martedì 25 aprile 2006

una segnalazione di Anna Maria:
Libero, 20.04.06
PLACIDO STRONCA IL CINEMA DI MORETTI


LO SFOGO Polemica dell'attore-regista che ha recitato anche ne "il caimano" : Troppe celebrazioni per Nanni, non esistono solo i suoi film. Preferico Verdone e Amelio.
...Il suo film più che alla sinistra, credo abbia giovato all'altra parte politica. Michele Placido attacca frontalmente il regista del "Caimano" (film cui a preso parte) alla presenza del Presidente Azelio Ciampi, di ...in Quirinale, dove si è svolta la cerimonia di presentazione dei candidati al David di Donatello 2006.
.....Le isteria non mi piacciono: possibile che il film di Moretti avrebbe potuto risolvere il problema delle votazioni contro Berlusconi? Questa vittoria sul filo di lana mi fa pensare che il film di Nanni ha pesato più dall'altra parte.












Corriere della Sera 20.4.06
Da Freud a Proust, l’elogio del divano Vienna celebra con una mostra il simbolo della psicoanalisi


Se si vuol parlare dei sogni, meglio farlo da sdraiati. Così deve aver pensato Sigmund Freud la prima volta che, anziché farlo accomodare sulla solita sedia, invitò il paziente di turno a stendersi sul divano. Idea semplice quanto geniale. Da quel momento in poi nessun sofà, di pelle o di velluto che fosse, sarebbe più stato lo stesso. Il luogo deputato dei desideri salottieri, di chiacchiere e discussioni, segreti e bugie, malori e languori, era diventato il ricettacolo di confessioni inconfessabili, fantasie proibite. In una parola, l’oggetto-simbolo della psicoanalisi. «Un mito tenuto in vita dall’industria dei divani», la definirà un secolo dopo Woody Allen, vendicandosi con la cinica battuta di tutti i canapé degli psicanalisti bazzicati tra una nevrosi e l’altra. Giustamente quindi, tra le celebrazioni che Vienna sta mettendo a punto per i 150 anni della nascita di Freud, c’è anche una mostra «Die Couch: Vom Denken im Liegen» (Il divano: il pensiero disteso) che aprirà i battenti il prossimo 5 maggio (vigilia del compleanno del padre della psicoanalisi) nella sua famosa casa-studio di Bergasse 19. Dove, per l’occasione, tornerà il leggendario divano del professore, traslocato con lui a Londra, dove si rifugiò nel 1938, dopo le prime perquisizioni naziste. Un divano corto, semplice di struttura, regalato a Freud nel ’38 da una paziente grata, madame Benvenisti. Trovandolo troppo severo, il professore, lo addobbò con un morbido tappeto persiano e cuscini di velluto trasformandolo in alcova di quel gusto un po’ orientale che sarebbe piaciuto a D’Annunzio. A sua volta grande estimatore, anche se non per le stesse ragioni di Freud, dei sofà. «Egli si accendeva vedendola sul divano, tra i cuscini», fa dire il Vate ad Andrea Sperelli, l’eroe de «Il piacere». E molli dormeuse ricorrono come feticci nella storia della letteratura, dal lettone usato da Proust per scrivere la Recherche all’ottomana su cui Oblomov dimentica la vita. Per non dire di Goethe, che intitola il suo canzoniere Divano occidentale-orientale in omaggio a un ideale «ponte» di culture. Lo stesso sognato e realizzato oggi da Daniel Barenboim mettendo insieme musicisti israeliani e palestinesi nella sua West-Eastern Divan Orchestra.
Tornando a Freud: «Quel suo divano così prezioso e raffinato rispecchia la sua passione per gli oggetti d’arte. Al contrario quello di Musatti era il classico sofà di pelle nera di Le Corbusier, essenziale ed elegante come lui», ricorda Lella Ravasi Bellocchio, analista junghiana che, nonostante i dettami di Carl Gustav, sostenitore del rapporto «vis-à-vis» paziente-terapeuta, non disdegna di tanto in tanto l’uso del lettino. «Dipende dai casi. Stendersi sul divano implica il riconoscimento di una presenza indiretta, invisibile. Questo può provocare un maggior abbandono ma anche maggior ansia o diffidenza».
L’analista che ronfa alle spalle del paziente è il tormentone di ogni barzelletta. E anche di tanti film, da quelli del già citato Allen a Soderberg, che nell’episodio di Eros ne mostra uno intento a lanciar freccette di carta dalla finestra, incurante delle angosce che gli sciorina il poveraccio disteso davanti a lui.
«Nonostante critiche e freddure, il lettino resta l’icona ineludibile della psicoanalisi - conclude Vittorio Lingiardi, docente di psicologia dinamica alla Sapienza di Roma -. Non è la sua efficacia terapeutica a venir messa in discussione ma l’opportunità dell’uso. Ci sono pazienti, i borderline, vicini alla psicosi, che non lo reggono. L’esclusione dal campo visivo del terapeuta può significare per loro l’esclusione dal campo mentale. Ma è anche vero che talora il lettino più che al paziente giova all’analista. A quelli stanchi, con troppi clienti, aiuta a tagliere di mezzo l’immagine e concentrarsi sulle parole. L’effetto benefico del divano in questi casi è tutto per loro».
Giuseppina Manin















Corriere della Sera 25.4.06
L'accusa partita dal ritrovamento di fotografie compromettenti
Violenza sessuale grazie all'ipnosi
Il pm chiede il rinvio a giudizio di un medico della provincia di Milano . Tra le vittime anche la moglie e la figlia


Il PM Gianluca Prisco ha chiesto il rinvio a giudizio un medico e psicoterapeuta di 52 anni residente nell'hinterland milanese. Secondo l'accusa il medico ipnotizzava non solo le pazienti, ma anche la moglie e la figlia costringendole ad atti sessuali, ritraendole in foto pornografiche e costringendole a vessazioni psicologiche. L'uomo,attualmente a piede libero, deve rispondere delle accuse di violenza sessuale aggravata, anche a danno di minori, violenza privata, maltrattamenti e riduzione in stato di incapacità. L'udienza preliminare si terrà davanti al Gup milanese Claudio Castelli il 30 maggio prossimo. Sfruttando «il forte stato depressivo» per cui si rivolgevano al medico, l'uomo induceva tre donne «mediante ipnosi a intraprendere durante lo stato di sonnolenza delle graduali iniziative sessuali», secondo quanto si legge nella richiesta di rinvio a giudizio a suo carico. Oltre a questo, le costringeva in alcuni casi «a farsi fotografare nude e in pose pornografiche» mentre effettuava le sedute di ipnosi.
MALTRATTAMENTI - Ma è soprattutto nei confronti della moglie e della figlia che si accaniva la capacità di coercizione dello psicoterapeuta. Ai danni della consorte, il medico ha compiuto, sempre secondo l' accusa, umiliazioni e maltrattamenti causandole tra l'altro la rottura di un dito del piede. Era però la tecnica dell'ipnosi lo strumento con cui, secondo la ricostruzione della pubblica accusa, portava avanti le violenze. Tra il 1998 e il 2001 l'uomo avrebbe costretto la moglie a subire atti sessuali e a farsi fotografare in pose pornografiche. Ancora più gravi le accuse relative alle violenze a carico della figlia, ora 23enne. Secondo quanto si legge nella richiesta di rinvio a giudizio, il padre «la costringeva e comunque induceva a subire e a compiere atti sessuali» fin da quando aveva otto anni. Tra il 1992 e il 1993 il medico avrebbe iniziato a usare l'ipnosi anche su di lei mentre nel 2002 avrebbe usato il valium per ridurre la capacità volitiva della giovane. L'inchiesta è nata a partire dalla denuncia della moglie, che aveva scoperto in casa alcune fotografie che l' avevano lasciata senza parole. Gli inquirenti hanno sequestrato dieci album fotografici, 70 diapositive, 3 cd rom e alcuni floppy disk.















ANSA, 25.04.06
GIAPPONE: UCCIDE LA MADRE E NE ARROSTISCE IL CADAVERE


Raccapriccio in Giappone per la vicenda senza precedenti di un 'figlio parassita' che ha ucciso la madre e ne ha arrostito parti del cadavere.

Come precisato da fonti di stampa a Tokyo, la vicenda risale allo scorso anno e ha per protagonista un disoccupato di Osaka, Yaoki Osawa, che a 37 anni viveva ancora in casa della madre di 57 anni.

Solo adesso, allertata dai sospetti dei vicini sulla scomparsa della donna, la polizia è riuscita a mettere alle strette e a far confessare Osawa: esasperato dai rimproveri della madre, l'ha trucidata a colpi di pietra nel maggio scorso. Ne ha quindi sezionato il cadavere con un coltello da cucina: "non sapevo che farmene dei pezzi", ha detto, spiegando di averne arrostito alcuni su una griglia elettrica per evitare le esalazioni della decomposizione e di averli poi gettati nell'immondizia.

Le membra più grosse sono state invece immerse nel cemento, in blocchi successivamente abbandonati nel cortile dell'abitazione.

Come in Europa, quello dei 'figli parassiti' è diventato un diffuso fenomeno sociale anche in Giappone, dove è designato col termine 'hikikomori': pur non avendo necessariamente risvolti criminosi o malavitosi, la presenza in casa dei genitori di figli che non studiano né lavorano è considerata fonte di grossa preoccupazione dalle autorità nipponiche.

Alcuni sociologi ritengono che, pur tendendo a sfuggire alle statistiche, gli 'hikikomori' ammontino a circa 1,2 milioni, ben l'uno per cento dell'intera popolazione: sono in genere maschi, primogeniti e appartengono a ceti medi.














ANSA, 24.04.06
Matematica: centenario di Goedel
Se ne parlera' in un meeting internazionale a Torino


Cento anni fa nasceva Kurt Goedel che con le sue ricerche rivoluziono' gli studi di logica e di filosofia della matematica. E' suo il 'teorema di incompletezza', di cui si discutera' in un meeting a Torino dal 26 al 28 aprile. All'Institute of Advanced Study di Princeton, Usa, mise a punto il suo teorema che introdusse il problema logico dell'indimostrabilita' matematica influenzando il dibattito epistemologico contemporaneo, sia nelle scienze esatte sia nelle scienze sociali.














ANSA, 25.04.06
Depressione stagionale, nuova cura?
Melatonina, finora usata contro jet lag, forse e' un rimedio


La depressione stagionale, che d'inverno tormenta chi ne soffre, potrebbe essere curata con la melatonina, l'ormone usato contro il jet lag. I ricercatori del Sleep and Mood Disorders Laboratory di Portland hanno somministrato basse dosi di melatonina a pazienti affetti da SAD (Disturbo Affettivo Stagionale), il cui umore e' migliorato. Inoltre i risultati suggeriscono che la causa della depressione invernale potrebbe essere un malfunzionamento dell'orologio biologico dell'organismo.















ANSA, 24.04.06
Gelosia maschile dipende da ormoni
Piu' invidiosi durante il periodo fertile della partner


La gelosia maschile e' tutta questione di ormoni, infatti gli uomini sono piu' invidiosi quando le loro partner sono nel periodo fertile. Secondo una ricerca dell'universita' di Liverpool infatti, le donne tendono a trovare piu' attraenti gli uomini dall'aspetto molto virile, e ad essere quindi piu' propense ad avere una storia con loro durante il periodo fertile. Secondo gli studiosi inglesi, gli uomini percepiscono questo cambiamento nelle preferenze della propria partner.













ANSA, 24.04.06
Lo stress fa bene se a piccole dosi
Il 'guru' Rattan a giornate internazionali antinvecchiamento


Lo stress? Fa bene, ma solo se moderato. Parola del professor Suresh Rattan, uno dei grandi 'guru' mondiali in questo campo. Intervenendo ad un simposio di Medicina AntInvecchiamento a Firenze, Rattanha spiegato che "basse dosi di condizioni stressanti migliorano man mano la capacita' delle nostre cellule e dell'organismo a vivere piu' a lungo" e che quindi uno "stress moderato finisce per avere effetti benefici contro l'invecchiamento".














