domenica 10 gennaio 2010

l’Unità 10.1.10
Berlusconi tace
Calderoli parla: «Via se scioperano»
Il premier non dice nulla sui fatti gravissimi di Rosarno Il ministro conferma il «rigore» contro gli immigrati e la protesta del primo marzo. Bersani: «Si difenda chi è sfruttato»
di R. L.

La caccia all’immigrato non si arresta, spranghe, fucili a pallini, la ‘ndrangheta che getta benzina sul fuoco e soffia forte su Rosarno. E ancora una volta maggioranza e opposizione sono su fronti opposti sull’immigrazione.Solo ad Arcore si registra silenzio. Non una parola al riguardo da parte del presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi. Parla di aliquote, riforma della Giustizia e ritocchi alla Costituzione. Ma della guerra infame di Rosarno no.
DOV’È IL PARTITO DELL’AMORE?
Parlano i suoi ministri, tutti membri del partito dell’amore, ma neanche una parola amorevole leggerete nelle dichiarazioni di Roberto Maroni e Roberto Calderoli, leghisti doc, con tutto quello che l’appartenenza politica si porta dietro in questo caso. «Condivido pienamente le valutazioni di Maroni. La linea deve essere quella del rigore», conferma il ministro della Semplificazione. «C’è stato troppo lassismo negli anni passati perché chi entra illegalmente nel nostro paese deve essere espulso». E di fronte all’ipotesi di uno sciopero dei lavoratori extracomunitari lanciato dal gruppo “Primo marzo 2010” su Internet e ripresa dai media nazionali Calderoli è certo: «Escludo che vogliano farlo i regolari. Se l’iniziativa partisse invece dagli irregolari, si tratterebbe soltanto di espellerli». «Prima l’ordine, poi tutto il resto incalza Maurizio Gasparri -. Occorre applicare con rigore crescente la politica di espulsione dei clandestini e confermare la politica dei respingimenti». Critica, invece, Cristiana Muscardini, membro della Commissione Commercio Internazionale al Parlamento europeo: « Le indecenti condizioni degli immigrati in Calabria e in altre aeree deSud non è possibile siano sfuggite nei mesi scorsi al Ministero degli Interni dice . Non vorremmo dover dedurre che per alcuni è più facile lanciare anatemi contro i clandestini che colpire il caporalato e i suoi padroni».
LO STATO È MORTO
Dall’opposizione il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, sottolinea che «la violenza deve essere punita e non è mai giustificata» ma, aggiunge, il governo deve difendere chi lavora ed è sfruttato. «In Calabria lo Stato non c’è, lì lo Stato è morto», dice Pierferdinando Casini, Udc, ospite a «Che tempo che fa». «Non possiamo, di fronte a fatti come quelli successi in Calabria, non farci carico dell’indignazione della gente, ma neppure dimenticarci del fatto che c’erano tanti italiano che sfruttavano questa povere gente. La politica dice non deve speculare sui problemi reali e ingigantirli, devi risolverli». Quanto alla Lega, «dove sono le ronde? In Calabria non aspettavano le ronde ma i carabinieri e la polizia che sono arrivati dopo 48 ore».
Anna Maria Carloni, senatrice Pd, si augura che il suo partito organizzi una manifestazione nazionale nelle prossime ore,mentre Roberto Di Giovan Paolo, invita Maroni a inviare la polizia in Calabria per «scoprire chi affitta in nero agli immigrati», Sacconi a mandare gli ispettori per scoprire chi sfrutta e Tremonti a mandare un po’ di personale per combattere l’evasione fiscale.
Antonio Di Pietro, dell’Idv, definisce quella di Rosarno, «la rivolta degli schiavi» mentre Claudio Fava e Nuccio Iovene di Sinistra Ecologia e Libertà, ritengono necessario intervenire «con urgenza e saggezza per evitare che si inneschi una spirale ancora più drammatica». Riaprire il dialogo, riannodare i fili in una città dove tutto è saltato. Così il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani : «La violenza va sempre respinta, da qualunque parte arrivi, ma bisogna riconoscere ai migranti i loro diritti di lavoratori e cittadini».❖

l’Unità 10.1.10
Fermiamo la violenza
a Rosarno non deve morire il sogno di un’Italia giusta
Intervista a Guglielmo Epifani di Rinaldo Gianola

Il segretario della Cgil: bisogna reagire, non rassegnarci al decadimento culturale del Paese. Battere il razzismo, lo schiavismo in cui sono costretti i lavoratori migranti. Maroni disumano, ascolti almeno le parole della Chiesa

A Rosarno gli italiani sparano contro i lavoratori stranieri. È una tragedia non solo per chi vive direttamente questi fatti, ma per il Paese: perdiamo la capacità di vivere insieme, di comprendere i problemi degli altri, di rispettare le diversità, i diritti, i nostri valori. Guglielmo Epifani, leader della Cgil, commenta amaramente le notizie che arrivano dalla Calabria.
Si aspettava questa esplosione di violenza? «Purtroppo è la conferma di una situazione molto grave che noi avevamo denunciato. Questo dramma è la somma di più elementi. Primo: un insostenibile assetto legislativo, la Bossi-Fini, in cui oggi è più facile restare clandestino che essere regolarizzati. Secondo: le condizioni di vita insostenibili in cui sono costretti i lavoratori migranti nelle campagne del Sud, questo è schiavismo. Terzo: il caso di Rosarno dimostra l’assenza di una volontà politica di risolvere i problemi,si lasciano scoppiare piuttosto che affrontarli quando sarebbe più facile».
Il ministro Maroni parla di eccessiva tolleranza verso i clandestini. «È un’affermazione infelice e disumana. La sua analisi è sbagliata. A Rosarno è la criminalità che favorisce la clandestinità, non il contrario. Sono zone ad altissima densità mafiosa, dove il governo del mercato del lavoro è esercitato con metodi malavitosi. Non si può intervenire solo come si fa oggi spostando i lavoratori da un’altra parte senza distiguere tra chi è clandestino, chi ha il permesso di soggiorno e chi non ce l’ha perchè ha perso il lavoro».
Ma c’è un problema di ordine pubblico, di sicurezza dei cittadini. «Non sono un buonista: la lotta alla criminalità e la sicurezza dei cittadini sono sacrosante. Ma spostare qualche centinaio di immigrati non risolve il problema, domani si ricomincia se non si cambia. Perchè chi prende 20 euro al giorno, 600 euro al mese quando va bene ed è costretto a vivere senza casa, in emergenza igienico-sanitaria, senza diritti, sentirà prima o poi la necessità di ribellarsi. Tali tensioni generano rivalse, ritorsioni tra la popolazione, spesso alimentate e governate da interessi malavitosi».
La rivolta di Rosarno è coincisa con le quote Gelmini del 30% degli studenti stranieri nelle classi. Una coincidenza curiosa, almeno.
«Non è casuale. È il segno del degrado della vita civile, del governo, della cultura. C’è un unico filo che lega il giudizio di Maroni sugli immigrati, le quote della Gelmini e le parole del leghista Cota. L’immigrazione e il lavoro devono essere affrontati in una dimensione morale, non ideologica. Gli immigrati sono sfruttati in condizioni disumane e quando non servono più si buttano via e si massacrano per strada, così non va».
Come se ne esce?
«Vedo solo una risposta: se ne esce con l’umanità e la razionalità, affrontando i problemi, garantendo un minimo di diritti a chi viene qui a lavorare e viene sfruttato ogni giorno. Vogliamo iniziare a risolvere questi drammi? Decidiamo che ai lavoratori dei campi sia garantito un minimo retributivo e contributivo, rendiamo trasparente il mercato del lavoro in agricoltura liberandolo dai caporali e dalla malavita».
Perchè questo governo non ascolta almeno la Chiesa? «Il governo ha un atteggiamento schizofrenico: in alcuni campi, penso alle questioni bioetiche, segue la linea della Chiesa, mentre su altri problemi, come la difesa del lavoro e i diritti degli immigrati, fa l’opposto. La verità è che il governo rispeccia il deterioramento dei valori, favorisce una società che tende a richiudersi e a dividersi. In più è forte l’egemonia leghista che impone la chiusura di ogni spazio di tolleranza verso gli immigrati. Gli attacchi della Lega alla Chiesa, al cardinale Tettamanzi non sono casuali».
La sensazione, all’inizio del 2010, è che l’Italia viva un decadimento culturale, di valori, un clima in cui prevalgono l’individualismo e l’aspirazione all’arricchimento.
«Questa è la realtà. Ma dobbiamo reagire al decadimento, non dobbiamo rassegnarci. Viviamo i riflessi del declino del Paese e dei suoi gravi problemi economici e sociali, abbiamo perso il nostro ruolo in Europa e nel contesto internazionale. Nella società cresce l’egoismo, i più ricchi sono tutelati mentre c’è l’abbandono dei più poveri. Parole come solidarietà, diritti, uguaglianza sono vissute come una minaccia da alcuni. Lo avvertiamo anche nel sindacato: c’è il rischio di corporativismo tra chi ha il posto e chi lo perde, tra italiani e immigrati».
Quali rischi vede oggi?
«Mi rammarica e mi fa paura le perdita della memoria. In questi giorni è stato pubblicato un volume che ricorda l’eccidio di otto lavoratori italiani in Francia, nell’Ottocento, quando noi eravamo stranieri. Possibile che ci siamo dimenticati tutto: chi siamo, da dove veniamo, i sacrifici e le lotte dei nostri padri? Ci vorrebbe un soprassalto ideale, morale delle forze politiche, trovare un metodo unitario per guardare in faccia i problemi. Possibile che non si parli più di povertà? Non sono questioni solo del sindacato. L’Italia è davanti a prospettive molto dure: la crisi cambierà l’impresa manifatturiera, sconvolgerà il destino di molte comunità, scompariranno attività e lavori. Stiamo già vedendo la desertificazione industriale del Sud: il distretto del divano, Termini Imerese, Alcoa...».
L’agenda di Berlusconi prevede giustizia, fisco, riforme istituzionali. «Berlusconi si occupa di molte cose, ma non delle questioni sociali prioritarie. E anche sul fisco vuole fare un po’ di propaganda, alzare il polverone in vista delle elezioni per garantire un certo blocco sociale. Se ne parla e non si fa nulla, se fosse ridotto il peso del fisco su salari e pensioni noi saremmo i primi a condividere. Invece lavoratori e pensionati sono quelli che pagano di più». Come giudica l’opposizione?
«Il pd è ancora in fase di riorganizzazione, ha evidenti difficoltà. Non sono stati risolti i problemi gravi aperti con la caduta del governo Prodi. C’è una grande debolezza e una profonda divisione, prevale l’attenzione al particolare invece che al generale, continua la frantumazione in gruppi, con un gusto per la divisione sempre più forte. La vicenda delle candidature alle elezioni regionali è la spia di questo malessere»
Bersani?
«Bersani tiene bene il profilo del partito sulle questioni sociali e sulle riforme, ma ci sono troppi sospetti e divisioni anche tra chi gli è vicino. Ha detto parole giuste e coraggiose sull’immigrazione. La democrazia del Paese ha bisogno di un’opposizione forte, decisa, che faccia valere il suo punto di vista. La strada è lunga e difficile».
Nel Lazio si affrontano due donne, cosa ne pensa? «Se saranno confermate le candidature della Bonino e della Polverini sarà una bella novità, un duello emblematico. Dico subito che ci sono cose che mi dividono da Emma Bonino, ma è una candidata straordinaria, che rappresenta la miglior tradizione del movimento radicale, dei diritti civili, con un forte radicamento in Europa. Potrebbe fare un bel lavoro sulla sanità, la trasparenza, la lotta alla corruzione, nelle politiche ambientali e dell’accoglienza.».
E la Polverini?
«Ha fatto cose importanti in un sindacato che era solo una costola della destra. È una persona capace. Potrei, se mi è consentito, suggerirle di stare attenta a una parte delle sue compagnie perchè c’è chi ha contribuito allo sfascio della sanità nel Lazio, e a qualche figura dell’ultradestra. Attorno alla Polverini vedo già molti pronti ad arraffare quote di potere».
Epifani, lei ha una formazione socialista. Cosa pensa delle polemiche attorno alla figura di Craxi? «Pensavo che dopo dieci anni si potesse discutere serenamente anche su Craxi. Mi sbagliavo, è ancora troppo presto. Certo mi sorprende che in questo Paese nessuno muova un dito se Brunetta dichiara di voler abolire il primo articolo della Costituzione e invece si scateni un putiferio su un personaggio politico scomparso dieci anni fa».
Allora dica cosa pensa lei di Craxi.
«Craxi è stato un grande leader politico nella storia italiana del Novecento. Ma è stato tante cose: discepolo di Nenni, difensore dell’autonomia socialista, della socialdemocrazia quando erano in pochi a farlo, è stato l’uomo che ha rinsaldato la cultura socialista sul ceppo garibaldino-mazziniano. Ha sempre cercato di liberarsi dal dualismo tra dc e pci, usando tanti mezzi, anche illeciti e spregiudicati, porta pure lui la responsabilità di non aver agito per modificare quel sistema. Mi rimane il dubbio se si sia arricchito personalmente. Craxi è stato un protagonista delle occasioni mancate. Forse nel dialogo a sinistra, col pci, poteva fare di più, ma erano anni difficili, lo scontro era duro. Il mancato incontro tra quelle culture politiche, tuttavia, lo stiamo pagando ancora oggi».

l’Unità 10.1.10
Apologia di reato
a Gigi Fioravanti risponde Luigi Cancrini

Quelli che si scagliano con sassi e bastoni contro gli immigrati non hanno mosso un dito contro i loro sfruttatori; sono gli stessi che mai hanno gridato contro i caporali e i loro mandanti mafiosi; sono gli stessi che hanno esercitato o tollerato lo sfruttamento e il trattamento inumano di tanti immigrati.
RISPOSTA Le immagini della Tv propongono impietosamente i letti usati a turno per poche ore e pagati a caro prezzo dai neri che lavorano nelle campagne. Schiavi dei padroni e dei caporali i neri sono odiati dai bianchi del luogo che un giorno, per noia o per divertimento decidono di dar loro una lezione. Sparando su di loro e dando vita ad una gigantesca caccia allo straniero quando loro provano a ribellarsi. «Uno al giorno ne uccideremo se non ci liberate di loro» dicono i bianchi e il ministro leghista altro non sa fare che schierarsi dalla loro parte dicendo che la colpa di quello che accade è la «eccessiva tolleranza» che si sarebbe avuta finora con i clandestini. «La legge è la vostra», risponde Bersani, ed io vorrei che tutti i parlamentari dell’opposizione e tutte le persone civili che vivono ancora in questo paese dicessero invece a Maroni di andarsene, che uno che parla così non può fare il ministro di un paese democratico, che il suo è un vero e proprio, inaccettabile incitamento alla violenza, una forma demenziale o semplicemente diabolica di apologia di reato. Di cui dovrebbe rispondere davanti ad un Tribunale.

l’Unità 10.1.10
Cosa ci insegna il caso Rosarno
L’immigrazione e il dominio del denaro
di Enzo Mazzi

L’aggressione a Rosarno dei neri e la loro rivolta disperata sono archiviate in breve come le precedenti con qualche orripilante ma assai popolare invettiva contro l’indulgenza verso l’immigrazione clandestina e con qualche lacrima compassionevole verso i poveri schiavi trattati come bestie randagie. E i clementini della piana del Tauro non ebbero alcun sussulto al mercato della frutta e la politica continuò il suo balletto e tutti ci voltammo dall’altra parte a cercar sedativi contro l’angoscia montante per un futuro senza speranza.
Mentre i fatti di Rosarno andrebbero assunti come sintomo di un cancro che divora la società ormai a livello mondiale. Per cercar terapie finché c’è tempo. Nella società fondata sul dominio assoluto del danaro siamo tutti neri. È il danaro, nuova divinità, che si è impossessato delle nostre anime e dei nostri corpi e ci ha sfrattati da noi stessi.
La società del benessere è ridotta a una fortezza assediata. Ma è una illusione alzar mura, installare body scanner, e rovesciar barconi. Il nemico che ci assedia non è l’immigrazione. Siamo noi nemici a noi stessi. La crisi è dentro la struttura stessa della città.
Un nuovo umanesimo s’impone. Ma il suo centro non è più la città. Anzi presuppone il crollo delle mura e lo prepara. È la vendetta del sangue di Remo. Il fondamento di un nuovo patto non può che trovarsi nell’essere umano in quanto tale, indipendentemente dal luogo di nascita e dal colore della pelle. Il risveglio di una tale consapevolezza non è né facile né indolore.
Ed è qui che si apre uno spazio significativo e caratterizzante non solo per la politica ma per il volontariato e più in generale per l’associazionismo. Purtroppo la strada più facile è quella dell’assistenzialismo. Ma è una strada scivolosa. L’assistenzialismo, comunque rivestito, non crea parità di diritti.
Chi ha a cuore l’obbiettivo dell’affermazione dei diritti di cittadinanza per tutti, come diritto pieno, comprensivo dei diritti sociali, e come diritto inalienabile della persona, non può fare a meno di impegnarsi sia sui tempi brevi della mediazione politica, per raggiungere il raggiungibile, qui e ora, sia sui tempi lunghi della trasformazione culturale, in mezzo alla gente.
E direi che l’associazionismo più che tappar buchi e metter toppe, dovrebbe imboccare più decisamente proprio la strada della trasformazione culturale. Tendere a smontare i paradigmi culturali, ideologici e anche religiosi, che sono all’origine della discriminazione. Con pazienza infinita e con umiltà, senza tirare la pianticella per lo stelo. Ma anche con tanta coerenza e fermezza. Senza vendere mai tutto sul mercato dell’emergenza e senza sacrificare mai tutto sull’altare della mediazione politica.

Liberazione 9.1.10
Intervista a Giuseppe Lavorato ex sindaco Pci di Rosarno
«E' stata la 'ndrangheta ad accendere la miccia»
di Laura Eduati

Giuseppe Lavorato è angosciato. Risponde da Vibo Valentia, con voce tenue e preoccupata. La sua Rosarno, la Rosarno che lo vide sindaco del Pci per molti anni e orgogliosamente fu il primo Comune a costituirsi parte civile in un processo contro la 'ndrangheta, è diventata palcoscenico lacerato della rivolta dei migranti schiavizzati.
Dai giornali Lavorato ha appreso degli spari contro gli africani e della successiva reazione furiosa, e lancia un'ipotesi inquietante: la 'ndrangheta avrebbe acceso la miccia della rivolta per oscurare l'attenzione nei confronti della criminalità organizzata dopo la bomba alla Procura di Reggio Calabria. Però gli preme ricordare che «Rosarno è composta da tanta gente perbene e solidale con gli immigrati».

Come legge questi drammatici avvenimenti?
Bisogna capire perché sono accaduti proprio ora, ovvero a pochi giorni dall'attentato alla Procura di Reggio Calabria che hanno attirato tanta attenzione mediatica e politica sulla lotta alle cosche mafiose.

Ipotizza un tentativo di sviare questa attenzione?
Sono soltanto ipotesi. Le persone che hanno sparato ai migranti fanno certamente parte della criminalità mafiosa e sapevano di provocare una forte reazione. Hanno raggiunto lo scopo: le prime pagine dei giornali parlano della violenza dei neri. Senza ricordare che sono stati provocati. E nessuno ricorda la bomba alla Procura e questo naturalmente fa piacere alla 'ndrangheta. Tuttavia la vera tragedia avviene a Rosarno.

Ovvero?
E' avvenuta una frattura tra migranti e popolazione della città. Voglio ricordare che la stragrande maggioranza degli abitanti di Rosarno è gente onesta che negli anni ha manifestato una forte soldiarietà nei confronti di questi poveri braccianti stranieri. Vorrei che fosse sempre fatta la distinzione tra cosche e gente perbene. Temo che sarà difficile ricomporre lo strappo tra questa gente perbene e lavoratori migranti.

Esiste una precisa responsabilità dei Comuni che avrebbero dovuto garantire alloggi dignitosi ai braccianti immigrati?
Rosarno è una cittadina di quindicimila abitanti che ogni anno ospita due-tremila braccianti stagionali, chiaramente non possiede le risorse sufficienti per offrire una accoglienza civile. Su questo punto deve intervenire lo Stato. Anche se gli enti locali hanno il dovere di creare un dialogo con questi lavoratori. Quando ero sindaco, ricordo, organizzavamo incontri tra migranti e associazioni per discutere. Noto con piacere che il commissario prefettizio è riuscito ad aprire un canale di dialogo con gli animatori della rivolta, che d'altronde chiedevano il sostegno e l'aiuto delle autorità. Non a caso hanno marciato verso il municipio perché volevano un'interlocuzione con il commissario prefettizio, e quando l'hanno ottenuta e hanno sentito che lo Stato vuole comunque proteggerli dalle violenze degli italiani, sono tornati pacificamente verso le proprie dimore.

