venerdì 10 marzo 2006

Panorama n.11 10.3.06 pag.67
Psicoanalisi politica Ritorna Massimo Fagioli
Metto la sinistra sul lettino
«L’opposizione soffre ancora per la morte del comunismo.
E per curarsi deve tornare ai valori della Rivoluzione francese»
di Valeria Gandus


Negli anni settanta incantò migliaia di giovani convogliando i loro sogni rivoluzionari in grandi sedute psicoanalitiche di massa. I colleghi lo chiamarono eretico. Ma ben presto come tutte le polemiche. anche quelle sullo psicoanalista Massimo Fagioli si esaurirono. Per riaccendersi qualche anno dopo. quando il suo nome tornò alla ribalta accanto a quello del regista Marco Belloccbio: il rapporto psicoanalista-paziente si era infatti esteso ai set dei film diretti dal regista fino a far parlare di plagio. «Menzogne. Stupidità» replica ancora oggi stizzito Bellocchio.
Il diavolo in corpo fu l’ultimo film che il regista girò in collaborazione con lo psicoanalista. Ma il rapporto fra loro continua. Cosi come non sono mai cessate le grandi sedute collettive, che oggi si tengono a Roma nella sala (120 metri quadrati) approntata all’uopo. E tutto sarebbe andato avanti così, senza clamore, se nelle ultime settimane altri nomi noti, questa volta della politica (Fausto Bertinotti) e dell’editoria (Ivan Gardini), non fossero stati accostati al suo. Così Fagioli è tornato a essere il guru che con il suo carisma influenza, se non determina, la svolta non violenta del leader di Rifondazione. Lo stesso che pochi giorni fa ha provocato l’allontanamento, dopo appena un numero, di Adalberto Minucci e Giulìetto Chiesa, direttore e condirettore di Left, settimanale di sinistra nato dalle ceneri di Avvenimenti.
Fagioli, ci risiamo è tornato il guru….
Si, purtroppo il Corriere della sera è tornato a definirmi così. Ma è stata l’unica sbavatura: questa volta, a differenza del passato. mi ha trattato con rispettosa attenzione. Chissà perché.
Non è difficile da capire: qui non siamo sul set dl un film ma in piena campagna elettorale.
Già, un momento cruciale per la sinistra; in preda a sbandamenti pericolosi. invece di risorgere rischia di prendere strade che la porterebbero all’estinzione.
Facciamo che la sinistra italiana sia una sua paziente. Faccia la diagnosi e dia la cura.
Ma non è una cosa seria!
Diciamo che è un gioco serio. Per esempio: la sinistra sembra soffrire della sindrome di personalità multiple...
In effetti la morte del comunismo (e che sia defunto sono d’accordo tutti, anche Bertinotti) ha causato reazioni diverse. Dopo questo fallimento, tutti vorrebbero fare risorgere la sinistra. Ma la maggioranza, e cioè gli ex comunisti diventati Ds, sembra orientata ad andare verso la fondazione del cosiddetto partito democratico, che avrebbe molto in comune con i valori del Cristianesimo e poco o nulla con quelli della sinistra. Gli altri, quel 7 per cento di Rifondazione e quel 2,5 per cento dei Comunisti italiani, vorrebbero invece tenere ferma la barra a sinistra, ma ciascuno a suo modo. Poi c’è l’altro 2,5 per cento dei radicali, che a sinistra hanno voluto tornare ma con valori diversi da quelli di Francesco Rutelli o Clemente Mastella e pure di Bertinotti e Oliviero Diliberto.
E qui arriva il suo turno: come si cura questa sinistra divisa?
E che c’entro io? Posso solo offrire idee a chi, come Bertinotti, Piero Sansonetti o Rina Gagliardi, ha espresso interesse per le mie teorie. Per esempio quella che denuncia la truffa storica di Sigmund Freud con la sua «scoperta» dell’inconscio: l’ha chiamato così in quanto, appunto, inconoscibile. Io sostengo invece che è conoscibilissimo perché non è anima spirituale e non è oggetto di fede ma di ricerca. E quel che manca a sinistra è proprio la ricerca di nuove strade utili a perseguire gli ideali della rivoluzione francese.
Libertà, uguaglianza, fraternità, siamo sempre lì.
Sì, perché quei principi fondamentali sono stati affrontati da un punto di vista giuridico. E l’irrazionale del sogno utopistico che diventa razionale è fallito. Quindi bisogna ricominciare da capo, ritrovare lo spinto del socialismo delle origini.
Non l’aveva già detto Bettino Craxi, qualche decennio fa. quando teorizzò il ritorno al socialismo utopistico di Pierre Joseph Proudhon?
Brava. Ma, com’è noto, di buone intenzioni è lastricata la storia italiana. Craxi ha avuto l’intuizione, ma non la teoria. È’ quello che dico sempre a Bertinotti.
Lei una teoria ce l’ha?
La mia teoria della nascita dice che tutti gli esseri umani nascono uguali, con la propria immagine e il proprio pensiero. Non si diventa uguali grazie al comunismo o alla fede. Per creare una società di uguali, e dove la parola libertà non stia a significare solo libertà commerciale, bisogna confrontarsi con la realtà umana, dove ogni soggetto, unico e originale, si confronta dialetticamente con i diversi sulla base del fondamentale rapporto uomo-donna, ignorato dall’illuminismo e dal marxismo.
A sinistra nessuno s’è mai occupato della realtà umana?
Purtroppo no. Se n’è occupata, invece, la Chiesa, ma appellandosi a valori diversi. Valori che una parte consistente della sinistra, in mancanza di un’elaborazione originale, vuole fare propri: che cos’è il partito democratico se non uno strisciante ritorno a don Luigi Sturzo e alla Dc? Per contro, il vecchio comunismo ufficialmente ateo, quello che considerava reato essere cristiani, non ha mai affrontato la dimensione religiosa della realtà umana. Il principio «siamo tutti fratelli, siamo tutti uguali» dovrebbe essere una concezione d’amore. Amore cristiano, cioè assistenza, per i credenti. Un amore che riesca a far realizzare a tutti gli esseri umani la propria identità per i laici.
Ma nell’Unione non a sono anche i radicali di Marco Pannella. I primi e per lungo tempo solitari paladini del primato della non violenza?
Sì, e condivido le loro battaglie per i di-ritti civili: ieri il divorzio e l’aborto, oggi l’abolizione del Concordato e la difesa della scuola pubblica. Ma quando si tratta di socialità, di riscatto delle classi più deboli, non ci stanno. Sono diversi, hanno un’origine liberale che non si concilia con il socialismo.
Nessun cedimento alla Chiesa, al liberalismo, al comunismo: ma a chi e a che cosa deve guardare il «paziente», cioè la sinistra, per guarire?
Alla realtà umana, ai rapporti fra uomini e donne. Con uno sguardo rigorosamente laico. Si può, si deve. Anche chi è credente può farlo. Prodi, per esempio, è molto più laico di tanti politici più a sinistra di luì.

L’espresso n.10 10.3.06 pag.88
Attualità Personaggi / Lo psicoanalista d'assalto
Fagioli alla Bertinotti
C’è un nuovo capitolo della pirotecnica vita del guru dell’anima: il colpo di fulmine con il leader comunista
di Stefania Rossini


Chi l’avrebbe detto che Massimo Fagioli avrebbe ritrovato la strada della politica in così tarda età e con tanto fracasso mediatico? Chi poteva immaginare che il suo incomprensibile carisma avrebbe compromesso il rilancio del settimanale “Left-Avveninenti”, consumato nel giro di due numeri in livide battaglie intestine, risolto con il licenziamento dei due direttori e con il suo personale trionfo?
Erano almeno vent’anni che Fagioli operava quasi in clandestinità, dimenticato dai giornali, ignorato come sempre dal mondo scientifico, venerato soltanto da un fedelissimo gruppo di adepti, che si componeva via via di reduci dei movimenti giovanili in cerca di senso, di cineasti in cerca di pace, di architetti in cerca di ispirazione. Lui, psicoanalista eretico che si era conquistato la notorietà dando dell’imbecille a Freud e conducendo mastodontiche assemblee di cosiddetta “analisi collettiva”, non aveva perso la grinta, ma certo non aveva più trovato la presa su un pubblico vasto.
Finita la stagione dei movimenti, dove gli era sembrato possibile dirigere le anime di affaticati reduci della sovversione, logorata dall’abitudine la lunga unione con Marco Bellocchio, che aveva tallonato sul set di tutti i film, lo psichiatra si era dato alle arti varie, firmando mobili, sculture, piazze, fontane e disegnando persino un edificio a uso abitativo. Come Leonardo da Vinci, lo consolavano i fedeli, ma lui vivacchiava: la grandeur dei giorni migliori sembrava persa per sempre.
Poi, l’incontro fatale che gli cambia la vita e lo riporta in orbita. È uno di quegli incontri che non ti aspetti più e che proprio per questo sono più intensi, come gli amori tardivi che riaccendono i perduti sensi. In casa di amici, una sera dcl 2004, Fagioli conosce Fausto Bertinotti. I due si annusano un po’, scrutano le idee reciproche, si piacciono. Sono due grandi seduttori e si seducono a vicenda. Bertinotti, alle prese con il mutamento della politica e con la meditazione sui testi di San Paolo, ha grande sensibilità per i nuovi linguaggi. Fagioli gliene fornisce a iosa, da apparentemente nuovi, come ‘l’inconscio mare calmo” di sua personale invenzione (una specie di fantasia ricordo originata dal rapporto del feto con il liquido amniotico) alle triade Liberté, Égalité, Fraternité, che proprio sua non è, ma che lui ha risciacquato in acque psichiche.
Per qualche tempo la nuova talpa scava in silenzio nella coscienza del leader comunista. Poi, a novembre dello stesso anno, i primi frutti. Davanti a un’affollata pia-rea di fagiolini (così vengono chiamati i seguaci dello psichiatra) in cui è stato coinvolto anche il vecchio Pietro lngrao, Bertinotti presenta un suo libro ed esalta per la prima volta la non violenza, senza alcuna riserva per la propria tradizione politica. 11 dado è tratto e lo psichiatra già ne gongola.
Ma il compimento dell’incauto salto dalla “Lettera ai romani” alla “Teoria della nascita e castrazione umana” (fondamentale e indecifrabile saggio di Fagioli del 1971) si consuma a luglio del 2005, quando il leader comunista sceglie l’elegante libreria al centro di Roma Amore e Psiche, disegnata dallo stesso Fagioli e suo luogo di culto personale, per annunciare con linguaggio desiderante la partecipazione alle primarie dell’Ulivo. Al termine Fagioli lo abbraccia e lo spinge verso la folla gridando: «Votatelo! E vostro!». Ai cronisti dirà più pacatamente: «Lui stesso lega la scelta della non violenza alle mie teorie».
La confusa vicenda di “Left-Avvemmenti” è così la quasi inevitabile conseguenza di questo incontrastato amore. Un nuovo editore, Ivan Gardini, che non si dice fagiolino, un nuovo direttore editoriale, Luca Bonaccorsi, che scriveva su “Liberazione”, organo del partito di Bertinotti, e che ritiene Fagioli «una delle voci più originali nel dibattito sui valori della nuova sinistra» mettono in pagina senza avvertire il direttore Adalberto Minucci, né il condirettore Giulietto Chiesa, una rubrica del vecchio psichiatra. Vi si parla di politica e religione, ma ci sono anche pillole di teorie personali, come quella che colloca l’inizio della vita nel momento in cui la luce stimola la retina. Ne nasce uno scandalo di modi e contenuti da cui escono scontenti tutti. I due direttori che si dimettono, sospettando una segreta liaison con Rifondazione comunista, ma anche i due editori che difendono la qualità del pensiero fagiolìano senza convincere nessuno e vedono scappare collaboratori come Vauro, Emergency, Nando dalla Chiesa e Marco Travaglio.
L’unico vincitore è proprio il vecchio guru che mantiene la rubrica e rivendica esplicitamente la paternità del rinnovamento del settimanale: «Certo, il progetto editoriale è loro, ma si lega alla mia ricerca psicoanalitica, è chiaro». Anche l’acronimo Left gli apparterrebbe, come riferimento alle parole chiave della Rivoluzione francese, più la “T” che sta per trasformazione e che viene da Marx, il quale però ultimamente non gode più i suoi favori. In verità, anni fa gli aveva attribuito l’inedito merito di «aver intuito la psicoanalisi», ma la caduta del Muro deve aver rimescolato i principi.
Ora, per capire se Bertinotti è davvero nei guai psicoideologici e se gli riuscirà facile sciogliersi dall’abbraccio di questo curioso affabulatore del secolo scorso, vale la pena di ripercorrere brevemente le tappe del suo pensiero e del suo istrionico cammino. Non è impresa difficile perché, arrivato all’età di 75 anni, Fagioli ha ripetuto all’infinito i punti chiave della sua ricerca, mentre è di questi giorni il suo quinto saggio intitolato semplicemente, come si addice ai grandi, “Lezioni 2002”.
I primi saggi, quelli fondativi, avevano invece titoli più fantasiosi come “Istinto di morte e conoscenza” o “La marionetta e il burattino”. Contenevano formule di non sense psicoanalitici e picconate così forti all’edificio freudiano che, nel 1975, gli costarono l’espulsione dalla Società psicoanalitica italiana, insieme al discepolo Antonello Armando. Troppa severità, si disse, ma non doveva esser facile per i paludati psicoanalisti dell’epoca tenersi uno che chiamava Freud lo scemo che non aveva capito niente e che spiegava così la “pulsione di annuIlamento” sua scoperta fondamentale: «Fa di ciò che è ciò che non è, cioè non esiste, e fa di ciò che è stato ciò che è».
L’espulsione segnò però l’inizio della fortuna mondana di FagioIi. Essere invisi al cosiddetto «potere borghese e normalizzante» era già una patente di sinistra e il nostro ne fece un’arma di seduzione per anime erranti orfane di ideologia. Riempì così mastodontiche assemblee dove distribuiva interpretazioni alla ventura su sogni, lapsus e manchevolezze, fustigando con violenza quelle che considerava «le tre streghe»: l’invidia, la bramosia e la fantasia di sparizione. Tutti sembravano capire quello che diceva, tremavano e invocavano salvezza e verità attraverso un continuo grido ritmato “Massimo, Massimo!”, che stringeva il cuore all’osservatore non incantato.
Trent’anni dopo, le ideologie sono ormai parolacce, ma i seminari, che lui paragona a «scopate liberatorie», sopravvivono anche se più quieti, mentre il nostro fa incursioni in altre discipline. Con Bellocchio scrive sceneggiature e si insinua nelle regie, come durante le riprese del “Diavolo in corpo” quando si rende inviso alla troupe per via di suggerimenti invasivi e troppo sboccati persino nel mondo del cinema. Con Paola Rossi, architetto, firma una palazzina romana a forma di prua. Con altri architetti prepara il restyling di una piazza romana e ne disegna la fontana. Ma quando prova a far tutto da solo, come nel caso del film “il cielo della luna”, da lui scritto, diretto, interpretato e musicato nel 1998, è un flop imbarazzante. Fagioli ha bisogno di una spalla per esprimere al meglio la sua poliedrica creatività. Così ora tocca a Bertinotti. Che San Paolo gliela mandi buona.