ANSA, 23.04.06
Scimmie scelgono i beni che valgono
Cnr, 'Se la scelta e' alla pari sono indecise come l'uomo'


Le scimmie preferiscono i beni che valgono di piu'. Lo afferma una ricerca di scienziati del Cnr pubblicato sulla rivista Cognition. La specie umana non e' quindi l'unica in grado di fare scelte economicamente vantaggiose. In particolare la scimmia sudamericana cebo dai cornetti (Cebus apella) sceglie bene tra due cibi in base al loro differente valore. La scimmia non solo preferisce il bene che vale di piu' ma quando la scelta e' fra beni simili e' indecisa proprio come capita all'uomo.














Il Manifesto, 21.04.06
Feti prematuri gettati nel water


Ha partorito due gemelli prematuri nel bagno di casa dei genitori e poi li ha gettati nel water uccidendoli. L'episodio è accaduto ieri mattina a Napoli nell'elegante quartiere di Chiaia. La donna, 25 anni, subito ricoverata all'ospedale cittadino Fatebenefratelli, era tra il sesto e settimo mese di gravidanza. Secondo quanto si è appreso, la giovane, figlia di un noto professionista della zona, avrebbe nascosto la propria gravidanza facilitata dalla sua robusta corpuratura. A dare l'allarme è stata la governante, che ha avvertito il 113. Gli inquirenti si stanno concentrando sui molti lati oscuri della vicenda, a partire dalle dinamiche familiari. In particolare, si cerca di capire se i feti siano nati morti o se sia stato il parto ad averne provocato il decesso.














Corriere della Sera, 23.04.06
Uno scienziato italiano ha individuato come (e perché) facciamo le scelte
Scoperti i «neuroni dello shopping»
Ecco le cellule che si accendono quando dobbiamo prendere una decisione. Su «Nature» la ricerca di Camillo Padoa-Schioppa


Se libertà non è scegliere tra bianco e nero ma sapersi sottrarre all'obbligo della scelta, come spiegava Theodor W. Adorno ai suoi studenti di Francoforte, allora c'è poco da fare: siamo tutti schiavi. Non dell'indecisione, ma dei nostri neuroni. Lo hanno scoperto a Boston, nei laboratori della Harvard Medical School, lo rilancia Nature, tra le più influenti riviste scientifiche internazionali (la ricerca sarà pubblicata oggi sul suo sito web, nature.com: a farci decidere tra, mettiamo, spuntino dolce o salato, un paio di jeans o un pantalone elegante, una svolta a destra o a sinistra, sono le cellule nervose situate in un'area del nostro cervello, la corteccia orbitofrontale. Gruppi di neuroni che si «accendono» o si «spengono» per indirizzare le nostre scelte, aiutandoci a valutare benefici o svantaggi di opzioni anche molto diverse fra loro.
A reggere le fila dell'esperimento, realizzato su un gruppo di scimmie, c'è un giovane ricercatore italiano: Camillo Padoa-Schioppa, 36 anni, una laurea in Fisica statistica alla Sapienza di Roma e un PhD in Scienze cognitive al Mit di Boston. Un «cervello in fuga» (ma con frequenti puntate negli istituti della madrepatria) che si è messo d'impegno per svelare i segreti della nostra materia grigia. E che ora potrebbe rivoluzionare secoli di dibattito su volontà e libero arbitrio. Un bicchiere di succo d'uva e uno di succo di mela, tutto parte da qui. Nelle stanze del dipartimento di Neurobiologia di Harvard, le scimmie messe sotto osservazione da Padoa-Schioppa e dai suoi colleghi hanno dovuto scegliere tra gusti e quantità diverse.
A pesare non è stata solo la predilezione per l'una o l'altra bevanda (quando i bicchieri contenevano lo stesso livello di succo, la scelta è caduta inevitabilmente sul gusto preferito), ma anche il «vantaggio» derivato dalla dose: per bere di più, insomma, le scimmie rinunciavano agli sfizi del palato. E qui sta l'inghippo. Perché nel momento della scelta, i ricercatori hanno visto «illuminarsi» alcune aree del cervello dei primati. Piccoli gruppi di neuroni che si «accendevano» a turno, ciascuno collegato a un tipo specifico di decisione. Come se fossero allenati a valutare, incrociando diversi punti di vista e scale di valore non omogenee, la posta in gioco. «Possiamo ipotizzare — conclude Padoa-Schioppa — che le scelte siano state determinate proprio dall'attività di questi neuroni».
Una consolazione (e una bella scusa) per gli indecisi cronici, ma anche una prospettiva di studio importante per chi si occupa di disturbi alimentari e ossessivo- compulsivi, come pure di tossicodipendenze, tutte condizioni spesso legate a lesioni di quest'area corticale. Gli scienziati frenano: «È possibile che i deficit di funzionamento siano legati a difficoltà nel compiere le scelte giuste, ma l'ipotesi è tutta da testare». Nell'attesa c'è da scommettere che il «neurone dello shopping», come è stato subito ribattezzato, troverà parecchi estimatori. Magari nel mondo della neuroeconomics, branca avveniristica dell'economia che si misura con i meccanismi di scelta e le (eventuali) possibilità di condizionarli. Ma anche sapere, mettiamo, a quali soggetti una determinata marca di auto «accende» i neuroni giusti, potrebbe solleticare più di un'agenzia pubblicitaria. «Questa è una ricerca di base che non ha dirette applicazioni mediche, almeno sul breve periodo», taglia corto Padoa- Schioppa. Lo spettro dello shopping indotto, insomma, sembrerebbe scongiurato. Per ora.
Gabriela Jacomella














Le Scienze, 24.04.2006
Il problema è difficile? Lo si risolve meglio in gruppo
Troppo poche due persone per innescare processi decisionali efficienti


Gruppi di tre, quattro, cinque persone riescono a risolvere problemi difficili che richiedono la comprensione di complessi sistemi verbali, logici e quantitativi meglio di altrettante persone prese singolarmente, anche se sono le più abili. È questo il risultato di una ricerca svolta presso l’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign pubblicata sull’ultimo numero del Journal of Personality and Social Psychology, edito dall’ American Psychological Association (APA). Nello studio a 760 studenti è stata sottoposta, isolatamente o in gruppi di un numero variabile di persone, una serie di problemi di tipo crittografico. Venivano poi valutati non solo i risultati, ma anche i tentativi di risposta prima del raggiungimento di quella corretta. Già ricerche precedenti avevano dimostrato che i gruppi hanno una marcia in più di fronte a un ampio spettro di problemi difficili, ma questo è il primo studio ad aver confrontato un numero equivalente di singoli individui e di gruppi. I gruppi di due persone si collocano, per capacità di risolvere i problemi, allo stesso livello dei due migliori individui, ma non li superano, probabilmente perché sono troppo piccoli per innescare le dinamiche di produzione ottimale di ipotesi e di rifiuto di quelle erronee. Quando però il problema è affrontato insieme da 3, 4 o 5 persone le prestazioni migliorano.
© 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.





















Liberazione, 20.04.06
Brasile, un immaginario sofferente di machismo
Due scrittrici a confronto. Rachel de Queiroz, morta tre anni fa, e Azzurra Carpo, esperta
di cooperazione con gli indios. Autrici, rispettivamente, del “Memoriale di Maria Moura” e “In Amazzonia”
Marco Peretti


Negli ultimi anni, la riflessione ontologica di Leonardo Boff si è sviluppata a partire dal presupposto che il potere è una delle caratteristiche del maschile, una patologia della nostra civiltà che si è incarnata sia nell’uomo, sia nella donna. Un utile esercizio di verifica per comprendere come l’immaginario brasiliano soffra di un’inflazione del maschile, del patriarcato e del machismo, che spingono il teologo della liberazione a parlare della necessità di un riscatto del femminile, ce lo offrono due libri usciti recentemente: un memoriale ambientato nel XIX secolo e un diario di viaggio del XXI che apparentemente non sembrano avere molto in comune. Alla base delle due narrazioni - immaginaria una, reale l’altra - c’è il corpo e il pensiero di due donne che hanno affrontato il viaggio necessario per scoprire l’altro, quella linea che separa la casa dal mondo, il ponte che non serve per andare o tornare, ma che è essenziale attraversare.

Partendo dal canone regionalista che ha caratterizzato la letteratura brasiliana del ‘900, il Memoriale di Maria Moura (traduzione di Sandra Biondo, Edizioni Cavallo di Ferro, 2006, pp.543, euro 18.60) di Rachel de Queiroz è un romanzo che dialoga a distanza con quel capolavoro che è il Grande Sertão di Guimarães Rosa, il culmine di una letteratura ambientata nell’arido nordest, popolato di siccità e lotte tra fazendeiros. La scrittura è semplice, un adeguamento linguistico che aderisce alla materia narrata, alla scelta dell’ambientazione ottocentesca, quasi opposta alle esuberanti trasfigurazioni colloquiali operate dal grande autore brasiliano. Il montaggio narrativo, che ha facilitato la trascrizione di questo romanzo in una telenovela di successo per Rede Globo, è scandito dai titoli dei capitoli che indicano soltanto il nome dei personaggi, ognuno voce narrante di se stesso, parte di una polifonia che trova in Rachel de Queiroz l’interlocutore nascosto, così come Guimarães Rosa lo era nelle sembianze del dottore che ascoltava l’anziano Riobaldo nel suo monologo interminabile. Una trasposizione al femminile dell’epopea sertaneja, caratterizzata da figure come quelle dei jagunços, banditi che mettono a disposizione di facoltosi fazendeiros i loro fucili. Maria Moura come donna non è stata educata all’uso delle armi, ma le violenze subite la spingono a diventare un bandito sociale, invertendo l’ordine delle gerarchie che la fa diventare il capo dei suoi fedeli servitori, improvvisati banditi per necessità che si affidano a un coronel al femminile e si uniscono in comunità contro la legge che divide gli uomini in negri, indio, caboblo, meticci.

L’ingiustizia che regna tra le terre desolate del sertão costringe alla violenza, se si vuol riconquistare i propri diritti di proprietà ed evitare che di nuovo le mani sudate di un patrigno offendano un corpo che non ha la forza per difendersi. Come Diadorim nel Grande Sertão fingeva di essere un uomo per potersi vendicare, così Maria Moura «cavalcherà a gambe larghe», vestirà per comodità i calzoni del padre, guiderà uomini che sanno maneggiare le armi e con quelle avrà il potere, la sua casa, la vendetta: eroina come altre, ormai capace di dominare le regole maschili del potere. Avventure picaresche che si sviluppano sotto il segno della necessità e, per dirla con Fredric Jameson, rimuovono dall’inconscio politico - narrano simbolicamente - la corsa al potere della borghesia scatenatasi nel Brasile indipendente alla fine dell’ottocento e anche se l’uso del passato remoto da parte del narratore è parsimonioso, segnala comunque che la società del XX secolo ha metabolizzato quelle lotte di potere.

D’altra natura il diario di viaggio e la scrittura al presente di Azzurra Carpo. In Amazzonia (Edizioni Feltrinelli, 2006, pp. 266, euro 15.00) è la libera scelta di un percorso verso l’altro, lungo la carretera interoceanica che attraverserà il Brasile, il Perù e la Bolivia.

Un resoconto, involontariamente etnografico, che risulta tanto più vero in quanto non depurato dei racconti e delle impressioni di chi quella ricerca sul campo l’ha fatta per piacere e non per dovere professionale. Un contrappasso necessario al proliferare dei lodge esotici all’interno della foresta o, alle preoccupazioni igieniche delle guide Lonely Planet o, ancor più, a quel turismo in cerca di emozioni forti che pensa alla foto con l’indio da esibire al ritorno a casa.

