Corriere 26.5.14
Ma nel Paese gli astenuti restano il primo partito
di Nando Pagnoncelli
Nonostante la concomitanza delle elezioni comunali che hanno riguardato quasi un Comune italiano su due e delle Regionali in Piemonte e Abruzzo l’affluenza alle urne è risultata in flessione non solo rispetto alle elezioni politiche dello scorso anno, quando votarono tre elettori su quattro, ma persino rispetto alle precedenti Europee che toccarono il punto più basso di partecipazione: 66,5%, cioè due elettori su tre. Il dato delle elezioni di ieri rappresenta il nuovo primato negativo: i votanti per la prima volta sono scesi al di sotto del 60% (57,2%). Era un dato largamente previsto, dovuto ad una concomitanza di elementi: da sempre le elezioni europee hanno meno appeal di altre consultazioni elettorali, e ciò non riguarda solo l’Italia, basti pensare che alle precedenti Europee il dato medio di affluenza alle urne nei 28 Stati membri è risultato pari al 43%. L’immagine dell’Europa si è fortemente deteriorata negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 2008, con l’inizio della crisi. Per intercettare questo malumore diffuso nel corso della campagna elettorale si sono fatti più sentire i partiti ostili nei confronti dell’Europa rispetto agli europeisti, troppo spesso silenti sulle questioni europee. E, d’altra parte, in Italia si ignorano quasi completamente non solo le funzioni ma anche i nomi delle istituzioni comunitarie, confondendo il Parlamento, la Commissione, il Consiglio europeo o la Banca centrale. Si ignora la relazione tra le normative comunitarie e quelle nazionali. E si ignora anche il significato del semestre italiano di presidenza europea che inizierà il primo luglio. Si conoscono a malapena le famiglie politiche europee e i loro candidati alla presidenza. È difficile, quindi, immaginare una mobilitazione favorita dal senso di appartenenza all’Europa. Inoltre, la campagna elettorale a cui abbiamo assistito era in larga misura rivolta alla politica nazionale ed è stata caratterizzata da una estrema personalizzazione, da toni aggressivi e insulti. E i toni esasperati mobilitano i tifosi ma allontanano molti degli altri elettori, irritati o spaventati da una politica che giudicano auto-referenziale, intenta a litigare e incurante dei bisogni dei cittadini che sono determinati soprattutto dalla crisi economica, dai problemi occupazionali e dal deterioramento del tenore di vita. Infine, i cambiamenti delle leadership e delle strategie di molti partiti hanno determinato maggiore fluidità e permeabilità tra gli elettorati ma anche un senso di disorientamento che spesso si traduce in astensione da parte degli elettori più tradizionali che faticano a riconoscersi nelle nuove proposte. Pertanto è interessante osservare il profondo cambiamento del profilo degli astensionisti rispetto al passato. Se fino a qualche anno fa chi disertava le urne era prevalentemente distante dalla politica, oggi c’è una forte componente di elettori che non disdegnano affatto la politica ma esprimono delusione per l’attuale offerta, in termini di partiti, leader e programmi. Se un tempo prevalevano le persone anziane, poco istruite, residenti nei piccoli comuni oggi si è aggiunta una forte componente di ceti più dinamici e istruiti, tra i quali spicca la componente impiegatizia. Al di là del risultato molto netto emerso dalle urne nelle elezioni di ieri con la vittoria del Pd di Matteo Renzi, non va sottovalutata la conseguenza principale dell’elevato astensionismo, cioè la minore rappresentatività dei partiti rispetto al passato. L’astensionismo, sebbene abbia motivazioni diverse e rappresenti segmenti sociali molto compositi, oggi risulta largamente il primo «partito» del Paese.
La Stampa 26.5.14
Imprese e artigiani
La destra in Veneto si affida a Renzi
Gli imprenditori lasciano Lega e Forza Italia
di Michele Brambilla
C’è una parte d’Italia che può spiegare molti dei motivi del successo di Matteo Renzi.
È un’Italia di destra, o al massimo di centrodestra, che per la prima volta ha votato per la sinistra. È il Veneto. Il Veneto degli imprenditori e delle partite Iva; il Veneto che non aveva mai votato a sinistra.
Scrivo da Treviso perché, di questa parte d’Italia che ha «cambiato verso», Treviso è forse il luogo più simbolico. Lo è perché capitale di quella Marca che è stata il motore, negli ultimi decenni, dello sviluppo economico più miracoloso del nostro Paese. Lo è perché, appunto, zona «di destra» che aveva già dato il primo segnale di inversione di marcia l’anno scorso, quando Giovanni Manildo del Pd era diventato sindaco dopo un ventennio di primi cittadini leghisti. E lo è pure per una terza ragione. Treviso è il primo luogo che Matteo Renzi ha voluto visitare da presidente del Consiglio. Il giorno dopo aver ottenuto la fiducia è venuto subito qui, a incontrare studenti, sindaci e imprenditori. Perché? Ma è semplice: Renzi aveva capito che qui c’era la possibilità di una svolta storica.
Storica? Sì, storica. Il Veneto è, da quando esistono le elezioni, una terra proibita per la sinistra: regione più bianca d’Italia ai tempi della Dc, roccaforte leghista e berlusconiana nella Seconda Repubblica. Qui il centrodestra a volte ha vinto, a volte ha stravinto: come alle Regionali del 2010, quando Pdl e Lega insieme raggiunsero il 59 per cento.
Oggi il vento è cambiato. O sono cambiati i veneti, o è cambiata la sinistra. Fatto sta che già una ventina di giorni fa era arrivato un indizio importante: la Confartigianato regionale aveva reso noti i risultati di un sondaggio fra i suoi iscritti: il Pd era dato come primo partito con il 34 per cento; era al 9, un anno fa, fra gli artigiani. La fiducia personale nel premier e segretario Pd è stata poi stimata, nel sondaggio fra gli artigiani veneti, al 59 per cento: 41 punti in più di quanti ne aveva Bersani un anno fa. La fiducia in Berlusconi è calata dal 31 al 27; Salvini ha il 31, ma Maroni un anno fa aveva il 40. Solo il trevigiano Zaia, nel centrodestra, gode ancora di una fiducia altissima: 72 per cento.
Che cosa è successo? Che cosa è cambiato? Per capirlo bisogna prima dare un’occhiata ai risultati delle politiche dell’anno scorso. Dunque, dopo anni di vacche grasse leghiste e berlusconiane, in Veneto era andata così: Pdl al 18,5; Lega al 10,4; Scelta Civica al 10; Pd al 21,6; Movimento Cinque Stelle nettamente primo partito con il 26,5. A chi ha «rubato» i voti Grillo l’anno scorso? Non c’è il minimo dubbio: al centrodestra. Il risultato del Pd, infatti, era stato quello di sempre.
