COGNE «La Franzoni può fare cose che dimentica»
Depositata la perizia psichiatrica su Annamaria Franzoni, la mamma del piccolo Samuele ucciso a Cogne. La Franzoni soffrirebbe di uno «stato crepuscolare di coscienza» che porta a «un vizio parziale di mente transitorio».
di Cristina Marrone
MILANO - Annamaria Franzoni soffre di uno «stato crepuscolare di coscienza», una psicopatologia che può durare anche solo poche ore e può portare a rimuovere alcuni eventi. Significa che mentre si compiono automaticamente azioni di vita quotidiana, altre possono essere dimenticate. E a differenza del «corto circuito» lo «stato crepuscolare» non lascia inebetiti. Se Annamaria ha ucciso potrebbe averlo rimosso. Per i periti della Corte d’assise d’appello di Torino questo stato porta a «un vizio parziale di mente transitorio» che, secondo il codice di procedura penale «fa scemare grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere e di volere». Se, in base a questo lavoro i giudici dovessero dichiararla seminferma di mente, Annamaria Franzoni, in caso di condanna, godrebbe quindi di un cospicuo sconto di pena. Con un giorno di anticipo, dopo vari rinvii, è stata depositata ieri la perizia psichiatrica sulla mamma di Samuele: un lavoro di 267 pagine che i quattro periti (Gaetano De Leo, Ivan Galliani, Giovanni Battista Traverso e Franco Freilone) hanno dovuto stendere basandosi solo «sulle carte» (le altre perizie psichiatriche, interviste a medici e conoscenti, cartelle cliniche e anche i video della trasmissioni tv a cui ha partecipato) perché l’imputata non ha mai accettato di sottoporsi alle sedute e di parlare con gli psichiatri: «Esiste già una perizia, è quella del primo processo che mi ha dichiarata sana di mente. Non vedo perché mi devo sottoporre a una seconda» aveva detto in aula la mamma di Samuele. E ieri in serata, quando sono emerse le prime indiscrezioni, Annamaria ha ripetuto quello che dice dalla prima udienza: «Non ho ucciso mio figlio, voglio essere assolta perché innocente, non perché dichiarata pazza».
I periti si sono concentrati sui «disturbi d’ansia con aspetti isterici» di cui Annamaria ha sofferto prima e dopo il delitto, che la portarono anche a svenire, e che somatizzava con formicolii. All’alba del 30 gennaio 2002, poche ore prima dell’omicidio, era stata male tanto da chiedere l’intervento della guardia medica. Stefania Neri, il medico intervenuto quella notte, risentita dagli psichiatri avrebbe confermato che quei formicolii erano una somatizzazione da ansia. Ma Annamaria era stata male altre volte: in caserma, in ospedale, una volta anche in auto mentre dopo la morte di Samuele stava andando a Bologna. Gli psichiatri, intervistando vari testimoni, hanno studiato e analizzato le reazioni di Annamaria alle crisi e scrivono di una «personalità in cui avvengono micro-fenomeni crepuscolari» che possono sfociare anche in reazioni violente. Crisi solitamente superate grazie alle persone che le stanno attorno. E chi soffre di questi disturbi sa che la presenza dei familiari è un aiuto fondamentale. Tanto che la mattina del delitto Annamaria sperava che il marito Stefano rimanesse con lei e si occupasse dei bambini. Invece la mamma di Samuele, quell’ennesima crisi l’aveva affrontata da sola. Gli psichiatri ipotizzano una «massiccia esplosione di violenza» e riportano una lunga casistica presente in letteratura psichiatrica. Gli esperti spiegherebbero in modo approfondito anche i meccanismi mentali che le avrebbero permesso di affrontare l’evento in modo lucido, spingendola a chiamare rapidamente i soccorsi, rispondere alle domande dei carabinieri, forse anche nascondere l’arma. Dettagli questi che saranno sicuramente oggetto di battaglia nella prossima udienza fissata per il 29 giugno. L’avvocato Carlo Taormina va già all’attacco: «Ritenere transitoria la seminfermità mentale è una bestialità psichiatrica. Il seminfermo di mente è sempre tale e non riacquista mai la sanità mentale che invece la Franzoni avrebbe riacquistato».
Repubblica 15.6.06
I risultati depositati ieri capovolgono le precedenti conclusioni sulla personalità di Annamaria. Si va verso uno sconto di pena. "Franzoni, vizio parziale di mente"
Cogne, nuova perizia. "Stato crepuscolare della coscienza"
Gli esperti ipotizzano un restringimento della consapevolezza all'epoca dei fatti
di Meo Ponte
TORINO - Annamaria Franzoni soffre di uno «stato crepuscolare di coscienza», di un abbassamento e restringimento del campo della consapevolezza che oltre a esprimersi in crisi di ansia con aspetti isterici può culminare in improvvisi e temporanei scatti di violenza. Da ciò ne deriva che soffre di un vizio parziale di mente. E´ questa la conclusione a cui sono giunti i quattro periti (Ugo Freilone, Ivan Galliano, Giovan Battista Traverso e Gaetano De Leo) incaricati dalla Corte di assise di appello di analizzare la personalità della donna accusata di avere ucciso il figlio Samuele la mattina del 30 gennaio 2002. I risultati della perizia psichiatrica sono stati depositati ieri mattina e capovolgono sostanzialmente quelli a cui erano giunti i periti nominati quattro anni fa dal gip di Aosta Fabrizio Gandini. Il team di psichiatri formato dai professori De Fazio, Barale e Luzzago aveva infatti dichiarato Annamaria Franzoni del tutto capace di intendere e di volere. Non solo: inspiegabilmente erano andati oltre arrivando a giudicare la madre di Cogne incapace di uccidere. Più cauto era stato invece Roberto Gianni, lo psichiatra incaricato da Gandini di un accertamento psichiatrico urgente propedeutico alla revoca della custodia cautelare; dopo averla visitata aveva parlato di un´aggressività sotto controllo nell´ambito familiare.
