l’Unità 3.6.10
«Mi minacciano vogliono zittirmi. Ma non ho paura»
Hanin Zuabi, parlamentare araba nella Knesset, insultata in aula dalla collega Miri Reghev, del Likud: «Vai via Traditrice, sei il cavallo di Troia dei terroristi»
di U. D. G.
Provano a zittirci. Ci gridano traditori. Ci considerano dei cittadini-paria, ma non riusciranno a chiuderci la bocca. Continueremo a protestare contro lo scempio perpetrato a Gaza e non ci faremo intimidire dai razzisti che stanno nel Governo». È un torrente in piena, Hanin Zuabi, parlamentare del partito nazionalista arabo Balad. La incontriamo poche ore dopo essere stata aggredita verbalmente alla Knesset da Miri Reghev, parlamentare del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu.
Per gli oltranzisti israeliani Zuabi è «colpevole» di aver partecipato alla spedizione della Freedom Flotilla e di aver poi descritto come brutale
il blitz delle forze speciali. «Vattene a Gaza, traditrice!», le ha urlato contro Reghev incrociandola. «Hanin Zoabi ha quindi tuonato in aula si è resa responsabile di un doppio delitto: si è unita a terroristi e ha commesso un crimine morale contro lo Stato d’Israele». «Va punita sentenzia la parlamentare del Likud non vogliamo cavalli di Troia dentro la Knesset».
«Sono orgogliosa di ciò che ho fatto dice Hanin Zuppi a l’Unità come cittadina israeliana e come persona che combatte per una pace giusta, tra pari, con i palestinesi. Sono altri, quelli che hanno esaltato l’assalto contro la nave turca, che dovrebbero vergognarsi».
La voce di Hanin Zuppi si fa flebile, il suo sguardo si vela di lacrime quando torna a quei drammatici momenti vissuti in prima persona. Lei, durante il blitz dei commando della Marina israeliana, si trovava al secondo piano della nave. Non ha visto alcun atto di violenza da parte dei passeggeri contro i militari israeliani. «Ho visto racconta persone innocenti uccise dai soldati. Ho visto feriti gravi abbandonati per ore, senza soccorsi. Quando i militari uccidono, possono anche aspettarsi una reazione delle loro vittime».
Per avere denunciato tutto questo, Hanin Zuppi è entrata nel mirino della destra internazionalista. «Ho ricevuto minacce di morte rivela a l’Unità se pensano di zittiremo si sono sbagliati di grosso. Quello che mi spaventa è pensare che il futuro d’Israele e della pace sia nelle mani di questi fanatici».
Gli arabi israeliani rappresentano oltre il 20% della popolazione d’Israele (più di un milione di persone), ma c’è chi considera questa presenza «ingombrante». Di più: un pericolo per la sicurezza d’Israele e per la sua «purezza ebraica». «Non mi meravigliano gli insulti della Reggeva afferma Zuppi lei non fa che ripetere quello che molti dei suoi amici di partito, anche nel Governo, pensano ma non hanno il coraggio di dire pubblicamente». Quel «coraggio» che non manca al ministro degli Esteri, il super falco: Avigdor Lieberman: «Per lui annota Hanin Zuppi siamo più pericolosi di Aames... Voleva imporre per legge che giurassimo fedeltà a Israele come Stato ebraico e sionista... L’Israele di cui ci sentiamo parte non ha nulla a che spartire con quello propugnato da questi razzisti. Loro vogliono solo ghettizzerai, sognano di cacciarci dalle nostre città».
Repubblica 3.6.10
I limiti delle armi
di Amos Oz
PER 2.000 anni gli ebrei hanno conosciuto la forza della forza solo sotto forma di frustate ricevute sulla schiena.
L´analisi dello scrittore ebraico: "Per battere Hamas bisogna fare l´accordo con i palestinesi"
Dalla guerra dei sei giorni del 1967 la potenza militare è diventata una fissazione per Israele, un mantra
Nessuna idea è mai stata sconfitta con l´assedio e i bombardamenti Nessuna idea si spiana con i cingoli dei carri armati
Da vari decenni abbiamo noi il potere di usare la forza. Ma è un potere che a lungo andare ci ha inebriato. A lungo andare immaginiamo di poter risolvere qualunque problema cui andiamo incontro usando la forza. A chi ha in mano un martello, dice il proverbio, ogni problema sembra un chiodo.
Prima che venisse fondato lo stato di Israele vasta parte della popolazione ebrea in Palestina non capiva che la forza ha dei limiti e pensava di poterla usare per realizzare qualunque obiettivo. Fortunatamente nei primi anni di Israele leader come David Ben-Gurion e Levi Eshkol compresero molto bene i limiti della forza e furono attenti a non superarli. Ma dalla guerra dei sei giorni del 1967 la forza militare è diventata una fissazione per Israele, un mantra: dove non si riesce con la forza si riesce con più forza.
L´assedio israeliano alla striscia di Gaza è una delle conseguenze negative di questo modo di pensare. Nasce dal falso presupposto che Hamas possa essere sconfitta con la forza delle armi, o in senso più lato, che la questione palestinese possa essere stroncata invece di risolverla.
Ma Hamas non è solo un´organizzazione terroristica. Hamas è un´idea. Un´idea disperata e fanatica nata dalla desolazione e dalla frustrazione di molti palestinesi. Nessuna idea è mai stata sconfitta con la forza - né con l´assedio, i bombardamenti, i commando della marina. Nessuna idea si spiana con i cingoli dei carrarmati. Per sconfiggere un´idea bisogna proporre un´idea migliore, più accattivante, più accettabile. L´unico modo che Israele ha per vincere su Hamas è stringere rapidamente un accordo con i palestinesi sull´istituzione di uno stato indipendente in Cisgiordania e nella striscia di Gaza in base ai confini stabiliti nel 1967, con capitale a Gerusalemme est. Israele deve firmare un accordo di pace con Mahmoud Abbas e il suo governo e ridurre così il conflitto israelo-palestinese ad un conflitto tra Israele e la striscia di Gaza. Quest´ultimo conflitto può essere risolto, infine, solo negoziando con Hamas o, cosa più ragionevole, tramite l´integrazione del movimento di Abbas, Fatah, con Hamas. Israele può sequestrare altre cento navi dirette a Gaza, inviare altre cento volte truppe di occupazione nella striscia, dispiegare a oltranza le sue forze militari, di polizia e i servizi segreti , ma non riuscirà a risolvere il problema. Il problema è che noi israeliani non siamo soli in questa terra e che i palestinesi non sono soli in questa terra. Noi israeliani non siamo soli a Gerusalemme e i palestinesi non sono soli a Gerusalemme. Fino a quando noi, israeliani e palestinesi, non accetteremo le conseguenze logiche di questo semplice dato di fatto, vivremo in perenne stato d´assedio-Gaza sotto l´assedio di Israele e Israele sotto l´assedio internazionale e arabo.
Non sottovaluto l´importanza della forza. La forza militare è vitale per Israele. Senza non potremmo sopravvivere un solo giorno. Guai al paese che sottovaluti l´efficacia della forza. Ma non possiamo permetterci di dimenticare neppure per un momento che la forza serve solo come misura di prevenzione - per impedire che Israele venga distrutto e conquistato, per proteggere le nostre vite e la nostra libertà. Qualunque iniziativa che preveda un uso della forza non come mezzo di prevenzione, di autodifesa, ma per stroncare i problemi e soffocare le idee, condurrà a nuovi disastri, come quello che ci siamo cercati in acque internazionali, in alto mare, di fronte alle rive di Gaza.
Repubblica 3.6.10
Una manovra, due Italie
di Salvatore Settis
Il testo finale della manovra di governo per la stabilizzazione finanziaria ha rinunciato a espropriare il ministero dei Beni culturali della competenza sui tagli agli istituti culturali, e ne ha ridotto la portata. Buone notizie? Certo. Ma, lo ha detto Mario Draghi nella sua importante relazione alla Banca d´Italia, «la correzione dei conti pubblici va accompagnata con il rilancio della crescita», e su questo punto capitale il decreto-legge Tremonti offre ben poco. La relazione Draghi martella cifre non eludibili: nel biennio 2008-09 il Pil è calato di 6 punti e mezzo, la metà della crescita dei 10 anni precedenti; calano redditi, consumi, esportazioni. Cresce la disoccupazione dei giovani, calano i salari iniziali, crollano le nuove assunzioni, quasi sempre precarie, e «la stagnazione distrugge capitale umano, soprattutto tra i giovani». A fronte di una situazione tanto drammatica, scrive Draghi, i tagli del governo «si concentrano sui costi di funzionamento delle amministrazioni pubbliche», e ciò proprio quando è necessario «aumentare la produttività della pubblica amministrazione». Secondo il presidente del Consiglio, le dichiarazioni del Governatore sono in piena sintonia con la manovra del Tesoro: ma questo embrassons-nous tanto ottimista non può esser preso sul serio.
La relazione Draghi contiene passaggi assai duri e severi, che danno dell´Italia un´istantanea assai più fedele di quella del governo. Nella situazione presente, «i costi dell´evasione fiscale e della corruzione divengono ancor più insopportabili». In particolare, ricorda Draghi, il 30% della base imponibile dell´Iva viene regolarmente evaso, per oltre 30 miliardi di euro l´anno, cifra che sale vertiginosamente (oltre i 100 miliardi) se si aggiunge l´evasione di altre imposte, come Irpef o Irap. Se tutti pagassero le tasse, non ci sarebbe alcun bisogno di manovre come quella che l´Italia dovrà ora subire. «L´evasione fiscale è un freno alla crescita perché richiede tasse più elevate per chi le paga e riduce le risorse alle politiche sociali». È la «macelleria sociale» di cui Draghi ha parlato commentando a braccio il proprio testo scritto: il taglio di oltre un miliardo e mezzo nel biennio al Servizio Sanitario Nazionale è un pezzo, e non il solo, di questa "macelleria".
Fra le vittime della "macelleria sociale" che affligge il Paese, non dimentichiamo il paesaggio, prezioso bene comune che la "manovra" e altre leggi di questa stagione consegnano al saccheggio indiscriminato di speculatori d´ogni sorta, cancellando il Codice dei Beni culturali con norme incostituzionali sul silenzio-assenso, rimaste tali e quali nella versione finale del decreto (si vedano i dati su Repubblica del 31 maggio). Non dimentichiamo le nostre città in preda a una frenesia costruttiva che non riflette i bisogni di una crescita demografica che non c´è, ma un "investire nel mattone" che vede in prima fila mafie e riciclatori di denaro sporco: cioè i protagonisti di quelle «relazioni corruttive tra soggetti privati e amministrazioni pubbliche, favorite dalla criminalità organizzata» di cui parla Draghi. Non dimentichiamo infine il Mezzogiorno, che la manovra del governo (art. 43) consegna legato mani e piedi alla condizione derogatoria di «zona a burocrazia zero» dove non esiste più la pubblica amministrazione, e «i provvedimenti amministrativi di qualsiasi natura ed oggetto avviati su istanza di parte» con riferimento a qualsivoglia «iniziativa produttiva» vengono decise ad arbitrio di un Commissario di governo (e non più dei prefetti, come nella bozza di pochi giorni fa). Sarà questo il modo di combattere la camorra e la ‘ndrangheta? E se i 15 miliardi di tagli (nel biennio) a Regioni ed Enti locali sono fatti «ai fini della tutela dell´unità economica della Repubblica» (art 14), come mai la «burocrazia zero» riguarda solo metà dell´Italia? Saranno i Commissari di Governo a risolvere l´annosa questione meridionale imbavagliando le procedure di legge dell´amministrazione ordinaria?
Nella manovra Tremonti e nella relazione Draghi si fronteggiano due Italie ben diverse. L´una e l´altra vogliono, a ragione, la correzione dei conti pubblici. Ma l´Italia di Draghi individua lo strumento primario nella lotta all´evasione e alla corruzione, l´Italia di Tremonti preferisce l´olocausto della pubblica amministrazione (additata al ludibrio come "burocrazia"), il taglio delle risorse a Regioni ed enti locali che possono rimediarvi svendendo il territorio, la promozione di condoni edilizi ed altre misure derogatorie. L´Italia di Draghi richiede «che l´Unità si celebri progettandone il rafforzamento e garantendone la vitalità», quella di Tremonti mette l´austerità e il sacrificio di tutti al servizio di un federalismo spendaccione e del separatismo leghista. L´Italia più competitiva che il Governatore della Banca d´Italia ha disegnato richiede una pubblica amministrazione più efficiente, rinsanguata da nuove assunzioni di giovani scelti per competenza e per merito. Richiede la lotta senza quartiere alle mafie e ai loro complici, agli evasori e a chi vi cerca serbatoi elettorali. Richiede di capovolgere la "macelleria sociale" mediante una politica di investimenti sulle nuove generazioni, sulla scuola, l´università e la ricerca. Pretende di non limitarsi a quello che Keynes chiamava «l´incubo del contabile», di mettere sì a posto i conti (partendo dalla lotta all´evasione e alla corruzione e non borseggiando i cittadini), ma con in mente un progetto per un Paese migliore
l’Unità 3.6.10
Don Cantini e gli altri:
l’elenco della vergogna che fa tremare la Chiesa
L’associazione delle vittime conta 130 episodi, la Cei un centinaio: ma la lista considera solo i casi accertati e perseguiti, tanti non fanno neppure denuncia
di Roberto Monteforte
Lo scorso 12 aprile un sacerdote di origini indiane che operava nella diocesi di Teramo è stato arrestato per violenza su di una bambina di 12 anni. I fatti sono accaduti il Natale scorso. Per la rapidità delle indagini è stata essenziale la piena collaborazione con gli inquirenti assicurata dal vescovo della città, monsignor Michele Seccia.
Sono i primi effetti della linea “verità ad ogni costo” indicata da Papa Benedetto XVI nella sua lettera ai cattolici d’Irlanda. Si è chiuso uno dei tanti casi di pedofilia nella Chiesa. Dovrebbero essere circa 130 i casi registrati in Italia, compresi quelli ancora da accertare. È il dato fornito dagli avvocati dell’associazione “Caramella buona”. Il dato ufficiale fornito dal segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata e confermato dal presidente, cardinale Angelo Bagnasco è di cento casi negli ultimi dieci anni giunti all’esame del tribunale canonico. Non si sa però quale sia stato l’esito di questi procedimenti. Il numero è significativo ma accertare l’entità del fenomeno pedofilia nella Chiesa in Italia non è semplice. La realtà è fluida. Vi sono le denunce e i processi all’esame della magistratura ordinaria: i proscioglimenti, i patteggiamenti, i ricorsi in gradi superiore di giudizio. Ma questo crimine odioso lascia il segno nel profondo e non sempre le vittime hanno il coraggio di affrontare un processo. Dicono gli psicologi che hanno bisogno di un lungo periodo per affrontare il trauma subito e poterlo denunciare. Per questo qualsiasi dato numerico molto probabilmente rappresenta solo la punta di un’iceberg di dolore. Quel “Non si arriva alle cento unità su circa 70 mila tra sacerdoti e religiosi” può sino ad un certo punto rassicurare le tante famiglie italiane che affidano i loro figli alle strutture ecclesiastiche. Malgrado la testimonianza di rigore, abnegazione e servizio reso della stragrande maggioranza dei sacerdoti, il dubbio e l’incertezza hanno finito per insinuarsi.
Se sino ad oggi ha prevalso la difesa del “buon nome” dell’istituzione da proteggere dagli scandali e quindi del sacerdote “paternamente protetto” dal suo vescovo, ora è finalmente la condizione della vittima a dover essere per prima considerata. Questo vuole dire che vescovi e “superiori” di religiosi che vengono a conoscenza di abusi sessuali compiuti su minori, anche se non hanno l’obbligo della denuncia, sono tenuti a garantire la massima collaborazione con gli inquirenti, e ad aiutare le vittime e gli stessi autori dei misfatti a sporgere denuncia alle autorità civili. L’invito è anche a riconsiderare comportamenti concreti dei responsabili delle diocesi, sottovalutazioni se non addirittura vere e proprie coperture dei preti “molestatori” spostati in parrocchie dove non erano conosciuti e dove sono tornati a commettere i loro abusi. Vi sono pure stati sacerdoti sotto denuncia “invitati” a ritirarsi in convento. Vi sono case religiose e monasteri per questo, come le strutture di Trento, Padova e di Roma gestite dai Padri Venturini, impegnati al recupero e al sostegno dei sacerdoti in «difficoltà» anche psicologica.
Dal dossier dalle associazioni di scarsa collaborazione con le procure da parte delle diocesi. Ne è testimone diretto e autorevole il magistrato «antipedofilia» Pietro Furno. Nei giorni scorsi ha confermato la denuncia resa già nel luglio 2002 al mensile del Paolini «Jesus». Niente sembra essere cambiato in questi otto anni. «È come la copertura che si registra nelle famiglie incestuose» aveva osservato. Nessuna denuncia, solo spostamenti: è il pericolo che si diffonde.
Che le cose non stiano così lo attestano le cause in corso contro il clero che ha abusato. Con una novità, sulla scia di quanto è accaduto in modo clamoroso negli Usa e in Irlanda , in Germania e in Austria, gli avvocati degli “abusati”, iniziano a porre in modo esplicito il problema del “favoreggiamento” di vescovi e superiori di religiosi che pur sapendo o messi nelle condizioni di sapere, poco hanno fatto per impedire la prosecuzione degli abusi. E’ stato esplicito l’avvocato Marazzita, legale dell’associazione «Caramella buona» che difende i giovani che hanno subito abusi da parte dell’ex parroco di Selva Candida don Ruggero Conti: ha annunciato l’ipotesi di incriminazione nei confronti di monsignor Gino Reali, vescovo di Porto Santa Rufina. È da lui che don Ruggero dipendeva. Il vescovo l’avrebbe «coperto» non prestando grande ascolto alle denuncie. Evasive le sue risposte ai magistrati. Ma questo non è l’unico caso di gerarchie ecclesiastiche chiamate a rispondere. L’avvocato delle vittime di don Marco Agostini, religioso della Congregazione degli Oblati di san Francesco di Sales, ex parroco a Torvajanica e a Pomezia accusato di abusi dal 1993 al 2002, condannato e poi morto suicida, hanno chiamato in causa l’attuale cardinal-vicario alla diocesi di Roma, Agostino Vallini allora vescovo di Albano.
Vi è anche la causa contro la curia di Napoli, per la copertura data a padre Giovanni, accusato di abusi verso minori nel 1999. L’arcivescovo della città era il cardinale Michele Giordano. Lo ha semplicemente spostato di parrocchia, malgrado vi fosse una relazione di specialisti e psichiatri che evidenziavano il rischio che il religioso continuasse a commettere abusi su minori. Non è stato ascoltato l’invito a tenerlo lontano dai bambini. Nel 2002, quando alla guida della curia vi era il cardinale Sepe, è stato nominato cappellano di un ospedale cittadino, con reparto pediatrico...
Ma c’è addirittura il caso del vescovo che arriva a chiedere 200 mila euro di risarcimento per danni alla vittima di abusi, perché la sua denuncia, troppo eclatante e pubblicizzata, avrebbe danneggiato l’immagine della diocesi. Diocesi di Agrigento nel 2000 retta da monsignor Carmelo Ferraro. L’ormai maggiorenne Marco Marchese denuncia di aver subito attenzioni particolari e violenze quando dodicenne frequentava il seminario minore di Favara. Fa il nome del “molestatore”: don Bruno Puleo. Non viene creduto. Il religioso viene condannato e patteggerà la pena. Nel 2006 Marchese avanza la richiesta di risarcimento simbolico verso chi, ignorando le denunce, avrebbe consentito che le molestie continuassero su altri minori. Per risposta la curia della Valle dei Templi fa partire una contro denuncia con richiesta di 200 mila euro per i danni recati all’immagine della Chiesa locale. «Difendere i bambini e non la diocesi» risponde a quello che era il suo vescovo il giovane.
Altro caso, questa volta di solidarietà del vescovo verso il prete condannato: curia di Brescia e don Marco Baresi a cui nel maggio 2009 il tribunale di Brescia infliggerà una condanna di sette anni e mezzo. Dopo la sentenza il vescovo gli esprime solidarietà, gli augura possa dimostrare la sua estraneità ai fatti contestatigli. Ad Aversa, monsignor Mario Milano non si è sentito di esprimere alcuna solidarietà alla vittima degli abusi subiti ad opera di don Marco Cerullo, vice parroco a Casal di Principe, colto in flagranza di reato e non pare abbia aperto alcun procedimento canonico nei confronti del sacerdote.
CASI ECLATANTI
Ma vi sono pure i casi eclatanti nella loro aberrazione come quello denunciato all’Istituto per sordomuti «Antonio Provolo» di Verona, gestito dai religiosi della congregazione della Compagnia di Maria. Tra gli anni 50 alla metà degli anni 80 sarebbe stato teatro di centinaia di abusi. Il reato è prescritto, ma gli autori degli abusi preti e laici sarebbero ancora lì. Le vittime hanno chiesto al vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti il loro allontanamento. Non hanno ottenuto risposta. “Ai tempi non presentarono alcuna denuncia circostanziata – è la risposta ma soli fatti generici”.
Più noto è il caso del fiorentino don Lelio Cantini, fino al 2005 parroco della Regina della Pace, che abusò per anni (dal 1973 al 1987) di ragazzine della sua parrocchia.
Ma solo dopo le ripetute denunce delle vittime nel 2007, malgrado la copertura della curia fiorentina dell’arcivescovo Antonelli e soprattutto del vescovo ausiliare monsignor Claudio Maniago, nell’ottobre 2008, oramai 85enne ,viene ridotto allo stato laicale con «l’obbligo di dimora vigilata in spirito di preghiera e penitenza». Contro l’ex prete era stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Firenze.
Altro caso: don Giorgio Carli condannato a 7 anni e mezzo e al risarcimento delle vittime. La pena è caduta in prescrizione, ma è rimasto l’obbligo al risarcimento. Considerato innocente dalla sua diocesi don Giorgio non ha subito alcun procedimento canonico e ha continuato a svolgere la sua attività nella valli dell’Alto Adige. Chiede le dimissioni del vescovo di Savona , monsignor Vittorio Lupi, il giovane Francesco Zanardi, uno dei due ragazzi gay che il mese scorso si è “sposato” a Savona. Copertura anche per don Mauro Stefanoni parroco di Laglio (Como),all’epoca dei fatti il suo vescovo era monsignor Alessandro Maggiolini (defunto) e i maggiori collaboratori in diocesi monsignor Oscar Cantoni, ora vescovo di Crema e monsignor Enrico Benetti.
Ogni caso è a sé ma diverso è stato l’atteggiamento di monsignor Gualtiero Bassettii, vescovo di Arezzo nei confronti di don Pierpaolo Bertagna di Cortona (Arezzo), condannato a otto anni per aver molestato 38 bambini: lo ha sospeso a divinis. Il fondatore della Comunità Incontro di Amelia, Pierino Gelmini la riduzione alla condizione laicale ha dovuto chiederla lui stesso.
L’elenco dei casi di pedofilia, che non vuole dire necessariamente di colpevoli certi, è lungo. In attesa che la Conferenza episcopale renda noto l’elenco dei sacerdoti sottoposti a procedimento canonico con sentenza definitiva e di quelli condannati in modo definitivo dalla magistratura italiana, ci si può limitare a un generico elenco delle diocesi coinvolte negli ultimi anni. Nel 2004 ve ne sono stati a Forlì, Torino, Roma, Varese, Grosseto, Nuoro, Agrigento, Alessandria, Bari e Savona. Nel 2005 a Como, Cuneo,Arezzo e Napoli. L’anno seguente il 2006 a Roma, Ferrara, Lecce. Il resto è cronaca. L’aggiornamento non può che essere costante.
l’Unità 3.6.10
La storia di un gruppo di tredicenni violati da un prete a Pomezia
L’allora vescovo di Albano «impedì» ai Pm di fare luce
Gli abusi di Don Marco negati dalla Curia anche ai magistrati
di Andrea Palladino
«Dopo la nostra seconda denuncia raccontano le vittime il sacerdote fu spostato in un ostello per giovani ad Assisi». Gli investigatori si trovarono davanti a un muro di omertà. E così Don Marco venne sempre «coperto».
Hanno nomi che non puoi dimenticare, che rimangono impressi appena ti stringono la mano, con vigore, guardandoti negli occhi. Sono ragazzi normali, di una normale periferia romana, qualcuno sposato, qualcuno con figli piccoli. Hanno alle spalle anni di paure, di vergogna e di abusi, venuti da un prete che avevano cercato di fermare. Prima rivolgendosi al loro vescovo, nel 1998. Poi al suo successore, nel 2002, che promise l’avvio di un processo ecclesiastico, chiedendo, però, di non denunciare nulla alla giustizia civile. E, dopo altri due anni di silenzio imposto, alla Polizia, perché a quella giustizia ecclesiastica ormai non credevano più.
Oggi ascoltano con rabbia le parole venute dalla massima autorità dei vescovi italiani: «Se vi sono state coperture di abusi sessuali anche in Italia ha spiegato il presidente della Cei Bagnasco qualche giorno fa il giudizio della Chiesa è quello noto: si tratta di una cosa sbagliata». La storia di questo gruppo di ragazzi di Pomezia, alle porte di Roma, mostra, se non bastassero le parole di Bagnasco, come la Chiesa abbia chiuse le porte alla giustizia nei casi di pedofilia. Prima chiedendo il silenzio, poi rifiutando ogni collaborazione con i magistrati che cercavano di ricostruire le responsabilità e le coperture. «Padre Marco raccontano a distanza di anni i ragazzi di Pomezia l’hanno semplicemente spostato dopo la nostra seconda denuncia, mandandolo in un ostello per giovani ad Assisi, lasciando che molti ragazzi continuassero a frequentarlo». Mostrano una foto, che ritrae un prete barbuto, forte padre Marco Agostini mentre concelebra la messa solo un paio di mesi prima degli arresti e quattro anni dopo la loro denuncia fatta davanti all’allora vescovo di Albano laziale Agostino Vallini, oggi cardinale vicario di Roma. Nessuna sospensione a divinis, nessuna condanna.
E’ dal fascicolo del processo, però, che esce il documento che racconta meglio di qualsiasi inchiesta come la chiesa ha evitato, almeno in questo caso, di collaborare con i magistrati. E’ una lettera con la firma autorevole del vescovo di Albano Laziale Marcello Semeraro, succeduto a Vallini nel 2004. La data è del 30 maggio 2006, quando Ratzinger già aveva assunto il nome di Benedetto XVI. Rispondeva alla richiesta arrivata dalla Procura di Velletri che aveva appena ottenuto dal Gip la misura cautelare per padre Marco Agostini di poter avere le informazioni raccolte dalla Curia. Gli investigatori, durante due anni di indagini delicatissime, si erano trovati davanti a un muro di omertà impenetrabile, tanto che altri due sacerdoti, della stessa congregazione del prete accusato di pedofilia, gli Oblati di San Francesco di Sales, erano finiti sotto processo per favoreggiamento.
«Sono spiacente di non poter esaudire la richiesta» è la frase lapidaria di risposta del vescovo di Albano. Motivo? La “disposizione dell’articolo 4, n. 4 dell’accordo che apporta modificazioni al Concordato Lateranense”, ovvero l’accordo stato-chiesa firmato da Bettino Craxi il 18 febbraio 1984. Un accordo che ha fornito il supporto legale per negare ai magistrati le informazioni sui preti pedofili: «Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero», recita la norma firmata nel 1984.
La Procura della Repubblica di Velletri, non si arrese, risposte che se è vero che non c’è l’obbligo, è anche vero che non c’è il divieto, rimettendo tutto nella discrezionalità dei vescovi. Ma nulla è accaduto, gli atti del processo ecclesiastico non sono mai stati forniti.
Oggi paradossalmente il processo rischia di non arrivare nemmeno a conclusione. Padre Marco è morto tragicamente, uccidendosi nella casa della sorella dove stava scontando gli arresti domiciliari. L’unica imputazione rimasta in piedi riguarda un’accusa di favoreggiamento per un sacerdote della sua stessa congregazione, con una prescrizione ormai vicinissima. In questo processo per la prima volta il giudice aveva ammesso la possibilità di agire anche contro la Curia, per una omessa vigilanza. Tutto inutile, probabilmente. Ai ragazzi di Pomezia non resta che dimenticare, senza giustizia.
l’Unità 3.6.10
«Complice delle violenze» Indagato Zoellitsch capo della chiesa tedesca
Il vescovo di Friburgo e presidente della Conferenza episcopale, avrebbe coperto un caso avvenuto negli anni Sessanta. Germania sotto choc: il prelato siede al tavolo governativo istituito dalla Merkel contro gli abusi.
di Laura Lucchini
La Germania è tornata ieri a vivere l’incubo che l’ha tormentata per mesi. Robert Zollitsch, presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, è indagato dalla procura di Friburgo per presunta complicità in casi di abusi su minori. Dopo mesi di denunce di violenze sessuali, consumate all’interno di strutture educative cattoliche ora il sospetto raggiunge anche colui che si è fatto portavoce del cambiamento e della lotta contro la pedofilia.