Ma il boom di Grillo in Veneto è già finito. Già fra gli iscritti a Confartigianato risultava un calo: dal 35 al 24 per cento. Secondo Natascia Porcellato, la sociologa che ha condotto per Demetra quel sondaggio, c’è stato uno sblocco psicologico: «Le scorse elezioni politiche sono servite ad aprire una breccia. Per la prima volta gli artigiani hanno smesso di votare compatti per il centrodestra e si sono orientati verso un altro partito, il movimento di Grillo. In pratica hanno rotto un tabù e a questo punto il passaggio verso un’ulteriore coalizione, in questo caso il centrosinistra, è diventato più digeribile».
Parlare di tabù e di rischio indigestione non è esagerato. Sentite il racconto che mi fa Bepi Covre, il primo sindaco leghista eletto in provincia di Treviso (a Oderzo) e imprenditore a Gorgo al Monticano: «L’altro ieri sono stato a una cena con una trentina di miei colleghi. Molti mi hanno detto: se lo sapesse mio padre si rivolterebbe nella tomba, ma quest’anno, per la prima volta, voto a sinistra». Sono parole importanti, perché spiegano anche gli errori di tutti i sondaggisti: il Pd è stato sottostimato perché gli elettori di centrodestra si «vergognano» a dire che votano per la sinistra, così come qualche tempo fa molti altri nascondevano l’intenzione di votare per Berlusconi o la Lega. Comunque, la conversione di massa dei veneti c’è stata. Covre me la spiega così: «In realtà non c’è stato uno spostamento a sinistra: c’è stato un interesse pragmatico per Renzi, un leader che parla un linguaggio nuovo. Grillo, invece, l’anno scorso ha preso molti voti da destra: ma adesso fa paura».
Perché paura? Dopo anni di crisi, il Veneto vede qualche piccolo segnale di ripresa: nel primo trimestre di quest’anno il saldo tra assunzioni e cessazioni è stato di più 33.000, e le esportazioni sono cresciute del 5 per cento. I veneti hanno pensato che una vittoria di Grillo sarebbe stata un salto nel buio. Siccome poi di Berlusconi non si fidano più, ecco perché Roberto Zuccato, presidente della Confindustria regionale, pochi giorni fa aveva dichiarato al Corriere del Veneto che «molti industriali vedono in Renzi l’ultima spiaggia». In un’altra intervista allo stesso giornale aveva detto: «Renzi rappresenta l’unica prospettiva reale di cambiamento». Segnali che non tutti hanno colto, ma che le urne hanno confermato, anzi addirittura reso più clamorosi.
Corriere 26.5.14
Travolta anche la minoranza del partito
La (contestata) campagna centrata sul leader ha pagato
Pure i bersaniani e Fassina festeggiano i risultati
di Monica Guerzoni
ROMA — «Piazze piene, urne vuote...» aveva scherzato Matteo Renzi per esorcizzare il fantasma di Grillo, dopo la sfida tra San Giovanni e piazza del Popolo. Ha avuto ragione lui. Il segretario-premier ha stravinto il «derby» delle Europee, scavalcando anche i sondaggi più ottimistici. È riuscito nell’impresa di «asfaltare» Grillo ed è andato molto oltre il sospirato «voto in più» rispetto alle Politiche 2013 e alle Europee 2009. Non solo ha doppiato il M5S, ma ha polverizzato il 33,2 di Veltroni nel 2008, che per lungo tempo era sembrato un record inarrivabile. Allora la «vocazione maggioritaria» era un miraggio, adesso sembra quasi a portata di mano. «È un risultato storico» scolpisce il premier su Twitter all’una e mezza di notte, «commosso e determinato».
La scelta di centrare la campagna su se stesso, che aveva fatto storcere il naso alla minoranza, ha pagato. E se anche verrà confermato che le cose al Sud non sono andate affatto bene, il risultato supera le aspettative più ottimistiche. «È la vittoria di Matteo Renzi ed è straordinaria — brinda il vice Lorenzo Guerini — Siamo il primo partito della sinistra europea e l’unico, insieme alla Cdu della Merkel, che cresce governando. Altro che Grillo, il sorpasso lo abbiamo fatto noi. Chi ha insultato ha ricevuto la giusta risposta dagli italiani».
Il problema, semmai, sono i numeri (risicati) dell’alleanza di governo. «Exit Alfano», è la sintesi sarcastica di Pippo Civati: «Con questi dati si torna a votare, nel senso che vinceremmo. Ma sarebbe ora di mollare certi alleati scomodi». Salutare il Ncd? Tornare alle urne? Per Guerini non accadrà nulla di tutto questo: «Siamo il motore del cambiamento, gli italiani ci hanno votato per andare avanti».
Centrato il bersaglio, le polemiche sulla maggioranza e sul profilo del partito, che la sinistra ritiene a trazione troppo renziana, possono attendere. Prova ne sia la presenza al Nazareno di Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre, Matteo Orfini, che aspettano notte per festeggiare con Renzi. Maria Elena Boschi è la prima a parlare in tv di «risultato storico», rilanciando l’azione riformista e promettendo «umiltà». E Debora Serracchiani le fa eco: «Straordinario, sì». Merito del solo Renzi? «L’intero gruppo dirigente si è speso — assicura la vicesegretaria —. Alcuni magari non erano in prima linea, ma è normale... Se le scorse volte eravamo abituati a vedere l’agenda Bindi, l’agenda Bersani e l’agenda D’Alema, questa volta ha prevalso una classe dirigente nuova». È la rottamazione, bellezza.
Il tema «gufi» aleggia nell’aria elettrica e poi euforica del Nazareno: chi ci ha messo la faccia e chi, tra i vecchi «big», si è fatto vedere in campagna elettorale solo in cartolina? Interrogativi che la vittoria sembra aver spazzato via. Civati assicura di essersi «letteralmente massacrato» per racimolare voti ed è felice che il Pd abbia «fatto il botto». I «tanti dubbi» sulla capacità di mobilitare al Sud restano, ma non è questo il tempo per parlarne.
