venerdì 10 aprile 2015

Corriere 10.4.15
I dolori di un giovane partigiano
Amore e guerra visti da Fenoglio
La collana parte domani con “Una questione privata”
di Roberto Galaverni


Un romanzo denso di asprezze, in cui s’intrecciano impegno e sentimenti Tra le sue fonti d’ispirazione spicca «Cime tempestose» di Emily Brontë

Da quasi trent’anni, quando l’ho incontrata tra le letture non ufficiali dei miei studi universitari e me ne sono innamorato per sempre, ho consigliato con entusiasmo Una questione privata di Beppe Fenoglio a ormai innumerevoli amici o conoscenti. In pratica senza eccezioni, il libro ha suscitato infallibilmente altrettanta sorpresa e entusiasmo. Racconto lungo o romanzo breve che sia, Una questione privata sembra davvero possedere qualcosa d’irresistibile, di magico, vorrei dire. Il fatto è che questo romanzo, d’ora in poi lo chiamerò così, che a mio parere è forse il più bello tra quanti scritti sulla Resistenza (è la grandezza di un altro libro di Fenoglio, Il partigiano Johnny , a rendermi incerto), è in verità un romanzo d’amore, sull’amore. E un amore folle, assurdo, spericolato, cieco, senza mezze misure: quello del giovane e anglofilo partigiano Milton per Fulvia, una ragazza di Torino sfollata ad Alba per evitare i bombardamenti. Un amore che vuole, meglio ancora, che deve vivere — vivere contro la guerra, contro l’orrore, contro le smentite della realtà — per tenere alla lettera tra i vivi un uomo, un ragazzo, che senza di esso quella realtà non potrebbe più attraversarla, quella vita non riuscirebbe più a viverla. Niente di meno. Come resistergli, dunque?
Il fatto è che questo romanzo della Resistenza è per certi versi un romanzo contro la Resistenza. L’assolutezza e la radicalità della questione privata mettono da parte, come ponendola tra parentesi, la questione pubblica e civile, cioè l’impegno nella lotta contro i fascisti. La ricerca della realtà del suo amore per Fulvia, su cui improvvisamente Milton vede gravare qualcosa di più che un oscuro presentimento, è insomma indifferibile, e non ammette, come di fatto non ammetterà, alcuna dilazione o sviamento. Per Milton, ancor più che nella guerra, è infatti qui, nel suo amore, e sottolineo suo, che ne va della vita. Per farsene un’idea bisognerà allora guardare lontano, lì dove Fenoglio aveva appunto guardato: alla letteratura inglese, dunque, e così all’intensità senza ritorno di certi drammi shakespeariani o dei romanzi di Thomas Hardy, come Tess dei D’Urbervilles e Juda l’oscuro , ma anche, più di tutto, del primo dei suoi riferimenti, Cime tempestose di Emily Brontë.
Forse solo Fenoglio poteva permettersi di scrivere una storia così. Scritta all’inizio degli anni Sessanta e pubblicata postuma nel 1963, subito dopo la morte dello scrittore (che era nato ad Alba nel 1922), Una questione privata rappresenta infatti il coronamento di una forsennata impresa di scrittura dedicata al tema della Resistenza e del partigiano, un lavoro che Fenoglio tra un fortissimo senso di realtà e sogni e ideali almeno altrettanto forti, la fatica della scrittura, i progetti naufragati, le delusioni editoriali e soprattutto le mille e mille e mille sigarette, aveva condotto come in trance , o piuttosto come in apnea, a partire almeno dalla fine della guerra. Malgrado tutti e malgrado tutto. Come qualcuno che sempre e ancora resiste; come uno scrittore-partigiano, appunto. E partigiano Fenoglio lo era stato e non dell’ultima ora.
E ancora partigiana o comunque di resistenza è tutta quanta la sua opera, anche quella parte legata non alla guerra, ma alla civiltà contadina delle Langhe, dove di guerra e di resistenza per la vita sempre e comunque si tratta. Dunque non c’erano dubbi per lui riguardo alla legittimità della propria operazione. Sapeva come pochi chi e quale fosse il nemico (lo ricordo per inciso, ma, proprio come Pavese, anche Fenoglio già alla fine degli anni Quaranta parla della Resistenza come guerra civile) e, di conseguenza, quale indubitabilmente fosse, come si dice nel Partigiano Johnny , la parte giusta («the right side», in inglese nel testo).
Eppure Una questione privata è intriso fino al midollo della Resistenza, con una violenza, una durezza, una ferocia, un buio, che è difficile riscontrare altrove e che solo il prodigioso senso del ritmo della narrazione, in sintonia col passo di Milton che cammina e cammina sulle colline, permette di attraversare. Fenoglio stesso aveva parlato della sua volontà di collocare la ricerca amorosa «nel fitto» della guerra civile. E infatti questione privata e questione pubblica risultano qui più che strettamente intrecciate, illuminandosi per contrasto e come per reciproca dismisura. Calvino, che aveva qualcosa da farsi perdonare da Fenoglio dal punto di vista editoriale, nel dare giustamente credito all’eccezionalità di Una questione privata , lo paragonò ai romanzi amorosi e cavallereschi come l’ Orlando furioso . Ma non è così. Si tratta infatti di un romanzo che va alla radice, che cerca sì, ma per trovare qualcosa d’essenziale e d’irrinunciabile; di un romanzo salvifico. Il romanzo, dunque, della Resistenza storica, ma anche, e sempre, della resistenza (stavolta con la minuscola) esistenziale e metafisica, della resistenza come modo di essere, della resistenza come vita.