La nuova perizia pare non solo avallare ma approfondire la tesi di Gianni e soprattutto quella di Ugo Fornari, consulente dell´accusa che aveva sempre ribadito la «seminfermità transitoria» di Annamaria Franzoni. I quattro periti nominati dalla Corte d´Assise d´appello un mese fa avevano presentato una prima memoria in cui, elencando diverse patologie, avevano già appuntato la loro attenzione sullo «stato crepuscolare di coscienza». Conclusione a cui erano arrivati esaminando gli atti delle precedenti perizie, le numerose interviste televisive e tutta la documentazione raccolta durante l´inchiesta, dato che Annamaria Franzoni non ha mai accettato di sottoporsi ad un nuovo esame delle personalità. A confermare tale patologia i ricorrenti stati di ansia manifestati dalla Franzoni e i ripetuti malori (la notte prima del delitto, il giorno dopo nella caserma dei carabinieri, tre giorni dopo all´ospedale e poi ancora durante un viaggio verso Monteacuto). Secondo gli esperti lo «stato crepuscolare di coscienza» porta ad un restringimento della consapevolezza dei propri atti anche in uno spazio temporale limitatissimo. E può avere come effetto la rimozione di determinati gesti.
Nella personalità di Annamaria Franzoni, quindi, sarebbero riscontrabili tutti questi microfenomeni. Crisi normalmente contenute dall´ambito familiare. La mattina del 30 gennaio 2002, però, la donna era sola con i figli nello chalet di Montroz. Ora è capace di stare in giudizio ma all´epoca del delitto il suo disturbo sarebbe stato tale da sconfinare nel vizio parziale di mente. Una conclusione che sostanzialmente comporterebbe una forte riduzione di pena rispetto ai trent´anni a cui è stata condannata la madre di Cogne in primo grado, ma che è contestata dalla stessa Franzoni e dal suo legale. «Non esiste compatibilità tra seminfermità e transitorietà del disturbo - sottolinea infatti l´avvocato Carlo Taormina - Si tratta di conclusioni inutili e sbagliate».
Repubblica 15.6.05
L'intervista / Lo psichiatra Luigi Cancrini, esperto di tossicodipendenze: meglio il metadone e la psicoterapia
"Le narcosale non sono la soluzione l'errore è stato tagliare i fondi ai Sert"
di Maria Novella De Luca
ROMA - «Ricordo sempre una ragazza. Veniva alla Pinetina di Ostia, dove c´era il nostro camper che distribuiva siringhe pulite. Arrivava, lasciava sua figlia in macchina, prendeva il kit e andava a bucarsi tra gli alberi. Gli operatori, che si erano accorti di quello che succedeva, piano piano hanno iniziato a chiederle di poter occuparsi della piccola mentre lei si allontanava, e giorno dopo giorno questa ragazza ha instaurato un rapporto di fiducia con i responsabili del camper, da cui è scaturito in un cammino di recupero. Quando si parla di riduzione del danno penso sempre a questa storia...»
Potrebbe citarne centinaia di casi lo psichiatra Luigi Cancrini, una lunga esperienza nella cura dei tossicodipendenti, direttore scientifico della Comunità Saman e deputato del Pdci, da sempre sostenitore di comunità aperte e percorsi non punitivi. Eppure sulle "stanze del buco" Cancrini resta perplesso. E chiede invece al ministro Ferrero il rilancio dei Sert.
Quindi Cancrini, lei ritiene che le "stanze del buco" non siano una priorità.
«No, le priorità sono altre. Le "narcosala" sono un esperimento su cui bisogna riflettere, a me comunicano un senso di impotenza e sconfitta. Non servono, se si applicano bene le strategie di riduzione del danno».
Spieghiamo che cosa è la "riduzione del danno". Altrimenti sembra uno slogan...
«Vuol dire occuparsi di una tossicodipendente anche se non ha deciso di smettere. Vuol dire dargli una mano comunque, impedire che oltre ai danni della droga si ammali di Aids, o rischi di morire per overdose. È offrire siringhe pulite, è utilizzare il metadone, sono le comunità aperte».
E poi?
«Dagli anni Ottanta al 2001, prima che i finanziamenti venissero tagliati, i successi sono stati crescenti. Tra i nuovi consumatori non ci sono casi di contagio, la mortalità è calata in modo radicale. E poi i camper, la distribuzione di siringhe, altro non sono che un ponte».
Un ponte verso il recupero?
«Esattamente. È così che gli operatori entrano in contatto con tossicodipendenti che altrimenti respingerebbero ogni contatto. È stata cieca la politica che ha tagliato i fondi ai Sert».
