domenica 21 giugno 2015

Corriere 21.6.15
Pavia, la battaglia che cambiò il modo di combattere
di Pierluigi Panza


Ci fu una battaglia che cambiò il modo di intendere il combattimento e che separò il Medioevo cavalleresco dalla Moderna età della polvere da sparo. Fu come se, in quella battaglia, fosse stata sganciata una bomba atomica e avviata una rivoluzione sociale ben prima della Rivoluzione francese. Fu la battaglia dell’archibugio contro la spada, dei mercenari gonfi di vino che si prendevano gioco dei rituali all’arma bianca.
Questa fu la battaglia di Pavia che si combatté all’alba del 24 febbraio 1525 nel Parco visconteo della città tra le truppe imperiali-spagnole e quelle francesi guidate dal re Francesco I. Il quale non solo perdette, ma fu catturato e fatto prigioniero.
Questa battaglia non mutò solo le sorti della Lombardia, che passò dal dominio francese a quello spagnolo (da qui il celebre «Franza o Spagna, purché se magna»), ma il senso stesso di concepire lo scontro in campo aperto. I francesi, che assediavano Pavia, furono affrontati dall’esercito imperiale comandato dal viceré di Napoli Charles de Lannoy giunto in soccorso della città assediata. Tra la consueta nebbia dell’alba pavese, Francesco I lanciò la sua cavalleria d’élite, composta di nobili, all’attacco di questo esercito imperiale giunto in soccorso degli assediati. Esercito, però, che disponeva di efficienti file d’archibugieri. Ne nacque un confronto tra l’assalto all’arma bianca dell’antica nobiltà in corazza e il popolino assoldato per sparare con un’arma, fin da Ariosto ritenuta infernale ed ignobile, come l’archibugio.
Ovviamente quei disgraziati degli archibugieri (spagnoli, svizzeri, tedeschi) sterminarono la nobiltà di Francia in meno di due ore. Al re Francesco I non restò — narrano le leggende — che bersi un’umile zuppa alla pavese (pane secco e un’uovo, una spolverata di formaggio) ed essere tradotto prigioniero in Spagna.
Per celebrare il successo degli imperiali di Carlo V, nelle Fiandre si misero al lavoro, e in tre anni realizzarono sette giganteschi arazzi (circa 4 metri per 9) intessuti in lana, seta e fili d’oro su cartoni di Bernard van Orley. Gli arazzi narrano quest’epopea di Carlo V e, passando per la famiglia d’Avalos, finirono, secoli dopo, al Museo di Capodimonte.
Ora, l’ultimo di questi arazzi, quello che meglio illustra la storica battaglia, è esposto per la prima volta nel Castello Visconteo di Pavia dal 14 giugno (sino al 15 novembre) nella mostra Pavia, la battaglia, il futuro (promossa dai Musei civici della città). L’arazzo è gigantesco (e ha comportato i consueti problemi di trasporto e allestimento) e intorno ad esso, nella torre sud-ovest del castello, è stata allestita una complessa macchina virtuale (realizzata dalla facoltà d’ingegneria del locale ateneo) per raccontare lo svolgimento della battaglia e il riconoscimento dei personaggi e delle diverse fasi della contesa. È stata inoltre realizzata una trasposizione in immagini tattili del contenuto degli arazzi per la fruizione dei non vedenti.