domenica 26 febbraio 2006

Liberazione, 23.02.06
“Liberazione”
Sessualità e realtà umana
Simona, Roma


Caro Sansonetti, la settimana scorsa leggendo l’articolo di Vladimir Luxuria intitolato “Noi transgender non siamo contronatura; vi racconto di chiocciole, iene e galline”, per poco non ho avuto un mancamento! Mi dico, ma come si fa a paragonare la sessualità dell’uomo a quella della gallina, come si può essere così miopi da non vedere la ricchezza e la complessità della realtà umana, fatta non solo di biologia ma anche di pensiero, affetti, creatività, immagini? Poi oggi ho comprato “Liberazione”, ed è stata per me una boccata di ossigeno trovare il bell’articolo di Lidia Menapace. Qui, con mio grande sollievo, viene affermato con estrema chiarezza che uomo ed animale non sono uguali; nonostante l’unione dei genitali sia simile all’accoppiamento animale, la sessualità umana è qualcosa di completamente diverso. Adesso sì, questa impostazione di pensiero mi piace, e penso sia assolutamente giusto ribellarsi a Ratzinger che ci vorrebbe ridurre a bestiame da riproduzione. Ma non mi basta. Voglio cercare di capire quale è, dov’è questa differenza dell’umano che va oltre il funzionamento del corpo. Continuo a leggere l’articolo della Menapace, e tra i tanti termini che la giornalista utilizza due mi hanno colpito in particolar modo; piacere e desiderio. Sembrano simili, ma in realtà credo che abbiano un significato completamente diverso... Non so, penso che ci sia ancora molta confusione, molta nebbia che può essere diradata solo se continuiamo questa ricerca; mi sembra l’unica strada da percorrere se vogliamo costruire una politica di sinistra veramente nuova, che tenga conto del benessere non solo materiale di uomini e donne. Un saluto affettuoso
Simona, Roma

Sì, va bene, Simona, è giusto continuare la ricerca. Però guarda che l’articolo di Vladimir era pieno di ironia. Serviva solo a contrastare una parola usata in genere a mo’ di clava dagli omofobi: “contronatura”. Cioè “pervertito”. Cioè “malvagio”. Un saluto affettuoso anche a te. (p. s.)











Liberazione, 22.02.06
Sesso per piacere non per natura
Lidia Menapace


Se si vuole essere attenti a quanto dice Ratzinger, anzi in questo caso papa Benedetto XVI (perché parla in quanto papa e non in quanto re assoluto dello stato della città del Vaticano) e ci si domanda: che cosa è una sessualità “secondo natura”? Per rispondere in modo da non ricominciare a dire che l’omosessualità è una perversione o una malattia, tesi ambedue respinte dalla scienza e anche dall’Oms, per poco che si sappia che cosa è natura, si può dire che sessualità secondo natura è un genere di rapporto tra organismi di diverso genere che riproduce la specie. Questa definizione vale per tutti i viventi, ha specificità per le varie forme della vita ecc. Comunque, se ci fermiamo ai mammiferi (stranamente definiti al maschile, anche se mammelle utili le hanno solo le femmine mammifere, appunto) è un rapporto tra un mammifero e una mammifera attraverso gli organi genitali.

Gli Umani tra tutti i mammiferi (per quanto ne sappiamo) si riproducono così, anche se hanno perso circa diecimila anni fa un indicatore“naturale” specifico della riproduzione cioè l’estro delle femmine: non è stata una diabolica invenzione di scienziati cattivi, nemmeno una malizia di noi femministe, bensì, a quanto se ne sa, un evento “naturale”. Da quando comunque le femmine umane non hanno più l’estro, nella specie umana la riproduzione non è più governata dall’istinto e dal fatto che la femmina quando è feconda emette odori suoni movenze ecc. che eccitano i maschi della stessa specie (che in ogni altro momento lasciano tranquille le femmine e non si accorgono nemmeno di loro). Nella specie umana quel segnale non c’è più e il rapporto sessuale può esercitarsi in ogni momento, per “natura”. Ciò significa che nella specie umana la sessualità non è mai o non più da circa diecimila anni una attività appoggiata a “leggi” naturali, come sarebbe la gravità, bensì una attività libera. Essa continua a rispondere all’imperativo di riprodurre la specie, ma questo non è né il solo né il suo principale fine, dato che non vi è più obbligo biologico bensì scelta gusto desiderio piacere anche nel mettere al mondo bambini e bambine. Nella specie umana la sessualità attiene al piacere e alla sua sperirmentazione, che la Bibbia chiama “conoscenza”. Si ricorderà che Maria all’angelo che le dice che avrà un figlio non risponde: «Non sono mai stata a letto con nessuno», ma invece di usare l'eufemismo del letto usa quello molto profondo «non conosco l’uomo».

Il piacere che è legato al rapporto tra sessi (in qualsiasi forma libera) è una importantissima componente degli esseri umani e delle essere umane e ha prodotto sessualità sensualità desiderio passione erotismo amicizia amicizia amorosa, una serie infinita di affettività e di relazioni non offensive né legate solo all’utile.

Il massimo frutto del piacere senza altri fini è l’arte, che non ci sarebbe se tra gli umani la sessualità fosse ancora “naturale” come se la immagina Benedetto XVI, cioè come quella tra animali: violento scontro tra maschi che competono per accaparrarsi il maggior numero di femmine feconde. Non vi sembra che guerra e competizione economica assomiglino molto a tale sessualità e questo spieghi l’alleanza tra capitalismo e patriarcato? Arrivano parole selvagge dalle sedi del potere religioso assoluto (che non ha niente a che fare con la fede sincera, beninteso) arcaiche, indegne di ascolto. Naturalmente pericolose, e da rifiutare con secco piacere.









Liberazione, 21.02.06
Uomo, donna e ordine “naturale”.
Il Vaticano usa la differenza per attaccare i gay
Angela Azzaro


L’istituto “Giovanni Paolo II per la famiglia” ha organizzato un seminario che fa ulteriore chiarezza sulle basi ideologiche e sugli obiettivi politici della crociata vaticana contro gay, lesbiche, transgender, contro gli uomini e le donne etero che non si riconosco più nei ruoli tradizionali. L’incontro, che dura fino a venerdì, ha l’intento esplicito di «oltrepassare l’ideologia gay» per sostenere che «l’omosessualità è un’alterazione dell’identità sessuale», «una perturbazione della personalità, che dipende dai conflitti intrapsichici non risolti». Il termine malattia viene evitato, ma la condanna del desiderio omosessuale è altrettanto forte. Ne deriva la negazione di una cittadinanza piena, a partire dal no sui Pacs che condiziona le posizioni e le scelte della politica italiana.

Ma qual è la base ideologica che muove il ragionamento di studiosi, psicoanalisti, teologi, che in questi giorni si trovano riuniti per il seminario rivolto agli operatori pastorali? La base di discussione è la Lettera ai vescovi dell’allora cardinale Ratzinger “sulla collaborazione dell’uomo e della donna”, in cui c’è una forte affermazione della differenza tra i sessi. Nell’estate del 2004, appena resa nota, fu al centro di un dibattito, anche molto aspro, dentro il femminismo. C’era chi, rallegrandosene, sosteneva che finalmente Ratzinger riconosceva l’importanza del pensiero della differenza sessuale. Si trattava, cioè, di una grande apertura culturale e politica. Molte affermavano il contrario: il tentativo era quello di riproporre i ruoli tradizionali, un’idea del femminile e del maschile legata alla biologia, che schiaccia le donne sull’identità di madre, moglie, figlia. La Lettera pastorale dell’attuale papa era cioè l’esplicazione di un’idea delle identità sessuali basata su un presunto ordine naturale di cui dio e la chiesa si farebbero difensori.

Oggi quel documento e quell’ordine cosiddetto naturale viene ripreso per attaccare il desiderio omosessuale, per dire che è un perturbamento della personalità, per spiegare che chi ama una persona dello stesso sesso o non si riconosce in un solo genere ha problemi. E quindi non ha diritti.

Sarebbero affermazioni ridicole, catalogabili come residuali rispetto alla libertà con cui tante persone vivono oggi la loro sessualità. Sono, però, pericolose perché dettano l’agenda politica italiana, rischiano di riportare indietro le conquiste ottenute, continuano a formare il senso comune. Resta il problema di come contrastare questa tendenza. Oltre a garantire a tutti e tutte una piena cittadinanza, qualsiasi sia l’identità o l’orientamento sessuale, c’è un passaggio da fare che viene prima. E’ il passaggio più difficile: mettere in discussione un’ideologia basata su un ordine naturale che è invece culturale e che è servito storicamente ad affermare un unico modello di sessualità e di relazioni, quello della famiglia tradizionale, cioè patriarcale. E’ uno sforzo che riguarda in primo luogo noi. E’ una domanda che interroga il dibattito nel femminismo e il ruolo che ha avuto in Italia il pensiero della differenza sessuale. E’ una domanda che la sinistra non può evitare: pena l’essere in balia del Vaticano e della sua morale che riporta indietro di un secolo.










Liberazione, 20.02.06
Violenza sulle donne. Il corpo di Maria
di Ritanna Armeni


Una svista? Un errore? Una smagliatura in un sistema giuridico e culturale oramai contrario alla violenza sulle donne? Possiamo dire questo dopo le decine di prese di posizione nei confronti della sentenza della terza sezione penale della Cassazione che definisce meno grave lo stupro di una ragazzina di 14 anni da parte del suo patrigno perché lei aveva già avuto rapporti sessuali? Certo non è da sottovalutare ed è sicuramente positiva questa levata di scudi dell’opinione pubblica nei confronti di una sentenza così evidentemente ingiusta, così indiscutibilmente maschile, così priva di comprensione e di pietà nei confronti di una vittima di violenza. Ma viene da chiedersi se questa sentenza va semplicemente considerata una svista che poco ha a che fare con quel sistema sociale, giuridico e politico che oggi diffonde a piene mani così tanto stupore e indignazione. Perché - questo è il dubbio - forse non è così. Questa sentenza appare “un segno dei tempi”, l’indizio preoccupante di un umore profondo e diffuso, di valori maschili sempre presenti, di una convinzione che è difficile estirpare, l’espressione visibile di convinzioni che ancora guidano la società.
La convinzione è quella - antica quanto il mondo - secondo cui corpo di una donna è un oggetto da usare. E l’oggetto - ovviamente - se è vecchio, se è stato già usato, ha minor valore. Oggi l’opinione pubblica si concentra sul quel “minor valore” che viene dato al corpo di Maria, 14 anni, stuprata da un patrigno perché lei aveva già avuto rapporti sessuali. Ma esso - va sottolineato - è la conseguenza logica e necessaria del fatto che esso è solo “un oggetto”.
Se è così, è doveroso e legittimo chiedersi se questa società, l’insieme di relazioni e di valori che la guida e che oggi protesta contro l’ingiustizia perpetrata ai danni di Maria, ha davvero cancellato l’idea alla quale il femminismo si è ribellato, del corpo della donna come puro oggetto e strumento del piacere e del potere degli uomini.
Direi di no. A rischio di apparire provocatoria direi che a dimostrarlo c’è la storia di questi ultimi anni e almeno due fatti politici. L’approvazione della legge 40 sulla fecondazione assistita e l’attacco alla libera scelta di abortire sancita 25 anni fa dall’approvazione della legge 194.
Perché, nel primo caso - giova ricordarlo - si è deciso che il corpo della donna che vuole diventare madre sia sottoposto ad un insieme di controlli e di regole che ricordano come esso non possa essere che lo strumento, il luogo fisico nel quale “altri” esercitano il potere della prosecuzione della specie. Nel secondo, a fianco di una più che condivisibile affermazione del valore della vita, si è manifestata con forza una battaglia tutta ideologica e tesa alla colpevolizzazione della donna che si è riappropriata faticosamente della propria libera scelta e si è detto che questa corrisponde ad un assassinio se porta ad eliminare il frutto “non voluto” del suo ventre.
In entrambi i casi al corpo della donna è stata riconosciuta solo la possibilità di essere ricettacolo passivo, luogo della fecondazione, i cui tempi e metodi vengono decisi da altri.
Non stiamo affermando - sia ben chiaro - che c’è un legame diretto fra quella sentenza e questi due fatti politici. Stiamo solo dicendo che quella sentenza non è una stranezza, la stravagante affermazione di una cultura arretrata che ci riporta a tempi in cui esisteva il delitto d’onore, il matrimonio riparatore e lo stupro era un reato contro la morale. Essa vive purtroppo in una nuova e moderna “oggettualizzazione” del corpo femminile. In una temperie culturale in cui le conquiste delle donne sono messe in discussione e in cui i ritorni indietro sono sempre in agguato. Questa moderna oggettualizzazione e questa temperie culturale revanscista va combattuta tutta. Nelle leggi, nelle sentenze e nei comportamenti.