Ferrero ha detto di volerli rilanciare. Ma il loro ruolo in certi casi è diventato la semplice distribuzione di metadone.
«Non svalutiamo l´uso del metadone, ma accanto ci devono essere la psicoterapia e l´ascolto. Se vengono a mancare, come in alcune grandi città, dove il personale è sempre più scarso, allora è vero che il metadone è soltanto un prolungamento della dipendenza».
Cancrini, il governo ha appena soppresso il Dipartimento antidroga.
«Un errore, perché quel dipartimento coordinava il lavoro di più ministeri. La lotta alla droga infatti riguarda la Giustizia, la Sanità, gli Interni, gli Esteri... «.
Con l´avanzata delle nuove droghe non le sembra anacronistico parlare di eroina?
«No, perché l´eroina tornerà. Le produzioni di oppio in Afghanistan sono troppo fiorenti per non invadere di nuovo il mercato».
Repubblica 15.6.06
Tre tipi di uomini. Le relazioni sociali e il loro futuro
Cultura e natura un binomio da discutere
Esistono gli individui con un loro io imperscrutabile e chiuso agli altri
Poi ci sono le persone legate culturalmente e infine i generici inventori del nuovo
di Marc Augé
Pubblichiamo parte dell´intervento che Marc Augé terrà domani a Rimini nella giornata inaugurale del Festival del Mondo Antico, che si concluderà domenica 18. Augé discuterà intorno all´idea di natura umana con Danilo Mainardi ed Enrico Berti. Sempre domani Aldo Schiavone proporrà al Festival uno studio sulla storia del diritto in Occidente, mentre sabato Massimo Cacciari e il filologo classico Ivano Dionigi commenteranno testi letterari e filosofici considerati "apocalittici". Domenica Franco Volpi presenterà un dialogo tra Noam Chomsky e Michel Foucault del ‘71. Per informazioni www.comune.rimini.it.
Dallo strutturalismo e dagli anni Sessanta si è molto dibattuto di strappo tra natura e cultura e lo si continua ancor oggi a fare, senza però prestare sufficiente attenzione al contesto intellettuale nel quale lo strappo ha avuto origine. In un primo tempo si trattava di contestare il valore euristico del concetto di natura umana come è utilizzato in Rousseau. Le scienze umane o sociali sostenevano di essere scienze, giustamente, e ciò che esse scoprivano osservando le società del mondo non era la natura umana, ma culture diverse. Le culture delle quali l´etnologia degli esordi ha messo in luce le complessità e le raffinatezze erano oggetto e al contempo punto di partenza di ogni studio possibile. Nella ricerca antropologica, tuttavia, vi era un´ambiguità: qualche volta la cultura, più o meno coesistente al concetto di società, era presentata come una razionalizzazione cosciente della natura e la frattura tra cultura e natura come appartenente essa stessa a qualsiasi cultura, nella misura in cui tracciava delle frontiere rispetto a ciò che non era cultura; qualche altra volta la questione di questa linea di demarcazione non era posta, non si poneva, nella misura in cui la diversità culturale era considerata non dissimulare alcun mondo di secondo piano. La questione della natura umana è collegata a quella del binomio natura/cultura: se la sola realtà osservabile è quella delle culture, in effetti, l´idea di natura umana è superflua. O la diversità delle culture è senza appello, è insuperabile e non sottintende alcun universale, oppure le culture sono intellettualmente e logicamente trasformazioni le une delle altre e ciò che conviene studiare sono i sistemi di trasformazione che su piani differenti (la parentela, l´alleanza matrimoniale, i miti) permettono di passare dall´una all´altra, da un sistema culturale all´altro. In un certo senso l´unica natura umana è la cultura, se con questo termine intendiamo non una cultura specifica, ma la capacità umana di condividere un significato simbolico dell´universo. Questa condivisione secondo Lévi-Strauss è concomitante alla comparsa del linguaggio.
Mentre alcuni autori (Althusser, poi Foucault) ne hanno dedotto l´inutilità del concetto di umanesimo, questa non è tuttavia la posizione del padre dello strutturalismo antropologico, Lévi-Strauss, che in Antropologia Strutturale 2 considera, al contrario, che l´etnologia arricchisce la tradizione umanista democratizzandola, perché aggiunge al patrimonio culturale dell´umanità le ricchezze delle società più umili e più trascurate del pianeta.
Questa differenza dipende forse dal fatto che Lévi-Strauss non ha mai rinunciato a tener conto della dimensione individuale nella sua comprensione o quanto meno nella sua definizione degli eventi sociali: «Non possiamo in nessun caso essere sicuri di aver afferrato il significato e la funzione di un´istituzione, se non siamo in grado di riviverne l´incidenza su una coscienza individuale». Ciò che Lévi-Strauss designa così è una tensione tra individuo e cultura, inscindibile dal concetto stesso di cultura.