Cosa pensa accadrà nel futuro di Rosarno?
Oggi sono pessimista. Si è aperta una spirale di violenza e francamente non posso immaginare cosa succederà. Apprendo che i sindacati vorrebbero organizzare una assemblea aperta alla cittadinanza nei prossimi giorni. Mi sembra un primo passo utile per ricucire i rapporti di un luogo che non merita di finire sui giornali soltanto per la mafia e l'indecente condizione di vita dei braccianti stranieri.

il Fatto 10.1.10
Pulizia Etnica. La deportazione
Immigrati deportati per evitare il linciaggio A Rosarno sono le cosche a soffiare sul fuoco
Dopo la caccia all’uomo, centinaia di immigrati trasferiti dalla città. E i caporali si riorganizzano
di Enrico Fierro

Il terrore lo leggi negli occhi di quelle due “prede” che cercano disperatamente di nascondersi.
Spuntano sulle facce di due “negri” accovacciati dietro una volante della polizia che li ha “salvati” mentre vagavano per le campagne. L'auto è ferma. Davanti, a pochi metri, ci sono le barricate dei bianchi. I “bravi ragazzi” di Rosarno, i vecchi, le donne che davanti alle tv recitano l'esasperazione. Urlano e le loro parole si sentono anche dentro l'auto. “Unn'è, unnu cazzu è sta mafia? I negri se ne devono andare, basta... E basta pure con questi giornali di merda che ci chiamano razzisti”. Applausi, grida. E la paura dei poliziotti. “Qui ci linciano” sussurra uno di loro. Scende dalla macchina col manganello in mano per farsi spazio, il suo collega inverte la marcia. I ragazzi neri seduti dietro sono ormai sprofondati sotto i sedili. La volante sfreccia e va via. Hanno paura i disperati di Rosarno, gli schiavi delle arance che hanno trasformato la loro ribellione in una violenza cieca che ora i bianchi esibiscono per giustificare tutto: barricate, gambizzazioni, caccia al nero topaia per topaia, casolare per casolare. “Non è più come una volta, ve ne dovete andare che qui vi ammazzano”. Davanti alla fabbrica dell'ex Opera Sila, monumento ai mille fallimenti della storia industriale della Calabria, don Pino De Masi, prete e animatore di Libera, cerca di convincere i “negri” a salvarsi. Ci sono i pullman della prefettura che aspettano. Li porteranno a Bari, a Crotone, in Sicilia. Dovunque ma lontano dalla città nemica. “Prete io non posso andare via, il mio padrone mi deve dare ancora i soldi”. La paga dello sfruttamento, quei 20 euro al giorno che gli schiavi delle arance percepivano per raccogliere gli agrumi della Piana. Il prete è come un naufrago in mezzo al mare in tempesta, si fa dire il nome del “padrone”, si attacca al cellulare e chiama. Rispondono in pochi. I negri vanno via, e se si può risparmiare anche quei quattro centesimi di salario va bene così. Qualcuno non se la sente di venire davanti al ghetto, troppa polizia, troppe telecamere. E allora don Pino si incarica di raccogliere lui il salario della vergogna. Va avanti e indietro, poi torna e distribuisce quella miseria. Hassan, giovane rifugiato politico del Darfur: “Il mio padrone si chiama Rocco, deve darmi 600 euro, ho il numero, lo chiamo”. Il cellulare squilla a vuoto. Hassan ha gli occhi gonfi di lacrime e le tasche vuote. Raccoglie i suoi stracci in un sacchetto nero della monnezza e sale sul pullman. La rabbia gli devasta il cuore, ma meglio l'umiliazione della miseria che finire sprangati. O impallinati dalle ronde. A uno dei ragazzi feriti all'alba del giovedì della vergogna hanno devastato l'inguine con cinquanta pallini da caccia. A San Ferdinando hanno tentato di dar fuoco a un casolare isolato abitato dagli schiavi. “Sono arrivati con due macchine. Alcuni bianchi sono scesi con le taniche di benzina, altri avevano le spranghe in mano”. Sul posto ci sono i vigili del fuoco e Laura Boldrini, dell'Unhcr. “Ormai è caccia all'uomo, come si fa a controllare tutti i casolari sparsi?”. Chi può va via anche in macchina. Carrette sgangherate con targhe russe o ucraine. “Sono i caporali”, dice a mezza voce uno dei migranti. “A loro davo cinque euro al giorno per farmi portare in campagna”. Sono vestiti meglio degli altri, hanno in tasca un paio di cellulari. Non si fanno inquadrare dalle telecamere. Sono l'élite della disperazione. Pasquale, invece, è uno dei “padroni”. Si fa coraggio e viene a consegnare i soldi che deve. “Ma quale sfruttamento? Li pagavamo a cassetta. Più raccoglievano e più guadagnavano. I mandarini li pagano 20 centesimi al chilo. Come faccio a dare 40 euro al giorno a un bracciante regolare?”. Ci sono le telecamere e il signor Pasquale abbraccia una coppia di neri. Padrone e schiavi. Come fratelli. Vanno via i neri di Rosarno, i clandestini e quelli che in tasca hanno un permesso di soggiorno o lo status di rifugiato. “Molti di loro”, spiega un volontario, “vengono dal nord, prima della crisi lavoravano in fabbrica, poi sono stati respinti all'inferno”. E sono diventati braccianti agricoli, pronti a sostituire i bianchi. Non perché a Rosarno e nella Piana non esistano braccianti bianchi, ci sono, molti lavorano la terra, altri (1.500 almeno) sono “fittizi”: hanno tutte le carte in regola per prendere i sussidi dell'Inps, disoccupazione compresa, ma la campagna non la vedono mai. I più giovani aspettano. E ora sono a fare i blocchi.
Vanno via i negri che non sanno di sud e della sua particolare economia fatta di ricchezza e miseria, di eccellenza e arte di arrangiarsi, di lavoro vero e di assistenza, di sfruttamento e anche di solidarietà. E che consente di guadagnare sulle arance anche quando si lasciano a marcire sulle piante. È storia di due anni fa, quando scoppiò lo scandalo dei contributi dell'Unione europea per il ritiro della produzione degli agrumi in esubero. Un business da 45 milioni di euro. La centrale operativa del grande imbroglio era Rosarno, qui c'erano aziende che più che staccare arance dalle piante producevano fatture. False. Gli “onesti” agricoltori della Piana lucravano sulla sovrapproduzione e sulla trasformazione degli agrumi in eccesso in succhi da esportare. In Francia e Spagna. “Ma ci siamo resi conto – ricorda Elizabeth Sperber, funzionaria dell'Olaf, l'ufficio antifrodi della Ue – che le aziende straniere nominate per ottenere i fondi o non esistevano o non avevano mai visto una arancia trasformata”. Un meccanismo oliato. Imprenditori, funzionari pubblici, politici della Margherita e di Forza Italia: questo il teatrino dell'imbroglio. Vanno via i disperati dell'ex Opera Sila. Rosarno addio. Addio alla sua brava gente che non lascia i blocchi e le barricate. “Perché noi non siamo razzisti, ma i negri se ne devono andare”.

il Fatto 10.1.10
“Noi allo specchio con l’uomo nero”
Lo psicanalista Zoja: le paure ataviche e la benzina del leghismo
di Silvia Truzzi

“Italiani impreparati al diverso. Fa parte dei compiti civili contenere l’animale dentro ciascuno”

Il potenziale razzismo esplode e si arma di pistole e spranghe. Ma dove parte la miccia dell’intolleranza che infiamma la Calabria? Luigi Zoja, psicanalista junghiano, abita lontano da Rosarno, ma vicino alla Chinatown milanese di via Sarpi. E avverte: “Quando scendo in strada sento parlare cinese. Negli Stati Uniti, i cinesi di Chinatown parlano inglese. Qui non c’è integrazione, né preoccupazione per la mancata integrazione”.
Quella del diverso è una paura atavica. Cosa succede nella testa, rispetto all’altro da sé? L’italiano è preparato alla percezione dell’altro molto meno che in altri paesi. Si è sempre detto scioccamente che l’italiano non è razzista. Ma dipendeva solo dal fatto che c’erano meno minoranze rispetto ad altri luoghi. Perché l’Italia è meno preparata?
Perché non c’è tradizione. L’Inghilterra è da molto tempo abitata da pachistani, indiani e così via, a causa dell’impero coloniale. La Francia un po’ meno, ma comunque più di noi. La Germania ha visto un alto numero di immigrati e, come in Svizzera, una politica al riguardo c’è stata. Da noi tutto questo non è avvenuto: il problema vero si avrà tra una generazione. Come nell’estate delle banlieue parigine che andavano a fuoco: gli autori delle proteste erano francesi di colore. Seconda generazione: di lingua francese e passaporto francese, coscienti dei loro diritti. Quando i nostri immigrati stagionali saranno così evoluti, alzeranno le richieste.
Durante le sedute con i pazienti salta fuori la paura del diverso? Il paziente che sceglie la psicoanalisi è generalmente piuttosto colto e sensibile, capace di autocritica. Chi ha bisogno di proiettare il male sull’altro ha un atteggiamento che definirei paranoico e incapace di autocritica. Penso che noi tutti siamo potenzialmente paranoici, ma controllati.
E quindi, potenzialmente razzisti? Non c’è dubbio. I miei pazienti non sono mai razzisti, però nei loro sogni l’uomo nero ricorre, sempre come rappresentazione della paura.
E cosa vuol dire?
Che l’altro è avverito come minaccioso. È una distinzione primordiale, di tipo animale. Vede, gli animali tra specie diverse possono uccidersi. Erik Erikson parlava di pseudo-speciazione. L’animale ha l’istinto per distinguere una specie diversa. L’essere umano, che è animale complicatissimo e invasivo, non riconosce più l’altro essere umano se ha tratti diversi, abiti diversi, lingua diversa. Perché se il cane annusa il cane e lo riconosce, l’uomo percepisce l’altro attraverso sistemi culturali. E se l’altro è troppo diverso non lo capisce. La pseudo-speciazione è l’illusione che l’altro appartenga a un’altra specie, non a un’altra razza.
Ma il cavallo e l’asino si accoppiano e nasce il mulo. È l’eccezione limite. Ma il mulo è sterile e quindi la cosa si ferma lì. Mi sono riletto recentemente il Mein Kampf, per un libro sulla paranoia che sto scrivendo: lì Hitler fa il salto. Dice che gli animali non accettano quelli di un’altra specie. E poi prosegue, come fanno i manipolatori, e dice: “quindi un’altra razza è troppo diversa, bisogna allontanarla e se non si può, eliminarla”. Passa da specie a razza. Ma dobbiamo tener molto ben presente la distinzione. Se noi ci accoppiamo con un cinese, nasce un essere umano perfetto. Anzi l’umanità è andata avanti su questo. Gli esquimesi, nei tempi in cui erano davvero isolati, quando arrivava uno straniero lo facevano dormire con la moglie. Non facevano un ragionamento, ma l’istinto li portava a sapere che l’endogamia è geneticamente dannosa.
Come si combatte la paura dell’uomo nero? Fa parte dei compiti civili dell’uomo tenere controllato l’animale dentro di sé. Anch’io se vedo l’uomo nero troppo diverso, mi fermo a guardarlo. Come guardo una bella donna. Ma una cosa è che mi caschi l’occhio, un’altra che io dia un pizzicotto a quella signora. Così se guardo un uomo perché istintivamente diverso, non devo dare un seguito aggressivo a questa pulsione.
Non aiuta che un ministro dica “troppa tolleranza”. Non bisogna commentare le sciocchezze. Ci dovrebbero essere educazione e prevenzione. Non creare ghetti. Invece noi che facciamo? Aspettiamo che ci scappi il morto.

il Fatto 10.1.10
Loro gli ultimi schiavi
di Furio Colombo

Sono vent’anni che i clandestini, trattati come sottouomini e – non pochi – morti lavorando, ovvero di sete, di fame, di botte sui campi di agrumi e di pomodori, si susseguono in giornate che durano 18 ore, pagate venti euro

La campagna elettorale della Lega è incominciata alla grande. Con tutti gli ingredienti di un colossal del cinema. Va bene un grande scontro fra neri e bianchi, fra pacifica popolazione civile e brutali clandestini che escono dal buio, invadono la città, rovesciano auto con a bordo donne e bambini, assaltano abitazioni, fanno blocchi stradali e – vedi foto – fanno muro, un muro di pericolosi uomini neri tutti fuorilegge, contrapposto alle forze dell’ordine?
Va bene una folla di donne e bambini bianchi che si accalcano nella piazza del comune e gridano insulti al commissario prefettizio (giunta e consiglio comunale sono sciolti da un anno per infiltrazioni mafiose) perché il commissario ha mandato cibo “ai negri” e non protegge la gente per bene?
Va bene una donna bianca che ha abortito per la paura, ovviamente la paura dei “negri” (come intitola “Il Giornale”)? Bastano tre feriti gravi, alcuni giovani sparati alle gambe (pensate che strumento di sopravvivenza sono le gambe a quell’età) altri investiti da auto in corsa, uno quasi ucciso a sprangatei?
Va bene questa sequenza caotica di due razze che si confrontano, in cui una deve vincere per restare padrona del proprio territorio e l’altra, quella clandestina e – adesso lo vedete, ma la Lega lo aveva detto – immensamente pericolosa, deve essere portata via, detenuta finalmente nei centri di identificazione e poi via espulsa, “rimandata a casa”, come dice Bossi da anni?
Tanto di cappello. Da Rosarno (in Calabria) è andato in onda un grande spettacolo, che potranno intitolare “Terrore nero” o “Criminale e clandestino” e che porterà un mare di voti nelle regioni del nord. Se la Lega conquista quelle regioni, la prima guerra di secessione è vinta. Ed è vinta la battaglia delle famiglie bianche contro “l’invasione dei corpi neri”. È vinta non a Ponte di Legno ma in provincia di Reggio Calabria. Volendo essere precisi ci sono alcune correzioni al copione del grande spot elettorale leghista che ho sin qui riassunto.
Uno. Tutti i feriti, anche quelli più gravi, anche quelli investiti da auto e abbattuti sull’asfalto sono pericolosi uomini neri. Sono insidiosi clandestini, quelli finiti all’ospedale. Non si ha notizia di feriti fra uomini, donne e bambini bianchi, nonostante il tremendo assedio. Due. Nessuna delle scene più toccanti (la folla dei corpi neri che tiene bloccata l’auto di donne e bambini bianchi terrorizzati, la giovane donna che abortisce per il terrore) è mai avvenuta.
Spiace per gli effetti speciali così cari alla destra, ma nulla di tutto ciò è accaduto nella vera, triste vita dei corpi neri di Rosarno.
Tre. “L’invasione di Rosarno” e la stretta intorno al pacifico e ridente villaggio solo un po’ infiltrato di ‘Ndrangheta, non è un fatto improvviso o recente. Sono vent’anni che ondate successive di clandestini, trattati come schiavi e – non pochi – morti lavorando, ovvero di sete, di fame, di botte sui campi di agrumi e di pomodori, si susseguono in infinite giornate di lavoro che durano 18 ore, sono pagate venti euro (meno cinque di “tassa”, meno cinque di “trasporto”) e dove non c’è casa, non c’è acqua, non c’è rifugio.
I cronisti più attenti di alcuni quotidiani decenti hanno indicato le dimensioni del dramma. Circa 20.000 giovani uomini, molti clandestini e molti “regolari”, in cerca disperata di un lavoro e di una paga. Clandestini criminali?
Solo Roberto Saviano ci ha spiegato – parlando di sua iniziativa in luogo delle voci autorevoli che in questa Italia tacciono, Chiesa inclusa – che la rivolta dei corpi neri apparsi all’improvviso nella notte di Rosarno (dopo che qualche buon cristiano aveva centrato due di loro con armi ad aria compressa) sono stati i primi e soli a ribellarsi alla criminalità che, in quella regione, controlla la vita e la morte. I cittadini sono abituati a un rapporto diverso con il potere legale o illegale. Alla ribellione dei neri hanno reagito, hanno sprangato, sparato alle gambe, investito con l’auto di famiglia i pericolosi clandestini criminali. E in molti hanno ripetuto in faccia alla polizia “È la legge, quelli sono clandestini. I cladestini sono criminali e dovete cacciarli”. E non sapevano,nel paese in cui tutti sono emigrati un secolo fa, che cladestino vuol dire migrante. Non sapevano a Rosarno, che ripetevano la parola d’ordine della Lega. È il governo della Lega. Controlla il nord ma infetta l’Italia. L’immagine di un clandestino come corpo da sfruttare (“sfruttati” è la definizione del cardinale Bertone) per essere poi cercato, arrestato, detenuto ed espulso (eventualmente lasciato, nei tempi liberi, all’iniziativa dei cittadini) non è solo di Tosi a Verona, di Gentilini a Treviso, di Borghezio a Torino, di Cota alla Camera, di Maroni al governo. Ha ragione “Famiglia cristiana” quando titola “Il governo è nelle mani di Bossi”.
E così, in un Paese inquinato di violenza e di sentimenti di cattiveria e disprezzo verso gli immigrati, la campagna elettorale della Leganord per l’indipendenza della Padania si apre a Rosarno (Reggio Calabria). Sapete qual è il vero problema? Lo dice per la Storia il ministro dell’Interno, Roberto Maroni mentre a rosarno sparavano e gambizzavano: “In Italia c’è troppa tolleranza”.

il Fatto 10.1.10
Una scuola extraordinaria
A Piazza Vittorio, Roma, dove due terzi dei bambini sono figli di immigrati. E parlano tutti l’italiano
di Luca Telese

Abito a Roma, in uno dei quartieri più multietnici d'Italia. Mio figlio Enrico ha tre anni e mezzo, e frequenta uno degli asili pubblici più multietnici d'Italia. Uno di quelli che secondo la Gelmini sarebbero un covo di malessere sociale ed etnico: qui le quote sono esattamente il contrario di quelle che vorrebbe il ministro, ma le cose vanno benissimo. Due terzi stranieri, un terzo italiani. Eppure, se in un qualsiasi giorno ti affacci in un corridoio trovi solo sorrisi, grida di felicità, lavoretti di cartapesta e cartelloni colorati.
Nessun luogo di bambagia protetta, nessun ghetto per ricchi: asilo pubblico, a solo pochi metri da piazza Vittorio, retta di 60 euro (solo perché c'è la mensa). Una squadra didattica da far paura – maestre, collaboratrici scolastiche, direttrice – a cui dovrebbero dare il Nobel per la pace. Bimbi di tutte le nazionalità: cinesi, sudamericani, indiani, cingalesi, polacchi... A quelli che dicono: “Ma così, come fanno i nostri figli ad imparare l'italiano?”, vorrei solo dire di entrare un momento e di avvicinare l'orecchio alla porta di una classe. Parlano tutti italiano, tutti. Qualcuno si porta traccia di accenti diversi, ma molti parlano l'italiano meglio degli italiani, anche se hanno un cognome pieno di consonanti (il peso delle cadenze, direi senza polemiche, è inferiore a quello che si sente sui banchi del governo). L'unico indizio di diversità etnica lo trovi se ti metti a sbirciare le targhette dei nomi sotto gli attaccapanni: “Shannah, Sophie, Oliver... Ogni attaccapanni ha un nome, e anche un disegnino. Il rito di appello è così: le maestre mettono tutte le schede con i nomi dei bambini sul tavolo, e anche i bimbi che non sanno leggere trovano i loro e vedono quello degli altri. Poi lo vanno infilare su una parete dove c'è una bacheca piena di tasche trasparenti. Enrico ha una chiocciola, ed è molto contento.
Quando sento dire che i genitori fuggono dalle scuole con gli stranieri penso a questa estate. C'era gente che tramava di restare fuori. Prima ancora di iniziare le lezioni la direttrice mi ha telefonato: “Facciamo una festa di benvenuto”. E io: “Prima ancora di iniziare?”. E lei, ridendo: “Sa, per integrare i bambini bastano tre giorni. Per i genitori non bastano tre mesi” . Geniale. Quando sento parlare di integrazione, invece, mi viene in mente un’immagine di questo autunno. Riunione dei genitori. La direttrice ci informa: “Serve un rappresentante dei genitori”. Molti dei genitori italiani, fra cui io, si guardavano preoccupati. Nessuno si è fatto avanti. Allora ha parlato il padre di un bimbo rumeno: “Mi candido io! Mi chiamo Silvio, un nome perfetto per la politica, non trovate”. Inutile dire che Silvio è stato eletto all'unanimità. E la paura etnica? Mio figlio ha visto Biancaneve ed è rimasto terrorizzato dalla strega Malefica, quella con il velo sotto la gola. Due giorni dopo ha visto la madre di un compagno con il velo e si è spaventato: “In classe è venuta Malefica!”. Gli abbiamo spiegato: “No, Enrico, la signora ha il velo perché è musulmana”. Non sembrava convinto, ma non ne ha parlato più per due mesi. Poi, la settimana scorsa ha rivisto il dvd di Biancaneve: “Papà, Malefica è musulmana?”. Capirà. Spesso i bimbi stranieri non vengono alle feste. Spesso non vengono perché i genitori pensano che il regalo sia obbligatorio. Ma la scuola unisce tutti, ed è diversa in tutta Italia. Si possono decidere a Roma delle quote per risolvere tutti i problemi? Non lo hanno fatto in nessun paese del mondo. Allora chiedo. Cosa significano le quote per legge? Provo ad applicarlo alla classe di Enrico. Che dieci bambini se ne dovrebbero andare via. E perché? E, soprattutto, dove? E poi, queste quote, come vanno contate. Devono comprendere i bambini che sono stranieri anche se nati in Italia? Solo quelli nati fuori? Solo quelli che sono stranieri e non parlano italiano? E i bimbi stranieri di tre anni che parlano italiano? Venerdì, dopo gli scontri in Calabria, una madre araba mi ha fermato all'uscita della scuola: “Tu fai il giornalista, cosa ci accadrà, adesso?”. Le ho risposto: “Nulla”. Invece aveva ragione lei. Sto provando a immaginare dove dovrebbero mandare i bimbi che non avrebbero più diritto alla loro scuola, i “fuoriquota”. Li deportano altrove con il pullmino? In qualche bella scuola dove c'è un posto etnico per stranieri libero? In qualche asilo dei Parioli? L'unico problema di quota che ho visto a scuola sono due ge-
melline cinesi di tre anni. Ogni volta che le maestre hanno provato a dividerle pianti a dirotto. Erano diventate la favola della scuola. Oggi cosa faranno? Alla fine, le maestre le hanno riunite. Lieto fine. Speriamo che dopo aver riunito le gemelle, l'anno prossimo, non si debbano dividere i bimbi. Anche perché, forse, il buonsenso delle maestre prevale sui decreti delle ministre ministri.

il Fatto 10.1.10
Banlieue. Quattro anni dopo nulla è cambiato
Sarkozy promise di “ripulire” i quartieri, ma ancora oggi regnano disoccupazione, povertà e disagio giovanile
di Gianni Marsili

Quattro anni fa la grande fiammata, le banlieue in rivolta, i roghi di scuole, palestre, arredi urbani, autobus, macchine, le battaglie campali e notturne con squadroni di gendarmi antisommossa, intorno a Parigi, Tolosa, Lione, Strasburgo. Durò tutto l’autunno del 2005, se non ci scappò il morto fu un vero, grande miracolo. “Parigi brucia”, titolava la stampa mondiale, mentre scopriva attonita un esercito di francesissimi adolescenti incappucciati, neri e maghrebini, che teneva in scacco il generale Sarkozy, all’epoca ministro degli Interni, quello che li aveva insultati promettendo di “ripulire” quei quartieri come si pulisce una stalla o un bagno, con spazzoloni e secchiate di varechina. Da allora le banlieue non aprono più i titoli dei tg stranieri, a malapena fanno capolino in quelli nazionali. Ci vuole uno studente che ne ammazzi un altro perché irrompano sulla scena, o una sparatoria tra bande rivali, o un insegnante accoltellato durante l’ora di matematica, cose così. Drammi domestici puntuali come una tortura cinese, giusto per tenere viva la memoria e l’attenzione: dall’autunno 2005, infatti, nulla è cambiato. Sociologi, insegnanti, operatori avvertono: l’incendio non è spento, il fuoco cova sotto la cenere.
Il fronte, come su una carta militare, corre ai bordi delle Zus, acronimo che sta per “zone urbane sensibili”. Sono 470, comprendono quattro milioni e mezzo di abitanti. Ad occuparsene, Sarkozy ha avuto l’accortezza di chiamare una che in quei quartieri è cresciuta, che di quei ragazzi conosce il gergo, la ruvidezza, la confusa e grandissima vitalità: Fadela Amara. L’ha fatta ministro con la missione di togliere carburante al serbatoio della violenza, di introdurre progetti di lavoro, sport, socialità, civismo. Ma un mese fa l’osservatorio nazionale che si occupa delle Zus ha fornito il suo responso: l’universo delle banlieue è sostanzialmente immobile, come cinque, come dieci anni fa. Anzi, va anche peggio. Qualche cifra per capire. La prima, un’onta per il paese: il 44,3 per cento dei minori di 18 anni che risiede nelle Zus vive al di sotto della soglia di povertà, fissata a 908 euro mensili per famiglia. In totale, il 33 per cento dell’intera popolazione delle Zus è sotto i 900 euro al mese, contro il 12 per cento della media nazionale. La disoccupazione è aumentata, anzi esplosa già nel 2008, alla vigilia della crisi economica: 17,9 per cento, il doppio che nel resto del paese. Ma c’è di peggio, di più infido e cancerogeno: il 41,7 per cento dei maschi tra i 15 e i 24 anni è senza lavoro. Non va più neanche a scuola, semplicemente ciondola. Ciondola per le strade, sulle scale dei casermoni, alla Gare du Nord, attorno al supermercato. Ciondola senza arte né parte, si scatena a date fisse, il 31 dicembre e il 14 luglio, festa nazionale, bruciando decine di migliaia di automobili: 40 mila l’ultima notte di Capodanno.
Risplende come una luce in fondo al tunnel una percentuale che svela un universo dal percorso ancora carsico, indecifrabile: l’occupazione delle ragazze della stessa età, dai 15 ai 24 anni, è in netto aumento. Nel 2009 è passata sotto la soglia del 30 per cento, e il trend continua ad essere positivo. Padroni e padroncini, evidentemente, si fidano di più, mettono in prova, assumono. Non portano il cappuccio, le ragazze, e guardano con distanza alle esibizioni machiste dei loro coetanei. Ma il futuro, sfortunatamente, non può declinarsi soltanto al femminile.
Fadela Amara si difende, chiede fette di bilancio più consistenti, rivendica cantieri di rinnovamento urbano, episodi di rilancio economico qua e là, pungola il premier François Fillon che ha promesso “una larga concertazione” per il 2010. Ma nel frattempo le banlieue languono, s’intristiscono, s’incattiviscono. Non tutte, ma troppe per considerare rimarginata quella ferita aperta negli anni ’60, quando la Francia chiese braccia muscolose e a poco prezzo per il suo rilancio industriale. Quelle braccia non servono più da un paio di generazioni. E’ una storia d’immigrazione, come quella di Rosarno anche se di genesi, drammaturgia e sociologia molto diverse. Anche perché nelle banlieue si vive male, malissimo, ma si vive. Si è maltrattati dalle pubbliche autorità, ma si figura sempre all’ordine del giorno di tutti i governi, di destra o di sinistra che siano. In quell’ex oleificio calabrese invece no, non si vive. E le pubbliche autorità della penisola non si pongono il problema, se non in termini di “immigrati clandestini”.

