Repubblica 12.6.09
Il cittadino mortificato
di Stefano Rodotà
Un Parlamento mortificato, ridotto una volta di più a luogo di silenziosa ratifica della volontà del Governo. Una magistratura resa impotente di fronte a fenomeni gravi di illegalità. Un sistema della comunicazione espropriato della sua funzione di "ombudsman diffuso", della possibilità di riferire fatti di indubbia rilevanza pubblica.
Una società civile resa opaca e silenziosa dal divieto di assicurarle informazioni essenziali. Questo è il cambiamento del sistema istituzionale e sociale che ci consegna la nuova legge sulle intercettazioni telefoniche.
Siamo di fronte ad una nuova manifestazione di una linea ben nota, ad una accelerazione della irresistibile volontà di liberarsi proprio di quei contrappesi, di quegli strumenti di garanzia che, in un sistema democratico, possono impedire la degenerazione del potere, il suo esercizio incontrollato, la creazione di sacche di impunità. Per realizzare questo risultato si è insistito molto sulla necessità di tutelare la privacy delle persone, troppe volte violata. Ma questo argomento, in sé legittimo, è stato trasformato in pretesto per una disciplina punitiva, che con la tutela della privacy non ha niente a che vedere. Negli anni passati, infatti, proposte di legge presentate dalle più diverse parti politiche avevano individuato i soli punti sui quali era necessario intervenire: divieto di pubblicare brani di intercettazioni ancora coperti dal segreto, irrilevanti per le indagini, riferiti a persone diverse dagli indagati. Obiettivi che possono essere raggiunti senza restringere, o addirittura cancellare, le possibilità investigative da parte della magistratura e senza negare il diritto costituzionale all´informazione che, ricordiamolo, non è privilegio del giornalista, ma elemento storicamente essenziale per il passaggio da suddito a cittadino.
Perché, allora, un mutamento così radicale dei contenuti della legge e la fretta nell´approvarla, ricorrendo al voto di fiducia? Una ragione, la più immediata, riguardava il rischio che, pure in una maggioranza che si proclama ad ogni passo compatta, si manifestassero quei dissensi e quelle proposte di emendamento già affiorati nelle dichiarazioni di alcuni parlamentari. Il voto di fiducia non solo accorcia i tempi, ma soprattutto obbliga al silenzio. Una finalità di normalizzazione, dunque, una conferma ulteriore della considerazione del Parlamento come puro intralcio da rimuovere con qualsiasi mezzo, ignorando l´imperativo democratico che, soprattutto per le leggi incidenti su diritti fondamentali delle persone, imporrebbe la discussione più libera e aperta.
Ma la fretta, questa volta, ha una ragione più profonda. Proprio in occasione delle ultime elezioni si è visto che i mezzi d´informazione possono contribuire a modificare l´agenda politica, che la voce dei cittadini informati può sopraffare una comunicazione addomesticata. Una situazione che deve essere apparsa intollerabile, che non deve consolidarsi. Ecco, allora, che si prende al volo l´occasione offerta dalla tutela della privacy per piegare la legge ad un´altra finalità, per interrompere fin dall´origine il circuito informativo. Per questo era necessario ridurre le informazioni che la magistratura può raccogliere. Per questo erano necessarie nuove barriere, per impedire che le informazioni potessero poi giungere ai cittadini, se non dopo essere state sterilizzate dal passare del tempo. All´intento originario di punire magistratura e stampa si è aggiunta questa ulteriore urgenza. Non si può tollerare che i cittadini dispongano di informazioni che consentano loro di non essere soltanto spettatori delle vicende politiche, ma di divenire opinione pubblica consapevole e reattiva.
Di questa strategia, tanto rozza quanto efficace, si possono subito misurare le conseguenze. È stato ricordato che i risultati appena raggiunti dalla Procura di Venezia nella lotta al traffico degli immigrati, proprio un tema sul quale insiste fino a un pericoloso parossismo repressivo l´attuale maggioranza, sono il frutto di intercettazioni durate due anni. Con le nuove norme questo non sarebbe stato possibile. Queste, infatti, prevedono che le intercettazioni possano durare due mesi al massimo, ed è assai dubbio che nel caso veneziano potessero addirittura cominciare, viste le condizioni restrittive alle quali sono ormai subordinate. Le preoccupazioni espresse da magistrati e poliziotti, dunque, hanno un ben solido fondamento, e la contraddizione tra proclamazioni e strumenti dimostra quale sia il vero intento delle nuove norme.
Da molti anni, peraltro, disprezzo per la legalità e ostilità per l´informazione vanno di pari passo, e la restrizione delle possibilità investigative esigeva altrettante limitazioni della libertà d´informazione. Il punto rivelatore è rappresentato dal divieto di rendere pubbliche anche le intercettazioni non più coperte dal segreto. E il meccanismo delle sanzioni è particolarmente grave, soprattutto perché, accanto a intimidatorie sanzioni penali per i giornalisti, introduce una "censura economica" più pesante di qualsiasi altro meccanismo di controllo. Poiché si prevede che gli editori possano essere obbligati a pagare forti multe, è ovvio che pretenderanno di minimizzare questo rischio, interferendo nel libero lavoro d´informazione. Così, "Il Padrone in redazione" non sarà più solo il titolo di un bel libro di Giorgio Bocca, ma il destino promesso al sistema italiano della comunicazione.
Peraltro, proprio perché non più coperte dal segreto, le intercettazioni saranno nelle mani di molti, a cominciare dalle schiere di avvocati e loro collaboratori che accompagnano ogni indagine di qualche peso. Così, il divieto di renderle pubbliche creerà un grumo oscuro, disponibile per manovre oblique, manipolazioni, persino ricatti (che cosa sarebbe accaduto con la segretezza coatta delle indagini sui "furbetti del quartierino" e dintorni?). Corretto corso della giustizia e diritti delle persone (privacy inclusa) saranno assai più a rischio di oggi, in assenza di quei benefici contrappesi democratici che si chiamo trasparenza e controllo diffuso.
Il Presidente del Consiglio si accinge a partire per gli Stati Uniti. Chi sa se qualcuno dei suoi collaboratori, preparando i necessari dossier, penserà di inserirvi la citazione di quel che scrisse un grande giudice costituzionale americano, Louis Brandeis: "La luce del sole è il miglior disinfettante".
Corriere della Sera 12.6.09
Vecchi eccessi e nuovi pericoli nella legge sulle intercettazioni
di Luigi Ferrarella
Arriva dal passato la tagliola della nuova legge sulle intercettazioni: il boomerang di anni di prassi giudiziarie e giornalistiche innegabilmente troppo rilassate ha spianato la strada alle «molte cose da rinnovare» nella normativa in materia, per usare l’espressione di Napolitano. Ma non poche norme in cantiere rischiano di stravolgere le altre «molte cose da difendere» evocate dal presidente quando spiega di voler esaminare bene il testo approvato dalla Camera.
«Con la nostra legge sulle intercettazioni non si rovinerà più la vita della gente», esulta il ministro della Giustizia, Alfano. Vero. Basta intendersi sulla vita di chi. Di certo, e solo per restare a uno dei tanti punti critici, la legge, nel vietare ai magistrati (tranne che per il reato di associazione mafiosa) di utilizzare la prova del reato B emersa nelle intercettazioni autorizzate nel processo per il reato A, non avrebbe «rovinato la vita» di molti imputati di omicidi (5 solo a contare processi di questi mesi in Calabria, Lombardia, Puglia, Campania e Sicilia): contro costoro non sarebbe stato più utilizzabile come prova l’ascolto in «diretta» del delitto, casualmente registrato allorché il killer per troppa foga aveva sfiorato il cellulare posto sotto intercettazione da tutt’altra indagine. A chi questa norma avrebbe «rovinato la vita», piuttosto, andrebbe chiesto ai familiari delle tre guardie giurate uccise nel 1999 a Lecce in una rapina: gli assassini che li hanno lasciati vedove e orfani sono stati individuati e condannati all’ergastolo grazie alle confessioni di uno dei killer, rassegnatosi a «collaborare» solo dopo aver appreso che a incastrarlo per l’esecuzione di un rivale esisteva l’intercettazione casuale (in un’altra indagine) del suo telefono proprio mentre la vittima gli implorava pietà. «Berlusconi ha fiuto — l’ha ieri appoggiato Umberto Bossi —, perché alla gente non piace essere ascoltata». Vero: ma in mezzo a quella «gente», a volte, capitano anche i criminali. Così come è ben dubbio che il modo migliore per togliere l’acqua ai tanti giornalisti che negli anni hanno fatto carta straccia della vita privata delle persone sia estendere ancor di più l’area del segreto e presidiarla sia con maxisanzioni a carico degli editori, che portano «il padrone in redazione», sia con la previsione del carcere per i giornalisti, che porta l’Italia fuori dall’Europa: quella Europa la cui Corte per i diritti dell’uomo di Strasburgo con la sentenza Dupuis nel 2007 ha condannato la Francia per aver sproporzionatamente ristretto la libertà di stampa sanzionando due giornalisti che avevano pubblicato atti coperti da segreto, e che con la sentenza Kydonis due mesi fa ha condannato la Grecia ritenendo incompatibili con la libertà di stampa norme che contemplino il carcere per i cronisti.
Corriere della Sera 12.6.09
Il magistrato Maria Cordova
«Abbiamo arrestato ottanta pedofili Ora sarà impossibile»
intervista di Lavinia Di Gianvito
ROMA — Duecento bambini violentati, scambiati, costretti a partecipare a festini a luci rosse. Ottanta arresti e altrettante condanne, fino a vent’anni di carcere.
L’inchiesta «Fiori nel fango» è quella che Maria Cordova ricorda per prima quando si tocca il tema delle microspie. Perché di una cosa l’ex procuratore aggiunto è certa: «Senza le intercettazioni, quei risultati non li avremmo mai ottenuti».
Quanto tempo sono durati gli «ascolti»?
«Almeno sei mesi. A poco a poco è emersa una catena, con pedofili che venivano a Roma anche da altre regioni».
I 60 giorni previsti adesso non sarebbero bastati?
«Assolutamente no, perché le conversazioni telefoniche non sono mai chiare. Ci possono essere quattro, cinque intercettazioni che non sono univoche.
Poi, a un certo punto, arriva quella che dà un senso anche alle precedenti».
Com’è cominciata l’inchiesta «Fiori nel fango»?
«Con dei controlli nei campi nomadi: la polizia aveva notato dei bambini che venivano portati via in macchina di sera.
Poi si è scoperto che maneggiavano un po’ di soldi e che dai loro cellulari risultavano parecchie telefonate ad adulti. Erano tutti maschi sui dieci anni».
Non c’è mai stato il rischio di violare la privacy?
«No, abbiamo controllato solo le persone che apparivano collegate alle nostre ipotesi di reato, pedofilia e induzione alla prostituzione minorile» .
Questo è successo in quell’inchiesta. E in generale?
«È sempre così».
Pensa che ora si dovrà tornare a metodi investigativi più «tradizionali»?
«E quali? Sono in magistratura dal ’67 e le intercettazioni ci sono sempre state. Per di più allora venivano disposte dal pm, senza l’autorizzazione di un giudice».
Oggi però sembra che siano cresciute a dismisura.
«Vent’anni fa c’era la pedofilia? Era così diffusa la corruzione? Molti reati esistevano, ma erano sommersi.
Cosa si contesta ai magistrati, di essere troppo efficienti?».
Repubblica 12.6.09
Esce il nuovo saggio di Massimo L. Salvadori
La deriva autoritaria delle democrazie
di Massimo L. Salvadori
"Bisogna porre sotto controllo le oligarchie economiche, garantire la libertà dell´informazione e la voce delle minoranze, tutelare i diritti sociali dei più deboli"
Esce in questi giorni "Democrazie senza democrazia" di (Laterza, pagg. 96, euro 14). Qui anticipiamo alcune pagine dell´Introduzione.
uando oggi parliamo di democrazia, usiamo un termine che è sinonimo di liberaldemocrazia o democrazia liberale. Infatti la democrazia diretta dell´Atene del V secolo a. C. e quella a cui in tempi moderni si è tentato di dar vita prima nell´effimera Comune di Parigi del 1871 e poi nella Russia bolscevica tra il 1918 e l´inizio degli anni ´20 non sono modelli ed esperienze attivi nella nostra società: l´una perché espressione di una realtà troppo arcaica, l´altra non foss´altro perché soffocata dalle sue contraddizioni interne e da quelle stesse forze che, dopo averla proposta e agitata come modello universale, hanno rapidamente costruito una dittatura di partito sfociata nel totalitarismo.
La democrazia di cui parliamo e a cui facciamo riferimento è dunque il sistema politico e istituzionale che si è formato dal connubio con il liberalismo: un connubio non facile e segnato da molte tensioni, su cui mi sono soffermato analizzando tre tipi di regimi. Il primo è il sistema liberale a suffragio ristretto e basato sui partiti, sui parlamenti e sul governo dei notabili di matrice aristocratica e borghese. Il secondo - il primo regime liberaldemocratico - è caratterizzato dal suffragio allargato o universale, dall´avvento sulla scena pubblica dei partiti organizzati di massa, dal dispiegarsi di acuti conflitti sociali e ideologici tra le classi e le loro rappresentanze politiche e parlamentari.
Il terzo - il secondo regime liberaldemocratico - è segnato, nel quadro dell´indebolimento e per aspetti importanti dalla scomparsa della sovranità degli Stati, dallo strapotere di oligarchie dominanti della finanza e dell´industria a livello internazionale, dal venir meno delle precedenti antitesi di classe e ideologiche, dalla trasformazione dei grandi partiti di massa organizzati sul territorio in «partiti leggeri» che si mobilitano essenzialmente in vista delle tornate elettorali e non poggiano più su quadri intermedi e gruppi di militanti sempre attivi e distribuiti capillarmente nel territorio, dalla formazione di una opinione pubblica inerte, forgiata prioritariamente dai mezzi di informazione di massa. Si tratta non già di un sistema in cui i cittadini costituiscono le primarie cellule viventi di regimi dotati di una sostanziale natura democratica, bensì di un sistema in cui i governi ricevono una sorta di passiva incoronazione dal basso, sono «governi a legittimazione popolare passiva».
Constatata la crisi strutturale della democrazia, chi scrive si è posto in conclusione l´interrogativo se sia dato o meno credere nella possibilità di un suo rilancio, diciamo pure di una sua rinascita all´altezza dei problemi di un mondo in continua trasformazione con ritmi che non fanno precedenti nella storia. Lo spero ma non m´azzardo a dare una risposta. Occorre nondimeno cercare di stabilire qualche punto fermo, qualche parametro.
Tre paiono i presupposti principali di questa rinascita: 1) la capacità delle autorità politiche dei singoli Stati e degli organismi internazionali di porre sotto controllo le oligarchie economiche, in modo da togliere loro il potere di agire pressoché indisturbate nel perseguire i propri interessi particolari e da impedire il ripetersi di crisi catastrofiche come quella scoppiata nell´autunno del 2008; 2) la sottrazione ai potentati della finanza e dell´industria di un dominio sui mass media che vanifica la possibilità stessa di una opinione pubblica informata in maniera veritiera e realmente pluralistica, e il conferimento del dovuto spazio anzitutto alle minoranze quotidianamente minacciate di essere ridotte al silenzio o all´irrilevanza; 3) un´energica azione volta a combattere l´eccesso di disuguaglianze economiche che rendono una parola vuota la solidarietà, minano la coesione sociale e pongono i non tutelati, i poveri, gli emarginati in una posizione che non è di cittadini ma, agli estremi, di veri e propri paria di nuova generazione. Il che vuol dire il ritorno alle politiche di protezione e potenziamento dei «diritti sociali» e delle istituzioni del welfare che nell´ultimo trentennio il neoconservatorismo liberistico ha frontalmente combattuto e il cui ambito e la cui incidenza sono stati fortemente ridotti. Insomma, una robusta combinazione di elementi tale da dare alla democrazia un volto insieme liberale e sociale.
Repubblica 12.6.09
Taccuino strategico
La guerra vera
del generale Fabio Mini
Gli attacchi continui alle nostre truppe in Afghanistan non sono fatalità né incidenti di percorso ma azioni e reazioni di una guerra che dura da otto anni e che ci ha visto sempre distratti e impreparati. Dobbiamo finirla di dar credito a quelli che ce l´hanno presentata come un´operazione di pace facendo assumere ai nostri soldati maggiori rischi, ma dobbiamo anche finirla di dare ascolto ai falchi da salotto che incitano alla violenza. I primi ci hanno esposto ai rischi della finzione della pace e i secondi ci espongono ai rischi della finzione della guerra calandoci in Afghanistan come nei fumetti, con i buoni da un lato e i cattivi dall´altro, con i boom, bang, smash. Dobbiamo anche smetterla di far credere che la responsabilità degli attacchi sia tutta dei presunti Taliban che nelle nostre province al confine con l´Iran non ci vivono e non ci vanno volentieri. Dobbiamo smettere di crederci legittimati perché siamo dalla parte del governo. Dobbiamo finirla di credere che il modo giusto di combattere sia solo quello dei più forti.
La guerra in Afghanistan, quella vera, è un misto d´insurrezione, guerra civile, criminalità, terrorismo e disperazione. L´approccio dei nostri alleati è stato quello della repressione in un territorio occupato e ostile. La nostra preparazione si è basata sul peacekeeping e sui conflitti a bassa intensità. In realtà sia noi che gli alleati abbiamo dimenticato gli afgani e siamo stati sul territorio, con i mitra o la cazzuola, ammazzando o sfornando pizze dalle otto alle cinque. Gli americani si sono accorti che la loro guerra non funziona. La nuova strategia militare americana vuole la penetrazione tra la gente, il consenso e la cooperazione. Non vuole affatto che ogni azione inneschi una vendetta e che ogni vittima ingiustificata crei decine di nuovi oppositori e rivoltosi. Il comandate americano e Nato in Afghanistan è stato mandato a casa perché la nuova strategia presidenziale ha bisogno di un nuovo comandante. Il suo successore è un esperto di forze speciali, infiltrazioni, intelligence, guerra psicologica, consiglieri militari. Da noi i soliti falchi lo ritengono l´uomo dal pugno di ferro e sperano in nuove mattanze. Sarà difficile, a meno che non voglia farsi buttar fuori. Ai nostri soldati dobbiamo finalmente dire la verità e indicare un modello operativo coerente con il tipo di guerra da combattere. A meno che non vogliamo farci massacrare o buttare fuori a pedate.
Corriere della Sera 12.6.09
Mondo radicale
Teodori a Pannella: caro Marco, fai un passo indietro e lascia spazio a Emma
di Massimo Teodori
Caro Marco, fai un passo indietro se vuoi che i valori e gli obiettivi radicali rimangano vivi. Altrimenti ci sarebbe un tramonto sempre più malinconico.
Chi è: Massimo Teodori (nato a Force il 9 settembre ’38) è uno storico, politico e scrittore. Fino al ’94 nei radicali, si è poi avvicinato a Forza Italia
Caro Marco, i voti ottenuti dalla tua lista alle europee (2,6%) con le 234 mila preferenze alla Bonino e 80 mila a te, sollecitano una riflessione da parte di chi ha a cuore la politica radicale. Non c'è persona che non ti riconosca il merito di essere stato in passato il paladino dei diritti civili. Ma, oggi, il crollo delle tue preferenze, malgrado la tua esposizione mediatica, indica una lezione chiara: non riesci più a comunicare e, quando comunichi, non sei gradito agli italiani. Non resta inascoltato il messaggio radicale che è ben accetto ai segmenti liberali della società, ma è la tua parola, il tuo stile, e la tua persona come bandiera ad essere divenuti indigesti.
E' giunto il momento di fare un passo indietro se vuoi onorare il passato, il presente e il futuro radicale, e non vuoi che tutto finisca con te. Le mie parole non sono mosse da pregiudizio, ma, al contrario, da una lunga e sincera vicinanza politica. L'amicizia ha bisogno di verità e non di compiacenza - 'il re è nudo' - , anche se si presenta ruvida. Se continui ad avvoltolarti su te stesso, se continui a gestire i pannelliani come una setta, se continui a pretendere il culto della personalità, se continui a logorare la tua intelligenza in un vittimismo stucchevole, se continui a ritenere di essere l'uomo che, da solo, può cambiare le cose, allora sei tu stesso, e non il complotto dei media, a decretare la tua condanna e, con te, anche quella del radicalismo.
L'Italia ha estremo bisogno di una forza liberale, radicale, laica, socialista, democratica. Il dramma della nostra democrazia è la scomparsa delle forze portatrici dei valori e degli obiettivi che i radicali, soprattutto in passato, hanno rappresentato, Ma oggi, paradossalmente, sei tu l'ostacolo allo sviluppo dell'ipotesi radicale: la tua azione è divenuta, nei fatti, un ostacolo a tutte le iniziative che non coincidano con la tua persona. E' probabile che cercherai di polverizzare anche l'ultimo successo di Emma come hai già fatto, per esempio alle elezione del 1999 quando la lista Bonino superò l'8%.
Fino a un certo punto sei stato il grande aggregatore laico, liberale e radicale: oggi sei il sommo disgregatore che impedisce le ragioni del consenso verso i radicali, come emerge da una seria analisi delle preferenze. Sei l'unico leader mondiale, insieme a Fidel Castro, che a ottant'anni mantiene da oltre mezzo secolo il potere politico assoluto.
Poiché sei un vecchio saggio oltre che uomo di grande forza fisica e morale, non dispero che queste parole, che a prima vista ti sembreranno dure, possano fare breccia nella tua coscienza individuale e responsabilità politica. Occorre che tu compia un atto di nobiltà per separarti dal lato oscuro della tua leadership nonviolenta e capricciosa. Quel che è in gioco non è la tua persona, che appartiene alla storia, quanto la possibilità di sviluppare una politica radicale di cui il Paese ha più che mai bisogno.
Devi accettare il fatto di non potere più guidare con piglio totalitario la grande storia radicale che, sotto la tua direzione assoluta, non andrebbe avanti, ma scivolerebbe inevitabilmente in un buco nero che finirebbe per oscurare anche il passato. Nessuno dubita che il tuo carisma, la tua esperienza, la tua intelligenza politica sono incommensurabili con le doti di chi ti è vicino. Ma in politica, come sai, non esiste nulla di obiettivo, e occorre cogliere i segni della realtà.
l’Unità 12.6.09
Europa e ambientalismo
La lezione verde di Cohn-Bendit
di Riccardo Spezia, presidente Pd Parigi
Immaginazione e unità. Con queste due parole chiave si riassume il metodo che ha portato Cohn-Bendit a compiere due miracoli: riunire in un progetto politico europeo e innovatore le tante anime ecologiste francesi e portare questa unione ad una eclatante vittoria. Una vittoria ancor più atipica nel panorama politico uscito dalle elezioni europee, poiché Europe Ecologie – la lista condotta da Dany il rosso – è l’unica forza non solo innovatrice ma anche convintamente europeista ad affermarsi il 7 giugno, quando in tanti paesi europei le pulsioni nazionalistiche e protezionistiche prendono il sopravvento.
Unità e immaginazione. Cohn-Bendit riesce facilmente a convincere elettori del PS e del MoDem grazie ad un progetto chiaro e onesto, unendo rigore intellettuale e un’oratoria semplice e diretta. Il progetto ecologista, anche sulla scia dei primi passi dell’amministrazione Obama, delinea una proposta politica realizzabile per uscire dalla crisi, dorandosi al tempo stesso del più nobile dei propositi, quello di salvare il pianeta. Ma Dany è ancor più travolgente perché non si fa invischiare nella palude del localismo e del nazionalismo da parte di giornalisti e avversari che tentano di portare il confronto nei piccoli confini interni. Riesce infatti ad esporre sulle questioni principali, lavoro, ecologia, politica estera, una visione europea, una risposta necessariamente europea. È questo che hanno premiato gli elettori progressisti francesi.
Immaginazione. Il vecchio leader del maggio francese sembra non aver perso lo smalto di 40 anni fa, quando chiedeva l’imagination au pouvoir. Ora l’immaginazione sembra la sola salvezza per la sinistra francese ed europea. Immaginare come uscire dai soliti schemi delle social-democrazie, unire il campo dei progressisti come si è riusciti a riunire quello degli ecologisti, elaborando un progetto innovatore, volto al futuro. Un vasto campo che Cohn-Bendit individua, non solo in Francia ma in tutta Europa, composto di ecologisti, socialisti e liberal-democratici. Un campo dove è necessario riconsiderare le proprie rassicuranti antiche parole d’ordine e crearne di nuove adatte alle sfide del tempo attuale. Un campo che in Francia è tutto da costruire. Un progetto che da noi è nato in anticipo rispetto all’Europa: Ulivo e Pd ne rappresentano la versione italiana. Un progetto cui però è mancato finora il coraggio delle azioni. Se quindi il Pd può mostrare come l’immaginario sia possibile, deve imparare come questo immaginario possa realizzarsi e affermarsi uscendo dalle imbolsite e tristi usanze politiche del secolo scorso.
Repubblica 12.6.09
Preti pedofili, il grido di Ratzinger
di Orazio La Rocca
Il Papa ai vescovi irlandesi: "Giustizia per le vittime, adesso tolleranza zero"
"Il Santo Padre ha esortato la Chiesa a continuare a stabilire la verità su ciò che è accaduto"
CITTÀ DEL VATICANO - La Chiesa irlandese prova «vergogna» e «umiliazione» per le violenze sessuali avvenute negli anni passati negli istituti religiosi dell´Irlanda. E per questo, la gerarchia cattolica dell´isola - su richiesta di papa Ratzinger - ora si batte il petto, chiede scusa, invoca giustizia per le vittime, assicura che farà tutto il «possibile per continuare a stabilire la verità di ciò che è accaduto e perché», ma, soprattutto, annuncia «tolleranza zero» nei confronti di quegli ecclesiastici che si macchino di «crimini tanto orrendi».
Quando venerdì scorso in Vaticano i vertici della Chiesa irlandese illustrarono il resoconto del Rapporto Ryan - l´inchiesta statale sugli abusi sessuali commessi su 2500 bambini delle scuole cattoliche tra il 1940 e il 1980 - Benedetto XVI, «visibilmente turbato», chiese interventi drastici per porre fine ad uno dei più grandi scandali che abbia scosso le fondamenta del cattolicesimo d´Irlanda. Ieri, sono stati gli stessi vertici ecclesiastici irlandesi a renderlo noto in un comunicato a firma del cardinale Sean Brady, arcivescovo di Armagh e primate di Irlanda, e monsignor Diarmuid Martin, arcivescovo di Dublino.
«Proviamo vergogna, siamo umiliati e chiediamo scusa se il nostro popolo si è allontanato così tanto dagli ideali cristiani», scrivono, tra l´altro, i vescovi irlandesi, esprimendo «profonda tristezza» per gli abusi che migliaia di minori hanno subito negli anni ‘40-80´ nei loro istituti religiosi. Quasi contemporaneamente alla pubblicazione del comunicato vescovile, ieri a Dublino migliaia di persone sono scese per strada per manifestare la loro solidarietà alle vittime e per protestare contro il mancato dibattito parlamentare sul Rapporto Ryan, rinviato all´ultimo momento per far posto ad una mozione di sfiducia al governo.
«Il Rapporto Ryan - ammettono i vescovi - rappresenta la più recente e inquietante incriminazione di una cultura che, per troppo tempo, è stata prevalente nella Chiesa cattolica in Irlanda. Crimini odiosi sono stati perpetrati contro i più deboli e i più vulnerabili, e sono stati commessi atti vili con effetti duraturi nella vita con il pretesto della missione di Gesù Cristo. E´ un grave atto di tradimento della fiducia che il nostro popolo ha da sempre riposto nella Chiesa. Chiediamo perdono e non ci stancheremo di cercare di capire - alla luce del Rapporto Ryan - le vere cause che hanno provocato tanto dolore a degli innocenti». «La nostra prima reazione a quanto accaduto - confessano i vescovi irlandesi - è di profonda tristezza per le sofferenze di tanti, provate per così lungo tempo. Vogliamo invitare le vittime ad impegnarsi con noi per vedere come possiamo aiutare coloro che sono stati abusati. Vogliamo rispondere come pastori... invitiamo tutta la Chiesa ad unirsi con noi in preghiera per il benessere e la pace della mente per tutti coloro che hanno sofferto».
il manifesto 12.6.09
Opposizione. L'ex subcomandante: «Un partito solo, dal Prc all'Idv»
di Micaela Bongi
Delle «due sinistre», una moderata e una radicale, non si può più parlare, perché ormai «non c'è nessuna sinistra». E se le formazioni escluse anche dal parlamento di Strasburgo «non prendono atto che è finita una storia e che quindi si deve ricostruire da zero, non faranno un metro in più». Dopo aver auspicato, per le elezioni europee, il «tanto peggio, tanto meglio» (un insuccesso delle liste di sinistra per poter, appunto, ripartire da zero) Fausto Bertinotti trae le sue conclusioni: il peggio è arrivato e allora è arrivato anche il momento di «rimescolare le carte». Come? Dando vita - dice l'ex subcomandante intervistato dalla Stampa a «un partito nuovo di tutta la sinistra italiana, creato da tutti quelli che oggi sono all'opposizione e che si sentono più o meno di sinistra, da Rifondazione all'Italia dei valori, dal Pd al movimento di Vendola, dai socialisti ai Verdi, dai Comunisti italiani ai radicali».
Proposta choc, bocciata subito senza complimenti dai socialisti di Riccardo Nencini che all'idea cdi stare nello stesso partito con Olviero Diliberto e Antonio Di Pietro si sentono male, e dal Pdci Marco Rizzo, che spara a zero contro l'ex segretario di Rifondazione: «Serve aria nuova e non assassini della politica che tornano sul luogo del delitto». Proposta che, seppure in modo più pacato, considera irrealizzabile il segretario del Prc Paolo Ferrero, perché «ha un tratto di illusione, la stessa che stava alla base del ragionamento fàtto all'epoca dell'Unione: la disponibilità della sinistra moderata a ragionare sui percorsi fatti. Ma poi abbiamo visto le politiche economiche di Padoa Schioppa». E anche ora, «vedo una sinistra moderata che ha fallito ma è ben presente e ha posizioni legate ai poteri forti. Il problema, anche di natura organizzativa, riguarda la costruzione della sinistra di alternativa, non di una sinistra senza aggettivi».
