il Fatto 23.5.14
Provvidenze
Il regno del cardinal Bertone Lusso, affari e cerchi magici
Il settennato del salesiano-juventino
Da primo ministro del Vaticano sino alle cene a casa (Propaganda Fide) di Bruno Vespa e alla rete di rapporti con i potenti
di Fabrizio d’Esposito
Tarcisio Bertone e il modello della Chiesa trionfante e mondana, sedotta dal potere temporale e dal colore dei soldi. Scena prima. Roma, piazza di Spagna, nel luglio di quattro anni fa. Il cardinale Bertone esce dalla casa spettacolare di Bruno Vespa e sale a bordo di una Mercedes nera che ha la targa del Vaticano. Il segretario di Stato della Santa Sede ha partecipato a una cena per le nozze d’oro di Vespa con il giornalismo. Spaghetti alle vongole, filetto di spigola, torta caprese. Il convivio raduna due banchieri, Cesare Geronzi e Mario Draghi, l’allora premier Silvio Berlusconi e il suo fedele gran visir Gianni Letta, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini. Per Berlusconi è un’estate di fuoco. Fini sta preparando la scissione di Fli e B. vuole sostituirlo con Casini. Arrivati quasi alla fine, Berlusconi mette una mano sulla spalla di “Pier” e lo incita: “Dai Pier, ascoltami, saremo noi due, io e te, la nuova Dc”. Bertone annuisce con evidente soddisfazione, come il vero padrone di casa. Del resto, la reggia di Vespa è di proprietà di Propaganda Fide, controllata dal segretario di Stato. Al recalcitrante Casini, “Silvio” offre pure una doppia poltrona: vicepremier e ministro degli Esteri. Andrà diversamente.
Salesiano e juventino. Quello scippo alla Cei
Tarcisio Bertone viene nominato segretario di Stato il 15 settembre 2006 da papa Ratzinger. In quel momento è arcivescovo diGenova. Maidue, ilcardinale e Benedetto XVI, vantano un rapporto strettissimo sin dal 1995, quando Bertone va a fare il segretario della Congregazione per la Dottrina per la Fede, l’ex Santa Inquisizione, presieduta proprio da Ratzinger. Ed è qui che “Tarcisio” inizia a costruire la sua fama di pasticcione con la pubblicazione lacunosa del terzo segreto di Fatima. Salesiano e juventino, l’inclinazione all’intrigo di Bertone viene fuori con la successione di Camillo Ruini alla Cei, la conferenza dei vescovi italiani. Il segretario di Stato vuole scippare la delega politica alla Cei e così manda questo messaggio, nel 2007, al nuovo presidente Angelo Bagnasco: “I vescovi pensino alla catechesi e alla pastorale, sarà la Santa Sede a occuparsi delle relazioni con le istituzioni politiche”.
Gianni Letta, faccendieri, P4 e massoni
Per gran parte dei sette anni trascorsi alla segreteria di Stato, la rete politica di Bertone coincide con il cerchio magico andreottian-romano di Berlusconi. Quello di Gianni Letta, ambasciatore di faccendieri pregiudicati e massoni che gestiscono affari, nomine e ministre (Luigi Bisignani della P4) e di gentiluomini di Sua Santità appassionati di incontri gay e appalti (Angelo Balducci della cricca di Anemone e il giovane Marco Simeon). Anche i cardinali fedeli a Bertone orbitano nel centrodestra. Nei verbali dell’inchiesta Expo, il famigerato Gianstefano Frigerio ostenta rapporti familiari con Giuseppe Versaldi, già agli Affari economici. Negli atti di un’altra indagine, quella su Scajola e lady Matacena, è invece Francesco Coccopalmerio, altro principe bertoniano della Chiesa, a incoraggiare “Sciaboletta” per la corsa alle prossime Europee.
Un ulteriore link con Scajola è Luciano Zocchi, caposegreteria dell’ex ministro e intimo di Bertone. È tutto quell’universo della Curia bersagliato dai corvi vaticani e finito sotto accusa nella congregazioni segrete tenute prima del conclave che ha eletto papa Francesco.
Il G8 de L’Aquila e il metodo Boffo
Nell’estate del 2009, a Bertone sfugge la mano su una vicenda destinata a segnare la storia del centrodestra. All’Aquila c’è il G8 e Berlusconi è minacciato dagli scandali sessuali che rivelano la sua satiriasi. Pure il moderato Avvenire, quotidiano della Cei diretto da Dino Boffo, vacilla. Così qualcuno passa al Giornale di Vittorio Feltri la notizia che Boffo è stato condannato per una storia di molestie omosessuali. La campagna va avanti, con il nome di metodo Boffo, e il direttore di Avvenire si dimette. Tempo dopo, Bertone e un giornalista di primissimo livello verranno indicati come i mandanti delle carte arrivate al Giornale. La strategia del segretario di Stato si dimostra però autolesionista. La campagna di Feltri fa saltare infatti la cena della pace tra Berlusconi e lo stesso Bertone organizzata da Gianni Letta in occasione della festa della Perdonanza, all’Aquila, alla fine di agosto. Il primo ministro vaticano avrebbe voluto perdonare pubblicamente il suo omologo italiano per gli scandali a lucerossemale nuove tensioni scoppiate con le dimissioni di Boffo azzerano tutto. Un pasticcio da capolavoro. Quando poi, nel novembre del 2011, Mario Monti sostituisce B. a Palazzo Chigi, a Palazzo Chigi va anche Federico Toniato, pupillo di Bertone.
Uno spettacolo mostruoso e il mistero Simeon
L’inventore della Chiesa trionfante, potenza armata e temporale, è stato Giulio II. Da poco, Einaudi ha pubblicato il bellissimo Giulio di Erasmo da Rotterdam. Un dialogo tra un papa descritto come ubriacone e omosessuale, e Pietro, il primo pontefice, che non vuole farlo entrare in Paradiso. Giulio si lamenta dell’accoglienza e Pietro risponde: “Quello che vedo è uno spettacolo incredibile, senza precedenti, per non dire mostruoso”. Ecco, Bertone ha fatto vedere uno spettacolo incredibile e mostruoso, senza precedenti. Al punto che per abbattere il suo potere, i corvi hanno rubato documenti nell’appartamento del papa. Accanto al potere, Bertone ha coltivato il lusso, tuttora vive in attico di 700 mq, e gli affari finanziari (le mire sul San Raffaele e sull’Istituto Toniolo, la cacciata di Gotti Tedeschi dallo Ior) e l’ombra più incredibile sul suo settennato proviene da Marco Simeon, sconosciuto omosessuale ligure che d’improvviso rimbalzò nel mondo di Geronzi e della Rai. Protetto di Bertone, Simeon, amico del massone Bisignani, è persino socio di un centro di benessere nel centro di Roma, di proprietà della solita Propaganda Fide. Il nome del centro è quello di un’icona gay e trans, Priscilla.
il Fatto 23.5.14
Politiche d’Unione
Europee, quello che nessuno dice
di Roberta De Monticelli
Oggi, mentre le dimensioni morali, culturali, politiche ed economiche della civiltà italiana si stanno riducendo tanto penosamente, nessuno dei grandi partiti in lizza ha altro orizzonte che se stesso e la lotta politica interna all’Italia. È desolante ma vero: lo spirito di queste elezioni ci invita a un moto espansivo, ad allargare l’orizzonte del nostro respiro politico, e soprattutto a esercitare il nostro ruolo di cittadini europei (“Unione europea” sta scritto sulla copertina dei nostri passaporti sopra “Repubblica italiana”). E centinaia di migliaia di ragazzi, figli di Erasmus – cioè dell’Europa – sono già a tutti gli effetti, nelle città che abitano, nel lavoro che fanno o nelle prospettive che hanno, cittadini europei prima che del loro paese di provenienza. Ma i partiti non ci dicono qual è la posta in gioco di queste elezioni. Vincere le elezioni, per loro, significa risultare i primi in Italia . Nessuno ci dice che invece non può essere un partito italiano, ma solo un raggruppamento politico europeo a “vincere le elezioni”. Che dunque chi non aderisce a un raggruppamento politico europeo (come M5S), quand’anche prendesse tanti voti, manderà una pattuglia di 20-30 deputati (sui 73 eleggibili in Italia), a disperdersi nel mare dei 751 eletti al Parlamento europeo. E che la vera sfida sarà quella di chi avrà titolo per allearsi ai socialisti di Schulz: i popolari rappresentati da Juncker (Merkel) o la Sinistra Europea (Tsipras) e i Verdi della Keller? E quanto peserà l’Alleanza dei liberali e democratici per l’Europa, rappresentata da Verhofstadt?
“UNA VOLTA è stata messa in minoranza la linea Thatcher, quando è stato fatto l’euro”, ha scritto Barbara Spinelli. Oggi la chance di un’Europa più simile a quella che Altiero Spinelli sognava, è mettere in minoranza la Merkel. Ma l’altra cosa che nessuno ci dice è cosa verrà tradito, se anche in Europa dovesse vincere l’intesa socialisti-popolari. Verrà tradito esattamente lo spirito e il senso di queste elezioni. Che sono fatte per passare dall’Europa inter-governativa del Consiglio europeo (quello che riunisce i capi di Stato e di governo europei, e che fa dell’Europa sostanzialmente il luogo del dominio degli interessi nazionali più forti), attualmente presieduto da Van Rompuy, all’Europa sovranazionale della cittadinanza, che sarà effettivamente rappresentata nel Parlamento solo quando la Commissione europea sarà l’effettivo governo dell’Unione. Nessuno ci dice che queste elezioni sono state organizzate (Risoluzione del Parlamento del 4 luglio 2013), per “parlamenta-rizzare” l’elezione del presidente della Commissione, e cambiare i rapporti di forza fra la Commissione e il Consiglio, in modo che la prima diventi gradualmente il vero organo di governo dell’Unione europea, e il suo presidente, il capo del governo, al diretto servizio del bene comune dell’intera unione, come vorrebbe il Parlamento. E non, come vorrebbe la Merkel, quel mero coordinatore dei capi dei governi nazionali che è oggi Barroso.
