Avventuriera della mente
Di Luigi Sampietro
Nome: Ayn. Cognome: Rand. Luogo e data di nascita: San Pietroburgo 1905. Segni particolari: poco conosciuta in Italia. Questa in sé non sarebbe una notizia se Ayn Rand, pseudonimo di Alissa Zinovievna Rosenbaum, figlia di genitori ebrei non osservanti ed emigrata negli Stati Uniti nel 1926, non avesse pubblicato nel 1937 un romanzo, Atlas Shrugged, che ha lasciato il segno nella società americana. Al punto che, nel 1999, le Poste federali le hanno dedicato un francobollo.
Incluso a suo tempo nella lista dei 175 “Libri del secolo”, compilata dalla New York Public Library (accanto ad Ulysse di J. Joyce, The Invisibile Man di Ralph Eleison, Mein Kampf e The joy of cooking), in un sondaggio condotto dalla Library of Congress congiuntamente a The Book of the Month Club, rispondendo alla domanda “qual è il libro che nella vostra vita ha fatto la differenza?”, il pubblico interpellato ha collocato Atlas Shrugged al secondo posto, dopo la Bibbia.
Atlas Shrugged si compone di più di 1000 pagine complessive (14 anni di lavoro) e in Italia uscì da Garzanti nel 1958 come La rivolta di Atlante, nella bella traduzione di Laura Grimaldi di cui Corbaccio ha appena ristampato – refusi d’epoca compresi – il primo volume che si intitola Il tema. Seguiranno L’uomo che apparteneva alla terra (in maggio) e L’Atlantide (in novembre).
Considerando il mezzo milione di copie che, come scrivono, “The New York Times” e “The Washington Post”, Ayn Rand ancora vende ogni anno e gli oltre 25 milioni di copie complessive che ha venduto finora (a La rivolta di Atlante, tradotto in 18 lungue, bisogna aggiungere un altro best seller, La fonte meravigliosa, 1943, liberamente ispirato alla vita di Frank Lloyd Wright, da cui, nel 1949, fu tratto un film diretto da King Vidor e interpretato da Gary Cooper e Patricia Neal) si potrebbe pensare ad un fenomeno commerciale.
E di questo si tratta. Ma c’è dell’altro. I libri di Ayn Rand non sono romanzi di avventura – un tanto al chilo – ma semmai sono avventure della mente. Romanzi filosofici. Coinvolgenti e alla portata di tutti, scivolano via come le grandi storie del suo “maestro” Victor Hugo e, per un altro verso, come le piccole storie dell’amato Mickey Spillane con i suoi personaggi in bianco e nero. Vi si parla di etica e di giustizia, dell’origine del male e delle limitazioni della libertà, della dignità dell’uomo e del significato delle parole “indipendenza”, “integrità”, “onestà” e “responsabilità”. Il che vuol dire tutto ciò di cui parliamo anche noi tutti i giorni, magari indirettamente – in casa., in ufficio, in autobus - attraverso i nostri commenti e pettegolezzi. Con la differenza che i personaggi di Ayn Rand – inventori, imprenditori e artisti in lotta contro burocrati e faccendieri corrotti – interpretano se stessi fino in fondo. Titanicamente. Ed è questo un modo di affrontare il mondo che ha sempre affascinato i lettori in quell’età – l’adolescenza – definita a suo tempo da Jean Piaget come “l’età degli universali”. L’età dei grandi progetti.
Morta nel 1982, Ayn Rand diede luogo, con i suoi libri, ad un movimento filosofico chiamato “oggettivismo”. Il periodo del suo maggior successo fu la prima metà degli anni Sessanta, soprattutto tra gli studenti di college. Tra questi anche Hillary Clinton che, in una recente intervista, ha dichiarato: “Naturalmente c’è stato un momento in cui Ayn Rand è stata tra le mie letture”. Nei decenni successivi, l’interesse per il suo pensiero e i sui libri ha raggiunto un pubblico più generico, se non più vasto. Generalmente, anche se non necessariamente, schierato a destra e propenso a far proprio il suo primo comandamento: “Cominciamo con l’abolire tutte le tasse. Il resto verrà da sé”. Ma la destra di Ayn Rand, se tale è, va circoscritta all’ambito morale. A meno di non volere spregiudicatamente (come qualcuno fa) collocare dalla stessa parte, per via delle loro propensioni sociali, comunismo e nazismo allo stesso modo. (le Repubbliche socialiste sovietiche, il partito nazional-socialista, la Repubblica sociale) in quanto contrapposti alle convinzioni liberiste della Rand e alla sua invincibile avversione nei confronti di tutto ciò che comporta la subordinazione dell’individuo alla collettività (partito, nazione, Stato, Chiese).
Quel che Ayn Rand sviluppa in forma polemica – e, bisogna dirlo, con foga melodrammatica – nei suoi romanzi, è la dottrina, tipicamente americana, del diritto dell’individuo alla propria personale felicità. La sua filosofia è una sorta di religione secolare, estranea ad ogni trascendenza, e fondamentalismo, che si fonda sull’idea dell’”egoismo razionale”. Una virtù, secondo Ayn Rand, bollata come vizio nella tradizione giudaico-cristiana, e poi dai marxisti e tutti gli statalisti che hanno sempre predicato l’altruismo e il sacrificio di sé.
Ayn Rand collocava invece lo sviluppo e la realizzazione delle potenzialità dell’individuo al punto più alto della scala morale, e li indicava come l’unica via verso una società prospera. Come tuttora affermano i suoi seguaci, solo se libero di sprigionare la propria energia e solo se capace di divincolarsi da tutte le forme dirette e indirette di controllo della collettività, l’uomo può attingere alle più alte vette della creazione. L’arte di Michelangelo o il prodigio tecnologico – di cui tutti beneficiano – di una Microsoft.
Detestata dall’intellighenzia che era comunque sempre mesmerizzata dalla sua energia, (“Sono attratto da quella donna orribile”, scriveva Edmund Wilson) e definita a sproposito “fascista” da qualche denigratore accaldato, Ayn Rand fu una proterva fautrice dell’”utopia capitalista” (ché tale la si deve definire nei suoi romanzi).
Ora la domanda è questa. Com’è possibile che da noi sia tuttora semi-sconosciuta? Può avere perfettamente ragione chi sostiene che non c’è di che e che non abbiamo perso niente. Ma ha completamente torto chi, se le cose stanno come penso, ha teso un cordone sanitario attorno alla sua figura e non ne ha mai parlato. A sinistra, in Italia, è passato di tutto, dai guanti neri delle Pantere nere ai proclami del Comandante fotogenico. Ma nessuno ha mai trovato il tempo per illustrare il fenomeno Rand. Gli Arcadi dell’accademia e dei media hanno sempre ritenuto di dover militare contro il Sistema concentrando la propria attenzione sulle minoranze Usa e ripetendo quello che i colleghi sacrosantamente dicevano nelle università d’Oltreoceano. E si sono sempre dimenticati (?) di spiegare, a noi che non siamo dentro, ciò con cui si identificava e si identifica la maggioranza silenziosa che sta tra i poveri e gli stramiliardari. L’immaginario dello sterminato ceto medio che di fatto è sempre vissuto e ancora vive cercando di mettere in atto – magari senza nemmeno dirlo - il credo esaltato di Ayn Rand.
l’Unità 11.4.07
Prodi convince. Ma Mussi non cambia idea
La lettera del premier all’Unità fa rientrare i dubbi degli ulivisti Dl. Resta la contrarietà della sinistra Ds
(...) Qualcuno però sembra già perso: Fabio Mussi e il premier hanno avuto un colloquio nei giorni scorsi, ma né la chiacchierata né l’intervento di ieri hanno convinto il leader della sinistra Ds a partecipare alla fase costituente del nuovo soggetto. Il ministro dell’Università riunirà i suoi il 16 per decidere la linea da tenere al congresso, che sarà poi ratificata in un incontro con tutti i delegati della minoranza il 18 sera a Firenze. L’ipotesi più accreditata, per ora, è comunque che prenderà la parola soltanto Mussi al Pala Mandela e che gli esponenti della sinistra diessina non parteciperanno alle commissioni di lavoro né accetteranno di entrare a far parte degli organismi dirigenti eletti dal congresso.
