giovedì 10 gennaio 2019

Repubblica 10.1.19
I tanti volti del padre della psicanalisi
Un Don Chisciotte di nome Freud
di Pietro Citati


Sigmund Freud era un uomo delizioso, spiritoso ed elegantissimo. Aveva solo un’ombra, l’ebraismo orientale, che pesava su di lui con inquietudine. Fumava incessantemente. Giocava a scacchi e a tarocchi. Scriveva senza fine, come se fosse dominato dai demoni o misteri. Viveva sotto il segno del Faust e molto più del Don Chisciotte: era un vero Don Chisciotte. Adorava Mefisto: tutto ciò che era demoniaco e diabolico (Faust non gli bastava, sebbene Freud avesse dei dubbi, anche su Goethe, che gli sembrava troppo simile a Thomas Mann). Viveva volentieri a Vienna, alla Bergasse e di lì passeggiava con immenso piacere nelle campagne, per quanto a volte scendesse a Venezia e addirittura in Sicilia, come Goethe un secolo prima. Chi osava fermarlo? Si stancava volentieri e soffriva facilmente di depressione e di nulla: di vuoto. Ma lo spazio non gli bastava. Cercava l’infinito: Parigi e, giù giù, fino a Girgenti, imitando il meraviglioso viaggio di Goethe in Sicilia. Ma questi erano viaggi intellettuali: tutti i luoghi dell’Austria: dove era anche il nulla, e il suo fortissimo senso del dovere. Andava in giro con una giacca grigia informe, pantaloni chiari e un cappello grigio. Più di ogni altro libro amava il Don Chisciotte, perché incarnava una parte intensissima della sua anima, proprio quella che, rapidamente, l’avrebbe portato nella follia. Ma, se amava il Don Chisciotte, tornava sempre a Mefistofele, di cui aveva a volte ereditato il cinismo. Coltivava poche parole: la colpa, la repressione, l’isteria, la nevrosi, che riuscì a controllare, ma non a reprimere.
Malgrado le leggende che lo circondavano, Freud era lieto, allegro, scatenato: si riempiva di cocaina: apprezzava la Carmen; di nuovo come Goethe giocava con la natura e si nascondeva dietro di essa: ammirava Virgilio: alternava l’amore per gli scacchi con quello per i tarocchi, spingendosi sempre più oltre, sempre più lontano, chissà dove, elaborando teorie, ogni volta più geniali, che i suoi contemporanei giudicavano assurde. Nacquero così, quasi per caso, le grandi teorie dell’Io e Es, del Super-io, Eros e Morte, la coazione a ripetere; e l’idea di Mosè, il Mosè di Michelangelo: si inoltrava sempre più nel mare immenso della Teoria, che rischiava di soffocare lui e il mondo moderno. Avvertiva il senso di colpa: soffriva di fenomeni isterici, emicranie e nevrosi. Non conosceva ma disprezzava la medicina, proprio lui che era un grandissimo medico. Alternava il senso della passione con quello della depressione e della repressione, sempre vittima di grandiose contraddizioni. Con la sua giacca grigia e i pantaloni rigidi, il grande cappello, sperimentò il nulla. Gli piaceva. Nulla gli piaceva egualmente. Osava: osava ancora e si gettava dove vengono alla luce i demoni e i misteri più oscuri, che temeva e che cercava di possedere o addirittura di uccidere. Si castigava per non essere medico e per non avere una minima idea di cosa fosse la vera medicina: gli esploratori non sono medici – egli pensava. Via via che passavano gli anni – 1895 o 1925 – progettava teorie, al punto di assorbire il mondo. In certi anni, il vastissimo mondo scomparve agli occhi di tutti. Non rimase più nulla.
Continuava a leggere assiduamente: in primo luogo i capolavori di quel genio irrazionale di Dickens, con la sua forza isterica od isteroide. Avrebbe potuto scrivere il Dombey e figlio: il grande capolavoro romanzesco dell’Ottocento. Amò la moglie, con una passione totale, che crebbe sempre, avvolgendolo nelle sue reti. Coltivava i gioielli e tutte le cose preziose e le cose che scintillavano.
Amava la sua casa di Vienna, alla Bergasse. Esaltò Roma, Virgilio e il Mediterraneo. La sua forza romanzesca era degna di quella dell’ultimissimo Dickens, sebbene non dimenticasse mai il Circolo Pickwick. Ed è difficile parlare della tenerezza e della violenza di cui invase la moglie, per cui nutriva un amore illimitato. Negli ultimi anni della vita fu malato gravissimamente. L’isteria lo fece commuovere, e poi abolì la propria isteria. La grande nevrosi si scatenò, producendo genialmente teorie su teorie, fino a possedere il mondo.
Decantava Roma, secondo l’esempio di Goethe. Passeggiava.
Nuotava: pescava. I sogni non lo abbandonavano mai. Era costruito di sogni, e non poteva lasciarli un istante. Sentiva un forte senso di colpa e un fortissimo senso di repressione, sebbene odiasse tutto ciò che era rimorso. Scoprì Parigi, la Francia, quel grande medico che era Charcot. Un’altra delle sue grandi scoperte era stata Roma – i gioielli di Roma, anzi il modello di Roma. Non dimenticò mai il suo ebraismo orientale, che aveva influenzato tutta la sua vita – da sempre. Esaltava la volontà (e la detestava, visto che la volontà non serviva). Conobbe una grande passione: la moglie, alla quale consacrò un affetto e un estro, che nessuno avrebbe immaginato in lui. Fu una vita perfetta, senza incertezze. Non si sarebbe mai detto che la passione per la moglie fosse così assoluta – era l’equivalente delle sue dottrine psicologiche. Era un vero gioiello.
Sapeva essere dolcissimo e tenerissimo per tutto il periodo della sua vita. Quando Hitler conquistò l’Austria e la Germania, Freud fuggì in Inghilterra: abbandonò l’Austria meravigliosa rappresentata da Joseph Roth, che gli assomigliava profondamente con la sua Marcia di Radetzky. A Londra gli asportarono l’osso della mandibola al punto di impedirgli di parlare. Il cancro si diffuse rapidamente. Taceva, taceva, sebbene continuasse a scrivere vorticosamente con la sua grazia di grande classico. Morì fumando uno dei suoi dilettissimi sigaretti. Chissà cosa pensasse e in quali vertigini si inoltrasse, mentre, pazientissimo, ascoltava i messaggi di Thomas Mann e di Stefan Zweig. «La verità – scriveva – non è praticabile: gli uomini non la meritano mai. Ora, a ottantatré anni, sono più che mai scaduto; e non posso che ripetere quello che diceva un altro dei miei maestri. La verità non è praticabile»: come pensava il suo amatissimo Amleto.

il manifesto 10.1.19
Il naufragio dell’Italia che il governo vorrebbe nascondere
La crisi di Malta. Ignoranza dei fatti, spregio verso i diritti della persona, speculazione elettorale è contro questo apparato politico e ideologico che si sono battute le Ong Sea Watch e Sea Eye. La partecipazione dell’Italia all’operazione, dopo tante figuracce, è tuttora incerta. O destinata comunque a produrre turbolenze violente nell’esecutivo
di  Luigi Manconi, Federica Graziani


«Non siamo pesci, non siamo pescatori, non possiamo rimanere in acqua»: così Fanny, fuggita da un conflitto armato in Congo e per 19 giorni a bordo della nave Sea Watch.
Intorno alle 12 di ieri il primo ministro maltese Joseph Muscat ha annunciato che l’Unione Europea ha trovato un accordo sulla drammatica situazione delle due imbarcazioni delle organizzazioni non governative Sea Watch e Sea Eye, che da settimane chiedevano invano alle autorità dei paesi europei un porto di sbarco sicuro. I 49 profughi salvati dalle Ong sono stati trasbordati quindi dalle due navi su mezzi militari maltesi e, portati finalmente a terra, saranno dislocati tra otto Paesi europei. L’intesa comprende anche i 249 migranti che Malta aveva soccorso a fine dicembre e la cui redistribuzione era l’irrinunciabile condizione per acconsentire allo sbarco. Fin qui, i fatti.
MA QUAL È STATO il ruolo dell’Italia in questa malinconica e crudele vicenda?
Nei circa venti giorni di calvario marittimo dei 49 naufraghi le istituzioni italiane, nelle persone di coloro che hanno responsabilità politica sulle decisioni relative agli sbarchi, hanno ben chiarito le rispettive posizioni.
«TRA DONNE E BAMBINI ci sono dieci persone. L’Ue nasconde la testa sotto la sabbia. Di fronte a questo disimpegno ignobile, siamo pronti ad accoglierli». A dirlo, ma solo dopo il quattordicesimo giorno di mare dei profughi, il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio. Ripreso qualche giorno dopo da Danilo Toninelli, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti: «Donne e bambini, mi va benissimo, anche 15, poi diremo a tutta l’Europa che dovrebbe vergognarsi».
La bizzarra lezione pedagogico-morale che Di Maio e Toninelli intendono impartire all’Europa si regge tutta sul presupposto di un adamantino curriculum etico dell’Italia e di un impegno straordinario cui il nostro paese, bontà sua, si piegherebbe in ragione della irresistibile commozione che minori e persone di sesso femminile inducono anche nel cuore più arido. La separazione coatta dei nuclei familiari, già duramente provati da tanti giorni di navigazione veniva trascurata quasi fosse un dettaglio insignificante, prima che un soprassalto di buon senso inducesse alla ragione il presidente del Consiglio, che parlava di una disponibilità «verso le famiglie».
E così è stato bellamente ignorato che l’unico soggetto titolato e responsabile, l’Ong Sea Watch, aveva dichiarato sin dal primo momento l’indisponibilità ad accettare che una madre con figlio venisse spedita, chessò, a Vercelli e il padre a Valencia. Dopo questo lungo travaglio, si è infine giunti alla soluzione in via di ulteriore definizione nel corso della giornata passata. Per quanto riguarda in particolare le vicende del nostro cortile di casa, nella serata di ieri si sarebbe tenuto un vertice nel quale il ministro dell’Interno intendeva ribadire una posizione di «assoluta contrarietà a nuovi arrivi in Italia». Dunque la partecipazione dell’Italia all’operazione, nella sua modestissima funzione dopo tante figuracce, è tuttora incerta. O comunque destinata a produrre, all’interno della maggioranza di governo, turbolenze violente come mai in passato.
D’ALTRA PARTE, è naufragata – è proprio il caso di dire – la tesi del ministro Toninelli, che ha accusato le due Ong di non aver «restituito» i naufraghi a coloro dai quali fuggivano: le milizie libiche che gestiscono i centri di detenzione. Interprete ineffabile dell’antico adagio per cui «Si parte per tornare», il ministro Toninelli ha sostenuto una ricostruzione dei due diversi soccorsi di Sea Watch e Sea Eye che si discosta notevolmente dalle testimonianze rilasciate dalle due Ong e dai diari di bordo delle rispettive imbarcazioni che negano di avere ricevuto qualunque disposizione dalla cosiddetta guardia costiera libica.
Vera o falsa che sia l’una o l’altra versione, la sostanza dell’invito del nostro ministro era che profughi e migranti tornassero in quei centri di detenzione da cui oltre il cinquanta per centro di loro era fuggito per tentare la traversata del Mediterraneo. Centri che il più recente rapporto dell’Onu denuncia come luoghi di «inimmaginabili orrori»: «reclusione arbitraria, percosse, bruciature con ferri caldi, torture con cavi elettrici, molestie e violenze sessuali».
È stato questo – ignoranza dei fatti, spregio verso i diritti fondamentali della persona e speculazione elettorale – l’apparato culturale e politico-ideologico contro cui si sono dovute battere, con grande saggezza e raggiungendo, tra mille sofferenze e frustrazioni, l’obiettivo essenziale, le due organizzazioni umanitarie Sea Watch e Sea Eye.
INFINE, e per buttarla volutamente in caciara, va detto che forse la vicenda risulta così indigesta per la Lega in quanto agisce nel suo contorto inconscio collettivo: quei 49 evocano sinistramente, per la Lega, una cifra (49, ma di milioni) che porta lo stigma dell’imbarazzo e della vergogna.