Insomma, al di là di Di Pietro - che tra le forze di Sinistra e libertà provoca un sussulto non solo ai socialisti - o di Marco Pannella, il punto principale è il Pd. O meglio, questo Pd. Perché Bertlnotti, di fronte al risultato elettorale, immagina o almeno auspica che il partito di Franceschini possa essere travolto dal «big bang». E dunque la nuova formazione raccoglierebbe solo l'ala più di sinistra dei democratici. Non a caso l'ex presidente della Camera ieri avrebbe parlato della sua proposta anche con Massimo D'Alema. Convinto che, di fronte al rischio palude, è meglio lanciare qualsiasi idea utile a movimentare le acque. Ma anche dall'area ex bertinottiana rimasta dentro Rifondazione si levano voci critiche, come quella di Augusto Rocchi: «Come si fa a definire di sinistra i radicali? Quella sinistra si dividerebbe subito sulla legge 30 o la guerra. Non condivido il presupposto di Fausto, secondo il quale non c'è più nessuna sinistra e dunque non ci sono le due sinistre. Ci sono due liste cresciute di 800 mila voti rispetto alle politiche. Pensiamo a porci il problema di come rimettere insieme i pezzi che. esistono in una forma unitaria e plurale, evitando che ognuno dica che il disegno egemonico è il proprio. E poi nel Pd ci può essere uno scontro sull'asse politico, non un'implosione. Affrontiamo semmai il tema delle alleanze. Se poi ci sarà un'evoluzione del quandro politico, vedremo».
Il problema più stringente del rapporto col Pd, lo ha Sinistra e libertà che vuole allontanare il sospetto di subalternità, senza essere antagonista. E per ora ba deciso di andare avanti con il suo progetto. Ma è appunto dai democratici che ci si aspetta un segnale, eventualmente dopo i ballottaggi. Posto che, come dicono da Sinistra democratica, «tutto è in movimento» ma «un partito con Di Pietro non funziona», anche se per la formazione di Claudio Fava è attuale, non da ora, il tema di un partito della sinistra. Dai verdi invece Paolo Cento conferma che «un partito da Rifondazione all'Idv non è all'ordine del giorno», però «è un bene che Sinisrtra e libertà non abbia deciso strette organizzative», perché «non si deve rinchiudere in un micro partito dai confini prefissati. In questo senso la sollecitazione per una sinistra ampia fatta da Bertinotti è interessante». E se dal Pd si leva la voce di Vmcenzo Vita, dell'Associazione A sinistra - «la proposta di Bertinotti merita di essere discussa e non va respinta in modo burocratico» - commenta contrariato Walter Veltroni, che con l'ex presidente della camera aveva firmato la «separazione consensuale» e che guarda con il solito sospetto ai movimenti di D'Alema: «La proposta di Bertinotti ha un margine se si vuole un sistema bipolare - commenta l'ex segretario del Pd - ma mi pareva di aver capito che non era questa l'aspirazione di gran parte delle forze del centro-sinistra. Un grande Pd può essere la base di alleanze riformiste».
l’Unità 12.6.09
Il voto femminile potrebbe essere decisivo oggi in Iran dove si va alle urne in un clima di elettrizzante attesa. Euforia tra i riformatoriIran, la carica delle donne
Mousavi spera nella svolta
di Gabriel Bertinetto
Oggi le presidenziali Il leader del fronte riformatore sfida il falco Ahmadinejad
L’aspirante First Lady Zahra Ranavand ha il consenso di giovani, ceti medi e moderati
Mercoledì sera, mentre la campagna elettorale si chiudeva per la cosiddetta pausa di riflessione prima del voto odierno, a Teheran è accaduto l’impensabile. In margine ad una manifestazione a sostegno del candidato riformatore Mirhossein Mousavi, un gruppo di donne ha sfidato in un solo momento trent’anni di inibizioni e proibizioni: via il foulard, sciolti i capelli sul volto scoperto, hanno ballato allegramente in strada con i loro compagni maschi. La polizia religiosa stavolta si è ben guardata dall’intervenire.
RINASCE LA SPERANZA
Se Zahra Ranavand, moglie di Mousavi, fosse stata presente, avrebbe redarguito le esuberanti connazionali, bollandone il comportamento come inutilmente provocatorio. Lei, Zahra, ha più volte detto che la società e le istituzioni della Repubblica islamica vanno cambiate con gradualità. Ma con la sua personalità decisa, la moderazione dei metodi e l’intransigenza dei principi, è diventata l’idolo di molte donne. Ed è anche grazie a lei che i gruppi sociali favorevoli alle riforme, ma delusi in passato dagli aspiranti riformatori, hanno ritrovato in queste ultime settimane entusiasmo e speranza di cambiare.
Attorno a Zahra ed al consorte si è formata una eterogenea alleanza fra i ceti medi urbani, i giovani, gli intellettuali, e parte degli ambienti conservatori che non si riconoscono nella retorica estremista di Ahmadinejad e che soprattutto hanno sperimentato quattro anni di politica economica disastrosa. Ecco perchè l’ondata anti-governativa del 2009 si distingue dai movimenti che accompagnarono l’elezione di Khatami nel 1997 e nel 2001. Allora molti votarono con l’illusione di portare alla presidenza un uomo capace di trasformare radicalmente il sistema in senso democratico. Oggi, ammaestrati dai precedenti sforzi andati in fumo, si pongono obiettivi più limitati. Togliere di mezzo Ahmadinejad è considerato di per sé già un grande risultato. Poi a poco a poco qualcosa gradualmente si potrà fare: dalla ripresa del dialogo con l’Occidente, a scelte più oculate in materia economica e sociale, all’apertura di spazi di libertà culturale e mediatica, a modifiche migliorative delle leggi che discriminano in base al sesso.
SPEZZATO UN TABÙ
Presentandosi assieme ai comizi, Mousavi e signora hanno spezzato il tabù della politica al maschile, ed aggirato i cavilli legali che sinora hanno impedito alle donne di candidarsi per la presidenza. Sarà certamente Mousavi, se eletto, a dirigere il Paese. Ma il ruolo di Zahra non sarà quello di una comprimaria. Quando una giornalista le ha chiesto se si sentisse una potenziale Michelle Obama di Teheran, Zahra ha risposto con il piglio di chi non vuole essere seconda a nessuno: «O forse potremmo dire che Michelle è una Zahra americana». Se le donne iraniane avevano un modello in Shirin Ebadi, paladina dei diritti umani vincitrice di un Nobel per la pace, ora ne hanno trovato uno non meno solido in Zahra Ranavand.
I sostenitori di Ahmadinejad temono di non farcela. Potrebbero anche prevalere ma senza superare il quorum del 50%cento. Ed in un eventuale ballottaggio con Mousavi tutto potrebbe accadere. Apparentemente fuori gioco sono gli altri candidati, il riformatore Kharroubi e l’ultraintegralista Moshen Rezaie. Il nervosismo del presidente uscente emerge dai ripetuti tentativi di infangare la personalità dei suoi avversari. Ha insinuato che Zahra abbia ottenuto irregolarmente un dottorato di ricerca universitario. Ha accusato di corruzione l’ex-presidente Rafsanjani, sostenitore di Mousavi. Ha mobilitato gli ambienti militari a lui favorevoli per lanciare un pesantissimo monito agli avversari. «Ogni tentativo di provocare in Iran una rivoluzione di velluto sarà stroncato sul nascere», ha dichiarato Yadollah Javani, responsabile politico dei Pasdaran. In altre parole, non azzardatevi a scendere in piazza per denunciare brogli o reclamare la vittoria.
Corriere della Sera 12.6.09
Fritjof Capra L’autore del «Tao della fisica» rilegge gli studi di botanica del genio
Così Leonardo scoprì l’età degli alberi
di C.Giu.
MILANO — Gli anelli del tronco per stabilire l’età degli alberi? Fu un’intuizione di Leonardo. E dal suo genio venne anche la scoperta del sistema vascolare delle piante e della stretta relazione che lega vegetali e acqua. Allora, fino al Rinascimento, si credeva che gli alberi si nutrissero di terra. Le opere, i disegni, il pensiero di Leonardo da Vinci sono al centro dell’ultima fatica del fisico e scrittore Fritjof Capra, autore del best seller «Il Tao della fisica».
Il volume, edito da Aboca, è stato presentato ieri al Circolo della stampa di Milano. È un libro che si inserisce nel progetto «International lectures on nature and human eclogy». Capra concentra la sua «inchiesta», il suo viaggio, le sue meticolose e approfondite analisi sul pensiero leonardesco; in particolare, sugli studi di botanica che furono compiuti perlopiù negli ultimi anni della vita di Leonardo. Si tratta di ricerche eseguite dopo il 1508, quando l’autore, a quell’epoca cinquantenne, aveva sviluppato buona parte delle sue conoscenze tecniche e scientifiche. Nei suoi disegni, che oggi sono conservati nei musei di tutto il mondo e che vengono riprodotti nelle pagine del volume, secondo Fritjof Capra «emerge il metodo sperimentale di osservazione della natura». Lo stesso metodo che Leonardo applicò per scoprire che la crescita degli anelli nel tronco degli alberi segnava non solo l’età ma poteva fornire indicazioni su carestie e le siccità del passato. Leonardo, secondo l’autore, «emerge come il primo autentico pensatore sistemico» che «riusciva ad unire discipline diverse» con un unica, grandissima conseguenza: «Ottenere una visione articolata delle leggi fisiche e del ciclo della vita».
Corriere della Sera 12.6.09
Fregi del Partenone:
Atene si mobilita contro il British Museum
Sembra una ferita destinata a riaprirsi in continuazione. Il governo greco del premier Costas Karamanlis ha respinto l’offerta del British Museum di prestare per alcuni mesi al neonato Museo dell’Acropoli di Atene i marmi del Partenone (che Lord Elgin aveva trafugato nell’Ottocento) «in cambio del riconoscimento della proprietà britannica sui fregi» ( foto). Il ministro della Cultura ellenico Antoni Samaras è stato categorico: accettare la proposta sarebbe come «legalizzare il saccheggio avvenuto duecento anni fa». Non è che l’ultimo atto di una «crisi eterna» ora aggravata dall’apertura, il prossimo 20 giugno, del nuovo museo progettato dall’architetto svizzero (con studio a New York e Parigi) Bernard Tschumi: 14 mila metri quadrati con «tutte le meraviglie dell’Acropoli», ma senza i fatidici fregi.
A guidare la campagna per la restituzione è oggi lo scrittore Alexis Mantheakis (ex portavoce della famiglia Onassis): per lui «la Gran Bretagna non restituirà mai i marmi del Partenone a meno che non vi sia costretta».
Intanto cresce la mobilitazione popolare e vengono annunciate manifestazioni per i giorni dell’inaugurazione.
Dice Mantheakis: «La Grecia veniva finora accusata dagli inglesi di non avere luoghi adatti per accogliere i fregi; ora con il nuovo museo, questa scusa non regge più».
Corriere della Sera 12.6.09
In difficoltà un’istituzione storica che vanta grandi docenti come Abbado, Muti, Tate e Brunello
L’Orchestra giovanile suona l’allarme
Crollo dei contributi alla Scuola di Fiesole. Accardo: chiudere sarebbe vergognoso
La sede per giovani musicisti fu ideata 30 anni fa da Piero Farulli, ora presidente onorario
MILANO — Sarebbe come se la Normale di Pisa annunciasse di dover chiudere per mancanza di fondi. L’Orchestra Giovanile Italiana, Ogi, gloria del nostro Paese, ramo prestigioso della Scuola di Musica di Fiesole, rischia di brutto. Il centro di formazione per giovani musicisti ideato 30 anni fa da Piero Farulli, viola del leggendario Quartetto Italiano, vivaio da cui attingono le nostre orchestre più importanti, sta vivendo il peggiore momento della sua storia: forse l’ultima stagione. Il budget per sovvenzionare l’Orchestra, 900 mila euro, finora coperto in gran parte da istituti bancari, si è ridotto di metà causa crisi. Un taglio pesante che obbligherebbe la Scuola a farsi carico per l’80% delle spese: borse di studio, compensi per i docenti, strumenti musicali... Insostenibile per le finanze di Fiesole.
«Il 2009 è un annus horribilis — assicura Andrea Lucchesini, pianista di fama internazionale e direttore artistico della Fondazione —. Purtroppo in Italia la cultura soffre di una legislazione che non dà agli sponsor facilitazioni fiscali. Quest’anno la Cassa di Risparmio di Firenze ha dimezzato il sostegno, da 800 a 400 mila euro, e si prevede che il Fus si riduca di un quarto. Il nostro bilancio è in rosso di 300 mila euro. Se saliranno a 600 mila, il rischio di chiudere sarà altissimo». Certo 900 mila euro di questi tempi non sono pochi quando gli allievi ammessi ai corsi sono solo un’ottantina. «Vero, ma qui arrivano solo i migliori e per non creare discriminazioni economiche i nostri corsi sono gratuiti. Ogni allievo costa circa 10 mila euro l’anno, comprensivo dell’ospitalità. Quanto ai docenti, gran parte sono ex allievi dell’Ogi, a cui si affiancano grandi nomi del concertismo come Mario Brunello, Giuliano Garmignola, Danilo Rossi, Pavel Vernikov, fantastiche masterclass. Tra i direttori, qui vengono Claudio Abbado, Roberto Abbado, Muti, Daniele Gatti, Mehta, Tate, Gianandrea Noseda...».
Garanzie di altissima formazione. Lo sanno i direttori artistici che qui vengono ad attingere le nuove leve dei loro organici. «Succede con la Cherubini, con la Mozart, ma anche con l’Orchestra Rai o Santa Cec ilia — elenca Nicola Paszkowski, maestro preparatore dell’Ogi —. A differenza dei Conservatori, noi diamo grande spazio alla musica da camera, premessa indispensabile per imparare a suonare insieme e ascoltarsi. E ci sono anche momenti di confronto con il pubblico. Il 26 giugno saremo al Maggio Fiorentino con Noseda sul podio, a luglio al Ravenna Festival per il terzo anno consecutivo, il 14 con un concerto diretto da me, il 18 con Lang Lang solista».
Tra quanti prestano «regolare servizio» a Fiesole, il grande Salvatore Accardo. «Vengo da 20 anni, a Farulli sono legato da amicizia fraterna. Piero ha fatto per la musica e i giovani cose straordinarie. L’Ogi è una palestra meravigliosa per imparare a suonare e per comportarsi nel modo giusto: rispettare gli altri, fare lavoro di squadra. La prima dote di un musicista è l’umiltà. Anche se sei solista fai sempre parte di una partitura. È vergognoso che l’Ogi si trovi in pericolo — conclude Accardo —. È un’eccellenza musicale di cui l’Italia dovrebbe andar fiera. In nessun altro Paese verrebbe abbandonata. E non parlo di Germania o Francia, ma del Venezuela. Paese non ricco, che però sostiene la politica del maestro Abreu: la musica strumento anche di recupero sociale. Abreu è amico di Fiesole, speriamo che torni. Ma prima di tutto bisogna che l’Orchestra Giovanile Italiana continui a vivere».
l’Unità 12.6.09
Gramsci, fragile e immenso
A Napoli un ritratto dell’intellettuale negli anni della dura prigionia
Un’eredità fatta di etica e fede
di Rossella Battisti
Arriva Gramsci a Napoli. Un Gramsci a teatro - Gramsci a Turi, in scena al Festival Italia - scrutato nell’intimità sofferta degli ultimi anni dal carcere. «Oggetto misterioso» per chi lo circondava allora, e «oggetto del desiderio» per quanti lo rimpiangono oggi come faro di riferimento politico ed etico. Lo sguardo è quello di Antonio Tarantino - acuminato, implacabile, testimone. E sua la scrittura - verticale, graffiata e graffiante. Quella, cioè, a cui ci ha abituato questo drammaturgo anomalo, ex pittore autodidatta, arrivato solo a 50 anni alla scrittura teatrale ma in modo esplosivo, viscerale, fortemente etico. Spesso politico, così come lo è il teatro frequentato da Daniele Salvo, che lo mette in scena e che ha commissionato il testo. «Di questi tempi la memoria di un personaggio di questa statura ci sembrava una testimonianza - racconta il regista, già attore per Ronconi e suo assistente -. Un appello a una certa etica che non c’è più e di cui sentiamo la necessità».
6 ATTORI 30 PERSONAGGI
Sul palco sei attori - Gianluigi Fogacci, Melania Giglio, Michele Macagno, Francesco Colella, Massimiliano Sbarsi e Pasquale Di Filippo - che valgono per...trenta. «Tarantino ha scritto un copione per trenta personaggi - spiega Fogacci - e così ci siamo ingegnati a fare cinque parti a testa». Un reticolato fatto di fascisti (con maschere di lattice che ne alterano la fisionomia) e compagni di partito come Terracini, Bordiga e lo stesso Togliatti, ma anche di familiari come Tatiana Schucht, sorella della moglie Giulia, che girano intorno a Gramsci dagli anni del processo fino alla sepoltura a Testaccio. «Tutti insieme tracciano - prosegue Fogacci - il ritratto enigmatico di un uomo fragile, indifeso, sofferente e insieme dotato di spirito di sacrificio e con sguardi inconsueti sulla realtà e sul futuro. Un profilo che sembra sfuggire sia a chi vuole combatterlo che a chi ne ha fatto un baluardo». Fragile e indomito: sono aggettivi che ricorrono anche nei ricordi su Berlinguer in questi giorni... «Personaggi di cui si sente forte nostalgia - riprende Salvo -, e ci si sorprende a chiederci “cosa direbbe ora?”. A me succede spesso...». Nel testo si parla dell’ultimo Gramsci, però appaiono «in tralice cose che parlano del nostro presente, della divisione che già esisteva nella sinistra, della sottovalutazione di certi fenomeni» sottolinea Fogacci, ricordando come fosse stato considerato «passeggero» il fascismo.
Gramsci a Turi si chiude con una scena buia, i becchini intorno alla cassetta con le ceneri, quando arriva l’amico Piero Sraffa, con le lacrime all’occhio e dice «rispettiamo queste ceneri perché ci diano fede». «Ecco - riprende Salvo - l’eredità di Gramsci sta in queste parole, nell’appello all’unità e nella fede nell’uomo. In quell’ideale a cui lui stesso ha aderito fino in fondo, opponendo la sua fragilità fisica a un’impressionante lucidità mentale e al coraggio delle sue idee». Come fare teatro politico e d’impegno civile senza rinunciare all’aspetto più artistico? «Tirando fuori l’elemento poetico, molto importante anche in un certo tipo di storia politica, vedi Pasolini o le stesse Lettere di Gramsci dove il linguaggio che non è specificamente politico, ma umano. Il veicolo è l’emotività, l’emozione che collega gli spettatori a tematiche che sembrerebbero ostiche». Una sfida e un’opportunità anche per gli attori, «per andare al di là del solito lavoro - aggiunge Fogacci -, diventare latori di qualcosa d’importante, ritrovare un senso meno routinario. Uscire dall’idea di un teatro come mero strumento di autoaffermazione, esaltatore dell’ego, ed essere invece “servitori dell’opera”. Riportare oggi sulla scena figure di così alto profilo, mi appare quasi come un dovere morale».
Repubblica 12.6.09
Il fotografo di Villa Certosa: Cinquemila gli scatti sardi del premier "Anche le finte nozze con una ragazza"
Zappadu rivela: usciranno presto, ma non in Italia
di Paolo Berizzi
Le immagini risalgono al triennio 2006-2009 tra villa Certosa e l´aeroporto di Olbia
Nelle immagini elicotteri Fininvest da cui scendono anche decine di ragazze
Il fotografo sardo Antonello Zappadu ha qualcosa da dire. È appena fuori l´aula di tribunale di Tempio Pausania, dove aspetta di conoscere se verrà o meno processato per violazione di domicilio e violazione della privacy.
È qui per la storia delle foto pubblicate dal settimanale "Oggi" nel 2007: quelle del presidente del Consiglio in compagnia di cinque ragazze che si alternano nel sederglisi in grembo nei giardini di villa Certosa. Dice Zappadu: «Le 700 foto che mi hanno sequestrato non sono le sole che ho fatto - spiega - Se proprio la devo dire tutta, io, tra il 2006 e il 2009, ho scattato cinquemila fotografie. All´aeroporto di Olbia e all´interno di Villa Certosa». Che tipo di foto? Zappadu allarga le braccia: «Mettiamola così: nulla di pruriginoso. Piuttosto, direi immagini politicamente imbarazzanti. Ne posso raccontare una: sarà stata la tarda primavera del 2008 e nei giardini della villa, c´è un finto matrimonio tra Berlusconi e una ragazza. Ci sono il bouquet di fiori e un gruppo di altre ragazze intorno a loro che applaudono divertite». Con Zappadu, fuori dell´aula di Tempio Pausania, sono suo fratello, suo padre novantatreenne e il suo avvocato, Giommaria Uggias, neoeletto deputato europeo con l´Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Zappadu si congeda: «Penso che delle nuove foto usciranno presto. E non in Italia».
Il fotografo sardo dà due notizie. La prima: l´archivio di immagini del presidente del Consiglio e dei suoi ospiti nella sua residenza sarda, dei suoi spostamenti da e per il Continente con voli di Stato e Fininvest, è sette volte quello che, il 30 maggio scorso, Niccolò Ghedini, avvocato del premier, è riuscito a congelare con un esposto alla Procura della Repubblica di Roma. La seconda: quelle foto già circolano.
Solo Zappadù ne conosce evidentemente il contenuto, eppure le sue parole di oggi consentono in qualche modo di tornare a rileggere le 700 foto sequestrate dalla magistratura con un occhio diverso. Perché in quegli scatti - che "Repubblica" ha avuto modo di guardare nella loro totalità - c´è un metodo, una sorta di canovaccio narrativo che sembra anticipare o alludere a quel che ancora non è venuto, ma, a sentire Zappadu, verrà.
Liquidate come «innocue» dall´avvocato Ghedini e dallo stesso Berlusconi, le immagini catturate a Villa Certosa e all´aeroporto di Olbia tra il 17 aprile e il 31 dicembre del 2008, da questo punto di vista appaiono infatti meno innocue di quel che effettivamente sembrano. Divise sapientemente in blocchi, non hanno necessariamente un ordine cronologico, ma tematico. Fissano una scena, ma alludono a un contesto. Che, almeno per ora, non svelano.
I voli. Zappadu ne documenta sei. 9 dicembre 2007. 25 marzo 2008. 17 aprile 2008. 24 maggio 2008. 3 agosto 2008. 18 agosto 2008. Solo due, quello del 25 marzo e del 24 maggio 2008 hanno le insegne e il tricolore dell´Aeronautica militare. E sia sull´uno che sull´altro salgono almeno due persone che non sembrano far parte di alcuna delegazione ufficiale. Lo chansonnier personale del premier Apicella (24 maggio) e con lui artisti e artiste del Bagaglino. Una donna bruna vestita di scuro, gli occhiali da sole dalla grande montatura, che anticipa il presidente del consiglio sulla pista dell´aeroporto di Olbia e lo aspetta per imbarcarsi con lui. Gli altri voli, si è detto, sono Fininvest. Due Gulfstream della flotta Alba servizi (dicembre 2007 e aprile 2008), due elicotteri della stessa società il 3 e il 18 agosto del 2008. Le ragioni per cui Zappadu ritragga quegli elicotteri nella loro manovra di avvicinamento all´eliporto di Villa Certosa appaiono misteriose. Ma, interpellato, è proprio il fotografo sardo a spiegarlo, confermando non solo la capienza del suo archivio, ma il suo "metodo". «Perché le foto di quegli elicotteri? Perché ho altre foto in cui si vedono scendere da quegli elicotteri almeno una decina di ragazze».
Le ragazze nella villa. Si è scritto nelle scorse settimane di «docce saffiche», di nudi in topless a bordo piscina, di ragazze, ora in pigiama, ora in baby-doll a passeggio nel patio della villa, lasciando immaginare squarci vouyeristici. In realtà, quello che colpisce delle sequenze in cui le ragazze vengono ritratte, non è tanto quel che fanno (c´è una doccia, ma non è saffica, tanto per dirne una), ma come appaiono. Alcune sembrano avere tratti slavi. E, nonostante vengano tutte riprese sempre in pieno giorno (normalmente tra le 13 le 16), è come se indossassero un costume di scena. Passeggiano nel parco non in jeans o in scarpe da ginnastica, ma con stivali in velluto (viola, bianchi) scarpe dai tacchi alti, ridottissime minigonne, abiti colorati che ne fasciano i corpi.
Il presidente del Consiglio, quando appare tra loro (in due sole occasioni), indossa un pullover blu, dimostra confidenza. In un caso, le invita (si distingue una ragazza bruna dall´abito giallo acceso) a seguirlo all´interno della villa. In un altro - è il pomeriggio del 17 maggio - da quelle ragazze è circondato. Se ne contano cinque. Giovani. Gli fanno da corona mentre, in un patio della villa circondato da una macchia lussureggiante, il Presidente fa strada verso un kart da golf, cui si metterà alla guida.
Gli ospiti maschili. Dell´ex premier ceco Mirek Topolanek, si è scritto e si è visto (il quotidiano spagnolo El Pais ha pubblicato il 6 giugno scorso la foto di uno dei suoi nudi a bordo piscina). Ma anche in questo caso, Zappadu sembra avere del metodo nel fissare le immagini delle figure maschili che, talvolta, occupano la scena. Come se volesse agganciare nel contesto delle ragazze altri uomini, altri testimoni, che non siano il solo Presidente del Consiglio. Accade il 18 ottobre del 2008. Due ragazze (una in abito giallo, l´altra con una maglietta rosa) sono con Berlusconi alla sommità di una scala che affaccia su un patio. Tre uomini li seguono. Appaiono ospiti di mezza età. Il primo veste un maglione beige e ha il volto incorniciato da baffi e capelli bianchi. Anche il secondo gli sembra coetaneo: capelli bianchi, golf blu, pantaloni scuri. L´ultimo, sullo sfondo, osserva la scena: stringe una rivista, ha un gilet di cotone e scarpe bianche.
Chi sono? E, come loro, chi sono le ragazze dei 700 scatti? Sanno di essere nell´archivio di Zappadu? Che altro custodiscono le 4.300 foto che - dice il fotografo - sono «al sicuro» e sono «pronte a circolare»?
Repubblica 12.6.09
Perché la storia di quelle foto cambia il registro di una crisi
di Giuseppe D’Avanzo
Cinquemila foto che scrutano la vita del capo di un governo (una vita «disordinata»: lo dice la moglie; lo ammettono anche i suoi fedelissimi) possono essere un trascurabile gossip soltanto per teste imprevidenti o vecchi volponi.
La vicenda può minare la credibilità del Paese alla vigilia dell´incontro con Obama e del G8
È più responsabile parlare - per dirlo in modo chiaro - di una crisi della sicurezza nazionale. Può essere questo il nuovo e allarmante approdo di un affare che, in modo bizzarro, ha avuto inizio a una festa di compleanno di una ragazza di Napoli. Si è gonfiato con le ricostruzioni pubbliche di Silvio Berlusconi, presto diventate pubbliche menzogne e impossibilità a rispondere a dieci domande suscitate dalle sue stesse parole, contraddizioni, incoerenze.
Il "caso" è cresciuto con il racconto delle abitudini ambigue del presidente del consiglio che, in un qualsiasi pomeriggio d´autunno, telefona a una minorenne che non conosce (ne ha ammirato le grazie in un book fotografico) per invitarla a conservare la sua «purezza». Fin qui, anche se pochi hanno avuto finora l´interesse o la buona fede per capirlo, eravamo dinanzi a una questione politica che interrogava il divieto o il limite dell´uso della menzogna nel discorso pubblico.
L´affare proponeva questioni non dappoco: l´attendibilità del premier e la costruzione di una realtà artefatta che si avvantaggia della debolezza delle istituzioni (il Parlamento); del dominio di chi - come Berlusconi - possiede e governa i media; delle pulsioni gregarie che li abitano.
Il racconto per immagini della vita privata che il capo del governo conduce, con i suoi ospiti, a Villa Certosa (viene detto oggi in cinquemila scatti) muta ora il registro. In queste foto, raccolte nell´arco degli ultimi tre anni, si può scorgere Silvio Berlusconi, circondato da stuoli di ragazze, alcune italiane, altre apparentemente slave, sempre giovanissime.
Il presidente del consiglio è con i suoi ospiti, in alcune occasioni. Sono avanti con gli anni. Hanno i capelli bianchi. Chi sono? Amici personali del presidente o dignitari stranieri? E, in questo caso, di quale Paese? Le fotografie - Repubblica ha preso visione soltanto di una parte - sono caste, ma non innocenti. La loro pubblicazione (vietata in Italia) può senza dubbio danneggiare l´immagine e la reputazione del capo del governo, provocare l´imbarazzo del nostro e di altri governi o comunque dei leader che Berlusconi ha ospitato a Punta Lada. Qui si può scorgere, in due incertezze, l´avvio di una possibile crisi. Si pensava (lo pensava l´avvocato del premier) che tutte le foto fossero state eliminate dal mercato. Non è così. Ce ne sono altre migliaia in circolazione.
Che cosa ritraggono? Possono trasformare l´imbarazzo di Berlusconi in vergogna e la vergogna in disonore? E ancora, chi oggi può entrare in possesso di quelle foto? Al di là delle immagini delle jeunes filles en fleurs raccolte da Antonello Zappadu, quelle giovani ospiti straniere hanno avuto la possibilità di andar via con qualche scatto, con qualche immagine?
Ecco allora perché un affare nato, in modo inatteso in un ristorante della periferia di Napoli, può diventare una minaccia della sicurezza nazionale. Non c´è dubbio che il presidente del Consiglio vive ore di grande debolezza in quanto non è in grado di sapere quali e quante immagini circolino (e non è necessario che siano compromettenti anche se sarebbe oggi avventuroso sostenere, con certezza, che non lo siano). Come non c´è dubbio che chi arraffa, o ha arraffato per tempo, quegli scatti, potrebbe avere un potere di interdizione sui passi del capo del governo.
Si comprende quindi il nervosismo, l´ansia del premier; la pressione che in queste ore muove sui servizi segreti per avere non solo, come pure si è detto, una maggiore protezione per il futuro, ma - e quel che conta - la sterilizzazione di ogni minaccia che viene dal passato e la distruzione di ogni disegno aggressivo che può affacciarsi nel presente.
Questa condizione di precarietà, dicono, avrebbe convinto Berlusconi a chiedere all´intelligence un´azione meno "politica" e discreta, più convinta e determinata per liberare i suoi giorni da ogni possibile ombra. Soprattutto alla vigilia di importati appuntamenti internazionali (l´atteso incontro con Obama, il G8 di luglio a l´Aquila).
