lunedì 5 giugno 2017

Repubblica 5.6.17
Rosy Bindi.
La presidente dell’Antimafia attacca Renzi: “Sta inseguendo solo la sua convenienza non quella del Paese”
“Il Pd si fermi su questa legge o non sarà più il mio partito E prima del voto le riforme”
Giovanna Casadio


ROMA. «Tutto quello per cui noi democratici abbiamo combattuto sin dagli anni Novanta, viene smantellato: questa legge elettorale proporzionale è solo un patto di convenienze. Ed è la fine del Pd». Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia, che del Pd è stata tra i fondatori, non ci gira intorno: «Se il Pd sarà quello che rischia di diventare, non mi ci riconoscerei».
Presidente Bindi, cosa non le piace delle scelte politiche di questi giorni?
«Mi provoca sofferenza vedere che dopo tutto quello che è successo – il No al referendum costituzionale, la bocciatura da parte della Consulta dell’Italicum che non avevo votato - si procede all’insegna dell’improvvisazione e del tatticismo. Non sono servite le lezioni venute dai cittadini, dalle istituzioni, dagli organismi internazionali ».
Pessimista?
«Difficilmente il futuro sarà migliore se questi restano i metodi e gli attori in campo. Non mi piace che si torni al proporzionale con un Parlamento in gran parte di nominati».
È un ritorno alla Prima Repubblica?
«Questo è uno slogan. Il proporzionale allora ci regalò la decadenza ma anche anni di lavoro serio. Ora in questo sistema tripolare non ci possiamo permettere un proporzionale perché si consegna l’Italia all’ingovernabilità o ad alleanze innaturali».
Teme un Renzi-Berlusconi?
«Mi pare sia l’unico scenario possibile. Sono convinta che i 5Stelle siano terrorizzati dall’idea di andare al governo e accettando l’accordo sul proporzionale, lo dimostrano. Questa è la loro convenienza. La convenienza di Berlusconi è di sedersi di nuovo al tavolo e non rimanere schiacciato sotto la Lega. Incomprensibile è la scelta del Pd».
Una legge elettorale ci vuole e il Pd la fa con chi ci sta, non crede?
«Certo, ma per fare una buona legge elettorale non per anticipare le elezioni di 5 mesi. Questa mi pare la convenienza del leader del Pd, Renzi. Di certo non quella del partito né del paese»..
Non condivide l’accelerazione verso elezioni anticipate?
«No. La corsa affannosa di queste ultime ore impedisce di fare una buona legge elettorale. Se invece si ritorna serenamente alla convinzione che si vota nel 2018, si può costruire un accordo serio. Una buona legge elettorale è quella in cui i cittadini possano scegliere sia chi va in Parlamento sia chi governerà il paese. Con questa legge, anche dopo le ultime modifiche, non si consente né l’una né l’altra cosa. Viene smantellato ciò per cui noi democratici abbiamo lottato negli ultimi 25 anni. La legge elettorale proporzionale sarà il timbro della mutazione genetica del partito, in atto da tempo».
Votare è la democrazia. Cosa cambia tra andare al più presto alle urne o aspettare la fine della legislatura?
«In questi sei mesi si devono ultimare alcune riforme: lo Ius soli, il testamento biologico, il processo penale. Per il contributo dato dalla Commissione Antimafia, penso anche alla riforma della gestione dei beni confiscati alle mafie: 25 miliardi di patrimonio in larga parte non utilizzato. E non possiamo dimenticare i richiami del governatore di Bankitalia: il nostro debito pubblico e la nostra disoccupazione. La manovra deve farla questo governo».
Anche lei, come Prodi, è acquartierata in una tenda fuori dal Pd?
«Io ho ancora la tessera del partito. Ho votato Andrea Orlando al congresso. Ma se il Pd sarà quello che rischia di diventare… sarà tutto più difficile” Lascerà il Pd per andare a fondare il nuovo Ulivo con Bersani e Pisapia?
«Né lascio né vado. La legge elettorale è lo spartiacque della mutazione del Pd. Mutazione segnalata d’altra parte anche dall’annuncio di Pisapia disponibile a guidare una forza politica alternativa al Pd non è più asse portante del centrosinistra. Non c’è una voce favorevole al nuovo corso tra i fondatori dem, da Prodi, a Veltroni, a Bersani. Un partito che rinuncia all’alternativa tra sinistra e destra, a fare da argine ai populismi che manda in soffitta la democrazia dell’alternanza, non appartiene neppure a me. Ma il Pd è ancora in tempo per una buona legge, almeno con un premio di maggioranza».
Si sente tradita da Renzi?
«È tradita l’Italia: è una rinuncia al futuro».
Lei ora si auto rottama. Non si ricandiderà. Non si riconosce più in questa politica?
«Ho già detto che ritenevo sufficienti i miei quasi 30 anni in Parlamento e non mi sarei ricandidata. Ci sono mille modi per partecipare alla vita politica. C’è bisogno di formazione alla politica. In fatto di rottamazione però, mi pare che gli interlocutori scomodi che Renzi voleva eliminare sono ancora tutti qui. Grazie a Dio».

