sabato 18 aprile 2015

Repubblica 18.4.15
“Il nostro viaggio a vuoto nel labirinto eterologa”
L’Italia non è ancora un Paese per donatori
di Tiziana De Giorgio e Matteo Pucciarelli


A un anno dalla sentenza della Consulta è tutto fermo. Come dimostra la “ricerca impossibile” tra ospedali pubblici e cliniche private di due trentenni
Nessuna informazione e il centro (regionale) di prenotazione impreparato nonostante da mesi lo stallo venga attribuito alla mancanza di seme e ovociti

“Aspetti che chiedo... No, guardi mi dicono che qui in Lombardia non si può fare”. E in futuro? “Le ho detto di no, mi ha sentito?”. A chi possiamo rivolgerci? “Non ne abbiamo idea. A proposito: voi sapete quali sono le regole?” Al ventunesimo tentativo, la prima risposta positiva Appuntamento, colloquio. E tantissimi moduli da firmare “In Europa è una procedura normale, da noi stanno facendo del terrorismo per spaventare e dissuadere le persone”

DICONO che l’eterologa — partita un anno fa, praticamente imposta dalla magistratura — non stia decollando. Dicono che non ci sono abbastanza donatori e per questo il meccanismo non si mette in moto: manca la “materia prima”, insomma.
Bene, allora proviamo a donare, proviamo a capire come si fa a dare una mano. Proviamo a stare dall’altra parte della barricata: non quelli che chiedono un aiuto alla scienza per avere figli, ma quelli che si mettono a disposizione. Entrambi trentenni, in buona salute e armati di altrettanta volontà, scopriamo però che nella ricca, efficiente e moderna Lombardia donare agli altri (e senza chiedere nulla in cambio) è un’impresa disperata, per veri temerari. E così incassiamo sfilze di «no», «non so», «eh?», «ci dispiace ma... » e affini.
Partiamo dalla via più semplice, quella alla portata di tutti. Grazie a una ricerca su Internet recuperiamo un documento di tre pagine che ci fa da guida: “Elenco centri autorizzati fertilità Regione Lombardia”. Quelli di Milano li chiamiamo uno a uno. Ospedali pubblici e cliniche private, non fa differenza. «Buongiorno, siamo una giovane coppia e vorremmo fare i donatori per l’eterologa, da voi c’è questa possibilità?». Le prime telefonate sono fiduciose. «Aspetti che chiedo (...)», risponde perplessa la centralinista del Niguarda. Restiamo cinque minuti in attesa. «Mi dispiace, qui no, e comunque mi dicono che in Lombardia ancora non si fa». Al Fatebenefratelli non riusciamo a finire di formulare la domanda: l’eterologa non è di casa e quindi di fare i donatori non se ne parla. Ma nemmeno in futuro? Al Centro sterilità dell’ospedale San Carlo la risposta è stizzita: «Le ho detto di no, ha sentito?».
Nessuno prende nota dei nostri nomi, neanche a dire: per il momento non si può fare, non siamo pronti, ma in futuro sarete i benvenuti. I più disponibili provano a indirizzarci verso altre strutture: «Il centro più grande che abbiamo a Milano è la Mangiagalli, provate lì». Altro buco nell’acqua: «Non sappiamo nulla di certo, risentiamoci dopo l’estate». Al centro medico Cerva ci suggeriscono di sentire l’Humanitas. E indovinate la risposta dell’Humanitas... Noi chiediamo informazioni e l’imbarazzo, le pause per prendere tempo, diventano una costante. Sembra quasi di doversi sentire in colpa per una richiesta tanto “bizzarra”, cioè donare. A chi possiamo rivolgerci quindi? «Non è per cattiveria — si giustificano dal San Raffaele — ma non ne abbiamo idea». E sì che la Regione Lombardia — accusata per mesi di fare resistenza alla legge, visto che la maggioranza di centro-destra che la guida è ancora legata a Comunione e Liberazione — ha anche annunciato di aver inviato agli ospedali un form per la registrazione dei donatori, quindi in teoria problemi non ce ne dovrebbero essere, se non altro in un’ottica futura. «Non ne sappiamo nulla»: dall’altra parte, stavolta, è la Macedonio Melloni. Al centro Monterosa si capovolgono i ruoli, chi ci dovrebbe dare qualche dritta ce ne chiede: «Scusate ma io non so nemmeno com’è regolamentata la pratica, voi per caso sì?». Anche il centro unico di prenotazioni della Regione non contempla i “donatori di gameti”. Proviamo con lo sportello del Comune di Milano per i diritti civili, creato nei mesi scorsi proprio per dare una sponda “laica” anche alle coppie con problemi di fertilità. Una sorta di ufficio facilitatore nella giungla di norme e contronorme. Dopo una ricerca di mezza giornata, il funzionario un po’ mortificato ci lascia un messaggio in segreteria: «Purtroppo in tutta la Regione al momento non c’è un centro disponibile, ci dispiace».
