sua origine biblica e di negare la sua eterna coesione». Ma, aggiunge, «mi sembrava anche che passare il mio tempo all’Università di Tel Aviv, in mezzo alla sua ampia collezione di volumi e documenti sulla storia ebraica, senza prendermi il tempo di esaminarli, sarebbe stato un affronto alla mia professione». Con una qualche malizia nei confronti degli altri professori del suo stesso ateneo, Sand dice poi che «è sicuramente piacevole viaggiare in Francia e negli Stati Uniti in qualità di affermato docente per raccogliere materiale sulla cultura occidentale, godendosi il potere e la quiete dell’ambiente universitario». Però, aggiunge subito dopo, «come storico che contribuisce a modellare la memoria collettiva della società nella quale vive, sentivo fosse mio dovere dare un contributo diretto a questa impresa tanto delicata».
Dopodiché, sostiene Sand, «sarebbe stato megl i o s e i l volume f osse s t at o r eal i z z at o da un’équipe di ricercatori anziché da uno storico solo». Purtroppo, aggiunge non senza una buona dose di perfidia — ancora una volta — nei confronti dei suoi colleghi, non è stato possibile dal momento che non ha trovato qualcuno che fosse disposto a «collaborare a quest’azione criminosa». Sand è esplicito nel puntare l’indice contro la maggioranza degli storici del suo Paese: «Vorrei sottolineare che quelle a cui ho attinto sono state quasi esclusivamente fonti che erano già state scoperte in precedenza da storiografi sionisti e israeliani»; «quello che più lascia stupiti è che molte delle informazioni utilizzate per questo saggio erano note da sempre in alcuni circoli ristretti di ricercatori, ma finivano invariabilmente per perdersi per strada quando si trattava di renderle note alla pubblica opinione o di innestarle nella memoria trasmessa dal sistema educativo»; «alcuni elementi erano stati trascurati, altri immediatamente nascosti sotto il tappeto degli storiografi e altri ancora "dimenticati" perché non si confacevano alle necessità ideologiche di una identità nazionale in fieri». Conclusione: «Sfortunatamente pochi dei miei colleghi — gli insegnanti di storia in Israele — ritengono loro dovere intraprendere la pericolosa missione pedagogica di denunciare le tradizionali bugie che si dicono sul passato». Quanto a lui: «Non avrei potuto continuare a vivere in Israele», afferma, «se non avessi scritto questo saggio».
Reso omaggio e manifestato il suo debito nei confronti dei grandi studiosi del passato, che hanno dimostrato come sia sempre stato il nazionalismo a generare le nazioni e non viceversa — in particolare Ernest Renan con Che cos’è una nazione? (Donzelli), Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger con L’invenzione della tradizione (Einaudi); Ernest Gellner con Nazioni e nazionalismo (Editori Riuniti) e Marcel Detienne con Essere autoctoni. Come denazionalizzare le storie nazionali (Sansoni) — Sand ricostruisce come quella della continuità del popolo ebraico dai tempi biblici a quelli odierni sia un’«invenzione» molto recente. In principio fu Giuseppe Flavio lo storico ebreo di lingua greca che nel primo secolo dopo Cristo raccontò la Guerra giudaica a cui aveva partecipato e scrisse delle Antichità giudaiche (Utet). Poi per tutto il Medioevo non è attestata nessuna forma di storiografia degli ebrei. Sand nota come trascorsero più di milleseicento anni prima che Jacques Basnage (1653-1725), teologo ugonotto originario della Normandia ma residente a Rotterdam, decidesse di riprendere il racconto della Storia degli ebrei dai tempi di Gesù Cristo ad oggi. Milleseicento anni! Tra l’altro l’opera di Basnage non aveva assolutamente le caratteristiche di uno studio storico nel senso moderno del termine (l’autore non rimandava quasi mai a fonti ebraiche) ed era stata scritta all’evidente scopo di screditare la Chiesa cattolica. L’autore non delineava alcuna continuità tra gli antichi israeliti e le comunità ebraiche a lui coeve, si limitava a descriverne le persecuzioni qui e là nel corso del