L’apertura dell’inchiesta è stata confermata ieri dal procuratore capo di Friburgo, Wolfgang Maier, dopo che era stata anticipata dalla televisione pubblica ARD. La procedura è stata avviata in seguito alla denuncia di un cittadino, presentata a fine maggio, in cui si accusa Zollitsch di aver fatto assumere nel 1987 come referente un sacerdote, i cui abusi sessuali e tendenze pedofile erano gia state ampiamente documentate. I fatti si sarebbero verificati nella cittadina di Birnau, nei pressi di Costanza. All’epoca Zollitsch era responsabile del personale presso l’arcidiocesi di Friburgo. La presunta vittima del sacerdote accusa l’arcidiocesi di avere di fatto nascosto coscientemente un pedofilo.
LA RICHIESTA DI PERDONO
Lo scorso mese di marzo Zollitsch, in seguito allo scandalo di abusi che ha investito la Chiesa del paese, ha chiesto perdono alle vittime per i crimini commessi da alcuni sacerdoti tedeschi. La sua richiesta di perdono arrivava dopo una riunione in Vaticano con Papa Benedetto XVI. Allo stesso modo Zollitsch aveva assicurato, dopo la riunione con il Pontefice, che questi lo aveva spronato ad adottare misure efficaci per affrontare lo scandalo. In una sorta di dichiarazione d’intenti Zollitsch aveva promesso assistenza alle vittime, perché gli abusi non cadessero mai più nel silenzio, e aveva assicurato collaborazione con la giustizia per andare a fondo nelle denunce.
Sempre Robert Zollitsch, nel suo tentativo di far pulizia, aveva fatto pressione nelle scorse settimane affinché il polemico vescovo di Augsburg, Walter Mixa, si dimettesse perché accusato di aver picchiato numerosi ragazzi quando era ancora prete. Qualche giorno dopo Mixa presentò le dimissioni, che furono accolte da Benedetto XVI.
Come se non bastasse, il presidente della Conferenza Episcopale, partecipa come rappresentante della Chiesa nella tavola rotonda contro gli abusi, organizzata dal Governo di Angela Merkel in seguito allo scandalo. L’Ordinariato della diocesi di Friburgo ha immediatamente respinto come “infondate” le accuse. La procura di Friburgo deve ora stabilire se i fatti in questione possono ancora essere giudicati o sono prescritti.
il Fatto 3.6.10
Abusi, sotto accusa il capo della chiesa tedesca
L’arcivescovo di Friburgo, Zollittsch, avrebbe coperto un sacerdote nel 1987
di Nina Fabrizio
Il capo della Chiesa tedesca e arcivescovo di Friburgo, mons. Robert Zollitsch, avrebbe saputo di almeno un caso di abuso sessuale su minore all'interno della sua arcidiocesi e anzichè prendere provvedimenti, avrebbe coperto. L'accusa, pesantissima, arriva dalla Procura di Friburgo e cade come un macigno su una delle figure finora più credibili nella lotta alla pedofilia tra il clero e i vertici di una Chiesa già provata da una lunga lista di scandali a sfondo pedofilo, emersi di recente in Germania. L'indagine “preliminare” cui la procura tedesca sottoporrà Zollitsch, che al momento risulta indagato per complicità, parte da una denuncia a carico dell'arcivescovo presentata da una presunta vittima che negli anni Sessanta sarebbe stata abusata sessualmente da un sacerdote nel monastero di Birnau dell'arcivescovato di Friburgo. La vittima ha raccontato che l'arcidiocesi di Friburgo era a conoscenza delle orribili violenze subite ma nonostante ciò nel 1987 Zollitsch, che all'epoca era responsabile del personale dell'arcidiocesi, confermò il posto del sacerdote pedofilo nella comunità di Birnau. In buona sostanza, se ne lavò le mani. Una versione tenacemente respinta dall'arcidiocesi di Friburgo secondo cui le accuse al suo arcivescovo sono “false” perché l’arcidiocesi avrebbe saputo solo alla fine del 2006 di quell'abuso avvenuto a Birnau mentre mons. Zollitsch “non ha in alcun modo” confermato il posto del sacerdote pedofilo nel 1987. Un aspetto non del tutto chiaro però, dal momento che la nota dell'arcidiocesi prosegue affermando che Zollitsch non ha rinnovato la posizione del sacerdote, anche se ci sono indicazioni secondo cui “il padre sotto accusa” ha continuato a lavorare nella comunità di Birnau. Noto per le sue posizioni progressiste e liberali (ha parlato anche in favore delle unioni civili omosessuali e si è dimostrato aperto sul celibato), Zollisch è stato nominato arcivescovo di Friburgo nel 2003 da Giovanni Paolo II e poi eletto a capo dell'episcopato tedesco nel 2008. Da quando nel febbraio scorso lo scandalo pedofilia ha massicciamente coinvolto la Chiesa tedesca lambendo persino il fratello del Papa, Georg Ratzinger, che ha ammesso qualche schiaffo agli allievi del coro da lui diretto a Ratisbona, mons. Zollitsch si è contraddistinto per essere uno dei maggiori assertori della linea della tolleranza zero avviata da Benedetto XVI. La notizia del suo coinvolgimento è arrivata come un fulmine a ciel sereno in Vaticano. Il card. Walter Kasper, capo del dicastero per l'Unità dei Cristiani e suo connazionale, si dice “incredulo”. “Conosco Zollitsch benissimo dice al Fatto non credo una cosa del genere sia possibile”. Di sicuro la notizia è un nuovo choc per la Chiesa del Paese natale di Ratzinger dove già un vescovo, mons. Mixa, nominato alla diocesi di Augusta da Benedetto XVI si è dimesso per pedofilia. In Germania poi, mentre, secondo un recente sondaggio, il 23% dei cattolici pensa di abbandonare la Chiesa, il governo ha avviato una commissione speciale per fare piena luce sugli abusi dei preti. I risultati si attendono a fine anno e rischiano di presentare un conto salatissimo, soprattutto alla casse della Chiesa di Germania. Qui infatti gli iscritti come cattolici nelle liste dei contribuenti versano in automatico con la dichiarazione dei redditi un contributo alla Chiesa. A meno che, abbandonando il cattolicesimo, da quelle liste non si facciano togliere. Un rischio sempre più concreto che si trasformerebbe in un tracollo finanziario per la Chiesa locale.
il Fatto 3.6.10
Bambini vittime due volte: prima i pedofili, poi la legge
Gli psichiatri: “Non esiste la minore gravità del reato”
di Silvia D’Onghia
“Quando si tocca un bambino, non esistono reati di minore o maggiore entità”. Antonio Marzano, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori, è arrabbiatissimo. L’emendamento numero 1707, presentato da alcuni esponenti della maggioranza e giustificato come rimedio ad un errore tecnico, lascerebbe alle forze di polizia la discrezionalità sull’arresto di un pedofilo colto in flagranza, in base ad una presunta minore o maggiore gravità del reato. Vale a dire, per esempio, che la persona beccata mentre compie atti di libidine davanti ad una scuola elementare può tranquillamente non essere fermata, perché quel gesto viene considerato di minore entità. “La reazione di un bambino ad un atto di pedofilia è individuale – spiega la neuropsichiatra Alessandra Palattella – ma nella quasi totalità dei casi si configura in un trauma che, soprattutto se non affrontato all’interno di un contesto familiare favorevole, può generare gravi disturbi in età adulta”. Molto dipende, spiega l’esperta, dall’età del bambino e dal sostegno che riceve da genitori e parenti. Se si pensa che moltissimi casi di abusi avvengono tra le mura domestiche o comunque in un ambiente considerato familiare (amici dei genitori, per esempio), si comprende maggiormente la difficoltà che un minore ha di raccontare quanto accaduto, e quindi di iniziare a superarlo. “Anche laddove c’è ‘soltanto’ l’esposizione ad un atto sessuale – racconta Marziale – si possono verificare sintomi come la paura, la perdita di urina nel letto; si perde la fiducia nel rapporto con un adulto”. “Nel bambino si scatena un senso di vergogna molto grande – aggiunge Palattella – la paura dello stigma sociale. La risposta al trauma può avere una sindrome acuta da stress che rientra nelle prime ore, di solito dopo un giorno o due, ma poi si manifesta con una sindrome tardiva, definita post-traumatica da stress: problemi alimentari, condotte sessuali promiscue, abuso di alcol o droga, disturbi dell’umore, tendenza alla manipolazione. Un minore che viene sottoposto ad un atto di pedofilia, da adulto può essere portato a ripeterlo, può riproporlo nell’approccio con l’altro sesso: una sorta di coazione a ripetere che in realtà è una forma di difesa del soggetto. I traumi sessuali sono all’origine di reazioni psicopatologiche molto serie, che condizioneranno la vita adulta”. Da qualsiasi lato la si veda, gli effetti di questa modifica sarebbero devastanti. “Spesso, quando la polizia arresta un pedofilo, si sente dire: ‘Meno male che mi avete fermato perché da solo non riuscivo a farlo – spiega ancora Marziale – Bisogna sempre pensare che si tratta di una patologia compulsiva”. Se un esibizionista non viene fermato, non solo c’è la possibilità (“la certezza”, secondo Marziale) che lo rifaccia, ma si corre il rischio che possa commettere atti via via più gravi. Sono persone che hanno problemi e che vanno curate: “Nessuno dice che devono passare la loro vita in carcere”, afferma il presidente dell’Osservatorio, che lo scorso anno ha presentato in Senato un disegno di legge che prevede l’obbligo di un percorso di recupero psicoterapeutico per queste persone. “Intanto il pedofilo va fermato, per evitare che lo rifaccia, poi, se viene riconosciuto colpevole, va seguito e assistito, con o senza l’utilizzo di farmaci (a discrezione dello psicoterapeuta)”. L’Osservatorio chiede alle opposizioni di insorgere contro l’emendamento: “Ci saremmo aspettati una sollevazione di massa, invece si è alzata solo qualche sporadica voce. Non capiamo cosa significhino le motivazioni addotte dal Pdl per giustificare questo inserimento: chi ha a cuore la sorte dei bambini non può accettare che esistano cavilli a fare da paravento a motivazioni politiche. Porre limiti alle intercettazioni sui casi di violenza su minori significa agevolare la posizione dei pedofili”.
Repubblica 3.6.10
L’ultimo libro di Helena Janeczek: la storia dell’attacco all’abbazia tra realtà e finzione
Montecassino, la battaglia eterna
La madre di tutte le battaglie tra eroi, vittime e memorie
di Roberto Saviano
L´ultimo libro di Helena Janeczek racconta una storia di guerra: l´attacco all´abbazia Ma è anche un viaggio attraverso i ricordi dei soldati arrivati da tutto il mondo
A combattere non furono solo gli americani. Con loro c´erano polacchi e maori
Il romanzo mescola verità e finzione mostrando come quell´episodio ci riguardi ancora
Quando vengo a sapere che Helena Janeczek ha pubblicato un nuovo libro, faccio tutto il possibile per averlo prima che entri in libreria. Ogni uscita di Helena mi ossessiona: l´attesa di avere quelle pagine per le mani diventa urgenza. Da poco è uscito per Guanda Le rondini di Montecassino.
Helena Janeczek è una figlia di Auschwitz. Sua madre si è salvata dai campi di sterminio nazisti, e lei sa che a quel destino di salvezza deve la sua vita, ma anche l´eterno tormento che i figli dei sopravvissuti si portano dentro. Tedesca di nascita, figlia di ebrei polacchi, è in Italia dal 1983, e ha fatto della lingua italiana la sua lingua di scrittrice.
Il suo romanzo racconta di guerra. Anzi di una battaglia: la battaglia di Montecassino, una delle battaglie più feroci di tutti i tempi, definita la Stalingrado d´Italia. Lì si realizzò l´epopea dell´armata polacca al comando del generale Anders che si lasciò decimare sino all´ultimo uomo ma riuscì a far arretrare i nazisti. Quello che non erano riusciti a fare in Polonia, un manipolo di polacchi riuscì a farlo in Italia: respingere i tedeschi. Nelle quattro battaglie di Montecassino morirono più di cinquantamila uomini, furono scaricate 1250 tonnellate di bombe e dalle bocche di fuoco di 754 cannoni uscirono duecentomila proiettili. Gli alleati dovevano sfondare la linea Gustav per arrivare a Roma. E lo fecero con tutta la loro potenza. Senza risparmiare civili, abbazia, animali, case. Nei miei ricordi i cimiteri dei reduci non sono mai spariti. Le lapidi sbiadite dal tempo. Ricordo l´obelisco: «Per la nostra e la vostra libertà noi soldati polacchi demmo l´anima a Dio, i corpi alla terra d´Italia, alla Polonia i cuori". Cassino dalle mie parti non viene raccontata: viene tramandata. Come la discendenza di sangue. Helena Janeczek scrive un romanzo potentissimo con quella stessa forza tramandata. La sua è una gestazione di storie sconvolgenti. Se si passeggia sulle colline o semplicemente nelle campagne di Montecassino ancora si trovano schegge, granate inesplose, proiettili. Battaglia dimenticata perché lì il volto della guerra ha preso la forma del silenzio dopo gli stupri di massa seguiti alla vittoria francese. Le truppe in campo erano spesso cumuli di gente straniera. Carne da macello delle colonie. Animali feroci da combattimento sguinzagliati tra le greggi. La storia le ricorda come "marocchinate", la gente del luogo invece le ricorda come violenze di massa a danni di civili innocenti: si stimano 3000 vittime di stupro tra uomini donne e bambine, molti di loro sodomizzati a morte o impalati.
Ma Montecassino è stato anche il luogo dove si è testimoniato l´eroismo dei polacchi. Gente che ha combattuto in un paese estraneo in nome di una libertà collettiva. Marocchini, polacchi, algerini: etnie che tutt´oggi provengono dagli stessi posti e affollano il basso Lazio e il Casertano. Una volta arrivavano qui come soldati, ora arrivano come immigrati. Ed è proprio qui che la Janeczeck apre il sipario degli eventi scrivendo un libro che ti da un sapore mondiale. Dove tutto è connesso e annodato in un perimetro mondiale. Ci raccontano sempre di guerra mondiale ma vediamo solo americani e tedeschi. I fronti erano molti di più e le nazioni coinvolte molte di più.
"Non si può immaginare nulla di vero senza trovare un appiglio in ciò che si ha dentro, ma i disegni incisi nell´anima sono, a modo loro, astratti più di una mappa, impersonali quanto un documento, e io allora non posso fare a meno di figurarmeli a immagine e somiglianza di un moko che confonde nelle sue spire un più recente tatuaggio." Il romanzo di Helena Janeczeck è questo, un tatuaggio inciso nella pelle non senza dolore. Una mappa che raccoglie i fili di molte storie confluite nell´intrico della battaglia leggendaria ai piedi di un´abbazia distrutta dagli americani per un errore di valutazione. Questo diventa luogo mitico, un punto geografico al centro di una valle scura capace di contenere tutti i luoghi e di lasciar passare tutte le identità possibili.
All´ombra della grande battaglia di Montecassino si incrociano, come in una vertigine, la storia immaginata con quella reale. Si incrociano le vite del sergente texano Jako Wilkins, felice e fiero di servire la propria nazione, di Rapata Sullivan, il giovane maori che segue le orme eroiche del battaglione del nonno, di Edoardo Belinski e Anand Gupta, due studenti romani che nell´ultima estate della loro adolescenza inseguono le tracce deboli di una memoria che in pochi vogliono raccontare. Poi, un passo a lato accanto alla battaglia, Irka Szer, ebrea polacca che fugge ragazzina dal ghetto ma si ritrova in Siberia con la sola protezione del suo violino abbracciato forte contro la violenza invincibile del lager. E Milek Steinwurzel, sceso in Italia con le truppe del generale Andres, e morto a Milano senza lasciare dietro si sé una parola su quegli anni terribili, su come era riuscito a salvarsi. Milek sopravvive nel silenzio. La parola non sempre salva. Non sempre è necessaria. Sempre più spesso è superflua: è ritorno al dolore. Helena Janeczek questo lo sa.
In un suo libro, il primo, Lezioni di tenebra (che non si trova in libreria, inviterei gli editori a rioffrirlo al pubblico: è troppo prezioso per non essere ristampato) è proprio una battaglia con la memoria. Una lotta tra il decidere se ricordare o meno: anestetizzare il male emotivo oppure lasciar fluire tutto, come unica terapia per impedire alla storia di ripetersi, alla tragedia di tornare, al dolore di rinascere.
E questa scrittrice dal nome impronunciabile, dal viso di donna slava, con il passaporto tedesco, l´anima italiana, la memoria polacca, il figlio napoletano e la residenza lombarda fa del suo mondo e del suo passato una placenta dove si formano storie di individui che non si possono dimenticare. La bellezza di questo romanzo risiede nella struttura, nel coincidere degli opposti: il caos della battaglia coi silenzi dei vinti, la normalità con l´eroismo degli ultimi, la cura della memoria e l´irruenza delle nuove generazioni, il passato inanellato indissolubilmente col presente.
Sono tutte storie singolari, in qualche modo minori, quelle che Helena Janeczek racconta, eppure in ognuna il respiro e il battito del cuore è quello del coraggio e della generosità di chi si trova nei minuti decisivi della propria vita a scegliere tra il bene e il male nel frastuono della battaglia. Ed è anche la storia di chi si fa carico di questa scelta, di chi si trova molti anni dopo a fare i conti con una memoria di cui sa poco o nulla, perché in molti sono rimasti sommersi e i salvati non parlano. È una storia che si costruisce passo passo attraverso documenti falsificati per poter fuggire e le testimonianze brucianti raccolte senza fare domande, atterriti davanti all´enormità del ricordo. Quanto conta la verità dei fatti? Molto sembra, perché la ricerca dell´autrice è scrupolosa e maniacale al punto da suscitare nelle persone interrogate una do-manda spontanea: "Ma tu sei uno storico o stai scrivendo un romanzo?".
Dalle prime pagine il racconto si mescola con la menzogna, con l´invenzione. L´autrice sale su un taxi e per evitare le domande indiscrete del guidatore racconta di avere un cognome polacco e una madre italiana. Immagina di confessare che suo padre è stato soldato nella battaglia di Montecassino, tra le truppe del generale Andres. Ma immagina appunto tutto questo, non lo dice, e poi suo padre non ha mai combattuto a Montecassino. O forse sì? La sua immagine si confonde con quella dell´amico di una vita, quel Milek Steinwurzel che invece soldato lo era stato per davvero, le loro identità si sovrappongono in un gioco di specchi dove il giusto, il dato obiettivo, non sta mai da una parte sola, non è afferrabile perché i testimoni sono reticenti e la verità assume il tono della diceria inverificabile. Ma la verità non è l´elemento indispensabile in questa storia. La forza grandiosa e potente di queste pagine viene interamente da un gesto che è un azzardo, un atto di fiducia verso il potere dell´immaginazione di riempire un vuoto. Il tentativo di tendere un filo tra vero e falso, realtà e finzione, su cui far correre quel confine labile che a volte separa la vita dalla morte. Fa questo Helena Janeczeck. E lo fa con una maestria da scrittrice vera. Lo fa portando con sé la consapevolezza del piacere narrativo e il sapore del racconto tramandato col sangue, ancora prima che con le parole. Quando si arriva alla fine di questo romanzo, ci si sente addosso il torpore della battaglia, come se la polvere delle macerie della guerra fosse composta dalle molteplici schegge dei nostri conflitti quotidiani. E Montecassino diviene la guerra di tutti, il luogo da cui tutti veniamo.
©2010 Roberto Saviano/ Agenzia Santachiara
l’Unità 3.6.10
Angeli, demoni e cellule
La Chiesa ha sottovalutato il «batterio artificiale». Ma la visione della natura è cambiata per sempre
di Enzo Mazzi
La notizia della «cellula artificiale» è rimbalzata nei giorni scorsi sui giornali e le tv di tutto il mondo che hanno subito interrogato esperti di scienza e uomini di chiesa. Noi profani, gente della strada, ne abbiamo preso atto non senza un groviglio di sensazioni: dallo stupore, alla speranza, al timore. Passato un po’ di tempo e a mente più fredda viene tuttavia spontanea una riflessione: è una scoperta fra le tante oppure siamo di fronte a nuova rivoluzione, a un cambiamento capace di incidere nella nostra esistenza, come quelli operati da Copernico, da Giordano Bruno, da Galileo? Questi tolsero, letteralmente, la terra sotto i piedi agli uomini e donne di quel tempo a cui veniva a mancare la stabilità del suolo. E fecero vacillare la cattedra di verità che, posta ben saldamente al centro della creazione, assicurava alla gerarchia ecclesiastica un potere assoluto. «È maggiore forse la paura con cui voi pronunciate la sentenza di quella che provo io nel riceverla», disse Giordano Bruno ai giudici che lo condannavano al rogo. Ci sono voluti cinquecento anni per elaborare quella grande paura e una quantità di scomuniche, condanne, roghi. E non siamo ancora alla fine.
Ebbene, la creazione artificiale della vita è una rivoluzione paragonabile a quella che fece da levatrice alla modernità? È capace di penetrare nella nostra vita e scuoterla dal profondo in tutte le sue dimensioni? Sembrerebbe di no a giudicare dai commenti sbiaditi della stampa e dalle reazioni possibiliste della gerarchia ecclesiastica la quale non sembra annusare odor di eresia.
Ritengo invece che la scoperta di Craig Venter, costituisca lo sbocco e un nuovo inizio del grande sforzo di liberazione che si è sviluppato negli ultimi tre secoli e che sembra condurre a legare la ridefinizione dei rapporti fra generi, classi, popoli, culture, che è stato l’obiettivo di tutte le rivoluzioni moderne, con la ridefinizione del rapporto fra umanità e natura. Lo sviluppo umano ha bisogno di un’etica nuova. La modernità si è sviluppata sulla base dell’etica dello sfruttamento sconsiderato della natura considerata come un oggetto. Ora s’impone una svolta: l’assunzione di responsabilità verso la natura in un’ottica evolutiva e non puramente conservatrice. Dall’etica dello sfruttamento aggressivo all’etica della creazione liberatrice.
Non è un caso che nei nuovi movimenti si faccia strada la riscoperta dell’originale naturalismo evolutivo e creativo di Pierre Teilard de Chardin, gesuita, teologo, grande scienziato, geologo e paleontologo, professore all’Istituto Cattolico di Parigi, poi ricercatore in Cina e quindi negli Stati Uniti dove è morto nel 1955. Attraverso la sua indagine di rigore scientifico sulla evoluzione biologica giunge alla convinzione che la Biosfera, il mondo della vita, tenda alla coscienza, cioè si evolva verso la Noosfera, parola difficile che significa in sostanza «il mondo della coscienza». Ma ciò avviene senza che all’inizio esista un ordine precostituito (quanto siamo lontani, qui, dalla teoria nuova del «disegno intelligente»!). La natura non è data una volta per tutte. L’evoluzione non segue una linea ben individuabile, si muove a tentoni, a strappi, a impennate inspiegabili. L’ordine è nel futuro, non nel passato: cioè va costruito. L’Universo si dipana nella libertà e nell’autonomia nutrite di relazioni. E sono precisamente questi valori di trasformazione che costituiscono il compito umano di «costruire la Terra costruire la natura». E Dio stesso è lì, nella trasformazione, non nella fissità.
Nello stesso periodo, anni 50, sosteneva cose simili Ernst Block, marxista antidogmatico ed eretico, perennemente in fuga da ogni regime, autore del Principio-speranza, dove scrive: «Quando si è sperimentata una volta la realtà come storia non è più possibile il ritorno alla fede astorica di ciò che sussiste e rimane in eterno. Dio: humanum futuro e non ancora raggiunto, “Deus absconditus”, Dio speranza».
Il Dio creatore immobile, onnipotente ed eterno, è «la cifra assoluta dell’aggressività umana», dirà il teologo fiorentino Ernesto Balducci sulla scia di Teilard de Chardin e di Block.
Ritengo che si possano considerare queste intuizioni, condannate tutte come eretiche, quali profezie del traguardo raggiunto oggi dalla creazione della vita artificiale. Il tutto da avvicinare, con indispensabile senso critico e estrema cautela, come «segni dei tempi» capaci di orientare il cammino in questa buia notte di luna nuova.
l’Unità 3.6.10
Perseguitati e poi respinti
Laura Boldrini racconta l’Italia feroce con i rifugiati
di Flore Murard- Yovanovitch
La portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati nel libro «Tutti indietro» ha raccolto le storie, durissime e tragiche, di afghani, eritrei, somali, iracheni e quant’altri cercano un approdo. Spesso invano. Per cinismo.
Questo libro Laura Boldrini ha deciso di scriverlo nell’estate del 2009, quando il governo italiano, in palese violazione del Diritto internazionale umanitario, mise in atto i respingimenti via mare. Eppure, i migranti che approdano esausti sulle nostre coste non sono tutti «clandestini», come vorrebbe la vulgata dominante, ma sono a maggioranza richiedenti asilo. Quale vita di persecuzione può spingere uomini e donne ad attraversare il Sahara rovente nelle mani di trafficanti, per salire su una barchetta sgangherata verso onde ignote? Torture e dittature: ecco da cosa fuggono, per cercare non solo un sostegno economico in Europa, ma spesso la libertà. Una realtà troppo spesso occultata. Afgani, eritrei, somali, sudanesi, iracheni che la portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati ha personalmente incontrato nei suoi tanti anni di lavoro nelle maggiori crisi umanitarie. Un patrimonio di racconti che Boldrini ci restituisce con passione in Tutti indietro (Rizzoli, 217 pp. 18 euro).
RICACCIATI NELL’ORRORE
I sopravvissuti ai naufragi di Lampedusa, gli sfollati kosovari o quei bambini afgani nascosti sotto i tir nel porto di Patrasso. Come il piccolo Sayed, perseguitato perché di etnia hazara, che lascia Kabul a 11 anni, attraversa tutta l’Asia, sopravvive alle botte nei famigerati centri di detenzione in Grecia (dove il diniego alle domande d’asilo è pressoché sistematico), per approdare a Bari a 20 anni! Ma soprattutto storie insostenibili di donne migranti, che pagano il prezzo più alto, tra violenze e abusi sessuali, come Astier, in fuga dai militari eritrei, finita nelle mani della polizia libica. Persone che vengono respinte verso gli stessi orrori da cui fuggono. Per evitare questo esiste il «diritto d’asilo», che il governo italiano ignora colpevolmente. Così, nel maggio 2009, iniziano massicci respingimenti via mare, senza alcuna valutazione della eventualità che tra i migranti ci siano potenziali rifugiati politici. Oltre a violare il principio del «non refoulement» verso Stati che potrebbero mettere in pericolo l’incolumità della persona, c’è il cinismo freddo dei Maroni e dei La Russa che rilasciano dichiarazioni «rassicuranti» su una fantomatica «protezione» in Libia, allorché il Paese di Gheddafi non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra ed è tristemente famoso per le torture.