Di chi parliamo quando sosteniamo di privilegiare lo studio delle relazioni? Parliamo di tre uomini, in effetti, o di tre dimensioni dell´uomo: l´uomo individuale (voi, io, sei miliardi di mondi interiori imperscrutabili gli uni agli altri); l´uomo culturale (quello che condivide con gli altri un certo numero di riferimenti che compongono un insieme riconoscibile di altri insiemi, insiemi ai quali l´etnologia degli inizi ha spesso dato un nome etnico; faccio notare tra parentesi che la distinzione dei generi maschile e femminile e le loro definizioni in termini sociali dipendono dall´evidenza di questa dimensione culturale); e infine l´uomo generico (colui che nel corso dei secoli e dei millenni ha inventato tecniche nuove, che ha mosso dei passi sulla Luna, colui il quale capisce che un nome proprio singolare simbolizza l´esistenza, ma che ognuno di noi si sente in diritto di reclamare altrettanto, per quanto modesto possa essere il suo destino personale).
Alcuni autori negli anni Cinquanta e Sessanta hanno perfezionato in modo rilevante la riflessione sul concetto di cultura, arrivando a ritenerla un sistema di costrizione intellettuale, a partire da una duplice constatazione. Prima constatazione: l´individuo dimostra la propria identità soltanto nell´identità altrui e in rapporto a essa. Seconda constatazione: le regole su cui si costituisce questa relazione gli sono sempre preesistenti. Nella sua opera Introduzione all´opera di Marcel Mauss, del 1950, Lévi-Strauss ha scritto che a voler essere precisi, era colui che noi denominiamo «sano di mente» ad alienarsi, perché accettava di vivere in un mondo definibile soltanto dalla relazione io-altri. Questa accettazione, premessa necessaria a qualsiasi sanità di mente, insensata davvero, sarebbe dunque ciò a cui si pretenderebbe sfuggire.
Pertanto l´uomo sano di mente è necessariamente alienato dal sistema che dà un senso agli avvenimenti della sua vita di individuo. Il senso di cui si tratta, quindi, il senso sociale, non è un senso metafisico e trascendente, è la relazione sociale stessa, in quanto rappresentata e istituita. La chiusura di alcune culture è totale quando esse sostengono di incarnare il tutto dell´umanità, l´uomo generico. Si è più volte notato che il nome che si erano attribuiti alcuni gruppi umani significava «gli uomini», molto semplicemente. Certo, una chiusura totale del sistema senza dubbio è concretamente, storicamente, altrettanto impensabile quanto l´apertura totale.
Diciamo che in ogni società vi è una tensione tra il senso - inteso come l´insieme delle relazioni pensabili - e la libertà, definita come lo spazio lasciato all´iniziativa individuale.
Questa tensione, tuttavia, non gioca sempre e ineluttabilmente a vantaggio del senso. Ed è proprio ciò che ci dimostrano gli specialisti di Grecia antica: l´alienazione al senso sociale non è mai così costrittiva se non nel momento in cui è messa in atto da quella che J. P. Vernant definisce la «ragione retorica», presente in Grecia come in tutte le culture politeiste dell´immanenza, che trova in se stessa la sua legittimazione e legittima al contempo qualsiasi ordine precostituito. In Grecia, tuttavia, non ha impedito la nascita di una tradizione filosofica e scientifica, la comparsa - se si vuole - di una prima modernità. Vernant ricerca la ragione e l´origine di questo miracolo greco nell´esistenza dell´immaginazione. In Grecia - così egli ci dice - oggetto di fede è ciò che si racconta nei miti. Trasmessi in un primo tempo oralmente, i racconti mitici assumono poi forma scritta con Omero ed Esiodo. Da quando esiste una letteratura, si instaura un gioco tra il polo della fede e quello dell´immaginazione. Riconoscendo un grado di libertà al narratore, all´autore, all´ascoltatore e al lettore, egli allenta la pressione esercitata dal sistema simbolico sull´immaginario individuale. Alla fine, la Grecia esce dal mito con la tragedia. Castoriadis in molteplici testi prolungherà quest´analisi sul piano politico mostrando in che modo da Eschilo a Sofocle si sia passati da una riflessione sugli dei a una riflessione sugli uomini, sulla vita politica e sul cambiamento. Ciò che ci mostra l´esempio greco è che la tensione tra individuo e cultura è suscettibile di modificare quest´ultima. (...)
La riflessione sulla natura umana e sulla cultura senza dubbio non è mai stata altrettanto attuale come oggi. Non esiste democrazia senza libertà individuale e questa è minacciata dall´assegnazione dell´individuo umano a una natura pensata come destino, tanto quanto dalla sua chiusura in una cultura concepita come natura. L´avvenire dunque non è nel multiculturalismo, ossia l´inerte coesistenza di universi impermeabili uno all´altro e tendenti a rinchiudere chiunque cerchi di uscirne pur facendone parte, bensì nel trans-culturalismo, l´itinerario individuale attraverso le culture, frutto di educazione e libertà. Come dire che la Storia non è finita.