(...)
l'Unità 11.4.07
Abusi in parrocchia, quel vertice «segreto» in Vaticano
Firenze, lo scandalo della «Regina della Pace»: si muove la procura, indagato il sacerdote
Dalla Santa Sede «no comment», ma il 2 aprile riunione ad hoc con Ratzinger e l’arcivescovo Antonelli
di Osvaldo Sabato
SI MUOVE la procura e il parroco fiorentino don Lelio Cantini finisce sotto inchiesta. L’ipotesi di reato su cui è indagato il prelato è di abusi sessuali pluriaggravati e continuati su minori. Contro l’ex sacerdote della parrocchia «Regina della Pace» nei giorni scorsi c’erano state delle denuncie di alcuni suoi ex fedeli per una serie di violenze sessuali, psicologiche e di plagio su intere famiglie, che hanno scosso l’ambiente religioso, e non solo. Mentre di don Lelio Cantini si sono perse le tracce dopo la sua fuga precipitosa da Viareggio, per la Curia fiorentina, chiusa nel silenzio assoluto dell’arcivescovo Ennio Antonelli e del suo ausiliario Claudio Maniago, sono giorni difficili. Specie per Maniago visto che fu proprio don Cantini che ha seguito e curato da vicino la vocazione dell’attuale vescovo ausiliario. Quest’ultimo non ha mai nascosto la sua vicinanza spirituale con don Cantini tanto da spingerlo a celebrare con il prete indagato per abusi sessuali il secondo anniversario della sua nomina a vescovo, avvenuta l’8 settembre del 2003. In quel periodo don Cantini era già un prete chiacchierato, ma il vescovo Maniago non ha ritenuto sufficiente questo particolare per indurlo a pretendere le distanze. Per qualcuno si fa strada l’impressione che l’ex parroco possa aver goduto di coperture molto in alto che hanno permesso di tenere sommersi questi fatti sempre più inquietanti. Dubbi e domande sui tanti perché di questa brutta storia, ancora senza una risposta. Anche le autorità vaticane che si trincerano dietro un ferreo «no comment», in realtà sapevano, ma hanno fatto finta di non sapere.
Infatti da ambienti religiosi si è saputo che durante un incontro privato il 2 aprile scorso a Roma, fra Papa Ratzinger e il cardinale Antonelli con il suo ausiliario Maniago, uno degli argomenti trattati sia stato proprio questo. Ed è molto probabile che Antonelli torni a parlare di questa vicenda con il Papa la settimana prossima, quando si recherà in Vaticano in visita «ad limina». Ma basterebbero le testimonianze, gli esposti e i memoriali presentati alla Curia di Firenze già a partire dal gennaio del 2004 e al Papa, per avere un quadro chiaro. Infatti, secondo questi racconti, don Lelio Cantini, dal 1975 e per anni, avrebbe abusato di ragazze dai 12 ai 17 anni e si sarebbe fatto consegnare denaro e altri beni e avrebbe plagiato ragazzi da indirizzare poi al seminario con l’intenzione di creare un vero e proprio potere rispetto a quello ufficiale. Insomma, si tratta di episodi molto gravi e con risvolti penali tanto da spingere la procura ad aprire un fascicolo. Per ora, come ha spiegato il procuratore capo, Ubaldo Nannuci, «nessuna delle presunte vittime si è rivolta all’autorità giudiziaria» e che l’inchiesta dovrà verificare «se è vero ciò che ha riportato la stampa sull’argomento» e l’epoca dei fatti «anche perché l’unico dato, per adesso, è la rimozione del sacerdote dalla parrocchia, avvenuta nel 2005». In realtà don Lelio Cantini è stato prima allontanato per motivi di salute dalla parrocchia «Regina della Pace» e poi dalla diocesi al termine del «processo penale e amministrativo», culminato con la decisione della Congregazione della Fede di vietare all’ex parroco la celebrazione della messa in pubblico e la confessione fino al 2010.
Abusi in canonica già dal 1975
Giovani, giovanissime: ragazze dai 12 ai 17 anni. Sarebbero loro le vittime delle «attenzioni» di don Lelio Cantini. È il quadro aberrante che emerge dalle loro denunce, dopo anni di silenzio. Ma non solo violenze sessuali: il parroco si sarebbe fatto consegnare denaro e altri beni e avrebbe plagiato ragazzi da indirizzare poi al seminario con l’intenzione di creare un vero e proprio «potere» rispetto a quello ufficiale. Il tutto sotto l’occhio delle gerarchie, che sapevano ma non hanno ritenuto di fare altro che un «rimprovero», come spiegato ieri su l’Unità dall’ex arcivescovo Piovanelli. Un gruppo di fedeli si era rivolto al Papa denunciando i casi di abuso nel marzo 2006, nell’ottobre dello stesso anno si erano fatti sentire sempre presso la Santa Sede anche alcuni sacerdoti della diocesi.
Repubblica 11.4.07
Quei comunisti spariti nei gulag una tragedia nascosta dal silenzio
di Simonetta Fiori
Prima la tragedia, poi un tenace silenzio imbarazzato. Quello tra la sinistra italiana e i gulag è stato un rapporto difficile e controverso, lungamente segnato dalla guerra fredda. Se tra gli anni Sessanta e Settanta una memorialistica d´autore riuscì a rompere il velo di reticenze - Una giornata di Ivan Denisovic, il romanzo choc di Solgenitsyn, uscì da Einaudi nel 1963, Arcipelago Gulag nel 1974 da Mondadori - è nel decennio successivo che la storiografia è divenuta più consapevole, fino alle ricostruzioni complete messe a punto negli anni Novanta dalla Fondazione Feltrinelli, grazie anche all´apertura degli archivi sovietici.
L´inclinazione prevalente, tra i militanti del Pci, è stata per diversi decenni quella di voltare la testa da un´altra parte. Confessò una volta Eric J. Hobsbawm: «Ho preferito rivolgere altrove la mia lente di storico per non dover scrivere dei gulag». Una delle prime e più clamorose testimonianze italiane fu quella di Dante Corneli, un operaio comunista di Tivoli finito nel lager di Stalin. Il suo Il redivivo tiburtino uscì nel 1977. A incoraggiarlo era stato Umberto Terracini, con l´argomento che occorreva far conoscere «quel mondo di orrori anche alla gente nostra, a cui la realtà sovietica è stata troppo a lungo nascosta». Nel 1964 la denuncia dell´ex comunista Guelfo Zaccaria - Duecento comunisti italiani tra le vittime dello stalinismo - non aveva avuto largo seguito.
Anche la sinistra non comunista - negli anni più bui della guerra fredda - aveva scelto quella che Valiani chiamava "astensione silenziosa". Ha raccontato Andrea Graziosi che quando Franco Venturi tornò disgustato nel 1950 da Mosca, dove per tre anni era stato addetto culturale presso l´ambasciata, i suoi amici azionisti lo invitarono a un sorta di prudenza. «Si avvertiva come imminente il pericolo di una reazione clerico-fascista. Sparare contro l´Urss avrebbe significato indebolire la sinistra italiana». Meglio parlar d´altro, almeno fino al Cinquantasei.