Repubblica 10.1.19
Nugnes (5S)
“Fare i forti sulla pelle dei più deboli è una cosa intollerabile”
Intervista di Matteo Pucciarelli


GENOVA La senatrice Paola Nugnes napoletana, è considerata vicina al presidente della Camera Fico e in queste settimane è stata molto critica anche rispetto al decreto sicurezza, dichiarandosi anzi dalla parte dei sindaci ribelli - non festeggia per la “vittoria” nel braccio di ferro tra Matteo Salvini e il presidente del Consiglio Conte sulla Sea Watch, con una parte di migranti che arriverà in Italia da Malta via aereo. Piuttosto, si dice “amareggiata” a differenza di un altro dissidente come Matteo Mantero («Ha trionfato l’umanità e il buonsenso», commenta il senatore ligure).
Alla fine il vicepremier e leader della Lega è stato costretto a piegarsi nonostante le minacce, lei non è contenta?
«Certo, va bene che la questione si sia risolta in qualche modo, ma poi penso altre cose: trovo intollerabile quello che è accaduto. Sono state lasciate 49 persone in mezzo al mare per 19 giorni, è un fatto triste che non dimenticherò facilmente.
Non si possono fare le prove di forza sulla pelle dei poveri, di chi ha bisogno di aiuto. È facile fare i forti sulla pelle dei più deboli».
Il Movimento 5 Stelle in questi giorni ha chiamato in causa l’Europa, però, non è una questione anche quella?
«Il punto è che quando ci sono delle persone in difficoltà prima si tende una mano e poi si ragiona complessivamente, facendo una battaglia contro questo o quel “potere forte”, ecco. Sono abituata a pensarla così. Ho sempre immaginato che, se fossi stata io in difficoltà nella vita per una qualsiasi ragione, qualcuno accanto a me sarebbe stato pronto ad intervenire, per semplici ragioni di umanità. Per questo dico che non ci sono calcoli politici che tengano. Non voglio vivere in un presente del genere, con così poca cura per l’altro. Anche perché stiamo disegnando i contorni di una società sempre più impaurita e che proprio per questo si sente insicura: sentimenti negativi che si alimentano a vicenda. Paradossalmente così l’insicurezza aumenta e nessuno ha più fiducia nell’altro».
Lei esprime una critica molto forte. Sono posizioni condivise anche tra i colleghi del suo partito? C’è stata una discussione al vostro interno?
«Eh... Quando ci incontriamo e facciamo le riunioni questi argomenti purtroppo non sono mai all’ordine del giorno. Non si parla di queste cose».
Perché?
«Lasciamo perdere, non mi faccia dire altro».

il manifesto 10.1.19
Le connessioni virtuali del neopopulismo
Saggi. «Il futuro addosso. L’incertezza, la paura e il farmaco populista» di Ferruccio Capelli, edito da Guerini e Associati
di Francesco Antonelli


Di fronte all’ascesa dei movimenti e dei leader neo-populisti nel mondo, il dibattito delle scienze sociali si è articolato in due grandi posizioni: da una parte, quelli che hanno interpretato questi nuovi attori come il prodotto perlopiù contingente delle disfunzioni della democrazia rappresentativa; dall’altra, quelli che sostengono il carattere strutturale e dunque tendenzialmente permanente del neo-populismo. Dato di partenza per entrambi è la crisi della globalizzazione neo-liberale, innescatasi nel 2007-2008.
Il libro di Ferruccio Capelli Il futuro addosso. L’incertezza, la paura e il farmaco populista (Guerini e Associati, pp.214, euro 19,50) cerca una mediazione tra queste due posizioni, offrendo una lettura di lungo termine delle radici sociali del neo-populismo. Per Capelli, infatti, le mobilitazioni neo-populiste sono il prodotto strutturale della «grande trasformazione» apportata dalla globalizzazione, sin dal suo apparire, all’indomani del crollo del socialismo reale. In particolare su tre piani: quello politico e della sfera pubblica, con la comparsa della «democrazia disintermediata». Una forma politico-comunicativa, alimentata in particolare dalle tecnologie digitali, nella quale i corpi intermedi (partiti, associazioni, sindacati ma anche mass media) entrano in crisi nella loro funzione di mediazione degli interessi e di rappresentanza a favore di un pluralismo politico individualizzato, disorganizzato, dominato dalle connessioni virtuali e dirette tra cittadini e leader (si pensi alla centralità di Twitter nello stile politico di Trump).
QUELLO SOCIALE, con l’evaporazione dei legami di gruppo e comunitari. Un processo che getta nella solitudine involontaria la gran parte delle persone, collocandole in una nicchia di insicurezza, paura e ignoranza crescente. Quello culturale, con il declino di quelle «grandi narrazioni» novecentesche legate a parole chiave come progresso, che non consentono più né di immaginare il futuro né di decodificare i cambiamenti in atto, producendo un senso di spaesamento e impotenza generalizzati. Questi tre processi hanno inverato la diagnosi che Christopher Lasch aveva formulato già negli Anni Novanta del Novecento: un crescente divario tra le élites politiche ed economiche avvantaggiate dalla globalizzazione e i ceti medi e popolari, verso i quali si sono scaricati i costi della «grande trasformazione».
NEL MOMENTO in cui tramonta l’interscambio tra questi macro-gruppi sociali e si accentua l’incomunicabilità politica, sociale e culturale tra il «vertice» e la «base» della piramide sociale, la democrazia rappresentativa perde la possibilità di funzionare adeguatamente. Privata di una reale classe dirigente e di un pubblico informato e partecipativo.
IL NEO-POPULISMO è allora un attore politico, uno stile comunicativo e di leadership, e una narrazione che nasce come tentativo di offrire, con i mezzi e i linguaggi a disposizione (come quelli della democrazia disintermediata), nuove modalità di rappresentanza in particolare ai più colpiti dalla globalizzazione: i ceti popolari.
Per Capelli, dunque, il neo-populismo sarebbe soprattutto un umore, uno stile, una mentalità politica prevalente che, nelle sue magmatiche e multiformi espressioni, ripropone la centralità del popolo e ne costruisce identità e forme attraverso l’appello diretto del capo (ormai post-ideologico), l’individuazione di continui nemici (prime, tra tutti, le élites), rei di affamare o tradire il popolo stesso, attraverso vari, presunti, «complotti».
Il neo-populismo è insomma la risposta politica regressiva, la «retrotopia» contemporanea opposta allo spirito utopico della modernità della quale parla Bauman, che si afferma non dalla crisi della globalizzazione ma, al contrario, dal suo trionfo. Il neo-populismo è dunque un farmaco nel doppio senso etimologico del termine: è ciò che cura ma anche ciò che avvelena. Ciò che fa emergere il problema non più rinviabile della rappresentanza popolare e democratica all’interno della globalizzazione, e ciò che rischia di precipitare il mondo in una nuova epoca di chiusura, intolleranza e persino guerra mondiale. Capelli propone una nuova battaglia politico-culturale come tentativo di costruzione di percorsi di sottrazione dei ceti popolari e medi dalle sirene del neo-populismo, attraverso la trasformazione del modello di sviluppo. Questi deve essere meno diseguale, più sostenibile e maggiormente centrato sull’obiettivo di favorire la crescita delle competenze e delle chance di vita delle persone, in tutto il mondo.
ESATTAMENTE nel modo in cui Amartya Sen e Martha Nussbaum intendono tutto questo. Ma qui sta il punto più debole dell’analisi di Capelli: di fatto, queste strade, insieme alla politica dell’identità e della diversità, hanno ispirato tanto la pratica quanto la teoria del riformismo di sinistra, liberal e radical, nei venti anni precedenti. E, come testimonia l’ascesa stessa del neo-populismo, sono ad un certo punto fallite o hanno perso di legittimità. Ormai identificate agli occhi di molti cittadini come del tutto organiche a quella globalizzazione neo-liberale che tanto li avrebbe danneggiati. La sfida è dunque sì quella di rilanciare una nuova battaglia politico-culturale nel paese e al livello globale, ma cercando di individuare soluzioni e alternative che vadano oltre i modelli già sperimentati anche nel recente passato. Un lavoro di immaginazione politico-sociologica ancora tutto da fare.