Nel luglio 1939, Altiero Spinelli sbarcava a Ventotene, dopo aver scontato fra carcere e confino dodici anni dei sedici inflittigli – a neppure vent’anni – dal Tribunale Speciale fascista per la sua opposizione attiva al regime. Nel ’37, a Ponza, era stato espulso dal Partito comunista, perché, come Spinelli scrive nella sua autobiografia – una delle più intense della letteratura mondiale (Come ho cercato di diventare saggio, Il Mulino 1999) – era stato “tutto un monologo sulla libertà” quello che aveva iniziato “dal momento che le porte del carcere si erano chiuse alle [sue] spalle”. Nel ’41 nasce – sotto la sua penna e in parte quella di Ernesto Rossi, frutto delle conversazioni con Eugenio Colorni e pochi altri, il Manifesto di Ventotene, con il suo memorabile attacco: “La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale, che non lo rispettassero” . Tutti: e fra questi il contrasto fra la politica concepita sulla base degli Stati nazionali e l’economia globale. Vere democrazie che siano esclusivamente interne ai singoli stati, oggi, non sono più possibili. Quell’uomo visionario lo vide settant’anni fa. Ma la politica italiana vuole ridurre anche quella visione alla sua misura. Quella di una classe dirigente che affida la gestione della massima chance di riscatto nazionale agli occhi del mondo, l’Expo, ad alcuni avanzi di galera di vent’anni fa. Ecco l’Europa a misura d’Italia.
il Fatto 23.5.14
Mezza piazza per Renzi
Oggi televendita di governo
Poche migliaia nella Capitale per il comizio
Ultima tappa a Prato e Firenze
di Wanda Marra
Anche oggi dimostriamo che siamo più forti della nostra paura. Che non abbiamo paura della piazza”. Sale sul palco di piazza del Popolo a Roma, Matteo Renzi, poco dopo le 20, con un’ora di ritardo rispetto all’appuntamento ufficiale. Si mette le mani davanti agli occhi, guarda la gente sotto di lui. Che è poca. Abbastanza poca da fare paura. La chiusura della campagna elettorale è oggi a Firenze (ma prima il premier farà tappa a Prato), ma l’ultima tappa nella Capitale, il giorno prima dello sbarco di Beppe Grillo a Roma, è decisamente al di sotto delle aspettative. Poche migliaia di persone, forse diecimila, piazza riempita a metà. C’è anche qualche contestatore, del Movimento per la Casa, che accorre il premier al grido di “buffone”.
LA TENSIONE serpeggia nell’aria. C’è chi rispolvera lo slogan “piazze piene, urne vuote”. Chi, come il vicesegretario, Lorenzo Guerini arriva dicendo: “Siamo contenti”. Ha scommesso su una vittoria del 33 al 26 per cento. C’è chi invece pensa che ci saranno solo su 2 o 3 punti in più rispetto al Movimento 5 Stelle e lo valuta come un risultato eccellente “con tutto quello che è successo, a cominciare dalle inchieste”. A due giorni dalle elezioni, la paura fa novanta, si sospendono giudizi e aspettative.
“Se prendo meno del 30% me ne vado”. Matteo Renzi è abituato a gettare il cuore oltre l’ostacolo, e l’ha fatto anche durante questa campagna elettorale. La scelta delle piazze è arrivata alla fine, per lui che non è mai stato un “animale” da comizio tradizionale. Molte, in giro per l’Italia, le ha riempite. A Roma il partito non è con lui, e si vede: tanto ceto politico locale, nessuno dei grandi big del passato. Non ci sono né D’Alema e neanche Veltroni, che pure sono di Roma. Nessun pullman organizzato. Molti parlamentari “renziani”, da Roberto Giachetti a Paolo Gentiloni sono tra la folla. Così come Nicola Zingaretti e Goffredo Bettini. È il premier che ha chiesto a tutti, suoi e non, di restare in mezzo alla gente. Accanto a lui c’è solo la capolista al Centro, Simona Bonafè. Negli ultimi giorni di campagna elettorale Matteo Renzi tradisce il nervosismo. Mentre continua a dire che va tutto bene, la tensione si vede nelle espressioni e nei comportamenti. Mercoledì sera dopo “Otto e mezzo” è andato via immediatamente, saltando anche il tradizionale brindisi finale. Con le elezioni di domenica si gioca moltissimo e lo sa. D’altra parte, la sua navigazione al governo è stata complicata. Forse più complicata di quanto si aspettasse. Con un’alzata di scudi generale, dai magistrati, alla Rai, ai sindacati. E a proposito di Rai ieri sera alla diretta di “Porta a Porta” un presidio di contestatori lo aspettava al varco dal pomeriggio.
“IN MOLTI casi abbiamo disturbato il manovratore. Ma abbiamo cominciato a cambiare l’Italia. Spesso chi urla è il migliore alleato di chi vuole conservare - ha detto lui ieri mattina a Radio Anch’io - Il nostro governo si è assunto una responsabilità enorme, quella di portare l’Italia fuori dalle sabbie mobili e dalle secche. E può darsi che domenica molte persone a cui abbiamo tolto qualche privilegio vadano a votare contro il Pd. Ma credo che alla fine saranno molti molti di più dell’altra volta quelli che voteranno per il Pd”. Renzi stamattina alle 11 e 30 ha convocato una conferenza stampa, una “televendita” come la definisce lui stesso auto - ironicamente. Ci saranno le slide e le schede riassuntive dell’attività dei primi 80 giorni, a partire dagli 80 euro e dal tetto agli stipendi dei manager. Per arrivare alle riforme costituzionali iniziate e rimandate a dopo il voto. “Non ho la bacchetta magica”, ha detto Renzi al Fatto. La maggioranza e il Parlamento non sono i suoi.
Intanto, si cominciano a prefigurare gli scenari del dopo. Più Grillo dovesse avanzare, più il Pd di Renzi si indebolirebbe. E così il governo. E alla fine, la scelta sarà tra il voto (evocato da molti, Graziano Delrio e Matteo Richetti in testa) e il reinserimento di Berlusconi nel sistema (che non a caso continua a evocare le larghe intese).
Ma di questo si parlerà da lunedì mattina. Intanto Renzi va allo sprint finale. Oggi a Piazza della Signoria ha voluto sistemare il palco nello stesso modo di Berlinguer l’ultima volta che venne a Firenze. E non a caso a Grillo, che al segretario del Pci si è paragonato, manda a dire: “Giù le mani da Berlinguer da parte di chi non può neppure pronunciarne il nome. Sciacquatevi la bocca”.
E l’appello finale - lanciato insieme all’hashtag che continua a circolare in rete #uno per uno (da portare al seggio): “Stiamo difendendo il futuro dell’Italia”.
il Fatto 23.5.14
Ingegno italico
Cavalli, ciclisti, cardinali e svizzeri, sondaggio libera tutti
Dal 9 maggio in Italia è fatto divieto di pubblicare sondaggi. La legge proibisce ai media di parlarne e agli istituti di ricerca di diffonderne. In mancanza di dati “ufficiali”, diversi siti internet, così come nelle passate consultazioni elettorali, hanno pensato di aggirare la norma attraverso raffigurazioni di corse di cavalli, gare ciclistiche, mistificazioni linguistiche, conclave. Ognuno dà una sua cifra. Tra i cavalli, ad esempio, nel Gran Prix d’Europe, “Fan Faròn rallenta vistosamente in dirittura d’arrivo e chiude in 31,5 secondi”, davanti a Igor Brik, in sella al “puledro pentastellato, che ferma i cronometri sui 29 secondi e sfiora il miracolo”. Segue “Varenne, negli scorsi anni dominatore incontrastato dell’ippica nostrana. Sempre orfano di Burlesque, ancora impegnato nella riabilitazione a Château de Boscòn dopo un grave infortunio, il cavallo azzurro migliora però la sua prestazione sul tracciato di Spinòl e chiude in 19 secondi”. Va meglio, per il leader Pd, all’interno del Conclave. “Il cardinale ‘rottamatore’ di Firenze potrebbe dormire sonni relativamente tranquilli: le assemblee eucaristiche in piazza degli ultimi giorni gli avrebbero dato la spinta necessaria per sfondare la soglia psicologica dei 30 voti, attestandosi all’onorevole quota di 32 porporati (quasi 7 in più del bonario monsignore di Piacenza, 1 in meno del massimo storico fatto registrare al Conclave generale del 2008)”. L’esuberante camerlengo di Genova si ferma a 26. Il prelato pelato di Monza e Brianza si ferma a 18. Su “You Trend”, “Nota Politica” e “Scenari politici” si possono trovare aggiornamenti delle competizioni.
L’ingegnoso Gad Lerner, cambiando la lettera finale (Pdr per Pd, M5Z per M5S, Fb per Fi), riesce anche quest’anno a fornire i dati che ritiene sul proprio blog.
Anche sul sito svizzero Ticinoline si può consultare un sondaggio sulle nostre elezioni. Pare che il Pd sia a 32, Grillo a 26, Fi a 19,5.
il Fatto 23.5.14
Evergreen. L’Italia vista dal Venerabile
Gelli: “Il bambinone Renzi e gli ex lacchè di B.”
di Marco Dolcetta
Di questi tempi sia la schiena che il cuore stanno dando qualche problema a Licio Gelli. Il 96enne Venerabile della Loggia P2, nonostante la voce affaticata, mantiene una certa energia verbale: “Lei deve sapere che sono entrato nei Servizi di intelligence dello Stato italiano dopo un incontro con Mussolini che voleva conoscermi. Io, il volontario ‘Licio Gommina’ della guerra civile di Spagna, nella quale aveva perso la vita mio fratello. Il Duce mi chiese quale poteva essere la ricompensa che lo Stato italiano poteva dare alla mia famiglia. In quella occasione, gli dissi che senz’altro mi sarebbe interessato conoscere il mondo dei Servizi segreti... Da allora non ne sono più uscito”.