Ma, ammesso che ci siano i margini tecnici per mettere in sicurezza la reputazione del presidente del consiglio, nessuno oggi è in grado di dire se non sia già troppo tardi. In questo dubbio, c´è tutta l´asprezza di una crisi che deve ancora trovare il suo vero nome.
il Riformista 12.6.09
La mano di un avvocato in quelle poche righe e la volontà di smontare il teorema dei sparati in casa con due vite lontane
Una battaglia editoriale dietro il pizzino sul Corsera
di Fabrizio d'Esposito
A quattro giorni dal risultato delle elezioni europee e nel pieno della storica e controversa visita di Gheddafi in Italia, Veronica Berlusconi rompe il silenzio con un'altra lettera. Stavolta, però, non a Repubblica, cui negli ultimi due anni ha consegnato missive e sfoghi. A pubblicare, infatti, il breve testo vergato dalla moglie del premier è stato ieri il Corriere della Sera.
La lettera, come ha notato Dagospia, è stata piazzata in prima pagina senza commenti e servizi, nello stesso giorno in cui il quotidiano concorrente di Ezio Mauro riapre il fronte di Noemi con un articolo sui misteri legati al vecchio processo per corruzione al papà della ragazza di Portici, Benedetto Letizia detto Elio. Insomma gli affari privati del Cavaliere riemergono nella settimana post-voto, a corredo della deludente prestazione personale del premier, meno di tre milioni di preferenze.
La lettera di Veronica Lario, che però si firma ancora con il cognome del marito, come ha detto qualcuno «è un vero e proprio pizzino» da decifrare. Lei inizia rivendicando il silenzio delle ultime settimane, nonostante il «brutale infangamento della mia persona, della mia dignità e della mia storia coniugale». Una premessa in cui si sottolinea il ruolo di moglie e madre che fa la spettatrice e non reagisce, per esempio, alla campagna di Libero contro di lei: dapprima le foto a seno nudo di quando era attrice di teatro, poi l'intervista-choc di Daniela Santanché: «Veronica ha un compagno». Ma su questo Lario interviene in maniera implicita nell'ultimo capoverso. Prima c'è il passaggio più misterioso e difficile da decrittare: «Certo è che la verità del rapporto tra me e mio marito non è neppure stata sfiorata, così come la ragione per cui ho dovuto ricorrere alla stampa per comunicare con lui». Che significa?
Ma il vero messaggio è, appunto, alla fine: «Certo è che l'ho sempre amato e che ho impostato la mia vita in funzione del matrimonio e della mia famiglia». Per alcuni ambienti filoberlusconiani si tratterebbe «di una vera e propria sottomissione, un atto di pace in tutti i sensi, non di guerra, altrimenti avrebbe scelto di nuovo Repubblica». Perché a contare non è solo la sostanza ma anche la cornice. In questo caso il Corriere del de Bortoli bis, che sulla vicenda Noemi ha tenuto un profilo basso. La lettera è stata recapitata a via Solferino e non alla redazione di Repubblica. Un segnale forte, senza dubbio.
Fonti informate allargano lo spettro della discussione e spiegano come d'improvviso «l'ombrello della Rcs con salotti vari annessi» si sia aperto su Veronica. Sempre questa settimana, infatti, il settimanale Oggi pubblica un ampio servizio sulla moglie del Cavaliere che fa la nonna in vacanza, in una località della Puglia. L'articolo è intitolato significativamente «La solitudine di Veronica». C'è lei con la madre Flora e con «l'amato nipotino Alessandro», il figlio di Barbara che lei stessa, Veronica, non farebbe più vedere a Silvio. Ma soprattutto si mette in risalto come fra i tre bodyguard che scortano questo quadretto familiare non c'è quello indicato come il suo compagno da Libero, Alberto Orlandi. Insomma, la combinazione lettera più vacanze farebbe parte di una strategia legale tesa a smentire l'immagine di una coppia separata in casa da tempo, ognuno con la propria vita affettiva, e che mira a una separazione consensuale, non a un divorzio in un clima da guerra mediatica. Una versione, questa, che contraddice «l'atto di pace totale» intravisto da alcuni esponenti berlusconiani, che considerano la lettera anche come una retromarcia clamorosa sul «marito malato che frequenta le minorenni».
In ogni caso, ieri, il premier «era molto di buon umore», come riferiscono dalla sua corte. All'assemblea annuale della Confartigianato ha pure scherzato per l'ennesima volta (non è la prima volta, ormai a ogni donna che incontra fa la stessa battuta: «Se non è minorenne con lei non ci parlo») sui suoi guai, giudiziari e privati: «Devo scappare via perché sto combinando il matrimonio tra Noemi e quell'avvocato inglese, come si chiama... (Mills, ndr) e porto in dono l'offerta di un viaggio di nozze sugli aerei di Stati aggratis». A Palazzo Grazioli, raccontano, sono giorni che «il premier è nero, alternando depressione e inauditi scatti d'ira». Addirittura si è scagliato contro un suo fidatissimo collaboratore perché aveva i calzini con una riga bianca. Forse, ieri, con la lettura mattutina del Corsera la situazione è migliorata. Forse.
il Riformista 12.6.09
La «signora» gela di nuovo i berluscones
Le poche righe al Corriere condizionano la giornata politica. Un fedelissimo di Silvio: «Sembrava un comunicato delle Br». Il Cavaliere dribbla i giornalisti e ai suoi dice: «Adesso basta».
di Alessandro De Angelis
Un azzurro di rango sbotta, chiedendo l'anonimato: «Pare il comunicato numero sette delle br. Ci manca solo l'indicazione del cadavere al Lago della Duchessa». È l'effetto Veronica. La moglie del premier ha consegnato una dichiarazione al Corriere: «In queste settimane ho assistito in silenzio, senza reagire mediaticamente, al brutale infangamento della mia persona, della mia dignità e della mia storia coniugale. Certo è che la verità del rapporto tra me e mio marito non è neppure stata sfiorata, così come la ragione per cui ho dovuto ricorrere alla stampa per comunicare con lui. Certo è che l'ho sempre amato e che ho impostato la mia vita in funzione del mio matrimonio e della mia famiglia».
Tutto qui. Poche righe, pubblicate in prima pagina senza un commento. Solo un distico: «La signora Veronica ci ha fatto pervenire questa dichiarazione». Quanto basta per fare notizia smaltite le analisi del dopo-voto. E per irrompere nel Palazzo. In Aula si parla di intercettazioni. Ma nei capanelli del Transatlantico Veronica torna l'argomento del giorno. I parlamentari snocciolano domande sul caso: quale è la verità di cui parla Veronica che nessuno ha compreso? E le ragioni per cui ha dovuto ricorrere alla stampa per parlare con lui? Insomma il premier è ricattabile?
Quando arriva dribbla i cronisti ed entra in Aula. Silenzio. Ostenta tranquillità. Chi lo ha seguito durante tutta la giornata lo descrive di ottimo umore. Per i suoi l'argomento è tabù. Del resto non hanno mai parlato direttamente a lei. Berlusconi ha sempre scelto di attaccare sinistra e giornali per rispondere a sua moglie. E ieri ha detto ai fedelissimi: «La campagna elettorale è finita. Ora basta con questa storia». A domanda (su Veronica) Paolo Bonaiuti allarga le braccia: «Su questo non parlo». Tra gli azzurri, però, l'esternazione della signora Lario è stata vissuta come una minaccia: «Ha mandato un gatto morto» dicono a palazzo Grazioli. Per un attimo sembrano tornare i fantasmi del Noemigate, quelli di un premier sotto ricatto e della stampa che monta su un caso che sembra non finire mai. Perché, in questa storia, privato e politico si intrecciano, e un premier con attorno segreti inconfessabili è più debole pure politicamente. Taglia corto Carmelo Briguglio, ex aennino e vicecapogruppo del Pdl: «Mai visto una lettera di dieci righe messa di spalla in prima pagina. Mai».
Da palazzo Grazioli parte l'ordine di scuderia: dire che va tutto bene, sdrammatizzare. Almeno, così pare. I fedelissimi di Berlusconi provano a raccontare la favola bella. Osvaldo Napoli suona lo spartito del romanticismo: «È la prova che le vicende familiari si risolvono in quattro mura. La lettera mi pare un messaggio positivo, un segnale di pace. La mia impressione è che stanno prevalendo i sentimenti, che la vicenda sia rientrata in famiglia. Non mi stupirei affatto che moglie e marito si guardassero negli occhi e si dicessero: ricominciamo?». Dell'irraccontabile nessuno vuole parlare. Forse non c'è. O forse non lo sa nessuno, neanche fosse un caso di Stato. Giorgio Stracquadanio, altro fedelissimo del Cavaliere vuole vedere il lieto fine: «Credo che con questa lettera la moglie del presidente del Consiglio abbia voluto chiudere definitivamente qualcosa che non doveva diventare una polemica pubblica, ma rimanere una discussione familiare». Anche il capogruppo Fabrizio Cicchitto ha decrittato a lungo il messaggio. Lui che aveva denunciato il complotto sul Noemigate ha escluso ricadute politiche del nuovo affondo di Veronica: «I toni si sono abbassati. È un segnale di disperazione» dicono i suoi.
Arrivano in Aula le amazzoni del leader. E ci mettono un po' di spirito bellico. Micaela Biancofiore, ad esempio: «Se Veronica è innamorata come dice, allora faccia un passo indietro. Questa storia ha nuociuto al paese. Al pa-e-se. Di questo si tratta. Berlusconi è il presidente del Consiglio». È un'esegesi complessa quella del messaggio di Veronica, perché il privato, in questa storia, è politico. Un azzurro che conosce le vicende legali di Berlusconi la vede così: «La lettera mi pare diversa dalle esternazioni a Repubblica, che erano più politiche. Credo faccia parte di una strategia stabilita a tavolino dai suoi avvocati. Ci sono due punti dove si riconosce l'impronta avvocatesca: quel "l'ho sempre amato", serve a dire che è lui l'uomo che ama e non altri come ha scritto qualcuno; e quel "ho reagito in silenzio all'infangamento della mia persona" vuole dire "non sapete quanto ho sofferto". Entrambi prefigurano una separazione più normale, e meno pubblica». Già, meno pubblica. Forse.
il Riformista 12.6.09
Quanto pesano i figli da Veronica a Kakà
Matrimonio&patrimonio. Piersilvio e Marina difendono i business di famiglia e sono garanti dell'inserimento nel sistema. Gli altri tre - per ora - restano ai margini. Ma non ci saranno abbastanza poltrone per tutti senza rivoluzionare il gruppo.
di Stefano Feltri e Gianmaria Pica
Da un lato c'è la crisi di un matrimonio vista dalla coppia che si separa, Silvio e Veronica, ultima puntata ieri con la lettera pubblicata sul Corriere dela Sera di una moglie che difende «la dignità» di una storia coniugale. Dall'altro la stessa crisi vista dalla parte dei figli, una (doppia) famiglia che si rompe. Con gli stessi problemi delle famiglie normali moltiplicati dal denaro, perché un patrimonio delle dimensioni di quello berlusconiano può diventare anche una fonte di enormi problemi.
E forse proprio dai figli, dal rapporto tra loro e con il padre - e il suo patrimonio - per capire la portata di quello che sta succedendo. E di quello che succederà, perché ogni intervento sulla ricchezza famigliare è sempre un'inevitabile anticipazione della successione. Le cronache finanziarie raccontano di un bipolarismo che, nella realtà, è assai meno netto che sui giornali: i figli di Berlusconi e Carla Elvira Dall'Oglio, cioè Marina e Piersilvio, entrambi non laureati e cresciuti in azienda, sono quelli interessati a proseguire il business famigliare. I tre di Veronica Lario, invece, sono pronti ad altre avventure, Eleonora studia in America, Barbara si occupa di filosofia, arte, etica e associazionismo, Luigi promette bene nella finanza. Ma si tratta di una semplifiacazione eccessiva.
Partiamo dal 1996: il Cavaliere ha perso le elezioni, Rupert Murdoch è interessato a comprare le tre reti Fininvest, e Berlusconi pensa di vendere, un po' per i debiti un po' per togliere agli avversari l'arma del conflitto di interessi. Piersilvio e Marina lo convincono a non farlo: viene creata Mediaset, per riunire le tre reti, e quotata in Borsa, operazione che si rivelerà di successo. Il decennio successivo è quello dell'ascesa dei due eredi: Piersilvio cresce in Publitalia, Rti (contenuti per la tv), e poi Mediaset dove, dal 2000 è vicepresidente e si occupa, tra l'altro, della delicata transizione dall'analogico al digitale terrestre. A Milano lo cominciano a notare per un genere di cortesia che a qualcuno ricorda quella del padre, frequenta le sfilate di Giorgio Armani con la compagna, da cinque anni Silvia Toffanin. Marina diventa presidente di Fininvest e poi di Mondadori, espande l'azienda editoriale in Francia. Mentre Piersilvio incarna il lato più televisivo e in fondo anche mediatico del berlusconismo imprenditoriale, Marina si fa interprete nella vita professionale della parte più severa, dalla Mondadori (che nel ramo libri è un'azienda che produce molti utili) al consolidamento della presenza nel cuore del capitalismo di relazioni. Un processo che al padre ha richiesto decenni e che è culminato con l'ingresso a ottobre del 2008 proprio di Marina nel consiglio di amministrazione di Mediobanca che il nucleo del sistema economico e finanziario italiano.
L'unico elemento che li separa dal padre è l'amore verso il Milan, per il quale Silvio è disposto a spendere a fondo perduto (Ronaldinho e prima Alberto Gilardino e Alessandro Nesta), mentre Marina da anni chiede più austerità. E forse comincia a prevalere questa visione minimalista, a giudicare dalla cessione di Kakà e dal fatto che il 37enne Giuseppe Favalli potrebbe giocare titolare anche l'anno prossimo.
I tre figli di Veronica Lario, forse anche per una questione generazionale, sono diversi. Tutti e tre universitari, i due più piccoli (Eleonora e Luigi) poco noti alle cronache. Eleonora, 22 anni, studia economia in America, ha un fidanzato americano, di cui non si conosce il nome. Barbara, 25 anni, ha un figlio e ne aspetta un altro (è all'ottavo mese). Studia filosofia al San Raffaele, dove sta per laurearsi, è azionista con il 44 per cento dell'emergente galleria d'arte milanese Cardi (di cui è socia Martina Mondadori, che del radicalismo chic italiano è una specie di Gwyneth Paltrow), ha fondato insieme ad alcuni amici con cognomi importanti l'associazione Milano Young. «A settembre faremo la nostra seconda conferenza annuale alla Cattolica», dice Geronimo La Russa. La precedente alla Bocconi, su etica ed economia suscitò un certo dibattito (due pagine sul Times di cui oggi è noto l'orientamento antiberlusconiano). Di Luigi, 20 anni, si sa che da ragazzino ha pregato molto, lo dice il padre, che va a Lourdes come volontario, che studia alla Bocconi, che ha fatto una buona impressione quando ha accompagnato Veronica alla Scala, e che si alza quando in una stanza entra una signora. Dice La Russa: «Sono ragazzi che nella vita potranno fare quello che vogliono, e i due che studiano economia stanno maturando le competenze per lavorare in azienda».
Il problema è che le aziende importanti nel gruppo Berlusconi sono inferiori al numero dei figli. Barbara ha fatto sapere in una intervista che le piacerebbe lavorare in Mondadori, e siede da due anni nel cda della Fininvest. Luigi sta già nel cda di Mediolanum, la banca partecipata da Fininvest, ma per l'ingresso nella finanza ha scelto un'altra porta: uno stage di tre mesi e un successivo investimento finanziario presso il fondo Sator di Matteo Arpe, l'ex amministratore di Capitalia che non si è lasciato in buoni rapporti con l'allora presidente Cesare Geronzi, e oggi presidente del consiglio di amministrazione di Mediobanca dove siede Marina (una circostanza che alcuni considerano simbolica). Di Eleonora non sono noti gli interessi e le ambizioni. Gli accordi raggiunti all'interno della famiglia nel 2005 e ufficializzati nelle stanze dello studio legale Chiomenti hanno ripartito le quote di Fininvest, ma non hanno risolto il problema delle ambizioni. Silvio e Marina hanno due holding gemelle, la Quarta e la Quinta, le scatole che contengono le rispettive partecipazioni in Fininvest (circa il 7 per cento ciascuno) e una partecipazione simbolica nella società immobiliare Dolcedrago. Le quote dei tre figli di Veronica Lario, anch'esse intorno al sette per cento, sono nella Holding quattordicesima; poi c'è un'altra società - per ora poco più di una scatola vuota - che potrebbe diventare, secondo un'interpretazione, la nuova cassaforte dei figli di secondo letto, la Bel (acronimo formato dalle iniziali dei nomi dei tre fratelli). Una divisione alla pari ma che è solo un'anticamera di quella vera, essendo Berlusconi - con il 64,3 per cento - tuttora titolare delle quote di maggioranza di Fininvest.
Ora il divorzio potrebbe rimettere in discussione tutto. In ambienti vicini a Silvio Berlusconi si comincia a pensare che neppure il cosiddetto lodo Chiomenti (l'attuale divisione in cinque parti) sia più intoccabile. Tutto va ripensato soprattutto se ci sarà un divorzio per colpa: fattispecie, cioè, in cui Silvio si troverebbe in posizione di debolezza contrattuale. I tempi dovrebbero essere brevi, entro l'estate tutto sarà deciso e l'ipotesi di compromesso che si profila è quella della moratoria: come vuole Veronica Lario verrà garantita la spartizione "per teste" (un quinto dell'impero a tutti i figli) e non "per matrimonio" (metà a Piersilvio e Marina, metà ai Bel). Però i due figli di primo letto continueranno a comandare le aziende di famiglia per almeno un quindicennio, prima di fare spazio ai figli di secondo letto che - allora - saranno vicini alla quarantina.
Una soluzione che potrebbe però solo posticipare i problemi, congelando l'impero Fininvest nella sua forma attuale. Spiega l'economista Alessandro Penati che ci sarebbe un modo per «valorizzare i titoli» delle società di famiglia. «La soluzione sarebbe fondere Mediaset e Mondadori in Fininvest che poi dovrebbe essere quotata», dice Penati. Le quote di Fininvest, che sono le vere fette in cui è diviso il patrimonio della famiglia, diventerebbero a quel punto liquide, cioè avrebbero un prezzo e si potrebbero vendere (o comprare). Chi volesse uscire da Fininvest potrebbe farlo e usare i capitali per intraprendere avventure imprenditoriali in proprio. Ma la Fininvest potrebbe finalmente usare la propria enorme liquidità (oggi immobile sui conti correnti) che sommata a quella di Mondadori e Mediaset arriverebbe a cinque miliardi, una cifra che consente operazioni di ogni genere in Borsa. E i Berlusconi di seconda generazione potrebbero trovarsi - un po' come gli Agnelli - riuniti in un patto di sindacato o in un'accomandita per azioni: con alcuni impegnati a gestire le aziende, e altri che si limitano a ricevere i dividenti. La possibilità di fare acquisizioni sul mercato potrebbe essere la premessa per risolvere anche le ambizioni gestionali, trovando nuove posizioni di vertice da affidare ai più giovani.
Ma queste ipotesi, per ora, restano sulla carta anche se circolano da tempo. L'assetto attuale, con le azioni Fininvest non quotate, è funzionale a limitare le tensioni tra i due rami della famiglia e a posticipare il confronto.
Il patrimonio complessivo della famiglia supera secondo i calcoli di Forbes i dieci miliardi di dollari. È chiaro che la spinta di Marina e Piersilvio è quella di restare nel big game dell'informazione anche in futuro. Ma il modo in cui la forza patrimoniale della famiglia sarà utilizzata dalla prossima generazione, è tutto da decidere.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
giovedì 11 giugno 2009
Repubblica 11.6.09
Intercettazioni, ossessione del Cavaliere tra donne, televisioni e dolci di mafiosi
Quello che sui giornali non leggerete più
di Giuseppe D’Avanzo
Vietato trascrivere anche se un capo Rai chiede silenzio su dati elettorali non graditi al Capo
Quella festa di Capodanno con Craxi e le ragazze di Drive In che non arrivavano più
«Se escono fuori registrazioni lascio questo Paese». Lo disse Berlusconi l´anno scorso, ad Ancona, e così annunciò la sua offensiva contro le intercettazioni. Più che un´offensiva, la distruzione risolutiva di uno strumento d´indagine essenziale per la sicurezza del Paese e del cittadino. «Permetteremo le intercettazioni – disse nelle Marche quel giorno, era aprile – soltanto per reati di terrorismo e criminalità organizzata e ci saranno cinque anni di carcere per chi le ordina, per chi le fa, per chi le diffonde, oltre a multe salatissime per gli editori che le pubblicano».
Come d´abitudine, il Cavaliere la spara grossa, grossissima, consapevole che quel che ha in mente è un obiettivo più ridotto, ma tuttavia adeguato alla volontà di togliere dalla cassetta degli attrezzi della magistratura e delle polizie un arnese essenziale al lavoro. E, dagli strumenti dell´informazione, un utensile che, maneggiato con cura (e non sempre lo è stato), si è dimostrato molto efficace per raccontare le ombre del potere. La possibilità di essere ascoltato nelle sue conversazioni – magari perché il suo interlocutore era sott´inchiesta, come gli è accaduto nei colloqui con Agostino Saccà o, in passato, con Marcello Dell´Utri – è per il Cavaliere un´ossessione, un´ansia, una fobia. Ci è incappato più d´una volta.
Nel Capodanno 1987, alle ore 20,52 dalla villa di Arcore (Berlusconi festeggia con Fedele Confalonieri e Bettino Craxi).
Berlusconi. Iniziamo male l´anno!
Dell´Utri. Perché male?
Berlusconi Perché dovevano venire due [ragazze] di Drive In che ci hanno fatto il bidone! E anche Craxi è fuori dalla grazia di Dio!
Dell´Utri. Ah! Ma che te ne frega di Drive In?
Berlusconi. Che me ne frega? Poi finisce che non scopiamo più! Se non comincia così l´anno, non si scopa più!
Dell´Utri. Va bene, insomma, che vada a scopare in un altro posto!
La conversazione racconta la familiarità tra il tycoon e un presidente del consiglio allora in carica che gli confeziona, per i suoi network televisivi, un decreto legge su misura, poi bocciato dalla Corte Costituzionale.
Già l´anno prima, il giorno di Natale del 1986, il nome di Berlusconi era saltato fuori in un´intercettazione tra un mafioso, Gaetano Cinà, e il fratello di Marcello Dell´Utri, Alberto.
Cinà. Lo sai quanto pesava la cassata del Cavaliere?
Dell´Utri. No, quanto pesava, quattro chili?
Cinà. Sì, va be´! Undici chili e ottocento!
Dell´Utri. Minchione! E che gli arrivò, un camion gli arrivò?
Cinà. Certo, ho dovuto far fare una cassa dal falegname, altrimenti si rompeva!
Perché un mafioso di primo piano come Cinà si prendesse il disturbo di regalare un monumento di glassa al Cavaliere rimane ancora un enigma, ma documenta quanto meno il tentativo di Cosa Nostra di ingraziarselo.
Al contrario, è Berlusconi che sembra promettere un beneficio ad Agostino Saccà, direttore di RaiFiction quando, il 6 luglio 2007, gli dice: «Io sai che poi ti ricambierò dall´altra parte, quando tu sarai un libero imprenditore, mi impegno a … eh! A darti un grande sostegno». Che cosa chiedeva il premier? Il favore di un ingaggio per una soubrette utile a conquistare un senatore e mettere sotto il governo Prodi. O magari...
Ancora uno stralcio:
Saccà. Lei è l´unica persona che non mi ha mai chiesto niente, voglio dire…
Berlusconi. Io qualche volta di donne… e ti chiedo… per sollevare il morale del Capo (ridendo).
E in effetti, con molto tatto, Berlusconi chiede di sistemare o per lo meno di prendere in considerazione questa o quella attrice. Qualcuna «perché sta diventando pericolosa».
È l´ascolto di queste conversazioni, disvelatrici dei rapporti con una politica corrotta, con il servizio pubblico televisivo in teoria concorrente, addirittura con poteri criminali, che il premier vuole rendere da oggi irrealizzabile per la magistratura e vietato alla pubblicazione, anche la più rispettosa della privacy.
Per scardinare, nell´opinione pubblica, la convinzione che gli ascolti telefonici, ambientali, telematici servano e non siano soltanto una capricciosa bizzarria di toghe intriganti e sollazzo indecente per cronisti ficcanaso, Berlusconi ha costruito nel tempo una narrazione dove si sprecano numeri iperbolici ed elaborate leggende. Dice: «Si parla di 350 mila intercettazioni, è un fatto allucinante, inaccettabile in una democrazia». Fa dire al suo ministro di Giustizia che gli italiani intercettati sono addirittura «30 milioni» mentre sono 125 mila le utenze sotto ascolto (le utenze telefoniche, non gli italiani intercettati). Alla procura di Milano, per fare un esempio, su 200 mila fascicoli penali all´anno, le indagini con intercettazioni restano sotto il 3 per cento (6136).
Altra bubbola del ministro è che gli ascolti si "mangiano" il 33 per cento del bilancio della giustizia mentre invece sfiorano soltanto il 3 per cento di quel bilancio (per la precisione il 2,9 per cento, 225 milioni di costo contro i 7 miliardi e mezzo del bilancio annuale della giustizia). Senza dire che, per inerzia del governo, lo Stato paga al gestore telefonico 26 euro per ogni tabulato, 1,6 euro al giorno per intercettare un telefono fisso, 2 euro al giorno per in cellulare e 12 per un satellitare e l´esecutivo non ha tentato nemmeno di ottenere dalle compagnie telefoniche un pagamento a forfait o tariffe agevolate in cambio della concessione pubblica (accade all´estero).
Nonostante questa inerzia, le intercettazioni si pagano da sole, anche con una sola indagine. Il caso di scuola è l´inchiesta Antonveneta. Costo dell´indagine, 8 milioni di euro. Denaro incassato dallo Stato con il patteggiamento dei 64 indagati, 340 milioni. Il costo di un anno di intercettazioni e avanza qualche decina di milioni da collocare a bilancio, come è avvenuto, per la costruzione di nuovi asili.
Comunque la si giri e la si volti, questa legge serve soltanto a contenere le angosce del premier e dei suoi amici, a proteggere le loro relazioni e i loro passi, a salvaguardare il malaffare dovunque sia diffuso e radicato. Per il cittadino che chiede sicurezza e vuole essere informato di quel accade nel Paese è soltanto una sconfitta che lo rende più debole, più indifeso, più smarrito.
Se la legge dovesse essere confermata così com´è al Senato, i pubblici ministeri potranno chiedere di intercettare un indagato soltanto quando hanno già ottenuto quei «gravi indizi di colpevolezza» che giustificherebbero il suo arresto. E allora che bisogno c´è delle intercettazioni? Forse è davvero la morte della giustizia penale, come scrive l´associazione magistrati. Certo, è l´eclissi di un segmento rilevante dell´informazione. Da oggi si potranno soltanto proporre dei "riassuntini" dell´inchiesta e delle prove raccolte. Non si potrà pubblicare più alcun documento, nessun testo di intercettazione.
La cronaca, queste cronache del potere, però, non sono soltanto il racconto di imprese delittuose. Non deve esserci necessariamente un delitto, una responsabilità penale in questi affreschi. Spesso al contrario possono rendere manifesto e pubblico soltanto un disordine sociale, un dispositivo storto che merita di essere raccontato quanto e più di un delitto perché, più di un delitto, attossica l´ordinato vivere civile.
Immaginate che ci sia un dirigente della Rai che, in una sera elettorale, chiama al telefono un famoso conduttore e gli chiede di lasciar perdere con gli exit poll che danno un risultato molesto per «il Capo». Immaginate che il dirigente Rai per essere più convincente con il conduttore spiega che quello è «un ordine del Capo». Non c´è nulla di penale, è vero, ma davvero è inutile, irrilevante raccontare ai telespettatori che la scena somministrata loro, quella sera, era truccata?
Bene, ammesso che questa sia stata una conversazione intercettata recentemente in un´inchiesta giudiziaria, non la leggerete più perché l´ossessione del premier, diventata oggi legge dello Stato, la vieta. Chi ci guadagna è soltanto chi ha il potere. Chi deve giudicarlo non ne avrà più né gli strumenti né l´occasione.
Corriere della Sera 11.6.09
L’intervista. La moglie di Mousavi, candidato anti-Ahmadinejad
«Lotto con mio marito per i diritti delle donne»
Zahra vuole essere la prima first lady iraniana
di Andrea Nicastro
TEHERAN — La donna che potrebbe diventare la prima first lady iraniana dopo Farah Diba ha il volto tirato di una 58enne poco truccata, in campagna elettorale da tre mesi. Gli occhi piccoli, orientali luccicano appena da sotto il chador nero, ma la voce è pronta, agile, come le sue risposte, capaci di dribblare i nodi più insidiosi. I fiori rossi del rusarì (il foulard) sono l’unica nota di colore che si concede. In una sfida tra monumenti del regime teocratico, come sono queste elezioni presidenziali iraniane, anche quelle roselline devono essere state soppesate con cura. Saranno troppo audaci per i conservatori? Troppo mortificanti per i riformisti? La soluzione è nel moderato conformismo che caratterizza l’offerta elettorale del marito.
Eppure Zahra Rahnavard è stata l’unica donna rettore universitario dell’Iran. È scultrice, saggista, ex consigliere governativa. È passata dalla minigonna al velo quando, ventenne, incrociò uno degli ideologi della rivoluzione, il filosofo Ali Shariati. Oggi è soprattutto la moglie dell’ex premier Mir Hossein Mousavi, ma negli anni 70 era lei la più famosa tra i due. Mousavi è uscito dopo due decenni dalla naftalina per diventare il principale rivale del presidente Ahmadinejad. Ed è lei il suo asso nella manica. Se l’architetto ex premier è riuscito a riaccendere le speranze del popolo riformista orfano del presidente Khatami, non è per le sue (evanescenti) promesse o per un carisma che non c’è, ma piuttosto per questa moglie straordinaria tanto per quel che pensa l’Occidente di una donna col chador, quanto a confronto con altre figure pubbliche dell’universo musulmano.
«Io e Mousavi abbiamo le stesse idee sui diritti delle donne — mette subito in chiaro —. Altrimenti non saremmo andati avanti per 40 anni di matrimonio ». Indipendente, provocatoria, un ego decisamente solido. Con vanità, racconta alle simpatizzanti di come ha conosciuto il marito. «Si è innamorato a prima vista, in una mostra di pittura. Dopo 10 giorni mi ha chiesto di sposarlo».
Dottoressa Rahnavard, lei ha scioccato l’Iran facendo comizi da sola o mano nella mano con suo marito.