Non erano state poche le vittime italiane della repressione politica in Urss, tra 1919 e il 1951. Quasi un migliaio di persone, dicono le ricerche di Elena Dundovich e Francesca Gori: trecentocinque arrestati, cento condannati a morte e fucilati, centoquarantuno destinati ai campi di lavoro correzionale, gli altri privati dei diritti civili, emarginati, allontanati dai posti di lavoro. Un numero che potrebbe apparire esiguo rispetto ai milioni di vittime sovietiche, ma che getta luce sui rapporti tra Mosca e il Partito comunista italiano. Specie dopo l´assassinio di Kirov, il 1 dicembre del 1934, un clima di sospetto crescente avvolse la comunità italiana. Sempre più capillare il controllo dell´Nkvd - la polizia politica sovietica - sull´emigrazione straniera di ogni nazionalità. Come un ossessivo ritornello risuonavano le accuse. Trotzkismo o - nella variante italiana - bordighismo. Terrorismo. Spionaggio. Un aiuto fondamentale alle "indagini" proveniva dai funzionari che lavoravano nella "sezione quadri" della Terza Internazionale. Furono gli stessi leader comunisti a consegnare i loro compagni al dittatore georgiano. A queste gravissime responsabilità non si sottrassero i dirigenti italiani Palmiro Togliatti e Antonio Roasio, Domenico Ciufoli e Paolo Robotti: alti e medi funzionari del Pci pronti a passare informazioni all´Nkvd. Tra i perseguitati non solo emigrati politici, ma anche ballerini e circensi, decoratori e musicisti, operai e contadini: tutti inermi davanti ai plotoni d´esecuzione ordinati da Stalin.
L´incubo non sarebbe finito con la guerra. Negli anni Quaranta, chi desiderava tornare a casa doveva sottoporsi al giudizio dei dirigenti del Pci. Occorreva garantire che, una volta in Italia, non si sarebbe sporcata l´immagine dell´Urss. Spettò a Paolo Robotti, cognato di Togliatti e implacabile stalinista, misurare la "condizione morale" dei richiedenti. Molti furono "i casi dubbi", meglio trattenerli a Mosca. Gli altri costretti a tacere, ancora per molto tempo.
Repubblica 11.4.07
Bertinotti all'Ulivo "A monte, ricominciamo"
di Alessandra Longo
ROMA - Chi potrebbe essere il capo di un nuovo rinascimento a sinistra? «Io!». Fausto Bertinotti ride con la leggerezza di chi, fuori dalla mischia per incarico istituzionale, può permettersi la battuta senza rischiare di provocare l´ennesimo, noiosissimo, polverone quotidiano. Siamo a Roma, nella sede della Stampa Estera, dove il presidente della Camera presenta il suo ultimo libro «La città degli uomini», frutto della collaborazione con Sergio Valzania. Sala piccola e affollata, Marco Pannella in piedi, Paolo Mieli, direttore del Corriere, nelle vesti di provocatore. Allora, presidente, facciamo finta che lei debba dare dei consigli a chi sta lavorando al Partito Democratico.
Bertinotti non si fa pregare. Ma sì, visto che è fuori dalla politica, può girarci intorno, raccontando, per esempio, di «quell´urlo che facevamo da bambini». Si iniziava un gioco, il gioco magari sfuggiva di mano e, allora, bastava gridare forte: «A munt!», «A monte!», e tutto veniva magicamente azzerato, «si ricominciava daccapo». Dice il già lider maximo di Rifondazione: «Se potessi proporre un incantesimo, sarebbe questo». Cancellare quel che non va con un grido si può solo nell´infanzia e, visto che il Partito Democratico lo fanno i grandi, Bertinotti è prodigo di consigli adulti. Niente azzeramenti, niente rinunce, ma una ripartenza all´insegna del progetto: «Tutte le fondazioni forti hanno bisogno di formare una cultura politica e questa si costruisce in due modi. O attraverso un lungo processo, o grazie ad un colpo d´ingegno come quello che portò Mitterrand a rifondare il partito socialista a Epinay».
Un progetto, dunque, per prima cosa, un partito che «nasce non per inerzia, perché non c´è altro da fare, ma per volontà, disegno, soprassalto di energia». E ancora non basta, dice Bertinotti. Ci vuole la «capacità di calamitare, di includere. Se io fossi un dirigente del Partito Democratico mi proporrei di portare dentro anche la sinistra radicale. Così come se io fossi la sinistra radicale proverei ad inglobare quella moderata». Viene in mente il vecchio slogan prodiano, «Competition is competition».
Il Grande Capo di Rifondazione, ora terza carica dello Stato, non dà per scontato nulla: «Vince chi accumula culture politiche, chi dà conto di una nuova identità. Per i prossimi dieci anni le sinistre saranno due, quella radicale e quella riformista. Non c´è una soluzione monopartitica, ci sarà competitività e una ricerca di convergenza». Già, ma il leader? Mitterrand era Mitterrand, ricorda Mieli. Giura Bertinotti: «Nei Ds e nella Margherita molti possono affrontare questo percorso. Certo, per essere leader, bisogna buttare il cuore oltre l´ostacolo, rischiare». Lui, il presidente della Camera, a suo tempo ha impresso ai suoi accelerazioni e svolte importanti. Quella della non violenza, dice ridendo, «l´ho rubata a Pannella». Mieli rintraccia un altro colpo di reni nelle pieghe dell´ultimo libro. A pagina 87, Bertinotti parla di Medio Oriente. Si fa «violenza culturale su una civiltà» - scrive - non solo quando si continua ad occupare «regioni sensibili del mondo islamico», ma anche quando si nega la Shoah o quando ci si «rifiuta di riconoscere la realtà storica dello Stato di Israele».
Repubblica 11.4.07
In Inghilterra vivono così un milione di adolescenti. Ma il fenomeno interessa anche Giappone e Usa, e da poco il resto d'Europa
"Neets", la generazione degli autoesclusi
di Cinzia Sasso
A "scoprirli" uno studio della London School of Economics sui costi sociali di un fenomeno in ascesa: 6-7 miliardi di euro all´anno
L´acronimo inglese letteralmente indica ragazzi "non impegnati nel mondo dell´educazione, del lavoro e dell´apprendistato"
LONDRA - A scoprirli e battezzarli, sperduti per le strade di Londra, mescolati agli altri adolescenti nelle vie delle città dell´Inghilterra, vestiti come tutti con i pantaloni bassi, le felpe e i berrettini da baseball e incollati agli iPod, non è stata questa volta una ricerca sociologica: a individuare i "Neets" come l´ultima tribù da tenere sotto osservazione, è stato uno studio della London School of Economics intitolato "The Cost of Esclusion". Sono i risvolti economici di quella che viene definita «una generazione tradita», il miliardo di sterline l´anno che costano i loro comportamenti, i 6-7 miliardi di euro che la loro marginalità costa alla collettività, le ragioni che hanno portano stavolta ad accendere un faro su di loro. Sui ragazzi che non vanno a scuola, che non hanno un lavoro, che quel lavoro nemmeno vogliono imparare o cercare.
"Neets" significa giovani "non in education, employment or training". Significa insomma i marginali, gli esclusi, quelli senza arte né parte, quelli che le scelte di oggi porteranno ad essere anche gli emarginati di domani. Significa, in altre parole, ragazzi senza futuro.
Sono una tribù numerosa, fatta di almeno un milione di giovani. Ragazzi o poco più, la loro età è compresa tra i 16 e i 24 anni, perché oggi l´adolescenza si trascina e fino a quell´età. Sarebbe ancora possibile essere studenti, oppure cominciare a fare pratica in qualche mestiere, trovare insomma una propria strada. Ma i "Neets", una loro strada non la vogliono e non la cercano. Sono disinteressati a tutto, se non proprio cinici comunque indifferenti. Abbandonano gli studi e poi non fanno niente. Nel momento in cui si registra in Inghilterra uno dei tassi di disoccupazione più bassi, intorno al 9%, loro lo sono per almeno il doppio. Nullafacenti oggi, destinati ad essere disoccupati domani.
