lunedì 22 giugno 2015

Corriere 22.6.15
Sorvegliati sul lavoro dal grande fratello
di Massimo Sideri


L’ ossessione del controllo così come la speculare ansia di essere controllati, ambedue al centro del dibattito sulle norme attuative del Jobs act, non sono sintomi nuovi nella società: 1984 , il più famoso libro di George Orwell a cui tutti noi facciamo culturalmente riferimento per l’espressione Grande Fratello — usata in questi giorni anche dalla leader Cgil, Susanna Camusso — è stato scritto nel 1948. Ma rispetto al 1948 e anche a quel teorico «1984», ideato a tavolino invertendo le ultime due cifre dell’anno, e che ci siamo già lasciati alle spalle, ciò che risulta fortemente nuovo è la tecnologia, pervasiva a tal punto da rendere difficile, anche attraverso la legge, il controllo sull’uso che se ne fa.
Le nostre quotidiane battaglie per la privacy con Google, Amazon e Microsoft dovrebbero alimentare il pessimismo. Se finora il tema si è posto soprattutto sul nostro essere consumatori oggi si sta spostando sul nostro essere lavoratori. In Svezia la società Epicentre ha impiantato sotto la pelle dei propri dipendenti un microchip Rfid (un acronimo che sta per Radio-frequency identification che fino ad oggi è stato usato per rintracciare il cagnolino scomparso). Grazie al chip si può entrare in ufficio sfiorando i tornelli con la mano e pagare il pasto in mensa con un dito. Geniale: non è più fantascienza. È scienza. Peccato che quegli impianti seguano i dipendenti anche a casa. Si chiama hackeraggio biologico del posto di lavoro e l’ Harvard business review gli ha dedicato il numero di maggio.
Anche senza considerare esempi così estremi, la cosiddetta wearable technology , la tecnologia che si indossa resa famosa dai Google Glass, cambierà per sempre il modo di lavorare ma anche i rapporti di lavoro: British Petroleum già nel 2013 ha dato a 25 mila dipendenti americani un Fitbit, un braccialetto che monitora tutto, dall’attività fisica alla qualità del sonno. La finalità primaria non è la sorveglianza: se il dipendente fa attività fisica riceve dei premi che l’azienda bilancia con i risparmi sulle assicurazioni sanitarie. L’utile invadenza di queste tecnologie si trascina tuttavia un difetto originario: l’uso che ne faranno gli uomini dall’altra parte del filo. Non può sfuggire, per esempio, che i casi citati potrebbero costituire le radici di una potenziale discriminazione nei confronti dei più pigri. Questi dati sono teoricamente protetti per usi differenti da quelli dichiarati. Ma chi potrà garantire che in caso di ristrutturazione una azienda, senza dichiararlo, possa preferire i dipendenti più in forma e tagliare quelli sovrappeso?
Altro tema è quello del tempo libero, categoria ormai gassosa più che liquida. Le comodità delle tecnologie di connessione hanno trasformato antropologicamente l’uomo, ren-dendolo sempre collegato a un invisibile cavo di fibra ottica: l’irreperibilità non è più socialmente accettata, come se fossimo tutti un po’ presidenti Usa con delicate incombenze atomiche. In qualche maniera ciò è stato utile. Tablet e smartphone sono strumenti di produttività e in una società sempre più mobile hanno permesso, soprattutto nelle professioni intellettuali, di conciliare lavoro e affetti. Il principio darwiniano di adattamento ha funzionato anche con la tecnologia al posto dell’ambiente. E senza bisogno di leggi. Ma proprio per questo motivo la variabile della sorveglianza su smartphone permessa per legge (che, si noti bene, non introduce incentivi alla produttività) rischia di peccare di asimmetria.
Con un lavoro sempre più ubiquo e parcellizzato, le aziende saranno pronte a mettere nel loro algoritmo anche tutta la produttività di email spedite in fila dal medico, di telefonate domenicali, di controlli sui documenti di lavoro fatti sul sofà il lunedì sera per portarsi avanti? È questa la maggiore contraddizione che rischia di emergere nell’ossessione del controllo: tecnologie del duemila, ma una forma mentis pre-Internet che rimane spesso ancorata agli orari dell’estinta fabbrica elisabettiana.