Il suo è un interrogarsi sul perché siamo attratti dall’indio e il provare a rispondersi umilmente come aveva fatto Lévi-Strauss: «abbiamo l’angosciante speranza di afferrare l’essenza di ciò che è umano, di ciò che la nostra specie è stata e continua a essere, prima del pensiero e oltre il modello di società occidentale».

Quell’occidente che rispetta il verbo omologante del profitto delle multinazionali che disboscano la foresta e non ha tempo per i mille idiomi e le mille culture kaxinawa, harakmbut o shipibo e, tanto meno, può comprendere i masko-piro che vivono avvolti dalla nebbia della foresta, i “non contattati”, come li chiamano, una delle tante informazioni che ci fornisce l’autrice. Un catalogo infinito d’informazioni, di cifre, d’incontri che svela un volto indigeno non corrispondente al profilo esotico che una certa letteratura continua a trasmetterci. L’enorme territorio che coinvolge tre stati è stato ed è terreno di conflitti, a volte alimentato anche da chi in nome della difesa degli indios continua a perpetrare atrocità e dominio. Le riflessioni di Azzurra Carpo alimentano dubbi e se la sua scelta è di divulgare l’insegnamento di Chico Mendes e di sperare che l’Amazzonia possa appartenere all’alleanza de todos os povos da floresta, di tutti i popoli amazzonici, non ci nasconde che anche tra gli indios l’influenza dei gringos e del potere maschile è ben presente, così come può succedere che un indigeno tagli illegalmente piante di mogano per scambiarle con poche bottiglie di cachaça. E’ lo stesso Victor, un indigeno kaxinawa, che ci ricorda di non mitizzare gli indios, perché «noi maschi dipendiamo dal machismo, come quelli che circolano con cravatta e telefonino nelle vostre università, nei vostri uffici e nelle vostre chiese europee».

L’Amazzonia è l’opposto dell’arido sertão, ma le immense risorse di cui dispone suscitano un desiderio di potere che è causa di violenze non dissimili da quelle modellate dalla fantasia o dalla realtà del latifondo e il maschile è ancora sinonimo di dominio. Le riflessioni di Leonardo Boff che cercano di fondare un nuovo paradigma per l’umanità, in questo senso, assumono un valore universale: «La questione maschile al giorno d’oggi risiede nel femminile negato, represso o non integrato. Per essere pienamente umano, l’uomo ha bisogno di rianimare in se stesso il suo femminile e rieducare il suo maschile».
















Il Manifesto, 23.04.06
La Repubblica della Scienza, libera e aperta
La ricerca funziona meglio se «statale» o privata? Un equivoco ideologico (e interessato) che ignora il reale procedere della scienza, da sempre impegnata nel rendere pubblici i risultati
FRANCO CARLINI


E' cresciuta di molto, in quantità, l'informazione scientifica sui giornali italiani, e questo è bene. Ma la qualità? Talora difetta, anche nelle pagine più colte e pensate. Per esempio: su Nova, supplemento di Scienza, Tecnologia e Innovazione del Sole 24 ore, l'americano Craig Venter è stato di recente presentato come uno di quegli scienziati che hanno cambiato il paradigma dominante, e dunque come un vero rivoluzionario, al pari di Einstein, niente di meno.
Nelle parole del giornalista, Guido Romeo, Venter, nei primi anni '90, avrebbe proposto un metodo innovativo per sequenziare il genoma umano, ma «James Watson, Nobel per la scoperta della doppia elica nel 1954, liquidò il progetto come 'degno di un branco di scimmie». Sempre secondo Nova, Venter non si diede per vinto. «Si lanciò nella corsa al genoma come unico privato ...Nel 2001 scrisse il suo nome accanto a quello di Francis Collins ...». Questa narrazione contiene errori di fatto, omissioni e un po' di ingenua ideologia e sarebbe un ottimo caso di studio, in negativo, per le scuole di giornalismo scientifico.
Errori di fatto: 1) la scoperta della struttura a doppia elica del Dna è del 1953. 2) La frase di Watson, relativa al branco di scimmie, venne detta in polemica con la richiesta di Venter di brevettare dei pezzi di geni di cui le sue macchine automatiche avevano rivelato la sequenza, senza nemmeno sapere che a che geni appartenessero e a cosa servissero. Watson dunque non polemizzava solo con il metodo Venter (che poi avrebbe ispirato Jurassic Park di Crichton) ma soprattutto con l'idea di brevettare la vita e con quella che i beni intellettuali potessero essere prodotti da dei computer. «Appena l'ho sentito sono caduto dalla seggiola ... con l'avvento delle macchine automatiche anche una scimmia potrebbe fare quello che il gruppo di Venter fa.
Quello che importa è interpretare la sequenza. Se questi bit sparsi di informazione fossero brevettati, rimarrei inorridito». Comunque i National Institutes of Health, per i quali Venter lavorava, rifiutarono la richiesta e allora Venter si mise in proprio, fondando un'azienda privata, la Celera Genomics.
Omissioni: Venter effettivamente riuscì a correre molto con il suo sistema di sequenziamento automatico, ma per mettere insieme i pezzi dovette fare ricorso ai risultati che il consorzio pubblico Hgp (Human Genome Project) rendeva disponibili giorno dopo giorno, nello spirito autentico della ricerca di base.
A voler essere non polemici, si può sostenere che due metodi di ricerca si integrarono felicemente, producendo infine la mappa. A voler essere critici, si può dire invece che Venter da solo non ce l'avrebbe mai fatta, che si mosse come parassita sui dati pubblici, mentre teneva nascosti i suoi, e che la sua vera genialità si espresse soprattutto nei comunicati stampa con i quali annunciava i suoi progressi, ottenendo all'istante dei simpatici balzi all'insù delle sue azioni.
L'ideologia, tipica di un giornale confindustriale, sta nel suggerire che il coraggioso scienziato privato può fare ricerca come e meglio della delle «centinaia di laboratori, finanziati dai governi di tutto il mondo» e per di più sviluppare un sano business.
Come abbiamo accennato, le cose non andarono così. Tra l'altro a finanziare il progetto Hgp non c'erano solo alcuni governi (Usa, Inghilterra, Francia, Cina, Giappone), ma anche, con un peso rilevante, il Wellcome Trust, organizzazione inglese non profit.
La conclusione ufficiale del progetto venne celebrata congiuntamente da Clinton e Blair il 26 giugno 2000. Fu un evento assai simbolico che voleva festeggiare il nuovo millennio con una grande conquista scientifica. Ma fu anche una sorta di costruzione diplomatica del racconto da tramandare ai posteri. Dunque c'erano i due paesi e i due avversari: Francis Collins, alla guida del progetto pubblico, e Craig Venter, il sequenziatore privato, si presentarono apparentemente riconciliati. In realtà in quell'occasione, e almeno provvisoriamente, la vittoria politica andò all'idea di ricerca pubblica, se i due presidenti dichiararono solennemente che la vita non andava brevettata. Naturalmente dopo di allora i brevetti sui geni hanno continuato a essere rilasciati, ma questa è altra e penosa storia.
Un altro caso di costruzione ufficiale della storia della ricerca era stato quello della scoperta del virus Hiv, responsabile dell'Aids. Anche in quel caso due presidenti, Mitterand e Reagan, nel 1986 misero la parola fine ufficiale a una questione che toccherà agli storici della scienza indagare come si deve: la prima scoperta fu del francese Luc Montagnier o dell'americano Robert Gallo? Nell'occasione la diplomazia li decretò co-scopritori,
Conflitti di primogenitura a parte - che tra gli scienziati ci sono sempre stati - la recente storia del genoma umano dimostra la superiorità della cosiddetta Repubblica della Scienza (un'espressione questa di Karl Polanyi) rispetto ad altri modelli di produzione e diffusione delle idee. L'importante in questo caso non è tanto chi finanzia la ricerca fondamentale, se lo stato o le aziende: per esempio la radiazione cosmica dell'universo, residuo del Big Bang, venne scoperta nei leggendari Bell Laboratories del monopolista telefonico privato At&t. Quello che conta è la libertà di scegliere i temi di ricerca e la piena messa in pubblico («pubblicazione», appunto) dei risultati, sia positivi che negativi, perché altri possano controllarli e criticarli e perché tutti possano usufruirne. Con mille fatiche questo modello tuttora regge nella ricerca e si è persino assistito a un suo rilancio in avanti da parte della comunità scientifica, proprio in reazione alle esagerate spinte verso la privatizzazione delle conoscenze, in forma di segreti industriali o di brevetti. In questo percorso di nuova apertura, la rete internet è stata fondamentale come tecnologia facile e universale e come cultura della condivisione.
La domanda interessante però diventa un'altra: questo metodo efficace ed efficiente di produrre e disseminare le idee che fecondano l'ambiente, è una felice eccezione che al più rimane confinata nella ricerca pura, oppure vale anche per l'intera società che tutti hanno ormai riconosciuto essere «della conoscenza»?
Se quest'ultima fosse la risposta, allora le domande si moltiplicherebbero, riguardando le nuove leggi, le tecniche e le politiche capaci di impedire la recinzione dei saperi e al contrario incentivandone produzione e accesso, diffusione e creativa copiatura. Nella scuola come nelle aziende, nella pubblica amministrazione come nelle comunità spontanee.












Il Manifesto, 23.04.06
Quel margine che mette alla prova l'arte
«Un oggetto, nient'altro che un oggetto, eppure...» soleva dire Françoise Henrion, la creatrice di «Art en Marge». Un'idea nata a Bruxelles, in un piccolo atelier di pittura per bambini, quando il suo sguardo si posò sul disegno di una bambina down. È nato così il progetto di uno spazio permanente, un centro espositivo e di ricerca per gli artisti outsider che quest'anno compie venti anni
MARISA AMELI
MARTA MARSILI