Corriere della Sera, 19.02.06
Secondo la rivista «New Scientist» è meglio delle anfetamine
Ecco la pillola che cancella la stanchezza
Negli Usa ha conquistato il mercato. Chi la prende riesce a non dormire per 48 ore di fila. Ma i medici accusano: è pericolosa


Quarantott’ore di non-sonno filate. E senza neanche sentirsi un po’ stanchi. Si può. Artificialmente certo. Ma è possibile. Un sogno per chi considera il dormire uno spreco di tempo, la soluzione ideale per chi vorrebbe una giornata lunghissima, senza fine. Basta una pillola. Si chiama modafinil ed è capace di dimezzare il bisogno di sonno.
INSOSTITUIBILE - Lanciata nel ’98 negli Stati Uniti, per moltissimi americani è diventata insostituibile. Basti pensare che il fatturato delle vendite è passato dai 25 milioni di dollari del ’99 ai 575 milioni nel 2005. Un fenomeno di cui si è accorto il settimanale scientifico Usa New Scientist che al modafinil ha dedicato la copertina e un lungo articolo. «Il modafinil è il simbolo di un nuovo stile di vita che promette di fare per il sonno quello che la pillola contraccettiva fece per il sesso: da secoli gli esseri umani hanno strutturato le loro vite intorno al sonno; in un futuro molto vicino, per la prima volta adegueremo il modo di dormire al nostro stile di vita». Non solo. «Tra 10 o 20 anni - sostiene il biologo Russell Foster - saremo in grado di spegnere farmacologicamente il sonno», arrivando a stare svegli per 22 ore al giorno e a dormirne solo due. Il tutto, assicurano gli esperti, senza effetti collaterali: «Al massimo un mal di testa», sostiene Jeffrey Vaught, dirigente della Cephalon che produce il farmaco.
SENSAZIONE DI RIPOSO - Perché la pillola anti sonno riesce a fornire al fisico la stessa sensazione di riposo data da 8 ore di sonno. Ma è diversa da tutte quelle sostanze che si usano per mantenersi svegli come la caffeina o le anfetamine, perché, scrive New Scientist , «il modafinil ha cambiato le regole del gioco, il farmaco è quello che si può chiamare un "buon risveglio": dà una sensazione naturale di allerta e mancanza di sonno senza il potente sbalzo fisico e mentale dei precedenti stimolanti». E lascia senza debito di sonno: «Di solito, se stai sveglio per 48 ore - scrive il settimanale -, il fisico ha bisogno di almeno 16 ore per riprendersi, con il modafinil ne bastano 8». Sarà per questo che già dal 2003, i piloti dell’Air Force statunitense ne fanno uso per combattere la stanchezza.
PERICOLI - Nonostante tante rassicurazioni, i dubbi sono molti. «Non possiamo dire che il modafinil non sia stato studiato, però bisogna essere estremamente prudenti», interviene il professor Gianni Benzi, farmacologo all’università di Pavia, consulente scientifico del pm Raffaele Guariniello e rappresentante italiano all’Emea, l’Agenzia europea di valutazione del farmaco. «Questi farmaci - spiega - agiscono sul sistema nervoso centrale, sulla parte anteriore dell’ipotalamo, rilasciano dopamina, inibiscono lo stop alla noradrenalina, il tutto con effetti molto lunghi: si tratta di modificazioni così violente e durature che non mi convincono». In più, spiega Benzi, «innalzano la ricerca del piacere, cioè il soggetto che ne fa uso si sente molto bene perché agiscono sull’umore». Il che può diventare pericoloso. Secondo Benzi, il modafinil sarebbe da usare «sempre sotto stretta tutela di un medico e solo in gravissime patologie, come l’Alzheimer o la narcolessia». Il rischio è che queste pillole, conclude il farmacologo, «possano sfuggire di mano e finire nella Coca Cola dei ragazzi». Meglio farsi un bel sonno.
Claudia Voltattorni

venerdì 24 febbraio 2006

una segnalazione di Elena Canali:
http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=61821
vita.it 22.11.2005
Embrioni in adozione: i nodi della polemica
di Sara De Carli (s.decarli@vita.it)
Venerdì la decisione del Cnb: anche donne single possono adottare embrioni. Ed è di nuovo polemica

Venerdì 18 novembre il Comitato Nazionale per la Bioetica (Cnb) ha approvato il documento sulla adottabilità degli embrioni congelati in stato di abbandono. Due i voti contrari, quelli di Carlo Flamigni e di Mauro Barni. Il documento, "Adozione per la nascita di embrioni crioconservati e residuali derivata da procreazione medicalmente assistita" prevede che potranno adottare embrioni congelati in stato di abbandono anche donne single e coppie non sterili, entrambi soggetti non ammessi alla fecondazione medicalmente assistita dalla legge 40.

“L'adottabilità degli embrioni congelati e in stato di abbandono”, ha spiegato il presidente del comitato nazionale per la Bioetica Francesco D'Agostino, “non è comparabile ad una adozione ordinaria, né ad una fecondazione eterologa e nemmeno ad una gravidanza surrogata. Il principio che guida questa decisione del Cnb”, ha aggiunto, “è l'interesse per alcuni - per altri il diritto - a nascere”. Quanto all'adozione degli embrioni da parte di donne single si tratta di “una soluzione eticamente accettabile, posto che bisognerebbe dare la priorità ad una coppia; ma non possiamo escludere questa evenienza, perché il principio prioritario è la nascita dell'embrione”.

Il testo passato, scritto da D'Agostino e Lorenzo d'Avack, filosofo del diritto, riprende in larga parte le proposte sostenute da Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, per cui il principio primo da tenere fermo è l'interesse a nascere dell'embrione. Il ginecologo Falmigni, che non condivide l'equiparazione dell'embrione a persona, ha abbandonato l'aula. Flamigni spiega che “la probabilita' che un embrione scongelato nasca non supera il 10%”. E sulla sopravvivenza nel tempo degli embrioni crioconservati, Flamigni sottolinea che ad oggi non esistono evidenza scientifiche che indichino alcunché al riguardo. “C'e' un'assoluta mancanza di moderazione tra opinioni diverse da quelle oltranziste cattoliche, non c'e' traccia di atteggiamento laico, ma neppure si prende in considerazione l'opinione di molti cattolici che la pensano diversamente. Tanto da arrivare - conclude - a contraddizioni evidenti. Si arriva a conclusioni per cui anche una vedova puo' adottare un embrione”. Qualche scontento in realtà c'è anche tra i cattolici, per l'equiparazione di sposi e coppie di fatto, e la non esclusione di adattabilità da parte di donne single.

Cinzia Caporale, vicepresidente del Comitato nazionale di Bioetica, nonché presidente del Comitato intergovernativo di Bioetica dell'Unesco, ha dichiarato: “Come donna sono molto felice, perche' per le donne single e' uno spiraglio che si apre e dimostra anche che la bioetica non è statica, ma c'e' un'evoluzione della morale e della bioetica. Questo mi fa pensare che si potra' poi ragionare in modo piu' sereno anche su altri aspetti”. Un punto ancora controverso, ha poi aggiunto la vicepresidente del Cnb, è un passaggio che riguarda l'accertamento dello stato di abbandono. L'adottabilita' per nascita infatti ''potrebbe sottendere un'idea di un “esproprio”, laddove i genitori non vogliano farlo nascere. Su questo punto - ha concluso la vicepresidente - molti colleghi mantengono perplessita' e probabilmente ci saranno chiarimenti in merito”.

Quanto al contrasto fra questo documento e la legge 40 sulla fecondazione assistita, che vieta la fecondazione eterologa, D'Agostino nega. ''La distinzione e' sottile ma sostanziale - spiega D'Agostino - e il Comitato ha dedicato a questa questione un lungo e complesso paragrafo. Non si tratta di fecondazione eterologa, perche' la fecondazione e' gia' avvenuta. Anzi, probabilmente, a suo tempo e' stata omologa, come si registra nella maggior parte dei casi oggi esistenti. Inoltre - aggiunge D'Agostino - e' un'adozione, e dunque i genitori sono ovviamente diversi da quelli naturali. Ma soprattutto e' diversa la motivazione: la coppia sterile mira ad avere un figlio biologico, mentre chi adotta un embrione mette alla luce un embrione gia' vivo ma in stato di abbandono. Semmai si potrebbe parlare di 'gravidanza eterologa'”.

Non appena la notizia è arrivata, dalla Fondazione Policlinico di Milano hanno fatto sapere che sarà pronta ''nel giro di poche settimane'' la cosiddetta 'casa degli embrioni' che l'ex ministro della Salute, Girolamo Sirchia, aveva pensato per accogliere gli embrioni in sovrannumero frutto degli interventi di fecondazione assistita. Embrioni congelati e ''per ora in fase di inventario'' presso l'Istituto superiore di sanita' (Iss). Ad annunciare l'imminente conclusione dei lavori per la nuova struttura e' Paolo Rebulla, direttore del Centro trasfusionale e di immunologia dei trapianti che ospitera' la Casa. Dodici coppie italiane della Comunità Papa Giovanni XXIII invece sono in partenza per Barcellona per adottare embrioni congelati abbandonati.

Moltissimi, in questo week end, i commenti politici e le reazioni del mondo sanitario e intellettuale, scaldati anche dalla polemica sulla legge 194 e sull'opportunità di mettere volontari antiaborto all'interno dei consultori. Il clima che si sta riconfigurando è lo stesso - poco sereno e dunque molto fumoso - del referendum di fine primavera, con le barricate tra laici e cattolici. Stefano Rodotà, in un pezzo sulla prima pagina di Repubblica, "Se l'embrione è più importante di una donna", con il consueto acume mette in luce i nodi della questione. Si può essere d'accordo o meno sui giudizi e sui toni, ma le contraddizioni legate all'apertura del Cnb alle donne single sembrano condivisibili: perchè una donna single non può accedere nè alla procreazione medicalmente assistita nè all'adozione (se non in casi straordinari) e può invece adottare un embrione? la risposta che l'embrione è già non basta: anche il bambino è già, ma per lui avere solo la mamma non sembra essere una cosa buona. Cosa vogliamo? Che una mamma-incubatrice faccia nascere l'embrione per poi darlo in adozione a una coppia? Questa è una delle conseguenze logiche - portate al limite, certo - dell'apertura del Cnb. L'altra strada porta invece a riconoscere che anche un single può adottare. Restare in mezzo al guado però è un po' ridicolo...


Gabriella Cetroni segnala i seguenti articoli:

Liberazione 23.2.06
«Contro il fondamentalismo? L’esempio di Trotsky»
Intervista al filosofo della scienza Giulio Giorello, ospite oggi a Roma del festival di filosofia. Quale rapporto deve avere il pensiero scientifico e laico di fronte alle ingerenze della religione nella sfera pubblica?
Tonino Bucci


Perché la religione riesce ad accreditarsi come una chiave di lettura della sfera pubblica? Non c’è bisogno di fornire l’elenco dettagliato delle circostanze in cui la Chiesa, negli ultimi tempi, è entrata prepotentemente nella politica italiana su temi centrali, dalla bioetica alla fecondazione assistita, dalla libera ricerca scientifica alla sessualità. In tutti questi casi, la religione ha finito per legittimarsi come l’unico discorso in grado di fondare valori etici saldi in un clima di presunto relativismo e arbitrio soggettivo. Un potere condizionante rispetto al quale la capacità di resistenza della comunità scientifica appare molto ridotta, come se questa fosse incapace di accompagnare le proprie innovazioni - soprattutto, le biotecnologie - con una cornice etica efficacia. Quale atteggiamento il pensiero laico e razionalista debba avere di fronte al ritorno del fondamentalismo sulla scena pubblica della nostra società, è uno dei temi di riflessione del filosofo della scienza Giulio Giorello, tra gli ospiti del festival di filosofia oggi a Roma - al teatro Palladium, ore 18 e 30.