«È stata una novità, è vero. Finora le autorità evitavano di portare le mogli nei viaggi ufficiali, mentre credo sia un fatto normale sia dal punto di vista religioso che intellettuale. All’estero potrebbero capirci meglio e le altre coppie iraniane potrebbero avere un esempio di collaborazione e confidenza familiare ».
Dicono che lei sia la Michelle Obama dell’Islam.
«Non sono Michelle, mi basta essere me stessa. Di certo ho grande stima di tutte le donne che, nel mondo, riescono ad avere un ruolo attivo nella società».
Di solito, però, nei Paesi islamici alla donna viene chiesto di fare un passo indietro.
«Da 30 anni mi occupo della questione femminile e non ho mai sentito tanta attenzione al tema come ora. In Iran sono donne più della metà dei contadini, un terzo degli operai e il 70 per cento degli universitari. Le donne hanno potenzialità superiori agli uomini in molte attività scientifiche e sociali. Ciò di cui noi abbiamo bisogno qui in Iran è un’evoluzione dei diritti civili. Vogliamo eliminare l’attuale status giuridico che impone alle donne la tutela di un uomo. Le donne devono decidere da sole il proprio destino».
In Occidente il velo è il simbolo della sudditanza femminile. Lei lo porta.
«L’ho scelto assieme alla fede nel fiore della mia gioventù e ne sono orgogliosa. Nel 1975 pubblicai un libro in America dal titolo L’hijab: il messaggio della donna musulmana.
Il rispetto del velo, dicevo, deve derivare dal convincimento, non da un’ordine. Non ho mai cambiato idea: sono contraria alla trasformazione dell’hijab in strumento di oppressione. Credo fermamente alla libertà di scelta».
La legge iraniana però…
«Infatti la mia è solo un’opinione».
Durante il governo Ahmadinejad oltre 120 donne sono state arrestate per le loro opinioni.
«Il Corano dice di 'non spiare la vita privata altrui'. Perché Mousavi dovrebbe temere le donne quando sua moglie è scesa in campo? Se verrà eletto farà di tutto per rispettare i diritti, eliminare le discriminazioni, garantire processi giusti e rapidi».
Gli ultimi sono stati anni duri per i diritti civili. Pochi mesi fa, ad esempio, il Parlamento stava per liberalizzare la poligamia.
«Un altro capolavoro del presidente Ahmadinejad. Ha presentato due disegni di legge per fortuna entrambi bloccati».
Eppure il Corano lo consentirebbe.
«Dovremo affrontare il tema rispettando i precetti religiosi e la dignità della donna libera, musulmana, iraniana».
Possibile?
«Certo».
Secondo i sondaggi, molte iraniane hanno deciso di votare suo marito perché hanno fiducia in lei. Immagina un ruolo per sé al governo in caso di vittoria?
«Penso che potrei dare il mio contributo come consigliere politico. L’ho già fatto durante la presidenza Khatami e potrei rifarlo. Però nella prossima amministrazione dovranno esserci almeno due o tre ministri donna (oggi non ce n’è nessuna, ndr) tante ambasciatrici e consiglieri. Chi ha talenti deve poterli esprimere. Maschio o femmina che sia».
In Iran c’è ancora chi pensa, come alle scorse elezioni, che sia meglio non votare per togliere legittimità al regime.
«Agli astensionisti dico non lasciate il potere a chi mente, rovina l’economia, umilia il Paese all’estero, offende la Costituzione. Fate sentire la vostra voce».
Lei ha annunciato querela nei confronti del presidente per aver messo in dubbio le sue credenziali accademiche. Perché Ahmadinejad l’ha attaccata?
«È lui a dover rispondere, a me resta l’amarezza di un presidente che ha messo in ridicolo la sua carica. Deve chiedere scusa al popolo iraniano, alla mia famiglia e a me».
Corriere della Sera 11.6.09
«Atlantico» Gli specialisti potranno esaminare studi e disegni. E le carte usciranno dalla Biblioteca Ambrosiana
Il Codice di Leonardo torna al ’500
Terminata la «sfascicolatura» dei volumi. «I fogli singoli si conservano meglio»
di Armando Torno
Alla fine del ’500 lo scultore Pompeo Leoni radunò i disegni leonardeschi di macchine e altre note di vario argomento, prevalentemente di carattere geometrico.
La raccolta di 1.186 documenti prese il nome di «Codice Atlantico» che venne donata alla Biblioteca Ambrosiana. Tra il 1962 e il ’72 fu divisa in 12 volumi L’intervento
L’attuale «sfascicolatura» dei quaderni in cui erano composti i 12 volumi consente una migliore conservazione dei fogli e una loro maggiore diffusione. Gli specialisti potranno vederli direttamente senza rischio di usurarli. Inoltre, le carte non soffriranno per essere legate senz’aria e si eviterà la formazione della polvere
MILANO — Da pochi giorni nel caveau della Biblioteca Ambrosiana di Milano le benedettine di Viboldone hanno terminato la sfascicolatura del Codice Atlantico di Leonardo. Dopo la notizia di presunte muffe di un paio d’anni fa, il lavoro delle suore è subito cominciato, svolgendosi sotto il controllo dell’Istituto Nazionale di Patologia del Libro, della Commissione Vinciana e con il sostegno delle analisi effettuate alla Sapienza di Roma.
I prelievi alle carte hanno escluso aggressioni biologiche. La presenza di macchie nerastre, che fece il giro del mondo, rilevate in alcuni casi non sui disegni del Codice bensì sul supporto cartaceo esterno (che ha una quarantina d’anni), è stata attribuita a «ingenti quantitativi di mercurio ».
Il Codice Atlantico è come se tornasse alla sua origine, agli anni di fine Cinquecento nei quali Pompeo Leoni, scultore prediletto di Filippo II di Spagna, riuscì a radunare una cinquantina di manoscritti vinciani che variavano dagli «in folio» ai piccoli taccuini d’appunti. Accanto ai volumi, a quaderni e brogliacci, l’artista possedeva anche circa duemila fogli isolati di varia grandezza, con disegni accurati e rifiniti insieme ad appunti frettolosi e disorganici, nonché a fogli riutilizzati in quanto già scritti da altri.
Per dare unità fisica e omogeneità a questo materiale, Leoni lo fissò su due grossi album. In uno riunì i disegni artistici, compresi quelli di anatomia, corredandoli di didascalie; da questo volume, divenuto in seguito proprietà della Casa Reale d’Inghilterra, nel secolo XIX ciascun foglio fu staccato, numerato e montato singolarmente. Attualmente vengono citati come i «Fogli di Windsor», prendendo il nome dal castello reale ove sono conservati. Nell’altro, invece, raccolse i disegni di macchine e note di vario argomento, prevalentemente di carattere meccanico e geometrico, costituendo il Codice Atlantico, che finì per una donazione in Ambrosiana. Lo stesso fu rubato nel mese di «fiorile» del 1796 da Napoleone (restituito a Milano dopo il 1815, per intervento di Canova) e dopo qualche soggiorno in tempo di guerra nel caveau della Cassa di Risparmio fu restaurato — questa è la penultima avventura — tra il 1962 e il 1972. In quell’occasione si scelse di dividerlo in 12 volumi.
Pietro C. Marani, uno degli studiosi che ha seguito più da vicino la sistemazione del codice per incarico della Commissione Vinciana, insegna Storia dell’arte moderna al Politecnico di Milano ed è anche presidente dell’Ente Raccolta Vinciana. Dichiara: «La sfascicolatura dei quaderni in cui erano composti i 12 volumi consentirà una migliore conservazione dei fogli leonardeschi e, attraverso le mostre tematiche, la loro conoscenza e diffusione. Gli specialisti potremmo vederli direttamente e le carte non soffriranno per essere legate senza aria; si eviterà inoltre la formazione di polveri».
Marani sottolinea: «Non si potevano conservare 1.186 documenti di Leonardo che, dopo il restauro di mezzo secolo fa, erano montati su carta moderna: sfogliandoli si sottoponevano a piegatura e ad azione meccanica. Il tempo avrebbe compromesso il disegno originale e l’usura ne minava la conservazione. Inoltre si trattava di carte di diversa natura e quelle attuali rischiavano di trasmettere dei problemi a quelle originali». Carlo Pedretti, professore emerito a Los Angeles, direttore del Centro Studi leonardeschi dell’Università della California, saluta con gioia questa sfascicolatura: «Benvenuta! L’ho perorata dagli anni ’70, quando pubblicai il catalogo a New York del Codice Atlantico e diedi di ogni foglio una scheda. Si sarebbe dovuta fare un’operazione come quella di Windsor, invece si compressero le carte in quei 12 volumi correndo notevoli rischi. Anche Federico Zeri si trovò d’accordo con me nel rifiutare quel restauro».
Monsignor Franco Buzzi, l’attuale prefetto della Biblioteca Ambrosiana, tira un sospiro di sollievo a lavoro finito e confida: «La ricollocazione del Codice Atlantico foglio per foglio ci darà modo di favorirne la fruizione integrale a partire dalle prossime esposizioni. Tra pochi giorni daremo l’annuncio ufficiale alla stampa italiana e internazionale dei risultati raggiunti, nonché delle iniziative progettate; per ora posso soltanto dire che si svolgeranno alla Biblioteca Ambrosiana e nella Sacrestia Monumentale del Bramante, in Santa Maria delle Grazie». Da queste parole si può dedurre che il Codice Atlantico uscirà dall’Ambrosiana e comincerà a farsi conoscere direttamente. Le domande si moltiplicano. Quali sistemi di sicurezza, quali programmi? Del resto, qualunque frammento di Leonardo ha un valore immenso e dopo gli interessi di Bill Gates — e il successo del polpettone Il codice da Vinci — si è ricreata una febbre intorno anche alla più piccola reliquia, giacché decine di miliardari in tutto il mondo sarebbero disposti, pur di averla, a sborsare cifre impensabili. Anche in tempi di crisi.
Il Riformista 11.6.09
La visita di Muammar Gheddafi
Intervista a Del Boca «È una vittoria del governo di Berlusconi»
di An. Maz.
La visita di Muammar Gheddafi ha rinfocolato il dibattito sul colonialismo italiano, la conquista della cosiddetta "quarta sponda". Una scia di sangue che è arrivata sino ai nostri giorni e appuntata sulla giacca militare del Colonnello, quando ieri mattina è atterrato a Ciampino. Quell'immagine in bianco e nero di Omar-al-Mukhtar la dice lunga sul superamento di ogni rancore nei confronti dell'Italia. I morti, si sa, "restano", nonostante il governo italiano abbia chiesto scusa per il passato e versato 5 miliardi di dollari. «Non è solo la foto» dice al Riformista Angelo Del Boca, storico e massimo esperto di colonialismo, autore di A un passo dalla forca per la Baldini e Castoldi Dalai. «Gheddafi ha portato con sè anche i 12 nipoti dei partigiani libici anti-italiani».
Perchè questa provocazione?
Il Colonnello sta lanciando un messaggio chiaro: è vero che voi mi avete dato 5 miliardi di dollari e che io li ho accettati, ma questo non può farmi dimenticare il sangue dei 100mila libici uccisi da voi italiani.
Insomma, la riconciliazione annunciata con la firma del Trattato di Bengasi non c'è ancora?
Ma, io penso che ci sia, perché - intendiamoci - finalmente l'Italia ha spostato una cifra ragguardevole. 5 miliardi di dollari non sono pochi. Però, Gheddafi non voleva solo questo. Quando l'ho intervistato l'ultima volta mi aveva detto che quello che gli dava fastidio era il silenzio delle autorità italiane e il fatto che fino ad allora nessuno avesse dimostrato un pentimento vero per quello che è stato fatto.
Quanto deve essere grande il nostro senso di colpa?
Beh, la nostra presenza in Libia è costata 100mila morti e se teniamo presente che all'epoca i libici erano 800mila, 1 libico su 8 è morto a causa nostra.
Però, Berlusconi a Bengasi e anche dopo ha chiesto scusa
Sì, diciamo che oltre al denaro Berlusconi ha espresso pentimento e senso di disagio per il comportamento dei nostri nonni. Dal punto di vista morale, quindi, che stava molto a cuore a Gheddafi e a tutti i libici, è stato raggiunto un risultato.
Eppure il Colonnello non dimentica...
No, non lo fa. Durante i 40 anni della sua dittatura ha sempre avuto con l'Italia un rapporto di amore e odio. Questo è un viaggio che lo risarcisce molto.
Perchè ora e non prima?
Indubbiamente c'è stato un errore da parte dei nostri uomini di Stato, che hanno trascinato troppo a lungo questa vertenza. C'è stata una responsabilità diretta anche di Giulio Andreotti, che nel 1984 voleva costruire un ospedale a Tripoli e iniziò a mercanteggaire. I libici volevano 1100 letti, l'Italia non ne offriva più di 100. Fu un errore.
Quindi, questo è un successo di Berlusconi?
I 5 miliardi di dollari dati dall'Italia verranno praticamente riassorbiti dalle nostre aziende che faranno affari lì, anche se in 25 anni. Berlusconi, dunque, davanti all'opposizione dimostra una notevole vittoria. Quello che non sono riusciti a fare i governi di centrosinistra, l'ha fatto lui. C'erano state trattative con Prodi, con D'Alema e persino con Dini. Ma l'obiettivo l'ha raggiunto Berlusconi.
l’Unità 11.6.09
Vendola. Discutiamo pure ma Franceschini deve scoprire le sue carte
intervista di Simone Collini
Sono due i problemi. Dar vita a un’iniziativa politica il più possibile convergente contro il governo delle destre. E costruire la sinistra. A valle di questi due processi ci potrà essere la definizione delle alleanze». «A valle», sottolinea il presidente della Puglia Nichi Vendola, dirigente di Sinistra e libertà.
Il Pd vi ha teso la mano: la sua risposta?
«Sono d’accordo ad aprire un’interlocuzione, purché sia franca».
Cosa vuole dire?
«Dobbiamo cominciare a usare le parole per conoscerci e spiegarci, piuttosto che per menarci».
Col Pd?
«Col Pd ma anche con l’Idv, i Radicali, Rifondazione. L’importante è che si entri nel merito dei problemi, si avvii un confronto sulla crisi della società italiana, sulla permeabilità della civiltà europea alle culture più regressive e reazionarie, su come costruire un’alternativa al berlusconismo».
Da dove partire?
«Dobbiamo affrontare di petto e rimuovere i nodi che hanno aggrovigliato le nostre comunicazioni e che talvolta sono stati legati attorno al collo dei soggetti interessati».
Sarebbero?
«La questione sociale, i diritti civili, la sicurezza del e sul lavoro, la laicità dello Stato, che non è né una caricatura né un cimelio risorgimentale da collocare nelle discussioni e che invece riguarda temi come fecondazione assistita o testamento biologico».
Tra i partiti con cui interloquire non ha messo l’Udc, eppure il Pd ipotizza alleanze anche con i centristi.
«Con l’Udc bisogna discutere della costruzione di un’iniziativa politica forte a difesa della democrazia. Ma mi spaventa la discussione di formule alleanzistiche che prescindono dall’approfondimento di merito».
E del rapporto con l’Idv che dice?
«Voglio discutere con franchezza. Il populismo è sempre un pericolo. Anche se agito a fin di bene è una semina avvelenata. Bisogna recuperare fino in fondo la radicalità del tema della legalità, però liberandolo da qualsiasi pulsione giustizialista. Giustizialismo e legalità sono nozioni contraddittorie, il primo talvolta è una violazione della seconda».
Il Prc propone un polo di sinistra autonomo dal Pd. Cosa ne pensa?
«Io voglio dialogare con Rifondazione. Ritengo inservibile ciò che è un residuo nostalgico, la sinistra arcaica è un impedimento alla crescita della sinistra di cui il mondo ha bisogno. Però non tutto quello che sta dentro Rifondazione è riducibile a questo. Ci sono tanti percorsi, tante storie e persone, e anche lì dobbiamo tutti sfidarci sui contenuti».
L’Altro 10.6.09
Caro Pd, proviamoci insieme
Il leader di "Sl" risponde a Giovanna Melandri: "Discutiamo anche su come battere Berlusconi"
di Nichi Vendola
Cara Giovanna, voglio prima di tutto ringraziarti per i toni personalmente affettuosi e politicamente rispettosi che hai usato nei confronti miei e di Sinistra e Libertà. Credo che l`interlocuzione a sinistra che tu proponi sia necessaria, non per noi ma per il Paese, il cui problema oggi è la ricostruzione del campo largo di una opposizione al berlusconismo. Credo anche, però, che questa opposizione al berlusconismo non possa più limitarsi a una critica generica e letteraria. Deve entrare nel merito dei problemi reali. Deve far nascere il profilo di un`alternativa credibile. A fronte di questa crisi durissima, per affrontarla mettendo in campo una concreta alternativa economico-sociale, la sinistra deve prima di tutto fare i conti con le mitologie liberiste e tecnocratiche che per molti anni la hanno attraversata. I nodi strategici sono evidentemente il lavoro e la scuola pubblica, e ciò significa senza mezzi termini lotta contro il precariato e contro il degrado della scuola pubblica, senza indulgere ad atteggiamenti civettanti con la vorace spinta alla privatizzazione dell`istruzione. Ma è un nodo strategico anche la difesa della laicità, che non può essere aggirata con l`alibi dei temi eticamente sensibili senza mai farne oggetto di una franca e aperta battaglia delle idee. Sullo stesso nostro europeismo, anch`esso un nodo dirimente, dobbiamo dire con chiarezza che lo intendiamo nella, sua accezione più "euromediterranea", come ponte per la pace e come incontro di civiltà. E` questo del resto il messaggio che ci arriva dalla stessa presidenza degli Usa, da Barack Obama. Infine, non credo sia più rinviabile la messa a tema, e con la massima urgenza, del problema fondamentale: la qualità e la natura della nostra, democrazia, oggi messa gravemente a rischio dal prosciugarsi della rappresentanza reale, dalle pulsioni razziste e autoritarie, dal tentativo sempre più sfrontato di svuotarla di contenuti. L`istanza egualitaria è sin dalle origini una componente essenziale della nostra Costituzione e del suo spirito più intimo. Ma oggi assistiamo invece proprio a una metodica soppressione di ogni istanza egualitaria, con una conseguente mutazione genetica della nostra stessa democrazia. Se non si entra nel merito di questi temi, tutto resta confinato nel campo delle petizioni del cuore. In queste elezioni, il Pd ha subìto una dura sconfitta. Sarebbe letale se, per la seconda volta dopo le politiche del 2008, tentasse ancora di rimuoverla. E` auspicabile che comunque porti a casa la pelle, ma, sotto quella pelle nessuno sa ancora cosa ci sia. Nell`affrontare i nodi fondamentali, si pone più come un galateo che come il perno di un blocco sociale alternativo. Noi, come Sinistra e Libertà, abbiamo già fatto la scelta di aprire un percorso di ricerca e di iniziare un cammino. Chiediamo a tutti di essere, come noi, attori di un dialogo vero, senza retropensieri. Oggi non si tratta di fare scelte che affrontano prioritariamente il tema di un contenitore. Oggi siamo alla scrittura di una prima bozza di un programma fondamentale per la sinistra. Oggi siamo all`inaugurazione di un cantiere, o forse di più cantieri, in cui avviare con esperienza e con pazienza, la cura di un parto, di un partire, e infine di un partito. Con voi, amici democratici, con Antonio Di Pietro, con il Partito radicale, con Rifondazione comunista, è giunto il tempo di smettere di usare le parole come corpi contundenti. E`questo il tempo di parlarci con sincerità, magari con asprezza, ma con quel comune sentire che è proprio di chi percepisce, persino con dolore, lo scivolamento dell`Italia e dell`Europa verso destra. Quando la sinistra rinuncia a darsi una grande missione e ad avere una grande visione, cede alla tentazione del governismo. Si smarrisce nei labirinti dell`amministrazione. Smette di essere una narrazione collettiva e non si accorge che in una società frammentata i messaggi della destra, anche estrema, possono guadagnare consensi crescenti. E non vale neppure, sulla sponda opposta a quella del governismo, far vivere la. sinistra alla stregua di una cattedra di sociologia della catastrofe, o come un`identità immobile,, un sarcofago in cui conservare la mummia delle nostre glorie passate. Vale invece la sinistra come creazione, come racconto della vita che incrocia l`analisi sociale, come grammatica della libertà e cura della soggettività. Come profezia laica che annuncia la pace e come efficacia di un agire politico che interpella la vita, la sua fragilità, la sua irriducibile potenza. E quindi, cara Giovanna, a presto.
Intercettazioni, ossessione del Cavaliere tra donne, televisioni e dolci di mafiosi
Quello che sui giornali non leggerete più
di Giuseppe D’Avanzo
Vietato trascrivere anche se un capo Rai chiede silenzio su dati elettorali non graditi al Capo
Quella festa di Capodanno con Craxi e le ragazze di Drive In che non arrivavano più
«Se escono fuori registrazioni lascio questo Paese». Lo disse Berlusconi l´anno scorso, ad Ancona, e così annunciò la sua offensiva contro le intercettazioni. Più che un´offensiva, la distruzione risolutiva di uno strumento d´indagine essenziale per la sicurezza del Paese e del cittadino. «Permetteremo le intercettazioni – disse nelle Marche quel giorno, era aprile – soltanto per reati di terrorismo e criminalità organizzata e ci saranno cinque anni di carcere per chi le ordina, per chi le fa, per chi le diffonde, oltre a multe salatissime per gli editori che le pubblicano».
Come d´abitudine, il Cavaliere la spara grossa, grossissima, consapevole che quel che ha in mente è un obiettivo più ridotto, ma tuttavia adeguato alla volontà di togliere dalla cassetta degli attrezzi della magistratura e delle polizie un arnese essenziale al lavoro. E, dagli strumenti dell´informazione, un utensile che, maneggiato con cura (e non sempre lo è stato), si è dimostrato molto efficace per raccontare le ombre del potere. La possibilità di essere ascoltato nelle sue conversazioni – magari perché il suo interlocutore era sott´inchiesta, come gli è accaduto nei colloqui con Agostino Saccà o, in passato, con Marcello Dell´Utri – è per il Cavaliere un´ossessione, un´ansia, una fobia. Ci è incappato più d´una volta.
Nel Capodanno 1987, alle ore 20,52 dalla villa di Arcore (Berlusconi festeggia con Fedele Confalonieri e Bettino Craxi).
Berlusconi. Iniziamo male l´anno!
Dell´Utri. Perché male?
Berlusconi Perché dovevano venire due [ragazze] di Drive In che ci hanno fatto il bidone! E anche Craxi è fuori dalla grazia di Dio!
Dell´Utri. Ah! Ma che te ne frega di Drive In?
Berlusconi. Che me ne frega? Poi finisce che non scopiamo più! Se non comincia così l´anno, non si scopa più!
Dell´Utri. Va bene, insomma, che vada a scopare in un altro posto!
La conversazione racconta la familiarità tra il tycoon e un presidente del consiglio allora in carica che gli confeziona, per i suoi network televisivi, un decreto legge su misura, poi bocciato dalla Corte Costituzionale.
Già l´anno prima, il giorno di Natale del 1986, il nome di Berlusconi era saltato fuori in un´intercettazione tra un mafioso, Gaetano Cinà, e il fratello di Marcello Dell´Utri, Alberto.
Cinà. Lo sai quanto pesava la cassata del Cavaliere?
Dell´Utri. No, quanto pesava, quattro chili?
Cinà. Sì, va be´! Undici chili e ottocento!
Dell´Utri. Minchione! E che gli arrivò, un camion gli arrivò?
Cinà. Certo, ho dovuto far fare una cassa dal falegname, altrimenti si rompeva!
Perché un mafioso di primo piano come Cinà si prendesse il disturbo di regalare un monumento di glassa al Cavaliere rimane ancora un enigma, ma documenta quanto meno il tentativo di Cosa Nostra di ingraziarselo.
Al contrario, è Berlusconi che sembra promettere un beneficio ad Agostino Saccà, direttore di RaiFiction quando, il 6 luglio 2007, gli dice: «Io sai che poi ti ricambierò dall´altra parte, quando tu sarai un libero imprenditore, mi impegno a … eh! A darti un grande sostegno». Che cosa chiedeva il premier? Il favore di un ingaggio per una soubrette utile a conquistare un senatore e mettere sotto il governo Prodi. O magari...
Ancora uno stralcio:
Saccà. Lei è l´unica persona che non mi ha mai chiesto niente, voglio dire…
Berlusconi. Io qualche volta di donne… e ti chiedo… per sollevare il morale del Capo (ridendo).
E in effetti, con molto tatto, Berlusconi chiede di sistemare o per lo meno di prendere in considerazione questa o quella attrice. Qualcuna «perché sta diventando pericolosa».
È l´ascolto di queste conversazioni, disvelatrici dei rapporti con una politica corrotta, con il servizio pubblico televisivo in teoria concorrente, addirittura con poteri criminali, che il premier vuole rendere da oggi irrealizzabile per la magistratura e vietato alla pubblicazione, anche la più rispettosa della privacy.
Per scardinare, nell´opinione pubblica, la convinzione che gli ascolti telefonici, ambientali, telematici servano e non siano soltanto una capricciosa bizzarria di toghe intriganti e sollazzo indecente per cronisti ficcanaso, Berlusconi ha costruito nel tempo una narrazione dove si sprecano numeri iperbolici ed elaborate leggende. Dice: «Si parla di 350 mila intercettazioni, è un fatto allucinante, inaccettabile in una democrazia». Fa dire al suo ministro di Giustizia che gli italiani intercettati sono addirittura «30 milioni» mentre sono 125 mila le utenze sotto ascolto (le utenze telefoniche, non gli italiani intercettati). Alla procura di Milano, per fare un esempio, su 200 mila fascicoli penali all´anno, le indagini con intercettazioni restano sotto il 3 per cento (6136).
Altra bubbola del ministro è che gli ascolti si "mangiano" il 33 per cento del bilancio della giustizia mentre invece sfiorano soltanto il 3 per cento di quel bilancio (per la precisione il 2,9 per cento, 225 milioni di costo contro i 7 miliardi e mezzo del bilancio annuale della giustizia). Senza dire che, per inerzia del governo, lo Stato paga al gestore telefonico 26 euro per ogni tabulato, 1,6 euro al giorno per intercettare un telefono fisso, 2 euro al giorno per in cellulare e 12 per un satellitare e l´esecutivo non ha tentato nemmeno di ottenere dalle compagnie telefoniche un pagamento a forfait o tariffe agevolate in cambio della concessione pubblica (accade all´estero).
Nonostante questa inerzia, le intercettazioni si pagano da sole, anche con una sola indagine. Il caso di scuola è l´inchiesta Antonveneta. Costo dell´indagine, 8 milioni di euro. Denaro incassato dallo Stato con il patteggiamento dei 64 indagati, 340 milioni. Il costo di un anno di intercettazioni e avanza qualche decina di milioni da collocare a bilancio, come è avvenuto, per la costruzione di nuovi asili.
Comunque la si giri e la si volti, questa legge serve soltanto a contenere le angosce del premier e dei suoi amici, a proteggere le loro relazioni e i loro passi, a salvaguardare il malaffare dovunque sia diffuso e radicato. Per il cittadino che chiede sicurezza e vuole essere informato di quel accade nel Paese è soltanto una sconfitta che lo rende più debole, più indifeso, più smarrito.
Se la legge dovesse essere confermata così com´è al Senato, i pubblici ministeri potranno chiedere di intercettare un indagato soltanto quando hanno già ottenuto quei «gravi indizi di colpevolezza» che giustificherebbero il suo arresto. E allora che bisogno c´è delle intercettazioni? Forse è davvero la morte della giustizia penale, come scrive l´associazione magistrati. Certo, è l´eclissi di un segmento rilevante dell´informazione. Da oggi si potranno soltanto proporre dei "riassuntini" dell´inchiesta e delle prove raccolte. Non si potrà pubblicare più alcun documento, nessun testo di intercettazione.
La cronaca, queste cronache del potere, però, non sono soltanto il racconto di imprese delittuose. Non deve esserci necessariamente un delitto, una responsabilità penale in questi affreschi. Spesso al contrario possono rendere manifesto e pubblico soltanto un disordine sociale, un dispositivo storto che merita di essere raccontato quanto e più di un delitto perché, più di un delitto, attossica l´ordinato vivere civile.
Immaginate che ci sia un dirigente della Rai che, in una sera elettorale, chiama al telefono un famoso conduttore e gli chiede di lasciar perdere con gli exit poll che danno un risultato molesto per «il Capo». Immaginate che il dirigente Rai per essere più convincente con il conduttore spiega che quello è «un ordine del Capo». Non c´è nulla di penale, è vero, ma davvero è inutile, irrilevante raccontare ai telespettatori che la scena somministrata loro, quella sera, era truccata?
Bene, ammesso che questa sia stata una conversazione intercettata recentemente in un´inchiesta giudiziaria, non la leggerete più perché l´ossessione del premier, diventata oggi legge dello Stato, la vieta. Chi ci guadagna è soltanto chi ha il potere. Chi deve giudicarlo non ne avrà più né gli strumenti né l´occasione.
Corriere della Sera 11.6.09
L’intervista. La moglie di Mousavi, candidato anti-Ahmadinejad
«Lotto con mio marito per i diritti delle donne»
Zahra vuole essere la prima first lady iraniana
di Andrea Nicastro
TEHERAN — La donna che potrebbe diventare la prima first lady iraniana dopo Farah Diba ha il volto tirato di una 58enne poco truccata, in campagna elettorale da tre mesi. Gli occhi piccoli, orientali luccicano appena da sotto il chador nero, ma la voce è pronta, agile, come le sue risposte, capaci di dribblare i nodi più insidiosi. I fiori rossi del rusarì (il foulard) sono l’unica nota di colore che si concede. In una sfida tra monumenti del regime teocratico, come sono queste elezioni presidenziali iraniane, anche quelle roselline devono essere state soppesate con cura. Saranno troppo audaci per i conservatori? Troppo mortificanti per i riformisti? La soluzione è nel moderato conformismo che caratterizza l’offerta elettorale del marito.
Eppure Zahra Rahnavard è stata l’unica donna rettore universitario dell’Iran. È scultrice, saggista, ex consigliere governativa. È passata dalla minigonna al velo quando, ventenne, incrociò uno degli ideologi della rivoluzione, il filosofo Ali Shariati. Oggi è soprattutto la moglie dell’ex premier Mir Hossein Mousavi, ma negli anni 70 era lei la più famosa tra i due. Mousavi è uscito dopo due decenni dalla naftalina per diventare il principale rivale del presidente Ahmadinejad. Ed è lei il suo asso nella manica. Se l’architetto ex premier è riuscito a riaccendere le speranze del popolo riformista orfano del presidente Khatami, non è per le sue (evanescenti) promesse o per un carisma che non c’è, ma piuttosto per questa moglie straordinaria tanto per quel che pensa l’Occidente di una donna col chador, quanto a confronto con altre figure pubbliche dell’universo musulmano.