Ma che ne pensa dell’attualità italiana e di Renzi?
Renzi è un bambinone, visto il suo comportamento che è pieno di parole e molto ridotto nei fatti: non è destinato a durare a lungo... Comunque, non è mai stato (né lui né i suoi familiari) nella massoneria. Vedo che nel suo governo ci sono molte giovani donne che io personalmente vedrei molto meglio a occuparsi d’altro... ”.
E le riforme del premier?
Quelle di Renzi, per la legge elettorale e il Senato, sono goffe. Per quanto riguarda Palazzo Madama, mi fa piacere pensare che, nonostante tutti mi abbiano vituperato, sotto sotto mi considerano un lungimirante propositore di leggi; una quarantina di anni fa, con Rodolfo Pacciardi, scrivemmo, su invito dell’allora presidente Giovanni Leone, il cosiddetto Piano R., di Rinascita nazionale. Prevedeva una serie di norme e riforme che avrebbero potuto creare i fondamenti per uno Stato più efficace. Leone fu eletto presidente della Repubblica grazie ai voti della massoneria: lui mi ringraziò e poi mi chiese questo contributo. Così gli facemmo avere il testo del Piano R., cui lui non diede mai alcun riscontro e, anzi, da allora evitò di incontrarmi... Riguardo al Piano di Rinascita democratica, sfogliando le pagine di quel testo, si ritrova - nella parte riguardante le riforme istituzionali - una quasi totale abolizione del Senato. Riducendone drasticamente il numero dei membri, aumentando la quota di quelli scelti dal presidente della Repubblica e attribuendo al Senato una competenza limitata alle sole materie di natura economica e finanziaria, con l’esclusione di ogni altro atto di natura politica. L’intento era ed è ancora oggi chiaro. Dare un taglio effettivo a un ramo del Parlamento che, storicamente, ha maggiore saggezza e cultura non solo politica, a favore di una maggiore velocità nel fare leggi e riforme. Ricordo di averne parlato in seguito, quando veniva a trovarmi ad Arezzo, anche con la mia amica Camilla Cederna”.
In tema di amici, che ne pensa della carriera letteraria di Luigi Bisignani?
Più che mio amico, Luigi è mio figlioccio. Quando era ancora giovane, dopo la scomparsa di suo padre, sia io che Gaetano Stammati ci prendemmo cura di lui. Avevo e ho sempre avuto una grande stima di Luigi. Tanto che, quando nacque il progetto dell’Organizzazione Mondiale del Pensiero e dell’Assistenza Massonica, a Roma, il 1 gennaio 1975, decidemmo di affidargli l’incarico di addetto stampa, perché eravamo certi di poter fare pieno assegnamento sulla sua preziosa collaborazione... ”.
Lei con la Svizzera ha un rapporto particolare, conosce bene le galere ma anche le banche di quel Paese…
Sì, soprattutto quando mi sono stati sottratti dai giudici milanesi diversi milioni di franchi che risultavano il frutto lecito di mia mediazione internazionale e che furono destinati a risarcire piccoli azionisti del Banco Ambrosiano dopo le note vicende che mi videro ingiustamente coinvolto. Ma nonostante tutto, ho accettato questo risarcimento forzato. La cosa più sorprendente, però, è che quei soldi non sono stati mai destinati a piccoli azionisti, tanto che da tempo io, assieme al loro legale, l’avvocato Gianfranco Lenzini di Milano, ho presentato richiesta di chiarimenti in tutte le sedi, ma senza alcun risultato”.
Come spiega il caso Renzi, la sua veloce ascesa, e cosa prevede per il futuro?
Beh, Renzi è un fenomeno parzialmente italiano, e mi risulta che fra i suoi mentori politici ci siano persone che vivono a Washington. È circondato, però, da mezze tacche: gli ex lacchè di Berlusconi. Fini, che ho conosciuto bene, quando faceva l’attendente ossequioso di Giorgio Almirante cui prestavo denari per il Msi. Soldi sempre resi... quello sì che era uomo di parola. E poi Schifani, Alfano: personaggi non certo di livello. Berlusconi ha sbagliato con le giovani donne, ma soprattutto circondandosi di personaggi di bassa levatura... Penso a Verdini, un mediocre uomo di finanza; è un massone... credo, ma non della nostra squadra. Il più alto livello di maturità politica in Italia c’è stato con Cossiga e Andreotti che avevano entrambi dei sistemi di controllo politico, uno con ‘Gladio’ e l’altro con ‘Anello’, cosa che Berlusconi non è mai riuscito a ripetere. E si sono visti i risultati di questa sua incapacità... ”.
Per concludere, che ne pensa dell’Italia, e del suo futuro?
Non le nascondo che vedo, con una certa soddisfazione, il popolo soffrire. Non mi fraintenda: non sono felice di questa situazione. Sono felice, invece, che vengano sempre più a galla le responsabilità della cattiva politica. Perché, probabilmente, solo un tributo di sangue potrà dare una svolta, diciamo pure rivoluzionaria, a questa povera Italia”.
il Fatto 23.5.14
Grillo, ultimo atto: la presa di Roma
L’ex comico punta a migliorare l’evento di San Giovanni dell’anno scorso
E da Milano, accanto a Dario Fo, rassicura: “Abbiamo già vinto, non abbiamo bisogno di vendette”
di Luca De Carolis
Adunata generale, con l’imperativo del “trionfo”. Perché al capo dei Cinque Stelle non basta una San Giovanni colma come l’anno scorso. Per il gran finale invoca “una piazza che non hanno mai visto”, così da battere sulla grancassa della vittoria. A sentirlo, certa, larga, definitiva. Stasera Beppe Grillo chiuderà la sua campagna elettorale a Roma, nella piazza rossa per definizione. Proprio quella che aveva già “espugnato” il 23 febbraio dell’anno scorso alla vigilia delle Politiche, riempiendola.
OGGI CERCHERÀ IL BIS, dopo il comizio di ieri in piazza Duomo a Milano, sotto la pioggia. Ospite d’eccezione Dario Fo, “uno dei pochi uomini di cultura, che ha capito e amato subito il Movimento”. Sostenitore di peso, per il Grillo che ha assicurato: “Abbiamo già vinto, non abbiamo bisogno di vendette”. Poi il solito attacco alla stampa: “Ora mi danno la colpa dello spread, sanno che toglieremo i finanziamenti a questo schifo di informazione”. Ieri sera il suo blog ha punto in tempo reale Renzi, con un video che mostra piazza del Popolo con ampi vuoti. Nella sfida delle piazze incrociate, oggi Grillo rincorrerà il pienone assieme a Casaleggio. “A San Giovanni ci sarà anche lui con il berrettino, e io Casaleggio con il berrettino non me lo perderei” sogghigna il leader dell’M5S nel video-appello comparso ieri sul suo blog. Ma la serata sarà comunque nel segno dell’artista, al 18° comizio in 19 giorni. “Sono invecchiato di una ventina d’anni, ho fatto 700-800 km nel camper, sono frullato” spiega nel filmato con malcelata vanità. “Mai nella vita avrei pensato di andare anche a un metro di vicinanza da Bruno Vespa” quasi si giustifica. Rivendica: “Stiamo rovesciando un sistema, la gente capirà che questo è un treno che deve prendere assolutamente: o noi o loro”. E allora, ecco la chiamata alle armi. Dentro Cinque Stelle non tutti erano convinti della scelta di San Giovanni. Si temeva il paragone con il successo dell’anno scorso, e in diversi hanno spinto per chiudere a Torino o a Milano. Ma Grillo aveva deciso già mesi fa: “Chiudo a Roma”. I 5 Stelle parlano di una quarantina di pullman in arrivo da tutta Italia. Palco da 120 metri quadrati, con gru da 42 metri per riprendere la serata. Mobilitati 300 volontari. Previsti punti di accoglienza presso la stazione Termini e le fermate della metropolitana. Costo indicativo, oltre 50 mila euro. Possibile avversario, il tempo (cielo coperto, si teme un po’ di pioggia in serata). Obiettivo, raccogliere una folla. “Siamo 800 mila” gridò Grillo quel 23 febbraio. Ma a San Giovanni e dintorni possono entrare al massimo tra le 150 e le 200mila persone. La meta finale può essere quella, per il Grillo che già celebra: “Non vinceremo in un modo normale, ma con un trionfo”. Dal blog del fondatore, l’ideologo Paolo Becchi: “Renzi è il nipotino di De Mita, che non fu sconfitto dalla Sinistra bensì dal suo stesso partito, che lo sostituì con Forlani. Al premier anche una vittoria sul filo di lana potrebbe non bastare”.
È L’ENNESIMA PROFEZIA di sventura per il leader del Pd, dopo la “lupara bianca” evocata da Grillo e “la fine della carriera politica” prevista da Casaleggio. Mercoledì sera, proprio a “casa Renzi”, a Firenze, il leader di 5 Stelle ha rivendicato: “Il M5S è l’unico che porta avanti la questione morale di Berlinguer”. Poi ha preso in braccio Alessandro Di Battista, a imitare la foto di Benigni con l’ex segretario del Pci. Un dispetto al Pd, certo. Ma anche una strizzata d’occhio ai delusi di sinistra, dopo le bordate contro la “peste rossa”. Fissato il comitato elettorale per la sera del 25 maggio. Parlamentari e attivisti si ritroveranno in un hotel dell’Eur, a Roma. Grillo e Casaleggio non ci saranno.
il Fatto 23.5.14
Camera. La lista della spesa
I bilanci dei gruppi PD, Cinquestelle e Scelta civica: dai convegni all’estero agli “autisti”
di Eduardo Di Blasi e Carlo Tecce
Il 10 maggio, i gruppi dei deputati hanno inviato alla Camera i bilanci con le spese effettuate nel 2013. Il contribuito complessivo è di 25,4 milioni di euro. I maggiori partiti sono quelli che hanno ottenuto di più. In diversi hanno pubblicato le rendicontazioni sui propri siti, che stanno per passare al vaglio dei Questori, Forza Italia ha divulgato soltanto le spese per il personale e s’è rifiutata (a differenza di Scelta Civica) di anticipare gli altri dettagli. Di seguito, la nostra analisi ai bilanci di Pd, M5S e Sc.