Tra i bersaniani il sollievo fa premio sul disagio. Nico Stumpo è contento, anche se non ha apprezzato la «totale anarchia sulle candidature». Per lui il nome di Matteo, che ha corso a velocità folle da una piazza all’altra, da una tv all’altra, non basta a costruire un partito: «Il problema è cosa ne facciamo del Pd». E adesso l’unica speranza per l’opposizione interna di poter ridimensionare i renziani almeno un po’ è che ci sia qualche clamoroso sorpasso ai danni delle capolista. Beppe Fioroni è tra coloro che hanno assistito con preoccupazione alla sovraesposizione mediatica del leader, eppure lo ringrazia: «Per fortuna che Renzi c’è! Ha fatto argine a Grillo. Ma adesso Matteo sarà il primo a capire che anche un grande capitano, se vuole portarci sempre alla vittoria, ha bisogno del gioco di squadra». La prossima settimana il leader riunirà la direzione. Fra due verrà rinnovata la segreteria e scelto il presidente. E se nella Capitale i «dem» hanno tremato per la crescita di Grillo, era solo un brutto sogno. Per Graziano Delrio bastano tre parole: «Abbiamo seminato speranza».
Repubblica 26.5.14
“L’altra Europa” al 4 per cento
Effetto Tsipras a sinistra “Noi l’alternativa contro i nuovi fascisti”
L’intellettuale capolista: “Più forti del silenzio dei media su di noi. E ora la lotta ad antieuropeismo e austerity”
di Alberto Custodero
ROMA .«Quattro per cento vuol dire che il discorso molto europeo, e molto critico-europeo di questa lista, ha avuto successo ». Barbara Spinelli, l’intellettuale capolista de “L’altra Europa con Tsipras”, non nasconde la propria soddisfazione. «Se gli exit poll saranno confermati — aggiunge — vuol dire che l’Europa sta messa molto male. Del resto, lo stesso Draghi, avendo detto a urne ancora aperte che l’Ue ha bisogno di risposte, ha ammesso che la malattia
è grave».
Ottimista anche Nichi Vendola. «Bisogna essere sempre prudenti sui primi exit poll — ha commentato a caldo, appena arrivato a Roma presso la sede di Sel — ma se si confermasse questo dato di superamento della soglia, dimostrerebbe che la scelta della lista Tsipras è stata giusta». «Ci sono luci di speranza come il successo di Tsipras in Grecia — ha aggiunto il leader di Sel — ma c’è l’ombra pesante (che avanza nel Continente) dell’antieuropeismo frutto avvelenato delle politiche fallimentari delle larghe intese, dell’austerity. E della complicità tra partiti socialisti e centrodestra, in Grecia con il crollo del Pasok. E in Francia con la frana del Psf».
Barbara Spinelli — che conferma, in caso di elezioni, le sue dimissioni — pensa che «ora i
toni alti che hanno infiammato la campagna elettorale scenderanno. Un eventuale sorpasso di Grillo avrebbe accentuato molto la richiesta di un cambiamento politico forte. Con questo successo del Pd, credo che non ci sarà».
Ma come è vissuto, dalla sinistra radicale europea in Italia, il successo della sinistra riformista del Pd di Renzi? Per Spinelli «non è certo un successo delle politiche governative italiane come sono state fatte fin qui, perché sono fortemente contestate sia a desta che a sinistra. Penso che Renzi dovrà tenerne conto. Per il momento — conclude — viviamo il nostro risultato come la vittoria di una lista che era partita con pochissimi mezzi e scarsissima copertura mediatica. Forte solo delle critiche all’Europa, che si sono rivelate vincenti». Per Sel, «l’affermazione in Grecia è un risultato straordinario, la conferma che dove la sinistra ha fatto fino fondo il proprio mestiere, a fronte delle politiche di austerità, il risultato arriva forte».
Luca Casarini, figura storica della sinistra movimentista, anch’egli in lista, è soddisfatto per aver superato la soglia. «Ci ho sempre creduto — confessa — anche se mantengo la sorpresa per questo sbarramento del 4 per cento. È assurdo averlo messo per le elezioni al parlamento europeo che non sono direttamente collegate alla
formazione del governo. Sembra evidente che si sia trattato di un meccanismo ingiusto per tentare di lasciare fuori la rappresentanza di centinaia di migliaia di persone». Per il no-global, disobbediente, ex “tuta bianca”, «è partito un processo di formazione costituente per una nuova sinistra europeista radicale in Europa. In Italia ho sentito l’entusiasmo degli ultimi giorni che ci ha evitato di essere schiacciati dall’informazione
mainstream Grillo contro Renzi. Mi conforta molto ciò che sta accadendo alla sinistra radicale in giro per l’Euopa a partire dalla Grecia, è un buon auspicio, penso ci voglia un’alternativa europeista che cominci dal tema dell’alternativa, e che parta dai più deboli». Dopo l’attentato antisemita di Bruxelles, Casarini ricorda infine che «bisogna attrezzarsi per frenare l’ondata di neonazismo che circola per l’Europa proprio nella fase di recessione, la stessa congiuntura economica negativa che favorì l’ascesa del partito di Hitler».
La Stampa 26.5.14
I dati rilanciano la sinistra radicale
Avrebbe superato di poco il quorum del 4 per cento
di Riccardo Barenghi
Se così fosse, se cioè la sinistra radicale superasse il 4 per cento dei voti si tratterebbe di una piccola grande novità. Intanto per coloro che di quella sinistra fanno parte e che l’hanno votata. Ma anche per il Pd di Matteo Renzi che forse (forse) potrebbe buttare un occhio alla sua sinistra e non più al centrodestra di Alfano. Spinto in questa direzione anche da quelli che nel suo partito hanno sempre guardato anche a sinistra.
Al momento in cui scriviamo, visto il suo trionfo, il Pd di Renzi potrebbe vincere le elezioni politiche senza dover ricorrere al ballottaggio. Ma per stare più tranquillo gli converrebbe forse aprire da subito un dialogo con la lista Tsipras. A due condizioni però: la prima è che venga approvato l’Italicum, prospettiva nient’affatto sicura. La seconda è che i voti del Pd e quelli di Tsipras siano sommabili, anche questa un’ipotesi tutta da verificare.
In ogni caso, se queste proiezioni venissero confermate, la sinistra radicale italiana potrebbe brindare alla sua sopravvivenza nel panorama politico. Che invece sarebbe messa in seria discussione se il quorum non venisse raggiunto con i dati della notte. In questo caso si tratterebbe di una pietra tombale su un esperienza politica nata con la fine del Pci, la nascita del Pds e la conseguente scissione di Rifondazione comunista. Più di vent’anni dopo, si chiuderebbe una storia senza che si intravvedano spiragli per aprirne un’altra.
Ma la lista Tsipras per un’altra Europa, sponsorizzata da alcuni intellettuali tra cui Barbara Spinelli, Marco Revelli, Moni Ovadia, Andrea Camilleri, Guido Viale e Paolo Flores, e nella quale sono confluiti i pezzi sparsi della sinistra che non sta nel Pd, per ora riuscirebbe a raggiungere l’obiettivo. Il che darebbe una boccata d’ossigeno a quel mondo che in questi anni si è via via frantumato. Con Rifondazione finita nelle mani di un leader come Paolo Ferrero, così radicale da apparire minoritario.