«Io e Mousavi abbiamo le stesse idee sui diritti delle donne — mette subito in chiaro —. Altrimenti non saremmo andati avanti per 40 anni di matrimonio ». Indipendente, provocatoria, un ego decisamente solido. Con vanità, racconta alle simpatizzanti di come ha conosciuto il marito. «Si è innamorato a prima vista, in una mostra di pittura. Dopo 10 giorni mi ha chiesto di sposarlo».
Dottoressa Rahnavard, lei ha scioccato l’Iran facendo comizi da sola o mano nella mano con suo marito.
«È stata una novità, è vero. Finora le autorità evitavano di portare le mogli nei viaggi ufficiali, mentre credo sia un fatto normale sia dal punto di vista religioso che intellettuale. All’estero potrebbero capirci meglio e le altre coppie iraniane potrebbero avere un esempio di collaborazione e confidenza familiare ».
Dicono che lei sia la Michelle Obama dell’Islam.
«Non sono Michelle, mi basta essere me stessa. Di certo ho grande stima di tutte le donne che, nel mondo, riescono ad avere un ruolo attivo nella società».
Di solito, però, nei Paesi islamici alla donna viene chiesto di fare un passo indietro.
«Da 30 anni mi occupo della questione femminile e non ho mai sentito tanta attenzione al tema come ora. In Iran sono donne più della metà dei contadini, un terzo degli operai e il 70 per cento degli universitari. Le donne hanno potenzialità superiori agli uomini in molte attività scientifiche e sociali. Ciò di cui noi abbiamo bisogno qui in Iran è un’evoluzione dei diritti civili. Vogliamo eliminare l’attuale status giuridico che impone alle donne la tutela di un uomo. Le donne devono decidere da sole il proprio destino».
In Occidente il velo è il simbolo della sudditanza femminile. Lei lo porta.
«L’ho scelto assieme alla fede nel fiore della mia gioventù e ne sono orgogliosa. Nel 1975 pubblicai un libro in America dal titolo L’hijab: il messaggio della donna musulmana.
Il rispetto del velo, dicevo, deve derivare dal convincimento, non da un’ordine. Non ho mai cambiato idea: sono contraria alla trasformazione dell’hijab in strumento di oppressione. Credo fermamente alla libertà di scelta».
La legge iraniana però…
«Infatti la mia è solo un’opinione».
Durante il governo Ahmadinejad oltre 120 donne sono state arrestate per le loro opinioni.
«Il Corano dice di 'non spiare la vita privata altrui'. Perché Mousavi dovrebbe temere le donne quando sua moglie è scesa in campo? Se verrà eletto farà di tutto per rispettare i diritti, eliminare le discriminazioni, garantire processi giusti e rapidi».
Gli ultimi sono stati anni duri per i diritti civili. Pochi mesi fa, ad esempio, il Parlamento stava per liberalizzare la poligamia.
«Un altro capolavoro del presidente Ahmadinejad. Ha presentato due disegni di legge per fortuna entrambi bloccati».
Eppure il Corano lo consentirebbe.
«Dovremo affrontare il tema rispettando i precetti religiosi e la dignità della donna libera, musulmana, iraniana».
Possibile?
«Certo».
Secondo i sondaggi, molte iraniane hanno deciso di votare suo marito perché hanno fiducia in lei. Immagina un ruolo per sé al governo in caso di vittoria?
«Penso che potrei dare il mio contributo come consigliere politico. L’ho già fatto durante la presidenza Khatami e potrei rifarlo. Però nella prossima amministrazione dovranno esserci almeno due o tre ministri donna (oggi non ce n’è nessuna, ndr) tante ambasciatrici e consiglieri. Chi ha talenti deve poterli esprimere. Maschio o femmina che sia».
In Iran c’è ancora chi pensa, come alle scorse elezioni, che sia meglio non votare per togliere legittimità al regime.
«Agli astensionisti dico non lasciate il potere a chi mente, rovina l’economia, umilia il Paese all’estero, offende la Costituzione. Fate sentire la vostra voce».
Lei ha annunciato querela nei confronti del presidente per aver messo in dubbio le sue credenziali accademiche. Perché Ahmadinejad l’ha attaccata?
«È lui a dover rispondere, a me resta l’amarezza di un presidente che ha messo in ridicolo la sua carica. Deve chiedere scusa al popolo iraniano, alla mia famiglia e a me».
Corriere della Sera 11.6.09
«Atlantico» Gli specialisti potranno esaminare studi e disegni. E le carte usciranno dalla Biblioteca Ambrosiana
Il Codice di Leonardo torna al ’500
Terminata la «sfascicolatura» dei volumi. «I fogli singoli si conservano meglio»
di Armando Torno
Alla fine del ’500 lo scultore Pompeo Leoni radunò i disegni leonardeschi di macchine e altre note di vario argomento, prevalentemente di carattere geometrico.
La raccolta di 1.186 documenti prese il nome di «Codice Atlantico» che venne donata alla Biblioteca Ambrosiana. Tra il 1962 e il ’72 fu divisa in 12 volumi L’intervento
L’attuale «sfascicolatura» dei quaderni in cui erano composti i 12 volumi consente una migliore conservazione dei fogli e una loro maggiore diffusione. Gli specialisti potranno vederli direttamente senza rischio di usurarli. Inoltre, le carte non soffriranno per essere legate senz’aria e si eviterà la formazione della polvere
MILANO — Da pochi giorni nel caveau della Biblioteca Ambrosiana di Milano le benedettine di Viboldone hanno terminato la sfascicolatura del Codice Atlantico di Leonardo. Dopo la notizia di presunte muffe di un paio d’anni fa, il lavoro delle suore è subito cominciato, svolgendosi sotto il controllo dell’Istituto Nazionale di Patologia del Libro, della Commissione Vinciana e con il sostegno delle analisi effettuate alla Sapienza di Roma.
I prelievi alle carte hanno escluso aggressioni biologiche. La presenza di macchie nerastre, che fece il giro del mondo, rilevate in alcuni casi non sui disegni del Codice bensì sul supporto cartaceo esterno (che ha una quarantina d’anni), è stata attribuita a «ingenti quantitativi di mercurio ».
Il Codice Atlantico è come se tornasse alla sua origine, agli anni di fine Cinquecento nei quali Pompeo Leoni, scultore prediletto di Filippo II di Spagna, riuscì a radunare una cinquantina di manoscritti vinciani che variavano dagli «in folio» ai piccoli taccuini d’appunti. Accanto ai volumi, a quaderni e brogliacci, l’artista possedeva anche circa duemila fogli isolati di varia grandezza, con disegni accurati e rifiniti insieme ad appunti frettolosi e disorganici, nonché a fogli riutilizzati in quanto già scritti da altri.
Per dare unità fisica e omogeneità a questo materiale, Leoni lo fissò su due grossi album. In uno riunì i disegni artistici, compresi quelli di anatomia, corredandoli di didascalie; da questo volume, divenuto in seguito proprietà della Casa Reale d’Inghilterra, nel secolo XIX ciascun foglio fu staccato, numerato e montato singolarmente. Attualmente vengono citati come i «Fogli di Windsor», prendendo il nome dal castello reale ove sono conservati. Nell’altro, invece, raccolse i disegni di macchine e note di vario argomento, prevalentemente di carattere meccanico e geometrico, costituendo il Codice Atlantico, che finì per una donazione in Ambrosiana. Lo stesso fu rubato nel mese di «fiorile» del 1796 da Napoleone (restituito a Milano dopo il 1815, per intervento di Canova) e dopo qualche soggiorno in tempo di guerra nel caveau della Cassa di Risparmio fu restaurato — questa è la penultima avventura — tra il 1962 e il 1972. In quell’occasione si scelse di dividerlo in 12 volumi.
Pietro C. Marani, uno degli studiosi che ha seguito più da vicino la sistemazione del codice per incarico della Commissione Vinciana, insegna Storia dell’arte moderna al Politecnico di Milano ed è anche presidente dell’Ente Raccolta Vinciana. Dichiara: «La sfascicolatura dei quaderni in cui erano composti i 12 volumi consentirà una migliore conservazione dei fogli leonardeschi e, attraverso le mostre tematiche, la loro conoscenza e diffusione. Gli specialisti potremmo vederli direttamente e le carte non soffriranno per essere legate senza aria; si eviterà inoltre la formazione di polveri».
Marani sottolinea: «Non si potevano conservare 1.186 documenti di Leonardo che, dopo il restauro di mezzo secolo fa, erano montati su carta moderna: sfogliandoli si sottoponevano a piegatura e ad azione meccanica. Il tempo avrebbe compromesso il disegno originale e l’usura ne minava la conservazione. Inoltre si trattava di carte di diversa natura e quelle attuali rischiavano di trasmettere dei problemi a quelle originali». Carlo Pedretti, professore emerito a Los Angeles, direttore del Centro Studi leonardeschi dell’Università della California, saluta con gioia questa sfascicolatura: «Benvenuta! L’ho perorata dagli anni ’70, quando pubblicai il catalogo a New York del Codice Atlantico e diedi di ogni foglio una scheda. Si sarebbe dovuta fare un’operazione come quella di Windsor, invece si compressero le carte in quei 12 volumi correndo notevoli rischi. Anche Federico Zeri si trovò d’accordo con me nel rifiutare quel restauro».
Monsignor Franco Buzzi, l’attuale prefetto della Biblioteca Ambrosiana, tira un sospiro di sollievo a lavoro finito e confida: «La ricollocazione del Codice Atlantico foglio per foglio ci darà modo di favorirne la fruizione integrale a partire dalle prossime esposizioni. Tra pochi giorni daremo l’annuncio ufficiale alla stampa italiana e internazionale dei risultati raggiunti, nonché delle iniziative progettate; per ora posso soltanto dire che si svolgeranno alla Biblioteca Ambrosiana e nella Sacrestia Monumentale del Bramante, in Santa Maria delle Grazie». Da queste parole si può dedurre che il Codice Atlantico uscirà dall’Ambrosiana e comincerà a farsi conoscere direttamente. Le domande si moltiplicano. Quali sistemi di sicurezza, quali programmi? Del resto, qualunque frammento di Leonardo ha un valore immenso e dopo gli interessi di Bill Gates — e il successo del polpettone Il codice da Vinci — si è ricreata una febbre intorno anche alla più piccola reliquia, giacché decine di miliardari in tutto il mondo sarebbero disposti, pur di averla, a sborsare cifre impensabili. Anche in tempi di crisi.
Il Riformista 11.6.09
La visita di Muammar Gheddafi
Intervista a Del Boca «È una vittoria del governo di Berlusconi»
di An. Maz.
La visita di Muammar Gheddafi ha rinfocolato il dibattito sul colonialismo italiano, la conquista della cosiddetta "quarta sponda". Una scia di sangue che è arrivata sino ai nostri giorni e appuntata sulla giacca militare del Colonnello, quando ieri mattina è atterrato a Ciampino. Quell'immagine in bianco e nero di Omar-al-Mukhtar la dice lunga sul superamento di ogni rancore nei confronti dell'Italia. I morti, si sa, "restano", nonostante il governo italiano abbia chiesto scusa per il passato e versato 5 miliardi di dollari. «Non è solo la foto» dice al Riformista Angelo Del Boca, storico e massimo esperto di colonialismo, autore di A un passo dalla forca per la Baldini e Castoldi Dalai. «Gheddafi ha portato con sè anche i 12 nipoti dei partigiani libici anti-italiani».
Perchè questa provocazione?
Il Colonnello sta lanciando un messaggio chiaro: è vero che voi mi avete dato 5 miliardi di dollari e che io li ho accettati, ma questo non può farmi dimenticare il sangue dei 100mila libici uccisi da voi italiani.
Insomma, la riconciliazione annunciata con la firma del Trattato di Bengasi non c'è ancora?
Ma, io penso che ci sia, perché - intendiamoci - finalmente l'Italia ha spostato una cifra ragguardevole. 5 miliardi di dollari non sono pochi. Però, Gheddafi non voleva solo questo. Quando l'ho intervistato l'ultima volta mi aveva detto che quello che gli dava fastidio era il silenzio delle autorità italiane e il fatto che fino ad allora nessuno avesse dimostrato un pentimento vero per quello che è stato fatto.
Quanto deve essere grande il nostro senso di colpa?
Beh, la nostra presenza in Libia è costata 100mila morti e se teniamo presente che all'epoca i libici erano 800mila, 1 libico su 8 è morto a causa nostra.
Però, Berlusconi a Bengasi e anche dopo ha chiesto scusa
Sì, diciamo che oltre al denaro Berlusconi ha espresso pentimento e senso di disagio per il comportamento dei nostri nonni. Dal punto di vista morale, quindi, che stava molto a cuore a Gheddafi e a tutti i libici, è stato raggiunto un risultato.
Eppure il Colonnello non dimentica...
No, non lo fa. Durante i 40 anni della sua dittatura ha sempre avuto con l'Italia un rapporto di amore e odio. Questo è un viaggio che lo risarcisce molto.
Perchè ora e non prima?
Indubbiamente c'è stato un errore da parte dei nostri uomini di Stato, che hanno trascinato troppo a lungo questa vertenza. C'è stata una responsabilità diretta anche di Giulio Andreotti, che nel 1984 voleva costruire un ospedale a Tripoli e iniziò a mercanteggaire. I libici volevano 1100 letti, l'Italia non ne offriva più di 100. Fu un errore.
Quindi, questo è un successo di Berlusconi?
I 5 miliardi di dollari dati dall'Italia verranno praticamente riassorbiti dalle nostre aziende che faranno affari lì, anche se in 25 anni. Berlusconi, dunque, davanti all'opposizione dimostra una notevole vittoria. Quello che non sono riusciti a fare i governi di centrosinistra, l'ha fatto lui. C'erano state trattative con Prodi, con D'Alema e persino con Dini. Ma l'obiettivo l'ha raggiunto Berlusconi.
l’Unità 11.6.09
Vendola. Discutiamo pure ma Franceschini deve scoprire le sue carte
intervista di Simone Collini
Sono due i problemi. Dar vita a un’iniziativa politica il più possibile convergente contro il governo delle destre. E costruire la sinistra. A valle di questi due processi ci potrà essere la definizione delle alleanze». «A valle», sottolinea il presidente della Puglia Nichi Vendola, dirigente di Sinistra e libertà.
Il Pd vi ha teso la mano: la sua risposta?
«Sono d’accordo ad aprire un’interlocuzione, purché sia franca».
Cosa vuole dire?
«Dobbiamo cominciare a usare le parole per conoscerci e spiegarci, piuttosto che per menarci».
Col Pd?
«Col Pd ma anche con l’Idv, i Radicali, Rifondazione. L’importante è che si entri nel merito dei problemi, si avvii un confronto sulla crisi della società italiana, sulla permeabilità della civiltà europea alle culture più regressive e reazionarie, su come costruire un’alternativa al berlusconismo».
Da dove partire?
«Dobbiamo affrontare di petto e rimuovere i nodi che hanno aggrovigliato le nostre comunicazioni e che talvolta sono stati legati attorno al collo dei soggetti interessati».
Sarebbero?
«La questione sociale, i diritti civili, la sicurezza del e sul lavoro, la laicità dello Stato, che non è né una caricatura né un cimelio risorgimentale da collocare nelle discussioni e che invece riguarda temi come fecondazione assistita o testamento biologico».
Tra i partiti con cui interloquire non ha messo l’Udc, eppure il Pd ipotizza alleanze anche con i centristi.
«Con l’Udc bisogna discutere della costruzione di un’iniziativa politica forte a difesa della democrazia. Ma mi spaventa la discussione di formule alleanzistiche che prescindono dall’approfondimento di merito».
E del rapporto con l’Idv che dice?
«Voglio discutere con franchezza. Il populismo è sempre un pericolo. Anche se agito a fin di bene è una semina avvelenata. Bisogna recuperare fino in fondo la radicalità del tema della legalità, però liberandolo da qualsiasi pulsione giustizialista. Giustizialismo e legalità sono nozioni contraddittorie, il primo talvolta è una violazione della seconda».
Il Prc propone un polo di sinistra autonomo dal Pd. Cosa ne pensa?
«Io voglio dialogare con Rifondazione. Ritengo inservibile ciò che è un residuo nostalgico, la sinistra arcaica è un impedimento alla crescita della sinistra di cui il mondo ha bisogno. Però non tutto quello che sta dentro Rifondazione è riducibile a questo. Ci sono tanti percorsi, tante storie e persone, e anche lì dobbiamo tutti sfidarci sui contenuti».
L’Altro 10.6.09
Caro Pd, proviamoci insieme
Il leader di "Sl" risponde a Giovanna Melandri: "Discutiamo anche su come battere Berlusconi"
di Nichi Vendola
Cara Giovanna, voglio prima di tutto ringraziarti per i toni personalmente affettuosi e politicamente rispettosi che hai usato nei confronti miei e di Sinistra e Libertà. Credo che l`interlocuzione a sinistra che tu proponi sia necessaria, non per noi ma per il Paese, il cui problema oggi è la ricostruzione del campo largo di una opposizione al berlusconismo. Credo anche, però, che questa opposizione al berlusconismo non possa più limitarsi a una critica generica e letteraria. Deve entrare nel merito dei problemi reali. Deve far nascere il profilo di un`alternativa credibile. A fronte di questa crisi durissima, per affrontarla mettendo in campo una concreta alternativa economico-sociale, la sinistra deve prima di tutto fare i conti con le mitologie liberiste e tecnocratiche che per molti anni la hanno attraversata. I nodi strategici sono evidentemente il lavoro e la scuola pubblica, e ciò significa senza mezzi termini lotta contro il precariato e contro il degrado della scuola pubblica, senza indulgere ad atteggiamenti civettanti con la vorace spinta alla privatizzazione dell`istruzione. Ma è un nodo strategico anche la difesa della laicità, che non può essere aggirata con l`alibi dei temi eticamente sensibili senza mai farne oggetto di una franca e aperta battaglia delle idee. Sullo stesso nostro europeismo, anch`esso un nodo dirimente, dobbiamo dire con chiarezza che lo intendiamo nella, sua accezione più "euromediterranea", come ponte per la pace e come incontro di civiltà. E` questo del resto il messaggio che ci arriva dalla stessa presidenza degli Usa, da Barack Obama. Infine, non credo sia più rinviabile la messa a tema, e con la massima urgenza, del problema fondamentale: la qualità e la natura della nostra, democrazia, oggi messa gravemente a rischio dal prosciugarsi della rappresentanza reale, dalle pulsioni razziste e autoritarie, dal tentativo sempre più sfrontato di svuotarla di contenuti. L`istanza egualitaria è sin dalle origini una componente essenziale della nostra Costituzione e del suo spirito più intimo. Ma oggi assistiamo invece proprio a una metodica soppressione di ogni istanza egualitaria, con una conseguente mutazione genetica della nostra stessa democrazia. Se non si entra nel merito di questi temi, tutto resta confinato nel campo delle petizioni del cuore. In queste elezioni, il Pd ha subìto una dura sconfitta. Sarebbe letale se, per la seconda volta dopo le politiche del 2008, tentasse ancora di rimuoverla. E` auspicabile che comunque porti a casa la pelle, ma, sotto quella pelle nessuno sa ancora cosa ci sia. Nell`affrontare i nodi fondamentali, si pone più come un galateo che come il perno di un blocco sociale alternativo. Noi, come Sinistra e Libertà, abbiamo già fatto la scelta di aprire un percorso di ricerca e di iniziare un cammino. Chiediamo a tutti di essere, come noi, attori di un dialogo vero, senza retropensieri. Oggi non si tratta di fare scelte che affrontano prioritariamente il tema di un contenitore. Oggi siamo alla scrittura di una prima bozza di un programma fondamentale per la sinistra. Oggi siamo all`inaugurazione di un cantiere, o forse di più cantieri, in cui avviare con esperienza e con pazienza, la cura di un parto, di un partire, e infine di un partito. Con voi, amici democratici, con Antonio Di Pietro, con il Partito radicale, con Rifondazione comunista, è giunto il tempo di smettere di usare le parole come corpi contundenti. E`questo il tempo di parlarci con sincerità, magari con asprezza, ma con quel comune sentire che è proprio di chi percepisce, persino con dolore, lo scivolamento dell`Italia e dell`Europa verso destra. Quando la sinistra rinuncia a darsi una grande missione e ad avere una grande visione, cede alla tentazione del governismo. Si smarrisce nei labirinti dell`amministrazione. Smette di essere una narrazione collettiva e non si accorge che in una società frammentata i messaggi della destra, anche estrema, possono guadagnare consensi crescenti. E non vale neppure, sulla sponda opposta a quella del governismo, far vivere la. sinistra alla stregua di una cattedra di sociologia della catastrofe, o come un`identità immobile,, un sarcofago in cui conservare la mummia delle nostre glorie passate. Vale invece la sinistra come creazione, come racconto della vita che incrocia l`analisi sociale, come grammatica della libertà e cura della soggettività. Come profezia laica che annuncia la pace e come efficacia di un agire politico che interpella la vita, la sua fragilità, la sua irriducibile potenza. E quindi, cara Giovanna, a presto.
mercoledì 10 giugno 2009
l’Unità 10.6.09
L’analisi dei flussi di Swg rivela l’attrazione delle posizioni più radicali sui democratici
È in pareggioil saldo tra Pdl e Lega Nord. Il peso dell’astensione sulle due coalizioni
Ottocentomila voti del Pd sono andati a Di Pietro
La sinistra radicale. Un terzo dei voti ottenuti dai due partiti è arrivato da ex del Pd
di G.M.B.
Sono state le astensioni (quasi 7 milioni di votanti in meno rispetto al 2008) a decidere le elezioni. Hanno inciso molto più dei passaggi di voti tra i due schieramenti. Che, a sorpresa, hanno favorito il centrosinistra.
Alle elezioni politiche erano più di 12 milioni. Un anno dopo - cioè alle Europee - sono diventati 8 milioni: 4 milioni in meno. Ma per capire le dimensione dell'emorragia di voti del Partito democratico, bisogna tener presente che gli elettori «entrano» ed «escono». I 4 milioni in meno sono dunque il risultato della somma algebrica tra queste entrate e queste uscite.
L'analisi dei flussi elettorali svolta dall'istituto di ricerche di opinione Swg offre una fotografia precisa del «bilancio elettorale» dei partiti ed è anche una guida preziosa per ragionare sulle possibili alleanze oltre che per individuare i temi politici ai quali sono maggiormente sensibili gli elettori.
Il dato più appariscente conferma un’impressione diffusa. E cioè che la sirena che ha più attrae i transfughi democratici è il partito di Di Pietro. In effetti è stato così: dalle politiche del 2008 alle Europee di sabato e domenica, 939.000 elettori sono passati dal Pd all'Italia dei valori. Il processo inverso è stato compiuto da 149.000 elettori.
Notevole anche l'emorragia democratica a favore delle formazioni della sinistra radicale, con un rapporto analogo (6 a 1) tra le «uscite» e le «entrate»: hanno votato per Rifondazione comunista e per il Pdci 294.000 ex elettori del Pd, e altri 342.000 hanno scelto Sinistra e libertà. Se si considera che la sinistra radicale alle Europee ha ottenuto poco meno di 2 milioni di voti, si ha quest'altro dato significativo: un terzo del suo elettorato è stato costituito da transfughi democratici.
Complessivamente, gli elettori del Pd passati ad altre formazioni di centrosinistra e di sinistra (vanno aggiunti altri 56.000 che hanno votato formazioni minori dell'area e i 224.000 che hanno scelto i radicali) sono stati tra il 2008 e 2009 quasi 2 milioni (esattamente 1.855.000). A compiere il percorso inverso sono stati 240.000.
Secondo lo studio della Swg è stato consistente, anche se non paragonabile a quello appena descritto, il passaggio di elettori del Pd a formazioni del centrodestra e del centro: hanno votato per il Popolo della libertà o per la Lega Nord, 265.000 dei democratici del 2008. E altri 198.000 sono passati all'Unione di centro. Se a questi si aggiungono i 24.000 che hanno optato per altre formazioni minori del centro o del centrodestra, si ha un totale di quasi 500.000 elettori (esattamente 487.000). A compiere il percorso inverso sono stati 319.000.
Riassumendo. Per ogni 8 elettori del Pd passati tra il 2008 e il 2009 ad altre formazioni del centro sinistra, uno ha compiuto il percorso inverso. Per ogni 2 democratici andati al centrodestra, uno si è spostato nel modo opposto.
Risultato evidente
A voler utilizzare questi dati per calibrare la linea politica, il risultato è evidente: il Pd ha perso una parte considerevole dei suoi voti a favore delle formazioni che hanno sostenuto le posizioni più radicali e «antiberlusconiane». Ma la causa più profonda dell'emorragia dei voti è stata un'altra ancora: l'astensionismo. Se, infatti, quasi due milioni di elettori democratici sono andati verso altri partiti del centrosinistra e mezzo milione si è orientato sul centrodestra, sono stati quasi tre milioni (esattamente 2.838.000, il 23,2% degli elettori del 2008) a restare a casa. Un numero enorme, neanche lontanamente compensato da quei 339.000 elettori che alle Politiche si erano astenuti e alle Europee hanno votato Pd.
Lo stesso fenomeno ha colpito, in misura leggermente minore, il Popolo delle Libertà. Il 18,3% del suo intero elettorato del 2008 non è tornato alle urne. Si tratta di quasi 2 milioni e mezzo di persone (esattamente 2.497.000). Tra le forze della stessa area, è stata la Lega Nord a erodere maggiormente l’elettorato di Berlusconi (ha portato via 533.000 voti) ma, alla fine, il saldo è quasi in pareggio perché sono stati 433.000 gli elettori leghisti che dal 2008 al 2009 sono passati al Pdl. Un dato che darà forza agli argomenti di chi, nel Popolo delle libertà, contestata l’appiattimento di Berlusconi sulle tematiche care a Umberto Bossi.
l’Unità 10.6.09
Indagine del Censis
Così i tg influenzano gli elettori
Il Pdl straripa sul tubo catodico
L’indagine del Censis sui media che condizionano il voto. I notiziari hanno la meglio anche sui programmi d’approfondimento, sui quotidiani e su Internet. Berlusconi non a caso ha invaso sia Rai che Mediaset (anche monologhi di 47 minuti). Inascoltate le denunce di Agcom.
I telegiornali orientano il voto dei cittadini. La maggioranza di governo domina i telegiornali, con Berlusconi che registra punte di presenza tra il 60% e il 75% degli spazi televisivi. La maggioranza incassa più voti dell’opposizione.
Il sillogismo si evince dalla lettura combinata dei dati sull’informazione elettorale forniti ieri dal Censis e sulla presenza dei politici in tv resi noti dall’Agcom per il periodo tra il 29 aprile e l’8 maggio. «Stavolta non è un complotto internazionale - commenta Beppe Giulietti di “Articolo 21” - Il Censis ha detto una cosa nota a tutti. In un Paese in cui il premier è proprietario di Mediaset e controlla indirettamente la Rai, non può non influenzare anche il diritto di voto degli italiani». Giulietti ricorda anche la lunga «passerella» di Berlusconi all’Aquila tra i terremotati: «Vedo una scomparsa graduale del principio della par condicio».
Squilibrio elettorale. Il Censis infatti ha diffuso i numeri post-elettorali: la tv resta il principale mezzo per formarsi un’opinione sulla politica, il 69,3% degli elettori ha scelto attraverso le notizie e i commenti trasmessi dai tg (dato che sale al 78,7% tra i pensionati e al 74,1% tra le casalinghe). In secondo luogo, il 30,6% degli elettori si affida ai programmi di approfondimento («Porta a Porta, Matrix e simili»). I giornali - prosegue il Censis - sono determinanti per il 25,4% degli elettori (soprattutto istruiti e nelle grande città). Marginali le conversazioni con familiari e amici (19%) e il web (2,3%).
Molto interessanti in questo quadro sono le rilevazioni dell’Agcom, l’autorità di garanzia per le comunicazioni che pure coprono un periodo (29 aprile-8 maggio) precedente al clou della campagna elettorale e all’ultima tornata di nomine di Viale Mazzini decise da Berlusconi a Palazzo Grazioli. Emerge «uno squilibrio a favore della maggioranza in tutte le reti, eccetto il Tg3».
Sulle reti del Biscione, Tg4 e Tg5 violano la par condicio dedicando rispettivamente il 74% e il 60% dei loro spazi a PdL e Lega «con particolare concentrazione su governo e premier». Studio Aperto durante la prima decade di maggio è sbilanciato a favore delle forze politiche maggiori. Tg2 e La 7 sono sbilanciati a favore del governo rispettivamente del 62% e 67%. Il Tg1, secondo l’Agcom, «mantiene costantemente oltre il 50% del tempo antenna (cioè la copertura complessiva tra notizie e interviste, ndr) dedicato alla maggioranza contro il 25-30% all’opposizione.
Multata Rete4. Ne è scaturito un richiamo generale «a un maggior equilibrio tra tutte le liste in competizione» con l’adozione di uno «specifico ordine di riequilibrio» a carico di Rete4. Tutto ciò è servito? Non pare.
Dalla Cnn a Videolina il vicepresidente della Vigilanza Giorgio Merlo ha denunciato, alla vigilia del voto, «la presenza ossessiva e costante di Berlusconi in tv». Rete4 è stata multata di 180mila euro per l’inosservanza del provvedimento dell’Autorità. Il capo del governo non si è fatto mancare niente: “Porta a Porta”, “Matrix”, Cnn, Canale Italia, Odeon, T9, Videolina, RadioRai, Radiomontecarlo, Radio Anch’io, Rtl.
il Riformista 10.6.09
Dibattito surreale
Ha vinto la destra in Italia e in Europa
di Biagio De Giovanni
Il centrosinistra sembra voler giocare la solita carta attendista e speranzosa nella provvidenza che aiuta i migliori: prima o poi si romperanno al loro interno. Quando avverrà? Attesa inutile, il Governo durerà per il tempo previsto
Ma la sua vittoria è indubitabile, e ora può essere misurata anche sul risultato delle elezioni amministrative sulle quali è ancor più difficile la contestazione: milioni di cittadini in carne e ossa passano da una amministrazione all'altra, con la destra che penetra perfino in confini fino a ieri corazzati.