Puoi rinunciare a un’eredità politica, non a un lascito in banca. Il gruppo democratico a palazzo Montecitorio, oltre agli 11,8 milioni di euro incassati per il 2013, s’è ritrovato 1,5 milioni di euro, sapientemente risparmiati durante la passata legislatura. Far quadrare i conti, nonostante l’abbondante numero di dipendenti (124 rispetto ai 94 previsti come “obbligo minimo” rispetto al fondo disponibile), non è opera traumatica: avanzano 4 milioni di euro, che restano per future esigenze. L’esaustiva relazione al bilancio fa notare che le regole sono cambiate e le restrizioni contro i fannulloni sono inevitabili: “Affermare il principio che pur trattandosi di un posto di ‘lavoro particolare’ si tratta, comunque, di un posto di lavoro. A tale principio sono state ispirate le innovazioni introdotte per quanto concerne la timbratura delle presenze”. Ma c’è un gruzzolo di denaro, non di funzionari e impiegati, che appare bizzarro. Seppur registrato. Fra i 124 dipendenti, ce ne sono un paio che offrono un servizio di guida: insomma, fanno gli autisti. E rendono “blu” le due berline di grossa cilindrata che il gruppo noleggia per Roberto Speranza, il presidente e per l’ufficio di presidenza: “I costi per godimento dei beni terzi, pari a 24.237 euro - si legge - si riferiscono a contratti full rent per due autovetture utilizzate dalla Presidenza. La durata dei contratti è di 36 mesi”. Postille: la Presidenza, con la maiuscola; con 24.237 euro almeno una macchina te la compri.
IL CAPITOLO di spesa più singolare è intitolato “servizi”. Ci sono 91.654 euro per incontri e seminari su temi di attualità politica e di interesse parlamentare. Ecco l’elenco: convegno Europa e Democrazia, 42.906 euro; Documentario sul lavoro femminile, 19.952 euro; Italia-America Latina, 10.072 euro; Ambiente al centro, 8.023 euro. Ma i deputati democratici sono andati anche in missione per illustrare le loro attività: da Brighton a Tunisi, da Bruxelles a Il Cairo per un totale di 10.701 euro. L’editoria è costata 54.085 euro, una cifra tonda che comprende abbonamenti a riveste e quotidiani e la pubblicazione di un volume in 1.500 copie (al prezzo di circa 5.000 euro, spiega il solerte Matteo Mauri, anche se il bilancio su questo punto è criptico). Il libro non è un libro: no, è un “piccolo vocabolario per comprendere il linguaggio parlamentare”. Nel testo “parole in democrazia”, lungo 122 pagine inclusa la copertina, i deputati danno definizioni di scuola. Alla B c’è berlusconismo: “È un neologismo della lingua italiana, che interviene solitamente nel linguaggio del giornalismo e della sociologia politica per indicare le linee guida e i valori che ispirano l’azione politica di Silvio Berlusconi, e il suo modo di porsi nei confronti dell’opinione pubblica”. Alla C vi insegnano la “consuetudine”, alla F anche il “franco tiratore”. Circa 257.000 euro sono stati investiti per la comunicazione del gruppo e 77.556 euro per fare pubblicità ai deputati democratici all’interno della Festa Pd di Genova, dal 30 al 9 agosto 2013. A parte la pubblicità interna (e stranamente non gratuita), il gruppo a Montecitorio ha comprato spazi su radio, televisioni e internet (Facebook, Twitter e Google) per 130.696 euro. Il Pd non è compatto sui loghi. Il gruppo a Montecitorio ne ha uno personalizzato (2.420 euro) e s’è dotato anche di un’applicazione per tablet e smartphone, scaricata da qualche migliaio di utenti: un regalo da 45.797 (costo storico), di cui 9.159 per il 2013.
“ALTRI SERVIZI” assorbono 124.446 euro. Il tesoriere Mauri assicura che, presto, i dati di spesa aggregati saranno diffusi con maggiore dovizia di particolari: “Anche se la legge non lo prevede”.
Il Movimento Cinque Stelle scrive nella relazione che per l’anno prossimo l’organico potrebbe aumentare. E forse conviene. Perché il gruppo a Montecitorio ha dovuto pagare delle penali alla Camera perché ha assunto pochi dipendenti: 16 fra giornalisti e impiegati (32 in media nel corso dell’anno), ma invece ne doveva prendere più del doppio. E dunque la Camera ha trattenuto 548.889 euro sul fondo e altri 180.000 torneranno al mittente. I Cinque Stelle hanno ricevuto 3,7 milioni di euro, ne hanno spesi circa 2 e ne restano 1,753. Il 76 per cento è servito ai costi per il personale; il 9% per le collaborazioni e le consulenze; 11.412 per la comunicazione, 5.000 per acquisti informatici.
Scelta Civica doveva gestire 1,89 milioni di euro, poi la scissione di Per l’Italia (Mario Mauro) e sono scesi a 1,3. Dal bilancio avanzano 580.000 euro. Anche gli ex montiani come i democratici, noleggiano le berline: nel 2013 hanno speso 22.114 euro. Hanno organizzato meno convegni, costati in totale 28.000 euro. Inquietante la voce “spese funebri”, 1.070 euro, ma sono soltanto necrologi. Circa 5.000 euro per la “rappresentanza”.
il Fatto 23.5.14
Il sindaco Marino: “Sì ai quartieri a luci rosse per Roma”
NUOVA POLEMICA dopo quella divampata per le parole del sindaco di Roma Ignazio Marino che si era detto favorevole alla liberalizzazione della cannabis. Stavolta il tema è quello della prostituzione: "Purtroppo non è una decisione del sindaco - ha affermato a Radio Radio Marino in riguardo ai quartieri a luci rosse –, ma sarei favorevole a che ci siano zone dove è consentita e zone dove non lo è”. Parole che hanno subito scatenato reazioni nell’opposizione.
“Dopo l’apertura alle droghe leggere, sì anche ai quartieri a luci rosse: il sindaco hippy Marino crede proprio di vivere in una comune”, ha commentato Dario Rossin, consigliere capitolino di Forza Italia. “Non offre soluzioni alla prostituzione dilagante che costringe abitanti di interi quartieri a chiudersi in casa per non assistere a scene hard sotto le proprie finestre, come a Tor Fiscale – prosegue – esprime la sua personalissima idea su una questione su cui fortunatamente non ha poteri, mentre sui problemi verso cui dovrebbe intervenire come pulizia e degrado della città tace miseramente. Roma deve essere liberata da questo marziano”.
il Fatto 23.5.14
Archeologia
Villa Adriana, la diffida dell’Unesco
di Luca Teolato
Se la Impreme di Massimo Mezzaroma costruisse le sue palazzine, Villa Adriana – uno dei più noti monumenti a cielo aperto del mondo – perderebbe lo status di patrimonio mondiale dell’umanità. Una figuraccia internazionale senza precedenti: Villa Adriana sarebbe, dopo Dresda, il secondo “Patrimonio dell’umanità” a dover subire un’onta simile, il primo se si considera l’importanza e il prestigio del sito archeologico in questione. La sentenza lapidaria è inserita nel report redatto da un team internazionale di esperti incaricato dal Mibac di redigere una relazione richiesta fortemente dal WHC dell’Unesco, preoccupato per la colata di cemento (191 mila metri cubi) nei pressi della Villa dell’imperatore Adriano. Il report al momento si trova presso la Direzione regionale Lazio e non è stato ancora reso pubblico, ma alcuni addetti ai lavori ne hanno anticipato i punti essenziali al Fatto Quotidiano. Con la lottizzazione “Nathan” dell’imprenditore Mezzaroma verrebbero compromessi i valori culturali universali Unesco, tra i quali il rapporto tra il sito archeologico ed il paesaggio, elemento centrale per l’iscrizione nell’elenco. La Nathan violerebbe la buffer zone, una sorta di zona cuscinetto stabilita con un accordo internazionale tra la Repubblica italiana e l’Unesco per proteggere l’area archeologica di Villa Adriana. Secondo il report, poi, la lottizzazione – oltre ad avere un significativo impatto visivo (negato dall’impresa, che promette schermature alberate) – crea anche un precedente preoccupante, poichè rischia di far dilagare ulteriormente le costruzioni nella zona cuscinetto.
Non sembra dello stesso parere il gruppo Mezzaroma che qualche giorno fa ha dichiarato con un comunicato stampa che “quelle dell’Unesco riguardo la zona cuscinetto sono indicazioni non vincolanti che, peraltro, non prevedono un raggio preciso entro il quale è vietato costruire”.
Il pasticcio che sta mettendo a dura prova un Paese che dovrebbe essere votato alla valorizzazione della cultura e della propria storia comincia nel lontano 1981 e culmina con il pronunciamento favorevole della magistratura amministrativa, il conseguente via libera da parte del Comune di Tivoli e dalla precedente gestione della Regione Lazio.
Ma c’è di più. La convenzione urbanistica del Comune di Tivoli prevede, come di norma, il pagamento degli oneri di urbanizzazione da parte dell’impresa che ha ottenuto il via libera a costruire. All’appello manca quasi tutto l’importo previsto: oltre un milione di euro. I pagamenti rateizzati non sono stati onorati nel 2012 tant’è che il Comune di Tivoli ha accolto la proposta di proroga inoltrata dalla Impreme di Mezzaroma.