E con un personaggio come Nichi Vendola che contro tutte le aspettative era riuscito, dopo aver lasciato la casa madre, a costruire un nuovo partito. Sempre di sinistra ma non settario, con in testa l’idea che il governo non è un tabù dal quale rifuggire. Tutt’altro. Con la sua Sel, Vendola ha lavorato per costruire un partito di sinistra pronto ad assumersi responsabilità di governo, pronto a scommettere sull’alleanza col Pd diretto da Pier Luigi Bersani, pronto infine a giocare la partita in prima persona mettendo in campo propri ministri in quel governo “del cambiamento” che poco più di un anno fa sembrava cosa fatta. Non è andata così. Bersani è arrivato primo ma ha perso, Vendola si è fermato al 3.2 per cento, e i suoi compagni sono entrati in Parlamento solo grazie al premio di maggioranza garantito dal Porcellum.
Da allora la parabola di Sel è andata via via scendendo. Ora però, sempre se quel 4 per cento fosse confermato, Renzi potrebbe essere interessato a chiamare Vendola per progettare un futuro politico-elettorale insieme. Magari consentendo allo stesso Vendola di riacquistare quei consensi perduti, quando i sondaggi attribuivano al suo partito addirittura il 7 per cento.
Se allora fosse passato il treno delle elezioni, oggi forse avremmo un governo di centrosinistra legittimato dalle elezioni. Invece quel treno non è passato e Sel è stata costretta ad aspettare. In Parlamento ma contro il governo di larghe intese di Letta. In Parlamento ma contro il governo di piccole intese di Renzi. In Parlamento ma aspettando che il governo cadesse e che Renzi all’improvviso guardasse alla sua sinistra. Finora nulla di tutto questo è accaduto, un domani chissà. Anche se il gioco ormai è saldamente nelle mani del presidente del consiglio.
Corriere 26.5.14
La sinistra punta sull’effetto Grecia ma viaggia sul filo del 4 per cento
Le proiezioni collocano il partito poco sopra lo sbarramento
di Daria Gorodisky
ROMA — L’originale è andato benissimo: in Grecia il partito Syriza di Alexis Tsipras, da secondo, è diventato primo partito. E ieri, appena cominciato lo spoglio, sembrava non essere andata male neppure per la «copia» italiana, il raggruppamento della sinistra radicale che ha tentato di rinascere accodandosi al leader ellenico: a seggi appena chiusi, la maggior parte degli exit poll collocava L’Altra Europa con Tsipras oltre l’ostacolo del 4%, un risultato confermato anche dalle prime proiezioni e dai primi numeri reali.
Comunque un miglioramento rispetto alle previsioni dei giorni scorsi che avevano piantato i paletti verso il 3,8%. E, se i dati delle proiezioni non saranno ribaltati dal risultato ufficiale, almeno 3 candidati della nuova sigla potrebbero entrare al Parlamento Europeo. Chissà se grazie al programma; oppure grazie ai candidati: nuovi dal punto di vista della politica vera e propria, ma nomi noti come protagonisti della stampa o dello spettacolo. E magari anche a quella idea di inserire nella campagna elettorale il succinto bikini della giovane responsabile per la comunicazione, Paola Bacchiddu. Le analisi verranno dopo. Intanto, da mezzanotte è suspense, la tensione altissima.
Per la nottata elettorale, il comitato che riunisce da Sel a Rifondazione ad Azione civile al Partito pirata ha chiamato a raccolta leader, candidati e sostenitori al The Hub, spazio dedicato alla social innovation nel cuore della Roma sinistrese, il quartiere di San Lorenzo. Alcuni dei responsabili sono stati invitati in tv, mentre i capi delle singole sigle hanno deciso di aspettare nelle proprie sedi e valutare poi se e quando raggiungere il comitato, se e quando rilasciare dichiarazioni. Scaramanzia o consapevolezza?
Ieri l’esito del voto greco, arrivato già a fine pomeriggio, aveva subito suscitato una voglia di ottimismo. «Speriamo in una sorpresa», era il refrain. Anche se nessuno aveva voglia di lanciarsi in pronostici. Neppure Stefano Rodotà, che ha appoggiato la lista Tsipras come «unica vera novità di queste elezioni europee» pur criticandone le candidature. Difficile, dice dunque, anche fare paralleli con la Grecia, che «ha una situazione particolare». Però, continua il giurista, «non sono sorpreso: Syriza lavora da anni nella società greca, non si è limitato a fare programmi o proclami. È un partito che è stato vicinissimo ai cittadini greci nei momenti più difficili, ed è questa prossimità che ha conquistato il forte consenso (è diventato secondo partito nel 2012, ndr ). Piuttosto, quello che mi colpisce è il crollo dei socialisti in Grecia e in Francia».
Anche Nicola Fratoianni, deputato e coordinatore nazionale del partito di Sel, preferisce ancorarsi ai dati certi che arrivano dall’estero: «In generale, il voto europeo ci fa capire che le politiche di austerità e delle larghe intese hanno favorito l’allontanamento dei cittadini, l’astensionismo, e una svolta preoccupante. Fa eccezione la Grecia, che dimostra come si possa uscire dalla crisi e dalla povertà con una proposta di sinistra pur restando ben legati all’Europa: a un’Europa di cambiamento, però».
In attesa della fine dello scrutinio, e mentre le cifre oscillano al di qua e al di là del 4%, nessuno vuole pronunciarsi; neppure sul da farsi in caso di sconfitta, e in particolare sull’ipotesi di ricorrere contro la soglia di sbarramento, un’azione già intrapresa invece dai Verdi.
E neppure è stato ancora deciso a quale gruppo europeo gli eventuali eletti si iscriverebbero. Secondo Fratoianni, «i nuovi europarlamentari lo decideranno insieme con Alexis Tsipras: perché non dimentichiamoci che la nostra lista è nata proprio a sostegno del leader greco e del suo programma». Dal comitatone stesso, però, si fa sapere che l’ultima decisione è di lasciare a ciascuno la libertà di iscriversi al gruppo prescelto. Senza obbligo di bandiera.