Negli anni '50 del secolo scorso Jean Dubuffet inaugurava il discorso sull'art brut, cui riconosceva innanzi tutto il pregio di essere prodotta da persone che rifiutavano la cultura ufficiale, radicando l'arte nella propria realtà emozionale. Nel 1972 Roger Cardinal coniò il termine outsider art, ma oggi lo sguardo con il quale si osservano le opere degli artisti outsider è ancora mutato. L'associazione belga «Art en marge» si è infatti ispirata alle teorie della marginalità per andare oltre. Al di là del limite, giocando con esso e estendendolo alle marginalità dell'handicap mentale. Un'apertura rifiutata a suo tempo dai difensori dell'art brut, che consideravano la volontà creatrice dell'autore una premessa indispensabile per parlare d'arte, mentre «Art en marge» ha voluto offrire fin dall'inizio uno spazio autonomo anche alle opere di persone incapaci di autonomia. A Fraçoise Henrion che lo metteva a parte del suo progetto, lo stesso Dubuffet disse: «Prima di creare un organismo per la presentazione al pubblico di tali opere bisognerebbe averne.... ma dove andare a trovarle? Sono sempre più rare».
E invece «Art en marge» festeggia venti anni: un'esistenza fondata sulla ricerca e sul costante desiderio di diffondere una creazione assente nei circuiti culturali tradizionali difendendo i propri artisti in quanto tali e scegliendo le opere da proporre con un rigore insieme estetico ed etico: il primo assicurato da uno sguardo che indaga essenzialmente l'opera d'arte, il secondo sostenuto dal desiderio di promuovere un certo numero di artisti che provengono dalla marge, intesa nel suo significato di marginalità sociale, malattia mentale e soprattutto handicap. Con contatti e relazioni con altre esperienze internazionali: in Australia, negli Stati Uniti, in Africa e anche con alcuni atelier italiani, da quello dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere alla «Tinaia» di Firenze a «Adriano e Michele» di San Colombano al Lambro. Per la sua stessa natura di centro di documentazione, Art en Marge è inoltre impegnata in un costante lavoro editoriale, e buona parte della sua collezione, che oggi consta di oltre 1500 opere, è contenuta nel catalogo Art en Marge, Collection (Bruxelles, 2003).
«L'arte outsider - spiega Carine Fol, la nuova direttrice di «Art en marge» - si muove su un confine sottile, anche perché le relazioni che questi artisti intrattengono con la propria opera è assai diversa da quella del circuito ufficiale. Le opere che esponiamo provengono infatti da contesti come gli atelier dei centri per persone con handicap mentale o degli ospedali psichiatrici, e la loro trasposizione in un ambiente come il nostro pone domande cui solo la ricerca scientifica e la relazione con l'autore possono contribuire a rispondere».
Il concetto stesso di marginalità è complesso e multiforme, e comprende, accanto agli «outsider», anche artisti che pur non essendo «marginali» si comportano come tali perché trovano in quel luogo un'inesauribile fonte di ispirazione. «È un sistema di vasi comunicanti - continua Carine Fol - che trova connessioni anche con l'arte del circuito ufficiale. La marginalità del resto è mutata nel tempo, insieme al contesto storico e sociale della storia dell'arte. Se già gli espressionisti, i dadaisti e i surrealisti vedevano nelle opere degli artisti marginali il risultato di un lavoro che loro arrivavano a fare solo liberandosi scientificamente di un portato di regole codificate, più recentemente l'arte concettuale ha permesso di superare ancora nuovi limiti e forse per questo l'arte outsider trova oggi un nuovo slancio. Già negli anni Sessanta, del resto, Harald Szeemann esponeva queste opere nella convinzione che si trattasse di arte. Che i loro autori fossero handicappati o no, era un mondo interiore che trovava espressione: per un artista professionale come per un marginale, il vero nodo risiede nella "necessità" dell'opera».
«Art en marge» è un'esperienza il cui senso risiede nell'attenzione che viene data all'opera d'arte, che si deve imporre in virtù di una tensione propria, di una propria energia, indipendentemente dalle condizioni del suo autore. «La nostra ricerca negli atelier è spesso più complessa di quella che si compie nel circuito ufficiale perché in molti casi è difficile spiegare agli artisti il motivo estetico delle nostre scelte. Dal momento che l'arte outsider si muove su un confine labile che sta tra l'aspetto sociale e quello culturale, sono ancora in troppi a pensare che la nostra sia una sorta di opera di beneficenza e che quindi non debbano esistere criteri di selezione. Invece, i criteri stilistici esistono e sono da rispettare se vogliamo davvero emancipare l'outsider art e i suoi protagonisti. D'altra parte, gli artisti che noi proponiamo sono numerosi, e hanno alle spalle esperienze molto diverse. Alcuni, come J. Marie Heyligen, Dominique Bottemanne e Ines Andouche, espongono con noi ormai da molti anni. Altri invece, ed è il caso di Paul Duhem e Martha Grunenwaldt, proprio grazie alle nostre mostre hanno goduto di uno sguardo esteriore che è diventato scambio, e dunque strumento di evoluzione per il loro percorso artistico. Contrariamente ai limiti posti da Dubuffet che rivendicava un luogo segreto per l'art brut, noi operiamo affinché le opere dei nostri artisti, pur restando radicate nel luogo ove sono nate, possano essere mostrate e difese all'esterno. Questo confronto aperto richiede tuttavia una riflessione continua: bisogna essere prudenti, perché non tutti gli artisti reagiscono in modo positivo. Ma anche in questo caso è bene evitare le generalizzazioni perché non possiamo avere la stessa relazione con una persona con un handicap mentale profondo e con chi, come François Burland, possiede una consapevolezza della propria marginalità e ha una precisa volontà di essere ciò che si rappresenta».
Nella difesa degli artisti outsider conta naturalmente molto anche l'atteggiamento di partenza: ci sono luoghi infatti dove quest'arte è trattata più dal punto di vista socioterapeutico che culturale. «Esiste una gerarchia intellettuale nel campo dell'arte outsider che si declina tra la follia, gli esclusi e le persone con handicap mentale, spesso relegati all'ultimo posto nella scala di valori creativa. Nella programmazione del nostro ventennale ci siamo trovati confrontati a questo problema: ci sono artisti psichiatrici che non vogliono esporre insieme a quelli con handicap. Il nostro fine allora è affermare prima di tutto il valore dell'opera. Che l'approccio socioterapeutico rischi di svilire le capacità artistiche degli autori è stato evidente in esposizioni come La beauté insensée svoltasi al Palais des Beaux Arts di Charleroi nel 1995: Laurent Busine, allora direttore dell'esposizione, presentando la Collezione Prinzhorn (dal nome dello psichiatra austriaco che nel primo Novecento indagò i disegni di alcuni suoi pazienti con un approccio fuori dalle norme accademiche ndr) scelse di mettere accanto all'opera la scheda medica del suo autore. Trovo che sia il modo peggiore di portare avanti un discorso sull'arte outsider perché distoglie lo sguardo dello spettatore dall'emozione dell'opera per mettere l'accento sulla patologia in modo paternalista e voyeur».
Non a caso «Art en Marge», che sottolinea con forza la sua volontà di restare un luogo di ricerca indipendente, privo delle connotazioni di una galleria commerciale, ha sede a Bruxelles in rue Haute, nel centro di un vecchio quartiere popolare vivo e ricco di storia: le Marolles. Un luogo che rispecchia una diversità culturale continuamente assediata da forze omologanti ma che ancora resiste tra mercatini delle pulci, luoghi di incontro e negozi con insegne multilingue e una popolazione diversissima che si muove al suo interno. Un simile luogo risponde al funzionamento stesso dell'associazione, interessata più che mai all'interazione con le sue diverse anime. Il ventennale rappresenta anche un'occasione di confronto con il quartiere. «Ci interessa soprattutto il contatto con i bambini delle scuole di zona. Il programma di quest'anno prevede che quattro dei nostri artisti lavorino con gli alunni di quattro classi dalla scuola materna all'ultimo anno delle elementari per ridipingere la vicina Gare de la Chapelle. Già in passato avevamo organizzato un laboratorio con una scuola, e quando abbiamo esposto i disegni dei bambini insieme a quelli dei nostri artisti, molti genitori hanno dichiarato il loro apprezzamento, confessando però che di loro spontanea iniziativa non sarebbero mai entrati nella galleria».
Il pubblico che visita «Art en Marge» è eterogeneo, e comprende sia frequentatori abituali, sia persone che entrano quasi per caso: «Quest'anno, in occasione della prima mostra del ventennale, Au fil de soi, in cui erano esposte opere realizzate a partire da tessuti e fili di lana, abbiamo attirato l'attenzione di molti abitanti del quartiere, perché evidentemente le architetture tessili catturano l'interesse della gente. E questo ci fa piacere, perché dentro "Art en Marge" vogliamo portare un pubblico non abituato a visitare le gallerie o i centri di arte contemporanea. Allo stesso tempo è importante che la marginalità esca all'esterno e che richiami anche l'attenzione di quel pubblico che frequenta le esposizioni ma ancora non ci conosce. Per questo cerchiamo di tessere legami anche con spazi più istituzionali di arte contemporanea, mescolando le opere degli artisti da noi promossi con quelle delle collezioni esistenti».
Come è stato fatto, non senza discussioni, con il laboratorio Autour de la Marge realizzato nel quadro di Bruges 2002 capitale europea della cultura. In quell'occasione, quattro artisti con handicap mentale hanno lavorato insieme a quattro professionisti creando un laboratorio di grande intensità. E come verrà fatto con l'iniziativa Extra Muros, che prevede, nel mese di dicembre, la presentazione di venti opere della collezione in altrettanti musei del paese. «È un processo irrefrenabile di dialogo e confronto perché la protezione di cui quest'arte finora ha goduto è stata indispensabile per la sua stessa evoluzione, ma ora deve finire perché stiamo entrando in una nuova fase. Ma si tratta purtroppo di una partita tutta da giocare poiché l'aspetto paternalista permea l'atteggiamento di molte persone che entrano in contatto con i nostri artisti. Fra loro, c'è sempre qualcuno che dice "Ah, è un handicappato? Chi l'avrebbe mai detto?"».
















Liberazione, 20.04.06
Uno scritto del dirigente e teorico della sinistra socialista al tempo del primo centrosinistra negli anni ’60. Pubblicato nel volume “Neocapitalismo e sinistra europea” oggi è ristampato nell’ultimo numero di “Alternative” in libreria
Antagonisti al governo, la lezione di Lelio Basso
Domenico Jervolino


Il numero della rivista “Alternative” in libreria contiene alcuni materiali per un governo possibile, senza la pretesa di esaurire il problema di un programma di alternativa. Del resto il lavoro della rivista non finisce con questo numero ma continua alacremente coi numeri che già sono in preparazione. Speriamo però di poter attivare un dibattito su di un tema che è ancora più attuale ora, dopo i risultati delle elezioni.

A questo dibattito la rivista chiama a partecipare, non solo gli autori dei venti contributi pubblicati, ma anche una grande figura del movimento operaio italiano, Lelio Basso, pubblicando un suo testo degli anni sessanta in cui il grande intellettuale e dirigente politico della sinistra socialista riflette sul nodo storico della partecipazione antagonista alle istituzioni. Erano gli anni del primo centro-sinistra rispetto al quale Basso si collocò all’opposizione. Proprio perché non sospettabile di opportunismo o di voler giustificare le sue contingenti posizioni politiche, le sue riflessioni superano la contingenza e sono ancora istruttive, a condizione ovviamente di un lavoro di lettura e di reinterpretazione. Questo lavoro di lettura (che come diceva Roland Barthes può anche diventare un “piacere”, il piacere del testo) lo lascio volentieri a chi vorrà accostarsi a queste pagine, tratte da un volume di non facile reperibilità: Neocapitalismo e sinistra europea.

Come affrontare l’esperienza del governo senza perdere radicalità? Eludere questa sfida significherebbe dichiarare che i nostri discorsi, le nostre aspettative di “un altro mondo possibile” appartengono al campo dell’utopia, che magari possono mobilitare energie e ispirare rivendicazioni, ma devono poi delegare ad altri la gestione delle cose. Affrontarla senza la consapevolezza dell’enorme complessità del problema sarebbe segno d’incoscienza o di rassegnata disponibilità ad una partecipazione subalterna e impotente, giustificabile solo come male minore. E’ necessario evitare entrambe queste derive e cercare perciò nel passato elementi di cultura politica che possano aiutarci, pur sapendo che la storia non si ripete e che alla fine nulla ci potrà esimere dall’inventare soluzioni inedite, adatte a situazioni nuove. Eppure la tradizione storica del movimento operaio non è del tutto priva di risorse, rispetto al nostro problema, anche se tali risorse si trovano più di frequente in pensatori e in correnti di minoranza, ma non per questo minoritarie. Le correnti di maggioranza del movimento operaio novecentesco (con qualche eccezione rilevante come quella dell’austro-marxismo e della riflessione di Gramsci, troppo presto costretto all’emarginazione del carcere) sono rimaste strette nella morsa fra socialdemocrazia e socialismo reale. L’una tendente a rinunciare o a ridurre a obiettivo vago e lontano l’approdo a una società diversa, l’altro inviluppato nelle contraddizioni mortali di una realizzazione dichiarata già in fieri, ma nella sua realtà così diversa dalla meta che si erano prefisse le prime generazioni di socialisti e di comunisti.