Corriere 10.1.19
Le radici di una crisi
Gli errori delle élite globali
di Ernesto Galli della Loggia


Se l’ondata nazionalista-identitaria si va tanto rafforzando in Europa (secondo me è molto più esatto chiamarla così che con il termine populismo. Il populismo infatti può avere contenuti e orientamenti anche assai diversi tra loro, e semmai è solo un esito tra i molti possibili dell’ondata suddetta), se ciò accade, dicevo, è in buona misura per una ragione ovvia quanto spesso ignorata: e cioè per il fallimento delle élite tradizionali del continente. Questo fallimento è stato un fallimento ideologico-culturale prima ancora che politico, ed è stato dovuto soprattutto all’identificazione con la globalizzazione e la sua ideologia, divenute a partire dagli anni 80-90 del secolo scorso il massimo e quasi unico punto di riferimento, la vera prospettiva pratica e ideale delle élite occidentali. Questa conversione alla globalizzazione è avvenuta per la presa d’atto della crisi, percepita come irrimediabile, dei tre pilastri sui quali l’Occidente aveva realizzato la sua ricostruzione politica postbellica: a) la crisi religiosa del cristianesimo in progressiva ritirata di fronte all’offensiva della secolarizzazione; b) la crisi del Welfare State, cioè della redistribuzione del reddito nazionale pietra angolare della mediazione sociale praticata da parte di tutte le forze di governo a cominciare da quelle socialdemocratiche; c) la crisi dello Stato nazionale messo nell’angolo dal multiforme internazionalismo egemone sulla scena mondiale.
D i fronte a tale crisi, che in sostanza era la crisi dell’intero universo politico che le aveva viste protagoniste per oltre mezzo secolo, le élite occidentali abbracciano una nuova prospettiva: la globalizzazione. E con essa fanno propri i suoi presupposti ideologici: a) il liberismo e una piena fiducia nei meccanismi del mercato, b) un individualismo di fondo, c) la presunta insignificanza storico-culturale dei confini nazionali e la necessità del loro superamento. Ma naturalmente per mantenere il consenso su cui si reggono esse non possono sottrarsi dal promettere alle rispettive opinioni pubbliche che comunque la svolta alle porte non solo vedrà la continuazione dello sviluppo economico e dell’aumento dei redditi precedenti, ma significherà anche un’espansione mondiale della libertà e della democrazia (la disintegrazione del blocco comunista appena avvenuta, la prima guerra del Golfo, la rivolta di piazza Tien An Men a Pechino non stanno forse lì a dimostrarlo?).
La storia degli ultimi dieci anni è la storia del fallimento di tali promesse. Ed è per questo se in quasi tutti i Paesi occidentali le élite tradizionali stanno subendo un generale processo di delegittimazione che mette in crisi i rispettivi sistemi politici. È per questo che si assiste dovunque ai successi dell’attacco nazionalista-identitario contro di esse e contro i loro partiti.
Infatti sono fallite innanzi tutto le aspettative economiche. Com’era forse inevitabile (ma comunque non previsto in tale misura), dal punto di vista produttivo e dell’ incremento relativo del Pil la globalizzazione ha favorito assai più le aree extraeuropee che il nostro continente dove ha dato il via a massicci fenomeni di delocalizzazione e di smantellamento industriale (quindi di perdita di occupazione). Dal canto suo l’assoluta libertà di circolazione dei capitali ha prodotto una patologica finanziarizzazione dell’economia, causa non ultima di crisi bancarie importanti che hanno avuto forti conseguenze recessive.
Su questo panorama già di per sé piuttosto grigio si è poi abbattuta l’onda lunga di due mutamenti epocali, entrambi indipendenti come origine dalla globalizzazione ma che da essa hanno tratto forza e hanno finito per confondersi simbolicamente con essa.
Il primo mutamento è stato la rivoluzione elettronico-telematica, l’introduzione dovunque del computer. Specialmente questo fatto ha avuto conseguenze dirompenti sul mercato del lavoro. Moltissimi settori, in specie impiegatizi, sono stati letteralmente falcidiati, il commercio al minuto sconvolto dall’e-commerce, e un po’ tutti i lavori hanno subito modifiche sostanziali che hanno costretto i loro addetti a una riqualificazione o a essere espulsi. Le maggiori vittime sono stati alcuni strati del ceto medio e gli individui in età matura: in complesso una parte non proprio irrilevante della popolazione.
La seconda frattura è stata rappresentata dal combinato disposto che ha fatto irruzione a partire dagli attentati a dell’11 settembre consistenti nella diffusione del fondamentalismo islamico dall’Asia all’Africa alle metropoli d’Europa, nell’esplosione del Medio Oriente, e nelle migrazioni transmediterranee.
È per l’effetto congiunto di questo insieme di fenomeni che l’investimento ideologico effettuato negli ultimi trent’anni dalle élite occidentali sulla globalizzazione, cioè la scommessa mirante a fare di questa la bussola per le proprie scelte strategiche e insieme la base duratura per il consenso ai regimi dei propri Paesi, e dunque per la continuazione della propria egemonia politica nel nuovo secolo, è stata perduta. Si è dimostrata vana, insomma, la speranza di sostituire con nuovi ingredienti ideologici le antiche certezze che avevano presieduto allo sviluppo delle democrazie europee dopo il ’45.
In conclusione l’età della globalizzazione rappresenterà pure il nostro definitivo destino, come ci viene ripetuto da anni, ma sta di fatto che finora essa non ha visto migliorare significativamente le condizioni di vita delle popolazioni occidentali. Tanto meno ha assicurato l’esistenza di un mondo più cordialmente «vicino» e pacifico, una convergenza delle culture, una diffusione dei valori della libertà e dei suoi istituti: anzi. Mentre per mille segni vacillano organizzazioni internazionali o multinazionali come l’Unione europea che della globalizzazione dovevano essere in qualche modo l’interfaccia privilegiata, e le classi dirigenti del continente balbettano o non sanno fare altro che riproporre vecchie ricette.
A questo fallimento, beninteso, la protesta nazionalista-identitaria contro le élite non è in grado di offrirsi neppure lontanamente come un’alternativa credibile. È solo pura protesta e basta. Non è la medicina, bensì in qualche modo è essa stessa la malattia. Ma il terreno di coltura del virus non sta in questa protesta che nasce dal basso: sta in alto.

Repubblica 10.1.19
Le alleanze
Estremisti di destra, pirati, anarchici lo strano casting dei 5S per le europee
di Alberto D’Argenio

Bruxelles Prende forma la squadra con la quale Luigi Di Maio punta a conquistare l’Europa. Sul fronte interno il vicepremier sogna candidature televisive, con Licia Colò e Sarah Varetto in cima ai desideri per recuperare consensi dopo il calo nei sondaggi. E per rinforzare la nuova alleanza con la quale il Movimento intende diventare ago della bilancia nella Ue. Anche se per ora la rete è composta appena da altri tre partiti guidati rispettivamente da un rocker polacco di estrema destra, un punk croato antisistema e una giovane studentessa finlandese iper liberista.
Le europee di maggio si avvicinano, ma Di Maio nei prossimi cinque anni rischia di dover far accomodare i suoi tra i banchi che l’Europarlamento riserva ai non iscritti. Per formare un gruppo nell’Assemblea Ue, infatti, servono almeno 25 europarlamentari provenienti da 7 paesi. Per ora Di Maio & Co sono in 4. E nemmeno tutti sicuri di portare eletti a Strasburgo. Questo il frutto della missione super riservata del vicepremier martedì a Bruxelles. A informare gli europarlamentari dei negoziati, ieri, è stata Cristina Belotti, ex ras del gruppo pentastellato in Europa oggi tra le figure più vicine al capo politico a Roma. Nel corso dei colloqui ha fatto due esempi di personalità della società civile capaci di prendere voti: Di Maio punta a candidare Licia Colò e l’ex direttore di Sky Tg24, Sarah Varetto. Ipotesi circolata e smentita nei giorni scorsi, ma ieri confermata nelle segrete stanze di Bruxelles.
Poi c’è il capitolo alleanze, con i Cinquestelle che causa Brexit resteranno orfani dello Ukip. Di Maio, già respinto da Macron, Liberali e Verdi, punta a un gruppo tutto suo, con partiti nuovi pronti a riunirsi in un manifesto a base di «democrazia diretta, diritti sociali, innovazione e lotta ai privilegi». Ma chi sono i tre leader che il vicepremier ha incontrato a Bruxelles definendoli poi «le energie più fresche e belle dell’Europa»?
Il più noto e forte nelle urne è il polacco Pawel Kukiz, cantante rock, fondatore di “Kukiz 15”, partito anti-establishment nato da una scissione dal Movimento Nazionale, compagine nota per le manifestazioni pro razza bianca nel centro di Varsavia e per i contatti con Forza Nuova, franchisti e Jobbik. Questo è il retroterra del 56enne vocalist, contrario ad aborto e adozioni gay che alle ultime presidenziali ha preso il 20%. Ma ora la sua creatura è crollata nei sondaggi, viaggia sul 6%: con queste percentuali in Europa porterebbe giusto una manciata di deputati. Alleanza che oltretutto nel Movimento sta creando diversi dubbi, come testimoniava ieri la senatrice Elena Fattori: «Siamo preoccupati per la predilezione a dirigere il nostro pragmatismo verso l’estrema destra».
Forse il secondo alleato scovato dai talent scout di Di Maio, guidati dall’europarlamentare Castaldo, tranquillizzerà i suoi, visto che viene da un mondo opposto a quello di Kukiz: si tratta del 28enne croato Ivan Vilibor Sincic, leader di Zivi Zid (“Scudo umano”). Viene descritto come un ex punk anarchico. Capace di prendere il 16% alle presidenziali del 2014 con le sue politiche anti sistema e contro i pignoramenti delle banche. Vuole portare la Croazia fuori dall’Unione, dalla Nato e professa il protezionismo. Ma nonostante i buoni sondaggi, causa scarso numero di deputati riservati al suo Paese, al momento prenderebbe massimo due seggi.
Chi invece rischia di non arrivare a Strasburgo sono gli alleati finlandesi di Liike Nyt. Di Maio ha incontrato la giovane co-fondatrice del partito, Karolina Kahonen, in corsa per un Phd in Scienze politiche all’Università di Turku. Il leader è Haary Harkimo, eletto con 11mila voti a Helsinki con il centrodestra tradizionale di Jyrki Katainen, membro del Ppe e iper rigorista, dal quale si è successivamente staccato. Ad oggi Liike Nyt — al contrario dei croati super liberista — non è nemmeno accreditato nei sondaggi e in Finlandia per prendere uno dei 14 seggi a disposizione serve almeno il 6-7%.
Ammesso (e non concesso) che tutti gli alleati di Di Maio riescano a portare eletti a Strasburgo, per fare un gruppo mancherebbero comunque tre formazioni. Per questo i Cinquestelle sono in contatto con i Pirati, anche se difficilmente riusciranno ad allearsi con i tedeschi di Julia Reda, quelli più forti ma ancorati ai Verdi. Più facile stringere un accordo con i cugini (Pirati) sloveni. E ancora, si tratta con gli animalisti olandesi. Ma il colpo grosso il vicepremier vuole farlo con i Gilet gialli: «Stiamo organizzando un contatto con la parte non violenta ». In realtà, spiegano dal Movimento, i lavori sono in alto mare. Il sogno era di vederli lunedì insieme a Di Battista nella missione a Strasburgo pensata per lanciare la campagna elettorale rigorosamente fuori dai palazzi dell’Europarlamento. Ma le difficoltà potrebbero anche portare alla cancellazione della trasferta. Si vedrà nelle prossime ore.