LA SOCIETÀ del costruttore romano ha ottenuto la protrazione di un anno per poter assolvere al pagamento degli oneri concessori in questione, ma al momento ha saldato solamente 200 mila euro, una sorta di step iniziale vincolato all’accordo di proroga. Nell’arco del 2013 la Impreme avrebbe dovuto versare oltre 500 mila euro entro il 30 giugno e quasi 600 mila euro entro e non oltre il 30 novembre. Entrambe le rate non sono state pagate ed il Comune di Tivoli, che avrebbe potuto avviare la procedura di escussione della polizza fideiussoria contratta dalla Impreme con la Generali Assicurazioni, al momento non ha avviato nessuna azione in tal senso.
Una partita, quella degli oneri concessori, esclusivamente tra il Comune e l’impresa nella quale il Mibac non può pronunciarsi. Mibac che però dovrà esporsi quando il report richiesto dall’Unesco sarà reso pubblico.
il Fatto 23.5.14
Svizzera: eutanasia anche ai sani
L'associazione elvetica di assistenza al suicidio Exit ha scelto di estendere i propri servizi anche ai soggetti che non sono malati terminali, ma vogliono comunque ricorrere alla “morte dolce”. Altre due associazioni, una con sede nel Canton Ticino, dovrebbero seguire la stessa strada. Ansa
il Fatto 23.5.14
A Berlino è finita la pacchia per lo straniero disoccupato
Una norma chiede di cacciare i cittadini continentali che truffano il welfare, ma anche chi è senza lavoro da oltre sei mesi
Merkel: “L’Ue non è un’unione spciale”
di Alessio Schiesari
Dopo sei mesi, i cittadini europei disoccupati sono pregati di lasciare la Germania. Questa la misura più drastica invocata dal governo di Berlino per bloccare quello che media e politici tedeschi definiscono Sozialturismus, cioé il turismo del welfare. D’altra parte, come ha spiegato l’altra sera Angela Merkel, “L’Ue non è un’unione sociale: non pagheremo i sussidi a chi sta in Germania a cercare lavoro”. Il precursore è stato il Belgio, ora tocca a Berlono. E, in un futuro nemmeno troppo prossimo, potrebbe essere la volta del Regno Unito. L’assalto al trattato di Schengen, o almeno alla parte che prevede la libera circolazione delle persone su tutto il territorio europeo, è in atto. Tra il 4 e l’11 giugno il Bundestag, il Parlamento di Berlino voterà una legge per “togliere il diritto a risiedere in Germania” – la definizione è di un alto funzionario del ministero dell’Interno – ai cittadini comunitari senza lavoro che abbiano percepito per almeno sei mesi il sussidio di disoccupazione. In tempi di Grosse Koalitione, le possibilità che il provvedimento passi sono altissime: il disegno di legge infatti è stato scritto a quattro mani dal ministro dell’Interno in quota Cdu (centrodestra) Thomas de Maizière e dalla titolare degli affari sociali Andrea Nahles, che proviene dalle file socialdemocratiche. Il numero di italiani interessati è molto alto: sono infatti 65.081 i connazionali che chiedono il sussidio di disoccupazione al governo federale. Non tutti rischiano di perdere il diritto di risiedere in Germania: una quota consistente di chi percepisce l’assegno lavora, ma non ha un salario sufficiente a sopravvivere o riceve l’aiuto da meno di sei mesi. Molto dipenderà da quale sarà la formulazione definitiva della legge, ma non è difficile prevedere che la comunità italiana (la seconda più numerosa del Paese con 245 mila lavoratori e oltre mezzo milione di residenti) sarà tra le più colpite.
NEGLI ULTIMI MESI, l’immigrazione è stata vissuta come un vero e proprio allarme. Nel 2013 la Germania è stato il secondo Paese Ocse per arrivo di immigrati, alle spalle dei soli Stati Uniti. Cinque anni fa, era al sesto posto. In dodici mesi sono arrivate 1,22 milioni di persone e, tra queste, 787 mila provengono dai Paesi dell’Unione Europea. La crisi dei Paesi mediterranei ha fatto impennare il flusso di lavoratori verso il cuore dell’Europa (gli italiani sbarcati in Germania sono stati 32 mila, in crescita del 51 per cento rispetto al 2012) e il recente allargamento dell’Ue a Romania e Bulgaria ha fatto il resto. L’attenzione dell’opinione pubblica più conservatrice e quella dei partiti nazionalisti come Alternative für Deutschland si è concentrata sulle difficoltà di integrare bulgari e rumeni, ma le nuove norme varranno per tutti. Non che i tedeschi abbiano tutti i torti. Una parte consistente della legge si concentrerà sugli abusi ai danni del munifico sistema di welfare tedesco. Ad esempio il Kindergeld, un assegno di 180 euro al mese per ogni figlio di lavoratore. Secondo le statistiche del governo, nel 2012 ben 600 milioni distribuiti attraverso questo sussidio sono finiti fuori dai confini nazionali. E, nonostante il tasso di natalità dei tedeschi sia il secondo più basso d’Europa, nel 2013 le richieste di Kindergeld sono aumentate del 30 per cento. Per questo chiunque venga pizzicato a fornire dati falsi per accedere alle prestazioni di assistenza, o a contrarre matrimoni solo per acquisire la cittadinanza tedesca, sarà punito con il carcere fino a tre anni e, una volta scontata la pena, non potrà fare ritorno in Germania.
Il discorso però cambia, e parecchio, per quei cittadini europei che in Germania non hanno commesso nessun reato, ma sono costretti a richiedere un sussidio perché temporaneamente senza lavoro. In Belgio, il primo Paese a utilizzare le deroghe al trattato di Schengen previste dalla direttiva europea 2004/38 (che permette di interdire la permanenza ai cittadini comuniutari che diventino un onere per il Paese ospitante), non si è verificata nessuna espulsione, ma agli “indesiderati” vengono ritirati i documenti necessari a trovare un lavoro e perfino ad affittare una stanza. Dal ministero degli Interni tedesco fanno sapere che “si potrebbe ricorrere ad una misura simile, ma è ancora presto per dare dei dettagli”.
il Fatto 23.5.14
Dagli Asburgo a Jobbik
Budapest cent’anni dopo, capitale dell’estrema destra anti-europea
di Pierfrancesco Curzi
In piedi, oh magiaro, la patria chiama. È tempo... Al Dio dei magiari giuriamo che schiavi mai saremo”. L’inno di battaglia del poeta ungherese Sandor Retofi spinge la sua terra in uno dei periodi cardine della storia dell’Impero, la Rivoluzione Ungherese del 1848 contro gli Asburgo. Eppure il motto di Retofi suona attuale se rapportato alla voglia di Europa degli ungheresi, vista sempre di più con diffidenza. Dalle elezioni del 2009, l’elettorato magiaro ha deciso di spostarsi più a destra, verso posizioni antieuropeiste, xenofobe e razziste.
IL CONTROVERSO VIKTOR ORBAN, premier e leader del partito Fidesz (Centrodestra), amico di Berlusconi e della Merkel, ha perso oltre un milione di voti. Dal 56,4% del 2009 al 44% delle recenti presidenziali. Orban dovrebbe essere preoccupato dalla crescita di Jobbik (letteralmente “Migliore”), il partito di estrema destra guidato da un 38enne, Gabor Vona, passato dal 14,8% al 20,5% di aprile. Marton Gyongyosi, capo dei parlamentari europei, parla dalla sede della zona Buda, all’ombra della Cittadella: “Alle Europee contiamo di arrivare secondi, superando i socialisti. Alle politiche del 2018 saremo il primo partito. Gli altri vivono in un mondo loro, noi pensiamo ai bisogni degli ungheresi. Non ci alleeremo mai con Fidesz: loro sono il passato, il simbolo di capitalismo e corruzione. Orban parla come noi, ma agisce come i socialisti, la sua politica ha fatto danni”.
È difficile trovare punti di contatto con un movimento capace di eleggere alla vice-presidenza del Parlamento un noto skinhead. Un eurodeputato, inoltre, dovrà rispondere alle accuse di spionaggio in favore di Mosca, mosse attraverso la stampa dalla Commissione di Sicurezza, mentre pochi giorni fa un gruppo di attivisti ha aggredito il rappresentante degli ungheresi in Serbia. In un quarto di secolo l’Ungheria è passata dal senso di appartenenza comunista a un forte nazionalismo. Il pil pro-capite è il terz’ultimo dell’Eurozona (peggio solo Bulgaria e Romania), il fiorino ha perso il 15% negli ultimi due anni, un terzo della popolazione è sotto la soglia di povertà. All’opposto di Jobbik c’è Vilmos Hanti, presidente di Measz, il movimento antifascista, aggredito e picchiato da un gruppo di naziskin nel 2012: “Jobbik ha successo perché non è un partito democratico e asseconda i bollenti spiriti della gente, che non vede di buon occhio l’Europa e vorrebbe far fuori i rom. A sinistra ci sono solo macerie. In Ungheria i vecchi simboli comunisti, stelle e falci e martello sono banditi per legge, e l’attuale sinistra è divisa”.
IL CARTELLO DEI DEMOCRATICI è stato un fallimento assoluto. Alle recenti elezioni l’unione di cinque partiti di centro sinistra ha raggiunto un misero 26%. Risultato: il giorno dopo l’esito del voto la coalizione si è frantumata e alle Europee di domenica andranno divisi: “Così si vedrà chi è che ha tirato la carretta e chi, invece, ha fatto il succhiaruote”, attacca in un italiano perfetto Veronika Muczina, membro della segreteria di Dk, il partito democratico guidato dall’ex premier Ferenc Gyurcsany.
Il 2014 è un anno vitale per l’Ungheria. Quest’anno si celebrano i 10 anni dall’ammissione all’Ue, i 15 alla Nato, i 25 dalla caduta della Cortina di ferro, i 75 dall’Olocausto ungherese (un grande corteo il28 aprile ha raggiunto la stazione ferroviaria Keleti, da dove partivano i convogli diretti ai campi di sterminio) e i 100 anni dello scoppio della Grande Guerra.
