venerdì 1 febbraio 2019

La Stampa 1.2.19
Il popolo della seta
La Cina attore globale al tempo dei romani
La storica Emilia Michelazzi racconta in un libro il boom della potenza commerciale cinese dopo l’incontro con Roma
di Giorgio Ieranò


La Cina è vicina. Anzi, era vicina già duemila anni fa. Quando, al tempo dei greci e dei romani, uomini e cose viaggiavano dal Mar Giallo al Mar Mediterraneo lungo la Via della Seta. Il nome Via della Seta è recente: fu inventato nel 1877 da Ferdinand von Richthofen, geografo avventuroso e profondo conoscitore della Cina, nonché zio di Manfred (il celebre Barone Rosso, asso dell’aviazione della prima guerra mondiale). Le antiche vie commerciali, in realtà, erano più di una: una serie di percorsi carovanieri che attraversavano l’Asia centrale, ai quali si aggiungeva una rotta marina che doppiava l’isola di Ceylon, la favolosa Taprobane degli antichi.
Secondo i testi cinesi, ad aprire la strada dell’Ovest sarebbe stato. nel 138 a. C., Zhang Qian, un funzionario di corte della dinastia Han. Ma già da tempo, sull’onda delle conquiste di Alessandro, i greci si erano spinti nel cuore profondo dell’Asia. L’Alessandria più remota (chiamata appunto Eschate, «L’estrema»), fondata nel 329 a. C. sul sito dell’odierna Xuçand in Tagikistan, è molto più vicina a Pechino che a Roma. E quando Zhang Qian, il pioniere della Via della Seta, varca i confini dell’impero cinese, nella Battriana, oggi Afghanistan del Nord, regnava il greco Menandro, trasformato poi dalla tradizione in un saggio buddista. Zhang Qian era un Marco Polo alla rovescia: il suo viaggio, di cui abbiamo un dettagliato resoconto, durò tredici anni, tra assalti di predoni e attraversamenti del deserto. Dalla Cina erano partiti in novantanove, ma Zhang Qian e il suo servo furono gli unici a tornare. C’è comunque motivo di sospettare che i rapporti dei greci con la Cina fossero ancora più antichi della spedizione di Zhang Qian. Qualche studioso sostiene che persino i guerrieri del celebre esercito di terracotta (210 a. C.) si ispirino alla scultura greca.
E’ però con l’impero romano che i rapporti tra la Cina e le civiltà del Mediterraneo diventano più intensi. A Roma fioriscono le narrazioni sul favoloso «popolo della seta», i Seres, che abitano ai confini del mondo. Come racconta ora un interessante libro di Emilia Michelazzi, intitolato appunto Roma e il misterioso popolo della seta (Edizioni Patron, pp.123, € 13). La prima volta che i romani avevano visto la seta cinese era stata forse nel I secolo a. C.: sventolava negli stendardi da battaglia dei guerrieri partici, i loro più formidabili nemici sulla frontiera orientale. Ma preso la seta orientale si diffonde anche nell’Urbe, diventando il simbolo per eccellenza dello sfarzo e della lussuria: non a caso, come ricorda Michelazzi, si sottolineava che il dissoluto Eliogabalo era sempre vestito di seta pura, mentre l’austero Aureliano la rifiutava. La bachicoltura era ignota nel Mediterraneo. Per cui i romani avevano idee vaghe, e in genere sbagliate, su come si produceva la seta. Ma erano pieni di ammirazione per quegli strani uomini capaci di creare una fibra così preziosa. Nelle fonti romane, i Seres sono dipinti come un popolo mite, onesto e giusto. In Cina, si narra, non esistono ladri, assassini o prostitute. Questo mito dei cinesi pacifici e saggi resisterà fino a Marco Polo, che li descriverà non solo come abili «mercatanti» ma anche come «naturali e savi fisolafi [filosofi]».
Molto prima di Marco Polo, all’inizio dell’era cristiana, in Cina era arrivato già Maes Titianos, un viaggiatore di cui ci parla il geografo Tolomeo. L’emissario di Roma aveva raggiunto la «Sera Metropolis», la Città della Seta, che doveva essere Chang’an, capitale dell’impero Han. I contatti diretti si fanno sempre più fitti. Nell’autunno del 166 d. C., gli annali di corte cinesi registrano la visita degli ambasciatori di un impero remoto, chiamato Da Qin, dove regna un potente sovrano di nome An Tun (forse Marco Aurelio, che portava anche il titolo di Antonino). Ma i primi ambasciatori di Roma in Cina furono forse, loro malgrado, i superstiti delle legioni di Crasso, sconfitte nel 53 a. C. dai Parti nella battaglia di Carre, sul fiume Eufrate.
Secondo Plinio il Vecchio, i legionari prigionieri furono deportati in Margiana, odierno Turkmenistan orientale. Alcuni anni più tardi, nel 36 a. C., assediando la città di Zhizhi (oggi in Kazakistan), il generale cinese Chen Tang si trova di fronte a formidabili nemici che combattono in una schiera compatta: «Un centinaio di fanti si schierarono in una formazione a scaglia di pesce e iniziarono a manovrare», si legge nei resoconti cinesi. Erano i legionari di Crasso, organizzati a testuggine, secondo la tattica romana? Così sostengono alcuni studiosi ma è difficile dirlo con certezza. Comunque, a chi oggi viaggia nella contea dello Yongchang, può capitare di imbattersi in cinesi vestiti da legionari: sono gli abitanti del luogo che, ogni tanto, sfilano in parata per rendere omaggio ai loro antenati romani.