Un fenomeno che esiste anche in altri paesi del mondo: in Giappone, ad esempio; e anche in Europa. Ma gli esperti britannici proprio per questo si dicono ancora più preoccupati: i "Neets" inglesi sono almeno il doppio di quanti siano i loro compagni tedeschi e francesi. Come se questa malattia di vivere avesse attecchito più qui che altrove. E così il presente incerto si trasforma in una seria ipoteca sul futuro: lo studio eseguito dalla London School of Economics per l´associazione Prince´s Trust, fondata dal principe Carlo proprio per aiutare i giovani a completare l´istruzione e a trovare una strada nel mondo del lavoro, prevede che le conseguenze saranno anche peggiori. Tagliati fuori dal mondo, alla ricerca di un qualche modo per campare, questi giovani facilmente finiranno nella piccola criminalità. Martina Milburn, capo del progetto voluto dal principe di Galles, dice: «Questo problema ha dei costi sociali ed economici altissimi. E le nostre previsioni sono sicuramente più ottimiste di quel che sarà la realtà». L´esclusione sociale costa tra i 6 e i 7 miliardi di euro l´anno, e con quella cifra sarebbe possibile ridurre di un punto le tasse; l´aumento della criminalità minorile significa per lo Stato un esborso di 1 miliardo di sterline l´anno; e poi gli economisti conteggiano le perdite per l´educazione mancata e la futura assistenza di una classe sociale di disoccupati. Il Governo ha già aiutato 700mila giovani tra i 18 e i 24 anni, ma ha scoperto che è molto difficile tradurre il sostegno momentaneo in qualcosa di definitivo. Forse, a occuparsi dei "Neets" dovranno essere anche i sociologi: fare i conti non basta; per aiutare la generazione tradita bisogna capire perché si è perduta.
Repubblica 11.4.07
Maria Rita Parsi, psicologa: "Un fenomeno in crescita che va oltre la tradizionale dispersione scolastica"
"Depressi e soli, ora anche in Italia"
ROMA - Il fenomeno "Neets" anche in Italia?
«Sì, negli ultimi due anni stiamo assistendo allo stesso fenomeno. Sono ragazzi che non vogliono andare più a scuola, ma non è la tradizionale dispersione scolastica, si chiudono in se stessi, più che in casa stanno nella loro stanza, non vivono in branco, non cercano il rapporto con gli altri».
Perché accade?
«Sono ragazzi, spesso tra i 12 e i 17 anni, segnati da profonda solitudine e da una depressione. In genere hanno problemi familiari, vivono con genitori che hanno tra loro un´alta conflittualità o sono figli di coppie separate ma il genitore con cui abitano è spesso afflitto a sua volta da problemi, affettivi o economici, e sono loro che devono contenerne il disagio».
Il loro comportamento è dunque una reazione ai problemi degli adulti?
«Sì, si devono annullare, svuotare la mente, e si lasciano andare magari in compagnia di qualche amico come loro, con gli stessi problemi».
Come si può affrontare questa deriva?
«Non con i soliti strumenti. Il problema è che mancano punti di riferimento e i ragazzi sono in contatto costante con modelli di superficialità. Intorno a loro la famiglia si scioglie ma non è questo il problema ma il modo in cui avviene: è tutto molto adultocentrico. Sono ragazzi a cui nessuno dice nulla e devono rovistare tra i rifiuti che gli adulti lasciano per trovare una loro identità. Allora dicono: basta, io mi fermo».
(m.c.)
Repubblica 11.4.07
Il "Simposio" di Platone
Tra ragione e follia
Qual è il senso dell'amore in un grande classico
di Umberto Galimberti
Pubblichiamo parte di un intervento che terrà alle 21 di stasera a Roma, nella chiesa di San Lorenzo in Lucina (il ciclo d´incontri sul "classico di una vita" è organizzato da Progetto Italia Telecom).
Il Simposio di Platone è, tra i dialoghi del filosofo di Atene, il più vertiginoso perché mette in tensione l´ordine della ragione, che Platone ha inaugurato per l´intero Occidente, con l´abisso della follia che Platone definisce: «Più bella della saggezza d´origine umana». Mediatore tra l´uno e l´altro mondo è Amore il cui compito è di tradurre e interpretare i messaggi della follia inaccessibili alla ragione e le parole della ragione incomprensibili alla follia.
Folle è il mondo degli dèi che, concedendosi a tutte le metamorfosi, non si attengono al principio di identità e di non contraddizione che sono i cardini della ragione. Del resto già Eraclito aveva detto che: «Il dio è giorno e notte, inverno e estate, guerra e pace, sazietà e fame, e si mescola a tutte le cose assumendo di volta in volta il loro aroma», mentre «l´uomo ritiene giusta una cosa e ingiusta l´altra», in una parola non mescola, come invece fa il dio, tutte le cose, ma istituisce quelle identità e differenze che, tra loro disgiunte e connesse, istituiscono l´ordine della ragione che è prerogativa dell´uomo e non del dio.
Accade però che nel Simposio Platone non considera l´anima razionale da lui inaugurata nella sola prospettiva dell´ordine a cui contribuisce. Sa infatti da quale caos l´ha evocata perché conosce le passioni che hanno alimentato la crisi di cui si è fatta interprete la tragedia, non ignora la temibile apertura verso la fonte opaca e buia di ogni valore sociale che chiama in causa il fondamento stesso della città, sa che la ragione e il sapere che la esprime si ottengono, come la buona armonia nella città, espellendo il katharma, il residuo del sacrificio, il rifiuto del discorso che non sta alla regola, ma sa anche che bisogna sacrificare agli dèi perché è da quel mondo che vengono le parole che poi la ragione ordina in sequenza non oracolare e non enigmatica. Per questo, nell´edificare il cosmo della ragione, il solo che gli uomini possono abitare, Platone non chiude l´abisso del caos, ma lo riconosce come minaccia e dono, come sede di parole incontrollabili, come dimora degli dèi, e perciò dice: «I beni più grandi ci vengono dalla follia naturalmente data per dono divino».
Per Platone infatti anche la follia è un´esperienza dell´anima, nella consapevolezza che le esperienze dell´anima sfuggono a qualsiasi tentativo che cerchi di fissarle e disporle in successione ordinata perché, al di là di ogni ordine razionale, l´anima sente che la totalità è sfuggente, che il non-senso contamina il senso, che il possibile eccede sul reale, che ogni tentativo di comprensione totale emerge da uno sfondo abissale che è caos, apertura, spalancamento, disponibilità per tutti i sensi. Intermediario tra il mondo della ragione e il mondo della follia è Amore, per accedere al quale bisogna soffrire quella malattia che Socrate chiama «a-topia» e che noi potremmo tradurre con «dis-locazione». Per accedere agli abissi della follia che ci abita occorre infatti dislocarsi dal recinto protetto dalla ragione, abbandonare le dimore dell´io e, per non perdersi nella follia, occorre che ad accompagnarci sia l´amato, che noi amiamo proprio perché egli ha colto e in qualche modo riflesso la nostra follia. Amore, infatti, è sì un evento duale, ma non tra me e te, ma, grazie a te, tra il mio ordine razionale e l´abisso della mia follia.
Repubblica 11.4.07
La scomparsa dello storico Antonio Rotondò
Frugando tra le carte degli eretici
Grande conoscitore della critica dei dogmi religiosi tra Rinascimento Riforma e Illuminismo
di Adriano Prosperi
E´ scomparso nei giorni scorsi all´età di 77 anni Antonio Rotondò. Per chi lo ha conosciuto e stimato è difficile parlarne al passato: proprio di recente avevo letto in un bollettino editoriale del suo editore l´annuncio della prossima pubblicazione non solo delle opere che alimentavano regolarmente la collana da lui diretta ma anche di nuovi volumi di studi suoi.