E, soprattutto, i 40 anni dal lancio del celebre cubo di Erno Rubik. In fondo la società ungherese somiglia alle facce del cubo-puzzle da quando si è liberata dall’oppressione sovietica. Budapest è la rappresentazione globale della complessità sociale: perla del turismo internazionale visitata ogni anno da milioni di persone, il centro storico lucidato come uno specchio, i ponti sul Danubio, le facciate dei palazzi e la sontuosità delle terme. Eppure, basta poco per finire nel cuore del 7° distretto, il ghetto di Pest. Presto le strade pulite e affollate di turisti lasciano spazio al degrado e a scene di vita da invisibili. I governi e i sindaci della capitale che si sono succeduti hanno eretto una sorta di steccato invisibile dove la prospettiva cambia. Essere razzista in Ungheria significa soprattutto odiare i rom stanziali, intere famiglie incastrate dentro condomini decadenti, con cortili ingombri di panni a stendere. L’immigrazione, specie da Africa e oriente, è un fenomeno tenuto sotto controllo. I cinesi sembrano godere di una particolare immunità, al punto che in pochi anni hanno rivitalizzato un enorme complesso industriale abbandonato alla periferia orientale di Budapest inserendo attività commerciali e industriali.
il Fatto 23.5.14
Usa: 138 arresti per le proteste dei Fast Food
È finita con 138 arresti la protesta dei dipendenti McDonald’s a Chicago per l'innalzamento del salario minimo. Un corteo di 1500 persone si è diretto verso l'edificio che ospitava l’assemblea degli azionisti. Quando i manifestanti hanno ignorato l’ordine di fermarsi, sono scattati gli arresti. LaPresse
il Fatto 23.5.14
L’altra America
I bambini-schiavi ‘fumati’ nelle piantagioni di tabacco Usa
di Angela Vitaliano
New York Cento, 150 dollari al giorno: quando sei un immigrato “stagionale” e hai solo pochi mesi a disposizione per mettere da parte un po’ di denaro prima di ritornare alla tua ancor piu’ disperante povertà, sono una cifra allettante . Anche se per quella cifra devi stare piegato a raccogliere tabacco, a pulirne le foglie con le dita che diventano appiccicose e quel sapore in bocca, come se avessi perennemente una sigaretta a penzolarti fra le labbra. Allettanti anche se il contratto di lavoro non prevede un limite di ore giornaliere o settimanali e, dunque, solitamente, in quei campi ci passi tutto il giorno e tutta la settimana, con sole 24 ore di riposo. E, disgraziatamente, resta una cifra “allettante”, anche se hai 7 anni e, inutile dirlo, non dovresti lavorare né in un campo di tabacco del Nord Carolina, né in un qualsiasi altro posto al mondo: a 7 anni il tuo lavoro dovrebbe essere semplicemente vivere. Descrive uno scenario probabilmente ignoto a molti americani, il rapporto pubblicato da Human Rights Watch che ha per titolo “I bambini nascosti del tabacco”. Nascosti e, dunque, ignorati. Le loro storie sono colpi allo stomaco. Centoquaranta interviste, quelle condotte dall’associazione, che svelano un mondo molto vicino alla schiavitù, sebbene questa volta “allargato” ai latinos, i piu vicini e i più poveri. Arrivano in Nord Carolina, in Kentucky in Tennessee e in Virginia con le loro famiglie, hanno dai 7 ai 17 anni e lavorano alle stesse condizioni dei loro genitori che, poi, ricevono la loro paga giornaliera. “È duro, assolutamente duro – racconta Jessica Rodriguez che scoprì, per la prima volta, un campo di tabacco a soli 11 anni – Il nostro capo era una donna molto gentile che ci portava da mangiare ogni giorno ma anche mentre mangiavamo stavamo seduti in mezzo al tabacco”. Tabacco, calore, umidità e sudore. Dalle 6 del mattino alle 7 di sera “Spesso – continua Jessica – mi sentivo male per il troppo caldo e mi veniva da vomitare, mi sembrava che il mio stomaco volesse uscire fuori dal mio corpo. Allora qualcuno arrivava con dell’acqua e dei crackers e mi davano qualche minuto per riprendermi prima di tornare al lavoro”.
IL 75% DEI BAMBINI INTERVISTATI ha riportato sintomi di vario tipo, legati al contatto prolungato con il tabacco e, dunque, a forme di avvelenamento da nicotina: vomito, nausea, emicrania, capogiri, irritazioni della pelle e bruciore agli occhi. Oltre 1800, fra bambini e adolescenti, di età inferiore ai 18 anni, sono stati vittime, solo nel 2012, di incidenti, per fortuna non mortali, durante l’orario di lavoro; e due terzi delle vittime minorenni di incidenti sul lavoro, sempre nello stesso anno, appartenevano al mondo del lavoro agricolo. Le aziende produttrici di sigarette, peraltro, non hanno finora messo in pratica nessun tipo di politica restrittiva per impedire alle fattorie l’utilizzo di manodopera minorenne. In più, una regolamentazione in tal senso, proposta dall’amministrazione Obama è stata bocciata per l’opposizione compatta dei repubblicani.
il Fatto 23.5.14
Tra i due litiganti i militari thailandesi fanno il golpe
L’esercito proclama il coprifuoco. sospende la costituzione e covoca i fratelli ex premier a rapporto
Allarme della Farnesina per gli italiani
di S. Ci.
Meta ambita di quel turismo esotico addomesticato e un po’ ambiguo che piace all’Occidente, la Thailandia mostra il volto meno incantevole e mite con il coprifuoco ordinato dalla Forze armate, scese nelle strade per garantire sicurezza e ordine al paese. I militari si sono eretti a salvatori della patria dopo mesi di tensione e caos politico, ma le cancellerie occidentali sono inquiete e lanciano bollettini di allerta per i loro connazionali nel Paese.
Ai 10mila italiani, a cui si aggiungono parecchi ‘stagionali’ o periodici la Farnesina consiglia “cautela e di rispettare il coprifuoco” indetto dalle 22 alle 5. Niente notti a zonzo per le località turistiche.
La nuova giunta militare intanto si è messa a far da paciere tra le fazioni che hanno spaccato la Thailandia, emanando un ordine di convocazione per la famiglia dell’ex primo ministro Yingluck Shinawatra ed esponenti politici del suo governo questa mattina. Altrettanto dovrà fare Thaksin Shinawatra, altro ex premier, sorta di tycoon alla Berlusconi orientale e fratello della premier deposta dalle Forze armate.
Il generale Prayuth Chan-Ocha ha assunto le funzioni di premier forzatamente lasciate dalla Shinawatra, carica che manterrà fino a quando - ha fatto sapere - non ne subentrerà un altro. Il governo a interim è stato sciolto e la Costituzione è stata annullata. Ma il Senato, sempre secondo i dettami della giunta, rimarrà in vigore.
Il ‘Consiglio nazionale per il mantenimento della pace e l’ordine’ come si è pomposamente auto-nominato il direttorio composto dai capi delle diverse armi ha annunciato di aver preso il potere alle 16 e 30 di ieri, dopoché lunedì aveva già imposto la legge marziale.
QUATTRO ANNI FA, le ‘camicie rosse’ fedeli a Thaksin Shinawatra (a sua volta deposto con un golpe nel 2006, ndr) occuparono il centro di Bangkok per oltre 2 mesi contro l'allora governo di Abhisit Vejjajiva, salito al potere solo grazie a un ribaltone parlamentare manovrato dai militari. La protesta fu repressa dall’esercito, causando 91 morti e 2mila feriti. Con l’arrivo al potere di Yingluck Shinawatra si formarono due schieramenti (le ‘camicie rosse’ e le ‘camicie gialle’ che esprimevano l’opposizione politica e anche sociale) che tra alti e bassi di tensione ha portato i militari a tornare in forze per le strade e spazzare via i manifestanti accampati nel cuore di Bangkok. Le ‘camicie rosse’ hanno ieri sera annunciato di voler proseguire le proteste. Ora sì che è un golpe: aspettatevi rappresaglie”, ha fatto sapere il ‘Fronte unito per la democrazia’.
Tradizionale mediatore degli scontri sociali e politici che si intrecciano con le storiche famiglie del potere thailandese è il re Bhumibol Adulyadej (nato negli Usa, ormai 86enne e malato) al potere dal 1946, e si aspetta che anche stavolta faccia valere il suo ruolo di ‘camera di compensazione’ tra le parti. Chi ha fretta che le cose si aggiustino è la comunità internazionale, a iniziare dagli alleati statunitensi. “Non c’è alcuna giustificazione per questo colpo di stato militare”, ha detto il segretario di Stato Usa John Kerry condannando la decisione dell’esercito di sospendere la Costituzione e prendere il potere. Decisione che “si ripercuoterà negativamente sulle relazioni tra Stati Uniti e Thailandia, in particolare per quello che riguarda il nostro rapporto con l’esercito”. Dopo la notizia dell’arresto dei leader dei maggiori partiti politici, “chiedo il loro rilascio”, ha ammonito Kerry sollecitando il ripristino “immediato” di un governo civile. “Il cammino che la Thailandia deve percorrere dovrà includere delle elezioni che riflettano il volere della gente”.
il Fatto 23.5.14
Jimmy’s Hall
Per fortuna non ha smesso, Ken Loach corre per la Palma
di Federico Pontiggia
Cannes A ciascuno la sua Palma. C’è chi ne ha già vinta una, con Il vento che accarezza l’erba nel 2006, e a 78 anni ci prova per la 12esima volta – record – con il suo nuovo, forse l’ultimo, film: Ken Loach, Jimmy’s Hall. C’è chi, a 25 anni, ci prova per la prima, con il quinto film e “un soggetto che conosco meglio di ogni altro, che amo più di tutto: mia madre”: il canadese Xavier Dolan, Mommy. C’è chi, infine, si avvicina ai 40 anni, e con la sua terza regia non si affaccia in competizione, eppure possiede “un certo sguardo”: Asia Argento, la nostra Incompresa al Certain Regard.