La sinistra socialista italiana con pensatori e dirigenti politici come Morandi e Panzieri, Basso, Lombardi e Foa, pur così diversi fra loro, ha cercato di sottrarsi a questa morsa - almeno nei suoi momenti migliori: non tutto quello che essa ha prodotto è egualmente valido e certamente non tutto può essere riproposto. Ma Lelio Basso in modo particolare, col suo ritorno a Marx, col suo costante riferimento a Rosa Luxemburg, con la sua costante attenzione al nesso democrazia-socialismo, e persino con la formula dell’alternativa democratica (che precocemente introdusse il tema dell’alternativa nel dibattito politico dell’Italia repubblicana) è un autore che ancora oggi può insegnarci molto.

Non siamo più oggi nel periodo del neocapitalismo degli anni Sessanta, ma in quello del capitalismo globale tra XX e XXI secolo. Un’altra fase, un’altra stagione di lotte. Forse ciò che oggi può apparire più “inattuale” nel testo che pubblichiamo è la forte accentuazione del ruolo della politica e della consapevolezza politica che prende forma nel partito di classe, anche se in modi che si auspicavano già allora fortemente innovativi e da inventare. E’ un punto che proprio per questa sua inattualità, tocca un nervo scoperto del presente e del futuro prossimo. Non continuiamo forse noi - nonostante tutte le difficoltà, nonostante la consapevolezza delle nostre inadeguatezze - ad usare questa parola: “partito”? E’ una parola che dobbiamo imparare a “tradurre” nella nostra prassi.

Non esistono più i grandi partiti comunisti e socialisti di massa, ma certamente - per chi si riferisce, sia pure criticamente, a quelle eredità - si pone l’esigenza di andare oltre (molto oltre) le divaricazioni fra le due tradizioni, e un autore come Basso che usa come sinonimi socialismo e comunismo, senza distinzioni scolastiche fra prima e seconda fase, anche per questo ci può aiutare. Anche qui dobbiamo imparare a “tradurre”. Richiamandoci a questo stile possiamo conservare nel nostro “bagaglio degli attrezzi” il ritorno a una lettura di Marx non filtrata dalle ortodossie novecentesche, un certo Gramsci letto fuori dalla sua vulgata ufficiale e l’esempio di riflessione politica sulle riforme di struttura che appartenne a quello che André Gorz chiamò il “riformismo rivoluzionario” degli anni Sessanta. Nella militanza sociale e sindacale di quegli anni e nella stagione di lotte che ne seguì, in quella idea di lotta per le riforme convergevano le sinistre socialista, comunista e cattolica (e quest’idea era comunque tanto lontana dal riformismo senza riforme o addirittura alle vocazioni neoliberali di oggi). Certo il tempo che è trascorso non ammette ritorni, certo è un’obiezione fin troppo facile il fatto che questa storia resta una storia di minoranze autorevoli, ma pur sempre minoranze. Le grandi forze politiche e sindacali hanno seguito altre vie (ma potremmo aggiungere che i risultati, non certo brillanti, sono sotto gli occhi di tutti). Comunque, se ci troviamo oggi di fronte a un nuovo inizio, la consapevolezza storica è un buon viatico. Un esempio: le pagine che abbiamo scelto si chiudono con un riferimento alla necessità di una “sinistra europea”: quarant’anni dopo, possiamo misurare quanto tempo sia stato perso e quanto invece quell’invito sia oggi più attuale che mai.






















Liberazione, 23.04.06
Comitato politico nazionale del 22 aprile - sintesi della relazione di Fausto Bertinotti
Le sfide che ci aspettano


Un successo pieno
La campagna elettorale è stata vissuta dal Partito nel suo insieme come un investimento politico di prima grandezza. Il partito è stato molto esposto in questa sfida e la risposta che ha fornito, a tutti i livelli di direzione politica, è stata positiva ed efficace. Una comunità politica, la nostra, ha attraversato questo appuntamento con un impegno e una intensità straordinari di cui dobbiamo tutti essere riconoscenti. Si è trattato di un confronto difficile, come si fossero svolte due campagne elettorali distinte, l’una fatta prevalentemente attraverso gli strumenti di comunicazione di massa, l’altra dentro il Paese reale. Questo secondo aspetto del confronto nel e con il Paese reale è stato l’elemento caratterizzante la nostra campagna elettorale. Si è trattato concretamente di un grande evento politico, per larghi tratti entusiasmante per il coinvolgimento popolare che si è realizzato e per l’interesse che abbiamo visto crescere attorno a noi. Questo impegno largo e unitario va valorizzato adeguatamente. Abbiamo raggiunto un risultato che va apprezzato in maniera netta. In una analisi articolata territorialmente dobbiamo indagare l’andamento del voto e, anche attraverso questa indagine, investigare il profondo della società e le culture politiche che vengono messe in luce.


La fine di un ciclo politico
Dobbiamo affermare un punto politico analitico di fondo. Il voto sancisce la fine di un ciclo politico. Non la fine di quello che abbiamo definito berlusconismo, come fenomeno profondo che agisce dentro la società ma la conclusione della stagione politica del governo delle destre. Si è trattato di un progetto politico di prima grandezza: l’idea e la pratica del governo come strumento per plasmare il Paese e un popolo in una direzione precisa, quella della modificazione genetica dei tratti peculiari della democrazia partecipativa così come li abbiamo conosciuti in questo dopoguerra. Insomma, l’idea di una ambiziosa controriforma che si proponeva di desertificare le articolazioni con le quali la società italiana, lungo il corso di una storia lunga e contraddittoria, ha costruito il suo tessuto di relazioni. Obiettivo di questa offensiva è stato l’attacco sistematico a ogni forma di autonomia (autonomia delle Istituzioni, autonomia dei governi territoriali, autonomia dei corpi sociali e dei conflitti) su cui questa costruzione complessa si fondava. La rottura con il moderatismo tradizionale delle classi dirigenti ne costituiva la cifra per determinare le accelerazioni attraverso le quali perseguire quegli obiettivi. Anche i tratti di volgarità con cui questa offensiva è stata portata avanti, più che segno di sgrammaticatura, vanno investigati dentro quella cornice.
L’accelerazione estremistica con la quale il governo ha caratterizzato l’ultima fase della legislatura e Berlusconi in particolare ha contraddistinto la campagna elettorale vanno inseriti dentro questo quadro: usare la leva populista come estrema difesa dell’impianto reazionario.
C’è un punto più di fondo che dobbiamo analizzare. In Italia, un’operazione neoliberista classica non ha alcuna possibilità di successo. Il segno con il quale questa operazione può passare è quello interpretabile come il sovversivismo delle classi dirigenti, come realizzazione di una mutazione genetica del Paese e delle sue culture prevalenti in un mix di liberismo e populismo.
La circostanza che Berlusconi e le destre vengano sconfitti con uno scarto di voti minimo non cambia questa dato di fondo: il governo perde e finisce così un’era e quel progetto ambizioso viene sconfitto.

Dobbiamo insistere, ai fini di una corretta interpretazione di questo avvenimento, sul carattere internazionale di questa crisi prodotta dal logoramento del binomio guerra/neoliberismo. Logoramento e crisi non vogliono dire fine di quelle politiche ma situazione aperta ad esiti differenti.
La crisi della guerra preventiva e il fallimento dei risultati che vantava di raggiungere sono clamorosi. Questa crisi, che non va letta, ripetiamolo ancora, come esaurimento di questa scelta (che può essere benissimo ulteriormente e avventuristicamente riprodotta e ce ne sono le premesse, si veda la questione iraniana) si manifesta innanzitutto come incapacità di conquista salda del governo del mondo.
Allo stesso tempo, le politiche neoliberiste sono tutto altro che espulse dal cuore delle politiche di governo ma non riescono più a conquistare una base di consenso.


La costruzione di un nuovo popolo
La sconfitta del governo è quindi frutto della crescita di un’altra Italia, di un’Italia che da un lato ha saputo resistere alla controrivoluzione dall’alto praticata dal governo e dall’altro ha saputo crescere. Anche qui non capiremmo questo dato senza il riferimento al cambiamento di fondo intervenuto dentro i processi mondiali. Questo accumulo è stato possibile in grazie alla crescita di un movimento mondiale di critica ai processi innescati dalla guerra e dalle politiche neoliberiste e dall’onda lunga che questo movimento ha determinato e che ha contribuito in maniera decisiva a cambiare le culture politiche prevalenti, ha innervato anche nel nostro Paese una ripresa dei conflitti, a partire da quello di classe e da quello della pace. Questa Italia, cresciuta in opposizione all’offensiva restauratrice delle destre ha sconfitto il governo Berlusconi e ha vinto, una vittoria risicata ma essenziale per poter aprire un nuovo corso.
Due visioni della società si sono confrontate e affrontate, due idee del nostro Paese e del suo possibile futuro.
Ma è del tutto fuorviante la tesi del Paese spaccato in due. La divisione è nella sfera della politica mentre la situazione è assai più complessa nel profondo dei corpi sociali. C’è un Paese duale politicamente ma frastagliato socialmente, un Paese reale in cui le fratture passano secondo linee di faglia verticali e orizzontali e non riducibili a due. Si pone qui un tema cruciale e che riguarda la costruzione di un nuovo popolo dentro l’avvio e lo sviluppo di un processo riformatore.
Abbiamo detto che Berlusconi non è una parentesi della storia ma una certa narrazione dell’Italia e la prospettazione di un approdo della crisi.
L’Unione, invece, in larga misura, ancora non è entrata nel profondo della società, laddove si subiscono i colpi della crisi e si vive drammaticamente la crisi della politica.
Dal punto di vista della politica, occorre porre senza incertezze il tema dell’autosufficienza della maggioranza dell’Unione e dire con nettezza che si può governare con il 51%.
Ma occorre sfondare nella società, occorre porsi il problema della costruzione di un nuovo popolo.
C’è una differenza di fondo nel modo di agire con le destre: una controriforma, come nel progetto berlusconiano, può essere realizzata attraverso rotture imposte dall’alto. La riforma del Paese che proponiamo non può avere lo stesso schema: si realizza dal basso e dall’alto assieme. Il punto è che l’ambizione deve essere la medesima: guardare a un vero processo costituente, un nuovo corso che è assieme politico, economico, sociale e interagisce in maniera determinante nel promuovere nuove culture politiche.
Il netto successo che il PRC ha ottenuto in queste elezioni deve essere pienamente utilizzato per questo obiettivo.
Anche dentro il dibattito interno al partito, dobbiamo favorire l’avvio di una fase nuova e che permetta ad ognuno di misurarsi favorendo l’uscita da posizioni meccanicamente derivate dal passato.
Il peso parlamentare che abbiamo così fortemente accresciuto contribuisce a dare rilievo alla nostra iniziativa.
Durante la campagna elettorale, abbiamo proposto le tre ragioni fondamentali per il consenso al PRC: la tensione unitaria (essere determinanti, dentro un’alleanza larga, per sconfiggere le destre); la spinta a sinistra (spostare in avanti i rapporti di forza anche per l’impulso all’azione di governo e la realizzazione del programma a partire dai contenuti più avanzati); l’apertura e l’innovazione (il progetto della sinistra di alternativa e la costruzione della Sezione Italiana del Partito della Sinistra Europea).
Ora dobbiamo pienamente dispiegare queste ragioni.


La prova del governo
La prima cosa necessaria per aprire la nuova fase è promuovere un’idea del governo più ampia del tema riguardante l’azione dell’esecutivo. Dobbiamo cioè promuovere un’idea del governo come rottura della separatezza con le autonomie e la società per una idea di governo allargato e coinvolgente in cui le forme dell’autonomie, che le destre volevano distruggere, vengano al contrario valorizzate. In sostanza, si tratta di dare conseguenza concreta alla critica del governo come “stanza dei bottoni”, oltrepassare quella critica attraverso un metodo e una pratica di governo allargato e complessivo. Per questo obiettivo sono necessari due capisaldi:
1. La coerente applicazione del programma.