La Stampa 26.5.14
Nella sua Grecia Tsipras sale in vetta
Ma è allarme nazi. Syriza vola al 26,7%, Alba Dorata al 9
Si volta pagina La sinistra in Grecia è il primo partito
di Roberto Giovannini
È vittoria, e storica, per Alexis Tsipras e il partito della sinistra radicale ellenica Syriza. Ma pur staccando di quasi quattro punti percentuali il partito del premier conservatore Antonis Samaras, Syriza ha mantenuto più o meno i voti che aveva preso nelle elezioni politiche del 2012. In sostanza, anche se per la prima volta nella sua storia il partito di Tsipras vince e con distacco - risultato che sulla carta gli darebbe in Parlamento una solida maggioranza - non è riuscita l’auspicata «spallata». E secondo gli analisti, la prospettiva di provocare una crisi di governo e le elezioni anticipate si allontana. Ma per la coalizione oggi al potere, formata da Nea Dimokratia e un Pasok ridotto ai minimi termini, governare sarà davvero un’impresa.
In sostanza, Syriza ha mantenuto il suo 26,7% dei voti, superando notevolmente Nea Dimokratia che tra il 2012 e oggi ha perduto sette punti, scendendo dal 30% al 22,8%. I conservatori hanno ceduto voti al partito filo-nazista Chrisi Avgi (Alba Dorata), che nonostante le recenti vicissitudini giudiziarie che hanno portato in carcere una decina dei suoi 18 deputati con l’accusa di costituzione di banda criminale avrebbe raggiunto e superato addirittura il 9%. Malissimo il Pasok di Venizelos, che pur avendo cambiato marchio e trasformatosi in «Ulivo» ha raggiunto solo l’8,1%, contro il 12% delle ultime elezioni. Meglio di quanto davano i sondaggi, ma un risultato imparagonabile con il 40% e più di George Papandreou nel 2009. Disastro anche per i socialisti di sinistra di Kouvelis, che hanno preso poco più dell’1% ed escono di scena. Buono il risultato di «To Potami» (Il fiume), l’alleanza neocentrista fondata da un giornalista, che prende il 6,5%. Stazionari i comunisti del Kke, poco sotto il 6%. Secondo le proiezioni, Syriza si sarebbe quindi aggiudicata sei seggi all’Europarlamento, contro i cinque di Nea Dimokratia e i tre di Alba Dorata. Ad «Elia-Pasok», «To Potami» e Partito Comunista (Kke) due seggi ciascuno, e uno va ai «Greci Indipendenti» usciti da Nd.
Con lo scrutinio delle schede non ancora ultimato, Tsipras ha comunque rivendicato la vittoria e chiesto al più presto il voto anticipato. Il giovane leader di Syriza ha spiegato che il governo di Samaras in Grecia e le sue politiche di austerità sono stati «sconfessati» dalle elezioni europee: «Chiediamo elezioni politiche il più presto - ha detto - perché il nuovo governo abbia un mandato popolare. Dobbiamo sottomettere la politica del governo Samaras al verdetto del popolo greco».
Del tutto diversa la lettura del premier conservatore Antonis Samaras, che parlando con giornalisti, si è limitato ad affermare laconicamente: «prendiamo atto del risultato e del messaggio popolare che esso rappresenta. Il governo provvederà ad accelerare le riforme. La coalizione governativa ha retto, e Syriza non ha raggiunto il suo obiettivo».
Ed è prevedibile che, nonostante il pressing del partito di Tsipras, Samaras dovrebbe riuscire ad evitare la crisi di governo. Obiettivamente la coalizione Nd-Pasok oggi al potere ha perso moltissimo terreno, ma da un lato va registrata la performance più che discreta di «To Potami», che sulla carta appoggerebbe l’Esecutivo. Dall’altro, il successo di Syriza appare un po’ stentato: sul piano nazionale non sfonda, e nelle elezioni amministrative (tra cui la corsa chiave per la poltrona di sindaco di Atene) ha perduto contro i candidati di Nd. Certo, è molto preoccupante il risultato in crescita dei neonazisti. Alle politiche del 2012 Alba Dorata aveva ottenuto il 6.9%, e ora nonostante gran parte della sua leadership sia in galera supera il 9%.
Il Sole 26.5.14
Il no dei greci all'austerity
Syriza di Tsipras primo partito, i neonazisti davanti ai socialisti
di Vittorio Da Rold
È un terremoto politico quello avvenuto ieri in Grecia proprio quando l'economia stava dando i primi segnali di ripresa: la sinistra alternativa di Syriza, guidata da Alexis Tsipras, ha sorpassato per la prima volta il partito di governo Nea Dimokratia guidato da Antonis Samaras.
Secondo le prime proiezioni, Tsipras avrebbe ottenuto il 26,4% dei voti, seguito dal partito conservatore di Samaras, che avrebbe il 23,2% delle preferenze. Alle scorse elezioni nazionali del giugno 2012 Syriza aveva ottenuto il 26,9% mentre i conservatori il 29,6 per cento.
A sorpresa e nonostante gli arresti dei vertici del partito, i neonazisti di Chrysi Avgì (Alba Dorata) raccolgono consensi al 9,3% e si collocano al terzo posto ponendo un'ombra inquientante sulla crisi ellenica.
Quanto al centrosinistra, l'Ulivo del Pasok, di Envangelos Venizelos, tiene con l'8,1% dei consensi (aveva il 12,28% nel 2012) mentre il centrosinistra liberale di Potami (il Fiume) si colloca al 6,5%, poco sopra ai comunisti del Kke (5,9%). La destra nazionalista dei Greci indipendenti ottiene il 3,4% e l'ultradestra del Laos prende il 2,7% dei voti, non superando la soglia di sbarramento del 3 per cento. Il tasso di affluenza alle urne è balzato al 57,35% dal 52,61 per cento della scorsa tornata elettorale.
Il risultato del voto europeo è un chiaro segnale di insofferenza verso la politica di austerità che ha caratterizzato il Paese negli ultimi anni e rende più fragile il governo anche se il premier Samaras ha escluso il ricorso a elezioni anticipate.
Sul voto ha pesato indubbiamente la dura recessione dell'economia con il Pil che ha perso il 25% del suo valore negli ultimi sette anni. Le condizioni di vita si sono fatte più dure per i greci a causa delle politiche di rigore che hanno portato a risultati importanti per la stabilità come il surplus di bilancio e il primo avanzo delle partite correnti dal dopoguerra ma riducendo salari e pensioni del 20%, portando la disoccupazione al 25,5% e al 60% quella giovanile.
Tagli duri decisi anche sul numero degli statali e sulle spese alla sanità, istruzione, difesa: tagli imposti dalla Troika, l'espressione tecnica dei creditori internazionali che spesso ha esacerbato gli animi nell'intento di stabilizzare nel più breve tempo possibile la situazione finanziaria senza valutarne le pesanti ricadute sociali. La cura era giusta, ma le dosi di somministrazione eccessive.