Quali sono i criteri di valutazione politica per argomentare questa tesi? Anzitutto quelli che riguardano il risultato europeo complessivo, su cui la riflessione c'è stata (Franco Venturini sul Corriere della Sera, ad esempio), ma non ha ancora conquistato la meritata centralità. Dappertutto o quasi, in Europa, la destra avanza, ("a destra tutta!", è lecito citarsi?) e la sinistra perde pezzi consistenti del suo elettorato anche tradizionale. E ciò in presenza di quella crisi che, secondo ritornanti schemi ideologici di matrice assai vecchia (Ah! il vecchio economicismo di ritorno, condito sempre da un po' di provvidenzialismo storico che non guasta!), avrebbe dovuto velocemente rovesciare le tendenze, e riaccreditare una sinistra convinta di possedere, su quel terreno, le risposte giuste e il decisivo terreno di aggregazione. È un tema da non abbandonare, anzi da approfondire appena si saranno spenti i fuochi più o meno fatui del dibattito post-elettorale. Fra l'altro, ampliare lo sguardo oltre i confini d'Italia, e immergersi in quella crisi di dimensioni sicuramente non congiunturali, può aiutare lo stesso dibattito della sinistra italiana a raccogliere i cocci di visioni del mondo obsolete, e reimmergersi in quelle società che, a sinistra (e "a centrosinistra"), mostrano di non sapere più che cosa sia. La fine, sperabile, della sinistra dei salotti (romani e "repubblicani", dei gossip e del moralismo) e il ritorno alle cose e al popolo e alla realtà e alle idee: figli di Machiavelli non di D'Avanzo: ha ragione Piero Ostellino!
Tema sul quale bisognerà riflettere è l'effetto di questo voto sulla dinamica e i caratteri delle politiche europee e sullo stesso significato della sua integrazione. A parte pur significative presenze euroscettiche, che non mi pare abbiano superato un certo limite e che comunque indicano qualcosa, sarebbe un errore immaginare che questa destra sia semplicemente antieuropea. Non è così. Essa però si colloca in una visione critica del vecchio cosmopolitismo di sinistra da "siamo tutti cittadini del mondo", attenta alle nuove insicurezze, ai confini, alle identità, alle protezioni, al ritorno forte della nazione e delle sovranità, e così via… Un mescolamento di temi, per dir così, di destra e di sinistra, in una commistione da cui sta sgorgando una nuova identità che mostra di aver compreso il carattere stanco ed esaurito di vecchi stilemi e distinzioni.
Il voto italiano è in pieno in questa congiuntura. E anche lo spostamento di voti dal Pdl alla Lega si comprende bene in questo quadro. Su questo punto il centrosinistra sembra voler giocare la solita carta attendista e speranzosa nella provvidenza che aiuta i migliori: prima o dopo, si romperanno al loro interno. Mi domando: quando avverrà, sulla Turchia magari? Ma che interesse potrebbe avere la Lega a spingere il confronto interno alla coalizione oltre un certo punto, proprio quella Lega che per ottenere il federalismo fiscale ha abbassato i toni del confronto presentando un volto più moderato dei suoi stessi compagni di cordata? Inutile, secondo me, l'attesa. Il Governo durerà per il tempo previsto.
È a sinistra che l'aumento esponenziale del partito di Di Pietro può porre problemi di difficilissima soluzione per la definizione di un progetto alternativo. Come si farà ad avere un progetto comune con il partito dei Di Pietro e dei De Magistris? Con la parola d'ordine: contro il fascismo (o nazismo, come piace) e piduismo della destra? Dopo questo voto, la questione delle alleanze per il centrosinistra si fa drammatica, e conferma quella prognosi che vede una sua rivincita su tempi assai lunghi e problematici.
Ma non voglio concludere questo mio ultimo intervento (in rubrica) su una nota dissolvente. Se la crisi della sinistra chiama l'Europa, e si estende a essa, è anche allargando lo sguardo che si potrà iniziare a ricostruire qualcosa. La politica non è fatta di assoluti, questo lo abbiamo imparato. Rinascerà, per la sinistra, dal relativo, da una nuova capacità di comprensione del mondo. Auguri di buon lavoro.
PS. A proposito: lo avrete già capito. "Il filosofo" cui è intitolata la rubrica è il mio amatissimo gatto.
il Riformista 10.6.09
Cercasi modo nuovo di essere sinistra
Offresi due milioni
di Ritanna Armeni
Tanti sono i voti delle liste della sinistra radicale, le uniche che hanno aumentato il consenso in termini assoluti. Non sono rappresentate in Europa, ma ci sono
Quando si parla della sinistra radicale spesso si usano toni ironici o di sufficienza. E, naturalmente, questi toni si diffondono se le forze suddette, come è avvenuto, perdono, cioè non riescono a raggiungere quel quorum del 4 per cento che la legge elettorale prevede per poter eleggere un membro del Parlamento europeo.
Va da sé che ritengo questo atteggiamento adottato da molti assolutamente sbagliato. E non solo perché intrinsecamente antidemocratico (non ci si cura del fatto che centinaia di migliaia di cittadine e cittadini non sono rappresentati in Europa) ma perché la sufficienza e l'ironia non aiutano, anzi impediscono di capire alcuni spostamenti elettorali e politici non irrilevanti. Non aiutano a capire ad esempio che i due partiti della sinistra radicale sono gli unici ad aver aumentato i loro voti in termini assoluti e consistenti. Circa 800.000 elettori, che alle politiche si erano perduti nell'astensione o erano stati fagocitati da un Pd che puntava all'autosufficienza, sono tornati da dove erano partiti. Un fatto su cui riflettere, mi pare. In casa del Pd, innanzitutto, ma, in generale, fra coloro che sono attenti ai cambiamenti degli umori politici.
Non solo. È utile come si fa per altre forze politiche, pesare questi voti e non solo contarli. Perché, dopo il conteggio anche il peso politico ha la sua importanza. Basta pensare al calo di 2 punti percentuali alle europee del Pdl. Assai poco importante se i voti si contassero solamente, ma di grande significato politico se ha indotto non pochi osservatori a parlare di crepa del potere berlusconiano, di crisi, di crollo del mito della infallibilità del premier.
Ora quei 2 milioni di voti dati a Sinistra e libertà e Rifondazione comunista-Pdci, sono significativi. Come lo sono quelli dati ai Radicali. Perché chi li ha espressi o la maggioranza di essi, era consapevole che il quorum non sarebbe stato raggiunto o che era molto improbabile. Pure ha votato in quel modo, perché voleva segnalare una presenza, un insieme di culture non rappresentate da altri, per alcuni anche un'irriducibilità. Cittadini illusi? Inutili? Ci andrei cauta, e non solo perché mi seccherebbe essere annoverata fra le inutilità del Paese, ma perché questa irriducibilità o inutilità, più o meno nelle proporzioni in cui è presente in Italia, c'è anche in altri Paesi europei, gli stessi in cui abbiamo assistito, proprio nelle ultime elezioni a una crisi verticale e profonda dei partiti socialisti e socialdemocratici.
Fatta questa premessa, non si può sfuggire alla domanda che qualunque persona di buon senso e senza preconcetti si pone: e allora che si fa? Si continua con questa testimonianza, visto che questo è il sistema elettorale che è stato scelto? Si prosegue con questo andirivieni fra il voto utile e il voto di testimonianza o si tenta un percorso nuovo? Anche in questo caso il buon senso suggerirebbe la seconda strada, quella di uno scarto, della mossa del cavallo, dell'audacia.
Essa, a mio parere consiste innanzitutto nella rinuncia alla scorciatoia di cui già alcuni dirigenti di queste formazioni parlano, ovvero a costruire un partito o a insistere nella continuazione della sua esistenza. Non perché non ci sia bisogno a sinistra di un forte radicamento, di legami stretti e di antenne nella società ma perché è evidente che, per limiti storici, culturali e forse personali di questa parte della sinistra, l'obiettivo di un partito significa continuare nelle scissioni, nelle recriminazioni, nella impotenza. E nella sconfitta. Così è stato finora e niente - proprio niente - fa pensare che qualcosa possa cambiare nel futuro. Il fatto che oltre 2 milioni di persone abbiano votato a sinistra, non significa non vedere l'entità della sconfitta e i limiti dei gruppi dirigenti che non hanno saputo evitarla. Se oggi essi esercitassero una generosità che pure possiedono dovrebbero decidere di nuotare nel mare aperto della società e delle forme politiche già esistenti o altre, nuove, da inventare. Nelle ore immediatamente successive alle elezioni si è parlato di un avvicinamento al Pd di un apertura di dialogo, alcuni giornali hanno anche ipotizzato un ingresso di questo o di quel dirigente (di Nichi Vendola in particolare) nel Pd. Non so se sia vero e non mi scandalizzerei né di questo né del suo contrario. Non so neppure se sia vero che una parte del Pd, in particolare Massimo D'Alema, agevolerebbe un processo di questo tipo. Mi pare certo invece che oggi la differenza fra radicalità e riformismo non è più quella del passato, del '900 per intenderci, che anche le riforme possono essere molto radicali e che ciò che sembrava far parte del regno dell'utopia e quindi era compreso solo da un'elité (ad esempio le battaglie ecologiche per la salvezza del pianeta, la consapevolezza del processo di svalorizzazione e di marginalità cui è sottoposto il lavoro, l'insofferenza per il crescere delle disuguaglianze, gli effetti della globalizzazione, il ruolo pubblico nell'economia, la cultura della pace) oggi possa conquistare settori importanti della società ed essere il lievito di una cultura riformista. E credo anche che le proposte politiche, se sono effettivamente tali, esprimono cioè un cambiamento possibile, possano essere vissute e portate avanti anche in contenitori che non sono stati costruiti in prima persona. Senza parlare di ingressi, nuove divisioni, ennesime scissioni, il compito di questa sinistra è quello di costruire forme fluide di confronto, tessere nuovi legami e intrecci anche inediti, come in altre parti d'Europa sta già avvenendo. Senza paure, senza accuse, ma esercitando ogni giorno un modo nuovo di essere di sinistra. Non è impossibile.
Repubblica 10.6.09
L’ex ministro (234mila consensi) ha surclassato il vecchio leader (fermo a quota 80mila)
Nel derby radicale Bonino batte Pannella
ROMA - Si fa presto a dire Pannella. Radicali sempre più trascinati dall´ex ministro, oggi vice presidente del Senato: Emma Bonino ha sfondato.
Sfondato il muro dei 234 mila voti, raccogliendo da sola un terzo del pacchetto di consensi dell´intero partito radicale, comunque insufficiente a strappare un seggio a Strasburgo. Il fatto è che stavolta Emma ha fatto boom anche nel senso che ha surclassato, suo malgrado, Marco Pannella. Il guru di sempre si è fermato a quota 80 mila. Lei, più di tre volte tanto. Alla riunione a porte chiuse di due giorni fa, quando il responso delle urne è stato passato ai raggi x nella sede di Largo Argentina, nessuno si è sognato di far notare la cosa. Massima riconoscenza al leader di sempre, che stavolta ha pure rischiato la vita con un interminabile sciopero fame-sete, trascinandosi in tv in condizioni preoccupanti pur di rivendicare gli spazi dovuti. Però «il risultato dice una sola cosa - fa notare un dirigente - che la linea movimentista forse non paga fino in fondo, i nostri elettori apprezzano molto anche quella più istituzionale». Anche se poi la Bonino ha pure occupato la sede Rai.
Marco, neanche a dirlo, si dice felicissimo per i voti di entrambi (Emma è subito volata in Congo con Nessuno tocchi Caino). Alcuni risultati nel dettaglio però raccontano che nel Nord Ovest la Bonino è a 71 mila voti, Pannella a 17 mila, che nel Nord Est, lei a 48 mila, lui a 11 mila. Nel Centro, Emma 61 mila, Marco 22 mila. «Solo» il doppio a Sud e Isole. «Hanno convissuto bene, continueranno a farlo, diversi ma complementari - taglia corto una pontiera come Rita Bernardini - Lei raccoglie nel ceto medio, lui tra i giovani. Non cambierà nulla».
Repubblica 10.6.09
Il Pd esule in casa
di Ilvo Diamanti
Dalla sicurezza alla legalità con Bossi e Di Pietro vince il modello populista
Dalle urne esce indebolito Berlusconi, non la sua coalizione
Cambia il rapporto tra territorio e politica. Così la sinistra utopica diventa atopica
Il Pdl si conferma un partito network: questa è la sua forza ma anche la sua debolezza
Come avviene puntualmente da 15 anni, anche queste elezioni sono state affrontate come un referendum. L´unico ammissibile, in Italia, oggi. Pro o contro Berlusconi.Il quale, a differenza delle ultime occasioni, questa volta ha perduto. E ha condizionato, in questo modo, la lettura del voto. Tuttavia, dalla consultazione esce sconfitto lui, ma non il centrodestra. Non certo la Lega. Ma lo stesso Pdl, per una volta, se l´è cavata meglio del suo leader. Come hanno confermato le elezioni amministrative. Nell´insieme, questa consultazione conferma un profondo mutamento dei rapporti fra politica, società e territorio, che investe entrambi gli schieramenti. Ne forniscono una raffigurazione plastica ed esemplare la Lega e l´Idv. I vincitori di queste elezioni. Non solo perché hanno guadagnato peso elettorale, in valori assoluti e percentuali, rispetto alle precedenti elezioni politiche ed europee. Ma perché, inoltre, si sono rafforzati rispetto agli alleati. Si tratta di partiti molto diversi, ma con alcuni tratti comuni. Anzitutto, i temi che hanno imposto all´agenda politica, in campagna elettorale.
In primo luogo: la sicurezza. Anche se la interpretano in modo alternativo. La Lega: come reazione alla "paura degli altri e del mondo", all´inquietudine prodotta dal cambiamento. È la "Lega degli uomini spaventati", che organizza le ronde: la comunità locale in divisa per difendersi dagli immigrati e dalla criminalità comune. L´Idv, invece, punta sulla domanda di legalità. Rivendica l´eredità della stagione di Tangentopoli, impersonata da Antonio Di Pietro. Sostiene i magistrati. Esercita un´opposizione intransigente. A Berlusconi. A ogni mediazione sui temi della giustizia. Per questo motivo nel 2006 si oppose - unica, non a caso, con la Lega - all´indulto.
Entrambi i partiti usano, in diverso modo e in diverso grado, uno stile populista: per linguaggio e comunicazione. Esprimono, tuttavia, valori molto diversi. E seguono modelli opposti: dal punto di vista organizzativo e nel rapporto con la società e il territorio. La Lega è un partito "territoriale". Nordista per geografia e identità. Impiantato su una base di volontari e militanti diffusa e persistente. L´Idv è, invece, un "partito senza territorio", orientato su questioni "nazionali". Con un elettorato proiettato, semmai, nel Centro-Sud. Dal punto di vista organizzativo, è ancora largamente fluido e sradicato. D´altronde, ha conosciuto un successo rapido e recente. Fino a oggi, la sua identità si è confusa con quella del leader.
I diversi modelli espressi dai due partiti riflettono uno slittamento del rapporto fra politica e territorio, già segnalato. La sinistra utopica sta diventando atopica. Non solo l´Idv. Anche il Pd vede il proprio terreno sfaldarsi. Erede dei partiti di massa, il Pci e le correnti democristiane di sinistra, fino a ieri non era riuscito a scavalcare i confini delle zone rosse, dove però era saldamente insediato. Oggi, non più. Anche le zone rosse stanno diventando rosa. Segnate, qui e là, da alcune macchie di verde. Il Pd è il partito più forte solo in Emilia Romagna e in Toscana. Nelle Marche e perfino in Umbria è superato dal Pdl. Città e province tradizionalmente di sinistra scricchiolano. A Firenze e Bologna il Pd non è riuscito a imporre il suo candidato al primo turno. Delle 50 province dove governava, fino a pochi giorni fa, fin qui ne ha riconquistate solo 14 e 15 le ha già perdute. Delle 27 città capoluogo che amministrava fino a pochi giorni, il centrosinistra, al primo turno, ne ha mantenute sette mentre sei le ha cedute al centrodestra. Il quale sta piantando radici diffuse e profonde. Non solo la Lega. Nonostante l´insuccesso personale di Berlusconi, anche il Pdl ha dimostrato un buon grado di resistenza elettorale. Soprattutto nel Nord, dove ha sopportato lo scontro con la Lega. Per la prima volta, infatti, i due alleati non si sono cannibalizzati reciprocamente. Ha, inoltre, tenuto anche nelle regioni del Centro mentre ha perduto largamente nel Sud. Soprattutto in Sicilia, sua roccaforte. Dove ha pagato lo scontro con la Lega Sud di Lombardo. Suo alleato, fino a ieri. E forse di nuovo domani. Perché il Pdl, come prima Forza Italia, è un partito network. Aggrega soggetti politici e gruppi di potere radicati. Ciò lo rende forte e al tempo stesso vulnerabile. Esposto alle tensioni tra gli alleati, ai conflitti tra le diverse componenti locali. Il problema vero del centrodestra è che questa molteplicità di radici ha un solo, unico ceppo a cui attaccarsi. Una sola antenna, un solo volto attraverso cui comunicare insieme. Berlusconi. Risorsa. Ma anche limite. Come in questa occasione.
Il centrosinistra però, asserragliato nei suoi confini, oggi deve affrontare la minaccia che viene da Nord. La Lega (centro) Nord in questa elezione si è sviluppata soprattutto nelle regioni rosse. In Emilia Romagna e nelle Marche. Che hanno una struttura sociale ed economica molto simile a quella del Nordest e della provincia del Nord. Territorio di piccole imprese globalizzate, investito da flussi migratori estesi. La Lega Nord è riuscita a entrare nel territorio della sinistra usando il linguaggio della paura e del localismo. Un linguaggio che non ha confini, ma serve a crearli. Fra le province dove è cresciuta maggiormente, rispetto alle politiche, ci sono Reggio Emilia, Modena, Forlì, Prato, Parma, Pesaro-Urbino. Ciò solleva una questione che va oltre il voto europeo e amministrativo. Riguarda il Pd. Angosciato da una sorta di "sindrome della scomparsa", ha accolto il risultato delle europee con sollievo. Quasi come un successo. L´esito del primo turno delle amministrative, tuttavia, ne ha ribadito il disagio. Perché il Pd fatica a riconoscersi nella terra dei suoi padri. D´altra parte, per questo è sorto: per superare i confini della propria identità. Al di là delle regioni di cui si sente prigioniero. Ma ora è disorientato. Insidiato dall´Idv, in ambito nazionale, fra gli elettori di opinione che chiedono "opposizione" e parole chiare. Minacciato nelle proprie roccaforti dalla Lega. Che usa il territorio come arma e come bandiera. Anche il Pd, come molti dei suoi elettori, si sente un po´ esule a casa propria.
l’Unità 10.6.09
Prc, Ferrero rimette il mandato
Vendola ai democrat: troppi nodi aperti
Sl: «Speriamo che il Pd salvi la pelle, ma sotto non si sa cosa ci sia»
di Simone Collini
Lo aveva detto alla vigilia del voto che se la lista Prc-Pdci non avesse raggiunto il 4%, gli organismi dirigenti avrebbero deciso «cosa fare» e che il suo ruolo sarebbe stato «legato a queste decisioni»: «Non faccio il segretario per volere del Signore». Ora che la lista comunista è uscita dalle urne con il 3,4%, Paolo Ferrero non solo è stato di parola, ma ha battuto sul tempo eventuali operazioni insidiose. Il leader di Rifondazione comunista si è presentato alla Direzione del partito con la proposta di «riunificare tutte le forze disponibili a costruire un polo di sinistra autonomo rispetto al Pd», ampiamente annunciata. E poi a sorpresa ha rimesso il suo mandato e quello della segreteria nelle mani del Comitato politico nazionale. Un rischio calcolato. È infatti scontato che il “parlamentino” Prc, convocato sabato e domenica per esaminare il risultato elettorale, riconfermerà la fiducia a Ferrero.
Nuova segreteria per il Prc
Il passaggio - giustificato a via del Policlinico con la volontà di garantire un dibattito il più possibile libero e aperto - permette a Ferrero da un lato di incassare una nuova investitura, dall’altro di nominare una nuova segreteria. Quella attuale è infatti composta di soli esponenti della maggioranza congressuale di Chianciano. Ora Ferrero vuole andare a una gestione unitaria del partito, coinvolgendo anche i bertinottiani che non hanno seguito Vendola nella scissione. Che però giudicano un errore l’abbraccio col Pdci e chiedono con più forza di costruire una federazione di tutte le forze a sinistra del Pd. Ferrero, che oggi incontrerà Oliviero Diliberto per dar vita al coordinamento Prc-Pdci, vuole coinvolgerli nella gestione del partito e «superare la logica delle correnti», che rischia di danneggiare il Prc nella competizione che si è aperta (dopo che nessuno dei due ha staccato l’altro al voto) con Sinistra e libertà.
Dialogo Pd-Vendola
Nichi Vendola non sta a guardare. Per il governatore della Puglia il risultato ottenuto segna «l’inaugurazione del cantiere della nuova sinistra italiana»: «Un soggetto politico neonato, spesso oscurato mediaticamente, con un rodaggio di poche settimane, ha raggiunto quel 3,1% che è un risultato importante, segno di una domanda di sinistra che vive, sia pure dispersa e frustrata, nel nostro Paese». Vendola oggi incontrerà gli altri promotori della lista e chiederà di non chiuderlo, questo cantiere. Grazia Francescato assicura che i Verdi saranno della partita, mentre si aspetta di sapere l’esito della riunione della segreteria del Partito socialista, che sembra tentato dal richiamo di Pannella a rilanciare la Rosa nel pugno.
L’altra incognita è se ci saranno degli sviluppi nel rapporto col Pd, dopo l’appello a lavorare insieme per un nuovo progetto di governo lanciato da Antonello Soro (dopo consultazione con Dario Franceschini). Se il leader di Sd Claudio Fava risponde al capogruppo del Pd alla Camera che è «irrispettoso» parlare di «integrazione come fossimo immigrati», Vendola evita di polemizzare ma chiede al Pd di «entrare prima di tutto nel merito dei problemi, discutere di contenuti perché ci sono troppi nodi non sciolti». Vendola vuole discutere col Pd di quelle che lui giudica «parole d’ordine chiare» per la sinistra: «Laicità dello Stato, scuola pubblica, sicurezza del lavoro e sul lavoro, tutela dell’ambiente, diritti civili, sociali e umani». E poi, dice Vendola in una lettera di risposta a Giovanna Melandri pubblicata su L’Altro di oggi «il Pd ha subìto una dura sconfitta, sarebbe letale se, per la seconda volta dopo le politiche del 2008, tentasse ancora di rimuoverla. È auspicabile che comunque porti a casa la pelle, ma sotto quella pelle nessuno sa ancora cosa ci sia».
Repubblica 10.6.09
La legge del bavaglio
di Giuseppe D’Avanzo
L´agenda delle priorità di Silvio Berlusconi continua ad essere ad personam. Quindi, che la ricreazione continui, con buona pace di Emma Marcegaglia. Sostegno alle imprese e a chi perde il lavoro? Possono attendere. Per la bisogna sono sufficienti, al premier, un paio di bubbole nel tempio di cartapesta di Porta a porta (4 giugno): «Oggi non c´è nessuno che perdendo il lavoro non venga aiutato dallo Stato. C´è la cassa integrazione per i precari, così come per i lavoratori a progetto».
Il Cavaliere diventa meno fantasioso quando si muove nel suo interesse. Teme le intercettazioni (non si sa mai, con quel che combina al telefono) e paventa le cronache come il diavolo l´acqua santa. Si muove con molta concretezza, in questi casi. Prima notizia post-elettorale, dunque: il governo impone la fiducia alla Camera e oggi sarà legge il disegno che diminuisce l´efficacia delle investigazioni, cancella il dovere della cronaca, distrugge il diritto del cittadino di essere informato. Con buona pace (anche qui) della sicurezza dei cittadini di un Paese che forma il 10 per cento del prodotto interno lordo nelle pieghe del crimine, le investigazioni ne usciranno assottigliate, impoverite. L´ascolto telefonico, ambientale, telematico da mezzo di ricerca della prova si trasforma in strumento di completamento e rafforzamento di una prova già acquisita. Un optional, per capirci. Un rosario di adempimenti, motivazioni, decisioni collegiali e nuovi carichi di lavoro diventeranno sabbia in un motore già arrugginito avvicinando la machina iustitiae al limite di saturazione che decreta l´impossibilità di celebrare il processo, un processo (appare sempre di più questo il cinico obiettivo "riformatore" del governo). Ancora. Soffocare in sessanta giorni il limite temporale degli ascolti (un´ulteriore stretta: si era parlato di tre mesi) «vanifica gli sforzi investigativi delle forze dell´ordine e degli uffici di procura», come inutilmente ha avvertito il Consiglio superiore della magistratura,
Sistemata in questo modo l´attività d´indagine, il lavoro non poteva dirsi finito se anche l´informazione, il diritto/dovere di cronaca, non avesse pagato il suo prezzo. Con un tratto di penna la nuova legge estende il regime che oggi regola gli atti giudiziari coperti dal segreto anche agli atti non più coperti dal segreto «fino alla conclusioni delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell´udienza preliminare». Prima di questo limite «sarà vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione e degli atti delle conversazioni telefoniche anche se non più coperti dal segreto».
Si potrà dire che si indaga su una clinica privata abitata da medici ossessionati dal denaro che operano i pazienti anche se non è necessario. Non si potrà dire qual è quell´inferno dei vivi e quanti e quali pasticci hanno organizzato accordandosi al telefono. Lo si potrà fare soltanto a udienza preliminare conclusa (forse). Con i tempi attuali della giustizia italiana dopo quattro o sei anni. In alcuni patologici casi, dopo dieci.
Addio al giornalismo come servizio al lettore e all´opinione pubblica. Addio alle cronache che consentono di osservare da vicino come funzionano i poteri, lo Stato, i controlli, le autorità, la società. È vero, in alcuni casi l´ostinazione a raccontare le opacità del potere ha convinto il giornalismo ad andare oltre i confini del codice penale violando il segreto. È il suo mestiere, in fondo, perché la libertà di stampa è nata nell´interesse dei governati e non dei governanti e quindi non c´è nessuna ragione decorosa per non pubblicare documenti che raccontano alla pubblica opinione - ricordate un governatore della Banca d´Italia? - come un´autorità di vigilanza protegge (o non protegge) il risparmio e il mercato.
Naturalmente violare la legge, anche se in nome di un dovere professionale, significa accettarne le conseguenze. È proprio sulle conseguenze di violazioni (finora comunemente accettate) che la legge del governo lascia cadere un maglio sulla libertà di stampa. I cronisti che violeranno la consegna del silenzio saranno sospesi per tre mesi dall´Ordine dei giornalisti (sarà questa la vera punizione) e subiranno una condanna penale da sei mesi a tre anni di carcere (che potrà trasformarsi in sanzione pecuniaria, però). Ma non è questo che conta davvero, mi pare. Che volete che sia una multa, se si è fatto un lavoro decente?
La trovata del governo che cambia radicalmente le regole del gioco è un´altra. È la punizione economica inflitta all´editore che, per ogni «omesso controllo», potrà subire una sanzione pecuniaria (incarognita nell´ultimo testo) da 64.500 a 465mila euro. Come dire che a chi non tiene la bocca cucita su quel che sa - e che i lettori dovrebbero sapere - costerà milioni di euro all´anno la violazione della "consegna del silenzio", cifre ragguardevoli e, in molti casi, insostenibili per un settore che non è in buona salute. L´innovazione legislativa - l´abbiamo già scritto - sposta in modo subdolo e decisivo la linea del conflitto. Era esterna e impegnava alla luce del sole la redazione, l´autorità giudiziaria, i lettori. Diventa interna e vede a confronto, in una stanza chiusa, le redazioni e le proprietà editoriali. La trovata trasferisce il conflitto nel giornale. L´editore ha ora un suo interesse autonomo a far sì che il giornale non pubblichi più quelle cronache. Si portano così le proprietà a intervenire direttamente nei contenuti del lavoro redazionale. Le si sollecita, volente o nolente, a occuparsi della materia informativa vera e propria, sindacando gli atti dei giornalisti. Il governo, nel progetto inviato al Parlamento, pretende addirittura che l´editore debba adottare «misure idonee a favorire lo svolgimento dell´attività giornalistica nel rispetto della legge e a scoprire ed a eliminare tempestivamente situazioni di rischio». È evidente che solo attraverso un controllo continuativo e molto interno dell´attività giornalistica è possibile «scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di rischio». Di fatto, l´editore viene invitato a entrare nel lavoro giornalistico e a esprimere un sindacato a propria tutela.
Ecco dunque i frutti intossicati della legge che oggi sarà approvata, senza alcuna discussione, a Montecitorio: la magistratura avrà meno strumenti per proteggere il Paese dal crimine e gli individui dall´insicurezza quotidiana; si castigano i giornalisti che non tengono il becco chiuso anche se sanno come vanno le cose; si punisce l´editore spingendolo a mettere le mani nella fattura del giornale. E quel che conta di più, voi - cari lettori - non conoscerete più (se non a babbo morto) le storie che spiegano il Paese, i comportamenti degli uomini che lo governano, i dispositivi che decidono delle vostre stesse vite. Sono le nuove regole di una "ricreazione" che non finisce mai.
Repubblica 10.6.09
Il futuro è scritto: si prepara il sorpasso femminile tra i camici bianchi
Il medico sarà sempre più donna
di Cinzia Sasso
Pediatria, genetica e neuropsichiatria infantile le specialità preferite
Più maschi in pensione: tra quindici anni le donne saranno la maggioranza
IL FUTURO della medicina è donna. Dimenticate il dottor Manson, l´eroe della Cittadella di Cronin che ha fatto piangere intere generazioni; e anche il dottor Kildare, quello della serie americana degli anni ‘60. Piuttosto pensate a E. R., ma immaginatelo in grande.
Via i protagonisti maschili: tra dieci anni in camice bianco - annuncia uno studio del British Medical Journal che il Times di Londra rilancia - ci saranno in maggioranza dottoresse. E non succederà solo in Gran Bretagna: «Anche qui - dice Amedeo Bianco, il presidente della Fnmoceo, la Federazione del medici - la professione cambierà sesso». Ci vorrà qualche anno di più, ma tra quindici anni anche il Servizio sanitario nazionale italiano, così come il National Health Service britannico, diventerà un feudo al femminile. Entro il 2024 almeno 183 mila professionisti andranno in pensione e saranno rimpiazzati da nuove leve: «Stando al trend delle iscrizioni alla facoltà di Medicina - aggiunge Bianco - il destino è segnato: la gran parte saranno donne».