Non si tratta di alzare bandierine (non lo abbiamo fatto neanche nel momento della discussione sul programma) ma di approvare provvedimenti che abbiano la conseguenza di realizzare cambiamenti reali, aprire processi di trasformazione. Insomma, diviene cruciale come dare corpo all’affermazione del programma che dice un secco no alla politica dei due tempi. Ciò a partire dalla pace (il ritiro dall’Iraq) e dall’affrontare i nodi di una irrisolta questione sociale che, come questa campagna elettorale ha dimostrato, mettono in evidenza un punto di fondo che definisce la nuova condizione sociale: la precarietà che, nella sua generalizzazione prodotta dalle politiche neoliberiste, dal lavoro si fa pervasiva della condizione di vita. Ciò è assolutamente essenziale per dare risposte in avanti che rispondano al tema dell’efficacia di una politica che recuperi spazi liberati alla precarietà e, per questa via, dia risposte ai movimenti straordinari che in questi anni in tutta Europa hanno resistito anche efficacemente riuscendo ad impedire accelerazioni di questi processi (dall’articolo 18 in Italia alle manifestazioni in Francia contro la legge sul primo impiego) ma che hanno avuto la difficoltà di riuscire a invertirli.


2. La manifestazione dell’ispirazione riformatrice. Trasmettere una visione di società è sfida fondamentale da assumere. Non si tratta di una mera questione riguardante le tecniche di comunicazione ma della capacità di dare il senso e il significato di una grande operazione di riforma. Non si tratta di una cosa diversa dal programma ma della trasmissione di una ispirazione in cui l’applicazione delle diverse parti del programma si esplicita. Per fornire un esempio di questa ispirazione, penso a quello che possiamo chiamare laboratorio latino americano, al filo comune che lega differenti esperienze e alla loro capacità di trasmettere il segno di una sfida comune. In questo senso, sarebbe di enorme rilievo un governo che esordisse promuovendo una grande inchiesta sulla condizione sociale del Paese, chiamando le migliori intelligenze e le migliori energie a un confronto serrato per dare luce al paese reale e mettere mano a una azione riformatrice di grande spessore.


Alternanza e alternativa
Si propone un aggiornamento della nostra linea, quello del rapporto tra alternanza e alternativa. Qui proponiamo un riposizionamento. Negli scorsi decenni, l’alternanza si configurava come messa fuori gioco dell’alternativa. I governi, cioè, potevano essere scelti dentro il vincolo dell’accettazione del medesimo paradigma: la modernizzazione imposta dalla globalizzazione. Negli anni ’90, il centro sinistra si propose come la forza più vocata a cogliere i frutti progressivi di quella spinta prepotente e inarrestabile.

Oggi è tutto diverso. Perché? Da un lato a causa della crisi prodotta da quelle politiche e dall’altro dalla crescita dei movimenti.
L’alternanza, oggi, quindi non viene più proposta dentro un paradigma comune. Ciò è dimostrato anche dal fatto che in Europa, si confrontano ormai due modelli differenti: accanto all’alternanza, viene proposta la grande coalizione e queste due scelte si pongono in contrasto tra di loro.
Nel nuovo quadro determinato dalla crisi, l’alternativa non è più insidiata dall’alternanza ma dalla grande coalizione. Qui si pone il tema dell’aggiornamento di linea proposto. La grande coalizione si pone oggi come supplenza nella sfera della politica all’incapacità del neoliberismo di conquistare un consenso nella società e agisce proprio nel senso di rendere impermeabile la politica alle istanze dei movimenti, recidere la possibilità di una efficacia nell’azione delle lotte.
Non più alternanza contro alternativa, quindi, ma alternanza come possibilità per far crescere l’alternativa.


Il baricentro partito/movimenti
Questa fase pone il tema dell’agonia della cosiddetta Seconda Repubblica.
In cosa si è caratterizzata questa nella sfera dei rapporti politici? Nella crisi dei grandi partiti di massa, sostituiti dalle coalizioni da una parte e da un processo spinto alla personalizzazione della politica. Il nostro partito è quello che ha affrontato un conflitto a viso aperto contro questi esiti. Possiamo dire di essere usciti indenni da questo corpo a corpo e ciò ci consegna una forza nella nuova fase.
Ma oggi siamo di fronte a un appuntamento ancora più impegnativo.
Abbiamo la consapevolezza che in questa legislatura le nostri sorti e quelle dell’Unione sono legate in una sorte reciproca. Ciò vuol dire che non vinciamo se non vince l’Unione ma, al tempo stesso, è necessario che il PRC recuperi appieno un progetto autonomo.
Alla prova del governo, noi misuriamo la strategia del Partito in una sfida decisiva.
E’ necessario non scambiare i fattori e i paradigmi. Il baricentro deve rimanere quello partito/movimenti, partito/società.
Prima questo posizionamento poteva risultare favorito dalla collocazione di opposizione.
Il tema della sfida di oggi è confermare questa collocazione strategica nella fase della prova del governo. Ciò è assolutamente indispensabile per consentire l’avvio del processo riformatore.
Abbiamo detto che è cresciuta un’altra Italia, un’Italia composita ma che ancora non ha un’egemonia. Perché? Credo che si incroci qui il tema di fondo, quello della crisi della politica. Si sono sviluppati fenomeni di frantumazione sociale, una divisione tra l’alto e il basso secondo linee di faglia che non sono sovrapponibili a quelle tra destra e sinistra; si è realizzato in corpi sociali diffusi uno sprofondare che scompone le classi e le generazioni, processi di spoliazione e desertificazione che creano smarrimento di sé e afasia.
Va ricostruito un senso della politica e proposti processi di inclusione dentro la messa in campo di una riforma economica, sociale, politica del Paese.
Se questo non accade, non facciamoci illusioni, la grande coalizione riappare con grande forza. Un processo devastante che passerebbe solo attraverso la sconfitta dell’Unione e la messa da parte di Prodi. Ma c’è una tentazione di fondo delle classi dirigenti, un’attitudine a un sovversivismo dall’alto che permane e di cui Berlusconi nella nuova fase si fa interprete nel tentativo della realizzazione di una connessione tra populismo e regressione, tra popolo spoliato e borghesia furiosa.


Tre impegni di lavoro per questa fase così importante.
- L’impegno coerente dentro l’idea del governo allargato per determinare una incisività nell’azione e una sua coerenza. Dobbiamo battere le tentazioni che saranno fortissime a quella che definirei grande coalizione informale, basata non sul governo ma sulla materialità delle relazioni.

- Approfondire il discorso sulle comunità scelte e il rapporto tra conflitti, movimenti e comunità.
- L’apertura del partito, l’ampliamento dello spettro delle forze e delle persone che si mettono in gioco. Abbiamo individuato una strada per la costruzione della sinistra di alternativa: l’avvio di un processo costituente per la Sezione Italiana del Partito della Sinistra Europea. Abbiamo anche individuato una modalità concreta attraverso la quale sviluppare questo percorso: una costruzione a rete e non processi di cooptazione di ceti politici. Nel confronto elettorale, questa scelta ha avuto anche l’espressione di candidature che hanno avuto grande visibilità e forza e ancora di più lo sarà nell’attività del Parlamento.
Questo processo è ormai maturo e senza alcun indugio dobbiamo procedere con nettezza e decisione secondo le scadenze che ci siamo dati.
Nella fase seguente al voto ci siamo mossi secondo una ispirazione, quella della valorizzazione del pluralismo delle culture politiche dentro l’Unione e affinché, a partire dai passaggi istituzionali, questo pluralismo avesse un’espressione. Per questo motivo abbiamo chiesto che, accanto alle forze riformiste, vi fosse evidente anche la visibilità della sinistra di alternativa.
Se, nei prossimi giorni, nelle importanti scadenze che vi saranno, questo si realizzerà, svilupperemo una conseguente larga discussione dentro il partito.
Investiamo molto sul pieno coinvolgimento del partito nel processo politico che si apre per una discussione ampia e partecipata a partire dalla valorizzazione dello straordinario patrimonio di cui disponiamo.























La Stampa, 22.04.06
Una filosofia solare fuori dalla caverna
La scrittrice Iris Murdoch in «Esistenzialisti e mistici» propon
Ermanno Bencivenga


HO letto circa duecento pagine di Esistenzialisti e mistici, un libro che raccoglie buona parte dell'opera filosofica di Iris Murdoch, finora nota al pubblico italiano soprattutto per i suoi ventisei romanzi. Ho riscontrato una tipica formazione Oxbridge, sia pure con un'attenzione inconsueta (per gli Anni Cinquanta, cui appartengono questi primi saggi) verso un pensiero non riducibile al linguaggio o al comportamento e verso un' «esperienza particolare» che sfugge alla concettualizzazione; un interesse altrettanto idiosincratico (in un filosofo inglese) per l'esistenzialismo di Sartre e di Simone de Beauvoir (Heidegger, confessa Murdoch, «non è del tutto certa di averlo compreso»); una solida conoscenza dei «padri fondatori» Platone, Hume e Kant. Nulla di eccitante, insomma. Inizio un testo del 1958, Un edificio di teoria; e a un tratto, sorprendentemente, cominciano i fuochi d'artificio. «Il socialismo, nel corso del suo rapido e riuscito sviluppo, ha perduto perfino gli ultimi resti della teoria con cui aveva preso avvio». «È pericoloso far morire di fame l'immaginazione morale dei giovani». «Abbiamo bisogno di un rifugio, e dovrebbe fornircelo la sinistra, contro il freddo campo aperto dell'empirismo benthamiano; una struttura, un edificio di teoria». «Un profluvio di sciocchi divertimenti ostacola il pensiero, il godimento dell'arte e perfino della conversazione». «La teoria è necessaria per rianimare la stanca immaginazione della pratica». E ancora: «Il socialismo dovrebbe dichiarare, più onestamente e sistematicamente, proprio perché non può pretendere di essere lo studio scientifico di un inevitabile sviluppo di tipo quasi biologico, di essere un'etica». «Non si deve smettere di porre la domanda: come possiamo tenere vivi il pensiero e la preoccupazione morale riguardo al socialismo?». Tutto questo, ripeto, nel 1958: mezzo secolo fa, Murdoch parlava già di noi - della nostra paura di pensare, del nostro bieco «realismo», del tradimento «scientifico» della nostra vocazione liberatoria e progressista. Forse perché parlava di una tentazione e di una colpa comuni a tutte le epoche, da cui ogni epoca si deve riscattare. Ora tutto è chiaro, e questa luce mi accompagna nel percorso che segue. Non è eclettismo che porta Murdoch ad affiancare analitici e continentali, a compulsare T. S. Eliot e Simone Weil, a citare Freud e Wittgenstein e Henry James: è autentica, onesta ricerca di tutti i piccoli e grandi frammenti che possono aiutarci a comporre l' «edificio di teoria» di cui abbiamo bisogno. Non sono suggestioni letterarie a farle mettere in secondo piano i rigori della filosofia accademica e interrogarsi su temi pericolosamente generici come amore e bellezza: è l'intima, appassionata convinzione che il lavoro filosofico può e deve incidere sulla nostra personalità e sulla nostra convivenza - e «amore significa comprendere, ed è molto difficile, che qualcosa di altro da sé è reale». Non è sperimentalismo o divulgazione a suggerirle di scrivere in pieno ventesimo secolo due dialoghi platonici, rappresentati dal National Theatre nel febbraio 1980: è l'ideale di una filosofia che si mette costantemente in gioco, che entra ed esce ripetutamente dalla caverna offrendosi di volta in volta al fuoco e al sole, la cui essenza si situa al margine, all'imboccatura di quella caverna. È destino di un recensore leggere libri dall'inizio alla fine, in un periodo di tempo piuttosto limitato. Ci è mancato poco che tale pratica scrivesse le mie opinioni per me. Per fortuna ero ancora abbastanza sveglio quando sono arrivato a quel saggio del 1958; per fortuna ho capito. Adesso so che questo non è un libro da leggere dall'inizio alla fine, ma a cui tornare quando la «professione» ci soffoca, e aprirlo a caso, e ritrovarci l'esempio di un'anima lucida e coraggiosa che continua a cercare la verità.