Li aspettavo non solo con la certezza che ne avremmo imparato molto su libri, uomini e idee del passato ma anche col senso di sollievo per il ritorno di una misura severa e alta di indagine storica degna dei grandi maestri a cui Rotondò amava richiamarsi. Si era formato a Firenze, alla scuola di Delio Cantimori e di altri celebrati maestri di quella Facoltà di Lettere e Filosofia che all´inizio della seconda metà del secolo scorso dominava per l´alta qualità della sua offerta il panorama degli studi universitari italiani: in seguito, dopo un periodo di insegnamento liceale a Modena fecondo di studi e di amicizie, con l´avvio torinese del suo insegnamento aveva trovato in Franco Venturi e in Luigi Firpo i modelli intellettuali a cui rifarsi. Credeva nella trasmissione di valori intellettuali e di civile moralità attraverso l´insegnamento dalla cattedra: e lo stile con cui lo praticava e lo illustrava gli assicurava l´affetto e la stima degli allievi almeno in misura uguale a quella delle facili ironie di colleghi.
Antonio Rotondò era un grande conoscitore dei percorsi e dei protagonisti della cultura italiana ed europea della prima età moderna, specialmente delle vicende intellettuali di umanisti, di riformatori e di eretici e del modo in cui si erano passati la fiaccola della critica razionale dei dogmi religiosi tra Rinascimento, Riforma e Illuminismo. Era anche un attento studioso di vicende intellettuali del nostro tempo, come mostra l´ampio saggio che aveva di recente dedicato alla figura e all´opera di Sebastiano Timpanaro. Ci sarà tempo per parlarne perché l´opera sua lascia un segno che non si cancellerà facilmente: sappiamo bene che questo è uno di quei giudizi che si spendono di frequente al momento della scomparsa di professori e studiosi ma che poi raramente si realizzano. Ebbene nel caso di Rotondò si potrebbe dire che è la stessa inattualità della sua opera nel contesto attuale della storiografia italiana a far pensare che vi si dovrà tornare sopra se e quando verranno tempi migliori. Inattuale, ad esempio, almeno per un costume o malcostume oggi corrente, era la sua dedizione all´edizione filologicamente accurata delle fonti: ci si chiede in quante monografie, saggi e noterelle si potrebbero spicciolare i tesori di conoscenze e gli anni di ricerca concentrati negli apparati delle edizioni di testi curate in anni ormai lontani da Rotondò per due capiscuola dell´eresia radicale del ‘500 italiano, Camillo Renato e Lelio Sozzini. Da quella severa scuola di studi su eretici e riformatori italiani del ‘500, scelta per influsso del suo primo maestro - Delio Cantimori - Rotondò era passato a indagare i percorsi dell´idea di tolleranza lungo la pista che dai sociniani portava all´Olanda del `600. La sua dedizione alla ricerca storica condotta in proprio e a quella che sotto la sua guida veniva portata avanti dai suoi allievi avevano fatto di lui una presenza di rilievo in Italia e un convinto protagonista degli studi sulla storia intellettuale italiana ed europea della prima età moderna. Un tratto personale di pedagogica severità unito a una straordinaria competenza specifica nelle aree a cui dedicava le sue ricerche, lo rendevano un esempio raro di maestro da cui si poteva imparare l´artigianato della ricerca storica nel senso migliore della parola: il taglio classicamente sobrio e controllato e il robusto apparato erudito di saggi e libri, non solo dei suoi ma anche di quelli di suoi allievi e collaboratori filtrati al vaglio della sua incontentabile passione di lettore, era il segno di riconoscimento della scuola e la garanzia di indagini solitamente ineccepibili. L´augurio che si deve fare oggi all´università italiana è quello di avere altri uomini del suo stampo.
Repubblica 11.4.07
Settant'anni fa venivano uccisi in Francia i due fratelli antifascisti da tempo sotto stretta sorveglianza
I pericolosi Rosselli
"Anatomia di un omicidio politico": un nuovo saggio di Mimmo Franzinelli
di Lucio Villari
L´anno 1937 si apriva sullo scenario europeo di una guerra civile che, a cinque mesi dal suo inizio, di giorno in giorno appariva come il dissidio tra due civiltà: la guerra di Spagna. In molti, tra gli esuli antifascisti italiani, avevano fatto la loro scelta di campo, e «tutto nell´animo e nella volontà di Carlo Rosselli lo disponeva all´intervento in questa guerra». Così Aldo Garosci nel 1967, a trenta anni dell´assassinio di Rosselli, rievocava l´ultimo impegno politico del fondatore di «Giustizia e Libertà», il movimento che fu un alto e democratico rifiuto del regime, dell´ideologia, della violenza del fascismo e rappresentò la negazione, implacabile e anche irridente, della figura di Mussolini. La Spagna democratica e repubblicana, dunque, aggredita dalla «controrivoluzione». La «Spagna feudale e borghese» in lotta contro la «Spagna moderna e proletaria» (erano questi i termini, secondo Rosselli, dello scontro in atto in quel paese) era, in controluce, l´Italia del fascismo contro l´Italia della libertà. Carlo Rosselli pagherà con la vita questa simmetria e la scelta di combattere in Spagna in attesa di farlo in Italia («La rivoluzione spagnola è la nostra rivoluzione; la guerra civile del proletariato di Spagna è guerra di tutto l´antifascismo», aveva scritto il 31 luglio 1936, nei primi giorni del golpe di Franco). Pagherà per l´intransigenza antifascista allo stesso modo di Antonio Gramsci, consumato da nove anni di carcere. Furono i due ultimi rappresentanti, nel tempo dell´Italia imperiale e del diffuso consenso al duce, di una opposizione particolare, della élite di una Italia ideale che il fascismo non poteva tollerare oltre perché si trattava di avversari veri, non di semplici, anonimi nemici. Appartenevano infatti alla schiera sottile dei conoscitori del fascismo «reale», di coloro che avevano capito le ragioni storiche del suo potere e della sua menzogna politica.
Altri tre uomini avevano, come loro, combattuto il fascismo agli esordi con la forza delle idee e con gli strumenti della legalità costituzionale, dei diritti dei cittadini e di una cultura europea: Giovanni Amendola, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti. Erano finiti sotto i colpi del nemico. L´Italia risorgimentale, l´Italia del socialismo democratico, l´Italia liberale che risorge nel proletariato moderno: questo avevano significato, in una dimensione strettamente politica, i loro nomi, e questo si mutava ora, un decennio dopo, nel pensiero e nell´azione di Carlo Rosselli come nelle parole scritte nei Quaderni del carcere di Gramsci. La partecipazione personale di Rosselli alla difesa della Spagna repubblicana voleva essere il segnale di un fronte nuovo nella guerra che la democrazia internazionale si apprestava a combattere contro il fascismo internazionale: «I profeti non sono più disarmati - aveva scritto Carlo il l5 gennaio 1937 dal fronte spagnolo sul giornale Giustizia e Libertà -. E i discendenti dei profeti, col fucile in mano, hanno acquistato una coscienza nuova».
Probabilmente a Carlo Rosselli importava poco sapere che i servizi di sicurezza italiani, Mussolini, Galeazzo Ciano (dal 1936 ministro degli esteri), l´Ovra e le spie infiltrate tra gli esuli antifascisti, seguivano non soltanto i suoi comportamenti e i movimenti «col fucile in mano», ma anche, e con molta preoccupazione, le idee, gli articoli, gli scritti di economia e di analisi politica e l´impianto teorico del suo «socialismo liberale»: la «terza via» tra socialdemocrazia e comunismo che egli stava elaborando da tempo. Nel 1930 era apparso a Parigi il suo libro Socialismo liberale dal quale era facile capire la serietà e le finalità di un preciso percorso ideologico e politico. I due termini scompaginavano infatti il tradizionale quadro politico dell´antifascismo perché mettevano in moto e in campo, insieme alla critica del sistema capitalistico, forze inedite e avversari potenziali all´interno della borghesia e della stessa classe operaia. Dunque, l´uomo andava attentamente sorvegliato.