Repubblica 10.1.19
Non è crisi ma il governo è già finito
di Stefano Folli


Non è ancora crisi di governo e anzi in qualche modo il collasso dell’esecutivo giallo-verde sarà evitato.
Tuttavia mai come stavolta ci si è avvicinati al punto di non-ritorno. E proprio sul terreno più insidioso: non la banca Carige o la legge di bilancio, ma gli immigrati via mare. Come in un destino circolare, il governo nato alzando la bandiera dei porti chiusi rischia di morire sulla stessa questione: l’impossibilità alla lunga di bloccare il flusso dei migranti quando pressioni potenti sono all’opera per isolare Salvini e la sua linea intransigente.
Nella sostanza, comunque vada a finire il caso Sea Watch, la lacerazione che si è prodotta sul piano politico è irreversibile. E si capisce perché. Era previsto che Giuseppe Conte, personaggio privo di forza propria, fosse l’elemento di equilibrio nel duopolio Lega-5S proprio in virtù della sua debolezza. Pur indicato dai Cinque Stelle, cioè dal partito di maggioranza relativa, il patto implicito era che l’uomo si mantenesse equidistante dai due capi politici a costo di farsi invisibile.
L’argomento, in verità abbastanza puerile, era che in tal modo “l’avvocato del popolo” avrebbe garantito il famoso “contratto”. Come dire che aveva solo questo da fare il presidente del Consiglio: applicare il programma scritto.
È chiaro che la finzione non poteva durare e infatti quella fase si è chiusa.
Conte ha cessato le acrobazie e ha scelto — o qualcuno ha scelto per lui — una parte più concreta nello psicodramma: aiutare e puntellare i Cinque Stelle nella loro fase di maggior affanno. Di conseguenza abbiamo un premier che utilizza l’unica arma a sua disposizione, il ruolo istituzionale, per farsene scudo e mettere nell’angolo per la prima volta l’onnipresente e debordante Salvini. Così facendo egli alleggerisce un po’ la pressione sui 5S, ma decreta l’esaurirsi dell’esperimento giallo-verde. In altre parole, Conte e dietro di lui Di Maio sono riusciti a infliggere al ministro dell’Interno leghista uno smacco d’immagine sul terreno a lui più caro, il “no” ai migranti. Si tratta di numeri microscopici, se è vero che in Italia verranno ospitate appena una decina di persone sbarcate dalla nave, forse meno.
Per cui il vertice d’emergenza convocato a Palazzo Chigi nella notte sembra quasi una sfida al ridicolo. Ma quel che conta è la rottura del tabù, la ferita inferta al potere incontrastato del leader leghista e alla sua filosofia politica.
Detto questo, è ovvio che si tratta di una vittoria di Pirro. Il governo può anche restare in piedi fino alle elezioni europee, ma solo per mancanza di alternative. Sul piano politico l’esecutivo è finito ieri. Del resto Salvini ha parecchie frecce al suo arco per rendere la pariglia ai Cinque Stelle, a cominciare dal reddito di cittadinanza che deve passare al vaglio del Parlamento e che già tanti malumori suscita nel mondo leghista. Altri nodi verranno presto al pettine. Il che significa che da qui alle europee il cammino della maggioranza sarà a dir poco accidentato. Peraltro il premier Conte guadagna uno spazio di libertà in questo scorcio della sua permanenza a Palazzo Chigi. Si consolida anzi quel livello istituzionale del governo che corre in parallelo con la dimensione politica del medesimo e tende a sovrastarla. Conte, Moavero, Tria: detentori delle posizioni chiave pur essendo dei tecnici. A conferma del fatto che in certe circostanze gli altri, i politici, possono segnare il passo anche quando rappresentano oltre il 50 per cento dell’elettorato. Accade quando si fanno troppi errori e si cade in qualche trappola.

Repubblica 10.1.19
La strategia
Un contratto per l’Internazionale sovranista
Tra Salvini e il polacco Kaczynski patto in dieci punti per la sfida a Pse e Ppe: “ Puntiamo su sicurezza, famiglia, radici cristiane”
di Carmelo Lopapa


VARSAVIA Il patto tra i “mastini” d’Europa è siglato, la sfida ai socialisti e ai popolari del vecchio continente è lanciata. Sono gli unici due partiti sovranisti oggi al governo nel Continente, la Lega e il polacco Diritto e Giustizia, e il modello che Matteo Salvini dice ora di voler esportare a Est — per paradosso giusto nel giorno in cui a Roma l’esecutivo quasi vacilla — è proprio il “contratto di governo in dieci punti” con i 5 stelle.
Dura un’ora e mezza il faccia a faccia tra il leader italiano e il presidente del partito di maggioranza (Pis) Jaroslaw Aleksander Kaczynski, al numero 84 della Nowogrodzka. La capitale è coperta da un manto di neve. Salvini vede prima il suo collega all’Interno, Joachim Brudzinski e il premier Mateusz Morawecki. Ma l’incontro clou è col capo partito che regge il paese dal 2015. Ma su che basi Matteo, “l’amico di Mosca”, riesce a superare le resistenze del leader europeo della destra ultra conservatrice più anti russa che ci sia in Europa? A porte chiuse, Kaczynski chiede al vicepremier pieno sostegno a Bruxelles, dove la Ue minaccia sanzioni contro la Polonia per la riforma della giustizia con cui il Pis ha di fatto posto sotto tutela l’intero arco dei giudici costituzionali. Una svolta autoritaria che ha provocato proteste di piazza e timori e in un paese in cui l’elettorato per il 75 per cento si dichiara comunque filo europeista. Ebbene, Salvini quel sostegno lo ha garantito, per quanto potrà valere: «Ognuno fa la riforma della giustizia che vuole nel proprio paese». Resta il nodo Mosca. Come poi spiegherà in un’intervista alla locale tv Tvm24, non se la sente di condannare Putin: «Non sono un giudice, lo giudicherà la storia». Al tavolo del vertice col leader polacco peraltro siede a sorpresa al fianco del ministro dell’Interno anche Claudio D’Amico, suo luogotenente all’estero, imprenditore lombardo tra i tessitori della tela Lega- Russia Unita. Detto questo, Salvini conferma al leader del Pis, e poi ripeterà incontrando in ambasciata i giornalisti, che l’Italia è «saldamente ancorata all’ Europa e alla Nato». Che sarà dalla parte dei polacchi nella «sacrosanta difesa dei suoi confini». Restano le perplessità dei polacchi sul feeling con Marine Le Pen, qui assai malvista.
Intanto però decolla l’internazionale sovranista. « Sul modello del governo italiano potremmo proporre un patto per l’Europa in 10 punti con polacchi, olandesi, danesi, spagnoli, islandesi, ci lavoreremo prima delle elezioni » , racconta il vicepremier prima di ripartire per Roma. Una federazione tra i sovranisti con possibile approdo al gruppo unico dopo il 26 maggio. «Non ho la sfera di cristallo ma l’obiettivo — dice — è di essere fondamentali nel prossimo Parlamento europeo. Chiaro che coi numeri di oggi la delegazione polacca e quella italiana sarebbero determinanti ». Determinanti soprattutto per stringere un accordo col Ppe di Merkel e di Weber scalzando i Socialisti. Con l’ultra destra di Kaczynski intanto ecco «un programma comune su sviluppo, sicurezza, famiglia, radici cristiane per cambiare le burocrazie che bloccano l’Europa: e chissà che all’asse franco-tedesco non si sostituisca uno italo-polacco». A chi chiede come giudichi la svolta “movimentista” del M5s e l’endorsement per i gilet gialli, Salvini si limita a dire: «Non entro nel merito delle scelte altrui. Io ho un gilet blu. Ognuno mette il gilet che vuole». Di certo, per ora un accordo con loro anche in Europa non è all’ordine del giorno. «Non è un’esigenza né nostra, né loro. Ci penseremo per il futuro ». Quel che non esclude, ancora una volta, è che possa assumere lui la leadership dei sovranisti europei. « Se me lo chiederanno ci penserò: se ci fosse un italiano a guidare un’altra idea di Europa sarebbe un segnale importante».