A preoccupare i greci è stata anche la decisione presa nel luglio 2013 dal Parlamento di mettere in mobilità con stipendio al 70% per 8 mesi, lo spostamento ad altre funzioni o il licenziamento per 25mila dipendenti pubblici, con la soppressione della polizia locale e dei bidelli delle scuole, entro la fine dell'anno nel quadro di una più ampia riduzione di 150mila dipendenti statali entro la fine del 2015.
Per non parlare degli errori candidamente ammessi dagli esperti dell'Fmi che hanno usato un moltiplicatore sugli effetti delle politiche recessive sulla crescita dello 0,5, mentre quello vero era dell'1,8. L'istituto aveva criticato anche i ritardi (imposti dai tedeschi) della ristrutturazione del debito greco, arrivato solo nel maggio del 2012, due anni dopo il via libera al primo salvataggio da 110 miliardi di euro: una ristrutturazione tempestiva sarebbe costata meno ai contribuenti europei e avrebbe eliminato prima l'effetto del contagio.
L'Fmi aveva originariamente previsto che il Pil greco sarebbe sceso del 5,5% tra il 2009-2012. La flessione fu invece del 17%. Il piano prevedeva la disoccupazione al 15%. È stato del 25%. Insomma una débâcle.
Anche l'improvvida decisione del premier Samaras di chiudere in una notte di giugno scorso la Tv pubblica Ert ha provocato una forte reazione popolare in un paese che, seppure a malincuore, aveva imboccato la via dei sacrifici.
Nonostante i pesanti tagli il debito pubblico, dopo l'haircut da 100 miliardi di euro, è ancora al 175% del Pil nel 2013, pari a 318 miliardi e aumenterà al 177,2% quest'anno, pari a 322 miliardi.
A influenzare il voto di protesta è stata anche la disaffezione verso Bruxelles: il 77% dei greci non ha fiducia nella Ue rispetto alla media Ue del 58%, ma, paradossalmente, il 62% è a favore dell'euro. Inoltre solo il 42% dei greci si sente europeo contro una media Ue del 59 per cento.
Il Sole 26.5.14
Germania. La Cdu di Merkel vince ma perde punti, euroscettici al 6%
In recupero la Spd Avanza l'Alternativa
di Alessandro Merli
FRANCOFORTE. Il voto tedesco per le elezioni europee ha due possibili letture: la Germania va controcorrente rispetto al resto d'Europa consegnando ai partiti pro-euro i due terzi dei voti; ma al tempo stesso per la prima volta si afferma una forza chiaramente euroscettica, come Alternative fuer Deutschland, che si prende il 7% dei voti e porterà al Parlamento di Strasburgo sei o sette deputati. Inoltre, per la prima volta nella politica tedesca del dopoguerra, apre una breccia a destra dei democristiani, con ripercussioni che potranno farsi sentire soprattutto nella discussione interna all'unione guidata dal cancelliere Angela Merkel.
A destra, per la verità, spuntano anche i neonazisti, che, grazie all'eliminazione della soglia di sbarramento (il 3% alle europee) da parte di una recente sentenza della Corte costituzionale, manderanno anch'essi un loro rappresentante al Parlamento europeo.
Fra i partiti maggiori, il risultato è stato largamente in linea con le aspettative della vigilia. Una leggera flessione per i democristiani, causata soprattutto dalla perdita dell'8% dei consensi dell'ala bavarese Csu. Il voto complessivo dell'unione si è attestato attorno al 35,5%. Successo per i socialdemocratici che con il 27% non solo recuperano il 7 rispetto alle europee del 2009, ma mostrano nuova vitalità dopo le ultime batoste al voto nazionale.
Ha contato la presenza di Martin Schulz, candidato alla presidenza della Commissione, con una campagna dai toni anche un po' nazionalisti, ma soprattutto la capacità negli ultimi mesi della Spd di imporre alla grande coalizione di governo il suo programma, a partire dal salario minimo.
In caduta libera, al 3%, i liberali dopo la débacle delle politiche dell'anno scorso. Molti dei loro elettori (alle europee di 5 anni fa erano stati l'11%) sono andati a ingrossare le file della AfD.
La Stampa 26.5.14
“Europa sotto minaccia per colpa degli estremisti”
Moshe Kantor: in crescita ovunque i gruppi neonazi
di Maurizio Molinari
«L’attacco antisemita di Bruxelles è un campanello d’allarme per l’Europa intera sulla malattia che la affligge, la crescita degli estremismi». Ad affermarlo è Moshe Kantor, presidente del Congresso ebraico europeo, che parla al telefono da Bruxelles al termine di una giornata di incontri con il governo locale.
Cosa sappiamo dell’attentato al museo ebraico?
«Ho incontrato il premier, il ministro degli Interni e quello della Giustizia. C’è consenso sul fatto che l’autore è un fanatico professionista. Ha agito a piedi, in pochi minuti, conoscendo bene i tempi del museo, riuscendo a dileguarsi. Potrebbe voler uccidere altri ebrei. Cerca il suicidio ma prima vuole uccidere ancora».
Alcuni esperti di sicurezza israeliani tracciano un paragone con l’attacco del 2012 alla scuola ebraica di Tolosa da parte di un estremista islamico. È una pista verosimile?
«Potrebbe esserlo. In effetti ci sono molte coincidenze ma le indagini sono in corso mentre le vittime sono salite a quattro».
Lei ha incontrato anche le Comunità locali. Che idea si è fatto dei pericoli che incombono sugli ebrei in Belgio?
«Vi sono due indagini separate, una dell’Unione europea e un’altra di una ong, che sottolineano l’aumento dell’antisemitismo in Belgio».
Quali sono i Paesi europei dove gli ebrei rischiano di più di essere attaccati?
«Sono le statistiche degli attacchi annuali a dirlo. Il primo è la Francia, il secondo l’Ungheria e il terzo il Belgio».
Quale è la genesi di tale fenomeno?
«Per capirlo bisogna tener presente che stiamo assistendo ad una forte crescita di partiti neonazisti nei Paesi Baltici, in Grecia, Svezia, Polonia e Ucraina. È un fenomeno europeo ma in Francia, Ungheria e Belgio si coniuga a una maggiore presenza ebraica. Da qui gli attacchi antisemiti. A cui spesso partecipano anche gruppi di estrema sinistra».
È un fenomeno arginabile?
«Certo, basti guardare alla Gran Bretagna. Anche lì vi sono gruppi neonazisti ed antisemiti ma le autorità locali applicano le leggi esistenti con grande efficacia. E i risultati si vedono».
Da dove viene la crescita dell’estrema destra?
«Da due fattori convergenti: l’Europa sta perdendo la memoria della Shoà e l’Europa rischia di diventare teatro di una guerra civile fra estremisti islamici e chi gli si oppone. Gli ebrei si trovano nel bel mezzo di tali tensioni, considerati nemici dai neonazisti come dai loro avversari».