La scienza, anche se forte nel suo potere materiale di condizionare la nostra esistenza, soprattutto per il tramite della tecnologia, appare estremamente debole nel distinguere il bene dal male. Ci dà gli strumenti, ma non il fine, non le indicazioni per l’uso. E’ d’accordo?

Le Chiese, o meglio le burocrazie dello spirito religioso, hanno strutture tali che permettono di schierare tutte le forze sotto una bandiera. Il mondo della scienza, invece, è un mondo strutturalmente pluralistico nel quale ci sono formazioni molto diverse. Le donne e gli uomini che lavorano alla ricerca possono avere educazioni, sensibilità religiose o morali molto diverse. In Italia ci sono, da una parte, forze che possono agire come un sol partito, mentre dall’altra non esiste né il partito dei laici né il partito degli scienziati. La scienza è un’impresa plurale. Bisogna aggiungere che gli scienziati, per buone ragioni, si dimostrano molto spesso timidi, restii nel buttarsi in politica e nel dibattito pubblico. Siamo il paese che ha condannato Galileo Galilei e in cui la comunità scientifica è stata a parole valorizzata, ma in realtà duramente controllata nel periodo dell’odiosa dittatura fascista. Non bisogna dimenticare queste premesse storiche.

Ma non ci sono reazioni nella comunità scientifica di fronte alla recrudescenza di certe tendenze che mettono in discussione persino l’evoluzionismo?

Le cose stanno cambiando. In alcuni casi gli scienziati hanno dimostrato di saper parlare in prima persona sulla grande questione della libertà di ricerca. All’estero ci sono state autorevoli prese di posizione, ad esempio, contro la deplorevole moda del disegno intelligente usata per sterilizzare e neutralizzare gli approcci darwiniani e neodarwiniani. La reazione contro il disegno intelligente, la difesa del darwinismo e il bisogno di rispondere in modo forte e chiaro alle sciocchezze dei creazionisti è un elemento presente nella comunità scientifica, soprattutto in quella anglosassone. Altro esempio: gli interventi del professor George Coyne, un grande astrofisico, a difesa della teoria dell’evoluzione anche quando gli attacchi provenivano da alcuni esponenti della gerarchia cattolica. Non dimentichiamo che Coyne è un gesuita che dirige la Specula Vaticana. Un bell’esempio di coraggio scientifico e morale. E vanno poi citati i casi di ricercatori italiani nel campo della biologia, quello di Edoardo Boncinelli o, ancora, quello di Umberto Veronesi nella campagna referendaria sulla fecondazione assistita. E non mancano neppure riviste come Darwin che cercano di fare chiarezza. Nonostante l’Italia abbia visto più volte affermarsi, nella sua tradizione filosofica, delle tendenze antiscientifiche, oggi si comincia a prendere coscienza che la libertà di ricerca scientifica è una componente ineliminabile della più generale libertà del filosofare e della nostra cultura. Qui vorrei ricordare il mio maestro Geymonat, non solo un grande ricercatore ed educatore, ma anche rigoroso combattente antifascista. La liberazione dai pregiudizi nei riguardi dell’impresa tecnoscientifica rappresentava per lui una componente della lotta contro il fascismo. Era parte di un’unica battaglia che Geymonat, da marxista, identificava nell’ottica dell’emancipazione del movimento operaio.

Geymonat poteva ancora scorgere il nesso tra l’impresa scientifica e l’utopia della politica, dell’emancipazione dell’uomo dall’ingiustizia e dalla miseria. Oggi, invece, l’alleanza tra politica e scienza sembra essersi rotta. I politici contemporanei preferiscono, invece, ergersi a paladini della religione occidentale, come dimostra il caso di Calderoli. Perché?

Se i politici vedono la religione come uno strumento utilizzabile, è segno che ne stanno facendo una strumentalizzazione cinica. Piegano il bisogno delle persone di fede ai loro più bassi scopi. Dovrebbero essere gli autentici spiriti religiosi per primi a insorgere contro simili operazioni. Questo vale non solo per i casi più clamorosi - come quello dell’ex ministro leghista, un razzista che si era già permesso d’insultare una giornalista palestinese e che probabilmente ha dimenticato i suoi riti pagani sulla riva dell’inquinato Po - vale, dicevo, non solo per i casi più eclatanti, ma per tutti quei politici che una volta si proclamavano atei e oggi devoti, che utilizzano la religione a proprio instrumentum regni. Quanto alla scienza, non credo che la grande maggioranza degli uomini e delle donne oggi al governo abbiano competenze tecnico-scientifiche. Ma, essendo io uomo di sinistra, mi preoccupa di più il fatto che l’ignoranza dell’impresa scientifica domini anche tra i politici di sinistra. Non so se sia colpa degli uomini di scienza, poco bravi a spiegarsi, o dei politici della sinistra che non capiscono l’importanza della cultura scientifica per la maturazione del paese.

Forse, a dispetto delle continue ingerenze nella sfera pubblica, anche la religione non è così forte come si crede. Non crede che la presa delle Chiese tradizionali sulla società sia indebolita a causa dell’insorgere di tendenze irrazionaliste e new age proprio nei paesi occidentali?

Le voci che strillano alto, le voci del cosiddetto fondamentalismo - e mi riferisco qui non all’islam, ma all’occidente cristiano, in particolare al protestantesimo Usa - ho l’impressione che tradiscano una debolezza. Questo strillare isterico dei fondamentalisti copre la loro profonda paura nei confronti del potere liberante dell’impresa tecnoscientifica. Sarebbe compito dei laici svelare la loro vigliaccheria.

Le religioni tradizionali hanno timore della modernità?

Le religioni tradizionali sono fatte dagli uomini e dalle donne che si riconoscono in esse. Non sono un corpo di idee platoniche definite una volta per tutte, ma organismi viventi. Come farle evolvere lo decidono coloro che ci sono dentro, nonché l’interazione di questi organismi con l’ambiente esterno. Non si possono dare definizioni univoche di realtà così composite come islam, protestantesimo, cattolicesimo, ebraismo e via dicendo. Il mio giudizio è che se le religioni sapranno scegliere una flessibilità e un sano scetticismo di base - la capacità di mettere in discussione i propri pregiudizi - potranno coesistere benissimo con molte innovazioni tecnico-scientifiche. Fra queste tradizioni, quella che ritengo più preparata a questo dialogo è il buddismo. Non ho nessuna adesione personale a questa religione, è solo un giudizio. Beninteso, anche il cristianesimo ha, alle sue spalle, una grande tradizione anche di dialogo con la scienza. Pensiamo all’evoluzione del protestantesimo durante la rivoluzione scientifica o allo spirito di libertà di Tommaso d’Aquino, un pensatore che molti “filosofi” cattolici mi pare non conoscano. Altrimenti si sarebbero guardati dal dire “l’embrione è uno di noi”. Ricordo un cattolico studioso di bioetica che diceva “l’embrione è uno di noi perché se viene perturbato, dà segno di reagire”. Ma, allora, anche un coccodrillo reagirebbe, e malamente, se qualcuno gli pestasse la coda. Dovremmo cercare di spostare il discorso su argomentazioni più serie e rigorose. Una società matura non deve aver paura di fondamentalisti che portino le proprie ragioni. Ma che queste ragioni ci siano e tutti abbiano la libertà di esaminarle. E confutarle. Questa era la tesi esposta da un certo signore in alcuni scritti sull’arte e la letteratura, nei quali difendeva il pluralismo come processo emancipativo dei lavoratori. Si chiamava Lev Davidovich Bronshtein, in arte Trotsky.

Liberazione 23.2.06
Perché il declino dell’Italia non fa dibattito?
Giorgio Cremaschi


“Parla d’economia, stupido! ”. Pare che questa scritta stesse alle spalle della scrivania di Clinton, durante la campagna presidenziale del 1992, che lo vide vincente contro Bush (padre). Ieri Francesco Giavazzi lamentava su Il Corriere della Sera l’assenza di un reale dibattito economico nella campagna elettorale. Anche se non siamo d’accordo sulle conclusioni e le proposte, dobbiamo dire però che l’editorialista del Corriere ha messo il dito nella piaga.
Non si capisce per quale ragione il disastro economico del Paese non sia al centro della campagna elettorale. O meglio, lo si capisce dal lato della destra. Il fatto che l’Italia sia il paese con la peggiore tendenza economica d’Europa, la peggiore inflazione, la peggiore distribuzione del reddito, suona come una condanna senza appello per il governo Berlusconi ed è evidente l’interesse di tutta l’attuale maggioranza di parlare d’altro. E’ meno comprensibile il fatto che l’opposizione, pur nelle sue evidenti differenze e distinzioni, non riesca a portare l’economia al centro del confronto elettorale e si faccia continuamente trascinare a parlare d’altro. Se c’è una sola possibilità per Berlusconi di vincere le elezioni, essa deriva proprio dal fatto che egli riesca a impedire che si segua l’imperativo di Clinton, che, invece, riuscì a non farsi trascinare altrove da Bush (padre).
Qual è la spiegazione di questa difficoltà? Probabilmente ce ne sono tante, di spiegazioni, che ci portano anche a cosa è diventata la politica, al suo rapporto con l’economia e la società, con la cultura e lo spettacolo. Ma probabilmente c’è una ragione precisa. La crisi italiana è di dimensioni tali da non poter essere affrontata con nessuna delle politiche del passato.
Tutti i paesi europei hanno dei malanni, ma noi siamo l’unico che li ha tutti. Il debito pubblico più alto del continente, un’industria che ha perso competitività anno dopo anno perché ha rinunciato a investire sul futuro. Una distribuzione del reddito tra le più inique, che accentua da noi quei fenomeni di impoverimento dei cosiddetti ceti medi, che sono caratteristiche di tutte le società occidentali. Un’evasione fiscale vergognosa. Un nuovo aggravarsi del distacco economico e sociale, tra il Nord e il Mezzogiorno. Carenze storiche sul piano delle infrastrutture, dei servizi, della formazione e della scuola. Una disonestà di fondo del sistema degli affari che disincentiva gli investimenti esteri ben più di quel costo del lavoro che dovrebbe essere cancellato dalle priorità della politica. Il dominio di sistemi criminali e mafiosi su interi territori del nostro paese. Ecco, nella competizione internazionale, noi sommiamo tutti i difetti e i limiti di tutti i paesi occidentali, non ce ne siamo risparmiato uno.
(...)

il manifesto 23.2.06
Usa, il diritto d'aborto sotto attacco
La Corte suprema rimodellata da Bush con l'entrata dei due giudici iper-conservatori Alito e Roberts, deciderà sulla costituzionalità di una legge del presidente del 2003 che limita quel diritto
S.D.Q.


WASHINGTON. Diritto d'aborto sotto attacco negli Stati uniti dove la Corte suprema, rimodellata ad hoc da George Bush, ha deciso di discutere una legge firmata dal presidente nel 2003 che limita il diritto di aborto. I 9 giudici hanno annunciato che nella prossima sessione di ottobre della Corte, prenderanno in esame il Partial-Birth Abortion Ban Act per decidere se sia costituzionale o meno in quanto manca di un eccezione che protegga la salute della donna incinta. Il caso è di straordinaria importanza perché va a toccare, su scala nazionale, un punto decisivo da quando nella causa «Roe contro Wade» la Corte suprema sentenziò nel `73 che le donne hanno il diritto costituzionale di abortire. Nel 2000 la Corte suprema dichiarò incostituzionale, per 5 a 4, una legge del Nebraska proprio in quanto non conteneva una eccezione a salvaguardia della salute della madre. La decisione di ottobre potrebbe segnare il punto di svolta della nuova Corte, sempre più marcatamente conservatrice: non è un caso che abbia deciso di occuparsi della legge in coincidenza con l'entrata del giudice Samuel Alito che va ad affincarsi al suo presidente John Roberts, entrambi conservatori e voluti da Bush. La loro visioni sul diritto di aborto furono al centro delle udienze di conferma che hanno sostenuto (e passato) in senato.

I gruppi di difesa dei diritti civili e in particolare del diritto all'aborto, sono in allarme. L'entrata in scena della Corte «significa che il principio di fondo di proteggere la salute della donna, garantito dalla "Roe contro Wade", è in chiaro e immediato pericolo», ha detto Nancy Keeran, del gruppo Naral-Pro Choice America. Di «pericoloso atto di ostilità diretto chiaramente contro la salute e la sicurezza delle donne» parla Cecile Richards, presidente della Planned Parenthood Federation of America.

Da destra solo elogi. Jay Sekulow, dell'American Center for Law and Justice, ha detto di «sperare che l'Alta corte proclamerà la costituzionalità della legge» e Andrea Lafferty, della Traditional Values Coalition, si è detta certa che l'entrata «dei due nuovi giudici conservatori segnerà la fine della presa della lobby abortista sulla Corte».