Mentre per il toto Palma si aspettano oggi i due ultimi film in Concorso, Leviathan del russo Andrey Zvyagintsev e Clouds of Sils Maria del francese Olivier Assayas, Ken il Rosso ritrova la voglia. Jimmy’s Hall non è il suo addio al cinema, quello che lui stesso aveva lasciato presagire durante la lavorazione: “L’ho detto nel momento di massima pressione, quando non avevamo girato ancora nulla e la montagna che ci trovavamo davanti era molto alta”. Della serie, vedi Cannes e poi rivivi, il regista annulla il rientro ai box: “Ho abbastanza benzina per un altro piccolo film. Mollare è davvero dura”. Tra dramma e qualche spiraglio di commedia, Jimmy’s Hall mette il costume e torna nell’Irlanda del 1932, con Jimmy Gralton (Barry Ward, poco carisma) di ritorno al villaggio dopo una decade in America: un attivista “in odore” di comunismo, che deve difendere una sala da ballo polivalente da preti, fascisti e reazionari tutti. La storia è vera e, sceneggiata dal fido Paul Laverty, apre al paradigma, a Jimmy e i suoi fratelli attuali: “Abbiamo bisogno – rivendica Ken – di eroi come lui, che si oppongono ai poteri forti con coraggio e integrità: oggi penso a Julian Assange, Edward Snowden, Malala”.
DOPO LA RABBIA (L’altra verità, sui contractor in Iraq), l’evasione (La parte degli angeli, whisky e neet), Loach affida a Jimmy il malinconico passaggio di testimone tra la sua e le nuove generazioni: un po’ moscio, nonostante gli applausi, il “riflusso” la fa da padrone. Eppure, almeno a parole, Ken non molla, anzi: “Ormai da 50 anni noto che chi scrive dei film non sopporta i personaggi della working class, i proletari che sanno di quel che parlano: preferiscono vittime, criminali e probabilmente una moglie maltrattata o due”. E la critica è servita. La stessa che, con più di un’eccezione, indica Mommy tra i papabili per vittoria o premi pesanti: una vedova sboccata e irresistibile, un figlio 15enne sboccatissimo e incontenibile, una vicina balbuziente , per un ménage à trois di ottimi attori (nell’ordine Anne Dorval, Antoine Olivier Pilon e Suzanne Clément), il fascino dell’immagine quadrata (1:1), il Dolan touch sensibile ed empatico, ma anche il fastidio per una sceneggiatura che non sa dove andare a parare. Vedremo che farà Mammina. E formato famiglia è anche Incompresa, scritto da Asia con Barbara Alberti e attaccato ad Aria (Giulia Salerno, chapeau), una bambina di 9 anni messa in mezzo da papà (Gabriel Garko, sì, lui) e mamma (Charlotte Gainsbourg) che si stanno separando: volano gli stracci, e non solo, e Aria si ritrova con borsone e gatto nero sballottata tra due genitori che non la vogliono. Siamo nel 1984, e le tocca pure una notte al parchetto, povera lei, ma la Argento non indora la pillola: “Anche chi dice che ha avuto un’infanzia felice, ha subito profonde ingiustizie da piccolo: succede a tutti, io volevo raccontare la famiglia come in Italia non si fa, per me quella perfetta non esiste”.
Se Giulia la scopre comunista: “Quando si arrabbia mangia i bambini”, Asia rifiuta i legami autobiografici: “Lo chiedete a tutti i registi? No? E allora che cazzo me lo chiedete a fare! Tutti i genitori sono ingombranti, e questo film non è terapia”. Ma l’Italia non finisce qui: Fulvio Risuleo con il corto Lievito madre prende (ex-aequo) il terzo premio della Cinéfondation, mentre tra i 13 registi del collettivo I ponti di Sarajevo, dove un secolo fa si “innescò” la Prima Guerra Mondiale, ci sono Leonardo Di Costanzo con L’avamposto, per cui “la paura del soldato è ribellione”, e Vincenzo Marra con Il ponte teso tra Sarajevo e Roma: “Molti sostengono che il tumore sia una malattia dell'anima, ebbene, in Bosnia sono aumentati”.
Reprint
il Fatto 23.5.14
“Cosa Nostra? È come entrare in seminario”
Il colloquio con Giovanni Falcone
di Enzo Biagi
Ero a cena con Giovanni Falcone e con Francesca Morvillo, una sera del 1987, in casa di un amico, Lucio Galluzzo, a Palermo: a mezzanotte andarono a sposarsi.
“Come due ladri”, dissero poi, solo quattro testimoni, così vuole la legge. Uscivano da tristi vicende sentimentali, e si erano ritrovati, con la voglia di andare avanti insieme, fino in fondo, fino alla strada che dall’aeroporto conduce in città.
“Perché non fate un bambino? ” chiesero una volta a Giovanni. “Non si fanno orfani” rispose “si fanno figli”. Qualche tempo prima lo avevo intervistato per la tv, il nostro colloquio iniziò così: “Dottor Falcone mi fa un suo ritratto del mafioso. Chi è un mafioso?”
Mafioso è chi presta giuramento e diventa quindi un affiliato di Cosa Nostra.
Che cos’è la mafia?
La risposta non è semplice e rischia di essere fuorviante se dicessi semplicemente che la mafia è solo un’organizzazione criminale. Non bisogna confondere l’attività dell’organizzazione criminale con la mentalità mafiosa. L’organizzazione è ben individuata nelle sue complesse articolazioni, nel tempo non è mutata e ha sempre mantenuto i suoi obiettivi criminosi, con una grande capacità di mimetizzarsi nella società. Nel discorso inaugurale dell’anno giudiziario, fatto nel 1954, il primo nel dopoguerra, si disse che la mafia, più di un’organizzazione tenebrosa, costituisce un diffuso potere occulto. Da allora sono trascorsi oltre trent’anni e nulla è cambiato. Quando parliamo di mafia ci riferiamo a un’organizzazione criminale che ha per scopo il raggiungimento di fini illeciti attraverso un’attività di intimidazione, questo, comunemente, viene confuso con la mentalità mafiosa.
Dottor Falcone ci faccia capire che cosa intende per mentalità mafiosa.
Dividiamo la mafia in due parti: la prima, come ho detto, è data dall’attività criminosa, la seconda dal comune sentire, dal consenso popolare verso queste attività criminali.
Si può distinguere un mafioso?
Non esiste un cliché del mafioso. A prima vista il mafioso non è distinguibile. Chi dice il contrario commette un errore, oppure, l’affermazione è una semplificazione giornalistica. Per definire una persona mafiosa bisogna confrontarsi con fatti concreti e ogni caso singolo è un caso a sé. Perciò non è facile stabilire dall’esterno se uno è mafioso, lo si può intuire, lo si può sospettare. Non è da un dialogo che si può avere la certezza assoluta sull’appartenenza o meno alla mafia di una determinata persona.
La mafia è un’organizzazione che ha delle regole, e le fa rispettare. Entrare nel giro è come entrare in seminario: e si resta preti e mafiosi per sempre. Non si diventa ‘uomo d'onore’ se uno ha un padre carabiniere o uno zio giudice. È un modo di vivere.
La subcultura del fenomeno mafioso non è altro che la sublimazione e contemporaneamente la distorsione di valori che in sé potrebbero non essere censurabili, e che sono propri di vari strati della popolazione del mezzogiorno d’Italia e soprattutto della Sicilia. Per questo la mafia non è estranea al tessuto sociale che la esprime, ma ne fa parte.
Si riesce a stabilire un contatto umano con un mafioso?
Certamente, i mafiosi sono uomini come tutti gli altri, anche loro possono essere più o meno simpatici e possono avere un animo più o meno nobile.
Giovanni Falcone è il primo magistrato col quale Buscetta si abbandona: si incontrano a Brasilia, e il giudice istruttore ha subito l'impressione di trovarsi di fronte a una persona molto seria e dignitosa: ‘Tutti e due siamo palermitani’ dice Falcone. ‘Bastava un giro di frasi, un’occhiata, il riferimento a un luogo e a una vicenda, che ci capivamo. Giocavamo a scacchi’. Lo avverte: ‘Scriverò tutto quello che mi dice, e farò il possibile per farla cadere in contraddizione’. E Buscetta replica: ‘Intendo premettere che non sono uno spione, e quello che dico non è dettato dal fatto che spero di propiziarmi i favori della giustizia; le mie rivelazioni non nascono da un calcolo di interesse. Sono stato un mafioso e ho commesso degli errori, per i quali sono pronto a pagare interamente i miei debiti, senza pretendere sconti. Voglio raccontare quanto è a mia conoscenza su quel cancro che è la mafia, affinché le nuove generazioni possano vivere in modo più degno e umano’. Falcone elenca le scoperte che il discorso di Buscetta consente. Cosa Nostra ha una sua ideologia, anche se censurabile. Sfrutta certi valori del popolo siciliano: l’amicizia, l’onore, il rispetto della famiglia, la lealtà.
Dottor Falcone cosa rappresenta il pentimento di Buscetta?
Grazie a lui abbiamo compreso il fenomeno mafioso. Ci ha fatto conoscere la struttura, ha svelato come avviene il reclutamento, ci ha svelato il metodo, senza il quale non si può capire la mafia. Ci ha dato una chiave per entrare nel codice mafioso.
La collaborazione tra i magistrati americani e italiani ha portato all’arresto dei cinque padrini di Cosa Nostra americana, in pratica la cosiddetta “Commissione”: Salerno, Corallo, Langella, Rastelli e il boss dei boss Paul Castellano della famiglia Gambino. Come giudica l’operazione condotta a New York?
Eccellente, ma ho ancora pochi elementi per poterla valutare.
Che differenza c’è tra un membro di Cosa Nostra americana e un mafioso siciliano?
Cosa Nostra è nata in Sicilia e non a caso quella americana si chiama così perché è a immagine e assomiglianza di Cosa Nostra siciliana, anche se poi a causa delle diversità derivanti dalla nazione in cui l’organizzazione criminale opera e in cui vivono i mafiosi, hanno acquisito delle connotazioni particolari. Tutto è sempre riconducibile alla mafia siciliana.