È per questo che il numero delle emigrazioni verso Israele, da Paesi come la Francia, è in netto aumento?
«Oggi gli ebrei hanno, per fortuna, un’alternativa in Israele. Se la situazione diventa insopportabile vanno via. L’Europa dovrebbe discutere seriamente questo fenomeno perché, ancorché i numeri degli ebrei europei siano minimi, è la cartina tornasole della malattia dell’intero Continente».
Di che malattia si tratta?
«Della somma fra estrema destra, estrema sinistra e movimenti di violenta protesta euroscettica. Dalle elezioni europee rischiano di raggiungere complessivamente almeno il 20 per cento dei seggi. È il sintomo di una malattia da curare in fretta. Anche perché è frutto della bassa affluenza ai seggi in molti Paesi. La somma fra distacco dalla politica e crescita degli estremisti è la più grave minaccia per l’Europa. L’attacco di Bruxelles contro il museo ebraico richiede risposte politiche su scala europea».
«L’attacco antisemita di Bruxelles è un campanello d’allarme per l’Europa intera sulla malattia che la affligge, la crescita degli estremismi». Ad affermarlo è Moshe Kantor, presidente del Congresso ebraico europeo, che parla al telefono da Bruxelles al termine di una giornata di incontri con il governo locale.
Corriere 26.5.14
Zygmunt Bauman
«Cittadini distanti- L’Ue deve riconciliare potere e politica»
«Democrazia rappresentativa in crisi»
intervista di Maria Serena Natale
Sociologo e filosofo polacco nato nel 1925, Zygmunt Bauman ha attraversato le rivoluzioni del Novecento elaborando categorie di interpretazione della realtà diventate capisaldi della sociologia contemporanea, in un pensiero organico sulla «modernità liquida» che abbraccia sentimenti, consumi e rapporti di forza. Ciò a cui assistiamo oggi, dice al Corriere , è «il divorzio tra potere e politica».
Professor Bauman, la campagna elettorale ha visto uno sforzo senza precedenti delle istituzioni europee per mobilitare 400 milioni di cittadini. Reazione all’allarme populismo ma anche sviluppo naturale di un’integrazione sempre più profonda che fa perno sul Trattato di Lisbona e sfocerà in una scelta «politica» del presidente della Commissione. Eppure l’Europa stenta ad appassionare — quando non suscita aperta ostilità. Cosa c’è all’origine di questo senso di estraneità?
«Si tratta di sentimenti che non sono rivolti solo alle istituzioni europee, fisicamente lontane dai luoghi dove i cittadini affrontano le difficoltà della vita quotidiana e regolarmente invocate dalle capitali per spiegare decisioni impopolari. La sfiducia riguarda il sistema politico nel suo insieme, i cittadini stanno perdendo la fede nella capacità delle istituzioni di rispettare le promesse. Le radici di questa tendenza vanno ricercate nell’ultimo mezzo secolo, nel corso del quale i processi di deregolamentazione promossi e supervisionati dai governi che hanno aderito alla rivoluzione neoliberale hanno portato alla graduale separazione tra potere, inteso come capacità di fare, e politica, ovvero capacità di decidere cosa fare».
Quindi la sfiducia nella politica nasce dall’indebolimento delle prerogative nazionali che proprio il progetto europeo vuole diluire in un organismo federale?
«In pratica poteri prima esercitati all’interno dei confini dello Stato nazione, e soprattutto i poteri finanziari che determinano benessere e miseria per milioni di persone, sono evaporati e confluiti in un dominio extraterritoriale, una terra di nessuno, mentre la politica è rimasta territorialmente determinata. L’effetto collaterale di tutto questo è, come ha fatto notare l’economista americano Joseph Stiglitz, la totale separazione tra creazione di valore di mercato e creazione di lavoro, con un conseguente sotto-utilizzo di uomini e macchinari, spreco e ingiustizia. I valori fondamentali che credevamo di vedere salvaguardati dai nostri rappresentanti eletti — eguaglianza di opportunità, onestà, rispetto delle regole — sono stati platealmente violati. La sopravvivenza dei governi ormai è percepita come uno strumento per consentire ai ricchi di accrescere la loro ricchezza, mentre i più vanno incontro a un impoverimento irreversibile».
In questo vuoto di iniziativa politica come si stanno muovendo i partiti tradizionali?
«Qualsiasi cambio della guardia porta modifiche minime nelle politiche dei governi, tanto meno nelle durezze che comporta la lotta per la sopravvivenza in un clima di acuta incertezza».
E pur essendo baluardo di pace e diritti, l’Unione Europea viene considerata complice di questo «tradimento» della politica che perpetua il vecchio sistema del privilegio e dell’ineguaglianza.
«A questo si aggiunge il progressivo trasferimento all’individuo del compito di contrastare gli effetti distruttivi del mercato che persegue il profitto a scapito di tutti gli altri valori. È quello che il sociologo britannico Anthony Giddens ha descritto come il regno della politica della vita quotidiana dov’è il singolo, con le sue risorse strutturalmente inadeguate, a dover assumere l’iniziativa per trovare soluzioni individuali a problemi comuni. I due percorsi paralleli — la contrazione e delocalizzazione delle funzioni statuali e l’esaltazione dell’iniziativa individuale — portano allo sgretolamento delle credenziali della democrazia rappresentativa».
In che modo l’Europa può rilanciare queste credenziali?
«La stessa Europa è un collettore locale di problemi globali, ma anche un laboratorio unico nel quale sono quotidianamente dibattute e sperimentate possibili soluzioni. Solo in tale misura il contributo dell’Unione può essere significativo per il futuro del pianeta che va incontro a un nuovo, radicale passaggio: dal livello degli Stati nazione alla dimensione più ampia dell’umanità già stretta nella rete dell’interdipendenza globale. In questo contesto conflittuale la Ue deve andare molto più a fondo nel processo interno di riforma, arrivare alle radici dell’incapacità istituzionale di riconciliare politica e potere».
l’Unità 26.5.14
Medici, contro il codice la rivolta degli obiettori
A neanche una settimana dall’approvazione si annunciano ricorsi contro il nuovo regolamento
Sotto tiro le modifiche all’articolo che regola e riscrive la clausola di coscienza
Il nodo della questione, quello che ha fatto esplodere la reazione dei medici obiettori, sempre di più nei nostri ospedali, sta in poche righe. Quelle che hanno allungato e modificato l’articolo 22 del Codice deontologico dei medici, rinnovato in toto da circa una settimana.
