mercoledì 6 gennaio 2016

Corriere 6.1.16
La letteratura, una famiglia unita che fece l’Italia prima dell’Italia
Dante Alighieri inventò la lingua e Machiavelli segnò la politica moderna
Goldoni registrò la nascita della borghesia: ecco come il Paese è cresciuto
di Matteo Giancotti


Discussa, processata, uccisa e mai morta, la critica ha forse smarrito il suo prestigio ma non ha esaurito il suo compito: la ricerca del senso della letteratura. Chiunque, avendo letto e amato un libro, avverta l’esigenza di un approfondimento si sta già muovendo verso la critica. Anche chi esercita la critica lo fa spesso per chiarire a sé, in primo luogo, le ragioni del proprio interesse per un autore, un tema, un’epoca.
Persino l’impianto di una solida monografia di taglio storico-critico risponde, a ben vedere, a delle curiosità primarie: che esperienze ha vissuto un autore; in quale contesto si è formato; che cosa lo ha portato a scrivere; come e perché è emerso tra i suoi contemporanei; come sono costruite le sue opere, come dialogano con quelle coeve e con la tradizione... Impostati su queste linee portanti di ricerca ed esposizione, i trenta profili monografici della Salerno, proposti dal «Corriere» nella collana Storia della letteratura italiana ideata da Enrico Malato, partono da Dante e dal Dolce stil novo per arrivare fino a Primo Levi, formando una specie di ritratto di famiglia della nostra letteratura.
Famiglia unita o disgregata? L’arco cronologico è così ampio, le differenze tra epoche e relative società così marcate che la comunanza tra gli autori sembra sbiadire. Eppure, almeno fino a Ottocento inoltrato, un forte tratto comune c’è, e distingue la letteratura italiana dalle altre: mancando la nazione, è infatti la letteratura a istituirsi come polo unitario, a spingere verso la costruzione di un’identità altrimenti frammentaria.
La letteratura, insieme al linguaggio dell’arte, prefigura e motiva l’unificazione politica, e vive perciò in una «permanente situazione mista di utopia e di rinuncia», sì che la speranza e la denuncia (o l’invettiva) si alternano e talvolta si fondono in un unico testo, in Dante e Petrarca come in Leopardi (è la tesi sostenuta da Mario Andrea Rigoni nel saggio Chi siamo: letteratura e identità italiana , La scuola di Pitagora, 2012). L’invettiva resta peraltro un leitmotiv anche dopo l’Unità, come si vede in Gadda, fustigatore dei costumi e del carattere degli italiani — nella speranza/utopia di una patria migliore — fin dalle pagine del diario scritto durante la Prima guerra mondiale. In questa prospettiva, un passaggio emblematico è rappresentato dalla figura del critico e patriota Francesco De Sanctis, il cui profilo è giusto al centro del progetto editoriale: nella sua Storia della letteratura italiana (1870-1871) la tradizione letteraria, interpretata in chiave politica e pedagogica, diviene fondamento dell’unificazione dello Stato.
Un’altra via di accesso al quadro generale si ha considerando come la storia detti i tempi, i temi e i generi alla letteratura (anche se la letteratura talvolta precorre la storia). La diversa distribuzione delle opere lungo l’asse dei generi presuppone sempre un cambiamento dei rapporti tra gli scrittori e la società, tra gli scrittori e le forme del potere.
La poesia lirica, scrittura (quasi) assoluta dell’io, ha una sua continuità, da Petrarca a Leopardi e Montale, che non si perde nemmeno attraverso il mare magnum dell’opera di D’Annunzio (un poligrafo, una star e un «esteta armato» che però resta soprattutto come lirico puro); lo stesso vale grosso modo per la novellistica, mentre le grandi narrazioni migrano dai versi del poema cavalleresco, destinato in primo luogo all’ambito della corte (Ariosto, Tasso), alla prosa di romanzo per la lettura e la formazione morale della nuova e fragile borghesia italiana (Manzoni, Verga). Pensare ai generi, e ai mestieri a cui si sono adattati i nostri scrittori (che non furono solo poeti di corte), può aiutare a cogliere un clima d’epoca: Machiavelli e Guicciardini vivono e agiscono dentro le piccole e grandi battaglie del primo Cinquecento, e scrivono ibridando storia e politica; Goldoni, alle porte della modernità, è un commediografo «freelance» che scrive per il pubblico e cerca ora di formarne, ora di intercettarne il gusto a teatro.
Nel Novecento, introdotto dai dubbi di Pirandello e Svevo sulla tenuta e l’identità del soggetto, la storia è forse più traumaticamente decisiva che nei secoli passati.
La Grande guerra tiene a battesimo Ungaretti, poeta e fante sul fronte isontino; la Resistenza segna l’esordio dei partigiani Calvino e Fenoglio, le cui successive carriere non avrebbero potuto essere più divergenti, la multiforme sperimentazione del primo essendo agli antipodi della quasi totale «fedeltà partigiana» del secondo.
L’opera di Levi si apre e si chiude nel segno di Auschwitz: al libro d’esordio Se questo è un uomo , racconto di testimonianza uscito nel ’47, si riconnette, quarant’anni dopo, l’ultimo suo volume pubblicato in vita, I sommersi e i salvati , abissale riflessione in forma saggistica sull’inferno concentrazionario.