martedì 3 novembre 2015

Repubblica 3.11.15
Così Marchini il candidato solo mette in crisi entrambi i poli
Nella capitale il leader civico può essere un “detonatore”. Ma per ora deve tenere a distanza Pd e forzisti
di Stefano Folli


L’UNICO candidato al Campidoglio oggi in campo si chiama Alfio Marchini. È una condizione figlia delle circostanze e come tale offre vantaggi e svantaggi. Il primo vantaggio consiste proprio nel non avere concorrenti, almeno per ora, e quindi nel marcare - con la sola presenza mediatica - l’assenza degli altri. Marchini ha fatto del civismo la sua cifra ed è in grado, come in effetti sta già avvenendo, di ottenere consensi trasversali: è per antonomasia il personaggio che incarna l’idea o l’illusione che si possa andare “oltre la destra e la sinistra”, spazzando via le vecchie sigle. E poi essere sulla scena mentre i partiti vivono il loro psicodramma significa segnare parecchi punti a porta vuota. Non solo. Aver annunciato la candidatura nelle stesse ore in cui il prefetto Tronca assumeva i suoi nuovi poteri ha suggerito fra le righe all’opinione pubblica una specie di parallelismo: così come il commissario ha l’opportunità di ricostruire la città dopo la parentesi di Marino, allo stesso modo Marchini può incarnare fra pochi mesi l’avvio di un progetto virtuoso a medio termine.
Questi i vantaggi, ma ci sono anche gli svantaggi. La corsa solitaria di un candidato brillante e dotato di buoni mezzi finanziari è destinata a suscitare antipatie e sospetti di ogni sorta. Ci si espone ogni giorno alle polemiche, rischiando di catalizzare attacchi e ritorsioni varie. Del resto, Marchini è un cavallerizzo e conosce bene i pericoli del logoramento. I quali sarebbero azzerati solo in un caso: se i maggiori schieramenti, dal Pd a Forza Italia, accettassero fino in fondo la logica di un’intesa strategica fra loro: un abbraccio in funzione anti-Grillo, volto a bloccare l’ascesa dei Cinque Stelle che i sondaggi danno intorno al 30 per cento.
Ma è un’ipotesi di dubbia efficacia e comunque al momento è fuori della realtà. La possono accettare i centristi e l’ormai spento Berlusconi che infatti ha offerto il suo sostegno a Marchini, sia pure in modo bizzarro e intempestivo. Non vi potrebbe mai aderire la destra di Giorgia Meloni, che a Roma rappresenta una consistente percentuale con o senza Salvini (la Lega in riva al Tevere è poca cosa). Soprattutto è il Pd in tutte le sue articolazioni e Matteo Renzi in particolare a non avere alcun interesse a un simile suicidio politico. Il presidente del Consiglio a suo tempo ha respinto la candidatura di Giuliano Amato alla presidenza della Repubblica perché gli sembrava scaturire da un accordo sopra la sua testa fra Berlusconi e D’Alema. Come potrebbe accogliere un “compromesso storico” alla carbonara il cui effetto sarebbe di segnalare la sconfitta irreparabile, anzi la scomparsa del Pd romano?
In realtà Renzi è obbligato in prima battuta a difendere, tentando di rinnovarlo, il partito che gli ha procurato il più grave problema dall’inizio della sua “leadership”. E questo anche se Marchini ha il profilo giusto per rappresentare il famoso “partito della nazione” vagheggiato dal premier-segretario. Peraltro anche Tronca, Gabrielli, Cantone, Sala - per citare i nomi ricorrenti in queste settimane in ambiti diversi - sono idealmente compresi nella cornice di una formazione, o magari solo di una squadra, che voglia costituire l’asse del sistema. Non a caso un esponente navigato come Pierferdinando Casini legge la crisi della sinistra nelle città come l’occasione per accelerare la trasformazione del Pd.
IN ALTRE parole, Marchini a Roma può essere il detonatore di processi politici significativi. Ma solo se non sbaglierà le mosse e soprattutto i tempi. È inevitabile che si sia liberato subito dell’inopportuno abbraccio di Berlusconi, ma non può ignorare che i tentativi di sovrapposizione continueranno. Al tempo stesso in questa fase Marchini non può nemmeno avvicinarsi troppo al Pd. Oggi la sua unica scelta è andare avanti da solo, sforzandosi di creare un gruppo dirigente attorno a sé. In seguito, se arriverà al ballottaggio, potrà porsi al centro di un’alleanza allargata contro i grillini. A quel punto i sostegni arriveranno numerosi e magari Renzi potrà immaginare che il partito post-Pd abbia fatto un passo avanti.