La Legge firmata da Bush nel 2003 non è mai entrata in vigore finora a causa dei ricorsi e in quanto sei corti federali l'hanno giudicata incostituzionale. Approvata dopo 9 anni di dibattito, il Congresso vi incluse solo l'eccezione sulla vita della madre ma non quella sulla sua salute. Prevede due anni di reclusione per i medici che la trasgrediscano. Il Dipartimento della giustizia, affidato a un altro fedelissimo di Bush, il conservatore Alberto Gonzales, ha chiesto alla Corte suprema di dichiarare la piena costituzionalità della legge. Il Center for Reproductive Rights di New York afferma invece che una simile decisione «costituirebbe un significativo arretramento da più di tre decenni di giurisprudenza della Corte che ha finora sempre respinto ogni regolazione dell'aborto che non prevedesse la salvaguardia della salute della madre».

mercoledì 22 febbraio 2006

Liberazione 22 febbraio 2006
L’Islam non è l’aggressore, è l’aggredito. Inciviltà occidentale
di Rina Gagliardi

Domani, dunque, Marcello Pera, seguito da una sfilza di intellettuali di destra, e sostanzialmente benedetto da Benedetto XVIesimo, presenterà il suo “Europa, svegliati! ”: un vigoroso appello alla coscienza giust’appunto europea, acciocché difenda le sue radici giudaico-cristiane dall’attacco islamico e dichiari, a sua volta, una sorta di “guerra santa” a mezzo Sud del mondo. Sono posizioni che il presidente del Senato, esponente illustre dei così detti “atei devoti” e di un vero e proprio fondamentalismo “occidentalista”, porta avanti da un pezzo (anche qui in buona compagnia, dal Corriere della sera al Foglio, passando per il Riformista). Ora, però, a rilanciare questa piattaforma concorrono due eventi: a livello internazionale, le rivolte fondamentaliste seguite, dal Pakistan alla Libia, alla vicenda delle vignette blasfeme danesi; al livello più nostrano, o provinciale che dir si voglia, la campagna elettorale. Tutto concorre, ahimé, alla crescita dell’estremismo fanatico e delle crociate ideologiche: il clima si approssima sempre di più a quello scontro frontale delle civiltà che, a forza di esser nominato o paventato, rischia di diventare la vera “cifra” della crisi del nostro tempo. E comincia a non apparire più così paradossale che la seconda carica dello Stato (sia pure, speriamo, solo per qualche settimana) vesta l’elmetto, tuoni contro le “imbelli” cancellerie d’Europa, apra il fuoco contro la politica di “appeasement”. Proprio come fossimo nel ’38, alla vigilia dell’aggressione di Hitler all’Europa.
Si rifletta bene sulla campagna attuale, dominata quasi soltanto da parole di guerra: il richiamo esplicito è al secondo conflitto mondiale e agli anni torbidi che lo hanno preceduto - il pericolo evocato del “pacifismo”, di una ripetizione del patto di Monaco (quello che le potenze europee stipularono nel ’38 col nazismo, nella speranza di rinviare la guerra), di una “umiliazione” crescente dell’Occidente. Sono parole gravissime, irresponsabilmente provocatorie, ispirate da un insensato bisogno di buttare benzina sul fuoco. A stare alla lettera di queste dichiarazioni, l’Europa - o chi per lei - dovrebbe al più presto rompere le relazioni diplomatiche con i paesi e i governi musulmani, aggredire militarmente Siria, Iran, Nigeria e magari il Pakistan (per altro fedele alleato dell’Occidente e segnatamente degli Stati Uniti), espellere da sé quindici milioni di migranti di religione islamica che occupano il suo territorio, progettare infine l’attacco “finale” a un miliardo e trecento milioni di persone: in breve, quel che si evoca è, né più né meno, una nuova guerra mondiale. Che, a differenza di quelle che l’hanno preceduta, avrebbe come propri nemici dichiarati non potenze politiche, non governi, non Stati, ma popoli interi - e una fede religiosa. Una tale enormità, certo, non la dice Pera e non la dice (forse) neppure Magdi Allam. Ma in qualche modo, questa enormità, la fanno balenare - la fanno correre nei loro scritti, nelle loro interviste, nei loro appelli. Perché? Perché riscoprono le Crociate, esattamente come l’ex-ministro Calderoli, nel mondo globalizzato avido di petrolio, di acqua e di materie prime, dove denaro e business, anche e soprattutto con il mondo islamico, la fanno da padroni?
Se proviamo a cercare il nucleo di verità che c’è sempre nelle posizioni altrui, anche in quelle degli avversari, possiamo scoprire che sì, che c’è qualcosa di cupamente veritiero nei discorsi del presidente del Senato e dei molti che lo seguono o lo assecondano. Questo qualcosa è la crisi oramai conclamata della “civiltà occidentale”, del suo modo di produrre, consumare e vivere: un “male oscuro” che attanaglia l’Europa e l’Occidente. Una paura diffusa, a volte sotterranea, a volte consapevole. Ma qual è l’agente “patogeno”, il virus che sta producendo questa malattia di massa? Qui emerge tutta la disonestà intellettuale dei Pera, dei Quagliarello, degli oscurantisti cattolici: non indagano la malattia - la crisi - ma parlano di “malocchio” - di minaccia esterna, da estirpare con la violenza. Proprio come fanno i “maghi” o i guru di fronte a persone infelici e malcapitate. Proprio come le classi dirigenti hanno sempre fatto, nella storia, per salvarsi: buttarla sul capro espiatorio “giusto”. Un rituale barbarico, che, del resto, la civiltà cristiana ha usato molte volte, e con risultati tragici - come contro gli ebrei, sterminati a milioni non dai seguaci di Maometto ma dai capi della più grande nazione cristiana d’Europa.
Noi lo sappiamo bene. Non è l’Islam, ma il capitalismo dell’era liberista che sta letteralmente divorando la civiltà occidentale, ne mina le basi strutturali (il lavoro, che non “vale” più nulla), ne svuota ogni valore condiviso. Noi viviamo in società ancora relativamente benestanti, ma sempre più disgregate, insicure, che non promettono futuro - e offrono un presente all’insegna della precarietà, l’unico Grande Valore che la borghesia ha scoperto e praticato in questi decenni. Noi, se ancora nutriamo qualche speranza, la collochiamo ormai “fuori” - fuori da qui, dal dove siamo, dalle città in cui abitiamo, dai luoghi che percorriamo abitualmente. La più recente ricerca dell’Eurispes ci dice che un terzo degli italiani, ma soprattutto la grande maggioranza dei giovani, vorrebbe andare, appunto, “fuori” - all’estero. Vorrebbe emigrare, proprio come fanno milioni e milioni di cittadini del Sud del mondo, alla ricerca di qualcosa che, lì dove sono, non trovano e non sperano di trovare. Forse qui, in questa vocazione globale al “fuori”, alla migrazione, c’è in nuce anche un sogno nuovo di libertà, c’è in potenza la nascita di una nuova umanità migrante - tutta migrante - capace di ridefinire se stessa e un’altra civiltà. Intanto, però, il segno dominante resta quello della crisi, del disagio esistenziale, talora della disperazione. Accade così che questo Occidente che non sa più dove andare scopra, per l’ennesima volta, il Nemico contro il quale scaricare la sua crisi.
Questo nemico, naturalmente, è oggi l’Islam. L’Islam in quanto tale, senza più distinzioni tra moderati ed estremisti, tra governi e popoli, tra le mille e mille confessioni nelle quali si suddivide. L’Islam di cui l’Occidente ha allevato e foraggiato con cura tutti i fanatismi e tutti i fondamentalismi - comportandosi da vero apprendista stregone, dai Talebani ad Hamas, dai waabiti sauditi agli sciiti irakeni - per vincere le sue guerre, ieri in Afghanistan contro i russi, oggi contro le oligarchie al potere in Medio Oriente. L’Islam che è stato, per secoli, parte integrante della civiltà europea, l’ha contaminata, ne è stato contaminato - ed oggi viene rappresentato corpo estraneo, alieno, minaccioso. L’Islam astratto e “memorizzato”, che schiaccia popoli e persone su un credo fanatico e “anticristiano”, e non è mai fatto di contesti concreti: come la colonizzazione italiana della Libia, una ferita mai davvero cancellata, un esempio feroce e sanguinario di colonizzazione e oppressione. Ma sulle responsabilità occidentali è silenzio totale: quelle storiche, e quelle attuali. Quel mix di aggressione e “miraggi lusinghieri”, di oppressione sistematica e spoliazione identitaria, di neocolonialismo e pelosa “integrazione”, che oggi fa esplodere le masse di questi paesi. Quella arrogante e violenta pretesa di modellare il pianeta intero su se stessi, come l’export a viva forza non della democrazia, ma dei suoi simboli e dei suoi riti formali. Non è l’Islam l’aggressore, ma l’aggredito. E la replica a cui oggi stiamo assistendo reca - ahimé - il segno profondo della “inciviltà occidentale” che l’ha alimentata: a forza di rubare le risorse, di imporre (Fmi) politiche liberiste che provocano per milioni di persone una condizione di povertà e sofferenza sociale; a forza di allevare classi dominanti corrotte e\o subalterne, di vendere armi e strumenti di morte, di far chiudere le scuole pubbliche laiche, facendo trionfare quelle coraniche; a forza di devastarlo, questo pezzo di mondo, e alla fine di schernirlo con le vignette, si poteva pensare che esso non si ribellasse? Non si facesse conquistare, ahimé, dall’unico valore - il fanatismo religioso - che sembra il solo a promettere una possibilità di riscatto? Così la ruota della storia ha ripreso a girare, vorticosa, verso la catastrofe, verso lo scontro dei fondamentalismi. C’è un dio pietoso che ci può salvare?

sabato 18 febbraio 2006

Liberazione, 18.02.06
Sentenza shock: stupro meno grave se non sei più vergine
Monica Lanfranco


E’meno grave picchiare una persona fino a romperle un braccio se già la persona percossa un braccio l’ha rotto, e per giunta ingessato mentre subisce le botte? Forse sì, secondo l’opinione della Terza sezione penale della Cassazione. Questi giudici, di certo persone perbene ai quali la comunità si affida per dirimere questioni legali delicate e fondanti per la civile convivenza ieri hanno sentenziato che lo stupro su una minorenne è meno grave se la vittima ha già «avuto rapporti sessuali».
Perché «è lecito ritenere» che siano più lievi i danni che la violenza sessuale provoca in chi ha già avuto rapporti rispetto a chi non ne avuti affatto. Lo scenario dal quale, in un paese ritenuto civile come il nostro, si snoda questa vicenda vede una quattordicenne abusata dal convivente della madre.
Siamo in Sardegna, una regione nella quale è presente, a macchia di leopardo, un forte problema di violenza familiare, scolastica e sociale.
L’uomo, un quarantenne con alle spalle una storia di tossicodipendenza, racconta che avrebbe voluto un rapporto come si suol dire completo, ma che la figlioccia lo aveva convinto a soddisfarlo, temendo i rischi di sieropositività, con un rapporto orale. In virtù di questo fatto l’imputato, condannato in primo grado a tre anni e quattro mesi, si sente un po’ vittima, e chiede lo sconto di pena.
Da subito il ricorso non viene accolto: la corte d’Appello di Cagliari nel novembre 2003 gli rifiuta lo sconto sulla base delle «modalità innaturali del rapporto», ritenuti tali da compromettere «l’armonioso sviluppo della sfera sessuale della vittima».
Meno male che c’è la Terza sezione della Cassazione, che adesso lo soccorre. E per estensione, (dopo il precedente caso della sentenza sui jeans, ritenuti indumenti troppo stretti per essere strappati, e quindi se li hai addosso e dici che hai subito violenza stai mentendo), soccorre qualunque futuro simpatico stupratore, familiare, singolo, o gruppetto di amici, che intenda trascorrere momenti lieti. Certo, i rischi purtroppo restano. Se sei sfortunato e incappi in una giovane vergine allora sì che sono guai. Altrimenti non importa se hai quattordici anni, se chi ti insidia sessualmente è il convivente di tua mamma. Non sei più illibata, quindi che sarà mai.
E’ più o meno lo stesso rigore logico dei colleghi avvocati di Processo per stupro, un documento che risale ad oltre 25 anni fa. Alla sbarra all’epoca i giovani fascisti massacratori di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti. Ora la Corte d’appello di Cagliari dovrà tenere in “debito conto” le considerazioni della Suprema Corte per valutare la possibilità dello sconto di pena al patrigno. E l’Italia ha sceso ancora un gradino nella scala della civiltà dei rapporti umani e tra i generi. Siamo in pericolo.