Repubblica 10.1.10
L’inferno di Rosarno e i suoi responsabili
di Eugenio Scalfari

Al Sud solo i volontari cercano di sfamare gli "ultimi". Il partito dell´amore dovrebbe materializzarsi in quelle terre di violenza mafiosa
Il governo e le istituzioni locali non si accorgevano di quanto stava avvenendo? Non vedevano l´accumularsi di materiale infiammabile?

A Rosarno ha infuriato per due giorni e due notti prima una sommossa e poi una caccia al "negro" con ronde armate che sparano a pallettoni per ferire e ammazzare. Nel terzo giorno, cioè ieri, gran parte degli immigrati è stata portata via dalla polizia nei centri di concentramento chiamati centri di accoglienza, sulla costa jonica della Calabria, ma la caccia al "negro" continua contro i pochi dispersi che vagano ancora nella piana di Gioia Tauro. Un incidente mortale potrebbe ancora accadere, visto lo stato d´animo dei "cacciatori" che ricorda quello degli aderenti al "Ku Klux Klan" nell´America degli anni Sessanta. Siamo arrivati a questo? Perché ci siamo arrivati?
I calabresi hanno difetti e virtù, come dovunque in Italia e nel mondo. Fra le virtù più radicate c´è quella dell´ospitalità, che ha un che di antico ed è tipica della civiltà contadina. Ma anche l´ospitalità si è logorata col passare del tempo e il mutare delle condizioni sociali. E con l´arrivo della mafia.
Fino ai Sessanta non esisteva mafia in Calabria. Esisteva il brigantaggio nei boschi dell´Aspromonte e delle Serre. Esisteva da secoli, ma non la mafia. Ora, da quarant´anni, la mafia calabrese è diventata la più potente delle organizzazioni criminali che operano nel Sud d´Italia e la gestione degli immigrati è una delle sue attività, specie nella piana di Gioia Tauro, dove le "´ndrine" possiedono anche fertili terreni coltivati ad aranci. Il caporalato è diffuso e utilizza il lavoro dei clandestini.
Attualmente sono valutati a circa ventimila i braccianti destinati alla raccolta delle arance, dei mandarini e dei bergamotti. Ma non è un fenomeno recente, dura da quindici o vent´anni in qua. Riguarda solo i maschi, non ci sono femmine tra loro né famiglie. Sono maschi singoli, senza dimora, alloggiati in ovili diroccati, senz´acqua, senza luce, senza cessi. E vagano per quelle terre in cerca di lavoro giornaliero.
Vagano in Calabria, in Sicilia, in Basilicata, in Puglia. Secondo le stagioni raccolgono agrumi, olive, uva, pomodori. Il lavoro è in mano ai caporali, quasi tutti affiliati alle mafie locali. Dodici ore per venti o venticinque euro sui quali i caporali trattengono un pizzo di cinque e i camionisti che li trasportano sui campi un prezzo di due o tre euro.
«Cercavamo il paradiso abbiamo trovato l´inferno» ha detto ieri uno di loro avvicinato da un cronista. Eppure, se continuano a cercar lavoro in quell´inferno vuol dire che sono fuggiti da inferni ancora peggiori.
Sono gli ultimi della Terra. Quelli ai quali Gesù di Nazareth nel discorso della Montagna promise che sarebbero stati i primi nel regno dei cieli. Alla fine dei tempi. Dodici ore di lavoro a 15 euro di paga. I tremila di Rosarno e gli altri come loro non hanno tempo di pregare, stramazzano in un sonno da cavalli o da maiali grufolosi. È questo l´amore, è questa l´ospitalità?
I calabresi di Rosarno non sono certo abitanti di un paradiso. Sono quindicimila di povera gente e vivono in un paese sotto il tacco della mafia. Il Comune fu sciolto per infiltrazioni (si fa per dire) mafiose ed è amministrato da un commissario prefettizio. Ma quando si faranno nuove elezioni vinceranno ancora le "´ndrine" perché in quella piana la mafia è un potere costituito, in attesa che lo Stato lo sconfigga. Speriamo che avvenga presto, ma se mi domandate quando sarò tentato di rispondervi: «alla fine dei tempi», quando verrà il regno dei giusti e il giudizio universale. Prima ci sarà stata l´Apocalisse. Che sembra già cominciata.
* * *
Qualche domanda però è di rigore. La rivolgiamo al ministro dell´Interno, a quello del Lavoro, a quello delle Attività produttive, a quello dell´Agricoltura, competenti e quindi politicamente responsabili di quell´inferno. Ma le rivolgiamo anche al Prefetto, al Questore, al Comandante dei carabinieri, al Governatore della Regione. Non sapevate? Non sapevate che la raccolta dei frutti di quelle terre è affidata a ventimila immigrati, in maggior parte clandestini, gestiti da caporali e pagati in nero? Non sapevate come vivevano? Non vi rendevate conto che si stava accumulando un materiale altamente infiammabile e che l´incendio poteva divampare da un momento all´altro? Non avevate l´obbligo di intervenire? Di attrezzare un´accoglienza decente? Di regolarizzare i clandestini e il loro lavoro, oppure di rimpatriarli ma sostituirli visto che gli italiani quel tipo di lavoro non sono disposti a farlo?
Maroni ha messo le mani avanti ed ha dichiarato l´altro ieri che c´è stata troppa tolleranza: bisognava cacciare i clandestini o processarli per il reato di clandestinità. Ma se di tolleranza si tratta, a chi è rivolta l´accusa di Maroni se non a se stesso? Non è lui che predica la sera e la mattina la tolleranza zero? Se ne scorda per le terre a sud del Garigliano? Oppure si rende conto che, clandestini o no, gli immigrati sono indispensabili all´economia italiana? E che la tolleranza zero ci ridurrebbe alla miseria?
Al Nord è diverso: la miriade di piccole imprese della Val Padana e del Nordest hanno bisogno degli immigrati e organizzano un´accoglienza decente, salvo poi dare i voti alla Lega a tutela dell´"integrità urbana", della separazione o dell´integrazione col contagocce. Si può capire: l´immigrazione in Italia è arrivata tardi ma in dieci anni siamo passati da un milione a quattro milioni di immigrati. Il tasso d´aumento è stato dunque molto alto ed ha determinato inevitabili tensioni sociali. La classe politica avrebbe dovuto gestire questo complesso processo; invece ha puntato le sue fortune sulla paura e ne ha ricavato consenso.
Nel Sud non poteva che andare peggio. Lì non c´è purgatorio ma inferno. Lì sono i volontari i soli che tentano di sfamare gli "ultimi" e dar loro una parvenza di riconoscimento. Maroni e Scajola e Zaia e Sacconi preferiscono far finta che non esistano. Aprono gli occhi solo quando scoppia la sommossa e poi la caccia al negro. Ma non hanno altra ricetta che l´espulsione, anche se ieri Maroni ha smentito che di questo si tratterà per i clandestini di Rosarno. Ma chi raccoglierà le arance, i pomodori, le olive? Chi attrezzerà l´accoglienza?
Il partito dell´amore dovrebbe materializzarsi in quelle terre dove regna invece la violenza mafiosa, i bulli di paese che si spassano giocando al tiro a segno con i fucili ad aria compressa e sparando sul negro per vincere la noia.
Noi aspettiamo risposte alle nostre domande, anche se sappiamo per esperienza che questo potere non ha l´abitudine di rispondere.
* * *
Nel frattempo, nelle alte sfere si consumano altri misfatti. Uno di essi è la decisione del presidente del Consiglio di coprire con il segreto di Stato la posizione processuale di Marco Mancini, già capo del controspionaggio alle dipendenze dell´allora direttore del servizio di sicurezza, Nicolò Pollari.
Misfatto, cattivo fatto: non trovo altra parola per definire un atto di estrema gravità. Ne ha diffusamente scritto il collega D´Avanzo il 6 gennaio scorso. Se torno sull´argomento è proprio partendo da una sua definizione alla quale non è stata data alcuna risposta. D´Avanzo è un giornalista scrupoloso che fa domande più che legittime doverose; il fatto che siano scomode per il potere accresce la loro legittimità e dovrebbe obbligare i destinatari ad una plausibile spiegazione.
La definizione di D´Avanzo distingue tra i fini e i mezzi nell´attività dei servizi di sicurezza. I fini sono prescritti dalla legge: la difesa dello Stato e delle istituzioni in cui esso si articola; la lotta contro lo spionaggio straniero; l´acquisizione all´interno e all´estero di notizie utili al perseguimento dei fini suddetti.
I mezzi sono invece scelti discrezionalmente dalla direzione del servizio e possono in certi casi anche violare le leggi ma proprio in quei casi l´autorità politica deve esserne informata sotto vincolo di segreto. Sappiamo tutti che il servizio di sicurezza non ha natura angelica e addirittura può avere commercio anche col diavolo, ma sempre per il raggiungimento di quei fini e non per altri.
Il segreto di Stato può venire opposto al magistrato inquirente e a quello giudicante. Ma esiste tuttavia un organo di natura parlamentare, il Copasir, che ha il potere di accedere alla documentazione superando il segreto e questo sulla base del principio democratico secondo il quale non deve esistere alcun organo dello Stato che non abbia sopra di sé un altro organo cui rispondere.
Parlo di queste cose perché mi trovo nella condizione di essere il primo, insieme al collega Lino Jannuzzi che allora lavorava con me all´Espresso, ad aver vissuto in prima persona l´apposizione del segreto di Stato in un processo che fu intentato contro di noi a proposito del "Piano solo" organizzato dall´allora comandante generale dei carabinieri, De Lorenzo.
Non entro nei dettagli che sono fin troppo conosciuti, se non per ricordare che noi demmo la prova testimoniale dell´esistenza di quel Piano, che aveva connotati eversivi, al punto che il Pubblico ministero che guidava l´accusa contro di noi e che si chiamava Vittorio Occorsio – ucciso qualche anno dopo dal terrorismo fascista – chiese al tribunale l´archiviazione degli atti contro di noi ritenendo che avevamo raggiunto la prova dei fatti.
Il tribunale ritenne però che la prova testimoniale non bastasse e chiese l´esibizione del documento redatto dal Comando dei carabinieri, agli atti del servizio di sicurezza. L´allora presidente del Consiglio, Aldo Moro, pose il segreto di Stato su quel documento e così fummo condannati.
Non esisteva a quell´epoca un Copasir che potesse accedere alla documentazione; fu istituita una Commissione parlamentare d´inchiesta dove però, per regolamento, la maggioranza parlamentare era presente in numero soverchiante. La Commissione lavorò per quasi un anno e si concluse con un compromesso. Poi la legge sul segreto fu riformata e il Copasir – la cui presidenza spetta all´opposizione – ne è stato uno dei positivi risultati.
Proprio per queste ragioni è della massima importanza la scelta del presidente di quell´organismo, che dev´essere indicato dai gruppi parlamentari del maggior partito d´opposizione, cosa che avverrà nei prossimi giorni. L´esperienza ci insegna che chi guida quel delicatissimo organo deve avere l´intelletto e i titoli per venire nominato a quella carica e non dev´essere in nessun modo mescolato alla lotta politica in corso. Dal momento in cui viene insediato acquista le caratteristiche di un giudice di una magistratura che è la sola che possa vigilare sulla congruità dei mezzi usati dai servizi di sicurezza per realizzare i fini che la legge indica, vigilando anche che i mezzi non siano così perversi da stravolgere i fini stessi.
Noi abbiamo la sensazione che il segreto posto sulla posizione processuale di Marco Mancini copra mezzi illeciti e non pertinenti ai fini di istituto, ma la nostra sensazione non fa testo, può soltanto suscitare attenzione nell´opinione pubblica. Spetta al Copasir accertare ed eventualmente rimuovere il segreto di Stato su quella specifica situazione. E qui il peso della scelta, che sia congrua ai compiti di quell´organismo.

Post scriptum. Sembra ormai decisa la scelta del Partito democratico di far propria la candidatura di Emma Bonino all´elezione del presidente della Regione Lazio. Mi sono trovato talvolta in posizione critica nei confronti dei radicali, ma in questo caso penso che quella della Bonino sia la candidatura migliore. Ha qualità di amministratrice già ampiamente collaudate e integrità di carattere e di comportamento a tutta prova. Penso anche che, se uscirà vittoriosa dal confronto con la Polverini, non sarà certo lei ad assumere atteggiamenti irriguardosi verso la Chiesa in una regione che ospita il Papa nella sua capitale garantendogli piena indipendenza. Sarà tuttavia, Emma Bonino, un presidio di laicità in un momento che di laicità ha gran bisogno, non certo contro ma anzi a sostegno dello spazio pubblico riservato alla Chiesa e alla sovranità dello Stato nei campi di sua esclusiva competenza.

l’Unità 10.1.10
Il nodo delle primarie Oltre ai franceschiniani ora le chiede anche la presidente Bindi
Puglia, Vendola: «Senza me il centrosinistra perde». Boccia: «Senza Udc e Idv niente gazebo»
Bonino, Bersani dà via libera «Emma è una fuoriclasse»
di Simone Collini

Nel Pd si sta valutando l’ipotesi di far tenere una «consultazione confermativa» tra gli iscritti e gli elettori delle primarie del Lazio. Veneto e Calabria, non esclusa la candidatura di un centrista.

Più la matassa delle regionali si ingarbuglia, più Pier Luigi Bersani si mostra tranquillo, al punto da liquidare con una sola battuta una vicenda che anche ieri ha fatto discutere per tutto il giorno fuori e dentro il Pd. La minoranza di Dario Franceschini chiede infatti a gran voce le primarie per Puglia e Lazio, con Rosy Bindi che un po’ a sorpresa si unisce al coro: «Altrimenti rischiamo di snaturare il Pd», sostiene la presidente del partito. Il ragionamento che si fa però nella maggioranza è che il passaggio per i gazebo rischierebbe di far saltare il fragile accordo con l’Udc in Puglia, visto che Casini definisce le primarie una «deriva plebiscitaria», e di rompere con l’unica candidata in campo nel Lazio: «Nel 2013 può darsi», risponde la leader radicale a chi le domanda se sia disponibile a partecipare alla consultazione popolare.
VIA LIBERA DI BERSANI ALLA BONINO
Bersani per tutto il giorno segue dalla sua casa di Piacenza i movimenti della minoranza, a cominciare dalle dichiarazioni di Franceschini: «Nel nostro statuto sta scritto che i candidati si scelgono con le primarie, che non sono un metodo per creare i problemi ma per risolverli». E poi David Sassoli, Stefano Ceccanti, Walter Verini e tutti gli altri di “Area democratica”. Poi, al Tg1 delle 20, il segretario Pd risponde così alla domanda sul nodo Lazio: «Ho lavorato con Emma Bonino. È una donna fuori dagli stereotipi. Per me è una fuoriclasse. Insomma avete capito come la penso». Ovvero, via libera alla leader radicale. E alla riunione della direzione regionale, martedì, il segretario Alessandro Mazzoli proporrà di sostenerla.
IPOTESI PRIMARIE CONFERMATIVE
Tutto bene? Fino a un certo punto, perché rimane la richiesta delle primarie e anche la necessità di trasformare quella che finora è dei soli Radicali in una candidatura dell’intero schieramento. Michele Meta, dell’area Marino, dice che sarebbe «da miopi» non vedere il valore della Bonino, e però sostiene che la leader radicale dovrebbe mostrarsi disponibile a una consultazione interna al popolo del Pd: «Può solo rafforzarla». E se la Bonino è convinta che le primarie classiche, con candidati contrapposti, possano essere utilizzate per metterle ostacoli lungo il cammino, la soluzione che si sta valutando nel Pd è organizzare una sorta di primarie confermative su di lei. Ovvero avviare una consultazione nei Circoli tra i 90 mila iscritti e i 300 mila elettori delle primarie del Lazio.
ROTTURA TRA BOCCIA E VENDOLA
Anche in Puglia è ormai praticamente certo che le primarie non si faranno. Almeno, ad ascoltare Francesco Boccia: «Senza Udc e Idv io non faccio le primarie. Oggi in Puglia la risposta da dare è sì o no alla nuova coalizione. Non rispondere a questa domanda e agitare le primarie significa tramare per fare saltare l’alleanza con Casini e Di Pietro». Nichi Vendola non ci sta: «Con le primarie si può trovare la strada dell’unità. I militanti del Pd fanno il tifo per me. Il centrosinistra in Puglia non può pensare a un allargamento se parte con il piede sbagliato. Amputando me e la mia storia il centrosinistra si candida a una sconfitta».
GLI ALTRI NODI
La situazione rimane aperta anche in Veneto, Calabria e Umbria, dove si va avanti a colpi di ricorsi. Nella prima regione, un’accelerazione di Laura Puppato «per un referendum tra gli iscritti», non è piaciuta al segretario regionale Rosanna Filippin. L’appello ai centristi è partito e entro sabato si saprà se la scelta del candidato verrà lasciata a loro. Ipotesi valida anche per la Calabria. Agazio Loiero, candidato alle primarie insieme ad altri tre del Pd, smentisce di aver concordato al vertice a Roma con Bersani un «passo indietro a favore di un candidato dell’Udc», però conferma che con il segretario nazionale ha concordato «un ultimo tentativo per convincere l’Udc a stare con noi». Come? Una dichiarazione del segretario regionale Carlo Guccione fa capire che l’offerta del candidato all’Udc è tutt’altro che esclusa.❖

il Fatto 10.1.10
Pd, ci mancavano i “centralisti” di Renzi e Zingaretti
di Chiara Paolin

“Da mesi è in atto nel Paese uno strano gioco politico che mette in evidenza esclusivamente le esigenze del Nord e i mali, sempre irrisolti, del Sud. È un modo sbagliato e miope di vedere i problemi nazionali, in particolare oggi che si è precipitati in una crisi economica niente affatto risolta e che anzi, per quanto riguarda la disoccupazione, non ha raggiunto il suo massimo". Quelli del centro (Italia) stavolta si sbilanciano e firmano un manifesto delle terre di mezzo che rischiano di restare compresse tra l'aggressività della Lega Nord e le eterne emergenze meridionali. Sono sindaci, presidenti di Provincia, assessori regionali e governatori, una ventina di amministratori dislocati sul territorio che va dalla Romagna al Lazio, dalla Toscana alle Marche, tutti riuniti nel nascente Coordinamento del Centro Italia. Lamentano scarsa considerazione dal governo centrale: presente e passato. Attacca Matteo Ricci, presidente della Provincia di Pesaro e Urbino: "Parliamo di fatti concreti. Aspettiamo la superstrada Fano-Grosseto da vent'anni, ma oggi la priorità è il Ponte di Messina.
Abbiamo spiegato che il taglio dell'Ici per i piccoli Comuni è un disastro, non è servito a nulla. La riforma Gelmini mette a durissima prova il sistema scolastico delle aree non urbane, il che significa minare il futuro stesso dei nostri territori. Luoghi che, peraltro, hanno retto molto bene alla crisi e sono oggettivamente un modello valido di sviluppo. Vogliamo condividere la nostra esperienza, vederla premiata. Invece, semplicemente, ci ignorano. A destra, ma anche a sinistra". Domani mattina a Firenze si presenterà ufficialmente il movimento dei centralisti. Padrone di casa il sindaco Matteo Renzi, sorvegliato speciale Nicola Zingaretti, che certo in questi giorni di problemi ne ha parecchi, ma sarà lì in carne e ossa a spiegare come la macroregione centrale abbia voglia di dire la sua, prima e dopo le regionali. Spiega Zingaretti: “In tempo di crisi economica, troppo sottovalutata dal governo Berlusconi, l’attività e l’impegno degli enti locali possono essere decisivi. La sinergia fra comuni, province e regioni sul fronte degli investimenti, delle infrastrutture pubbliche, dei progetti sociali possono portare occupazione e miglioramento della qualità della vita in tante aree del paese. Ma il ruolo degli enti locali non termina qui. E’ necessario ripartire e ragionare tutti insieme da alcuni punti fondamentali: innanzitutto dal federalismo fiscale, ancora non troppo chiarito dal governo, e che potrebbe portare in Italia ad aree di serie A e di serie B. Credo sia necessario continuare ad avere come punto di riferimento il modello moderno e sempre innovativo che l’Europa ci propone e che ci spinge a emulare. Adesso più che mai è necessario un lavoro in sinergia tra i rappresentanti degli enti locali del centro Italia per creare un coordinamento in grado di dialogare con le forze sociali e soprattutto con i cittadini che chiedono la presenza e l’azione di chi governa direttamente sul territorio”.
Ma il Pd come ha reagito all’iniziativa? “Per ora c’è interesse, curiosità chiude Ricci Certo sappiamo che il momento è delicato, e c’è chi pensa che il partito abbia bisogno di tutto tranne che un nuovo fronte problematico. Ma il Coordinamento nasce oggi per lavorare nel tempo, non è un’iniziativa elettorale. Il tema del voto ci riguarda in primo piano, abbiamo la consapevolezza che le nostre regioni sono il cuore rosso d’Italia e tutti si aspettano conferme importanti. Ma anche qui la Lega e l’Idv raccolgono consenso crescente, la concorrenza è sfrenata. Bisogna evitare di lasciare gioco facile al malcontento e al voto di protesta. Questo il Pd lo deve capire”.
A sostenere il battesimo dei centralisti anche il vicepresidente del Senato Vannino Chiti, il governatore delle Marche, Gian Mario Spacca, e quello toscano Claudio Martini, oltre al presidente di Lega Autonomie, onorevole Oriano Giovannelli.