Repubblica 5.6.17
“Ora il testo è ok, rispecchia la nostra realtà politica”
Valerio Onida. “I rischi di incostituzionalità sono stati superati, tranne che per i collegi: vanno ridisegnati per evitare squilibri della rappresentanza”


ROMA. Bene fanno i partiti a eliminare la possibilità che restino esclusi dal Parlamento i vincitori in qualche collegio uninominale «perché sarebbe incostituzionale, e comunque costituirebbe un inganno per gli elettori». Però sarebbe bene prevedere il voto disgiunto. E i collegi andrebbero ridisegnati tenendo conto dei dati aggiornati. Parola di Valerio Onida, ex presidente della Consulta e uno dei più autorevoli avversari della riforma bocciata dal referendum. Ma non di questa legge elettorale che anzi, a suo avviso, «consente di rispecchiare la realtà politica italiana di oggi».
Professore, lo spettro di una nuova bocciatura della Corte ha indotto Pd, Forza Italia e 5Stelle a ridurre i collegi per garantire l’elezione dei vincitori. Il loro timore era fondato?
«Certo. Gli elettori vengono chiamati a votare i candidati nei collegi uninominali e bisogna che chi vince sia eletto, sempre. Altrimenti sarebbe un imbroglio, sarebbe incostituzionale ».
Il nuovo accordo prevede anche l’eliminazione dei capilista bloccati.
«Veramente l’intera lista è bloccata, non ha senso differenziare la posizione dei capilista, perché si viene eletti, per la quota assegnata con il proporzionale, secondo la posizione. Però trattandosi di liste corte, con i nomi scritti sulla scheda, di per sé non sono incostituzionali».
Per i piccoli partiti invece si viola la Carta utilizzando i collegi del Mattarellum, perché disegnati sul censimento del 1991.
«In effetti si rischia uno squilibrio della rappresentanza. Non ci vorrebbe poi tanto a ridisegnarli sulla base dell’ultimo censimento, i criteri sono gli stessi»
I 5Stelle vorrebbero introdurre anche il voto disgiunto. Che ne pensa?
«Sarebbe conseguente, perché il voto avviene con due logiche diverse. Nell’uninominale l’elettore sceglie la persona, nel proporzionale dà il voto al partito. E non è detto che i due giudizi debbano sempre corrispondere ».
Un altro dubbio sulla costituzionalità di questa legge riguarda la governabilità. Non si rischia l’instabilità?
«In un sistema di almeno quattro, e magari più, grandi partiti sono quasi sempre necessari accordi di coalizione per formare le maggioranze di governo. Attraverso patti di programma, come fanno i tedeschi. Questa logica di coalizione, insita nel proporzionale, rispecchia la realtà politica italiana di oggi, corrisponde agli orientamenti dell’elettorato. Un partito non può pretendere di governare da solo se non ha la maggioranza dei voti in un sistema così diviso».
Lo sbarramento al 5 per cento però limita la rappresentanza.
«È una soglia ragionevole che riduce un eccesso di frammentazione e semplifica il sistema, incentivando le aggregazioni e gli accordi fra forze affini».
Non crede che così si va dritti a larghe intese tra Renzi e Berlusconi?
«Non è detto. Dipende dai risultati, che non saranno per forza quelli dei sondaggi di oggi. La scelta del modello elettorale incide anche sulle scelte dell’elettorato, e consente di ristrutturare il sistema politico, come è già avvenuto nel 1994 e in parte nel 2006. Il Pd, ad esempio, potrebbe dar vita ad una maggioranza alleandosi con una forza di sinistra come quella prospettata da Pisapia ».

