lunedì 6 luglio 2015

Repubblica 6.7.15
L’ex pater familias ora rivendica un ruolo nuovo nel quotidiano
di Chiara Saraceno


PER quanto possa apparire paradossale, da che è nata la famiglia moderna, centrata sulla affettività e l’educazione dei figli, oltre che della netta divisione delle responsabilità tra uomini e donne, i padri — nel discorso degli esperti almeno — sembrano in costante ricerca di un ruolo. Proprio perché alle madri era affidato quello dell’accudimento e della affettività disponibili senza limiti, a loro non sembrava rimasto che quello della autorità, oltre al più prosaico procacciamento del necessario. Promulgatori ed esecutori di leggi che stavano fuori del rapporto madre-figli, ma cui quella e quelli erano sottomessi (“se non fai il bravo lo dirò a tuo padre”), esclusi dall’intimità e dalla tenerezza proprio per non rischiare — come le madri — di lasciarsene invischiare perdendo, insieme all’autorità, l’autorevolezza. Protetti (e mediati) dalle madri da interazioni troppo ravvicinate con i figli, salvo rischiare di non riuscire mai a conquistarne la confidenza. Pater familias sì, ma di una famiglia in cui spesso si sentivano estranei o intrusi, o puri sostentatori, salvo nutrire una nostalgia per un ideale tempo antico dove i padri erano insieme rispettati e presi a modelli di ruolo. Esclusi da responsabilità e competenze di cui erano dichiarati incapaci in base al loro sesso, altrettanto, e simmetricamente, vittime come le madri di modelli di genere che più che guardare ai singoli individui e alle loro predisposizioni, desideri, capacità, irreggimentano in categorie tanto rassicuranti quanto rigide soffocando la potenziale ricchezza della molteplicità degli esseri umani. Per fortuna, così come la maggior parte delle madri ha cercato a suo modo di uscire da gabbie troppo rigide ed è riuscita a coniugare affettività e autorevolezza, cura e rispetto per l’autonomia, molti padri non sono rimasti nella propria gabbia di genere. Di padri insieme autorevoli e teneri, così come di grandi giocate con il proprio papà, sono pieni i ricordi e la letteratura. E per fortuna oggi molti padri rivendicano il proprio ruolo di genitore presente nella vita quotidiana dei figli. Per giustificare il desiderio, la legittimità, oltre che l’opportunità, che anche i padri accudiscano i figli fin dalla più tenera età e giochino con loro non occorre neppure dire che lo faranno in modo “specificamente maschile” (così come le madri lo farebbero in modo “specificamente femminile”). Come se, pur accettando che non siano le singole attività a fare di un maschio un maschio e di una femmina una femmina, ci fosse un modo innatamente maschile o femminile di giocare o accudire. Ciascuno, maschio o femmina, padre o madre, gioca con i propri figli e li accudisce a suo modo, in base certo ai modelli di genere che ha volente o nolente ereditato, ma anche alle proprie caratteristiche personali, cultura famigliare, rapporto con l’altro genitore e a ciò che l’interazione con i figli suscita in loro e a come i figli rispondono.
Il bello del condividere cura e gioco sta proprio qui: nel farlo insieme, ma anche ciascuno a proprio modo. Nell’offrire ai figli la possibilità di sperimentare modalità di relazione diverse anche se complici e collaborative, di poter fare con uno ciò che si fa con l’altra, ma anche qualche cosa di diverso, non necessariamente perché di sesso diverso, ma perché è un’altra persona. È questa la differenziazione che conta, che aiuta a crescere. Non richiede necessariamente la distinzione dei ruoli. Al contrario, proprio sperimentare che gli stessi ruoli possono essere agiti congiuntamente, scambiati, interpretati in modo diverso è il miglior viatico per lo sviluppo delle proprie specifiche potenzialità, senza che vengano imbalsamate precocemente in copioni prevedibili.