Repubblica 10.1.10
"La Bonino è una fuoriclasse" Bersani chiude la partita Lazio
Ma Avvenire attacca: il Pd così diventa laicista
Al fronte-primarie si aggiunge la Bindi. La candidata le liquida: "Forse le farò nel 2013..."
di Giovanna Casadio

ROMA - Pierluigi Bersani chiude il tormentone sul candidato "governatore" del centrosinistra nel Lazio: «Ho lavorato con Emma Bonino. È una donna fuori dagli stereotipi, è una fuoriclasse. Questo è come la penso». È di fatto l´investitura della leader radicale da parte del segretario del Pd. In tv, in un´intervista al Tg1, arriva quindi il via libera dopo una giornata di fibrillazioni, polemiche e soprattutto di scontro sulle primarie nelle file democratiche.
Bonino e Bersani si sono sentiti ieri al telefono, ma la radicale intervenendo nel comitato del Pr ha chiarito: «Capisco la difficoltà che la mia candidatura ha generato in altri partiti politici, ma l´unico aiuto che posso dare , anche a loro, è quello di esserci e di confermare di esserci» nella corsa alla presidenza della Regione Lazio. Quindi, la leader radicale va avanti, e di primarie non si sogna di farne: «Io alle primarie? Nel 2013 può darsi», ironizza. Non a due mesi e mezzo dal voto, mentre Renata Polverini, la candidata del Pdl, ha già cominciato la campagna elettorale. «La gente non ha più voglia di riti stantii. La mia è una candidatura che inizia persino ad essere discussa nelle famiglie oltre che nei bar». Duro contro il Pd che abbraccia la Bonino è Avvenire, il quotidiano dei vescovi: «Il Pd rischia di essere risucchiato su posizioni laiciste» e «se l´immagine dei Democratici si appiattisce su queste posizioni anche il carattere strategico dell´alleanza con l´Udc potrebbe inciampare in ostacoli».
Nel Pd tuttavia il fronte pro-primarie si è andato allargando. Non è solo la minoranza del partito a premere per le primarie nel Lazio e in Puglia dove c´è da sciogliere l´ingarbugliata partita tra Nichi Vendola, il governatore uscente, leader di "Sinistra ecologia e libertà" e Francesco Boccia, democratico che porta in dote l´alleanza allargata all´Udc e a Idv. È anche la presidente del Pd, Rosy Bindi in un´intervista alla Stampa, a chiedere «primarie in Puglia e nel Lazio», avvertendo che «altrimenti si snatura il partito». Insiste molto su Vendola e sull´importanza dell´esperienza di governo pugliese, Bindi. In poche ore nasce su Facebook un gruppo che rilancia il suo appello alle primarie. E Vendola: «Credo che le decine e decine di migliaia di militanti del Pd facciano il tifo per me. Se persino il presidente Bindi dice che non si può rimuovere come neve al sole la storia di Nichi Vendola, vuol dire che la mia vicenda è nel cuore del popolo Pd».
Per il no a primarie a tutti i costi e, in particolare, in Puglia, è invece il vicesegretario Enrico Letta: «Le primarie sono uno strumento e non un dogma; servono se la coalizione è d´accordo e se sono utili a vincere». Boccia le primarie in Lazio, Beppe Fioroni, ex Ppi: «La Polverini è in pista da tre settimane, per il Pd sarebbe una follia, vuol dire che si è interessati a perdere». Domani in Puglia sarà l´assemblea regionale a decidere. Bersani aveva già sentito Casini per sondarne la disponibilità a primarie di coalizione. Ma ieri il leader Udc ha precisato: «Le primarie non fanno parte del mio vocabolario, il patto è con i presidenti di Regione non con le coalizioni. Stimo Bersani ma no a un Prodi-bis».

Repubblica Roma 10.1.10
La Bonino liquida l´ipotesi primarie
Mazzoli: "È lei la nostra candidata"
Il Pd ancora diviso sui gazebo mentre Federazione della sinistra e Idv puntano su Pedica
di Govanna Vitale

Fa sul serio Emma Bonino. Riunita insieme ai big radicali per mettere a punto le strategie dell´imminente campagna regionale, chiude a ogni ipotesi di consultazione sul suo nome («Io candidata alle primarie? Forse nel 2013») e lascia ai compagni di viaggio, per il momento soltanto potenziali, la soluzione dell´ultimo rebus che sta spaccando il Pd, oltre a squagliare un´eventuale coalizione di centrosinistra. Tanto più dopo l´ultima minaccia proveniente dall´inedita alleanza fra Idv e Federazione della sinistra (Prc, Pdci e Socialismo 2000), che ieri ha stabilito di voler scendere in campo con un proprio candidato governatore, il dipietrista Stefano Pedica, subordinando la scelta definitiva al tavolo di concentrazione nazionale. Mossa che ha tuttavia sancito l´ennesima divisione: SeL ha infatti deciso di sfilarsi e di rilanciare sulle primarie, «da tenersi il 24 gennaio», spiega Massimiliano Smeriglio, «per evitare la frammentazione del centrosinistra».
Una grande confusione. Alla quale il segretario del Pd Lazio, Alessandro Mazzoli, s´è risolto a dire basta. «Martedì chiederò alla direzione regionale di sostenere Emma Bonino come candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione», taglia corto. Non solo perché «è una fuoriclasse», come ha detto ieri Bersani, ma in quanto «capace di mobilitare l´opinione pubblica e arrivare alla vittoria». Ciò però non significa accantonare le primarie, anzi: «Le consideriamo una proposta politica da sottoporre al vaglio degli alleati nel quadro di un´intesa unitaria», ribadisce Mazzoli. Per cui, se l´intera coalizione, Radicali compresi, dovesse insistere su questa strada, il Pd non si tirerà certo indietro.
Ma sarà difficile che, a due mesi dalle elezioni, si possano allestire gazebo in tutta la regione senza regalare lunghezze incolmabili a un centrodestra che già parte favorito. «Continuare a parlarne è fuori dalla realtà», incalza il senatore socialista Gerardo Labellarte, invitando a convergere compatti su Emma. A escluderlo è innanzitutto lei: «Credo che questa candidatura sia un dato di chiarezza che ha messo in moto un processo che si era completamente atrofizzato: la gente non ha più voglia di riti stantii e lacerazioni», ragiona la Bonino. «Capisco le difficoltà degli altri partiti politici, ma l´unico aiuto che posso dare loro è confermare di esserci nella limpidità delle mie scelte».
Parole di buon senso che tuttavia non placano la guerriglia sulle primarie. Pretese all´unanimità dai franceschiniani: da Sassoli a Verini e Valentini. Perentorio Roberto Morassut che, dopo aver denunciato «la trattativa centralistica che ha preordinato la Puglia ai destini del Lazio» trasformando quella della Bonino in «una candidatura di emergenza», ha chiesto di «riunire la coalizione e definire una rosa di nomi da sottoporre alle primarie». Subito tuttavia bacchettato da un "gazebista" della prima ora, Michele Meta, secondo cui la leader radicale «offre una formidabile opportunità per battere la destra che sarebbe da miopi non vedere». Scontro che forse solo il «lodo Carapella», dal nome del consigliere regionale che lo ha proposto, aiuterà a risolvere: «Se non ci fossero le condizioni chiediamo che tutti i circoli del Pd si riuniscano il 24 gennaio per una consultazione dei nostri iscritti. Una legittimazione popolare fa bene a tutti, in primis alla Bonino».

Repubblica 10.1.10
Assemblea nazionale a Napoli: "Con le saponette davanti a Montecitorio per dire che noi siamo puliti"
Sit-in pro Costituzione e premi viola il popolo del No-B day rilancia
Eletti sette coordinatori nazionali. "Il problema è uno solo: il premier"
di Alessandra Longo

NAPOLI - Diventare partito, darsi uno statuto o una carta etica, associarsi o non associarsi, riconoscersi in un coordinamento, sia pur «leggero», o fare i cani sciolti nel nome dell´antiberlusconismo? Eccoli qui i rappresentanti - ma già la parola non va bene - del popolo viola, gli eredi inquieti del patrimonio incassato il 5 dicembre 2009 con il No Berlusconi Day.
Primo appuntamento nazionale a Napoli per i responsabili delle realtà territoriali. Una cinquantina di persone stipate nella bella sede del centro culturale Città del Sole, a due passi dalle bancarelle di cornetti rossi di San Gregorio Armeno. Più che un´assemblea, una seduta di autocoscienza collettiva. Non ci sono capi riconosciuti e a stento viene tollerato il tavolo di presidenza, sul quale sono appoggiati un drappo viola e una kefiah mentre alle spalle degli oratori c´è una libreria con il meglio dei testi di Marx, Mao, Stalin e Lenin. Una giornata intera di discussione che comunque approda ad un risultato concreto.
Nonostante il mito «dell´orizzontalità» e dell´«intelligenza collettiva», alla fine escono sette nomi di coordinatori nazionali (il più noto è Gianfranco Mascia). Una "cupola" provvisoria incaricata di portare i viola alla loro prima assemblea nazionale che si terrà il 19, 20 e 21 marzo prossimi. Mica male come risultato se si va a vedere l´andamento della discussione, segnato da continue diffidenze reciproche nei confronti di chiunque vada al microfono («Scusa, tu a nome di chi parli? Qui non si decide nulla, qui vale la democrazia partecipata!»). Primo incontro pericolosamente senza copione che lascia in eredità una sequenza di proposte formulate senza gerarchia, così come vengono. Ecco un elenco: il 30 gennaio sit-in in tutta Italia a difesa della Costituzione; il 6 marzo «catena umana viola» nelle città; il 2 giugno «Costituzione Day»; il 28 ottobre con gli anarchici a Predappio. E nel mezzo idee in libertà «perché ognuno ci deve mettere la faccia» in ossequio a quello che è un po´ lo slogan individualista del militante viola tipo: «I am my personal revolution», sono la mia rivoluzione personale. Sergio di Terracina propone di andare davanti a Montecitorio e distribuire saponette di lavanda accompagnate da una frase del tipo «noi siamo puliti»; Emanuele Toscano, sociologo di Roma, pensa all´istituzione di premi viola da attribuire a «personalità» (la Gabanelli?) che si siano distinte per la loro non sintonia con Berlusconi. Subito qualcuno gli disegna la coppa-trofeo con la testa del premier e un paio di manette come gadget aggiuntivo. Dalla capitale parte anche l´idea di organizzare, in primavera, dei «pic-nic antiberlusconiani nelle ville aperte al pubblico».
Dicono: «Il vero popolo della libertà siamo noi e il problema è uno solo, è Berlusconi». Così a Forlì si attrezzano per «una notte viola» con proiezione nostalgica del mega raduno del 5 dicembre. A Caserta pensano ad una manifestazione contro la criminalità organizzata, mentre Mascia propone il boicottaggio dei prodotti degli inserzionisti Mediaset presenti nella fascia oraria più pregiata, quella dalle 21 alle 22. I partiti? Quasi ignorati. Adele, di Catania, è iscritta al Pd e ha il coraggio di dirlo. La consolano: «Non è grave, coraggio». Va da sé che quando Christian, bancario di Rovigo, propone ai viola di diventare essi stessi il nuovo partito italiano, viene gentilmente spernacchiato. Platea fredda, disciplinata militarmente, interventi regolati dal cronometro. Platea che vorrebbe sapere chi è il misterioso San Precario che gestisce 200 mila persone sulla pagina di Facebook senza rivelare la sua identità. Platea che si scalda solo alla fine - rivelando una rassicurante normalità - quando si tratta di decidere chi comanda.

l’Unità 10.1.10
Cento poeti alla ricerca del verso di opposizione
Meeting a Roma contro il declino. Da Bari a Torino tanti giovani in campo: possiamo sconfiggere il berlusconismo. Il peso della tv, il disastro della scuola
di Pietro Spataro

Da Bari e da Torino. Da Bologna e dall’Aquila. Da Ancona e da Milano. Sono arrivati da tutta Italia, in macchina e in treno: tutti a spese proprie. Si sono ficcati, pigiati uno addosso all'altro, dentro un piccolo locale di San Lorenzo a Roma e sono stati per sei ore a discutere di questo Paese spezzato, dell'odio contro gli immigrati, della scuola malata, della cultura depredata, della tv che comanda. Lo hanno nominato poco, ma dietro ogni discorso c'era lui: Silvio Berlusconi. I protagonisti di questa «rivolta delle parole» sono poeti. Quei trenta che due mesi fa scrissero poesie per l’antologia «Calpestare l’oblio» (che abbiamo pubblicato su l'Unità) più tanti altri che si sono aggiunti strada facendo. Più tanti altri ancora che non scrivono poesie ma le amano e le leggono e che soprattutto non sopportano la cappa di piombo che oggi pesa sull'Italia. Oltre cento in tutto Già questo è un fatto strano. Mentre il quartiere romano della movida si prepara alla lunga notte dei pub, dei locali e delle osterie, più di cento persone mettono in scena la loro protesta. Ci sono tantissimi giovani, la maggioranza: non hanno nemmeno trent'anni e si sentono defraudati del proprio futuro. Hanno studiato, si sono laureati e ora arrancano in una società che premia i grandi fratelli ma non fa nulla per quelli che hanno faticato sui libri sperando di fare cosa giusta e utile. Evelina De Signoribus è una di queste: viene da Cupra Marittima, è laureata in Lettere e sta studiando per la seconda laurea. «La scuola è un vero disastro dice La Gelmini la sta distruggendo e alla fine noi non riusciamo a trovare uno straccio di lavoro».
Davide Nota, che è il giovanissimo padre di questa ribellione nata sul web, era preoccupato ma alla fine osserva soddisfatto la platea e il piccolo palco. «Vedi, tutta questa gente è la dimostrazione che i poeti possono smetterla di fare le monadi spiega e devono confrontarsi con la realtà che sta lì fuori». Lui crede con tutta l'anima che bisogna battersi contro il consumismo che «riduce l'individuo a un ruolo». Franco Buffoni è poeta assai rodato, ha sessant'anni e si muove agilmente in mezzo a questi ragazzi jeans e maglietta che vogliono cambiare il mondo cambiando le «piccole cose». «Il danno più grande spiega è la rimozione della cultura. Un tempo la tv educava, poi sono arrivate le tv commerciali e allora è iniziato il declino». Ironizza Flavio Santi, trentenne friulano: «Siamo in una situazione in cui possiamo dire, con Homer Simpson: tutto quel che so l'ho imparato dalla tv. È un dramma».
Questo giovane movimento è nato dal verso di un ottantenne come Roberto Roversi: «Calpestare l'oblio / il viaggio dei ricordi non è mai finito / là c'ero anch'io». Difesa della memoria, battaglia contro chi vuole cancellare la storia, e tutti dalla parte della Costituzione: il progetto è qui. I ragazzi osservano un Paese che è diventato cinico e razzista (basta guardare a Rosarno), che si è votato al consumismo e ha spezzato ogni legame sociale. È ormai il luogo dove trionfa l’individualismo. «Usatela la poesia dice Rosemary Liedl, vedova di Antonio Porta Abbiate il coraggio di ritrovare la forza di fare». Aggiunge Maria Grazia Calandrone: «Come diceva Borsellino parlando di mafia: uniamoci, non potranno ammazzarci tutti». Enrico Piergallini, poeta vicesindaco a Grottammare, indica un compito: «Penetrare nella coscienza dei cittadini».
Ma è questo il ruolo di un poeta? È questo. Perché di poeti cuore-amore, pensano, ne abbiamo sopportati troppi. Perché di fronte allo sfascio del Paese occorre sporcarsi le mani con la realtà. Come dice Gianni D'Elia: «Uniti in mille forse possiamo fare almeno un mezzo Pasolini». Poeti così non piacciono. Non piacciono ai giornali della destra (Giornale e Foglio) che li hanno attaccati duramente. Ma nemmeno ai giornali come il Corriere e a tutti gli altri che infatti li ignorano. Pensano che la poesia debba stare al posto suo: lontana dai drammi della vita, lontana dalla politica. Invece, come ha detto qualche mese fa proprio su questo giornale Andrea Zanzotto, «la poesia ha un ruolo fondamentale in questa melma di disvalori: crerare le connessioni tra passato e futuro».
Questi ragazzi venuti da ogni parte d'Italia lo sanno e infatti vanno avanti con passione. La strada sarà lunga. Ma forse anche in mezzo a loro, così come in mezzo al «popolo viola», l'opposizione potrà ritrovare il filo del verso giusto.

l’Unità 10.1.10
«Il Labour ha perso la sua anima
Ormai insegue la destra israeliana»
Intervista a Ophir Pines-Paz di Umberto De Giovannangeli

L’ex segretario del partito: «Sternhell ha ragione: La sinistra è venuta meno alla sua identità. Mi sono dimesso dopo il sì al governo di unità con i falchi»

Ha ragione Zeev Sternhell. La sinistra israeliana ha via via smarrito il senso di sé, dei suoi valori originari, della sua “mission”. Soprattutto negli ultimi quindici anni, dopo la morte di Yitzhak Rabin, ha inseguito la destra sul suo terreno, omologandosi. In questa sinistra, nel Labour che è stato il partito della mia vita, non mi riconosco più. Per questo ho deciso di chiamarmi fuori, rassegnando le dimissioni anche da parlamentare. So che c’è chi, ai massimi livelli del Labour, mi indica come capo di una rivolta. Dicano ciò che vogliono, ma se interpretano un malessere diffuso tra militanti ed elettori della sinistra come “rivolta”, io mi onoro di essere un ribelle». A sostenerlo è Ophir Pines-Paz, già segretario generale del Partito laburista israeliano, ministro della Cultura nel passato governo guidato da Ehud Olmert. Una vita nel Labour. Incarichi di primo piano nel partito, importanti responsabilità di governo. Poi la decisione di smettere. Di lasciare il Labour, di dimettersi da parlamentare. «È stata una decisione sofferta, ma meditata a lungo. Semplicemente non mi sentivo più parte di una sinistra che nel corso di questi ultimi quindici anni ha smarrito il senso di sé, dei suoi valori originari, finendo per rincorrere la destra sul suo terreno». Quanto ha pesato nella sua decisione la scelta, fortemente voluta da Ehud Barak (leader del Labour e ministro della Difesa) di far parte del governo guidato da Benjamin Netanyahu?
«Diciamo che è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dopo il tracollo elettorale subito nelle ultime elezioni, il Labour e l’insieme delle forze di sinistra avrebbero dovuto aprire una riflessione seria, dolorosa, partecipata sulle ragioni di una sconfitta di queste proporzioni. Avremmo dovuto interrogarci sul venir meno del nostro radicamento sociale, su un malessere diffuso al quale abbiamo voltato le spalle».
Invece...
«Invece si è preferito imboccare la scorciatoia governativa, illudendosi che l’esercizio del potere riuscisse a mascherare un fallimento politico. In realtà, il Labour ha finito per essere subalterno ad una logica di governo che uccide ogni speranza di cambiamento».
Qual è la “logica” di Netanyahu?
«Quella di chi pratica un unico obiettivo: il mantenimento dello status quo. L’immobilismo “attivo” come strategia. Tutto il resto è in vendita».
E la sinistra?
«Ha ragione Sternhell nell’articolo pubblicato dal suo giornale: la sinistra è venuta meno alla sua identità costitutiva, finendo per essere subalterna ad un nazionalismo esasperato che ha finito per prevalere su altri elementi fondanti dello stesso pionierismo sionista: la giustizia sociale, la centralità di Medinat Israel (lo Stato d’Israele) rispetto a Eretz Israel (la Terra d’Israele), il rigetto di qualsiasi visione messianica del popolo d’Israele, una pace fondata sul principio di due popoli, due Stati e sul riconoscimento che la nostra sicurezza non può fondarsi sulla forza e sull’oppressione esercitata su un altro popolo. La sinistra ha rinunciato a immaginare il futuro, prigioniera di un eterno presente. Così ha smesso di essere un punto di riferimento per le giovani generazioni. Questa sinistra non appassiona, non scalda gli animi e le menti, questa sinistra non ha saputo, non ha voluto, tradurre in ebraico quel “Change”, Cambiamento, che è stata la parola chiave vincente di Barack Obama negli Stati Uniti».
Nel suo ex partito, c’è chi l’accusa di fomentare una ribellione... «Se riflettere su se stessi significa ribellarsi, allora dico di sentirmi orgoglioso di essere un ribelle».
Il leader del Labour, Ehud Barak, ha motivato la scelta di entrare nel governo con la necessità di bilanciare le destre di Netanyahu e Lieberman. «Una democrazia è tale se fa i cittadini possono scegliere liberamente programmi, progetti, valori alternativi. Non discuto le buone intenzioni di Barak. Dico che sono in pochi dentro e fuori Israele a riconoscergli questa opera di bilanciamento. Governare con una destra ultranazionalista aggressiva, portatrice di una concezione dell’ebraismo che sfocia nel razzismo, è un suicidio politico per la sinistra, un matrimonio contro natura inaccettabile, almeno per me». A proposito di Lieberman. Zeev Sternhell sostiene che il leader di Israel Betenu e attuale ministro degli Esteri, sia “l’uomo politico più pericoloso nella storia d’Israele”.
«Non so se sia il più pericoloso, di certo la sua politica, la sua ideologia sono agli antipodi di una politica vagamente progressista e democratica. Ciò che inquieta in Lieberman è il mix di autoritarismo, nazionalismo, mentalità dittatoriale che permea la sua politica. Quando Olmert decise di far entrare Lieberman nel governo, io mi dimisi. Era un atto dovuto».
Ma non seguito da Barak che oggi è partner di governo di “Avigdor il falco”. «Una scelta che non ho condiviso e che giudico perdente. Per la sinistra. Per Israele».

