Repubblica 29.11.06
E il partito gelò tutti i dissenzienti
Testimonianze/ Il 1956 e il Pci
di Alberto Asor Rosa
Ci fu una riunione alla sezione Italia e Pietro Ingrao non concesse nulla alle nostre ragioni
Agli orrori di Budapest e al tentativo di noi studenti di discuterne Botteghe Oscure reagì con durezza
Un piccolo gruppo con Tronti, Coldagelli ed altri si muoveva con una certa autonomia
In quell'anno eravamo già stati colpiti dal rapporto Krusciov sui crimini dello stalinismo
Ingrao era allora il nostro idolo e certamente era convinto di quello che diceva e scriveva
Innanzi tutto due brevi premesse. Non ho mai avuto simpatia né per il termine né per la pratica dell´autocritica. Quale che sia la storia precedente di questa parola (esigua e poco significativa in ogni caso, io credo), non c´è dubbio che essa abbia conosciuto un´insolita fortuna soprattutto in ambito comunista e in particolare staliniano. Un dirigente, un militante, uscito magari senza avvedersene dalla linea, riconosceva la propria colpa e veniva reintegrato (passando attraverso processi spesso umilianti e più o meno di lontana derivazione cristiana e/o cattolica: confessione, penitenza, assoluzione, ecc.). Dio mio (è proprio il caso di dirlo). In ogni caso (e questa è la seconda premessa), il termine massimo per esprimere una parvenza di autocritica seria non supera i quattro-cinque anni di distanza dall´accadimento a torto o ragione messo in questione: poi si entra nel campo della riflessione storica, dove le responsabilità e gli errori individuali si stemperano e dissolvono nel quadro complessivo. Da un po´ di tempo a questa parte, per giunta, io preferisco alla riflessione storica il racconto. Come sono andate le cose?
Come sono andate le cose per me, ed eventualmente per te, o per lui? Al lettore, all´osservatore, il compito di rimettere poi a posto i frammenti e dare un senso alle cose (ammesso che ce l´abbiano; visto che la riflessione storica, quanto più è seria e distaccata, porta sempre di più a concludere che non ne abbiano alcuno).
Nel 1956 avevo ventitré anni ed ero iscritto da un anno e mezzo alla Sezione Universitaria del Pci dell´università di Roma (allora unica e sola, e non ancora «Sapienza», come sarebbe diventata più tardi, oltraggiosamente offendendo ogni buonsenso). Quella sezione era uno splendido unicum nella rigida organizzazione comunista del tempo, perché riuniva al tempo stesso studenti, docenti e personale tecnico e cioè fungeva insieme senza paratie stagne da Sezione di Partito e da Sezione Fgci. Era diretta da un Segretario eccezionale come Mario Tronti e all´inizio di quell´anno fatidico, per come me la ricordo, viaggiava a gonfie vele.
Per rendere più comprensibile il racconto successivo, dovrei spiegare come e perché un ragazzo della piccola borghesia romana, con un padre antifascista e socialista da lunga pezza, si facesse in quegli anni comunista. Sarebbe troppo lungo e probabilmente irrilevante. Mi limiterò a dire che, per un giovane di quell´età e di quell´estrazione, l´idea comunista incarnava un progetto di trasformazione sociale mondiale, fondato sull´emancipazione e l´affermazione di una nuova classe dirigente, espressa e formata dagli strati espropriati ed oppressi, gli operai e, più genericamente, il popolo. Insomma, «giustizia e libertà», magari in modo nuovo e più allargato? Mah, non lo so, le formule mi sembrano inadeguate a contenere quell´empito passionale e ideale. Quel che so, - e lo so con certezza, - è che ad incarnare, come dicevo, quell´empito, non c´erano in Italia per me che i comunisti: tutto il resto appariva, e in gran parte era, vecchio, freddo, stento, rinunciatario e compromesso (vi risparmio le analisi politiche circostanziate).
Farei a questo punto un piccolo passo indietro. Non è mai entrato a far parte delle ricostruzioni storiche e autocritiche di queste ultime settimane un avvenimento che invece ebbe una grande importanza per la storia di un piccolo gruppo (Tronti, Coldagelli, De Caro, Asor Rosa e pochi altri), che già allora si muoveva con una certa autonomia in quel piccolo gruppo che era a sua volta la Sezione universitaria romana, aspirando forse confusamente fin da quel momento ad una sua propria storia (sono, ne convengo, piccole storie: ma di cosa è fatta la Grande Storia se non di piccole storie?). Nel marzo del 1955, nel corso delle elezioni per le Commissioni interne alla Fiat di Torino, la Cgil era crollata (scendendo più o meno, se non ricordo male, al 30% dei voti). Ahi. Com´era stata possibile una cosa del genere? Non c´era un rapporto indefettibile e indistruttibile fra classe e partito, fra la classe e il suo sindacato? Bastava il selvaggio attacco padronale-governativo (come scriveva l´Unità) a giustificare la rescissione di tale rapporto? Oppure le due cose, - la classe e il partito, - andavano guardate con ottiche diverse, che solo un´operazione intellettuale soggettiva avrebbe potuto in seguito rimettere insieme?
Basta, diciamo che questa fu per alcuni (ignoranti, giovani e soli) la vera premessa di alcuni ragionamenti successivi.
Nel corso del 1956 si abbatterono sulle nostre povere teste ben tre grandiosi avvenimenti epocali. Per comodità accennerò ai primi due insieme: in febbraio il XX Congresso del Pcus e poi, come se non bastasse, in giugno la divulgazione del Rapporto Krusciov sui crimini di Stalin.
Mica male per tornare a riflettere, in maniera ancor più globale, sui rapporti fra il partito e la sua (privilegiata?) base sociale e sulle incompiutezze e degenerazioni della grande «Patria del socialismo», l´Unione Sovietica. Noi giovani comunisti, se mi si presta fede, stalinisti nel senso proprio del termine non eravamo stati mai (piuttosto, gramsciani e/o critico-marxisti).
Però venire a sapere che il socialismo, nel punto più alto della sua storica realizzazione, aveva prodotto tanti e così vistosi aspetti negativi, rappresentò un grave motivo di sconcerto. Rappresentò un grave motivo di sconcerto anche constatare (tanto visibilmente, che potevamo accorgercene anche noi) che la dirigenza comunista italiana, - in una parola Palmiro Togliatti, - digeriva assai malvolentieri le denunce kruscioviane: si capiva benissimo, insomma, che ne avrebbe fatto volentieri a meno.
Comunque, la prima metà dell´anno si esaurì in un´orgia di rivendicazioni democratiche: più democrazia nel partito, più democrazia nel socialismo, più democrazia nella società (nel frattempo, però, Fabrizio Onofri vedeva pubblicato su Rinascita un suo intervento non pronunciato al Comitato Centrale del partito, con il titolo infamante: "Un inammissibile attacco alla politica del Partito comunista italiano", dove compare un termine, «inammissibile», che rende bene il clima del dibattito interno di quel tempo).
Ma quel che accadde subito dopo fu molto più traumatico e catastrofico. La rivolta degli operai polacchi a Poznan nel giugno e ancora più quella budapestina e ungherese dell´ottobre aprirono una voragine nelle nostre coscienze. I capisaldi del nostro più profondo sentire, - e cioè l´idea che il socialismo fosse il sistema in cui la classe operaia portava a compimento la sua secolare lotta di emancipazione e la convinzione che il Partito comunista ne fosse al tempo stesso l´espressione e l´organizzatore, - venivano messi di fronte a numerose clamorose smentite: poiché, sulla base della inconfutabile documentazione giornalistica che ne veniva fornita, non sembrava dubbio che la rivolta in molti casi fosse partita soprattutto dalle fabbriche oppure le avesse investite fin dalle prime battute. Le foto, atroci, dei poliziotti del regime appesi a testa in giù per le vie di Budapest, circondati da folle ridenti, non facevano che aumentare l´orrore di quella scoperta.
A queste lancinanti interrogazioni il Partito rispose nella maniera più dura. A una delegazione della Sezione universitaria comunista, andata a chiedergli la pubblicazione di un proprio intervento sul giornale del Partito, non mi ricordo se poco prima o subito dopo la comparsa del famoso editoriale "Da una parte della barricata a difesa del socialismo", il Direttore Pietro Ingrao rispose senza la minima esitazione che della cosa non si poteva neppure parlare, perché, oltre a essere sbagliato avrebbe solo suscitato confusione e incertezza nella grande massa degli iscritti. Dopo pochi giorni seguì un´assemblea, affollatissima, della Sezione Universitaria.
Secondo una consuetudine ben radicata nel Partito, per cui il dirigente più di sinistra veniva spedito a confutare la platea più di sinistra e il dirigente più aperto e dinamico a confutare la platea più aperta e indisciplinata, a noi toccò di nuovo Pietro Ingrao, il nostro idolo del tempo. La riunione si svolse nella sede della leggendaria Sezione Italia (esiste tuttora), a due passi da piazza Bologna, cui facevano capo fra gli altri anche i tranvieri e gli operai dell´Atac, che lavoravano ai depositi che stanno all´inizio della via Tiburtina. Alla sala della riunione si accedeva per uno stretto corridoio: una fila di tranvieri, appoggiata al muro, ci costringeva a passare di sguincio, un po´ faticosamente, e ci guardava fisso negli occhi, da potenziali controrivoluzionari quali ormai eravamo. Ingrao non concesse nulla, né alla nostra ragione né ai nostri sentimenti. Appunto: o di qua o di là; o con il socialismo o con la reazione; o con l´Unione Sovietica grande «Patria del socialismo» o con gli operai ungheresi in rivolta, chiaramente suggestionati e deviati, poveretti, dalla reazione internazionale. Il ricordo cinquantennale può aver sbiadito le sfumature: ma a me sembrò allora che di quelle parole fosse pienamente convinto (o almeno apparisse perfettamente tale ai nostri occhi stupiti e delusi).
Nei giorni successivi la discussione, fino a quel momento giocata piuttosto sulle grandi questioni teoriche e ideali, prese un andamento vistosamente più drammatico. Le truppe sovietiche erano arrivate a Budapest, rovesciarono il legittimo governo Nagy, soffocarono nel sangue la rivolta popolare e operaia, presero prigioniere decine di intellettuali, fra i quali una figura del calibro di György Lukacs: ci misero di fronte ad angosciose alternative.
Questa piccola storia potrebbe avere da questo momento in poi uno svolgimento più largo e pubblico (il Manifesto dei Centouno intellettuali comunisti, che anche noi firmammo, la preparazione e lo svolgimento nel dicembre dell´VIII Congresso del Pci, con tutto quello che v´accadde, ecc.). Ma io vorrei restare nei limiti di una dichiarazione personale, quasi privata. Com´era possibile, mi chiedevo allora, che per tenere in piedi il sistema socialista fosse necessario sparare sugli operai in rivolta, i quali, oltre tutto, si limitavano a chiederne uno diverso e migliore? Non era possibile. Così mi coniai, mentalmente, una parola («intollerabile»), che contrapponevo a quella tipicamente usata dal partito per esorcizzare il dissenso («inammissibile»). Quel che era accaduto era «intollerabile»: e io, giovane e inesperto qual ero, non mi sentivo, per nessuna ragione al mondo, di accettare, introiettare e metabolizzare quella «intollerabilità». Per il 1957 ormai era fatta, siccome tra la fine dell´estate e l´inizio dell´autunno, si era già svolta come si soleva dire, la campagna di tesseramento per l´anno successivo e a me seccava di fare un gesto ridicolmente presuntuoso come la «restituzione della tessera». Ma nel 1958 interruppi la mia adesione al Pci, in cui sarei rientrato solo quindici anni dopo, quando mi sembrava iniziata un´altra storia (ma forse mi sbagliavo ancora).
In base alle mie stesse premesse, sarebbe scorretto, proiettare questa modesta (e giovanilissima) esperienza individuale su quella grande storia collettiva che, lo so bene, ubbidisce ad altre logiche e altre leggi. Pure, un paio di altre cose, e ora in questa nuova direzione, vorrei aggiungerle.
Allora, accanto alla sofferenza grande che provavo (grande, vi prego di crederlo), c´era una sorta di altrettanto e ancor più grande senso d´incredulità: come poteva essere che una massa così grande di dirigenti maturi ed esperti e, occorre aggiungerlo, una massa così grande di popolo, chiudessero gli occhi su di una tanto palese e clamorosa intollerabilità, su di una discrepanza tanto traumatica fra principi e azione, fra teoria e pratica? A dir la verità continuo a chiedermelo ancora oggi, e posso spiegarmelo solo con la tragicità della storia, in cui non c´è mai, mai, adeguazione tra ragione e fatti (e la politica prende parte a questo destino). In fondo, sarebbe stato sufficiente prendere atto che «la spinta propulsiva della Rivoluzione d´Ottobre» era venuta meno sulle sponde del Danubio nell´ottobre 1956 invece che sui colli di Praga ben dodici-tredici anni dopo: e la storia, tutta la storia, sarebbe stata diversa, in Italia e altrove. E´ per me motivo d´orgoglio registrare che quel mio io così giovane avesse scoperto e testardamente difeso il principio che il rifiuto dell´intollerabilità è (può essere) una forza della storia altrettanto e forse più grande della pratica (di sicuro più diffusa, e oggi almeno quanto allora, sebbene nella forma più celata della «dissimulazione onesta») della «inammissibilità».
Scoprii anche, allora, che è proprio, anzi consustanziale, della politica che il politico si sforzi sempre di cadere in piedi. Se salvare se stessi significa per il politico salvare la politica, tanto meglio. Ma non è condizione irrinunciabile. Nel 1956 i politici comunisti fecero quadrato per salvare innanzi tutto se stessi: il partito, nei casi migliori (c´è sempre un partito da salvare, in casi del genere); negli altri, il loro radicamento, la loro immagine e le loro fortune (politiche, beninteso, non private). Tutti. Quei pochi che non ci stettero, se ne andarono (oppure furono messi in condizione di andarsene). E la lunga transizione, di cui allora nessuno ebbe il coraggio, la voglia, la persuasione di scorgere l´inizio, durò, udite, udite!, un trentennio: una misura così lunga che poteva andar bene (forse...) per l´Impero Romano, non ad una frazione in movimento dell´Europa occidentale.
Di questa seconda lezione, io poi ho poco approfittato, lasciandomi sedurre di tanto in tanto dalla prospettiva che questo o quel politico imboccasse una strada nuova, dove quel che contava era la politica, ossia l´obiettivo e i modi per raggiungerlo: e accorgendomi ogni volta che ognuno di loro non aveva fatto, non stava facendo e non avrebbe fatto in primo luogo che il proprio personale interesse, contando se mai sul fatto che ad un certo punto esso si fosse incontrato, s´incontrasse o si sarebbe incontrato con quello collettivo. Ma questa, ne sono perfettamente consapevole, è la morale che dal 1956 trasse un ingenuo e irrimediabile minoritarismo. Per tirare avanti sereni, vi prego di non tenerne alcun conto.
lastampa.it 24.11.2006
Per i neonati l’ospedale diventa un calvario di dolori
C’è stato un tempo in cui i medici negavano che il neonato potesse provare dolore: l’immaturità del sistema nervoso l’avrebbe tenuto al riparo del provare questa sensazione. Non erano gli sciagurati cerusici tartassati dall’ironia vendicatoria di Molière; perché ancora negli Anni 70 si registrava la normalità di interventi chirurgici sui più piccoli praticati senza anestesia: «Tanto non soffrono...». Non è più, per fortuna, la realtà di oggi, visto che è scientificamente ormai monumentalizzato che il dolore è possibile compagno dell’uomo a partire dalla 24ª settimana di vita intrauterina.
Anzi più il bambino è piccolo più le sue reazioni al dolore aumentano e la ripetizione degli atti dolorosi ne accrescono l’intesità. Attenzione è una sensazione diversa, avvertono i medici: le cadute e gli urti, certo, lo fanno strillare, ma sono esperienze necessarie per apprendere, misurare i limiti del suo corpo e dell’ambiente, a dare una dimensione alle proprie possibilità. Invece il dolore della malattia e di una cura sono strappi che ne scombinano il fragile mondo. Siamo insomma nel territorio terribile del dolore assoluto, perché senza ragione. Il neonato ha paura e, più ha paura, più sente il male. Perché lui non può prevedere con l’esperienza cosa può derivare da un semplice medicamento come l’applicazione di un cerotto. Le sue reazioni variano a seconda dell’età, dello stato emotivo e delle esperienze precedenti, anche se il bambino non sa dire dove quando come e soprattutto quanto ha male. «Eppure ancora oggi molti medici hanno difficoltà ad ammettere questa realtà - spiega Daniel Annequin, presidente del comitato scientifico del “Centre national de ressources de lutte contre la douleur” - che impone di rimettere in discussione le pratiche mediche che sono poco compatibili con una rappresentazione idealistica del malato».
Proprio il «Centre» si è calato per la prima volta nel grande spazio silenzioso del dolore infantile: con cinque mesi di indagine, in 13 centri per nati prematuri e cinque servizi di urgenza pediatrica. Accumulando un campione di 909 bambini, assistiti da 652 medici e infermieri. Sotto la direzione del dottor Ricardo Carbajal dell’ospedale pediatrico «Armand-Trousseau» di Parigi i ricercatori hanno scoperto che, nonostante i progressi, ancora il 40% dei piccoli pazienti ha subito atti medici che provocano dolore senza aver ricevuto misure preventive. La statistica con i suoi numeri grigi come sempre attenua il senso del reale. Che appare più chiaro, ad esempio, che 431 prematuri sono stati «vittime» di 30 mila 161 atti che hanno loro causato dolore. Tra i più frequeneti le aspirazioni nella trachea, i prelievi di sangue, le asportazioni cutanee con diversi cerotti, i prelievi vascolari periferici e l’introduzione di sonde gastriche. In media ogni bambino è passato attraverso l’odissea di 70 gesti con dolore, seppure per una parte attenuati da analgesici e sedativi.
Proporzione che Carbajal giudica ancora insufficiente. Perché il dolore prevedibile, che deriva da una cura o da un esame clinico, ma anche dai gesti quotidiani come spostare o pulire il bambino, deve essere sistematicamente preso in considerazione per evitarlo. Come? Una crema anestetica o l’inalazione del Meopa sono utilizzabili. Ma, secondo il ministero della Sanità francese, dai tre mesi si può ricorrere alla morfina (0.2 miligrammi per chilo ogni quattro ore per via orale). Non costituisce un pericolo, perché i meccanismi di eliminazione sono attivi nel neonato e consentono di alleviare i dolori più intensi: quelli da interventi chirurgici, bruciature e fratture.
C’è un’altra realtà che il rapporto cita con forza. Solo nel 5% dei casi i genitori erano a fianco del medico, mentre il piccolo provava dolore. E invece questa semplice presenza può rassicurarlo, distrarlo, incoraggiarlo, consolarlo. Eterno, immemorabile rimedio allo scandalo del dolore.
Il Pensiero Scientifico Editore 28.11.06
"Distacco terapeutico"
"Di recente ho quasi pianto di fronte ad una paziente in punto di morte ed alla sua famiglia; ho sentito una grossa commozione ma, dopo aver spiegato al marito e al figlio della signora come sarebbero stati gli ultimi momenti della loro amata, ho stretto loro la mano e sono uscito. Sono andato nel vano scale dove un tempo stazionavano i fumatori e lì mi sono concesso un attimo di commozione", lo ha raccontato Kent Sepkowitz del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center sulle pagine del New York Times.
"I moderni ospedali sono diventati il luogo in cui personale qualificato si assume la responsabilità di comunicare al paziente le notizie sulla sua condizione nella loro crudezza e, sempre più spesso, accompagnarlo negli ultimi istanti della sua vita. Lo si fa con gesti precisi, routinari che a volte possono sembrare meccanici e come tali freddi. Per questo da più parti ci si lamenta che gli ospedali sono dei luoghi in cui le emozioni non traspaiono e, per estensione, che i medici siano glaciali. Non è proprio così, ma è bene che sia così", sostiene Kent Sepkowitz.
Secondo Sepkowitz l’accusa che oggi spesso viene rivolta ai medici, ossia che manchino di empatia, di comprensione, di conforto, è infondata. Non tanto perché realmente i medici e le strutture sanitarie non abbiano finito per avere un atteggiamento distaccato nei confronti del paziente, quanto per il fatto che oggi gli stessi medici e le stesse strutture si prendono cura del malato in altro modo: senza drammi ma con l’efficienza. L’efficienza richiede mente lucida e presenza di spirito, per questo "terrò i miei occhi asciutti in pubblico, almeno per ora", dichiara Sepkowitz.
Una posizione chiara e una voce fuori dal coro proprio in un momento in cui, soprattutto negli Stati Uniti, si parla di Medical Humanities e dell’importanza della riscoperta della figura “umana” del medico. Ci si interroga se il medico abbia, negli ultimi decenni, dato più importanza alla sua formazione come scienziato finendo per ritrovarsi impreparato al confronto diretto con un altro uomo, il paziente.
Adnkronos 29.11.06
Sanità, cresce il disagio mentale anche tra i minori
E' quanto emerso oggi al Convegno "Quando il paziente è al centro della sua cura?", che si e' svolto presso l'auditorium della Banca Toscana, a Firenze
Firenze, 27 nov. - (Adnkronos) - Nel 2005 sono risultati in carico ai servizi di salute mentale 90.241 cittadini toscani, di cui 72.106 adulti e 18.135 minori. In termini ancora piu' generali si stima (anno 2004) che oltre l'11% dei cittadini toscani abbiano fatto uso di una ricetta che prescrive antidepressivi o psicofarmaci maggiori. E' quanto emerso oggi al Convegno ''Quando il paziente e' al centro della sua cura?'', che si e' svolto presso l'auditorium della Banca Toscana, a Firenze.