Medioevo, per sostenere che la colpa di quelle vessazioni era riconducibile per intero alla corrotta istituzione del papato. E che solo la Riforma protestante avrebbe potuto condurre gli israeliti alla salvezza (che — detto per inciso — doveva coincidere con la loro conversione al cristianesimo). Poi trascorse quasi un altro secolo perché lo storico ebreo tedesco Isaak Markus Jost (1793-1860) scrivesse una seconda storia degli ebrei che, malgrado le critiche da lui stesso mosse a Basnage, conservava lo stesso impianto del lavoro dello scrittore protestante. Il primo accenno esplicito a una continuità tra gli ebrei della Bibbia e quelli di tremila anni dopo si trovò solo nel saggio Roma e Gerusalemme (1862)
Corriere della Sera 5.10.10
«La nuova legge non aiuta i librai»
di Armando Torno
Parte da Napoli un appello-denuncia. «Salvate la cultura, copiate Francia e Germania»
Mario Guida: «Viviamo grazie alla scolastica, che presto finirà sul web»
Incontriamo il libraio ed editore Mario Guida nel suo celebre negozio di via Port’Alba a Napoli. Il luogo, fatto più unico che raro, è stato dichiarato monumento storico nel 1983. Tra queste pareti, accanto alle quali vi sono tracce greche e romane della città partenopea, c’è il cuore del titolare ma pulsa anche l’energia di un’attività unica al Sud: 76 dipendenti, quattro negozi (due a Napoli, uno ad Avellino e uno a Caserta) e sette in franchising, da Ariano Irpino a Sora (Frosinone). Sono i giorni dei testi scolastici e l’afflusso è talmente alto che si «deve prendere il numero», come raccomanda un commesso. Le chiusure continue delle librerie non legate a catene sembrano fatti lontani, anche se alla fine di luglio ha abbassato definitivamente la saracinesca a Roma l’ultimo Remainders’ e così ha fatto, qui a Napoli, il Pavone Nero, che fu la prima con i tavolini. Ma l’elenco delle defunte negli ultimi tempi è allarmante: non ci sono più, per esempio, la Lef di Firenze (cara a don Milani), la Gremese di Roma, la Pergamena di Oristano, la Hobelix di Messina, la Sapienza di Viterbo, la Capriotti di Como, la Scolastica di Teramo, un numero imprecisato a Milano, dove quella di Porta Romana è stata sostituita da una banca e in Galleria siamo a meno tre in poco più di un lustro. Da Napoli giunge un allarme. Cosa sta succedendo dottor Guida? «Qualcosa di molto semplice: ci sono sei gruppi editoriali che hanno acquistato il 100% delle case editrici storiche italiane e controllano l’80% dell’informazione. Hanno creato catene di librerie, organizzato la grande distribuzione e infine messo a punto l’invasione dei supermercati con la loro produzione, con diritti di resa e sconti molto alti». Intende dire che... «Mi dicono che sia il 50% lo sconto possibile tra loro, ma forse vale di più se si tiene conto della possibilità di scambiare i titoli tra un gruppo e l’altro». E voi? «Per sopravvivere siamo costretti a vendere i testi scolastici. Ma, nonostante la gente che ha visto in negozio, facciamo sempre più fatica». Perché? «Da tre anni a questa parte la produzione per la scuola dipendente dai grandi gruppi ha ridotto ulteriormente lo sconto. Siamo al 17/18% per i libri adottati nelle superiori e al 16% per le elementari. Inoltre...». Inoltre? «Il debito che si crea con gli editori scolastici va onorato in tempi sempre più stretti. E le percentuali che ho ricordato sono da valutare con molta attenzione. Ogni Comune emette dei buoni-libro per aiutare le famiglie. In Campania, ma non deve essere molto diverso altrove, questi vengono incassati un anno dopo. E per il 2010 a Napoli non è ancora stata deliberata la cifra per mancanza di soldi e per i tagli che in Italia sono ormai consuetudine annuale». C’è ancora un mercato che... «I ragazzi non mancano, almeno sino a quando — secondo le direttive che il ministero va ripetendo e sollecitando — scaricheranno direttamente da Internet i testi scolastici. A quel punto sarà il collasso e moriranno le librerie indipendenti».
Non le sembra di essere un po’ pessimista?