Iris Murdoch
Esistenzialisti e mistici
a cura di Peter Conradi introduzione di Luisa Muraro prefazione di George Steiner il Saggiatore, pp. 543













La Stampa, 20.04.06
CONCORRENTI DIVISI SU TUTTO SI STIMANO MA NON SI AMANO, HANNO IMPARATO A SOPPORTARSI NEL ‘96
Massimo contro Fausto una poltrona per due
di Riccardo Barenghi


ROMA. Hanno militato per vent’anni nello stesso partito, il Pci, eppure non si sono quasi mai capiti. Capiti nel senso etimologico del termine: parlavano – oggi un po’ meno – due linguaggi diversi. Racconta un’amica comune che un giorno D’Alema le disse: «Sono andato a parlare di politica con Bertinotti e lui mi ha parlato del contratto dei metalmeccanici... che c’entra?». Lo stesso incontro Bertinotti lo sintetizzò così: «D’Alema pensa che il contratto dei metalmeccanici non c’entri niente con la politica.... ti rendi conto?». E qui siamo più o meno alla metà degli Anni Novanta, sia D’Alema che Bertinotti erano da poco segretari dei rispettivi partiti. Qualche anno prima, quando l’attuale leader di Rifondazione era ancora una sindacalista, i due furono invitati al mare, un pomeriggio al Circeo, l’intenzione dell’ospite era proprio quella di farli conoscere sperando che magari si piacessero reciprocamente. Non si piacquero, per Bertinotti D’Alema era un uomo «troppo politico», innamorato delle grandi geometrie, strategie, tattiche, giochi di Palazzo. E per D’Alema l’allora sindacalista era «troppo sociale». «Un uomo colto – disse undici anni fa in una macchina che da Gallipoli ci portava a Lecce – con cui si discute amabilmente di filosofia, letteratura, cinema. Ma di politica non capisce niente». Aggiunse sarcastico: «Se Fausto mi si mette di traverso, stavolta io lo spiano».

Era l’aprile del ‘95, Berlusconi era caduto da quattro mesi grazie al primo colpo politico di D’Alema segretario, altrimenti detto ribaltone. Al governo c’era Dini, di lì a poco ci sarebbero state le elezioni regionali che avrebbero aperto la strada alla vittoria dell’Ulivo dell’anno seguente. Il leader del Pds aveva tutto chiaro in testa, mosse, contromosse, date e scadenze. L’unico punto oscuro era appunto Bertinotti: che avrebbe fatto l’imprevedibile Fausto (che pur di non votare per Dini subì la prima scissione), avrebbe appoggiato l’Ulivo, avrebbe remato contro, si sarebbe appunto messo di traverso?

Bertinotti non si mise di traverso, e nacque quel capolavoro di ingegneria politica denominato desistenza: così l’Ulivo vinse le elezioni e Prodi riuscì a governare per due anni e mezzo. Periodo in cui i rapporti politici tra i due furono pessimi, nonostante la stima reciproca come si dice in questi casi. Quando nel febbraio del ‘97 D’Alema celebrò il congresso del suo partito all’insegna della modernizzazione del Paese e dell’attacco alla Cgil di Cofferati «sorda e chiusa», Bertinotti scrisse un articolo durissimo: «Il Pds non è più di sinistra, è un partito liberale». Oppure durante la Bicamerale, invenzione che dava fastidio a Bertinotti quasi quanto a Prodi: tant’è che non partecipò ai lavori delegando Cossutta. Cossutta che al contrario di Bertinotti (che semmai si intende di più con Fassino: Torino, la Fiat), ha sempre parlato un linguaggio simile a quello di D’Alema. Il quale disse sul finire degli Anni Ottanta che in Italia solo tre persone capivano la politica: Craxi, Cossutta e lui stesso, e se questi tre si fossero messi d’accordo... La cultura è quella lì, Togliatti e poi Berlinguer. Bertinotti invece viene da un’altra storia, un socialista lombardiano, magari un po’ massimalista, o come gli disse una volta scherzando proprio D’Alema «un anarco-sindacalista, e noi comunisti gli anarco-sindacalisti li fucilavamo».

Anche lo sport li divide (D’Alema va in barca, in palestra, in bicicletta, gioca a calcio, Bertinotti si limita al ping-pong e al biliardo). O il rapporto con la borghesia: D’Alema si annoia nel salotti borghesi ma gli interessa la borghesia, una classe sociale con la quale fare un patto. Bertinotti viceversa. Il melodramma li separa, a D’Alema piace mentre Bertinotti lo considera un rumore. Letture diverse, Bertinotti divora romanzi, D’Alema preferisce saggi o libri in qualche modo funzionali al suo lavoro. In comune hanno una forte passione per la propria famiglia ed entrambi, seppur in luoghi diversi, hanno partecipato al ‘68. D’Alema tirò addirittura una molotov, che però non esplose, e raccolse i fondi per il manifesto, gruppo col quale si sentì subito in sintonia anche Bertinotti.

La pubblicistica giornalistico-politica attribuisce a entrambi la responsabilità della rottura del governo Prodi, un complotto al quale avrebbe partecipato anche Franco Marini. Si disse che l’idea era quella di sostituire Prodi con Ciampi per arrivare poi a un governo D’Alema con Bertinotti dentro. Non andò così, e forse così non fu nemmeno pensato. Tuttavia D’Alema, pur condannando duramente la rottura di Bertinotti, non si spese più di tanto per cercare di evitarla. Magari perché aveva capito che non era evitabile. Erano gli anni delle due sinistre, una teoria che andava bene a tutti e due: ognuno si sarebbe dovuto costruire la sua, Bertinotti quella radicale, D’Alema quella di governo. Teoria che si tradusse in pratica con la guerra del Kosovo: una sinistra la faceva e ne rivendicava la sua giustezza umanitaria, l’altra sinistra protestava nelle piazze.

Due anni dopo però Berlusconi vince le elezioni lasciando le due sinistre e i loro leader al tappeto. E poi arriva l’11 settembre e l’Afghanistan e l’Iraq e nel frattempo la Cgil di Cofferati prende la guida dell’opposizione, i girotondi mettono sotto processo i dirigenti della sinistra, la situazione rischia di sfuggire di mano agli uomini dei partiti. D’Alema e Bertinotti si rivedono, stavolta parlano la stessa lingua: durante una cena mettono le basi per la collaborazione futura, quella che porterà alla nascita dell’Unione. Ovviamente bisogna prima liberarsi di Cofferati, ma non è un lavoro difficile per chi conosce l’arte della politica (a questo punto l’ha imparata anche Bertinotti) e sa che i movimenti, per quanto potenti, prima o poi rifluiscono e si affidano a chi è deputato a rappresentarli.

Oggi i due si stimano più di ieri, l’estate scorsa Bertinotti restò ammirato per un’intervista di D’Alema: «Piacerebbe anche a me riuscire a produrre un fatto politico di cui si discute poi per una settimana». Adesso un «fatto politico» sono riusciti a produrlo insieme, e comunque vada se ne discuterà per più di una settimana: chi due due sarà il Presidente della Camera?



















La Stampa, 19.04.06
Nemmeno la forza dei numeri può tutto
UN CONVEGNO SULL’OPERA DI GÖDEL E SULLA SUA TEORIA DELL’INCOMPLETEZZA DELLE PROPOSIZIONI QUESTE RICERCHE LOGICHE SONO STATE FONDAMENTALI PER I CALCOLATORI E I LINGUAGGI FORMALI


KURT Gödel (1906-78) è uno dei grandi pensatori del ‘900, ma rischia di essere conosciuto soprattutto per le interpretazioni post-moderniste dei suoi risultati. Si trovano usi dell'incompletezza persino nell'apologetica religiosa, come quando si sostiene, come conseguenza dei suoi teoremi, che la scienza deve essere fondata su qualcosa di diverso dalla scienza stessa, o che l'universo richiede per la sua spiegazione una realtà più alta, di natura differente. In filosofia della mente si pretende che abbia dimostrato la superiorità dell’uomo sulle macchine. Gödel ha invece avuto una influenza epocale sulla matematica e la scienza grazie alla parte meno nota delle sue prestazioni, vale a dire alle tecniche da lui inventate per le sue dimostrazioni, tecniche che sono legate a nuovi e formidabili concetti. Neanche i matematici conoscono bene i suoi contributi, perché vivono ancora nella errata credenza che la logica sia filosofia e si rifiutano di studiarla. Gödel ha dimostrato che nell'aritmetica - e in ogni teoria che la estenda - esistono proposizioni indecidibili, cioè né dimostrabili né refutabili, e che la coerenza della teoria non è dimostrabile con strumenti della stessa forza deduttiva della teoria. Nella dimostrazione, che trasforma l'elegante argomento del mentitore in una inferenza positiva rigorosa, Gödel ha dato origine alla trattazione matematica dei linguaggi; i paradossi sono causati dall'autoriferimento, cioè si possono costruire in linguaggi che parlano di linguaggi, in particolare di se stessi, come è il caso dei linguaggi naturali. Per realizzare la trattazione aritmetica del linguaggio che parla dell'aritmetica è stato necessario isolare una classe di operazioni sintattiche - aritmetiche nella codifica - che avessero la proprietà di essere definibili nell'aritmetica, e in modo tale che le loro proprietà fossero dimostrabili in modo completo; da qui è venuto il riconoscimento di una classe di funzioni, dette calcolabili, poi ripresentata come quella delle macchine di Turing, equivalente, e infine come quella delle funzioni programmabili. La teoria dei calcolatori nasce dalle ricerche di Gödel, come la teoria dei linguaggi formali. Il problema dell'incompletezza e della non contraddittorietà era drammatico all'inizio del secolo scorso, ora è meno sentito, mentre le ricadute della dimostrazione continuano a essere feconde. Così come per gli altri contributi di Gödel. Prima dell'incompletezza Gödel aveva dato la definitiva omologazione ai sistemi di logica elaborati tra ‘800 e ‘900 (Frege, Peano, Hilbert), dimostrando che con essi ogni teoria deduttivamente non contraddittoria aveva un'interpretazione: era la giustificazione teorica dell'algebra moderna e della semantica. Nella teoria degli insiemi Gödel è stato il primo a riconoscere diverse classi di insiemi, diversamente definite, che soddisfano gli assiomi. In particolare la prima classe da lui definita, quella degli insiemi costruibili, ha permesso di dimostrare la non contraddittorietà dell'assioma di scelta e dell'ipotesi del continuo e di iniziare uno studio raffinato degli insiemi di numeri reali. In fisica Gödel ha trovato nuove soluzioni cosmologiche per le equazioni della relatività, con la curiosa proprietà di un possibile tempo ciclico, e relativa possibilità del viaggio nel tempo. La filosofia della matematica di Gödel è interessante perché, cresciuto nel clima del neopositivismo, se ne è staccato arrivando a posizioni realiste e a un recupero della visione fenomenologica di Husserl. Benché desiderasse provare che la mente non si riduce al cervello, aveva l'onestà di ammettere che dal teorema di incompletezza si deduce solo che, se la mente è una macchina, allora è una macchina che non conosce il proprio programma o, se lo conosce, non può dimostrarne la coerenza.
Gabriele Lolli
Liberazione 23.4.06
Un vecchio ricordo sul procuratore Giovagnoli
Travaglio, simpatico reazionario e un giudice che fu eversore...
Piero Sansonetti

Vorrei brevemente, e senza eccessiva malizia, raccontarvi la storia di un mio vecchio amico, e poi polemizzare con un altro mio amico più recente. I nomi di queste due persone sono da un po’ di tempo alla ribalta della cronaca: il giudice Paolo Giovagnoli di Bologna e Marco Travaglio.

