martedì 13 marzo 2018

il manifesto 13.3.18
Il nuovo PdR senza appeal né autocritica
Pd. La legge elettorale vigente, con le liste bloccate e il voto congiunto, favorirebbe ancora la pulizia etnica sulle candidature in chiave renziana, Alla fine, una riduzione nei numeri assoluti potrebbe essere l’esito anticipato e coerente della nascita del Partito di Renzi
di Massimo Villone


Dalla direzione Pd nulla viene che non si sapesse già. Governi chi ha vinto, nessuna compromissione, l’unica via è l’opposizione. Ma non pochi sono in ambasce, e li capiamo. È dura essere un partito non più di lotta e nemmeno di governo.
Come spesso accade, nell’ufficialità dei dibattiti i temi veri rimangano sotto il tappeto. Così è per quello su cui i rumors sono fitti: nascerà con Renzi un nuovo partito, alla Macron?
A prima vista, può sembrare un paradosso. Che senso avrebbe mai il nuovo partito? A chi si rivolgerebbe, con quale progetto politico? Certo, non potrebbe avere una proposta sostanzialmente diversa da quella forgiata da Renzi come segretario e presidente del consiglio. Ma se il PdR (partito di Renzi) avesse avuto appeal, il disastro del 4 marzo non ci sarebbe stato. E allora? Ovviamente, sarebbe anzitutto soddisfatta la voglia di potere personale dello scout di Rignano, bene sintetizzata nella frase «vado via ma non mollo». A cosa rimane attaccato? Ma in realtà la mossa potrebbe rientrare in un disegno politico di più vasta portata, in uno di due scenari.
Il primo: mettere il PdR al centro di un nuovo bipolarismo, fondato sul centrodestra da un lato e M5S dall’altro, nella posizione di ago della bilancia che la frammentata galassia di centro per lungo tempo ha cercato di conquistare, fallendo per la insufficiente massa critica. Questo scenario dà per acquisito M5S come una realtà essenzialmente consolidata, capace di drenare in ampia misura il voto di sinistra, con pochi residui. In fondo, proprio questo è accaduto il 4 marzo.
Il secondo: puntare a una joint venture con pezzi del centrodestra (la parte berlusconiana) per un remake dell’antica centralità democristiana e del partito della nazione già favoleggiato in una fase precedente. Questo presupporrebbe una maggiore fragilità di M5S, e una capacità del nuovo Pd di cannibalizzare in parte il movimento, riappropriandosi in più o meno larga misura dei voti trasmigrati verso quella sponda.
E la sinistra? In entrambi gli scenari verrebbe spinta verso l’irrilevanza politica, o perché sostanzialmente assorbita nel M5S, o perché consegnata al non voto, o infine perché dissolta in un pulviscolo di micro-soggetti al più capaci di sopravvivere in qualche realtà locale, ma irrilevanti nella politica nazionale.
Fantapolitica? Può darsi. Ma gli scenari descritti sono coerenti con il contesto e i comportamenti messi in atto. Sono anzitutto coerenti con quello che è oggi il Pd, partito non più di militanza e di radicamento territoriale, ma essenzialmente di amministratori e di eletti. Come tale, più disponibile ad evoluzioni spregiudicate sulla scacchiera delle alleanze. Sono coerenti con l’argine alzato verso il supporto a un esecutivo di altri, in qualsiasi forma. È una posizione che oggettivamene spinge verso nuove elezioni a breve, che nell’opinione generale potrebbero solo fare ulteriore danno al Pd, colpito dall’accusa di privilegiare il proprio interesse di parte su quello del paese. Ma è una linea che i rapporti di forza negli organi dirigenti e nei gruppi parlamentari Pd – favorevoli a Renzi, salvo ravvedimenti operosi – rendono possibile. La legge elettorale vigente, con le liste bloccate e il voto congiunto, favorirebbe ancora la pulizia etnica sulle candidature in chiave renziana. Alla fine, una riduzione nei numeri assoluti potrebbe essere l’esito anticipato e coerente della nascita di un nuovo PdR.
Soprattutto, gli scenari ipotizzati sono coerenti con il costante rifiuto di ripensare il renzismo. Una approfondita autocritica potrebbe forse – se la mutazione genetica non è già irreversibile – riportare il Pd sulla via di una sinistra moderna, capace di rispondere ai problemi posti dalla crescita esponenziale delle diseguaglianze, della precarietà, della povertà, della tensione crescente tra il nord e il sud del mondo. Ma di autocritica non v’è traccia nel pensiero di Renzi. Anzi, ci comunica di non avere sbagliato nulla, che tutto nasce dal referendum, e che gli oppositori dovrebbero genuflettersi e chiedere perdono per i loro peccati.
È vero. Renzi ha preso un primo ceffone nel referendum costituzionale, e un secondo nel voto del 4 marzo 2018. Ma questo significa solo che ha un pessimo rapporto col popolo sovrano. Qualcuno dovrebbe dirgli che in democrazia è l’unico peccato per cui non v’è alcuna assoluzione.