Il sorpasso, del resto, è già nei numeri: tra i laureati del 2007, le laureate in medicina sono state il 65,2 per cento; la media nazionale delle matricole nel 2007-2008 vede un 63 per cento di ragazze; addirittura in certe facoltà - ad esempio a quella della Statale di Milano - le studentesse raggiungono il 73 per cento. Ma sfogliando i dati del ministero dell´Università, non c´è praticamente sede dove le ragazze non siano maggioranza: da Ancona (367 contro 135) a Bari (482 contro 331); da Bologna (463 e 236) a Brescia (516 e 240); ma anche a Cagliari (115 e 50), Catania (89 e 60) e Napoli (277 contro 157). Il quadro si modifica quando i neo dottori scelgono la specialità: e allora ecco che le donne raggiungono il 58,6 per cento a neuropsichiatria infantile, il 48 a pediatria, il 48,7 a genetica e solo un 4,5 a cardiochirurgia.
Ornella Cappelli, presidente dell´Associazione nazionale donne medico, la vede così: «Credo che le donne siano oggi le più numerose perché la medicina non paga più. Fare il dottore non è più una professione di prestigio e allora gli uomini si danno ad altro». Secondo la dottoressa Cappelli, che è uno dei pochi dirigenti donna del settore sanità, la femminilizzazione spinta della professione nasconde alcune insidie: «Se i medici donne saranno il 70 per cento, non va bene perché mancheranno i chirurghi. Da noi, a Parma, c´è stata solo quest´anno la prima iscritta alla specialità di cardiochirurgia». Può essere allora che il futuro sia quello di dover importare chirurghi dall´estero, come da tempo accade in Uk. Il più grande amore londinese di Lady Diana, ad esempio, era proprio un chirurgo indiano.
I problemi di conciliazione tra i ruoli familiari e quello professionale sono evidenti: secondo Maurizio Benato, vice della Fnomceo, «un terzo delle donne medico sono single o separate», percentuale quasi tripla rispetto ai medici: «Il fatto è - dice - che la professione medica non lascia spazio alla vita privata, è totalizzante, non certo a misura di donna». Non solo ricerche, anche esperienze: Laura Spreafico ha cominciato a fare il chirurgo al Niguarda: «Dopo un po´ - racconta - il mio primario mi ha detto: sei una donna, dove vuoi andare? E così, siccome ho messo al mondo tre figli, ho cambiato: addio all´ospedale, faccio il chirurgo estetico nel mio studio privato».
Repubblica 10.6.09
Gaspar Miklos Tamàs, padre del dissenso e voce critica dell’Ungheria: "Vivo sotto minaccia"
"Sta nascendo qui a Budapest il nuovo fascismo europeo"
di Andrea Tarquini
Gli ultrà urlano "Heil Hitler" sotto casa mia, le tranquille signore borghesi riconoscendomi dicono che vorrebbero tanto vedermi impiccato
BUDAPEST - «Sì, la democrazia è in pericolo. In tutta Europa o quasi, ma l´Ungheria è un caso estremo». Ecco il monito di Gaspar Miklos Tamàs, padre del dissenso sotto il comunismo, filosofo e docente, forse la massima voce critica del paese. Perseguitato dal vecchio regime, oggi subisce minacce quasi quotidiane. «Una volta un gruppo di ultrà mi ha salutato sotto casa gridando "Heil Hitler", ma è normale che signore cinquantenni, tranquille borghesi cattoliche, o eleganti giovani yuppies, riconoscendomi mi dicano che dovrei essere impiccato. A ogni intervista a media stranieri mi accusano di calunniare la patria».
Professor Tamàs, lei parla dunque di gravi pericoli?
«Sì. Quando vediamo democrazie con grandi tradizioni come Francia o Regno Unito prigioniere di paranoie xenofobe, o la sinistra italiana che sembra sparire, cosa ci possiamo aspettare dall´Ungheria che ha vissuto quasi sempre sotto dittature o autoritarismo?».
Qual è la radice della crisi ungherese?
«La prima vera democrazia qui fu creata solo nel 1989 e coincise col collasso economico. Il primo risultato percepito dalla gente fu la perdita di 2 milioni di posti di lavoro. Nel nordest fame e miseria sono da terzo mondo. La catastrofe economica coesiste con una mentalità tipica dell´est: la gente vuole che lo Stato diriga, provveda, dia sicurezza. Ci sentiamo traditi dal mondo nuovo, e lo siamo. Anch´io ho rinnegato me stesso: sono stato liberale per una vita, ora sono marxista. Vorrei più libertà e giustizia. I miei compatrioti hanno altri desideri».
Quali?
«Il sistema democratico non ha riconoscimento né legittimazione, neanche i più onesti leader dei partiti democratici vi credono. Povertà, crimine, sono problemi reali. La gente allora prende in mano la legge: ecco la Guardia magiara, un secondo Stato. Ecco i sindaci delle regioni povere che si arrogano il diritto di negare il sussidio ai rom o ai poveri disoccupati».
Vede un futuro di fascismo?
«Il futuro ne avrà una dose un po´ più forte del presente. La destra estrema è giovane. Jobbik è nato come organizzazione studentesca. Quasi un ‘68 a rovescio: la paura del declassamento sociale, la competizione con i più poveri per i magri aiuti statali, spingono i giovani a rivolte ed estremismo. Non capiscono che l´oppressione per alcuni diventa poi l´oppressione di tutti».
Torna il fascismo del passato?
«È un fascismo diverso. Non hanno bisogno di militarismo, di sogni di guerra o idee totalitarie. È un fascismo difensivo, non offensivo, quindi più attraente. Non passeggero, può radicarsi. Non gli serve un partito unico, esprime il panico della middle class, introduce una lotta di classe dall´alto contro i più deboli. Simile agli anni Venti è l´odio verso la libertà. E per i perdenti. È un problema acuto in tutto l´Est: qui il capitalismo democratico, per cui lottai per decenni, ha fallito. Le maggioranze a Est ritengono che prima dell´89 si stesse meglio. Tutti sapevano di non essere liberi. Ma il sistema garantiva stabilità, società proletarie, plebee, ma quasi senza crimine, egalitarie nella cultura e non solo nell´economia. E non avevano come valore costitutivo il disprezzo per i deboli».
Corriere della Sera 10.6.09
L’etnia non conta, quando fa comodo
di Gian Antonio Stella
Cè anche Mario Balotelli tra gli africani che girano per la stazione Centrale e piazza Duomo e fanno sembrare Milano a Silvio Berlusconi «una città africana»? Sarebbe divertente saperlo. Nato a Palermo da una coppia di immigrati ghanesi ma adottato e cresciuto da una famiglia bresciana, «Supemario» ha sempre vissuto in Italia, è di lingua madre italiana, non sa una parola della lingua che parlavano i signori Barwuah che lo hanno messo al mondo, parla con un accento bresciano e sarebbe stato titolare in tutte le nazionali giovanili italiane se non fosse diventato italiano, dopo un tormentone burocratico, solo il 12 agosto 2008, al compimento dei 18 anni.
Nell’Egitto meridionale, verso il Sudan, hanno trovato un cippo di confine risalente al XIX secolo a.C.: «Frontiera sud. Questo confine è stato posto nell’anno VIII del Regno di Sesostris III, Re dell’Alto e Basso Egitto, che vive da sempre e per l’eternità. L’attraversamento di questa frontiera via terra o via fiume, in barca o con mandrie, è proibita a qualsiasi negro, con la sola eccezione di coloro che desiderano oltrepassarla per vendere o acquistare in qualche magazzino ». Insomma: il negro stia alla larga, ma se viene per businness, si accomodi pure... Un concetto ripreso quattro millenni dopo da quel geniale istrione di Ruud Gullit, uno dei tantissimi «negri» (da Frank Rijkaard a Edgar Davids, da Ronaldinho a Ronaldo, da Cafu a Serginho, da Dida a Clarence Seedorf...) importati a Milano dal Cavaliere che sul calcio è di larghissime vedute multietniche.
Disse appunto, un giorno, il grande Gullit: «Se sei miliardario e giochi nel Milan sei anche un po’ meno negro». Sempre lì si torna: chi è lo «straniero »? Viene in mente l’infame battuta di Karl Lueger, leader del partito cristiano sociale e borgomastro di Vienna a cavallo tra ’800 e ’900, che arrivò a conquistare il 70% dei voti dei concittadini (prova provata che la democrazia non è automaticamente garanzia di civismo) con una grande efficienza gestionale unita a una volgare demagogia antisemita. Ammiratissimo da Adolf Hitler, Lueger diceva ridendo: «Sono io a decidere chi è ebreo e chi no». Tu mi servi? Nessuna obiezione razziale. Non mi servi? Stai alla larga, giudeo.
Anche i peggiori razzisti dei Paesi che accolsero gli immigrati italiani si regolavano così con noi. Basti rivedere le vignette pubblicate sul libro «Wop» di Salvatore J. LaGumina, dove i nostri nonni venivano visti come scimmioni negroidi. O rileggere il libro edito dal Saggiatore con gli studi statunitensi sul razzismo anti-italiano dal titolo: «Gli italiani sono bianchi?». O ricordare che uno dei soprannomi dati per decenni agli italiani in America, soprattutto negli Stati razzisti del Sud, fu «Guinea». E sapete con quale soprannome fu a lungo marchiato il quartiere degli italiani a Londra? «Abissinia».
l’Unità Lettere 10.6.09
Le tracce del genoma
Le agenzie di stampa battono l’ennesima esternazione anti-scientifica del Papa e alcuni giornali la riprendono: «Ogni uomo ha nel suo genoma la traccia di Dio-amore e della Trinità». Viene da ribattere, con una certezza altrettanto indimostrabile, che nel Dna dell’essere umano siano individuabili consistenti tracce di libertà! Sono quelle che lo fanno vivere oltre la sopravvivenza, pensare con la sua testa, amare con la sua mente-corpo e “sentire” ciò che è sano e ciò che è malato in se stesso e negli altri esseri umani. Con il proprio genoma e con il proprio cervello, senza subire il lavaggio costante e annichilente da parte di chi lo vede malato e peccatore dai tempi dei tempi.
L’equazione Martina
Per cercare di capire come stanno veramente le cose da una decina d'anni mi regolo in questo modo: di tutto ciò che sento dire dall'attuale premier o dai suoi portavoce penso che sia vero l’esatto contrario. A tale teoria mancava un riscontro oggettivo che ora però è in mio possesso. Il 9 maggio ai giornalisti il premier dichiarava di avere dalla sua oltre il 75% degli italiani. Finora, su 59.619.290 italiani, lo hanno votato 10.802.713, cioé il 18% il cui contrario fa 82 che è oltre il 75. Mi accingo quindi a esprimere la seguente equazione che chiamerò “equazione di Martina sull’attuale realtà dei fatti”: R=-dB, ove R è appunto la “realtà dei fatti” che è uguale all’opposto delle “dichiarazioni del premier” (dB).
L’analisi dei flussi di Swg rivela l’attrazione delle posizioni più radicali sui democratici
È in pareggioil saldo tra Pdl e Lega Nord. Il peso dell’astensione sulle due coalizioni
Ottocentomila voti del Pd sono andati a Di Pietro
La sinistra radicale. Un terzo dei voti ottenuti dai due partiti è arrivato da ex del Pd
di G.M.B.
Sono state le astensioni (quasi 7 milioni di votanti in meno rispetto al 2008) a decidere le elezioni. Hanno inciso molto più dei passaggi di voti tra i due schieramenti. Che, a sorpresa, hanno favorito il centrosinistra.
Alle elezioni politiche erano più di 12 milioni. Un anno dopo - cioè alle Europee - sono diventati 8 milioni: 4 milioni in meno. Ma per capire le dimensione dell'emorragia di voti del Partito democratico, bisogna tener presente che gli elettori «entrano» ed «escono». I 4 milioni in meno sono dunque il risultato della somma algebrica tra queste entrate e queste uscite.
L'analisi dei flussi elettorali svolta dall'istituto di ricerche di opinione Swg offre una fotografia precisa del «bilancio elettorale» dei partiti ed è anche una guida preziosa per ragionare sulle possibili alleanze oltre che per individuare i temi politici ai quali sono maggiormente sensibili gli elettori.
Il dato più appariscente conferma un’impressione diffusa. E cioè che la sirena che ha più attrae i transfughi democratici è il partito di Di Pietro. In effetti è stato così: dalle politiche del 2008 alle Europee di sabato e domenica, 939.000 elettori sono passati dal Pd all'Italia dei valori. Il processo inverso è stato compiuto da 149.000 elettori.
Notevole anche l'emorragia democratica a favore delle formazioni della sinistra radicale, con un rapporto analogo (6 a 1) tra le «uscite» e le «entrate»: hanno votato per Rifondazione comunista e per il Pdci 294.000 ex elettori del Pd, e altri 342.000 hanno scelto Sinistra e libertà. Se si considera che la sinistra radicale alle Europee ha ottenuto poco meno di 2 milioni di voti, si ha quest'altro dato significativo: un terzo del suo elettorato è stato costituito da transfughi democratici.
Complessivamente, gli elettori del Pd passati ad altre formazioni di centrosinistra e di sinistra (vanno aggiunti altri 56.000 che hanno votato formazioni minori dell'area e i 224.000 che hanno scelto i radicali) sono stati tra il 2008 e 2009 quasi 2 milioni (esattamente 1.855.000). A compiere il percorso inverso sono stati 240.000.
Secondo lo studio della Swg è stato consistente, anche se non paragonabile a quello appena descritto, il passaggio di elettori del Pd a formazioni del centrodestra e del centro: hanno votato per il Popolo della libertà o per la Lega Nord, 265.000 dei democratici del 2008. E altri 198.000 sono passati all'Unione di centro. Se a questi si aggiungono i 24.000 che hanno optato per altre formazioni minori del centro o del centrodestra, si ha un totale di quasi 500.000 elettori (esattamente 487.000). A compiere il percorso inverso sono stati 319.000.
Riassumendo. Per ogni 8 elettori del Pd passati tra il 2008 e il 2009 ad altre formazioni del centro sinistra, uno ha compiuto il percorso inverso. Per ogni 2 democratici andati al centrodestra, uno si è spostato nel modo opposto.
Risultato evidente
A voler utilizzare questi dati per calibrare la linea politica, il risultato è evidente: il Pd ha perso una parte considerevole dei suoi voti a favore delle formazioni che hanno sostenuto le posizioni più radicali e «antiberlusconiane». Ma la causa più profonda dell'emorragia dei voti è stata un'altra ancora: l'astensionismo. Se, infatti, quasi due milioni di elettori democratici sono andati verso altri partiti del centrosinistra e mezzo milione si è orientato sul centrodestra, sono stati quasi tre milioni (esattamente 2.838.000, il 23,2% degli elettori del 2008) a restare a casa. Un numero enorme, neanche lontanamente compensato da quei 339.000 elettori che alle Politiche si erano astenuti e alle Europee hanno votato Pd.
Lo stesso fenomeno ha colpito, in misura leggermente minore, il Popolo delle Libertà. Il 18,3% del suo intero elettorato del 2008 non è tornato alle urne. Si tratta di quasi 2 milioni e mezzo di persone (esattamente 2.497.000). Tra le forze della stessa area, è stata la Lega Nord a erodere maggiormente l’elettorato di Berlusconi (ha portato via 533.000 voti) ma, alla fine, il saldo è quasi in pareggio perché sono stati 433.000 gli elettori leghisti che dal 2008 al 2009 sono passati al Pdl. Un dato che darà forza agli argomenti di chi, nel Popolo delle libertà, contestata l’appiattimento di Berlusconi sulle tematiche care a Umberto Bossi.
l’Unità 10.6.09
Indagine del Censis
Così i tg influenzano gli elettori
Il Pdl straripa sul tubo catodico
L’indagine del Censis sui media che condizionano il voto. I notiziari hanno la meglio anche sui programmi d’approfondimento, sui quotidiani e su Internet. Berlusconi non a caso ha invaso sia Rai che Mediaset (anche monologhi di 47 minuti). Inascoltate le denunce di Agcom.
I telegiornali orientano il voto dei cittadini. La maggioranza di governo domina i telegiornali, con Berlusconi che registra punte di presenza tra il 60% e il 75% degli spazi televisivi. La maggioranza incassa più voti dell’opposizione.
Il sillogismo si evince dalla lettura combinata dei dati sull’informazione elettorale forniti ieri dal Censis e sulla presenza dei politici in tv resi noti dall’Agcom per il periodo tra il 29 aprile e l’8 maggio. «Stavolta non è un complotto internazionale - commenta Beppe Giulietti di “Articolo 21” - Il Censis ha detto una cosa nota a tutti. In un Paese in cui il premier è proprietario di Mediaset e controlla indirettamente la Rai, non può non influenzare anche il diritto di voto degli italiani». Giulietti ricorda anche la lunga «passerella» di Berlusconi all’Aquila tra i terremotati: «Vedo una scomparsa graduale del principio della par condicio».
Squilibrio elettorale. Il Censis infatti ha diffuso i numeri post-elettorali: la tv resta il principale mezzo per formarsi un’opinione sulla politica, il 69,3% degli elettori ha scelto attraverso le notizie e i commenti trasmessi dai tg (dato che sale al 78,7% tra i pensionati e al 74,1% tra le casalinghe). In secondo luogo, il 30,6% degli elettori si affida ai programmi di approfondimento («Porta a Porta, Matrix e simili»). I giornali - prosegue il Censis - sono determinanti per il 25,4% degli elettori (soprattutto istruiti e nelle grande città). Marginali le conversazioni con familiari e amici (19%) e il web (2,3%).
Molto interessanti in questo quadro sono le rilevazioni dell’Agcom, l’autorità di garanzia per le comunicazioni che pure coprono un periodo (29 aprile-8 maggio) precedente al clou della campagna elettorale e all’ultima tornata di nomine di Viale Mazzini decise da Berlusconi a Palazzo Grazioli. Emerge «uno squilibrio a favore della maggioranza in tutte le reti, eccetto il Tg3».
Sulle reti del Biscione, Tg4 e Tg5 violano la par condicio dedicando rispettivamente il 74% e il 60% dei loro spazi a PdL e Lega «con particolare concentrazione su governo e premier». Studio Aperto durante la prima decade di maggio è sbilanciato a favore delle forze politiche maggiori. Tg2 e La 7 sono sbilanciati a favore del governo rispettivamente del 62% e 67%. Il Tg1, secondo l’Agcom, «mantiene costantemente oltre il 50% del tempo antenna (cioè la copertura complessiva tra notizie e interviste, ndr) dedicato alla maggioranza contro il 25-30% all’opposizione.
Multata Rete4. Ne è scaturito un richiamo generale «a un maggior equilibrio tra tutte le liste in competizione» con l’adozione di uno «specifico ordine di riequilibrio» a carico di Rete4. Tutto ciò è servito? Non pare.
Dalla Cnn a Videolina il vicepresidente della Vigilanza Giorgio Merlo ha denunciato, alla vigilia del voto, «la presenza ossessiva e costante di Berlusconi in tv». Rete4 è stata multata di 180mila euro per l’inosservanza del provvedimento dell’Autorità. Il capo del governo non si è fatto mancare niente: “Porta a Porta”, “Matrix”, Cnn, Canale Italia, Odeon, T9, Videolina, RadioRai, Radiomontecarlo, Radio Anch’io, Rtl.
il Riformista 10.6.09
Dibattito surreale
Ha vinto la destra in Italia e in Europa
di Biagio De Giovanni
Il centrosinistra sembra voler giocare la solita carta attendista e speranzosa nella provvidenza che aiuta i migliori: prima o poi si romperanno al loro interno. Quando avverrà? Attesa inutile, il Governo durerà per il tempo previsto
Ma la sua vittoria è indubitabile, e ora può essere misurata anche sul risultato delle elezioni amministrative sulle quali è ancor più difficile la contestazione: milioni di cittadini in carne e ossa passano da una amministrazione all'altra, con la destra che penetra perfino in confini fino a ieri corazzati.
Quali sono i criteri di valutazione politica per argomentare questa tesi? Anzitutto quelli che riguardano il risultato europeo complessivo, su cui la riflessione c'è stata (Franco Venturini sul Corriere della Sera, ad esempio), ma non ha ancora conquistato la meritata centralità. Dappertutto o quasi, in Europa, la destra avanza, ("a destra tutta!", è lecito citarsi?) e la sinistra perde pezzi consistenti del suo elettorato anche tradizionale. E ciò in presenza di quella crisi che, secondo ritornanti schemi ideologici di matrice assai vecchia (Ah! il vecchio economicismo di ritorno, condito sempre da un po' di provvidenzialismo storico che non guasta!), avrebbe dovuto velocemente rovesciare le tendenze, e riaccreditare una sinistra convinta di possedere, su quel terreno, le risposte giuste e il decisivo terreno di aggregazione. È un tema da non abbandonare, anzi da approfondire appena si saranno spenti i fuochi più o meno fatui del dibattito post-elettorale. Fra l'altro, ampliare lo sguardo oltre i confini d'Italia, e immergersi in quella crisi di dimensioni sicuramente non congiunturali, può aiutare lo stesso dibattito della sinistra italiana a raccogliere i cocci di visioni del mondo obsolete, e reimmergersi in quelle società che, a sinistra (e "a centrosinistra"), mostrano di non sapere più che cosa sia. La fine, sperabile, della sinistra dei salotti (romani e "repubblicani", dei gossip e del moralismo) e il ritorno alle cose e al popolo e alla realtà e alle idee: figli di Machiavelli non di D'Avanzo: ha ragione Piero Ostellino!
Tema sul quale bisognerà riflettere è l'effetto di questo voto sulla dinamica e i caratteri delle politiche europee e sullo stesso significato della sua integrazione. A parte pur significative presenze euroscettiche, che non mi pare abbiano superato un certo limite e che comunque indicano qualcosa, sarebbe un errore immaginare che questa destra sia semplicemente antieuropea. Non è così. Essa però si colloca in una visione critica del vecchio cosmopolitismo di sinistra da "siamo tutti cittadini del mondo", attenta alle nuove insicurezze, ai confini, alle identità, alle protezioni, al ritorno forte della nazione e delle sovranità, e così via… Un mescolamento di temi, per dir così, di destra e di sinistra, in una commistione da cui sta sgorgando una nuova identità che mostra di aver compreso il carattere stanco ed esaurito di vecchi stilemi e distinzioni.
Il voto italiano è in pieno in questa congiuntura. E anche lo spostamento di voti dal Pdl alla Lega si comprende bene in questo quadro. Su questo punto il centrosinistra sembra voler giocare la solita carta attendista e speranzosa nella provvidenza che aiuta i migliori: prima o dopo, si romperanno al loro interno. Mi domando: quando avverrà, sulla Turchia magari? Ma che interesse potrebbe avere la Lega a spingere il confronto interno alla coalizione oltre un certo punto, proprio quella Lega che per ottenere il federalismo fiscale ha abbassato i toni del confronto presentando un volto più moderato dei suoi stessi compagni di cordata? Inutile, secondo me, l'attesa. Il Governo durerà per il tempo previsto.
È a sinistra che l'aumento esponenziale del partito di Di Pietro può porre problemi di difficilissima soluzione per la definizione di un progetto alternativo. Come si farà ad avere un progetto comune con il partito dei Di Pietro e dei De Magistris? Con la parola d'ordine: contro il fascismo (o nazismo, come piace) e piduismo della destra? Dopo questo voto, la questione delle alleanze per il centrosinistra si fa drammatica, e conferma quella prognosi che vede una sua rivincita su tempi assai lunghi e problematici.
Ma non voglio concludere questo mio ultimo intervento (in rubrica) su una nota dissolvente. Se la crisi della sinistra chiama l'Europa, e si estende a essa, è anche allargando lo sguardo che si potrà iniziare a ricostruire qualcosa. La politica non è fatta di assoluti, questo lo abbiamo imparato. Rinascerà, per la sinistra, dal relativo, da una nuova capacità di comprensione del mondo. Auguri di buon lavoro.
PS. A proposito: lo avrete già capito. "Il filosofo" cui è intitolata la rubrica è il mio amatissimo gatto.
il Riformista 10.6.09
Cercasi modo nuovo di essere sinistra
Offresi due milioni
di Ritanna Armeni
Tanti sono i voti delle liste della sinistra radicale, le uniche che hanno aumentato il consenso in termini assoluti. Non sono rappresentate in Europa, ma ci sono
Quando si parla della sinistra radicale spesso si usano toni ironici o di sufficienza. E, naturalmente, questi toni si diffondono se le forze suddette, come è avvenuto, perdono, cioè non riescono a raggiungere quel quorum del 4 per cento che la legge elettorale prevede per poter eleggere un membro del Parlamento europeo.
Va da sé che ritengo questo atteggiamento adottato da molti assolutamente sbagliato. E non solo perché intrinsecamente antidemocratico (non ci si cura del fatto che centinaia di migliaia di cittadine e cittadini non sono rappresentati in Europa) ma perché la sufficienza e l'ironia non aiutano, anzi impediscono di capire alcuni spostamenti elettorali e politici non irrilevanti. Non aiutano a capire ad esempio che i due partiti della sinistra radicale sono gli unici ad aver aumentato i loro voti in termini assoluti e consistenti. Circa 800.000 elettori, che alle politiche si erano perduti nell'astensione o erano stati fagocitati da un Pd che puntava all'autosufficienza, sono tornati da dove erano partiti. Un fatto su cui riflettere, mi pare. In casa del Pd, innanzitutto, ma, in generale, fra coloro che sono attenti ai cambiamenti degli umori politici.
Non solo. È utile come si fa per altre forze politiche, pesare questi voti e non solo contarli. Perché, dopo il conteggio anche il peso politico ha la sua importanza. Basta pensare al calo di 2 punti percentuali alle europee del Pdl. Assai poco importante se i voti si contassero solamente, ma di grande significato politico se ha indotto non pochi osservatori a parlare di crepa del potere berlusconiano, di crisi, di crollo del mito della infallibilità del premier.
Ora quei 2 milioni di voti dati a Sinistra e libertà e Rifondazione comunista-Pdci, sono significativi. Come lo sono quelli dati ai Radicali. Perché chi li ha espressi o la maggioranza di essi, era consapevole che il quorum non sarebbe stato raggiunto o che era molto improbabile. Pure ha votato in quel modo, perché voleva segnalare una presenza, un insieme di culture non rappresentate da altri, per alcuni anche un'irriducibilità. Cittadini illusi? Inutili? Ci andrei cauta, e non solo perché mi seccherebbe essere annoverata fra le inutilità del Paese, ma perché questa irriducibilità o inutilità, più o meno nelle proporzioni in cui è presente in Italia, c'è anche in altri Paesi europei, gli stessi in cui abbiamo assistito, proprio nelle ultime elezioni a una crisi verticale e profonda dei partiti socialisti e socialdemocratici.
Fatta questa premessa, non si può sfuggire alla domanda che qualunque persona di buon senso e senza preconcetti si pone: e allora che si fa? Si continua con questa testimonianza, visto che questo è il sistema elettorale che è stato scelto? Si prosegue con questo andirivieni fra il voto utile e il voto di testimonianza o si tenta un percorso nuovo? Anche in questo caso il buon senso suggerirebbe la seconda strada, quella di uno scarto, della mossa del cavallo, dell'audacia.
Essa, a mio parere consiste innanzitutto nella rinuncia alla scorciatoia di cui già alcuni dirigenti di queste formazioni parlano, ovvero a costruire un partito o a insistere nella continuazione della sua esistenza. Non perché non ci sia bisogno a sinistra di un forte radicamento, di legami stretti e di antenne nella società ma perché è evidente che, per limiti storici, culturali e forse personali di questa parte della sinistra, l'obiettivo di un partito significa continuare nelle scissioni, nelle recriminazioni, nella impotenza. E nella sconfitta. Così è stato finora e niente - proprio niente - fa pensare che qualcosa possa cambiare nel futuro. Il fatto che oltre 2 milioni di persone abbiano votato a sinistra, non significa non vedere l'entità della sconfitta e i limiti dei gruppi dirigenti che non hanno saputo evitarla. Se oggi essi esercitassero una generosità che pure possiedono dovrebbero decidere di nuotare nel mare aperto della società e delle forme politiche già esistenti o altre, nuove, da inventare. Nelle ore immediatamente successive alle elezioni si è parlato di un avvicinamento al Pd di un apertura di dialogo, alcuni giornali hanno anche ipotizzato un ingresso di questo o di quel dirigente (di Nichi Vendola in particolare) nel Pd. Non so se sia vero e non mi scandalizzerei né di questo né del suo contrario. Non so neppure se sia vero che una parte del Pd, in particolare Massimo D'Alema, agevolerebbe un processo di questo tipo. Mi pare certo invece che oggi la differenza fra radicalità e riformismo non è più quella del passato, del '900 per intenderci, che anche le riforme possono essere molto radicali e che ciò che sembrava far parte del regno dell'utopia e quindi era compreso solo da un'elité (ad esempio le battaglie ecologiche per la salvezza del pianeta, la consapevolezza del processo di svalorizzazione e di marginalità cui è sottoposto il lavoro, l'insofferenza per il crescere delle disuguaglianze, gli effetti della globalizzazione, il ruolo pubblico nell'economia, la cultura della pace) oggi possa conquistare settori importanti della società ed essere il lievito di una cultura riformista. E credo anche che le proposte politiche, se sono effettivamente tali, esprimono cioè un cambiamento possibile, possano essere vissute e portate avanti anche in contenitori che non sono stati costruiti in prima persona. Senza parlare di ingressi, nuove divisioni, ennesime scissioni, il compito di questa sinistra è quello di costruire forme fluide di confronto, tessere nuovi legami e intrecci anche inediti, come in altre parti d'Europa sta già avvenendo. Senza paure, senza accuse, ma esercitando ogni giorno un modo nuovo di essere di sinistra. Non è impossibile.
Repubblica 10.6.09
L’ex ministro (234mila consensi) ha surclassato il vecchio leader (fermo a quota 80mila)
Nel derby radicale Bonino batte Pannella
ROMA - Si fa presto a dire Pannella. Radicali sempre più trascinati dall´ex ministro, oggi vice presidente del Senato: Emma Bonino ha sfondato.
Sfondato il muro dei 234 mila voti, raccogliendo da sola un terzo del pacchetto di consensi dell´intero partito radicale, comunque insufficiente a strappare un seggio a Strasburgo. Il fatto è che stavolta Emma ha fatto boom anche nel senso che ha surclassato, suo malgrado, Marco Pannella. Il guru di sempre si è fermato a quota 80 mila. Lei, più di tre volte tanto. Alla riunione a porte chiuse di due giorni fa, quando il responso delle urne è stato passato ai raggi x nella sede di Largo Argentina, nessuno si è sognato di far notare la cosa. Massima riconoscenza al leader di sempre, che stavolta ha pure rischiato la vita con un interminabile sciopero fame-sete, trascinandosi in tv in condizioni preoccupanti pur di rivendicare gli spazi dovuti. Però «il risultato dice una sola cosa - fa notare un dirigente - che la linea movimentista forse non paga fino in fondo, i nostri elettori apprezzano molto anche quella più istituzionale». Anche se poi la Bonino ha pure occupato la sede Rai.