(Traduzione di Anna Bissanti)
Repubblica Firenze 15.6.06
Torna al Vieusseux, dove cominciò, la passione per Clizia
Le lettere d'amore di Montale
di Beatrice Manetti
Domani al Vieusseux si presenta il volume curato da Rosanna Bettarini
Quell'amore impossibile che ispirò i versi di Montale
Pubblicate le lettere alla "musa" Clizia
L'incontro fatale nel 1933 proprio nelle sale del Gabinetto letterario Una vita di scritti ma il poeta non osò mai lasciare la moglie
E´ stata una delle passioni amorose più celebri del Novecento. Per vent´anni è rimasta chiusa in una cartella di cartone nella cassaforte dell´Archivio Contemporaneo del Gabinetto Vieusseux: 154 lettere, scritte tra il 1933 e il 1939 da Eugenio Montale a Irma Brandeis. Fu la stessa Brandeis, nel 1983, a consegnarle ad Alessandro Bonsanti, con la richiesta che non fossero rese pubbliche prima di vent´anni. Era il penultimo atto di una storia che ha trovato il suo epilogo con l´apertura dei sigilli nel gennaio 2004 e la pubblicazione dell´epistolario uscito in questi giorni da Mondadori con il titolo Lettere a Clizia e per la cura di Rosanna Bettarini, Gloria Manghetti e Franco Zabagli, che domani presentano il libro nella Sala Ferri del Vieusseux (ore 17, intervengono Cesare Segre e Giuseppe Marcenaro). Così si può riavvolgere il nastro del tempo e risalire all´inizio: a quel 15 luglio 1933, quando la giovane ebrea americana, colta, poliglotta e cosmopolita, bussò alla porta del Vieusseux per conoscerne il direttore, Eugenio Montale, appunto, senza sapere che da quel momento Irma Brandeis sarebbe diventata Clizia. Da quel colpo di fulmine, e più ancora dalla lontananza, dalle difficoltà, dagli ostacoli con cui si scontrerà l´amore, nascerà la figura femminile più importante della poesia montaliana, la mitologica Clizia, protagonista intermittente e tenace da Le occasioni all´ultima stagione degli Altri versi. Di quella poesia, le lettere sono come il lato in ombra. Vi traspare «tutta la debolezza dell´uomo - spiega Rosanna Bettarini - mentre il poeta è forte, cosciente di sé; al momento delle scelte che davvero gli interessano non sbaglia». Le scelte, appunto. Montale è diviso tra due donne, la quasi moglie Drusilla Tanzi, con le sue minacce di suicidio, e l´americana «acuta e beffarda, capace di ferire con strali affilati il suo poco "eroico" poeta - prosegue - Se le sue lettere fossero sopravvissute, e non stracciate da un amante circospetto, potremmo vederla impegnata a strapazzarlo bene bene».
Per sei anni il poeta temporeggia, si dispera, progetta la fuga in America, si rintana in improvvise crisi depressive. E alla fine, coerente col suo «senso della vita filiforme», rinuncia a Irma. Forse era il modo di sopravvivere di un uomo che «scrisse anche "vissi al cinque per cento", ma con Clizia questo cinque per cento pare piuttosto una rendita vitalizia», è la conclusione di Rosanna Bettarini, che nell´introduzione al volume segue da par suo, con la memoria ai propri studi petrarcheschi, la progressiva trasformazione, nelle lettere, di Irma in Clizia, della donna amata nella divinità invocata: «È la tipica situazione d´un poeta che vive assediato dall´assenza-presenza d´una donna lontana. Nei processi lirici dell´assenza, tra le gemme della memoria poetica, forse non c´è differenza tra l´oro e le perle di Laura e le giade e i coralli di Clizia. In fondo, dentro la cornice di questo carteggio quasi settennale, dall´estate del 1933 all´autunno del ‘39, i due implacabili epistolografi si sono visti sì e no per poco più d´un mese. Quanti incontri dobbiamo immaginare per Laura e messer Francesco tra il 6 aprile 1327 e la primavera del ‘48?».
Per il poeta Montale la beatificazione dell´assente è fonte della sua poesia più alta; per l´uomo, il modo di continuare a cullarsi in un amore impossibile: «Certo, le dee non hanno bisogno di appuntamenti e di orari e non si aspettano un mazzo di fiori il giorno dopo: si concedono dopo molto amore per grazia gratis data senza perché. È questo spazio di estasi e di libertà che va cercando il poeta, che spesso si domanda: Era l´Amore? con la risposta in un´ultima poesia del 1980 giustappunto intitolata Clizia nel ‘34: "non era amore quello/ era come oggi e sempre/ venerazione"».
Proprio il 1980 segna un capitolo a sé in questa vicenda. Dopo quarant´anni di silenzio, Montale invia ad Irma una copia dell´Opera in versi, accompagnata da un biglietto in cui la chiama ancora «my Goddes, my divinity». A Irma, o a Clizia?: «Quest´interessante e quasi illeggibile bigliettino, tanto tremanti sono l´anima e la mano, firmato Montale in modo totalizzante, inabissa i varii eteronimi epistolari, Eusebio, Arsenio, Gatu eccetera, a vantaggio del solo autore che ha scritto tanti libri di poesia. Pare che a Irma dispiacesse questa firma, con l´argomento che mai lei l´aveva chiamato così, quasi la sigla d´una perdita d´amicizia e di confidenza. Ma nell´estate del 1980, ad portas inferi, Montale è solo il poeta che ha chiuso un vasto Canzoniere d´amore e pensa ancora con devozione a quell´unica Musa vivente che è Irma Brandeis. Sì, la dedica è a quella Musa che, sotto forma di donna ornata di frangetta e di orecchini, si era miracolosamente incarnata nella biblioteca del Vieusseux a Firenze un giorno d´estate nel ‘33, aprendo nuovi paradisi all´autore di Ossi di seppia, che alla fine però orgogliosamente reclama la sua vera identità».