AprileOnLine, 18.02.06
Medioevo in Cassazione
Con una sentenza shock i giudici affermano che lo stupro di una minorenne è meno grave se la ragazzina non è illibata. Tra le forze politiche lo sdegno è trasversale
Carla Ronga


E' meno grave lo stupro di una minorenne - anche se si tratta di una ragazzina di appena quattordici anni - se la vittima ha già "avuto rapporti sessuali". Perché "é lecito ritenere" che siano più "lievi" i danni che la violenza sessuale provoca in chi ha già avuto rapporti, con altri uomini, prima dell'incontro con il violentatore. E' questa l'opinione della Terza sezione penale della Cassazione. In sostanza i supremi giudici pensano - anzi ne sono più che sicuri, tanto che hanno accolto questo punto di vista (sostenuto dall'autore delle stupro) - che sia di più modeste proporzioni l'impatto devastante della violenza sessuale quando a subirlo è una adolescente non più vergine.
Questo perché - spiegano gli "ermellini' - "la sua personalità, dal punto di vista sessuale" è "molto più sviluppata di quanto ci si può normalmente aspettare da una ragazza della sua età".
Così chi violenta una minorenne - come quella del caso affrontato dalla Cassazione - vissuta in un ambiente socialmente degradato e difficile, e della quale abusa essendo per di più il convivente della madre, può ottenere il riconoscimento della "attenuante" del "fatto di minore gravità" invocato in nome della perduta illibatezza della vittima.
Una decisione shock,che torna a giudicare le vittime piuttosto che gli aggressori. I più colpiti sono coloro che lavorano con le donne e i minori. "Ho pensato di essere tornata indietro di 50 anni e come se mi fosse arrivato un pugno nello stomaco", ha detto Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente di Telefono Rosa, " E' inconcepibile che un reato contro la persona così grave, possa avere due pesi e due misure, se la ragazza è vergine o non lo e''. Anche perché, proprio i dati confermano che la violenza contro le donne è in crescita, specialmente nelle fasce più giovani. Elisabetta Canitano, medico, presidente dell'Associazione "Vita di donne" è fuori di se. " La cosa che più colpisce è il fatto che si faccia confusione fra il danno e la colpa. Se noi possiamo parlare in termini di risarcimento del danno – spiega Canitano - allora possiamo dire che una ragazza che non ha mai avuto rapporti ha diritto a un risarcimento maggiore, ma questo non si capisce come possa essere un attenuante per chi commette il reato".

Tra le forze politiche lo sdegno è trasversale, mettendo per una volta tutti dalla stessa parte. Se Alessandra Mussolini la definisce una " sentenza vergognosa e devastante", di "sentenza di sapore medievale, fuori dal tempo" ha parlato Gloria Buffo (Ds) con Livia Turco che ne chiede la cancellazione, mentre per Giovanna Melandri si fa un "balzo indietro di decenni". "Lo stupro è sempre inaccettabile. Non c'è giustificazione, mai, a un gesto così odioso e questa verità è ancora più vera e forte se quel gesto viene rivolto contro una minorenne. Perché la violenza è un modo per annullare la soggettività di una persona e le soggettività meno formate ricevono un danno doppio". Così commenta il pronunciamento della Cassazione Anna Serafini, responsabile del dipartimento Infanzia e Adolescenza della direzione nazionale dei Ds. Dorina Bianchi (Margherita) non vorrebbe mai trovarsi "nei panni delle mogli o delle figlie di quei supremi giudici". Per Elettra Deiana (Prc) "l'inviolabilità' del corpo femminile non è ancora diventato principio vincolante per la magistratura italiana", di una "sorta di incitazione allo stupro, seguita dall'impunità" ha parlato Andrea Gibelli (Lega).

Una sentenza "errata tecnicamente e moralmente" è stata definita dal presidente nazionale degli avvocati per i minori e le famiglie, Manuela Maccaroni. Un errore "tecnico", prima di tutto: l'articolo 609 quater, comma due, del codice penale prevede la reclusione da cinque a dieci anni per chi compie atti sessuali con una persona che al momento del fatto non ha compiuto sedici anni, come la ragazza di cui parla la sentenza, quando il colpevole sia l'ascendente, il genitore anche adottivo, il tutore o altra persona cui per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia il minore è affidato, o che abbia con quest'ultimo "una relazione di convivenza". Un articolo sufficiente a comminare una pena grave senza alcuna necessità di approfondire le abitudini della ragazza o il suo sviluppo fisico.

Dure le prese di posizione anche in ambito governativo, con il ministro per le Pari opportunità Stefania Prestigiacomo: una sentenza "che ci lascia interdetti, in un momento in cui il nostro paese ha varato nuove normative su pedofilia e mutilazioni genitali" ribadendo la "posizione di estremo rigore nei confronti di tutti gli atti che scalfiscano l'inviolabilità fisica della persona, soprattutto se minore".












Liberazione, 17.02.06
Laicità
Il crocefisso e i giudici
Giorgio Rappo, via e-mail

Caro direttore, ho letto la sentenza sull’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche e sono allibito per il tipo di argomenti portati dai signori giudici (suppongo vadano chiamati così): ne suggerisco la lettura. Non sono un giurista e neanche laureato, ciò nonostante seguendo le argomentazioni dei signori giudici si perviene a conclusioni paradossali, ovvero che il crocefisso andrebbe inserito in ogni contesto rappresentando il fondamento stesso della Repubblica. Strani tempi: la Croce Rossa Internazionale modifica i suoi simboli recependo l’esigenza di maggiore laicità, qui invece finiscono in una sentenza tesi respinte dalla carta europea.










AprileOnLine, 16.02.06
Crocifisso sì, laicità forse
Libera Chiesa. Il Consiglio di Stato ha parlato: il simbolo cristiano deve rimanere appeso nelle scuole, in quanto riferimento ''idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili''
E. S.


Appare per molti aspetti discutibile la sentenza del Consiglio di Stato, che ha respinto il ricorso della cittadina svedese Solle Lauti, in merito alla presenza del crocifisso nell'aula di scuola media inferiore frequentata dai suoi figli ad Abano Terme, in provincia di Padova.
In primo luogo, nel documento il crocifisso viene ritenuto "abilitato" a restare al suo posto non in quanto oggetto di culto, ma perché "simbolo idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili", intendendo per valori civili la tolleranza, il rispetto reciproco, quello dell'individuo in sé, e dei suoi diritti. Una serie di considerazioni che inevitabilmente sembrano trasferire competenze e funzioni di uno stato laico alle attenzioni e alla premura della religione che il crocifisso rappresenta.

Non a caso, dunque, sfogliando attentamente le 19 pagine della sentenza emergono diretti riferimenti al concetto di laicità, la quale secondo il Consiglio di Stato, "benché presupponga e richieda ovunque la distinzione tra la dimensione temporale e la dimensione spirituale, e fra gli ordini e le società cui tali dimensioni sono proprie, non si realizza in termini costanti e uniformi nei diversi Paesi ma, pur all'interno della medesima civiltà, è relativa alla specifica organizzazione istituzionale di ciascuno Stato, e quindi essenzialmente storica, legata com'è al divenire di questa organizzazione". Da quanto scritto sembra esserci un tentativo, francamente piuttosto maldestro, di coniugare valori laici e cattolici, cosa di per sé assolutamente legittima e storicamente fondata, ma con l'intenzione di giustificare in questo modo una specifica e simbolica presenza religiosa all'interno di uno spazio pubblico, e dunque obbligatoriamente da tutelare attraverso principi laici, che prevedono in tema religioso la libertà e il rispetto di qualsiasi orientamento di fede. Oltre questo, la teoria così esposta in qualche modo invita a distinguere tra vari tipi di laicismo, in base alle evoluzioni storico-religiose avutesi nel corso del tempo, nelle realtà più diverse.

Detto questo, è lo stesso Consiglio di Stato che lascia alle dispute dottrinarie la definizione "delicata" e astratta di laicità: "In questa sede giurisdizionale si tratta in concreto e più semplicemente di verificare se l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche sia lesiva dei contenuti delle norme fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, che danno forma e sostanza al principio di laicità che connota oggi lo Stato italiano, e al quale ha fatto più volte riferimento la Corte Costituzionale". "È evidente – si legge più avanti – che il crocifisso è esso stesso un simbolo che può assumere diversi significati e servire per intenti diversi; innanzitutto per il luogo in cui è posto". Se dunque in un luogo di culto "è propriamente ed esclusivamente un simbolo religioso", la situazione può essere interpretata in maniera diversa "in una sede non religiosa, come la scuola, destinata all'educazione dei giovani", perché in questo caso "il crocifisso potrà ancora rivestire per i credenti i già accennati valori religiosi, ma per credenti e non credenti la sua esposizione sarà giustificata ed assumerà un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso è in grado di rappresentare e di richiamare in forma sintetica immediatamente percepibile ed intuibile (al pari di ogni simbolo), valori civilmente rilevanti".

Stando alle motivazioni della sentenza, si potrebbe allora obiettare che non solo il crocifisso deve considerarsi l'emblema perfetto di valori universali; perché, se questo è l'obiettivo "simbolico", accanto al Cristo sofferente per l'umanità, nelle aule ci starebbe bene anche una bandiera con i tanti colori della pace. Ma questa (forse) è un'altra storia.














Liberazione, 16.02.06
Quale Marx per il XXI secolo? Lo studioso olandese interviene nella discussione provocata
dalla pubblicazione del volume collettivo “Sulle tracce di un fantasma”
L’economia, una fede che si traveste da scienza
Michael R. Kraetke


Il dibattito “Quale Marx per il XXI secolo? ” che, a partire dalla discussione sul recente volume collettivo curato da Marcello Musto, Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, 2005), si è sviluppato sulle pagine di Liberazione, ha il merito di attirare l’attenzione, anche in Italia, sul risveglio d’interesse, in corso in molti paesi, verso il pensatore di Treviri.

Proverò a illustrare “perché abbiamo ancora bisogno di Marx”, limitando le mie argomentazioni a un unico punto: la critica dell’economia politica, senza rinunciare, sullo sfondo, a considerare il rapporto tra teoria e prassi, trattato in molti degli interventi che mi hanno preceduto.

Contrariamente al ritornello assolutamente dominante fino a pochi anni fa - There is no alternative - l’economia in quanto scienza sociale vive oggi una crisi profonda. Molti economisti sono preoccupati per lo stato della loro disciplina e invocano una riforma dell’intero e mastodontico corpo della teoria economica. Sempre più spesso la professione economica deve confrontarsi con coloro che si ribellano al pensiero dominante. Un movimento di dissenso ha accusato il pensiero economico dominante di “autismo”, di assoluta cecità e sordità di fronte alla realtà economica del mondo attuale e riaperto la battaglia per qualcosa di nuovo e di diverso: un’economia “post-autistica”.

Sfortunatamente la maggioranza della classe politica, anche a sinistra, non è ancora consapevole della profonda crisi che vive la scienza economica. Essa continua a parlare di economia invece che di politica. Non crede più in Dio, ma nella presunta “scientificità” del pensiero economico e nelle verità universali di cui sembra portatore. Usa il linguaggio, i principi e i parametri della scienza economica dominante e ne ha bisogno perché ciò che conta nella prassi politica contemporanea è la competenza nella gestione dell’economia e della finanza.

Poiché le politiche di tutti i paesi a capitalismo avanzato sono centrate sull’economia, la classe politica e il pubblico si sono sottomessi alla logica implicita propagata dall’ortodossia dell’economia dominante. Si conoscono le migliori soluzioni (e a volte anche quelle di riserva) per ogni problema particolare. Quindi non c’è motivo, né ragione, per una contesa politica. Il libero mercato e la libera competizione non solo risolveranno ogni problema politico o sociale, ma forniranno automaticamente la miglior soluzione possibile, se ci dimostreremo sufficientemente saggi da lasciarli lavorare. Ci viene fatto credere che non ci sia spazio e nessun fondamento logico per nessuna soluzione politica, persino nella nostra società frammentata e complessa. Ne deriva una completa depoliticizzazione della vita politica, l’ascesa al potere della tecnocrazia economica e l’egemonia del pensiero economico ortodosso. Ecco perché la crisi del pensiero economico e la ribellione di molti economisti rappresenta un tema politico di enorme importanza. Molti di essi, infatti, hanno abbandonato il campo dell’ortodossia neoclassica e si sono uniti ai ribelli con la volontà di analizzare il mondo dei mercati nell’economia contemporanea senza il paraocchi del mondo ideale delle utopie capitaliste e di cercare un’alternativa.

Naturalmente, benché non sia facile afferrarla e ancora più complesso svilupparla, un’alternativa esiste e qui entra in gioco Marx. Le dicotomie tra politica ed economia, Stato e mercato sono già state criticate e risolte da Marx, nella sua critica dell’economia politica. Il doppio progetto della vita di Marx, mai portato a termine, della critica della politica e dell’economia, benché frammentario e giunto a noi non ultimato, ha molti spunti da offrire ai ribelli della scienza economica. L’analisi critica del capitalismo fatta da Marx è un’analisi critica delle categorie e delle teorie economiche altamente politica - di vera economia politica che rompe il dualismo tra teoria e prassi - e sottolinea la natura politica delle relazioni economiche nel capitalismo moderno così come dei ruoli e delle funzioni acquisite dallo Stato moderno all’interno del processo di sviluppo capitalista. Un’indagine piena di storia e aperta all’analisi storica, in grado di dialogare analiticamente con i processi, con le strutture e con varie tipologie di relazione e in grado di cogliere i cambiamenti storici. Un’indagine che possiede una chiara visione della nascita, della costruzione, dello sviluppo e perfino del decadimento delle istituzioni. In grado di dialogare con i mercati e con le aziende, capace di integrare il mondo “reale” della produzione con il mondo “monetario”, comprese le più sofisticate forme di moneta e capitale fittizi. Dalle premesse alle conclusioni sistematiche, l’analisi di Marx si dedica ai conflitti inerenti il mondo reale dei mercati - inclusi i mercati di merci fittizie come la forza lavoro, la moneta, il capitale, la natura - e sviluppa i modi e i mezzi attraverso cui questi conflitti o problemi strutturali, inerenti le relazioni economiche del capitalismo moderno, non vengono risolti, ma trasformati e trasferiti in nuove e differenti forme. In altre parole, ci indica come e perché, il capitalismo cambia ed è destinato a cambiare. Da molti punti di vista, Marx rappresenta un termine di paragone di critica politica e di economia sociale che deve ancora essere scoperto dal movimento dell’economia “post-autistica”.