Il Fatto 10.1.19
“Non col nostro corpo”. L’argine delle donne spagnole ai sovranisti
Il patto d’Andalusia
Cento collettivi femministi contrari alla proposta di Vox di abrogare la legge contro la violenza di genere
In piazza contro la “Manada”. Manifestazione a Cadice contro la decisione di rilasciare il gruppo di violentatori di Pamplona
di Alessia Grossi


“Negare la violenza di genere è come negare l’Olocausto”. Le donne spagnole non ci stanno a un patto – quello che governerà in Andalusia tra Pp, Ciudadanos e Vox – “che usi come moneta di scambio i diritti acquisiti delle donne”. Così più di 100 collettivi e associazioni femministi ieri hanno firmato un manifesto-avviso al Partito popolare e a Ciudadanos: “Perché il punto non è che una forza di ultra-destra come Vox proponga un ritorno della donna come ‘regina del focolare’, sottomessa e totalmente dipendente dall’uomo arrivando a negare persino che esista una violenza di genere, la cosa grave è che due partiti democratici che hanno appena firmato un patto nazionale per la lotta contro la violenza machista, accettino in questo paese anche solo di sedersi a trattare con i sovranisti”. E – in parte – hanno raggiunto lo scopo, visto che i due partiti di centrodestra hanno deciso di chiudere sì un accordo con Vox, inspensabile per completare l’alleanza di governo, ma senza deroghe alla legge anti-violenza.
Sì, perché qui si parla di Spagna, baluardo dei diritti, ultimo avamposto europeo della parità di genere, la cui “identità stessa” si basa sulla conquista dei diritti delle donne, delle persone Lgbtqia. “Un paese – spiega Yolanda Besteiro, femminista e socialista. Madre. Avvocato. Consigliera del Comune di Alcalà de Henares e presidentadella Federazione delle donne progressiste” – in cui “più che le leggi, a dettare l’agenda ai governi sui temi dell’uguaglianza, dell’aborto, della violenza di genere, è sempre stato il patto sociale della cittadinanza, all’avanguardia su questi temi, e sempre accanto alle stesse istituzioni”.
Yolanda Besteiro che con la sua Federazione è una delle centinaia di firmatarie del manifesto contro il patto anti-diritti è sicura che sia proprio questo il punto: “In un momento e in un luogo in cui c’è stato un forte avanzamento dei diritti, è proprio allora che le forze reazionarie reagiscono e tentano di riportare tutto com’era quando erano solo gli uomini a godere dei privilegi e le donne erano sottomesse, come durante la dittatura franchista”. Ed è qui che tornano due paragoni per Besteiro “affatto esagerati”: quello con l’Olocausto e quello tra il programma dei sovranisti e la dittatura di Francisco Franco. “Dal 2003, cioè da quando ne abbiamo contezza, in Spagna sono morte 1000 donne, 976 per l’esattezza, tutte per mano di uomini e tutte in quanto donne. Nel 2018 ne sono state uccise 47 e quest’anno già c’è una vittima. Secondo me si può paragonare all’Olocausto”, risponde secca. E in quanto alla dittatura Besteiro trova somiglianze con il programma di Vox: allora le donne non potevano lavorare, né studiare, né viaggiare senza il permesso del marito, né aprire un conto in banca.
“Eravamo totalmente dipendenti dall’uomo e relegate all’unico ruolo di regine del focolare”. Ma non si tratta di ideologie, “Vox ne ha e ci crede – spiega la presidenta – gli altri partiti invece accettano di negoziare su questo programma solo per il potere, per sedersi a governare. Lo stesso leader dei Popolari, Pablo Casado è tornato a parlare di violenza domestica eliminando volutamente dal suo vocabolario la violenza di genere”, spiega Besteiro, “quando non avrebbe dovuto neanche permettergli di sedersi a trattare, sapendo che su questi temi la società spagnola ha espresso chiaramente il proprio volere, soprattutto in Andalusia, regione pioniera della legge anti-violenza”. Ma la Spagna in generale non è da meno, se si pensa che l’ultima modifica alla legge anti-violenza di genere è di dicembre 2018 e a firmarla sono anche gli stessi partiti che ora si alleano con Vox. Ma le donne spagnole non hanno fatto in tempo a festeggiare questo risultato e la sentenza con cui la Corte Suprema due giorni fa ha deciso di considerare violenza machista qualsiasi tipo di aggressione di un uomo su una donna con cui ha una relazione, qualunque sia la motivazione, che subito è arrivato l’affondo dall’Andalusia.
Non è però solo questa la legge che il partito di ultra-destra vuole mettere in discussione. “Un altro punto del programma è la cosiddetta ‘spilla parentale’, che prevede che si chieda l’autorizzazione dei genitori perché i bambini possano assistere a ‘lezioni, laboratori o dibattiti su temi carichi di ideologia o morali contrarie alle loro convinzioni’. Vale a dire che siano esonerati da materie come educazione affettivo-sessuale, uguaglianza e diversità di orientamento o di genere”, spiega Besteiro che sottolinea come queste siano “il tratto distintivo dell’educazione spagnola”.
I cento collettivi di donne non si sono arresi, nonostante né Popolari né Ciudadanos abbiano abbandonato del tutto al proprio destino il partito sovranista, ma, almeno – questo sì – “non sul corpo delle donne”. Dal 15 gennaio le associazioni inizieranno “le mobilitazioni proprio dall’Andalusia” – dice Besteiro – “poi faremo una campagna in vista dei prossimi appuntamenti elettorali perché si conoscano le conseguenze di un voto a Vox, e per suggerire che se non si sa chi votare, meglio restare a casa”.

La Stampa 10.1.19
Toreri, flamenco e maschilismo
L’agenda di Vox per la destra spagnola
di Francesco Olivo


In Andalusia si tutelano le donne, i gay e i migranti e si discriminano toreri e flamenco. I nazionalisti spagnoli di Vox mettono nell’angolo la destra tradizionale con un armamentario ideologico che sfocia nel folklore, ma che punta a una cosa molto più concreta: il governo del Paese. Le trattative per formare un esecutivo nella regione più popolosa di Spagna sono state lunghe e hanno preso una piega minacciosa per il Partito Popolare, abbandonato da Rajoy. Il via libera è arrivato ieri , con una stretta di mano tra Vox e i popolari, e con qualche cedimento reciproco. Ma nei negoziati che hanno preceduto l’accordo, il movimento ultra nazionalista ha messo per scritto le sue condizioni in un documento a tratti provocatorio, che sembra un manifesto di questa nuova destra che si autodefinisce «senza complessi». I punti in estrema sintesi: centralizzazione delle competenze, contrasto al diritto all’aborto, espulsione degli stranieri irregolari, recupero della memoria della Reconquista. Temi, insomma, che vanno molto al di là dei, pur vasti, confini andalusi. L’obiettivo di Vox d’altronde è esplicito: partire da Siviglia per arrivare a Madrid, passando per tutte le regioni di Spagna. I sondaggi dicono che l’operazione non è così peregrina: secondo le ultime rilevazioni la somma dei voti di destra (includendo anche i liberali di Ciudadanos) si avvicina molto al 50 per cento. Vox sfonderebbe in territori chiave, come Madrid e Valencia, dicendo la sua anche in Catalogna. Il tutto nel momento peggiore del Partito Popolare che, per la prima volta, si vede insidiato a destra. L’altro grande imbarazzo di queste ore è quello di Ciudadanos, il partito alleato di Macron a Parigi rischia di imbarcarsi a Siviglia in un’avventura con i seguaci di Marine Le Pen. Su questo punto si è concentrata la critica del governo: «Ciudadanos ha consentito a Vox di essere un attore protagonista. Una cessione ai nostalgici», dichiara Pedro Sánchez.
Il terremoto di dicembre, alle elezioni Vox è passato dallo zero virgola all’11%, ha lasciato il segno: il movimento guidato dall’ex popolare Santiago Abascal è il grande tema di questi tempi. Non c’è bar di Spagna dove Vox non sia oggetto di dibattito, più o meno quello che avvenne con Podemos nel 2014, quando gli ex indignados di Pablo Iglesias guidavano i sondaggi e soprattutto occupavano l’agenda mediatica. Ora l’indignazione è di destra e connette la Spagna a un fenomeno, quella della destra populista, che riguarda praticamente tutto l’occidente. I nemici contro cui si scaglia Vox sono fondamentalmente tre: l’immigrazione, l’indipendentismo catalano (e basco) e quella che hanno ribattezzato «la dittatura del femminismo». Così, nel documento presentato martedì scorso le misure principali sono: espulsione degli stranieri irregolari, quantificati in 52.000 (invitando medici e popolazione a segnalare alla polizia «i clandestini); difesa dei cittadini andalusi in altre regioni (leggi la Catalogna) e deroga della legge a tutela delle donne vittime di violenza maschile, una normativa considerata punitiva per gli uomini. Siccome i simboli contano sempre di più: l’agenda di Vox prevede anche la tutela della tauromachia (assolutamente legale in Andalusia, ma insolentita dalle critiche animaliste) e del flamenco (che, invero, non appare così trascurato dalle istituzioni). Ma c’è un punto al quale Abascal tiene tantissimo perché sintetizza perfettamente la propria visione del mondo: cambiare il giorno della festa andalusa. Attualmente si celebra il 28 febbraio, quando, nel 1980, la regione ottenne il suo statuto di autonomia, al termine di anni di lotte nei palazzi e nelle piazze. Ma quella autonomia oggi viene considerata pericolosa (l’occhio è sempre rivolto a Barcellona) e soprattutto c’è un’altra data, molto più antica, con la quale sostituirla: il 2 gennaio 1492, il giorno in cui i re cattolici recuperarono Granada, ultimo baluardo arabo in Andalusia. La Reconquista, insomma, praticamente il titolo della missione di Vox.