Lei pensa che noi potremmo trarne qualche vantaggio da questi arresti?
È ancora troppo presto per poterlo scoprire. Una cosa è certa: Cosa Nostra americana ha avuto il massimo ‘splendore’ negli anni Venti e Trenta, poi è cominciata a diminuire, mentre la mafia italiana dagli anni Settanta ha cominciato a crescere e a diffondersi.
Quale è l’attività prevalente della mafia?
Oltre all’estorsione, l’attività più lucrosa è quella del traffico degli stupefacenti. L’Italia sul mercato della droga è presente a diversi livelli: come produttore soprattutto nel passato, quando l’eroina, spedita dal Medio Oriente, transitava attraverso il nostro paese, la mafia la lavorava e la spediva in America; oggi l’Italia è un paese dove il consumo è in forte aumento, ci sono dai cento ai
duecentomila eroinomani. Sempre in questi ultimi anni le attività criminose della mafia sono aumentate, questo le ha permesso di creare una serie di collegamenti con altre organizzazioni a livello internazionale, ad esempio: ha creato un canale diretto con il sistema bancario che le permette di riciclare il denaro sporco. Questo ci preoccupa molto perché non ci sono leggi adeguate per svolgere controlli all’interno delle stesse banche.
Per trovare la mafia bisogna andare dove c’è il profitto?
Non necessariamente, anzi bisogna stare attenti perché il rischio è quello di fare di ogni erba un fascio, questo sarebbe un grande regalo alla mafia. Perché tutto è mafia e niente è mafia
Cosa Nostra negli anni si è evoluta?
Questo è il problema di chi lotta contro la mafia: riuscire a recepire la naturale evoluzione del fenomeno mafioso, perché riuscendolo a cogliere in tempo ci consentirebbe di poter intervenire rapidamente. Il problema, ancora una volta, è di struttura e di professionalità della polizia e della magistratura. Dobbiamo tener presente che dovremo confrontarci con questo problema ancora a lungo nei prossimi anni.
C’è una differenza tra la mafia di ieri, di oggi e quella di domani?
Io non farei una distinzione così netta tra mafia soprattutto tra quella di oggi e quella di domani.
Cosa chiede per poter andare avanti con maggiore efficienza?
Abbiamo bisogno di passare da una fase artigianale a una fase maggiormente professionale sia dal punto di vista organizzativo che nell’attività istruttoria.
Oggi la mafia è più forte perché ha trovato complicità economiche e complicità politiche?
La mafia gode di una rete protettiva. Ci sono collegamenti, collusioni, convivenze di cui la mafia si nutre. È evidente che lo sforzo che deve essere fatto, adesso e nel futuro, è quello di saper isolare il fenomeno criminale da quella rete di protezione che finora lo ha avvolto.
Il rapporto tra mafia e politica.
Un problema reale, molto grave, soprattutto sottovalutato. La società è portata a dare una lettura inadeguata del rapporto tra mafia e politica. La gravità è che la mafia, in virtù del rapporto con la politica, in autonomia, pone le regole del gioco.
Dottor Falcone, io credo che sia importante parlare di mafia non solo quando accadono fatti di cronaca. Lei cosa ne pensa?
Non è importante parlarne, ma importantissimo, però bisogna farlo correttamente. Parlarne serve a far sì che vi sia maggior sensibilità sociale verso questo grave problema. Purtroppo, caro Biagi, spesso manca la correttezza dell’informazione, non parlo di malafede ma di superficialità sì.
La mafia sembra invincibile. Si riuscirà mai a sconfiggerla?
La mafia non è affatto invincibile, ha avuto un inizio e avrà una fine come tutto ciò che nasce dall’uomo. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave. Per sconfiggere la mafia non occorrono eroismi, ma nella battaglia devono essere usate le forze migliori. Le forze dell’ordine e la magistratura devono essere dotate di strumenti adeguati.
Lei ha paura?
L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, ma è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Questo è il coraggio altrimenti non è più coraggio ma incoscienza.
È mai stato tentato di abbandonare la lotta? Lei è costretto a rinunciare alla sua privacy.
No, mai.
L’aria della Sicilia non sa di zagare, di mare o di gelsomini, odora di domande. La prima, la più angosciosa: chi uccideranno adesso, a chi toccherà? e perché proprio in questo momento? Il dottor Giovanni Falcone sapeva. Anche Dalla Chiesa cadde perché era solo, e senza poteri. E qualcuno che adesso piange, farebbe bene, per decenza, a tirarsi da parte. “Perché la mafia uccida – spiegava Falcone – ci vuole una agibilità politica”.
I mafiosi devono sentire che, in qualche modo, sei abbandonato a te stesso. Ti hanno segnato nel libro, e non dimenticano.
l’Unità 22.5.14
Memorie necessarie dallo sterminio del regime dei Khmer
Rithy Panh è l’autore con Bataille del libro sul genocidio dei cambogiani da «rieducare»
di Flore Murard-Yovanovitch
SUI REGISTRI, ACCANTO AI NOMI DEI DETENUTI NEL CENTRO DI TORTURA S21 DI PHNOM PENH, il capo della sicurezza del regime dei Khmer rossi annotava «distruggere», «annientare». Estorcere confessioni, con scariche elettriche e vivisezione, ma prima sempre fotografare, nella folle meticolosità della macchina della morte. Ti ammazzavano perché avevi le dita troppo fini da borghese, perché portavi gli occhiali, perché sapevi il francese. O perché rubavi chicchi di riso e «sabotavi la lotta». Presto furono tutti «impuri» i nemici della rivoluzione, per gli ideologici dello sterminio di massa che prese il volto del regime dei Khmer rossi. In meno di quattro anni dal 1975-1979, un quarto della popolazione cambogiana viene sterminata, il paese intero rimodellato in un immenso campo di lavoro, un’intera società resa dottrina. È al cuore di quel crimine di massa ancora poco conosciuto in Italia, che non è una particolarità geografica, bensi, ha tratti comuni universali con gli altri genocidi del XX secolo che si addentra L’eliminazione di Rithy Panh (Feltrinelli, 2014). Scritto assieme a Christophe Bataille, è il primo straordinario libro del pluripremiato regista, vincitore con The missing Picture di «Un certain regard» a Cannes 2013. Nato a Phnom Penh nel 1965, sopravvissuto ed emigrato in Francia, Panh non ha poi smesso di documentare, svelare, raccogliere archivi, fare uscire dall’oblio l’innominabile. Il libro intercala i ricordi del terrore di massa di lui adolescente, con l’estenuante intervista a Duch, il capo della sicurezza del regime dei Khmer rossi, il boia del centro di tortura S21 e dell’ex campo M13 campo di sterminio in mezzo alla giungla, dove nessuno è sopravvissuto, insegnante delle torture, e responsabile di migliaia di morti una specie di Eichmann khmer. Di fronte, il documentarista sopravvissuto che usa la cinepresa per porsi delle domande (che riecheggiano in sottofondo quelle della Harendt), per capire, spiegare, ricordare che cos’è il crimine contro l’umanità.
Prima delle fosse comuni, sono le parole a cambiare significato, le vecchie a scomparire mentre ne appaiono delle nuove: «i guardiani dell’azione», una misteriosa «Angkar» l’Organizzazione onnipotente, che presto ridurrà tutti al controllo totale. In una nuova classificazione, che non è mai sinonimo di orizzonte di progresso ma solo l’inizio dell’annientamento, si distingue il «popolo vecchio»” dal «popolo nuovo» da rieducare. I sentimenti, la poesia e la musica: vietati, il taglio dei capelli: uguale per tutti; scuole, pagode, mestieri, classe sociali, salute, educazione e scienza: aboliti. La storia e il presente riscritti, a colpi di deliranti obiettivi di produzione, di carestie di massa, di deportazioni, purghe, massacri. L’eliminazione dei «nemici» «non uomini». Anzi, la loro cancellazione, perché quel regime usava la parola «kamtech» che vuole dire distruggere poi cancellare ogni traccia, erroneamente tradotto dal tardivo e deludente processo ad alcuni leader patrocinato dall’Onu come «schiacciare» mentre significa «far sparire». «Qual è un regime che prevede un’assenza di uomini piuttosto che uomini imperfetti?» si chiede Panh. La violenza lucida, astratta, voleva «realizzare l’irrealtà». Idolatri di una purificazione che doveva arrivare dal marxismo, una manciata di intellettuali che avevano studiato a Parigi, si erano nutriti al Discorso sul metodo e alla Rivoluzione francese. Panh non risparmia la ragione illuminista alla radice della concezione di quei crimini e critica anche il fatalismo contemporaneo secondo il quale saremmo tutti potenziali carnefici. Questo invece è un progetto.
L’eliminazione comporta le estenuanti ore di faccia a faccia tra vittime e carnefice e lancia interrogativi universali: come si può arrivare a questo? Lo sterminio però non è suicidio o autogenocidio di una nazione, bensì preciso progetto pianificato: «sono azioni disumani compiuti da esseri umani. Su altri esseri umani. Ma senza alcuna umanità».
Reietti, rifiuti, «eravamo cose», si ricorda l’allora ragazzo Rithy, rinominato compagno pelato, perché un nome non lo dovevi più avere, solo annullarti nell’Organizzazione. La valenza straordinaria di questo racconto è di aver intercalato, tra i momenti del processo, i ricordi vivi di uno che ha vissuto l’incubo sulla propria pelle. È questo andirivieni tra verità storica e flash di memoria autobiografica che dà a questo racconto il suo valore unico. Senti i campi di rieducazione, la sopravvivenza nelle risaie, le sessioni di autocritica, la fame, le marce forzate e la disumanizzazione: ricordi vivi per dare corpo all’allucinante incubo. Pagine necessarie, universali. Piccolo appunto: la Kampuchea democratica aveva un seggio all’Onu, mentre si compivano quei crimini di massa.