Repubblica 10.1.10
Con la musica di Mozart i bimbi crescono meglio
di Cristina Nadotti

Uno studio della scuola di medicina dell´Università di Tel Aviv conferma le virtù del compositore
Mozart rilassa e fa crescere i neonati molto meglio di Bach e Beethoven
Alcuni bambini nati prematuri sono aumentati di peso con le note del genio di Salisburgo

A SUON di musica verso le braccia della mamma, a patto che la musica di accompagnamento sia quella di Mozart. Una ricerca della Scuola di medicina dell´Università di Tel Aviv ha accertato che i neonati prematuri acquistano peso più velocemente se cullati dalle note del compositore austriaco. Non succede la stessa cosa con Bach o con Beethoven.
Per accelerare il processo fondamentale per il recupero dei neonati prematuri ci vuole proprio Mozart. Sulla rivista specializzata Pediatrics, i ricercatori spiegano come l´aumento di peso sia conseguenza dell´azione rilassante della musica e come quella di Mozart, in particolare, sia capace di far agitare meno i neonati, con conseguente rallentamento del metabolismo e riduzione del dispendio di energie.
Durante la ricerca, i medici hanno fatto ascoltare Mozart ai neonati per trenta minuti, mentre ne misuravano il dispendio di calorie. Hanno poi messo a confronto i dati ottenuti con la quantità di energie spese dai prematuri in condizioni standard, cioè senza musica, oppure durante l´ascolto di altri compositori. L´"effetto Mozart" è stato lampante, con una riduzione notevole delle calorie bruciate. «Supponiamo che le melodie ripetitive di Mozart agiscano sulla corteccia cerebrale - ha dichiarato il coordinatore della ricerca, Ronit Lubetzky, alle agenzie di stampa - perché abbiamo verificato come lo stesso effetto non si ottenga con musiche di Beethoven, Bach o Bartok, dall´andamento meno lineare di quelle di Mozart. Per avere una accurata spiegazione scientifica del fenomeno sono necessari altri studi, ma è già evidente la ricaduta di tale scoperta sul trattamento dei neonati prematuri. L´aumento del peso è essenziale per ridurre i tempi di permanenza in incubatrice e in ospedale - continua il pediatra - e la musica di Mozart è soltanto uno degli elementi che possiamo utilizzare per creare intorno ai bambini un ambiente più favorevole».
Ancora una volta, la serenità e le linee armoniose della musica classica per eccellenza del genio austriaco mostrano di avere effetti più ampi di quelli del puro godimento. La letteratura scientifica è ricca di studi sugli effetti benefici della musica per la riduzione dello stress e il rallentamento del battito cardiaco, ma una volta di più è stato dimostrato che tra le medicine musicali le "pillole di Mozart" sono le più efficaci. Un precedente studio su adulti colpiti da ictus aveva accertato che le composizioni di Mozart, più che quelle di altri autori, aiutavano a diminuire la frequenza di altri attacchi ischemici transitori. Qualche tempo fa, inoltre, ebbe grande risonanza uno studio secondo il quale sonate e sinfonie mozartiane diffuse nelle stalle aiutavano le mucche a produrre più latte.
Persone, animali e persino piante sono sensibili all´effetto calmante della musica di Mozart, visto che nel 2005 l´Università di Siena decise di accertare quanto affermava un produttore di vino, Giancarlo Cignozzi, convinto che i suoi vigneti producano uve migliori se tra i filari si diffondono le note della musica classica. Il migliore, affermava il viticoltore, è Mozart, anche se la compilation da vendemmia non disdegna Tchaikovsky.

Repubblica 10.1.10
Muti: "Italia tradisci le tue radici musicali colpa anche della tv"
Accardo gli dà ragione: i giovani sono mortificati
di Angelo Folletto

L´Italia ha abdicato alla sua storia musicale dimenticando che la musica è necessità dello spirito. È grave: è spezzare le radici della nostra storia
Ci sono trasmissioni televisive dove la musica, e soprattutto l´opera lirica, vengono presentate come obsolete. Così si respingono i giovani

MILANO - «L´Italia ha abdicato alla sua storia culturale, e musicale in particolare, a causa di una concezione generale della cultura che non riguarda solo i politici di oggi». Non ha mezze misure Riccardo Muti lanciando un nuovo, accorato allarme sulla situazione della musica italiana e al ritorno da un ciclo di concerti in Cina con l´Orchestra di Shanghai. Il paragone è impietoso. «In quella nazione - dice - stanno puntando sulla musica: si costruiscono nuove sale da concerto e si scommette culturalmente su ciò che noi italiani invece stiamo esaurendo, spezzando radici importanti della nostra storia». Il maestro non risparmia dalla critica la televisione, il più popolare mezzo di divulgazione. Ci sono, accusa Muti, «trasmissioni televisive dove la musica e soprattutto l´opera lirica, vengono presentate come cose obsolete; così si respingono i giovani invece di interessarli».
Giudizi pesanti che hanno subito trovato solidarietà e accordo nel mondo della musica. «Lo sfogo di Muti è pessimistico ma nemmeno troppo», gli fa eco il violinista Salvatore Accardo che punta il dito contro «la mancanza di educazione e l´ignoranza che accomuna gli schieramenti politici: in Italia in troppi non sanno cosa significa suonare uno strumento. Risultato? Si soffocano orchestre e piccole ma vitali istituzioni concertistiche, si mortificano i giovani, negando loro qualsiasi prospettiva professionale. Lo straordinario lavoro 30ennale di un musicista come Piero Farulli è un´anomalia italiana: frutto di coraggio e caparbietà individuale, al di fuori del sistema musicale nazionale».
«Sì, ha ragione Muti. In Italia c´è la rinuncia della classe dirigente a impegnarsi sulla musica». Lo dice il direttore della Scuola di Fiesole Andrea Lucchesini, che sta provando con ex-allievi il programma con cui oggi alla Torraccia si aprono i festeggiamenti per i 90 anni di Farulli. Ancor più allarmata è la diagnosi del direttore d´orchestra Roberto Abbado che vede nel disimpegno non solo un allontanamento dalla nostra storia ma «un´intenzionale mossa al ribasso culturale. Si rende difficile l´accesso alla conoscenza per far pensare sempre meno, per solleticare il fruitore solo con ciò che gli piace e non fatica a apprendere».
«La musica è necessità dello spirito non solo intrattenimento», ha incalzato Riccardo Muti mettendo sotto processo alcune «trasmissioni televisive». Certo, il plauso unanime che ha avuto la trasmissione di Fabio Fazio dedicata alla musica classica e alla Carmen scaligera lo scorso dicembre, ha sottolineato quanto siano una rarità dei nostri palinsesti cose di quel genere. Ma su questo non c´è un accordo unanime nel mondo della musica. Dice Roberto Abbado, fino a ieri sul podio dell´Orchestra della Rai: «Le trasmissioni dedicate alla registrazione dei concerti sono fatte molto meglio oggi. Per quello di Torino sono state usate più telecamere, regia e registrazioni audio perfezionati e adeguata confezione televisiva. La tv prova a creare un impatto più accattivante, modificando l´immagine rituale e statica del concerto. Io sono ottimista sulle prospettive della divulgazione musicale in tv. Mi viene in mente l´ottimo lavoro fatto sui bambini da Gran Concerto la trasmissione di Raffaella Carrà, la prima di questo genere fatta in Italia con regolarità. Ha funzionato, ora bisognerebbe pensare alle altre fasce d´età. Con musica, informazione e notizie: per rimettere in moto capacità e voglia di ascoltare la musica».

sabato 9 gennaio 2010

Repubblica 9.1.10
Saviano: gli africani contro i clan sono sempre più coraggiosi di noi

ROMA «Contro le mafie gli immigrati sono più coraggiosi di noi». Lo ha detto Roberto Saviano a proposito degli scontri di Rosarno, ricordando che quella calabrese «è la quarta rivolta degli africani in Italia contro le mafie: per questo non vanno criminalizzati ma scelti come alleati contro l’illegalità». «La prima rivolta ricorda lo scrittore a Villa Literno nel 1989, la seconda a Castelvolturno nel 2008 e le ultime due a Rosarno, sempre dopo aggressioni subite da membri della comunità africana. Gli immigrati sembrano avere un coraggio contro le mafie che gli italiani hanno perso poiché per loro contrastare le organizzazioni criminali è questione di vita o di morte».

l’Unità 9.1.10
La rivolta degli schiavi
di Moni Ovadia

Doveva succedere! Quanto tempo può sopportare senza reagire un essere umano schiavo, che lavora come una bestia, per poco più di un tozzo di pane, che vive nel degrado peggio di una bestia, che subisce violenze, ricatti, che viene violentato, abusato dal padrone e dalle mafie, che è privo del più elementare diritto, che non accede neppure alla dignità dell’esistenza? Non c’è che una risposta per una persona decente. No! Non può sopportare. E noi dovremmo reagire a ciò che è accaduto a Rosarno interrogandoci. Che razza di paese è il nostro che permette una simile vergogna? Che razza di ministro è quello che accusa gli schiavi e propone un’ulteriore repressione nei loro confronti? La logica dell’intolleranza ha mai giovato alla convivenza civile? Credere di fermare l’immigrazione clandestina combattendo gli immigrati è una pia illusione ed è un atto vile. Non è l’immigrato che sollecita la malavita, è la malavita che incrementa e orienta l’immigrazione clandestina ed è interessata a creare condizioni esasperate, anche attraverso la guerra fra poveri, per potere vendere a maggior prezzo e con più alto profitto la povera carne umana su cui riesce a mettere le mani. E che dire degli imprenditori schiavisti? Perche non si propone contro di loro e la loro infamia tolleranza zero? L’arresto dei mafiosi a che serve se non viene prosciugata la palude che alimenta la criminalità? Oggi il Presidente della Camera Fini per l’ennesima volta ha preso la parola in difesa degli immigrati dicendo che non si combatte contro gli schiavi, si combatte la schiavitù. Il leader di An vuole evidentemente dare voce a un centro destra civile ed europeo. È ora che si trovi il coraggio di costituire su tali questioni un ampio fronte che superi gli schieramenti per salvare l’Italia dal baratro.❖

il Fatto 9.1.10
Ci trattano come bestie, non ho paura di morire

“Non ho paura di morire. Se Dio vuole, la mia vita finisce qui, altrimenti tornerò a casa e rivedrò i miei figli". Ahmed è un po' il capo, qui nella "rognetta", il rifugio dei braccianti africani che raccolgono mandarini in giro per le campagne di Rosarno. Ventitré euro al giorno netti. Cinque li pagano al caporale, "che è uno di noi", raccontano. "E due euro li paghiamo di benzina". Dopo essersi spaccati la schiena nei campi, per 14 ore al giorno, tornano alla "rognetta", o alla "ex Sila", che sono i due accampamenti nei quali dormono. Intorno a loro c'è puzza di urina, bucce di arancia che fermentano, una decina di
bagni chimici, neanche un posto dove fare la doccia. Quasi nessuno parla l'italiano. Ahmed il marocchino è uno dei pochi. Anche per questo sembra il capo. "Ho due figli", racconta. "E non li vedo da cinque anni. Se torno a casa non mi riconoscono neanche più. Ma spedisco loro soldi ogni mese". A modo suo, è un imprenditore. "I soldi che guadagno qui, in campagna, li reinvesto in costumi e asciugamani da bagno, che rivendo d'estate, quando lavoro sulle spiagge. Però non è più possibile sopportare tutto questo. Io lavoro, punto. Tutti, qui lavoriamo. E non vogliamo altro. Ci sta bene pure dormire in queste
condizioni, non importa, l'importante è lavorare onestamente e spedire i soldi a casa. Ma non possiamo essere sparati, come è successo al mio amico Babou, e non reagire. Non abbiamo più niente da perdere. La gente deve capire un concetto semplice: io sono sbarcato a Lampedusa, ho rischiato di morire in mare, per venire qui. Credevo di trovare il paradiso e ho trovato l'inferno. Ho rischiato di morire già una volta, non mi fa paura rischiare di morire adesso, perché so di essere nel giusto".
Babou lo guarda e annuisce. Mostra il braccio ferito dal proiettile di gomma, che gli hanno sparato l'altro giorno: "Non sono una bestia", dice in francese, perché non parla una parola d'italiano. È arrivato pochi giorni fa da Brescia e vuole ripartire. "Provo soltanto dolore", racconta in francese, "e non riesco neanche a pensare che sia razzismo. Sono arrivato il 21 dicembre, e voglio essere onesto, posso parlare soltanto per me, per quello che ho visto, e in due settimane non posso dire che Rosarno è razzista. Posso soltanto dire che c'è tanta, troppa violenza, e io devo sfamare i miei due figli, che sono in Costa d'Avorio, non appena mi aiutano a partire, vado via, per cercarmi lavoro altrove". an. ma.

il Fatto 9.1.10
Profondo Italia: il tiro a segno sulla carne nera
Braccia nei campi, nulla fuori. Dove il sogno del lavoro è incubo
di Mimmo Calopresti

Rosarno, uno svincolo della ormai inutile ed impercorribile Salerno-Reggio Calabria, il pezzo di autostrada che mai nessun governo è riuscito a terminare e che rende la parte bassa della Calabria il luogo più lontano dal resto dell’Italia. Non mi viene in mente un altro modo di definire quel luogo. Un nome che sfugge dallo sguardo subito dopo averlo messo a fuoco, mentre stai andando da qualunque altra parte. È un non luogo: da quello svincolo o ci si addentra nella Piana di Gioia Tauro, fino ad arrivare al porto, o si imbocca la superstrada che porta all’altra costa, venti minuti per passare dal mar Tirreno al mar Jonio, e in mezzo il nulla. In quella parte della Calabria non c’è che il nulla e, in più, d’inverno fa freddo, niente a che vedere con l’immaginario classico del sud: sole, mare e tutto il resto. Nella Piana gli agrumeti e gli uliveti fanno da padroni. La raccolta, prima dei mandarini e poi delle arance, è un lavoro duro, ma è ancora un buon modo di fare soldi. Chi ha ereditato un pezzo di terra dai genitori ha evitato quell’emigrazione di massa che ha coinvolto i più e ora ha qualcosa di cui occuparsi. I più capaci hanno sviluppato un sistema semi industriale per riuscire a sviluppare la commercializzazione del loro prodotto, gli altri debbono accontentarsi, usando manodopera a basso costo, di rivendere il raccolto sul territorio. Lavoro duro e malpagato che nessuno vuol più fare. Eppure qualcuno che ancora può fare quel lavoro c’è: sono gli stranieri, gli immigrati, quelli dalla pelle scura (ma più scura di quella dei ragazzotti del luogo), i neri, i negri. Proprio i negri, quelli che arrivano dall’Africa nera, quelli che non hanno niente, che non hanno ancora capito se sono arrivati in Italia oppure chissà dove, che si illudono di essere lì solo di passaggio, prima di approdare nei luoghi della ricchezza e delle comodità. I negri che si accontentano di vivere come bestie. Quelli che, d’altronde, ci sono abituati, quelli che si fanno la capanna con il cartone nei casolari abbandonati o, peggio, per paura di essere derubati dormono tutti insieme, per terra, in una fabbrica abbandonata e data al fuoco qualche anno fa. Gli unici rapporti sono quelli con un parroco di buona volontà. Gli unici luoghi di contatto con il resto del mondo: i supermercati, dove comprare il minimo indispensabile per sopravvivere. Lì c’è l’incontro, lì c’è lo scambio. Ma non ti venga in mente di rivolgere qualche parola di più alla cassiera, altrimenti scoppia il casino: se fino a quel punto, in quel mare di desolazione, i ragazzi del luogo ti avevano solo preso in giro e quando ti incontravano in paese ti scansavano perché i negri puzzano, a quel punto fanno il salto di qualità e ti sparano. Per carità niente colpi di lupara, basta un fucile ad aria compressa ed eccoti umiliato, non si parla e non si scherza con la donna bianca. Allora non sopporti più, ti sembra troppo, hai voglia di alzare la testa, di dirlo in faccia a quei quattro ragazzotti che tu hai gia abbastanza cazzi per riuscire a sopportare quella vita di merda, che quando ti svegli al mattino non riesci a lavarti perché l’acqua è gelida, che durante il giorno, mentre lavori, hai le mani e i piedi rattrappiti dal freddo e, quando hai finito di lavorare, non c’è niente intorno a te che ti renda la vita sopportabile tranne un improvvisato fuoco intorno a cui passare la serata. Non hai più la forza di pensare e sognare una vita migliore di questa, sei solo incazzato con te stesso per esserti infilato, senza sapere come, in un inferno senza vie d’uscita. Il casino, a quel punto, sei tu a cominciarlo, perché – come diceva Fabrizio De Andrè – chi non terrorizza si ammala di terrore. Cerchi di farti sentire. Vuoi far sapere a tutti che non sei più disponibile a fare quella vita; che, anche se hai accettato un lavoro da schiavo, se non sai che cos’è un contratto di lavoro, se non sai che esiste il sindacato, se non pretendi di essere tutelato da uno Stato di diritto che in una parte del suo territorio accetta che esista la schiavitù, hai comunque una dignità e una vita da difendere. Vuoi affermare che non puoi essere scambiato per un tiro a segno, che la tua carne brucia non solo per il freddo che accumuli durante le troppe ore di lavoro, ma perché da troppo tempo il tuo cuore non riesce ad essere riscaldato dai suoni, dagli odori e dagli affetti della tua terra e quindi pompa in circolo solo sangue avvelenato. Rosarno brucia. Il resto dell’Italia è lontana, irraggiungibile.

l’Unità 9.1.10
Lavoro da schiavi e regole imposte dalle ‘ndrine

La sera di giovedì a Rosarno alcune centinaia di immigrati, in prevalenza irregolari, si sono riversatati nelle strade rovesciando cassonetti e incendiando automobili. La protesta è nata nel pomeriggio, dopo che colpi di fucile ad aria compressa avevano fatto una decina di feriti: una “spedizione punitiva” che li ha raggiunti nei capannoni dove vivono. La protesta è continuata ieri. Ma chi sono questi manifestanti? Uomini, sotto i 30 anni, provenienti da paesi africani. Si stima che siano dai 3 ai 5mila, lavoratori stagionali che raccolgono uva, arance, olive e pomodori. A seconda della stagione, si spostano dalla Puglia alla Campania dalla Calabria alla Sicilia. Le condizioni di vita non cambiano: non hanno casa, vivono in edifici fatiscenti, senza materassi, acqua e bagni; guadagnano dai 20-25 euro per 12/14 ore al giorno e, di questa paga, sono costretti a versare una “quota” ai soprastanti che li ingaggiano. È un lavoro semi-schiavistico e, talvolta, schiavistico in senso proprio (controllo “militare” sull’attività svolta, organizzazione gerarchica, trasferimenti coatti, punizioni crudeli). Il quadro di riferimento in cui tutto ciò si colloca non è, in primo luogo, quello razzismo-antirazzismo: è, piuttosto, quello del lavoro servile all’interno di un’organizzazione criminale (in Calabria, nelle mani delle’ndrine). E il razzismo aggiunge un elemento di oppressione e discriminazione. I fatti di questi giorni sono tutt’altro che imprevisti: già nel dicembre 2008, a Rosarno, due immigrati erano stati feriti da una analoga “spedizione punitiva”. Allora la reazione fu sostanzialmente pacifica.❖

l’Unità 9.1.10
Sfruttati e vessati
la vita infame dei «neri» nella terra dei caporali
Venticinque euro al giorno per spezzarsi la schiena e raccogliere arance nei campi controllati dalla ’ndrangheta. Tutti sanno e in troppi tacciono
di Marco Rovelli

La rivolta di Rosarno non desta alcuna sorpresa.È una conseguenza naturale entro una catena di eventi. Una presa di parola di esseri muti e invisibili, naturale e giusta. I braccianti in rivolta a Rosarno sono i soggetti più sfruttati, vero e proprio sottoproletariato moderno, e si rivoltano contro condizioni di vita intollerabili e vessazioni continue – e quando la rabbia esplode, allora non c'è più spazio per la gentilezza. Occorrerebbe pensarci prima: ma nessuno ha voluto vedere, anche se tutto era già evidente. Sono stato a Rosarno tre anni fa, avevo parlato con molti di quei braccianti, ero entrato nei luoghi dove dormono – se si può dire “entrare” in relazione a capannoni semi-diroccati e con coperture precarie. Mi raccontarono di italiani che entravano nel piazzale della vecchia cartiera di via Spinoza a pistole spianate, e sparavano colpi in aria o ad altezza d'uomo. Racconti di brccianti africani rapinati dei loro pochi averi, o lasciati come morti sui bordi della strada, aggressioni diurne e notturne, sia in paese che fuori. «Noi rispettiamo gli italiani ma loro ci trattano come animali», dice uno di loro in un video che si trova su youtube, girato in quella cartiera, spettrale terra desolata, all'indomani dell'incendio della scorsa estate. Anni di vessazioni finalizzate a tenerli al loro posto – che poi è il posto dei servi. Si trattava, dunque, di vedere quale sarebbe stata la scintilla nella polveriera. E la scintilla è arrivata.
Nei braccianti della piana di Gioia Tauro mi si è reso visibile, incarnato, il doppio ruolo del migrante: da una parte macchina produttiva sfruttabile in quanto ricattabile (e la maggior parte di loro sono clandestini, dunque l'apice della ricattabilità), dall'al-
tra capro espiatorio da perseguitare, su cui scaricare le tensioni irrisolte della società. A Rosarno i braccianti subsahariani sono l'ultimo anello di una catena di sfruttamento, che su di loro si riversa. 25 euro a giornata, con 5 euro da dare al caporale: è così anche per esteuropei e maghrebini, ma i subsahariani sono quelli – per la loro nerezza – meno voluti, quindi sono i primi a soffrire la crisi e fanno più fatica a trovare il lavoro a giornata. Braccia macchinali senza diritti né identità, che all'ennesimo sparo decidono di prendersi le strade, e uscire dal margine – con la furia di chi deve vivere nascosto e ha sempre gli occhi bassi e la schiena china sulla terra. Senza di loro, arance e mandarini marcirebbero sulle terre di piccoli agricoltori e latifondisti, devastando una terra già devastata dal dominio criminale. A Rosarno ci sono una ventina di 'ndrine, è cosa nota, com'è noto che la famiglia Pesce, la cosca più potente, ha pagato l'impianto di condizionamento della chiesa parrocchiale. Le cosche si sono arricchite col traffico di droga e armi, hanno reinvestito in attività immobiliari e finanza, e sono diventate i nuovi baroni, comprando terre a prezzi imposti grazie alla forza e alle minacce, e gestendo il mercato degli agrumi. Questo predominio ha determinato una crisi economica generalizzata sul territorio, e perciò si rende necessaria una manodopera servile e sottopagata come quella dei braccianti africani. Come il liberiano Michael, che avevo incontrato anche nelle campagne foggiane: sì, perché la grande maggioranza di questi ragazzi africani non risiede a Rosarno, ma dimora lì solo per il tempo della raccolta. Per il resto, si muove nel circuito degli stagionali, e dunque i pomodori in Puglia, le patate in Sicilia, e la base in Campania (dove Castelvolturno è la capitale residenziale, per così dire).
Alcuni cittadini di Rosarno dicono che non vogliono più immigrati, adesso. Non si interrogano però su quello che gli immigrati hanno fatto servilmente per l'economia della loro zona in tutti questi anni, che si è sostenuta sulle loro spalle, le loro schiene, le loro braccia, la loro miseria. (Del resto ce ne serviamo tutti di quel sudore, visto che il prezzo basso delle arance che compriamo è dovuto proprio alla manodopera servile). E viene da chiedersi come mai quei rosarnesi non alzino invece la voce contro la 'ndrangheta, e non dicano che è la 'ndrangheta la rovina della loro terra, e che è la 'ndrangheta a dover sparire. Sono vittime anche loro, certo: ma allora perché prendersela con altre vittime ancora più vittime? Ecco, forse dovrebbero prendere esempio proprio dai braccianti immigrati, che – come a Castelvolturno hanno avuto il coraggio di scendere in strada e far sentire a tutti che non ci stanno a subire ancora.❖