Repubblica 5.6.17
Il segreto di Israele e l’atomica nella Guerra dei Sei giorni
La rivelazione di uno studioso al “New York Times”
Israele pensava di usare la bomba atomica durante la guerra dei Sei giorni, nel giugno del 1967. Sarebbe stata gettata sulla penisola del Sinai come monito all’Egitto e alle altre forze arabe nemiche dello Stato ebraico
di Alberto Flores D’Arcais


La rivelazione arriva adesso, a cinquanta anni di distanza da quegli eventi, in un articolo pubblicato sul New York Times.
Ma non è la prima volta che si sostiene un argomento del genere. Il piano è stato svelato al quotidiano americano dallo studioso Avner Cohen, che ha condotto approfondite ricerche sull’argomento, intervistando militari in pensione. Come Itzhak Yaakov, morto nel 2013 all’età di 87 anni, che, tra il 1999 e il 2000, lasciò impresse su nastro le sue confessioni e i dettagli sull’operazione segreta, chiamata in codice “Sansone”, dal nome dell’eroe biblico dalla forza immensa. Il piano prevedeva che la bomba sarebbe stata sganciata sulla cima di una montagna del Sinai a 12 miglia dalla base militare di Abu Ageila, in un punto cruciale dove, il 5 giugno 1967, Ariel Sharon comandò le truppe israeliane in una battaglia contro quelle egiziane. «Come puoi fermare un nemico? Spaventandolo », spiegò Yaakov a Cohen. E aggiunse: «Ci arrivammo davvero molto vicini». Se l’“opzione Sansone”, come, secondo Yaakov, era definita in gergo militare, fosse stata utilizzata, avrebbe provocato la prima esplosione nucleare usata per fini bellici dopo gli attacchi americani a Hiroshima e Nagasaki, ventidue anni prima. Ma il piano non andò mai in porto perché la vittoria rapidissima di Israele e la distruzione dell’intera aviazione militare dell’Egitto di Nasser resero tutto inutile. «È l’ultimo segreto della guerra del 1967», ha detto Cohen al New York Times.
Israele non ha mai confermato né smentito di essere in possesso di ordigni nucleari. Un portavoce dell’ambasciata israeliana a Washington ha detto che il governo israeliano non ha voluto commentare il ruolo di Yaakov. Fatto sta che, nel 2001, lo stesso Yaakov fu arrestato con l’accusa di avere rivelato informazioni a un giornalista israeliano con l’intento di danneggiare la sicurezza dello Stato. Fu prosciolto dall’accusa principale, ma per il resto della sua vita continuò con amici e militari in pensione a sostenere la sua tesi. Lo studioso Cohen sostiene di voler far venire finalmente a galla la verità, lanciando sul sito del Nuclear Proliferation International History Project del Woodrow Wilson International Center for Scholars di Washington una serie di materiali e di documenti per aggiungere un nuovo capitolo alla storia della guerra dei Sei giorni.