E proprio al Vieusseux, dove tutto è cominciato, tutto finisce e ricomincia in altra forma. Come è giusto che sia, perché questa è in fondo anche una storia fiorentina, possibile ovunque ma miracolosamente appropriata alla Firenze tra le due guerre: «Il clima letterario di Firenze, in quella stagione di vivacità, era certo un´attrattiva per la giovane e colta studiosa americana. Per Montale è lo sfondo per il libro suo più fiorentino delle Occasioni, dove la città è evocata anche mediante segni e toponimi, dalla Martinella di Palazzo Vecchio alla Costa San Giorgio e a Tempi di Bellosguardo, con quel colle che non porta fortuna ai poeti. Nelle lettere a Clizia la città, al di là del gossip malizioso, è vista con affetto; anche se Montale non è per niente un paesaggista, struggenti sono le rapide immagini dell´Arno al tramonto e la favolosa discesa dal Piazzale Michelangelo "tra scale acque e terrazze": una città persino più bella e più cara se vista attraverso gli occhi di lei tra spirali di fumo e qualche bicchierino».
Repubblica Roma 15.5.05
A Palazzo Odescalchi il capolavoro che non piacque al committente
Quel Caravaggio rifiutato
di Renata Mambelli
Da oggi fino a domenica si può ammirare a palazzo Odescalchi uno dei quadri più discussi e meno visti di Caravaggio, "La conversione di Saulo", rifiutato a suo tempo dal committente, il cardinale Tiberio Cerasi, che lo voleva per Santa Maria del Popolo. Acquistò il quadro il cardinal Sannesio, per il suo palazzo. Da lì il grande dipinto finì a Genova, nella raccolta di Francesco Maria Balbi, e poi, nel 1955, tornò a Roma, a Palazzo Odescalchi. Sono sconosciuti i motivi del rifiuto del cardinale Cerasi, ma la voce del tempo definì il quadro di Caravaggio "inesatto" dal punto di vista dottrinale: Saulo "vede" il Cristo, mentre negli Atti degli Apostoli vede solo una Gran Luce. E nel quadro che Caravaggio dipinse subito dopo introdusse questo cambiamento: San Paolo è a terra investito dalla luce, Cristo è scomparso. L´opera si potrà vedere tutti i giorni, dalle 10 alle 19. L´ingresso è libero.
il manifesto 15.6.06
Il Van Gogh a noi sconosciuto
Circa un migliaio di dipinti e di disegni che appartengono per lo più alla prima stagione dell'artista sembrano scomparsi nel nulla, distrutti o dispersi. Con una singolare operazione editoriale ora queste opere vengono recuperate alla parabola del pittore in un bel volume di Antonio De Robertis e Matteo Smolizza pubblicato da Ilisso con il titolo «Vincent van Gogh. Le opere disperse». Consentendo di sciogliere molti enigmi
di Stefano Chiodi
Dei diversi generi che la letteratura artistica ha inventato e praticato dal Rinascimento all'Ottocento e sino ai nostri giorni, nessuno probabilmente possiede il valore paradigmatico proprio della monografia, la sua capacità di portare allo scoperto i «modi di vedere», di intendere, potremmo dire di «fondare» il processo di creazione artistica come fenomeno storico-culturale e insieme come testimonianza altamente individualizzata e irripetibile. Intrecciando la duplice prospettiva dell'opera e dell'artista, una monografia può utilizzare una grande varietà di metodologie e tonalità espressive: può ambire all'obiettività filologica o tendere a un'eloquenza poetica, può essere imparzialmente cronologica o al contrario epica e romanzesca, può offrirsi in una scrittura evocativa o con l'asciuttezza di un nudo elenco.
In ogni caso, se nello studio di una singola personalità artistica il nesso arte-vita viene esposto nella sua massima flagranza e nel suo enigma (compimento e «sviluppo» armonico in certi casi, catastrofe e negazione in altri), la monografia, come forma sui generis, può essere utilizzata a sua volta come spia, come sintomo rivelatore dei meccanismi nascosti, dei non detti, dei procedimenti impliciti a quel grande edificio di conoscenze, pratiche e teorie che chiamiamo «storia dell'arte» - intesa come disciplina che insieme studia e «costruisce» ideologicamente il proprio oggetto, l'arte appunto - come fa quella che si annuncia come la prima trattazione d'insieme sull'argomento, l'ampio saggio di Gabriele Guercio Art as Existence. The Artist's Monograph and Its Project, in uscita presso l'editore statunitense Mit Press. Nel modello della monografia, dall'età romantica al primo Novecento, sulla soglia cioè della grande crisi moderna, si intrecciano in effetti i diversi piani attivi nell'operazione storico-artistica - l'ideologia storica, i principi estetici, le concezioni psicologiche, i modelli economici e sociali dominanti - mentre d'altro canto la fortuna dell'occhio e della connoisseurship appare strettamente legata al parallelo affermarsi del mercato collezionistico, del quale rappresenta un indispensabile momento di legittimazione e verifica, e del museo come luogo emblematico della gerarchia di «valori» dell'arte. Da una prospettiva contemporanea l'oeuvre di un artista non può essere più, in altre parole, considerata un dato indiscutibile, di natura, ma piuttosto il risultato di un complesso processo di selezione che conduce a ipotesi di lettura rinegoziabili in permanenza; come scrive Guercio nella presentazione del suo lavoro, riflettere sulla forma monografica vuol dire oggi far emergere le sue implicazioni etiche e politiche e insieme ripensare criticamente il ruolo degli artisti nella loro singolarità e immanenza.