Sotto attenzione era anche, in Italia, il fratello Nello, studioso del Risorgimento, di Mazzini, di Pisacane, di Giuseppe Montanelli, allievo di un odiato Gaetano Salvemini. Nello era rimasto in Italia a studiare, ma con sentimenti e idee altrettanto antifasciste di quelle di Carlo. Scalpitava («Tutto va a rotoli:- scriveva nel 1934 a Leone Ginzburg - dall´Europa agli affari privati. Il cerchio delle persone che puoi rispettare diventa sempre più minuscolo...») ed era infastidito del controllo, diretto o indiretto, politico e universitario, di Gioacchino Volpe, storico fascista e duttile uomo di regime, anche se non con lo spirito da inquisitore. Il pensiero di Nello, agli inizi degli anni ‘30 era costantemente altrove, soprattutto a Parigi.
Nello era vicino ai compagni di «Giustizia e Libertà», e l´affetto e le preoccupazioni per il fratello erano aumentate con lo scoppio della guerra di Spagna. Aveva comunque la possibilità di un passaporto per viaggi saltuari di studio all´estero, e nell´ultimo di questi in Francia fu accomunato a Carlo, trafitto da numerose pugnalate, nella tragedia del 9 giugno 1937. «Quando fu assassinato con suo fratello - scrisse Salvemini nel 1938 - Nello gli faceva una delle sue visite furtive di pochi giorni. Si era allontanato da Firenze da una settimana e faceva conto di ritornarvi entro pochi giorni. Carlo, e non Nello, era stato condannato a morte da Mussolini».
Dunque, sorveglianza assoluta, soprattutto nei confronti di Carlo. Il documento che qui sopra riproduciamo fa vedere bene il lavoro dell´infiltrato all´interno della «sigla»(era GL, Giustizia e Libertà). L´informatore riferisce di una riunione parigina il 2 maggio 1936. I primi nomi dei presenti sono quelli, appunto, di Carlo Rosselli, Aldo Garosci, Franco Venturi per finire con Max Ascoli. Accanto ai nomi i numeri in codice per i cifrari del servizio segreto. L´attenzione dell´informatore era rivolta esclusivamente a quel che diceva e pensava Carlo. Certamente questi erano gli ordini del Sim (Servizio informazioni militari, cioè il controspionaggio) e degli esponenti massimi del regime, con in testa Ciano. I tempi per agire erano ormai maturi.
«Il maggior pericolo viene da Rosselli e, a mio modo di vedere, è assolutamente necessario sopprimerlo». E´ il tranquillo parere di un italiano a Parigi al capo della polizia politica del giugno 1934, ed è riportato nel volume di Mimmo Franzinelli: Il delitto Rosselli. 9 giugno 1937. Anatomia di un omicidio politico (Mondadori, pagg. 352, euro 18,50). Il documento è uno dei tanti pubblicati nel volume. Attraverso essi l´autore ricostruisce la preparazione in Italia e l´esecuzione per mano francese dell´assassinio dei fratelli Rosselli. Nella prima metà del volume si seguono le trame italiane e le complicità francesi della rete dentro la quale cadrà Carlo Rosselli.
La rete tessuta in Italia ha una giustificazione politica nelle parole di Michelangelo De Stefano, il più vicino collaboratore del capo della polizia Arturo Bocchini. Sono indirizzate a un ex ufficiale dei carabinieri che coordinava l´attività dei delatori sugli esuli antifascisti: «Tenga presente, caro commendatore, che il movimento più importante, più pericoloso, più attivo è, per ora, Giustizia e Libertà». E´ il 29 novembre 1935. Quattro mesi dopo la spia infiltrata a Parigi tenta anche una interpretazione culturale della pericolosità di Rosselli: «Ho dovuto persuadermi che il Rosselli è, senza dubbio, l´uomo più pericoloso di tutto il fuoruscitismo [nel linguaggio fascista si preferiva qualificare con un termine dispregiativo «fuorusciti» gli esuli antifascisti]. Egli è un "piccolo Lenin, figlio di papà", ma crede sul serio al suo ruolo rivoluzionario ed è totalmente sprovvisto di quel minimum di misticismo che spinge il rivoluzionario idealista a non imbruttire mai la propria opera. Per Rosselli tutti i mezzi sono buoni».
In generale, tutti i movimenti di Carlo Rosselli, le opinioni, gli spostamenti, la maggior parte delle lettere private inviate a compagni e parenti, erano conosciuti dai servizi italiani. Di questo Rosselli non era consapevole fino in fondo, anche perché alcuni dei destinatari delle sue confidenze erano in apparenza esuli antifascisti ma in realtà al servizio del controspionaggio italiano. I servizi segreti sapevano anche che la posizione di Rosselli era critica nei confronti dell´antifascismo all´estero e delle sue varie componenti, socialiste, comuniste, liberali, repubblicane, anarchiche, cattoliche. Gli informatori sapevano che la lotta al fascismo condotta da Rosselli voleva essere, rispetto a queste componenti, più profonda, più incisiva, più strategica. In una lettera, intercettata, di Rosselli al repubblicano Fernando Schiavetti era detto: «Non occorre che spieghi a te che la nostra concezione non ha nulla a che fare col vecchio massimalismo. Siamo pronti alla lotta concreta e a tutte le concessioni tattiche, purché resti energicamente perseguito il fine».
La guerra di Spagna metteva alla prova queste idee. Per il regime fascista occorreva dunque agire al più presto. Ed è a questo punto che scatta la complicità della estrema destra francese nelle persone di esponenti della Cagoule. Il nome, scelto da alcuni giornalisti, si riferiva al Comité secret d´action révolutionnaire un´organizzazione segreta che aveva l´obiettivo di rovesciare il Fronte popolare in Francia e i governi democratici che si ispiravano ad esso. Dunque la Cagoule si occupava di cose francesi. Perché alcuni loro elementi uccisero barbaramente i fratelli Rosselli? Chi sapeva, se non le spie e gli intercettatori italiani, del fatto che Carlo, tornato dalla Spagna con una grave flebite alla gamba, doveva curarsi ai primi di giugno presso le terme di Bagnoles-de-l´Orne in Normandia? Chi altri avrebbe potuto chiedere ai cagoulards di portare a termine l´eliminazione di Rosselli se non i massimi vertici del fascismo?
La seconda parte del volume di Franzinelli, con documenti relativi alle indagini delle autorità francesi e ai processi intentati sia agli esecutori del duplice assassinio sia, dal 1944 al 1949, agli esponenti fascisti italiani, a cominciare dal maggior collaboratore di Ciano, Filippo Anfuso, cioè dirigenti del Sim, ufficiali dei carabinieri, informatori, eccetera, conferma che l´ordine partì dal tenente colonnello Santo Emanuele che dal 1934 aveva un ruolo guida nel controspionaggio ed era in rapporti stretti col Ministro degli esteri Ciano. Nel processo del 1944 confessò di aver trasmesso ai cagoulards la direttiva di eliminare Carlo Rosselli «secondo quanto gli era stato ordinato dai superiori» e «con l´approvazione di Ciano e di Anfuso». Ma Anfuso sarà assolto nel 1949 con formula piena e Emanuele, dopo la condanna all´ergastolo del 1945 sarà assolto nel 1949 per «insufficienza di prove». Così i tribunali hanno risolto l´affaire Rosselli lasciando agli storici il compito di giudicare quanto accadde in quel giorno di giugno di settanta anni or sono.