Repubblica 9.1.10
Scuola, tetto per gli stranieri Gelmini: 30% in ogni classe
Stefano Merlini, docente di diritto a Firenze: umiliato il federalismo caro al governo
"Lesa l’autonomia degli istituti si rischia l’incostituzionalità”
di Vladimiro Polchi

Lo Stato può dettare norme generali sull´istruzione, ma deve rispettare le decisioni a livello territoriale

ROMA «Il tetto agli alunni stranieri è lesivo dell´autonomia scolastica e del principio di eguaglianza». Stefano Merlini, docente di diritto costituzionale a Firenze, boccia senza appello il provvedimento della Gelmini, «che oltretutto umilia lo sviluppo del federalismo così caro a questo governo».
Professore, secondo il ministro la percentuale di studenti stranieri non potrà superare il 30 per cento. Cosa dice al riguardo la Costituzione?
«Innanzitutto questa disposizione è lesiva dell´autonomia della scuola e della libertà d´insegnamento, garantiti dai primi due commi dell´articolo 33. Lo Stato può dettare norme generali sull´istruzione, ma deve rispettare l´autonomia degli istituti. Fissando un tetto a livello nazionale, non si indica una finalità educativa, ma si stabilisce un mezzo apodittico e immotivato. Spetta invece all´autonomia della scuola e alla libertà di insegnamento dei docenti individuare i mezzi attraverso i quali realizzare le finalità educative richieste dal ministero. Non è tutto».
Cos´altro?
«L´intervento del ministro dell´Istruzione rischia anche di violare gli articoli 2 e 3 della Costituzione. Rischia cioè di essere una norma discriminante. Un limite puramente numerico agli alunni stranieri per classe presuppone infatti che il semplice status di non cittadino dia luogo di per sé a una non omogeneità culturale e scolastica, cosa che invece andrebbe accertata caso per caso, dando luogo ad azioni di recupero mirate da parte della scuola. Mi sembra infine che ci troviamo davanti a un paradosso».
Paradosso, quale?
«Questi atteggiamenti centralisti e neoautoritari mi pare contrastino nettamente con quello sviluppo del federalismo così caro alla maggioranza di governo».

Repubblica 9.1.10
Presidi e direttori didattici: "Gli studenti imparano presto la lingua. E poi che cosa significa straniero?"
"Integrazione, problema reale ma non si risolve con le quote"
I dubbi del mondo scolastico. "Iniziativa ingestibile, servono risorse"
di Marina Cavalieri

"Dove li mandiamo quelli che ‘avanzano´ e con che criterio? In giro per la città?"
"La direzione a chi deve dire di no? Chi non rientra nella quota? Esiste una graduatoria?"

ROMA Un provvedimento ingestibile. Superficiale. Inadeguato. Ideologico. Forse giusto in linea di principio, corretto nella sostanza, ma non praticabile. La nota del ministro Gelmini sulla quota di alunni stranieri nelle classi arriva in una scuola che si sente abbandonata a se stessa e priva di risorse. Cala dall´alto, senza confronti. E più che dare delle risposte, dicono gli insegnanti, crea ulteriori problemi. Più che facilitare l´integrazione pone altri faticosi ostacoli.
«Questa mattina ho inserito tre bambini macedoni, non hanno nessuna conoscenza della lingua italiana ma per mia esperienza la cosa migliore è mandarli direttamente in classe. Valutare la loro competenza linguistica e decidere di conseguenza dove "smistarli", come dice la nota, magari mandandoli ad una classe inferiore per la loro età, mi lascia perplessa, non serve perché i bambini nel giro di pochi mesi parlano italiano. Magari con un appoggio esterno, ma per quello ci vogliono risorse. Che non ci sono più. Ed è questo il vero problema». Mariuccia Zavattoni è dirigente scolastico del terzo circolo didattico di Piacenza, un istituto dove arrivavano molti bambini stranieri durante la guerra nell´ex Jugoslavia. Ha esperienza d´integrazione e sa che il mondo dell´infanzia è più semplice di quello degli adulti, che i bambini magicamente, misteriosamente, si "mescolano" senza bisogno di quote, senza pregiudizi. «Il provvedimento mi sembra soprattutto ingestibile: dove li mandiamo quelli che "avanzano" e con che criterio? Non mi sembra corretto che li distribuiamo in giro per la città. La verità è che per una reale integrazione ci vogliono risorse, risorse umane. Una volta avevamo un´insegnante che si occupava solo dell´integrazione, seguiva i bambini all´interno delle classi, faceva momenti di recupero linguistico ma ora non abbiamo più soldi».
Mancanza di risorse, e là dove c´è da investire si taglia. E la scuola rimane da sola, isolata, con il suo carico di problemi. «Ci occupiamo da anni del problema degli alunni stranieri, da noi sono circa il 40 per cento, una media tendente a crescere», dice Anelia Cassai, insegnante alla scuola media "Gandhi" di Firenze, nelle classi bambini cinesi, filippini, marocchini. «La direzione didattica a chi deve dire di no? Chi non rientra nel 30 per cento? Esiste una graduatoria? E con che criterio? Si rischia di stimolare l´abbandono scolastico, di non garantire un diritto».
Ma poi chi sono i bambini stranieri, solo quelli di prima generazione o anche di seconda? Quanto sono stranieri bambini nati in Italia che parlano italiano? «C´è una grossa questione: chi considerare straniero», dice Fabiana Fabiani, maestra in una scuola della periferia romana, Laurentino 38. «Mi sembra un provvedimento tautologico, che non entra nel merito dei problemi, come sempre si pensa ad una situazione omogenea che invece non c´è. In classe ho bambini che parlano benissimo italiano, con una conoscenza della lingua che i nostri non hanno ma che italiani non sono perché non hanno la cittadinanza. La verità è che per evitare classi-ghetto dovrebbero evitare quartieri-ghetto e per questo ci vogliono politiche territoriali non didattiche».
Senza servizi, incentivi, risorse, il discorso delle quote rischia di essere solo un provvedimento che genera discriminazione. Uno slogan ideologico. «L´indicazione del ministro Gelmini è corretta ma servono politiche territoriali», spiega Simonetta Salacone, combattiva preside della scuola Iqbal Masiq, a Roma. «È ragionevole dal punto di vista dell´integrazione, ma va governato e adattato soprattutto nei quartieri di periferia o nei piccoli centri dove la maggior parte dei residenti è straniero. Bisognerebbe accorpare le scuole in modo tale da omogeneizzare i plessi che hanno molti stranieri con quelli che ne hanno meno. Vanno fatti incentivi, con buone offerte formative, nelle scuole ad alto tasso di stranieri per non far fuggire gli italiani. Invece a volte accade il contrario. Comunque il tetto nelle scuole dove le percentuali sono altissime è inapplicabile».

il Fatto 9.1.10
Sempre più Bonino
di Stefano Felri

I l Partito democratico è sempre più vicino a sostenere la candidatura della radicale Emma Bonino alla guida della Regione Lazio. Ma non è ancora chiaro in che modo, se sarà necessario il passaggio delle primarie oppure se la leadership di Pier Luigi Bersani sarà abbastanza forte da imporre una scelta dall’alto. In Puglia le primarie sono lo strumento invocato dal governatore uscente Nichi Vendola per legittimarsi contro il tentativo del Pd di scegliere da Roma un candidato (prima Michele Emiliano, ora, forse, Francesco Boccia). Ma nel Lazio la situazione è diversa.
Dopo lo scandalo che ha portato Piero Marrazzo, governatore del Pd, alle dimissioni, il partito non è stato finora in grado di esprimere una linea netta sulla successione. Martedì prossimo si riunirà la direzione del Pd del Lazio per esprimersi ufficialmente sull’ipotesi di sostegno alla Bonino. Per allora Bersani dovrà aver chiaro l’impatto dell’eventuale endorsement. Prima di tutto dentro al partito: ci sono alcuni cattolici che continuano a non gradire il nome della Bonino, ma l’apertura dell’ex popolare Franco Marini potrebbe essere un viatico sufficiente per superare le perplessità. Poi ci sono i sostenitori delle primarie, come Stefano Ceccanti, che sostengono la necessità di consultare la base. Anche se con un candidato forte e molto attivo come Renata Polverini dall’altra parte procedere alle primarie potrebbe significare prolungare un impasse del Pd laziale che dura da almeno tre mesi.
D a ieri iniziano a essere più evidenti le ripercussioni a livello nazionale. L’Italia dei valori di Antonio Di Pietro, che in materia di giustizia ha posizioni opposte a quelle dei Radicali: “Non abbiamo critiche da muovere alla Bonino o ai radicali, ma chiediamo ai nostri alleati del Pd di costruire alleanze omogenee”. Il leader radicale Marco Pannella, invece, ha auspicato ieri che l’eventuale intesa sul nome della Bonino non sia un episodio isolato, ma venga accompagnata da un “patto di consultazione” con il Pd. Bersani si prepara quindi alle Regionali con tre alleati decisivi, l’Udc, i Radicali e l’Idv tutti, per ora, non troppo soddisfatti delle contropartite ottenute dal Pd.

il Riformista 9.1.10
Con Emma Bonino e senza la Binetti perdo contento
di Diego Bianchi

Ciao Diego, ma tu cosa ne pensi di questa nuova figura dell’esploratore democratico? Hai capito concretamente Boccia e Zingaretti cosa abbiano fatto?
Circolo Pd Vasco de Gama
L’esploratore democratico in effetti mancava alla galleria di cariche e profili che in questi due anni si sono affastellati nel Pd. Se si pensa che quella dell’esploratore è mansione totalmente antitetica nella sostanza alla mai troppo apprezzata e sempre temuta prassi delle primarie (un uomo indicato dal partito individua il candidato migliore anziché farlo scegliere dal corpo elettorale del partito stesso), davvero risulta difficile capire, e poi metabolizzare, quale sia la schizofrenica logica che guida la selezione della classe dirigente. Inoltre, il cappello d’esploratore messo in testa a Zingaretti (incaricato di trovare qualcuno che gli levasse di torno definitivamente la questua di fan adoranti che lo reclamano ogni volta si voti per qualcosa intorno al Gra) e Boccia (incaricato di trovare qualcuno che lo convinca di essere l’uomo giusto per prendere un’altra tranvata da Vendola) è cosa quanto meno bizzarra, per non dire offensiva, agli occhi di chi ha partecipato alle primarie del 25 ottobre. Oltre ad eleggere Bersani, le primarie erano servite anche ad eleggere svariati segretari regionali, tra cui Mazzoli, nel Lazio, e Blasi, in Puglia. Ora, un segretario regionale fresco di mandato popolare, se non viene giudicato idoneo a ricevere il mandato di esplorare nel partito e intorno al partito della sua regione, che mandati potrà mai ricevere in futuro? E che autorevolezza potrà mai avere sul territorio? Fossi uno di loro, ora come ora, esplorato nell’intimo per ragioni di forza maggiore, mi sentirei più in imbarazzo che se mi passassero addosso un body scanner.
Caro Zoro, cosa ne pensi della candidatura di Emma Bonino a governatore del Lazio? Il Pd deve appoggiarla oppure no? La Polverini è un osso durissimo, secondo me la Bonino non ce la fa.
Circolo Pd Radicali Per Radicarsi Nel Territorio
La cosa divertente di questa stramba strategia delle alleanze portata avanti dalla segreteria Bersani è l’apparente botta di culo che si sta per verificare nel Lazio. Qui, per provare a vincere dando la sensazione di crederci, pur con tutte le alleanze del caso e tutti i moderati contenti e tutta la compagnia delle tele del dialogo ebbra di felicità, sarebbe probabilmente bastato che uno come Enrico Letta o una come Rosy Bindi si fossero spesi in prima persona contro l’invincibile Polverini, eroina di Ballarò diventata mostro di carisma, spessore politico e sex appeal quale neanche lei ha mai saputo di essere, una specie d’incrocio tra Nilde Jotti, Rosa Luxembourg, Evita Peron e Monica Bellucci che anima gli incubi dei succedanei di Marrazzo ogni notte di più. Visto che però i leader del Pd di sporcarsi
la leadership non ne vogliono sapere, meglio della Bonino non ci poteva oggettivamente capitare. Perdere perderemo, forse. Ma siccome di recente ho già perso con Rutelli, almeno stavolta perdo contento. Se poi a corredo ci si mette pure l’ipotesi che si concretizzi finalmente la minaccia binettiana di abbandondare il Pd, non ci starei troppo a pensare su.
Ma tu hai capito quante regioni dobbiamo tenere delle undici vinte cinque anni fa per poter essere soddisfatti della tornata elettorale prossima ventura?
Circolo Pd Barra Storta
Bersani ha chiaramente detto che con i risultati delle ultime europee di regioni se ne tengono sì e no tre, plagiando in tutto e per tutto l’adagio bipartisan di ogni neoeletto per cui le responsabilità dei predecessori non finiscono mai, e le proprie non si capisce mai bene quando comincino. Se questo modo di raccontare le cose sia parte dell’abc del professionismo della politica lo ignoro, ma se fosse questo un parametro per capirlo, si può tranquillamente dire che al Pd, contrariamente a quanto sostenuto fino alle ultime primarie, i professionisti non sono mai mancati. È tuttavia vero che, a differenza di tanti suoi colleghi, Bersani ha stupito i giornalisti presenti alla sua ultima conferenza stampa dicendo che lui non intende partecipare alla chiacchiera quotidiana e che parlerà meno di altri. Temo di non reggere il momento in cui comincerà, tra una mela e una stella cometa,
tra uno tsunami e una barra dritta, a parlare anche lui di fuoco amico. Ad un coniatore di metafore creativo come lui dovrebbe risultare particolarmente banale e abusata, sebbene sempre utile a pararsi il culo.
Ciao Diego, hai visto ieri AnnoZero? Ti è piaciuto Vendola? Lo voteresti?
Circolo Pd Ave Nichi
Sì, ieri ho visto Santoro e Vendola e tutto il resto, e nonostante la trasmissione fosse più o meno consapevolmente congegnata per spingere la candidatura del leader di SeL a tal punto da farla risultare insostenibile, confesso che su di me Vendola esercita un fascino tutto particolare, mi affabula, mi frega, e probabilmente, vivessi in Puglia, lo voterei. Detto ciò, non nego il disappunto provato ad inizio programma quando Santoro ha spiegato che la Bonino non era andata perché «ora che fa audience non va dove non la invitavano prima». Ho pensato amareggiato che non appena mi sento contento di votare qualcuno, questo mi frega in meno di un’ora, ma tant’è, c’è di peggio. Per esempio c’è che in quel salotto lì, che può piacere o meno ma a qualche milione di persone vagamente di sinistra piace e non poco, a rappresentare il Pd ci fosse nientemeno che Alba Parietti, una che vanta nel cv di essersi fatta fare la tessera del Pci da Fassino e che ha recentemente dichiarato che quando lei entra in un ristorante, Berlusconi si alza subito e Prodi no. Poi dice che uno rimpiange Prodi.

l’Unità 9.1.10
Il «popolo viola» torna a riunirsi. Per organizzarsi
Assemblea oggi a Napoli. Si parlerà di regole: come prendere le decisioni, quali iniziative intraprendere e quali sostenere
di Francesco Costa

Forse la politica si è dimenticata di loro, avvolta com’è dalla campagna elettorale in vista delle elezioni regionali. Di certo loro non si sono dimenticati della politica, e un mese dopo il No Berlusconi Day tornano a incontrarsi, per discutere e ragionare del loro futuro.
L’appuntamento è fissato per oggi a Napoli, saranno presenti gli organizzatori della manifestazione del 5 dicembre e decine di rappresentanti dei gruppi locali sparsi provenienti da tutta l'Italia. Il tema della discussione è ineludibile: se organizzare una manifestazione nazionale senza un’organizzazione collaudata è un'impresa non indifferente, creare una struttura capace di darsi degli obiettivi politici e lavorarci sul lungo periodo è affare che richiede molta più fatica, intelligenza e pazienza. E anche qualche regola. Alcune sono già state decise: tenere le riunioni nei fine settimana per garantire la massima partecipazione, rendere pubblici verbali e interventi, impostare una rotazione di chi partecipa a trasmissioni radiofoniche e televisive, così da «evitare l’identificazione del Popolo Viola con una sola persona o con un gruppo ristretto di individui».
Altre regole saranno discusse e decise quest’oggi: come prendere le decisioni, quali iniziative organizzare e quali sostenere, come gestire i rapporti con i gruppi locali. Con la speranza che servano e bastino a superare definitivamente la polemica interna emersa tra gli organizzatori nelle settimane successive al No B. Day, che ha determinato il rinvio del meeting nazionale, inizialmente previsto per l’ultimo fine settimana di gennaio, e reso necessario l’incontro di oggi.
«Una rete ampia e variegata come la nostra rende complicata la perfetta circolazione delle informazioni in circostanze convulse come quella del mese scorso», spiega Gianfranco Mascia, tra gli organizzatori della manifestazione del 5 dicembre. «Qualcuno ha erroneamente pensato che alcuni promotori si fossero autonominati portavoce del movimento, a causa dell’inevitabile visibilità dei giorni del No B. Day».
«In più spiega Anna Mazza, organizzatrice della riunione nazionale di oggi la comunicazione su internet ha tanti pregi ma anche il difetto di rendere facile la vita di ogni genere di disturbatori e paranoici». Polemiche, accuse sulla gestione dei rapporti con i partiti, lunghi scambi di email e messaggi su Facebook, poi un chiarimento e l’accordo per incontrarsi oggi e sciogliere tutti i nodi. Prima che a incidere sulla politica italiana, il popolo viola è chiamato a vincere una sfida ricorrente per la sinistra italiana: emanciparsi dalla cultura del sospetto, guarire dai vizi della litigiosità e del frazionismo.❖
IL POPOLO VIOLA: www.ilpopoloviola.it

Repubblica 9.1.10
L’Onda Viola arriva a San Pietro
"Noi trasversali ai partiti, dal Papa per la pace". E oggi primo raduno a Napoli
L´idea lanciata da un italiano che vive in Finlandia. Un nuovo passo dopo il corteo di dicembre
di Alessandra Longo

ROMA Domenica 10 gennaio, piazza San Pietro. Una delegazione del popolo viola, quello del No Berlusconi Day, partecipa, «mischiata alla folla», alla Santa Messa, capo chino, segno della croce, massimo rispetto. Una «presenza silenziosa», in attesa dell´Angelus di Benedetto XVI. Alle 11.30 in punto ecco l´evento: «Ci togliamo la giacca o il soprabito e sfoderiamo i nostri maglioni o felpe viola e lanciamo in cielo centinaia di palloncini viola...». Non è uno scherzo, non è una provocazione. E´ il copione che gira in queste ore nella rete, la chiamata a raccolta delle «anime cattoliche» del movimento che cercano «visibilità». Un evento che si sovrappone casualmente alla giornata di oggi quando, a Napoli, altri viola daranno vita al primo raduno nazionale. Per trovarsi, annusarsi, anche fisicamente. Per decidere che cosa fare del patrimonio acquisito con la megamanifestazione del 5 dicembre scorso.
Oggi quasi un «congresso» (ma loro non lo chiamerebbero mai così), domani tutti da Ratzinger. Non c´è un cervello unico che pensa e decide. C´è quella che i viola chiamano «intelligenza collettiva». L´idea di andare alla «Santa Messa» è venuta a tal Bruno Marone, un italiano che vive e lavora in Finlandia. Lui l´ha lanciata ma non ci sarà. Ci si potrebbe chiedere che cosa c´entra il Papa con la comunità del No Berlusconi Day. Fabrizio, uno dei coordinatori romani del popolo viola, riassume quasi sorpreso: «Siamo trasversali ai partiti e, ovviamente, anche le nostre anime sono multicolori. A San Pietro ci sarà quella componente cattolica che condivide con la Chiesa gli ideali di fratellanza, uguaglianza degli individui, libertà e pace dei popoli, il rispetto dei diritti umani. A San Pietro i viola cattolici andranno a chiedere la benedizione per il nostro cammino verso una società più equa».
Sì, la «benedizione» del Papa. Difficile imbrigliarli, dare loro un´identità. Chi aspetta l´Angelus, chi suggerisce di impegnarsi per la candidatura di Emma Bonino nel Lazio. Un magma stordente, un fiume carsico che segue percorsi non prevedibili. Ieri, per esempio, quasi introvabili le notizie sul raduno dell´Angelus. Poi, verso sera, brandelli di organizzazione online: «Ore 11.35: lanceremo centinaia di palloncini viola in aria... avremo un sacco di visibilità visto che la Messa è trasmessa in tutto il mondo!». A seguire dettagli pratici come il costo delle bombole d´elio, il prezzo dei cartoncini viola «Formato A4», da riempire con «una scritta o un´immagine visibile dall´alto». Abbigliamento? «Il più viola possibile». Pioverà? «Ombrelli viola, sempre per questioni di visibilità».
«Flash mob» in piena regola. Che cos´è il flash mob? Un evento che coinvolge in maniera fulminea un gruppo di persone che «si riuniscono all´improvviso in uno spazio pubblico», convocandosi via internet e con i cellulari. Questo è il popolo viola, un esercito senza generali, in cui ognuno dice la sua. Su San Pietro non tutti, per esempio, sono d´accordo. «Non mi sembra una cosa di buon gusto dice Dario, simpatizzante viola e "amico di Beppe Grillo" e potrebbe rivelarsi controproducente...». E altri: «Se si facesse una bella manifestazione anticlericale contro il Vaticano Spa, allora potrebbe essere condivisibile la location. Ma così sembra più un appuntamento per la serie "Tutti a piazza Navona a prendersi a cuscinate"». Chissà come faranno oggi, a Napoli, quando dovranno necessariamente raggiungere una sintesi rispettosa di tutte le anime.