«No, sono realista. Senza la scolastica non si può andare avanti. Se catene e supermercati hanno sconti privilegiati, noi ne abbiamo quasi la metà. Con la varia siamo al 28%». Cosa prevede? «Passato questo 2010, nel quale ancora una volta si alimentano ad arte le discussioni sui costi dei libri, si dovrebbe arrivare — secondo le disposizioni del ministero — alla scomparsa del cambio dei testi. Dopo di che ci saranno due, al massimo tre anni di vita. E con la nostra chiusura morirà anche molta cultura. Qui, a Port’Alba, hanno presentato i loro libri e discusso con il pubblico Pasolini e Montanelli, Moravia e Spadolini, La Capria ed Eco; insomma i lettori hanno conosciuto direttamente idee ed emozioni degli autori. Guardi quella foto: c’è Allen Ginsberg con la Nanda Pivano, in quell’altra c’è Kerouac, Andy Warhol ha fatto qui una sua prima mostra...». Cosa si può fare? «Dobbiamo copiare — ripeto copiare — la legge francese o tedesca sull’editoria. Quella italiana che sta per essere approvata non va assolutamente bene. E ricordarsi che lo sconto ammazza il libro, il quale è ancora il veicolo privilegiato per trasmettere e diffondere idee. Comperare su Internet è altra cosa, così come in un supermercato. La libreria è anche un ritrovo per consultare, per scambiare opinioni, per avere o per offrire un suggerimento, per scoprire titoli, autori. È civiltà, non vendita all’ingrosso». Le istituzioni? «Sia gentile, mi faccia un’altra domanda. Nessun aiuto con l’affitto, nessun aiuto per salvare la qualità in un momento in cui ogni figurante televisivo può pubblicare la sua fesseria (che strozza la nostra credibilità), nessuna... L’elenco è lungo. Ma quando chiuderemo si conoscerà tutto. Salvare le librerie è ormai un atto umanitario».
Repubblica 5.10.10
L’amore in 41 modi l'ultima rivoluzione del sesso in America
Crescono contraccezione e rapporti "alternativi"
di Angelo Aquaro
NEW YORK - Se la felicità è un diritto, come recita la Dichiarazione di Indipendenza, da oggi gli americani hanno 41 nuovi modi per trovarla. Quantomeno a letto. C'è poco da scandalizzarsi: a sessant'anni dal Rapporto Kinsey che fece arrossire l'America, gli Stati Uniti che si dividono tra Barack Obama e Sarah Palin, obiettivamente due bellezze, si scoprono un paese sessualmente più felice, quantomeno più liberato e con meno tabù.
D'accordo: i 41 gradini andrebbero divisi per cinque, visto che si tratta più che altro di variazioni sul tema. Nell'ordine, e scusate l'anatomica oggettività dell'Università dell'Indiana: penevagina, automasturbazione, masturbazione del partner, sesso orale e sesso anale. Ma l'ennesima frontiera conquistata da questo grande paese indica che qualcosa, anzi molto, è cambiato dall'ultimo rapporto, il National Health Survey del 1994: l'omosessualità non è più tabù, i ragazzi scoprono il sesso su Internet e "Sex and the City" è ormai un classico. Dice patriotticamente il dottor Jennis D. Fortenberry, tra i firmatari dello studio: «A meno che, come Al Qaeda, crediate che ci sia qualcosa di anormale nella gente d'America, quello che rivelano questi dati è proprio questo: tutto quello che c'è qui dentro è normale». Quindi anche quel record di crescita, l'unico in anni di recessione, difficilmente eguagliabile: il raddoppio dei rapporti anali. Certo, a spulciare meglio si scopre che il sogno americano poi si scioglie in quel gap uomodonna che dall'occupazione allo stipendio (le signore guadagnano 81 centesimi ogni dollaro guadagnato dai signori) si riverbera in camera da letto. La maggioranza dei maschietti continua a inseguire l'orgasmo con l'accoppiamento classico- la posizione del missionario fra l'altro qui introdotta dai conquistadores - mentre alle femminucce, spiega la dottoressa Debra Herbenick, piace sperimentare di più: a partire dal sesso orale.