Liberazione Lettere 11.4.07
"Suicidio" a Torino. Diverso non è inferiore
Caro direttore, nelle parole del ragazzo che si è ucciso a Torino («A scuola mi fanno sentire diverso»), mi ha colpito il significato negativo attribuito al termine "diverso". All'origine di questa tragedia c'è non solo l'omofobia ma, più in generale, un modo di pensare che vede la diversità come sinonimo di inferiorità. Il disprezzo per il diverso è antico come il mondo ed è spesso una forma di difesa (l'incontro con chi è diverso da noi ci può far paura, perché mette in discussione le certezze su cui abbiamo costruito la nostra vita). Ma il disprezzo trova alimento quando persone ritenute autorevoli pongono l'inferiorità del diverso al centro di affermazioni morali, religiose o politiche. Oggi vi è chi bolla l'amore omosessuale come "debole e deviato"; vi è chi tuona contro il relativismo e presenta i propri valori come assoluti, giudicando immorale chi si riconosce in altri valori. Quello che viene condannato come relativismo è in realtà il rispetto delle differenze, il capire che altri possono avere visioni della vita diverse dalla mia ma non per questo inferiori. Il problema riguarda anche i rapporti tra le culture: il papa a Ratisbona ha affermato la superiorità del cristianesimo e della civiltà occidentale, eredi della razionalità greca, rispetto all'Islam e, in generale, alle culture extraeuropee, che non hanno conosciuto questa razionalità. Si tratti di individui o di civiltà, il messaggio è sempre lo stesso: chi è diverso da certi modelli è da considerarsi inferiore. Nessuno, forse, ha detto a Matteo e ai suoi compagni che la verità è un'altra: essere diversi non impedisce di essere uguali per valore, possedendo ricchezze differenti ma ugualmente preziose. Quei ragazzi non hanno compreso la bellezza della diversità. Certo non hanno letto le parole che il gatto Zorba rivolge alla gabbianella di Sepúlveda quando la vede triste perché ha scoperto la propria diversità dai gatti: «Sei diversa da noi e ci piace che tu sia diversa».
Roberto Blanco via e-mail
il Riformista Lettere 11.4.07
Spot sui Dico
Caro direttore, ha cominciato a circolare sulle pagine dei quotidiani una pubblicità che meglio di qualunque slogan potrebbe ravvivareil morente dibattito sulle unioni di fatto. Involontaria o no, è davvero geniale. recita così: Penso quindi dico. Chi sostiene da sempre che per la laicità dello Stato e delle sue leggi si debba pensare invece che credere, non può che congratularsi con i creativi che l’hanno inventata
Paolo Izzo e mail
ancora sull'episodio della contestazione a Fausto Bertinotti alla Sapienza: una nuova e.mail
“Ed un gruppetto di 30 ha urlato: buffone, assassino”.
Siamo (o forse dovrei dire "sono", perché io fisicamente non c'ero) diventati trenta dai cinquanta - sessanta dei giornali di martedì. Trenta estremisti violenti, perché "la violenza sta nella menzogna" e "perché non ho mai visto un Bertinotti buffone o assassino"
[Massimo Fagioli, "Trasformazione", Left - 6/4/2007].
Ho pensato di dover tornare sull’argomento, ma queste parole pesano come macigni e forse non voglio farlo. E’ tardi, ormai. E poi non mi piace ripetermi, non mi è mai piaciuto...
Che potrei dire? Ribadire che il coro cantava "assassini", riferendosi al governo e alle istituzioni rappresentate dal Buon Fausto e non un personale quanto surreale "assassino"? Insistere nel sostenere che legittimare C.L., un’organizzazione clericale dalle mille propaggini che inganna e manipola le matricole alle elezioni dei rappresentanti, che cerca di far accreditare il Creazionismo come teoria scientifica, che fa propaganda anti-abortista nell'Università e che sfrutta lavoratori disabili con le sue Cooperative Sociali per poi venire a parlarci - cambiando per l'ennesima volta nome - della povertà in Sud America, è assolutamente intollerabile? Forse sarebbe stato più appropriato gridare "ipocrita" che non "buffone", ma in certi casi è anche questione di ritmo. Queste cose però nella mia e.mail precedente non c’erano, eppure suonano come una ripetizione, forse perché le hanno scritte altri, forse perché sono pensieri vecchi che non afferrano il nodo del problema.
Potrei anche lasciare perdere e basta, sarebbe molto ragionevole, ma in realtà non posso. Dovrei pensare che cercare di far passare un'idea diversa qui sia impossibile, ma allora sarebbe impossibile in ogni luogo e le implicazioni sarebbero gravi. Se invece fosse possibile almeno fermarsi un momento, scansare le poltrone, le segreterie, le dirigenze ed affacciarsi dalla finestra: sono state date troppe cose per scontate, sono state fatte troppe semplificazioni, concentrandosi sull’aspetto culturale della politica si è finito per trascurare le ineliminabili connessioni tra i diversi piani.
Allora quello che posso e forse devo fare è lasciare da parte il caso specifico, l’episodio, e provare ad affrontare un discorso di più ampio respiro. E’ necessario, difficile ma necessario ed ho la presunzione di pensare che non sia solo un’esigenza personale.
“Dall’Afganistan a Vicenza, ma 'ndò sta la non violenza?” recitava uno degli striscioni anti-Bertinotti. “Estremisti che protestano contro la non violenza!” rispondeva Fausto.
Un partito di governo è e resta un partito di governo, il suo terreno di gioco è la gestione del potere e la sua priorità la conservazione del presente esecutivo: qualsiasi ipotesi di ricerca ne viene inficiata. Cristo, San Francesco, il monte Athos, Tonini, il presepe, la sala di meditazione, e ora persino Comunione e Liberazione: come distinguere un percorso personale di un vecchio comunista confuso da un calcolo preciso di uno scaltro uomo politico? Forse è un percorso personale calcolato di uno scaltro comunista confuso...
La verità è che quando un governo non ha opposizione parlamentare a sinistra, accade facilmente che le magagne grosse, quelle sulle quali l’opposizione è consenziente, non si riescano a scoprire se non se ne viene investiti in prima persona.
In questo contesto il ruolo di Rifondazione e degli altri partiti della cosiddetta “sinistra radicale” è strategico e fondamentale: rappresentano il filtro, la membrana semipermeabile che stabilisce la dose di realtà che può trapelare dai media. Gestiscono il dissenso, stabiliscono i livelli di malumore presenti nella società, definiscono le rivendicazioni di chi non ha rappresentanza e quindi gli è preclusa un’interazione diretta con il potere. Da Vicenza alla Val di Susa, dall’Atesia all’Università, all’Afganistan. Chi non vive queste situazioni dal di dentro le conosce nelle versioni elaborate dai partiti secondo i propri interessi politici: svuotano e riempiono quello che vogliono, come vogliono.
Il procedimento è standard e ormai molto ben collaudato. Una parte delle rivendicazioni dei cittadini vengono sussunte dalla politica, che le fa proprie, le sbandiera e vi attira l’attenzione del grande pubblico. Si presentano quindi due alternative: queste richieste possono venire accolte, allora partiti si propongono come i salvatori, i grandi mediatori “di lotta e di governo” lasciando cadere l’oblio su tutto il resto; in caso contrario quando possibile fanno sì che l’oblio investa l’intera faccenda, altrimenti attuano un’operazione più sottile e generano un tabù: la rivendicazione è illegittima ed innominabile, pena essere tacciati di qualsiasi nefandezza (”estremismo”, “violenza”, “anti-politica”... che poi che insulto è?). A Rifondazione questo ruolo calza particolarmente bene, hanno un talento speciale per questo tipo di pratiche... violente.