Repubblica 9.1.10
Carceri, record di suicidi nel 2009 settantadue decessi e quest’anno già quattro casi
di Enrico Bonerandi

L’ultimo morto a Sulmona, dove un altro detenuto è stato salvato nelle stesse ore
Sotto accusa la condizione disumana in cella e la carenza di guardie

MILANO Antonio Tammaro si è impiccato l´altra sera nel carcere di Sulmona legando le lenzuola alla grata della finestra. Tornava da un permesso premio. Un altro detenuto ci ha provato, tagliandosi le vene e cercando di impiccarsi, nelle stesse ore e sempre a Sulmona, ma è stato salvato. «Qui è peggio dello Spielberg di Silvio Pellico», commenta Leo Beneduci, segretario del sindacato degli agenti penitenziari Osapp: a Sulmona ci sono stati 10 suicidi in 15 anni. Nel carcere di Verona si è tolto la vita Giacomo Attolini, 48 anni, che è la vittima numero quattro in questo scorcio di 2010. Nel 2009 i suicidi tra i reclusi sono stati 72, il massimo storico nel nostro Paese.
Nessuno si stupisce di questa strage. Le carceri sono sovraffollate, con organici carenti di guardie e strutture sanitarie inadeguate, dopo il passaggio delle competenze dal Ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale. Mancano psicologi ed educatori. Detenuti ammassati come bestie 22 ore su 24, lontani dalle famiglie nonostante la promessa «regionalizzazione». Tossicomani in crisi di astinenza abbandonati a se stessi. La percentuale di suicidi è 20 volte superiore a quello che accade tra le persone libere.
«Non è così anche in Paesi ritenuti meno civili dell´Italia. In Romania ci sono 5 suicidi l´anno su 40mila detenuti, in Polonia la metà che da noi, con una popolazione carceraria più vasta segnala l´Osservatorio permanente sulle morti in carcere Eppure il 90 per cento di chi vuol togliersi la vita viene salvato. Sette volte su 10 ci pensano i compagni di cella, per il resto intervengono le guardie». Dice un altro sindacalista della polizia penitenziaria, Donato Capece: «È un´emergenza quotidiana. Ogni mese arrivano tra mille e 1600 detenuti, per qualsiasi reato, e si sta creando una pattumiera in cui si butta di tutto».
«I poliziotti penitenziari si accollano responsabilità non proprie per il degrado esistente aggiunge Beneduci Ma sono ogni giorno di meno e non possono più prevenire alcuna forma di violenza». Una beffa le promesse del ministro Alfano, che annunciò lo scorso dicembre 2mila agenti carcerari in più: «Di tale provvedimento non c´è traccia nella nuova legge finanziaria». Non c´è che aspettarsi il peggio? «Una speranza c´è afferma invece la radicale Rita Bernardini, prima firmataria di una mozione sulla situazione carceraria che andrà in discussione martedì prossimo, con il supporto di un sit-in davanti a Montecitorio Lo dico per una sola ragione: altrimenti c´è lo sfascio. Le carceri stanno diventando ingestibili».
La mozione radicale ha tra i propri firmatari numerosi esponenti del Pd, e anche alcuni della maggioranza. Il Pd stesso ne ha presentata una propria, e così faranno forse l´Udc e l´Idv. Molti punti coincidono: misure alternative, tossicodipendenti in strutture di cura, rinforzo del numero degli agenti. «Se tutto resta com´è, lo sfoltimento delle carceri avverrà con i suicidi commenta Rita Bernardini Improponibile, anche in quest´epoca forcaiola».

il Fatto 9.1.10
Sulmona. Ecco il carcere dei suicidi
Un morto giovedì: è il quindicesimo in dieci anni
di Rita Di Giovacchino

Quattro detenuti suicidi in otto giorni. La tragica sequenza è culminata nelle ultime 24 ore
con due impiccati alle sbarre della cella e un terzo, salvato in extremis dagli agenti di custodia. Il primo suicidio a Verona, gli altri due a Sulmona nel tristemente noto “carcere dei suicidi”. La nostra piccola Guantanamo. Qui, negli ultimi dieci anni, si sono tolti la vita in quindici. Anonimi pregiudicati, boss famosi, picciotti pentiti. Ma anche il sindaco di Roccaraso Camillo Valentini, politico locale emergente, trovato morto in cella il 16 agosto del 2004 soffocato da un sacchetto di plastica. Era stato arrestato poche ore prima per una storia di mazzette. Ma a Sulmona, record dei record, si è uccisa anche la direttrice, Armida Miserere. Alla vigilia di Pasqua, il 19 aprile 2003, si è chiusa nell'appartamento di servizio e dopo essersi stesa sul letto si è sparata in bocca una pallottola calibro nove. Anche in questo caso l'inchiesta fu chiusa in fretta addebitando il tragico gesto alla “depressione”. La morte è tornata a bussare in via Lamaccio alle 17,45 di giovedì. Il carcere di Sulmona è un brutto cubo di cemento grigio, che riflette i bagliori della montagna innevata. Il detenuto suicida si chiamava Antonio Tammaro, 28 anni, di Villa Literno. Non si sa perché sia finito lì, non aveva alcuna pena da scontare, era soltanto un “soggetto socialmente pericoloso”. Il carcere di Sulmona ospita invece ergastolani, boss, terroristi, assassini, gente da “fine pena mai” o sottoposta al 41 bis. Il povero Tammaro aveva solo qualche disturbo psichico, niente a che fare con terroristi come Nadia Lioce, transitata qui un paio di anni fa. O mafiosi come quel Guido Cercola, condannato all'ergastolo per la strage di Natale del 1984. Anche lui si è tolto la vita il 4 gennaio 2005 impiccandosi alla spalliera del letto. Tammaro, ad onta della pericolosità, era appena rientrato da un permesso premio. Forse non ce l'ha fatta a riaffrontare via Lamaccio. La notizia è rimbalzata da un braccio all'altro e, poche ore dopo, un altro detenuto ha provato a togliersi la vita. Per fortuna questa volta gli agenti sono arrivati in tempo.
L'altro detenuto, suicida nelle ultime ore, si chiamava Giacomo Attolini, aveva 48 anni, era un pizzaiolo di origini siciliane residente da tempo a Villafranca di Verona. Il 2 gennaio, ad Altamura, vicino Bari, si è ucciso Pierpaolo Ciullo, 39 anni. E tre giorni dopo si è impiccato nel carcere Buoncammino di Cagliari, Celeste Frau, 62 anni. Tutti italiani. “Adesso è davvero emergenza”, denuncia l'Osservatorio permanente sulle carceri. Se nel 2009 i suicidi nelle prigioni sono stati 72, una media degna dello Spielberg di Silvio Pellico, nel 2010 potrebbe andare peggio. Questo il giudizio unanime dei sindacati degli agenti penitenziari. La frequenza dei suicidi in carcere è in Italia 20 volte più alta rispetto ad altri paesi, anche meno “'democratici”. In Romania, ad esempio, dove ci sono 40mila detenuti i suicidi non più di cinque l'anno. In Polonia, su 80mila, è meno della metà. E negli Stati Uniti il numero dei suicidi si è ridotto del 70 per cento grazie al lavoro di una sezione ad hoc del Dipartimento federale. Dice Donato Capece, segretario del Sappe che “quattro suicidi in otto giorni sono cosa indegna di un paese civile”. Per Luigi Manconi , presidente dell'associazione Buon Diritto, “bisogna fermare questa strage”. Ma sono davvero tutti suicidi? L'interrogativo si è più volte proposto soprattutto a Sulmona, dove ieri sera i detenuti hanno dato vita a proteste battendo con le pentole contro le sbarre, chiedono che sia aperta un'inchiesta sulle condizioni di vita interne al carcere. Perché si è suicidata Armida Miserere? Cosa aveva scoperto? In verità i casi più sospetti avvennero dopo la sua morte: nel 2005 Nunzio Gallo, camorrista con la passione di fare il cantante, aveva in effetti cominciato a “cantare”. Pochi giorni dopo lo trovarono impiccato. Poi toccò a Cercola, che in quel carcere ci stava da 20 anni, un detenuto “stabilizzato”, tranquillo. Ma pochi mesi dopo sarebbe cominciato il processo Calvi e lui era stanco di stare in carcere. Il primo a manifestare dubbi sul suicidio del sindaco Valentini fu Ottaviano Del Turco: “Camillo non era uno che si ammazzava”. Poi toccò a lui di finire in quel carcere e a preoccuparsi fu Marco Pannella: “Bisogna trasferire Del Turco, quando in un carcere ci sono stati troppi suicidi, vuol dire che ci sono omicidi”. Ma per molti la storia del carcere di Sulmona è solo un caso limite. Una maledizione nella maledizione che incombe su tutte le carceri d'Italia.

Repubblica Firenze 9.1.10
Si parte agli Innocenti con foto e dibattito
Pitti Uomo si annuncia anche con una mostra fotografica e un dibattito su «La condizione maschile», organizzati dall´azienda di calzature Manas. Allo Spedale degli Innocenti, da lunedì 11 gennaio (fino al 17 gennaio ore 10-20) saranno esposti oltre 250 ritratti di uomini realizzati dai ragazzi de La Sterpaia, Bottega dell´Arte della Comunicazione diretta da Oliviero Toscani: in piazza Santissima Annunziata saranno allestiti 20 totem a tre facce, con riproduzioni in scala gigante, alti circa 3 metri con ritratti maschili, mentre nella Sala del Brunelleschi e nel Cortile degli Uomini, verranno esposte oltre un centinaio di immagini. Bambini, vecchi, ragazzi, poveri, ricchi, alti, bassi, magri, grassi: foto di italiani scattate in giro per la penisola dal 2007 ad oggi. E sempre lunedì 11 gennaio, all´inaugurazione della mostra (ore 18) all´Istituto degli Innocenti, a parlare di "condizione maschile" ci saranno Paolo Crepet, Philippe Daverio, Raffaello Napoleone, Cleto Sagripanti, e i due candidati alla presidenza della Toscana e del Lazio per i radicali, Oliviero Toscani ed Emma Bonino. (m. a.)

venerdì 8 gennaio 2010

l’Unità 8.1.10
Bonino: «Corro anche senza il Pd. Le primarie? Non c’è tempo per farle»
La lunga giornata della leader radicale. Bersani appoggia ma non dà il via libera e i cattolici mugugnano. «Solo i bigotti e i clericali hanno problemi su di me...»
di Andrea Carugati

Bersani
«Ora tocca a lui risolvere le
contorsioni del Pd. Se ci
stanno bene, altrimenti
amici come prima. Io sto
già preparando il comitato»
Il veto della Binetti
«Non mi passa per il
cervello l’idea di dire “o me
o lei”». Franco Marini le dà
una mano: candidatura
forte, non vedo problemi»

Una giornata nel limbo, in attesa di una chiamata che non è ancora arrivata, iniziata a Repubblica tv con un’intervista da candidata in pectore alla regione Lazio, e poi sfumata in una lunga serata alla storica sede dei radicali a Torre Argentina, tra sigarette, firme da raccogliere e le torrenziali parole di Marco Pannella. No, il via libera di Bersani non c’è stato, quel «non abbiamo pregiudiziali» è pochino, non è quel mandato pieno che ormai Emma Bonino si aspettava.Bersani ha preso ancora tempo, ieri nessun contatto con il leader Pd. Ma Emma va avanti lo stesso: «Ci sono delle contorsioni nel Pd, spetta a Bersani risolverle, la palla ce l’ha lui. Qualunque cosa decidano io sono comunque candidata con la lista Bonino-Pannella. Se ci stanno bene, altrimenti amici come prima. Io la mia decisione l’ho presa, mi sono esposta, ho detto “ci sono”. E ci sono».
Nessuna retromarcia, tanto che ieri sera a Torre Argentina già si lavorava sul comitato «Emma for president» e sulle firme da raccogliere, «tutte legali, noi non facciamo come gli altri partiti», 11mila solo nel Lazio, 160mila in tutta Italia, «perché le nostre liste ci saranno in tutte le regioni,e il Pd deve dirci se vuole allearsi con noi non solo nel Lazio, ma in tutta Italia». «Noi in Piemonte vorremmo sostenere la Bresso. Ci dicano se ci vogliono...», insiste la Bonino. Confessa di aver deciso di correre nel Lazio per lo «slabbramento», per «il vuoto che ho visto intorno». Ma le resistenze sul suo nome non mancano. Ci sono vari cattolici del Pd che mugugnano, ma anche a sinistra della coalizione non mancano i mal di pancia. Ieri alla riunione del Pd del Lazio in tanti, di varie anime (da Roberto Morassut a Ileana Argentin alla sinistra di Vita e Nerozzi), hanno chiesto le primarie. «Non ci stiamo coi tempi», replica lei. «Si vota a marzo di quest’anno, non del prossimo...». Solo una battuta, ma che la dice lunga: è molto difficile che la Bonino accetti di confrontarsi ai gazebo. Oggi l’incontro tra la leader radicale e una delegazione del Pd del Lazio (ci sarà anche Maurizio Migliavacca) per sbloccare l’impasse. Poi c’è la “questione cattolica”. «Forse sono i clericali e i bigotti ad avere qualche problema. Le nostre battaglie, come aborto e divorzio, le abbiamo vinte grazie al voto dei credenti, a un sentire comune sui temi della libertà e della responsabilità». E la Binetti che minaccia di lasciare il Pd per protesta contro di lei? «A me non è mai venuto in mente di dire “o io o la Binetti”, non mi passa per l’anticamera del cervello. È un modo di vivere la politica che non mi appartiene per niente». Un sostegno di peso le arriva da Franco Marini, padre nobile dei cattolici Pd: «La Bonino è una candidatura forte, non vedo alcun problema. E poi non stava con noi già nel 2008?». E i dubbi a sinistra? «Ho fatto lealmente parte del governo Prodi e avevo come collega ministro Ferrero», risponde lei. Si definisce una figura «aggregante, la mia storia lo dimostra», e, dati alla mano, «capace di pescare consensi anche a destra». «L’Istituto Cattaneo ha dimostrato che, alle ultime europee, i flussi di voti verso i radicali sono venuti più da destra che da sinistra, da un elettorato che non si ritrova nelle posizioni della Lega». Le incertezze di queste ore non le piacciono, le ricordano i riti della vecchia politica, della partitocrazia che tanto ha combattuto. E si rivolge a tutti gli
I Verdi: «È la candidata di tutti Può battere la Polverini»
«Ormai i giochi sono fatti: è Emma Bonino la candidata e di grande prestigio e di qualità di tutto il centrosinistra alle prossime elezioni regionali nel Lazio. Può battere la Polverini. Adesso il Pd esca dagli indugi». Lo dichiara il presidente dei Verdi Angelo Bonelli.
elettori: «La degenerazione dello stato di diritto e della democrazia riguarda tutti, la mia candidatura è un’alternativa e un’opportunità».
A chi le chiede dei programmi risponde con il menù tradizionale della bottega radicale: carceri, ammortizzatori sociali, stato di diritto, integrazione rigorosa degli immigrati, famiglia e trasparenza della pubblica amministrazione. Alla Polverini, nonostante il fair play, prende le subito le misure. A partire dal nucleare. «Io faccio una scelta di campo differente, per me non porta vantaggi sul lato dei costi-benefici». Poi c’è tutta la questione delle nomine in Regione: «L’unico strumento efficace per me è la trasparenza, l’indipendenza delle giurie sulle gare d’appalto, rendere pubblici i curriculum dei componenti delle gare aggiudicatrici». No al quoziente familiare, uno dei pilastri dell’accordo Udc-Polverini: «Mi sembra uno strumento per inchiodare ancora di più le donne a casa». Una stoccata a «Renata» anche sul suo supporter Storace: «È lui che ha fatto ereditare una voragine finanziaria spaventosa alla Regione Lazio, 10 miliardi di debiti». Ma anche a sinistra c’è un’eredità pesante...«La vicenda Marrazzo ha dato un duro colpo al centrosinistra, non sarà una partenza facile...». Sui temi etici nessuna marcia indietro, anzi. «Sulla vita ci deve essere una libertà di scelta personale, non c’è nulla di estremista nel dirlo, mia madre che è cattolica mi ha insegnato il libero arbitrio». Parole nette anche sulle coppie di fatto: «Ognuno organizza i propri affetti come può. Non dare un riconoscimento alle coppie di fatto che vivono insieme, etero e omosessuali, è non voler riconoscere i diritti della persona e soprattutto un’evoluzione della società, che c’è ed è sotto i nostri occhi. È come chi non vuole riconoscere la necessità di una politica di integrazione per gli immigrati». Due stoccate all’Udc: «Molti di loro di famiglie ne hanno tre. L’ipocrisia deve avere qualche limite». E ancora, sulle alleanze: «Credo che molte delle contorsioni del Pd dipendano dalle geometrie variabili dell’Udc, un meccanismo un po’ opaco. A Casini vorrei chiedere: perché sostiene Mercedes Bresso e non me?».❖

l’Unità 8.1.10
«Mille volte Emma»
«Macchè, è la prova che il Pd è morto»
Le voci del web: molto entusiasmo, qualche mugugno ma più sullo stato del centro sinistra che sulla candidata «Ma così il mio voto cattolico ve lo scordate...»
di Mariagrazia Gerina

Donna capace e intellettualmente onesta: perché non sostenerla?». Oppure: «Con la Bonino si ricomincia a sperare». Dunque: Bonino for president?
Aspettando la decisione del Pd, lo abbiamo chiesto ai lettori dell'Unità. Gli entusiasti sono tanti. D’altra parte a lanciare la sua candidatura, prima ancora dei radicali, sono stati i gruppi Pd su facebook. «C'è Emma Bonino? Bene! Avanti tutta. Convinzione, chiarezza con i cittadini, programma, e...responsabilità per vincere!», scalda il tifo Adriano. «Sì mille volte Emma», rilancia la ola Ettore. «Con la Bonino e senza Udc e Binetti. Mi associo al plebiscito», taglia corto Augusto. La leader radicale spopola tra i delusi: «Uno dei politici di razza, ha segnato un gol all’attonita e scombinata difesa del Pd con un perfetto contropiede», si entusiasma Humfrey.
Ma non a tutti il nome della leader radicale va giù. «No la Bonino No», grida Aldo, che avrebbe visto meglio l’economista Loretta Napoleoni («Via la foto di Emma e su quella di Loretta», rilancia un altro supporter). «L’unica per me in grado di battere la Polverini è e rimane la Rosy Bindi», prova a suggerire l’alternatica Gianfranco. C’è chi ironizza: «Non sapete quanto mi piacerebbe averla come avversario» (Massimo
Canario). «Perfetto: ora non saprò più quale candidata di destra votare» (Stefano). Chi, vedendo in lei l’antica avversaria, la prende come una sconfitta in partenza per la sinistra. O per il Pd. «La candidatura della Bonino scandisce Silvia è la riprova che il Pd è morto, non voterò mai una liberista, una che voleva affossare il sindacato, che promuove la deregulation del lavoro e privatizzazioni a gogo... senza contare che è una guerrafondaia!». Chi più moderatamente, avverte: «Sicuramente la Bonino è persona seria e onesta. Ma attenti, ai radicali». «E comunque se si vuol candidare deve prima dimettersi da senatrice». E poi ci sono i cattolici o quelli preoccupati del voto cattolico: «Nel Lazio con la Bonino perdiamo, non prendiamo un voto cattolico, nemmeno il mio», avverte Emilio. Enzo prova a riassumere così le ragioni degli uni e degli altri: «In Vaticano la vedono come fumo agli occhi. Neanche io, ex militante del Pci, la voterò». Nessuno invece pare disperarsi se per sostenere la Bonino il Pd perderà la Binetti. Anzi: «Stracontento di una persona tanto per bene», dice Max di Emma. «E se si aggiunge che così facendo la Binetti davvero se ne va, come dice, allroa si che sarebbe fantastico?».
Emma saprà far tesoro di tanto entusiasmo e convincere gli scettici? Intanto, nel tam tam dei nostri lettori finisce anche il commento di un elettore del centrodestra: «Io voto a destra, ma stavolta mi schiero con la Bonino, persona la cui nobiltà politica e morale è indiscussa».❖

l’Unità 8.1.10
La doppia forza di Emma
La candidatura della Bonino nel Lazio può avere due vantaggi: raccogliere ampi consensi a sinistra e attirare chi sta dicendo “quasi quasi Polverini”
di Luigi Manconi