Il Fatto 10.1.19
Polonia, il leghista torna a mani vuote
Sovranismi - Non c’è accordo col partito di Kaczynski: il fronte euroscettico è in alto mare
Polonia, il leghista torna a mani vuote
di Wanda Marra


“Nessun accordo chiuso”: nello staff di Matteo Salvini, a sera, l’incontro tra il ministro dell’Interno e il leader del Partito nazionalista “Diritto e giustizia” (Pis), Jaroslaw Kaczynski, lo riassumono così. Tradotto: non è stato raggiunto (né lo sarà in futuro) l’obiettivo di lavorare per un gruppo unico al Parlamento europeo, dopo le elezioni di maggio, tra i Conservatori e riformisti (l’Ecr, di cui il Pis è il maggior azionista, insieme agli inglesi, che non ci saranno dopo le elezioni, causa Brexit) e l’Europa delle Nazioni e delle Libertà (l’Enf, il gruppo in cui siede la Lega).
Salvini dopo l’incontro con Kaczynski a Varsavia si presenta da solo (con l’interprete) in conferenza stampa. D’altra parte i polacchi già negli scorsi giorni gli avevano fatto arrivare la voce che non avevano alcuna intenzione di sciogliere il proprio gruppo. L’Ecr è una sigla storica e conta 74 eurodeputati e 18 rappresentanze nazionali. È vero che non ci saranno i Tories. Ma l’Ecr ha già chiuso una serie di accordi per rimpiazzarli: con i Democratici svedesi, che in patria a settembre hanno preso il 17%; con gli spagnoli di Vox, molto in ascesa, che li hanno preferiti al raggruppamento del Carroccio; con i francesi di Debout la France; e con Fratelli d’Italia (i primi riferimenti italiani per l’Ecr sono Raffaele Fitto, che è già vicepresidente del Gruppo e Giorgia Meloni).
Il Pis non ha alcuna intenzione di imbarcare Marine Le Pen. Né di sposare la politica filo Putin di Salvini: pesano i precedenti storici, dalla sottoscrizione del Patto Molotov-Ribbentrop del 1939, che sancì la spartizione della torta polacca tra la Germania nazista e l’Unione sovietica, all’eccidio di Katyn, quando i russi, su ordine di Stalin, massacrarono quasi 22mila tra ufficiali polacchi prigionieri di guerra e civili. In realtà, è il Carroccio che appare più in difficoltà: perché le delegazioni dell’Enf sono al momento solo 7 (e non troppo corpose) e anche quelle con cui sta interloquendo Lorenzo Fontana a Bruxelles sono partiti minori.
Dal Viminale, però, guardano al bicchiere mezzo pieno. Kaczynski durante l’incontro si è detto contento di aver conosciuto “un politico pragmatico e simpatico”. E ha promesso un futuro incontro a Milano. “Non c’è certezza che il destino sia comune. Però ci stiamo lavorando”, ha ammesso Salvini in conferenza stampa. Ribadendo però la sua contrarietà sulle sanzioni a Mosca. E ha anche lanciato l’idea di “un patto per l’Europa in 10 punti”, visto che “non c’è un programma comune”. Anche il “contratto” europeo, tutto da costruire. Il piano B di Salvini è tutto da definire. Lui ha spinto su un punto: “sostituire l’asse franco-tedesco con l’asse italo-polacco”. Sarebbe pronto ad entrare nell’Ecr? Da parte del Pis, una disponibilità di massima c’è, ma per lui vorrebbe dire rinunciare alla supremazia nel gruppo. Potrebbe rivelarsi una scelta obbligata, se i destini dell’Enf non saranno gloriosi. Resta il piano di fondo: “L’Europa sovranista” al governo, che potrebbe attuarsi, dopo le elezioni, con la Lega da una parte, il Pis nell’Ecr e Fidesz di Orban nel Ppe. Equilibri di potere da verificare: d’altra parte sia sui migranti che sul dossier economico, Salvini non ha ricevuto aiuti sostanziali dai potenziali alleati.

La Stampa 10.1.19
Record di incassi per il film di Stato che esalta la storia sovietica
di Giuseppe Agliastro


Battaglie, carri armati, scontri all’ultimo sangue e, naturalmente, valorosi soldati sovietici che combattono e sconfiggono le truppe naziste. In Russia anche il film di Natale è a sfondo patriottico e propagandistico. Il nuovo blockbuster si intitola T-34, è sponsorizzato dal ministero della Cultura di Mosca, e ai botteghini sta registrando un successo senza precedenti. È uscito nei cinema russi il primo gennaio e finora lo hanno guardato almeno 4 milioni di persone. Solo nel primo weekend, ha incassato 713 milioni di rubli, circa 9,25 milioni di euro. Il miglior risultato di sempre per un film russo. I costi - stimati in 7,8 milioni di euro - sono quindi già stati coperti, complice la martellante pubblicità del film che va avanti da mesi sulla tv di Stato.
La propaganda di Putin
T-34, del regista Aleksey Sidorov, racconta l’eroica storia di un pugno di carristi sovietici che fuggono da un campo di prigionia nazista con il carro armato T-34 che gli è stato ordinato di riparare. I soldati cercheranno di raggiungere la frontiera cecoslovacca e il lieto fine seguendo le direttive dell’eroico protagonista, il tenente Nikolaj Ivushkin. Per il ministero della Cultura, Vladimir Medinsky, questa fuga rappresenta «un tentativo di proteggere la propria vita, il proprio amore e la devozione verso la madre patria». Il produttore è Len Blavatnik, un miliardario di origine ucraina considerato vicino al Cremlino. T-34 è insomma un film di Stato a tutti gli effetti. L’ennesimo in Russia, dove la vittoria sovietica nel secondo conflitto mondiale resta uno dei principali pilastri della propaganda putiniana. Circa 26 milioni di cittadini sovietici perdettero la vita in quella guerra, una tragedia sempre ben scolpita nella memoria collettiva dei russi. Ma spesso sfruttata per diffondere il militarismo e una lettura idealizzata della storia nazionale in cui si esaltano i successi di Russia e Urss e si chiude invece un occhio sulle pagine nere del passato, come le repressioni staliniane. Anche il cinema è un efficace strumento di propaganda nella Russia di Putin. Basti pensare a ‘Krym’, che esalta l’annessione della Crimea, o a ‘Movimento in alto’, che racconta il trionfo della squadra sovietica di basket alle Olimpiadi del 1972, naturalmente a spese degli americani. E’ stata invece vietata la proiezione di ‘Morto Stalin se ne fa un altro’, una divertente parodia della lotta per il potere seguita alla morte di Stalin. Per il ministro della Cultura è «una derisione offensiva di tutto il passato sovietico” e “del paese che sconfisse il nazismo».

Repubblica 10.1.19
L’ora della giovane Yuan vicesindaca simbolo della Cina che verrà
di Filippo Santelli


Per molti è una speranza: che perfino la burocrazia comunista, casta maschile e gerontocratica, possa rinnovarsi. Per altri un azzardo, che proietta al vertice chi non ha esperienza sufficiente. Sta dividendo la Cina la nomina di Yuan Lin, donna, 28enne e laureata negli Stati Uniti, a vice sindaco di Fuqing, città costiera di un milione e mezzo di abitanti nel Sudest del Paese. Incarico a termine, dieci mesi. Ma con una missione non da poco, in un regime che punta tutto sull’innovazione: progettare per la municipalità un piano di sviluppo scientifico e tecnologico.
Non è la prima volta che le province cinesi, specie le più periferiche, tentano di reclutare giovani brillanti al servizio della comunità. Da tempo le autorità dello Jiangxi vanno a caccia di neolaureati negli atenei più in vista. Mentre nel 2014 lo stesso Fujian, il territorio in cui si trova Fuqing, nominò vice sindaco a Longhai il 27enne Li Shijun, dottore di ricerca in Scienze della vita: oggi è tra i dirigenti del potentissimo dipartimento organizzativo del Partito.
Yuan si è laureata in Statistica alla Rice University di Houston e sta concludendo un dottorato in Finanza all’Università di Pechino, la Harvard cinese. Un curriculum di assoluta eccellenza. Alcuni utenti dei social ne hanno contestato la scarsa esperienza professionale: ha lavorato solo per due anni, in una società finanziaria. Nel Dragone si sale lenti e per gradini, cosa diranno i funzionari che si fanno le ossa nei piccoli villaggi, vedendosi scavalcati? La maggior parte degli utenti però ha accolto la notizia con messaggi di approvazione.
La scarsa rappresentanza delle donne in politica è un grosso problema per la Cina. Così come la fuga dei cervelli verso le grandi metropoli e i mega stipendi del settore privato. Per Yuan pare una questione di vocazione, riceverà solo un rimborso vitto e alloggio. Ma se davvero vuole attrarre più ragazzi, la burocrazia dovrà offrire di più. La provincia dello Shandong è stata una delle prime a capirlo, mettendo sul piatto un incentivo da 55mila euro.