I telefoni che scottano, le vacanze rimandate last minute per coordinare un recupero di gommoni tra Guardia costiera, pescherecci e assalti dei giornalisti: anche con note di ironia, Laura Boldrini ci racconta l’impegno 24 ore su 24 di chi salva vite umane. Come i coraggiosi marinai, i volontari dei centri di accoglienza, il sindaco di Riace: l’altro volto di un’Italia civile che non vuole diventare disumana, di fronte ai drammi che Tutti indietro ricorda. Dal mercantile Pinar, bloccato per giorni a causa del ping pong tra Malta e Italia, con a bordo 143 migranti e una donna già morta, agli «uomini-tonni», appesi senza soccorso ad una gabbia in balia delle onde. Arriva qui Laura Boldrini, dopo Iraq e Sudan, per dire di un’ultima frontiera, la nostra: razzista, crescentemente xenofoba. La Portavoce marchigiana ci fa guardare negli occhi i bambini rom forzatamente sgomberati o gli africani «cacciati» a Castel Volturno e Rosarno; o ci fa da guida nei palazzoni fatiscenti della piana di Gioia Tauro, senza acqua né elettricità, dove come animali si ammucchiano migranti. Storie insanabili, «sospese» tra una burocrazia lenta e l’impossibile ritorno indietro. Mesi che diventano anni. Perché per una vita dignitosa non bastano documenti o protezione sussidiaria, ci vorrebbe un sistema di accoglienza ben diverso. E se il Paese di approdo nega una vitale «seconda chance» ai rifugiati, le loro sono vite perse. Ci vorrà tanto lavoro per ridare pieno significato alla parola «asilo» in Italia.
il Fatto 3.6.10
Chelazzi, il pm vicino alla verità sulle stragi in “un’Italia sotto ricatto”
Gli mancava l’ultimo tassello per arrivare alla politica
di Sandra Amurri
Morì nel 2003, per un infarto in caserma. L’indagine sui mandanti esterni venne archiviata
Quattro giorni prima di morire, il 17 aprile 2003, stroncato da un infarto nella foresteria della Guardia di Finanza di via Sicilia a Roma Gabriele Chelazzi, applicato alla Dna aveva interrogato il generale Mario Mori come persona informata dei fatti nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi del ’93. Dopo la sua morte tutto venne archiviato. Chi lo conosceva bene racconta che fosse teso e nervoso. Tanto che poche ore prima che il suo cuore si fermasse, nella solitudine di quella foresteria scrisse una lettera, amara come lo stato d’animo che la dettava. Una lettera mai spedita, indirizzata al procuratore capo di Firenze Nannucci, in cui denunciò l’isolamento che viveva nonostante, o forse proprio per, la complessità delle inchieste di cui si occupava. Un anno prima davanti alla Commissione nazionale Antimafia aveva descritto la stagione delle bombe del ’93, fino a quella non esplosa del 24 gennaio 94 allo Stadio Olimpico di Roma, stagione “unica e irripetibile, almeno nella storia repubblicana, dalla finalità eversiva”. Chiese al Parlamento di utilizzare gli strumenti della politica per trovare risposte che fin lì la magistratura non aveva trovato. Ma il Parlamento non si mosse. Un silenzio dentro cui si sono consumate molte storie. “Peggio di una guerra. L’Italia sotto ricatto” definì quella stagione Chelazzi nella requisitoria al processo per le stragi del ’93 ’94 da cui prende il titolo il libro curato dal cronista Francesco Nocentini, edito dall’associazione “Tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili” e dal Comune di Firenze. Particolarmente significative le parole che Chelazzi scrive al termine di quella requisitoria: “Questa sentenza pone le fondamenta per andare avanti”. Ricorda di “non aver mai cessato di lavorare su quello che ci può essere oltre questi imputati e oltre questa organizzazione”. E aggiunge: “La campagna delle stragi voleva condizionare la storia di questo Paese”. Nella richiesta di archiviazione sugli autori 1 e 2, nomi in codice di Berlusconi e Dell’Utri si legge: “Mancava la possibilità di stabilire se il dinamismo politico di Cosa nostra” nel momento in cui le stragi erano state decise o erano in corso “attrasse anche l’interlocutore politico”. Dall’incrocio tra tabulati telefonici e testimonianze era emerso che i fratelli Graviano pochi mesi prima e subito dopo gli attentati del ’93 erano a spasso per l’Italia con le rispettive fidanzate: al Carnevale di Venezia, poi ad Abano Terme, quindi a Riccione dove affittano una casa nel periodo della strage di Firenze. Poi in Versilia e, infine, ad agosto, dopo gli attentati di Milano e Roma, in Costa Smeralda, dove abitano in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, come confermato da un finanziere milanese il cui nome è coperto da segreto. Gabriele Chelazzi, sposato con Caterina, medico di Firenze, padre di Francesca, era un uomo gentile ed ironico, uno dei pochi magistrati non siciliani a conoscere veramente la mafia. Sapeva coniugare senso di responsabilità di indipendenza e di imparzialità. Era solito dire: ”Un’indagine nasce sempre dal basso dai piccoli indizi poi cresce. Mai il contrario. Mai innamorarsi di una tesi. Il magistrato deve essere il primo difensore dell’indagato”. Il teorema, spiegò in un incontro pubblico “non è una parolaccia solo in bocca ai denigratori della giustizia ,il pericolo del teorema c’è ed è reale, è vero. Ne parla lo ammette uno che il magistrato lo fa,il teorema è in agguato anche per i magistrati. Un teorema vuol dire assemblare spezzoni di realtà depurati dagli elementi, io li chiamo dinamici, farli diventare inerti, spersonalizzati, sistemarli come tessere sullo stesso piano di appoggio per la ricostruzione della realtà. Il ragionamento giudiziario è tutta un’altra cosa”. Ecco perché i colleghi che lo hanno conosciuto alla domanda: “Avrebbe potuto scoprire con chi Cosa nostra aveva interessi convergenti per destabilizzare, per ricattare lo Stato in cambio di nuove leggi, per usufruire di quel vuoto politico?”, rispondono: “Sì”, e aggiungono: “Perché era un magistrato capace, un investigatore puro e libero”. Forse per questo lo hanno lasciato solo finché il cuore non si è fermato. Le nuove inchieste rivelano convergenze di finalità tra mafia e servizi deviati legati all’eversione nera per destabilizzare l’apparato politico, creando le premesse per un colpo di Stato e impedire l’ascesa del “comunismo” non a caso nelle lettere di minacce ai magistrati si legge: ”Fate i paladini della libertà ma voi siete comunisti”.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
mercoledì 2 giugno 2010
Adnkronos 2.6.10
Libri: letteratura cinese e italiana a confronto in un volume 'double face'
'La rosa e la peonia' edito dall''Asino d'oro' nelle librerie il 4 giugno
Roma, 2 giu. (Adnkronos) - Dalle iscrizioni sui gusci di tartaruga ai romanzi erotici sul web. La letteratura cinese ha più di 4mila anni e 'La rosa e la peonia', testo bilingue della studiosa Valentina Pedone, edito da 'L'Asino d'oro' e in uscita nelle librerie venerdì prossimo, si pone come strumento di confronto con la letteratura italiana, dai testi latini di epoca romana al Nobel Dario Fo, per gli insegnanti, gli studenti e in genere le nuove generazioni che si trovano a confrontarsi con la cultura cinese sempre più presente nel nostro Paese.
Scritto in due lingue, questo libro, a cura dalla Pedone, ricercatore, docente di letteratura cinese presso l’Università di Firenze e di Urbino (traduzione di Wei Yi, insegnante di letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Lingue Straniere di Pechino), è un’opera, se così si può definire, “double face”, con due distinte copertine e testi in italiano e in cinese.
“La rosa e la peonia -spiega nella postfazione Valentina Pedone- è rivolto a tutti coloro che incontrano quotidianamente culture diverse dalla propria, a lettori curiosi ed entusiasti, a chiunque voglia conoscere, imparare e crescere nutrendosi di pluralità. E’ rivolto -aggiunge- ai tanti piccoli cittadini cinesi che si incontrano nelle scuole e nelle piazze delle nostre città, che parlano benissimo l’italiano, che si sentono italiani, che riescono a confrontarsi con tutti senza chiedersi nulla e che sarebbe bello sentire parlare anche in lingua cinese”.
(Clt/Col/Adnkronos)
l’Unità 2.6.10
Intervista a Dario Fo
«Silvio cancella la democrazia
e la sinistra se ne sta al balcone»
Il premio Nobel: «Per fermare il premier servirebbero una coerenza e un coraggio morale che fin qui sono mancati. Vedo timori e dolcinerie mentre i tori travolgono tutto»
di Toni Jop
La storia. «Non è uno show in cui sperare di fare una figura passabile. Chi si assume la responsabilità di non aver capito e lottato?»
La strada. «L’avete indicata anche voi dell’Unità: disobbedire. Non si salva l’Italia scendendo a patti con un oscuro nemico del paese»
Partiamo da questo punto incontestabile: siamo governati da un premier che dice “ti amo” a questo paese mentre giorno dopo giorno gli toglie la libertà. Sembra una parabola classica sul potere. Infatti, Berlusconi più ci ama più ci tappa le orecchie. Adesso vuole discrezione, questa è la sordina che vorrebbe imporre alle intercettazioni, questa la gabbia in cui vorrebbe chiudere i magistrati. Affranti, in questa valle di lacrime abbiamo chiesto lumi a Dario Fo, per aggiornare i nostri sensi intorpiditi da un “amore” che ci vuole al buio. Sarà vero amore, Dario? «Dubita, fratello, dubita, che il dubbio ti tiene in vita. Io, per esempio, ho scritto un testo sull'Orecchio di Dioniso. Non fabula, sed historia. Allora, c'era questo Orecchio che amplificava a mille le voci del popolo cosicché, in favore degli dei, una si potesse avvertire molto distante. Orecchio divino, divina macchina
sonora. Ma un giorno, il senso dell' ascolto fu invertito e al “popolo” giunsero le parole segrete degli dei. La divina macchina venne immediatamente murata. Murarono il mito, cosicché si vide di che pasta fosse il mito e quale fosse il cibo prediletto del potere: la coscienza del “popolo”. Chiaro?».
Maestro, questa è la storia della sinistra! Siamo noi che vogliamo ascoltare ciò che non va ascoltato, le parole del potere, le parole proibite. Siamo sulla strada giusta?
«Mica tanto. Perché tutto è scoperto, il gioco è scoperto nella sua violenta doppiezza ma non vedo una adeguata capacità di reazione. Abbiamo un premier che ormai non nasconde i veri obiettivi delle sue azioni e delle sue scelte. Dalle leggi ad personam al ddl sulle intercettazioni mentre echeggiano le voci secondo cui bombe e stragi “mafiose” sarebbero servite da scivolo per la nascita di una forza politica capace di traghettare il peggio della prima repubblica in una seconda, sedicente repubblica».
Ma, scusi, che dobbiamo fare? Denunciamo, facciamo opposizione secondo le regole democratiche... «Ah sì? Eppure a me pare che la sinistra se ne stia affacciata al balcone mentre i tori corrono e travolgono ogni cosa giù in strada. Vedi, se, come è stato finalmente annunciato dalla sinistra, oggi è in gioco la democrazia, allora conviene adeguare le risorse e la lucidità a questa realtà tremenda. Serve una coerenza ferrea che fin qui è mancata. Serve un coraggio morale che fin qui ha oscillato. Eppure, il disegno del potere fu chiaro fin dal G8 di Genova. Ora dico forte: se i responsabili istituzionali di quel massacro degno di una dittatura non pagheranno per quel che hanno fatto, si toglieranno le basi democratiche anche a questa Seconda Repubblica. E i cocci saranno sempre nostri».
Intende per caso sostenere che la sinistra non sta facendo opposizione?
«Tu fai il furbetto, e io so – viva la rima quello che ho detto. All’opposizione restano il mugugno, il timore reverenziale di offendere, una dolcineria paurosa nei confronti di chi sta cancellando la democrazia e questo è ormai chiaro anche alla sinistra non vedente. Il fatto che non lo diciamo più solo io e pochi altri è una consolazione e insieme una disperazione. La storia non è uno show in cui si può sperare di fare una figura passabile, men che meno ora quando tutto è in gioco. Chi si assume la responsabilità di non aver capito e lottato con azioni concrete e coerenti?».
Va bene, ci indichi la strada, qualcuno la seguirà. Ma tenga a mente: lei passa per essere un insopportabile pessimista, un noioso bardo saputello e di Cassandra – viva la rima – fratello...
«La strada l'avete indicata anche voi dell'Unità: disobbedire, la disobbedienza civile sorretta da un “no” forte e coerente di tutto il centrosinistra alla vergogna che ogni giorno il premier allestisce da pessimo attore qual è. Altro che trattativa, altro che accordi: non si salva l'Italia scendendo a patti con un oscuro nemico del paese e della democrazia. Pessimista io? Bene, è il pessimismo che ci tiene in vita. Infatti, guardate l'Ottimista: aveva detto che la crisi non esisteva e che il paese stava benissimo, semmai doveva comprare di più. Eccolo imbastire un gigantesco trucco col quale sfiancherà “il popolo” e grazierà i ricchi e i potenti. Mentre moltiplica la sua personale dotazione di ville meravigliose...» Eppure, moltissimi italiani hanno ancora fiducia nel premier...
«Senti questo elenco. Al ministro Scajola hanno comprato, pare, una casa a sua insaputa. Scajola non sapeva. Alla lista della spesa del ministro Bondi, nella manovra hanno fatto dei tagli che il ministro ignorava. Bondi non sapeva. Alle spalle di Berlusconi hanno piazzato una crisi economica spaventosa che il premier ignorava. Berlusconi non sapeva. Scelgano gli italiani: stanno votando un mucchio di farabutti oppure dei pazzeschi cretini?».
Repubblica 2.6.10
Fuori programma di una scuola media. La preside: deplorevole. Il Pd: lei offende la Resistenza
"Bella ciao" al ministero, alunni censurati
di Laura Mari
Interrogazione di due deputati per chiedere sanzioni contro la dirigente scolastica, che a sua volta chiede a studenti e genitori di scusarsi per la "scorrettezza"
ROMA - A fine concerto, pensando di fare cosa gradita, hanno improvvisato le note di "Bella Ciao" davanti ai rappresentanti del ministero dell´Istruzione. Ma il fuori programma degli studenti di una scuola media di Roma ha scatenato la reazione indignata della preside. E il Pd insorge, con un´interrogazione parlamentare, contro la dirigente scolastica, sostendo che «"Bella ciao" è un simbolo dei valori che stanno alla base della nostra convivenza civile, della nostra costituzione, della nostra Repubblica nata dalla Resistenza».
Protagonisti dell´episodio sono gli alunni dell´istituto Giuseppe Gioacchino Belli. Gli studenti che compongono l´orchestra della scuola, il 27 maggio sono stati invitati ad esibirsi alla presenza del sottosegretario all´Istruzione Giuseppe Pizza, del capo della segreteria del ministro, Pasquale Capo, e di due direttori generali del ministero. Al termine del concerto, i ragazzi hanno deciso di concedersi un fuori programma e hanno accennato le note di "Bella ciao". L´iniziativa non è piaciuta alla preside dell´istituto Belli, che in una lettera inviata a tutti i docenti, agli alunni e alle famiglie, ha espresso la sua amarezza per quello che definisce «un atto deplorevole, di certo non una semplice ragazzata».
Una reazione contro cui polemizzano i deputati Pd Maria Coscia e Walter Verini, che in un´interrogazione al ministro dell´Istruzione Maria Stella Gelmini chiedono quali provvedimenti intenderà prendere il ministro contro la preside.
Nella lettera, la dirigente dell´istituto Belli ha rimproverato gli alunni sottolineando che «non vanno mai dimenticati i doveri verso chi ospita, a cui ci si deve rapportare con rispetto». Parole che hanno sorpreso a loro volta genitori e alunni. La preside però è convinta che il suo richiamo sia stato doveroso. «Sollecito gli adulti a scusarsi - ha scritto nella lettera - e far capire agli studenti che, se è giusto e importante esprimere le proprie convinzioni, è altrettanto giusto e importante non assumere iniziative che travalicano i limiti del rispetto delle persone, della correttezza e del buon gusto».
Repubblica 2.6.10
Se si usa la privacy per difendere il potere
di Stefano Rodotà
Sono state usate le parole giuste e forti per denunciare quel vero attentato all´ordine democratico rappresentato dalle nuove norme sulle intercettazioni. Un´opinione pubblica si è manifestata, ha occupato la scena politica e ad essa soltanto si deve quel mutamento di linea del governo che, pur essendo del tutto inadeguato, mai sarebbe venuto se ancora una volta avessero prevalso gli spiriti deboli e i cultori della moderazione sempre e ovunque. Ma un grave danno culturale è stato comunque provocato. Quando ho visto in piazza Montecitorio un cartello che proclamava "Non ho nulla da nascondere. Intercettatemi", sono stato preso da un vero scoramento, mi sono chiesto il perché di quella protesta estrema e mi è sembrato subito evidente che la nostra fragile cultura della privacy è a rischio proprio a causa di una legge che proclama di volerla proteggere.
Non è un esito paradossale. È il risultato di una riflessione sociale. Un´opinione pubblica sempre più larga si è resa conto che quella non era una legge a tutela della riservatezza delle persone, ma uno scudo protettivo per un ceto di cui si scoprivano l´immoralità civile, i mille traffici, la corruzione come regola. Da qui la reazione estrema, "intercettateci tutti", che ricorda il grido disperato dei ragazzi di Locri dopo l´ennesimo delitto della ´ndrangheta, "ammazzateci tutti".
Ma questa esasperazione ci porta nella direzione sbagliata. Dico per l´ennesima volta che l´"uomo di vetro" è immagine nazista, è l´argomento con il quale tutti i regimi totalitari vogliono impadronirsi della vita delle persone. Se non avete nulla da nascondere, non avete nulla da temere. E così, appena qualcuno vuole rivendicare un brandello di intimità, diventa un "cattivo cittadino" sul quale lo Stato autoritario esercita le sue vendette.
È un argomento, dunque, da non usare mai, così come mai si deve ricorrere al suo opposto, all´uso strumentale della difesa della privacy per occultare comportamenti illegali o socialmente inaccettabili, per negare la trasparenza e la controllabilità dell´esercizio d´ogni potere. Entrambi questi atteggiamenti screditano la privacy agli occhi dei cittadini e occultano la realtà. Una realtà che, in questi anni, ha conosciuto gravi limitazioni della privacy dei dipendenti pubblici e il capovolgimento dell´impostazione con la quale si era cercato di mettere le persone al riparo dai disturbatori telefonici che invadono con pubblicità sgradite la sfera privata. Dopo aver ridotto la privacy di milioni di persone, ora la maggioranza si fa paladina di quella di un ceto indifendibile, cercando di cancellare quanto già è scritto nell´art. 6 del Codice sull´attività giornalistica: «La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilevo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica». Parole chiarissime, così come è chiara la ragione di questa ridotta "aspettativa di privacy" per tutti quelli che hanno ruoli pubblici. In democrazia non bastano i controlli istituzionali (parlamentari, giudiziari, burocratici), serve il controllo diffuso di tutti i cittadini, dunque la trasparenza. E la Corte europea dei diritti dell´uomo ha sottolineato con forza che questa essenziale esigenza democratica può rendere legittima anche la pubblicazione di notizie coperte dal segreto. L´opposto di quel che si cerca di fare in Italia.
La privacy, dunque, conosce diversi livelli di protezione. E non corrisponde alla realtà dei fatti sostenere che la tutela ha funzionato solo a favore dei vip. Prima di fare affermazioni del genere bisognerebbe dare un´occhiata all´attività passata e presente del Garante e si scoprirebbe che i casi riguardanti i cosiddetti vip sono una percentuale davvero minima e che l´attività nel suo insieme è volta a garantire proprio la "gente comune". Un lavoro sempre più difficile, che non può essere screditato con qualche sprezzante formula liquidatoria, ma che dovrebbe essere accompagnato da una attenzione che dia alle persone la consapevolezza dei loro diritti.
La privacy non è più soltanto il diritto d´essere lasciato solo, di allontanare lo sguardo indesiderato. È sempre di più uno strumento essenziale perché non si debba vivere in una società del controllo, della sorveglianza, della selezione sociale. Servono, dunque, strategie adeguate per contrastare la bulimia informativa di poteri pubblici e privati, per sottrarsi allo "tsunami digitale" che si sta abbattendo sulle persone.
La prima mossa riguarda l´osservanza del principio che limita la raccolta delle informazioni personali a quelle strettamente necessarie per raggiungere una determinata finalità. Una indicazione importante viene dal programma del nuovo governo britannico, che ha scelto una strada del tutto opposta a quella che, negli ultimi anni, stava trasformando l´Inghilterra in una società della sorveglianza. Ecco allora lo stop alla carta d´identità e al passaporto biometrico, alla creazione di banche dati del Dna senza garanzie adeguate, alla raccolta delle impronte digitali dei bambini senza il consenso dei genitori, alla videosorveglianza a tappeto, alla conservazione generalizzata dei dati riguardanti l´accesso a Internet e la posta elettronica, a tutte le misure restrittive introdotte con il pretesto della lotta al terrorismo. I nostri garantisti a corrente alternata daranno un´occhiata a queste pagine, significativamente intitolate "libertà civili"?
La privacy assume così le sembianze di altri specifici diritti. Diritto all´oblio, dunque a ottenere la cancellazione di dati che non debbono seguirci per tutta la vita (un diritto particolarmente importante nel tempo delle reti sociali, di Facebook). Diritto di "rendere silenzioso il chip", vale a dire potere individuale di disconnettersi da una serie di apparati tecnologici di controllo. Diritto all´anonimato, che può essere essenziale per la libertà di espressione, come ha appena sostenuto la Corte suprema di Israele scrivendo che esso offre una tutela importante per chi vuole esprimere opinioni non ortodosse.
Uno sprazzo di questa consapevolezza tecnologica si ritrova persino nell´orrendo testo in discussione al Senato, dove si prevede che, per ottenere i tabulati telefonici, sia necessaria la stessa autorizzazione richiesta per le intercettazioni. Una scelta corretta. Infatti i tabulati, pur non fornendo i contenuti delle conversazioni, rivelano una serie di informazioni (nome del chiamante e del chiamato, luoghi dove questi si trovano, durata della conservazione) che consente di ricostruire l´intera rete delle relazioni personali, politiche, economiche, religiose di tutti. E, mentre si può contestare il contenuto di una intercettazione, liberandosi così dal sospetto, questo diventa più difficile, o addirittura impossibile, quando i dati conservati registrano solo il nudo fatto dell´aver telefonato ad una persona.
Queste sono alcune delle strade da seguire se davvero si vuole tutelare la privacy delle persone, ormai identificata con la libera costruzione della personalità, con il potere di controllare chiunque usi le nostre informazioni, con il rifiuto di sottostare a pretese ammantate di sicurezza o efficienza del mercato. Qui si gioca la vera partita. Anche per questo dobbiamo uscire dalla trappola allestita da chi vuole trasformare la privacy in difesa del nudo potere.
il Fatto 2.6.10
La nuova norma potrebbe servire a procurarsi buoni uffici Oltretevere
Legge bavaglio, premio ai pedofili
Un emendamento di Gasparri, Bricolo e compagnia introduce l’atto sessuale “di minore gravità”
Pedofili e in flagranza, un reato minore?
L’ emendamento che vede anche la firma di Gasparri permette al molestatore di non finire in carcere
di Bruno Tinti
Che la legge sul blocco delle intercettazioni e sul bavaglio all’informazione abbia costituito una ghiotta occasione per stipulare patti scellerati con le gerarchie ecclesiastiche lo avevano capito tutti. Perché è un fatto che una tra le tante norme scellerate prevede che, se si deve intercettare un ecclesiastico, prima bisogna avvertire la sua gerarchia. Il che, immagino, secondo gli autori di questa bella trovata, si giustifica con la certezza che chi è dedito alla cura delle anime per prima cosa tiene molto alla sua e quindi mai e poi mai rivelerà al confratello che un pm comunista e miscredente sta per mettergli sotto controllo il telefono.
Si pensava di aver toccato il fondo: 8 per mille, sovvenzioni alle scuole cattoliche, esenzione dall’ICI, non so che altro; adesso anche privilegi ai preti indagati. Il disprezzo per la Costituzione di questa gente davvero non ha limiti.
Adesso ce n’è un’altra; l’iniziativa è (ricordatevene bene per favore, questi nomi non debbono essere dimenticati) di Gasparri, Bricolo, Quagliariello, Centaro, Berselli, Mazzatorta, Divina. Che hanno fatto? La cosa è complicata.
C’è un articolo del codice di procedura penale (380) che elenca i casi in cui si deve (non si può, si deve) procedere all’arresto in flagranza; che significa che il delinquente sorpreso mentre sta commettendo un reato va impacchettato subito e portato in prigione; poi lo processeranno ma, per il momento, in galera resta. Tra i reati per cui si “deve” arrestare non c’era il delitto di atti sessuali con minorenne (609 quater codice penale). Sicché, con raro acume legislativo, qualcuno dei nostri Soloni ha pensato bene di inserircelo, approfittando della legge blocco&bavaglio. Bravo, bene, bis. A questo punto la polizia (cioè PS, CC, GdF, Vigili Urbani etc., sono loro che fanno gli arresti in flagranza), se beccava uno che stava compiendo atti sessuali con un minorenne, doveva (“doveva”, non “poteva”) arrestarlo. C’è qualcuno che dubita che fosse cosa buona e giusta?
Eh, qualcuno c’era; perché i suddetti Gasparri&Compagni hanno presentato un emendamento (1.707) assolutamente criptico (per mettere insieme tutto ho impiegato una mezz’ora) che modifica questo articolo 380 del codice di procedura, appena modificato da qualcuno della loro stessa parrocchia, nel senso che sì, va bene, chi commette atti sessuali con minorenni e viene sorpreso in flagranza deve essere arrestato; ma sempre che non si tratti di atto sessuale di “minore gravità” (veramente la tecnica legislativa (?) adottata è più complicata ma ve la risparmio, il risultato è questo). Dunque, adesso Polizia, CC, Gdf, Vigili urbani, quando beccheranno un pedofilo con i calzoni abbassati (o le gonne alzate) dovranno decidere, prima di arrestarlo, se quello che sta facendo è di gravità normale o minore del normale; e, in questo secondo caso, potranno anche non arrestarlo.
Ma vi rendete conto? La Cassazione si danna per decidere se quello che è stato fatto al ragazzino o alla ragazzina è di minore gravità oppure no. Perché la cosa è importantissima: se il fatto è di minore gravità, la pena è diminuita fino a due terzi, che è mica roba da poco; da 5 anni si passa a poco più di 2 anni, che vuol dire affidamento in prova al servizio sociale, quindi niente galera; e anzi, con un paio di attenuanti (attenuanti generiche e risarcimento del danno) si va a circa anni 1; il che significa sospensione condizionale della pena. Sicché potete immaginare quali monumenti di cultura giuridica vengono costruiti in Tribunale, Appello e Cassazione. E Gasparri&Compagni affidano al poliziotto del caso la responsabilità di decidere se il pedofilo/a va arrestato oppure no. Lì, su due piedi, mentre si sta rialzando i pantaloni o abbassando la gonna. La cosa è talmente grave che adesso la maggioranza dice di volerci ripensare. Sarà vero? Domanda: ma che gliene importa a loro dei pedofili? Grave o no che sia l’atto (immaginatevi la disgustosa classifica), davvero non va bene mandarli in prigione almeno per un po’? In flagranza di reato sono stati sorpresi, c’è poco da discutere. E allora? Qualche reverente pensiero alle norme “Vaticane” davvero è fuor di luogo?
il Fatto 1.6.10
La prossima Intifada
Ripresi gli scontri nella Striscia, a Gerusalemme est tensione con gli israeliani e solidarietà ai “fratelli” di Gaza
di Roberta Zunini
Dei circa trecentomila arabi che vivono a Gerusalemme, più di cinquantamila risiedono nel quartiere di Silwan, a ridosso della città vecchia, vicino alla Moschea di Al Aqsa. Silwan, come Sheik Jarrah, Bet’Aniha e Shu’fat, fa parte di quella zona che l’Onu definisce Gerusalemme Est, territorio occupato palestinese, assieme a Cisgiordania e Gaza. Per Israele invece Gerusalemme Est è parte integrante della municipalità. L’annessione unilaterale, con la proclamazione di Gerusalemme “capitale unica e indivisa “ fu sancita nel 1980 da una legge della Knesset, che formalmente venne subito respinta dalla comunità internazionale. Resta il fatto che gli abitanti arabi di Gerusalemme Est non hanno ottenuto un cambiamento di status. Non sono cioè diventati cittadini ma solo residenti permanenti di Gerusalemme. E’ anche per questo che si sono sempre sentiti più vicini agli arabo palestinesi di Gaza che non agli arabi che vivono in territorio israeliano e hanno il passaporto israeliano. “Lunedì, però, forse per la prima volta ci siamo sentiti un unico popolo. Ci siamo tutti sentiti di nuovo veri fratelli. Abbiamo scioperato tutti assieme – ci dice Selim Aman, ingegnere meccanico – per protestare contro il trattamento disumano a cui sono sottoposti da anni i nostri fratelli di Gaza e per manifestare il nostro disgusto nei confronti del massacro di chi voleva portare loro aiuto. Parteciperò sicuramente ad altre manifestazioni di piazza se ce ne saranno, anche se vuol dire rischiare la vita, perché i soldati, come avete visto, non fanno sconti a nessuno”.