Al genere della monografia, nella sua variante più strettamente filologica, appartiene anche il recente volume di Antonio De Robertis e Matteo Smolizza Vincent van Gogh. Le opere disperse (Ilisso edizioni,2006, pp. 228, euro 28), un'impresa piuttosto inconsueta nel panorama editoriale del nostro paese. Per la personalità degli autori, in primo luogo quella di De Robertis, figura atipica di studioso autodidatta e di outsider; il suo sito web (www.vangauguin.da.ru) elenca le tappe della sua carriera, tutta svolta al di fuori dei circuiti accademici o museali, con qualche autentica curiosità, come la vincita all'edizione 1990 di Lascia o raddoppia (argomento delle domande, non c'era da dubitarne, Vincent van Gogh). Ma soprattutto per il contenuto, lontanissimo dalle astuzie mercantili e dalle suggestive convenzionalità che invariabilmente gravano sull'opera dell'artista olandese. Nella sua austera livrea bianconera, il libro propone, in effetti, un sostanzioso ampliamento del catalogo del pittore, rivisitato alla luce di una minuziosa ricognizione della sua corrispondenza e delle testimonianze dei contemporanei, e offre al tempo stesso un utile regesto completo delle opere, una monumentale bibliografia e una raccolta di fonti iconografiche che van Gogh cita nella sua corrispondenza, come i corsi di disegno accademico di Charles Bargue, le tavole anatomiche di John Marshall o l'atlante di Adolf Stieler.
Dal confronto fra le opere citate da Van Gogh nella sua vasta corrispondenza (823 lettere scritte in olandese, francese e inglese, di cui 668 indirizzate al solo fratello Théo) e i cataloghi più autorevoli della sua opera emerge in effetti un dato singolare: circa un migliaio di dipinti e disegni citati dall'artista sembrano scomparsi nel nulla. Distrutte o negligentemente disperse, queste opere non solo ne estendono, sia pure per ora solo virtualmente il catalogo ma costituiscono una base autorevole per sciogliere i numerosi problemi di cronologia e autografia che il corpus del grande artista continua a presentare. De Robertis e Smolizza ripercorrono così l'intero arco dell'attività di van Gogh, dagli anni di apprendistato olandesi, segnati dalle aspirazioni religiose e missionarie, a quelli francesi, con la straordinaria fioritura del periodo trascorso a Parigi e soprattutto dei viaggi nel sud della Francia, sino al tragico epilogo del suicidio nel luglio 1890 a Auvers-sur-Oise. Nel riportare la sua opera alla misura insieme astratta e filologicamente molto concreta di lunghe liste di soggetti, di titoli, di date, di rimandi bibliografici, gli autori convocano quindi indirettamente la parabola creativa di van Gogh, le sue angosce e ossessioni, la sua straordinaria sete di libertà artistica e umana. E inevitabilmente dunque anche il suo mito, impastato di incomprensione, solitudine ed eroismo sacrificale, che fa di van Gogh, come scriveva Marco Senaldi in un suo saggio di qualche anno fa (Van Gogh a Hollywood, Meltemi 2004), il capostipite della leggenda dell'artista moderno, con le sue luci e le sue molte ombre.
È oggi più che mai necessario sottrarre l'opera di van Gogh all'incrostazione mitica che la banalizza e la allontana da noi, che scrutando a fatica la sua fisionomia ne rimaniamo ancora abbagliati: noi, abitanti di quel tempo profetizzato dall'artista in cui i suoi quadri, aveva scritto al fratello Théo poche settimane prima di uccidersi, avrebbero potuto alla fine essere riconosciuti come delle prodigiose e umanissime apparizioni.
diritto.it 15.6.06
VA AL REGISTA MARCO BELLOCCHIO L'EUROPEAN GLOBAL AWARD 2006
Marco Bellocchio riceverà, il 12 luglio al Regina Isabella di Ischia, l’European Global Award. Per il regista emiliano, oltre al consenso del pubblico, entusiasmanti anche i commenti della stampa internazionale sulla sua ultima opera che ha come protagonisti Sergio Castelletto e Donatella Finocchiaro. (qui)
La Stampa 15.6.06
Il giallo di Cogne. Depositate le 267 pagine della relazione degli psichhiatri.
Il 29 in aula è prevista la sfida decisiva tra difesa e accusa
Annamaria e il confine della follia
di Marco Neirotti
TORINO. Di memoria in memoria, di dolore in dolore, nell’aula di Giustizia. E ora, di perizia in perizia, con quest’ombra non del tutto confermata: disturbi della personalità, forse diagnosi di seminfermità mentale. Cioè un possibile specchio in cui riconsiderare una rimossa mattina di sangue a Cogne: un disturbo che divampa, trascina e poi la mente che riesce a imprigionarlo in una innaturale ovatta. Ieri, al Palazzo di Giustizia di Torino - cancelleria della Corte d’Assise d’Appello - sono state depositate 267 pagine di viaggio tortuoso di carta, parole, immagini, riflessioni, studi di psichiatri nella mente di Annamaria Franzoni, accusata di avere ucciso il 30 gennaio 2002 il figlio Samuele, anni tre.
