domenica 3 maggio 2015

La Stampa 3.5.15
Settis: la classicità ci fa riscoprire il piacere della riproduzione artistica
“Nell’antichità si privilegiava la fissità delle forme sull’originalità”
di Marco Vallora


Serial Classic è il titolo, singolarmente internazionale, scelto, per la mostra, che inaugura la Fondazione Prada, da Salvatore Settis, archeologo, storico dell’arte già direttore della Normale di Pisa e del Centro-studi del Getty, vicino alle posizioni di Francis Haskell, sul collezionismo e la storia del gusto. «Serialità» è un termine che noi leghiamo soprattutto all’universo della criminologia o delle serie tv, ripetitività che è lontanissima dal mondo dell’arte, del Nuovo, secondo precetto avanguardistico. E’ per lo meno dal Romanticismo, se non a partire dalla «meraviglia» barocca, dall’eccentricità di Baudelaire ed il motto «Bisogna essere assolutamente moderni» di Rimbaud, che l’Arte Moderna insegua l’originalità, il Nuovo a Tutti i Costi.
«L’antichità no, non conosce proprio questo dogma, anzi - dice Settis - L’arte romana, per esempio, non si umilia né si vergogna di riprodurre con grande fedeltà la plastica greca, che per quella cultura rappresenta un vertice assoluto. È una garanzia di qualità».
Una sorta di democrazia «visiva» del gusto, che deve raggiungere tutti?
«Sì, nel mondo classico è molto più importante questo valore della polis condivisa, quale comunità, linguaggio comune, e bisogno collettivo, che deve raggiungere tutti, piuttosto che non l’isolata l’originalità “romantica” dell’artista».
Non a caso anche noi, pure nella terminologia della moda, usiamo il termine di «classico», per indicare qualcosa che non muta, che si perpetua, che non passa di stagione.
«In effetti, variare di poco, come fa anche il design, oggi, è qualcosa di ben più facile, rapido. Difficilissimo, invece, era riprodurre in modo esatto, rigoroso, i modelli del maestri. Magari in materiali diversi dal marmo, vuoi in bronzo od in alabastro. Riprodurre meticolosamente era considerato somma virtuosità».
Qualcosa che ha a che fare con la ripetitività sacrale dell’icona, ovvero il modello «acheropita», non dipinto da mano umana, di provenienza divina, che l’artista-monaco riproduce, come una preghiera?
«Sì, ma senza la valenza del sacro, elemento che l’antichità classica non conosce. Parlerei piuttosto di tipologie fisse, secondo tabelle di valori ideali: tutti i filosofi hanno lo stesso tipo di barba, le consorti di re la stessa capigliatura, e tutti gli Apollo si assomigliano».
Il problema è che Apollo non esiste, in realtà, dunque si copia un simulacro immaginario. Platone avrebbe molto da dire, su questo.
«In effetti non è possibile capire questo tema della serialità, senza conoscere bene le teorie estetiche della filosofia greca».
L’originalità, l’invenzione non era dunque un valore obbligato. Potremmo dire che anche nelle forme d’arte si ripercuote, visivamente, quell’effetto di ripetitività che spesso ci sorprende, in grandi inventori di storie, per esempio Omero, con Achille, che è sempre il Pelide, o «piè veloce», Venere Anadiomene, Agamennone «re dei prodi», e tutto ritorna, periodicamente?
«Assolutamente, ma non è monotono o ripetitivo, non toglie nulla al piacere della lettura, perché l’orecchio dei greci reagiva in modo diverso dal nostro, che è ossessionato dalla necessità di variare. E così è per lo sguardo».
Pensando alle teorie estetiche di Arthur Danto, sui multipli di Warhol, non c’è nella pop art qualcosa di comune?
«Credo proprio di sì, e penso anche a certe minime varianti nella ripetizione di Rauschenberg. Duchamp ha inventato una parola, per descrivere queste minime variazioni: “l’inframince”. L’infra-minimo, l’impercettibile, che ci aiuta a penetrare meglio questi fenomeni».
E’ il travisato libro di Benjamin, sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproduzione, che pure non ha mai feticizzato l’aura dell’esemplare unico?
«E’ un libro meraviglioso, però lì l’idea dell’aura persiste ancora, e forse tiene poco conto di quanta libertà ci possa essere nel fenomeno non meccanico del riprodurre».