Il Huadi Silwan information center è uno spazio di cannucciato e assi che si trova tra la moschea di Al Aqsa e l’ingresso della City of David, il parco archeologico dove, secondo la Bibbia, si troverebbero anche la dimora e il giardino di re David. L’appalto dei lavori di scavo della City sono stati affidati dal governo israeliano a un’associazione di coloni ebrei, El Ad. “Lunedì, dopo che si era diffusa la notizia del massacro dei pacifisti, qui davanti ci sono stati scontri proprio tra coloni armati di fucili e ragazzi palestinesi con le tasche pesanti di pietre” ci racconta l’assistente sociale arabo Jawad Siam, che gestisce il Silwan information center assieme ad Hagit Ofra, una signora ebrea dell’organizzazione umanitaria Peace Now. A sentire gli abitanti di Silwan, la situazione è esplosiva e non è un caso che, sempre ieri, un gruppo di palestinesi abbia appiccato il fuoco alla propria abitazione, occupata da tempo da una famiglia di coloni. Hamad – che ancora soffre dei postumi di una fucilata alle gambe, sparata da un giovane colono ortodosso che camminava con un M16 a tracolla – ci spiega che ciò è accaduto pochi giorni dopo la sentenza della corte israeliana che intimava ai coloni di andarsene. “I coloni però non se ne volevano andare e le forze dell’ordine israeliane tardavano a intervenire. E’ allora che i legittimi proprietari della casa assieme ad alcuni amici, tra cui mio cugino, hanno dato fuoco all’abitazione per costringere i coloni ad andarsene. Il coraggio di buttare fuori i coloni però gli è venuto proprio ieri”. Anche Adnan Husseini, il Governatore di Gerusalemme dell’Autorità Nazionale Palestinese ci dice che c’è un forte nervosismo oltre che tristezza tra i palestinesi. “E’ una frustrazione che sta corrodendo la speranza, la rabbia è contenuta da troppo tempo ma escludo che possa esplodere una terza intifada. Ciò che è accaduto potrebbe invece aprire una nuova pagina della nostra storia, non negativa. Ormai la comunità internazionale non può più far finta di non vedere quanto sia spietata l’occupazione e spero abbia capito che noi palestinesi siamo di nuovo uniti. Voglio sperare che questo sacrificio dei pacifisti venga colto dal mondo e ci aiuti ad ottenere un nostro Stato”. Ma queste sono le parole della diplomazia. E la vita reale non passa per l’ufficio del Governatore.
E la “vita reale” ha troppo spesso il volto della morte. Una forte esplosione, ieri, ha colpito la città palestinese di Beit Lahya, nell’estremità nord della Striscia di Gaza, uccidendo tre persone. La radio militare israeliana ha reso noto che la deflagrazione è stata provocata da un missile lanciato da un velivolo israeliano e che i morti erano miliziani dell’ala armata del Fronte Popolare, una delle fazioni radicali attive nell’enclave controllata dagli integralisti di Hamas. La stessa fonte afferma che l’attacco è seguito dopo il lancio di due razzi Qassam, esplosi senza fare vittime nei pressi di Ashqelon, nel sud di Israele. Altri due palestinesi, invece, erano morti, nella mattina, in uno scontro a fuoco con una pattuglia militare israeliana, nella zona centrale della Striscia di Gaza.
il Fatto 2.6.10
Ora possiamo solo ritirarci, per sempre
di Manuela Dviri scrittrice e pacifista italo-israeliana
S ono stanca. Stanchissima. Stanca di pensare e ripensare perché. Stanca di parlare dell'orrore di questi giorni , stanca di sognarmelo la notte, ogni notte in modo diverso e sempre orribile. Dicono che il nostro ministro della Difesa, Ehud Barak, sia un genio, che sappia smontare un orologio in pochi secondi. Può essere. Ma di certo, poi, non sa come rimontarlo. E no, la carneficina non è stata creata a tavolino, nonostante da lontano sembri forse altrimenti... e i soldati mandati allo sbaraglio sono vittime dei nostri politici esattamente come lo siamo noi civili. Troppi anni (43) di occupazione ci hanno ridotto così: semplicemente stupidi, militarmente stupidi, politicamente stupidi e adesso anche attoniti e spaventati davanti al disastro, isolati nel mondo e davanti al mondo.
È difficile per me, in questi giorni, essere israeliana, anche se questa è la terra che amo e amerò sempre, la terra in cui ho scelto di vivere tanti anni fa, la terra che mi ha portato via un figlio, proprio dodici anni fa, la terra che non potrò mai lasciare, in cui sono nati e vivono i miei figli e i miei nipoti. Che ne sarà del loro futuro?
In queste ore c'è sciopero generale dei palestinesi israeliani; davanti ai consolati e alle ambasciate israeliane del mondo intero, dimostrazioni di protesta. I rapporti con la Turchia, un tempo preziosa alleata, sono tesissimi. Il mondo ci tratta da appestati. La flottiglia era chiaramente una provocazione e molti di quelli che erano a bordo non erano dei santi, ma non era una flotta di navi di pirati e Gaza non è la Somalia. Se proprio la si voleva allontanare perché attaccarla nelle acque internazionali? Che fretta c'era? Le domande sarebbero tante... sul come e il perchè. Adesso è iniziato il solito balletto delle giustificazioni e dello scambio d'accuse più o meno velate tra l'esercito e i politici, accompagnato dal coro degli esperti, tutti naturalmente ex politici ed ex generali. Dicono, adesso, che la nave era troppo grossa, che non la si poteva fermare in altro modo. Che a bordo c'erano terroristi, che i nostri soldati erano in pericolo di vita.
E se si chiedessero cosa sarebbe successo se quel folle attacco non fosse semplicemente avvenuto? Se in un atto di vera politica, di intelligenza, lungimiranza, creatività e di normale buon senso, li si fosse semplicemente fatti entrare, gli attivisti, con un uno di quei grandiosi gesti inaspettati che poi passano alla storia, per rompere, insieme, l'assedio, l'inutile e terribile assedio che ha tenuto per questi anni un milione e mezzo di abitanti di Gaza chiusi ermeticamente in una prigione a cielo aperto, senza dare a noi, che siamo dall'altra parte, alcun vantaggio?
Dopo tutto, quell'assedio, figlio dell'ossessione militare e politica al Dio della sicurezza, ci costringe a vivere, noi stessi, in un infinito stato d'assedio, chiusi in un invisibile fortino, isolati e condannati dai popoli.
Adesso dicono che bisogna spiegare al mondo le nostre ragioni... Non c'è nulla da spiegare. C'è solo da fare.
C'è da ritirarsi finalmente, e per sempre, dai territori. E da Gaza.
Repubblica 2.6.10
Lo sfogo di Mario Levi, romanziere turco: "Da Israele una dimostrazione di debolezza"
"Noi, ebrei di Istanbul solidali con la gente di Gaza"
Ho simpatia per lo Stato di Israele. Ma questo non significa che io debba rinunciare a criticare le azioni del suo governo
ISTANBUL - «Mi sento completamente diviso. Se fossi musulmano, o semplicemente laico, sarebbe più facile. Ma sono uno scrittore turco ebreo, e allora i miei sentimenti vanno dalla soddisfazione per le parole dure usate dal premier Erdogan contro Israele, all´ira per la stupidità dei governanti di Gerusalemme, alla rabbia per come talvolta vengono presentate qui le cose in tv, anche se non posso affatto parlare di antisemitismo in Turchia».
È un fiume in piena Mario Levi, autore apprezzato anche in Italia (il suo colossale «Istanbul era una favola», più di 700 pagine pubblicate da Bompiani, ha avuto un ottimo riscontro), mentre all´Università di Yeditepe, sulla parte asiatica del Bosforo, corregge gli esami degli studenti, e contemporaneamente pensa alle valigie per volare a Venezia dove da giovedì ha in programma alcune lezioni.
Il titolo del suo prossimo libro, «Dove stavi quando arrivò l´oscurità?», già prenotato in tutta Europa, sembra quasi una metafora della notte maledetta dei pacifisti turchi. E Levi non smette di tornare alla vigilia dell´attacco.
Perché?
«Perché intanto ringrazio il cielo che in Israele ci siano ancora giornalisti come Gideon Levy, che sul quotidiano Haaretz già la scorsa settimana aveva previsto che il suo Paese stesse entrando in quello che ha definito "un mare di stupidità"».
Gerusalemme poteva comportarsi diversamente?
«Altroché. Avrebbe potuto accompagnare la "Mavi Marmara" sotto il suo controllo fino al porto di Ashdod. Non si uccide così deliberatamente come è stato fatto».
C´è chi sostiene la tesi della provocazione.
«Parlerei piuttosto da parte di Israele di una chiara dimostrazione di debolezza e di mancanza di fiducia in sé stessa. Un grande Paese non agisce così, con un atto di terrorismo. Non era quella la soluzione».
Israele ha sbagliato?
«Se io fossi cittadino israeliano, intendiamoci, starei con l´organizzazione pacifista Peace Now. Ho ovviamente simpatia per lo Stato d´Israele. Ma questo non significa non poter criticare un governo in cui c´è un primo ministro sciovinista, Netanyahu, un ministro degli Esteri fascista, Lieberman, e uno della Difesa stolto, Barak».
Gli elettori israeliani hanno scelto liberamente.
«Sì, ognuno si sceglie i governanti che crede. Mi sembra però una situazione paradossale. La gente, in fondo, si sceglie il proprio destino».
Erdogan fa bene a reagire con questa veemenza verbale inusuale contro Israele?
«Erdogan ha fatto un´ottima dichiarazione. Bisogna dire che il suo partito fa molto di più rispetto ai socialdemocratici o ai nazionalisti».
E la comunità ebraica di Istanbul che cosa dice?
«Hanno fatto un comunicato molto duro sul loro sito ufficiale, protestando per l´accaduto. È lo stesso sentimento provato quando ci furono i bombardamenti sulla Striscia di Gaza».
Nessun problema per gli ebrei a vivere in un ambiente a stragrande maggioranza musulmana?
«Io non vivo in questo Paese una sensazione di antisemitismo. Anche se poi, a volte, percepisci quasi di essere considerato uno straniero».
(m. ans.)
Repubblica 2.6.10
L’autore, sopravvissuto al ghetto di Varsavia: "Una scelta anche strategicamente sbagliata"
Halter: "È stata un´azione orribile non è così che si combatte una guerra"
I falchi al governo mi fanno pensare al vecchio proverbio: "Quando Dio vuol punire qualcuno, gli toglie l´intelligenza"
Il nuovo ruolo della Turchia complica il quadro, ma può anche portare a passi avanti positivi
GERUSALEMME - «Che si tratti di un errore militare o di una cattiva interpretazione degli ordini ricevuti, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ed è un massacro». Questo pensa lo scrittore e filosofo francese Marek Halter, che nel 1944, assieme ai genitori, riuscì a fuggire dal ghetto di Varsavia. «Vede, quello che è accaduto al largo di Gaza, mi fa sentire lo stesso sdegno che hanno provato i cattolici di fronte ai preti pedofili. Ma non per questo i cattolici hanno smesso di sentirsi tali. Allo stesso modo io continuerò a sentirmi ebreo, perché so che i soldati che hanno compiuto quell´eccidio sono una minoranza».
Signor Halter, non pensa che sia stato uno scivolone dell´attuale governo di "falchi", lo stesso che continua a costruire insediamenti in barba all´indignazione dell´intero pianeta?
«Certo, oggi a capo del governo israeliano non c´è Yitzhak Rabin. Ma sono state uccise nove persone, e questo è qualcosa di orrendo. Non solo: è stata anche una mossa strategicamente sbagliata, perché non è in questo modo che si combatte una guerra. Non credo che una tale operazione risulti utile né ai "falchi" né ai coloni. C´è un proverbio yiddish che dice: "Quando Dio vuole punire qualcuno, gli toglie l´intelligenza". Ora, in politica, l´idiozia costa sempre molto caro, perché quando si è idioti si diventa anche cattivi».
Quali saranno le conseguenze di quanto è accaduto?
«Israele è un paese democratico, perciò sono sicuro che i responsabili di un atto così barbaro saranno portati davanti alla giustizia. E colui che ha dato l´ordine di sparare sui pacifisti pagherà per quella decisione. Non ci dimentichiamo che quando il premier Olmert è stato inquisito per corruzione fu costretto a dimettersi».
E il processo di pace, in tutto questo?
«Il processo di pace israelo-palestinese è un rompicapo all´interno del quale c´è un nuovo protagonista: la Turchia, che una volta rifiutata dall´Europa, s´è voltata verso la regione alla quale appartiene, ovvero il mondo musulmano».
Si riferisce al ruolo di paciere tra l´Iran e il resto del mondo per la vicenda nucleare?
«Sì, ma oggi i turchi hanno una nuova ambizione, quella di intervenire nel lungo conflitto tra israeliani e palestinesi. E il ruolo che intende giocare è quello di sostituirsi all´Iran. Da un lato, è una novità positiva: se l´interlocutore di Hamas diventa Ankara, al posto dell´Iran di Ahmadinejad, è verosimile che si potranno fare passi avanti. Dall´altra, un nuovo protagonista delle dimensioni geo-strategiche della Turchia rischia anche di complicare le cose».
E i morti di due giorni fa, molti dei quali turchi, non miglioreranno la situazione.
«Già, poiché adesso che ci sono dei morti, i turchi si sentiranno autorizzati ad alzare la voce».
Che cosa fare per uscire da questo pantano?
«Per dare un´altra opportunità alla pace, bisognerà ancora una volta, e malgrado tutto, risvegliare l´opinione pubblica internazionale. Contro i "falchi" israeliani ma anche contro l´integralismo di Hamas».
(p. d. r)
Repubblica 2.6.10
Quando gli uomini programmano il male
risponde Corrado Augias
Caro Augias, marines israeliani hanno sparato contro coloro che portavano aiuti a Gaza. Può esserci azione più nefanda? Eppure si resta muti. Non per la particolare crudeltà del crimine, ma perché non ci si può indignare ogni volta, come se mai fosse successo prima, e sapendo che succederà ancora molte volte, forse sempre, sino a che l'umanità non scomparirà dalla faccia della terra. E la terra, muta, e le stelle mute, serberanno il ricordo delle nefandezze compiute dagli uomini. Non esiste un popolo buono e un altro cattivo. Tutti i popoli, ora possono essere vittima, ora carnefici. Anche il popolo più civile e più democratico del mondo, all'occorrenza diventa carnefice. Il guasto è nella natura umana. Gli uomini sono capaci di programmare il male. Ieri ad essere maltrattati, come il «servo conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si copre la faccia», erano membri del popolo di Dio, del popolo di Isaia; oggi membri del popolo di Dio, del popolo eletto, con elmetto e faccia coperta, non certo per ribrezzo davanti al «servo sofferente», sono coloro che maltrattano. La differenza tante volte non è nella qualità del male compiuto, ma solo nella quantità.
Elisa Merlo lisamer@tiscali. it
Sì, è vero: «Il guasto è nella natura umana. Gli uomini sono capaci di programmare il male». Ma la politica dovrebbe servire proprio a questo. La buona politica dovrebbe raddrizzare, nei limiti del possibile, il legno storto dell'umanità. Ciò che manca in questo momento in Israele è soprattutto la lucidità di una visione politica quale aveva avuto per esempio Itzak Rabin, se la mano di un estremista non l'avesse assassinato mentre stava portando a compimento un possibile processo di pace, compreso il nodo di Gerusalemme. Era quindici anni fa e da allora le cose si sono bloccate. Sappiamo che su quelle navi non c'erano solo inermi pacifisti ma anche persone che reclamano la distruzione dell'"entità sionista", come viene beffardamente chiamato Israele. Ma appunto per questo sarebbe servita la politica: permettere ai veri pacifisti di portare a termine la loro azione, evitando la trappola che gli altri avevano preparato. Far sbarcare gli aiuti destinati ad un milione mezzo di persone tenute prigioniere di un blocco che David Grossman ieri su questo giornale ha definito «troppo lungo e ignobile». Il governo israeliano è andato invece a cacciarsi in un'azione nella quale stupidità e crudeltà si sono contese il primato. L'aggressione alle navi, i morti, la perdita ulteriore del prestigio di Israele avranno conseguenze che dureranno a lungo, altre vittime, forse un'altra Intifada. La sola speranza: che lo shock ponga fine ad una politica così stupida, cieca, crudele.
Repubblica 2.6.10
Prigionieri della forza
di Luigi Caracciolo
Il disastroso arrembaggio notturno è il paradigma di una non-logica fondata sull´uso della forza, non al servizio della politica ma in sua vece
Israele è prigioniero della sua forza. O meglio, dei suoi vertici militari, che hanno fatto dell´uso semiautomatico e volutamente eccessivo della forza il marchio dello Stato ebraico.
Lo hanno fatto con l´avallo dei leader politici e il sostegno di gran parte dell´opinione pubblica e, nelle intenzioni, era la garanzia della sopravvivenza di Israele in un mare di nemici aperti o subdoli. Nelle conseguenze, un efficace strumento di erosione della sicurezza nazionale.
Paradosso tanto più sorprendente perché oggi nessuno pare in grado di distruggere Israele. Almeno finché l´Iran non si doterà di un arsenale nucleare e spezzerà così il monopolio regionale non dichiarato di Gerusalemme in materia. Ciò che la strage del Mavi Marmara rende più, non meno probabile.
Il disastroso arrembaggio notturno al convoglio umanitario diretto a Gaza è il paradigma di questa non-logica. Fondata sull´uso della forza non al servizio della politica, ma in sua vece. Il boomerang è inevitabile. I vincitori della partita sono anzitutto Hamas e l´Iran, non certo le forze speciali della Marina che hanno avuto ragione dei civili a bordo della nave turca. Gerusalemme sostiene che fra loro vi fossero dei provocatori. Sicuro. A maggior ragione una leadership matura e responsabile non sarebbe dovuta cadere nella trappola. Per poi aggravare il danno, lasciando intendere che sia buono e giusto mitragliare all´impazzata chi è armato di bastoni e coltelli.
La prima regola di qualsiasi strategia è dividere il nemico. Israele tende sistematicamente a compattarlo. Si obietterà che in questo modo intende consolidare il senso di appartenenza allo Stato della sua piuttosto eterogenea popolazione, per un quinto araba e per il resto segnata da storie, culture, lingue diverse. Questo genere di pedagogia nazionale basato sull´emergenza permanente invita però a restare al di qua della linea d´ombra, con il fucile al piede e con la testa al fucile. Finora l´eccezionalismo ha funzionato. Nulla stabilisce che funzionerà domani e dopodomani.
La strategia di Israele è lo status quo infinito. Ma restar fermi quando tutto si muove - a cominciare dalla demografia araba e islamica - e macchiare la crema delle proprie Forze armate per eternare gli equilibri contingenti, implica la rinuncia a contare nel mondo. In altri termini: la forza di Israele ne colpisce la potenza.
Tale sindrome è forse indotta anche da una ragione più profonda: oggi la leadership israeliana, civile e militare, identifica il destino dello Stato con quello delle sue colonie. Non solo degli insediamenti ormai urbani in Cisgiordania, financo dell´avamposto che Israele ha abbandonato ma che non abbandona Israele: Gaza. Il blocco della Striscia è il tabù dei tabù, per non infrangere il quale Netanyahu è disposto a spararsi sui piedi. L´autolesionismo di Gerusalemme si spiega meglio con la rinuncia a ragionare in termini di interesse nazionale per accomodare l´estremismo irrazionale dei coloni e dei potenti gruppi politici e militari che ne hanno sposato la causa.
Mezzo milione di settlers tiene in ostaggio i restanti sette milioni di israeliani. Sono loro la quantità marginale capace di inclinare l´ago della bilancia domestica in un senso o nell´altro. Più giovani, più prolifici e molto più ortodossi dell´israeliano medio, i coloni esercitano l´arte a suo tempo praticata nel Senese da Ghino di Tacco. Con effetti leggermente più incisivi, stante la loro collocazione geopolitica, alla frontiera fra due mondi ostili.
Risultato: quelle che per Sharon dovevano essere le cinture di sicurezza di Israele, in mano a Netanyahu e Lieberman sono diventate le cinture con cui lo Stato ebraico rischia di soffocarsi.
Molti in Israele ne sono consapevoli, anche se preferiscono negarlo. Molti meno sono disposti a trarne le conseguenze. Non si può rimettere il genio/colono nella bottiglia/Israele senza rischiare la guerra civile. Né tantomeno mettere Tsahal sotto processo permanente. Conclusione: Netanyahu non avrà ragione, ma ha certamente la forza che gli deriva dalla mancanza di alternative visibili. Se questa per Israele sia una buona notizia, è lecito dubitare.
Repubblica 2.6.10
La Cassazione conferma la richiesta del procuratore generale: niente idoneità a chi esprime preferenze etniche
Adozioni, niente bimbi a genitori razzisti "Non si può scegliere il colore della pelle"
Bocciata la domanda di una coppia che voleva un figlio solo di origine europea
di Elsa Vinci
ROMA - Niente adozioni alle coppie "razziste". Per la prima volta nella storia della giurisprudenza italiana la Cassazione a Sezioni Unite ha stabilito che l´aspirante genitore non può scegliere l´etnia del bambino. Non otterrà l´idoneità chi preferirebbe figli di pelle bianca o rifiuta bimbi neri. Il magistrato non potrà convalidare decreti di adozione che contengano simili discriminazioni e, anzi, mettono in discussione la capacità stessa della coppia ad accogliere un bambino. Chiaro il monito della Suprema Corte: un figlio va amato, non scelto.
Il principio, sancito con la sentenza 13332, cassa la richiesta di una coppia siciliana che desiderava adottare solo piccoli di origine europea. Lo scorso 28 aprile la Procura generale di piazza Cavour, sollecitata da un esposto dell´Associazione Amici dei bambini, ha chiesto alle Sezioni Unite di mettere al bando i decreti di adozione con indicazioni sulla razza. Ieri il principio enunciato dalla Cassazione: «Il decreto di idoneità all´adozione pronunciato dal tribunale non può essere emesso sulla base di riferimenti all´etnia dei minori adottandi né può contenere indicazioni relative a tale etnia. Ove tali discriminazioni siano espresse dalla coppia di richiedenti, esse vanno apprezzate dal giudice di merito nel quadro della valutazione alla idoneità degli stessi alla adozione internazionale». La Corte stabilisce così che coloro che vogliono soltanto figli europei non sono pronti a diventare mamma e papà.
«Se sceglie il colore della pelle, che genitore è?», commenta l´Associazione famiglie adottive e affidatarie. Non è così definitivo V. M., quarantenne romano padre di una bambina colombiana di 11 anni, che sottolinea i problemi provocati dal razzismo ai piccoli e ai genitori adottivi. «La sua pelle è color caffellatte - dice - Chiunque la vede capisce che non ha i tratti somatici della famiglia. Io e mia moglie non l´abbiamo scelta. L´abbiamo accolta. L´amiamo ogni giorno, confrontandoci e accettando le sue diversità che per noi non sono quelle della pelle ma di una persona che cerca la sua identità. Non è scandaloso che alcuni, magari per basso livello di istruzione o per un complesso contesto ambientale, non si sentano in grado di affrontare la diversità della pelle. Negare che i problemi esistono non aiuta la causa».
Non a caso la Cassazione insiste sulla necessità che i servizi sociali diano una formazione adeguata alle coppie che intraprendono le procedure per l´adozione internazionale. Per guidarle «verso una più profonda consapevolezza di carattere solidaristico e prevenire opzioni di impronta discriminatoria», per aiutarle a superare le difficoltà di accogliere «un bimbo che non sia a propria immagine», o le paure di quanti dicono no al bambino diverso «per timore di fenomeni xenofobi che espongano a rischio l´integrazione del minore e creino in lui problemi di adattamento». La Corte non ammette che si esprimano preferenze per «determinate caratteristiche genetiche» anche perché tutti i bambini abbandonati hanno una storia «già profondamente tormentata» e più degli altri hanno bisogno di un padre e una madre «con peculiari doti di sensibilità».
Libri: letteratura cinese e italiana a confronto in un volume 'double face'
'La rosa e la peonia' edito dall''Asino d'oro' nelle librerie il 4 giugno
Roma, 2 giu. (Adnkronos) - Dalle iscrizioni sui gusci di tartaruga ai romanzi erotici sul web. La letteratura cinese ha più di 4mila anni e 'La rosa e la peonia', testo bilingue della studiosa Valentina Pedone, edito da 'L'Asino d'oro' e in uscita nelle librerie venerdì prossimo, si pone come strumento di confronto con la letteratura italiana, dai testi latini di epoca romana al Nobel Dario Fo, per gli insegnanti, gli studenti e in genere le nuove generazioni che si trovano a confrontarsi con la cultura cinese sempre più presente nel nostro Paese.
Scritto in due lingue, questo libro, a cura dalla Pedone, ricercatore, docente di letteratura cinese presso l’Università di Firenze e di Urbino (traduzione di Wei Yi, insegnante di letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Lingue Straniere di Pechino), è un’opera, se così si può definire, “double face”, con due distinte copertine e testi in italiano e in cinese.
“La rosa e la peonia -spiega nella postfazione Valentina Pedone- è rivolto a tutti coloro che incontrano quotidianamente culture diverse dalla propria, a lettori curiosi ed entusiasti, a chiunque voglia conoscere, imparare e crescere nutrendosi di pluralità. E’ rivolto -aggiunge- ai tanti piccoli cittadini cinesi che si incontrano nelle scuole e nelle piazze delle nostre città, che parlano benissimo l’italiano, che si sentono italiani, che riescono a confrontarsi con tutti senza chiedersi nulla e che sarebbe bello sentire parlare anche in lingua cinese”.
(Clt/Col/Adnkronos)
l’Unità 2.6.10
Intervista a Dario Fo
«Silvio cancella la democrazia
e la sinistra se ne sta al balcone»
Il premio Nobel: «Per fermare il premier servirebbero una coerenza e un coraggio morale che fin qui sono mancati. Vedo timori e dolcinerie mentre i tori travolgono tutto»
di Toni Jop
La storia. «Non è uno show in cui sperare di fare una figura passabile. Chi si assume la responsabilità di non aver capito e lottato?»
La strada. «L’avete indicata anche voi dell’Unità: disobbedire. Non si salva l’Italia scendendo a patti con un oscuro nemico del paese»
Partiamo da questo punto incontestabile: siamo governati da un premier che dice “ti amo” a questo paese mentre giorno dopo giorno gli toglie la libertà. Sembra una parabola classica sul potere. Infatti, Berlusconi più ci ama più ci tappa le orecchie. Adesso vuole discrezione, questa è la sordina che vorrebbe imporre alle intercettazioni, questa la gabbia in cui vorrebbe chiudere i magistrati. Affranti, in questa valle di lacrime abbiamo chiesto lumi a Dario Fo, per aggiornare i nostri sensi intorpiditi da un “amore” che ci vuole al buio. Sarà vero amore, Dario? «Dubita, fratello, dubita, che il dubbio ti tiene in vita. Io, per esempio, ho scritto un testo sull'Orecchio di Dioniso. Non fabula, sed historia. Allora, c'era questo Orecchio che amplificava a mille le voci del popolo cosicché, in favore degli dei, una si potesse avvertire molto distante. Orecchio divino, divina macchina
sonora. Ma un giorno, il senso dell' ascolto fu invertito e al “popolo” giunsero le parole segrete degli dei. La divina macchina venne immediatamente murata. Murarono il mito, cosicché si vide di che pasta fosse il mito e quale fosse il cibo prediletto del potere: la coscienza del “popolo”. Chiaro?».
Maestro, questa è la storia della sinistra! Siamo noi che vogliamo ascoltare ciò che non va ascoltato, le parole del potere, le parole proibite. Siamo sulla strada giusta?
«Mica tanto. Perché tutto è scoperto, il gioco è scoperto nella sua violenta doppiezza ma non vedo una adeguata capacità di reazione. Abbiamo un premier che ormai non nasconde i veri obiettivi delle sue azioni e delle sue scelte. Dalle leggi ad personam al ddl sulle intercettazioni mentre echeggiano le voci secondo cui bombe e stragi “mafiose” sarebbero servite da scivolo per la nascita di una forza politica capace di traghettare il peggio della prima repubblica in una seconda, sedicente repubblica».
Ma, scusi, che dobbiamo fare? Denunciamo, facciamo opposizione secondo le regole democratiche... «Ah sì? Eppure a me pare che la sinistra se ne stia affacciata al balcone mentre i tori corrono e travolgono ogni cosa giù in strada. Vedi, se, come è stato finalmente annunciato dalla sinistra, oggi è in gioco la democrazia, allora conviene adeguare le risorse e la lucidità a questa realtà tremenda. Serve una coerenza ferrea che fin qui è mancata. Serve un coraggio morale che fin qui ha oscillato. Eppure, il disegno del potere fu chiaro fin dal G8 di Genova. Ora dico forte: se i responsabili istituzionali di quel massacro degno di una dittatura non pagheranno per quel che hanno fatto, si toglieranno le basi democratiche anche a questa Seconda Repubblica. E i cocci saranno sempre nostri».
Intende per caso sostenere che la sinistra non sta facendo opposizione?
«Tu fai il furbetto, e io so – viva la rima quello che ho detto. All’opposizione restano il mugugno, il timore reverenziale di offendere, una dolcineria paurosa nei confronti di chi sta cancellando la democrazia e questo è ormai chiaro anche alla sinistra non vedente. Il fatto che non lo diciamo più solo io e pochi altri è una consolazione e insieme una disperazione. La storia non è uno show in cui si può sperare di fare una figura passabile, men che meno ora quando tutto è in gioco. Chi si assume la responsabilità di non aver capito e lottato con azioni concrete e coerenti?».