Alla fine, su venti centri milanesi contattati, riusciamo a portare a casa ben due risposte positive, o qualcosa del genere. Al Sacco, ci spiegano, c’è un elenco di pazienti in lista di attesa; per gli aspiranti donatori come noi presto sarà possibile fare i primi colloqui con i medici. Perlomeno sanno di cosa si parla e l’evenienza che qualcuno pensi di donare seme e ovociti viene presa in considerazione. Al centro Matris, invece, sem- brano non aspettare altro: «Ah certo, se ci lasciate un recapito vi facciamo richiamare dal medico». Non passano nemmeno dieci minuti, il nostro telefono che squilla, è il dottore: «Fissiamo l’appuntamento».
L’appuntamento è di giovedì, ore 11.30. La piccola clinica in zona San Siro è attaccata a una “Sala del Regno dei testimoni di Geova”, se non stai attento rischi di suonare il campanello della struttura sbagliata. Alla reception rose e orchidee (finte) sotto vetro, pareti rosa confetto; foto di neonati dappertutto, foto di genitori sorridenti, foto di camici bianchi circondati di infanti in culla, articoli di giornale sulla procreazione assistita, italiani e stranieri. In sala d’attesa altre coppie, anche giovani, alcune si tengono per mano. Ma si capisce subito che i ruoli sono diversi, la carica di aspettativa differente, noi ci sentiamo più leggeri.
Dopo venti minuti veniamo convocati per il colloquio. Come funziona? Possiamo farlo davvero? Quando? Con quali tempi? Quali procedure? «L’età massima per gli uomini è 35 anni», ci spiega con gentilezza il medico. Anche la sua camicia è rosa. È richiesto seme di “alta qualità” nonché resistente all’abbassamento della temperatura, «due caratteristiche diverse tra loro e non è detto che uno le possieda entrambe». Ma a parte questo sembra una passeggiata: prima ci sarà un incontro con lo psicologo («ma tranquilli, quasi una formalità!»), dopo l’analisi del seme e del sangue; se il prodotto è di qualità e non ci sono altre controindicazioni, tre raccolte diverse e il gioco è fatto. «Il seme sarà subito congelato. Tutto gratis, ovviamente », ci avvisano. Ecco perché dovremo firmare un modulo nel quale dichiariamo che la donazione non ha fini di lucro. «Siamo i primi a doverci tutelare», ragiona il dottore, che aggiunge: «Facciamo l’eterologa da luglio, dei precursori in Lombardia, e ci siamo tirati addosso una marea di controlli».
Per la donna la questione è più complicata. «Quando compie i 31 anni?». Agosto. «Allora dobbiamo fare tutto entro il suo compleanno, dopo non si può più, siamo borderline ». La trafila è lunga: se gli esami vanno bene, tocca subire un bombardamento ormonale per stimolare le ovaie. Quindici giorni in cui bisognerà garantire la propria presenza quotidiana alla clinica. Poi, l’intervento. «Lei non sente nulla, dorme. Ma al risveglio potrebbe avere un po’ di mal di pancia, ci potrebbe essere qualche piccola perdita di sangue». Le controindicazioni non mancano, insomma. Il dottore è sincero. Non è come donare il sangue. Per questo «deve farlo soltanto se ne è davvero convinta». E siccome si tratta di un vero e proprio impegno, qui «è previsto un rimborso spese da calcolare in base alle giornate di lavoro perse ». Le donazioni al massimo potranno servire per cinque gravidanze, così come per l’uomo. Nessuno di noi due saprà mai chi ne ha avuto bisogno e se nasceranno davvero dei bambini grazie al nostro contributo.
In altri Paesi europei le donatrici si trovano senza difficoltà, racconta lo specialista prima di accompagnarci alla porta, tra le studentesse donare è diventata consuetudine, una questione di civiltà. «Da noi, invece, stanno facendo del terrorismo, la gente non sa come muoversi e allora va all’estero», è il suo congedo. Come a dire: l’Italia ancora no, non è un paese per l’eterologa.