Il Fatto 10.1.19
La morte di Aiuti, pioniere anti-Aids “Probabile suicidio”
L’immunologo aveva 83 anni, era ricoverato al Gemelli: precipitato nella tromba delle scale dal quarto piano. Oggi l’autopsia
di Vincenzo Bisbiglia


È stato uno degli immunologi più importanti della sua generazione, protagonista instancabile della lotta all’Aids e ai pregiudizi sociali verso i malati. È probabile che abbia deciso di porre fine in anticipo alla sua ultima battaglia contro una malattia cardiaca.
Fernando Aiuti è morto ieri mattina a 83 anni nel Policlinico Gemelli di Roma, dopo un volo di 10 metri dalla tromba delle scale del reparto di Medicina Generale dove era ricoverato da dicembre per una grave cardiopatia ischemica da cui era da tempo affetto: “Recentemente – spiegano fonti sanitarie – il quadro cardiologico si era aggravato evolvendo verso un franco scompenso cardiaco, in trattamento polifarmacologico”. Un quadro clinico che, specie in una persona anziana e ben cosciente delle sue condizioni di salute può arrivare anche a generare uno stato di forte depressione.
Nel comunicato rilasciato dal Gemelli in accordo con i familiari, non si fa alcun riferimento al suicidio e, anzi, si parla di “un trauma da caduta dalla rampa delle scale”. In realtà, diversi elementi fanno propendere gli investigatori per l’ipotesi della morte volontaria: le pantofole lasciate sul pianerottolo al quarto piano (aveva già fatto due rampe di scale, visto che il reparto in cui era ricoverato si trova al secondo piano), la ringhiera alta circa un metro a cui avrebbe potuto aggrapparsi in caso di mancamento o perdita dell’equilibrio, l’assenza di tracce ematiche sugli stessi sostegni. Nessun testimone lo avrebbe visto cadere. Sarà l’autopsia disposta dalla Procura di Roma a dare oggi una risposta. Il procuratore aggiunto Nunzia D’Elia e il pm Laura Condemi per ora non ipotizzano reati. Se l’autopsia dovesse rinforzare la pista del suicidio, i magistrati vorranno verificare eventuali responsabilità della struttura.
Il paziente era libero di muoversi anche fuori dal reparto, ma va capito se aveva mostrato sintomi di depressione e se questi gli erano stati in qualche modo diagnosticati. I vertici dell’ospedale evitano commenti. Il direttore del reparto Giovanni Gambassi non ha voluto rilasciare dichiarazioni, l’orario di vista dei familiari degli altri pazienti ricoverati, dalle 18.30 alle 20, è stato contingentato (con tanto di richiesta di documenti), cronisti sorvegliati a vista dalla vigilanza e invitati a sloggiare.
Professore e fondatore dell’Anlaids, Associazione Nazionale per la lotta contro l’Aids, Fernando Aiuti era una figura di spicco nel settore.
Nel 1991 il gesto che lo rese celebre: nel pieno dell’allarme per il diffondersi della “nuova peste”, durante un congresso il medico baciò in bocca Rosaria Iardino, sieropositiva allora 23enne, per dimostrare che l’Hiv non poteva essere trasmesso attraverso un contatto affettuoso fra due persone. La foto fece il giro del mondo e contribuì a sensibilizzare l’opinione pubblica contro la ghettizzazione degli affetti dal virus.
Cordoglio dal mondo politico-istituzionale e da quello scientifico. “La scienza piange un grande uomo, sono certa che il suo impegno vivrà attraverso l’Anlaids”, ha commentato il ministro della Salute, Giulia Grillo. “Perdiamo un pioniere nella lotta all’Aids”, ha detto il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.

Il Fatto 10.1.19
Concorsi ospedalieri aperti anche ai medici non specializzati

Una norma che permetta di partecipare al concorso di “Medicina e chirurgia d’accettazione e urgenza” a chi, tra il personale medico, abbia maturato almeno quattro anni di esperienza nei “servizi di emergenza-urgenza” in ospedale. È quanto previsto da un emendamento al decreto Semplificazione. L’esperienza dovrà essere certificata da una documentazione che attesti il monte ore acquisito. Si legge nel testo: “Il personale medico del Ssn che…ha maturato, negli ultimi dieci anni, almeno quattro anni di servizio, anche non continuativo, […] presso i servizi di emergenza-urgenza ospedalieri del Ssn, accede alle procedure concorsuali per la disciplina di Medicina e chirurgia d’accettazione e d’urgenza, ancorché non sia in possesso di alcuna specializzazione”. L’intenzione è “garantire la continuità nell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza nel sistema di emergenza-urgenza” si legge. Per alcuni parlamentari, sarebbe una sanatoria. “Nei pronto soccorso italiani mancano circa 2000 medici. Sì quindi a stabilizzare colleghi con un’esperienza cospicua, ma si consenta loro l’iscrizione in sovrannumero alla scuola di specializzazione” ha detto Carlo Palermo, segretario Anaao Assomed.

Il Fatto 10.1.19
È costato 280 mila euro: ecco l’atto d’acquisto del “Corleone, by Riina”
Parigi - Il ristorante è stato comprato da una società che per il 10% è del marito della figlia di Totò
Lucia Riina, 39 anni, è la più piccola dei quattro figli del boss
Vincenzo Bellone, marito di Lucia Riina, è socio al 10 per cento di Pierre Cédric Duthilleul, noto ristoratore
di Valeria Pacelli


Duecentottanta mila euro. Tanto è costato l’avviamento del ristorante ‘Daru’ comprato e ribattezzato: “Corleone, by Lucia Riina”. Riscossione Sicilia ha da poco notificato un atto per chiedere due milioni ai familiari del boss Totò Riina per le spese di detenzione. Stando alle cronache, per evitare rischi la famiglia avrebbe rinunciato all’eredità. Comunque il ristorante è al sicuro. Nonostante l’insegna con il nome della figlia, 39enne, chi compra è una società appena costituita con mille euro di capitale: azioni per cento euro sono in mano a Vincenzo Bellomo, il marito della figlia del capo dei capi di Cosa Nostra, il resto è in mano al presidente Cèdric Pierre Duthilleul. Il telefono del ristorante al 19 di Rue Daru, a Parigi, non smette di suonare. “Non vogliamo commentare”, tagliano corto anche perché sembra che Lucia Riina parlerà prossimamente con Le Parisien.
Intanto Il Fatto è in grado di rivelare i contratti francesi da cui nasce l’avventura imprenditoriale. Tutto comincia dalla LuvitoPace, la società creata il 6 luglio del 2018 da Vincenzo Bellomo e Pierre Cédric Duthilleul, noto ristoratore francese e patron del Griffonier, bistrot di successo accanto all’Eliseo. Tre mesi prima, l’11 aprile del 2018, LuvitoPace compra l’avviamento del ristorante di cucina russa, Daru, dalla società Sas Kalinka Sis al prezzo di 280 mila euro. A firmare l’atto, a nome di LuvitoPace, è il presidente Duthilleul. A tirare fuori la caparra di 28 mila euro è invece un personaggio noto di Parigi: Pascal Fratellini, ristoratore ed erede della dinastia di circensi partita un secolo fa dall’Italia. Poi ci sono i 18 mila euro versati da Duthilleul all’avvocato David Honorat per l’atto di acquisizione.
Così nasce il locale a Parigi, dove da due anni si è trasferita l’ultimogenita del boss per cominciare – come ha scritto lei stessa su Facebook – una “vita nuova” con la famiglia, il marito Vincenzo Bellomo e la figlia di poco più di due anni. Il locale è stato ristrutturato: una trentina di posti e i quadri di Lucia Riina a fare da arredamento. “Mi rendo conto che possa essere scioccante per alcuni. E, se sciocca, sono pronto a rimuoverlo subito”, dice all’Ansa Robert Fratellini (parente di Pascal?) riferendosi all’insegna con il cognome Riina. “Non c’è nessuna volontà di lucrare sul suo pesante cognome o sulle azioni del padre. Il nostro unico obiettivo è una cucina di alta qualità e un posto carino dove accogliere i clienti”. E poi cita l’esempio degli Usa “dove ci sono tanti locali intestati ad Al Capone o i Soprano. Se abbiamo messo la menzione ‘by Lucia Riina’ all’ingresso è solo per valorizzarla come pittrice ed artista. Capisco che in Italia quel cognome abbia un altro impatto… Ma certo non metteremo la foto del padre con le candele intorno e la statuetta della Vergine”. “Vincenzo e Lucia – continua Fratellini – sono due persone perbene, vivono modestamente come miei dipendenti (al Fatto risulta che Bellomo sia socio di minoranza, Ndr), hanno uno stipendio modesto e risiedono insieme alla figlia in un piccolo appartamento ammobiliato che ho messo a loro disposizione vicino al ristorante”.
E dunque i due si dedicano agli Spaghetti al pomodoro di San Marzano e le Orecchiette alla Corleonese (Specialità della Casa), venduti a 18 euro a piatto. Quel cognome non impressiona chi lavora con loro. “Avendo avuto modo di conoscere Lucia – dice lo chef Rosario –, posso dirvi che è una persona squisita. Lei e suo marito. Anche se porta lo stesso cognome, un figlio non può pagare per gli sbagli del padre”.