Qui – e grazie al cielo, non solo qui, anzi... ci auguriamo con tutte le forze che Emma Bonino sia la candidata dell’intero centrosinistra alla presidenza della regione Lazio. Può vincere, la Bonino? Certo, può vincere pur in una competizione che si annuncia assai difficile. La Bonino ha due vantaggi: a) può raccogliere i consensi più ampi all’interno della sinistra fino alle componenti estreme, sollecitando al voto settori tentati dall’astensionismo o spazientiti (e come potrebbero non esserlo?) dalle infinite vicissitudini che travagliano il Pd; b) può attrarre i voti di tutti coloro che “ma la Polverini non è poi così male”. Sì, la Polverini “non è poi così male”: ed è il miglior frutto dell’ormai avvizzito campo della destra italiana. E allora? La fine delle ideologie e la crisi delle categorie classiche di destra e di sinistra solo ai superficiali, o agli imbroglioni, può apparire come il declino di qualunque differenza tra due aree che restano in conflitto, quella di centrodestra e quella di centrosinistra. E solo i neofiti di tutte le mode ̆ possono credere che “trasversale” sia un concetto da enfatizzare acriticamente, quasi fosse, che so, la Transavanguardia di Achille Bonito Oliva. Certo, le posizioni della Polverini sull’immigrazione o sugli ammortizzatori sociali non sono incomparabilmente diverse dalle mie: ma so che è la candidata di uno schieramento, dove le sue opzioni sono irreparabilmente minoritarie e le posizioni lì prevalenti sono, su altre questioni, nemiche (sì, nemiche) delle mie. E quelle posizioni del centrodestra hanno a che fare con il governo della regione? Hai voglia che ce l’hanno. Dunque, cosa si aspetta a indicare Emma Bonino come candidata? Si decida, insomma.
A proposito di Radicali. Qualche tempo fa Nichi Vendola, li definì “incompatibili” con il proprio schieramento. È un giudizio che sento ripetere da decenni all’interno della sinistra. Chi lo formula, in genere, contesta le posizioni dei Radicali in materia di politica estera oppure in materia di politica economica. Queste ultime sono le posizioni che una certa sinistra come scrive Daniela Preziosi in una bella intervista a Emma Bonino sul Manifesto definisce ultraliberiste.
Confesso di aver avuto anch’io qualche pregiudizio in tal senso, ma ho dovuto ricredermi analizzando più a fondo le scelte dei Radicali, che sono semplicemente liberali, ma collocate all’interno di una concezione che prevede un sistema di welfare non solo più moderno (più adeguato alla nuova composizione sociale), ma soprattutto più universalistico di quello attuale. In ogni caso, che vi siano differenze rilevanti è un elemento naturale, e ineludibile, di tutte le coalizioni. Ma c’è il rischio che quelle differenze siano frutto esclusivo di stereotipi. Si prenda la questione dell’immigrazione. L’intera sinistra e, in particolare, le sue componenti estreme, sono state completamente assenti e silenziose di fronte alle radicali (in tutti i sensi) vertenze sul tema, condotte nello scorso anno dai Radicali. In ultimo, lo sciopero della fame, attuato da centinaia di immigrati regolari, perché i tempi previsti dalla legge (45 giorni) per il rilascio o il rinnovo del titolo di soggiorno, siano rispettati (oggi l’attesa arriva fino a 15 mesi). Come si vede, si tratta di una battaglia tipicamente di sinistra, anche secondo i più classici canoni: e questo consente di leggere il repertorio di obiettivi e di metodi dei Radicali sotto una luce diversa. Si può scoprire, così, che forse si tratta proprio della più efficace e coerente, matura e intransigente politica di sinistra oggi praticabile: e proprio perché affonda le sue radici nelle contraddizioni più acute e qualificanti del sistema di cittadinanza contemporaneo e delle attuali relazioni tra individuo e Stato. Testamento biologico e diritti dei detenuti, condizione dei migranti e critica dei proibizionismi sono altrettanti temi che rimandano direttamente alle questioni cruciali del rapporto tra autodeterminazione individuale e diritto alla cura, tra libertà personale e sicurezza collettiva, tra inclusione e marginalità, tra proibizione e responsabilità. Queste contraddizioni unitamente a quelle derivanti dalla nuova stratificazione del lavoro e del non lavoro, pongono su basi diverse le questioni di sempre dell’eguaglianza e della libertà. E allora, delle due l’una: o si rinuncia a qualunque idea di sinistra, oppure dove altro mai fondare quell’idea se non sui temi radicali dei Radicali?
In una prossima rubrica argomenterò perché, a mio avviso, la candidatura di Emma Bonino non allontana “il voto dei cattolici”. Anzi.❖

il Fatto Quotidiano 8.1.10
Bersani senza Udc non sa proprio stare
di Caterina Perniconi

V a’ dove ti porta l’Udc. Questo è il motto che guida il Partito democratico nella partita delle elezioni regionali che non è ancora chiusa. I candidati si scelgono “con un filo logico che porti a rendere più competitivo il centrosinistra” ha detto ieri il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Ovvero: più siamo, contro Berlusconi, meglio stiamo. E il peso dell’Udc, forza parlamentare che dialoga a de- stra e sinistra, è più importante di quello espresso dalle minoranze. Perciò se Pier Ferdinando Casini in Puglia preferisce Boccia a Vendola, sarà quello il candidato. Mentre nel Lazio, dove l’Udc appoggerà Renata Polverini, “via libera anche ad un candidato non Pd”. E allora ecco che l’ipotesi Emma Bonino torna in campo co- me candidatura di tutta la coalizione e il partito si divide: perché i cattolici ritengono l’esponente ra- dicale “anticlericale” e temono che una sua candi- datura non allargherà il consenso, trasformando il confronto elettorale in uno scontro ideologico con inevitabili riflessi sulla dialettica interna al partito. Del resto l’incapacità di esprimere un candidato de- mocratico per il Lazio, regione perno dello scac- chiere politico nazionale, ricalca le difficoltà che ha avuto anche Berlusconi nell’individuare un “fede- lissimo”, sacrificando la poltrona ad un accordo che tenesse insieme sia Fini che Casini. Emma Bonino non è però l’unico fronte caotico nel Pd. Il sacrificio di una vittoria in Puglia, ma anche solo delle primarie, in nome di un’alleanza moderata Pd-Udc fa tremare i polsi dei molti che non vogliono un lega- me esclusivo. Fino ad Arturo Parisi, che promuove la Bonino e scarica la colpa di questa situazione di stallo sulle scelte di Massimo D’Alema, invitandolo a confes- sare che per lui “le primarie, il maggioritario e la democrazia dei cittadini, sono tutte boiate”.
Il clima che si respira non è dei migliori e Pierluigi Bersani deve averlo registrato rientrando dalla sua vacanza americana. Infatti ci ha tenuto a precisare, a chi lo ha accusato di scarsa presenza, che ci devono prendere l’abitudine, perché “chi ha maggiori re- sponsabilità non deve per forza partecipare alle chiacchiere quotidiane, perciò parlerò meno di al- tri e sarà così nel futuro”. Ma non sarà facile per lui, nell’era dell’informazione continua, convincere il partito che questa scelta sia giusta. E ieri anche il sindaco di Venezia non si è risparmiato un commen- to al vetriolo sul segretario definendo il partito “in una crisi drammatica di leadership e di strategia”. Critiche alle scelte di Bersani anche da Antonio Di Pietro, che si ritiene incapace di capire le lotte in- testine che si consumano all’interno del Pd. Uffi- cializzata ieri, per esempio, la candidatura alle pri- marie in Umbria di Mauro Agostini (tesoriere Pd in quota Franceschini) contro la bersaniana Maria Rita Lorenzetti. Dal leader Idv è arrivato anche un ul-
timatum per Bersani, al quale Di Pietro ha comu- nicato di aver già pronte le sue liste e di non essere disposto a offrire altro tempo all’indecisione dei de- mocratici.
Eppure in Puglia la situazione non si definirà prima di lunedì, giorno in cui è prevista l’assemblea re- gionale del Pd che, come ha ribadito anche Bersani, “è l’unico organo che può decidere”. Nichi Vendola ha definito “fallito” il mandato esplorativo affidato a Francesco Boccia di verificare una alleanza possi- bile che andasse da Casini a Vendola. Boccia a sua volta ha dichiarato pubblicamente di non volere le primarie che servirebbero a spaccare la coalizione e non a unirla. E’ bastata una frase di Roberto Ruocco, capogruppo del Pdl in Puglia, a spiegare la situa- zione: “Di fronte a quel che sta accadendo a sinistra, a noi verrebbe da ringraziare Sant’Antonio per la troppa grazia. Francamente non potevamo nemme- no immaginare che l’avversario contro il quale ci apprestavamo a combattere, con la credibilità di cinque anni di dura opposizione, ci si squagliasse dinanzi prim’ancora dell’inizio della battaglia”.

l’Unità 8.1.10
Lo sciopero del primo Marzo
Il lavoro ai fianchi degli immigrati
di Khalid Chaouki

L a giornata di sciopero dei lavoratori immigrati proposta per il primo marzo da un gruppo spontaneo attraverso la Rete è una bella provocazione. Ma è anche una difficile prova per chi conosce da vicino il mondo dell’immigrazione in Italia. Gli immigrati nel nostro Paese sono divisi tra loro, intimoriti da qualsiasi autorità, ancora poco (e a volte male) rappresentati nelle massime organizzazioni sindacali, ricattati a causa del contratto di soggiorno introdotto dalla famigerata Bossi-Fini e non hanno ancora, in larga parte, sviluppato la cultura della lotta democratica. Per giunta vivono in un Paese in cui le forze della società civile sono sempre più indebolite e poco connesse alla realtà degli immigrati e dove manca tuttora una condanna netta e trasversale di tutte le forme di discriminazione e razzismo a differenza di tutti gli altri maggiori Paesi europei.
Un quadro italiano quasi tutto negativo in cui risulta difficile affiancare la pur lodevole iniziativa italiana per lo sciopero dei lavoratori immigrati alla gemella manifestazione francese, che si terrà sempre il primo marzo e che sta sempre più diventando uno sciopero contro i consumi e una grande mobilitazione di tutti i lavoratori. In Francia esiste da anni un movimento misto per i diritti degli immigrati e contro il razzismo ben più radicato del nostro, dove anche le persone senza permesso di soggiorno scendono nelle piazze rivendicando la loro regolarizzazione e i loro diritti in quanto esseri umani. Qui da noi gli irregolari urlano la loro disperazione nei corridoi e dietro le sbarre dei Cie, e qualcuno di tanto intanto muore senza che se ne accorga nessuno.
La manifestazione italiana dovrebbe porsi l’obiettivo di sensibilizzare tutti i lavoratori, italiani doc compresi, rispetto alla deriva xenofoba di alcune realtà politiche e quanto questa tendenza possa risultare pericolosa per tutti i lavoratori senza distinzioni. In questo modo si rafforzerebbe una maggiore coesione tra tutti i lavoratori, duramente minata alla luce della crisi economica in atto, dove in certi casi i primi a finire sul marciapiede sono stati i lavoratori immigrati, anche su richiesta esplicita dei loro colleghi italiani. Il motto leghista “Prima gli italiani” in quei casi evidentemente si era invertito. Il secondo obiettivo è l’avvio di un dibattito sulle modalità organizzative interne alle comunità di immigrati. Altrimenti il rischio è che si torni a logiche da archiviare in cui un gruppo di bianchi buoni, in buonissima fede, tenta di mobilitare intere comunità di immigrati assegnando loro il compito di urlare slogan e battere tamburelli colorati. Se vogliamo realmente chiudere quella fase, l’unica stada è la partecipazione responsabile degli immigrati. In cui, anch’essi si sentano realmente compartecipi di una lotta e di un obiettivo comune. Si sentano davvero cittadini.❖

l’Unità 8.1.10
Permessi di soggiorno in tempi biblici
Il mio digiuno contro la burocrazia
di Shukri Said

Uno sciopero della fame non è una cosa da prendere alla leggera. Si mette a rischio la propria salute, il proprio fisico. Chi lo fa crede fortemente nella giustizia, chi lo fa crede negli altri. Io sono in sciopero della fame da una settimana e comincio ad sentirne gli effetti: mi muovo più lentamente, ho capogiri, faccio fatica anche a scrivere questo articolo. Ma sono serena, perché sento di fare la cosa giusta, perché voglio denunciare un’ingiustizia. Sì, perché con lo sciopero della fame voglio denunciare un clima intollerabile verso gli immigrati, una situazione che crea una discriminazione inaccettabile per un paese civile. Il mio paese, l’Italia.
Ci sono tre elementi che hanno creato una miscela esplosiva: la legge Bossi-Fini, il pacchetto sicurezza, la sanatoria. Si voleva frenare la clandestinità, il risultato è l’opposto. Parliamo di permessi di soggiorno: bene, la Bossi Fini ha moltiplicato la burocrazia, dilatando a dismisura i tempi per il rinnovo. Il risultato è che se entro sei mesi non riesci ad ottenere il rinnovo, diventi clandestino. La conseguenza? Che diventa illegale anche chi illegale non è, chi illegale non vuole essere, chi illegale ha il diritto di non esserlo. Il secondo e il terzo punto sono legati tra loro: parliamo del cosiddetto «Pacchetto sicurezza» e della sanatoria conseguente: tutto ciò doveva servire a perseguire la criminalità e l’illegalità. Quello che accade realmente è che invece vengono colpiti gli immigrati regolari e attaccati i diritti naturali dell’individuo: il matrimonio, il riconoscimento dei figli. La sanatoria, inoltre, ha creato una grave discriminazione tra colf e badanti (ammesse) e tutti gli altri lavoratori (esclusi). Il risultato è la confusione più totale, con il rischio di un pericoloso scivolamento verso l’illegalità di migliaia di individui che lavorano, producono, versano contributi. Venti anni fa era meglio. Prima, per ottenere il rinnovo del permesso, se avevi il lavoro dovevi sottoporti solo ad una lunga fila. Oggi, non basta più. Giri di ufficio in ufficio, di timbro in timbro, un supplizio... e la risposta ti arriva in un periodo che varia dai 7 ai 13 mesi. Nel frattempo sei già diventato clandestino e rischi di essere licenziato ed espulso. Molti ottengono il permesso quando sta per scadere di nuovo, altri addirittura quando è già scaduto. Naturalmente, però, i soldi vanno versati prima... Ho visto gente piangere, lavoratori vessati, umiliati. Così come Sher Khan morto (ucciso, io dico) dopo che, a 21 anni di residenza in Italia, scaduto il suo permesso era stato recluso nel Cie di Ponte Galeria, malato e cardiopatico, e ne era uscito a pezzi. Ecco perché faccio lo sciopero della fame: voglio che il governo rispetti la legge che prevede che il rinnovo (se tutto è in regola) sia rilasciato entro 20 giorni; voglio lo smaltimento delle pratiche arretrate, voglio che si superi la discriminazione; voglio che il mio paese sia civile, moderno, europeo. Non chiedo la luna, solo diritti. Di cittadino.❖

l’Unità 8.1.10
Rosarno, scoppia la rivolta dei braccianti africani
La città calabrese è precipitata nel caos dopo che qualcuno ha sparato contro gli immigrati. Circa in 1500 si sono riversati nelle vie con bastoni e hanno distrutto auto e tutto ciò che hanno trovato sulla loro strada.
di Felice Diotallevi

Gli spari Qualcuno ha sparato contro i lavoratori ammassati in una ex fabbrica in disuso
Condizioni disumane quelle in cui vivono gli immigrati agricoli della Piana di Gioia Tauro
di Felice Diotallevi

Condizioni di vita disumane e un atto di violenza razzista che ricorda quello avvenuto a Castel Volturno, dove un gruppo di immigrati senegalesi fu bersaglio del volume di fuoco malavitoso dei casalesi, sono stati la miccia di una rivolta senza precedenti a Rosarno.
Centinaia di auto distrutte, cassonetti divelti e svuotati sull'asfalto, ringhiere di abitazioni danneggiate. Scene di guerriglia urbana a Rosarno, per la rivolta di alcune centinaia di lavoratori extracomunitari impegnati in agricoltura e accampati in condizioni inumane in una vecchia fabbrica in disuso e in un'altra struttura abbandonata.
Le cifre
Sono oltre 1500 i lavoratori immigrati nella piana
A fare scoppiare la protesta il ferimento da parte di persone non identificate di alcuni cittadini extracomunitari con un'arma ad aria compressa. I feriti, tra i quali c'è anche un rifugiato politico del Togo con regolare permesso di soggiorno, non destano particolari preoccupazione, ma la volontà di reagire che, probabilmente, covava da tempo fra i lavoratori ammassati nella struttura di Rosarno in condizioni ai limiti del sopportabile, e di altri nelle stesse condizioni a Gioia Tauro in locali dell'Ex Opera Sila, non ci ha messo molto ad esplodere.
Armati di spranghe e bastoni,
Rosarno, un’immagine degli scontri gli immigrati in larga parte prove-
nienti dall'Africa hanno invaso la strada statale che attraversa Rosarno mettendo a ferro e fuoco alcune delle vie principali della cittadina. Tutto ciò che si è trovato alla portata dei manifestanti, dalle auto, in qualche caso anche con persone a bordo, alle abitazioni, a vasi e cassonetti dell'immondizia che sono stati svuotati sull'asfalto, nulla è stato risparmiato.
A nulla è valso l'intervento di polizia e carabinieri schierati in assetto antisommossa davanti ai più agguerriti, un centinaio di persone tenute sotto stretto controllo.
RINFORZI
Nel corso della serata sono arrivati rinforzi e, in un clima di palpabile tensione, si è intavolata una trattativa nel tentativo di fare rientrare la protesta. Anche la popolazione ha
Foto Ansa
reagito davanti alla situazione di caos venutasi a creare e, in queste ore, alcuni giovani di Rosarno, circa un centinaio, stanno seguendo l'evolversi della situazione ad alcune centinaia di metri dalle forze dell'ordine.
Tra Rosarno, l'ex fabbrica in disuso, e Gioia Tauro in un immobile dell'ex Opera Sila sono circa 1.500 gli extracomunitari che lavorano come manodopera nell'agricoltura. ❖

l’Unità 8.1.10
All’ospedale no se sei una ragazza nera
di Dario Voltolini

L’anticipazione Un testo dello scrittore torinese sulla condizione degli immigrati nel nostro Paese: se malati o feriti hanno paura di rivolgersi al pronto soccorso e preferiscono andare a casa. La «storia» di un incontro...

Avevo già aperto il cancello, stavo entrando, spingevo, e quello che è di ferro, alto e vecchio, cigolava. Era notte, l’incrocio con il semaforo giallo che lampeggiava era in pendenza, tutto normale: le prime foglie per terra, un po’ di vento che le spostava. Forse passava una macchina. Ma era tardi, il traffico svanito. Scendeva lungo il corso una figura scura, confusa nella notte. Mentre richiudevo il cancello vedevo che era una ragazza, ormai era vicina. Si teneva il ventre come se fosse stata accoltellata e impedisse alle budella di uscire. Trascinava la gamba destra.
Me ne frego, ho pensato subito. E voltandomi verso l’interno dell’androne ho fatto un passo verso la porta della scala A. Ma poi non me ne sono fregato, e sono tornato indietro: vedevo la ragazza rallentare, dirigendosi oltre il chiosco del giornalaio, nero nella notte, con le locandine sventolanti.
Uscivo dal cancello, lo richiudevo alle mie spalle, ero di nuovo in strada. Qualcosa non va? chiedevo alla ragazza, che non sentiva, ehi qualcosa non va? Niente, si trascinava. La raggiunsi, qualcosa non va? Stai male?
Non ho niente, diceva piegandosi in due, guardava per terra. Invece non va niente bene, le dicevo, stai male, hai male, cosa è successo?
Ho male, mi diceva mentre non riusciva più a camminare.
Qualcuno ti ha picchiata?
Non l’avevano picchiata, sosteneva, diceva che non era niente, però non si muoveva più, così le ho detto
Era notte
Una donna si teneva il ventre come se fosse stata accoltellata
che l’avrei portata all’ospedale. C’è un ospedale proprio qui vicino, le dicevo, l’isolato prima di questo, con un pronto soccorso, andiamo subito lì, persino a piedi ci possiamo andare, torniamo indietro e siamo al pronto soccorso, ma certo che non poteva camminare, era meglio se prendevo la macchina e facevo il giro dell’isolato entrando poi così con lei a bordo nell’ingresso per le ambulanze.
Continuava a dire di no, cioè a fare segno di no con la testa, perché non riusciva a parlare. Ricordo che guardavo il punto che si teneva, per capire se ci fosse del sangue, perché l’idea di una coltellata non mi era mica passata per la testa, la vedevo già svenuta sullo spiazzo, tra il chiosco del giornalaio e il telefono pubblico, rimasto lì come un reperto d’epoca.
Avevo l’idea della coltellata perché era molto giovane, nera, e quindi il mio film mentale era che si fosse beccata una rasoiata da qualcuno, o da qualcuna, perché così capita di notte alle ragazzine che battono, non potevo fare a meno di pensare. Ma per fortuna non c’era stata nessuna coltellata se non nel mio film privato. Però stava per cedere, per lasciarsi scivolare per terra.
Mentre la sostenevo con un braccio per portarla in macchina avevo appena parcheggiato proprio lì vicino sentivo che si rianimava un poco, si rimetteva a camminare, quantomeno. Ma continuava a fare no con la testa, no che cosa? pensavo. No all’ospedale? Infatti era quello, no all’ospedale, mi diceva, non ho permesso, non ho documento, no all’ospedale. Ma tu hai male, le dicevo io, e quindi ti porto sì all’ospedale, per forza.
Faceva no con la testa
«Non ho permesso, non ho documento, no all’ospedale...»
No. E dove ti porto allora? A casa. Ma quale casa, ma dove? Le chie-
devo dove stesse e lei mi rispondeva con un nome di via che avevo presente, sì, e sapevo che era lì vicino, però non esattamente dove. E cosa ci fai a casa, pensavo e glielo domandavo anche, mentre saliva faticosamente in macchina. In quella casa che mi diceva, c’era qualcuno, qualcuno che potesse prendersi cura di lei, qualcuno che magari la convincesse a ritornare indietro verso il pronto soccorso, magari che ce la portava?
C’era sua sorella, mi diceva. Ma io lo sapevo che la parola sorella voleva dire tutto e niente, poteva voler dire che non c’era nessuno, o che c’era un uomo enorme, o che c’erano due donne incazzate con lei, o una ragazzetta come lei, diventata sorella sua a Torino, dove si erano viste per la prima volta, anche se erano connazionali. Sorella, ma quale sorella? Tutte che hanno la sorella, che abitano dalla sorella, che vanno dalla sorella, e chi cazzo è questa sorella?
Ma niente da fare, come rinata mi indicava dove svoltare, di qui, di là, verso la casa. Infine ci troviamo all’angolo con la piazza del mercato, dove potevo parcheggiare, visto che la casa della sorella era proprio lì, a una decina di metri dall’angolo.
Ma quando stava scendendo dalla macchina il dolore doveva stare aumentando a picco, perché era nuovamente piegata in due con la mano e anzi con tutto l’avambraccio a premersi tra l’inguine e l’ombelico, dalla parte destra. Hai un attacco di appendicite, pensavo rivolto a lei. Mi guardava, non capiva, a casa, diceva.
Abbiamo fatto quei dieci quindici metri così lentamente che non potevo pensare di stare facendo una cosa sensata, perché anche se fossimo arrivati a questa casa che diceva, poi cosa sarebbe successo? Sarebbe svenuta? L’avrebbero presa in consegna priva di sensi? Intanto ci eravamo trascinati fino a una porticina sperduta nella facciata grigia di un condominio afono apparentemente deserto, come se fosse stato abbandonato tanti anni prima, un posto che non è possibile notare di giorno perché non ha niente, ma proprio niente che salti all’occhio. E la porticina l’aveva aperta lei con una chiave che stava nel mazzo con altre chiavi, pensavo che erano chiavi di tante porticine sparse per la città, tutte che portavano a stanze con qualche sorella.
© Dario Voltolini. Tutti i diritti riservati trattati da Agenzia Letteraria Internazionale, Milano