Va bene, ci indichi la strada, qualcuno la seguirà. Ma tenga a mente: lei passa per essere un insopportabile pessimista, un noioso bardo saputello e di Cassandra – viva la rima – fratello...
«La strada l'avete indicata anche voi dell'Unità: disobbedire, la disobbedienza civile sorretta da un “no” forte e coerente di tutto il centrosinistra alla vergogna che ogni giorno il premier allestisce da pessimo attore qual è. Altro che trattativa, altro che accordi: non si salva l'Italia scendendo a patti con un oscuro nemico del paese e della democrazia. Pessimista io? Bene, è il pessimismo che ci tiene in vita. Infatti, guardate l'Ottimista: aveva detto che la crisi non esisteva e che il paese stava benissimo, semmai doveva comprare di più. Eccolo imbastire un gigantesco trucco col quale sfiancherà “il popolo” e grazierà i ricchi e i potenti. Mentre moltiplica la sua personale dotazione di ville meravigliose...» Eppure, moltissimi italiani hanno ancora fiducia nel premier...
«Senti questo elenco. Al ministro Scajola hanno comprato, pare, una casa a sua insaputa. Scajola non sapeva. Alla lista della spesa del ministro Bondi, nella manovra hanno fatto dei tagli che il ministro ignorava. Bondi non sapeva. Alle spalle di Berlusconi hanno piazzato una crisi economica spaventosa che il premier ignorava. Berlusconi non sapeva. Scelgano gli italiani: stanno votando un mucchio di farabutti oppure dei pazzeschi cretini?».
Repubblica 2.6.10
Fuori programma di una scuola media. La preside: deplorevole. Il Pd: lei offende la Resistenza
"Bella ciao" al ministero, alunni censurati
di Laura Mari
Interrogazione di due deputati per chiedere sanzioni contro la dirigente scolastica, che a sua volta chiede a studenti e genitori di scusarsi per la "scorrettezza"
ROMA - A fine concerto, pensando di fare cosa gradita, hanno improvvisato le note di "Bella Ciao" davanti ai rappresentanti del ministero dell´Istruzione. Ma il fuori programma degli studenti di una scuola media di Roma ha scatenato la reazione indignata della preside. E il Pd insorge, con un´interrogazione parlamentare, contro la dirigente scolastica, sostendo che «"Bella ciao" è un simbolo dei valori che stanno alla base della nostra convivenza civile, della nostra costituzione, della nostra Repubblica nata dalla Resistenza».
Protagonisti dell´episodio sono gli alunni dell´istituto Giuseppe Gioacchino Belli. Gli studenti che compongono l´orchestra della scuola, il 27 maggio sono stati invitati ad esibirsi alla presenza del sottosegretario all´Istruzione Giuseppe Pizza, del capo della segreteria del ministro, Pasquale Capo, e di due direttori generali del ministero. Al termine del concerto, i ragazzi hanno deciso di concedersi un fuori programma e hanno accennato le note di "Bella ciao". L´iniziativa non è piaciuta alla preside dell´istituto Belli, che in una lettera inviata a tutti i docenti, agli alunni e alle famiglie, ha espresso la sua amarezza per quello che definisce «un atto deplorevole, di certo non una semplice ragazzata».
Una reazione contro cui polemizzano i deputati Pd Maria Coscia e Walter Verini, che in un´interrogazione al ministro dell´Istruzione Maria Stella Gelmini chiedono quali provvedimenti intenderà prendere il ministro contro la preside.
Nella lettera, la dirigente dell´istituto Belli ha rimproverato gli alunni sottolineando che «non vanno mai dimenticati i doveri verso chi ospita, a cui ci si deve rapportare con rispetto». Parole che hanno sorpreso a loro volta genitori e alunni. La preside però è convinta che il suo richiamo sia stato doveroso. «Sollecito gli adulti a scusarsi - ha scritto nella lettera - e far capire agli studenti che, se è giusto e importante esprimere le proprie convinzioni, è altrettanto giusto e importante non assumere iniziative che travalicano i limiti del rispetto delle persone, della correttezza e del buon gusto».
Repubblica 2.6.10
Se si usa la privacy per difendere il potere
di Stefano Rodotà
Sono state usate le parole giuste e forti per denunciare quel vero attentato all´ordine democratico rappresentato dalle nuove norme sulle intercettazioni. Un´opinione pubblica si è manifestata, ha occupato la scena politica e ad essa soltanto si deve quel mutamento di linea del governo che, pur essendo del tutto inadeguato, mai sarebbe venuto se ancora una volta avessero prevalso gli spiriti deboli e i cultori della moderazione sempre e ovunque. Ma un grave danno culturale è stato comunque provocato. Quando ho visto in piazza Montecitorio un cartello che proclamava "Non ho nulla da nascondere. Intercettatemi", sono stato preso da un vero scoramento, mi sono chiesto il perché di quella protesta estrema e mi è sembrato subito evidente che la nostra fragile cultura della privacy è a rischio proprio a causa di una legge che proclama di volerla proteggere.
Non è un esito paradossale. È il risultato di una riflessione sociale. Un´opinione pubblica sempre più larga si è resa conto che quella non era una legge a tutela della riservatezza delle persone, ma uno scudo protettivo per un ceto di cui si scoprivano l´immoralità civile, i mille traffici, la corruzione come regola. Da qui la reazione estrema, "intercettateci tutti", che ricorda il grido disperato dei ragazzi di Locri dopo l´ennesimo delitto della ´ndrangheta, "ammazzateci tutti".
Ma questa esasperazione ci porta nella direzione sbagliata. Dico per l´ennesima volta che l´"uomo di vetro" è immagine nazista, è l´argomento con il quale tutti i regimi totalitari vogliono impadronirsi della vita delle persone. Se non avete nulla da nascondere, non avete nulla da temere. E così, appena qualcuno vuole rivendicare un brandello di intimità, diventa un "cattivo cittadino" sul quale lo Stato autoritario esercita le sue vendette.
È un argomento, dunque, da non usare mai, così come mai si deve ricorrere al suo opposto, all´uso strumentale della difesa della privacy per occultare comportamenti illegali o socialmente inaccettabili, per negare la trasparenza e la controllabilità dell´esercizio d´ogni potere. Entrambi questi atteggiamenti screditano la privacy agli occhi dei cittadini e occultano la realtà. Una realtà che, in questi anni, ha conosciuto gravi limitazioni della privacy dei dipendenti pubblici e il capovolgimento dell´impostazione con la quale si era cercato di mettere le persone al riparo dai disturbatori telefonici che invadono con pubblicità sgradite la sfera privata. Dopo aver ridotto la privacy di milioni di persone, ora la maggioranza si fa paladina di quella di un ceto indifendibile, cercando di cancellare quanto già è scritto nell´art. 6 del Codice sull´attività giornalistica: «La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilevo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica». Parole chiarissime, così come è chiara la ragione di questa ridotta "aspettativa di privacy" per tutti quelli che hanno ruoli pubblici. In democrazia non bastano i controlli istituzionali (parlamentari, giudiziari, burocratici), serve il controllo diffuso di tutti i cittadini, dunque la trasparenza. E la Corte europea dei diritti dell´uomo ha sottolineato con forza che questa essenziale esigenza democratica può rendere legittima anche la pubblicazione di notizie coperte dal segreto. L´opposto di quel che si cerca di fare in Italia.
La privacy, dunque, conosce diversi livelli di protezione. E non corrisponde alla realtà dei fatti sostenere che la tutela ha funzionato solo a favore dei vip. Prima di fare affermazioni del genere bisognerebbe dare un´occhiata all´attività passata e presente del Garante e si scoprirebbe che i casi riguardanti i cosiddetti vip sono una percentuale davvero minima e che l´attività nel suo insieme è volta a garantire proprio la "gente comune". Un lavoro sempre più difficile, che non può essere screditato con qualche sprezzante formula liquidatoria, ma che dovrebbe essere accompagnato da una attenzione che dia alle persone la consapevolezza dei loro diritti.
La privacy non è più soltanto il diritto d´essere lasciato solo, di allontanare lo sguardo indesiderato. È sempre di più uno strumento essenziale perché non si debba vivere in una società del controllo, della sorveglianza, della selezione sociale. Servono, dunque, strategie adeguate per contrastare la bulimia informativa di poteri pubblici e privati, per sottrarsi allo "tsunami digitale" che si sta abbattendo sulle persone.
La prima mossa riguarda l´osservanza del principio che limita la raccolta delle informazioni personali a quelle strettamente necessarie per raggiungere una determinata finalità. Una indicazione importante viene dal programma del nuovo governo britannico, che ha scelto una strada del tutto opposta a quella che, negli ultimi anni, stava trasformando l´Inghilterra in una società della sorveglianza. Ecco allora lo stop alla carta d´identità e al passaporto biometrico, alla creazione di banche dati del Dna senza garanzie adeguate, alla raccolta delle impronte digitali dei bambini senza il consenso dei genitori, alla videosorveglianza a tappeto, alla conservazione generalizzata dei dati riguardanti l´accesso a Internet e la posta elettronica, a tutte le misure restrittive introdotte con il pretesto della lotta al terrorismo. I nostri garantisti a corrente alternata daranno un´occhiata a queste pagine, significativamente intitolate "libertà civili"?
La privacy assume così le sembianze di altri specifici diritti. Diritto all´oblio, dunque a ottenere la cancellazione di dati che non debbono seguirci per tutta la vita (un diritto particolarmente importante nel tempo delle reti sociali, di Facebook). Diritto di "rendere silenzioso il chip", vale a dire potere individuale di disconnettersi da una serie di apparati tecnologici di controllo. Diritto all´anonimato, che può essere essenziale per la libertà di espressione, come ha appena sostenuto la Corte suprema di Israele scrivendo che esso offre una tutela importante per chi vuole esprimere opinioni non ortodosse.
Uno sprazzo di questa consapevolezza tecnologica si ritrova persino nell´orrendo testo in discussione al Senato, dove si prevede che, per ottenere i tabulati telefonici, sia necessaria la stessa autorizzazione richiesta per le intercettazioni. Una scelta corretta. Infatti i tabulati, pur non fornendo i contenuti delle conversazioni, rivelano una serie di informazioni (nome del chiamante e del chiamato, luoghi dove questi si trovano, durata della conservazione) che consente di ricostruire l´intera rete delle relazioni personali, politiche, economiche, religiose di tutti. E, mentre si può contestare il contenuto di una intercettazione, liberandosi così dal sospetto, questo diventa più difficile, o addirittura impossibile, quando i dati conservati registrano solo il nudo fatto dell´aver telefonato ad una persona.
Queste sono alcune delle strade da seguire se davvero si vuole tutelare la privacy delle persone, ormai identificata con la libera costruzione della personalità, con il potere di controllare chiunque usi le nostre informazioni, con il rifiuto di sottostare a pretese ammantate di sicurezza o efficienza del mercato. Qui si gioca la vera partita. Anche per questo dobbiamo uscire dalla trappola allestita da chi vuole trasformare la privacy in difesa del nudo potere.
il Fatto 2.6.10
La nuova norma potrebbe servire a procurarsi buoni uffici Oltretevere
Legge bavaglio, premio ai pedofili
Un emendamento di Gasparri, Bricolo e compagnia introduce l’atto sessuale “di minore gravità”
Pedofili e in flagranza, un reato minore?
L’ emendamento che vede anche la firma di Gasparri permette al molestatore di non finire in carcere
di Bruno Tinti
Che la legge sul blocco delle intercettazioni e sul bavaglio all’informazione abbia costituito una ghiotta occasione per stipulare patti scellerati con le gerarchie ecclesiastiche lo avevano capito tutti. Perché è un fatto che una tra le tante norme scellerate prevede che, se si deve intercettare un ecclesiastico, prima bisogna avvertire la sua gerarchia. Il che, immagino, secondo gli autori di questa bella trovata, si giustifica con la certezza che chi è dedito alla cura delle anime per prima cosa tiene molto alla sua e quindi mai e poi mai rivelerà al confratello che un pm comunista e miscredente sta per mettergli sotto controllo il telefono.
Si pensava di aver toccato il fondo: 8 per mille, sovvenzioni alle scuole cattoliche, esenzione dall’ICI, non so che altro; adesso anche privilegi ai preti indagati. Il disprezzo per la Costituzione di questa gente davvero non ha limiti.
Adesso ce n’è un’altra; l’iniziativa è (ricordatevene bene per favore, questi nomi non debbono essere dimenticati) di Gasparri, Bricolo, Quagliariello, Centaro, Berselli, Mazzatorta, Divina. Che hanno fatto? La cosa è complicata.
C’è un articolo del codice di procedura penale (380) che elenca i casi in cui si deve (non si può, si deve) procedere all’arresto in flagranza; che significa che il delinquente sorpreso mentre sta commettendo un reato va impacchettato subito e portato in prigione; poi lo processeranno ma, per il momento, in galera resta. Tra i reati per cui si “deve” arrestare non c’era il delitto di atti sessuali con minorenne (609 quater codice penale). Sicché, con raro acume legislativo, qualcuno dei nostri Soloni ha pensato bene di inserircelo, approfittando della legge blocco&bavaglio. Bravo, bene, bis. A questo punto la polizia (cioè PS, CC, GdF, Vigili Urbani etc., sono loro che fanno gli arresti in flagranza), se beccava uno che stava compiendo atti sessuali con un minorenne, doveva (“doveva”, non “poteva”) arrestarlo. C’è qualcuno che dubita che fosse cosa buona e giusta?
Eh, qualcuno c’era; perché i suddetti Gasparri&Compagni hanno presentato un emendamento (1.707) assolutamente criptico (per mettere insieme tutto ho impiegato una mezz’ora) che modifica questo articolo 380 del codice di procedura, appena modificato da qualcuno della loro stessa parrocchia, nel senso che sì, va bene, chi commette atti sessuali con minorenni e viene sorpreso in flagranza deve essere arrestato; ma sempre che non si tratti di atto sessuale di “minore gravità” (veramente la tecnica legislativa (?) adottata è più complicata ma ve la risparmio, il risultato è questo). Dunque, adesso Polizia, CC, Gdf, Vigili urbani, quando beccheranno un pedofilo con i calzoni abbassati (o le gonne alzate) dovranno decidere, prima di arrestarlo, se quello che sta facendo è di gravità normale o minore del normale; e, in questo secondo caso, potranno anche non arrestarlo.
Ma vi rendete conto? La Cassazione si danna per decidere se quello che è stato fatto al ragazzino o alla ragazzina è di minore gravità oppure no. Perché la cosa è importantissima: se il fatto è di minore gravità, la pena è diminuita fino a due terzi, che è mica roba da poco; da 5 anni si passa a poco più di 2 anni, che vuol dire affidamento in prova al servizio sociale, quindi niente galera; e anzi, con un paio di attenuanti (attenuanti generiche e risarcimento del danno) si va a circa anni 1; il che significa sospensione condizionale della pena. Sicché potete immaginare quali monumenti di cultura giuridica vengono costruiti in Tribunale, Appello e Cassazione. E Gasparri&Compagni affidano al poliziotto del caso la responsabilità di decidere se il pedofilo/a va arrestato oppure no. Lì, su due piedi, mentre si sta rialzando i pantaloni o abbassando la gonna. La cosa è talmente grave che adesso la maggioranza dice di volerci ripensare. Sarà vero? Domanda: ma che gliene importa a loro dei pedofili? Grave o no che sia l’atto (immaginatevi la disgustosa classifica), davvero non va bene mandarli in prigione almeno per un po’? In flagranza di reato sono stati sorpresi, c’è poco da discutere. E allora? Qualche reverente pensiero alle norme “Vaticane” davvero è fuor di luogo?
il Fatto 1.6.10
La prossima Intifada
Ripresi gli scontri nella Striscia, a Gerusalemme est tensione con gli israeliani e solidarietà ai “fratelli” di Gaza
di Roberta Zunini
Dei circa trecentomila arabi che vivono a Gerusalemme, più di cinquantamila risiedono nel quartiere di Silwan, a ridosso della città vecchia, vicino alla Moschea di Al Aqsa. Silwan, come Sheik Jarrah, Bet’Aniha e Shu’fat, fa parte di quella zona che l’Onu definisce Gerusalemme Est, territorio occupato palestinese, assieme a Cisgiordania e Gaza. Per Israele invece Gerusalemme Est è parte integrante della municipalità. L’annessione unilaterale, con la proclamazione di Gerusalemme “capitale unica e indivisa “ fu sancita nel 1980 da una legge della Knesset, che formalmente venne subito respinta dalla comunità internazionale. Resta il fatto che gli abitanti arabi di Gerusalemme Est non hanno ottenuto un cambiamento di status. Non sono cioè diventati cittadini ma solo residenti permanenti di Gerusalemme. E’ anche per questo che si sono sempre sentiti più vicini agli arabo palestinesi di Gaza che non agli arabi che vivono in territorio israeliano e hanno il passaporto israeliano. “Lunedì, però, forse per la prima volta ci siamo sentiti un unico popolo. Ci siamo tutti sentiti di nuovo veri fratelli. Abbiamo scioperato tutti assieme – ci dice Selim Aman, ingegnere meccanico – per protestare contro il trattamento disumano a cui sono sottoposti da anni i nostri fratelli di Gaza e per manifestare il nostro disgusto nei confronti del massacro di chi voleva portare loro aiuto. Parteciperò sicuramente ad altre manifestazioni di piazza se ce ne saranno, anche se vuol dire rischiare la vita, perché i soldati, come avete visto, non fanno sconti a nessuno”.
Il Huadi Silwan information center è uno spazio di cannucciato e assi che si trova tra la moschea di Al Aqsa e l’ingresso della City of David, il parco archeologico dove, secondo la Bibbia, si troverebbero anche la dimora e il giardino di re David. L’appalto dei lavori di scavo della City sono stati affidati dal governo israeliano a un’associazione di coloni ebrei, El Ad. “Lunedì, dopo che si era diffusa la notizia del massacro dei pacifisti, qui davanti ci sono stati scontri proprio tra coloni armati di fucili e ragazzi palestinesi con le tasche pesanti di pietre” ci racconta l’assistente sociale arabo Jawad Siam, che gestisce il Silwan information center assieme ad Hagit Ofra, una signora ebrea dell’organizzazione umanitaria Peace Now. A sentire gli abitanti di Silwan, la situazione è esplosiva e non è un caso che, sempre ieri, un gruppo di palestinesi abbia appiccato il fuoco alla propria abitazione, occupata da tempo da una famiglia di coloni. Hamad – che ancora soffre dei postumi di una fucilata alle gambe, sparata da un giovane colono ortodosso che camminava con un M16 a tracolla – ci spiega che ciò è accaduto pochi giorni dopo la sentenza della corte israeliana che intimava ai coloni di andarsene. “I coloni però non se ne volevano andare e le forze dell’ordine israeliane tardavano a intervenire. E’ allora che i legittimi proprietari della casa assieme ad alcuni amici, tra cui mio cugino, hanno dato fuoco all’abitazione per costringere i coloni ad andarsene. Il coraggio di buttare fuori i coloni però gli è venuto proprio ieri”. Anche Adnan Husseini, il Governatore di Gerusalemme dell’Autorità Nazionale Palestinese ci dice che c’è un forte nervosismo oltre che tristezza tra i palestinesi. “E’ una frustrazione che sta corrodendo la speranza, la rabbia è contenuta da troppo tempo ma escludo che possa esplodere una terza intifada. Ciò che è accaduto potrebbe invece aprire una nuova pagina della nostra storia, non negativa. Ormai la comunità internazionale non può più far finta di non vedere quanto sia spietata l’occupazione e spero abbia capito che noi palestinesi siamo di nuovo uniti. Voglio sperare che questo sacrificio dei pacifisti venga colto dal mondo e ci aiuti ad ottenere un nostro Stato”. Ma queste sono le parole della diplomazia. E la vita reale non passa per l’ufficio del Governatore.
E la “vita reale” ha troppo spesso il volto della morte. Una forte esplosione, ieri, ha colpito la città palestinese di Beit Lahya, nell’estremità nord della Striscia di Gaza, uccidendo tre persone. La radio militare israeliana ha reso noto che la deflagrazione è stata provocata da un missile lanciato da un velivolo israeliano e che i morti erano miliziani dell’ala armata del Fronte Popolare, una delle fazioni radicali attive nell’enclave controllata dagli integralisti di Hamas. La stessa fonte afferma che l’attacco è seguito dopo il lancio di due razzi Qassam, esplosi senza fare vittime nei pressi di Ashqelon, nel sud di Israele. Altri due palestinesi, invece, erano morti, nella mattina, in uno scontro a fuoco con una pattuglia militare israeliana, nella zona centrale della Striscia di Gaza.
il Fatto 2.6.10
Ora possiamo solo ritirarci, per sempre
di Manuela Dviri scrittrice e pacifista italo-israeliana
S ono stanca. Stanchissima. Stanca di pensare e ripensare perché. Stanca di parlare dell'orrore di questi giorni , stanca di sognarmelo la notte, ogni notte in modo diverso e sempre orribile. Dicono che il nostro ministro della Difesa, Ehud Barak, sia un genio, che sappia smontare un orologio in pochi secondi. Può essere. Ma di certo, poi, non sa come rimontarlo. E no, la carneficina non è stata creata a tavolino, nonostante da lontano sembri forse altrimenti... e i soldati mandati allo sbaraglio sono vittime dei nostri politici esattamente come lo siamo noi civili. Troppi anni (43) di occupazione ci hanno ridotto così: semplicemente stupidi, militarmente stupidi, politicamente stupidi e adesso anche attoniti e spaventati davanti al disastro, isolati nel mondo e davanti al mondo.
È difficile per me, in questi giorni, essere israeliana, anche se questa è la terra che amo e amerò sempre, la terra in cui ho scelto di vivere tanti anni fa, la terra che mi ha portato via un figlio, proprio dodici anni fa, la terra che non potrò mai lasciare, in cui sono nati e vivono i miei figli e i miei nipoti. Che ne sarà del loro futuro?
In queste ore c'è sciopero generale dei palestinesi israeliani; davanti ai consolati e alle ambasciate israeliane del mondo intero, dimostrazioni di protesta. I rapporti con la Turchia, un tempo preziosa alleata, sono tesissimi. Il mondo ci tratta da appestati. La flottiglia era chiaramente una provocazione e molti di quelli che erano a bordo non erano dei santi, ma non era una flotta di navi di pirati e Gaza non è la Somalia. Se proprio la si voleva allontanare perché attaccarla nelle acque internazionali? Che fretta c'era? Le domande sarebbero tante... sul come e il perchè. Adesso è iniziato il solito balletto delle giustificazioni e dello scambio d'accuse più o meno velate tra l'esercito e i politici, accompagnato dal coro degli esperti, tutti naturalmente ex politici ed ex generali. Dicono, adesso, che la nave era troppo grossa, che non la si poteva fermare in altro modo. Che a bordo c'erano terroristi, che i nostri soldati erano in pericolo di vita.
E se si chiedessero cosa sarebbe successo se quel folle attacco non fosse semplicemente avvenuto? Se in un atto di vera politica, di intelligenza, lungimiranza, creatività e di normale buon senso, li si fosse semplicemente fatti entrare, gli attivisti, con un uno di quei grandiosi gesti inaspettati che poi passano alla storia, per rompere, insieme, l'assedio, l'inutile e terribile assedio che ha tenuto per questi anni un milione e mezzo di abitanti di Gaza chiusi ermeticamente in una prigione a cielo aperto, senza dare a noi, che siamo dall'altra parte, alcun vantaggio?
Dopo tutto, quell'assedio, figlio dell'ossessione militare e politica al Dio della sicurezza, ci costringe a vivere, noi stessi, in un infinito stato d'assedio, chiusi in un invisibile fortino, isolati e condannati dai popoli.
Adesso dicono che bisogna spiegare al mondo le nostre ragioni... Non c'è nulla da spiegare. C'è solo da fare.
C'è da ritirarsi finalmente, e per sempre, dai territori. E da Gaza.
Repubblica 2.6.10
Lo sfogo di Mario Levi, romanziere turco: "Da Israele una dimostrazione di debolezza"
"Noi, ebrei di Istanbul solidali con la gente di Gaza"
Ho simpatia per lo Stato di Israele. Ma questo non significa che io debba rinunciare a criticare le azioni del suo governo
ISTANBUL - «Mi sento completamente diviso. Se fossi musulmano, o semplicemente laico, sarebbe più facile. Ma sono uno scrittore turco ebreo, e allora i miei sentimenti vanno dalla soddisfazione per le parole dure usate dal premier Erdogan contro Israele, all´ira per la stupidità dei governanti di Gerusalemme, alla rabbia per come talvolta vengono presentate qui le cose in tv, anche se non posso affatto parlare di antisemitismo in Turchia».
È un fiume in piena Mario Levi, autore apprezzato anche in Italia (il suo colossale «Istanbul era una favola», più di 700 pagine pubblicate da Bompiani, ha avuto un ottimo riscontro), mentre all´Università di Yeditepe, sulla parte asiatica del Bosforo, corregge gli esami degli studenti, e contemporaneamente pensa alle valigie per volare a Venezia dove da giovedì ha in programma alcune lezioni.
Il titolo del suo prossimo libro, «Dove stavi quando arrivò l´oscurità?», già prenotato in tutta Europa, sembra quasi una metafora della notte maledetta dei pacifisti turchi. E Levi non smette di tornare alla vigilia dell´attacco.
Perché?
«Perché intanto ringrazio il cielo che in Israele ci siano ancora giornalisti come Gideon Levy, che sul quotidiano Haaretz già la scorsa settimana aveva previsto che il suo Paese stesse entrando in quello che ha definito "un mare di stupidità"».
Gerusalemme poteva comportarsi diversamente?
«Altroché. Avrebbe potuto accompagnare la "Mavi Marmara" sotto il suo controllo fino al porto di Ashdod. Non si uccide così deliberatamente come è stato fatto».
C´è chi sostiene la tesi della provocazione.
«Parlerei piuttosto da parte di Israele di una chiara dimostrazione di debolezza e di mancanza di fiducia in sé stessa. Un grande Paese non agisce così, con un atto di terrorismo. Non era quella la soluzione».
Israele ha sbagliato?
«Se io fossi cittadino israeliano, intendiamoci, starei con l´organizzazione pacifista Peace Now. Ho ovviamente simpatia per lo Stato d´Israele. Ma questo non significa non poter criticare un governo in cui c´è un primo ministro sciovinista, Netanyahu, un ministro degli Esteri fascista, Lieberman, e uno della Difesa stolto, Barak».
Gli elettori israeliani hanno scelto liberamente.
«Sì, ognuno si sceglie i governanti che crede. Mi sembra però una situazione paradossale. La gente, in fondo, si sceglie il proprio destino».
Erdogan fa bene a reagire con questa veemenza verbale inusuale contro Israele?
«Erdogan ha fatto un´ottima dichiarazione. Bisogna dire che il suo partito fa molto di più rispetto ai socialdemocratici o ai nazionalisti».
E la comunità ebraica di Istanbul che cosa dice?
«Hanno fatto un comunicato molto duro sul loro sito ufficiale, protestando per l´accaduto. È lo stesso sentimento provato quando ci furono i bombardamenti sulla Striscia di Gaza».
Nessun problema per gli ebrei a vivere in un ambiente a stragrande maggioranza musulmana?
«Io non vivo in questo Paese una sensazione di antisemitismo. Anche se poi, a volte, percepisci quasi di essere considerato uno straniero».
(m. ans.)
Repubblica 2.6.10
L’autore, sopravvissuto al ghetto di Varsavia: "Una scelta anche strategicamente sbagliata"
Halter: "È stata un´azione orribile non è così che si combatte una guerra"
I falchi al governo mi fanno pensare al vecchio proverbio: "Quando Dio vuol punire qualcuno, gli toglie l´intelligenza"
Il nuovo ruolo della Turchia complica il quadro, ma può anche portare a passi avanti positivi
GERUSALEMME - «Che si tratti di un errore militare o di una cattiva interpretazione degli ordini ricevuti, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ed è un massacro». Questo pensa lo scrittore e filosofo francese Marek Halter, che nel 1944, assieme ai genitori, riuscì a fuggire dal ghetto di Varsavia. «Vede, quello che è accaduto al largo di Gaza, mi fa sentire lo stesso sdegno che hanno provato i cattolici di fronte ai preti pedofili. Ma non per questo i cattolici hanno smesso di sentirsi tali. Allo stesso modo io continuerò a sentirmi ebreo, perché so che i soldati che hanno compiuto quell´eccidio sono una minoranza».
Signor Halter, non pensa che sia stato uno scivolone dell´attuale governo di "falchi", lo stesso che continua a costruire insediamenti in barba all´indignazione dell´intero pianeta?