Limitarsi a una ripetizione del passato - il vecchio grido di battaglia “Torniamo a Marx” - sarebbe ingenuo. Meglio sarebbe andare avanti con Marx e oltre Marx, risolvendo i problemi che lui non ha potuto risolvere, rispondendo alle domande che lui aveva posto e a cui non ha potuto rispondere. La battaglia per l’egemonia è in corso e il suo esito non è ancora deciso. Potrà forse essere decisa una volta che l’antico impegno di Marx, la sua critica dell’economia politica e il suo serio lavoro, verranno riesumati. La crisi del pensiero economico ci offre quantomeno la possibilità di una battaglia intellettuale di valore e persino la possibilità di vincerla.



















Liberazione, 16.02.06
Contro gli stereotipi, per trasformare la politica
Nel libro della psicanalista Francesca Molfino “Donne, Politica e Stereotipi: perché l’ovvio non cambia?” il ruolo della differenza di genere nella realtà italiana è osservato attraverso il permanere di limiti e tabù
Bianca Pomeranzi


Il libro di Francesca Molfino Donne, Politica e Stereotipi: perché l’ovvio non cambia? , pubblicato da Baldini Castoldi Dalai editore (pp. 360, euro 14,00) esce in un momento quanto mai opportuno: prima delle elezioni che ci dovranno liberare del regime mediatico-istituzionale che ha angustiato la vita delle donne in Italia per ormai troppi anni e dopo il riaffacciarsi nello spazio pubblico di un movimento che intende aprire con forza una nuova fase nella politica delle donne e degli uomini.

L’autrice, interrogandosi sugli stereotipi di genere come strato “roccioso” della differenza sessuale, utilizza molteplici approcci disciplinari per l’interpretazione della realtà italiana. Per far questo tiene conto da un lato dei dati dell’analisi sociologica, come ad esempio i risultati di una ricerca europea sugli ostacoli che gli stereotipi di genere oppongono alla partecipazione delle donne ai ruoli decisionali e alla politica in Lettonia, Estonia, Danimarca e Italia, e dall’altro delle scienze della comunicazione e della semiotica, come gli studi sulla rappresentazione femminile in tv. Infatti, nel libro vi è l’inserimento di un interessantissimo studio di Anna Maria Lo Russo sulla rappresentazione delle donne politiche nell’arena televisiva. Allo stesso modo e con grande dovizia fornisce una analisi storica sulla rappresentanza femminile in Italia dalle origini alle elezioni europee del 2004 e le Amministrative del 2005. Quasi “en passant” si citano il piccolo incremento sulla media della presenza delle donne nelle elezioni regionali, ora del 11,39%, dovuto principalmente alle liste del centrosinistra, a fronte di un 9,89% nazionale e il ritardo italiano rispetto alla media europea che è del 25% e a quella mondiale che è del 15%.

Tuttavia non è questo il campo di analisi privilegiato dall’autrice che è psicanalista e femminista. Il “cuore” della pubblicazione sta tutto nell’analisi culturale, con forte segno psicanalitico, delle interviste a una serie molto ricca di rappresentanti parlamentari e di giornaliste italiane che si occupano di politica. Da qui nasce la domanda sullo strato roccioso rappresentato dall’analisi degli stereotipi. In quanto la stragrande maggioranza delle intervistate, tra cui ci sono alcune donne con un percorso decisamente femminista come Franca Chiaromonte, Elettra Deiana, Mariella Gramaglia e Giovanna Grignaffini, tende a identificare la politica come passione, collegandola alla realizzazione di istanze fortemente ideali e nello stesso tempo inserendola in una visione legata ai sentimenti e alla soggettività.

Il sospetto dell’autrice è che dietro a queste dichiarazioni, peraltro oneste da parte di chi le ha fatte, vi sia il permanere di uno stereotipo, condiviso da uomini e donne, che attribuisce una maggiore valenza etica alle donne che sono abituate al lavoro di cura e alla custodia degli affetti. Fino a qui non ci sarebbe nulla di male se il permanere degli stereotipi non mettesse in luce un processo di ripetizione, peraltro esaltato dai media per comunicare con il maggior numero di persone possibile, e di rimozione. Dice Molfino, citando Freud e Deleuze, che gli stereotipi sono stati necessari per dare come risolto il «mistero della differenza sessuale», per riuscire a fare pensare delle diversità che non si conoscevano. Quindi ne deduce che gli stereotipi rappresentano una delle zone di resistenza al cambiamento più occulte e pericolose, soprattutto per una realtà come quella italiana dove «rispetto ad altri paesi europei colpisce la quasi assoluta impermeabilità delle istituzioni alle tematiche del genere e del femminismo».

Molto esplicitamente l’autrice chiama in causa la religione cattolica che si illude di conoscere cosa sia effettivamente la differenza sessuale e che così facendo mantiene e nutre lo strato roccioso e l’immutabile dell’ovvio. In questo c’è un esplicito riferimento alla “Lettera ai Vescovi” dell’allora cardinale Ratzinger. Molfino tuttavia non polemizza con nessuno, procede per la sua strada fornendo alle lettrici e ai lettori strumenti interpretativi della realtà che derivano dalle discipline sopraccitate. In questo lavoro, tutto positivo, tende a collegarsi con altre autrici della cultura femminista europea e italiana come Braidotti e Boccia per ciò che concerne la “politicità” della costruzione della differenza sessuale. Infatti sia la Braidotti di Metamorfosi che la Boccia di Una Differenza Politica sono consapevoli che l’autonomia delle donne richiede una profonda distanza dai modelli socialmente imposti, anche a livello inconscio.

Il contributo di Molfino al sapere delle donne si dispone dunque su questo piano che costituisce da molti anni il suo specifico campo di esperienza femminista. Di questo gliene siamo grate perché in questa fase, in cui occorre una profonda trasformazione della politica, la capacità di tenere insieme il livello delle istituzioni con la cultura femminista costituisce un prezioso contributo per tutte le donne. Soprattutto siamo grate all’autrice per la sua capacità di comporre un libro a lettura multipla dove la parte informativa e quella analitica rendono accessibile a tutti la comprensione della vicenda politica che si vuole analizzare.

Insomma un libro femminista, ma dedicato anche ai giovani, agli uomini e alle donne che intendono saperne di più sulla “anomalia italiana” della rappresentanza e della rappresentazione delle donne in politica. In questa capacità di Francesca Molfino si riconosce un percorso comune a molta parte del femminismo “romano” che ha avuto sin dalle origini una vocazione al confronto con la politica istituzionale e che per questo è stato giudicato da alcune, in passato, troppo legato allo spontaneismo degli anni Settanta. Oggi, tuttavia, la capacità di analizzare la contemporaneità sapendo coniugare il partire da sé, ovvero il punto di vista singolare, con gli strumenti e i dati che parlano di una dimensione collettiva, è da considerare in parte anche una derivazione di quelle pratiche politiche che l’autrice contribuì a realizzare. Probabilmente quell’esperienza torna anche nell’esplicito interesse a collegare l’analisi degli stereotipi con la necessità di aprire una nuova fase politica in cui femminismo e politica “istituzionale” siano capaci di dialogare per la trasformazione del senso della politica tout court. Infatti, il messaggio chiaro del libro è che il salto di civiltà, ormai necessario all’umanità, non si può costruire senza l’agire delle donne su tutti i livelli di esperienza.










Liberazione, 15.02.06
Luxuria, i linciaggi e l’orrore per le idee
Piero Sansonetti


Su Repubblica di ieri c’è mezza pagina dedicata alle candidature dell’Unione e della destra. E’ intitolata così: «Alle frontiere delle coalizioni il carosello degli impresentabili». L’articolo è firmato da Filippo Ceccarelli, uno dei giornalisti italiani più arguti, seri, anche fini. Ceccarelli sceglie con cura alcuni impresentabili. A sinistra Marco Ferrando, Francesco Caruso e Vladimir Luxuria. A destra Gaetano Saya, Mario Borghezio e Adriano Tilgher.

Lasciamo stare il caso Ferrando, del quale parliamo in un’altra parte del giornale, e che riguarda la lotta politica aperta all’interno di Rifondazione. (Io credo che Ferrando abbia espresso sul medioriente opinioni sbagliatissime e non condivisibili, e che questo apra un problema politico, relativo alla sua candidatura al Parlamento, che toccherà a Rifondazione Comunista risolvere, in piena autonomia, nel modo che riterrà più giusto: in qualunque modo sarà risolto questo problema, non vedo come possa essere messa in discussione la figura morale e la rispettabilità di Marco Ferrando). E lasciamo stare anche il caso-Caruso (definito da Gianfranco Fini un criminale) del quale si occupa a pagina 5, con saggezza, Haidi Giuliani.

Occupiamoci per un momento solo di Vladimir Luxuria. Sapete chi è? Un editorialista di Liberazione, un opinionista, un intellettuale molto preparato, un esponente di punta del movimento dei gay delle lesbiche e dei transgender. Non ha mai alzato un dito su chicchessia anzi è assolutamente nonviolento. E potremmo continuare per parecchie pagine a tessere le sue lodi, perché se le merita. Perché allora un giornalista intelligente, quale è Ceccarelli, lo paragona a personaggi come Gaetano Saya (che in questi giorni sta coprendo di insulti e di minacce di morte il nostro amico Furio Colombo) o come Adriano Tilgher, che fu tra i fondatori del gruppo nazista “Avanguardia nazionale” e fu il braccio destro di Stefano Delle Chiaie, uno dei più pericolosi e agguerriti terroristi neri degli anni ’70 e ’80?

E’ un’enormità. Non vogliamo neppure rispondere a Fini, che usa quel frasario perché è un fascistello, allevato - insieme a molti del gruppo dirigente di An - dagli squadristi del Fronte della Gioventù. E’ normale che di fronte a un gay dichiarato perda la testa e inizi a straparlare. Il razzismo e il tremore per la diversità, e per la diversità sessuale soprattutto, è una caratteristica fondante dell’ideologia fascista (ai tempi di Mussolini uno come Luxuria non sarebbe stato lasciato in vita...). Ma Ceccarelli? Se anche uno come lui si piega al diffondersi del senso comune razzista e omofobo, fino a paragonare gay e nazi, c’è davvero da preoccuparsi.

E poi c’è da preoccuparsi, molto, per un’altra cosa: possibile che non si riesca a fare decollare questa campagna elettorale, cioè a portarla sui temi veri, sulle questioni che riguardano il futuro dell’Italia, sui progetti, le idee, le proposte, i sogni e le speranze che i partiti politici e i due schieramenti devono illustrare e sottoporre al giudizio degli elettori? La campagna elettorale è una grande occasione di discussione politica e di partecipazione. La posta è altissima: su quale idea di società costruire l’Italia del terzo millennio, cioè per quale via uscire dal berlusconismo che ha rattrappito il nostro paese in questi cinque anni. Su questo ci sono moltissime idee. Alcune anche in contrasto tra loro, all’interno degli schieramenti. Quale sviluppo, quale redistribuzione delle risorse, quale impianto per l’istruzione, per il lavoro, per i diritti, per le persone, per i generi, per la natura. Siamo in grado di discuterne? Per esempio di capire che Vladimir Luxuria è una persona che ci pone di fronte a problemi complicatissimi, e molto seri, che riguardano le relazioni personali, i diritti delle coppie, la libertà sessuale, di comportamento, di sentimento e di affetto delle persone. Ci parla di amore, di diritto all’amore, di difesa dell’amore. Recentemente in una discussione televisiva, mi è capitato di dire queste cose, e mi sono sentito rispondere da una persona saggia e coltissima come Giovanni Sartori: «non saprei, perché sono cose che non mi interessano...». Quali sono, allora, le cose che ci interessano: le risse tra leader e punto e basta?






















Il Manifesto, 14.02.06
Con lo sguardo dell'inizio
Pubblicata da Donzelli «Hannah Arendt. La vita, le parole», la biografia della filosofa tedesca che, insieme a quelle della scrittrice Colette e della psicoanalista Melanie Klein, compone il trittico dedicato da Julia Kristeva al «genio femminile».
Simona Forti


Atutta prima, sembra un'inedita Kristeva l'autrice di Hannah Arendt. La vita, le parole. (Il volume, uscito per le edizioni Fayard nel `99 e ora tradotto da Donzelli - pp. VI-296, € 23, traduzione di Monica Guerra -, è parte di una trilogia intitolata «Il genio femminile», dedicata ad Hannah Arendt, Melanie Klein e Colette). Insolito, infatti, è il tocco leggero e chiaro della scrittura con cui l'intellettuale di origine bulgara e di cultura francese dipana il racconto biografico. Ironico e paradossale può apparire l'intento del libro: esporre il pensiero di Hannah Arendt - così esplicitamente avverso alla psicoanalisi - a una sorta di sguardo «analitico». Il risultato, per quanto teoreticamente discutibile, è comunque molto interessante. Credo, infatti, che sebbene vogliano tenersene lontano, le opere arendtiane si prestino più di quanto si possa credere a questo tipo di lettura. Il messaggio che Kristeva tacitamente invia ai suoi lettori richiama innanzitutto l'esemplarità dell'esistenza di Hannah Arendt: una vita femminile che riesce a rendere «produttivi» i paradossi del secolo che attraversa. E il gioco di specchi tra la vita di chi racconta e la vita raccontata, che senza dubbio trapela tra le righe, riesce a tenersi distante da ogni fastidioso narcisismo. Con grande finezza vengono ritratti tutti i segni della «differenza» arendtiana: il suo essere una donna, costantemente immersa in ambienti quasi esclusivamente maschili; il suo essere ebrea, ma non praticante e non sionista, studiosa appassionata di teologia cristiana e filosofia tedesca.