Quello che però più avvicina gli americani al resto dell'umanità è la diversa percezione dell'orgasmo, come del resto già insegnava, vent'anni fa, "Harry ti presento Sally". Malgrado i 41 giochini, le donne fanno più fatica. E se l'85 per cento degli uomini giurano di aver fatto provare alla propria partner l'orgasmo, il 64 per cento delle compagne li sbugiardano. Non solo. Le donne sopra i cinquant'anni ammettono di provare l'orgasmo più facilmente con un partner occasionale che con il loro compagno.
La rivoluzione stravolge anche i confini dei sessi. Il 7 per cento delle donne e l'8 per cento degli uomini si dichiarano apertamente gay. Ma rispettivamente il 14 e il 13 per cento, cioè praticamente il doppio, confessa di aver avuto almeno un rapporto con un partner dello stesso sesso, preferibilmente orale. E il boom del sesso anale? Nel paese dei puritani, in cui appena sette anni fa dovette intervenire la Corte Suprema per annullare le leggi che vietavano la sodomia ancora in vigore in 32 stati, questo è il tipo di rapporto che negli ultimi vent'anni è cresciuto di più: dal 20 al 40 per cento.
Ma proprio la scoperta più chiacchierata non deve oscurare la conclusione più incoraggiante dello studio: la presa di coscienza delle generazioni più giovani.
Anni di campagne e sensibilizzazione hanno portato al boom del condom tra i ragazzi, che ormai associano la prima esperienza sessuale al concetto di protezione: ben il 79 per cento dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni fanno uso del condom, contro il 25 per cento degli adulti. Che, si spera, lo usano meno solo perché i 41 gradini della felicità li scalano in famiglia.
Repubblica 25.1.10
Piccoli sogni crescono assenti nei bimbi si formano con l´età
Scoperta in Usa: la vera attività onirica inizia a 5 anni
Solo nel 20% dei piccoli il sonno è animato da qualche scena. Quasi mai d´azione. Le prime storie interessanti arrivano dopo
di Elena Dusi
ROMA - Anche a sognare si impara. Le trame piene di azioni ed emozioni non sono affare da bambini ma si costruiscono solo crescendo. Nonostante quel che si immagina osservando le smorfie o i movimenti del corpo, le notti dei piccoli sono calme e placide come specchi d´acqua senza vento. E ai genitori svegliati da pianti o resoconti di incubi i neuroscienziati spiegano che non dal sonno quelle paure scaturiscono, ma da stati incompleti di veglia in cui i piccoli si ritrovano confusi e disorientati.
Allo sviluppo dell´attività onirica nei bambini dedicano un capitolo Giulio Tononi e Yuval Nir, del dipartimento di psichiatria dell´università del Wisconsin a Madison, in uno studio più generale sulla natura dei sogni pubblicato dalla rivista Trends in cognitive sciences. Prima di elaborare scene ricche di movimenti, colori, interazioni ed emozioni, secondo i ricercatori, un bambino deve aver sviluppato le proprie capacità cognitive e arricchito la propria immaginazione. E questo avverrebbe attorno ai 7 anni di età.
Il pioniere degli studi sui sogni nell´infanzia fu lo psicologo americano David Foulkes che con infinita pazienza passò gli anni ´80 e ´90 a svegliare bimbi in piena notte nel suo laboratorio per farsi raccontare tra uno stropicciamento di occhi e un mugugno cosa stavano sognando. Fu lui il primo a stupirsi del fatto che, mentre gli adulti hanno quasi sempre una scena bizzarra da ricordare se svegliati durante la fase Rem (quella in cui si concentra l´attività onirica), solo il 20 per cento dei bambini riferiva di aver avuto un sogno in corso fino a un attimo prima.
«La natura statica dei sogni prima dell´età scolare - scrivono Tononi e Nir - si accorda con la difficoltà di pensare gli oggetti durante le rotazioni o le trasformazioni in genere» e con «lo sviluppo incompleto della facoltà di immaginazione, in particolare di quella visuale e spaziale». La mancanza di un vocabolario adatto a descrivere la bizzarria dei sogni o la scarsa voglia di collaborare con quel signore col camice bianco che li ha svegliati sul più bello del riposo non bastano a spiegare, secondo i ricercatori di Madison, perché i più piccoli non abbiano quasi mai sogni da raccontare.