«Certo, oggi a capo del governo israeliano non c´è Yitzhak Rabin. Ma sono state uccise nove persone, e questo è qualcosa di orrendo. Non solo: è stata anche una mossa strategicamente sbagliata, perché non è in questo modo che si combatte una guerra. Non credo che una tale operazione risulti utile né ai "falchi" né ai coloni. C´è un proverbio yiddish che dice: "Quando Dio vuole punire qualcuno, gli toglie l´intelligenza". Ora, in politica, l´idiozia costa sempre molto caro, perché quando si è idioti si diventa anche cattivi».
Quali saranno le conseguenze di quanto è accaduto?
«Israele è un paese democratico, perciò sono sicuro che i responsabili di un atto così barbaro saranno portati davanti alla giustizia. E colui che ha dato l´ordine di sparare sui pacifisti pagherà per quella decisione. Non ci dimentichiamo che quando il premier Olmert è stato inquisito per corruzione fu costretto a dimettersi».
E il processo di pace, in tutto questo?
«Il processo di pace israelo-palestinese è un rompicapo all´interno del quale c´è un nuovo protagonista: la Turchia, che una volta rifiutata dall´Europa, s´è voltata verso la regione alla quale appartiene, ovvero il mondo musulmano».
Si riferisce al ruolo di paciere tra l´Iran e il resto del mondo per la vicenda nucleare?
«Sì, ma oggi i turchi hanno una nuova ambizione, quella di intervenire nel lungo conflitto tra israeliani e palestinesi. E il ruolo che intende giocare è quello di sostituirsi all´Iran. Da un lato, è una novità positiva: se l´interlocutore di Hamas diventa Ankara, al posto dell´Iran di Ahmadinejad, è verosimile che si potranno fare passi avanti. Dall´altra, un nuovo protagonista delle dimensioni geo-strategiche della Turchia rischia anche di complicare le cose».
E i morti di due giorni fa, molti dei quali turchi, non miglioreranno la situazione.
«Già, poiché adesso che ci sono dei morti, i turchi si sentiranno autorizzati ad alzare la voce».
Che cosa fare per uscire da questo pantano?
«Per dare un´altra opportunità alla pace, bisognerà ancora una volta, e malgrado tutto, risvegliare l´opinione pubblica internazionale. Contro i "falchi" israeliani ma anche contro l´integralismo di Hamas».
(p. d. r)
Repubblica 2.6.10
Quando gli uomini programmano il male
risponde Corrado Augias
Caro Augias, marines israeliani hanno sparato contro coloro che portavano aiuti a Gaza. Può esserci azione più nefanda? Eppure si resta muti. Non per la particolare crudeltà del crimine, ma perché non ci si può indignare ogni volta, come se mai fosse successo prima, e sapendo che succederà ancora molte volte, forse sempre, sino a che l'umanità non scomparirà dalla faccia della terra. E la terra, muta, e le stelle mute, serberanno il ricordo delle nefandezze compiute dagli uomini. Non esiste un popolo buono e un altro cattivo. Tutti i popoli, ora possono essere vittima, ora carnefici. Anche il popolo più civile e più democratico del mondo, all'occorrenza diventa carnefice. Il guasto è nella natura umana. Gli uomini sono capaci di programmare il male. Ieri ad essere maltrattati, come il «servo conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si copre la faccia», erano membri del popolo di Dio, del popolo di Isaia; oggi membri del popolo di Dio, del popolo eletto, con elmetto e faccia coperta, non certo per ribrezzo davanti al «servo sofferente», sono coloro che maltrattano. La differenza tante volte non è nella qualità del male compiuto, ma solo nella quantità.
Elisa Merlo lisamer@tiscali. it
Sì, è vero: «Il guasto è nella natura umana. Gli uomini sono capaci di programmare il male». Ma la politica dovrebbe servire proprio a questo. La buona politica dovrebbe raddrizzare, nei limiti del possibile, il legno storto dell'umanità. Ciò che manca in questo momento in Israele è soprattutto la lucidità di una visione politica quale aveva avuto per esempio Itzak Rabin, se la mano di un estremista non l'avesse assassinato mentre stava portando a compimento un possibile processo di pace, compreso il nodo di Gerusalemme. Era quindici anni fa e da allora le cose si sono bloccate. Sappiamo che su quelle navi non c'erano solo inermi pacifisti ma anche persone che reclamano la distruzione dell'"entità sionista", come viene beffardamente chiamato Israele. Ma appunto per questo sarebbe servita la politica: permettere ai veri pacifisti di portare a termine la loro azione, evitando la trappola che gli altri avevano preparato. Far sbarcare gli aiuti destinati ad un milione mezzo di persone tenute prigioniere di un blocco che David Grossman ieri su questo giornale ha definito «troppo lungo e ignobile». Il governo israeliano è andato invece a cacciarsi in un'azione nella quale stupidità e crudeltà si sono contese il primato. L'aggressione alle navi, i morti, la perdita ulteriore del prestigio di Israele avranno conseguenze che dureranno a lungo, altre vittime, forse un'altra Intifada. La sola speranza: che lo shock ponga fine ad una politica così stupida, cieca, crudele.
Repubblica 2.6.10
Prigionieri della forza
di Luigi Caracciolo
Il disastroso arrembaggio notturno è il paradigma di una non-logica fondata sull´uso della forza, non al servizio della politica ma in sua vece
Israele è prigioniero della sua forza. O meglio, dei suoi vertici militari, che hanno fatto dell´uso semiautomatico e volutamente eccessivo della forza il marchio dello Stato ebraico.
Lo hanno fatto con l´avallo dei leader politici e il sostegno di gran parte dell´opinione pubblica e, nelle intenzioni, era la garanzia della sopravvivenza di Israele in un mare di nemici aperti o subdoli. Nelle conseguenze, un efficace strumento di erosione della sicurezza nazionale.
Paradosso tanto più sorprendente perché oggi nessuno pare in grado di distruggere Israele. Almeno finché l´Iran non si doterà di un arsenale nucleare e spezzerà così il monopolio regionale non dichiarato di Gerusalemme in materia. Ciò che la strage del Mavi Marmara rende più, non meno probabile.
Il disastroso arrembaggio notturno al convoglio umanitario diretto a Gaza è il paradigma di questa non-logica. Fondata sull´uso della forza non al servizio della politica, ma in sua vece. Il boomerang è inevitabile. I vincitori della partita sono anzitutto Hamas e l´Iran, non certo le forze speciali della Marina che hanno avuto ragione dei civili a bordo della nave turca. Gerusalemme sostiene che fra loro vi fossero dei provocatori. Sicuro. A maggior ragione una leadership matura e responsabile non sarebbe dovuta cadere nella trappola. Per poi aggravare il danno, lasciando intendere che sia buono e giusto mitragliare all´impazzata chi è armato di bastoni e coltelli.
La prima regola di qualsiasi strategia è dividere il nemico. Israele tende sistematicamente a compattarlo. Si obietterà che in questo modo intende consolidare il senso di appartenenza allo Stato della sua piuttosto eterogenea popolazione, per un quinto araba e per il resto segnata da storie, culture, lingue diverse. Questo genere di pedagogia nazionale basato sull´emergenza permanente invita però a restare al di qua della linea d´ombra, con il fucile al piede e con la testa al fucile. Finora l´eccezionalismo ha funzionato. Nulla stabilisce che funzionerà domani e dopodomani.
La strategia di Israele è lo status quo infinito. Ma restar fermi quando tutto si muove - a cominciare dalla demografia araba e islamica - e macchiare la crema delle proprie Forze armate per eternare gli equilibri contingenti, implica la rinuncia a contare nel mondo. In altri termini: la forza di Israele ne colpisce la potenza.
Tale sindrome è forse indotta anche da una ragione più profonda: oggi la leadership israeliana, civile e militare, identifica il destino dello Stato con quello delle sue colonie. Non solo degli insediamenti ormai urbani in Cisgiordania, financo dell´avamposto che Israele ha abbandonato ma che non abbandona Israele: Gaza. Il blocco della Striscia è il tabù dei tabù, per non infrangere il quale Netanyahu è disposto a spararsi sui piedi. L´autolesionismo di Gerusalemme si spiega meglio con la rinuncia a ragionare in termini di interesse nazionale per accomodare l´estremismo irrazionale dei coloni e dei potenti gruppi politici e militari che ne hanno sposato la causa.
Mezzo milione di settlers tiene in ostaggio i restanti sette milioni di israeliani. Sono loro la quantità marginale capace di inclinare l´ago della bilancia domestica in un senso o nell´altro. Più giovani, più prolifici e molto più ortodossi dell´israeliano medio, i coloni esercitano l´arte a suo tempo praticata nel Senese da Ghino di Tacco. Con effetti leggermente più incisivi, stante la loro collocazione geopolitica, alla frontiera fra due mondi ostili.
Risultato: quelle che per Sharon dovevano essere le cinture di sicurezza di Israele, in mano a Netanyahu e Lieberman sono diventate le cinture con cui lo Stato ebraico rischia di soffocarsi.
Molti in Israele ne sono consapevoli, anche se preferiscono negarlo. Molti meno sono disposti a trarne le conseguenze. Non si può rimettere il genio/colono nella bottiglia/Israele senza rischiare la guerra civile. Né tantomeno mettere Tsahal sotto processo permanente. Conclusione: Netanyahu non avrà ragione, ma ha certamente la forza che gli deriva dalla mancanza di alternative visibili. Se questa per Israele sia una buona notizia, è lecito dubitare.
Repubblica 2.6.10
La Cassazione conferma la richiesta del procuratore generale: niente idoneità a chi esprime preferenze etniche
Adozioni, niente bimbi a genitori razzisti "Non si può scegliere il colore della pelle"
Bocciata la domanda di una coppia che voleva un figlio solo di origine europea
di Elsa Vinci
ROMA - Niente adozioni alle coppie "razziste". Per la prima volta nella storia della giurisprudenza italiana la Cassazione a Sezioni Unite ha stabilito che l´aspirante genitore non può scegliere l´etnia del bambino. Non otterrà l´idoneità chi preferirebbe figli di pelle bianca o rifiuta bimbi neri. Il magistrato non potrà convalidare decreti di adozione che contengano simili discriminazioni e, anzi, mettono in discussione la capacità stessa della coppia ad accogliere un bambino. Chiaro il monito della Suprema Corte: un figlio va amato, non scelto.
Il principio, sancito con la sentenza 13332, cassa la richiesta di una coppia siciliana che desiderava adottare solo piccoli di origine europea. Lo scorso 28 aprile la Procura generale di piazza Cavour, sollecitata da un esposto dell´Associazione Amici dei bambini, ha chiesto alle Sezioni Unite di mettere al bando i decreti di adozione con indicazioni sulla razza. Ieri il principio enunciato dalla Cassazione: «Il decreto di idoneità all´adozione pronunciato dal tribunale non può essere emesso sulla base di riferimenti all´etnia dei minori adottandi né può contenere indicazioni relative a tale etnia. Ove tali discriminazioni siano espresse dalla coppia di richiedenti, esse vanno apprezzate dal giudice di merito nel quadro della valutazione alla idoneità degli stessi alla adozione internazionale». La Corte stabilisce così che coloro che vogliono soltanto figli europei non sono pronti a diventare mamma e papà.
«Se sceglie il colore della pelle, che genitore è?», commenta l´Associazione famiglie adottive e affidatarie. Non è così definitivo V. M., quarantenne romano padre di una bambina colombiana di 11 anni, che sottolinea i problemi provocati dal razzismo ai piccoli e ai genitori adottivi. «La sua pelle è color caffellatte - dice - Chiunque la vede capisce che non ha i tratti somatici della famiglia. Io e mia moglie non l´abbiamo scelta. L´abbiamo accolta. L´amiamo ogni giorno, confrontandoci e accettando le sue diversità che per noi non sono quelle della pelle ma di una persona che cerca la sua identità. Non è scandaloso che alcuni, magari per basso livello di istruzione o per un complesso contesto ambientale, non si sentano in grado di affrontare la diversità della pelle. Negare che i problemi esistono non aiuta la causa».
Non a caso la Cassazione insiste sulla necessità che i servizi sociali diano una formazione adeguata alle coppie che intraprendono le procedure per l´adozione internazionale. Per guidarle «verso una più profonda consapevolezza di carattere solidaristico e prevenire opzioni di impronta discriminatoria», per aiutarle a superare le difficoltà di accogliere «un bimbo che non sia a propria immagine», o le paure di quanti dicono no al bambino diverso «per timore di fenomeni xenofobi che espongano a rischio l´integrazione del minore e creino in lui problemi di adattamento». La Corte non ammette che si esprimano preferenze per «determinate caratteristiche genetiche» anche perché tutti i bambini abbandonati hanno una storia «già profondamente tormentata» e più degli altri hanno bisogno di un padre e una madre «con peculiari doti di sensibilità».
martedì 1 giugno 2010
Repubblica 28.5.10
L'intervista/ Escono due libri dell'analista Antonino Ferro che oggi parla a Taormina
"I nostri sogni somigliano alle vignette di altan"
"Di notte e anche di giorno, la mente produce immagini che allontanano le angosce"
di Luciana sica
«Non sogniamo solo di notte, sogniamo anche da svegli: un´attività onirica altrettanto inconscia avviene durante il giorno, di continuo. Sono invece fantasmagorie della mente, ma comunque stati della coscienza, quei sogni ad occhi aperti che noi chiamiamo rêverie». Chi parla è Antonino Ferro, 63 anni, palermitano trapiantato a Pavia, ma conosciuto ovunque: i suoi libri sono tradotti in più di dieci lingue - dal turco all´ebraico, al coreano. Ora ne escono due nuovi: uno s´intitola Tormenti di anime (Cortina, pagg. 216, euro 21), l´altro - firmato con Simone Vender - si chiama La terra di nessuno fra psichiatria e psicoterapia (Bollati Boringhieri, pagg. 250, euro 32).
Ferro non rappresenta "la" psicoanalisi (che al singolare non esiste più), ma piuttosto la scuola bioniana - rêverie è un termine introdotto proprio dal geniale Bion (da rêver, in francese sognare). "Didatta" della Società psicoanalitica italiana, oggi parla al congresso di Taormina.
Il titolo del suo intervento rimanda a non meglio identificate "navette per l´inconscio". Ma cosa sono?
«Sono "shuttles" che ci consentono dei viaggi - di va e vieni - nell´inconscio e dall´inconscio. Una volta si guardava ai lapsus, agli atti mancati, alle dimenticanze e soprattutto al sogno notturno come strumenti che ci connettevano all´inconscio. Oggi prevale l´onirico in tutte le sue declinazioni».
Che fine ha fatto la "via regia" verso l´inconscio, tanto cara a Freud?
«Non si parla più esclusivamente del sogno notturno, ma anche di un pensiero onirico allo stato di veglia che trasforma in immagini tutte le sensazioni e gli stimoli da cui siamo bombardati. Sono immagini che si formano in modo inconsapevole. Noi li definiamo "pittogrammi"».
Pittogrammi? Siamo in pieno slang psicoanalitico... Può tradurre?
«I pittogrammi sono come le vignette di Altan».
In che senso?
«In questo senso: ovviamente le vignette di Altan sono tutt´altro che immagini inconsce, ma consentono una presa di distanza dalle "cose" che sono fonte di angoscia, perché ne restituiscono uno statuto di pensabilità, un senso. Ora, faccia conto che qualcosa ci procuri dolore o rabbia o frustrazione. Se quest´insieme di emozioni, meglio di protoemozioni, restano a uno stato crudo, non elaborato, producono "malattia". La nostra mente è però capace di trasformarle in pittogrammi, che noi oggi consideriamo i costituenti dell´inconscio e - tutti insieme - la matrice del sogno notturno».
Sta dicendo che la funzione Altan somiglia alla funzione Alfa di Bion?
«Sì, più o meno. Voglio dire soprattutto che se abbiamo la capacità di sognare di giorno e di notte, stiamo bene. La sofferenza psichica nasce proprio quando s´inceppa l´attività onirica: il dreaming ensemble, come lo chiama James Grotstein. Minore è la capacità di sognare, maggiori sono le severità delle patologie. Un altro analista americano, Thomas Ogden, tra i più creativi che abbiamo al mondo, dice che il fattore terapeutico fondamentale è aiutare il paziente a sognare i sogni che non è stato o non è capace di fare: la stanza dell´analisi è luogo onirico per eccellenza, è il sogno condiviso di due menti che costruiscono insieme significati e catene visive».
I sogni ad occhi aperti sono oziosi vagabondaggi della mente, pigre fantasticherie, o il concetto di rêverie li ha rivalutati?
«L´abbandono al flusso dei sogni ad occhi aperti implica una maggiore pienezza dell´anima. Una perdita provvisoria di contatto con la realtà può essere preziosa per focalizzare problemi, far riemergere ricordi, immaginare il futuro. Naturalmente cambia molto se si lascia spazio alla fantasia, all´immaginazione, o se prevale il pensiero computerizzato».
Negli ultimi mesi si è letto e parlato di "uomo senza inconscio" (Recalcati), o anche di "inconscio tecnologico" (Galimberti). Lei che ne pensa?
«Penso che l´inconscio è la nostra struttura portante come esseri umani. È come se al nostro corpo mancassero i femori: non potremmo alzarci dal letto, non potremmo vivere! Sarà un discorso poco alla moda, ma noi siamo sempre gli stessi da quando siamo diventati specie sapiens sapiens. Non possiamo comparare le ere geologiche con la vita di una rosa, per dirla con il poeta. In attesa di un salto evolutivo, non c´è alcuna novità nel funzionamento mentale, salvo che ne sappiamo molto di più».
La dimensione post-umana non fa nessuna differenza? Molti suoi colleghi parlano di un "contesto di morte", degli effetti - anche inconsci - del "traumatismo diffuso"...
«Il traumatismo diffuso c´è sempre stato: oggi con la crisi, il terrorismo, le catastrofi climatiche, ieri con le guerre e gli stermini, prima con le emigrazioni e le pestilenze, prima ancora con gli animali feroci che ci assalivano... Ma noi sogniamo come prima: i sogni della signora Sarkozy saranno simili a quelli di Cleopatra: cambia il linguaggio. E quando ci innamoriamo, perdiamo la testa non come un secolo fa, ma come seimila anni fa. E quando un figlio muore, abbiamo le stesse angosce del padre di Patroclo! Certo che abbiamo più difficoltà a entrare in contatto con le nostre emozioni più profonde, ma bisogna intendersi: una cosa è la sociologia, un´altra l´antropologia, un´altra ancora la psicoanalisi».
Repubblica 1.6.10
La condanna della marionetta
di David Grossman
Nessuna spiegazione può giustificare o mascherare il crimine commesso da Israele e nessun pretesto può motivare l'idiozia del suo governo e del suo esercito. Israele non ha inviato i suoi soldati a uccidere civili a sangue freddo, in pratica era l'ultima cosa che voleva che accadesse, eppure una piccola organizzazione turca, dall'ideologia fanatica e religiosa, ostile a Israele, ha arruolato alcune centinaia di pacifisti ed è riuscita a fare cadere lo Stato ebraico in una trappola proprio perché sapeva come avrebbe reagito e fino a che punto era condannato, come una marionetta, a fare ciò che ha fatto.
Non si spara sulle opinioni "È stato un atto criminale destinato a riaccendere la spirale di odio e vendette" Grossman: "Il blocco di Gaza è un errore" Non tutti i partecipanti al convoglio sono animati da intenzioni umanitarie e alcune dichiarazioni sulla distruzione di Israele sono infami, ma queste opinioni non prevedono la pena di morte.
Quanto deve sentirsi insicura, confusa e spaventata una nazione per comportarsi come ha fatto Israele! Ricorrendo a un uso esagerato della forza (malgrado aspirasse a limitare la portata della reazione dei presenti sulla nave) ha ucciso e ferito civili al di fuori delle proprie acque territoriali comportandosi come una masnada di pirati. È chiaro che queste mie parole non esprimono assolutamente consenso alle motivazioni, nascoste o evidenti – e talvolta malvagie – di alcuni dei partecipanti al convoglio diretto a Gaza. Non tutti sono pacifisti animati da intenzioni umanitarie e le dichiarazioni di alcuni di loro riguardanti la distruzione dello stato di Israele sono infami. Ma tutto questo ora è irrilevante: queste opinioni non prevedono, per quanto si sappia, la pena di morte.
L´azione compiuta da Israele ieri sera non è che la continuazione del prolungato e ignobile blocco alla striscia di Gaza, il quale, a sua volta, non è che il prosieguo naturale dell´approccio aggressivo e arrogante del governo israeliano, pronto a rendere impossibile la vita di un milione e mezzo di innocenti nella striscia di Gaza pur di ottenere la liberazione di un unico soldato tenuto prigioniero, per quanto caro e amato. Il blocco è anche la continuazione naturale di una linea politica fossilizzata e goffa che a ogni bivio decisionale e ogni qualvolta servono cervello, sensibilità e creatività, ricorre a una forza enorme, esagerata, come se questa fosse l´unica scelta possibile.
E in qualche modo tutte queste stoltezze – compresa l´operazione assurda e letale di ieri notte – sembrano far parte di un processo di corruzione che si fa sempre più diffuso in Israele. Si ha la sensazione che le strutture governative siano unte, guaste. Che forse, a causa dell´ansia provocata dalle loro azioni, dai loro errori negli ultimi decenni, dalla disperazione di sciogliere un nodo sempre più intricato, queste strutture divengano sempre più fossilizzate, sempre più refrattarie alle sfide di una realtà complessa e delicata, che perdano la freschezza, l´originalità e la creatività che un tempo le caratterizzavano, che caratterizzavano tutto Israele. Il blocco della striscia di Gaza è fallito. È fallito già da quattro anni. Non solo tale blocco è immorale, non è nemmeno efficace, non fa che peggiorare la situazione, come abbiamo potuto constatare in queste ore, e danneggia gravemente anche Israele. I crimini dei leader di Hamas che tengono in ostaggio Gilad Shalit da quattro anni a questa parte senza che abbia ricevuto nemmeno una visita dai rappresentanti della Croce Rossa, che hanno lanciato migliaia di razzi verso i centri abitati israeliani, vanno affrontati per vie legali, con ogni mezzo giuridico a disposizione di uno stato. Il prolungato isolamento di una popolazione civile non è uno di questi mezzi. Vorrei poter credere che il trauma per la sconsiderata azione di ieri ci porti a riesaminare tutta questa idea del blocco e a liberare finalmente i palestinesi dalla loro sofferenza e Israele da questa macchia. Ma la nostra esperienza in questa regione sciagurata ci insegna che accadrà invece il contrario: che i meccanismi della violenza, della rappresaglia e il cerchio della vendetta e dell´odio ieri hanno ricominciato a girare e ancora non possiamo immaginare con quale forza.
Ma più di ogni altra cosa questa folle operazione rivela fino a che punto è arrivato Israele. Non vale la pena di sprecare parole. Chi ha occhi per vedere capisce e sente. Non c´è dubbio che entro poche ore ci sarà chi si affretterà a trasformare il senso di colpa (naturale e giustificato) di molti israeliani, in vocianti accuse a tutto il mondo.
Con la vergogna, comunque, faremo un po´ più fatica a venire a patti.
Traduzione dall´ebraico di A. Shomroni
l’Unità 1.6.10
Verso la catastrofe
di Moni Ovadia
Era inevitabile che accadesse. L’insensato atto di pirateria militare israeliano contro il convoglio navale umanitario con la sua tragica messe di morti e di feriti non è un fatale incidente, è figlio di una cecità psicopatologica, della illogica assenza di iniziativa politica di un governo reazionario che sa solo peggiorare con accanimento l’iniquo devastante status quo. Di cosa parliamo? Dell’asfissia economica di Gaza e della ultraquarantennale occupazione militare delle terre palestinesi, segnata da una colonizzazione perversa ed espansiva che mira a sottrarre spazi esistenziali ad un popolo intero.
Dopo la stagione di Oslo, il sacrificio della vita di Rabin, non c’è più stata da parte israeliana nessuna vera volontà di raggiungere una pace duratura basata sul riconoscimento del diritti del popolo palestinese sulla base della soluzione due popoli due stati. Le varie Camp David, Wye Plantation, Road Map sono state caratterizzate da velleitarismo, tattiche dilatorie e propaganda allo scopo di fare fallire ogni accordo autentico. Anche il ritiro da Gaza non è stato un passo verso la pace ma un piano ben riuscito per spezzare il fronte politico palestinese e rendere inattuabili trattative efficaci. Abu Mazen l’interlocutore credibile che i governanti israeliani stessi dicevano di attendere con speranza è stato umiliato con tutti i mezzi, la sua autorità completamente delegittimata. L’Autorità Nazionale Palestinese è stata la foglia di fico dietro alla quale sottoporre i palestinesi reali e soprattutto donne, vecchi e bambini ad una interminabile vessazione nella prigione a cielo aperto della Cisgiordania e nella gabbia di Gaza resa tale da un atto di belligeranza che si chiama assedio.
Ma soprattutto l’attuale classe politica israeliana brilla per assenza di qualsiasi progettualità che non sia la propria autoperpetuazione. È riuscita nell’intento di annullare l’idea stessa di opposizione grazie anche ad utili idioti come l’ambiziosissimo “laburista” Ehud Barak che per una poltrona siede fianco a fianco del razzista Avigdor Lieberman. Questi politici tengono sotto ricatto la comunità internazionale contrabbandando la menzogna grottesca che ciò che è fatto contro la popolazione civile palestinese garantisca la sicurezza agli Israeliani e a loro volta sono tenuti sotto ricatto dal nazionalismo religioso di stampo fascista delle frange più fanatiche del movimento dei coloni, una vera bomba ad orologeria per il futuro dello stato di Israele. La maggioranza dell’opinione pubblica sembra narcotizzata al punto da non vedere più i vicini palestinesi come esseri umani, ma come fastidioso problema, nella speranza che prima o poi si risolva da solo con una “autosparizione” provocata da una vita miserrima e senza sbocco. Le voci coraggiose dei giusti non trovano ascolto e anche i più ragionevoli appelli interni ed esterni come quello di Jcall, vengono bollati dai falchi dentro e fuori i confini con l’infame epiteto di antisemiti o antiisraeliani. Se questo stato di cose si prolunga ancora il suo esito non può essere che una catastrofe.
l’Unità 1.6.10
«Qua ci giochiamo la libertà»: al Quirino la rivolta degli scrittori
Nel teatro romano decolla bene l’iniziativa degli editori: da Scarpa a Camilleri, da Rosetta Loy a Nadia Urbinati Rodotà: «Le persone tornano a essere opinione pubblica»
di Luca Dal Frà
La reazione c’è: da carne da macello per i sondaggi, le persone stanno tornando a essere opinione pubblica» scandisce Stefano Ro-
dotà: il teatro Quirino ieri era pieno per l’apertura di «I libri sulla libertà», iniziativa degli editori contro la legge bavaglio, che organizza reading di scrittori, giornalisti e gente comune nelle centinaia di librerie che hanno aderito. In questo teatro nel cuore di Roma sono accorsi Andrea Camilleri, Guido Crainz, Rosetta Loy, Tiziano Scarpa, Nadia Urbinati e molti altri per leggere i testi più o meno sacri della libertà democratica. E con loro oltre a Rodotà, sono intervenuti anche Giovanni Sartori e Alessandro Pace. Dopo aver letto l’appello di Concetto Marchesi agli studenti dell’Università di Padova, un j’accuse «All’intera classe dirigente italiana» che sembrava scritto oggi e risaliva al 1943, Camilleri ha ricordato che la Legge bavaglio ha come obbiettivo non solo la stampa, ma anche «garantire ai mafiosi e ai corrotti della cricca di fregarci indisturbati nel più assoluto silenzio». Avrà sobbalzato il fantasma di Pericle constatando l’emozione del pubblico alla lettura di Loy del suo «Discorso agli ateniesi» del 461 a. C, e applaude anche Suor Rita Pintus delle librerie Paoline, catena che ha aderito come Feltrinelli e molte altre all’iniziativa, da cui si è tenuto lontano Mondadori sia come editore sia come catena libraria, ma a cui hanno aderito alcune librerie del gruppo.
