venerdì 27 novembre 2015

La Stampa 27.11.15
Dioniso, eros, mitra, potere
“In scena tutto il lato oscuro”
“The Bassarids” inaugura la stagione dell’Opera di Roma
di Sandro Cappelletto


«Le Baccanti sono un testo misterioso, ti sprofondano nelle contraddizioni. Tutto è così ambiguo. Difficile dire dove è il positivo e dove il negativo». Mario Martone firma la regia di The Bassarids, l’opera di Hans Werner Henze, tratta dalla tragedia di Euripide, che stasera inaugura la nuova stagione del Teatro dell’Opera, restando in scena fino al 10 dicembre. Dioniso, dio seducente e crudele, punisce un re che tenta di resistergli. La fede che non tollera esitazioni e la ragione che le si oppone, l’ordine della legge e lo scatenamento di ogni eccesso. Il re, durante un’orgia, finirà sbranato dalla sua stessa madre resa folle da Dioniso, ai cui piedi la folla si prostra.
«Lo spettacolo si svolge sopra e sotto il palcoscenico e anche sotto la platea, da dove ascolteremo le voci del coro, come a simboleggiare la nostra doppia natura, il conscio e l’inconscio, il razionale e l’irrazionale, il luogo dei misteri. La casa in ordine e il disordine che è in ognuno di noi e in ogni società».
Una grande parete inclinata e riflettente dilata lo spazio, i gesti, le visioni di chi è in scena e del pubblico. E il re ha uno specchio.
«Lo specchio è elemento centrale. Il re non si accontenterà di vedere quello che accade riflesso, vorrà assistervi di persona e sarà l’inizio del suo smarrimento: Dioniso pretende che si vesta da donna».
Quando l’opera apparve, l’attenzione si soffermò sui temi dell’ambiguità e della liberazione sessuale. Che, mi pare, oggi la interessino meno: in scena vedremo uomini armati di mitra.
«Vedendo oggi quest’opera, noi contemporanei riconosciamo i segni che sono intorno a noi, però capovolti. Abbiamo un re, cioè un uomo politico, che predica una forma di astinenza dall’alcol, dalle donne, dalla carne, e un dio che viene a portare una liberazione erotica e sessuale, ma al tempo stesso è un dio violento. È l’oscurità anche terribile della tragedia che è impossibile appiattire nell’attualità».
Eppure, vorremmo tanto poter semplificare!
«Vorremmo, ma non è possibile. Qui non c’è catarsi, non c’è una soluzione. Se veniamo ancora scossi, è proprio per via del mistero di questo testo. Che mostra le contraddizioni della condizione umana, il nostro lato oscuro da conoscere, liberare, ma anche da tenere a freno».
Tempo di inaugurazioni: la Scala apre con «Giovanna d’Arco», il Regio di Torino ha riproposto l’«Aida» vista pochi anni fa, la Fenice di Venezia «Idomeneo» di Mozart. La scelta dell’Opera di Roma spicca per originalità?
«In un anno per me molto impegnativo, non ho voluto sottrarmi all’invito: l’opera è bellissima, l’occasione imperdibile. E in una città che sta soffrendo come sta soffrendo, questo è un segnale luminoso di coraggio. Ho aderito a un significativo progetto di rinnovamento».
Dopo la prima, lei tornerà di corsa allo Stabile di Torino per mettere in scena «La morte di Danton» di Georg Büchner. È direttore artistico di quel teatro dal 2007: stanchezza, ruggini, intatto piacere di lavorarci?
«Quel testo è un’altra scalata, bella e impegnativa. A Torino sto molto volentieri: il teatro ha tanto pubblico, il rapporto con la dirigenza è intenso. Tutto funziona bene».