Per Kristeva, insomma, tutto nella vita di Hammah Arendt, dalle opere alle scelte personali, parla dal punto prospettico di un'irriducibile estraneità. Non soltanto gioca un ruolo centrale l'esilio, che la vede a Parigi negli anni Trenta e poi a New York dal 1940. Ogni episodio della sua esistenza, persino i lineamenti somatici così precocemente invecchiati, reca tracce di una lotta, la lotta tipica di chi è costretto a strapparsi da ciò che è familiare: luoghi, abitudini, lingua.

Ecco allora che la differenza tra il semiotico e il simbolico - nucleo teorico della riflessione kristeviana - trova nel dedalo dei segni offerti dall'«universo-Arendt» una possibilità d'applicazione particolarmente promettente. Questo fa del testo non un volume di semplice «esegesi» arendtiana, che si aggiungerebbe a una produzione ormai sterminata, ma un godibile esempio di come possono interagire tra loro, in maniera intelligente e misurata, narrazione e psicoanalisi, analisi testuale e critica filosofica. Alla fine, Julia Kristeva riesce davvero a trasformare la biografia di Hannah Arendt nella testimonianza di un percorso tortuoso, sofferto, contraddittorio quanto si vuole, ma «riuscito», in quanto capace di rispondere alla chiamata del proprio daimon. Il «demone» arendtiano chiedeva già tirannicamente alla giovane ebrea di cultura tedesca di spendere l'esistenza nella ricerca del senso, nell'interminabile inseguimento di una verità: la radicale finitezza del mondo umano intessuta da una pluralità irriducibile.

In controtendenza rispetto a tante recenti interpretazioni «iperpolitiche» della filosofia arendtiana, l'autrice francese ritiene che l'interrogativo che assorbe, affatica e appassiona Hannah Arendt - dalla tesi di dottorato su Agostino a La vita della mente - sia in fondo uno solo: che cos'è diventata la vita umana; che cosa resta di essa dopo il crollo dei sistemi di riferimento normativi? Se ancora la vita ci appare il «bene ultimo», come pensarla a partire dal fatto incontrovertibile che ciò che ha accomunato e accomuna tutti gli «animali totalitari» - quelli del passato e quelli latenti - è esattamente la pulsione a renderla superflua e a distruggerla nella sua singolarità? Sarebbe infatti questa la minaccia a fronte della quale The Human Condition, l'opera del `58, intona un inno all'unicità della vita spesa nell'azione e nella narrazione (bios), di contro a una vita biologicamente riproducubile (zoe). E' la disperazione prodotta dalla storia del secolo, a far scommettere Hannah Arendt su un agire politico pensato come espressione e prolungamento del «miracolo della natalità». «Donna senza figli - ci dice Julia Kristeva - la Arendt ci lascia in eredità una versione moderna (e secolarizzata?) del legame giudaico-cristiano con l'amore per la vita, attraverso il suo canto reiterato del `miracolo della nascita', dove si coniugano la casualità dell'inizio e la libertà degli uomini di amarsi, pensare e giudicare». E' perché ci sono nascite - frutto della libertà di donne e di uomini, prima che prodotti delle combinazioni genetiche - che esiste la possibilità di essere liberi. La nostra libertà, infatti, - commenta Kristeva - non è soltanto una costruzione psichica, è la conseguenza dell'inizio come esperienza della rinnovabilità del senso.

Proseguendo in modo assai eterodosso il discorso arendtiano - in questo caso portandolo al limite del tradimento - l'autrice francese ribadisce qui la propria visione dello psichismo materno come luogo di passaggio dalla zoe al bios. Più in generale, presenta il legame con la madre - o meglio, l'incontro primario col femminile - come radice, nel singolo, della possibilità di «amore per il qualunque», condizione, in ognuno, dell'apertura verso il prossimo, verso la sua stessa fragilità. E questo varrà, conclude Kristeva, almeno fino a quando la tecnica non avrà eliminato, oltre alla novità della nascita, anche la minaccia della morte. Fino ad allora, l'unico modo per la vita umana di trascendere la propria «naturalità» sarà riposto nell'immortalità della narrazione, o nella possibilità istantanea, da parte della vita singolare, di essere «riconosciuta» dal gioco plurale delle parole e degli sguardi altrui.

Proprio sull'«enigmatica essenza» del chi arendtiano si concentrano le pagine più belle e penetranti del libro. Altamente problematica appare a Kristeva la sottovalutazione dell'espressività del corpo e della psiche nella «rivelazione» dell'identità del singolo che agisce. Per eccesso di coerenza con gli assunti della filosofia heideggeriana, Hannah Arendt si precluderebbe così la strada per una compiuta decostruzione della soggettività metafisica. Come sostenere, infatti, che la psiche è abitata in ognuno dalle stesse e identiche pulsioni? Come ignorare che anche a livello del Dna il corpo biologico è altissimamente individualizzato? Certo rifiutarsi di riconoscere la singolarità della psiche e del corpo è un gesto intenzionalmente provocatorio, la cui forza dovrebbe servire a marcare la differenza tra un soggetto che può essere tale solo se e quando agisce in mezzo agli altri e un individuo che diviene inevitabilmente un oggetto ogni volta che è preso nella rete delle funzioni sociali e dei determinismi biologici.

La nettezza di questa separazione sembra attenuarsi nell'ultima opera di Hannah Arendt, La vita della mente. La parte dedicata al Pensare, soprattutto, riuscirebbe a ridare al processo del pensiero il carattere di un'esperienza incarnata e sensibile. Tuttavia una nuova insidia teorica si ripresenta nella sezione su Volere. E' chiara, e per Kristeva anche condivisibile, la scelta nietzscheana della filosofa di contrastare una volontà, che in virtù del senso di impotenza verso il passato, si trasforma in risentimento, a sua volta foriero di appetito di vendetta e sete di dominio. Se, per sospendere l'accanimento contro il tempo, la risposta di Nietzsche è l'oblio, quella arendtiana è il perdono. Tuttavia, come è possibile per «qualcuno» perdonare, se si trova privato della sua interiorità psichica? E' ancora una volta il medesimo desiderio arendtiano di negare la profondità della psiche a rilanciare una libertà del tutto svincolata dalla volontà e abbandonata alla dinamica plurale dell'«io posso». Ma, si chiede polemicamente Julia Kristeva, il potere politico, quand'anche separato dal dominio, può davvero fare a meno dell'intenzionalità della volontà? Nella sua ricerca di un fondamento non soggettivistico della politica - polemico tanto nei confronti del marxismo quanto dell'esistenzialismo francese - Hannah Arendt non solo non risolve, ma nemmeno affronta queste aporie.

Secondo l'autrice francese, auspicare il perdono al posto della vendetta risentita, puntare sul legame della promessa invece che sul controllo del dominio, significa lasciar emergere, filosoficamente, le risonanze cristiane della formazione giovanile. E insieme a questa eredità, mai esplicitamente ammessa da Arendt, verrebbe alla luce la negazione - in senso propriamente analitico - su cui regge l'intero edificio arendtiano. Hannah Arendt avrebbe avuto bisogno, per continuare a vivere, ad agire e a pensare, di «attaccarsi» alla possibilità che da qualche parte - al di là forse delle singole persone concrete - e in qualche modo - al di fuori delle parentesi totalitarie - il «senso comune» rimanga «sano». Era questa già la tesi di Lyotard che Kristeva sviluppa rintracciandone i segni palesi. «Non è la lingua tedesca che è impazzita!»; perché Hannah Arendt ripete così spesso e ansiosamente questa affermazione? Come ad esempio nella bellissima intervista con Gaus (confronta Archivio Arendt 2. Feltrinelli, 2003). Perché, per quanto abbia genialmente ripensato alla vita come alla possibilità del miracolo dell'inizio, Hannah Arendt non è riuscita ad ammettere fino in fondo che in ogni cosa - sia essa la lingua, l'umanità, la madre, il padre, ogni singolo, persino l'essere - è racchiusa la sua possibilità di non essere. Resta, tuttavia, l'unica filosofa, non a caso una donna, che ci ha offerto un pensiero dell'inizio come possibilità per ciascuno di rilanciare la questione del senso della propria vita.












Il Messaggero, 13.02.06
Provocazioni/ La ricetta di Corinne Maier per rilanciare la scienza dell’inconscio in crisi.
Grazie all’umorismo
«Che risate, sul lettino dello psicoanalista»
di G.ROCCA


«LA logica della “redditività” non risparmia la psicoanalisi di cui ignoriamo se sopravviverà al Prozac e al Viagra, medicinali che permettono di ottenere erezioni e felicità a comando». Con questa premessa Corinne Maier, la fortunata scrittrice di Buongiorno pigrizia , in cui spiegava come convivere con i luoghi comuni della vita aziendale, si ripresenta ai suoi lettori con un nuovo libro,Buongiorno lettino (Bompiani, 206 pagine, 9,90 euro), che si prefigge un altro obiettivo: come far uso dell’analisi ridendo.

Perché è pessimista sul futuro della psicoanalisi?
«Dopo il grande successo degli anni Sessanta e Settanta, almeno in Francia, si è registrato un calo di interesse. Non dico che sia finito, ma le persone che entrano in analisi sono molto meno di una volta. Le lunghe terapie, anni e anni di sedute, sconcertano e poi non si è mai sicuri del risultato. Al giorno d’oggi la gente vuole efficacia e rapidità; così vengono privilegiate pratiche che ottengono un relax immediato. Come il massaggio, oppure ci si rivolge a metodi orientali. C’è poi il problema dei costi: da noi l’assistenza sociale rimborsa solo le visite psichiatriche».

Al contrario il vocabolario “psi” è sempre più di moda. Come mai?
«Le parole derivate dalla sfera “psi” si sono affermate nei settimanali femminili, nei media, nella vita corrente dando l’impressione che ci sia una sorta di cultura generale in materia. E’ davvero un paradosso che con l’espandersi dei termini associati alla psicoanalisi, la sua sfera d’influenza sia arretrata».

E spesso se ne fa anche uso in campagna elettorale. In Italia ultimamente nel duello Berlusconi-Prodi si è parlato perfino di attacchi di panico...
«Non so se dietro ai politici ci sia un consigliere psicologo. Le rispondo con l’esempio di Giscard d’Estaing e Mitterrand nelle presidenziali del 1981 che videro la vittoria di quest’ultimo in una lotta davvero dai toni duri. Ebbene dopo la sconfitta, Giscard d’Estaing si rivolse a uno psicoanalista per riconquistare il suo equilibrio. Mi chiedo: che cosa sarebbe accaduto se lo avesse fatto prima, avrebbe vinto?»

Ha una ricetta per risollevare le sorti della psicoanalisi?
«No, ma dico che tutti dovrebbero farla. S’imparano molte cose di noi stessi e di conseguenza si capisce meglio la vita. Per quanto riguarda il lato economico invece penso che il costo delle sedute dovrebbe essere relazionato alle condizioni finanziarie del paziente e che non ha senso chiedere a uno studente la stessa cifra di un professionista».

Lei economista pubblica un libro sulla psicoanalisi, come mai?
«Non credo che l’economia sia veramente la disciplina della realtà, come alcuni pensano. Comunque mi sono sempre occupata anche attivamente di psicoanalisi. Sono appassionata e una seguace delle teorie lacaniane. Lacan era un grande il cui pensiero è andato oltre la psicoanalisi, permettendo di riflettere sul mondo e sulle cose».

Che cosa vuole dimostrare con questo libro?
«Che la psicanalisi non è una vecchia pratica noiosa. Per farlo sono ricorsa a ritratti nei quali ciascuno si può riconoscere o può ritrovare il suo vicino».

Perché come Corinne Maier spiega nel libro, la normalità non esiste. E’ inutile illudersi: siamo tutti dei casi clinici.




























Il Manifesto, 12.02.06
Padri senza figli

Che i padri americani - e non solo - non se la passino bene lo aveva già confermato la recenta uscita di una doppietta cinematografica: «Non bussare alla mia porta» (Don't Come Knocking) di Wim Wenders e «Broken Flowers» di Jim Jarmusch. Due strani film, praticamente gemelli, con Sam Shepard, nel primo, e Bill Murray, nel secondo, a incarnare il maschio americano al tramonto, depresso, attaccato alla bottiglia, spaesato, disorientato e alla ricerca del figlio perduto. Ora una notizia, che arriva dalla cronaca e non dalla fiction, conferma questo stato di crisi permanente: un numero sempre più elevato di uomini incerti del proprio marchio doc impresso sulla figliolanza, si affidano ai test di paternità in cerca della «verità». Saliva, sangue, capelli, pelle per ottenere la «certezza» scientifica di essere «veramente» padri. Un esame (che costa tra i 200 e gli 800 euro) pubblicizzato online, perché gli Stati uniti sono un grande paese, moderno e digitalizzato - che assicura «affidabilità, qualità, precisione e discrezione». s.g.