I sogni piuttosto crescono insieme ai bambini. Fino a 5 anni le scene sono fisse e i protagonisti immobili. Nel sogno appare magari un animale, o si ha desiderio di mangiare. Le emozioni sono assenti, come pure le interazioni fra i personaggi. I ricordi delle giornate trascorse non bussano alle porte della notte e i bambini non riferiscono mai scene di aggressione, situazioni spiacevoli, paura o altre emozioni.
È a partire dai 5 anni che i sogni cominciano ad avere una trama, ancora molto banale. I protagonisti si muovono e scambiano qualche parola. Ma la frequenza degli episodi onirici è ancora bassa, lontana da quell´80-90 per cento registrata negli adulti svegliati durante il sonno Rem, anche fra coloro che sono convinti di non sognare mai semplicemente perché al mattino la memoria ha perso ogni traccia della movimentata vita notturna del cervello.
L´incapacità dei bambini di sognare scene complesse fa pensare a Tononi e Nir che neanche gli animali sappiano elaborare trame di caccia, corsa o avventurosi salti fra gli alberi. E che la loro attività onirica si limiti piuttosto a scene semplici e prive di azione. Nelle persone che hanno perso la vista invece (purché questo sia avvenuto dopo i 5-7 anni di età) le immagini e gli oggetti registrati durante l´infanzia tornano per tutte le notti della vita a riproporsi nella corteccia visiva, come se gli occhi non avessero perso la loro funzione.
I piccoli sognatori cominciano ad avere storie interessanti da raccontare a partire dai 7 anni. Ecco allora affacciarsi le emozioni nelle loro notti. I bambini in sogno si ritrovano a pensare, provano gioie o paure. Rivivono episodi avvenuti durante la giornata o ripescati dalla memoria autobiografica. E diventano finalmente protagonisti di trame sempre più colorate, complicate e - come in ogni sogno che si rispetti - bizzarre e divertentissime da raccontare.
Repubblica 25.1.10
Giulio Tononi, neuroscienziato dell´Università del Wisconsin
"Di notte il film d´un regista maldestro che ci saccheggia il fondo del cervello"
La corteccia cerebrale "suggerisce" un tema, per esempio la paura, e lì parte un’elaborazione piuttosto disorganizzata
di e. d.
ROMA - Dai tempi di Aristotele l´uomo scrive e si interroga sulla natura dei sogni. E per Giulio Tononi, neuroscienziato dell´università del Wisconsin, oggi disponiamo dei mezzi tecnici per svelare molti dei suoi misteri. «Mi occupo di sonno e di studi sulla coscienza» spiega. «E il sogno si trova esattamente all´incrocio fra questi due mondi».
Qual è il nesso fra sonno e coscienza?
«Prendiamo la fase del sonno a onde lente all´inizio della notte. Se qualcuno ci sveglia non abbiamo nulla da dire, da ricordare. Non c´eravamo, avevamo perso coscienza. Durante l´attività onirica invece, tipica ma non esclusiva del sonno Rem, il cervello genera un intero universo di esperienze coscienti. E tutto questo pur essendo disconnesso dalla realtà esterna».
Il cervello non risponde agli stimoli ma la coscienza funziona.
«Esatto, e ancora non sappiamo perché e in che modo questo avvenga. Abbiamo sperimentato che mantenendo le palpebre aperte in una persona che dorme e proiettando un film, le immagini vengono percepite dagli occhi e sono trasportate dai nervi ottici fino alla corteccia cerebrale. Ma lì si bloccano. Perché? Quale interruttore entra in funzione? È uno dei misteri più affascinanti del sonno, e speriamo di potervi rispondere presto».
L´altra domanda che affrontate è quale sia la sorgente dei sogni.
«Esistono due idee generali. La prima è che dalla parte profonda del cervello partano degli stimoli sensoriali piuttosto disordinati verso la corteccia, e che questa faccia il possibile per dare un´interpretazione a questi segnali. La seconda ipotesi, per la quale io propendo e che nasce dalle teorie di Freud, prevede che sia la corteccia a "suggerire" un tema che le sta molto a cuore. La paura, per esempio. E da lì un regista piuttosto disorganizzato cerchi di mettere insieme un film con gli elementi più disparati presi dalle aree profonde del cervello».