Il convegno, a cui ha partecipato anche l'assessore regionale per il diritto alla salute Enrico Rossi, ha dato inizio alle manifestazioni che le varie province organizzeranno in occasione della Giornata nazionale per la salute mentale del 5 dicembre prossimo. I ricoveri ospedalieri (dati delle dimissioni ospedaliere) sono passati dai 20.219 del 2000 ai 17.379 del 2005. Il 75% dei ricoveri riguarda pazienti residenti in Toscana, il 23% pazienti che vengono da fuori regione e il 2% pazienti stranieri. Per quanto riguarda i ricoveri dei minori, in Toscana si e' passati dai 1970 del 2000 ai 1943 nel 2005, un dato che apparentemente e' stabile ma da valutare in considerazione della diminuzione complessiva dei ricoveri.
Il ricorso al Trattamento sanitario obbligatorio e' in diminuzione: da 510 Tso nel 2000 a 352 Tso nel 2005. ''La nostra direttrice di lavoro - ha detto l'assessore Rossi - e' quella di valorizzare le esperienze che in questi anni hanno caratterizzato l'esperienza toscana e mettere a fuoco nuove strategie, colmando lacune e uniformando i livelli assistenziali, e facendo quadrare carenza di risorse e obiettivi di fondo''. Di recente la Regione Toscana ha approvato la creazione di una rete dei servizi specializzati nella cura dei disturbi del comportamento alimentare, anoressia e bulimia, che sono in forte crescita, soprattutto tra i giovani.
Il Giornale 29.11.06
Tony Negri fa ciao ciao al socialismo
«In questo momento storico è ancora possibile usare per le nuove generazioni la parola “socialismo”?». La risposta è negativa persino da parte di Tony Negri, che forse non riuscirà mai a levarsi di dosso lo scomodo appellativo di «cattivo maestro», ma certamente, in riferimento a questa affermazione, può contare su ampi consensi.
L'ultima sua fatica editoriale echeggia nel titolo quel Good Bye Lenin! del regista tedesco Wolfgang Becker che tanto ci ha divertiti (e non solo) con il suo amaro e grottesco amarcord del socialismo reale della Germania dell'Est.
Dopo il successo internazionale di Empire, con Goodbye Mr Socialism (Feltrinelli, pagg. 200, euro 9.50) Negri prende definitivamente congedo dall'idea socialista, persuaso che la sua prospettiva, quella di prendere il potere (con le buone o con le cattive) e di mettere le mani sul capitale (con la rivoluzione o con la redistribuzione), sia del tutto inadeguata al mondo attuale, decentralizzato e polverizzato in una molteplicità di rapporti, reticolari e multiformi, in cui emerge una grandissima facilità di comunicazione storicamente inedita e carica di eccellenti potenzialità,
molte delle quali non ancora esplorate.
«Il socialismo ci ha dato tutto quello che poteva darci, un altro modello per gestire il capitale, un'altra figura per essere padroni. Adesso è possibile cominciare a pensare che essere produttivi possa coincidere con l'essere liberi»; fin qui non si può che convenire, anche perché affermazioni di questo tenore, nella loro genericità, possono essere lette in modi molto diversi; viceversa, il terreno su cui è più difficile seguire le sue analisi, sempre brillanti, è quello in cui viene rappresentata una prossimità politica fra la «moltitudine», che nel suo linguaggio rappresenta la massa dei subalterni dopo l'eclisse della classe marxianamente intesa (eclisse dovuta alla fine del sistema di fabbrica tradizionale, il cosiddetto taylorismo) ed i movimenti, a suo avviso i possibili attori di quella rivoluzione a cui non ha mai smesso di votarsi. In altri termini, Negri sostiene che i movimenti antagonisti siano l'espressione politica della moltitudine dei ceti popolari che, ai quattro angoli del pianeta, per lo più subiscono gli effetti perversi della globalizzazione; si tratta, con ogni evidenza, di un'operazione autoreferenziale che è tipica della cultura di sinistra: nella sfera politica, i ceti subalterni sarebbero necessariamente rappresentati da coloro che dicono di averli come proprio riferimento privilegiato, cioè dalla sinistra appunto, salvo poi scoprire che, il più delle volte, questi non solo votano altri partiti ma hanno cultura e mentalità di tutt'altro orientamento.
Vecchia storia sulla quale non è il caso di indugiare.
La parte più interessante del libro è comunque quella in cui Negri parla della politica italiana: «L'Italia è da oltre un secolo un'anomalia a livello mondiale» . È un modello politico valido su scala mondiale?, lo incalza l'interlocutore del libro, Raf «Valvola» Scelsi. Non senza onestà intellettuale, Negri riconosce la carica di modernizzazione portata da Berlusconi, e il fatto non casuale che la sua leadership sia stata mal percepita da Confindustria e dai «poteri forti»; segnata l'ovvia ed incolmabile distanza politica che lo separa della destra neoliberale, in ogni caso, le affermazioni più pensate le riserva alla sua parte politica, la sinistra, sottolineando impietosamente i limiti dell'attuale classe dirigente, sprovvista di un minimo di carica ideale e, cosa ancor più grave, di un qualsiasi programma politico a fronte delle radicali trasformazioni che la globalizzazione sta apportando nel mondo contemporaneo. «La sinistra attuale fa paura», arriva a dire, anche se indubbiamente fanno più paura i black bloc e gli altri gruppuscoli apertamente violenti attivi all'interno dei «movimenti», di cui non si stanca di tessere l'elogio.
I limiti di quanto ci viene esposto in questo libro sono gli stessi che da sempre accompagnano la sinistra radicale: come si diceva un tempo, la pars destruens è certamente brillante e non priva di acutezza; la pars construens inesistente e, per quanto emerge, inquietante nel suo costante sforzo di legittimare forme di inciviltà della lotta politica, che là dove si svolge in contesti democratici non ha alcuna giustificazione se sceglie di fare opzione per la violenza.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
martedì 28 novembre 2006
Liberazione 26.11.06
Indulto, bene culturale.
E l’amnistia è il suo completamento
di Cosimo Rossi
Finalmente un’antimafia d’indirizzo sociale (prima e più che giudiziario). Finalmente una commissione che si propone di lottare contro il fenomeno della mafia nell’integrità della sua dimensione, che è disastrosamente sociale non meno - e sicuramente prima - che algidamente giudiziaria.
Non se ne avrà a male Francesco Forgione, neopresidente, ma il significato del proposito da lui stesso espresso all’atto del suo insediamento travalica anche il legittimo compiacimento per il fatto che un esponente di Rifondazione comunista sia stato eletto alla guida della commissione. Appunto perché la dimensione sociale che si propone di imprimere all’impegno dell’antimafia, l’assunzione del profilo interno del fenomeno e la conseguente molteplicità di azioni e di strumenti di contrasto, qualifica la nuova presidenza; nel senso dell’efficacia, oltre che culturale.
E’ comunque da scontare che vi siano legittime riserve. Perché non si deve negare che lo sprezzo della legalità si sia manifestato negli ultimi due decenni al di là di ogni pudore; assumendo tratti di arroganza autoritaria e intimidatoria - oltre che criminale - dentro e rispetto ai più disparati aspetti della vita civile, sociale, economica e politica del paese. Gli abusi dei poteri sia illegali che anche legali, hanno generato una condizione di insicurezza generalizzata della società e anche una sua percezione talora esasperata. Lo scollamento sociale è attraversato e aggravato da fenomeni violenti; e la paura ingenera istanze repressive, extra democratiche, anti comunitarie. Ma proprio a partire da questo è particolarmente significativo il profilo completo che Forgione a delineato per l’antimafia. E proprio per questo il primo, principale detrattore della nuova antimafia è un pericoloso giustizialismo inquisitorio; tanto lontano anche dai principi costituzionali quanto è esacerbato e distorto a un’idea della giustizia e delle legalità come giustizialismo e legalitarismo, quanto è supino alla soluzione giudiziaria di tutte le contraddizioni e i conflitti sociali nonché politici.
In questi giorni contro Forgione si sono levati tetri indici inquisitori: contro Forgione e contro l’antimafia come la intende e la presiede. Ma anche contro un’idea della giustizia che non è giustizialismo bensì uguaglianza, e contro un’idea della legalità che non è legalitarismo bensì differenza, riconoscimento poliformità sociale e anche culturale. Marco Travaglio, tra gli altri, è stato sicuramente solerte in requisitorie. Ma sicuramente ha incontrato anche consensi, purtroppo anche a sinistra.
La repressione, il giustizialismo finiscono per spuntarla su tutto. Eccola qua la peggior cultura di destra. Finisce che ce la troviamo appiccicata addosso senza neanche accorgercene, annidiata come una tarma tra le altre cavità che produce la destrutturazione sociale, nutrita dalla paura e cucinata da chi ci specula sopra profitti di vendetta (sociale, civile o politica che sia).
E’ stato questo il motivo per cui il centrosinistra si è trovato alla sbarra, intimidito e sulla difensiva, per un provvedimento sacrosanto com’è stato l’indulto, del quale invece andava rivendicata l’ispirazione di profonda giustizia civile e sociale (oltre che di clemenza, come chiesto da Giovanni Paolo II, la cui autorità affissa sulle specchiere di tutto lo stivale quantomeno non sarebbe da santificare a intermittenza). Perché, certo, girano le palle all’idea che ci sia chi se ne approfitta, tanto più se è potente. Senonché la maggioranza delle persone che sono uscite dal carcere attraverso l’indulto non solo non ci sono rientrate ma erano dentro per reati legati alla marginalità e al disagio sociale, erano sfigati che non avevano mai avuto l’onore delle cronache come i giornalisti e gli imputati di grido, né mai lo avranno. Del resto, è per questo che la magistratura, a cominciare dalla sua componente etichettata dalla destra come di sinistra, chiede che adesso il parlamento faccia il passo conseguente all’indulto procedendo con l’amnistia. Perché il problema dell’inflazione carceraria tamponato con l’indulto non si riproponga immediatamente a causa dell’ingorgo dei tribunali, il cui sovraccarico di procedimenti sarebbe invece deflazionato dall’amnistia. Che anche in questo caso non agirebbe sulla grande criminalità bensì prevalentemente sulla marginalità e il disagio sociale. Se per una volta la gran parte della magistratura conviene con la gran parte del parlamento, uno straccio di fiducia si potrebbe darla. L’indulto è stato un bene culturale, oltre che sociale. E l’amnistia è il suo completamento.
Certo, forse la maggioranza dei cittadini non la pensa così. E questo spaventa da morire la classe politica, la sua ossessione per i sondaggi. Ma c’è davvero chi pensa che il carcere sia la soluzione? Che la galera sia il giusto per tre spinelli o una manifestazione non autorizzata, per due scippi o due autoradio rubate, oppure per una pianta d’erba in terrazza o un vilipendio al tricolore? E allora è evidente che si tratta di una questione culturale; e di una cultura che serpeggia minacciosa anche nella sinistra. Sono davvero problemi che il carcere risolve oppure che nasconde? E per giunta dentro un profilo autoritario e inquisitorio della società? Ed è davvero da preferire un’antimafia con la pistola fumante a una prodiga di analisi e intervento sociale in favore del mezzogiorno e contro la finanziarizzazione dell’economia che si gemella con quella della criminalità?
Fondare un’agire politico sulla democrazia e la partecipazione significa sapersi misurare anche con questo: misurarsi come classe dirigente con la capacità di proporre soluzioni e praticarle attraverso l’azione politica e parlamentare, sempre sottoposte alla verifica del suffragio. Cercando di produrre un’alternativa concreta, di ristrutturare una convivenza sociale. Magari fondata sulla democrazia e sul diritto, anziché sul delitto e sulla pena.
Liberazione 26.11.06
Uccide il figlio e tenta il suicidio: i perché di una tragedia
Gravidanza e disperazione
se non ti danno una via di uscita
di Lidia Menapace
Una donna, madre di un piccolo di 9 mesi e incinta di 6 mesi, ha - a quanto sembra - soffocato il suo bambino e tentato il suicidio.
Su questa tragedia naturalmente abbiamo letto sui giornali e ascoltato dai telegiornali le solite esecrazioni. Questa volta qualcuno ha anche cercato di capire il comportamento della donna attribuendolo alla famigerata “depressione post partum”, mentre altri, gli “esperti”, dicono che no, è passato troppo tempo dalla nascita del primo figlio perché la poveretta soffrisse di tale specifica forma depressiva.
Che si sia trattato invece di “depressione pre-parto” da parte di una donna disperata all’idea di ritrovarsi, dopo tre mesi, con un bambino di un anno e uno di un giorno?
Come si fa a non disperarsi di fronte a una simile eventualità se non si dispone di una solidissima struttura di appoggio, dei soldi per mantenere i figli e di quelli necessari a non soccombere nel gravosissimo compito di allevarli? E come si fa a non chiedersi perché la donna non usasse sistemi contraccettivi? O perché non avesse pensato di abortire?
Nella specie umana il controllo delle nascite è antichissimo. In parte “naturale”, in parte cercato. Naturale, benché non sicura, è la momentanea sterilità durante l’allattamento: una volta le donne allattavano anche troppo a lungo per avere cibo gratuito e adatto ai neonati ma anche per non rimanere incinte subito. Il coito interrotto, benché insicuro e sgradevole è di antichissima pratica.
Nella specie umana le femmine non hanno più l’estro da millenni e quindi i rapporti sessuali non soggiacciono solo all’istinto della riproduzione, che nel maschio si ecciterebbe appunto in corrispondenza dell’estro femminile: questo significa che nella specie umana sessualità e riproduzione sono distinte e governabili. La sessualità negli umani è dunque da antichissimo tempo un volontario rapporto profondamente conoscitivo e piacevole.
Il piacere sessuale in qualsiasi forma è uno dei più straordinari passi evolutivi della specie: ne derivano anche l’arte, la gastronomia e tutte le attività estetiche. Tra i mezzi “naturali” di controllo delle nascite ci sono anche epidemie, carestie, terremoti e disastri di ogni genere. E forse anche le guerre, che però non sono metodi naturali bensì storici. Nei periodi in cui non si conoscevano altri metodi e anche dopo, o quando quelli noti non funzionano, anche l’aborto e l’infanticidio erano metodi di controllo delle nascite. Fino a poche generazioni fa, non si indagava affatto sui bambini trovati soffocati per un rigurgito di latte o schiacciati nel lettone dei genitori e non veniva espresso neanche troppo biasimo: erano tutti “incidenti”.
Ma se le pratiche citate possono essere definite residuali, oggi tutto ciò è intollerabile: da quando la medicina sottrae i prematuri alla morte precoce e la produzione di beni a poco prezzo dalla fame (in Occidente, beninteso), chi impedisce l’informazione contraccettiva e le pratiche di controllo delle nascite o l’aborto auto determinato e la ricerca sulla riproduzione deve sentirsi responsabile quando una madre incinta uccide il proprio figlio e tenta il suicidio.
La giovane donna disperata che non conosceva metodi efficaci di controllo delle nascite, non sapeva di poter ricorrere all’aborto o ne era stata dissuasa e non conosceva neanche l’opzione di poter dare il nascituro in adozione, che dunque aveva, oggi, cognizioni ambientali e culturali peggiori di quelle della sua bisnonna, è vittima di una cultura antistorica e oscurantista, che vuole controllare la ricerca e il libero accesso ad essa e al suo uso.
I movimenti antistorici che anche oggi mettono freni alla libertà di conoscere e di decidere sono appunto antistorici e non possono passare, ma non per questo sono meno pericolosi. Ad esempio, un pontificato come quello di papa Benedetto XVI, così duro verso la scienza, la ricerca, tutto divieti e ostacoli per paura della secolarizzazione, titolare di un progetto neotemporalista, è antistorico, ma non per questo è meno pericoloso: arretriamo comunque se forze potenti ci spingono culturalmente indietro. Per questo di fronte alla giovane madre disperata pensiamo subito alla depressione post partum invece che alla disperazione da ignoranza e abbandono.
Indulto, bene culturale.
E l’amnistia è il suo completamento
di Cosimo Rossi
Finalmente un’antimafia d’indirizzo sociale (prima e più che giudiziario). Finalmente una commissione che si propone di lottare contro il fenomeno della mafia nell’integrità della sua dimensione, che è disastrosamente sociale non meno - e sicuramente prima - che algidamente giudiziaria.
Non se ne avrà a male Francesco Forgione, neopresidente, ma il significato del proposito da lui stesso espresso all’atto del suo insediamento travalica anche il legittimo compiacimento per il fatto che un esponente di Rifondazione comunista sia stato eletto alla guida della commissione. Appunto perché la dimensione sociale che si propone di imprimere all’impegno dell’antimafia, l’assunzione del profilo interno del fenomeno e la conseguente molteplicità di azioni e di strumenti di contrasto, qualifica la nuova presidenza; nel senso dell’efficacia, oltre che culturale.
E’ comunque da scontare che vi siano legittime riserve. Perché non si deve negare che lo sprezzo della legalità si sia manifestato negli ultimi due decenni al di là di ogni pudore; assumendo tratti di arroganza autoritaria e intimidatoria - oltre che criminale - dentro e rispetto ai più disparati aspetti della vita civile, sociale, economica e politica del paese. Gli abusi dei poteri sia illegali che anche legali, hanno generato una condizione di insicurezza generalizzata della società e anche una sua percezione talora esasperata. Lo scollamento sociale è attraversato e aggravato da fenomeni violenti; e la paura ingenera istanze repressive, extra democratiche, anti comunitarie. Ma proprio a partire da questo è particolarmente significativo il profilo completo che Forgione a delineato per l’antimafia. E proprio per questo il primo, principale detrattore della nuova antimafia è un pericoloso giustizialismo inquisitorio; tanto lontano anche dai principi costituzionali quanto è esacerbato e distorto a un’idea della giustizia e delle legalità come giustizialismo e legalitarismo, quanto è supino alla soluzione giudiziaria di tutte le contraddizioni e i conflitti sociali nonché politici.
In questi giorni contro Forgione si sono levati tetri indici inquisitori: contro Forgione e contro l’antimafia come la intende e la presiede. Ma anche contro un’idea della giustizia che non è giustizialismo bensì uguaglianza, e contro un’idea della legalità che non è legalitarismo bensì differenza, riconoscimento poliformità sociale e anche culturale. Marco Travaglio, tra gli altri, è stato sicuramente solerte in requisitorie. Ma sicuramente ha incontrato anche consensi, purtroppo anche a sinistra.
La repressione, il giustizialismo finiscono per spuntarla su tutto. Eccola qua la peggior cultura di destra. Finisce che ce la troviamo appiccicata addosso senza neanche accorgercene, annidiata come una tarma tra le altre cavità che produce la destrutturazione sociale, nutrita dalla paura e cucinata da chi ci specula sopra profitti di vendetta (sociale, civile o politica che sia).
E’ stato questo il motivo per cui il centrosinistra si è trovato alla sbarra, intimidito e sulla difensiva, per un provvedimento sacrosanto com’è stato l’indulto, del quale invece andava rivendicata l’ispirazione di profonda giustizia civile e sociale (oltre che di clemenza, come chiesto da Giovanni Paolo II, la cui autorità affissa sulle specchiere di tutto lo stivale quantomeno non sarebbe da santificare a intermittenza). Perché, certo, girano le palle all’idea che ci sia chi se ne approfitta, tanto più se è potente. Senonché la maggioranza delle persone che sono uscite dal carcere attraverso l’indulto non solo non ci sono rientrate ma erano dentro per reati legati alla marginalità e al disagio sociale, erano sfigati che non avevano mai avuto l’onore delle cronache come i giornalisti e gli imputati di grido, né mai lo avranno. Del resto, è per questo che la magistratura, a cominciare dalla sua componente etichettata dalla destra come di sinistra, chiede che adesso il parlamento faccia il passo conseguente all’indulto procedendo con l’amnistia. Perché il problema dell’inflazione carceraria tamponato con l’indulto non si riproponga immediatamente a causa dell’ingorgo dei tribunali, il cui sovraccarico di procedimenti sarebbe invece deflazionato dall’amnistia. Che anche in questo caso non agirebbe sulla grande criminalità bensì prevalentemente sulla marginalità e il disagio sociale. Se per una volta la gran parte della magistratura conviene con la gran parte del parlamento, uno straccio di fiducia si potrebbe darla. L’indulto è stato un bene culturale, oltre che sociale. E l’amnistia è il suo completamento.
Certo, forse la maggioranza dei cittadini non la pensa così. E questo spaventa da morire la classe politica, la sua ossessione per i sondaggi. Ma c’è davvero chi pensa che il carcere sia la soluzione? Che la galera sia il giusto per tre spinelli o una manifestazione non autorizzata, per due scippi o due autoradio rubate, oppure per una pianta d’erba in terrazza o un vilipendio al tricolore? E allora è evidente che si tratta di una questione culturale; e di una cultura che serpeggia minacciosa anche nella sinistra. Sono davvero problemi che il carcere risolve oppure che nasconde? E per giunta dentro un profilo autoritario e inquisitorio della società? Ed è davvero da preferire un’antimafia con la pistola fumante a una prodiga di analisi e intervento sociale in favore del mezzogiorno e contro la finanziarizzazione dell’economia che si gemella con quella della criminalità?
Fondare un’agire politico sulla democrazia e la partecipazione significa sapersi misurare anche con questo: misurarsi come classe dirigente con la capacità di proporre soluzioni e praticarle attraverso l’azione politica e parlamentare, sempre sottoposte alla verifica del suffragio. Cercando di produrre un’alternativa concreta, di ristrutturare una convivenza sociale. Magari fondata sulla democrazia e sul diritto, anziché sul delitto e sulla pena.
Liberazione 26.11.06
Uccide il figlio e tenta il suicidio: i perché di una tragedia
Gravidanza e disperazione
se non ti danno una via di uscita
di Lidia Menapace
Una donna, madre di un piccolo di 9 mesi e incinta di 6 mesi, ha - a quanto sembra - soffocato il suo bambino e tentato il suicidio.
Su questa tragedia naturalmente abbiamo letto sui giornali e ascoltato dai telegiornali le solite esecrazioni. Questa volta qualcuno ha anche cercato di capire il comportamento della donna attribuendolo alla famigerata “depressione post partum”, mentre altri, gli “esperti”, dicono che no, è passato troppo tempo dalla nascita del primo figlio perché la poveretta soffrisse di tale specifica forma depressiva.
Che si sia trattato invece di “depressione pre-parto” da parte di una donna disperata all’idea di ritrovarsi, dopo tre mesi, con un bambino di un anno e uno di un giorno?
Come si fa a non disperarsi di fronte a una simile eventualità se non si dispone di una solidissima struttura di appoggio, dei soldi per mantenere i figli e di quelli necessari a non soccombere nel gravosissimo compito di allevarli? E come si fa a non chiedersi perché la donna non usasse sistemi contraccettivi? O perché non avesse pensato di abortire?
Nella specie umana il controllo delle nascite è antichissimo. In parte “naturale”, in parte cercato. Naturale, benché non sicura, è la momentanea sterilità durante l’allattamento: una volta le donne allattavano anche troppo a lungo per avere cibo gratuito e adatto ai neonati ma anche per non rimanere incinte subito. Il coito interrotto, benché insicuro e sgradevole è di antichissima pratica.
Nella specie umana le femmine non hanno più l’estro da millenni e quindi i rapporti sessuali non soggiacciono solo all’istinto della riproduzione, che nel maschio si ecciterebbe appunto in corrispondenza dell’estro femminile: questo significa che nella specie umana sessualità e riproduzione sono distinte e governabili. La sessualità negli umani è dunque da antichissimo tempo un volontario rapporto profondamente conoscitivo e piacevole.
Il piacere sessuale in qualsiasi forma è uno dei più straordinari passi evolutivi della specie: ne derivano anche l’arte, la gastronomia e tutte le attività estetiche. Tra i mezzi “naturali” di controllo delle nascite ci sono anche epidemie, carestie, terremoti e disastri di ogni genere. E forse anche le guerre, che però non sono metodi naturali bensì storici. Nei periodi in cui non si conoscevano altri metodi e anche dopo, o quando quelli noti non funzionano, anche l’aborto e l’infanticidio erano metodi di controllo delle nascite. Fino a poche generazioni fa, non si indagava affatto sui bambini trovati soffocati per un rigurgito di latte o schiacciati nel lettone dei genitori e non veniva espresso neanche troppo biasimo: erano tutti “incidenti”.
Ma se le pratiche citate possono essere definite residuali, oggi tutto ciò è intollerabile: da quando la medicina sottrae i prematuri alla morte precoce e la produzione di beni a poco prezzo dalla fame (in Occidente, beninteso), chi impedisce l’informazione contraccettiva e le pratiche di controllo delle nascite o l’aborto auto determinato e la ricerca sulla riproduzione deve sentirsi responsabile quando una madre incinta uccide il proprio figlio e tenta il suicidio.
La giovane donna disperata che non conosceva metodi efficaci di controllo delle nascite, non sapeva di poter ricorrere all’aborto o ne era stata dissuasa e non conosceva neanche l’opzione di poter dare il nascituro in adozione, che dunque aveva, oggi, cognizioni ambientali e culturali peggiori di quelle della sua bisnonna, è vittima di una cultura antistorica e oscurantista, che vuole controllare la ricerca e il libero accesso ad essa e al suo uso.
I movimenti antistorici che anche oggi mettono freni alla libertà di conoscere e di decidere sono appunto antistorici e non possono passare, ma non per questo sono meno pericolosi. Ad esempio, un pontificato come quello di papa Benedetto XVI, così duro verso la scienza, la ricerca, tutto divieti e ostacoli per paura della secolarizzazione, titolare di un progetto neotemporalista, è antistorico, ma non per questo è meno pericoloso: arretriamo comunque se forze potenti ci spingono culturalmente indietro. Per questo di fronte alla giovane madre disperata pensiamo subito alla depressione post partum invece che alla disperazione da ignoranza e abbandono.
lunedì 27 novembre 2006
l'Unità 27.11.06
Ma la sinistra della Quercia non ci sta: è una condanna a morte, anche se differita
Salvi: è la conferma che questo sarà l’ultimo congresso Ds. Bandoli e Spini: sparisce un partito della sinistra europea. Caldarola: i nodi sono laicità e economia
di Vladimiro Frulletti
IL NUOVO Partito Democratico disegnato ieri dal segretario dei Ds Piero Fassino su l’Unità incassa il no delle opposizioni interne,
ma il pieno sostegno di Massimo D'Alema. Il vicepremier e ministro degli esteri (in un'intervista a Repubblica) non solo riconosce che Fassino «ha fatto un grande lavoro che ha dato grandi risultati» come dimostra sia il nuovo statuto del Pse che cambierà al prossimo congresso di Oporto aprendo i confini del socialismo anche ai partiti «democratici e progressisti», ma ribadisce anche che ormai il processo verso la costruzione del partito democratico «non si può più fermare», che certo occorre ridargli «fascino» e che quindi la federazione fra Ds e Dl «non basta». Che è poi l'invito fatto a suo tempo anche dal sindaco di Roma Walter Veltroni e che Fassino ieri ha messo nero su bianco nelle colonne de l'Unità parlando di «partito nuovo» e fissando anche i tempi del futuro parto: europee 2009. Progetto che alle opposizioni interne ai Ds non piace affatto.
«La nostra posizione non cambia - commenta Giuseppe Caldarola, esponente della cosidetta terza mozione "socialdemocratica" insieme a Gavino Angius - in discussione non è la durata del percorso, ma l'approdo. L'Italia non ha bisogno di un Partito democratico, ma di un partito socialista e democratico». «Fassino - fa notare Cesare Salvi che con Mussi, Bandoli e Spini sta preparando una mozione di sinistra e socialista - non è per nulla persuasivo perché il problema non è quando devono finire i Ds e cominciare il Pd, ma se questo deve accadere. Fassino su l'Unità conferma che il prossimo congresso, se vince la sua posizione e noi speriamo di no, sarà l'ultimo congresso dei Ds . Questo andrebbe detto chiaramente agli iscritti. Perché in ballo non c'è una questione di orgoglio di partito, ma la scomparsa di una forza di sinistra e socialista». «Mi pare che ci siano almeno 10 visioni del Pd - spiega Fulvia Bandoli - ognuno ha la sua, C'è quella di Fassino, quella di Rutelli, quella di Parisi e così via. Aumenta la confusione, e resta la mia contrarietà». E Caldarola fa esplicito riferimento alle parole di Rutelli sul Corriere della Sera di ieri dove, a proposito delle alleanze internazionali del Pd, spiega che dovrà avere relazioni «amichevoli» sia col Pd Usa, che con il Partito del Congresso indiano, che col Pse. Un'equivicinanza che per le opposizioni Ds la dice tutta sulle reali intenzioni della Margherita. «Per noi sarebbe un passo indietro - fa notare Caldarola - visto che nel Pse ci siamo già e dovremmo uscirne». «In questo modo - aggiunge Salvi - conta poco che poi il Pse cambi il suo statuto se poi "quelli" non ci stanno. Da qui si comprende come la proposta di Fassino sia una proposta sbagliata».
«Non dico che la strada del Pd sia moderata o sia una svendita della sinistra - commenta Bandoli - ma certo è sbagliata perché alla fine fa sparire un grande partito della sinistra legato al socialismo europeo». Insomma il nodo alla fine rimane sempre quello del rapporto del futuro Pd con il socialismo. «Chiedo a Fassino - dice il laburista Valdo Spini che è stato uno dei soci fondatori dei Ds e che ha fatti introdurre nel simbolo della Quercia proprio il nome per esteso del Pse - cosa vuol dire concretamente avere un "rapporto forte e organico" con le famiglia del socialismo europeo se poi la Margherita ha detto e continua a dire di no al Pse. Per questo penso che non ci siano proprio le condizioni per avviare al prossimo congresso lo scioglimento dei Ds». E il timore espresso da Salvi e Spini è lo stesso di Caldarola. «L'ho già detto e lo ripeto: è una condanna a morte con esecuzione differita. La federazione per noi è il compromesso massimo, anche perché così si avrebbe davvero il tempo di far maturare un processo unitario sui contenuti». Contenuti che oggi sono molto distanti. E Caldarola non cita solo il tema della laicità della politica («le posizione dei teodem sono più arretrate rispetto a quelle della vecchia Dc» dice), ma anche quelle economici e invita a mettere a confronto le parole di Rutelli sulle liberalizzazioni con quelle di D'Alema che «critica l'esaltazione del mercato e rilancia il tema di un'azione pubblica in economia». Differenze non di poco conto.
l'Unità 27.11.06
Sciostakovic, quelle note contro Stalin
di Adriano Guerra
MUSICA. Stasera a Roma torna la «Settima» del grande compositore russo, l’opera che fu il simbolo della lotta contro l’invasione nazista. Ma in quella partitura si cela qualcosa di più profondo: la resistenza contro il despota georgiano
Stasera lunedì 27 novembre all’Auditorium di Roma Valerij Gergiev dirigerà ancora una volta la Settima di Sciostakovic. Chi scrive non è un musicologo ma solo una vittima della Settima, di ciò che rende terribile, e ambigua e tuttavia irresistibilmente fascinosa, questa sinfonia.
La Settima ha all’inizio, come si sa, il cosiddetto tema dell’invasione. Improvvisamente, dopo un allegro assai robusto, ecco che a poco a poco nasce una melodia di forse venti note, che si ripetono sempre più incalzanti: una specie di bolero che coinvolge alla fine l’intera orchestra.
Invasione - si dice - coi nazisti che si avvicinano a Leningrado sino a cingerla d’assedio. Ma è proprio così? I primi dubbi sono nati subito. Anche perché quelle venti note, prima di diventare bolero, sono le stesse che annunciano l’entrata in scena del principe Danilo nella Vedova allegra. Quanto di più lontano vi può essere cioè da una vicenda di guerra e di sangue.
Ma a spingere milioni di persone in tutto il mondo a scorgere in quelle note che incalzano, i nazisti che avanzano verso Leningrado è stato con precise parole la sera della prima, il 5 marzo 1942, lo stesso Sciostakovic. E con lui registi che si chiamavano Stalin e Roosevelt, che avevano bisogno di strumenti per cementare l’unità antifascista. E poi Sir Henry Joseph Wood e Arturo Toscanini, chiamati a dirigere la sinfonia a Londra e a New York.
La Settima, con l’immagine di Sciostakovic che nella città in fiamme scrive intrepido nota su nota la sua sinfonia, è così diventata certamente uno dei più potenti manifesti antifascisti di quegli anni. Ad assicurare il successo dell’operazione sono state senza dubbio anche quelle venti note. Che hanno avuto però letture diverse. Non poteva quel motivo rappresentare la città sotto assedio che si difendeva, se non addirittura il ritorno alla vita della stessa? Alberto Arbasino, che della Settima conosce oltre alle vecchie interpretazioni di Mravinskij e di Bernstein anche quella di Georgiev della Filarmonica di Rotterdam, si è chiesto ad esempio se la marzialità delle marcette che si susseguono spigliate e scorrevoli (in anni per noi molto sinistri) si addica a una Wehrmacht che avanza motorizzata o agli assediati che muoiono di fame e freddo a centinaia di migliaia. Dubbio vero ma messo ai margini dalla sconcertante lettura che a poco a poco è diventata prevalente. Quelle note, ci è stato prima sussurrato e poi detto a piena voce da amici e parenti vicini a Sciostakovic, non erano nate nella città sotto assedio ma prima ancora che incominciasse il conflitto. Ed esse non si riferivano a Hitler e ai nazisti ma a Stalin e alle repressioni di Stalin. Sciostatakovic insomma, avrebbe, anzi ha, dedicato alla sua città in fiamme le note in precedenza destinate a denunciare il despota di casa e a ricordarne le vittime.
La musica come crittografia, dunque con due diversi livelli di lettura. E solo gli amici più stretti avrebbero potuto sapere la verità anche se il significato doloroso di requiem di quelle note avrebbe raggiunto l’animo più profondo del popolo russo.
Io non sono, dicevo, un musicologo. E rinvio a quel che su Sciostakovic ha scritto su queste pagine, anche recentemente, Rubens Tedeschi. Sono convinto però che quello musicale, più di tutti gli altri linguaggi, si muova in un’area aperta all’ambiguità. (Quanto c’è di «napoleonico» e di «antinapoleonico» nell’Eroica di Beethoveen?). Già si è visto del resto quanto cammino, da Lehar a Sciostakovic abbiano compiuto quelle venti note. Sino al punto che, come ci hanno fatto sapere i figli del compositore nella loro premessa all’ultimo libro di Salomon Volkov, - c’è stato chi ha visto in esse addirittura la mano del diavolo. L’episodio dell’invasione avrebbe - è stato calcolato - una durata di 666.666 secondi, e 666.666 è esattamente il numero della Bestia dell’Apocalisse (Sciostakovic dunque come il protagonista del Doctor Faustus?). Non credendo io all’esistenza del suo dirimpettaio, non credo all’esistenza del diavolo, per cui non mi dilungherò a discutere la stravagante ipotesi. Vorrei soltanto contribuire a togliere a Sciostakovic la sua immagine, la sua memoria - da questa sorta di groviglio davvero infernale - fatto di viltà, coraggio, paura, nel quale viene troppo facilmente racchiuso. Non perché nella vita del compositore manchino gli elementi prima elencati. Ma perché essi sono ingiustamente collocati sotto il segno unificante della menzogna sistematica. Sciostakovic - questo è il punto che vorrei mettere in chiaro - è stato un grande, forse un grandissimo, musicista che ha avuto in sorte di vivere nell’Unione sovietica negli anni di Stalin. Come altri intellettuali russi, da Majakovskij a Mejercholíd, da Blok a Malevic, Ejzenstein e Alítman, egli ha salutato con gioia, la rivoluzione che si affacciava. La Prima sinfonia, la Seconda (dedicata all’anniversario dell’Ottobre) e la Terza, dedicata al Primo Maggio) sono il risultato oltreché della dura lotta per la vita quotidiana («non abbiamo neanche un soldo- ha scritto ad un amico - «... Bisogna ben mangiare, no? La carta da musica ci vuole, no?») di una straordinaria fusione di possibilità che apparivano aperte, e che vennero colte, e di speranze. Poi sono venute le critiche e le condanne alla Lady Macbeth del «Distretto di Mcenskî». È venuto lo stalinismo. Le repressioni degli anni 30 hanno raggiunto pressoché tutte le case. Anche quella di Scistakovic. E per continuare a vivere e a produrre bisognava tener conto che la censura non leggeva soltanto le lettere che con mille precauzioni - scriveva agli amici (si veda il libro curato da Elisabeth Wilson) ma anche le note musicali.
La censura non poteva però impedire di pensare e di lottare contro di essa, anche aggirandola, (Quinta sinfonia) o di allineare nel capo, ad esempio, le note del Requiem per un’opera da buttar giù successivamente da dedicare alle vittime del Gulag.
Il tema dell’invasione è nato così, alla fine degli anni 30, sotto il segno del lutto. Le testimonianze raccolte su questo punto da Volkov non consentono dubbi. Ma ecco che a sconvolgere tutto giunge improvvisa la guerra. Il problema che sta di fronte a Sciostakovic è quello stesso che devono affrontare milioni di uomini in tutto il mondo. Che fare per fermare e battere Hitler le cui truppe dopo aver conquistato l’Europa in poche settimane hanno raggiunto la periferia di Mosca e stretto d’assedio Leningrado? Churchill per primo non ha dubbi: occorre dar vita ad un’alleanza che unisca le democrazie occidentali e l’Unione sovietica. E Sciostakovic a Leningrado sceglie le note nate per combattere Stalin per farne uno straordinario strumento di mobilitazione antifascista a livello mondiale.
Perché dovremmo mettere in dubbio la verità di Sciostakovic nella sua doppia lotta contro Stalin e contro Hitler? Di Sciostakovic che si schierò contro gli invasori con la speranza che il patto fra Stalin e la Russia potesse cancellare del tutto le tragedie del 1937-39? E che nel 1956, convinto che lo stalinismo fosse stato debellato, e che dunque ad un artista sarebbero state risparmiate gli interventi censori e le umilianti autocritiche, si spinse sino a chiedere la tessera del partito comunista? (Ma sarà poi proprio con Chruscev, che farà bocciare la Sinfonia dedicata a Baby Yar, che riprenderanno gli anni difficili).
Quel che bisogna vedere nell’opera di Sciostakovic, al di là delle paure, delle omertà, delle ambiguità, delle furberie, delle pagine regalate alla propaganda per avere in cambio un po’ di pace, è la prova di quanto sia stata dura la condizione nella quale si sono trovati a vivere molti intellettuali nel secolo del totalitarismo.(Si pensi anche a Silone, Vittorini, Bontempelli, Ungaretti, Habermas, Grass). E di quanta sapienza e intelligenza abbia dato prova Sciostakovic nell’utilizzare per le sue battaglie le armi che aveva tra le mani. Anche quelle fornitegli dalla Vedova allegra.
l'Unità 27.11.06
Noi esseri umani, così uguali e così diversi
di Pietro Greco
LA VARIABILITÀ del genoma umano tra individuo e individuo è molto alta, più di quanto si prevedesse. Può infatti interessare il 12% del Dna, secondo un nuovo studio pubblicato da «Nature»
La diversità è il primo motore dell’evoluzione biologica. In ogni specie vivente non esiste un singolo individuo esattamente simile a un altro. Ciò vale anche per l’uomo. Ciascuno di noi è diverso da ogni altro. Persino due gemelli omozigoti non sono del tutto identici tra loro. La diversità tra gli individui dipende dalla storia, unica e irripetibile, che ciascuno di noi vive. Ma è anche strutturale, dipende cioè dal nostro codice genetico. Non c’è infatti un solo filamento di Dna umano uguale a un altro.
Ma quante sono le differenze genetiche tra noi? Non possono essere molte, si pensava. D’altra parte anche gli studi più recenti ci dicono che tra gli uomini le differenze nel Dna riguardano non più di 10 milioni di basi. Tutti, ormai, sappiamo che il nostro Dna è composta da una sequenza di 3 miliardi di quattro diverse unità che i biochimici chiamano basi nucleotidiche. Una differenza di 10 milioni su una sequenza di 3 miliardi di basi significa che la diversità genetica tra gli uomini non supera lo 0,3% del Dna.
In realtà, la fonte genetica della variabilità umana è molto più articolata. E le differenze, anche a livello strutturale, possono essere molto maggiori. Ce ne hanno dato una plastica dimostrazione Richard Redon, del Wellcome Trust Sanger Institute di Cambridge, Gran Bretagna, e un gruppo di suoi collaboratori sparsi per il mondo, quando giovedì scorso sulla rivista Nature hanno pubblicato un articolo sulla «variazione globale del numero di copie del genoma umano» dove è possibile constatare che le parti variabili possono interessare anche il 12% del genoma umano. Nello stesso giorno è stato pubblicato online da Nature Genetics un articolo sullo stesso argomento.
La notizia ha catturato l’attenzione sia dei media che degli specialisti: nessuno si attendeva che la fonte genetica della diversità umana fosse così estesa. Ciò non significa, tuttavia, che il mio genoma differisce per il 12% da quello del lettore di questo articolo. Il genoma di un uomo e il genoma di uno scimpanzé differiscono per meno dell’1%: e ciò è sufficiente a determinare differenze insormontabili tra gli individui dell’una e dell’altra specie.
E, allora, cosa significano queste percentuali? Beh, per rispondere dobbiamo ricordare che esistono vari livelli ove si esplica la diversità genetica o, se volete, il polimorfismo tra gli individui di una specie. C’è il livello dei cromosomi, ovvero del modo in cui il Dna si organizza in una cellula. A livello di cromosomi, per esempio, le differenze tra uomo e scimpanzé sono superiori al 4%: noi infatti abbiamo 23 coppie di cromosomi, lo scimpanzé 24.
C’è poi il polimorfismo a livello di geni. Noi abbiamo oltre 22.000 geni che svolgono attività funzionali diverse. Sappiamo che ci sono geni responsabili della formazione del cervello, collocati nel Dna in un luogo diverso dal gene responsabile del colore degli occhi. Ma sappiamo anche che ci sono geni diversi responsabili del colore degli occhi situati nel medesimo locus. Questi geni diversi che esplicano una medesima funzione sono detti alleli. Gli alleli costituiscono una grande fonte di diversità tra gli individui.
C’è infine il polimorfismo a livello del singolo nucleotide, ovvero della singola base di Dna. A causa di mutazioni, le singole unità nel Dna di individui diversi possono variare. La gran parte di queste mutazioni non producono effetti. Altre singole mutazioni possono avere effetti rovinosi e provocare gravi malattie. È nel polimorfismo del singolo nucleotide che il Dna di due membri della specie umana non differisce per più dello 0,3%.
Tuttavia è possibile individuare nel Dna anche lunghe sequenze, composta da decine o centinaia di migliaia di unità nucleotidiche, che possono o meno includere dei geni. È di queste sequenze, chiamate varianti nel numero di copie (CNV) che si sono interessati i ricercatori, studiando il Dna di 270 persone europee, asiatiche e africane nell’ambito dell’International HapMap Project. I CNV possono presentarsi in maniera diversa nel Dna di individui diversi. Talvolta le copie di CNV sono ridondanti, qualche altra mancano del tutto. Qualche volta queste differenze non provocano effetti sull’organismo, talaltra generano malattie. Il gruppo ha verificato che su circa 26.000 CNV diversi, le variazioni sono state 1.447. Ciò significa che i luoghi potenziali in cui si può manifestare diversità a livello di CNV è pari al 12% del Dna. Naturalmente, le differenze in CNV tra due specifici individui sono inferiori al 12%. La percentuale è solo un indicatore dei siti di potenziale diversità. Ed è una percentuale alta. A riprova che la diversità individuale è un bene accuratamente tutelato nel mondo biologico e nella specie umana in particolare.
l'Unità 27.11.06
Quando la mente si mette a digiuno
di Luigi Cancrini
Leggere delle modelle che muoiono di anoressia fa davvero paura. Sono belle, sicure di sé, forti, almeno in apparenza. Quali contraddizioni si portano dentro? Quanto rischiano le nostre figlie e i nostri figli? Stiamo facendo davvero tutto ciò che è possibile per aiutarle?
In un libro di alcuni anni fa, di Vandereycken e Van Deth, Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche, sono stati proposti i risultati di uno studio condotto in tema di anoressia e di santità. La vita di una serie di sante anoressiche è stata ricostruita sulla base di documenti dell’epoca utilizzando, in particolare, i verbali dei processi istituiti per la santificazione. Basati sulle testimonianze delle persone che le avevano conosciute, questi processi sono estremamente ricchi di particolari sui comportamenti e sulle abitudini dei candidati (in quel caso, delle candidate) all’onore degli altari e permettono una ricostruzione diagnostica sufficientemente accurata del loro problema o disturbo. Proponendo una consonanza estremamente interessante con la situazione di oggi.
Una pratica assai comune fra le sante di allora era quella del digiuno. Un digiuno presentato e vissuto come un sacrificio fatto a Dio e o a Gesù, lo sposo mistico di tutte le suore del mondo. Un digiuno praticato con misura e capacità di controllo dalla gran parte di loro. Ma anche un digiuno praticato in modo drammatico e fuori controllo da parte di quelle, fra loro, che ne facevano una ragione di vita, abbandonandosi lentamente, all’interno di una virtuosa competizione con le altre, a una sfida orgogliosa contro i limiti del proprio corpo. Morendo letteralmente di fame come Santa Caterina da Siena a Roma semplicemente perché i vizi (l’orgoglio smisurato dell’aspirante santo) quando diventano “moda” hanno la capacità straordinaria di trasformarsi in virtù. Come bene indicato, dall’alto del suo cinismo aristocratico, dal Don Giovanni di Moliére.
L’aspirazione nobile (santa) del sacrificio è stata sostituita oggi da una aspirazione più prosaica (realistica) e meno santa a raggiungere un ideale irrealizzabile (delirante) di bellezza? Io credo proprio di sì. L’idea che più sei magra, sottile, eterea, inconsistente, più sei bella si è aperta uno spazio importante nell’immaginario collettivo delle adolescenti di oggi. Praticare la dieta è, come allora, un sacrificio di cui le mode che cambiano hanno cambiato solo il destinatario. Non più Gesù, lo sposo mistico che ha avuto la capacità e la forza di soffrire e di morire per noi sulla terra ma il successo della velina e l’ascesa al cielo della notorietà: dove i Vip hanno sostituito i santi e dove si arriva, vincendo alla grande, come non tutti riescono a fare, la sfida che in tante fanno con la loro dieta. O, più modestamente e più malinconicamente, per quelle che questa ascesa non hanno la possibilità o l’occasione di farla, la famiglia che non ti capisce, che non accoglie e non approva il tuo tentativo di essere comunque bella, di avvicinarti a quello che comunque è l’ideale di bellezza in cui sei cresciuto e in cui credi.
Sono sempre così estreme le situazioni? Soffrire di anoressia vuol dire essere condannato a morte? Assolutamente no. Tutto il contrario, quello che dobbiamo dire con grande chiarezza è che le situazioni estreme sono rare. Il problema serio, è quello legato al fatto per cui tutte le donne (e i pochi uomini) che presentano una anoressia o un disturbo significativo del comportamento alimentare hanno livelli di sofferenza alti e sono causa involontaria di sofferenze spesso gravi in coloro che, volendo loro bene, stanno a loro intorno. Scivolando, nelle situazioni estreme, per ragioni diverse, fino al compiersi del dramma sacrificale. Ma proponendo in ogni caso un problema serio di interventi terapeutici che debbono strutturarsi intorno al vissuto della persona e alla rete complessa dei rapporti che la persona intrattiene oltre che sulle conseguenze pratiche, corporee, del rifiuto di alimentarsi. Come ci ha insegnato quarant’anni fa, per prima, Mara Selvini Palazzoli. Come in pochi, ancora oggi, dimostrano di sapere davvero.
Abbiamo fatto abbastanza, stiamo facendo abbastanza? Probabilmente no. Da almeno due punti di vista.
Prima di tutto quello della possibilità e della capacità di dare risposte all’altezza del problema. Troppo ignorata è la necessità di insegnare la complessità dei problemi personali e interpersonali con cui bisognerebbe sapersi confrontare ai medici di famiglia e ai pediatri di base che vengono consultati per questo motivo e troppi sono, ancora oggi, gli psichiatri che affrontano tutta questa complessità armati solo del loro povero riduzionismo biologico. Troppi dipartimenti di salute mentale non sono in grado ancora oggi di offrire il sostegno psicoterapeutico che sarebbe necessario alla persona anoressica e alla sua famiglia. Qualcosa di buono potrebbe accadere da questo punto di vista se il Parlamento porterà a termine il percorso della legge sull’accesso alla psicoterapia incardinato oggi presso la Commissione Affari Sociali della Camera ma molto impegno e molto tempo saranno necessari ancora perché si arrivi davvero ad una situazione in cui chi ha bisogno di curarsi possa davvero essere curato.
Sul piano culturale, in secondo luogo, quello di cui c’è un bisogno sempre più urgente è una campagna di informazione seria. Bisogna parlare con le famiglie e bisogna parlare a scuola delle diete in sé e delle implicazioni psicologiche che esse assumono quando vengono utilizzate all’interno di uno scontro con un famigliare importante o poste al servizio di una fantasia, più o meno delirante, sul corpo che si desidererebbe avere. Del come ci si dovrebbe alimentare, voglio dire, e della necessità di riflettere seriamente sul problema del modo in cui ci si nutre oggi perché paradossalmente quelle che stanno crescendo insieme, da noi come altrove, sono le anoressie e le obesità, gli eccessi dietetici e gli errori di nutrizione. Proponendo l’idea di un rapporto con il cibo che è sempre più problematico e carico di valenze affettive. Ma proponendo, soprattutto, la necessità di un discorso educativo capace di adattarsi ai problemi seri dell’oggi, alle manifestazioni più comuni del disagio e del disorientamento dei preadolescenti e degli adolescenti. Quelli di cui facciamo tanta fatica a decifrare ed a intercettare gli umori e le passioni, le difficoltà e le attese. Quelli che miglioreranno o peggioreranno un mondo che è il nostro a seconda del modo in cui sapremo aiutarli ad incontrare positivamente la vita che si apre davanti a loro: splendida e/o paurosa insieme in tutta la sua irresistibile complessità.
Corriere della Sera 27.11.06
Il premio Nobel, 97 anni: la conoscenza è per definizione un bene, ma gli scienziati non detengono il monopolio della saggezza
Rita Levi Montalcini: «Agnostica, difendo la vita e i principi morali»
di Barbara Palombelli
L'educazione laica avuta dai genitori e la religione della scienza
Ha 97 anni e si definisce come un'agnostica credente. Il suo dio è la scienza, i suoi comandamenti sono i principi morali che l'hanno guidata nel lungo percorso esistenziale. Gira il mondo, partecipa a congressi e convegni, è precisa e attenta nel suo impegno di senatrice a vita, si è battuta per conquistare finanziamenti agli istituti di ricerca, sta per mandare in libreria ancora un testo. E' una donna sempre molto elegante, in ordine, con i gioielli giusti sui meravigliosi abiti di Capucci che aderiscono al suo corpo magro e agile. «Nella prima infanzia, l'educazione assolutamente laica, impartita dai miei genitori a me e ai miei fratelli è stata motivo di imbarazzo, quando dovevamo confrontarci con coetanei e amici che facevano sfoggio della loro religione e chiedevano conto della nostra. Ripensandoci oggi, quel tipo di educazione ha avuto e ha tuttora il grande merito di rendere gli individui responsabili dei propri comportamenti in forza di principi etici e non allo scopo di ottenere un compenso o sfuggire ad una punizione in una ipotetica vita ultraterrena. Personalmente, pur dichiarandomi laica o meglio agnostica e libera pensatrice, mi ritengo tuttavia profondamente "credente", se per religione si intende credere nel bene e nel comportamento etico: non perseguendo questi principi, la vita non merita di essere vissuta». Rita Levi Montalcini ha appena consegnato all'editore Baldini Castoldi Dalai il suo ultimo saggio, «Tempo di revisione», scritto con Giuseppina Tripodi. Dal testo estrae una citazione di Albert Einstein e la usa come integrazione alla sua definizione di «fede». «Il fattore più importante dell'esistenza umana, diceva Einstein, è la creazione di un fine. E' necessario un grande sforzo interiore, da parte delle comunità di persone libere, per liberarsi dell'eredità di istinti antisociali e distruttivi. L'uso delle capacità intellettuali, basate su principi morali, dà contenuto e significato alla vita».
Lei ha vissuto il dramma dell'Olocausto e della persecuzione nazista. Come ricorda quel periodo?
«I giovani di oggi ignorano quasi completamente quanto è capitato, o non credono che l'Olocausto sia veramente accaduto. A me sembra che ricordare le tragedie che sono avvenute più di mezzo secolo fa sia assolutamente necessario, utile, ai fini di evitare per quanto possibile il ripetersi di simili catastrofi. Ricordare è importante, perché non passi nell'oblio la tragedia che ha distrutto decine di milioni di uomini. Difficile entrare nella testa dei pazzi che dirigevano, e anche di un popolo così ossequiente: non c'è dubbio che i tedeschi, ma in parte anche gli italiani, erano favorevoli ai dittatori. Il ruolo carismatico che hanno giocato Hitler in Germania, Mussolini in Italia, Mao in Oriente, Stalin in Russia, dimostra come l'uomo sia recettivo facilmente a tutti i messaggi che arrivano sia oralmente che per via visiva. Bisogna a tutti i costi cercare di rendere l'uomo libero dall'ossessiva ossequiosità agli individui con un forte carisma e privi di morale, come quelli che hanno diretto le tragedie della metà del secolo scorso».
Lei ha vinto un premio Nobel studiando la vita, analizzando e spiegando i meccanismi magici e perfetti della biologia. Che idea si è fatta della creazione?
«La conoscenza è per definizione un bene — forse il bene primario dell'uomo — perché senza di essa non possono esistere le altre libertà fondamentali alle quali ci si appella di continuo. Gli scienziati non detengono il monopolio della saggezza. La soluzione dei problemi che affliggono l'intero genere umano, fino a porne in pericolo la sopravvivenza, spetta in pari misura a filosofi, uomini di religione, educatori e appartenenti ad altre discipline. La recente rinascita del movimento creazionista, basata sulla concezione del "disegno intelligente", nega la validità delle selezione darwiniana. Una negazione, questa, derivante dall'ignoranza delle rigorose prove dei nuovi apporti della genetica. Le ipotesi espresse da esperti genetisti trovano consenso nei risultati delle ricerche eseguite con le tecnologie avanzate oggi a disposizione dell'uomo. Il programma genetico nell'uomo non gode di un potere assoluto, ma è soggetto a modifiche di natura epigenetica».
Mi sembra che il suo mondo — per fortuna — non risenta delle turbolenze politiche internazionali. La scienza vive al di fuori delle barriere e può giocare un ruolo importante per una riconciliazione fra le diverse identità.
«Oltre agli immensi contributi che la scienza e la tecnologia possono oggi apportare, per una migliore condizione di vita in tutte le regioni a vantaggio dei suoi abitanti, deve essere preso in considerazione quello che di gran lunga è il più importante: la promozione di un'amicizia basata su scambi di conoscenze e contatti reciproci. Soltanto così si può pervenire al superamento di differenze derivate da ostilità e intolleranze etniche. La scienza permette un linguaggio senza ambiguità e comprensibile nelle nazioni più diverse».
Esiste una zona grigia fra la vita e la morte, la scienza la sta allungando. Cosa pensa dell'eutanasia, che in Italia è ancora un reato punito con molti anni di carcere?
«Nessuno ha il diritto di sopprimere la vita, l'eutanasia potrebbe essere concessa, sempre e soltanto nella fase terminale di malattie che provocano gravi sofferenze, in seguito a processi degenerativi o neoplastici senza speranza di guarigione. Sono favorevole all'eutanasia soltanto per la propria persona attraverso un testamento "biologico" stilato, a norma di legge, in pieno possesso delle proprie facoltà mentali, nel quale si dichiari che qualora non si fosse più in grado di possedere le facoltà di intendere e di volere, una commissione di medici esperti può porre fine alle gravi sofferenze o ad una vita priva di capacità cognitive».
La scienza è il contrario della superstizione. Eppure, nel terzo millennio c'è chi crede ancora ai guaritori, alla lettura delle carte...
«Ritengo che questa credulità sia insita nella natura umana — almeno in un certo numero di individui — e non sia del tutto sradicabile. E' sufficiente vedere il favore che ancora oggi godono pratiche mistiche di natura medievale quali la magia nera, per renderci conto di quanto l'uomo non sia poi così diverso dai suoi antenati che vivevano in tempi preistorici e ritenevano che fenomeni naturali quali il fulmine, l'arcobaleno e altri effetti della stessa natura potessero significare il furore o i consenso di esseri soprannaturali identificati in divinità benigne o maligne».
Ma la sinistra della Quercia non ci sta: è una condanna a morte, anche se differita
Salvi: è la conferma che questo sarà l’ultimo congresso Ds. Bandoli e Spini: sparisce un partito della sinistra europea. Caldarola: i nodi sono laicità e economia
di Vladimiro Frulletti
IL NUOVO Partito Democratico disegnato ieri dal segretario dei Ds Piero Fassino su l’Unità incassa il no delle opposizioni interne,
ma il pieno sostegno di Massimo D'Alema. Il vicepremier e ministro degli esteri (in un'intervista a Repubblica) non solo riconosce che Fassino «ha fatto un grande lavoro che ha dato grandi risultati» come dimostra sia il nuovo statuto del Pse che cambierà al prossimo congresso di Oporto aprendo i confini del socialismo anche ai partiti «democratici e progressisti», ma ribadisce anche che ormai il processo verso la costruzione del partito democratico «non si può più fermare», che certo occorre ridargli «fascino» e che quindi la federazione fra Ds e Dl «non basta». Che è poi l'invito fatto a suo tempo anche dal sindaco di Roma Walter Veltroni e che Fassino ieri ha messo nero su bianco nelle colonne de l'Unità parlando di «partito nuovo» e fissando anche i tempi del futuro parto: europee 2009. Progetto che alle opposizioni interne ai Ds non piace affatto.
«La nostra posizione non cambia - commenta Giuseppe Caldarola, esponente della cosidetta terza mozione "socialdemocratica" insieme a Gavino Angius - in discussione non è la durata del percorso, ma l'approdo. L'Italia non ha bisogno di un Partito democratico, ma di un partito socialista e democratico». «Fassino - fa notare Cesare Salvi che con Mussi, Bandoli e Spini sta preparando una mozione di sinistra e socialista - non è per nulla persuasivo perché il problema non è quando devono finire i Ds e cominciare il Pd, ma se questo deve accadere. Fassino su l'Unità conferma che il prossimo congresso, se vince la sua posizione e noi speriamo di no, sarà l'ultimo congresso dei Ds . Questo andrebbe detto chiaramente agli iscritti. Perché in ballo non c'è una questione di orgoglio di partito, ma la scomparsa di una forza di sinistra e socialista». «Mi pare che ci siano almeno 10 visioni del Pd - spiega Fulvia Bandoli - ognuno ha la sua, C'è quella di Fassino, quella di Rutelli, quella di Parisi e così via. Aumenta la confusione, e resta la mia contrarietà». E Caldarola fa esplicito riferimento alle parole di Rutelli sul Corriere della Sera di ieri dove, a proposito delle alleanze internazionali del Pd, spiega che dovrà avere relazioni «amichevoli» sia col Pd Usa, che con il Partito del Congresso indiano, che col Pse. Un'equivicinanza che per le opposizioni Ds la dice tutta sulle reali intenzioni della Margherita. «Per noi sarebbe un passo indietro - fa notare Caldarola - visto che nel Pse ci siamo già e dovremmo uscirne». «In questo modo - aggiunge Salvi - conta poco che poi il Pse cambi il suo statuto se poi "quelli" non ci stanno. Da qui si comprende come la proposta di Fassino sia una proposta sbagliata».
«Non dico che la strada del Pd sia moderata o sia una svendita della sinistra - commenta Bandoli - ma certo è sbagliata perché alla fine fa sparire un grande partito della sinistra legato al socialismo europeo». Insomma il nodo alla fine rimane sempre quello del rapporto del futuro Pd con il socialismo. «Chiedo a Fassino - dice il laburista Valdo Spini che è stato uno dei soci fondatori dei Ds e che ha fatti introdurre nel simbolo della Quercia proprio il nome per esteso del Pse - cosa vuol dire concretamente avere un "rapporto forte e organico" con le famiglia del socialismo europeo se poi la Margherita ha detto e continua a dire di no al Pse. Per questo penso che non ci siano proprio le condizioni per avviare al prossimo congresso lo scioglimento dei Ds». E il timore espresso da Salvi e Spini è lo stesso di Caldarola. «L'ho già detto e lo ripeto: è una condanna a morte con esecuzione differita. La federazione per noi è il compromesso massimo, anche perché così si avrebbe davvero il tempo di far maturare un processo unitario sui contenuti». Contenuti che oggi sono molto distanti. E Caldarola non cita solo il tema della laicità della politica («le posizione dei teodem sono più arretrate rispetto a quelle della vecchia Dc» dice), ma anche quelle economici e invita a mettere a confronto le parole di Rutelli sulle liberalizzazioni con quelle di D'Alema che «critica l'esaltazione del mercato e rilancia il tema di un'azione pubblica in economia». Differenze non di poco conto.
l'Unità 27.11.06
Sciostakovic, quelle note contro Stalin
di Adriano Guerra
MUSICA. Stasera a Roma torna la «Settima» del grande compositore russo, l’opera che fu il simbolo della lotta contro l’invasione nazista. Ma in quella partitura si cela qualcosa di più profondo: la resistenza contro il despota georgiano
Stasera lunedì 27 novembre all’Auditorium di Roma Valerij Gergiev dirigerà ancora una volta la Settima di Sciostakovic. Chi scrive non è un musicologo ma solo una vittima della Settima, di ciò che rende terribile, e ambigua e tuttavia irresistibilmente fascinosa, questa sinfonia.
La Settima ha all’inizio, come si sa, il cosiddetto tema dell’invasione. Improvvisamente, dopo un allegro assai robusto, ecco che a poco a poco nasce una melodia di forse venti note, che si ripetono sempre più incalzanti: una specie di bolero che coinvolge alla fine l’intera orchestra.
Invasione - si dice - coi nazisti che si avvicinano a Leningrado sino a cingerla d’assedio. Ma è proprio così? I primi dubbi sono nati subito. Anche perché quelle venti note, prima di diventare bolero, sono le stesse che annunciano l’entrata in scena del principe Danilo nella Vedova allegra. Quanto di più lontano vi può essere cioè da una vicenda di guerra e di sangue.
Ma a spingere milioni di persone in tutto il mondo a scorgere in quelle note che incalzano, i nazisti che avanzano verso Leningrado è stato con precise parole la sera della prima, il 5 marzo 1942, lo stesso Sciostakovic. E con lui registi che si chiamavano Stalin e Roosevelt, che avevano bisogno di strumenti per cementare l’unità antifascista. E poi Sir Henry Joseph Wood e Arturo Toscanini, chiamati a dirigere la sinfonia a Londra e a New York.
La Settima, con l’immagine di Sciostakovic che nella città in fiamme scrive intrepido nota su nota la sua sinfonia, è così diventata certamente uno dei più potenti manifesti antifascisti di quegli anni. Ad assicurare il successo dell’operazione sono state senza dubbio anche quelle venti note. Che hanno avuto però letture diverse. Non poteva quel motivo rappresentare la città sotto assedio che si difendeva, se non addirittura il ritorno alla vita della stessa? Alberto Arbasino, che della Settima conosce oltre alle vecchie interpretazioni di Mravinskij e di Bernstein anche quella di Georgiev della Filarmonica di Rotterdam, si è chiesto ad esempio se la marzialità delle marcette che si susseguono spigliate e scorrevoli (in anni per noi molto sinistri) si addica a una Wehrmacht che avanza motorizzata o agli assediati che muoiono di fame e freddo a centinaia di migliaia. Dubbio vero ma messo ai margini dalla sconcertante lettura che a poco a poco è diventata prevalente. Quelle note, ci è stato prima sussurrato e poi detto a piena voce da amici e parenti vicini a Sciostakovic, non erano nate nella città sotto assedio ma prima ancora che incominciasse il conflitto. Ed esse non si riferivano a Hitler e ai nazisti ma a Stalin e alle repressioni di Stalin. Sciostatakovic insomma, avrebbe, anzi ha, dedicato alla sua città in fiamme le note in precedenza destinate a denunciare il despota di casa e a ricordarne le vittime.
La musica come crittografia, dunque con due diversi livelli di lettura. E solo gli amici più stretti avrebbero potuto sapere la verità anche se il significato doloroso di requiem di quelle note avrebbe raggiunto l’animo più profondo del popolo russo.
Io non sono, dicevo, un musicologo. E rinvio a quel che su Sciostakovic ha scritto su queste pagine, anche recentemente, Rubens Tedeschi. Sono convinto però che quello musicale, più di tutti gli altri linguaggi, si muova in un’area aperta all’ambiguità. (Quanto c’è di «napoleonico» e di «antinapoleonico» nell’Eroica di Beethoveen?). Già si è visto del resto quanto cammino, da Lehar a Sciostakovic abbiano compiuto quelle venti note. Sino al punto che, come ci hanno fatto sapere i figli del compositore nella loro premessa all’ultimo libro di Salomon Volkov, - c’è stato chi ha visto in esse addirittura la mano del diavolo. L’episodio dell’invasione avrebbe - è stato calcolato - una durata di 666.666 secondi, e 666.666 è esattamente il numero della Bestia dell’Apocalisse (Sciostakovic dunque come il protagonista del Doctor Faustus?). Non credendo io all’esistenza del suo dirimpettaio, non credo all’esistenza del diavolo, per cui non mi dilungherò a discutere la stravagante ipotesi. Vorrei soltanto contribuire a togliere a Sciostakovic la sua immagine, la sua memoria - da questa sorta di groviglio davvero infernale - fatto di viltà, coraggio, paura, nel quale viene troppo facilmente racchiuso. Non perché nella vita del compositore manchino gli elementi prima elencati. Ma perché essi sono ingiustamente collocati sotto il segno unificante della menzogna sistematica. Sciostakovic - questo è il punto che vorrei mettere in chiaro - è stato un grande, forse un grandissimo, musicista che ha avuto in sorte di vivere nell’Unione sovietica negli anni di Stalin. Come altri intellettuali russi, da Majakovskij a Mejercholíd, da Blok a Malevic, Ejzenstein e Alítman, egli ha salutato con gioia, la rivoluzione che si affacciava. La Prima sinfonia, la Seconda (dedicata all’anniversario dell’Ottobre) e la Terza, dedicata al Primo Maggio) sono il risultato oltreché della dura lotta per la vita quotidiana («non abbiamo neanche un soldo- ha scritto ad un amico - «... Bisogna ben mangiare, no? La carta da musica ci vuole, no?») di una straordinaria fusione di possibilità che apparivano aperte, e che vennero colte, e di speranze. Poi sono venute le critiche e le condanne alla Lady Macbeth del «Distretto di Mcenskî». È venuto lo stalinismo. Le repressioni degli anni 30 hanno raggiunto pressoché tutte le case. Anche quella di Scistakovic. E per continuare a vivere e a produrre bisognava tener conto che la censura non leggeva soltanto le lettere che con mille precauzioni - scriveva agli amici (si veda il libro curato da Elisabeth Wilson) ma anche le note musicali.
La censura non poteva però impedire di pensare e di lottare contro di essa, anche aggirandola, (Quinta sinfonia) o di allineare nel capo, ad esempio, le note del Requiem per un’opera da buttar giù successivamente da dedicare alle vittime del Gulag.
Il tema dell’invasione è nato così, alla fine degli anni 30, sotto il segno del lutto. Le testimonianze raccolte su questo punto da Volkov non consentono dubbi. Ma ecco che a sconvolgere tutto giunge improvvisa la guerra. Il problema che sta di fronte a Sciostakovic è quello stesso che devono affrontare milioni di uomini in tutto il mondo. Che fare per fermare e battere Hitler le cui truppe dopo aver conquistato l’Europa in poche settimane hanno raggiunto la periferia di Mosca e stretto d’assedio Leningrado? Churchill per primo non ha dubbi: occorre dar vita ad un’alleanza che unisca le democrazie occidentali e l’Unione sovietica. E Sciostakovic a Leningrado sceglie le note nate per combattere Stalin per farne uno straordinario strumento di mobilitazione antifascista a livello mondiale.
Perché dovremmo mettere in dubbio la verità di Sciostakovic nella sua doppia lotta contro Stalin e contro Hitler? Di Sciostakovic che si schierò contro gli invasori con la speranza che il patto fra Stalin e la Russia potesse cancellare del tutto le tragedie del 1937-39? E che nel 1956, convinto che lo stalinismo fosse stato debellato, e che dunque ad un artista sarebbero state risparmiate gli interventi censori e le umilianti autocritiche, si spinse sino a chiedere la tessera del partito comunista? (Ma sarà poi proprio con Chruscev, che farà bocciare la Sinfonia dedicata a Baby Yar, che riprenderanno gli anni difficili).
Quel che bisogna vedere nell’opera di Sciostakovic, al di là delle paure, delle omertà, delle ambiguità, delle furberie, delle pagine regalate alla propaganda per avere in cambio un po’ di pace, è la prova di quanto sia stata dura la condizione nella quale si sono trovati a vivere molti intellettuali nel secolo del totalitarismo.(Si pensi anche a Silone, Vittorini, Bontempelli, Ungaretti, Habermas, Grass). E di quanta sapienza e intelligenza abbia dato prova Sciostakovic nell’utilizzare per le sue battaglie le armi che aveva tra le mani. Anche quelle fornitegli dalla Vedova allegra.
l'Unità 27.11.06
Noi esseri umani, così uguali e così diversi
di Pietro Greco
LA VARIABILITÀ del genoma umano tra individuo e individuo è molto alta, più di quanto si prevedesse. Può infatti interessare il 12% del Dna, secondo un nuovo studio pubblicato da «Nature»
La diversità è il primo motore dell’evoluzione biologica. In ogni specie vivente non esiste un singolo individuo esattamente simile a un altro. Ciò vale anche per l’uomo. Ciascuno di noi è diverso da ogni altro. Persino due gemelli omozigoti non sono del tutto identici tra loro. La diversità tra gli individui dipende dalla storia, unica e irripetibile, che ciascuno di noi vive. Ma è anche strutturale, dipende cioè dal nostro codice genetico. Non c’è infatti un solo filamento di Dna umano uguale a un altro.
Ma quante sono le differenze genetiche tra noi? Non possono essere molte, si pensava. D’altra parte anche gli studi più recenti ci dicono che tra gli uomini le differenze nel Dna riguardano non più di 10 milioni di basi. Tutti, ormai, sappiamo che il nostro Dna è composta da una sequenza di 3 miliardi di quattro diverse unità che i biochimici chiamano basi nucleotidiche. Una differenza di 10 milioni su una sequenza di 3 miliardi di basi significa che la diversità genetica tra gli uomini non supera lo 0,3% del Dna.
In realtà, la fonte genetica della variabilità umana è molto più articolata. E le differenze, anche a livello strutturale, possono essere molto maggiori. Ce ne hanno dato una plastica dimostrazione Richard Redon, del Wellcome Trust Sanger Institute di Cambridge, Gran Bretagna, e un gruppo di suoi collaboratori sparsi per il mondo, quando giovedì scorso sulla rivista Nature hanno pubblicato un articolo sulla «variazione globale del numero di copie del genoma umano» dove è possibile constatare che le parti variabili possono interessare anche il 12% del genoma umano. Nello stesso giorno è stato pubblicato online da Nature Genetics un articolo sullo stesso argomento.
La notizia ha catturato l’attenzione sia dei media che degli specialisti: nessuno si attendeva che la fonte genetica della diversità umana fosse così estesa. Ciò non significa, tuttavia, che il mio genoma differisce per il 12% da quello del lettore di questo articolo. Il genoma di un uomo e il genoma di uno scimpanzé differiscono per meno dell’1%: e ciò è sufficiente a determinare differenze insormontabili tra gli individui dell’una e dell’altra specie.
E, allora, cosa significano queste percentuali? Beh, per rispondere dobbiamo ricordare che esistono vari livelli ove si esplica la diversità genetica o, se volete, il polimorfismo tra gli individui di una specie. C’è il livello dei cromosomi, ovvero del modo in cui il Dna si organizza in una cellula. A livello di cromosomi, per esempio, le differenze tra uomo e scimpanzé sono superiori al 4%: noi infatti abbiamo 23 coppie di cromosomi, lo scimpanzé 24.
C’è poi il polimorfismo a livello di geni. Noi abbiamo oltre 22.000 geni che svolgono attività funzionali diverse. Sappiamo che ci sono geni responsabili della formazione del cervello, collocati nel Dna in un luogo diverso dal gene responsabile del colore degli occhi. Ma sappiamo anche che ci sono geni diversi responsabili del colore degli occhi situati nel medesimo locus. Questi geni diversi che esplicano una medesima funzione sono detti alleli. Gli alleli costituiscono una grande fonte di diversità tra gli individui.
C’è infine il polimorfismo a livello del singolo nucleotide, ovvero della singola base di Dna. A causa di mutazioni, le singole unità nel Dna di individui diversi possono variare. La gran parte di queste mutazioni non producono effetti. Altre singole mutazioni possono avere effetti rovinosi e provocare gravi malattie. È nel polimorfismo del singolo nucleotide che il Dna di due membri della specie umana non differisce per più dello 0,3%.
Tuttavia è possibile individuare nel Dna anche lunghe sequenze, composta da decine o centinaia di migliaia di unità nucleotidiche, che possono o meno includere dei geni. È di queste sequenze, chiamate varianti nel numero di copie (CNV) che si sono interessati i ricercatori, studiando il Dna di 270 persone europee, asiatiche e africane nell’ambito dell’International HapMap Project. I CNV possono presentarsi in maniera diversa nel Dna di individui diversi. Talvolta le copie di CNV sono ridondanti, qualche altra mancano del tutto. Qualche volta queste differenze non provocano effetti sull’organismo, talaltra generano malattie. Il gruppo ha verificato che su circa 26.000 CNV diversi, le variazioni sono state 1.447. Ciò significa che i luoghi potenziali in cui si può manifestare diversità a livello di CNV è pari al 12% del Dna. Naturalmente, le differenze in CNV tra due specifici individui sono inferiori al 12%. La percentuale è solo un indicatore dei siti di potenziale diversità. Ed è una percentuale alta. A riprova che la diversità individuale è un bene accuratamente tutelato nel mondo biologico e nella specie umana in particolare.
l'Unità 27.11.06
Quando la mente si mette a digiuno
di Luigi Cancrini
Leggere delle modelle che muoiono di anoressia fa davvero paura. Sono belle, sicure di sé, forti, almeno in apparenza. Quali contraddizioni si portano dentro? Quanto rischiano le nostre figlie e i nostri figli? Stiamo facendo davvero tutto ciò che è possibile per aiutarle?
Una madre angosciata
In un libro di alcuni anni fa, di Vandereycken e Van Deth, Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche, sono stati proposti i risultati di uno studio condotto in tema di anoressia e di santità. La vita di una serie di sante anoressiche è stata ricostruita sulla base di documenti dell’epoca utilizzando, in particolare, i verbali dei processi istituiti per la santificazione. Basati sulle testimonianze delle persone che le avevano conosciute, questi processi sono estremamente ricchi di particolari sui comportamenti e sulle abitudini dei candidati (in quel caso, delle candidate) all’onore degli altari e permettono una ricostruzione diagnostica sufficientemente accurata del loro problema o disturbo. Proponendo una consonanza estremamente interessante con la situazione di oggi.
Una pratica assai comune fra le sante di allora era quella del digiuno. Un digiuno presentato e vissuto come un sacrificio fatto a Dio e o a Gesù, lo sposo mistico di tutte le suore del mondo. Un digiuno praticato con misura e capacità di controllo dalla gran parte di loro. Ma anche un digiuno praticato in modo drammatico e fuori controllo da parte di quelle, fra loro, che ne facevano una ragione di vita, abbandonandosi lentamente, all’interno di una virtuosa competizione con le altre, a una sfida orgogliosa contro i limiti del proprio corpo. Morendo letteralmente di fame come Santa Caterina da Siena a Roma semplicemente perché i vizi (l’orgoglio smisurato dell’aspirante santo) quando diventano “moda” hanno la capacità straordinaria di trasformarsi in virtù. Come bene indicato, dall’alto del suo cinismo aristocratico, dal Don Giovanni di Moliére.
L’aspirazione nobile (santa) del sacrificio è stata sostituita oggi da una aspirazione più prosaica (realistica) e meno santa a raggiungere un ideale irrealizzabile (delirante) di bellezza? Io credo proprio di sì. L’idea che più sei magra, sottile, eterea, inconsistente, più sei bella si è aperta uno spazio importante nell’immaginario collettivo delle adolescenti di oggi. Praticare la dieta è, come allora, un sacrificio di cui le mode che cambiano hanno cambiato solo il destinatario. Non più Gesù, lo sposo mistico che ha avuto la capacità e la forza di soffrire e di morire per noi sulla terra ma il successo della velina e l’ascesa al cielo della notorietà: dove i Vip hanno sostituito i santi e dove si arriva, vincendo alla grande, come non tutti riescono a fare, la sfida che in tante fanno con la loro dieta. O, più modestamente e più malinconicamente, per quelle che questa ascesa non hanno la possibilità o l’occasione di farla, la famiglia che non ti capisce, che non accoglie e non approva il tuo tentativo di essere comunque bella, di avvicinarti a quello che comunque è l’ideale di bellezza in cui sei cresciuto e in cui credi.
Sono sempre così estreme le situazioni? Soffrire di anoressia vuol dire essere condannato a morte? Assolutamente no. Tutto il contrario, quello che dobbiamo dire con grande chiarezza è che le situazioni estreme sono rare. Il problema serio, è quello legato al fatto per cui tutte le donne (e i pochi uomini) che presentano una anoressia o un disturbo significativo del comportamento alimentare hanno livelli di sofferenza alti e sono causa involontaria di sofferenze spesso gravi in coloro che, volendo loro bene, stanno a loro intorno. Scivolando, nelle situazioni estreme, per ragioni diverse, fino al compiersi del dramma sacrificale. Ma proponendo in ogni caso un problema serio di interventi terapeutici che debbono strutturarsi intorno al vissuto della persona e alla rete complessa dei rapporti che la persona intrattiene oltre che sulle conseguenze pratiche, corporee, del rifiuto di alimentarsi. Come ci ha insegnato quarant’anni fa, per prima, Mara Selvini Palazzoli. Come in pochi, ancora oggi, dimostrano di sapere davvero.
Abbiamo fatto abbastanza, stiamo facendo abbastanza? Probabilmente no. Da almeno due punti di vista.
Prima di tutto quello della possibilità e della capacità di dare risposte all’altezza del problema. Troppo ignorata è la necessità di insegnare la complessità dei problemi personali e interpersonali con cui bisognerebbe sapersi confrontare ai medici di famiglia e ai pediatri di base che vengono consultati per questo motivo e troppi sono, ancora oggi, gli psichiatri che affrontano tutta questa complessità armati solo del loro povero riduzionismo biologico. Troppi dipartimenti di salute mentale non sono in grado ancora oggi di offrire il sostegno psicoterapeutico che sarebbe necessario alla persona anoressica e alla sua famiglia. Qualcosa di buono potrebbe accadere da questo punto di vista se il Parlamento porterà a termine il percorso della legge sull’accesso alla psicoterapia incardinato oggi presso la Commissione Affari Sociali della Camera ma molto impegno e molto tempo saranno necessari ancora perché si arrivi davvero ad una situazione in cui chi ha bisogno di curarsi possa davvero essere curato.
Sul piano culturale, in secondo luogo, quello di cui c’è un bisogno sempre più urgente è una campagna di informazione seria. Bisogna parlare con le famiglie e bisogna parlare a scuola delle diete in sé e delle implicazioni psicologiche che esse assumono quando vengono utilizzate all’interno di uno scontro con un famigliare importante o poste al servizio di una fantasia, più o meno delirante, sul corpo che si desidererebbe avere. Del come ci si dovrebbe alimentare, voglio dire, e della necessità di riflettere seriamente sul problema del modo in cui ci si nutre oggi perché paradossalmente quelle che stanno crescendo insieme, da noi come altrove, sono le anoressie e le obesità, gli eccessi dietetici e gli errori di nutrizione. Proponendo l’idea di un rapporto con il cibo che è sempre più problematico e carico di valenze affettive. Ma proponendo, soprattutto, la necessità di un discorso educativo capace di adattarsi ai problemi seri dell’oggi, alle manifestazioni più comuni del disagio e del disorientamento dei preadolescenti e degli adolescenti. Quelli di cui facciamo tanta fatica a decifrare ed a intercettare gli umori e le passioni, le difficoltà e le attese. Quelli che miglioreranno o peggioreranno un mondo che è il nostro a seconda del modo in cui sapremo aiutarli ad incontrare positivamente la vita che si apre davanti a loro: splendida e/o paurosa insieme in tutta la sua irresistibile complessità.
Corriere della Sera 27.11.06
Il premio Nobel, 97 anni: la conoscenza è per definizione un bene, ma gli scienziati non detengono il monopolio della saggezza
Rita Levi Montalcini: «Agnostica, difendo la vita e i principi morali»
di Barbara Palombelli
L'educazione laica avuta dai genitori e la religione della scienza
Ha 97 anni e si definisce come un'agnostica credente. Il suo dio è la scienza, i suoi comandamenti sono i principi morali che l'hanno guidata nel lungo percorso esistenziale. Gira il mondo, partecipa a congressi e convegni, è precisa e attenta nel suo impegno di senatrice a vita, si è battuta per conquistare finanziamenti agli istituti di ricerca, sta per mandare in libreria ancora un testo. E' una donna sempre molto elegante, in ordine, con i gioielli giusti sui meravigliosi abiti di Capucci che aderiscono al suo corpo magro e agile. «Nella prima infanzia, l'educazione assolutamente laica, impartita dai miei genitori a me e ai miei fratelli è stata motivo di imbarazzo, quando dovevamo confrontarci con coetanei e amici che facevano sfoggio della loro religione e chiedevano conto della nostra. Ripensandoci oggi, quel tipo di educazione ha avuto e ha tuttora il grande merito di rendere gli individui responsabili dei propri comportamenti in forza di principi etici e non allo scopo di ottenere un compenso o sfuggire ad una punizione in una ipotetica vita ultraterrena. Personalmente, pur dichiarandomi laica o meglio agnostica e libera pensatrice, mi ritengo tuttavia profondamente "credente", se per religione si intende credere nel bene e nel comportamento etico: non perseguendo questi principi, la vita non merita di essere vissuta». Rita Levi Montalcini ha appena consegnato all'editore Baldini Castoldi Dalai il suo ultimo saggio, «Tempo di revisione», scritto con Giuseppina Tripodi. Dal testo estrae una citazione di Albert Einstein e la usa come integrazione alla sua definizione di «fede». «Il fattore più importante dell'esistenza umana, diceva Einstein, è la creazione di un fine. E' necessario un grande sforzo interiore, da parte delle comunità di persone libere, per liberarsi dell'eredità di istinti antisociali e distruttivi. L'uso delle capacità intellettuali, basate su principi morali, dà contenuto e significato alla vita».
Lei ha vissuto il dramma dell'Olocausto e della persecuzione nazista. Come ricorda quel periodo?
«I giovani di oggi ignorano quasi completamente quanto è capitato, o non credono che l'Olocausto sia veramente accaduto. A me sembra che ricordare le tragedie che sono avvenute più di mezzo secolo fa sia assolutamente necessario, utile, ai fini di evitare per quanto possibile il ripetersi di simili catastrofi. Ricordare è importante, perché non passi nell'oblio la tragedia che ha distrutto decine di milioni di uomini. Difficile entrare nella testa dei pazzi che dirigevano, e anche di un popolo così ossequiente: non c'è dubbio che i tedeschi, ma in parte anche gli italiani, erano favorevoli ai dittatori. Il ruolo carismatico che hanno giocato Hitler in Germania, Mussolini in Italia, Mao in Oriente, Stalin in Russia, dimostra come l'uomo sia recettivo facilmente a tutti i messaggi che arrivano sia oralmente che per via visiva. Bisogna a tutti i costi cercare di rendere l'uomo libero dall'ossessiva ossequiosità agli individui con un forte carisma e privi di morale, come quelli che hanno diretto le tragedie della metà del secolo scorso».
Lei ha vinto un premio Nobel studiando la vita, analizzando e spiegando i meccanismi magici e perfetti della biologia. Che idea si è fatta della creazione?
«La conoscenza è per definizione un bene — forse il bene primario dell'uomo — perché senza di essa non possono esistere le altre libertà fondamentali alle quali ci si appella di continuo. Gli scienziati non detengono il monopolio della saggezza. La soluzione dei problemi che affliggono l'intero genere umano, fino a porne in pericolo la sopravvivenza, spetta in pari misura a filosofi, uomini di religione, educatori e appartenenti ad altre discipline. La recente rinascita del movimento creazionista, basata sulla concezione del "disegno intelligente", nega la validità delle selezione darwiniana. Una negazione, questa, derivante dall'ignoranza delle rigorose prove dei nuovi apporti della genetica. Le ipotesi espresse da esperti genetisti trovano consenso nei risultati delle ricerche eseguite con le tecnologie avanzate oggi a disposizione dell'uomo. Il programma genetico nell'uomo non gode di un potere assoluto, ma è soggetto a modifiche di natura epigenetica».
Mi sembra che il suo mondo — per fortuna — non risenta delle turbolenze politiche internazionali. La scienza vive al di fuori delle barriere e può giocare un ruolo importante per una riconciliazione fra le diverse identità.
«Oltre agli immensi contributi che la scienza e la tecnologia possono oggi apportare, per una migliore condizione di vita in tutte le regioni a vantaggio dei suoi abitanti, deve essere preso in considerazione quello che di gran lunga è il più importante: la promozione di un'amicizia basata su scambi di conoscenze e contatti reciproci. Soltanto così si può pervenire al superamento di differenze derivate da ostilità e intolleranze etniche. La scienza permette un linguaggio senza ambiguità e comprensibile nelle nazioni più diverse».
Esiste una zona grigia fra la vita e la morte, la scienza la sta allungando. Cosa pensa dell'eutanasia, che in Italia è ancora un reato punito con molti anni di carcere?
«Nessuno ha il diritto di sopprimere la vita, l'eutanasia potrebbe essere concessa, sempre e soltanto nella fase terminale di malattie che provocano gravi sofferenze, in seguito a processi degenerativi o neoplastici senza speranza di guarigione. Sono favorevole all'eutanasia soltanto per la propria persona attraverso un testamento "biologico" stilato, a norma di legge, in pieno possesso delle proprie facoltà mentali, nel quale si dichiari che qualora non si fosse più in grado di possedere le facoltà di intendere e di volere, una commissione di medici esperti può porre fine alle gravi sofferenze o ad una vita priva di capacità cognitive».
La scienza è il contrario della superstizione. Eppure, nel terzo millennio c'è chi crede ancora ai guaritori, alla lettura delle carte...
«Ritengo che questa credulità sia insita nella natura umana — almeno in un certo numero di individui — e non sia del tutto sradicabile. E' sufficiente vedere il favore che ancora oggi godono pratiche mistiche di natura medievale quali la magia nera, per renderci conto di quanto l'uomo non sia poi così diverso dai suoi antenati che vivevano in tempi preistorici e ritenevano che fenomeni naturali quali il fulmine, l'arcobaleno e altri effetti della stessa natura potessero significare il furore o i consenso di esseri soprannaturali identificati in divinità benigne o maligne».
domenica 26 novembre 2006
agoranews.it
Nelle “stanze” dei sogni con la famiglia Morandini
2007. Puntuale in libreria la famiglia Morandini (oltre a Morando anche Laura e Luisa sono autrici dell’opera) con “Il Dizionario dei Film” che ci offre un punto di vista critico sull’annata cinematografica conclusasi la scorsa estate, fino alla partenza dell’ultimo Festival di Venezia.
Edito da Zanichelli, il Dizionario di 1984 pagine in cui sono presentati e recensiti circa ventiduemila film usciti in Italia (tra cinema, home video e televisione) dal 1902 al 2006, ha come allegato un utilissimo CD-Rom che, corredato da più 6500 schede complete di locandine o immagini di scena, presenta molteplici criteri di ricerca.
La copertina anche quest’anno è dedicata a un film italiano:”Il regista di matrimoni” di Marco Bellocchio, scelta dettata non solo dall’originalità e dal valore del film ma anche per mettere in evidenza un’attrice bella e brava come Donatella Finoccharo.
Del Dizionario non è bella solo la veste editoriale ma sicuramente i contenuti interessanti.
Infatti di ogni film, oltre al titolo italiano, troviamo: titolo originale, Paese di produzione, anno d’uscita, regista, principali interpreti, una sintesi della trama, una concisa analisi critica, durata, suggerimenti sull’opportunità di visione per i ragazzi, indicazione grafica sul giudizio della critica (da 1 a 5 stellette) e, unico nel suo genere, sul successo di pubblico (da 1 a 5 pallini).
E proprio in questa edizione le bramate 5 stellette di critica sono andate a tre film:”History of Violence” di David Cronenberg, “Volver” di Pedro Aldomovar e “Il vento che accarezza l’erba” di Ken Loach, Palma d’oro a Cannes 2006.
E ancora gli Indici e le Appendici con i Premi Oscar, i migliori film, i film della Mostra del cinema di Venezia 2006 e i principali siti Internet dedicati al cinema.
Insomma non solo un dizionario ma un testo completo per gli amanti del cinema e per coloro che vogliono cominciare a sbirciare nelle “stanze” dei sogni!
Il Morandini 2007-Dizionario dei film (con CD-Rom)
Editrice Zanichelli – Collana: Dizionari
nonsolocinema.com
TARGA CITTÀ DI TORINO - SOTTODICIOTTO FILMFESTIVAL A MARCO BELLOCCHIO
Dal 2001 Sottodiciotto assegna ogni anno la Targa Città di Torino - Sottodiciotto Filmfestival a un cineasta che si sia particolarmente distinto per coerenza e sensibilità nel mettere in scena il mondo giovanile. Nell’anno in cui vengono celebrate le passioni, la Targa viene conferita a un regista che ha fatto dell’appassionata ricerca nel cinema e nella realtà e di uno sguardo sempre lucido e attento sul presente e sul passato le proprie cifre stilistiche: Marco Bellocchio. Il pubblico del Festival potrà dialogare con il cineasta in un incontro esclusivo e ammirare su grande schermo dieci suoi film: Abbasso il zio (1961), I pugni in tasca (1965), Nel nome del padre (1972), L’ora di religione (2002), Buongiorno, notte (2003), Sorelle (2006) e altre opere, in una sorta di itinerario ideale attraverso quarantacinque anni di carriera di un autore sempre coerente con se stesso e volutamente scomodo, lontano anni luce dal buonismo e capace di raccontare l’Italia e i giovani senza ipocrisia.
Affari Italiani 24.11.06
Pensiero e proposte di Riccardo Lombardi sono uno dei filoni più vitali per l'identità di nuova sinistra. Parola di Folena e Cremaschi
Il pensiero di Riccardo Lombardi, le sue proposte, le riforme di struttura e la programmazione economica, la riduzione dell'orario di lavoro e l'autogestione, la modifica dell'organizzazione capitalistica e una diversa produzione dei beni di consumo, sono quanto mai attuali, sono uno dei filoni storici più vitali per l'identità politica di nuova sinistra. E' questa, in sintesi, la tesi di Pietro Folena, presidente della Commissione Cultura della Camera e del segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi, alla vigilia di due appuntamenti: l'Assemblea Nazionale di 'Uniti a Sinistra' a Roma e il convegno di Mantova 'Innovare la cultura di sinistra' promosso dal Forum 'Sinistra Europea' con il ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero.
"Lombardi e la sinistra socialista - spiega Folena - sono uno dei filoni storici più significativi e vitali per la costruzione della Sinistra Europea: il riformismo rivoluzionario di Lombardi è parte integrante della nostra identità di oggi". Riformatore e non riformista, l'ingegnere socialista propose fin dal 1923 la riduzione dell'orario di lavoro per la piena occupazione ma anche per modello di vita più umano. "Va riaperta la questione della riduzione drastica dell'orario di lavoro - dice Cremaschi - oggi non solo c'è una questione di oppressione e subordinazione nel lavoro, ma c'è anche quella del tempo di lavoro che ha invaso la vita di ciascuno". E al convegno di Mantova non si parlerà solo di Lombardi, ma del socialismo di sinistra. "C'è una cultura, un patrimonio d'idee e progetti - è l'opinione di Ferrero - quello del 'socialismo di sinistra', da recuperare per i suoi contenuti: i nodi individuati già a quel tempo come la democrazia di base, la soggettività dal basso, l'autogestione, sono attuali".
A sinistra dunque si riscopre l'ingegnere dalla 'statura gigantesca', come lo definisce un rapporto della polizia fascista del 1943, conservata presso l'Archivio di Stato: il politico dalla "cultura vastissima - come lo descrive nel suo diario, la moglie Ena Viatto - leggeva, annotava, rielaborava ed attualizzava: la conversazione con lui era un arricchimento". E il ministro Ferrero precisa ancora: "Dobbiamo confrontarci con quella cultura davvero originale e straordinaria perché essa ci dice dei problemi d'oggi: la democrazia di base, la soggettività dal basso, la non-violenza, sono tutte questioni attualissime".
E Folena osserva, "il riformismo rivoluzionario di Lombardi era altro dal riformismo di oggi, non era il riformismo della Bce o del Fondo Monetario Internazionale: era qualcosa che chiedeva e pretendeva un cambiamento sociale profondo". Rimettere al centro la questione della riduzione dell'orario di lavoro e del tempo di lavoro e di vita, "è quanto mai urgente e ineludibile perché si sta andando ormai in una direzione che - precisa Cremaschi - vede il tempo di lavoro dilatarsi a dismisura: e in questo contesto si inserisce l'innalzamento dell'età pensionabile".
Ma perché tornare a riflettere su Lombardi, Basso, Panzieri e Morandi? "Per recuperare i due elementi che contraddistinsero quella cultura: il superamento da sinistra dello stalinismo e la straordinaria capacità d'analisi per il netto rifiuto di modelli precostituiti dei processi e dei mutamenti sociali", risponde il ministro Ferrero. "E la sinistra radicale - aggiunge Cremaschi - non può essere libertaria: il partito classico, quello nato dal leninismo, ha concluso la sua storia da tempo per cui prendere a riferimento quell'esperienza politica, da Lombardi ai Quaderni Rossi di Panzieri, è una via obbligata e giusta". Cancellata per decenni la Grande Utopia di Lombardi è così tornata d'attualità: costruire quella "democrazia socialista che non c'è mai stata", dove, "ciascun individuo abbia la massima possibilità di decidere la propria esistenza e la propria vita".
Nel suo diario, Ena racconta: "Era un politico che si salvava perché diverso e isolato ascoltato ed acclamato da molti imitato da pochi: si limitava ad offrire idee sostenute dalla conoscenza della realtà sociale non il potere né i mezzi per conquistarlo: Riccardo non ha mai potuto accettare che la scelta che egli aveva fatto per vocazione che è esigenza dello spirito potesse essere per i giovani compagni che tentava di formare un'opzione di carattere professionale: non poteva concepire che per essi far politica era una scelta di carriera, significava procurarsi strumenti per la conquista di un potere da usare per la realizzazione di un ideale in cui credevano o, meglio, ritenevano di credere".
Repubblica 24.11.06
Firenze, 16:01
BERTINOTTI: MOVIMENTO NO GLOBAL, STRAORDINARIA INTUIZIONE
"L'intuizione che e' alla base della nascita del movimento no global e' straordinaria, perche' e' la prima vera intuizione critica al di la' del '900". Lo ha detto il Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, intervenendo a Firenze a un seminario dell'Istituto italiano di scienze umane. Bertinotti ha confermato la critica all'attuale capitalismo "totalizzante e divoratore", che ha dato vita a una presunta innovazione, "quella della globalizzazione". A fronte di questo elemento che vuole ridurre ogni cosa e ogni persona a una visione economica, ci sono state, secondo Bertinotti, due risposte: "quella identitaria, che tende ad escludere, a essere contro l'altro ed e' quindi regressiva e un'altra progressiva, che parla invece il linguaggio di una possibile alternativa, ed e' quella no global. Questo movimento costituisce una promessa perche', quale sia il giudizio che si voglia dare, rappresenta una critica all'esistente aperta all'altro e al futuro". Bertinotti ha quindi precisato di non voler presentare i movimenti "come sostitutivi rispetto ai grandi soggetti organizzati e alle grandi teorie politiche del '900, ma di fronte alla desertificazione imposta dalla globalizzazione sono un residuo attivo, che non esita a proporsi di fronte a una modernizzazione obliqua", negativa.
Repubblica 25.11.06
Giordano, leader di Rifondazione: non vorrei che fosse questo il programma del Partito democratico
"L´Unione ascolti il suo popolo e non subisca Montezemolo"
Cose buone Nella Finanziaria ci sono anche cose buone, ma la nostra gente si aspettava molto di più da tutti noi
i contratti Nella maggioranza vedo disponibilità di alcuni allo scardinamento della struttura contrattuale
ROMA - «Dopo la Finanziaria saremo di fronte ad un bivio: o ascoltiamo la Confindustria o ascoltiamo il popolo dell´Unione. Il partito democratico ormai subisce il programma di Montezemolo e soci, dal taglio delle pensioni alle liberalizzazioni. Noi invece vogliamo dare al popolo dell´Unione le risposte che attende. E per questo lanceremo una ripresa dell´iniziativa sociale». A Franco Giordano definire tutto ciò come la «fase 2» di Rifondazione, non piace. Ma il leader del Prc apre di fatto una nuova stagione di lotte del suo partito, contrapposta alla strategia messa a punto da Margherita e Ds. A cominciare da domani a Napoli, quando Rifondazione sarà in piazza contro la camporra e la precarietà (e oggi, sempre nel capoluogo campano, riunione a porte chiuse dell´esecutivo per definire i contenuti dell´offensiva). In testa alle richieste: un salario garantito per i giovani.
Segretario, Prodi dovrà aspettarsi allora tanti altri cortei, con i ministri di lotta e di governo che tornano i piazza?
«Eviterei di ridurre la questione ai nostri ministri o sottosegretari. Il punto è che la partecipazione e la mobilitazione democratica rappresentano il vero valore aggiunto di questo esecutivo. Se l´essere al governo determinasse una stasi nei movimenti, sarebbe un errore tragico».
Quindi, passata la manovra, voi alzerete il tiro.
«Nella Finanziaria ci sono cose anche buone, ma la nostra gente si aspettava e si aspetta molto di più, come dimostrato anche dall´insoddisfazione che si sente in giro. Ora, c´è nella maggioranza c´è chi pensa di allargare i consensi battendo la strada dei tagli alle pensioni, delle liberalizzazioni. Non solo. Vedo che perfino sulla flessibilità degli orari e sullo scardinamento della struttura contrattuale, cavalli di battaglia della Confindustria, circola una certa disponibilità in alcuni settori dell´Unione. Avverto subito: su quei punti non si tratta, non è materia disponibile».
Di quali settori parla?
«I settori centristi della maggioranza. Non vorrei che fosse proprio questa la metafora del Partito democratico. La piattaforma riformista che diventa una mera accettazione delle posizioni della Confindustria. Che non è più, diciamo così, un prodotto autoctono. Vengono presi pezzi e stralci altrui. Ormai mi pare purtroppo che siamo a questo punto».
Si può trattare invece su pensioni e liberalizzazioni?
«Sulle pensioni si può aprire un grande confronto ma sulla base di alcuni passaggi-chiave: restare al lavoro di più solo su base volontaria, e aumento delle pensioni minime».
Sul pacchetto di liberalizzazioni di Rutelli?
«Ma quel pacchetto formalmente non esiste neppure. Non fa parte del programma dell´Unione. E´ stata una personale iniziativa, non ne siano mai stati informati. E se il contenuto fosse poi quel che ho visto sui giornali, riceverebbe un no secco. Noi per esempio pensiamo ad un spazio maggiore in economia per il settore pubblico. Agli atti c´è invece il testo del ministro Lanzilotta: si può aprire una discussione, a patto che sparisca l´obbligo dei comuni a vendere. Vorrei tornare però al senso politico dell´operazione cosiddetta fase 2».
Torniamoci.
«Si sostiene che sarebbe questa la strada per rilanciare l´azione di governo, per allargare il consenso dell´Unione. Io penso invece che accadrebbe esattamente il contrario. Rischiamo di restringere il sostegno del popolo dell´Unione, parlo di quello materiale, vivo, vero, corriamo il pericolo di perderlo via via. Se non ritroviamo lo spirito originario, se non rilanciamo l´iniziativa sul terreno sociale».
Rifondazione a che cosa pensa, in alternativa al pacchetto riformista?
«Intanto, l´area riformista al proprio interno è tutt´altro che compatta e stabile, come per esempio hanno dimostrato le reazioni negative di Bersani all´uscita di Rutelli. Il centro della nostra iniziativa sarà il sud, la lotta alla precarietà, per arrivare a forme di reddito garantito per i giovani disoccupati. Siamo pronti ad una sfida e ad un compromesso».
Vale a dire, onorevole Giordano?
«Le imprese ci criticano per le nostre posizioni sulla flessibilità, ma la loro competizione è tutta basata su tagli e la ricerca del costo più basso. Ma è sul terreno della qualità, dell´innovazione, dei prodotti alternativi (a partire dall´energia) che il paese può vincere la battaglia. Coniugando qualità e diritti, novità e garanzie».
Repubblica 26.11.06
Le invasioni barbaruiche del nostro tempo
di Eugenio Scalfari
VANNO di moda i barbari. Dico meglio: abbiamo scoperto di vivere in mezzo ai barbari. O addirittura: ci siamo tutti imbarbariti.
Di questa novità fanno fede alcune costumanze che da qualche anno si sono diffuse e continuano a diffondersi sempre più ampiamente specie tra i giovani; un lessico che attraversa la lingua e i dialetti; comportamenti e modi di vivere altrettanto trasversali; saggi, romanzi, film, trasmissioni televisive che accendono i riflettori sul fenomeno della barbarie e dell´imbarbarimento. Dunque il fatto esiste ed è largamente percepito.
Chi usa la parola "barbari" per definire un´umanità diversa e degradata, di solito pensa di non appartenere a quella tribù, i membri della quale dal canto loro non si sentono affatto portatori di barbarie. Poiché ogni individuo pensa di essere al centro del mondo, per ognuno di noi gli stranieri (i barbari) sono gli altri. Ma il caso di cui qui ci occupiamo è diverso. Non esiste infatti un confine territoriale definito e riconoscibile che divida gli uni dagli altri. I nostri figli e i nostri nipoti possono essere barbari nei costumi e nei pensieri nostro malgrado. Ecco un aspetto della questione che rende più difficile l´analisi e la diagnosi.
Va da sé che diagnosi e analisi riguardano soprattutto gli intellettuali, i filosofi, gli scrittori, i sociologi, gli antropologi. Infatti la discussione è vivace soprattutto tra le persone che esercitano il loro intelletto su fenomeni sociali e culturali. Le invasioni barbariche sono anzitutto un fatto culturale e mentale e quindi coinvolgono soprattutto gli addetti ai lavori. Non a caso uno dei primi a definire il concetto di barbari fu Aristotele.
Non ho capito bene se Baricco osservi la società barbara da uno di quei rifugi o stia in mezzo all´ondeggiamento generale riuscendo però a oggettivizzarlo mentre ondeggia anche lui insieme agli altri.
Il suo punto fermo comunque è l´eccezionalità. Non era mai accaduto secondo lui che l´intero pianeta imbarbarisse e - soprattutto - che l´epicentro di questo fenomeno epocale fosse l´Occidente, cioè la parte più ricca e colta del mondo.
Poiché si tratta d´uno scrittore ed un romanziere, la sua attenzione si concentra sulle mutazioni dell´arte e in particolare della letteratura. Si potrebbe ancora scrivere oggi un libro come la "Recherche"? La risposta è no. Non si potrebbe. «La vecchia e cara Europa di Thomas Mann e degli antichi parapetti di Dresda non conta più nulla».
È proprio così? Non nascondo che questa frase mi ha fatto sobbalzare. Per reazione mi sono sentito di slancio un conventuale dedicato alla custodia delle icone. Ma poi mi sono reso conto di non essere il tipo adatto a ritirarmi sul monte Athos. Perciò rimango anch´io a discutere e ad oggettivizzare, mutante tra i mutanti. Aggrappato però ad appigli ben solidi, zattere di salvataggio in cerca di terraferma.
Camus sosteneva che la tragedia - secondo lui massimo apice della letteratura - si manifesta soltanto in epoche di eccezionale transizione. Quella greca nel V secolo e la sua fioritura durò cent´anni, quanti ne corrono tra Eschilo ed Euripide; quella elisabettiana mezzo secolo, tra Marlowe e Shakespeare. Nel V secolo la società greca passava dalla cultura del fato a quella socratica della ragione consapevole; nel secolo XVII nasceva la cultura della libertà e della soggettività. Così all´incirca.
Ebbene, io non condivido la tesi dell´eccezionalità. Né come la spiegava Camus né come la descrive oggi Baricco a proposito dei suoi barbari. Penso che i barbari, per dire i diversi, si profilino all´orizzonte d´ogni generazione inalberando vessilli di utopie, di rivoluzioni ma anche di nuovi medioevi, destinati in gran parte a cadere sotto la falce del tempo. Qualcuno dei semi da essi lanciati sul terreno attecchiscono germinando nuove possibilità aperte al futuro. Altri fanno crescere gramigne che impoveriscono le colture e decimano i raccolti. A volte spingono avanti le ruote della storia, altre volte ne deviano il corso verso la decadenza e la rovina.
Così si susseguono le generazioni con mutamenti che sembrano sconvolgenti ai contemporanei ma che, viste dai posteri, appaiono lentissime.
Chi è nato agli inizi del secolo scorso è stato testimone e partecipe di molte invasioni barbariche, a partire dalla cosiddetta "belle époque" alla "décadence" ai nazionalismi, al socialismo, alle due guerre mondiali, ai totalitarismi, alla strage di cento milioni di persone, alla Shoah, alla bomba atomica. C´è stato l´orrore dei mattatoi ma anche la nobiltà e la dignità di chi ha portato in salvo i Lari e i Penati.
In questi cent´anni tutto è stato eccezionale, dal motore a scoppio alle stazioni spaziali, dall´elettricità ai chip informatici. Tutto è stato mutante ma al tempo stesso immobile. I barbari hanno viaggiato con noi dentro di noi e noi con loro dentro di loro. Così è stato sempre e sempre sarà. Quando tutto è (o sembra) eccezionale, vuol dire che nulla è eccezionale ma normale avvicendarsi delle stagioni, delle generazioni, del pendolo che scandisce gli attimi del tempo. Noi ci muoviamo nel tempo e il tempo esiste perché noi ci muoviamo con lui.
No, non è così. I totalitarismi novecenteschi furono un fenomeno di massa in tutte e due le loro forme estreme del fascismo e del comunismo. La secolarizzazione è stata anch´essa un fenomeno di massa. Il socialismo e il sindacalismo riformisti sono stati anch´essi fenomeni di massa. Tutti questi movimenti e le idee che li suscitavano nacquero come entità diverse e minoritarie ma poi si massificarono e invasero le società in seno alle quali avevano piantato i loro germogli.
C´è una pagina di Montale che descrive la condizione in cui si trovò la sua generazione durante il fascismo, ma che possiede una valenza che va al di là del caso specifico. Sta nel libro "Il nostro tempo", pubblicato nel 1973. Ne traggo questa citazione: «L´uomo d´oggi ha ereditato un sistema nervoso che non sopporta le attuali condizioni di vita. In attesa che si formi l´uomo di domani, l´uomo d´oggi reagisce alle mutate condizioni non opponendosi agli urti bensì facendo massa, massificandosi».
È esattamente ciò che è avvenuto durante l´invasione barbarica dei totalitarismi novecenteschi e - in situazioni diverse - avviene anche oggi: la presenza dei nuovi barbari massifica la società e questo è il modo con cui la democrazia metabolizza il gene della barbarie. Un modo inquietante, effetto e causa del generale imbarbarimento.
Resta la questione della liquidità. S´è mai vista prima d´ora una società liquida?
Si è vista e si vede quando gli individui perdono qualcuna delle loro dimensioni e assumono forma piatta, si massificano e sprofondano nell´anonimato che è la vera tragedia della modernità.
L´uomo nell´acqua perde peso e non fa ombra. L´uomo verticale fa ombra, lunga o corta che sia secondo l´inclinazione del sole. L´ombra è l´immagine nostra che si prolunga all´esterno. Essere senza ombra significa essere senza immagine.
Nella società liquida la personalità si appiattisce, decadono le istituzioni intermedie, le masse delegano i poteri ai demagoghi e ai tiranni di turno, la democrazia si svuota di contenuti. Da questo punto di vista massificazione, semplificazione e liquidità sono pressoché sinonimi. La gente ha altro da fare che occuparsi della res-publica. La sua occupazione principale è quella di uscire dall´anonimato, magari per qualche minuto o addirittura per qualche frazione di minuto. La fortuna dei quiz televisivi dipende da questo bisogno che la Tv appaga. I conduttori sono diventati espertissimi sacerdoti di questi riti. Fanno sognare, ti rendono celebre presso gli amici del tuo paese, del tuo quartiere, del tuo condominio. Lo potrai raccontare ai figli e ai nipoti col supporto di un cd o di un dvd. Sei esistito. Che vuoi di più?
Perfino i Papi, i Vescovi, i Dignitari delle chiese, hanno bisogno del tubo catodico per significare. Imparano a gestire il proprio corpo. Roteano gli occhi, fanno mosse e vocine, scelgono il camauro e le tiare dai colori adatti. Non parliamo dei Capi di Stato e di governo, dei ministri, dei politici, dei Vip.
Abbiamo linciato Prodi perché non sa comunicare. Questa è la civiltà mediatica, "darling". Anche se fa il verso a se stessa, non è anch´essa un´invasione barbarica in piena regola?
Da "La primavera hitleriana" pubblicata nel 1956 nel volume "La bufera e altro":
«Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
stende a terra una coltre su cui scricchiola
come su zucchero il piede
.........................
e l´acqua seguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole».
A volte un poeta esprime meglio di qualunque dotto ciò che è accaduto e accade perché non osserva la superficie ma scende e scava nelle miniere dell´anima.
Ricordiamolo: più nessuno è incolpevole.
l’Unità 26.11.06
Socialismo europeo e nuova costituente: la sfida è aperta a sinistra
Giordano, Prc: va ricostruito il campo della laicità. Folena, Uniti a sinistra: è possibile lanciare un ponte tra riformisti e alternativi
IL PARTITO DEMOCRATICO? «È come se fossimo schiacciati tra Clinton e Amendola, e nel 2006 non è il massimo...». Una battuta, quella di Franco Giordano.
Ma il segretario di Rifondazione non l’ha buttata là per caso. Intervenendo all’assemblea di Uniti a Sinistra, l’associazione di Folena e Falomi, il successore di Bertinotti critica la deriva verso una piattaforma «liberaldemocratica», che poi non è che «l'acquisizione tout court del paradigma della società attuale», e «nel migliore dei casi la tensione verso l'impostazione classica di tipo socialdemocratico, come 50 anni fa». Dunque, tra Clinton e Amendola.
In platea, al teatro Colosseo, ci sono il diessino Cesare Salvi, Armando e Maura Cossutta, Giovanni Russo Spena, Sandro Curzi. Pietro Folena sottolinea la «precarizzazione di ogni forma di lavoro» e richiama alla manifestazione del 4 novembre stigmatizzando la «pretestuosa e precipitosa» dissociazione della Cgil: «Dovesse prevalere l'idea di un governo amico, di un sindacato molto decisionista e istituzionale creerebbe un drammatico corto circuito nella rappresentanza sindacale e nella democrazia italiana. Speriamo s’inverta la rotta, altrimenti la Cgil sarebbe la prima vittima della “fase 2”».
Uniti a sinistra spera in una sinistra unitaria europea, che s’ispiri alle migliori esperienze di Prc, Sinistra Ds «e delle tante forze vive della sinistra sociale»; così da richiamare al rispetto del programma dell’Unione e bloccare il neocentrismo della fase 2. Per Folena bisogna accelerare verso la «costituente della sinistra»: il nuovo soggetto unitario «o nasce dal basso, democraticamente, o non nasce». Cesare Salvi ascolta con interesse: «l'unità della sinistra è la proposta strategica che porteremo al congresso, chiaramente alternativa al Pd. Tanto più se si guarda al socialismo europeo». E infatti «Uniti a sinistra» si propone di promuovere la «Sezione italiana della Sinistra europea». «Vogliamo essere il primo mattone di un ponte tra la sinistra alternativa e il riformismo di sinistra presente nel Pse e nell'Internazionale - sottolinea Folena - lavorando sulla suggestione lanciata da Oskar Lafontaine qualche settimana fa».
Per Giordano va ricostruito «il campo della laicità» per combattere le «ingerenze delle gerarchie ecclesiastiche nella produzione legislativa delle nostre istituzioni». Non è solo questione di Pacs o bioetica, ma «è venuta meno una delle forme di mediazione della cultura di centro. La vecchia Dc aveva proprio questa funzione. Oggi la debolezza del ceto politico rende indispensabile ricostruire il campo della laicità politica». Il Prc guarda le recenti polemiche interne alla Cgil con preoccupazione: «Il problema vero è uscire dalla logica del taglio del lavoro e dal costo di produzione. Occorre uno spazio pubblico per investire e questo significa un ritorno a una politica di programmazione». Giordano attacca Confindustria la cui politica «trova così ampio ascolto nella fase due» e si chiede perchè gli industriali italiani critichino «la Finanziaria nonostante si sia giovata di 2 miliardi e mezzo per il prossimo anno. Da gennaio a marzo si apre una partita decisiva da cui dipenderà l'identità sociale del prossimo governo». Tema caldo, le pensioni: «Chi penserà di brandire la spada per tagli su pensioni e liberalizzazioni si sbaglia».
Repubblica 26.11.06
Giordano: schiacciati tra Clinton e Amendola
La riunione di "Uniti a sinistra": spazio a chi non crede del Pd
ROMA - «Come se fossimo schiacciati tra Clinton e Amendola, nel 2006 non è il massimo...». Tono sarcastico del segretario del Prc, Franco Giordano a proposito di partito democratico. C´era una volta la Rifondazione comunista, che prima del varo della Finanziaria, si muoveva all´unisono con il sindacato, con la Cgil. C´è oggi invece una frattura tra l´organizzazione dei lavoratori e il Prc certificata ieri nella riunione di "Uniti a sinistra", l´associazione animata da Pietro Folena. Le ultime scelte di Guglielmo Epifani non sono piaciute a Giordano: «Mi preoccupa la distanza della Cgil dalla politica, distanza che la costringe in una visione istituzionalizzata». Severo anche il giudizio di Folena: «Se la Cgil dovesse chiudersi in una fase di recriminazione a sinistra rischierebbe di essere, come chiede un giorno sì e l´altro pure Montezemolo, la vittima designata della "fase 2"». La critica alla Cgil è netta. Quasi un ammonimento preventivo di fronte alla scadenze del dopo-Finanziaria: riforme e fase due. «Nessuno pensi di brandire le pensioni come metafora della fase due - dice il segretario del Prc Giordano - . E non pensino di mutare la natura del nostro programma e il vincolo di mandato che ci ha fatto vincere sulla piattaforma opposta a quella degli imprenditori».
"Uniti a sinistra" ieri ha visto parecchi ospiti, da Cesare Salvi ad Aldo Tortorella a Armando Cossuta, sempre più in rotta di collisione con le scelte del suo partito, il Pdci. «Sono liberamente comunista, punto», dice Cossutta. Per Folena la sua associazione dev´essere un ponte tra la Sinistra europea e il Partito socialista europeo. «Per una sinistra unita il tema dell´adesione al Pse si pone oggettivamente - ammette Cossutta - . Ma viene dopo la costruzione di un soggetto popolare e democratico che oggi non c´è e che deve rivolgersi a Rifondazione, al Pdci, a quella parte dei Ds che non si riconosce nel Partito democratico. E a tante forze esterne che non si riconoscono in nessun partito».
il manifesto 26.11.06
Noi Lombardi, voi Amendola a sinistra è sfida tra classici
di D. Cir.
Roma. La sinistra torna ai classici. Pietro Folena, promotore di Uniti a sinistra - che aderisce al progetto di Sinistra europea con Rifondazione comunista - candida la sua associazione a fare da ponte tra la sinistra radicale e «il multiforme mondo del socialismo europeo». Per farlo ritorna a un socialista doc (per altro molto amato e spesso citato da Fausto Bertinotti). «Riprendiamo e attualizziamo l'intuizione straordinaria di Riccardo Lombardi - ha detto Folena aprendo ieri a Roma l'assemblea di Uniti a Sinistra, davanti a molti ex di Pci oggi variamente collocati come Aldo Tortorella, Armando Cossutta e al segretario di Rifondazione Franco Giordano e a uno dei leader della mozione di sinistra per il prossimo congresso Ds Cesare Salvi -, riprendiamo la sua idea di riforme di struttura».
Stabilire un ponte tra il socialismo europeo (quel Pse dove Uniti a sinistra chiede di essere ammessa come osservatore) e il gruppo di partiti comunisti o ex comunisti che in Europa compone la Sinistra europea, significa in Italia candidarsi al ruolo di mediatore tra Rifondazione e quella parte dei Ds che si oppone alla nascita del Partito democratico. Naturale dunque che Salvi abbia apprezzato tanto il richiamo a Lombardi - «la sua lezione di riformismo rivoluzionario è di grande attualità» - quanto «la riflessione sul socialismo europeo». Già sperimentate l'intesa tra Folena e Giordano. Il segretario del Prc ha invitato a «imprimere una forte e decisa accelerazione al progetto di Sinistra europea». E ha poi criticato il costituendo Partito democratico tirando in ballo il più celebre «destro» della storia del Pci, Giorgio Amendola. Secondo Giordano «il Pd oscilla tra Clinton e Amendola, tra una cultura liberaldemocratica e una socialdemocratica degli anni Cinquanta, non mi pare una cosa eccellente».
Più che oscillare, il Pd sembra impossibilitato a muovere anche un solo passo, visto che anche il cambio di statuto previsto al prossimo congresso del Pse non convince la Margherita che rimane dell'idea di non aderire a nulla che sappia di socialista in Europa. Il segretario dei Ds Piero Fassino però insiste: «E' semplice, il Partito democratico si collocherà con i progressisti e i riformisti europei che sono rappresentati dal Pse». Dunque invito ripetuto agli scettici della Margherita perché considerino il fatto che «il Pse diventerà la nuova casa dei socialisti, laburisti, socialdemocratici e democratici».
Nelle “stanze” dei sogni con la famiglia Morandini
2007. Puntuale in libreria la famiglia Morandini (oltre a Morando anche Laura e Luisa sono autrici dell’opera) con “Il Dizionario dei Film” che ci offre un punto di vista critico sull’annata cinematografica conclusasi la scorsa estate, fino alla partenza dell’ultimo Festival di Venezia.
Edito da Zanichelli, il Dizionario di 1984 pagine in cui sono presentati e recensiti circa ventiduemila film usciti in Italia (tra cinema, home video e televisione) dal 1902 al 2006, ha come allegato un utilissimo CD-Rom che, corredato da più 6500 schede complete di locandine o immagini di scena, presenta molteplici criteri di ricerca.
La copertina anche quest’anno è dedicata a un film italiano:”Il regista di matrimoni” di Marco Bellocchio, scelta dettata non solo dall’originalità e dal valore del film ma anche per mettere in evidenza un’attrice bella e brava come Donatella Finoccharo.
Del Dizionario non è bella solo la veste editoriale ma sicuramente i contenuti interessanti.
Infatti di ogni film, oltre al titolo italiano, troviamo: titolo originale, Paese di produzione, anno d’uscita, regista, principali interpreti, una sintesi della trama, una concisa analisi critica, durata, suggerimenti sull’opportunità di visione per i ragazzi, indicazione grafica sul giudizio della critica (da 1 a 5 stellette) e, unico nel suo genere, sul successo di pubblico (da 1 a 5 pallini).
E proprio in questa edizione le bramate 5 stellette di critica sono andate a tre film:”History of Violence” di David Cronenberg, “Volver” di Pedro Aldomovar e “Il vento che accarezza l’erba” di Ken Loach, Palma d’oro a Cannes 2006.
E ancora gli Indici e le Appendici con i Premi Oscar, i migliori film, i film della Mostra del cinema di Venezia 2006 e i principali siti Internet dedicati al cinema.
Insomma non solo un dizionario ma un testo completo per gli amanti del cinema e per coloro che vogliono cominciare a sbirciare nelle “stanze” dei sogni!
Il Morandini 2007-Dizionario dei film (con CD-Rom)
Editrice Zanichelli – Collana: Dizionari
nonsolocinema.com
TARGA CITTÀ DI TORINO - SOTTODICIOTTO FILMFESTIVAL A MARCO BELLOCCHIO
Dal 2001 Sottodiciotto assegna ogni anno la Targa Città di Torino - Sottodiciotto Filmfestival a un cineasta che si sia particolarmente distinto per coerenza e sensibilità nel mettere in scena il mondo giovanile. Nell’anno in cui vengono celebrate le passioni, la Targa viene conferita a un regista che ha fatto dell’appassionata ricerca nel cinema e nella realtà e di uno sguardo sempre lucido e attento sul presente e sul passato le proprie cifre stilistiche: Marco Bellocchio. Il pubblico del Festival potrà dialogare con il cineasta in un incontro esclusivo e ammirare su grande schermo dieci suoi film: Abbasso il zio (1961), I pugni in tasca (1965), Nel nome del padre (1972), L’ora di religione (2002), Buongiorno, notte (2003), Sorelle (2006) e altre opere, in una sorta di itinerario ideale attraverso quarantacinque anni di carriera di un autore sempre coerente con se stesso e volutamente scomodo, lontano anni luce dal buonismo e capace di raccontare l’Italia e i giovani senza ipocrisia.
Affari Italiani 24.11.06
Pensiero e proposte di Riccardo Lombardi sono uno dei filoni più vitali per l'identità di nuova sinistra. Parola di Folena e Cremaschi
Il pensiero di Riccardo Lombardi, le sue proposte, le riforme di struttura e la programmazione economica, la riduzione dell'orario di lavoro e l'autogestione, la modifica dell'organizzazione capitalistica e una diversa produzione dei beni di consumo, sono quanto mai attuali, sono uno dei filoni storici più vitali per l'identità politica di nuova sinistra. E' questa, in sintesi, la tesi di Pietro Folena, presidente della Commissione Cultura della Camera e del segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi, alla vigilia di due appuntamenti: l'Assemblea Nazionale di 'Uniti a Sinistra' a Roma e il convegno di Mantova 'Innovare la cultura di sinistra' promosso dal Forum 'Sinistra Europea' con il ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero.
"Lombardi e la sinistra socialista - spiega Folena - sono uno dei filoni storici più significativi e vitali per la costruzione della Sinistra Europea: il riformismo rivoluzionario di Lombardi è parte integrante della nostra identità di oggi". Riformatore e non riformista, l'ingegnere socialista propose fin dal 1923 la riduzione dell'orario di lavoro per la piena occupazione ma anche per modello di vita più umano. "Va riaperta la questione della riduzione drastica dell'orario di lavoro - dice Cremaschi - oggi non solo c'è una questione di oppressione e subordinazione nel lavoro, ma c'è anche quella del tempo di lavoro che ha invaso la vita di ciascuno". E al convegno di Mantova non si parlerà solo di Lombardi, ma del socialismo di sinistra. "C'è una cultura, un patrimonio d'idee e progetti - è l'opinione di Ferrero - quello del 'socialismo di sinistra', da recuperare per i suoi contenuti: i nodi individuati già a quel tempo come la democrazia di base, la soggettività dal basso, l'autogestione, sono attuali".
A sinistra dunque si riscopre l'ingegnere dalla 'statura gigantesca', come lo definisce un rapporto della polizia fascista del 1943, conservata presso l'Archivio di Stato: il politico dalla "cultura vastissima - come lo descrive nel suo diario, la moglie Ena Viatto - leggeva, annotava, rielaborava ed attualizzava: la conversazione con lui era un arricchimento". E il ministro Ferrero precisa ancora: "Dobbiamo confrontarci con quella cultura davvero originale e straordinaria perché essa ci dice dei problemi d'oggi: la democrazia di base, la soggettività dal basso, la non-violenza, sono tutte questioni attualissime".
E Folena osserva, "il riformismo rivoluzionario di Lombardi era altro dal riformismo di oggi, non era il riformismo della Bce o del Fondo Monetario Internazionale: era qualcosa che chiedeva e pretendeva un cambiamento sociale profondo". Rimettere al centro la questione della riduzione dell'orario di lavoro e del tempo di lavoro e di vita, "è quanto mai urgente e ineludibile perché si sta andando ormai in una direzione che - precisa Cremaschi - vede il tempo di lavoro dilatarsi a dismisura: e in questo contesto si inserisce l'innalzamento dell'età pensionabile".
Ma perché tornare a riflettere su Lombardi, Basso, Panzieri e Morandi? "Per recuperare i due elementi che contraddistinsero quella cultura: il superamento da sinistra dello stalinismo e la straordinaria capacità d'analisi per il netto rifiuto di modelli precostituiti dei processi e dei mutamenti sociali", risponde il ministro Ferrero. "E la sinistra radicale - aggiunge Cremaschi - non può essere libertaria: il partito classico, quello nato dal leninismo, ha concluso la sua storia da tempo per cui prendere a riferimento quell'esperienza politica, da Lombardi ai Quaderni Rossi di Panzieri, è una via obbligata e giusta". Cancellata per decenni la Grande Utopia di Lombardi è così tornata d'attualità: costruire quella "democrazia socialista che non c'è mai stata", dove, "ciascun individuo abbia la massima possibilità di decidere la propria esistenza e la propria vita".
Nel suo diario, Ena racconta: "Era un politico che si salvava perché diverso e isolato ascoltato ed acclamato da molti imitato da pochi: si limitava ad offrire idee sostenute dalla conoscenza della realtà sociale non il potere né i mezzi per conquistarlo: Riccardo non ha mai potuto accettare che la scelta che egli aveva fatto per vocazione che è esigenza dello spirito potesse essere per i giovani compagni che tentava di formare un'opzione di carattere professionale: non poteva concepire che per essi far politica era una scelta di carriera, significava procurarsi strumenti per la conquista di un potere da usare per la realizzazione di un ideale in cui credevano o, meglio, ritenevano di credere".
Repubblica 24.11.06
Firenze, 16:01
BERTINOTTI: MOVIMENTO NO GLOBAL, STRAORDINARIA INTUIZIONE
"L'intuizione che e' alla base della nascita del movimento no global e' straordinaria, perche' e' la prima vera intuizione critica al di la' del '900". Lo ha detto il Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, intervenendo a Firenze a un seminario dell'Istituto italiano di scienze umane. Bertinotti ha confermato la critica all'attuale capitalismo "totalizzante e divoratore", che ha dato vita a una presunta innovazione, "quella della globalizzazione". A fronte di questo elemento che vuole ridurre ogni cosa e ogni persona a una visione economica, ci sono state, secondo Bertinotti, due risposte: "quella identitaria, che tende ad escludere, a essere contro l'altro ed e' quindi regressiva e un'altra progressiva, che parla invece il linguaggio di una possibile alternativa, ed e' quella no global. Questo movimento costituisce una promessa perche', quale sia il giudizio che si voglia dare, rappresenta una critica all'esistente aperta all'altro e al futuro". Bertinotti ha quindi precisato di non voler presentare i movimenti "come sostitutivi rispetto ai grandi soggetti organizzati e alle grandi teorie politiche del '900, ma di fronte alla desertificazione imposta dalla globalizzazione sono un residuo attivo, che non esita a proporsi di fronte a una modernizzazione obliqua", negativa.
Repubblica 25.11.06
Giordano, leader di Rifondazione: non vorrei che fosse questo il programma del Partito democratico
"L´Unione ascolti il suo popolo e non subisca Montezemolo"
Cose buone Nella Finanziaria ci sono anche cose buone, ma la nostra gente si aspettava molto di più da tutti noi
i contratti Nella maggioranza vedo disponibilità di alcuni allo scardinamento della struttura contrattuale
ROMA - «Dopo la Finanziaria saremo di fronte ad un bivio: o ascoltiamo la Confindustria o ascoltiamo il popolo dell´Unione. Il partito democratico ormai subisce il programma di Montezemolo e soci, dal taglio delle pensioni alle liberalizzazioni. Noi invece vogliamo dare al popolo dell´Unione le risposte che attende. E per questo lanceremo una ripresa dell´iniziativa sociale». A Franco Giordano definire tutto ciò come la «fase 2» di Rifondazione, non piace. Ma il leader del Prc apre di fatto una nuova stagione di lotte del suo partito, contrapposta alla strategia messa a punto da Margherita e Ds. A cominciare da domani a Napoli, quando Rifondazione sarà in piazza contro la camporra e la precarietà (e oggi, sempre nel capoluogo campano, riunione a porte chiuse dell´esecutivo per definire i contenuti dell´offensiva). In testa alle richieste: un salario garantito per i giovani.
Segretario, Prodi dovrà aspettarsi allora tanti altri cortei, con i ministri di lotta e di governo che tornano i piazza?
«Eviterei di ridurre la questione ai nostri ministri o sottosegretari. Il punto è che la partecipazione e la mobilitazione democratica rappresentano il vero valore aggiunto di questo esecutivo. Se l´essere al governo determinasse una stasi nei movimenti, sarebbe un errore tragico».
Quindi, passata la manovra, voi alzerete il tiro.
«Nella Finanziaria ci sono cose anche buone, ma la nostra gente si aspettava e si aspetta molto di più, come dimostrato anche dall´insoddisfazione che si sente in giro. Ora, c´è nella maggioranza c´è chi pensa di allargare i consensi battendo la strada dei tagli alle pensioni, delle liberalizzazioni. Non solo. Vedo che perfino sulla flessibilità degli orari e sullo scardinamento della struttura contrattuale, cavalli di battaglia della Confindustria, circola una certa disponibilità in alcuni settori dell´Unione. Avverto subito: su quei punti non si tratta, non è materia disponibile».
Di quali settori parla?
«I settori centristi della maggioranza. Non vorrei che fosse proprio questa la metafora del Partito democratico. La piattaforma riformista che diventa una mera accettazione delle posizioni della Confindustria. Che non è più, diciamo così, un prodotto autoctono. Vengono presi pezzi e stralci altrui. Ormai mi pare purtroppo che siamo a questo punto».
Si può trattare invece su pensioni e liberalizzazioni?
«Sulle pensioni si può aprire un grande confronto ma sulla base di alcuni passaggi-chiave: restare al lavoro di più solo su base volontaria, e aumento delle pensioni minime».
Sul pacchetto di liberalizzazioni di Rutelli?
«Ma quel pacchetto formalmente non esiste neppure. Non fa parte del programma dell´Unione. E´ stata una personale iniziativa, non ne siano mai stati informati. E se il contenuto fosse poi quel che ho visto sui giornali, riceverebbe un no secco. Noi per esempio pensiamo ad un spazio maggiore in economia per il settore pubblico. Agli atti c´è invece il testo del ministro Lanzilotta: si può aprire una discussione, a patto che sparisca l´obbligo dei comuni a vendere. Vorrei tornare però al senso politico dell´operazione cosiddetta fase 2».
Torniamoci.
«Si sostiene che sarebbe questa la strada per rilanciare l´azione di governo, per allargare il consenso dell´Unione. Io penso invece che accadrebbe esattamente il contrario. Rischiamo di restringere il sostegno del popolo dell´Unione, parlo di quello materiale, vivo, vero, corriamo il pericolo di perderlo via via. Se non ritroviamo lo spirito originario, se non rilanciamo l´iniziativa sul terreno sociale».
Rifondazione a che cosa pensa, in alternativa al pacchetto riformista?
«Intanto, l´area riformista al proprio interno è tutt´altro che compatta e stabile, come per esempio hanno dimostrato le reazioni negative di Bersani all´uscita di Rutelli. Il centro della nostra iniziativa sarà il sud, la lotta alla precarietà, per arrivare a forme di reddito garantito per i giovani disoccupati. Siamo pronti ad una sfida e ad un compromesso».
Vale a dire, onorevole Giordano?
«Le imprese ci criticano per le nostre posizioni sulla flessibilità, ma la loro competizione è tutta basata su tagli e la ricerca del costo più basso. Ma è sul terreno della qualità, dell´innovazione, dei prodotti alternativi (a partire dall´energia) che il paese può vincere la battaglia. Coniugando qualità e diritti, novità e garanzie».
Repubblica 26.11.06
Le invasioni barbaruiche del nostro tempo
di Eugenio Scalfari
VANNO di moda i barbari. Dico meglio: abbiamo scoperto di vivere in mezzo ai barbari. O addirittura: ci siamo tutti imbarbariti.
Di questa novità fanno fede alcune costumanze che da qualche anno si sono diffuse e continuano a diffondersi sempre più ampiamente specie tra i giovani; un lessico che attraversa la lingua e i dialetti; comportamenti e modi di vivere altrettanto trasversali; saggi, romanzi, film, trasmissioni televisive che accendono i riflettori sul fenomeno della barbarie e dell´imbarbarimento. Dunque il fatto esiste ed è largamente percepito.
Chi usa la parola "barbari" per definire un´umanità diversa e degradata, di solito pensa di non appartenere a quella tribù, i membri della quale dal canto loro non si sentono affatto portatori di barbarie. Poiché ogni individuo pensa di essere al centro del mondo, per ognuno di noi gli stranieri (i barbari) sono gli altri. Ma il caso di cui qui ci occupiamo è diverso. Non esiste infatti un confine territoriale definito e riconoscibile che divida gli uni dagli altri. I nostri figli e i nostri nipoti possono essere barbari nei costumi e nei pensieri nostro malgrado. Ecco un aspetto della questione che rende più difficile l´analisi e la diagnosi.
Va da sé che diagnosi e analisi riguardano soprattutto gli intellettuali, i filosofi, gli scrittori, i sociologi, gli antropologi. Infatti la discussione è vivace soprattutto tra le persone che esercitano il loro intelletto su fenomeni sociali e culturali. Le invasioni barbariche sono anzitutto un fatto culturale e mentale e quindi coinvolgono soprattutto gli addetti ai lavori. Non a caso uno dei primi a definire il concetto di barbari fu Aristotele.
* * *
Proprio in questi giorni è in vendita il libro di Alessandro Baricco intitolato appunto "I Barbari", pubblicato a puntate su "Repubblica". È stato già ampiamente recensito da Edmondo Berselli e da Antonio Gnoli e nulla ho da aggiungere a quanto già è stato scritto. Ma a me serve come stimolante punto di vista per meglio centrare la questione che mi interessa. Baricco infatti ritiene che i barbari di oggi costituiscano un fatto eccezionale, una mutazione genetica di quelle che accadono soltanto in epoche mutanti. I suoi barbari sono essi stessi mutanti e noi, tutti noi, mutiamo insieme a loro e a causa di loro. Viviamo, tutti insieme, in una società liquida, priva di punti di riferimento e di ancoraggi, una società surfista, ondeggiante e galleggiante. Non esiste un´arca di Noè che serva di rifugio in attesa che il diluvio abbia termine. Non esiste muraglia che divida gli uni dagli altri. Tutt´al più qualche convento di clausura sulla cima dei monti dove pochi monaci conservano a futura memoria le icone del tempo che fu.Non ho capito bene se Baricco osservi la società barbara da uno di quei rifugi o stia in mezzo all´ondeggiamento generale riuscendo però a oggettivizzarlo mentre ondeggia anche lui insieme agli altri.
Il suo punto fermo comunque è l´eccezionalità. Non era mai accaduto secondo lui che l´intero pianeta imbarbarisse e - soprattutto - che l´epicentro di questo fenomeno epocale fosse l´Occidente, cioè la parte più ricca e colta del mondo.
Poiché si tratta d´uno scrittore ed un romanziere, la sua attenzione si concentra sulle mutazioni dell´arte e in particolare della letteratura. Si potrebbe ancora scrivere oggi un libro come la "Recherche"? La risposta è no. Non si potrebbe. «La vecchia e cara Europa di Thomas Mann e degli antichi parapetti di Dresda non conta più nulla».
È proprio così? Non nascondo che questa frase mi ha fatto sobbalzare. Per reazione mi sono sentito di slancio un conventuale dedicato alla custodia delle icone. Ma poi mi sono reso conto di non essere il tipo adatto a ritirarmi sul monte Athos. Perciò rimango anch´io a discutere e ad oggettivizzare, mutante tra i mutanti. Aggrappato però ad appigli ben solidi, zattere di salvataggio in cerca di terraferma.
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A supporto della tesi baricchiana sull´eccezionalità epocale mi viene in mente un breve saggio di Albert Camus sulla tragedia, del quale si parlò molto quando fu pubblicato, pochi mesi prima della sua morte.Camus sosteneva che la tragedia - secondo lui massimo apice della letteratura - si manifesta soltanto in epoche di eccezionale transizione. Quella greca nel V secolo e la sua fioritura durò cent´anni, quanti ne corrono tra Eschilo ed Euripide; quella elisabettiana mezzo secolo, tra Marlowe e Shakespeare. Nel V secolo la società greca passava dalla cultura del fato a quella socratica della ragione consapevole; nel secolo XVII nasceva la cultura della libertà e della soggettività. Così all´incirca.
Ebbene, io non condivido la tesi dell´eccezionalità. Né come la spiegava Camus né come la descrive oggi Baricco a proposito dei suoi barbari. Penso che i barbari, per dire i diversi, si profilino all´orizzonte d´ogni generazione inalberando vessilli di utopie, di rivoluzioni ma anche di nuovi medioevi, destinati in gran parte a cadere sotto la falce del tempo. Qualcuno dei semi da essi lanciati sul terreno attecchiscono germinando nuove possibilità aperte al futuro. Altri fanno crescere gramigne che impoveriscono le colture e decimano i raccolti. A volte spingono avanti le ruote della storia, altre volte ne deviano il corso verso la decadenza e la rovina.
Così si susseguono le generazioni con mutamenti che sembrano sconvolgenti ai contemporanei ma che, viste dai posteri, appaiono lentissime.
Chi è nato agli inizi del secolo scorso è stato testimone e partecipe di molte invasioni barbariche, a partire dalla cosiddetta "belle époque" alla "décadence" ai nazionalismi, al socialismo, alle due guerre mondiali, ai totalitarismi, alla strage di cento milioni di persone, alla Shoah, alla bomba atomica. C´è stato l´orrore dei mattatoi ma anche la nobiltà e la dignità di chi ha portato in salvo i Lari e i Penati.
In questi cent´anni tutto è stato eccezionale, dal motore a scoppio alle stazioni spaziali, dall´elettricità ai chip informatici. Tutto è stato mutante ma al tempo stesso immobile. I barbari hanno viaggiato con noi dentro di noi e noi con loro dentro di loro. Così è stato sempre e sempre sarà. Quando tutto è (o sembra) eccezionale, vuol dire che nulla è eccezionale ma normale avvicendarsi delle stagioni, delle generazioni, del pendolo che scandisce gli attimi del tempo. Noi ci muoviamo nel tempo e il tempo esiste perché noi ci muoviamo con lui.
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Se fissiamo l´occhio sui barbari di oggi e sulla società che essi caratterizzano scopriamo però due aspetti che li fanno diversi dalle mutazioni del passato: i nostri barbari costituiscono la maggioranza della società e la società è liquida, priva di appigli. Questi due aspetti - si dice - sono eccezionali. Ma è veramente così?No, non è così. I totalitarismi novecenteschi furono un fenomeno di massa in tutte e due le loro forme estreme del fascismo e del comunismo. La secolarizzazione è stata anch´essa un fenomeno di massa. Il socialismo e il sindacalismo riformisti sono stati anch´essi fenomeni di massa. Tutti questi movimenti e le idee che li suscitavano nacquero come entità diverse e minoritarie ma poi si massificarono e invasero le società in seno alle quali avevano piantato i loro germogli.
C´è una pagina di Montale che descrive la condizione in cui si trovò la sua generazione durante il fascismo, ma che possiede una valenza che va al di là del caso specifico. Sta nel libro "Il nostro tempo", pubblicato nel 1973. Ne traggo questa citazione: «L´uomo d´oggi ha ereditato un sistema nervoso che non sopporta le attuali condizioni di vita. In attesa che si formi l´uomo di domani, l´uomo d´oggi reagisce alle mutate condizioni non opponendosi agli urti bensì facendo massa, massificandosi».
È esattamente ciò che è avvenuto durante l´invasione barbarica dei totalitarismi novecenteschi e - in situazioni diverse - avviene anche oggi: la presenza dei nuovi barbari massifica la società e questo è il modo con cui la democrazia metabolizza il gene della barbarie. Un modo inquietante, effetto e causa del generale imbarbarimento.
Resta la questione della liquidità. S´è mai vista prima d´ora una società liquida?
Si è vista e si vede quando gli individui perdono qualcuna delle loro dimensioni e assumono forma piatta, si massificano e sprofondano nell´anonimato che è la vera tragedia della modernità.
L´uomo nell´acqua perde peso e non fa ombra. L´uomo verticale fa ombra, lunga o corta che sia secondo l´inclinazione del sole. L´ombra è l´immagine nostra che si prolunga all´esterno. Essere senza ombra significa essere senza immagine.
Nella società liquida la personalità si appiattisce, decadono le istituzioni intermedie, le masse delegano i poteri ai demagoghi e ai tiranni di turno, la democrazia si svuota di contenuti. Da questo punto di vista massificazione, semplificazione e liquidità sono pressoché sinonimi. La gente ha altro da fare che occuparsi della res-publica. La sua occupazione principale è quella di uscire dall´anonimato, magari per qualche minuto o addirittura per qualche frazione di minuto. La fortuna dei quiz televisivi dipende da questo bisogno che la Tv appaga. I conduttori sono diventati espertissimi sacerdoti di questi riti. Fanno sognare, ti rendono celebre presso gli amici del tuo paese, del tuo quartiere, del tuo condominio. Lo potrai raccontare ai figli e ai nipoti col supporto di un cd o di un dvd. Sei esistito. Che vuoi di più?
Perfino i Papi, i Vescovi, i Dignitari delle chiese, hanno bisogno del tubo catodico per significare. Imparano a gestire il proprio corpo. Roteano gli occhi, fanno mosse e vocine, scelgono il camauro e le tiare dai colori adatti. Non parliamo dei Capi di Stato e di governo, dei ministri, dei politici, dei Vip.
Abbiamo linciato Prodi perché non sa comunicare. Questa è la civiltà mediatica, "darling". Anche se fa il verso a se stessa, non è anch´essa un´invasione barbarica in piena regola?
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Poiché ho scelto Montale come mio Virgilio in questo breve viaggio tra i nuovi barbari, concluderò citandolo ancora una volta.Da "La primavera hitleriana" pubblicata nel 1956 nel volume "La bufera e altro":
«Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
stende a terra una coltre su cui scricchiola
come su zucchero il piede
.........................
e l´acqua seguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole».
A volte un poeta esprime meglio di qualunque dotto ciò che è accaduto e accade perché non osserva la superficie ma scende e scava nelle miniere dell´anima.
Ricordiamolo: più nessuno è incolpevole.
l’Unità 26.11.06
Socialismo europeo e nuova costituente: la sfida è aperta a sinistra
Giordano, Prc: va ricostruito il campo della laicità. Folena, Uniti a sinistra: è possibile lanciare un ponte tra riformisti e alternativi
IL PARTITO DEMOCRATICO? «È come se fossimo schiacciati tra Clinton e Amendola, e nel 2006 non è il massimo...». Una battuta, quella di Franco Giordano.
Ma il segretario di Rifondazione non l’ha buttata là per caso. Intervenendo all’assemblea di Uniti a Sinistra, l’associazione di Folena e Falomi, il successore di Bertinotti critica la deriva verso una piattaforma «liberaldemocratica», che poi non è che «l'acquisizione tout court del paradigma della società attuale», e «nel migliore dei casi la tensione verso l'impostazione classica di tipo socialdemocratico, come 50 anni fa». Dunque, tra Clinton e Amendola.
In platea, al teatro Colosseo, ci sono il diessino Cesare Salvi, Armando e Maura Cossutta, Giovanni Russo Spena, Sandro Curzi. Pietro Folena sottolinea la «precarizzazione di ogni forma di lavoro» e richiama alla manifestazione del 4 novembre stigmatizzando la «pretestuosa e precipitosa» dissociazione della Cgil: «Dovesse prevalere l'idea di un governo amico, di un sindacato molto decisionista e istituzionale creerebbe un drammatico corto circuito nella rappresentanza sindacale e nella democrazia italiana. Speriamo s’inverta la rotta, altrimenti la Cgil sarebbe la prima vittima della “fase 2”».
Uniti a sinistra spera in una sinistra unitaria europea, che s’ispiri alle migliori esperienze di Prc, Sinistra Ds «e delle tante forze vive della sinistra sociale»; così da richiamare al rispetto del programma dell’Unione e bloccare il neocentrismo della fase 2. Per Folena bisogna accelerare verso la «costituente della sinistra»: il nuovo soggetto unitario «o nasce dal basso, democraticamente, o non nasce». Cesare Salvi ascolta con interesse: «l'unità della sinistra è la proposta strategica che porteremo al congresso, chiaramente alternativa al Pd. Tanto più se si guarda al socialismo europeo». E infatti «Uniti a sinistra» si propone di promuovere la «Sezione italiana della Sinistra europea». «Vogliamo essere il primo mattone di un ponte tra la sinistra alternativa e il riformismo di sinistra presente nel Pse e nell'Internazionale - sottolinea Folena - lavorando sulla suggestione lanciata da Oskar Lafontaine qualche settimana fa».
Per Giordano va ricostruito «il campo della laicità» per combattere le «ingerenze delle gerarchie ecclesiastiche nella produzione legislativa delle nostre istituzioni». Non è solo questione di Pacs o bioetica, ma «è venuta meno una delle forme di mediazione della cultura di centro. La vecchia Dc aveva proprio questa funzione. Oggi la debolezza del ceto politico rende indispensabile ricostruire il campo della laicità politica». Il Prc guarda le recenti polemiche interne alla Cgil con preoccupazione: «Il problema vero è uscire dalla logica del taglio del lavoro e dal costo di produzione. Occorre uno spazio pubblico per investire e questo significa un ritorno a una politica di programmazione». Giordano attacca Confindustria la cui politica «trova così ampio ascolto nella fase due» e si chiede perchè gli industriali italiani critichino «la Finanziaria nonostante si sia giovata di 2 miliardi e mezzo per il prossimo anno. Da gennaio a marzo si apre una partita decisiva da cui dipenderà l'identità sociale del prossimo governo». Tema caldo, le pensioni: «Chi penserà di brandire la spada per tagli su pensioni e liberalizzazioni si sbaglia».
Repubblica 26.11.06
Giordano: schiacciati tra Clinton e Amendola
La riunione di "Uniti a sinistra": spazio a chi non crede del Pd
ROMA - «Come se fossimo schiacciati tra Clinton e Amendola, nel 2006 non è il massimo...». Tono sarcastico del segretario del Prc, Franco Giordano a proposito di partito democratico. C´era una volta la Rifondazione comunista, che prima del varo della Finanziaria, si muoveva all´unisono con il sindacato, con la Cgil. C´è oggi invece una frattura tra l´organizzazione dei lavoratori e il Prc certificata ieri nella riunione di "Uniti a sinistra", l´associazione animata da Pietro Folena. Le ultime scelte di Guglielmo Epifani non sono piaciute a Giordano: «Mi preoccupa la distanza della Cgil dalla politica, distanza che la costringe in una visione istituzionalizzata». Severo anche il giudizio di Folena: «Se la Cgil dovesse chiudersi in una fase di recriminazione a sinistra rischierebbe di essere, come chiede un giorno sì e l´altro pure Montezemolo, la vittima designata della "fase 2"». La critica alla Cgil è netta. Quasi un ammonimento preventivo di fronte alla scadenze del dopo-Finanziaria: riforme e fase due. «Nessuno pensi di brandire le pensioni come metafora della fase due - dice il segretario del Prc Giordano - . E non pensino di mutare la natura del nostro programma e il vincolo di mandato che ci ha fatto vincere sulla piattaforma opposta a quella degli imprenditori».
"Uniti a sinistra" ieri ha visto parecchi ospiti, da Cesare Salvi ad Aldo Tortorella a Armando Cossuta, sempre più in rotta di collisione con le scelte del suo partito, il Pdci. «Sono liberamente comunista, punto», dice Cossutta. Per Folena la sua associazione dev´essere un ponte tra la Sinistra europea e il Partito socialista europeo. «Per una sinistra unita il tema dell´adesione al Pse si pone oggettivamente - ammette Cossutta - . Ma viene dopo la costruzione di un soggetto popolare e democratico che oggi non c´è e che deve rivolgersi a Rifondazione, al Pdci, a quella parte dei Ds che non si riconosce nel Partito democratico. E a tante forze esterne che non si riconoscono in nessun partito».
il manifesto 26.11.06
Noi Lombardi, voi Amendola a sinistra è sfida tra classici
di D. Cir.
Roma. La sinistra torna ai classici. Pietro Folena, promotore di Uniti a sinistra - che aderisce al progetto di Sinistra europea con Rifondazione comunista - candida la sua associazione a fare da ponte tra la sinistra radicale e «il multiforme mondo del socialismo europeo». Per farlo ritorna a un socialista doc (per altro molto amato e spesso citato da Fausto Bertinotti). «Riprendiamo e attualizziamo l'intuizione straordinaria di Riccardo Lombardi - ha detto Folena aprendo ieri a Roma l'assemblea di Uniti a Sinistra, davanti a molti ex di Pci oggi variamente collocati come Aldo Tortorella, Armando Cossutta e al segretario di Rifondazione Franco Giordano e a uno dei leader della mozione di sinistra per il prossimo congresso Ds Cesare Salvi -, riprendiamo la sua idea di riforme di struttura».
Stabilire un ponte tra il socialismo europeo (quel Pse dove Uniti a sinistra chiede di essere ammessa come osservatore) e il gruppo di partiti comunisti o ex comunisti che in Europa compone la Sinistra europea, significa in Italia candidarsi al ruolo di mediatore tra Rifondazione e quella parte dei Ds che si oppone alla nascita del Partito democratico. Naturale dunque che Salvi abbia apprezzato tanto il richiamo a Lombardi - «la sua lezione di riformismo rivoluzionario è di grande attualità» - quanto «la riflessione sul socialismo europeo». Già sperimentate l'intesa tra Folena e Giordano. Il segretario del Prc ha invitato a «imprimere una forte e decisa accelerazione al progetto di Sinistra europea». E ha poi criticato il costituendo Partito democratico tirando in ballo il più celebre «destro» della storia del Pci, Giorgio Amendola. Secondo Giordano «il Pd oscilla tra Clinton e Amendola, tra una cultura liberaldemocratica e una socialdemocratica degli anni Cinquanta, non mi pare una cosa eccellente».
Più che oscillare, il Pd sembra impossibilitato a muovere anche un solo passo, visto che anche il cambio di statuto previsto al prossimo congresso del Pse non convince la Margherita che rimane dell'idea di non aderire a nulla che sappia di socialista in Europa. Il segretario dei Ds Piero Fassino però insiste: «E' semplice, il Partito democratico si collocherà con i progressisti e i riformisti europei che sono rappresentati dal Pse». Dunque invito ripetuto agli scettici della Margherita perché considerino il fatto che «il Pse diventerà la nuova casa dei socialisti, laburisti, socialdemocratici e democratici».