«In materia di stampa non c’è via di mezzo tra la servitù e la libertà» è la conclusione secca di Nadia Urbina-ti alla lettura di Democrazia in America di Alexis de Tocqueville: da Antonio Gramsci a Leone XIII, passando per Indro Montanelli, ripescato dal suo allievo Marco Travaglio, Elsa Morante, John Stuart Mill, letto da Corrado Augias, fino a Sergej Dovlatov, sembrano tutti testi di questi ultimi giorni sulla situazione italiana. «La lesione del circuito dell’informazione è palese – spiega nel suo intervento Rodotà –, ma ci sono anche segni positivi: gli editori dei giornali minacciano la disobbedienza, i parlamentari potranno inserire negli atti parlamentari le inchieste, come accadde durante la guerra nel Viet Nam con i “Pentagon papers”, in modo da farli diventare atti pubblici. E l’organizzazione “Reporters sans frontière” ha offerto il suo sito per pubblicare le notizie proibite in Italia. Solo nei regimi totalitari però i cittadini sono costretti a leggere le notizie sul loro paese nei siti internet stranieri». Ci sono anche critiche alla sinistra, considerata da molti corresponsabile del degrado a cui Berlusconi sta portando l’Italia: e su questo Sartori prende un applauso lunghissimo.
«È mancata una reazione morale, sulle libertà non si può trattare, non si negozia»: sintetizza così gli umori del pubblico Giuseppe Laterza editore che assieme a Marco Cassini di Minimum fax, e Stefano Mauri, del gruppo Mauri Spagnol, è stato tra i promotori dell’iniziativa. Gli chiediamo se l’adesione di oggi fa ben sperare? «È straordinaria, ma più interessante è quella degli altri editori, dalle Edizioni San Paolo a De Agostini, e delle piccole librerie che organizzeranno in questa settimana i reading, senza considerare le 12 mila firme al nostro appello tra cui quella spontanea dello storico britannico Eric Hobsbawm». Ma perché gli editori di libri si stanno muovendo per i giornali, avete paura dell’indice? «Siamo stanchi del veleno che viene sparso nella società italiana, inquina il terreno della lettura e costringe gli italiani a guardare la televisione».
l’Unità 1.6.10
Fermiamoli. Intervista a Nadia Urbinati
«Disobbedienza civile
per garantire il rispetto della Costituzione»
La studiosa: questa protesta significa rischiare, assumersi responsabilità e colpa È un atto politico ma è anche una scelta basata sul coraggio dei singoli
di Jolanda Bufalini
Ma la coscienza è la definizione che alla fine trova Nadia Urbinati, politologa “pendolare” fra
Stati Uniti (dove insegna alla Columbia University) e l’Italia. È la cattiva coscienza di una maggioranza che forza il dettato costituzionale sapendo di farlo. Ed è questa la ragione che spiega, sul piano etico e politico, perché si sta producendo in Italia una situazione che dà senso alla disubbidienza civile. Malacoscienza perché quella maggioranza «sa bene che è altamente probabile che il testo sulle intercettazioni non potrà superare il vaglio della Corte Costituzionale. Però potrà sfruttare ai propri fini il lasso di tempo in cui la legge sulle intercettazioni sarà quella approvata dalla maggioranza in Parlamento, e questo produrrà un danno alle nostre libertà».
Lei considera quindi opportuna la disubbidienza civile in queste circostanze? «La disubbidienza civile è l’ultima risorsa, l’estrema ratio. È un’azione certamente politica ma che è messa in atto da individui, dal singolo giornalista, dal singolo magistrato che rischia. Prima di questo, la situazione ottimale sarebbe la mobilitazione politica più ampia possibile, attraverso l’impegno individuale e collettivo dei cittadini, attraverso la battaglia parlamentare e la mobilitazione dell’opinione pubblica, per cambiare o non fare approvare la legge. Quando tutti questi tentativi saranno stati fatti, se nonostante tutto questo, il ddl sulle intercettazioni sarà legge, allora la disubbidienza civile è a mio avviso eticamente giustificata».
Dunque lei auspica, prima di tutto, una mobilitazione politica che eviti l’approvazione del disegno di legge? «Tutto quello che si può fare come iniziativa politica e parlamentare, fino al ricorso alla Corte Costituzionale. Ma bisogna sapere che, una volta che ci sarà la legge, prima che l’Alta
Corte si pronunci, passerà del tempo e questa legge produrrà sofferenza e danno alle nostre libertà costituzionali: sul piano della libertà di stampa, perché la nostra Costituzione ne prevede la limitazione solo in caso di grave rischio per l’ordine pubblico. E sul piano della separazione dei poteri, per i limiti che vengono imposti al lavoro dei magistrati. Io non sono una giurista ma mi pare che la Corte costituzionale non potrà ammettere questa legge. E le decisioni di maggioranza sono legittime solo nel rispetto del quadro costituzionale».
È questo che giustifica il ricorso alla disubbidienza? «Sì, in una società democratica e costituzionale la disubbidienza civile è eticamente giustificata dal conflitto della legge con la norma superiore e fondativa dell’unità dello Stato. In questo conflitto vince la Carta costituzionale. Fu così in America, nella lotta contro la segregazione razziale. La disubbidienza non è il sovvertimento dell’ordine costituito, non è illegalità ma, al contrario, affermazione dei principi che stanno a fondamento dello Stato».
Si sta riferendo alle battaglie per i diritti civili degli anni Sessanta? «Il caso più celebre è quello di Martin Luther King, ma non fu il solo, ci furono molti casi di disubbidienza civile. Le leggi che proibivano ai neri di sedere negli stessi autobus con i bianchi, per esempio, erano in contrasto con la dichiarazione d’Indipendenza e con la Carta dei diritti».
Lei dice che questi sono i casi in cui la disubbidienza civile è eticamente e politicamente giustificata, ma chi disobbedisce può appellarsi a norme sancite dal nostro ordinamento?
«No, la disubbidienza civile è un atto di coraggio democratico dei singoli cittadini, che pagheranno per questo. E sanno che dovranno rischiare e pagare. Sanno che andranno incontro a conseguenze, se ne assumeranno la responsabilità e la colpa. Nella nostra Costituzione non c’è il diritto alla Resistenza, di cui pure si discusse nell’assemblea costituente».
Repubblica 1.6.10
Scrittori anti-bavaglio. Laterza: impossibile fare libri d´inchiesta
Camilleri: rischio fascismo siamo pronti a disubbidire
di Alberto D’Argenio
ROMA - Così torniamo al fascismo. I protagonisti del reading contro la legge-bavaglio sulle intercettazioni non hanno dubbi: uccide la coscienza dell´opinione pubblica e con essa la democrazia. Partite ieri in uno stracolmo teatro Quirino di Roma, le "Letture per la libertà di stampa" organizzate da un centinaio di editori insieme a librai e scrittori andranno avanti tutta la settimana in tutta Italia. «La legge sulle intercettazioni non tocca solo giornali e giornalisti, ma anche le Case editrici che pubblicano libri d´inchiesta, anch´essi potenziali destinatari del ddl», ha detto l´editore Giuseppe Laterza, tra gli organizzatori insieme a Marco Cassini (Minimum Fax) e Stefano Mauri (Mauri-Spagnol).
Ad aprire le letture dei brani è stato Andrea Camilleri, che ha proposto l´appello agli studenti che il rettore dell´università di Padova, Concetto Marchesi, pronunciò il primo dicembre 1943 lasciando l´ateneo per non sottomettersi al fascismo. Un discorso (vibrante la lettura dello scrittore siciliano) che si chiude così: «Liberate l´Italia dalla schiavitù dell´inganno». Passaggio che per Camilleri definisce perfettamente «lo sporco e il luridume dell´attacco alla libertà che oggi si ripropone sotto altre forme». Difendiamo l´informazione - ha proseguito il padre di Montalbano - anche se con la legge-bavaglio non ci sarà proprio più nulla di cui scrivere perché i magistrati non potranno più lavorare «lasciando i mafiosi e la cricca liberi di fregarci nel silenzio». Quindi Camilleri si è congedato dal pubblico con un laconico «buona fortuna». E di grande attualità anche il discorso di Pericle agli Ateniesi, che Paolo Rossi non riuscì a leggere in tv e ieri proposto da Rosetta Loy.
Sul palco anche Stefano Rodotà, secondo il quale «quando si blocca la conoscenza dei fatti si impedisce di deliberare e mettendo a repentaglio la vita democratica: è proprio dei regimi totalitari obbligare i propri cittadini a leggere su siti stranieri le notizie del proprio Paese». Quindi è intervenuto il politologo Giovanni Sartori, che ha definito «vergognosa» la legge-bavaglio: «È l´ultima risorsa per creare una falsa, disinformata e stupida opinione pubblica che non sa nulla del mondo e sa quasi solo cose false dell´Italia». E Marco Travaglio è stato tra coloro che hanno evocato l´inosservanza della legge. Come Massimo Carlotto, per il quale «non resta che la disobbedienza civile». Chi non c´era, come Dacia Maraini, ha affidato ad altri le proprie riflessioni. La serata è stata chiusa da Gianrico Carofiglio, magistrato, scrittore e senatore del Pd: «Il bavaglio che citava Camilleri era lo stesso programma della loggia P2. Non a caso vi erano iscritti anche esponenti del governo»
Repubblica 1.6.10
Il carattere è scritto nella chimica ecco gli ormoni della personalità
L´antropologa Helen Fisher divide l´umanità in pionieri, fondatori, diplomatici e scopritori. Un oroscopo biochimico che si forma nel grembo materno
di Andrea Tarquini
Possiamo innamorarci con il classico colpo di fulmine, oppure scoprire pian piano che ci piace, ci attira e ci interessa una persona che conoscevamo da anni. L´amore è cieco, si dice da millenni. Ma è governato più di quanto non si pensi dalla biochimica: ormoni di diverso tipo attivano differenti regioni del nostro cervello, ci fanno reagire diversamente a stimoli e segnali. Ce lo spiega Helen Fisher, docente alla Rutgers University del New Jersey, esperta di fondamenta neurologiche delle relazioni sessuali e amorose. E nel suo libro "I quattro tipi dell´amore", appena uscito in Germania (Die vier Typen der Liebe, ed. Droemer), scritto dopo aver studiato questionari di 28mila persone, cataloga appunto questi quattro tipi di caratteri: il pioniere, il diplomatico, lo scopritore, il fondatore. E prova a spiegarci se e in che misura possono stare bene insieme.
Scienza seria, tanto che la compassata ma attenta Welt am Sonntag ha appena dedicato al tema una pagina intera. Premessa: i quattro tipi sono semplificazioni per classificare i diversi tipi d´influsso dei differenti ormoni. I più importanti sono testosterone, estrogeni, noradrenalina, dopamina, serotonina e oxitocina. Nell´antichità si distingueva tra collerici, sanguigni, melancolici e flegmatici. Ma la maggior parte degli individui è un misto, subisce influssi di diversi ormoni, presenti in diverse quantità nei nostri organismi. Proviamo allora a riassumere questa specie di oroscopo degli ormoni.
Il pioniere spesso si sviluppa da alte concentrazioni di testosterone nell´utero materno. È diretto e insieme analitico, sa imporre le sue visioni e i suoi piani, sa pensare in modo strategico. I "pionieri" sono padroni di sé, pragmatici maestri d´autocontrollo, pronti ad aiutare il prossimo, ma anche tendenti a frenare i sentimenti, ad analizzarli con scetticismo. Tra i vip, sono classificabili come "pionieri" Obama, o Angela Merkel. La coppia migliore riesce loro con altri pionieri, oppure con un diplomatico. Come Flavio Briatore, tranquillo anche nelle avversità.
E chi è costui? È altamente influenzato da estrogeni, ha la capacità di riassumere, memorizzare e analizzare tanti dati, e rifletterci. È aperto, intuitivo, portato alla fiducia verso il prossimo. Tende a sognare a occhi aperti, cerca l´anima, l´amore, la verità, e insieme è alla permanente ricerca di se stesso, e insieme malinconico e spesso dubbioso su se stesso, come Leonard Cohen in alcuni dei suoi migliori testi, dice la Fisher. Il diplomatico è comunque fatto apposta per la vita di relazione. Può andargli bene con il pioniere, o con lo scopritore, molto più problematica è una sua unione con un fondatore.
Vedremo subito perché, ma descriviamo prima il terzo tipo di amante: è definito "scopritore". È curioso, creativo, ottimista, vuole essere conquistato sia sul piano sensuale sia intellettuale, altrimenti finisce preda della noia. Merito, o colpa, del gene Drd4, che regola l´attività della dopamina. Sta bene con un altro scopritore, o con un diplomatico.
Quarto ma non ultimo, il "fondatore". Il suo valore ormonale dominante, la serotonina, contribuisce a renderlo una persona con i piedi per terra, metodico, tranquillo, spinto al rispetto verso l´autorità, a volte anche un po´ noioso. Il suo ideale è avere una famiglia intatta, o crearla. Sta bene con un altro tipo fondatore, può trovare la felicità anche con un diplomatico o con un pioniere, ma meno che mai con uno scopritore. Un esempio di fondatore è il principe ereditario britannico William, mentre suo fratello minore principe Harry è chiaramente uno scopritore, che tenta vie inabituali. "Per fortuna non è lui il primogenito", scherza il giornale tedesco. Certo, sono schemi semplificanti: in maggioranza, siamo tutti un misto tra i quattro tipi di essere umano e di amante. O meglio, miliardi di misti con dosi diverse. Come tanti cocktail irripetibili di qualità, doti, difetti, emozioni. Se i diversi dosaggi biochimici producono armonia, creano una combinazione naturale, che spinge a una profonda intimità, perché ci si capisce meglio intuitivamente. Il banale, eterno sogno dell´amore perfetto, insomma. Reso possibile o irraggiungibile dal cocktail-oroscopo degli ormoni.
Europa 1.6.10
Quando il denaro non contava
di Mari Lavia
C’era un tempo in cui le minoranze all’interno di un partito erano destinate a rimanere tali, era un tempo in cui una minoranza, in base ad un accordo non scritto, si ritagliava una mera funzione di condizionamento: non era molto ma poteva anche non essere poco.
Nel Psi di Nenni, poi di De Martino, fino a Craxi i lombardiani furono esattamente questo: una corrente di minoranza, piccola, combattiva, integerrima, orgogliosa della propria vocazione minoritaria. Ad immagine del suo capo, Riccardo Lombardi.
Una figura sulla quale recentemente sono apparsi in libreria due volumi, uno di Carlo Patrignani (Lombardi e il fenicottero – ed. L’asino d’oro), l’altro (una riedizione di un saggio di tanti anni fa, semplicemente: Lombardi, Ediesse) di Miriam Mafai.
«Io ho imparato molto da Riccardo Lombardi su come si fa dissenso », confidò nell’orazione ai funerali dell’“Ingegnere” (all’epoca era raro un dirigente socialista laureato) uno che di minoranze se ne intendeva, Pietro Ingrao. E in effetti è senz’altro vero che Lombardi fu un gran “dissidente”, degno epigono di quella corrente laica, azionista, “capitiniana” (come sottolinea Marco Pannella nella partecipata introduzione al libro di Patrignani) che vien giù dai fermenti democratici più vivi del Risorgimento.
L’incontro con il socialismo italiano – dopo la fase azionista – lo colloca fra gli anticomunisti progressisti (la perdurante polemica con colui che Patrignani chiama «il freddo Togliatti»), ed è sempre col suo tratto scettico che Lombardi accompagnò l’evoluzione che condusse il Psi al primo governo di centrosinistra in alleanza con la Dc: esperienza travagliata, breve, oggi grandemente rivalutata, specie al confronto con i conati riformisti successivi.
Ecco, di Lombardi piace ricordare, soprattutto alla vigilia del 2 giugno, proprio quelle caratteristiche “minoritarie” che in ultima analisi lo costrinsero in una posizione marginale nel suo partito – l’intransigenza morale, la coerenza e la schiettezza (fu fra i pochissimi a stigmatizzare apertamente i tratti autoritari di Craxi) e anche la lucidità che – viene detto nel libro di Patrignani – lo portò «ad avere ragione dieci anni prima». Insieme – infine – a quella modestia e disinteresse personale che gli fece rispondere così a chi gli chiedeva se avesse mai pensato di avere più denaro: «Non avrei saputo cosa farne.
Non ho neppure una casa. Mi basta poter comperare dei libri».
Il Foglio 1.6.10
Urlatori di Dio
di Luigi Manconi
Devo dire: io, sulle questioni di bioetica (così come su altre tematiche), ho le medesime convinzioni dei Radicali. C’è, tuttavia, una differenza notevole nelle motivazioni che mi portano ad assumere quelle stesse posizioni pubbliche: nel senso che io vi arrivo attraverso un percorso che cerca costantemente di affidarsi anche a una fondazione morale delle scelte valoriali e, in ultima istanza delle opzioni politiche. Mentre i Radicali privilegiano una logica argomentativa concentrata prevalentemente sul piano razionale-utilitaristico (nel significato che la filosofia contemporanea attribuisce a quest’ultima formula). Sarà forse la peculiarità del mio approccio-che tenta di rifarsi, appunto, a un sistema di valori. eticamente costituiti - che mi rende sensibile, o comunque non indifferente, all’accusa più bruciante che mi viene rivolta. E’ un’accusa dettata, in genere, da un calcolo strumentale, e tesa a produrre un effetto di suggestione, che consiste nell’attribuire a chi sostiene posizioni come le miele nostre, una "tentazione eugenetica". Il fatto di sapermi totalmente estraneo a quel rischio non riesce a tranquillizzarmi e questo, oltre a produrre pericolosi travasi di bile, suscita in me quel disdicevole sentimento di avversione morale verso, nell’ordine. Eugenia Roccella, Maurizio Gasparri, monsignor Elio Sgreccia, il prof. Francesco D’Agostino e, nonostante tutto, Giuliano Ferrara (risparmio solo Gaetano Quagliariello in ragione di una trascorsa familiarità, che mi rende immotivatamente indulgente verso il più colpevole tra tutti). Eppure, il fatto di replicare - come so e come posso - a quell’accusa e ritorcerla contro chi la muove a finì esclusivamente ideologicodemagogici, non mi rasserena: e proprio perché so bene quanto le questioni di bioetica e, in particolare, quelle che intersecano categorie come la continuità e la intangibilità della vita umana, si affaccino sull’ignoto e sfiorino l’inaudito.
E so bene quanto simili questioni siano drammaticamente controverse: tali da non consentire letture semplificate e soluzioni nette. Pressoché tutte le grandi questioni di bioetica infatti si presentano, nella forma del dilemma che oppone due diversi diritti, entrambi legittimi ed entrambi degni di trascrizione giuridica. Si può dire, in estrema sintesi, che la bioetica opera nella sfera pubblica in quanto chiamata a dirimere il conflitto tra quei differenti diritti.
Quando quelle questioni si proiettano sul piano legislativo, la politica - che reclama in genere decisioni semplici tende a risolvere la tensione tra i due diritti, privilegiando l’uno e sacrificando l’altro. Rinunciando con ciò alla scelta, più ardua ma più equa, di elaborare - per quanto faticoso possa risultare - una mediazione virtuosa e una convivenza pacifica tra domande in contrasto. Non a caso, la "soluzione politica semplice", con gli effetti regressivi che produce, tende a presentarsi -nella cultura della destra, oggi maggioritariamente clericale - come la più fedele traduzione pubblica di un precetto enunciato solennemente dalla chiesa cattolica: quello che afferma "la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale".
Dov’è chi parla di deriva eugenetica? Dico tutto ciò per porre un quesito: che relazione c’è tra quella "sacralità" e la delibera numero 851 (31 marzo 2009) della regione Veneto? Quella dove si stabiliscono "controindicazioni assolute al trapianto d’organo" in caso di "danni cerebrali irreversibili" e "ritardo mentale con quoziente intellettivo inferiore a 50"; e si oppongono "controindicazioni relative" per chi presenti "un ritardo mentale con quoziente intellettivo inferiore a 70".
La questione è di eccezionale e drammatico rilievo e può adombrare una terribile spirale etica. Sorprende, pertanto, che il foltissimo esercito dei "difensori della vita" e della "tutela della dignità umana sempre e comunque" osservi un rigoroso silenzio. A sollevare il caso sono state, meritoriamente, le deputate radicali Maria Antonietta Farina Coscioni e Rita Bernardini, e il Corriere della Sera di sabato 29 maggio.
Ma dove son tutti quelli che urlano alla "deriva eugenetica" anche solo quando si parla di fecondazione assistita? La delibera della regione Veneto solleva una fondamentale questione di etica pubblica e una, altrettanto cruciale, di equità.
A differenza degli urlatori di Dio, non dirò che il provvedimento della regione Veneto è"nazista"; e penso che quanto scritto da Margherita De Bac sul Corriere, seppure non condivisibile, rappresenti un interrogativo serio: "Non potrebbe configurarsi come accanimento terapeutico il fatto di imporre un trapianto. e le pesanti conseguenze dei farmaci antirigetto, a un malato che non è in grado di comprendere la cura?". Ma ciò che lascia davvero scandalizzati sono le parole dell’assessore regionale alla Sanità Luca Coletto: "II nostro è un sistema d’avanguardia. E’ bene riflettere su questi interrogativi per non utilizzare in modo improprio le risorse". Le risorse? Dio lo perdoni: e, intanto, si affidi, quel Coletto, alle cure amorevoli di Maurizio Gasparri e di monsignor Elio Sgreccia.
L'intervista/ Escono due libri dell'analista Antonino Ferro che oggi parla a Taormina
"I nostri sogni somigliano alle vignette di altan"
"Di notte e anche di giorno, la mente produce immagini che allontanano le angosce"
di Luciana sica
«Non sogniamo solo di notte, sogniamo anche da svegli: un´attività onirica altrettanto inconscia avviene durante il giorno, di continuo. Sono invece fantasmagorie della mente, ma comunque stati della coscienza, quei sogni ad occhi aperti che noi chiamiamo rêverie». Chi parla è Antonino Ferro, 63 anni, palermitano trapiantato a Pavia, ma conosciuto ovunque: i suoi libri sono tradotti in più di dieci lingue - dal turco all´ebraico, al coreano. Ora ne escono due nuovi: uno s´intitola Tormenti di anime (Cortina, pagg. 216, euro 21), l´altro - firmato con Simone Vender - si chiama La terra di nessuno fra psichiatria e psicoterapia (Bollati Boringhieri, pagg. 250, euro 32).
Ferro non rappresenta "la" psicoanalisi (che al singolare non esiste più), ma piuttosto la scuola bioniana - rêverie è un termine introdotto proprio dal geniale Bion (da rêver, in francese sognare). "Didatta" della Società psicoanalitica italiana, oggi parla al congresso di Taormina.
Il titolo del suo intervento rimanda a non meglio identificate "navette per l´inconscio". Ma cosa sono?
«Sono "shuttles" che ci consentono dei viaggi - di va e vieni - nell´inconscio e dall´inconscio. Una volta si guardava ai lapsus, agli atti mancati, alle dimenticanze e soprattutto al sogno notturno come strumenti che ci connettevano all´inconscio. Oggi prevale l´onirico in tutte le sue declinazioni».
Che fine ha fatto la "via regia" verso l´inconscio, tanto cara a Freud?
«Non si parla più esclusivamente del sogno notturno, ma anche di un pensiero onirico allo stato di veglia che trasforma in immagini tutte le sensazioni e gli stimoli da cui siamo bombardati. Sono immagini che si formano in modo inconsapevole. Noi li definiamo "pittogrammi"».
Pittogrammi? Siamo in pieno slang psicoanalitico... Può tradurre?
«I pittogrammi sono come le vignette di Altan».
In che senso?
«In questo senso: ovviamente le vignette di Altan sono tutt´altro che immagini inconsce, ma consentono una presa di distanza dalle "cose" che sono fonte di angoscia, perché ne restituiscono uno statuto di pensabilità, un senso. Ora, faccia conto che qualcosa ci procuri dolore o rabbia o frustrazione. Se quest´insieme di emozioni, meglio di protoemozioni, restano a uno stato crudo, non elaborato, producono "malattia". La nostra mente è però capace di trasformarle in pittogrammi, che noi oggi consideriamo i costituenti dell´inconscio e - tutti insieme - la matrice del sogno notturno».
Sta dicendo che la funzione Altan somiglia alla funzione Alfa di Bion?
«Sì, più o meno. Voglio dire soprattutto che se abbiamo la capacità di sognare di giorno e di notte, stiamo bene. La sofferenza psichica nasce proprio quando s´inceppa l´attività onirica: il dreaming ensemble, come lo chiama James Grotstein. Minore è la capacità di sognare, maggiori sono le severità delle patologie. Un altro analista americano, Thomas Ogden, tra i più creativi che abbiamo al mondo, dice che il fattore terapeutico fondamentale è aiutare il paziente a sognare i sogni che non è stato o non è capace di fare: la stanza dell´analisi è luogo onirico per eccellenza, è il sogno condiviso di due menti che costruiscono insieme significati e catene visive».
I sogni ad occhi aperti sono oziosi vagabondaggi della mente, pigre fantasticherie, o il concetto di rêverie li ha rivalutati?
«L´abbandono al flusso dei sogni ad occhi aperti implica una maggiore pienezza dell´anima. Una perdita provvisoria di contatto con la realtà può essere preziosa per focalizzare problemi, far riemergere ricordi, immaginare il futuro. Naturalmente cambia molto se si lascia spazio alla fantasia, all´immaginazione, o se prevale il pensiero computerizzato».
Negli ultimi mesi si è letto e parlato di "uomo senza inconscio" (Recalcati), o anche di "inconscio tecnologico" (Galimberti). Lei che ne pensa?
«Penso che l´inconscio è la nostra struttura portante come esseri umani. È come se al nostro corpo mancassero i femori: non potremmo alzarci dal letto, non potremmo vivere! Sarà un discorso poco alla moda, ma noi siamo sempre gli stessi da quando siamo diventati specie sapiens sapiens. Non possiamo comparare le ere geologiche con la vita di una rosa, per dirla con il poeta. In attesa di un salto evolutivo, non c´è alcuna novità nel funzionamento mentale, salvo che ne sappiamo molto di più».
La dimensione post-umana non fa nessuna differenza? Molti suoi colleghi parlano di un "contesto di morte", degli effetti - anche inconsci - del "traumatismo diffuso"...
«Il traumatismo diffuso c´è sempre stato: oggi con la crisi, il terrorismo, le catastrofi climatiche, ieri con le guerre e gli stermini, prima con le emigrazioni e le pestilenze, prima ancora con gli animali feroci che ci assalivano... Ma noi sogniamo come prima: i sogni della signora Sarkozy saranno simili a quelli di Cleopatra: cambia il linguaggio. E quando ci innamoriamo, perdiamo la testa non come un secolo fa, ma come seimila anni fa. E quando un figlio muore, abbiamo le stesse angosce del padre di Patroclo! Certo che abbiamo più difficoltà a entrare in contatto con le nostre emozioni più profonde, ma bisogna intendersi: una cosa è la sociologia, un´altra l´antropologia, un´altra ancora la psicoanalisi».
Repubblica 1.6.10
La condanna della marionetta
di David Grossman
Nessuna spiegazione può giustificare o mascherare il crimine commesso da Israele e nessun pretesto può motivare l'idiozia del suo governo e del suo esercito. Israele non ha inviato i suoi soldati a uccidere civili a sangue freddo, in pratica era l'ultima cosa che voleva che accadesse, eppure una piccola organizzazione turca, dall'ideologia fanatica e religiosa, ostile a Israele, ha arruolato alcune centinaia di pacifisti ed è riuscita a fare cadere lo Stato ebraico in una trappola proprio perché sapeva come avrebbe reagito e fino a che punto era condannato, come una marionetta, a fare ciò che ha fatto.
Non si spara sulle opinioni "È stato un atto criminale destinato a riaccendere la spirale di odio e vendette" Grossman: "Il blocco di Gaza è un errore" Non tutti i partecipanti al convoglio sono animati da intenzioni umanitarie e alcune dichiarazioni sulla distruzione di Israele sono infami, ma queste opinioni non prevedono la pena di morte.
Quanto deve sentirsi insicura, confusa e spaventata una nazione per comportarsi come ha fatto Israele! Ricorrendo a un uso esagerato della forza (malgrado aspirasse a limitare la portata della reazione dei presenti sulla nave) ha ucciso e ferito civili al di fuori delle proprie acque territoriali comportandosi come una masnada di pirati. È chiaro che queste mie parole non esprimono assolutamente consenso alle motivazioni, nascoste o evidenti – e talvolta malvagie – di alcuni dei partecipanti al convoglio diretto a Gaza. Non tutti sono pacifisti animati da intenzioni umanitarie e le dichiarazioni di alcuni di loro riguardanti la distruzione dello stato di Israele sono infami. Ma tutto questo ora è irrilevante: queste opinioni non prevedono, per quanto si sappia, la pena di morte.
L´azione compiuta da Israele ieri sera non è che la continuazione del prolungato e ignobile blocco alla striscia di Gaza, il quale, a sua volta, non è che il prosieguo naturale dell´approccio aggressivo e arrogante del governo israeliano, pronto a rendere impossibile la vita di un milione e mezzo di innocenti nella striscia di Gaza pur di ottenere la liberazione di un unico soldato tenuto prigioniero, per quanto caro e amato. Il blocco è anche la continuazione naturale di una linea politica fossilizzata e goffa che a ogni bivio decisionale e ogni qualvolta servono cervello, sensibilità e creatività, ricorre a una forza enorme, esagerata, come se questa fosse l´unica scelta possibile.