Marco, neanche a dirlo, si dice felicissimo per i voti di entrambi (Emma è subito volata in Congo con Nessuno tocchi Caino). Alcuni risultati nel dettaglio però raccontano che nel Nord Ovest la Bonino è a 71 mila voti, Pannella a 17 mila, che nel Nord Est, lei a 48 mila, lui a 11 mila. Nel Centro, Emma 61 mila, Marco 22 mila. «Solo» il doppio a Sud e Isole. «Hanno convissuto bene, continueranno a farlo, diversi ma complementari - taglia corto una pontiera come Rita Bernardini - Lei raccoglie nel ceto medio, lui tra i giovani. Non cambierà nulla».
Repubblica 10.6.09
Il Pd esule in casa
di Ilvo Diamanti
Dalla sicurezza alla legalità con Bossi e Di Pietro vince il modello populista
Dalle urne esce indebolito Berlusconi, non la sua coalizione
Cambia il rapporto tra territorio e politica. Così la sinistra utopica diventa atopica
Il Pdl si conferma un partito network: questa è la sua forza ma anche la sua debolezza
Come avviene puntualmente da 15 anni, anche queste elezioni sono state affrontate come un referendum. L´unico ammissibile, in Italia, oggi. Pro o contro Berlusconi.Il quale, a differenza delle ultime occasioni, questa volta ha perduto. E ha condizionato, in questo modo, la lettura del voto. Tuttavia, dalla consultazione esce sconfitto lui, ma non il centrodestra. Non certo la Lega. Ma lo stesso Pdl, per una volta, se l´è cavata meglio del suo leader. Come hanno confermato le elezioni amministrative. Nell´insieme, questa consultazione conferma un profondo mutamento dei rapporti fra politica, società e territorio, che investe entrambi gli schieramenti. Ne forniscono una raffigurazione plastica ed esemplare la Lega e l´Idv. I vincitori di queste elezioni. Non solo perché hanno guadagnato peso elettorale, in valori assoluti e percentuali, rispetto alle precedenti elezioni politiche ed europee. Ma perché, inoltre, si sono rafforzati rispetto agli alleati. Si tratta di partiti molto diversi, ma con alcuni tratti comuni. Anzitutto, i temi che hanno imposto all´agenda politica, in campagna elettorale.
In primo luogo: la sicurezza. Anche se la interpretano in modo alternativo. La Lega: come reazione alla "paura degli altri e del mondo", all´inquietudine prodotta dal cambiamento. È la "Lega degli uomini spaventati", che organizza le ronde: la comunità locale in divisa per difendersi dagli immigrati e dalla criminalità comune. L´Idv, invece, punta sulla domanda di legalità. Rivendica l´eredità della stagione di Tangentopoli, impersonata da Antonio Di Pietro. Sostiene i magistrati. Esercita un´opposizione intransigente. A Berlusconi. A ogni mediazione sui temi della giustizia. Per questo motivo nel 2006 si oppose - unica, non a caso, con la Lega - all´indulto.
Entrambi i partiti usano, in diverso modo e in diverso grado, uno stile populista: per linguaggio e comunicazione. Esprimono, tuttavia, valori molto diversi. E seguono modelli opposti: dal punto di vista organizzativo e nel rapporto con la società e il territorio. La Lega è un partito "territoriale". Nordista per geografia e identità. Impiantato su una base di volontari e militanti diffusa e persistente. L´Idv è, invece, un "partito senza territorio", orientato su questioni "nazionali". Con un elettorato proiettato, semmai, nel Centro-Sud. Dal punto di vista organizzativo, è ancora largamente fluido e sradicato. D´altronde, ha conosciuto un successo rapido e recente. Fino a oggi, la sua identità si è confusa con quella del leader.
I diversi modelli espressi dai due partiti riflettono uno slittamento del rapporto fra politica e territorio, già segnalato. La sinistra utopica sta diventando atopica. Non solo l´Idv. Anche il Pd vede il proprio terreno sfaldarsi. Erede dei partiti di massa, il Pci e le correnti democristiane di sinistra, fino a ieri non era riuscito a scavalcare i confini delle zone rosse, dove però era saldamente insediato. Oggi, non più. Anche le zone rosse stanno diventando rosa. Segnate, qui e là, da alcune macchie di verde. Il Pd è il partito più forte solo in Emilia Romagna e in Toscana. Nelle Marche e perfino in Umbria è superato dal Pdl. Città e province tradizionalmente di sinistra scricchiolano. A Firenze e Bologna il Pd non è riuscito a imporre il suo candidato al primo turno. Delle 50 province dove governava, fino a pochi giorni fa, fin qui ne ha riconquistate solo 14 e 15 le ha già perdute. Delle 27 città capoluogo che amministrava fino a pochi giorni, il centrosinistra, al primo turno, ne ha mantenute sette mentre sei le ha cedute al centrodestra. Il quale sta piantando radici diffuse e profonde. Non solo la Lega. Nonostante l´insuccesso personale di Berlusconi, anche il Pdl ha dimostrato un buon grado di resistenza elettorale. Soprattutto nel Nord, dove ha sopportato lo scontro con la Lega. Per la prima volta, infatti, i due alleati non si sono cannibalizzati reciprocamente. Ha, inoltre, tenuto anche nelle regioni del Centro mentre ha perduto largamente nel Sud. Soprattutto in Sicilia, sua roccaforte. Dove ha pagato lo scontro con la Lega Sud di Lombardo. Suo alleato, fino a ieri. E forse di nuovo domani. Perché il Pdl, come prima Forza Italia, è un partito network. Aggrega soggetti politici e gruppi di potere radicati. Ciò lo rende forte e al tempo stesso vulnerabile. Esposto alle tensioni tra gli alleati, ai conflitti tra le diverse componenti locali. Il problema vero del centrodestra è che questa molteplicità di radici ha un solo, unico ceppo a cui attaccarsi. Una sola antenna, un solo volto attraverso cui comunicare insieme. Berlusconi. Risorsa. Ma anche limite. Come in questa occasione.
Il centrosinistra però, asserragliato nei suoi confini, oggi deve affrontare la minaccia che viene da Nord. La Lega (centro) Nord in questa elezione si è sviluppata soprattutto nelle regioni rosse. In Emilia Romagna e nelle Marche. Che hanno una struttura sociale ed economica molto simile a quella del Nordest e della provincia del Nord. Territorio di piccole imprese globalizzate, investito da flussi migratori estesi. La Lega Nord è riuscita a entrare nel territorio della sinistra usando il linguaggio della paura e del localismo. Un linguaggio che non ha confini, ma serve a crearli. Fra le province dove è cresciuta maggiormente, rispetto alle politiche, ci sono Reggio Emilia, Modena, Forlì, Prato, Parma, Pesaro-Urbino. Ciò solleva una questione che va oltre il voto europeo e amministrativo. Riguarda il Pd. Angosciato da una sorta di "sindrome della scomparsa", ha accolto il risultato delle europee con sollievo. Quasi come un successo. L´esito del primo turno delle amministrative, tuttavia, ne ha ribadito il disagio. Perché il Pd fatica a riconoscersi nella terra dei suoi padri. D´altra parte, per questo è sorto: per superare i confini della propria identità. Al di là delle regioni di cui si sente prigioniero. Ma ora è disorientato. Insidiato dall´Idv, in ambito nazionale, fra gli elettori di opinione che chiedono "opposizione" e parole chiare. Minacciato nelle proprie roccaforti dalla Lega. Che usa il territorio come arma e come bandiera. Anche il Pd, come molti dei suoi elettori, si sente un po´ esule a casa propria.
l’Unità 10.6.09
Prc, Ferrero rimette il mandato
Vendola ai democrat: troppi nodi aperti
Sl: «Speriamo che il Pd salvi la pelle, ma sotto non si sa cosa ci sia»
di Simone Collini
Lo aveva detto alla vigilia del voto che se la lista Prc-Pdci non avesse raggiunto il 4%, gli organismi dirigenti avrebbero deciso «cosa fare» e che il suo ruolo sarebbe stato «legato a queste decisioni»: «Non faccio il segretario per volere del Signore». Ora che la lista comunista è uscita dalle urne con il 3,4%, Paolo Ferrero non solo è stato di parola, ma ha battuto sul tempo eventuali operazioni insidiose. Il leader di Rifondazione comunista si è presentato alla Direzione del partito con la proposta di «riunificare tutte le forze disponibili a costruire un polo di sinistra autonomo rispetto al Pd», ampiamente annunciata. E poi a sorpresa ha rimesso il suo mandato e quello della segreteria nelle mani del Comitato politico nazionale. Un rischio calcolato. È infatti scontato che il “parlamentino” Prc, convocato sabato e domenica per esaminare il risultato elettorale, riconfermerà la fiducia a Ferrero.
Nuova segreteria per il Prc
Il passaggio - giustificato a via del Policlinico con la volontà di garantire un dibattito il più possibile libero e aperto - permette a Ferrero da un lato di incassare una nuova investitura, dall’altro di nominare una nuova segreteria. Quella attuale è infatti composta di soli esponenti della maggioranza congressuale di Chianciano. Ora Ferrero vuole andare a una gestione unitaria del partito, coinvolgendo anche i bertinottiani che non hanno seguito Vendola nella scissione. Che però giudicano un errore l’abbraccio col Pdci e chiedono con più forza di costruire una federazione di tutte le forze a sinistra del Pd. Ferrero, che oggi incontrerà Oliviero Diliberto per dar vita al coordinamento Prc-Pdci, vuole coinvolgerli nella gestione del partito e «superare la logica delle correnti», che rischia di danneggiare il Prc nella competizione che si è aperta (dopo che nessuno dei due ha staccato l’altro al voto) con Sinistra e libertà.
Dialogo Pd-Vendola
Nichi Vendola non sta a guardare. Per il governatore della Puglia il risultato ottenuto segna «l’inaugurazione del cantiere della nuova sinistra italiana»: «Un soggetto politico neonato, spesso oscurato mediaticamente, con un rodaggio di poche settimane, ha raggiunto quel 3,1% che è un risultato importante, segno di una domanda di sinistra che vive, sia pure dispersa e frustrata, nel nostro Paese». Vendola oggi incontrerà gli altri promotori della lista e chiederà di non chiuderlo, questo cantiere. Grazia Francescato assicura che i Verdi saranno della partita, mentre si aspetta di sapere l’esito della riunione della segreteria del Partito socialista, che sembra tentato dal richiamo di Pannella a rilanciare la Rosa nel pugno.
L’altra incognita è se ci saranno degli sviluppi nel rapporto col Pd, dopo l’appello a lavorare insieme per un nuovo progetto di governo lanciato da Antonello Soro (dopo consultazione con Dario Franceschini). Se il leader di Sd Claudio Fava risponde al capogruppo del Pd alla Camera che è «irrispettoso» parlare di «integrazione come fossimo immigrati», Vendola evita di polemizzare ma chiede al Pd di «entrare prima di tutto nel merito dei problemi, discutere di contenuti perché ci sono troppi nodi non sciolti». Vendola vuole discutere col Pd di quelle che lui giudica «parole d’ordine chiare» per la sinistra: «Laicità dello Stato, scuola pubblica, sicurezza del lavoro e sul lavoro, tutela dell’ambiente, diritti civili, sociali e umani». E poi, dice Vendola in una lettera di risposta a Giovanna Melandri pubblicata su L’Altro di oggi «il Pd ha subìto una dura sconfitta, sarebbe letale se, per la seconda volta dopo le politiche del 2008, tentasse ancora di rimuoverla. È auspicabile che comunque porti a casa la pelle, ma sotto quella pelle nessuno sa ancora cosa ci sia».
Repubblica 10.6.09
La legge del bavaglio
di Giuseppe D’Avanzo
L´agenda delle priorità di Silvio Berlusconi continua ad essere ad personam. Quindi, che la ricreazione continui, con buona pace di Emma Marcegaglia. Sostegno alle imprese e a chi perde il lavoro? Possono attendere. Per la bisogna sono sufficienti, al premier, un paio di bubbole nel tempio di cartapesta di Porta a porta (4 giugno): «Oggi non c´è nessuno che perdendo il lavoro non venga aiutato dallo Stato. C´è la cassa integrazione per i precari, così come per i lavoratori a progetto».
Il Cavaliere diventa meno fantasioso quando si muove nel suo interesse. Teme le intercettazioni (non si sa mai, con quel che combina al telefono) e paventa le cronache come il diavolo l´acqua santa. Si muove con molta concretezza, in questi casi. Prima notizia post-elettorale, dunque: il governo impone la fiducia alla Camera e oggi sarà legge il disegno che diminuisce l´efficacia delle investigazioni, cancella il dovere della cronaca, distrugge il diritto del cittadino di essere informato. Con buona pace (anche qui) della sicurezza dei cittadini di un Paese che forma il 10 per cento del prodotto interno lordo nelle pieghe del crimine, le investigazioni ne usciranno assottigliate, impoverite. L´ascolto telefonico, ambientale, telematico da mezzo di ricerca della prova si trasforma in strumento di completamento e rafforzamento di una prova già acquisita. Un optional, per capirci. Un rosario di adempimenti, motivazioni, decisioni collegiali e nuovi carichi di lavoro diventeranno sabbia in un motore già arrugginito avvicinando la machina iustitiae al limite di saturazione che decreta l´impossibilità di celebrare il processo, un processo (appare sempre di più questo il cinico obiettivo "riformatore" del governo). Ancora. Soffocare in sessanta giorni il limite temporale degli ascolti (un´ulteriore stretta: si era parlato di tre mesi) «vanifica gli sforzi investigativi delle forze dell´ordine e degli uffici di procura», come inutilmente ha avvertito il Consiglio superiore della magistratura,
Sistemata in questo modo l´attività d´indagine, il lavoro non poteva dirsi finito se anche l´informazione, il diritto/dovere di cronaca, non avesse pagato il suo prezzo. Con un tratto di penna la nuova legge estende il regime che oggi regola gli atti giudiziari coperti dal segreto anche agli atti non più coperti dal segreto «fino alla conclusioni delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell´udienza preliminare». Prima di questo limite «sarà vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione e degli atti delle conversazioni telefoniche anche se non più coperti dal segreto».
Si potrà dire che si indaga su una clinica privata abitata da medici ossessionati dal denaro che operano i pazienti anche se non è necessario. Non si potrà dire qual è quell´inferno dei vivi e quanti e quali pasticci hanno organizzato accordandosi al telefono. Lo si potrà fare soltanto a udienza preliminare conclusa (forse). Con i tempi attuali della giustizia italiana dopo quattro o sei anni. In alcuni patologici casi, dopo dieci.
Addio al giornalismo come servizio al lettore e all´opinione pubblica. Addio alle cronache che consentono di osservare da vicino come funzionano i poteri, lo Stato, i controlli, le autorità, la società. È vero, in alcuni casi l´ostinazione a raccontare le opacità del potere ha convinto il giornalismo ad andare oltre i confini del codice penale violando il segreto. È il suo mestiere, in fondo, perché la libertà di stampa è nata nell´interesse dei governati e non dei governanti e quindi non c´è nessuna ragione decorosa per non pubblicare documenti che raccontano alla pubblica opinione - ricordate un governatore della Banca d´Italia? - come un´autorità di vigilanza protegge (o non protegge) il risparmio e il mercato.
Naturalmente violare la legge, anche se in nome di un dovere professionale, significa accettarne le conseguenze. È proprio sulle conseguenze di violazioni (finora comunemente accettate) che la legge del governo lascia cadere un maglio sulla libertà di stampa. I cronisti che violeranno la consegna del silenzio saranno sospesi per tre mesi dall´Ordine dei giornalisti (sarà questa la vera punizione) e subiranno una condanna penale da sei mesi a tre anni di carcere (che potrà trasformarsi in sanzione pecuniaria, però). Ma non è questo che conta davvero, mi pare. Che volete che sia una multa, se si è fatto un lavoro decente?
La trovata del governo che cambia radicalmente le regole del gioco è un´altra. È la punizione economica inflitta all´editore che, per ogni «omesso controllo», potrà subire una sanzione pecuniaria (incarognita nell´ultimo testo) da 64.500 a 465mila euro. Come dire che a chi non tiene la bocca cucita su quel che sa - e che i lettori dovrebbero sapere - costerà milioni di euro all´anno la violazione della "consegna del silenzio", cifre ragguardevoli e, in molti casi, insostenibili per un settore che non è in buona salute. L´innovazione legislativa - l´abbiamo già scritto - sposta in modo subdolo e decisivo la linea del conflitto. Era esterna e impegnava alla luce del sole la redazione, l´autorità giudiziaria, i lettori. Diventa interna e vede a confronto, in una stanza chiusa, le redazioni e le proprietà editoriali. La trovata trasferisce il conflitto nel giornale. L´editore ha ora un suo interesse autonomo a far sì che il giornale non pubblichi più quelle cronache. Si portano così le proprietà a intervenire direttamente nei contenuti del lavoro redazionale. Le si sollecita, volente o nolente, a occuparsi della materia informativa vera e propria, sindacando gli atti dei giornalisti. Il governo, nel progetto inviato al Parlamento, pretende addirittura che l´editore debba adottare «misure idonee a favorire lo svolgimento dell´attività giornalistica nel rispetto della legge e a scoprire ed a eliminare tempestivamente situazioni di rischio». È evidente che solo attraverso un controllo continuativo e molto interno dell´attività giornalistica è possibile «scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di rischio». Di fatto, l´editore viene invitato a entrare nel lavoro giornalistico e a esprimere un sindacato a propria tutela.
Ecco dunque i frutti intossicati della legge che oggi sarà approvata, senza alcuna discussione, a Montecitorio: la magistratura avrà meno strumenti per proteggere il Paese dal crimine e gli individui dall´insicurezza quotidiana; si castigano i giornalisti che non tengono il becco chiuso anche se sanno come vanno le cose; si punisce l´editore spingendolo a mettere le mani nella fattura del giornale. E quel che conta di più, voi - cari lettori - non conoscerete più (se non a babbo morto) le storie che spiegano il Paese, i comportamenti degli uomini che lo governano, i dispositivi che decidono delle vostre stesse vite. Sono le nuove regole di una "ricreazione" che non finisce mai.
Repubblica 10.6.09
Il futuro è scritto: si prepara il sorpasso femminile tra i camici bianchi
Il medico sarà sempre più donna
di Cinzia Sasso
Pediatria, genetica e neuropsichiatria infantile le specialità preferite
Più maschi in pensione: tra quindici anni le donne saranno la maggioranza
IL FUTURO della medicina è donna. Dimenticate il dottor Manson, l´eroe della Cittadella di Cronin che ha fatto piangere intere generazioni; e anche il dottor Kildare, quello della serie americana degli anni ‘60. Piuttosto pensate a E. R., ma immaginatelo in grande.
Via i protagonisti maschili: tra dieci anni in camice bianco - annuncia uno studio del British Medical Journal che il Times di Londra rilancia - ci saranno in maggioranza dottoresse. E non succederà solo in Gran Bretagna: «Anche qui - dice Amedeo Bianco, il presidente della Fnmoceo, la Federazione del medici - la professione cambierà sesso». Ci vorrà qualche anno di più, ma tra quindici anni anche il Servizio sanitario nazionale italiano, così come il National Health Service britannico, diventerà un feudo al femminile. Entro il 2024 almeno 183 mila professionisti andranno in pensione e saranno rimpiazzati da nuove leve: «Stando al trend delle iscrizioni alla facoltà di Medicina - aggiunge Bianco - il destino è segnato: la gran parte saranno donne».
Il sorpasso, del resto, è già nei numeri: tra i laureati del 2007, le laureate in medicina sono state il 65,2 per cento; la media nazionale delle matricole nel 2007-2008 vede un 63 per cento di ragazze; addirittura in certe facoltà - ad esempio a quella della Statale di Milano - le studentesse raggiungono il 73 per cento. Ma sfogliando i dati del ministero dell´Università, non c´è praticamente sede dove le ragazze non siano maggioranza: da Ancona (367 contro 135) a Bari (482 contro 331); da Bologna (463 e 236) a Brescia (516 e 240); ma anche a Cagliari (115 e 50), Catania (89 e 60) e Napoli (277 contro 157). Il quadro si modifica quando i neo dottori scelgono la specialità: e allora ecco che le donne raggiungono il 58,6 per cento a neuropsichiatria infantile, il 48 a pediatria, il 48,7 a genetica e solo un 4,5 a cardiochirurgia.
Ornella Cappelli, presidente dell´Associazione nazionale donne medico, la vede così: «Credo che le donne siano oggi le più numerose perché la medicina non paga più. Fare il dottore non è più una professione di prestigio e allora gli uomini si danno ad altro». Secondo la dottoressa Cappelli, che è uno dei pochi dirigenti donna del settore sanità, la femminilizzazione spinta della professione nasconde alcune insidie: «Se i medici donne saranno il 70 per cento, non va bene perché mancheranno i chirurghi. Da noi, a Parma, c´è stata solo quest´anno la prima iscritta alla specialità di cardiochirurgia». Può essere allora che il futuro sia quello di dover importare chirurghi dall´estero, come da tempo accade in Uk. Il più grande amore londinese di Lady Diana, ad esempio, era proprio un chirurgo indiano.
I problemi di conciliazione tra i ruoli familiari e quello professionale sono evidenti: secondo Maurizio Benato, vice della Fnomceo, «un terzo delle donne medico sono single o separate», percentuale quasi tripla rispetto ai medici: «Il fatto è - dice - che la professione medica non lascia spazio alla vita privata, è totalizzante, non certo a misura di donna». Non solo ricerche, anche esperienze: Laura Spreafico ha cominciato a fare il chirurgo al Niguarda: «Dopo un po´ - racconta - il mio primario mi ha detto: sei una donna, dove vuoi andare? E così, siccome ho messo al mondo tre figli, ho cambiato: addio all´ospedale, faccio il chirurgo estetico nel mio studio privato».
Repubblica 10.6.09
Gaspar Miklos Tamàs, padre del dissenso e voce critica dell’Ungheria: "Vivo sotto minaccia"
"Sta nascendo qui a Budapest il nuovo fascismo europeo"
di Andrea Tarquini
Gli ultrà urlano "Heil Hitler" sotto casa mia, le tranquille signore borghesi riconoscendomi dicono che vorrebbero tanto vedermi impiccato
BUDAPEST - «Sì, la democrazia è in pericolo. In tutta Europa o quasi, ma l´Ungheria è un caso estremo». Ecco il monito di Gaspar Miklos Tamàs, padre del dissenso sotto il comunismo, filosofo e docente, forse la massima voce critica del paese. Perseguitato dal vecchio regime, oggi subisce minacce quasi quotidiane. «Una volta un gruppo di ultrà mi ha salutato sotto casa gridando "Heil Hitler", ma è normale che signore cinquantenni, tranquille borghesi cattoliche, o eleganti giovani yuppies, riconoscendomi mi dicano che dovrei essere impiccato. A ogni intervista a media stranieri mi accusano di calunniare la patria».
Professor Tamàs, lei parla dunque di gravi pericoli?
«Sì. Quando vediamo democrazie con grandi tradizioni come Francia o Regno Unito prigioniere di paranoie xenofobe, o la sinistra italiana che sembra sparire, cosa ci possiamo aspettare dall´Ungheria che ha vissuto quasi sempre sotto dittature o autoritarismo?».
Qual è la radice della crisi ungherese?
«La prima vera democrazia qui fu creata solo nel 1989 e coincise col collasso economico. Il primo risultato percepito dalla gente fu la perdita di 2 milioni di posti di lavoro. Nel nordest fame e miseria sono da terzo mondo. La catastrofe economica coesiste con una mentalità tipica dell´est: la gente vuole che lo Stato diriga, provveda, dia sicurezza. Ci sentiamo traditi dal mondo nuovo, e lo siamo. Anch´io ho rinnegato me stesso: sono stato liberale per una vita, ora sono marxista. Vorrei più libertà e giustizia. I miei compatrioti hanno altri desideri».
Quali?
«Il sistema democratico non ha riconoscimento né legittimazione, neanche i più onesti leader dei partiti democratici vi credono. Povertà, crimine, sono problemi reali. La gente allora prende in mano la legge: ecco la Guardia magiara, un secondo Stato. Ecco i sindaci delle regioni povere che si arrogano il diritto di negare il sussidio ai rom o ai poveri disoccupati».
Vede un futuro di fascismo?
«Il futuro ne avrà una dose un po´ più forte del presente. La destra estrema è giovane. Jobbik è nato come organizzazione studentesca. Quasi un ‘68 a rovescio: la paura del declassamento sociale, la competizione con i più poveri per i magri aiuti statali, spingono i giovani a rivolte ed estremismo. Non capiscono che l´oppressione per alcuni diventa poi l´oppressione di tutti».
Torna il fascismo del passato?
«È un fascismo diverso. Non hanno bisogno di militarismo, di sogni di guerra o idee totalitarie. È un fascismo difensivo, non offensivo, quindi più attraente. Non passeggero, può radicarsi. Non gli serve un partito unico, esprime il panico della middle class, introduce una lotta di classe dall´alto contro i più deboli. Simile agli anni Venti è l´odio verso la libertà. E per i perdenti. È un problema acuto in tutto l´Est: qui il capitalismo democratico, per cui lottai per decenni, ha fallito. Le maggioranze a Est ritengono che prima dell´89 si stesse meglio. Tutti sapevano di non essere liberi. Ma il sistema garantiva stabilità, società proletarie, plebee, ma quasi senza crimine, egalitarie nella cultura e non solo nell´economia. E non avevano come valore costitutivo il disprezzo per i deboli».
Corriere della Sera 10.6.09
L’etnia non conta, quando fa comodo
di Gian Antonio Stella
Cè anche Mario Balotelli tra gli africani che girano per la stazione Centrale e piazza Duomo e fanno sembrare Milano a Silvio Berlusconi «una città africana»? Sarebbe divertente saperlo. Nato a Palermo da una coppia di immigrati ghanesi ma adottato e cresciuto da una famiglia bresciana, «Supemario» ha sempre vissuto in Italia, è di lingua madre italiana, non sa una parola della lingua che parlavano i signori Barwuah che lo hanno messo al mondo, parla con un accento bresciano e sarebbe stato titolare in tutte le nazionali giovanili italiane se non fosse diventato italiano, dopo un tormentone burocratico, solo il 12 agosto 2008, al compimento dei 18 anni.
Nell’Egitto meridionale, verso il Sudan, hanno trovato un cippo di confine risalente al XIX secolo a.C.: «Frontiera sud. Questo confine è stato posto nell’anno VIII del Regno di Sesostris III, Re dell’Alto e Basso Egitto, che vive da sempre e per l’eternità. L’attraversamento di questa frontiera via terra o via fiume, in barca o con mandrie, è proibita a qualsiasi negro, con la sola eccezione di coloro che desiderano oltrepassarla per vendere o acquistare in qualche magazzino ». Insomma: il negro stia alla larga, ma se viene per businness, si accomodi pure... Un concetto ripreso quattro millenni dopo da quel geniale istrione di Ruud Gullit, uno dei tantissimi «negri» (da Frank Rijkaard a Edgar Davids, da Ronaldinho a Ronaldo, da Cafu a Serginho, da Dida a Clarence Seedorf...) importati a Milano dal Cavaliere che sul calcio è di larghissime vedute multietniche.
Disse appunto, un giorno, il grande Gullit: «Se sei miliardario e giochi nel Milan sei anche un po’ meno negro». Sempre lì si torna: chi è lo «straniero »? Viene in mente l’infame battuta di Karl Lueger, leader del partito cristiano sociale e borgomastro di Vienna a cavallo tra ’800 e ’900, che arrivò a conquistare il 70% dei voti dei concittadini (prova provata che la democrazia non è automaticamente garanzia di civismo) con una grande efficienza gestionale unita a una volgare demagogia antisemita. Ammiratissimo da Adolf Hitler, Lueger diceva ridendo: «Sono io a decidere chi è ebreo e chi no». Tu mi servi? Nessuna obiezione razziale. Non mi servi? Stai alla larga, giudeo.
Anche i peggiori razzisti dei Paesi che accolsero gli immigrati italiani si regolavano così con noi. Basti rivedere le vignette pubblicate sul libro «Wop» di Salvatore J. LaGumina, dove i nostri nonni venivano visti come scimmioni negroidi. O rileggere il libro edito dal Saggiatore con gli studi statunitensi sul razzismo anti-italiano dal titolo: «Gli italiani sono bianchi?». O ricordare che uno dei soprannomi dati per decenni agli italiani in America, soprattutto negli Stati razzisti del Sud, fu «Guinea». E sapete con quale soprannome fu a lungo marchiato il quartiere degli italiani a Londra? «Abissinia».
l’Unità Lettere 10.6.09
Le tracce del genoma
Le agenzie di stampa battono l’ennesima esternazione anti-scientifica del Papa e alcuni giornali la riprendono: «Ogni uomo ha nel suo genoma la traccia di Dio-amore e della Trinità». Viene da ribattere, con una certezza altrettanto indimostrabile, che nel Dna dell’essere umano siano individuabili consistenti tracce di libertà! Sono quelle che lo fanno vivere oltre la sopravvivenza, pensare con la sua testa, amare con la sua mente-corpo e “sentire” ciò che è sano e ciò che è malato in se stesso e negli altri esseri umani. Con il proprio genoma e con il proprio cervello, senza subire il lavaggio costante e annichilente da parte di chi lo vede malato e peccatore dai tempi dei tempi.
Paolo Izzo
l’Unità Lettere 10.6.09L’equazione Martina
Per cercare di capire come stanno veramente le cose da una decina d'anni mi regolo in questo modo: di tutto ciò che sento dire dall'attuale premier o dai suoi portavoce penso che sia vero l’esatto contrario. A tale teoria mancava un riscontro oggettivo che ora però è in mio possesso. Il 9 maggio ai giornalisti il premier dichiarava di avere dalla sua oltre il 75% degli italiani. Finora, su 59.619.290 italiani, lo hanno votato 10.802.713, cioé il 18% il cui contrario fa 82 che è oltre il 75. Mi accingo quindi a esprimere la seguente equazione che chiamerò “equazione di Martina sull’attuale realtà dei fatti”: R=-dB, ove R è appunto la “realtà dei fatti” che è uguale all’opposto delle “dichiarazioni del premier” (dB).
Roberto Martina