Cominciamo con la polemica, che è con Marco Travaglio. Giornalista di grande bravura, arguto, pieno di informazioni, forte di una memoria d’acciaio, polemista di notevoli capacità (maturate alla scuola pungente e molto aggressiva di Indro Montanelli) ma - da sempre (come del resto il suo maestro) - di idee alquanto reazionarie. Travaglio è un liberale di stampo asburgico. Ed è un personaggio un po’ originale, non per le sue posizioni - che io trovo quasi abominevoli, lo dico con affetto, e tuttavia sono legittimissime e molto lineari - ma perché gli scherzi della vita lo hanno collocato, nella geografia della politica e della intellettualità italiana in un luogo a lui del tutto inadatto: a sinistra.

Da diversi anni Marco è diventato quasi un idolo di un “pezzo” di sinistra italiana, ed è stato leader indiscusso del cosiddetto movimento dei “girotondi”, e cioè anche di ragazzetti - orrore, orrore - che indossavano magliette col volto di Che Guevara o che portavano al collo la kefiah di Arafat. Eppure lui, onestamente, non lo ha mai negato: «Sono di destra - dice spesso -, lo giuro, sono di destra».

Come è successo questo fraintendimento? Colpa di Berlusconi. Travaglio, liberale e asburgico, è molto legalitario, e non sopporta l’illegalismo berlusconiano. Questo ha spinto tutti all’equivoco. Ma Travaglio non ce l’ha mai avuta con Berlusconi - come succede a noi - perché Berlusconi è ricco e reazionario: ce l’ha avuta e ce l’ha con Berlusconi, e non lo molla di un centimetro, perchè Berlusconi gabba la legge. E se la legge la gabba un poveretto, un bimbo rom, uno studente ribelle, o una nonna povera, per Travaglio (un po’ come per Cofferati) è esattamente la stessa cosa. E grida: «In prigione, in prigione...».

Ieri, in un’intervista al Corriere della Sera, Marco si è indignato per le proteste avanzate della sinistra bolognese contro il giudice Giovagnoli, cioè quello che ha incriminato per eversione alcuni studenti che si erano autoridotti il costo del pranzo alla mensa universitaria.

E’ inammissibile - ha detto Travaglio-: «la legge è legge, deve essere uguale per tutti, per Previti e per gli studenti». Non si possono fare favoritismi. E’ una protesta curiosa: Travaglio saprà - perché, appunto, ha un archivio molto ricco - che le carceri sono strapiene di poveracci, specialmente di giovanetti e di migranti, e sono quasi prive di ospiti altolocati - avvocati, medici o ricconi - se si fa l’eccezione del povero Ricucci. E dunque la sua polemica è un po’ stonata: stia tranquillo, perché è raro che la magistratura chiuda un occhio a favore del disgraziato per accanirsi sul potente. E’ raro, è molto raro.

Ma chi è questo giudice Giovagnoli che sospetta che quei ragazzi di Bologna volessero sovvertire le istituzioni e prendere illegittimamente il potere (eversione, se ho capito bene, più o meno vuol dire questo...)?

Lo conosco Giovagnoli, e tanti anni fa eravamo amici, andavamo all’università insieme, spesso anche a prendere la pizza (a San Lorenzo, a Roma, costava 500 lire, compresa la birra), e militavamo nella sezione universitaria del Pci. Ci occupammo, qualche volta, anche della mensa universitaria, che si trovava alla casa dello studente, a via de Lollis, e dove il pasto completo costava 300 lire. Mi ricordo che una volta, insieme, e insieme a molti altri compagni della sezione, bloccammo la mensa e imponemmo il prezzo politico di 100 lire. Arrivò la polizia, ci fu un po’ di bordello.

Non vorrei adesso avere messo nei guai Paolo, con questo racconto, che è quasi una confessione. E non vorrei neanche avere messo nei guai me stesso. Però sono passati quasi tret’anni, e io penso che - specie dopo la legge Cirielli - sia scattata la prescrizione. Ammenochè - mi viene improvvisamente il sospetto - un reato grave come quello di eversione non sia escluso dai benefici della prescrizione. Se è così ho fatto un bel guaio...





Il Messaggero 24.4.06
«Il prezzo dei miei no»
di Luigi Vaccari


«E’ meglio disubbidire, dicendo con chiarezza quello che si pensa, piuttosto che essere conformista e pensare con la testa degli altri», dice Vittorio Foa, piemontese di Torino, 95 anni, antifascista giellino, dirigente del Partito d’Azione, eletto alla Costituente nel 1946, deputato socialista per tre legislature, segretario nazionale della Fiom, dirigente della Cgil, insegnante di storia contemporanea nelle università di Modena e di Torino, senatore del Pds nel 1991. Spiega: «L’affermazione della disubbidienza è un’affermazione di sincerità. Non deve essere una costante della vita: credo, anzi, che vada superata nella ricerca del consenso e dell’unità. Ma bisogna avere il coraggio di dire no».
Foa lo sostiene anche in Cent'anni dopo il dialogo con Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, sul passato, presente e futuro del sindacato, appena pubblicato da Einaudi (108 pagine, 8 euro): «... Non c’è niente di male ad essere indisciplinati, se nell’indisciplina c’è una volontà. La cosa peggiore è quando la volontà non c’è più, quando si sceglie sempre di dare retta agli altri». L’insegnamento da dare alle persone in generale è che pensino con il loro cervello: «Possono pensare anche male, ma l’importante è che pensino con la propria testa».
Che cosa l’ha spinta e la spinge a lottare contro il conformismo?
«Anche una riflessione sulla mia vita. Credo profondamente nell’autonomia, che significa non nascondere a se stessi il giudizio sulla realtà. Ho vissuto quasi tutto il Novecento: un secolo che è stato contrassegnato, nella prima metà, dal fascismo. E ho sempre avuto presente il problema del consenso al fascismo».
Cioè?
«Ho sempre contrastato l’idea che l’Italia fosse antifascista. Non era vero: L’Italia è stata fascista. E si era fascisti perché lo erano tutti (non io, che mi sentivo molto solo nel mio antifascismo). Il fascismo era un fenomeno di conformismo più che di adesione. Infatti, è caduto quando gli italiani hanno capito che cosa fossero la guerra e il fascismo. E sono diventati antifascisti: ancora una volta per conformismo».
E’ uno dei limiti del nostro passato?
«Esattamente. Sono convinto che abbiamo fatto bene, noi resistenti, a dire che l’Italia era antifascista e che abbiamo costruito la Repubblica sull’antifascismo: perché abbiamo impedito un immediato ritorno barbarico a forme di fascismo. Ma non abbiamo compreso quello che hanno compreso i tedeschi: i quali, sia pure in ritardo, stanno dicendo tutta la verità sul loro passato e non esitano a dichiarare ciò che pensano. Noi siamo molto più cauti, non vediamo quanti elementi costanti di conformismo e di passività vi sono nel nostro Paese, e invece di reagire con forza ci lasciamo un po’ andare».
Quando ha imparato a disubbidire e a dire no?
«Qualche settimana fa mi è stato chiesto quali elezioni italiane ricordassi con maggior forza. Ho risposto che ricordo nettamente quelle tenute il 6 aprile 1924. Quel giorno ho avuto piena coscienza che bisognasse lottare contro il fascismo. Avevo 13 anni: andai con alcuni amici coetanei a Borgo San Paolo, che era un quartiere operaio torinese; vidi la tristezza degli operai, perché stavamo perdendo la democrazia; quella tristezza m’invase e da quel momento non ebbi alcun’esitazione a disubbidire».
Non ha pensato neanche un istante alle conseguenze?
«Disubbidire non era facile, perché si doveva stare zitti. Ma io ho parlato. Il prezzo è stata l’intera giovinezza passata in prigione: vi sono entrato a 24 anni, ne sono uscito a 33. In quel lunghissimo periodo non ho conosciuto una donna, non ho visto gli occhi né sentito la voce di un bambino. Ho pagato con piena coscienza: rendendomi conto che per difendere la libertà bisogna anche saperla perdere».
Aveva messo nel conto un prezzo così alto?
«Eravamo un gruppo clandestino, legato a Parigi, e sapevamo che, cospirando, correvamo dei rischi molto, molto seri. Anzi: non avevo dubbi che sarebbe finita come è finita, ignoravo soltanto quando sarei caduto nelle loro mani. Molti anni dopo, ero segretario della Cgil, ho ricevuto una telefonata da un membro di un’associazione di perseguitati politici che mi ha domandato perché, avendo fatto tanti anni di prigione, non fossi iscritto. Ho risposto: “Quando farete un’associazione dei persecutori del fascismo, verrò”. Ero stato così contrario al fascismo che non mi sono mai sentito un perseguitato. Ero io il persecutore», sorride Foa.
Non si è mai pentito della scelta?
«No, mai. Non ho versato una sola lacrima sul mio destino. L’ho considerata una cosa assolutamente logica. Ho ricevuto tali compensazioni, dopo...».
Ha pronunciato altri no?
«Sì. E posso anche essermi pentito».
Per esempio?
«Quando nel 1963 sono uscito dal Partito socialista».
Per creare il Psiup?
«Ecco: esatto. Ero stanchissimo dei discorsi socialisti: mi parevano molto astratti. E abbiamo escogitato un socialismo autonomo, senza i limiti del partito: dove tutti potessimo essere liberi. La scissione è stata un errore. Di fatto, il Psiup era una semplice variante dei comunisti; quindi non aveva senso. Ho scritto tanto su quell’errore parlamentare. Adesso sono tranquillamente dei Ds, un seguace di Prodi».
Le vengono in mente altre disubbidienze?
«Vediamo... Sì: nella mia vita c’è stata una forma strana di disubbidienza che voglio ricordare. Negli Anni Settanta ero in uno stato di confusione politica, anche per ragioni personali. E ho preso la decisione di non parlare per quattro anni, per ripensare tutto. Il silenzio mi ha maturato: sono diventato in parte moderato, in parte no, comunque più riflessivo. Stare zitto è stato un atto di disubbidienza importante, di cui sono molto contento», sorride. «Dopo quattro anni ho ripreso a parlare rilasciando un’intervista a l'Unità . E ho cercato di aiutare Achille Occhetto, che stava per liquidare il Pci, scrivendo molti articoli. Ero per una nuova sinistra, fuori dalla vecchia tradizione socialista e comunista. Credo di aver contribuito alla chiarezza».
I no sono stati sempre corroboranti?
«Mi hanno fatto uscire dall’incertezza, dalla confusione. Mi sono chiesto a lungo perché fossi diventato antifascista. Consideravo inaccettabile e insopportabilmente noioso che il mio futuro fosse deciso da qualcun altro».
Oggi, a 95 anni, ha ancora voglia di dire qualche no?
«Sì sì. All’intreccio perverso fra politica e soldi. Alla rinascita della Democrazia cristiana: la Dc che ho conosciuto, quella di Alcide De Gasperi e di Giulio Andreotti, era complessa, complicata, piena di difetti, e l’ho combattuta, ma riconosceva un cattolicesimo democratico, non accettava la subordinazione dello Stato italiano al Vaticano; e De Gasperi era un cattolico sincero. Sono anche contrario a chi vuole spacciare per realtà i sogni. La fantasia che sostituisce la realtà è intollerabile. La realtà esiste e bisogna tenerne conto: non si può fingere che non ci sia».