E in qualche modo tutte queste stoltezze – compresa l´operazione assurda e letale di ieri notte – sembrano far parte di un processo di corruzione che si fa sempre più diffuso in Israele. Si ha la sensazione che le strutture governative siano unte, guaste. Che forse, a causa dell´ansia provocata dalle loro azioni, dai loro errori negli ultimi decenni, dalla disperazione di sciogliere un nodo sempre più intricato, queste strutture divengano sempre più fossilizzate, sempre più refrattarie alle sfide di una realtà complessa e delicata, che perdano la freschezza, l´originalità e la creatività che un tempo le caratterizzavano, che caratterizzavano tutto Israele. Il blocco della striscia di Gaza è fallito. È fallito già da quattro anni. Non solo tale blocco è immorale, non è nemmeno efficace, non fa che peggiorare la situazione, come abbiamo potuto constatare in queste ore, e danneggia gravemente anche Israele. I crimini dei leader di Hamas che tengono in ostaggio Gilad Shalit da quattro anni a questa parte senza che abbia ricevuto nemmeno una visita dai rappresentanti della Croce Rossa, che hanno lanciato migliaia di razzi verso i centri abitati israeliani, vanno affrontati per vie legali, con ogni mezzo giuridico a disposizione di uno stato. Il prolungato isolamento di una popolazione civile non è uno di questi mezzi. Vorrei poter credere che il trauma per la sconsiderata azione di ieri ci porti a riesaminare tutta questa idea del blocco e a liberare finalmente i palestinesi dalla loro sofferenza e Israele da questa macchia. Ma la nostra esperienza in questa regione sciagurata ci insegna che accadrà invece il contrario: che i meccanismi della violenza, della rappresaglia e il cerchio della vendetta e dell´odio ieri hanno ricominciato a girare e ancora non possiamo immaginare con quale forza.
Ma più di ogni altra cosa questa folle operazione rivela fino a che punto è arrivato Israele. Non vale la pena di sprecare parole. Chi ha occhi per vedere capisce e sente. Non c´è dubbio che entro poche ore ci sarà chi si affretterà a trasformare il senso di colpa (naturale e giustificato) di molti israeliani, in vocianti accuse a tutto il mondo.
Con la vergogna, comunque, faremo un po´ più fatica a venire a patti.
Traduzione dall´ebraico di A. Shomroni
l’Unità 1.6.10
Verso la catastrofe
di Moni Ovadia
Era inevitabile che accadesse. L’insensato atto di pirateria militare israeliano contro il convoglio navale umanitario con la sua tragica messe di morti e di feriti non è un fatale incidente, è figlio di una cecità psicopatologica, della illogica assenza di iniziativa politica di un governo reazionario che sa solo peggiorare con accanimento l’iniquo devastante status quo. Di cosa parliamo? Dell’asfissia economica di Gaza e della ultraquarantennale occupazione militare delle terre palestinesi, segnata da una colonizzazione perversa ed espansiva che mira a sottrarre spazi esistenziali ad un popolo intero.
Dopo la stagione di Oslo, il sacrificio della vita di Rabin, non c’è più stata da parte israeliana nessuna vera volontà di raggiungere una pace duratura basata sul riconoscimento del diritti del popolo palestinese sulla base della soluzione due popoli due stati. Le varie Camp David, Wye Plantation, Road Map sono state caratterizzate da velleitarismo, tattiche dilatorie e propaganda allo scopo di fare fallire ogni accordo autentico. Anche il ritiro da Gaza non è stato un passo verso la pace ma un piano ben riuscito per spezzare il fronte politico palestinese e rendere inattuabili trattative efficaci. Abu Mazen l’interlocutore credibile che i governanti israeliani stessi dicevano di attendere con speranza è stato umiliato con tutti i mezzi, la sua autorità completamente delegittimata. L’Autorità Nazionale Palestinese è stata la foglia di fico dietro alla quale sottoporre i palestinesi reali e soprattutto donne, vecchi e bambini ad una interminabile vessazione nella prigione a cielo aperto della Cisgiordania e nella gabbia di Gaza resa tale da un atto di belligeranza che si chiama assedio.
Ma soprattutto l’attuale classe politica israeliana brilla per assenza di qualsiasi progettualità che non sia la propria autoperpetuazione. È riuscita nell’intento di annullare l’idea stessa di opposizione grazie anche ad utili idioti come l’ambiziosissimo “laburista” Ehud Barak che per una poltrona siede fianco a fianco del razzista Avigdor Lieberman. Questi politici tengono sotto ricatto la comunità internazionale contrabbandando la menzogna grottesca che ciò che è fatto contro la popolazione civile palestinese garantisca la sicurezza agli Israeliani e a loro volta sono tenuti sotto ricatto dal nazionalismo religioso di stampo fascista delle frange più fanatiche del movimento dei coloni, una vera bomba ad orologeria per il futuro dello stato di Israele. La maggioranza dell’opinione pubblica sembra narcotizzata al punto da non vedere più i vicini palestinesi come esseri umani, ma come fastidioso problema, nella speranza che prima o poi si risolva da solo con una “autosparizione” provocata da una vita miserrima e senza sbocco. Le voci coraggiose dei giusti non trovano ascolto e anche i più ragionevoli appelli interni ed esterni come quello di Jcall, vengono bollati dai falchi dentro e fuori i confini con l’infame epiteto di antisemiti o antiisraeliani. Se questo stato di cose si prolunga ancora il suo esito non può essere che una catastrofe.
l’Unità 1.6.10
«Qua ci giochiamo la libertà»: al Quirino la rivolta degli scrittori
Nel teatro romano decolla bene l’iniziativa degli editori: da Scarpa a Camilleri, da Rosetta Loy a Nadia Urbinati Rodotà: «Le persone tornano a essere opinione pubblica»
di Luca Dal Frà
La reazione c’è: da carne da macello per i sondaggi, le persone stanno tornando a essere opinione pubblica» scandisce Stefano Ro-
dotà: il teatro Quirino ieri era pieno per l’apertura di «I libri sulla libertà», iniziativa degli editori contro la legge bavaglio, che organizza reading di scrittori, giornalisti e gente comune nelle centinaia di librerie che hanno aderito. In questo teatro nel cuore di Roma sono accorsi Andrea Camilleri, Guido Crainz, Rosetta Loy, Tiziano Scarpa, Nadia Urbinati e molti altri per leggere i testi più o meno sacri della libertà democratica. E con loro oltre a Rodotà, sono intervenuti anche Giovanni Sartori e Alessandro Pace. Dopo aver letto l’appello di Concetto Marchesi agli studenti dell’Università di Padova, un j’accuse «All’intera classe dirigente italiana» che sembrava scritto oggi e risaliva al 1943, Camilleri ha ricordato che la Legge bavaglio ha come obbiettivo non solo la stampa, ma anche «garantire ai mafiosi e ai corrotti della cricca di fregarci indisturbati nel più assoluto silenzio». Avrà sobbalzato il fantasma di Pericle constatando l’emozione del pubblico alla lettura di Loy del suo «Discorso agli ateniesi» del 461 a. C, e applaude anche Suor Rita Pintus delle librerie Paoline, catena che ha aderito come Feltrinelli e molte altre all’iniziativa, da cui si è tenuto lontano Mondadori sia come editore sia come catena libraria, ma a cui hanno aderito alcune librerie del gruppo.
«In materia di stampa non c’è via di mezzo tra la servitù e la libertà» è la conclusione secca di Nadia Urbina-ti alla lettura di Democrazia in America di Alexis de Tocqueville: da Antonio Gramsci a Leone XIII, passando per Indro Montanelli, ripescato dal suo allievo Marco Travaglio, Elsa Morante, John Stuart Mill, letto da Corrado Augias, fino a Sergej Dovlatov, sembrano tutti testi di questi ultimi giorni sulla situazione italiana. «La lesione del circuito dell’informazione è palese – spiega nel suo intervento Rodotà –, ma ci sono anche segni positivi: gli editori dei giornali minacciano la disobbedienza, i parlamentari potranno inserire negli atti parlamentari le inchieste, come accadde durante la guerra nel Viet Nam con i “Pentagon papers”, in modo da farli diventare atti pubblici. E l’organizzazione “Reporters sans frontière” ha offerto il suo sito per pubblicare le notizie proibite in Italia. Solo nei regimi totalitari però i cittadini sono costretti a leggere le notizie sul loro paese nei siti internet stranieri». Ci sono anche critiche alla sinistra, considerata da molti corresponsabile del degrado a cui Berlusconi sta portando l’Italia: e su questo Sartori prende un applauso lunghissimo.
«È mancata una reazione morale, sulle libertà non si può trattare, non si negozia»: sintetizza così gli umori del pubblico Giuseppe Laterza editore che assieme a Marco Cassini di Minimum fax, e Stefano Mauri, del gruppo Mauri Spagnol, è stato tra i promotori dell’iniziativa. Gli chiediamo se l’adesione di oggi fa ben sperare? «È straordinaria, ma più interessante è quella degli altri editori, dalle Edizioni San Paolo a De Agostini, e delle piccole librerie che organizzeranno in questa settimana i reading, senza considerare le 12 mila firme al nostro appello tra cui quella spontanea dello storico britannico Eric Hobsbawm». Ma perché gli editori di libri si stanno muovendo per i giornali, avete paura dell’indice? «Siamo stanchi del veleno che viene sparso nella società italiana, inquina il terreno della lettura e costringe gli italiani a guardare la televisione».
l’Unità 1.6.10
Fermiamoli. Intervista a Nadia Urbinati
«Disobbedienza civile
per garantire il rispetto della Costituzione»
La studiosa: questa protesta significa rischiare, assumersi responsabilità e colpa È un atto politico ma è anche una scelta basata sul coraggio dei singoli
di Jolanda Bufalini
Ma la coscienza è la definizione che alla fine trova Nadia Urbinati, politologa “pendolare” fra
Stati Uniti (dove insegna alla Columbia University) e l’Italia. È la cattiva coscienza di una maggioranza che forza il dettato costituzionale sapendo di farlo. Ed è questa la ragione che spiega, sul piano etico e politico, perché si sta producendo in Italia una situazione che dà senso alla disubbidienza civile. Malacoscienza perché quella maggioranza «sa bene che è altamente probabile che il testo sulle intercettazioni non potrà superare il vaglio della Corte Costituzionale. Però potrà sfruttare ai propri fini il lasso di tempo in cui la legge sulle intercettazioni sarà quella approvata dalla maggioranza in Parlamento, e questo produrrà un danno alle nostre libertà».
Lei considera quindi opportuna la disubbidienza civile in queste circostanze? «La disubbidienza civile è l’ultima risorsa, l’estrema ratio. È un’azione certamente politica ma che è messa in atto da individui, dal singolo giornalista, dal singolo magistrato che rischia. Prima di questo, la situazione ottimale sarebbe la mobilitazione politica più ampia possibile, attraverso l’impegno individuale e collettivo dei cittadini, attraverso la battaglia parlamentare e la mobilitazione dell’opinione pubblica, per cambiare o non fare approvare la legge. Quando tutti questi tentativi saranno stati fatti, se nonostante tutto questo, il ddl sulle intercettazioni sarà legge, allora la disubbidienza civile è a mio avviso eticamente giustificata».
Dunque lei auspica, prima di tutto, una mobilitazione politica che eviti l’approvazione del disegno di legge? «Tutto quello che si può fare come iniziativa politica e parlamentare, fino al ricorso alla Corte Costituzionale. Ma bisogna sapere che, una volta che ci sarà la legge, prima che l’Alta
Corte si pronunci, passerà del tempo e questa legge produrrà sofferenza e danno alle nostre libertà costituzionali: sul piano della libertà di stampa, perché la nostra Costituzione ne prevede la limitazione solo in caso di grave rischio per l’ordine pubblico. E sul piano della separazione dei poteri, per i limiti che vengono imposti al lavoro dei magistrati. Io non sono una giurista ma mi pare che la Corte costituzionale non potrà ammettere questa legge. E le decisioni di maggioranza sono legittime solo nel rispetto del quadro costituzionale».
È questo che giustifica il ricorso alla disubbidienza? «Sì, in una società democratica e costituzionale la disubbidienza civile è eticamente giustificata dal conflitto della legge con la norma superiore e fondativa dell’unità dello Stato. In questo conflitto vince la Carta costituzionale. Fu così in America, nella lotta contro la segregazione razziale. La disubbidienza non è il sovvertimento dell’ordine costituito, non è illegalità ma, al contrario, affermazione dei principi che stanno a fondamento dello Stato».
Si sta riferendo alle battaglie per i diritti civili degli anni Sessanta? «Il caso più celebre è quello di Martin Luther King, ma non fu il solo, ci furono molti casi di disubbidienza civile. Le leggi che proibivano ai neri di sedere negli stessi autobus con i bianchi, per esempio, erano in contrasto con la dichiarazione d’Indipendenza e con la Carta dei diritti».
Lei dice che questi sono i casi in cui la disubbidienza civile è eticamente e politicamente giustificata, ma chi disobbedisce può appellarsi a norme sancite dal nostro ordinamento?
«No, la disubbidienza civile è un atto di coraggio democratico dei singoli cittadini, che pagheranno per questo. E sanno che dovranno rischiare e pagare. Sanno che andranno incontro a conseguenze, se ne assumeranno la responsabilità e la colpa. Nella nostra Costituzione non c’è il diritto alla Resistenza, di cui pure si discusse nell’assemblea costituente».
Repubblica 1.6.10
Scrittori anti-bavaglio. Laterza: impossibile fare libri d´inchiesta
Camilleri: rischio fascismo siamo pronti a disubbidire
di Alberto D’Argenio
ROMA - Così torniamo al fascismo. I protagonisti del reading contro la legge-bavaglio sulle intercettazioni non hanno dubbi: uccide la coscienza dell´opinione pubblica e con essa la democrazia. Partite ieri in uno stracolmo teatro Quirino di Roma, le "Letture per la libertà di stampa" organizzate da un centinaio di editori insieme a librai e scrittori andranno avanti tutta la settimana in tutta Italia. «La legge sulle intercettazioni non tocca solo giornali e giornalisti, ma anche le Case editrici che pubblicano libri d´inchiesta, anch´essi potenziali destinatari del ddl», ha detto l´editore Giuseppe Laterza, tra gli organizzatori insieme a Marco Cassini (Minimum Fax) e Stefano Mauri (Mauri-Spagnol).
Ad aprire le letture dei brani è stato Andrea Camilleri, che ha proposto l´appello agli studenti che il rettore dell´università di Padova, Concetto Marchesi, pronunciò il primo dicembre 1943 lasciando l´ateneo per non sottomettersi al fascismo. Un discorso (vibrante la lettura dello scrittore siciliano) che si chiude così: «Liberate l´Italia dalla schiavitù dell´inganno». Passaggio che per Camilleri definisce perfettamente «lo sporco e il luridume dell´attacco alla libertà che oggi si ripropone sotto altre forme». Difendiamo l´informazione - ha proseguito il padre di Montalbano - anche se con la legge-bavaglio non ci sarà proprio più nulla di cui scrivere perché i magistrati non potranno più lavorare «lasciando i mafiosi e la cricca liberi di fregarci nel silenzio». Quindi Camilleri si è congedato dal pubblico con un laconico «buona fortuna». E di grande attualità anche il discorso di Pericle agli Ateniesi, che Paolo Rossi non riuscì a leggere in tv e ieri proposto da Rosetta Loy.
Sul palco anche Stefano Rodotà, secondo il quale «quando si blocca la conoscenza dei fatti si impedisce di deliberare e mettendo a repentaglio la vita democratica: è proprio dei regimi totalitari obbligare i propri cittadini a leggere su siti stranieri le notizie del proprio Paese». Quindi è intervenuto il politologo Giovanni Sartori, che ha definito «vergognosa» la legge-bavaglio: «È l´ultima risorsa per creare una falsa, disinformata e stupida opinione pubblica che non sa nulla del mondo e sa quasi solo cose false dell´Italia». E Marco Travaglio è stato tra coloro che hanno evocato l´inosservanza della legge. Come Massimo Carlotto, per il quale «non resta che la disobbedienza civile». Chi non c´era, come Dacia Maraini, ha affidato ad altri le proprie riflessioni. La serata è stata chiusa da Gianrico Carofiglio, magistrato, scrittore e senatore del Pd: «Il bavaglio che citava Camilleri era lo stesso programma della loggia P2. Non a caso vi erano iscritti anche esponenti del governo»
Repubblica 1.6.10
Il carattere è scritto nella chimica ecco gli ormoni della personalità
L´antropologa Helen Fisher divide l´umanità in pionieri, fondatori, diplomatici e scopritori. Un oroscopo biochimico che si forma nel grembo materno
di Andrea Tarquini
Possiamo innamorarci con il classico colpo di fulmine, oppure scoprire pian piano che ci piace, ci attira e ci interessa una persona che conoscevamo da anni. L´amore è cieco, si dice da millenni. Ma è governato più di quanto non si pensi dalla biochimica: ormoni di diverso tipo attivano differenti regioni del nostro cervello, ci fanno reagire diversamente a stimoli e segnali. Ce lo spiega Helen Fisher, docente alla Rutgers University del New Jersey, esperta di fondamenta neurologiche delle relazioni sessuali e amorose. E nel suo libro "I quattro tipi dell´amore", appena uscito in Germania (Die vier Typen der Liebe, ed. Droemer), scritto dopo aver studiato questionari di 28mila persone, cataloga appunto questi quattro tipi di caratteri: il pioniere, il diplomatico, lo scopritore, il fondatore. E prova a spiegarci se e in che misura possono stare bene insieme.
Scienza seria, tanto che la compassata ma attenta Welt am Sonntag ha appena dedicato al tema una pagina intera. Premessa: i quattro tipi sono semplificazioni per classificare i diversi tipi d´influsso dei differenti ormoni. I più importanti sono testosterone, estrogeni, noradrenalina, dopamina, serotonina e oxitocina. Nell´antichità si distingueva tra collerici, sanguigni, melancolici e flegmatici. Ma la maggior parte degli individui è un misto, subisce influssi di diversi ormoni, presenti in diverse quantità nei nostri organismi. Proviamo allora a riassumere questa specie di oroscopo degli ormoni.
Il pioniere spesso si sviluppa da alte concentrazioni di testosterone nell´utero materno. È diretto e insieme analitico, sa imporre le sue visioni e i suoi piani, sa pensare in modo strategico. I "pionieri" sono padroni di sé, pragmatici maestri d´autocontrollo, pronti ad aiutare il prossimo, ma anche tendenti a frenare i sentimenti, ad analizzarli con scetticismo. Tra i vip, sono classificabili come "pionieri" Obama, o Angela Merkel. La coppia migliore riesce loro con altri pionieri, oppure con un diplomatico. Come Flavio Briatore, tranquillo anche nelle avversità.
E chi è costui? È altamente influenzato da estrogeni, ha la capacità di riassumere, memorizzare e analizzare tanti dati, e rifletterci. È aperto, intuitivo, portato alla fiducia verso il prossimo. Tende a sognare a occhi aperti, cerca l´anima, l´amore, la verità, e insieme è alla permanente ricerca di se stesso, e insieme malinconico e spesso dubbioso su se stesso, come Leonard Cohen in alcuni dei suoi migliori testi, dice la Fisher. Il diplomatico è comunque fatto apposta per la vita di relazione. Può andargli bene con il pioniere, o con lo scopritore, molto più problematica è una sua unione con un fondatore.
Vedremo subito perché, ma descriviamo prima il terzo tipo di amante: è definito "scopritore". È curioso, creativo, ottimista, vuole essere conquistato sia sul piano sensuale sia intellettuale, altrimenti finisce preda della noia. Merito, o colpa, del gene Drd4, che regola l´attività della dopamina. Sta bene con un altro scopritore, o con un diplomatico.
Quarto ma non ultimo, il "fondatore". Il suo valore ormonale dominante, la serotonina, contribuisce a renderlo una persona con i piedi per terra, metodico, tranquillo, spinto al rispetto verso l´autorità, a volte anche un po´ noioso. Il suo ideale è avere una famiglia intatta, o crearla. Sta bene con un altro tipo fondatore, può trovare la felicità anche con un diplomatico o con un pioniere, ma meno che mai con uno scopritore. Un esempio di fondatore è il principe ereditario britannico William, mentre suo fratello minore principe Harry è chiaramente uno scopritore, che tenta vie inabituali. "Per fortuna non è lui il primogenito", scherza il giornale tedesco. Certo, sono schemi semplificanti: in maggioranza, siamo tutti un misto tra i quattro tipi di essere umano e di amante. O meglio, miliardi di misti con dosi diverse. Come tanti cocktail irripetibili di qualità, doti, difetti, emozioni. Se i diversi dosaggi biochimici producono armonia, creano una combinazione naturale, che spinge a una profonda intimità, perché ci si capisce meglio intuitivamente. Il banale, eterno sogno dell´amore perfetto, insomma. Reso possibile o irraggiungibile dal cocktail-oroscopo degli ormoni.
Europa 1.6.10
Quando il denaro non contava
di Mari Lavia
C’era un tempo in cui le minoranze all’interno di un partito erano destinate a rimanere tali, era un tempo in cui una minoranza, in base ad un accordo non scritto, si ritagliava una mera funzione di condizionamento: non era molto ma poteva anche non essere poco.
Nel Psi di Nenni, poi di De Martino, fino a Craxi i lombardiani furono esattamente questo: una corrente di minoranza, piccola, combattiva, integerrima, orgogliosa della propria vocazione minoritaria. Ad immagine del suo capo, Riccardo Lombardi.
Una figura sulla quale recentemente sono apparsi in libreria due volumi, uno di Carlo Patrignani (Lombardi e il fenicottero – ed. L’asino d’oro), l’altro (una riedizione di un saggio di tanti anni fa, semplicemente: Lombardi, Ediesse) di Miriam Mafai.
«Io ho imparato molto da Riccardo Lombardi su come si fa dissenso », confidò nell’orazione ai funerali dell’“Ingegnere” (all’epoca era raro un dirigente socialista laureato) uno che di minoranze se ne intendeva, Pietro Ingrao. E in effetti è senz’altro vero che Lombardi fu un gran “dissidente”, degno epigono di quella corrente laica, azionista, “capitiniana” (come sottolinea Marco Pannella nella partecipata introduzione al libro di Patrignani) che vien giù dai fermenti democratici più vivi del Risorgimento.
L’incontro con il socialismo italiano – dopo la fase azionista – lo colloca fra gli anticomunisti progressisti (la perdurante polemica con colui che Patrignani chiama «il freddo Togliatti»), ed è sempre col suo tratto scettico che Lombardi accompagnò l’evoluzione che condusse il Psi al primo governo di centrosinistra in alleanza con la Dc: esperienza travagliata, breve, oggi grandemente rivalutata, specie al confronto con i conati riformisti successivi.
Ecco, di Lombardi piace ricordare, soprattutto alla vigilia del 2 giugno, proprio quelle caratteristiche “minoritarie” che in ultima analisi lo costrinsero in una posizione marginale nel suo partito – l’intransigenza morale, la coerenza e la schiettezza (fu fra i pochissimi a stigmatizzare apertamente i tratti autoritari di Craxi) e anche la lucidità che – viene detto nel libro di Patrignani – lo portò «ad avere ragione dieci anni prima». Insieme – infine – a quella modestia e disinteresse personale che gli fece rispondere così a chi gli chiedeva se avesse mai pensato di avere più denaro: «Non avrei saputo cosa farne.
Non ho neppure una casa. Mi basta poter comperare dei libri».
Il Foglio 1.6.10
Urlatori di Dio
di Luigi Manconi
Devo dire: io, sulle questioni di bioetica (così come su altre tematiche), ho le medesime convinzioni dei Radicali. C’è, tuttavia, una differenza notevole nelle motivazioni che mi portano ad assumere quelle stesse posizioni pubbliche: nel senso che io vi arrivo attraverso un percorso che cerca costantemente di affidarsi anche a una fondazione morale delle scelte valoriali e, in ultima istanza delle opzioni politiche. Mentre i Radicali privilegiano una logica argomentativa concentrata prevalentemente sul piano razionale-utilitaristico (nel significato che la filosofia contemporanea attribuisce a quest’ultima formula). Sarà forse la peculiarità del mio approccio-che tenta di rifarsi, appunto, a un sistema di valori. eticamente costituiti - che mi rende sensibile, o comunque non indifferente, all’accusa più bruciante che mi viene rivolta. E’ un’accusa dettata, in genere, da un calcolo strumentale, e tesa a produrre un effetto di suggestione, che consiste nell’attribuire a chi sostiene posizioni come le miele nostre, una "tentazione eugenetica". Il fatto di sapermi totalmente estraneo a quel rischio non riesce a tranquillizzarmi e questo, oltre a produrre pericolosi travasi di bile, suscita in me quel disdicevole sentimento di avversione morale verso, nell’ordine. Eugenia Roccella, Maurizio Gasparri, monsignor Elio Sgreccia, il prof. Francesco D’Agostino e, nonostante tutto, Giuliano Ferrara (risparmio solo Gaetano Quagliariello in ragione di una trascorsa familiarità, che mi rende immotivatamente indulgente verso il più colpevole tra tutti). Eppure, il fatto di replicare - come so e come posso - a quell’accusa e ritorcerla contro chi la muove a finì esclusivamente ideologicodemagogici, non mi rasserena: e proprio perché so bene quanto le questioni di bioetica e, in particolare, quelle che intersecano categorie come la continuità e la intangibilità della vita umana, si affaccino sull’ignoto e sfiorino l’inaudito.
E so bene quanto simili questioni siano drammaticamente controverse: tali da non consentire letture semplificate e soluzioni nette. Pressoché tutte le grandi questioni di bioetica infatti si presentano, nella forma del dilemma che oppone due diversi diritti, entrambi legittimi ed entrambi degni di trascrizione giuridica. Si può dire, in estrema sintesi, che la bioetica opera nella sfera pubblica in quanto chiamata a dirimere il conflitto tra quei differenti diritti.
Quando quelle questioni si proiettano sul piano legislativo, la politica - che reclama in genere decisioni semplici tende a risolvere la tensione tra i due diritti, privilegiando l’uno e sacrificando l’altro. Rinunciando con ciò alla scelta, più ardua ma più equa, di elaborare - per quanto faticoso possa risultare - una mediazione virtuosa e una convivenza pacifica tra domande in contrasto. Non a caso, la "soluzione politica semplice", con gli effetti regressivi che produce, tende a presentarsi -nella cultura della destra, oggi maggioritariamente clericale - come la più fedele traduzione pubblica di un precetto enunciato solennemente dalla chiesa cattolica: quello che afferma "la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale".
Dov’è chi parla di deriva eugenetica? Dico tutto ciò per porre un quesito: che relazione c’è tra quella "sacralità" e la delibera numero 851 (31 marzo 2009) della regione Veneto? Quella dove si stabiliscono "controindicazioni assolute al trapianto d’organo" in caso di "danni cerebrali irreversibili" e "ritardo mentale con quoziente intellettivo inferiore a 50"; e si oppongono "controindicazioni relative" per chi presenti "un ritardo mentale con quoziente intellettivo inferiore a 70".
La questione è di eccezionale e drammatico rilievo e può adombrare una terribile spirale etica. Sorprende, pertanto, che il foltissimo esercito dei "difensori della vita" e della "tutela della dignità umana sempre e comunque" osservi un rigoroso silenzio. A sollevare il caso sono state, meritoriamente, le deputate radicali Maria Antonietta Farina Coscioni e Rita Bernardini, e il Corriere della Sera di sabato 29 maggio.
Ma dove son tutti quelli che urlano alla "deriva eugenetica" anche solo quando si parla di fecondazione assistita? La delibera della regione Veneto solleva una fondamentale questione di etica pubblica e una, altrettanto cruciale, di equità.
A differenza degli urlatori di Dio, non dirò che il provvedimento della regione Veneto è"nazista"; e penso che quanto scritto da Margherita De Bac sul Corriere, seppure non condivisibile, rappresenti un interrogativo serio: "Non potrebbe configurarsi come accanimento terapeutico il fatto di imporre un trapianto. e le pesanti conseguenze dei farmaci antirigetto, a un malato che non è in grado di comprendere la cura?". Ma ciò che lascia davvero scandalizzati sono le parole dell’assessore regionale alla Sanità Luca Coletto: "II nostro è un sistema d’avanguardia. E’ bene riflettere su questi interrogativi per non utilizzare in modo improprio le risorse". Le risorse? Dio lo perdoni: e, intanto, si affidi, quel Coletto, alle cure amorevoli di Maurizio Gasparri e di monsignor Elio Sgreccia.