La Stampa 10.1.19
Proposta M5S per legalizzare la cannabis
La Lega frena
di Paolo Russo


Il Movimento 5 Stelle rompe gli indugi e con un disegno di legge depositato al Senato si schiera a favore della legalizzazione della cannabis. Il testo prevede la possibilità di coltivare fino a tre piantine in casa propria e di detenere fino a 15 grammi, 5 fuori dalla propria abitazione. Il ddl depositato da Matteo Mantero fa poi della cannabis light un prodotto un po’ più “strong”, innalzandone il contenuto di principio attivo, il Thc, dall’attuale 0,1 all’1%.
Una svolta antiproibizionista che non è piaciuta alla Lega. «La legalizzazione della cannabis non è nel contratto di governo», taglia corto il Ministro per la famiglia Lorenzo Fontana. Per il quale il ddl «sembra più una provocazione che altro». «Uno sdoganamento pazzesco, che tende ad abbassare pericolosamente la percezione della pericolosità», bollano l’iniziativa a San Patrignano, mentre radicali e l’associazione Luca Coscioni propongono di ricostituire il gruppo interparlamentare e di riprendere l’iter della legalizzazione. Per la quale da noi non sono in pochi a fare il tifo, visto che, secondo il rapporto dell’Agenzia europea sugli stupefacenti, dopo francesi e danesi al terzo posto nella classifica europea dei consumatori di cannabis ci sarebbero proprio gli italiani, tra i quali due su 10 sarebbero fan della cannetta a base di erba.A loro strizzano l’occhio i pentastellati, anche se per Mantero liberalizzare uso e produzione consentirebbe soprattutto di assestare un duro colpo al business del narcotraffico, che vale intorno ai 30 miliardi. Tesi alla quale gli antiproibizionisti da sempre oppongono quella di uno scivolamento del mercato illegale verso sostanze ben più pericolose, come cocaina, eroina e metanfetamine.
Lo studio americano
E mentre in Italia ci si torna ad accapigliare sulla legalizzazione, dagli Usa, dove anche New York si sta per aggiungere all’ampia schiera degli Stati “cannabis free”, i medici lanciano l’allarme sui pericoli per la salute conseguenti all’uso di marijuana. New York Times e Wall Streat Journal hanno raccolto ampi consensi tra i camici bianchi dopo la pubblicazione di una sintesi di diversi studi americani ed europei sui danni da cannabis. L’erba di oggi conterrebbe infatti il 20-25% di Thc, ossia dosi di principio attivo dieci volte superiori a quelle della cannabis in voga negli anni ’70. Prodotti che il mercato richiede sempre più forti e che genererebbero dipendenza, psicosi e danni alla salute.Lo studio americano
E mentre in Italia ci si torna ad accapigliare sulla legalizzazione, dagli Usa, dove anche New York si sta per aggiungere all’ampia schiera degli Stati “cannabis free”, i medici lanciano l’allarme sui pericoli per la salute conseguenti all’uso di marijuana. New York Times e Wall Streat Journal hanno raccolto ampi consensi tra i camici bianchi dopo la pubblicazione di una sintesi di diversi studi americani ed europei sui danni da cannabis. L’erba di oggi conterrebbe infatti il 20-25% di Thc, ossia dosi di principio attivo dieci volte superiori a quelle della cannabis in voga negli anni ’70. Prodotti che il mercato richiede sempre più forti e che genererebbero dipendenza, psicosi e danni alla salute.

Repubblica 10.1.19
Il vero Caravaggio e la guerra delle MaddaleneA sinistra la “Klain”, a destra, la “Gregori”, fianco a fianco al Jacquemart-André di Parigi, già viste da migliaia di persone. Ora, per la prima volta i raggi x esplorano i dipinti. Ma solo nella seconda si vedono i “pentimenti” dell’artista
di Dario Pappalardo


PARIGI Nella guerra delle Maddalene, il colpo di scena è questa signora di 95 anni, scesa alla Gare de Lyon dopo sette ore di treno. Mina Gregori, classe 1924, l’erede di Roberto Longhi, decana della storia dell’arte, è a sorpresa a Parigi per rivedere il “suo” Caravaggio. «È l’ultima occasione di osservare le Maddalene fianco a fianco», dice. Scende al binario e prende un taxi per il museo Jacquemart-André. Dove c’è la mostra dei record, “Caravage à Rome”, curata da Francesca Cappelletti con Pierre Curie e Cristina Terzaghi: oltre 210mila visitatori si sono messi in fila da fine settembre sul Boulevard Haussmann (aumenteranno: chiude il 28 gennaio). Gregori, accompagnata dalla nipote, si fa largo verso l’ultima sala con le Maddalene in estasi mai esposte prima insieme: la Klain e la “sua”, da lei ritrovata e attribuita a Caravaggio nell’ottobre 2014 in un’intervista a Repubblica. Da allora non l’aveva più vista. «Guardate le mani che si intrecciano, la composizione dello spazio: è un quadro bellissimo». E la Klain?
«Anche questo è un dipinto molto interessante, difficile trovare qualcuno che copiasse Caravaggio così bene. C’è ancora da studiare».
L’allieva di Longhi, l’uomo che nel Novecento riscoprì il pittore maledetto, lo consegnò alla storia e al mito pop, parla e negli spazi del museo il tempo si ferma. Parte qualche flash. Mina Gregori visita gli altri capolavori, alcuni scoperti da lei: «Il suonatore di liuto dell’Ermitage è uno dei miei preferiti. E il San Francesco in meditazione l’orgoglio della pinacoteca della mia Cremona».
Gli studiosi del Seicento italiano si contendono uno scatto con Mina: tutti si sono formati sui suoi saggi.
Sono a Parigi perché qui si sta consumando un nuovo atto della Caravaggeide. L’Istituto italiano di cultura di Rue de Varenne ha ospitato ieri un convegno nato a margine della mostra al Jacquemart che promette “novità e riflessioni” sull’artista. Caravaggisti di tutto il mondo, o quasi, si succedono in cattedra per oltre sei ore: i posti sono esauriti e, seduti nella ex casa di Talleyrand, non ci sono soltanto specialisti. La contesa tra le Maddalene ruba ancora la scena.
Per la prima volta, vengono presentate le analisi radiografiche sulle due opere. Cecilia Frosinini dell’Opificio delle Pietre Dure illustra quelle sulla Klain, ma con una premessa: «Le analisi non possono fornire l’autografia. Nella storia dell’arte corriamo il rischio di una fase positivista in senso negativo: il dato analitico non è una verità di per sé. L’occhio degli storici dell’arte resta fondamentale». Ma i raggi X una certezza la danno: l’opera Klain non presenta pentimenti. Dagli infrarossi risultano sottilissime linee grafiche, tracce di disegno. Ma l’autore aveva già bene in testa la sua composizione. Come accade, in generale, alle copie. Per la Maddalena Gregori, che contende alla Klain il titolo di “originale”, il discorso cambia. Qui i ripensamenti ci sono. E si sa che Caravaggio non usava disegni preparatori. La spalla destra della santa, ora nuda, era in una prima stesura coperta dalla camicia e il manto rosso era più esteso nel margine sinistro della tela. Claudio Falcucci, ingegnere nucleare, che ha raccolto con Rossella Vodret la diagnosi su 35 quadri certi di Merisi (22 conservati a Roma) è serafico: «La scienza non può dare una risposta certa. Ma nel caso della Maddalena Gregori le modifiche all’idea di partenza sono abbastanza evidenti e non ci sono elementi che contrastano con la prassi di lavoro utilizzata da Caravaggio nei dipinti realizzati dopo la fuga da Roma, nel 1606».
Insomma, anche gli infrarossi dicono che la Maddalena potrebbe essere proprio quella che Caravaggio portava con sé sulla barca, nell’ultimo viaggio conclusosi con la morte a Porto Ercole il 18 luglio 1610. «Due San Giovanni e la Maddalena» erano i soggetti descritti da Diodato Gentile, vescovo di Caserta, in una lettera a Scipione Borghese datata 29 luglio 1610. Il cardinale collezionista riuscì a mettere le mani solo sul San Giovanni, che è ancora oggi nella Galleria romana con altri cinque Caravaggio. «Dai rilievi sul pigmento del San Giovanni risultano infatti sali marini - precisa la direttrice della Borghese Anna Coliva - il dipinto è stato a contatto col mare». Con quale Maddalena: la Klain o la Gregori? «Sono due opere di qualità altissima. Caravaggio non replicava quasi mai le sue opere, ma questo potrebbe essere un caso eccezionale». Mentre le analisi tecniche mostrano una distanza tra le due Maddalene, gli storici dell’arte, almeno durante il convegno, preferiscono non esporsi in maniera netta. Nel 1998, i proprietari della Klain avevano offerto il quadro - già sottoposto a vincolo - allo Stato italiano per 10 miliardi di lire. Nel 2002 il comitato di settore del ministero dei Beni culturali respinse l’acquisto con una relazione di Rossella Vodret che non riscontrava «elementi per confermare l’autografia caravaggesca». La scoperta di Mina Gregori del 2014 ha dato ragione a quella cautela. La proprietà e la collocazione del nuovo quadro entrato della storia dell’arte restano, però, ufficialmente un mistero. Oggi gli studiosi francesi presenti all’Istituto italiano di cultura, a partire dall’ex direttore del Louvre Pierre Rosenberg, preferiscono il no comment sull’attribuzione. Gianni Papi, che a Caravaggio ha dedicato decine di studi, è sicuro che la Maddalena sia stata dipinta a Napoli nel 1610. Passa in rassegna con le slide una decina di copie, a partire da quelle del fiammingo Louis Finson che riprendono il soggetto Gregori con la croce e il teschio assenti nella Klain: «Chissà, magari Finson stesso si accaparrò il dipinto e lo replicò più volte in Francia del sud, dove il culto della Maddalena era diffusissimo». «La Klain è di Finson», ribatte Silvia Danesi Squarzina. Ma la Caravaggeide offre altre trame: «Sono ancora da ritrovare le quattro storie della Passione che Caravaggio dipinse a Messina», ricorda Papi. E di svolte improvvise, tanto per tacere sul mistero della Natività rubata a Palermo nel 1969, rischiano di essercene ancora: «Il ritratto di Fillide, la cortigiana modella di Caravaggio, più che distrutto a Berlino nel 1945, potrebbe essere nei caveau russi», sostiene Danesi Squarzina. E la dubbia Giuditta che taglia la testa di Oloferne, scoperta a Tolosa nel 2016, non è più vincolata dallo Stato francese. Restaurata ed esposta nell’atelier parigino del mercante Eric Turquin, aspetta di fare colpo sul mercato e di far riparlare di sé. Perché la vera maledizione di Caravaggio è questo suo essere sempre in bilico tra la realtà estrema dei suoi quadri e la strepitosa fiction che il tempo gli ha costruito su.
Mina Gregori: “Le mani che si intrecciano, la composizione dello spazio: è bellissimo”
Nelle due foto Mina Gregori, che ha autenticato la Maddalena, mentre vede per la prima volta insieme le due opere a Parigi

https://spogli.blogspot.com/2019/01/repubblica-10.html