E non è vero che esistono solo loro: altrove ci sono persone, gruppi di persone del tutto comuni, che si movimentano, si mettono in gioco e fanno davvero una ricerca; magari meno intellettuale, con più pratica e meno parole, sicuramente non spirituale o trascendente. Non scrivono libri, non teorizzano, non dirigono, non hanno leader da invitare ad un incontro con i lettori. Si autorganizzano e sperimentano, ma meriterebbero un po’ di attenzione: con i partiti non c’è speranza. L’affermazione che il mezzo non è neutrale al fine e vera tanto per le rivoluzioni violente, che non possono portare alla liberazione di nessuna società, sia per le istituzione del potere borghese. Il “riformismo rivoluzionario” è e resta un ossimoro perché prevede che dati questi strumenti, queste regole di selezione per determinare chi deve gestire il potere, il governo ed il parlamento possano costituire un elemento di avanzamento, un’avanguardia, rispetto alla società e che possa trasformarla attraverso lo strumento legislativo, ovvero costruendo regole. La storia insegna che questo non può avvenire, la democrazia borghese esiste da un paio di secoli ormai. Possiamo invece pensare una rivoluzione che sia movimento di massa non violento? Un processo di trasformazione lento che investa direttamente i rapporti umani scardinando quelli di forza e che sedimenti lentamente? Bertinotti - voglio concedergli una parentesi di credito - probabilmente direbbe di sì, ma direbbe anche che intanto si possono fare buone leggi. Questo sosteneva qualche settimana fa da Fazio, intervistato sul suo nuovo libro, portando ad esempio lo Statuto dei Lavoratori che ha introdotto diritti prima impensabili. E’ falso: quei diritti sono stati prima pensati e chiesti con energia dai lavoratori stessi, che hanno lottato e costretto la politica ad accogliere alcune loro richieste. Stessa cosa è avvenuta per le rappresentanze nelle scuole e nelle università che oggi hanno però perso gran parte del loro significato, benché la legge non sia stata toccata: nelle università si ha difficoltà a raggiungere il 30% di votanti e gli eletti fanno capo frequentemente ad organizzazioni esterne all’interno delle quali cercano di fare carriera e praticano l’assenteismo militante. Il diritto formale, ma nella sostanza inutile, ha smesso di suscitare interesse. Sopravvivono invece i collettivi, aggregazioni spontanee di studenti che in modi anche diversissimi tentano di vivere differentemente i luoghi della propria formazione.
Ciò che è importante riconoscere, a mio avviso, è che nella costruzione di questo processo non si possono assumere posizioni neutrali e quella assunta dai partiti di “lotta e di governo” è ostruzionista. Per quello che hanno dimostrato finora, per la strada intrapresa, per gli strumenti scelti, una sinistra “né normale, né estremista” significa una sinistra radical-chic, una femme fatal vuota e pericolosa, piena di parole suadenti che dicono il falso perché sono scollate dalla realtà. Bertinotti ha detto che gli studenti della Sapienza erano violenti anche due anni fa, in occasione della contestazione a Fini che, invitato da Azione Studentesca, l’organizzazione degli studenti del suo partito, doveva venire a fare un comizio all’università. Un uomo politico usa il suo potere per condizionare le elezioni dei rappresentanti degli universitari e gli studenti sono violenti perché gli impediscono di parlare fischiando e facendo rumore: questa è la non violenza cieca e perbenista del Presidente della Camera.
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La chiuderei qui, ma dato che le ho sparate un po’ grosse riporto brevemente qualche esempio per chiarire da dove nascono le mie attuali convinzioni. Attuali, appunto, perché ai tempi dell’incontro di Villa Piccolomini la mia visione delle cose era molto diversa (l’episodio di Fini avvenne appena due mesi dopo e allora ero dispostissima a minimizzare).
Qualche tempo fa Franco Giordano è andato ad incontrare i lavoratori dell’Atesia per festeggiare i risultati ottenuti dal suo partito facendo pressione sul governo: ai lavoratori del call-center che avevano un contratto a progetto era stato offerto un contatto a tempo indeterminato. Lavorare 6 ore al giorno, distribuite su tutto l’arco della giornata, per 500 euro al mese o in alternativa il licenziamento in tronco. Questa seconda opzione è stata lasciata per altro come unica possibilità per alcuni membri del collettivo che aveva portato avanti la lotta. I violenti lavoratori dell’Atesia hanno accolto il segretario del Partito della Rifondazione Comunista peggio degli studenti contestatori della Sapienza. Dell’Atesia non si è più sentito parlare (ma se ne parlava poco anche prima perché il presidente dell’azienda, tale Tripi, è uno dei maggiori finanziatori della Margherita).
Nei giorni precedenti la manifestazione del 17 febbraio, al Presidio Permanente di Vicenza era giunta voce che i partiti (Verdi, Rifondazione e Comunisti Italiani) intendevano costituire la testa del corteo, scavalcando gli organizzatori. I vicentini hanno quindi chiesto a centri sociali, organizzazioni studentesche ed associazioni varie di anticipare l’appuntamento previsto in modo da far trovare ai baldi manifestanti partitici le cose fatte, temendo che questi riuscissero ad autoproclamarsi rappresentanti del movimento ed andassero in giro a parlare a nome loro. Pochi giorni dopo il governo andava sotto al senato sulla politica estera e Giordano, invitato a Ballarò, bacchettava i dissidenti a nome del popolo di Vicenza che chiedeva - a suo dire - che loro restassero al governo. Qualche ora prima il Presidio aveva diffuso un comunicato in cui dichiarava che le sorti del governo a loro non interessavano minimamente, che potevano anche cadere per quanto li riguardava visto che l’accordo definitivo con gli americani l’aveva fatto Prodi e la delibera di consenso del consiglio comunale l’aveva sollecitata il ministro Parisi. Ma a Ballarò c’era solo Giordano e la verità per tutti ha potuto essere solo la sua. E anche su questo è calato il silenzio. In questo modo si vorrebbe che ciascuno di coloro che si sentono traditi pensi di essere l’unico, più sfortunato, che questo governo fa cose buone per tutti ma che a lui, proprio a lui, cerca di fregarlo. Infondo però la gente non è così fessa e quest’inganno l’ha sgamato da tempo. Per questo nascono reti di solidarietà tra i movimenti di cittadini costituitisi in tutta Italia: parlano di democrazia, di autorganizzazione, di pace, di lotta alla militarizzazione del territorio, praticano stili di vita poco normali, per cui il vicino di casa diventa per un po’ il compagno di tenda. Sanno che i problemi sono comuni e condividono informazioni ed esperienze.
L’Afganistan è una questione più complessa: non vediamo immagini che non siano di repertorio da molto tempo, i burqa sono scomparsi dai nostri schermi insieme ai bambini mutilati e alle verdi valli del Panshir, i soldati italiani lì sono invisibili, del nostro “impegno” nella ricostruzione non si sa niente. L’Afganistan non esiste. Opporsi a qualcosa che non esiste è un’astruseria da estremisti, evidentemente: che cosa sarà mai una guerra in un luogo che non c’è? La lotta contro la guerra in Afganistan, per il ritiro delle truppe ma anche per la fine della depredazione da parte di privati protetti dai militari di una terra bellissima e devastata, è diventata qualcosa per soli addetti ai lavori. Non c’è mobilitazione dell’opinione pubblica e questa situazione risulta comoda a molti, ed ancora più comodo risulta poter identificare come estremista, violento, anti-politico chiunque attiri l’attenzione su questo argomento, screditandolo ed impedendogli di operare qualsiasi tipo di sensibilizzazione o informazione. Paolo Cacciari, coautore con Bertinotti del libro “Agire la non violenza”, ha però lasciato il partito a giugno dell’anno scorso, non appena capito che la segreteria gli chiedeva di votare il rifinanziamento alla missione militare: gandiano convinto ed onesto, dichiarò di non potercela fare.
Forse può bastare.
Sofia P: