Corriere della Sera 22.6.06
Salvi: per dire sì vorrei la fiducia Via dai Ds? Ne stiamo parlando
ROMA - «La strada del partito democratico è perigliosa, Piero Fassino ci ripensi». È l’ultimo avviso e poi Cesare Salvi, nel Pci-Pds-Ds dal 1971, potrebbe davvero fare i bagagli e salutare, per sempre, il Botteghino. «Un momento, non c’è nulla di deciso. Per ora ci sono conversazioni, colloqui con i compagni dei Ds e fuori dai Ds...». Il segretario del Prc Franco Giordano, ad esempio. «Smentisco». Senatore Salvi... «E va bene, incontro tante persone e vuole che non abbia incontrato Giordano?». Non è un mistero che il fianco radicale dei Ds guardi con interesse alla Sinistra europea di Fausto Bertinotti, cosa vi siete detti con Giordano? «Conversazioni private». Scissione in vista? «Nessun inciucio, sarebbe ingiusto dire che c’è una scatoletta già pronta di scissioni e controscissioni, ma sarebbe anche sciocco negare che c’è un interrogarsi, un approfondire e riflettere che riguarda anche il mio partito. In Italia la sinistra non può sparire». Nessun annuncio, o almeno non ancora, ma il senatore è tra coloro che in questi giorni lavorano dietro le quinte a una «ristrutturazione» dell’alleanza di governo. «Esiste un punto molto serio. L’Italia ha bisogno di una sinistra che sia radicata e che sappia guardare al futuro, una sinistra moderna e anche riformista...». La tentazione dello strappo è forte, ma Salvi, leader della corrente Socialismo 2000, non nasconde il travaglio interiore: «Io sono nella Quercia da 35 anni, ho avuto riconoscimenti e soddisfazioni, sono stato ministro del Lavoro e vicepresidente del Senato e ora cerco di dare una mano come presidente della commissione Giustizia. Insomma, non sono cose che si prendono alla leggera. Però sì, confermo, c’è fermento a sinistra».
L’addio ai Ds può attendere. Per Salvi, adesso, «bene primario» è la tenuta di un governo che «ha avuto una partenza difficile e sta in piedi per un voto». Prossimo scoglio, il rifinanziamento della missione in Afghanistan. «L’altra volta votai contro, ma ora come si fa? Io non faccio cadere il governo, perché sennò tornano quelli di prima». E però chi glielo dice ai pacifisti? «Appunto, è per questo che serve la fiducia. Se c’è la fiducia io la voto, poi telefono a Gino Strada e gli dico "Caro Gino, tu sai che io sono contrario ma mica potevo far tornare Berlusconi..."». E se la fiducia non c’è, il decreto lo vota o non lo vota? «Vediamo cosa ci viene proposto». Guai però a rafforzare la presenza militare in Afghanistan, perché allora, chiarisce Salvi, non c’è fiducia che tenga.
È contro la Tav: «Non ci sono i soldi e poi chi l’ha detto che bisogna andare in tre ore da Lisbona a Kiev?». Sconsiglia di portare in parlamento temi come i Pacs e la pillola abortiva: «Non tira aria adesso, si rischiano contraccolpi». E confessa di temere uno scientismo scatenato: «La libertà di ricerca sull’embrione? Ho qualche dubbio».
A Prodi, infine, chiede «un salto di qualità» e maggiore considerazione per la sinistra radicale. «Pdci, Prc, Verdi e sinistra Ds non sono personaggi folkloristici, rappresentano milioni di elettori, attenzione a sottovalutare la sinistra...».
Liberazione 21.6.06
Attenti al “fattore R”
di Piero Sansonetti
Il portavoce di Berlusconi, Sandro Bondi, è intervenuto in aula, alla Camera, per scagliarsi contro Fausto Bertinotti. Non avviene spesso, in Parlamento, che il Presidente subisca un attacco violento - in nessun modo collegato dalla direzione del lavoro parlamentare - da parte di un esponente importante dell’opposizione. Bondi ha accusato Bertinotti di portare idee di parte al vertice delle istituzioni: il pacifismo, la difesa della costituzione, un certo modo di vedere i diritti del lavoro.
E’ vero che Bertinotti porta al vertice delle istituzioni la sua cultura politica e il suo punto di vista. Il Presidente della Camera è un funzionario dello Stato o un eletto dal popolo? E quando è stato eletto, ha dichiarato le sue idee o si è presentato al voto come un uomo sopra la parti? Vedete, di Fausto Bertinotti si possono pensare molte cose - buone o cattive - ma è un po’ difficile immaginarlo come un uomo politico dalle posizioni sfumate, vederlo come un campione del moderatismo.
Il presidente della Camera deve o no essere imparziale? Certamente: deve essere imparziale nel dirigere il funzionamento del Parlamento: se favorisce la maggioranza, se riduce i diritti dell’opposizione, se limita la libertà di espressione, se forza il regolamento, allora è un pessimo presidente. Nella passata legislatura, specialmente quando si è trattato di discutere le leggi ad personam (quelle che riguardano i problemi giudiziari di Previti, o Dell’Utri, o altri) varie volte il presidenti Casini e (soprattutto) Pera hanno assunto atteggiamenti molto discutibili, su questo terreno. E in quei casi è giusta la polemica. Ma qui la questione è diversa. Nessuno accusa Bertinotti di essere fazioso nel suo lavoro di presidente: lo si accusa di avere idee politiche troppo radicali e quindi troppo lontane da quelle dell’opinione pubblica di destra e di centro. L’accusa non sta in piedi.
Però, badate, non è un’accusa che nasce da una specie di ubriacatura di Sandro Bondi. Non è il frutto di un colpo di sole. E’ una spia di un certo sbalordimento che in queste settimane ha colto tutto il ceto dirigente italiano, di fronte alla presenza di Rifondazione al governo. Nessuno si aspettava che la scelta di aprire a sinistra l’alleanza di centrosinistra - formando l’Unione e mandando in soffitta l’Ulivo - avrebbe portato a tali sconquassi. Ci si aspettava una Rifondazione comunista molto più disposta a farsi assorbire dai meccanismi classici del potere, delle tattiche, dal moderatismo dovuto alla “responsabilità di stato”. Invece Rifondazione ha mantenuto il suo profilo politico e ha iniziato ad aprire uno dopo l’altro i problemi che ritiene siano decisivi per costruire una politica di sinistra: la pace, e quindi il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione (il più bistrattato negli ultimi 15 anni), la redistribuzione delle ricchezze a favore dei ceti deboli, i diritti dei migranti, l’amnistia, l’antiproibizionismo, la revisione della legge ’40, i pacs eccetera eccetera. Questo atteggiamento non solo ha portato all’apertura di una lotta politica all’interno della maggioranza (della quale, nei mesi e negli anni, vedremo i risultati, e che è impensabile possa chiudersi) ma ha provocato uno “slittamento” del senso comune. In Italia non si parla di droga come se ne parlava qualche mese fa, né si da per scontato che la competitività sia più importante dei diritti sociali, né si dice più che l’immigrazione è un problema di sicurezza e di ordine pubblico (ieri Amato ha parlato soprattutto di diritti umani) eccetera eccetera. E’ la prima volta, credo, dagli anni ’70, che l’asse del pubblico dibattito torna a spostarsi a sinistra dopo essere rotolato a destra, anno dopo anno, dal 1978 in poi.
E’ ovvio che questo provochi - a destra e anche nel centrosinistra - stupore e malumore. Complica tutto. E’ ovvio che il problema-Rifondazione, il “fattore R”, sia vissuto come un grande travaglio, e anche con un po’ di paura. Però state attenti: il “fattore R” non è un fattore di instabilità, è la spinta a sinistra, inevitabile, che non fa assomigliare il governo dell’Unione a quel periodo del pensiero unico che fu il tempo dell’Ulivo.
Il Messaggero 21.6.06
Bertinotti nella gabbia, il partito senza bussola
Il malessere di Rifondazione: il governo le va stretto. Ma il leader non può permettersi la spallata
di Alberto Gentili
ROMA - Sono solo i primi banchi di prova, ma già diventano vistosi i segnali di nervosismo di Rifondazione. Crescente il disagio. Forte la crisi d’identità. Un partito che non era avvezzo ai compromessi e alle mediazioni, soffre nel ritrovarsi impantanato nelle liturgie governative. Ingabbiato nella gabbia allestita da Romano Prodi.
Sotto i riflettori, in queste ore, c’è il nodo del sì al decreto per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero. Afghanistan in testa. La prima mossa di Franco Giordano e compagni è stato un ”no” secco a restare a Kabul. Poi, considerate le pressioni degli Stati Uniti, vista l’assoluta contrarietà di Prodi e Massimo D’Alema a trasformare la politica estera italiana in una politica della fuga da ogni scenario strategico, il segretario comunista ha cominciato a lanciare appelli al confronto. «Decidiamo insieme», è il leit motiv. E viene da pensare che l’idea fatta filtrare da D’Alema, quella di aumentare il contingente in Afghanistan, non sia altro che una ciambella di salvataggio per i compagni a disagio: la ”mediazione sostenibile”, potrà essere la conferma delle truppe già presenti a Kabul. Rifondazione potrà dire di avere salvato la faccia, avendo impedito l’invio di nuovi soldati. Prodi, D’Alema e Arturo Parisi potranno portare a casa ciò che chiedono gli alleati: la conferma della missione afghana.
A ben guardare, però, si tratta per Rifondazione di un compromesso contronatura. Un ibrido imbarazzante. Un po’ come la spilletta della pace esibita dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti, alla parata militare del 2 giugno. Esserci e non volerci essere.
Un copione simile viene recitato sul versante economico. Alfonso Gianni, sottosegretario allo sviluppo, ha minacciato le dimissioni di fronte all’ipotesi adombrata da Tommaso Padoa-Schioppa di una manovra-bis in luglio da 12 miliardi di euro. Tutta lacrime e sangue, o poco più. E nulla, o quasi nulla, ai lavoratori dipendenti. «Ma chi c... ce lo fa fare?!», è esploso il sottosegretario all’ultimo vertice di partito. «I conti pubblici vanno risanati senza tagli alla spesa sociale», ha avvertito Paolo Ferrero, ministro alla Solidarietà. Ma anche qui, l’altolà risuona debole. Giordano e compagni sanno che la questione dei conti è molto molto seria. E che Padoa-Schioppa e Prodi sono molto molto determinati.
Bertinotti, dall’alto scranno di Montecitorio, ha provato a mitigare il malessere dell’esserci (al governo) e del non volerci essere, cominciando a declinare il suo incarico in senso social-operaistico. Ha invitato a Palazzo i sindacati. Ha parlato a più riprese di difesa dei lavoratori. Ha compiuto il pellegrinaggio a Barbiana, dove operò Don Milani. Ha battezzato lo slogan: «Montecitorio come una casa del popolo». Ha indossato la contestata spilletta pacifista. Ha ricevuto tutti i preti no-global e bacchettato il Papa. Infine ha ridato voce, con qualche timidezza, all’antico euro-scetticismo facendo presente a Prodi che forse non è proprio il caso di strozzare il Paese con una Finanziaria da 40 miliardi per rispettare a i parametri europei: trattiamo con Bruxelles un rientro morbido...
Ma al partito le novità bertinottiane non sembrano bastare. L’opposizione interna si rafforza. Nel week-end Giordano ha visto la mozione di maggioranza approvata con pochi voti di scarto. Ha sentito Ferrero sospirare: «Se andiamo avanti così rischiamo di smontare il partito in sei mesi, l’elettorato difficilmente ci capisce...». Tant’è, che le parole di Giordano agli alleati («attenti a non costruire una tolda di comando riformista con l’intendenza che insegue: sarebbe minata la tenuta del governo...»), più che come un pericoloso avvertimento, sono risuonate come una richiesta di aiuto a Prodi, Fassino e Rutelli.
Si tratta di vedere quanto resisterà il gracile equilibrio. Quanto crescerà il disagio e la voglia di tornare a fare una politica da...Rifondazione comunista. Pacifista e operaista com’era. Antagonista come qualche volta è stata. Si tratta di capire, insomma, per quanto tempo ancora Rifondazione riuscirà a soffocare il richiamo istintuale dell’opposizione.
Ma qui si arriva alla gabbia prodiana. La posta in gioco per Rifondazione non sono soltanto il governo e la maggioranza. In palio, se mai non si andasse subito alle elezioni in caso di rovinosa caduta dell’esecutivo Prodi, c’è anche la presidenza della Camera. Bertinotti, infatti, si troverebbe nell’imbarazzo di decidere se restare presidente. Perché in quel ruolo non l’ha eletto uno schieramento vasto, ma la gracile maggioranza che il suo partito avrebbe fatto crollare. Perché senza etichetta ”bipartisan”, con due-terzi della Camera ostili, restare presidente non sarebbe una passeggiata.
E si capisce meglio, adesso, la mossa di Prodi. Il Professore ha visto giusto quando ha preferito Bertinotti per la presidenza di Montecitorio. D’Alema non costituiva e non costituisce, per il Professore, un pericolo altrettanto...pericoloso. Dalla sindrome della gabbia e dal conflitto (sdoppiamento?) di personalità, D’Alema non viene neppure sfiorato. Il ministro degli Esteri non è stato di indole rivoluzionaria neppure quando lanciava le molotov. E ora meno che mai. L’affascinata Condoleeza Rice può testimoniare.
La Sicilia 21.6.06
Rifondazione e il grande centro
di Andrea Gagliarducci
Ma è davvero intezione di Casini entrare a far parte dell'attuale maggioranza di governo? L'editoriale di «Liberazione» (organo del Prc) di ieri denunciava un piano per ribaltare il governo Prodi: fuori il Prc, e dentro l'Udc di Casini. Che, in questo caso, riuscirebbe in una perfetta manovra: far valere la sua crescita elettorale per trasmigrare dall'altra sponda e sganciarsi allo stesso tempo dalla Cdl, evitando anche la lotta per la successione alla leadership con Gianfranco Fini. Guarda caso, lo stesso Fini si è presentato da Napolitano, dopo che lo ha fatto Casini, aprendo la strada del dialogo con l'opposizione.
Dentro Rifondazione, è ovvio, non è che l'idea piaccia molto. Ma il distacco dell'ala sinistra della coalizione si poteva leggere tra le righe già alle prime dichiarazioni di Prodi sulla coalizione. «Bertinotti? Lui ubbidisce», disse il Professore in una puntata di «Porta a porta» prima delle elezioni, suscitando l'astio dei militanti. Fino ad arrivare all'intervista - poi rettificata - di un paio di settimane fa, quando definì Rifondazione e Comunisti Italiani «folklore». Interessante è notare che, se fosse vera la strategia neocentrista delineata da «Liberazione», l'Udc prenderebbe la strada delineata da Tabacci tempo fa: convergere con la Margherita, e fare un terzo polo centrista, riunendo i reduci della Dc.
Una strategia che era stata attribuita anche a Follini, defenestrato dalla leadership Udc proprio per far posto a Casini, berlusconiano doc, ma con qualche riserva sul metodo e sulla leadership, che l'ex presidente della Camera non ha mai dato per scontata. In questo modo, si è garantito un posto nella Cdl e una certa stima nel centrosinistra, cementata anche dallo scambio di bigliettini con Walter Veltroni in una manifestazione a Roma, nelle quali commentava i possibili risultati delle elezioni che dovevano venire. Forse l'idea di un progetto neocentrista, allora, non è così peregrina. Ma accetterà Rifondazione, e con lei le ali del centrosinistra, di farsi tagliare fuori dai giochi? Difficile. Anche perché la scelta di stare al governo ha portato ad una dura scissione interna con i neotrotzkisti di Ferrando: Rifondazione, per loro, non deve essere partito di governo. Per Bertinotti, sì. La difficoltà è trovare un compromesso tra le due anime del partito.
ASCA 21.6.06
Governo: scosse di assestamento nella maggioranza
(ASCA) - Roma, 21 giu - C'e' un dibattito a sinistra che procede parallelamente all'azione del governo e che qualche volta entra in pericoloso contatto con le scelte dell'esecutivo. La tensione, per esempio, sta salendo in previsione della conferma della missione militare italiana in Afghanistan. Qualche esponente di Rifondazione (Luigi Malabarba al Senato, Salvatore Cannavo' alla Camera) fa capire che il proprio voto favorevole potrebbe mancare, anche se il governo dovesse mettere la fiducia sul provvedimento. Di qui la richiesta di un vertice di maggioranza. Ieri su ''Liberazione'' ed ''Europa'' c'erano due editoriali che cercavano di spingere in direzioni opposte le tensioni sottotraccia. Sul quotidiano di Rifondazione, la senatrice Rina Gagliardi ha lanciato un Sos: attenzione, ci sono grandi manovre in corso per cambiare la maggioranza che sostiene Romano Prodi; fuori il Prc, dentro l'Udc. Poi, un appello alle minoranze del suo partito che gia' recalcitrano dopo poche settimane di governo: non fate il gioco di chi vuole mettere ai margini Rifondazione. Sul quotidiano della Margherita, l'organo piu' convinto del ''partito democratico'' in fieri, invece, l'esplicito invito a Prc, Correntone Ds, Pdci e Verdi a mettersi una buona volta insieme per costruire un polo che faccia 'pendant' con quanto cercano di fare sul lato opposto i partiti di Piero Fassino e Francesco Rutelli. In questo modo - scrive ''Europa'' - si farebbe chiarezza e l'ipotesi del ''partito democratico'' correrebbe piu' spedita. In effetti, dentro Rifondazione e la Sinistra Ds si e' riaperta la discussione sulle prospettive. Franco Giordano ha affrontato lo scorso week-end il primo comitato nazionale del Prc nella sua nuova veste da segretario, dopo la scelta di Fausto Bertinotti di presiedere la Camera, e ha dovuto fare i conti con un'opposizione piu' forte del previsto. Giordano non ha nessuna intenzione di rimettere in discussione la scelta di governo e richiama l'Ulivo al rispetto degli accordi di programma, pur accogliendo qualche manifestazione di malumore interna al suo partito. Il problema pero' e' come riavviare l'iniziativa esterna. A questo proposito, a luglio - con un seminario a Orvieto - si rilancera' l'Associazione Uniti a sinistra di Pietro Folena e Antonello Falomi nella quale militano gli indipendenti di Rifondazione: il progetto e' fare di Sinistra europea, l'aggregazione sovranazionale promossa dal Prc, il luogo politico di quanti potrebbero lasciare i Ds in disaccordo con l'accelerazione verso il ''partito democratico''. Il primo luglio e' intanto fissata l'assemblea del Correntone diessino (una ventina di deputati e diversi senatori), che verra' introdotta da Fabio Mussi, ministro dell'universita' e della ricerca scientifica. Anche qui il dibattito e' aperto. C'e' chi vorrebbe partecipare al probabile congresso dei Ds del prossimo autunno, quello che dovrebbe avviare lo scioglimento del partito, e chi invece vorrebbe separarsene prima: in ogni caso, la scelta sarebbe quella di non aderire al nuovo partito piu' che pensare a una scissione vera e propria. C'e' inoltre chi ha chiesto di porre condizioni a Fassino sulla permanenza di una sinistra interna anche nel ''partito democratico'': per esempio, se non sia il caso - come ha proposto di recente Bruno Trentin su ''l'Unita''' con una intervista dal polemico titolo ''Voglio morire socialista'' - di pensare a una federazione tra forze diverse che non implichi traumatiche rotture (ipotesi che difficilmente verrebbe accettata dalla Margherita e da Prodi). Il piu' determinato ad accelerare i tempi della separazione e' il gruppo che fa riferimento a Cesare Salvi (due deputati, sei senatori), che potrebbe promuovere un raggruppamento autonomo al Senato entro luglio. Per la Sinistra Ds c'e' un problema: come evitare la semplice confluenza in Rifondazione e come avviare invece la costruzione di un soggetto politico nuovo a sinistra? Per il Correntone, ad esempio, il rapporto con le forze socialiste e socialdemocratiche europee e' irrinunciabile e la Sinistra europea di Bertinotti e Folena, dove sono presenti superstiti partiti comunisti e movimenti no global, non e' la soluzione del rebus. Quindi, il Correntone preferirebbe una sorta di big bang contemporaneo nel Prc e nei Ds che avviasse una riaggregazione a sinistra del tutto nuova. Ma questo eventuale big bang ha un complicazione in piu', oltre alle resistenze degli apparati: deve tener conto che ogni movimento tellurico puo' minare la solidita' e l'azione del governo, anche se la stessa unificazione di Ds e Margherita nel ''partito democratico'' e' considerata una scossa di assestamento dell'Unione.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
mercoledì 21 giugno 2006
Liberazione - lettere - 21 giugno 2006
Identità. Io omosessuale disperato
Gentile Piero Sansonetti, sento che un certo coraggio mi deve venire in soccorso per scrivere alcuni pensieri e considerazioni che mi hanno assalito un po' alla rinfusa grazie alle lettere e relative tue risposte, comprese quelle di oggi domenica, in seguito alla lettera del giovane Simone. Ho parecchia, molta esperienza diretta di rapporti sessuali con persone uguali a me e da lunga data. Ti confesso subito che ogni volta che leggo persone benpensanti, benevolmente democratiche e di “sinistra” che in nome della libertà del pensiero si ergono a difensori degli omosessuali mi fanno male più della mia stessa angoscia e sofferenza interna che come una tenaglia a orologeria ogni giorno mi afferra e mi catapulta in quell’esterno in cui spero di trovare un altro essere umano uguale a me per passare un po' di tempo, un po’ di certezza di affetto, necessariamente veloce perché velocemente deve passare l’angoscia... Per un po’ mi placo, poi la stessa angoscia, lo stesso vuoto, che è diventato ormai paura, si ripresenta come un appuntamento con una figura misteriosa, inafferrabile, che credo figura d’amore, ma so che non lo è. Caro Sansonetti ti confesso che non lo è mai stato. La “nostra” è una continua ipocrisia che chiamiamo amore. Quando dico ad un bel ragazzo sorridente, che richiama alla mia memoria lontanissime figure di amici, di quelli veri di un tempo che magari non ci sono più, “Ti amo” so che non è vero... ma ci devo credere per tenere in vita la speranza di poter placare la mia angoscia e il vuoto con una scarica fisica possibilmente reciproca. Ho osservato più volte anche un “nostro” mito, Pasolini a Siracusa durante la sua collaborazione per l’Orestea nel teatro antico. All’improvviso in mezzo alla cena con la compagnia diventava pallido, agitato: «devo andare, diceva, devo fare..». Qualche anno dopo la sua morte, sul quotidiano “Paese Sera” e a firma di Enzo Forcella, ho letto che Pasolini andava in giro a violentare i ragazzini e... lo confesso, anche per averlo sentito da tanti altri omosessuali, la frase di Forcella corrisponde a verità. Conosco benissimo quel momento in cui la vista e il pensiero si confonde, una nebbia mista a rabbia e paura, mista ad angoscia e odio per un essere umano uguale a me che “vedo” più bello, capace, libero e potente di me che credo attrazione d’amore ma è soltanto una faccenda fisica, terribilmente fisica, disperatamente fisica. “Una disperata vitalità” la chiamava Pasolini se non erro ma dopo un po’ di anni di credenza e illusione di amare, si arriva ad odiare non solo il corpo creduto d’amore di un ragazzo ma, soprattutto, il proprio, e questo, a mio avviso, se resta un po’ di dignità per l’anatomia con la quale siamo nati. Perché quello che non ho mai sopportato è che un altro uguale a me avesse più “vitalità” di me. Negli anni siamo diventati molto esperti a scorgere e intuire certe qualità fisiche, anche se non evidenti, in un ragazzo. E questo è che non va bene, è questo che non sopporto perché a me manca, lo so, e mi pesa dirlo: neanche un altro lo deve avere. Non voglio scendere e indicare dettagli, come Simone in una sua riga ha fatto. A volte ci amate un po’ troppo nel difenderci dagli attacchi di chi non comprende la nostra “trasgressione” ma per continuare ad essere sincero devo dire che l’oppressione che ci piomba addosso - a parte i problemi pratici e civili - e ci condiziona l’esistenza e a cui vogliamo ribellarci, ti assicuro, non è né la chiesa né la cultura omofobica, il problema invece è dentro di noi: io cattolico, anziano, comunista e omosessuale ho capito che la mia vera identità era un’altra.
Identità. Io omosessuale disperato
Gentile Piero Sansonetti, sento che un certo coraggio mi deve venire in soccorso per scrivere alcuni pensieri e considerazioni che mi hanno assalito un po' alla rinfusa grazie alle lettere e relative tue risposte, comprese quelle di oggi domenica, in seguito alla lettera del giovane Simone. Ho parecchia, molta esperienza diretta di rapporti sessuali con persone uguali a me e da lunga data. Ti confesso subito che ogni volta che leggo persone benpensanti, benevolmente democratiche e di “sinistra” che in nome della libertà del pensiero si ergono a difensori degli omosessuali mi fanno male più della mia stessa angoscia e sofferenza interna che come una tenaglia a orologeria ogni giorno mi afferra e mi catapulta in quell’esterno in cui spero di trovare un altro essere umano uguale a me per passare un po' di tempo, un po’ di certezza di affetto, necessariamente veloce perché velocemente deve passare l’angoscia... Per un po’ mi placo, poi la stessa angoscia, lo stesso vuoto, che è diventato ormai paura, si ripresenta come un appuntamento con una figura misteriosa, inafferrabile, che credo figura d’amore, ma so che non lo è. Caro Sansonetti ti confesso che non lo è mai stato. La “nostra” è una continua ipocrisia che chiamiamo amore. Quando dico ad un bel ragazzo sorridente, che richiama alla mia memoria lontanissime figure di amici, di quelli veri di un tempo che magari non ci sono più, “Ti amo” so che non è vero... ma ci devo credere per tenere in vita la speranza di poter placare la mia angoscia e il vuoto con una scarica fisica possibilmente reciproca. Ho osservato più volte anche un “nostro” mito, Pasolini a Siracusa durante la sua collaborazione per l’Orestea nel teatro antico. All’improvviso in mezzo alla cena con la compagnia diventava pallido, agitato: «devo andare, diceva, devo fare..». Qualche anno dopo la sua morte, sul quotidiano “Paese Sera” e a firma di Enzo Forcella, ho letto che Pasolini andava in giro a violentare i ragazzini e... lo confesso, anche per averlo sentito da tanti altri omosessuali, la frase di Forcella corrisponde a verità. Conosco benissimo quel momento in cui la vista e il pensiero si confonde, una nebbia mista a rabbia e paura, mista ad angoscia e odio per un essere umano uguale a me che “vedo” più bello, capace, libero e potente di me che credo attrazione d’amore ma è soltanto una faccenda fisica, terribilmente fisica, disperatamente fisica. “Una disperata vitalità” la chiamava Pasolini se non erro ma dopo un po’ di anni di credenza e illusione di amare, si arriva ad odiare non solo il corpo creduto d’amore di un ragazzo ma, soprattutto, il proprio, e questo, a mio avviso, se resta un po’ di dignità per l’anatomia con la quale siamo nati. Perché quello che non ho mai sopportato è che un altro uguale a me avesse più “vitalità” di me. Negli anni siamo diventati molto esperti a scorgere e intuire certe qualità fisiche, anche se non evidenti, in un ragazzo. E questo è che non va bene, è questo che non sopporto perché a me manca, lo so, e mi pesa dirlo: neanche un altro lo deve avere. Non voglio scendere e indicare dettagli, come Simone in una sua riga ha fatto. A volte ci amate un po’ troppo nel difenderci dagli attacchi di chi non comprende la nostra “trasgressione” ma per continuare ad essere sincero devo dire che l’oppressione che ci piomba addosso - a parte i problemi pratici e civili - e ci condiziona l’esistenza e a cui vogliamo ribellarci, ti assicuro, non è né la chiesa né la cultura omofobica, il problema invece è dentro di noi: io cattolico, anziano, comunista e omosessuale ho capito che la mia vera identità era un’altra.
Orio via e-mail
La Gazzetta del Mezzogiorno 21.6.06
Dopo il recente ritiro dal commercio dell'opera
Editoria. Freud, tradotto e tradito
Accusata di plagio la traduzione di Ranchetti
di Domenico Ribatti
È di questi giorni la notizia che la Bollati-Boringhieri ha dovuto ritirare dal commercio una nuova traduzione dell'opera di Freud che era stata pubblicata all'inizio di quest'anno per la cura di Michele Ranchetti e che aveva ricevuto pesanti critiche per la presenza di macroscopici errori di traduzione e di interpretazione. Cosa è successo? Andiamo ccon ordine. Nel 1957 Paolo Boringhieri lasciò la casa editrice Einaudi, rilevando i titoli delle collane scientifiche, per fondare la casa editrice Boringheri. Nel 1987, Romilda Bollati che acquistò il 90% delle azioni della Boringhieri e suo fratello Giulio Bollati, anch'egli un transfuga dall'Einaudi, fondarono la Bollati-Boringhieri. La Boringhieri ha fatto conoscere per prima in Italia l'opera di Sigmund Freud, grazie alla collaborazione con Cesare Musatti, il padre fondatore della psicoanalisi italiana, e per la traduzione di Renata Colorni. Appunto la Colorni ha avviato un'azione legale perché ha ritenuto di ravvisare un plagio nella nuova traduzione «per metà copiata e per metà storpiata», secondo quanto dichiarato dalla stessa. La transazione, frutto dell'azione legale, prevede un risarcimento economico e, per l'appunto, il ritiro dell'opera dal commercio. Anche questo è un segno dei tempi? Nelle nostre case editrici non lavorano più redattori che rispondevano al nome di Cesare Pavese, Italo Calvino, Natalia Ginzburg che nei momenti di pausa dal lavoro redazionale eseguito con cura e puntiglio (provate a leggere i risvolti di copertina scritti da Calvino) trovavano il tempo per scrivere i loro romanzi. O ancora, figure leggendarie, come quella di Giorgio Colli, il curatore per la Adelphi della edizione italiana delle opere di Nietzsche. Viviamo in un'epoca sempre più sciatta, affidata all'approssimazione ed al sentito dire, il decadimento culturale delle nostre università è impressionante. L'importante è avere a disposizione anche due cellulari a testa, per parlare di niente e per accrescere quel fastidioso rumore di fondo che è il tratto comune del nostro presente.
Dopo il recente ritiro dal commercio dell'opera
Editoria. Freud, tradotto e tradito
Accusata di plagio la traduzione di Ranchetti
di Domenico Ribatti
È di questi giorni la notizia che la Bollati-Boringhieri ha dovuto ritirare dal commercio una nuova traduzione dell'opera di Freud che era stata pubblicata all'inizio di quest'anno per la cura di Michele Ranchetti e che aveva ricevuto pesanti critiche per la presenza di macroscopici errori di traduzione e di interpretazione. Cosa è successo? Andiamo ccon ordine. Nel 1957 Paolo Boringhieri lasciò la casa editrice Einaudi, rilevando i titoli delle collane scientifiche, per fondare la casa editrice Boringheri. Nel 1987, Romilda Bollati che acquistò il 90% delle azioni della Boringhieri e suo fratello Giulio Bollati, anch'egli un transfuga dall'Einaudi, fondarono la Bollati-Boringhieri. La Boringhieri ha fatto conoscere per prima in Italia l'opera di Sigmund Freud, grazie alla collaborazione con Cesare Musatti, il padre fondatore della psicoanalisi italiana, e per la traduzione di Renata Colorni. Appunto la Colorni ha avviato un'azione legale perché ha ritenuto di ravvisare un plagio nella nuova traduzione «per metà copiata e per metà storpiata», secondo quanto dichiarato dalla stessa. La transazione, frutto dell'azione legale, prevede un risarcimento economico e, per l'appunto, il ritiro dell'opera dal commercio. Anche questo è un segno dei tempi? Nelle nostre case editrici non lavorano più redattori che rispondevano al nome di Cesare Pavese, Italo Calvino, Natalia Ginzburg che nei momenti di pausa dal lavoro redazionale eseguito con cura e puntiglio (provate a leggere i risvolti di copertina scritti da Calvino) trovavano il tempo per scrivere i loro romanzi. O ancora, figure leggendarie, come quella di Giorgio Colli, il curatore per la Adelphi della edizione italiana delle opere di Nietzsche. Viviamo in un'epoca sempre più sciatta, affidata all'approssimazione ed al sentito dire, il decadimento culturale delle nostre università è impressionante. L'importante è avere a disposizione anche due cellulari a testa, per parlare di niente e per accrescere quel fastidioso rumore di fondo che è il tratto comune del nostro presente.
martedì 20 giugno 2006
Corriere della Sera 20.6.06
Nota dell’agenzia Sir dopo l’articolo di Galli della Loggia sulla fine del cattocomunismo
I vescovi: la sinistra sta perdendo l’anima popolare
Il «richiamo» dei vescovi: sinistra lontana dal popolo «C’è il rischio di tic e ideologie individualistico-libertarie»
di Luigi Accattoli
Punto di partenza, l’articolo di Ernesto Galli della Loggia «Sinistra e valori. Il dialogo finito con i cattolici» pubblicato domenica dal Corriere . L’agenzia dei vescovi Sir (Servizio informazione religiosa) ne condivide l’idea che è cambiata «l’agenda del dibattito politico-ideologico» e in una nota scrive che «la sinistra rischia di diventare radicalmente "radical", cioè di sostituire ogni riferimento "popolare" con i tic e le ideologie individualistico-libertarie». La sinistra, secondo i vescovi, «rischia» di smarrire la tradizionale attenzione alla socialità.
ROMA - Una sinistra - quella italiana e «non solo» - che ogni giorno si fa più «radicalmente radical», rischiando l’abbandono di ogni riferimento «popolare». Presa in questa deriva, essa non si avvede che dietro la proposta cattolica dei «principi non negoziabili» non c’è un interesse di parte, ma la preoccupazione per il «bene comune». L’agenzia «Sir», che fa riferimento alla Cei, ha mosso ieri questa critica frontale al radicalismo di sinistra, forse la più decisa che sia venuta dal mondo cattolico lungo l’ultimo anno, cioè a seguito dell’incoraggiamento a contrattaccare che questo mondo ha ricevuto dal risultato del referendum sulla fecondazione assistita.
Punto di partenza della nota è l’articolo di Ernesto Galli della Loggia «Sinistra e valori» pubblicato domenica dal Corriere della Sera . Il Sir ne condivide l’idea che «è cambiata con velocità accelerata l’agenda del dibattito politico-ideologico a livello non solo italiano».
«La sinistra - scrive poi l’agenzia dei settimanali cattolici - rischia di diventare ormai radicalmente "radical"», sempre meno mira a «incisivi interventi su un’economia ormai europeizzata o globalizzata» e «sostituisce ogni riferimento "popolare" con i tic e le ideologie individualistico-libertarie».
Ma «colto nella sua individualità il cittadino è titolare di diritti astratti, solo di fronte allo Stato». Così «cogliendolo» - prosegue la nota - la sinistra «rischia» di contribuire al trionfo dell’individualismo e di smarrire la propria tradizionale attenzione alla socialità. E’ una strada che «il movimento radical-liberale» batte da tempo, ma che oggi vorrebbe «scissa» dalla «tradizione cristiana», con «conseguenze imprevedibili».
L’«imprevedibile» non viene nominato, ma riguarda le frontiere della vita e il destino della famiglia: «Scommettendo su processi profondi di de-cristianizzazione si intende da più parti accreditare l’affermazione tutta ideologica per cui quel che tecnicamente è possibile lo Stato deve consentirlo, ciò che l’individuo preferisce, la legge non deve vietarlo».
Il Sir osserva però che «ad ogni azione corrisponde una reazione» e che «cacciato dalla porta dell’ideologia, il riferimento all’esperienza elementare incoercibile dell’umanò rientra come aspirazione profonda».
Ed ecco che da alcuni anni «l’apprezzamento della valenza culturale e identitaria della religione è in costante aumento». Ed ecco infine che «un momento storico così delicato e aperto richiede e sollecita Chiesa e cattolici in forme nuove - e necessariamente unitarie - verso la proposta, l’interlocuzione coraggiosa, senza complessi e tic culturali».
C’è da ricostruire un «sostrato comune» perché si abbia un «accordo sui valori». «Di qui - conclude il Sir - l’insistere sui principi "non negoziabili" e anche una forma nuova di intervento ecclesiale». Che non mira a «difendere posizioni di potere o a strillare anatemi», ma è «proteso al bene comune».
Corriere della Sera 20.6.06
«Il cattocomunismo esiste ancora, ma si è aggiornato»
di Gianni Baget Bozzo
Ernesto Galli della Loggia, in un editoriale sul Corriere di domenica, ha scritto che «l’antico dialogo con i cattolici tanto caro alla sinistra di ispirazione comunista ha ormai perduto ogni possibile verosimiglianza; e con esso sembra ormai finita pure la lunga stagione del cattocomunismo». Tra le ragioni, la fine dello «scontro tra capitale e lavoro» e la nuova centralità dei temi etici nel dibattito politico, e il «cambiamento della composizione sociale e quindi dell’ideologia della sinistra». Sul tema, interviene don Gianni Baget Bozzo
Sembra strano dire che il dialogo tra i comunisti e i cattolici sia finito, quando si discute la nascita del partito democratico, di un partito che dovrebbe comprendere il filone più tradizionale della democrazia cristiana assieme ai postcomunisti in una maggioranza di cui fanno parte Rifondazione e i Comunisti Italiani. Galli della Loggia ha sicuramente ragione di dire che è finito un certo popolo, il popolo che ha trasformato l’Italia contadina in Italia industriale e che è stato espresso dell’efficace dialogo tra don Camillo e Peppone nel romanzo di Guareschi. Nella memoria di Galli della Loggia, giustamente, quel popolo, pur diviso politicamente, sembra unito nei valori e quindi la tendenza a coincidere è comprensibile (...). Non vi è dubbio che quel popolo non esiste più, che la comunicazione di massa ha distrutto le masse, che ha costruito gli individui come figura dominante. Televisione, computer e Internet hanno creato una società in cui ciascuno comunica la sua singolarità e determina i suoi valori. Non si potrebbe pensare realtà più diversa da quella degli anni ’60, in cui fiorì il dialogo tra comunisti e cattolici come figure culturali, degli anni 2000, in cui i partiti divengono frammenti tesi a individuare le scelte dei singoli. Eppure il fenomeno fondamentale politico del mondo cattolico costruito nelle sue parrocchie e nei suoi movimenti è stata l’attenzione a sinistra, proprio per combattere la società della comunicazione di massa e il modello individualista che esso generava. Il consumismo è divenuto l’avversario ideale delle pastorali e dei vescovi, il linguaggio proprio della gerarchia, la parola politica di movimenti ecclesiali, il linguaggio comune dei parroci e dei curati.
Il nuovo modello sociale ha suscitato la resistenza del mondo cattolico molto più che del mondo derivato dal Pci. Ma tuttavia la sinistra è sembrata il referente ideale del dialogo, appunto per la memoria che portava in sé e perché poteva parlare, in nome di quella, un linguaggio più simile a quello dei cattolici. Sicché la storia dopo il ’94 è stata la convergenza della sinistra democristiana e dei postcomunisti; ed essa ha avuto un largo consenso nel mondo cattolico, specie il più impegnato nelle attività ecclesiastiche. Ciò è dovuto al fatto che la svolta conciliare aveva impresso una svolta di impegno nel sociale che era divenuto una forma propria dell’identità cattolica, non più centrata sull’elemento dogmatico e spirituale, ma su quello della prassi significativa, di un impegno di cambiamento spirituale del mondo. Non vi è dubbio che la sinistra fosse un punto di riferimento della svolta teologica e che la figura rivoluzionaria tornasse a rappresentare quello che del resto era stata l’origine: una riduzione secolare dell’escatologia cristiana (...).
Ciò ha creato un curioso paradosso. Il mondo cattolico meno impegnato, non molto praticante, guarda al centrodestra, il mondo cattolico più impegnato guarda al centrosinistra. Bisogna tenere conto inoltre che nel pensiero cattolico non è penetrato il tema, pur profondamente cristiano, del primato della libertà, anche se la persona umana sta al centro del suo linguaggio. Il tema fondamentale è rimasto quello della giustizia: e questo viene interpretato in modo da favorire l’intervento dello Stato (...). È quindi comprensibile che ancora esista un riferimento alla sinistra, sia nella sua forma moderata che nella sua forma antagonista: e che ciò continui nonostante la diversità di posizioni sulle questioni della bioetica e della famiglia.
Se per cattocomunismo intendiamo questa forma nuova di preferenza per la sinistra rispetto alla destra, occorre dire che il cattocomunismo esiste ancora e che è ancora il linguaggio dominante, quello più facilmente disponibile dei cattolici. Più che di una fine del cattocomunismo, mi pare possibile parlare di un suo aggiornamento. Non si deve confondere la ferma posizione della gerarchia, con il sentimento e la cultura del cattolicesimo, delle parrocchie e dei movimenti.
Mi sembra che la realtà sia più complessa del modo in cui la descrive Galli della Loggia, che la posizione del mondo cattolico sia ancora fondamentalmente ambigua, che i suoi eroi siano ancora modelli più legati a sinistra, basti pensare all’avanzato processo di beatificazione di Giorgio La Pira, la figura di inizio più significativa del cattolicesimo di sinistra e del pacifismo. Questo spiega perché postdemocristiani e postcomunisti facciano parte della stessa maggioranza e pensino di concorrere con il medesimo partito. Le condizioni sociali mutate hanno reso più facile, e non più difficile, questa convivenza. Anche se un urto su Pacs e fecondazione assistita potrebbe produrre conseguenze ora inattese.
Liberazione 20.6.06
I “poteri forti”, cioè la parte maggioritaria della borghesia, guidano un attacco a Rifondazione secondo un disegno preciso: liberarsene e costruire una soluzione neocentrista. Rompere l’Unione e rompere la Casa della Libertà. Afghanistan e manovrina i passaggi fondamentali
C’è un piano per ribaltare il governo: fuori il Prc, dentro l’Udc di Casini
di Rina Gagliardi
A leggere i giornali, la politica italiana (e segnatamente Rifondazione comunista) sarebbe in preda ad un subbuglio caotico e disordinato, nonché alle soglie di processi sostanzialmente autodistruttivi. C’è un nucleo di verità “oggettiva” in questa rappresentazione? Certo che sì. Ma c’è anche e soprattutto una verità “soggettiva” che non può sfuggire ad un’analisi attenta. La enunciamo nella sua cruda semplicità: i “poteri forti” stanno seriamente lavorando per sostituire Rifondazione comunista con l’Udc. L’idea è sempre stata ben chiara, fin dalla nascita dell’Unione e fin dalla campagna elettorale: “usare” i voti e la presenza della sinistra radicale, politicamente e quantitativamente determinante, per sbattere fuori Berlusconi, ma poi determinare, al più presto possibile, un diverso equilibrio politico, di natura neocentrista. Il famoso “taglio delle ali”. L’espulsione dalla maggioranza, o la marginalizzazione del Prc, per un verso; la rottura della Casa della libertà, per l’altro verso, con il passaggio ad una nuova collocazione politica e parlamentare della sua ala ex-democristiana. Un disegno, dicevamo, che Confindustria, Corriere della sera, ora forse anche la Cei, accarezzano da sempre: solo che ora esso comincia a camminare, sfruttando sapientemente tutti i varchi possibili, tutte le differenze interne all’Unione, tutte le emergenze che in un modo o nell’altro si pongono. Va da sé che la vittima illustre di questa operazione - così come la si sta concependo e organizzando - è proprio Romano Prodi. Il presidente del consiglio, nonché leader dell’Unione, è l’agnello sacrificale privilegiato del progetto neocentrista.
Vediamo i fatti, o meglio la rappresentazione mediatica dei fatti politici a cui stiamo assistendo, nelle ultime settimane. Per un verso, la politica italiana - e segnatamente Rifondazione comunista – appaiono in preda ad un subbuglio caotico, ad un disordine crescente, a processi pressoché autodistruttivi, insomma come fossimo “agli ultimi giorni di Pompei”. Per l’altro verso, anzi per il verso opposto, novità politiche rilevanti, e dense di conseguenze, vengono rese note, sì, ma in sordina, con visibilità scarsa se non nulla: è il caso della svolta dell’Udc. Pier Ferdinando Casini, nel corso della sua recentissima visita al Quirinale, ha comunicato a Giorgio Napolitano la sua piena disponibilità a votare il rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan - “soccorso bianco”, si è detto. Ma anche e soprattutto qualcosa che va ben oltre le dimensioni di una pur delicata e rilevante decisione di politica estera: come minimo, si tratta di un’offerta in piena regola di “allargamento” – chiamiamolo così - dei confini dell’attuale maggioranza, così in sofferenza, del resto, al Senato. Ora, è chiaro che tutto questo è anche parte di una “normale”, normalissima lotta politica, nel corso della quale ciascuno fa la sua parte, persegue i suoi obiettivi, stipula alleanze e/o convergenze funzionali. Ma guardate il risultato finale. Di qua, c’è un’alleanza composita, irrequieta, che stenta a presentarsi come una forza coesa e compatta. Di là, un’opposizione soggiogata dalle deliranti speranze di “spallata” del Cavaliere, una parte della quale non vede l’ora di tornare a pesare o a “far politica”. Di qua, c’è un partito, il Prc, che sarebbe squassato dai conflitti interni, condizionato da estremismi di tutti i tipi, e si dimostrerebbe comunque inaffidabile per la tenuta della coalizione e dello stesso governo. Di là, ci sono dei moderati - come l’Udc - pronti ad assumersi, come si usa dire, le loro responsabilità.
Non occorre molta fantasia per capire dove si va a parare. Per ora, certo, sono “piccoli passi”, anzi un passo per volta - nessuno che sia dotato di buon senso, né nell’Unione né nel centrodestra, può parlare apertis verbis di una prospettiva così audace. Ma chi può escludere che, dopo l’Afghanistan il “soccorso bianco” non arrivi anche sulla manovrina? Chi può escludere l’avvio di un processo, di cui non si conoscono gli esiti e non si possono prevedere gli approdi ma che potrebbe comunque condizionare l’assetto nazionale? Anche alla luce delle incertezze che continuano a caratterizzare la nascita del “Partito democratico”, che Prodi, non per caso, fortissimamemnte vuole e continua a sollecitare.
Ora, noi non siamo in grado di prevedere fino a che punto questo scenario potrà avverarsi. Abbiamo però una certezza, anzi due: che la parte maggioritaria della borghesia (e dei poteri con i quali la borghesia è oggi alleata) non sopportano l’idea che la sinistra radicale abbia un peso politico, e di dirette responsabilità istituzionali e ministeriali così rilevanti; e che, finora, a dispetto di incertezze e contraddizioni, il governo Prodi dispiace assai al padronato, a Washington e alla Cei. Questa è la sostanza, oltre il can can e la truffa mediatica. Questo è il terreno ambivalente- e ambiguo, nel senso politico che va dato a questo aggettivo - sul quale si misurerà la lotta politica delle prossime settimane. Esemplare, in proposito, la pur difficile questione afghana, che non per caso non era contenuta nel programma dell’Unione. Gli scenari prevedibili, dal punto di vista della maggioranza attuale, sono evidenti: o l’uso costrittivo della fiducia, una sorta di “foglia di fico” destinata a coprire problemi e contraddizioni, a rinviare ipocritamente ogni confronto di merito e a inibire nei fatti ogni più piccola modifica delle scelte politiche generali; o un’operazione certo molto complessa, ma capace di sancire, sul campo, intenzionalità politiche diverse, l’apertura di un confronto vero sulla strategia della presenza italiana nelle zone critiche del mondo, magari la possibile determinazione temporale della presenza delle nostre truppe a Kabul. Nella prima ipotesi, sono salve le coscienze, anzi le anime - ma solo quelle. Nella seconda, la constatazione di un limite, oggi non superabile, delle istanze del pacifismo, si accompagna a una non rinuncia politica, né sull’Afghanistan né su altri terreni. Ma è solo in questo secondo caso che i voti dell’Udc si dimostrerebbero accessori, o non influenti. E si manterrebbero aperti gli spazi necessari per la battaglia - di lungo respiro e di lunga lena - della sinistra radicale. A meno che, s’intende, non si mettano in campo opzioni e scelte strategiche del tutto diverse: come per esempio quella di tentare di far cadere “da sinistra” il governo Prodi. Nessuno, né all’interno di Rifondazione comunista (che ha votato all’ultimo Cpn una piattaforma politica a larga maggioranza, quasi i due terzi) né, men che mai, nel Pdci, ha finora avanzato questa proposta. Se qualcuno la pensa così, anche ai vertici della Fiom, farebbe bene a dirlo esplicitamente. Ragionando sulle conseguenze che ne derivano, sulle prospettive che si aprono – e sul pericolo neocentrista che incombe, molto più forte, e incombente, dello spauracchio del ritorno di Berlusconi.
l’Unità 19 febbraio 2006
Un «nuovo» Freud riveduto e scorretto
Un nuovo progetto di Bollati Boringhieri propone una scelta di scritti dello psicoanalista e dei suoi contemporanei. Ma i termini chiave della nomenclatura freudiana vengono stravolti e le note sono in gran parte riprese da quelle di Musatti alle Opere
di Luigi Reitani
Un nuovo Freud? Puntuale per il grande e già insopportabile battage che accompagna il 150° anniversario della nascita del fondatore della psicoanalisi, la casa editrice Bollati Boringhieri presenta i primi due tomi di una nuova collana intitolata Sigmund Freud. Testi e contesti, diretta da Michele Ranchetti, che si prevede articolata in dieci volumi. Si tratta degli Scritti di metapsicologia (1915-1917), curati dallo stesso Ranchetti (vol. III, pp. XXIII+533, euro 30,00), e Sulla storia della psicoanalisi, affidato a Martin Dehli (vol. V, pp. XX+324, euro 22,00). È l’inizio di un progetto di grandi ambizioni, senza precedenti in altre lingue, compreso il tedesco, che si propone di inserire gli scritti freudiani nelle loro connessioni storiche, presentando così, accanto ai testi pubblicati da Freud, pagine dal suo epistolario, documenti del movimento psicoanalitico e contributi di altri autori, il tutto in una traduzione italiana totalmente rinnovata. Occorre però subito informare il lettore - a differenza di quanto manca purtroppo di fare con chiarezza Ranchetti nella sua introduzione - che questo nuovo progetto non comprende tutti gli scritti freudiani, ma solo una loro scelta parziale. Non si potrà così (e per fortuna, come si vedrà) mettere in soffitta la grande edizione delle Opere curata da Cesare Luigi Musatti per Paolo Boringhieri tra il 1966 e il 1980, un monumento della cultura italiana a cui si deve in gran parte l’ingresso della psicoanalisi nel nostro paese. E tuttavia non c’è dubbio che la nuova edizione si ponga in una prospettiva di superamento sostanziale proprio delle Opere, sia sul piano linguistico e terminologico, sia sul piano dell’approccio filologico, e ciò spiega forse perché il lavoro di Musatti non sia mai citato nelle «avvertenze editoriali» di Ranchetti tra le varie edizioni internazionali di Freud.
Un caso davvero singolare di rimozione, visto che si tratta della stessa casa editrice. Tanto più che in realtà nei due volumi finora pubblicati si fa abbondantemente uso della edizione di Musatti, nel commento come nelle traduzioni. Basta infatti confrontare appena le «nuove» versioni (dovute in maggior parte a Stefano Franchini) con quelle delle Opere per constatare una derivazione che sfiora talvolta il plagio, in particolare nel saggio Per la storia del movimento psicoanalitico, in cui intere pagine sono identiche alla precedente traduzione di Angela Staude e Renata Colorni. Dove però la versione differisce nella sostanza, appaiono fraintendimenti madornali, che rendono precario il senso del discorso, come quando all’inizio di Lutto e malinconia si confonde una delle cause della patologia con il suo effetto. E altrove la limpida costruzione sintattica di Freud viene inutilmente aggrovigliata, ad esempio nell’incipit del saggio L’inconscio.
Le maggiori perplessità su questa spregiudicata operazione sono però suscitate dal disinvolto cambiamento di termini chiave della nomenclatura freudiana. La Besetzung di Freud - finora tradotta in italiano con «investimento» - diventa «caricamento», con esiti bizzarri. L’«affetto» si trasforma in «emozione». Il termine Einfall, usato per esprimere l’importante concetto di «associazioni libere», è ora tradotto con «idee spontanee». Repräsentanz è resa con «vicario». Fixierung diventa «ancoraggio» (e non più «fissazione»). La distinzione tra Befriedigung e Erfüllung è sostanzialmente annullata da Franchini che usa indifferentemente «appagamento» e «soddisfacimento» per entrambi i termini. Versagung è reso con «fallimento», «rifiuto» e persino «fiasco», ma permane ancora la scelta musattiana di «frustrazione». Selbstgefühl è banalizzato in «amor proprio», salvo a riproporlo altrove come «sentimento di sé» sulla scia di Musatti.
Questa preoccupante oscillazione terminologica costituisce una seria ipoteca per un affidabile uso della nuova edizione, tanto più che manca nei due volumi un indice analitico. È certamente vero che la traduzione dei singoli vocaboli deve adeguarsi di volta in volta al contesto e sarebbe sicuramente sbagliato pretendere una resa sempre uniforme (neppure l’edizione di Musatti lo faceva), ma ciò non giustifica l’arbitrio e la casualità delle soluzioni. Soprattutto però risulta incredibile che questa rivoluzione terminologia non sia adeguatamente motivata. Se è legittimo mettere in discussione le scelte finora fatte per rendere la complessa nomenclatura psicoanalitica, è assolutamente inaccettabile che ciò avvenga senza avvertire il lettore e senza spiegarne le ragioni, soprattutto quando si consideri il delicato impiego dei vocaboli freudiani nel lavoro psicoterapeutico.
Solo in un caso, invece, le note si preoccupano di fornire una brevissima avvertenza terminologica. Ma le note di Ranchetti agli Scritti di metapsicologia sono in realtà in gran parte riprese - senza che ciò sia tuttavia mai dichiarato - da quelle di Musatti. Ciò porta a qualche imbarazzante ripresa letterale, come quando si legge «per un errore di stampa, in tutte le edizioni tedesche è scritto “pagine” anziché “righe”». Ciò lascerebbe pensare che Ranchetti sia stato il primo ad accorgersi del refuso, consultando personalmente il manoscritto. Ma in realtà questa nota si trova già in Musatti, che l’aveva a sua volta ripresa dall’edizione inglese di Strachey (citandola). Da allora però l’errore è stato corretto e nelle nuove edizioni tedesche si legge naturalmente «righe». Ciò che dunque Strachey e Musatti potevano a ragione affermare non corrisponde più alla situazione attuale. Solo che Ranchetti, oltre a passare sotto silenzio la fonte delle sue note, non si è preoccupato di verificarne l’attualità. Né la ripresa più o meno integrale del commento lo mette al riparo dagli svarioni dei suoi traduttori. Il presidente di Corte d’appello Schreber viene così definito in un’altra nota «presidente del Senato» e il narratore austriaco Anzengruber un «favolista». Per non parlare del clamoroso abbaglio che fa del piccolo Hans un quindicenne! Ci si chiede come questi paurosi scivoloni siano potuti capitare a una casa editrice che ha costruito il proprio prestigio con impeccabili edizioni di testi psicoanalitici.
Non è solo la sciatteria della cura redazionale a rendere i primi due volumi di questo nuovo progetto una avventata e pericolosa avventura, che fa compiere un passo indietro alla nostra conoscenza di Freud. Problematico appare lo stesso criterio di raggruppamento dei testi, che pure può sembrare a prima vista suggestivo. Gli Scritti di metapsicologia (1915-1917) tengono conto della dichiarata delimitazione cronologica solo nella prima parte del volume, che racchiude quanto resta del noto progetto freudiano di un libro su questo tema, mentre la seconda parte presenta testi che spaziano dal 1911 al 1931, e nella terza, quarta e quinta parte vi sono addirittura scritti che risalgono al 1907 e giungono sino al 1922. Certamente questo arbitrio temporale è giustificabile sul piano tematico, dal momento che i materiali raccolti sono tutti inerenti al progetto di una metapsicologia, ovvero di un fondamento - se si vuole filosofico - della psicoanalisi, ma, se è così, non si capisce perché nel titolo si sia insistito su un particolare arco di tempo, e perché siano rimasti invece esclusi dal volume altri testi pertinenti, cominciando con Al di là del principio del piacere (1920) che lo stesso Ranchetti definisce nella sua introduzione il «vertice speculativo» della teoria metapsicologica di Freud e che, almeno a giudicare dal piano dell’opera, non troverà affatto posto nella nuova edizione. Incomprensibile è anche l’esclusione di uno scritto del 1915 di grande pregnanza come Caducità che appartiene a tutti gli effetti al contesto degli anni della guerra e i cui nessi con la riflessione metapsicologica sono evidenti. Di contro vengono pubblicate cinque righe di una lettera di Freud a Pfister assolutamente prive di sostanza. E contraddittoria, rispetto al principio cardine dell’edizione, appare ancora la mutilazione del celebre caso del presidente Schreber, di cui il volume presenta solo la terza parte, pur dando nell’indice il titolo dell’intera opera. Le 25 pagine tratte dall’ampio carteggio Freud-Ferenczi, infine, se permettono effettivamente di seguire meglio la genesi del discorso metapsicologico di Freud all’interno della sua frattura con Jung, dall’altro appaiono a loro volta decontestualizzate rispetto all’insieme della corrispondenza (la cui pubblicazione integrale in italiano da Cortina viene occultata al lettore, suggerendo che si tratti di inediti).
Più coerenti appaiono le scelte di Martin Dehli, che nel volume Sulla storia della psicoanalisi presenta solo due testi di Freud (Per la storia del movimento psicoanalitico e La questione dell’analisi laica) insieme a materiali ad essi collegati. Ma anche qui non mancano i problemi, a cominciare dall’esclusione delle pagine dell’epistolario Freud-Jung e da altri carteggi (inclusi invece da Ranchetti) che proprio sulla storia del movimento psicoanalitico gettano una luce decisiva. Inoltre non convince del tutto la lettura della Questione dell’analisi laica nella chiave esclusiva di un consolidamento istituzionale della psicoanalisi. E c’è da chiedersi cosa ne sia di rotture altrettanto traumatiche per Freud, come quella successiva con Otto Rank, che l’introduzione neppure menziona. Provo una sincera stima per Michele Ranchetti. Ho sempre ammirato la profondità dei suoi lavori e l’ampiezza dei suoi interessi. Ho la sensazione che questo suo progetto, nato da intuizioni profonde e da un generoso entusiasmo, gli sia sfuggito di mano. Può anche darsi che la fretta di far uscire i primi due volumi in tempo per l’anno freudiano abbia giocato un brutto scherzo a una casa editrice prestigiosa, che si è assunta l’onore e l’onere di assicurare un futuro ai progetti di Paolo Boringhieri. Temo però che la cultura italiana stia in tal modo rischiando di bruciare il grande patrimonio acquisito con la profonda assimilazione linguistica e filologica del pensiero freudiano, dovuto alla impresa di Cesare Luigi Musatti.
l’Unità
«No, non ho tradito Freud. Né Musatti»
di Michele Ranchetti
Ospitiamo un intervento del direttore della collana «Sigmund Freud. Testi e contesti», in risposta a un articolo critico di Luigi Reitani del 19 febbraio.
LA RISPOSTA del direttore della collana Bollati Boringhieri che raccoglie testi di Freud e di suoi contemporanei. «L’intenzione è di reimmettere alcune sue opere nel contesto del tempo»
Ho letto con vivo interesse la lunga recensione che Luigi Reitani ha dedicato ai primi due volumi della iniziativa editoriale Sigmund Freud. Testi e contesti, da me curata. Rileggendo, mi sono apparsi ancora più evidenti, i due livelli di attenzione che sorreggono il suo testo: un primo livello riguarda i due volumi, i loro risultati, i difetti, le incongruenze, le sciatterie, gli errori, con un particolare rilievo per le scelte di alcuni testi e l’omissione di altri, ma soprattutto, come è giusto per un germanista cui si devono grandi iniziative nell’ambito del tradurre (basti pensare allo Hoelderlin), per le diverse proposte nella resa di alcuni termini. Un secondo livello riguarda l’attenzione, davvero accesissima, per i rischi, anzi i danni irreparabili o quasi, che la nuova iniziativa editoriale potrebbe far correre alla grande e venerata edizione dell’Opera Omnia di Freud, curata da Musatti, un monumento della cultura italiana, etc., come scrive Reitani. Davvero è difficile capire come sia sorta questa paura, dal momento che è scritto e ripetuto più volte nei singoli volumi e nei diversi annunci editoriali con assoluta chiarezza che la nuova edizione prevede la pubblicazione solo di alcuni scritti. Bastava leggere con un po’ di attenzione, non fra le righe criptiche, che mi rimprovera Reitani, ma la seconda di copertina, dove i prossimi volumi sono elencati. E bastava aver visto da vicino i due volumi già pubblicati, il loro carattere, e anche la loro mole. Come è possibile pensare che tutti dico tutti gli scritti di Freud saranno in futuro sottoposti a un trattamento simile, ossia iscritti in un contesto, nel contesto cioè degli scritti coevi, dei dibattiti, degli epistolari?. Chi è quel matto che ha potuto pensare una cosa simile? O attribuirne l’intenzione a qualcuno? Bastava anche capire, dall’esame dei due volumi già editi, o, per chi avesse fretta, dalla lettura del breve testo che figura in terza di copertina, che l’iniziativa si affianca alla grande edizione, che presuppone e cui fa sempre idealmente riferimento e non si prefigge in alcun modo di sostituirla. Questo, indipendentemente dal giudizio sulla qualità e il valore dell’edizione. Per chi, come me, ha contribuito in misura non piccola alla sua realizzazione, accordandomi e discutendo insieme a Paolo Boringhieri con James Strachey sull’uso della sua versione e delle sue note e così permettendo una gran parte dell’annotazione della edizione italiana, suona un po’ ridicolo e stonato il grido di dolore per la tentata lesa maestà che si leva da parte di chi, anche solo per età, non ha preso parte alla grande impresa, e vuole ora difenderla da nemici immaginari.
L’intenzione, in tedesco, per il germanista Reitani, il Konzept, della nuova impresa è e vuole essere del tutto diverso: si tratta di risituare le opere, alcune opere di Freud, nel loro contesto storico e culturale, riimmetterle nella cultura del tempo, confrontarle con scritti coevi dei collaboratori e seguaci, individuare le differenze, ricostruire un tempo della ricerca, ossia gli anni della invenzione e della istituzionalizzazione della psicoanalisi. Si tratta, insomma, di passare dalla voce solista, di Freud, a cui sono dedicate le Opere, alla partitura del movimento psicoanalitico. Per far questo, e per far conoscere non solo al lettore italiano scritti di difficile reperimento, in particolare le palestre dei periodici ispirati o diretti da Freud, che era un grande imprenditore oltre che un conquistatore, era necessario prospettare una serie diversa di volumi che si affiancassero alla edizione delle opere in un interscambio di informazioni e in una interrelazione di scoperte e di risultati. Del resto, questa azione parallela è garantita dall’appartenere di entrambe le iniziative alla stessa casa editrice che intende promuoverle entrambe. È un’impresa difficile, rischiosa e anche controcorrente. Credo derivi dalla fretta di accorrere in difesa dell'Opera omnia minacciata, una serie di rilievi di Reitani più pertinenti che vale la pena di considerare. In primo luogo le scelte di alcuni termini. Come Reitani sa benissimo, ogni traduzione è un tentativo di avvicinamento, provvisorio, discutibile, da respingersi, da adottarsi con prudenza. Questo criterio valeva per la traduzione Musatti, che è stata autorevolmente lodata per la sua flessibilità e vale anche per questi due volumi di scritti. Si può essere d’accordo con alcune innovazioni (io, ad esempio, non lo sono per tutte) ma esse sono tutte motivate diversamente da quella che Reitani chiama «spregiudicata operazione». Inoltre, non esistono parole chiave in traduzione, ma solo abitudini. Dal lessico di Musatti sono caduti in disuso alcuni termini, come traslazione, il termine investimento, per Besetzung, è forse preferibile a caricamento, ma non è più giusto, o più vicino alla parola tedesca. È poi stranoto che nell’impossibilità di trovare un termine corrispondente inglese, Strachey ha creduto di risolvere il problema coniando un termine inesistente cathexis, che appare talvolta anche in altre lingue. Se ne discuterà ancora, come se ne è discusso per i due primi volumi, che sono un’opera collettiva, e negli indici analitici che figureranno, come è scritto nei volumi stessi (ma Reitani non se ne è accorto) nell’ultimo volume.
I primi due volumi non sono certo perfetti, lacune, imperfezioni e altri difetti sono giustamente posti in luce da Reitani. Anzi, in cattiva luce. Infatti, se è vero, forse, che cinque righe di una lettera di Freud a Pfister sono poco rilevanti, come scrive Reitani, credo sia più vero che i volumi contengono testi importanti ignoti al lettore italiano, oltre a un testo straordinario di Freud ignoto anche al pubblico tedesco e qui pubblicato per la prima volta al mondo. Pare difficile credere che esso sia sfuggito ad un lettore attento come Reitani. O forse non presenta per lui alcun interesse.
l’Unità 20.6.06
IL CASO
La Bollati Boringhieri ritira dal commercio i primi due volumi della silloge, curata da Michele Ranchetti, per l'anniversario. L'accusa è di «auto-plagio»
Sigmund Freud in Italia, cinquantenario senza Grande Opera, ma con querela
A denunciare la «spregiudicata operazione» editoriale fu per primo il 19 febbraio su queste colonne Luigi Reitani
di Maria Serena Palieri
Arriva al capolinea con velocità fulminea la grande opera con cui la cultura italiana doveva festeggiare l'anniversario della nascita del padre della psicoanalisi: il 6 maggio sono scoccati i centocmquantanni dalla nascita di Sigmund. Freud, e oggi, 20 giugno, la notizia è che la casa editrice Bollati Boringhieri - fin qui massimamente autorevole in materia freudiana - ha ritirato dal commercio i primi due volumi della nuova collana Sigmund Freud, Testi e contesti curata da Michele Ranchetti. Il ritiro - un fatto che non succede tutti i giorni - è uno dei due ramoscelli d'olivo (l'altro è un sostanzioso risarcimento in denaro), che la casa editrice dallo stemma stellato offre a Renata Colomi, curatrice del lavoro di traduzione nella storica edizione italiana del corpus freudiano, venuta alla luce tra il 1966 e il 1980 sotto la supervisione di Cesare Musatti. Quella traduzione, è l'accusa che Renata Colomi ha affidato ai suoi legali, in questa nuova silloge viene insieme riccamente saccheggiata e ampiamente tradita. Il bello - si fa per dire - è che l'editore, trent'anni fa e oggi, è lo stesso: Bollati Boringhieri. Insomma, eccoci di fronte a un caso di autocannibalizzazione che a Freud non sarebbe dispiaciuto indagare.
Ricostruiamo la vicenda, con un dettaglio in più che sul Corriere della Sera di ieri, scrivendo sulla vicenda, Paolo di Stefano ha omesso: il «caso Freud» è cominciato su queste pagine, con l'articolo, uscito il 19 febbraio, di Luigi Reitanì, il germanista che per primo ha denunciato la «spregiudicata operazione» in corso per i tipi dell'editrice torinese. Su Repubblica interveniva nei giorni successivi Umberto Galimberti (citando correttamente l'articolo di Reitani sull'Unità, e Di Stefano, che a sua volta cita Galimberti, se ne dovrebbe essere accorto).
Sequenza giornalistica a parte, se navigate in Rete prendetevi questo sfizio: andate sul sito della Bollati Boringhieri, lì trovate una finestra che ricorda l'anniversario dell'autore più prestigioso che la casa ha in catalogo, Sigmund Freud appunto, ma quella finestra poi, scoprite, s'affaccia sul nulla, un vuoto che deriva certo dalla cancellazione, in gran fretta, della pagina che ospitava la pubblicità di Testi e Contesti. Qual è il pasticcio in cui sono incorsi degli insospettabili come Michele Ranchetti - studioso ottantunenne originale e versatile, storico della Chiesa e pittore, esegeta di Wittgcnstein e poeta - e la casa fondata nel 1957, in nome del dialogo tra le «due culture» da Paolo Boringhieri, e oggi retta editorialmente da Francesco Cataluccio? Tra fine anni Sessanta e inizio Ottanta, come dicevamo, Boringhieri pubblica il corpus freudiano, con un supervisore «gemello della psicoanalisi», il grande Musatti, e un team di traduttori (tra loro Elvio Fachinelli e lo stesso Ranchetti) di cui Renata Colomi fa parte e che, insieme, coordina. L'intento, nel centocinquantenario, della nuova silloge, è quello di contestualizzare (come si evince dal titolo dato all'opera) l'evoluzione del pensiero di Freud, intercalando i suoi scritti con quelli di amici, colleghi, allievi, transfughi con cui si confrontava. Colpe di Ranchetti, secondo i critici: primo, non dichiarare che non è un'opera omnia ma solo una scelta di scritti di Freud; secondo, aver impiegato largamente la precedente traduzione senza rimandare ad essa; terzo, averla «modernizzata» cambiando con disinvoltura dei termini - «Besetzung» che in italiano da «investimento» diventa «caricamento», «Einfall» che da «libere associazioni» diventa «idee spontanee» - e senza spiegare il perché; quarto, essere incorso in sbagli abbastanza madornali, uno per tutti il piccolo Hans del celebre caso che diventa un quindicenne. Cosi scatta l'accusa di plagio, e plagio senza destrezza. Ranchetti si difende accusando la cultura freudiana italiana di difesa corporativa verso lui, l'outsider. La Grande Opera, comunque, viene ritirata dal commercio. Non primo, né ultimo, caso di un paese dove sembra che di questi tempi il destino di ogni istituzione, anche quelle culturali, non sia esplodere ma, più bizzarramente, implodere.
Repubblica Palermo 20.6.06
Filosofia. La verità amara di Nietzsche
di Amelia Crisantino
A cura di Piero Di Giovanni, la casa editrice Laterza pubblica per la prima volta [nel 1994, 2ª edizione 2005, vedi stotto. Ndr] in traduzione italiana le giovanili lezioni di Nietzsche sulla filosofia preplatonica, frutto del profondo interesse del filosofo tedesco per le radici del pensiero occidentale. Nietzsche studia i preplatonici negli stessi anni in cui scrive La nascita della tragedia e La filosofia nell'epoca tragica dei greci, tra il 1872 e il 1875; per accostarsi a loro ha dovuto intraprendere «gli studi più singolari», non solo la matematica e la meccanica ma anche la teoria chimica degli atomi e sempre «ne ho tratto splendide conferme dell'eterno valore dei Greci». Nella cultura ellenica del VI e V secolo a. C. Nietzsche ritrova lo stupore dell'uomo di fronte al divenire della natura e poi il dolore del vivere, il contrasto tra verità e menzogna, le certezze che rivelano la loro natura illusoria: arriva alla conclusione che «la verità è inconoscibile». Il dolore è il fondo comune all'eterno divenire di Eraclito, e dalla lotta dei contrari entro la materia primordiale origina la vita di tutte le cose.
dal sito dell'Editore Laterza (www.laterza.it):
Friedrich Nietzsche (1844-1900), I filosofi preplatonici, a cura di P. Di Giovanni,2005(2ª], pp. 210, € 18,00, nuova edizione, Biblioteca Universale Laterza, Classici della filosofia dell’Ottocento, [569] ISBN 8842075299
In breve
«... quella serie di preplatonici rappresenta i tipi puri e non misti, tanto nel tipo di filosofemi quanto nei caratteri. Socrate è l’ultimo di questa serie. Chi vuole può definire tutti questi come ‘unilaterali’. In ogni caso essi sono dei veri e propri ‘inventori’: per tutti i posteri filosofare sarebbe stato di gran lunga più facile. Quelli dovevano trovare il sentiero che dal mito conduce alla legge della natura, dall’immagine al concetto, dalla religione alla scienza». Friedrich Nietzsche, Le lezioni di Nietzsche (Die vorplatonischen Philosophen) sono state pubblicate in tedesco nel 1913 nel III volume dei Philologica dalle edizioni Kröner di Lipsia e nel 1924 nel IV volume delle edizioni Musarion di Monaco. Questa prima e unica versione della traduzione italiana è stata condotta sulle due edizioni tedesche preesistenti e sui manoscritti di Nietzsche conservati nell’Archivio Goethe-Schiller di Weimar, che all’epoca della DDR faceva capo alle Nationale Forschungs- und Gedenkstätten der klassischen deutschen Literatur e, in seguito, alla Stiftung Weimarer Klassik (da poco denominata, più estesamente, Stiftung Weimarer Klassik und Kunstsammlungen).
Indice
Introduzione - Nota al testo - I. Origini e caratteri della filosofia greca - II. Il sapiente - III. Lo stadio iniziale mitico della filosofia - IV. Lo stadio iniziale sentenzioso-sporadico della filosofia - V. Gli stadi iniziali dell’uomo sapiente - VI. Talete - VII. Anassimandro - VIII. Anassimene - IX. Pitagora - X. Eraclito - XI. Parmenide e il suo predecessore Senofane - XII. Zenone - XIII. Anassagora - XIV. Empedocle - XV. Leucippo e Democrito - XVI. I Pitagorici - XVII. Socrate - Il curatore - Indice dei nomi
il manifesto 20.6.06
Il governo di lotta dentro Rifondazione
Ai «tradizionali» dissidi con le minoranze si aggiungono anche i conflitti interni alla maggioranza «dopo Bertinotti». La segreteria però accelera sulla Sinistra europea e invita tutto il partito a respingere le manovre neocentriste contro il governo
di Matteo Bartocci
Roma. Era soltanto l'8 maggio scorso ma per Rifondazione sembrano passati secoli. Intervenendo per l'ultima volta al comitato politico del partito Fausto Bertinotti, tra lacrime e abbracci, aveva provato a convincere i suoi nel giorno dell'addio. «Vedrete - disse allora - tutti si accorgeranno che il Prc non è stato il partito di Bertinotti, si vedrà quante risorse vi sono all'interno». Quaranta giorni dopo, invece, il gruppo dirigente «bertinottiano» di fatto non esiste più. Resta una maggioranza «liquida», frantumata in rancori personali e perfino disorientata, tra correnti balcanizzate e slanci di generosità. Non sono solo le corpose minoranze interne a dare battaglia su tutto, i dubbi albergano ovunque in modo trasversale.
«Abbiamo sbagliato a sacrificare il nostro peso al governo puntando tutto sulla presidenza della camera», dice senza peli sulla lingua Luigi Vinci. Milanese, ex Dp, ex parlamentare europeo. Vinci oggi siede solo in direzione nazionale ma l'«area» da cui proviene, la Democrazia proletaria che fu, annoverava tra le sue fila il capo delegazione del Prc a palazzo Chigi Paolo Ferrero e il capogruppo al senato Giovanni Russo Spena. «Vinci parla solo a titolo personale» prendono le distanze molti che con lui sostennero al congresso il documento di Bertinotti. «E' tutto nella norma, sono le solite beghe di partito», minimizza anche uno solitamente poco reticente come Ramon Mantovani. Vinci però va giù duro e anche se elogia la relazione «attenta, concreta e finalmente realista» svolta da Franco Giordano racconta che «ormai il partito è alla balcanizzazione degli organismi dirigenti e, soprattutto in periferia, è animato da una miriade quasi ingovernabile di conflitti striscianti».
Da più parti, al centro come dal territorio, arrivano voci di disagio e di malessere. E chi ha più dimestichezza con gli affari di partito nota come gli organismi centrali sono davvero quasi monopolizzati geograficamente: napoletani i due capigruppo e tutta del centro-sud la segreteria tranne la «new entry » Maurizio Zipponi, che viene dalla Fiom lombarda. Prova indiretta del malessere, forse, è il fatto che al comitato politico di sabato (che tra le altre cose ha approvato la nuova segreteria con il 55% dei consensi), non c'era certo la platea delle grandi occasioni. Tornano alla ribalta perfino le voci su uno scontro invernale tutto interno alla maggioranza e tenuto rigorosamente dietro le quinte sulla successione a Bertinotti: dove tra i «papabili» Migliore e Ferrero si sarebbe registrata un vera impasse risolta poi convergendo su Franco Giordano.
Anche allora però i malumori vennero almeno parzialmente alla luce con il voto contro Giordano di Ramon Mantovani e di un fedelissimo di Bertinotti come Alfonso Gianni. Il congresso di Venezia a molti pare ormai di un'altra era geologica. «Per motivi nobili e meno nobili siamo al tutti contro tutti», incalzano a microfoni spenti le minoranze.
La segreteria però smentisce contrasti e tiene la barra, sottolineando la decisione di accelerare sulla costruzione della Sinistra europea, un contenitore plurale che superi definitivamente la Rifondazione nata sul no allo scioglimento del Pci. L'interesse di associazioni, sindacati e della sinistra Ds è alto ma, notano con preoccupazione dalla maggioranza invitando alla responsabilità, «se non funzioniamo noi come partito come possiamo pensare che altri possano essere coinvolti?». Il calcolo politico, soprattutto sul coinvolgimento immediato dell'ex correntone Ds, è senza dubbio azzardato. La sinistra della Quercia è alle prese con un serrato braccio di ferro contro la nascita del partito democratico, e che possa passare in tempi brevi armi e bagagli nel partito europeo tuttora presieduto da Fausto Bertinotti è tutto da vedere. Zipponi, quasi sbalordito dal clima interno, nondimeno è fiducioso: «Il partito deve fare uno sforzo collettivo, è obbligato a farcela, siamo in condizioni irripetibili»: il governo, «il rapporto consolidato con i soggetti della trasformazione e con i movimenti» e l'ampio rinnovamento di classe dirigente rappresentano «per tutti noi un'occasione da non perdere», avvisa. Il Prc però si sente (ed è) dal giorno dopo il voto nel mirino dei cosiddetti «poteri forti». Un assedio asfissiante espresso quotidianamente sulle pagine del Corsera e del Sole-24 Ore. «I neoliberisti ci vogliono emarginare», certifica con un'intervista davvero irrituale su Repubblica lo stesso presidente della camera, scacciando l'illusione di chi vede le sinistre come un'intendenza utile a cacciare il mostro Berlusconi ma da mettere nell'angolo appena il gioco si fa duro.
La leadership del partito, ovvio, non ci sta. Anzi, da via del Policlinico si lanciano chiari segnali interni: «Non si capisce perché delle critiche che tutti abbiamo fatto per esempio sull'Afghanistan si debba fare carico solo la maggioranza, sia rispetto al resto del governo sia rispetto ai pericoli di operazioni neocentriste ai quali assistiamo ormai da giorni». Il nemico, stavolta, pare al centro e non a sinistra.
Nota dell’agenzia Sir dopo l’articolo di Galli della Loggia sulla fine del cattocomunismo
I vescovi: la sinistra sta perdendo l’anima popolare
Il «richiamo» dei vescovi: sinistra lontana dal popolo «C’è il rischio di tic e ideologie individualistico-libertarie»
di Luigi Accattoli
Punto di partenza, l’articolo di Ernesto Galli della Loggia «Sinistra e valori. Il dialogo finito con i cattolici» pubblicato domenica dal Corriere . L’agenzia dei vescovi Sir (Servizio informazione religiosa) ne condivide l’idea che è cambiata «l’agenda del dibattito politico-ideologico» e in una nota scrive che «la sinistra rischia di diventare radicalmente "radical", cioè di sostituire ogni riferimento "popolare" con i tic e le ideologie individualistico-libertarie». La sinistra, secondo i vescovi, «rischia» di smarrire la tradizionale attenzione alla socialità.
ROMA - Una sinistra - quella italiana e «non solo» - che ogni giorno si fa più «radicalmente radical», rischiando l’abbandono di ogni riferimento «popolare». Presa in questa deriva, essa non si avvede che dietro la proposta cattolica dei «principi non negoziabili» non c’è un interesse di parte, ma la preoccupazione per il «bene comune». L’agenzia «Sir», che fa riferimento alla Cei, ha mosso ieri questa critica frontale al radicalismo di sinistra, forse la più decisa che sia venuta dal mondo cattolico lungo l’ultimo anno, cioè a seguito dell’incoraggiamento a contrattaccare che questo mondo ha ricevuto dal risultato del referendum sulla fecondazione assistita.
Punto di partenza della nota è l’articolo di Ernesto Galli della Loggia «Sinistra e valori» pubblicato domenica dal Corriere della Sera . Il Sir ne condivide l’idea che «è cambiata con velocità accelerata l’agenda del dibattito politico-ideologico a livello non solo italiano».
«La sinistra - scrive poi l’agenzia dei settimanali cattolici - rischia di diventare ormai radicalmente "radical"», sempre meno mira a «incisivi interventi su un’economia ormai europeizzata o globalizzata» e «sostituisce ogni riferimento "popolare" con i tic e le ideologie individualistico-libertarie».
Ma «colto nella sua individualità il cittadino è titolare di diritti astratti, solo di fronte allo Stato». Così «cogliendolo» - prosegue la nota - la sinistra «rischia» di contribuire al trionfo dell’individualismo e di smarrire la propria tradizionale attenzione alla socialità. E’ una strada che «il movimento radical-liberale» batte da tempo, ma che oggi vorrebbe «scissa» dalla «tradizione cristiana», con «conseguenze imprevedibili».
L’«imprevedibile» non viene nominato, ma riguarda le frontiere della vita e il destino della famiglia: «Scommettendo su processi profondi di de-cristianizzazione si intende da più parti accreditare l’affermazione tutta ideologica per cui quel che tecnicamente è possibile lo Stato deve consentirlo, ciò che l’individuo preferisce, la legge non deve vietarlo».
Il Sir osserva però che «ad ogni azione corrisponde una reazione» e che «cacciato dalla porta dell’ideologia, il riferimento all’esperienza elementare incoercibile dell’umanò rientra come aspirazione profonda».
Ed ecco che da alcuni anni «l’apprezzamento della valenza culturale e identitaria della religione è in costante aumento». Ed ecco infine che «un momento storico così delicato e aperto richiede e sollecita Chiesa e cattolici in forme nuove - e necessariamente unitarie - verso la proposta, l’interlocuzione coraggiosa, senza complessi e tic culturali».
C’è da ricostruire un «sostrato comune» perché si abbia un «accordo sui valori». «Di qui - conclude il Sir - l’insistere sui principi "non negoziabili" e anche una forma nuova di intervento ecclesiale». Che non mira a «difendere posizioni di potere o a strillare anatemi», ma è «proteso al bene comune».
Corriere della Sera 20.6.06
«Il cattocomunismo esiste ancora, ma si è aggiornato»
di Gianni Baget Bozzo
Ernesto Galli della Loggia, in un editoriale sul Corriere di domenica, ha scritto che «l’antico dialogo con i cattolici tanto caro alla sinistra di ispirazione comunista ha ormai perduto ogni possibile verosimiglianza; e con esso sembra ormai finita pure la lunga stagione del cattocomunismo». Tra le ragioni, la fine dello «scontro tra capitale e lavoro» e la nuova centralità dei temi etici nel dibattito politico, e il «cambiamento della composizione sociale e quindi dell’ideologia della sinistra». Sul tema, interviene don Gianni Baget Bozzo
Sembra strano dire che il dialogo tra i comunisti e i cattolici sia finito, quando si discute la nascita del partito democratico, di un partito che dovrebbe comprendere il filone più tradizionale della democrazia cristiana assieme ai postcomunisti in una maggioranza di cui fanno parte Rifondazione e i Comunisti Italiani. Galli della Loggia ha sicuramente ragione di dire che è finito un certo popolo, il popolo che ha trasformato l’Italia contadina in Italia industriale e che è stato espresso dell’efficace dialogo tra don Camillo e Peppone nel romanzo di Guareschi. Nella memoria di Galli della Loggia, giustamente, quel popolo, pur diviso politicamente, sembra unito nei valori e quindi la tendenza a coincidere è comprensibile (...). Non vi è dubbio che quel popolo non esiste più, che la comunicazione di massa ha distrutto le masse, che ha costruito gli individui come figura dominante. Televisione, computer e Internet hanno creato una società in cui ciascuno comunica la sua singolarità e determina i suoi valori. Non si potrebbe pensare realtà più diversa da quella degli anni ’60, in cui fiorì il dialogo tra comunisti e cattolici come figure culturali, degli anni 2000, in cui i partiti divengono frammenti tesi a individuare le scelte dei singoli. Eppure il fenomeno fondamentale politico del mondo cattolico costruito nelle sue parrocchie e nei suoi movimenti è stata l’attenzione a sinistra, proprio per combattere la società della comunicazione di massa e il modello individualista che esso generava. Il consumismo è divenuto l’avversario ideale delle pastorali e dei vescovi, il linguaggio proprio della gerarchia, la parola politica di movimenti ecclesiali, il linguaggio comune dei parroci e dei curati.
Il nuovo modello sociale ha suscitato la resistenza del mondo cattolico molto più che del mondo derivato dal Pci. Ma tuttavia la sinistra è sembrata il referente ideale del dialogo, appunto per la memoria che portava in sé e perché poteva parlare, in nome di quella, un linguaggio più simile a quello dei cattolici. Sicché la storia dopo il ’94 è stata la convergenza della sinistra democristiana e dei postcomunisti; ed essa ha avuto un largo consenso nel mondo cattolico, specie il più impegnato nelle attività ecclesiastiche. Ciò è dovuto al fatto che la svolta conciliare aveva impresso una svolta di impegno nel sociale che era divenuto una forma propria dell’identità cattolica, non più centrata sull’elemento dogmatico e spirituale, ma su quello della prassi significativa, di un impegno di cambiamento spirituale del mondo. Non vi è dubbio che la sinistra fosse un punto di riferimento della svolta teologica e che la figura rivoluzionaria tornasse a rappresentare quello che del resto era stata l’origine: una riduzione secolare dell’escatologia cristiana (...).
Ciò ha creato un curioso paradosso. Il mondo cattolico meno impegnato, non molto praticante, guarda al centrodestra, il mondo cattolico più impegnato guarda al centrosinistra. Bisogna tenere conto inoltre che nel pensiero cattolico non è penetrato il tema, pur profondamente cristiano, del primato della libertà, anche se la persona umana sta al centro del suo linguaggio. Il tema fondamentale è rimasto quello della giustizia: e questo viene interpretato in modo da favorire l’intervento dello Stato (...). È quindi comprensibile che ancora esista un riferimento alla sinistra, sia nella sua forma moderata che nella sua forma antagonista: e che ciò continui nonostante la diversità di posizioni sulle questioni della bioetica e della famiglia.
Se per cattocomunismo intendiamo questa forma nuova di preferenza per la sinistra rispetto alla destra, occorre dire che il cattocomunismo esiste ancora e che è ancora il linguaggio dominante, quello più facilmente disponibile dei cattolici. Più che di una fine del cattocomunismo, mi pare possibile parlare di un suo aggiornamento. Non si deve confondere la ferma posizione della gerarchia, con il sentimento e la cultura del cattolicesimo, delle parrocchie e dei movimenti.
Mi sembra che la realtà sia più complessa del modo in cui la descrive Galli della Loggia, che la posizione del mondo cattolico sia ancora fondamentalmente ambigua, che i suoi eroi siano ancora modelli più legati a sinistra, basti pensare all’avanzato processo di beatificazione di Giorgio La Pira, la figura di inizio più significativa del cattolicesimo di sinistra e del pacifismo. Questo spiega perché postdemocristiani e postcomunisti facciano parte della stessa maggioranza e pensino di concorrere con il medesimo partito. Le condizioni sociali mutate hanno reso più facile, e non più difficile, questa convivenza. Anche se un urto su Pacs e fecondazione assistita potrebbe produrre conseguenze ora inattese.
Liberazione 20.6.06
I “poteri forti”, cioè la parte maggioritaria della borghesia, guidano un attacco a Rifondazione secondo un disegno preciso: liberarsene e costruire una soluzione neocentrista. Rompere l’Unione e rompere la Casa della Libertà. Afghanistan e manovrina i passaggi fondamentali
C’è un piano per ribaltare il governo: fuori il Prc, dentro l’Udc di Casini
di Rina Gagliardi
A leggere i giornali, la politica italiana (e segnatamente Rifondazione comunista) sarebbe in preda ad un subbuglio caotico e disordinato, nonché alle soglie di processi sostanzialmente autodistruttivi. C’è un nucleo di verità “oggettiva” in questa rappresentazione? Certo che sì. Ma c’è anche e soprattutto una verità “soggettiva” che non può sfuggire ad un’analisi attenta. La enunciamo nella sua cruda semplicità: i “poteri forti” stanno seriamente lavorando per sostituire Rifondazione comunista con l’Udc. L’idea è sempre stata ben chiara, fin dalla nascita dell’Unione e fin dalla campagna elettorale: “usare” i voti e la presenza della sinistra radicale, politicamente e quantitativamente determinante, per sbattere fuori Berlusconi, ma poi determinare, al più presto possibile, un diverso equilibrio politico, di natura neocentrista. Il famoso “taglio delle ali”. L’espulsione dalla maggioranza, o la marginalizzazione del Prc, per un verso; la rottura della Casa della libertà, per l’altro verso, con il passaggio ad una nuova collocazione politica e parlamentare della sua ala ex-democristiana. Un disegno, dicevamo, che Confindustria, Corriere della sera, ora forse anche la Cei, accarezzano da sempre: solo che ora esso comincia a camminare, sfruttando sapientemente tutti i varchi possibili, tutte le differenze interne all’Unione, tutte le emergenze che in un modo o nell’altro si pongono. Va da sé che la vittima illustre di questa operazione - così come la si sta concependo e organizzando - è proprio Romano Prodi. Il presidente del consiglio, nonché leader dell’Unione, è l’agnello sacrificale privilegiato del progetto neocentrista.
Vediamo i fatti, o meglio la rappresentazione mediatica dei fatti politici a cui stiamo assistendo, nelle ultime settimane. Per un verso, la politica italiana - e segnatamente Rifondazione comunista – appaiono in preda ad un subbuglio caotico, ad un disordine crescente, a processi pressoché autodistruttivi, insomma come fossimo “agli ultimi giorni di Pompei”. Per l’altro verso, anzi per il verso opposto, novità politiche rilevanti, e dense di conseguenze, vengono rese note, sì, ma in sordina, con visibilità scarsa se non nulla: è il caso della svolta dell’Udc. Pier Ferdinando Casini, nel corso della sua recentissima visita al Quirinale, ha comunicato a Giorgio Napolitano la sua piena disponibilità a votare il rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan - “soccorso bianco”, si è detto. Ma anche e soprattutto qualcosa che va ben oltre le dimensioni di una pur delicata e rilevante decisione di politica estera: come minimo, si tratta di un’offerta in piena regola di “allargamento” – chiamiamolo così - dei confini dell’attuale maggioranza, così in sofferenza, del resto, al Senato. Ora, è chiaro che tutto questo è anche parte di una “normale”, normalissima lotta politica, nel corso della quale ciascuno fa la sua parte, persegue i suoi obiettivi, stipula alleanze e/o convergenze funzionali. Ma guardate il risultato finale. Di qua, c’è un’alleanza composita, irrequieta, che stenta a presentarsi come una forza coesa e compatta. Di là, un’opposizione soggiogata dalle deliranti speranze di “spallata” del Cavaliere, una parte della quale non vede l’ora di tornare a pesare o a “far politica”. Di qua, c’è un partito, il Prc, che sarebbe squassato dai conflitti interni, condizionato da estremismi di tutti i tipi, e si dimostrerebbe comunque inaffidabile per la tenuta della coalizione e dello stesso governo. Di là, ci sono dei moderati - come l’Udc - pronti ad assumersi, come si usa dire, le loro responsabilità.
Non occorre molta fantasia per capire dove si va a parare. Per ora, certo, sono “piccoli passi”, anzi un passo per volta - nessuno che sia dotato di buon senso, né nell’Unione né nel centrodestra, può parlare apertis verbis di una prospettiva così audace. Ma chi può escludere che, dopo l’Afghanistan il “soccorso bianco” non arrivi anche sulla manovrina? Chi può escludere l’avvio di un processo, di cui non si conoscono gli esiti e non si possono prevedere gli approdi ma che potrebbe comunque condizionare l’assetto nazionale? Anche alla luce delle incertezze che continuano a caratterizzare la nascita del “Partito democratico”, che Prodi, non per caso, fortissimamemnte vuole e continua a sollecitare.
Ora, noi non siamo in grado di prevedere fino a che punto questo scenario potrà avverarsi. Abbiamo però una certezza, anzi due: che la parte maggioritaria della borghesia (e dei poteri con i quali la borghesia è oggi alleata) non sopportano l’idea che la sinistra radicale abbia un peso politico, e di dirette responsabilità istituzionali e ministeriali così rilevanti; e che, finora, a dispetto di incertezze e contraddizioni, il governo Prodi dispiace assai al padronato, a Washington e alla Cei. Questa è la sostanza, oltre il can can e la truffa mediatica. Questo è il terreno ambivalente- e ambiguo, nel senso politico che va dato a questo aggettivo - sul quale si misurerà la lotta politica delle prossime settimane. Esemplare, in proposito, la pur difficile questione afghana, che non per caso non era contenuta nel programma dell’Unione. Gli scenari prevedibili, dal punto di vista della maggioranza attuale, sono evidenti: o l’uso costrittivo della fiducia, una sorta di “foglia di fico” destinata a coprire problemi e contraddizioni, a rinviare ipocritamente ogni confronto di merito e a inibire nei fatti ogni più piccola modifica delle scelte politiche generali; o un’operazione certo molto complessa, ma capace di sancire, sul campo, intenzionalità politiche diverse, l’apertura di un confronto vero sulla strategia della presenza italiana nelle zone critiche del mondo, magari la possibile determinazione temporale della presenza delle nostre truppe a Kabul. Nella prima ipotesi, sono salve le coscienze, anzi le anime - ma solo quelle. Nella seconda, la constatazione di un limite, oggi non superabile, delle istanze del pacifismo, si accompagna a una non rinuncia politica, né sull’Afghanistan né su altri terreni. Ma è solo in questo secondo caso che i voti dell’Udc si dimostrerebbero accessori, o non influenti. E si manterrebbero aperti gli spazi necessari per la battaglia - di lungo respiro e di lunga lena - della sinistra radicale. A meno che, s’intende, non si mettano in campo opzioni e scelte strategiche del tutto diverse: come per esempio quella di tentare di far cadere “da sinistra” il governo Prodi. Nessuno, né all’interno di Rifondazione comunista (che ha votato all’ultimo Cpn una piattaforma politica a larga maggioranza, quasi i due terzi) né, men che mai, nel Pdci, ha finora avanzato questa proposta. Se qualcuno la pensa così, anche ai vertici della Fiom, farebbe bene a dirlo esplicitamente. Ragionando sulle conseguenze che ne derivano, sulle prospettive che si aprono – e sul pericolo neocentrista che incombe, molto più forte, e incombente, dello spauracchio del ritorno di Berlusconi.
l’Unità 19 febbraio 2006
Un «nuovo» Freud riveduto e scorretto
Un nuovo progetto di Bollati Boringhieri propone una scelta di scritti dello psicoanalista e dei suoi contemporanei. Ma i termini chiave della nomenclatura freudiana vengono stravolti e le note sono in gran parte riprese da quelle di Musatti alle Opere
di Luigi Reitani
Un nuovo Freud? Puntuale per il grande e già insopportabile battage che accompagna il 150° anniversario della nascita del fondatore della psicoanalisi, la casa editrice Bollati Boringhieri presenta i primi due tomi di una nuova collana intitolata Sigmund Freud. Testi e contesti, diretta da Michele Ranchetti, che si prevede articolata in dieci volumi. Si tratta degli Scritti di metapsicologia (1915-1917), curati dallo stesso Ranchetti (vol. III, pp. XXIII+533, euro 30,00), e Sulla storia della psicoanalisi, affidato a Martin Dehli (vol. V, pp. XX+324, euro 22,00). È l’inizio di un progetto di grandi ambizioni, senza precedenti in altre lingue, compreso il tedesco, che si propone di inserire gli scritti freudiani nelle loro connessioni storiche, presentando così, accanto ai testi pubblicati da Freud, pagine dal suo epistolario, documenti del movimento psicoanalitico e contributi di altri autori, il tutto in una traduzione italiana totalmente rinnovata. Occorre però subito informare il lettore - a differenza di quanto manca purtroppo di fare con chiarezza Ranchetti nella sua introduzione - che questo nuovo progetto non comprende tutti gli scritti freudiani, ma solo una loro scelta parziale. Non si potrà così (e per fortuna, come si vedrà) mettere in soffitta la grande edizione delle Opere curata da Cesare Luigi Musatti per Paolo Boringhieri tra il 1966 e il 1980, un monumento della cultura italiana a cui si deve in gran parte l’ingresso della psicoanalisi nel nostro paese. E tuttavia non c’è dubbio che la nuova edizione si ponga in una prospettiva di superamento sostanziale proprio delle Opere, sia sul piano linguistico e terminologico, sia sul piano dell’approccio filologico, e ciò spiega forse perché il lavoro di Musatti non sia mai citato nelle «avvertenze editoriali» di Ranchetti tra le varie edizioni internazionali di Freud.
Un caso davvero singolare di rimozione, visto che si tratta della stessa casa editrice. Tanto più che in realtà nei due volumi finora pubblicati si fa abbondantemente uso della edizione di Musatti, nel commento come nelle traduzioni. Basta infatti confrontare appena le «nuove» versioni (dovute in maggior parte a Stefano Franchini) con quelle delle Opere per constatare una derivazione che sfiora talvolta il plagio, in particolare nel saggio Per la storia del movimento psicoanalitico, in cui intere pagine sono identiche alla precedente traduzione di Angela Staude e Renata Colorni. Dove però la versione differisce nella sostanza, appaiono fraintendimenti madornali, che rendono precario il senso del discorso, come quando all’inizio di Lutto e malinconia si confonde una delle cause della patologia con il suo effetto. E altrove la limpida costruzione sintattica di Freud viene inutilmente aggrovigliata, ad esempio nell’incipit del saggio L’inconscio.
Le maggiori perplessità su questa spregiudicata operazione sono però suscitate dal disinvolto cambiamento di termini chiave della nomenclatura freudiana. La Besetzung di Freud - finora tradotta in italiano con «investimento» - diventa «caricamento», con esiti bizzarri. L’«affetto» si trasforma in «emozione». Il termine Einfall, usato per esprimere l’importante concetto di «associazioni libere», è ora tradotto con «idee spontanee». Repräsentanz è resa con «vicario». Fixierung diventa «ancoraggio» (e non più «fissazione»). La distinzione tra Befriedigung e Erfüllung è sostanzialmente annullata da Franchini che usa indifferentemente «appagamento» e «soddisfacimento» per entrambi i termini. Versagung è reso con «fallimento», «rifiuto» e persino «fiasco», ma permane ancora la scelta musattiana di «frustrazione». Selbstgefühl è banalizzato in «amor proprio», salvo a riproporlo altrove come «sentimento di sé» sulla scia di Musatti.
Questa preoccupante oscillazione terminologica costituisce una seria ipoteca per un affidabile uso della nuova edizione, tanto più che manca nei due volumi un indice analitico. È certamente vero che la traduzione dei singoli vocaboli deve adeguarsi di volta in volta al contesto e sarebbe sicuramente sbagliato pretendere una resa sempre uniforme (neppure l’edizione di Musatti lo faceva), ma ciò non giustifica l’arbitrio e la casualità delle soluzioni. Soprattutto però risulta incredibile che questa rivoluzione terminologia non sia adeguatamente motivata. Se è legittimo mettere in discussione le scelte finora fatte per rendere la complessa nomenclatura psicoanalitica, è assolutamente inaccettabile che ciò avvenga senza avvertire il lettore e senza spiegarne le ragioni, soprattutto quando si consideri il delicato impiego dei vocaboli freudiani nel lavoro psicoterapeutico.
Solo in un caso, invece, le note si preoccupano di fornire una brevissima avvertenza terminologica. Ma le note di Ranchetti agli Scritti di metapsicologia sono in realtà in gran parte riprese - senza che ciò sia tuttavia mai dichiarato - da quelle di Musatti. Ciò porta a qualche imbarazzante ripresa letterale, come quando si legge «per un errore di stampa, in tutte le edizioni tedesche è scritto “pagine” anziché “righe”». Ciò lascerebbe pensare che Ranchetti sia stato il primo ad accorgersi del refuso, consultando personalmente il manoscritto. Ma in realtà questa nota si trova già in Musatti, che l’aveva a sua volta ripresa dall’edizione inglese di Strachey (citandola). Da allora però l’errore è stato corretto e nelle nuove edizioni tedesche si legge naturalmente «righe». Ciò che dunque Strachey e Musatti potevano a ragione affermare non corrisponde più alla situazione attuale. Solo che Ranchetti, oltre a passare sotto silenzio la fonte delle sue note, non si è preoccupato di verificarne l’attualità. Né la ripresa più o meno integrale del commento lo mette al riparo dagli svarioni dei suoi traduttori. Il presidente di Corte d’appello Schreber viene così definito in un’altra nota «presidente del Senato» e il narratore austriaco Anzengruber un «favolista». Per non parlare del clamoroso abbaglio che fa del piccolo Hans un quindicenne! Ci si chiede come questi paurosi scivoloni siano potuti capitare a una casa editrice che ha costruito il proprio prestigio con impeccabili edizioni di testi psicoanalitici.
Non è solo la sciatteria della cura redazionale a rendere i primi due volumi di questo nuovo progetto una avventata e pericolosa avventura, che fa compiere un passo indietro alla nostra conoscenza di Freud. Problematico appare lo stesso criterio di raggruppamento dei testi, che pure può sembrare a prima vista suggestivo. Gli Scritti di metapsicologia (1915-1917) tengono conto della dichiarata delimitazione cronologica solo nella prima parte del volume, che racchiude quanto resta del noto progetto freudiano di un libro su questo tema, mentre la seconda parte presenta testi che spaziano dal 1911 al 1931, e nella terza, quarta e quinta parte vi sono addirittura scritti che risalgono al 1907 e giungono sino al 1922. Certamente questo arbitrio temporale è giustificabile sul piano tematico, dal momento che i materiali raccolti sono tutti inerenti al progetto di una metapsicologia, ovvero di un fondamento - se si vuole filosofico - della psicoanalisi, ma, se è così, non si capisce perché nel titolo si sia insistito su un particolare arco di tempo, e perché siano rimasti invece esclusi dal volume altri testi pertinenti, cominciando con Al di là del principio del piacere (1920) che lo stesso Ranchetti definisce nella sua introduzione il «vertice speculativo» della teoria metapsicologica di Freud e che, almeno a giudicare dal piano dell’opera, non troverà affatto posto nella nuova edizione. Incomprensibile è anche l’esclusione di uno scritto del 1915 di grande pregnanza come Caducità che appartiene a tutti gli effetti al contesto degli anni della guerra e i cui nessi con la riflessione metapsicologica sono evidenti. Di contro vengono pubblicate cinque righe di una lettera di Freud a Pfister assolutamente prive di sostanza. E contraddittoria, rispetto al principio cardine dell’edizione, appare ancora la mutilazione del celebre caso del presidente Schreber, di cui il volume presenta solo la terza parte, pur dando nell’indice il titolo dell’intera opera. Le 25 pagine tratte dall’ampio carteggio Freud-Ferenczi, infine, se permettono effettivamente di seguire meglio la genesi del discorso metapsicologico di Freud all’interno della sua frattura con Jung, dall’altro appaiono a loro volta decontestualizzate rispetto all’insieme della corrispondenza (la cui pubblicazione integrale in italiano da Cortina viene occultata al lettore, suggerendo che si tratti di inediti).
Più coerenti appaiono le scelte di Martin Dehli, che nel volume Sulla storia della psicoanalisi presenta solo due testi di Freud (Per la storia del movimento psicoanalitico e La questione dell’analisi laica) insieme a materiali ad essi collegati. Ma anche qui non mancano i problemi, a cominciare dall’esclusione delle pagine dell’epistolario Freud-Jung e da altri carteggi (inclusi invece da Ranchetti) che proprio sulla storia del movimento psicoanalitico gettano una luce decisiva. Inoltre non convince del tutto la lettura della Questione dell’analisi laica nella chiave esclusiva di un consolidamento istituzionale della psicoanalisi. E c’è da chiedersi cosa ne sia di rotture altrettanto traumatiche per Freud, come quella successiva con Otto Rank, che l’introduzione neppure menziona. Provo una sincera stima per Michele Ranchetti. Ho sempre ammirato la profondità dei suoi lavori e l’ampiezza dei suoi interessi. Ho la sensazione che questo suo progetto, nato da intuizioni profonde e da un generoso entusiasmo, gli sia sfuggito di mano. Può anche darsi che la fretta di far uscire i primi due volumi in tempo per l’anno freudiano abbia giocato un brutto scherzo a una casa editrice prestigiosa, che si è assunta l’onore e l’onere di assicurare un futuro ai progetti di Paolo Boringhieri. Temo però che la cultura italiana stia in tal modo rischiando di bruciare il grande patrimonio acquisito con la profonda assimilazione linguistica e filologica del pensiero freudiano, dovuto alla impresa di Cesare Luigi Musatti.
l’Unità
«No, non ho tradito Freud. Né Musatti»
di Michele Ranchetti
Ospitiamo un intervento del direttore della collana «Sigmund Freud. Testi e contesti», in risposta a un articolo critico di Luigi Reitani del 19 febbraio.
LA RISPOSTA del direttore della collana Bollati Boringhieri che raccoglie testi di Freud e di suoi contemporanei. «L’intenzione è di reimmettere alcune sue opere nel contesto del tempo»
Ho letto con vivo interesse la lunga recensione che Luigi Reitani ha dedicato ai primi due volumi della iniziativa editoriale Sigmund Freud. Testi e contesti, da me curata. Rileggendo, mi sono apparsi ancora più evidenti, i due livelli di attenzione che sorreggono il suo testo: un primo livello riguarda i due volumi, i loro risultati, i difetti, le incongruenze, le sciatterie, gli errori, con un particolare rilievo per le scelte di alcuni testi e l’omissione di altri, ma soprattutto, come è giusto per un germanista cui si devono grandi iniziative nell’ambito del tradurre (basti pensare allo Hoelderlin), per le diverse proposte nella resa di alcuni termini. Un secondo livello riguarda l’attenzione, davvero accesissima, per i rischi, anzi i danni irreparabili o quasi, che la nuova iniziativa editoriale potrebbe far correre alla grande e venerata edizione dell’Opera Omnia di Freud, curata da Musatti, un monumento della cultura italiana, etc., come scrive Reitani. Davvero è difficile capire come sia sorta questa paura, dal momento che è scritto e ripetuto più volte nei singoli volumi e nei diversi annunci editoriali con assoluta chiarezza che la nuova edizione prevede la pubblicazione solo di alcuni scritti. Bastava leggere con un po’ di attenzione, non fra le righe criptiche, che mi rimprovera Reitani, ma la seconda di copertina, dove i prossimi volumi sono elencati. E bastava aver visto da vicino i due volumi già pubblicati, il loro carattere, e anche la loro mole. Come è possibile pensare che tutti dico tutti gli scritti di Freud saranno in futuro sottoposti a un trattamento simile, ossia iscritti in un contesto, nel contesto cioè degli scritti coevi, dei dibattiti, degli epistolari?. Chi è quel matto che ha potuto pensare una cosa simile? O attribuirne l’intenzione a qualcuno? Bastava anche capire, dall’esame dei due volumi già editi, o, per chi avesse fretta, dalla lettura del breve testo che figura in terza di copertina, che l’iniziativa si affianca alla grande edizione, che presuppone e cui fa sempre idealmente riferimento e non si prefigge in alcun modo di sostituirla. Questo, indipendentemente dal giudizio sulla qualità e il valore dell’edizione. Per chi, come me, ha contribuito in misura non piccola alla sua realizzazione, accordandomi e discutendo insieme a Paolo Boringhieri con James Strachey sull’uso della sua versione e delle sue note e così permettendo una gran parte dell’annotazione della edizione italiana, suona un po’ ridicolo e stonato il grido di dolore per la tentata lesa maestà che si leva da parte di chi, anche solo per età, non ha preso parte alla grande impresa, e vuole ora difenderla da nemici immaginari.
L’intenzione, in tedesco, per il germanista Reitani, il Konzept, della nuova impresa è e vuole essere del tutto diverso: si tratta di risituare le opere, alcune opere di Freud, nel loro contesto storico e culturale, riimmetterle nella cultura del tempo, confrontarle con scritti coevi dei collaboratori e seguaci, individuare le differenze, ricostruire un tempo della ricerca, ossia gli anni della invenzione e della istituzionalizzazione della psicoanalisi. Si tratta, insomma, di passare dalla voce solista, di Freud, a cui sono dedicate le Opere, alla partitura del movimento psicoanalitico. Per far questo, e per far conoscere non solo al lettore italiano scritti di difficile reperimento, in particolare le palestre dei periodici ispirati o diretti da Freud, che era un grande imprenditore oltre che un conquistatore, era necessario prospettare una serie diversa di volumi che si affiancassero alla edizione delle opere in un interscambio di informazioni e in una interrelazione di scoperte e di risultati. Del resto, questa azione parallela è garantita dall’appartenere di entrambe le iniziative alla stessa casa editrice che intende promuoverle entrambe. È un’impresa difficile, rischiosa e anche controcorrente. Credo derivi dalla fretta di accorrere in difesa dell'Opera omnia minacciata, una serie di rilievi di Reitani più pertinenti che vale la pena di considerare. In primo luogo le scelte di alcuni termini. Come Reitani sa benissimo, ogni traduzione è un tentativo di avvicinamento, provvisorio, discutibile, da respingersi, da adottarsi con prudenza. Questo criterio valeva per la traduzione Musatti, che è stata autorevolmente lodata per la sua flessibilità e vale anche per questi due volumi di scritti. Si può essere d’accordo con alcune innovazioni (io, ad esempio, non lo sono per tutte) ma esse sono tutte motivate diversamente da quella che Reitani chiama «spregiudicata operazione». Inoltre, non esistono parole chiave in traduzione, ma solo abitudini. Dal lessico di Musatti sono caduti in disuso alcuni termini, come traslazione, il termine investimento, per Besetzung, è forse preferibile a caricamento, ma non è più giusto, o più vicino alla parola tedesca. È poi stranoto che nell’impossibilità di trovare un termine corrispondente inglese, Strachey ha creduto di risolvere il problema coniando un termine inesistente cathexis, che appare talvolta anche in altre lingue. Se ne discuterà ancora, come se ne è discusso per i due primi volumi, che sono un’opera collettiva, e negli indici analitici che figureranno, come è scritto nei volumi stessi (ma Reitani non se ne è accorto) nell’ultimo volume.
I primi due volumi non sono certo perfetti, lacune, imperfezioni e altri difetti sono giustamente posti in luce da Reitani. Anzi, in cattiva luce. Infatti, se è vero, forse, che cinque righe di una lettera di Freud a Pfister sono poco rilevanti, come scrive Reitani, credo sia più vero che i volumi contengono testi importanti ignoti al lettore italiano, oltre a un testo straordinario di Freud ignoto anche al pubblico tedesco e qui pubblicato per la prima volta al mondo. Pare difficile credere che esso sia sfuggito ad un lettore attento come Reitani. O forse non presenta per lui alcun interesse.
l’Unità 20.6.06
IL CASO
La Bollati Boringhieri ritira dal commercio i primi due volumi della silloge, curata da Michele Ranchetti, per l'anniversario. L'accusa è di «auto-plagio»
Sigmund Freud in Italia, cinquantenario senza Grande Opera, ma con querela
A denunciare la «spregiudicata operazione» editoriale fu per primo il 19 febbraio su queste colonne Luigi Reitani
di Maria Serena Palieri
Arriva al capolinea con velocità fulminea la grande opera con cui la cultura italiana doveva festeggiare l'anniversario della nascita del padre della psicoanalisi: il 6 maggio sono scoccati i centocmquantanni dalla nascita di Sigmund. Freud, e oggi, 20 giugno, la notizia è che la casa editrice Bollati Boringhieri - fin qui massimamente autorevole in materia freudiana - ha ritirato dal commercio i primi due volumi della nuova collana Sigmund Freud, Testi e contesti curata da Michele Ranchetti. Il ritiro - un fatto che non succede tutti i giorni - è uno dei due ramoscelli d'olivo (l'altro è un sostanzioso risarcimento in denaro), che la casa editrice dallo stemma stellato offre a Renata Colomi, curatrice del lavoro di traduzione nella storica edizione italiana del corpus freudiano, venuta alla luce tra il 1966 e il 1980 sotto la supervisione di Cesare Musatti. Quella traduzione, è l'accusa che Renata Colomi ha affidato ai suoi legali, in questa nuova silloge viene insieme riccamente saccheggiata e ampiamente tradita. Il bello - si fa per dire - è che l'editore, trent'anni fa e oggi, è lo stesso: Bollati Boringhieri. Insomma, eccoci di fronte a un caso di autocannibalizzazione che a Freud non sarebbe dispiaciuto indagare.
Ricostruiamo la vicenda, con un dettaglio in più che sul Corriere della Sera di ieri, scrivendo sulla vicenda, Paolo di Stefano ha omesso: il «caso Freud» è cominciato su queste pagine, con l'articolo, uscito il 19 febbraio, di Luigi Reitanì, il germanista che per primo ha denunciato la «spregiudicata operazione» in corso per i tipi dell'editrice torinese. Su Repubblica interveniva nei giorni successivi Umberto Galimberti (citando correttamente l'articolo di Reitani sull'Unità, e Di Stefano, che a sua volta cita Galimberti, se ne dovrebbe essere accorto).
Sequenza giornalistica a parte, se navigate in Rete prendetevi questo sfizio: andate sul sito della Bollati Boringhieri, lì trovate una finestra che ricorda l'anniversario dell'autore più prestigioso che la casa ha in catalogo, Sigmund Freud appunto, ma quella finestra poi, scoprite, s'affaccia sul nulla, un vuoto che deriva certo dalla cancellazione, in gran fretta, della pagina che ospitava la pubblicità di Testi e Contesti. Qual è il pasticcio in cui sono incorsi degli insospettabili come Michele Ranchetti - studioso ottantunenne originale e versatile, storico della Chiesa e pittore, esegeta di Wittgcnstein e poeta - e la casa fondata nel 1957, in nome del dialogo tra le «due culture» da Paolo Boringhieri, e oggi retta editorialmente da Francesco Cataluccio? Tra fine anni Sessanta e inizio Ottanta, come dicevamo, Boringhieri pubblica il corpus freudiano, con un supervisore «gemello della psicoanalisi», il grande Musatti, e un team di traduttori (tra loro Elvio Fachinelli e lo stesso Ranchetti) di cui Renata Colomi fa parte e che, insieme, coordina. L'intento, nel centocinquantenario, della nuova silloge, è quello di contestualizzare (come si evince dal titolo dato all'opera) l'evoluzione del pensiero di Freud, intercalando i suoi scritti con quelli di amici, colleghi, allievi, transfughi con cui si confrontava. Colpe di Ranchetti, secondo i critici: primo, non dichiarare che non è un'opera omnia ma solo una scelta di scritti di Freud; secondo, aver impiegato largamente la precedente traduzione senza rimandare ad essa; terzo, averla «modernizzata» cambiando con disinvoltura dei termini - «Besetzung» che in italiano da «investimento» diventa «caricamento», «Einfall» che da «libere associazioni» diventa «idee spontanee» - e senza spiegare il perché; quarto, essere incorso in sbagli abbastanza madornali, uno per tutti il piccolo Hans del celebre caso che diventa un quindicenne. Cosi scatta l'accusa di plagio, e plagio senza destrezza. Ranchetti si difende accusando la cultura freudiana italiana di difesa corporativa verso lui, l'outsider. La Grande Opera, comunque, viene ritirata dal commercio. Non primo, né ultimo, caso di un paese dove sembra che di questi tempi il destino di ogni istituzione, anche quelle culturali, non sia esplodere ma, più bizzarramente, implodere.
Repubblica Palermo 20.6.06
Filosofia. La verità amara di Nietzsche
di Amelia Crisantino
A cura di Piero Di Giovanni, la casa editrice Laterza pubblica per la prima volta [nel 1994, 2ª edizione 2005, vedi stotto. Ndr] in traduzione italiana le giovanili lezioni di Nietzsche sulla filosofia preplatonica, frutto del profondo interesse del filosofo tedesco per le radici del pensiero occidentale. Nietzsche studia i preplatonici negli stessi anni in cui scrive La nascita della tragedia e La filosofia nell'epoca tragica dei greci, tra il 1872 e il 1875; per accostarsi a loro ha dovuto intraprendere «gli studi più singolari», non solo la matematica e la meccanica ma anche la teoria chimica degli atomi e sempre «ne ho tratto splendide conferme dell'eterno valore dei Greci». Nella cultura ellenica del VI e V secolo a. C. Nietzsche ritrova lo stupore dell'uomo di fronte al divenire della natura e poi il dolore del vivere, il contrasto tra verità e menzogna, le certezze che rivelano la loro natura illusoria: arriva alla conclusione che «la verità è inconoscibile». Il dolore è il fondo comune all'eterno divenire di Eraclito, e dalla lotta dei contrari entro la materia primordiale origina la vita di tutte le cose.
dal sito dell'Editore Laterza (www.laterza.it):
Friedrich Nietzsche (1844-1900), I filosofi preplatonici, a cura di P. Di Giovanni,2005(2ª], pp. 210, € 18,00, nuova edizione, Biblioteca Universale Laterza, Classici della filosofia dell’Ottocento, [569] ISBN 8842075299
In breve
«... quella serie di preplatonici rappresenta i tipi puri e non misti, tanto nel tipo di filosofemi quanto nei caratteri. Socrate è l’ultimo di questa serie. Chi vuole può definire tutti questi come ‘unilaterali’. In ogni caso essi sono dei veri e propri ‘inventori’: per tutti i posteri filosofare sarebbe stato di gran lunga più facile. Quelli dovevano trovare il sentiero che dal mito conduce alla legge della natura, dall’immagine al concetto, dalla religione alla scienza». Friedrich Nietzsche, Le lezioni di Nietzsche (Die vorplatonischen Philosophen) sono state pubblicate in tedesco nel 1913 nel III volume dei Philologica dalle edizioni Kröner di Lipsia e nel 1924 nel IV volume delle edizioni Musarion di Monaco. Questa prima e unica versione della traduzione italiana è stata condotta sulle due edizioni tedesche preesistenti e sui manoscritti di Nietzsche conservati nell’Archivio Goethe-Schiller di Weimar, che all’epoca della DDR faceva capo alle Nationale Forschungs- und Gedenkstätten der klassischen deutschen Literatur e, in seguito, alla Stiftung Weimarer Klassik (da poco denominata, più estesamente, Stiftung Weimarer Klassik und Kunstsammlungen).
Indice
Introduzione - Nota al testo - I. Origini e caratteri della filosofia greca - II. Il sapiente - III. Lo stadio iniziale mitico della filosofia - IV. Lo stadio iniziale sentenzioso-sporadico della filosofia - V. Gli stadi iniziali dell’uomo sapiente - VI. Talete - VII. Anassimandro - VIII. Anassimene - IX. Pitagora - X. Eraclito - XI. Parmenide e il suo predecessore Senofane - XII. Zenone - XIII. Anassagora - XIV. Empedocle - XV. Leucippo e Democrito - XVI. I Pitagorici - XVII. Socrate - Il curatore - Indice dei nomi
il manifesto 20.6.06
Il governo di lotta dentro Rifondazione
Ai «tradizionali» dissidi con le minoranze si aggiungono anche i conflitti interni alla maggioranza «dopo Bertinotti». La segreteria però accelera sulla Sinistra europea e invita tutto il partito a respingere le manovre neocentriste contro il governo
di Matteo Bartocci
Roma. Era soltanto l'8 maggio scorso ma per Rifondazione sembrano passati secoli. Intervenendo per l'ultima volta al comitato politico del partito Fausto Bertinotti, tra lacrime e abbracci, aveva provato a convincere i suoi nel giorno dell'addio. «Vedrete - disse allora - tutti si accorgeranno che il Prc non è stato il partito di Bertinotti, si vedrà quante risorse vi sono all'interno». Quaranta giorni dopo, invece, il gruppo dirigente «bertinottiano» di fatto non esiste più. Resta una maggioranza «liquida», frantumata in rancori personali e perfino disorientata, tra correnti balcanizzate e slanci di generosità. Non sono solo le corpose minoranze interne a dare battaglia su tutto, i dubbi albergano ovunque in modo trasversale.
«Abbiamo sbagliato a sacrificare il nostro peso al governo puntando tutto sulla presidenza della camera», dice senza peli sulla lingua Luigi Vinci. Milanese, ex Dp, ex parlamentare europeo. Vinci oggi siede solo in direzione nazionale ma l'«area» da cui proviene, la Democrazia proletaria che fu, annoverava tra le sue fila il capo delegazione del Prc a palazzo Chigi Paolo Ferrero e il capogruppo al senato Giovanni Russo Spena. «Vinci parla solo a titolo personale» prendono le distanze molti che con lui sostennero al congresso il documento di Bertinotti. «E' tutto nella norma, sono le solite beghe di partito», minimizza anche uno solitamente poco reticente come Ramon Mantovani. Vinci però va giù duro e anche se elogia la relazione «attenta, concreta e finalmente realista» svolta da Franco Giordano racconta che «ormai il partito è alla balcanizzazione degli organismi dirigenti e, soprattutto in periferia, è animato da una miriade quasi ingovernabile di conflitti striscianti».
Da più parti, al centro come dal territorio, arrivano voci di disagio e di malessere. E chi ha più dimestichezza con gli affari di partito nota come gli organismi centrali sono davvero quasi monopolizzati geograficamente: napoletani i due capigruppo e tutta del centro-sud la segreteria tranne la «new entry » Maurizio Zipponi, che viene dalla Fiom lombarda. Prova indiretta del malessere, forse, è il fatto che al comitato politico di sabato (che tra le altre cose ha approvato la nuova segreteria con il 55% dei consensi), non c'era certo la platea delle grandi occasioni. Tornano alla ribalta perfino le voci su uno scontro invernale tutto interno alla maggioranza e tenuto rigorosamente dietro le quinte sulla successione a Bertinotti: dove tra i «papabili» Migliore e Ferrero si sarebbe registrata un vera impasse risolta poi convergendo su Franco Giordano.
Anche allora però i malumori vennero almeno parzialmente alla luce con il voto contro Giordano di Ramon Mantovani e di un fedelissimo di Bertinotti come Alfonso Gianni. Il congresso di Venezia a molti pare ormai di un'altra era geologica. «Per motivi nobili e meno nobili siamo al tutti contro tutti», incalzano a microfoni spenti le minoranze.
La segreteria però smentisce contrasti e tiene la barra, sottolineando la decisione di accelerare sulla costruzione della Sinistra europea, un contenitore plurale che superi definitivamente la Rifondazione nata sul no allo scioglimento del Pci. L'interesse di associazioni, sindacati e della sinistra Ds è alto ma, notano con preoccupazione dalla maggioranza invitando alla responsabilità, «se non funzioniamo noi come partito come possiamo pensare che altri possano essere coinvolti?». Il calcolo politico, soprattutto sul coinvolgimento immediato dell'ex correntone Ds, è senza dubbio azzardato. La sinistra della Quercia è alle prese con un serrato braccio di ferro contro la nascita del partito democratico, e che possa passare in tempi brevi armi e bagagli nel partito europeo tuttora presieduto da Fausto Bertinotti è tutto da vedere. Zipponi, quasi sbalordito dal clima interno, nondimeno è fiducioso: «Il partito deve fare uno sforzo collettivo, è obbligato a farcela, siamo in condizioni irripetibili»: il governo, «il rapporto consolidato con i soggetti della trasformazione e con i movimenti» e l'ampio rinnovamento di classe dirigente rappresentano «per tutti noi un'occasione da non perdere», avvisa. Il Prc però si sente (ed è) dal giorno dopo il voto nel mirino dei cosiddetti «poteri forti». Un assedio asfissiante espresso quotidianamente sulle pagine del Corsera e del Sole-24 Ore. «I neoliberisti ci vogliono emarginare», certifica con un'intervista davvero irrituale su Repubblica lo stesso presidente della camera, scacciando l'illusione di chi vede le sinistre come un'intendenza utile a cacciare il mostro Berlusconi ma da mettere nell'angolo appena il gioco si fa duro.
La leadership del partito, ovvio, non ci sta. Anzi, da via del Policlinico si lanciano chiari segnali interni: «Non si capisce perché delle critiche che tutti abbiamo fatto per esempio sull'Afghanistan si debba fare carico solo la maggioranza, sia rispetto al resto del governo sia rispetto ai pericoli di operazioni neocentriste ai quali assistiamo ormai da giorni». Il nemico, stavolta, pare al centro e non a sinistra.
domenica 18 giugno 2006
Corriere della Sera 18.6.06
Il dialogo finito con i Cattolici
Sinistra e valori, fine del cattocomunismo
di Ernesto Galli Della Loggia
Senza troppi clamori si sta consumando sulla scena politica italiana un decesso illustre: quello del cattocomunismo. È questo il significato alla fine più importante delle cronache delle ultime settimane, anche se, come è ovvio, la fine che oggi si annuncia viene da lontano, è il frutto di almeno due grandi fenomeni congiunti all’opera da tempo. Il primo fenomeno è rappresentato dal mutamento sostanziale dell’agenda politica italiana come del resto di tutti i Paesi occidentali. Ormai il grande scontro tra capitale e lavoro, tra la prospettiva proprietario-capitalistica e quella statal-socialista, che ha dominato per più di un secolo la vita pubblica, è alle nostre spalle. Di conseguenza è alle nostre spalle anche tutta una serie di «spartiacque» che sono stati decisivi per determinare storicamente l’identità della destra e della sinistra. Guardiamo al panorama dei nostri maggiori problemi attuali: la competizione con i nuovi attori dello sviluppo mondiale (Cina, India, ecc.), l’ondata migratoria, la crisi demografica, l’insostenibilità della spesa assistenziale, il declino della stabilità del lavoro e della sua cultura. Ebbene, quale di questi problemi nasce dallo scontro tra capitale e lavoro? Quale di questi problemi ha soluzioni alternative che possano realmente dirsi «di destra» e «di sinistra»? Nessuno, direi.
Si aggiunga, almeno nel nostro continente, un ulteriore elemento decisivo: il fatto che ormai, per tutto ciò che riguarda l’ambito economico-sociale ad avere la parola decisiva non sono quasi più i parlamenti e i governi nazionali, ma l’Unione Europea. È a Bruxelles e a Francoforte che si decidono i parametri vincolanti delle politiche economico-monetarie da cui dipende tutto. Ed è stato per l’appunto grazie a Bruxelles e Francoforte che da anni si è imposta dovunque la svolta liberista alla quale, oggi, anche i più riottosi ministri di Rifondazione comunista sono obbligati ad adeguarsi. Insomma, in Italia come dappertutto non c’è più spazio per «terze vie», «elementi di socialismo» o altre sperimentali velleità, alternative a quanto stabilito in sede europea.
È questo fatto, insieme al mutamento radicale del quadro socio-economico, che ha determinato la fine della centralità nel dibattito politico dei paesi europei, e dunque anche dell’Italia, dei temi strettamente economici, un tempo invece dominanti. Il vuoto così creatosi è riempito ogni giorno di più da temi immateriali, in particolare da quelli etici riguardanti l’esistenza umana e gli stili di vita, perlopiù messi all’ordine del giorno dai progressi della scienza. Attualmente è intorno a questioni come la riproduzione artificiale della vita, la sostituibilità di parti del corpo, o la possibilità di autodeterminazione della morte, ma anche l’ammissibilità del matrimonio tra omosessuali, l’adozione di minori da parte degli stessi, è intorno a questi temi soprattutto che si accende il dibattito politico.
Ed è in relazione ad essi che si è verificato il secondo fenomeno che ha portato in Italia alla fine del cattocomunismo: cioè il cambiamento deciso della composizione sociale e quindi dell’ideologia della sinistra. La fine della centralità dello scontro capitale-lavoro - o comunque il suo rimodellarsi secondo prospettive inedite -, unitamente alla deindustrializzazione, ha prodotto l’allontanamento dalla sinistra di quote consistenti di lavoratori industriali (ne sono prova i risultati elettorali delle regioni del Nord). Gli antichi caratteri «di classe» della sinistra sono ormai sul punto di sparire, e la prevalente base operaia, contadina e di popolo minuto di una volta è stata progressivamente sostituita dai ceti medi del pubblico impiego, dagli insegnanti, dagli addetti alle grandi corporazioni «civili» (magistrati, professori universitari, giornalisti), dalla media e alta borghesia. Questi gruppi sociali sono spesso interessati sì, economicamente, alla protezione «pubblica» del proprio reddito/status, ma dal punto di vista ideologico non conservano più nulla delle vecchie posizioni che per decenni hanno costituito l’identità diciamo così etico-pubblica del vecchio Partito comunista e della sinistra in genere. Non più il sospetto per tutto ciò che sapesse di individualistico, di piacere fine a se stesso, di «borghese», non più diffidenza per i valori acquisitivi, non più disponibilità a pensare la vita soprattutto come impegno, e neppure, ormai, la più piccola traccia di quel tanto di moralismo magari un po’ ipocrita, di esibito perbenismo che caratterizzava quegli orizzonti di un tempo.
Ora, all’opposto, i nuovi ceti di riferimento della sinistra sono tutti immersi in un’atmosfera che appare dominata dalla più radicale soggettività, nonché da una morale di tipo individualistico-libertario (si ha il diritto di fare ciò che si vuole, basta che non si danneggi un altro; quanto allo Stato, esso non deve immischiarsi di nulla), pronti a identificarsi con tutte le mode, i tic, i gusti, i consumi della modernità purché, beninteso, rivestiti di un’opportuna patina di «eleganza».
Si comprende senza fatica come i due fenomeni di cui ho fin qui parlato - la conversione dall’economia all’etica dell’agenda politica, e l’avvento a sinistra in posizione dominante di un’ideologia di tipo acquisitivo-libertario - sconvolgano alla radice il panorama sul cui sfondo si è mosso per decenni il cattocomunismo.
Il quale ha sempre conservato una natura magmatica, ha sempre rifuggito da teorizzazioni precise (con l’eccezione forse di quelle compiute in anni ormai remoti da Franco Rodano e Claudio Napoleoni), ma forse proprio per questo ha rappresentato una prospettiva e vorrei dire di più: una suggestione potente che ha attraversato tutta la vita politica italiana. La prospettiva, cioè, di un incontro tra due «popoli» e due «culture popolari» all’insegna della solidarietà sociale, della comune rappresentanza dell’«umile Italia» delle masse raccolte all’ombra dei campanili e dell’idea socialista, della lotta contro la «miseria», della simpatia per il Terzo Mondo e della diffidenza verso gli Stati Uniti, e infine di una costumata intima, sobrietà, di un senso alto e serio della vita. Il tutto, come si capisce, in polemica contro il Paese dei «signori», contro l’Italia della «borghesia», la sua cultura castale, la sua mentalità egoista, gerarchica, malthusiana, le sue simpatie atlantiche. Chi vuole cogliere di quante cose diverse, ma pure tutte convergenti, si alimentasse il cattocomunismo non ha che da leggere qualche pagina di Pasolini o di Don Milani, rivedere qualche vecchio film neorealista di Rossellini o De Sica, scorrere qualche discorso di Dossetti o qualche nota riservata di Antonio Tatò per Berlinguer.
Il cattocomunismo ha rappresentato lo sfondo del grande disegno togliattiano dell’«incontro con i cattolici», che per decenni ha dominato la politica della sinistra italiana, ne è stato, pur tra non poche critiche, come una linea-guida essenziale. Un disegno che nel mondo cattolico-democristiano (non esclusa la Chiesa) ha trovato sempre interlocutori pronti e attentissimi.
Questa trama antica e tenace di relazioni, di intese, di sintonie non dette, di affinità profonde, sta oggi andando in pezzi. È lacerata dall’impossibilità di trovare una base economica significativa in comune nel mondo nuovo dominato dal liberismo brussellese; dalla eguale impossibilità di trovare una terza via ideologica in comune, stante l’obbligatoria reverenza liberaldemocratica a cui tutti sono ormai tenuti. Ma soprattutto la prospettiva cattocomunista è squarciata dal dissidio radicale - e che sembra destinato a radicalizzarsi sempre di più - proprio su quel terreno dei valori che un tempo, viceversa, era forse quello che più teneva insieme cattolici e comunisti. Questi ultimi, divenuti post, e andata perduta ormai ogni vestigia sociale di «popolo», appaiono totalmente assorbiti entro un orizzonte «borghese» che in nulla più si distingue da quello del resto della società italiana, un orizzonte definito da un fortissimo soggettivismo etico, da una spinta edonistico-acquisitiva, da un programmatico relativismo culturale, perfino ormai tentato dai fremiti dell’anticlericalismo.
Il mondo cattolico e la Chiesa si trovano invece sulla sponda opposta: impegnati, come sanno e come possono, a combattere proprio contro il bagaglio etico e ideologico che oggi a sinistra raccoglie i maggiori consensi. È, la loro, una battaglia disperata, ma, almeno a giudizio di chi scrive, nobile e importante come spesso sono le battaglie delle minoranze contro le opinioni, e l’inevitabile conformismo, delle maggioranze. Quale che sia il suo esito, appare però chiaro che comunque anche su questo piano l’antico dialogo con i cattolici tanto caro alla sinistra di ispirazione comunista ha ormai perduto ogni possibile verosimiglianza; e con esso sembra ormai finita pure la lunga stagione del cattocomunismo.
Repubblica 18.6.06
Il presidente della Camera: sarò imparziale e mi batterò per aprire il Parlamento alla società
"Più discontinuità al governo e la sinistra farà la sua parte"
Bertinotti: i neoliberisti ci vogliono emarginare
Moralità pubblica. Dobbiamo dare un segnale di ricostruzione della moralità pubblica. Il paese vuole sobrietà e trasparenza
2 giugno senza armi. Il 2 giugno andrebbe festeggiato senza armi. La spilla che ho indossato non ha offeso nessuno
Parlamento. Vorrei un Parlamento protagonista della vita politica, aperto alla società, in grado di ascoltare e capire i bisogni della gente
Riforme. Dopo il referendum ci vorrebbe una pausa di riflessione unitaria. Va spezzata la tradizione revisionistica della Costituzione
di Luigi Contu
Presidente Bertinotti, il governo Prodi è ad un mese dalla sua nascita. Sono stati trenta giorni difficili, nei quali la tenuta della maggioranza che ha vinto le elezioni è stata messa subito a dura prova sul fronte della politica estera e su quello dell´economia. La luna di miele tra gli italiani e la vostra coalizione è già finita?
«No, continuo a pensare che in quella larga parte del paese che ha sostenuto la necessità di cambiare la classe dirigente ci sia non soltanto una grande attesa ma anche un consistente investimento di fiducia, legato all'idea che siamo entrati in una nuova fase».
Ammetterà però che l'avvio non è stato persuasivo. Le trattative tra i partiti per la formazione del governo, il record del numero dei sottosegretari, le polemiche tra i ministri sui temi più disparati non hanno certamente trasmesso all'opinione pubblica un segnale di grande discontinuità con il passato.
«Questo è vero, anche se non possiamo nasconderci che ciò è dovuto all'eterogeneità della coalizione, al ventaglio molto ampio di forze reso necessario dai meccanismi della legge elettorale. Nell'opinione pubblica, soprattutto in quella più informata, c'è disagio non tanto per come è stato avviato il lavoro del governo, quanto per come si è configurata la sua composizione. Il modo farraginoso, barocco, il ruolo strabordante dei partiti devono preoccupare tutti noi perché nella società cresce la richiesta di sobrietà e trasparenza. È necessario avere grande attenzione ed evitare che si ripetano questi errori, altrimenti rischiamo di accentuare lo scollamento tra politica, istituzioni e società civile».
Insomma, per Prodi una partenza in salita.
«Non possiamo certo scaricare questa sofferenza sul governo e su Prodi che anzi, molto opportunamente, ha subito sottolineato l'esigenza di ridurre i costi della politica. Mi lasci dire però che riconosco dietro a talune critiche al governo un disegno preciso che ha poco a che vedere con il disagio avvertito dall'opinione pubblica».
Quale sarebbe questo disegno, e chi lo starebbe perseguendo?
«C'è chi vuole mettere in discussione l'alleanza tra il centro, il centrosinistra e la sinistra. Altrimenti non si spiega perché gli elementi positivi che possono essere iscritti all'attivo di questi primi giorni di governo vengono derubricati o nascosti. Penso alla conferma del ritiro delle nostre truppe, alla volontà espressa dal ministro Padoa Schioppa di coniugare risanamento e sviluppo, alla riapertura del dialogo con i sindacati. Coloro che vogliono mettere in crisi questa alleanza perseguono un obiettivo legittimo, ma non colgono o non vogliono cogliere il carattere necessario del contributo che la sinistra radicale può e deve dare alla riforma del paese. In altre parole, i nostalgici delle politiche liberiste degli anni '90, penso ad alcuni settori della Confindustria, vorrebbero ridurci ad un ruolo di intendenza, metterci ai margini dopo averci utilizzati per sconfiggere le destre. Detto questo, non voglio negare le difficoltà oggettive che abbiamo registrato proprio perché penso che si debba dare al paese una forte scossa di discontinuità. Ne sono così convinto da ritenere che la sinistra radicale deve avere in questa fase un grande interesse per quelle personalità liberali e borghesi che si stanno distinguendo per un profilo di sobrietà e moderazione dei costumi. Penso al governatore Draghi e al ministro Padoa Schioppa, uomini da cui mi sento lontano politicamente e culturalmente ma che sono importanti per il disegno di ricostruzione di una alta moralità pubblica che l'Unione intende realizzare».
Qual è l'obiettivo prioritario che si prefigge un uomo della sinistra radicale che arriva alla presidenza della Camera?
«In primo luogo, di essere imparziale garantendo all'opposizione pari dignità politica. Contemporaneamente vorrei che l'Assemblea tornasse ad essere un protagonista della vita politica del paese e non una semplice cassa di risonanza delle decisioni del governo. Credo che il presidente si debba impegnare su questo fronte per dare un contributo all'arricchimento della democrazia. Il Parlamento non deve essere soltanto il luogo delle decisioni, ma anche favorire il dialogo tra le istituzioni e il popolo, per comprenderne i suoi nuovi bisogni. In Italia ed in Europa siamo ad una svolta rischiosa perché il tessuto democratico è indebolito, la distanza tra i cittadini e le istituzioni cresce, come dimostra lo bocciatura del trattato costituzionale in Francia ed Olanda. Ecco, il Parlamento deve sapere dare risposte, deve indagare questo disagio, deve aprirsi alla società e alle sue articolazioni».
Presidente, anche per lei c'è stata una partenza difficile. In alcune occasioni è sembrato a disagio, stretto tra il ruolo istituzionale e la sua storia di uomo di parte, di rottura. È così?
«No, non mi sento e non mi sono mai sentito in questi giorni a disagio. È evidente che nel momento in cui assumo un ruolo istituzionale devo ripensare la mia dimensione, devo coniugare la mia storia partigiana con la necessità di governare con imparzialità l'Assemblea, con il dovere di rappresentare tutti, anche coloro che hanno perso le elezioni. Sono ad un punto personale di difficoltà politica, questo sì. E ne ero consapevole fin dal momento in cui ho accettato la carica di presidente della Camera. In alcuni momenti mi sento in una condizione simile a quella dello scalatore. E mi ricordo un discorso di Messner sulla "derealizzazione", un fenomeno per il quale capita a chi si trova in parete di osservarsi dall´esterno, guardarsi mettere la mano su una roccia, immaginare se è ben messa, capire il pericolo. Ecco, in certi momenti mi vedo così, sulla roccia».
E non pensa mai che questo passaggio istituzionale possa mettere a repentaglio la sua traiettoria politica?
«Non ho detto che devo abbandonare la mia storia politica, ma che la voglio ripensare. È una sfida in avanti che sono convinto di poter vincere, proprio come la sinistra radicale deve essere consapevole dei nuovi traguardi che le sono assegnati dalla complessità dei problemi di questa società. Oggi possiamo trovarci a governare, a muoverci nelle istituzioni, domani persino al Quirinale. E tra i nostri compiti, oltre all´esercizio del conflitto e della critica, c'è anche quello della costruzione della convivenza. E la giornata del 2 giugno, secondo me, è l'emblema di come possiamo contemporaneamente stare nelle istituzioni e continuare le nostre battaglie».
Ma quella spilla pacifista sul palco delle autorità....
«Con quella spilla credo proprio di essere riuscito a farmi carico della necessità di essere presente come presidente della Camera e nello stesso tempo dell'esigenza di segnalare la mia opinione sulla guerra, sulle nostre truppe in Iraq con una forma compatibile con il doveroso rispetto delle Forze Armate. Nessun disagio, nessun pentimento per quella scelta. Continuo a pensare che la guerra in Iraq è stata sbagliata, ingiusta e che ha ragione il movimento pacifista a dire che la nostra presenza in quella terra sia una lesione dell´articolo 11 della Costituzione...»
La nostra missione è partita dopo la fine del conflitto, dopo la resa di Saddam Hussein. Anche l'Onu attribuisce alle truppe presenti in quel paese il compito di contribuire alla sua ricostruzione.
«Le regole internazionali sono state violate per una avventura i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. E in continuità con questa operazione si sono aggiunte altre forze militari come la nostra. Il timbro dell'Onu non cambia la natura di questa presenza, e la popolazione irachena, infatti, percepisce quei militari come occupanti come dicono i fatti, il voto popolare ed i sondaggi. Questo lo pensavo due anni fa e lo penso ora, anche se sono presidente della Camera. Così come continuo a ritenere che sarebbe meglio celebrare il 2 giugno senza esibire le armi. E Rifondazione Comunista lavorerà con serenità perché si cambino le modalità di celebrazione del 2 giugno, senza naturalmente ledere il rispetto delle nostre forze armate. Questi ragionamenti, che attengono il piano politico di partito non mi impediscono di farmi carico del problema a livello istituzionale. Dal momento in cui la festa si celebra così tutti coloro che hanno incarichi rappresentativi ci devono andare e senza mal di pancia. Ma deve essere possibile segnalare in maniera adeguata con le circostanze e senza naturalmente offendere nessuno l'idea che la nostra è una repubblica di pace. Ma chi può sentirsi offeso per una spilla della pace? Non capisco».
Il rientro dall'Iraq ormai è deciso, in Afghanistan invece, ci restiamo.
«Da presidente della Camera mi sono dato la regola di non entrare sulle questioni programmatiche che devono essere affrontate dal governo e dalla coalizione. Detto questo ribadisco che a mio avviso la situazione a Kabul è diversa. La guerra in Iraq è stata nella storia del nostro paese e del movimento per la pace un caso unico. Tutte le missioni militari aprono discussioni e contestazioni, ma la vicenda irachena non è paragonabile alle altre aree di crisi internazionale. Allo stesso tempo credo che nel riposizionarsi come forza di pace in Europa e nel mondo l´Italia debba ridefinire la collocazione di tutte le sue truppe dislocate nel mondo sulla base di una analisi aggiornata delle varie situazioni».
Un altro aspetto delicato di questa prima fase di convivenza nell´Unione è il tema della bioetica. C'è chi invoca la libertà di coscienza, chi come alcuni cattolici del centrosinistra cerca di stringere alleanze trasversali. Ritiene giusto che su questi argomenti sensibili ci si divida tra maggioranza e opposizione?
«Su materie eticamente sensibili c'è uno spazio di ricerca che riguarda la persona e che è inalienabile, ma contemporaneamente c'è una necessità del legislatore di intervenire per garantire l'esercizio di attività che riguardano la salute delle persone e l'accesso della popolazione ai diritti che si vengono ad affermare nella società contemporanea. La politica non può abbandonare questo campo in nome dell'obiezione di coscienza e del diritto individuale».
Intanto, però la polemica si allarga. Anche ieri abbiamo registrato divisioni trasversali sul gay pride di Torino.
«Bisogna guardare con grande attenzione a tutto quello che si muove nella società per rendere protagonisti i diversi soggetti che rivendicano l'allargamento dei diritti della cittadinanza. È evidente che si sta producendo da più parti una domanda di inclusione, cioè di ingresso di nuovi diritti nella cittadinanza. E le istituzioni, come la politica, non devono eludere questi temi».
Presidente, il referendum costituzionale è alle porte e le forze politiche già discutono di come può riprendere il cammino delle riforme dal giorno dopo.
«Io credo invece che ci vorrebbe una lunga pausa di riflessione. Non capisco perché all'indomani della consultazione si debba riprendere questa discussione nel solco della tradizione revisionistica degli ultimi venti anni, cioè dell'intervento forzato sulla Costituzione a partire da ciò che astrattamente andrebbe adeguato. Sarebbe certamente più utile uno sforzo di indagine per capire quali sono le reali esigenze del Paese, per poi procedere, ove risultasse concretamente necessario, alle modifiche della Carta».
Repubblica 18.6.06
Primo comitato politico presieduto da Giordano. Ferrero: se continua così in sei mesi smontiamo il partito
Prc, cresce la "deriva antigovernativa"
di Carmelo Lopapa
ROMA - L'unità, alla fine, l'hanno raggiunta solo sul no al referendum di domenica prossima. Scontato. Sul resto, politica estera e rifinanziamento della missione in Afghanistan in testa, ma anche sulla nomina dei nuovi componenti della segreteria, il leader Franco Giordano e l'ala governativa di Rifondazione comunista l'hanno spuntata solo a maggioranza. Ma quanta fatica, per il nuovo segretario alla prova del primo comitato politico dopo l'arrivederci del «subcomandante» Bertinotti.
C'è tutta una «deriva antigovernativa», come l'ha definita Russo Spena, da tenere a bada. Un terzo del partito «duro e puro» che pensa che sia bastato un mese nelle stanze dei bottoni per snaturare l'anima movimentista e «il rapporto coi lavoratori». Tanto che a un certo punto del dibattito - andato avanti per oltre sei ore filate - il ministro (unico del Prc) Paolo Ferrero ha avvertito tutti: «Se andiamo avanti così, ci mettiamo non più di sei mesi a smontare il partito». Con Giordano che ascoltava gli interventi critici, uno dietro l'altro, e nascondeva sempre meno un certo nervosismo.
Il fatto è che il malpancismo interno si è rivelato, a sorpresa, tutt'altro che un'esclusiva delle minoranze. Il leader ne ha preso atto quando la lista dei nomi da lui proposti per entrare a far parte della segretaria è stata approvata dai componenti del Comitato con 98 voti a favore e 73 contrari. Margine esiguo. D'altronde, la sinistra interna ma anche un esponente di peso della maggioranza come l'ex capogruppo all'Europarlamento Luigi Vinci avevano chiesto scelte più collegiali e non nomi imposti dall'alto. Ma in questo clima non si può, ha tagliato corto Giordano: «Troppa conflittualità sulla linea politica, per un'apertura». La conflittualità era già emersa sulla politica estera. Tanti gli interventi polemici sul rifinanziamento della missione in Afghanistan. «Via subito da Kabul, anche quella, missione di guerra e imperialista» chiedevano dalla «Sinistra critica» e dall'«Ernesto», i vari Burgio, Cannavò, Grassi. Il loro ordine del giorno, sostenuto anche da Luigi Malabarba, è stato bocciato: 57 voti a favore e cento contro. Ma la linea passata alla fine prevede che si «segua il metodo Iraq anche per l'Afghanistan». Cosa vuol dire? Lo ha spiegato Giordano: nessun incremento della presenza militare italiana e modifica degli obiettivi della missione. Solo a queste condizioni il Prc approverà la mozione dell'Unione e il rifinanziamento. L'altro fronte caldo è stato quello della politica economica.
Con il sottosegretario allo Sviluppo economico Alfonso Gianni che si è fatto portavoce della bocciatura della ricetta dettata dal ministro Padoa Schioppa. «La manovra bis sarà superiore a 12 miliardi di euro, la Finanziaria intorno ai 40 miliardi, si pensa di ripianare il deficit in un anno e mezzo: ma chi c... ce lo fa fare?» è sbottato dalla tribunetta raccogliendo l'ovazione di tutta la platea. La sua ricetta, invece: tagliare il cuneo fiscale e dare la metà del ricavato ai lavoratori. Su tanti appunti al governo il segretario Giordano non ha potuto che apporre il suo sigillo: «C'è la tentazione di costruire una tolda di comando riformista nel governo e questo è un potenziale rischio». Prodi è avvertito.
La "risposta" di Piero Sansonetti a Matteo Wells
(da Liberazione 18.6.06)
Questa diversità tra uomo e donna, Matteo, fino ad oggi non è stata rispettata dagli stati, dai popoli, dall'opinione pubblica, dai maschi, è stata lo spunto per le violenze, l'oppressione, le prepotenze del maschio sulla femmina, perpetue e generalizzate. La violenza nei rapporti tra i sessi è lì, nel maschio maschilista, non certo nell'omosessualità. Ti assicuro che c'era più violenza in Hemingway che in Sandro Penna . Però non vorrei mai - e nemmeno tu lo vorresti - che qualche cretino dicesse censuriamo Hemingway. (P.S.)
La "risposta" di Piero Sansonetti a Gian Carlo
(da Liberazione 18.6.06)
In modo un po' più iroso, ma mi sembra che dici la stessa cosa che dicevo io: ci sono due Chiese. Quella di Gesù, di Francesco, di don Milani, di Balducci eccetera e quella dei papa re e del potere temporale e del fondamentalismo eccetera. La contraddizione - o la scissione - tra queste due Chiese è la questione cristiana del millennio che si è aperto. (P.S.)
Il dialogo finito con i Cattolici
Sinistra e valori, fine del cattocomunismo
di Ernesto Galli Della Loggia
Senza troppi clamori si sta consumando sulla scena politica italiana un decesso illustre: quello del cattocomunismo. È questo il significato alla fine più importante delle cronache delle ultime settimane, anche se, come è ovvio, la fine che oggi si annuncia viene da lontano, è il frutto di almeno due grandi fenomeni congiunti all’opera da tempo. Il primo fenomeno è rappresentato dal mutamento sostanziale dell’agenda politica italiana come del resto di tutti i Paesi occidentali. Ormai il grande scontro tra capitale e lavoro, tra la prospettiva proprietario-capitalistica e quella statal-socialista, che ha dominato per più di un secolo la vita pubblica, è alle nostre spalle. Di conseguenza è alle nostre spalle anche tutta una serie di «spartiacque» che sono stati decisivi per determinare storicamente l’identità della destra e della sinistra. Guardiamo al panorama dei nostri maggiori problemi attuali: la competizione con i nuovi attori dello sviluppo mondiale (Cina, India, ecc.), l’ondata migratoria, la crisi demografica, l’insostenibilità della spesa assistenziale, il declino della stabilità del lavoro e della sua cultura. Ebbene, quale di questi problemi nasce dallo scontro tra capitale e lavoro? Quale di questi problemi ha soluzioni alternative che possano realmente dirsi «di destra» e «di sinistra»? Nessuno, direi.
Si aggiunga, almeno nel nostro continente, un ulteriore elemento decisivo: il fatto che ormai, per tutto ciò che riguarda l’ambito economico-sociale ad avere la parola decisiva non sono quasi più i parlamenti e i governi nazionali, ma l’Unione Europea. È a Bruxelles e a Francoforte che si decidono i parametri vincolanti delle politiche economico-monetarie da cui dipende tutto. Ed è stato per l’appunto grazie a Bruxelles e Francoforte che da anni si è imposta dovunque la svolta liberista alla quale, oggi, anche i più riottosi ministri di Rifondazione comunista sono obbligati ad adeguarsi. Insomma, in Italia come dappertutto non c’è più spazio per «terze vie», «elementi di socialismo» o altre sperimentali velleità, alternative a quanto stabilito in sede europea.
È questo fatto, insieme al mutamento radicale del quadro socio-economico, che ha determinato la fine della centralità nel dibattito politico dei paesi europei, e dunque anche dell’Italia, dei temi strettamente economici, un tempo invece dominanti. Il vuoto così creatosi è riempito ogni giorno di più da temi immateriali, in particolare da quelli etici riguardanti l’esistenza umana e gli stili di vita, perlopiù messi all’ordine del giorno dai progressi della scienza. Attualmente è intorno a questioni come la riproduzione artificiale della vita, la sostituibilità di parti del corpo, o la possibilità di autodeterminazione della morte, ma anche l’ammissibilità del matrimonio tra omosessuali, l’adozione di minori da parte degli stessi, è intorno a questi temi soprattutto che si accende il dibattito politico.
Ed è in relazione ad essi che si è verificato il secondo fenomeno che ha portato in Italia alla fine del cattocomunismo: cioè il cambiamento deciso della composizione sociale e quindi dell’ideologia della sinistra. La fine della centralità dello scontro capitale-lavoro - o comunque il suo rimodellarsi secondo prospettive inedite -, unitamente alla deindustrializzazione, ha prodotto l’allontanamento dalla sinistra di quote consistenti di lavoratori industriali (ne sono prova i risultati elettorali delle regioni del Nord). Gli antichi caratteri «di classe» della sinistra sono ormai sul punto di sparire, e la prevalente base operaia, contadina e di popolo minuto di una volta è stata progressivamente sostituita dai ceti medi del pubblico impiego, dagli insegnanti, dagli addetti alle grandi corporazioni «civili» (magistrati, professori universitari, giornalisti), dalla media e alta borghesia. Questi gruppi sociali sono spesso interessati sì, economicamente, alla protezione «pubblica» del proprio reddito/status, ma dal punto di vista ideologico non conservano più nulla delle vecchie posizioni che per decenni hanno costituito l’identità diciamo così etico-pubblica del vecchio Partito comunista e della sinistra in genere. Non più il sospetto per tutto ciò che sapesse di individualistico, di piacere fine a se stesso, di «borghese», non più diffidenza per i valori acquisitivi, non più disponibilità a pensare la vita soprattutto come impegno, e neppure, ormai, la più piccola traccia di quel tanto di moralismo magari un po’ ipocrita, di esibito perbenismo che caratterizzava quegli orizzonti di un tempo.
Ora, all’opposto, i nuovi ceti di riferimento della sinistra sono tutti immersi in un’atmosfera che appare dominata dalla più radicale soggettività, nonché da una morale di tipo individualistico-libertario (si ha il diritto di fare ciò che si vuole, basta che non si danneggi un altro; quanto allo Stato, esso non deve immischiarsi di nulla), pronti a identificarsi con tutte le mode, i tic, i gusti, i consumi della modernità purché, beninteso, rivestiti di un’opportuna patina di «eleganza».
Si comprende senza fatica come i due fenomeni di cui ho fin qui parlato - la conversione dall’economia all’etica dell’agenda politica, e l’avvento a sinistra in posizione dominante di un’ideologia di tipo acquisitivo-libertario - sconvolgano alla radice il panorama sul cui sfondo si è mosso per decenni il cattocomunismo.
Il quale ha sempre conservato una natura magmatica, ha sempre rifuggito da teorizzazioni precise (con l’eccezione forse di quelle compiute in anni ormai remoti da Franco Rodano e Claudio Napoleoni), ma forse proprio per questo ha rappresentato una prospettiva e vorrei dire di più: una suggestione potente che ha attraversato tutta la vita politica italiana. La prospettiva, cioè, di un incontro tra due «popoli» e due «culture popolari» all’insegna della solidarietà sociale, della comune rappresentanza dell’«umile Italia» delle masse raccolte all’ombra dei campanili e dell’idea socialista, della lotta contro la «miseria», della simpatia per il Terzo Mondo e della diffidenza verso gli Stati Uniti, e infine di una costumata intima, sobrietà, di un senso alto e serio della vita. Il tutto, come si capisce, in polemica contro il Paese dei «signori», contro l’Italia della «borghesia», la sua cultura castale, la sua mentalità egoista, gerarchica, malthusiana, le sue simpatie atlantiche. Chi vuole cogliere di quante cose diverse, ma pure tutte convergenti, si alimentasse il cattocomunismo non ha che da leggere qualche pagina di Pasolini o di Don Milani, rivedere qualche vecchio film neorealista di Rossellini o De Sica, scorrere qualche discorso di Dossetti o qualche nota riservata di Antonio Tatò per Berlinguer.
Il cattocomunismo ha rappresentato lo sfondo del grande disegno togliattiano dell’«incontro con i cattolici», che per decenni ha dominato la politica della sinistra italiana, ne è stato, pur tra non poche critiche, come una linea-guida essenziale. Un disegno che nel mondo cattolico-democristiano (non esclusa la Chiesa) ha trovato sempre interlocutori pronti e attentissimi.
Questa trama antica e tenace di relazioni, di intese, di sintonie non dette, di affinità profonde, sta oggi andando in pezzi. È lacerata dall’impossibilità di trovare una base economica significativa in comune nel mondo nuovo dominato dal liberismo brussellese; dalla eguale impossibilità di trovare una terza via ideologica in comune, stante l’obbligatoria reverenza liberaldemocratica a cui tutti sono ormai tenuti. Ma soprattutto la prospettiva cattocomunista è squarciata dal dissidio radicale - e che sembra destinato a radicalizzarsi sempre di più - proprio su quel terreno dei valori che un tempo, viceversa, era forse quello che più teneva insieme cattolici e comunisti. Questi ultimi, divenuti post, e andata perduta ormai ogni vestigia sociale di «popolo», appaiono totalmente assorbiti entro un orizzonte «borghese» che in nulla più si distingue da quello del resto della società italiana, un orizzonte definito da un fortissimo soggettivismo etico, da una spinta edonistico-acquisitiva, da un programmatico relativismo culturale, perfino ormai tentato dai fremiti dell’anticlericalismo.
Il mondo cattolico e la Chiesa si trovano invece sulla sponda opposta: impegnati, come sanno e come possono, a combattere proprio contro il bagaglio etico e ideologico che oggi a sinistra raccoglie i maggiori consensi. È, la loro, una battaglia disperata, ma, almeno a giudizio di chi scrive, nobile e importante come spesso sono le battaglie delle minoranze contro le opinioni, e l’inevitabile conformismo, delle maggioranze. Quale che sia il suo esito, appare però chiaro che comunque anche su questo piano l’antico dialogo con i cattolici tanto caro alla sinistra di ispirazione comunista ha ormai perduto ogni possibile verosimiglianza; e con esso sembra ormai finita pure la lunga stagione del cattocomunismo.
Repubblica 18.6.06
Il presidente della Camera: sarò imparziale e mi batterò per aprire il Parlamento alla società
"Più discontinuità al governo e la sinistra farà la sua parte"
Bertinotti: i neoliberisti ci vogliono emarginare
Moralità pubblica. Dobbiamo dare un segnale di ricostruzione della moralità pubblica. Il paese vuole sobrietà e trasparenza
2 giugno senza armi. Il 2 giugno andrebbe festeggiato senza armi. La spilla che ho indossato non ha offeso nessuno
Parlamento. Vorrei un Parlamento protagonista della vita politica, aperto alla società, in grado di ascoltare e capire i bisogni della gente
Riforme. Dopo il referendum ci vorrebbe una pausa di riflessione unitaria. Va spezzata la tradizione revisionistica della Costituzione
di Luigi Contu
Presidente Bertinotti, il governo Prodi è ad un mese dalla sua nascita. Sono stati trenta giorni difficili, nei quali la tenuta della maggioranza che ha vinto le elezioni è stata messa subito a dura prova sul fronte della politica estera e su quello dell´economia. La luna di miele tra gli italiani e la vostra coalizione è già finita?
«No, continuo a pensare che in quella larga parte del paese che ha sostenuto la necessità di cambiare la classe dirigente ci sia non soltanto una grande attesa ma anche un consistente investimento di fiducia, legato all'idea che siamo entrati in una nuova fase».
Ammetterà però che l'avvio non è stato persuasivo. Le trattative tra i partiti per la formazione del governo, il record del numero dei sottosegretari, le polemiche tra i ministri sui temi più disparati non hanno certamente trasmesso all'opinione pubblica un segnale di grande discontinuità con il passato.
«Questo è vero, anche se non possiamo nasconderci che ciò è dovuto all'eterogeneità della coalizione, al ventaglio molto ampio di forze reso necessario dai meccanismi della legge elettorale. Nell'opinione pubblica, soprattutto in quella più informata, c'è disagio non tanto per come è stato avviato il lavoro del governo, quanto per come si è configurata la sua composizione. Il modo farraginoso, barocco, il ruolo strabordante dei partiti devono preoccupare tutti noi perché nella società cresce la richiesta di sobrietà e trasparenza. È necessario avere grande attenzione ed evitare che si ripetano questi errori, altrimenti rischiamo di accentuare lo scollamento tra politica, istituzioni e società civile».
Insomma, per Prodi una partenza in salita.
«Non possiamo certo scaricare questa sofferenza sul governo e su Prodi che anzi, molto opportunamente, ha subito sottolineato l'esigenza di ridurre i costi della politica. Mi lasci dire però che riconosco dietro a talune critiche al governo un disegno preciso che ha poco a che vedere con il disagio avvertito dall'opinione pubblica».
Quale sarebbe questo disegno, e chi lo starebbe perseguendo?
«C'è chi vuole mettere in discussione l'alleanza tra il centro, il centrosinistra e la sinistra. Altrimenti non si spiega perché gli elementi positivi che possono essere iscritti all'attivo di questi primi giorni di governo vengono derubricati o nascosti. Penso alla conferma del ritiro delle nostre truppe, alla volontà espressa dal ministro Padoa Schioppa di coniugare risanamento e sviluppo, alla riapertura del dialogo con i sindacati. Coloro che vogliono mettere in crisi questa alleanza perseguono un obiettivo legittimo, ma non colgono o non vogliono cogliere il carattere necessario del contributo che la sinistra radicale può e deve dare alla riforma del paese. In altre parole, i nostalgici delle politiche liberiste degli anni '90, penso ad alcuni settori della Confindustria, vorrebbero ridurci ad un ruolo di intendenza, metterci ai margini dopo averci utilizzati per sconfiggere le destre. Detto questo, non voglio negare le difficoltà oggettive che abbiamo registrato proprio perché penso che si debba dare al paese una forte scossa di discontinuità. Ne sono così convinto da ritenere che la sinistra radicale deve avere in questa fase un grande interesse per quelle personalità liberali e borghesi che si stanno distinguendo per un profilo di sobrietà e moderazione dei costumi. Penso al governatore Draghi e al ministro Padoa Schioppa, uomini da cui mi sento lontano politicamente e culturalmente ma che sono importanti per il disegno di ricostruzione di una alta moralità pubblica che l'Unione intende realizzare».
Qual è l'obiettivo prioritario che si prefigge un uomo della sinistra radicale che arriva alla presidenza della Camera?
«In primo luogo, di essere imparziale garantendo all'opposizione pari dignità politica. Contemporaneamente vorrei che l'Assemblea tornasse ad essere un protagonista della vita politica del paese e non una semplice cassa di risonanza delle decisioni del governo. Credo che il presidente si debba impegnare su questo fronte per dare un contributo all'arricchimento della democrazia. Il Parlamento non deve essere soltanto il luogo delle decisioni, ma anche favorire il dialogo tra le istituzioni e il popolo, per comprenderne i suoi nuovi bisogni. In Italia ed in Europa siamo ad una svolta rischiosa perché il tessuto democratico è indebolito, la distanza tra i cittadini e le istituzioni cresce, come dimostra lo bocciatura del trattato costituzionale in Francia ed Olanda. Ecco, il Parlamento deve sapere dare risposte, deve indagare questo disagio, deve aprirsi alla società e alle sue articolazioni».
Presidente, anche per lei c'è stata una partenza difficile. In alcune occasioni è sembrato a disagio, stretto tra il ruolo istituzionale e la sua storia di uomo di parte, di rottura. È così?
«No, non mi sento e non mi sono mai sentito in questi giorni a disagio. È evidente che nel momento in cui assumo un ruolo istituzionale devo ripensare la mia dimensione, devo coniugare la mia storia partigiana con la necessità di governare con imparzialità l'Assemblea, con il dovere di rappresentare tutti, anche coloro che hanno perso le elezioni. Sono ad un punto personale di difficoltà politica, questo sì. E ne ero consapevole fin dal momento in cui ho accettato la carica di presidente della Camera. In alcuni momenti mi sento in una condizione simile a quella dello scalatore. E mi ricordo un discorso di Messner sulla "derealizzazione", un fenomeno per il quale capita a chi si trova in parete di osservarsi dall´esterno, guardarsi mettere la mano su una roccia, immaginare se è ben messa, capire il pericolo. Ecco, in certi momenti mi vedo così, sulla roccia».
E non pensa mai che questo passaggio istituzionale possa mettere a repentaglio la sua traiettoria politica?
«Non ho detto che devo abbandonare la mia storia politica, ma che la voglio ripensare. È una sfida in avanti che sono convinto di poter vincere, proprio come la sinistra radicale deve essere consapevole dei nuovi traguardi che le sono assegnati dalla complessità dei problemi di questa società. Oggi possiamo trovarci a governare, a muoverci nelle istituzioni, domani persino al Quirinale. E tra i nostri compiti, oltre all´esercizio del conflitto e della critica, c'è anche quello della costruzione della convivenza. E la giornata del 2 giugno, secondo me, è l'emblema di come possiamo contemporaneamente stare nelle istituzioni e continuare le nostre battaglie».
Ma quella spilla pacifista sul palco delle autorità....
«Con quella spilla credo proprio di essere riuscito a farmi carico della necessità di essere presente come presidente della Camera e nello stesso tempo dell'esigenza di segnalare la mia opinione sulla guerra, sulle nostre truppe in Iraq con una forma compatibile con il doveroso rispetto delle Forze Armate. Nessun disagio, nessun pentimento per quella scelta. Continuo a pensare che la guerra in Iraq è stata sbagliata, ingiusta e che ha ragione il movimento pacifista a dire che la nostra presenza in quella terra sia una lesione dell´articolo 11 della Costituzione...»
La nostra missione è partita dopo la fine del conflitto, dopo la resa di Saddam Hussein. Anche l'Onu attribuisce alle truppe presenti in quel paese il compito di contribuire alla sua ricostruzione.
«Le regole internazionali sono state violate per una avventura i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. E in continuità con questa operazione si sono aggiunte altre forze militari come la nostra. Il timbro dell'Onu non cambia la natura di questa presenza, e la popolazione irachena, infatti, percepisce quei militari come occupanti come dicono i fatti, il voto popolare ed i sondaggi. Questo lo pensavo due anni fa e lo penso ora, anche se sono presidente della Camera. Così come continuo a ritenere che sarebbe meglio celebrare il 2 giugno senza esibire le armi. E Rifondazione Comunista lavorerà con serenità perché si cambino le modalità di celebrazione del 2 giugno, senza naturalmente ledere il rispetto delle nostre forze armate. Questi ragionamenti, che attengono il piano politico di partito non mi impediscono di farmi carico del problema a livello istituzionale. Dal momento in cui la festa si celebra così tutti coloro che hanno incarichi rappresentativi ci devono andare e senza mal di pancia. Ma deve essere possibile segnalare in maniera adeguata con le circostanze e senza naturalmente offendere nessuno l'idea che la nostra è una repubblica di pace. Ma chi può sentirsi offeso per una spilla della pace? Non capisco».
Il rientro dall'Iraq ormai è deciso, in Afghanistan invece, ci restiamo.
«Da presidente della Camera mi sono dato la regola di non entrare sulle questioni programmatiche che devono essere affrontate dal governo e dalla coalizione. Detto questo ribadisco che a mio avviso la situazione a Kabul è diversa. La guerra in Iraq è stata nella storia del nostro paese e del movimento per la pace un caso unico. Tutte le missioni militari aprono discussioni e contestazioni, ma la vicenda irachena non è paragonabile alle altre aree di crisi internazionale. Allo stesso tempo credo che nel riposizionarsi come forza di pace in Europa e nel mondo l´Italia debba ridefinire la collocazione di tutte le sue truppe dislocate nel mondo sulla base di una analisi aggiornata delle varie situazioni».
Un altro aspetto delicato di questa prima fase di convivenza nell´Unione è il tema della bioetica. C'è chi invoca la libertà di coscienza, chi come alcuni cattolici del centrosinistra cerca di stringere alleanze trasversali. Ritiene giusto che su questi argomenti sensibili ci si divida tra maggioranza e opposizione?
«Su materie eticamente sensibili c'è uno spazio di ricerca che riguarda la persona e che è inalienabile, ma contemporaneamente c'è una necessità del legislatore di intervenire per garantire l'esercizio di attività che riguardano la salute delle persone e l'accesso della popolazione ai diritti che si vengono ad affermare nella società contemporanea. La politica non può abbandonare questo campo in nome dell'obiezione di coscienza e del diritto individuale».
Intanto, però la polemica si allarga. Anche ieri abbiamo registrato divisioni trasversali sul gay pride di Torino.
«Bisogna guardare con grande attenzione a tutto quello che si muove nella società per rendere protagonisti i diversi soggetti che rivendicano l'allargamento dei diritti della cittadinanza. È evidente che si sta producendo da più parti una domanda di inclusione, cioè di ingresso di nuovi diritti nella cittadinanza. E le istituzioni, come la politica, non devono eludere questi temi».
Presidente, il referendum costituzionale è alle porte e le forze politiche già discutono di come può riprendere il cammino delle riforme dal giorno dopo.
«Io credo invece che ci vorrebbe una lunga pausa di riflessione. Non capisco perché all'indomani della consultazione si debba riprendere questa discussione nel solco della tradizione revisionistica degli ultimi venti anni, cioè dell'intervento forzato sulla Costituzione a partire da ciò che astrattamente andrebbe adeguato. Sarebbe certamente più utile uno sforzo di indagine per capire quali sono le reali esigenze del Paese, per poi procedere, ove risultasse concretamente necessario, alle modifiche della Carta».
Repubblica 18.6.06
Primo comitato politico presieduto da Giordano. Ferrero: se continua così in sei mesi smontiamo il partito
Prc, cresce la "deriva antigovernativa"
di Carmelo Lopapa
ROMA - L'unità, alla fine, l'hanno raggiunta solo sul no al referendum di domenica prossima. Scontato. Sul resto, politica estera e rifinanziamento della missione in Afghanistan in testa, ma anche sulla nomina dei nuovi componenti della segreteria, il leader Franco Giordano e l'ala governativa di Rifondazione comunista l'hanno spuntata solo a maggioranza. Ma quanta fatica, per il nuovo segretario alla prova del primo comitato politico dopo l'arrivederci del «subcomandante» Bertinotti.
C'è tutta una «deriva antigovernativa», come l'ha definita Russo Spena, da tenere a bada. Un terzo del partito «duro e puro» che pensa che sia bastato un mese nelle stanze dei bottoni per snaturare l'anima movimentista e «il rapporto coi lavoratori». Tanto che a un certo punto del dibattito - andato avanti per oltre sei ore filate - il ministro (unico del Prc) Paolo Ferrero ha avvertito tutti: «Se andiamo avanti così, ci mettiamo non più di sei mesi a smontare il partito». Con Giordano che ascoltava gli interventi critici, uno dietro l'altro, e nascondeva sempre meno un certo nervosismo.
Il fatto è che il malpancismo interno si è rivelato, a sorpresa, tutt'altro che un'esclusiva delle minoranze. Il leader ne ha preso atto quando la lista dei nomi da lui proposti per entrare a far parte della segretaria è stata approvata dai componenti del Comitato con 98 voti a favore e 73 contrari. Margine esiguo. D'altronde, la sinistra interna ma anche un esponente di peso della maggioranza come l'ex capogruppo all'Europarlamento Luigi Vinci avevano chiesto scelte più collegiali e non nomi imposti dall'alto. Ma in questo clima non si può, ha tagliato corto Giordano: «Troppa conflittualità sulla linea politica, per un'apertura». La conflittualità era già emersa sulla politica estera. Tanti gli interventi polemici sul rifinanziamento della missione in Afghanistan. «Via subito da Kabul, anche quella, missione di guerra e imperialista» chiedevano dalla «Sinistra critica» e dall'«Ernesto», i vari Burgio, Cannavò, Grassi. Il loro ordine del giorno, sostenuto anche da Luigi Malabarba, è stato bocciato: 57 voti a favore e cento contro. Ma la linea passata alla fine prevede che si «segua il metodo Iraq anche per l'Afghanistan». Cosa vuol dire? Lo ha spiegato Giordano: nessun incremento della presenza militare italiana e modifica degli obiettivi della missione. Solo a queste condizioni il Prc approverà la mozione dell'Unione e il rifinanziamento. L'altro fronte caldo è stato quello della politica economica.
Con il sottosegretario allo Sviluppo economico Alfonso Gianni che si è fatto portavoce della bocciatura della ricetta dettata dal ministro Padoa Schioppa. «La manovra bis sarà superiore a 12 miliardi di euro, la Finanziaria intorno ai 40 miliardi, si pensa di ripianare il deficit in un anno e mezzo: ma chi c... ce lo fa fare?» è sbottato dalla tribunetta raccogliendo l'ovazione di tutta la platea. La sua ricetta, invece: tagliare il cuneo fiscale e dare la metà del ricavato ai lavoratori. Su tanti appunti al governo il segretario Giordano non ha potuto che apporre il suo sigillo: «C'è la tentazione di costruire una tolda di comando riformista nel governo e questo è un potenziale rischio». Prodi è avvertito.
La "risposta" di Piero Sansonetti a Matteo Wells
(da Liberazione 18.6.06)
Questa diversità tra uomo e donna, Matteo, fino ad oggi non è stata rispettata dagli stati, dai popoli, dall'opinione pubblica, dai maschi, è stata lo spunto per le violenze, l'oppressione, le prepotenze del maschio sulla femmina, perpetue e generalizzate. La violenza nei rapporti tra i sessi è lì, nel maschio maschilista, non certo nell'omosessualità. Ti assicuro che c'era più violenza in Hemingway che in Sandro Penna . Però non vorrei mai - e nemmeno tu lo vorresti - che qualche cretino dicesse censuriamo Hemingway. (P.S.)
La "risposta" di Piero Sansonetti a Gian Carlo
(da Liberazione 18.6.06)
In modo un po' più iroso, ma mi sembra che dici la stessa cosa che dicevo io: ci sono due Chiese. Quella di Gesù, di Francesco, di don Milani, di Balducci eccetera e quella dei papa re e del potere temporale e del fondamentalismo eccetera. La contraddizione - o la scissione - tra queste due Chiese è la questione cristiana del millennio che si è aperto. (P.S.)
sabato 17 giugno 2006
Liberazione 17.6.06
Alcune risposte sulla lettera di Simone di ieri
Sandro Penna
Ieri abbiamo pubblicato una lettera, firmata Simone, nella quale si esprimevano forti perplessità su un articolo di Saverio Aversa (pubblicato il giorno prima) che conteneva una frase del poeta Sandro Penna sulla sua passione per gli adolescenti del suo stesso sesso.
Cos’è che vi crea problemi?
Caro Simone, poiché, in quanto scrivi nella tua lettera del 16 giugno, è evidente un bisogno di chiarezza e di comprensione, io, che mi definisco lesbica (ma sono anche molto altro: una compagna, ad esempio) vorrei innanzitutto chiederti di distinguere la pedofilia: un rapporto dispari per età ed esperienza, dall’omosessualità: un rapporto amoroso, e anche sessuale, con persone dello stesso sesso. E’ quest’ultimo tipo di relazione che ti/vi crea problema? e per quali motivi? Se sì, sono disposta ad interloquire con te e con i tuoi compagni partendo dalla mia vita. Oppure è il desiderio per un altro “impari” per età, esperienza, ceto sociale che non approvi? Ricordo solo che la disparità fa parte della tradizione nel rapporto uomo/donna e proprio per questo è considerato normalissimo che un uomo possa essere superiore per età, esperienza, censo della donna di cui si innamora. Se pensi alla tua esperienza e alle tue emozioni credi davvero che ci siano delle regole per far scattare il desiderio amoroso, le fantasie, per sentire battere il cuore? L’imposizione dei propri desideri sull’altro con la violenza o il denaro (che tanto ci fanno orrore) fanno parte storicamente del rapporto uomo/donna più che dei rapporti omosessuali. Infatti la prostituzione è vecchia come il mondo e la violenza – in famiglia - è la prima causa di morte tra le donne dai 20 ai 40 anni di ogni continente e in ogni classe sociale (dati Onu). Vogliamo provare a fare delle distinzioni e a nominare che cos’è che turba dell’amore omosessuale? Ti ringrazio per la sincerità e la passione con cui hai scritto i tuoi pensieri e spero che “Liberazione” possa, partendo dalla tua lettera, aprire un dibattito e uno scambio di pensieri e sentimenti tra noi lettori perché se non riusciamo a capirci tra di noi come potremo cambiare la nostra società e addirittura il mondo? Un abbraccio a te e ai compagni della Magliana.
Anita Sonego via e-mail
Orgoglio e pregiudizi
Cara “Liberazione”, il 15 giugno abbiamo festeggiato ad Albano il centenario della nascita di Penna presentando la biografia dedicatagli da Pecora, felici che il giornale onorasse “l’altissimo poeta” con l’agile ritratto di Aversa. Ragazzi e persone anziane, uomini e donne di ceto e orientamenti diversi hanno seguito attentissimi gli interventi dove è emersa potente l’impossibilità di castrare (men che mai per motivazioni moralistiche e sessuofobiche) l’avventura umana di un artista e l’importanza che l’eros e le relazioni affettive rivestono nella sua vita, come in quella di ciascun terrestre. L’idea che la poesia debba astrarre dalle condizioni materiali e dalle coordinate spazio-temporali di uno scrittore pare francamente bislacca: perché se un tema come la passione per gli adolescenti finisce per vivificare un’intera opera, non solo non se ne dovrà prescindere, ma nulla potrà autorizzare alcun tipo di sprezzante censura o condanna. Frutto di un delirio clericale e reazionario perdurante da secoli, la confusione che mira ad assimilare gay e “corruttori di bambini” è da sempre un cavallo di battaglia del discorso omofobico: come tutti i pregiudizi si basa sul nulla, se si tien conto che la stragrande maggioranza delle violenze sessuali ai danni di minori di 14 anni viene consumata all’interno delle mura domestiche e delle reti parentali, potendo contare sulla densa cortina fumogena della paura e dell’omertà. Ciò nulla toglie alla legittimità di battersi perché i ragazzi “in età di consenso” (a questi Penna rivolgeva la sua tenerezza, considerandosi loro compagno di viaggio: giovani operai, soldati di leva...) possano affermare i propri naturali orientamenti sessuali, contraccambiando l’amore di chi li ama e rispetta: senza limiti di anagrafe, di classe e cultura.
Pedofilia e delinquenza
Posso complimentarmi con lei, caro Sansonetti? La risposta alla lettera di Simone, che protesta per un articolo di Saverio Aversa su Liberazione, è bella e giustissima. Sul termine “pedofilia” si è creata, specialmente negli ultimi tempi, un bella confusione. Pedofilo è diventato sinonimo di pervertito, maniaco, delinquente insomma, ma le cose non stanno così. La definizione sull’enciclopedia Garzanti è questa: «Attrazione erotica per bambini o adolescenti del proprio o dell’altro sesso, che non si traduce necessariamente in atti sessuali». C’è una sola piccola imprecisione nella sua risposta, quando definisce l’attrazione per un corpo di adolescente “peccato”, anche se tra virgolette. Almeno per quanto riguarda l’attrazione eterosessuale, il peccato proprio non c’è. Sa a che età si sposavano le ragazze ebree al tempo di Gesù? Appena considerate nubili, vale a dire legalmente a dodici anni e mezzo! «Quando mise al mondo Gesù la Vergine Maria non doveva avere più di quattordici anni» (Henri Daniel - “Rops, La vita quotidiana in Palestina al tempo di Gesù”).
Corriere della Sera 17.6.06
Tensione sul Partito democratico. E Mussi pensa a una fondazione
(...)La sinistra medita lo strappo...
ROMA - «Sono allibito, perché io so cosa significa chiudere una bottega...». Da ultimo segretario del Ppi ha traghettato nella Margherita buona parte di quel che restava della Dc e ora Pierluigi Castagnetti guarda sgomento alla brusca accelerazione impressa al Partito democratico. E non è il solo. Nella Margherita come nei Ds, ma anche dall'entourage di Romano Prodi e dagli altri partiti dell'alleanza si levano voci preoccupate, c'è chi teme il bis del compromesso storico e chi giudica come un de profundis dell'Ulivo il voto a Strasburgo sulle staminali embrionali, c'è chi chiede di entrare e chi medita di uscire: la sinistra Ds è in fermento, la parola scissione torna a correre nell'area Salvi ma anche nelle file del «correntone», una fibrillazione a cui il Prc guarda con crescente attenzione. E anche nella Margherita l'adesione obbligata al processo costituente provoca sommovimenti. «La prossima settimana - anticipa Castagnetti - riunirò i dirigenti dell'ex Ppi, tutti impressionati dalla insostenibile leggerezza dei comportamenti. Siamo ancora nella fase della finzione. Se la riserva mentale è affiancare due nomenclature per fare una federazione, il partito democratico sarà un boomerang elettorale». La convocazione da parte di Prodi di un «comitato direttivo» ha fatto affiorare i cattivi umori. Nei Ds Piero Fassino, che sperava in un organismo senza ministri, ha dovuto trovare un posto al tavolo per Massimo D'Alema, con il quale i rapporti sono in fase critica: bastava essere all'audizione del ministro degli Esteri al Senato, quando Fassino si è lanciato in una controrelazione dal piglio occidentalista... Parte dello stato maggiore della Quercia, da Angius a Violante, guarda con freddezza all'accelerazione in corso e la sinistra interna riprende a sfogare il suo malumore. Che ci faceva, il giorno del voto sullo «spacchettamento», Cesare Salvi tra i banchi di Rifondazione? Forse lo spiegherà il convegno di luglio a Orvieto, promosso dagli "Uniti a sinistra" di Pietro Folena e intitolato "Per un nuovo soggetto politico". E Salvi conferma: «Se si fa un partito moderato si opererà per un partito di sinistra di ispirazione socialista».
L'area di Fabio Mussi avrebbe già pronto un piano di fuga, una fondazione destinata a trasformarsi, nel caso il partito democratico nascesse davvero, in una formazione del riformismo radicale. Scissione alle viste? «Non sono io che devo scoprire le carte - risponde Gloria Buffo - tocca a Fassino dirci cosa intende fare della Quercia. Il mandato congressuale non era dar vita al partito democratico. E poi, dove sono i contenuti? Mistero».
Chiusa, per ora, la querelle sulla tempistica, si riapre lo scontro sull'approdo in Europa. Per Fassino l'ideale sarebbe confluire nel Pse e la prospettiva fa infuriare la Margherita. «Impossibile, questo è il punto che fa saltare il progetto» avverte Castagnetti. «Il Pse? Non ci pensiamo neanche - invita alla prudenza Renzo Lusetti - Con le improvvisazioni si comincia male». Non che Francesco Rutelli abbia cambiato idea, è che per lui il problema più urgente è la situazione economica e poi il vicepremier ha in mente un'altra via, non solo organizzativa. Per alzare l'asticella sul piano dei contenuti i vertici della Margherita stanno lavorando a un grande convegno sulle parole del partito democratico che si terrà a ottobre a Frascati.
«Merito, talento, patria, nazione, sussidiarietà - elenca il senatore Antonio Polito - Se vogliamo sfondare nell'elettorato della Cdl dobbiamo introdurre questi termini nel vocabolario dell'Ulivo».
Come vanno predicando Polito e Tiziano Treu non basta il cantiere, ci vuole il software. «Manca la mission - ragiona il ds Peppino Caldarola - Una accelerazione che nasce dalla paura di un Rutelli con le mani libere è sbagliata. Il partito democratico rischia di essere la somma di leadership e partiti personali». Più o meno le stesse motivazioni «movimentiste» con cui Gad Lerner e Gregorio Gitti hanno indetto il convegno del 4 luglio al Radisson di Roma: il nuovo partito dovrà nascere dal popolo delle primarie.
Antonio Di Pietro è tornato a bussare, ma nessuno gli ha aperto. Con una lettera a Prodi, Fassino e Rutelli il ministro ha offerto la «disponibilità» dell'Idv e anche la Rosa nel pugno attende risposte: «Se il partito democratico nasce con un procedimento oligarchico sommando Ds e Margherita - chiede di entrare Daniele Capezzone - Sarà un compromesso storico bonsai".
Alcune risposte sulla lettera di Simone di ieri
Sandro Penna
Ieri abbiamo pubblicato una lettera, firmata Simone, nella quale si esprimevano forti perplessità su un articolo di Saverio Aversa (pubblicato il giorno prima) che conteneva una frase del poeta Sandro Penna sulla sua passione per gli adolescenti del suo stesso sesso.
Cos’è che vi crea problemi?
Caro Simone, poiché, in quanto scrivi nella tua lettera del 16 giugno, è evidente un bisogno di chiarezza e di comprensione, io, che mi definisco lesbica (ma sono anche molto altro: una compagna, ad esempio) vorrei innanzitutto chiederti di distinguere la pedofilia: un rapporto dispari per età ed esperienza, dall’omosessualità: un rapporto amoroso, e anche sessuale, con persone dello stesso sesso. E’ quest’ultimo tipo di relazione che ti/vi crea problema? e per quali motivi? Se sì, sono disposta ad interloquire con te e con i tuoi compagni partendo dalla mia vita. Oppure è il desiderio per un altro “impari” per età, esperienza, ceto sociale che non approvi? Ricordo solo che la disparità fa parte della tradizione nel rapporto uomo/donna e proprio per questo è considerato normalissimo che un uomo possa essere superiore per età, esperienza, censo della donna di cui si innamora. Se pensi alla tua esperienza e alle tue emozioni credi davvero che ci siano delle regole per far scattare il desiderio amoroso, le fantasie, per sentire battere il cuore? L’imposizione dei propri desideri sull’altro con la violenza o il denaro (che tanto ci fanno orrore) fanno parte storicamente del rapporto uomo/donna più che dei rapporti omosessuali. Infatti la prostituzione è vecchia come il mondo e la violenza – in famiglia - è la prima causa di morte tra le donne dai 20 ai 40 anni di ogni continente e in ogni classe sociale (dati Onu). Vogliamo provare a fare delle distinzioni e a nominare che cos’è che turba dell’amore omosessuale? Ti ringrazio per la sincerità e la passione con cui hai scritto i tuoi pensieri e spero che “Liberazione” possa, partendo dalla tua lettera, aprire un dibattito e uno scambio di pensieri e sentimenti tra noi lettori perché se non riusciamo a capirci tra di noi come potremo cambiare la nostra società e addirittura il mondo? Un abbraccio a te e ai compagni della Magliana.
Anita Sonego via e-mail
Orgoglio e pregiudizi
Cara “Liberazione”, il 15 giugno abbiamo festeggiato ad Albano il centenario della nascita di Penna presentando la biografia dedicatagli da Pecora, felici che il giornale onorasse “l’altissimo poeta” con l’agile ritratto di Aversa. Ragazzi e persone anziane, uomini e donne di ceto e orientamenti diversi hanno seguito attentissimi gli interventi dove è emersa potente l’impossibilità di castrare (men che mai per motivazioni moralistiche e sessuofobiche) l’avventura umana di un artista e l’importanza che l’eros e le relazioni affettive rivestono nella sua vita, come in quella di ciascun terrestre. L’idea che la poesia debba astrarre dalle condizioni materiali e dalle coordinate spazio-temporali di uno scrittore pare francamente bislacca: perché se un tema come la passione per gli adolescenti finisce per vivificare un’intera opera, non solo non se ne dovrà prescindere, ma nulla potrà autorizzare alcun tipo di sprezzante censura o condanna. Frutto di un delirio clericale e reazionario perdurante da secoli, la confusione che mira ad assimilare gay e “corruttori di bambini” è da sempre un cavallo di battaglia del discorso omofobico: come tutti i pregiudizi si basa sul nulla, se si tien conto che la stragrande maggioranza delle violenze sessuali ai danni di minori di 14 anni viene consumata all’interno delle mura domestiche e delle reti parentali, potendo contare sulla densa cortina fumogena della paura e dell’omertà. Ciò nulla toglie alla legittimità di battersi perché i ragazzi “in età di consenso” (a questi Penna rivolgeva la sua tenerezza, considerandosi loro compagno di viaggio: giovani operai, soldati di leva...) possano affermare i propri naturali orientamenti sessuali, contraccambiando l’amore di chi li ama e rispetta: senza limiti di anagrafe, di classe e cultura.
Daniele Cenci via e-mail
Pedofilia e delinquenza
Posso complimentarmi con lei, caro Sansonetti? La risposta alla lettera di Simone, che protesta per un articolo di Saverio Aversa su Liberazione, è bella e giustissima. Sul termine “pedofilia” si è creata, specialmente negli ultimi tempi, un bella confusione. Pedofilo è diventato sinonimo di pervertito, maniaco, delinquente insomma, ma le cose non stanno così. La definizione sull’enciclopedia Garzanti è questa: «Attrazione erotica per bambini o adolescenti del proprio o dell’altro sesso, che non si traduce necessariamente in atti sessuali». C’è una sola piccola imprecisione nella sua risposta, quando definisce l’attrazione per un corpo di adolescente “peccato”, anche se tra virgolette. Almeno per quanto riguarda l’attrazione eterosessuale, il peccato proprio non c’è. Sa a che età si sposavano le ragazze ebree al tempo di Gesù? Appena considerate nubili, vale a dire legalmente a dodici anni e mezzo! «Quando mise al mondo Gesù la Vergine Maria non doveva avere più di quattordici anni» (Henri Daniel - “Rops, La vita quotidiana in Palestina al tempo di Gesù”).
Veronica Tussi via e-mail
Corriere della Sera 17.6.06
Tensione sul Partito democratico. E Mussi pensa a una fondazione
(...)La sinistra medita lo strappo...
ROMA - «Sono allibito, perché io so cosa significa chiudere una bottega...». Da ultimo segretario del Ppi ha traghettato nella Margherita buona parte di quel che restava della Dc e ora Pierluigi Castagnetti guarda sgomento alla brusca accelerazione impressa al Partito democratico. E non è il solo. Nella Margherita come nei Ds, ma anche dall'entourage di Romano Prodi e dagli altri partiti dell'alleanza si levano voci preoccupate, c'è chi teme il bis del compromesso storico e chi giudica come un de profundis dell'Ulivo il voto a Strasburgo sulle staminali embrionali, c'è chi chiede di entrare e chi medita di uscire: la sinistra Ds è in fermento, la parola scissione torna a correre nell'area Salvi ma anche nelle file del «correntone», una fibrillazione a cui il Prc guarda con crescente attenzione. E anche nella Margherita l'adesione obbligata al processo costituente provoca sommovimenti. «La prossima settimana - anticipa Castagnetti - riunirò i dirigenti dell'ex Ppi, tutti impressionati dalla insostenibile leggerezza dei comportamenti. Siamo ancora nella fase della finzione. Se la riserva mentale è affiancare due nomenclature per fare una federazione, il partito democratico sarà un boomerang elettorale». La convocazione da parte di Prodi di un «comitato direttivo» ha fatto affiorare i cattivi umori. Nei Ds Piero Fassino, che sperava in un organismo senza ministri, ha dovuto trovare un posto al tavolo per Massimo D'Alema, con il quale i rapporti sono in fase critica: bastava essere all'audizione del ministro degli Esteri al Senato, quando Fassino si è lanciato in una controrelazione dal piglio occidentalista... Parte dello stato maggiore della Quercia, da Angius a Violante, guarda con freddezza all'accelerazione in corso e la sinistra interna riprende a sfogare il suo malumore. Che ci faceva, il giorno del voto sullo «spacchettamento», Cesare Salvi tra i banchi di Rifondazione? Forse lo spiegherà il convegno di luglio a Orvieto, promosso dagli "Uniti a sinistra" di Pietro Folena e intitolato "Per un nuovo soggetto politico". E Salvi conferma: «Se si fa un partito moderato si opererà per un partito di sinistra di ispirazione socialista».
L'area di Fabio Mussi avrebbe già pronto un piano di fuga, una fondazione destinata a trasformarsi, nel caso il partito democratico nascesse davvero, in una formazione del riformismo radicale. Scissione alle viste? «Non sono io che devo scoprire le carte - risponde Gloria Buffo - tocca a Fassino dirci cosa intende fare della Quercia. Il mandato congressuale non era dar vita al partito democratico. E poi, dove sono i contenuti? Mistero».
Chiusa, per ora, la querelle sulla tempistica, si riapre lo scontro sull'approdo in Europa. Per Fassino l'ideale sarebbe confluire nel Pse e la prospettiva fa infuriare la Margherita. «Impossibile, questo è il punto che fa saltare il progetto» avverte Castagnetti. «Il Pse? Non ci pensiamo neanche - invita alla prudenza Renzo Lusetti - Con le improvvisazioni si comincia male». Non che Francesco Rutelli abbia cambiato idea, è che per lui il problema più urgente è la situazione economica e poi il vicepremier ha in mente un'altra via, non solo organizzativa. Per alzare l'asticella sul piano dei contenuti i vertici della Margherita stanno lavorando a un grande convegno sulle parole del partito democratico che si terrà a ottobre a Frascati.
«Merito, talento, patria, nazione, sussidiarietà - elenca il senatore Antonio Polito - Se vogliamo sfondare nell'elettorato della Cdl dobbiamo introdurre questi termini nel vocabolario dell'Ulivo».
Come vanno predicando Polito e Tiziano Treu non basta il cantiere, ci vuole il software. «Manca la mission - ragiona il ds Peppino Caldarola - Una accelerazione che nasce dalla paura di un Rutelli con le mani libere è sbagliata. Il partito democratico rischia di essere la somma di leadership e partiti personali». Più o meno le stesse motivazioni «movimentiste» con cui Gad Lerner e Gregorio Gitti hanno indetto il convegno del 4 luglio al Radisson di Roma: il nuovo partito dovrà nascere dal popolo delle primarie.
Antonio Di Pietro è tornato a bussare, ma nessuno gli ha aperto. Con una lettera a Prodi, Fassino e Rutelli il ministro ha offerto la «disponibilità» dell'Idv e anche la Rosa nel pugno attende risposte: «Se il partito democratico nasce con un procedimento oligarchico sommando Ds e Margherita - chiede di entrare Daniele Capezzone - Sarà un compromesso storico bonsai".