Blindata la presidenza della Corte, blindata la Procura Generale della Repubblica, blindata la cancelleria. Silenzio. Secretato il documento spesso come poco più di metà del «Codice da Vinci» di Dan Brown. Impetuoso il difensore, professor Carlo Taormina: «Non ho ancora letto il testo completo, è ovvio, ma sento parlare con insistenza, con certezza, di personalità borderline, quella sul crinale fra capacità e incapacità di intendere e volere. Ha senso? Se sto sul crinale e scivolo da una parte sono capace, se scivolo dall’altra precipito nell’incapacità». Una sentenza della Cassazione, un anno e mezzo fa, ha stabilito che la personalità borderline può dare luogo a un vizio parziale di mente, alla seminfermità. «La seminfermità è duratura. Non mi risulta che oggi Annamaria abbia disturbi. Dunque non sta in piedi».
Rimane la personalità borderline che scivola per un certo tempo, incapacità temporanea senza che ci sia psicosi grave, schizofrenia, depressione maggiore. Nessuno dice quale sia il responso. Muti i quattro specialisti: Franco Freilone, Gaetano De Leo, Ivan Galliani, Giovanni Battista Traverso. Muti - e al momento ancora ignari delle conclusioni - i consulenti della difesa (professor Nivoli) e dell’accusa (professor Fornari). In inquieta attesa Annamaria, pianti e sorrisi da decifrare, parole da rileggere, un clan familiare intorno a cullarla. E questi signori che hanno navigato nel suo animo senza incontri, perché lei ha rifiutato, sono uno dei perni di questa tornata processuale, l’Appello, contro il quale Taormina sta già predisponendo elementi per il ricorso in Cassazione. Il giallo della perizia, che si dipanerà del tutto all’udienza del 29, è un giro di boa nel dolore, nella difesa e nella sfida di Annamaria, e nella verità.
Seminfermità dunque? E’ possibile, anche se nessuno conferma. Il crinale di quella definizione - borderline - è filo di una lama, puoi scivolare di qua o di là. Sei socialmente accettabile, affidabile, ma dietro certe facciate ci sono disturbi che muovono pensieri, impulsi, metri di giudizio, reazioni, convinzioni, modi di apparire, attimi che sembrano occasionali e invece, lì, sulle carte, sgusciano dal profondo. Non abbiamo certezza - anche se lo stesso Taormina si scaglia con un comunicato contro questa definizione - che così stia scritto nelle ultime delle 267 pagine. Però proprio il legale si batte contro le ipotetiche pagine secretate. Borderline, dicono agenzie e Tg. La cosa più atroce sarebbe sentirsi dire che sei una «vita al confine», ma senza che ciò sia attenuante. L’avvocato: «Se hanno già una sentenza in tasca, con questa perizia ci fanno un regalo». Articolo 9 del Codice Penale: «Chi, nel momento in cui ha commesso il fatto...». Pena diminuita. Cure.
Termini tecnici ancora da leggere. Disturbi individuati sì, ma c’è un bel confine fra disturbo e psichiatria forense. Di certo questo è un viaggio non nell’innocenza o colpevolezza di una donna. E’ l’analisi della sua vita prima, durante (c’è una condanna di primo grado a 30 anni) e dopo un omicidio. Perizie precedenti (sana di mente, dice una, disturbi non ricercati a fondo dai colleghi dice l’altra), intercettazioni telefoniche e ambientali, comportamento in aula, interviste tv, fuori onda, cartella clinica del carcere. In questo «volume» c’è la signora Franzoni studiata in assenza, senza sue nuove parole e senza test. Dicono gli specialisti che un lavoro del genere è come in una gara di tuffi lanciarsi non dalla piattaforma più alta, 10 metri, ma da due metri più su. Sono le Olimpiadi della perizia forense.
Per questo 267 pagine (per 14 di differenza hanno mancato il programma di Prodi, quota 281). Perché in questi mesi hanno in effetti riscontrato disturbi di personalità della «perizianda», quattro o cinque quadri. Si tratta di valutarne la profondità, l’incidenza sul comportamento, anche il nesso con il gesto. Il «libro» parte dall’analisi dell’incarico, passa alla metodologia, raccoglie l’anamnesi (le notizie precedenti sulla salute), entra nell’analisi clinica e nello studio della psicopatologia eventuale, poi si sposta all’analisi forense dei disturbi riscontrati e alla loro rilevanza. E quell’impennarsi da studiare. Impennarsi e ritrarsi. Il vizio temporaneo, la fuga in avanti di qualcosa che stava sotto le ceneri. Da che parte sta del crinale? Può essere scivolata nel buio completo?
Il documento è segreto, perché il presidente Romano Pettenati vuole sia dibattuto in aula, presenti periti e consulenti di parte, e non diventi un «grande fratello» dei media sulla privata sensibilità di una donna, imputata, condannata ma non in modo definitivo. Sarà una giornata pesante il 29 giugno. Sarà una svolta comunque, per i chiarimenti e per il dolore.