Nell’articolo in questione si disciplina la clausola di coscienza. Nella vecchia versione, che risale al 2006, vi si legge che il medico «al quale vengano richieste prestazioni che contrastino con la sua coscienza o con il suo convincimento clinico, può rifiutare la propria opera, a meno che questo comportamento non sia di grave e immediato nocumento per la salute della persona assistita e deve fornire al cittadino ogni utile informazione e chiarimento». La nuova, invece, è stata integrata nella parte finale prevedendo l’obbligo di fornire informazioni «per consentire la fruizione della prestazione».
In pratica se una donna si rivolge a un medico obiettore con l’intenzione di abortire questo potrà rifiutarsi di farlo ma dovrà indicare la struttura più idonea o vicina dove poter accedere al servizio di interruzione di gravidanza (tutelata dalla legge 194). Che cosa c’è di sbagliato in questa piccola aggiunta? Secondo i medici obiettori, con questa nuova formulazione, si diventa di fatto complici di un’azione che disapprovano per motivi di coscienza. «Siamo contrari a questo documento e sto pensando di fare un ricorso per bloccarlo. Comunque da noi potremmo non applicarlo », fa sapere Roberto Rossi, presidente dell’Ordine di Milano, il secondo più grande d’Italia. Sulla scia dei medici milanesi si sono posizionati gli Ordini di Bologna, Lucca e Massa Carrara, pronti anche loro a ricorrere al Tar pur di non applicare il nuovo Codice. Insofferenze si rilevano anche a Ferrara, Piacenza, Latina e Potenza. «Ho già parlato con gli avvocati di un eventuale ricorso contro il testo approvato alla fine della scorsa settimana - spiega Rossi. Devo sentire il nostro consiglio in proposito. C'è anche l'idea di non applicare il nuovo codice deontologico ma restare con quello del 2006, o di emendarlo senza considerare gli articoli che ci convincono di meno. La legge ci permette di farlo ed è la stessa idea che hanno i colleghi di Bologna».
Che ci fosse una piccola, o grande a seconda delle angolazioni da cui lo si osserva, frattura lo si era capito si dal momento della votazione, lo scorso 18 maggio, all’interno del Consiglio nazionale. Dei 106 ordini votanti, infatti, si sono registrati 10 voti contrari e 2 astenuti. Non era mai successo che il Codice deontologico non venisse votato all’unanimità.
Ma sotto osservazione c’è anche l’articolo 3 dove si sostituisce il termine «eutanasia» con «pratiche per la buona morte». Anche in questo caso il cambiamento lessicale sembrerebbe tarato sul buon senso. Non per Giancarlo Pizza, presidente dell’Ordine di Bologna, che ha paventato (perché mai poi...) il rischio di un’assimilazione alle cure palliative, «mentre dev’essere ben chiaro che l’eutanasia è un’altra cosa», ha detto.
L’attacco è stato respinto però dal presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), Amedeo Bianco, che assicura «azioni di risposta » affermando che «le decisioni prese vanno rispettate». Bianco ha inoltre rilevato come la «fattispecie del ricorso al Tar sia alquanto curiosa» e «non so se ve ne siano i presupposti». Ad ogni modo, ha concluso, «c’è un filo di amarezza, perché non mi pare che il dibattito portato avanti sul Codice in questi ultimi due anni possa ridursi ai ragionamenti fatti e alle considerazioni imbarazzanti che sono state avanzate».
Va detto che qualche rimostranza è stata avanzata anche su altre nuove regole. Come il rispetto delle modifiche organizzative decise dai Servizi sanitari regionali o dalle aziende: in questo caso come dovrebbe comportarsi un medico se una Asl o un servizio sanitario introducesse una cura che non ha alcun fondamento scientifico ma è sostenuto da una fortissima campagna stampa, come nel caso di Stamina? E poi anche l’obbligo di avere un’assicurazione professionale sta creando più di un malumore. Perché ci sono poche compagnie che ti assicurano e se lo fanno i prezzi non sono proprio modici. Dunque, si sta preparando una battaglia, politica più che altro, della quale non se ne sentiva necessità. E dagli esiti incerti.
Repubblica 26.5.14
Da sei anni in cig, lavorava a Nola
Cassintegrata Fiat suicida: “Così non vivo”
La sua denuncia sulle condizioni degli operai: “Non si può restare per anni sul ciglio del burrone dei licenziamenti”
di Roberto Fucillo
NAPOLI. «Non si può continuare a vivere per anni sul ciglio del burrone dei licenziamenti». Così scriveva nel 2011 Maria Baratto, operaia Fiat che si è suicidata alcuni giorni fa, facendo vincere così il lato disperato di quella sua osservazione. Maria Baratto è stata trovata ieri nella sua abitazione, a Acerra, in un lago di sangue. Si era accoltellata allo stomaco, probabilmente cinque giorni fa. Da tanto infatti non la vedevano in giro i vicini, che ieri mattina hanno cominciato anche ad avvertire cattivo odore. Hanno così chiamato i carabinieri, ma questi sono dovuti ricorrere ai vigili del fuoco per sfondare la porta, chiusa dall’interno.
Il corpo senza vita di Maria era riverso sul letto, la mano allungata verso il telefono, forse in un ultimo tentativo di chiedere aiuto. Il medico legale ha riscontrato diversi fendenti all’addome. I vicini hanno anche riferito che soffriva da tempo di crisi depressive. Non è stato trovato alcun biglietto che spiegasse le cause del gesto. La morte dovrebbe risalire a martedì scorso, ma le certezze definitive verranno dall’autopsia.
Maria aveva 47 anni e era conosciuta in fabbrica, era anzi una attivista del Comitato mogli- operai di Pomigliano. Proprio sul sito del comitato aveva pubblicato la sua riflessione, nell’agosto di tre anni fa. «A Pomigliano - scriveva Maria - l’unica certezza dei cinquemila lavoratori consiste nella lettera di altri due anni di cassa integrazione». Maria era rimasta infatti molto impressionata dal fatto che un collega, Carmine P., avesse tentato il suicidio il giorno prima, peraltro con modalità simili a quelle con cui Maria si è ora tolta la vita. Carmine, che riuscì a salvarsi, aveva per l’appunto ricevuto da poco la lettera con la comunicazione di altri due anni di cassa integrazione.
Non era stata la prima uscita pubblica di Maria. Due anni prima, nel 2009, aveva rilasciato una amara intervista per il film documentario di Luca Rossomando “La fabbrica incerta”. In quell’occasione si sfogava così: «Le patologie causate dalla catena di montaggio? A 22 anni montavo il tergilunotto sull’Alfa 33, da sola. Oggi prendo psicofarmaci, ma voglio credere che la figura dell’operaio torni a essere quella di una volta». Due anni dopo lo scritto, intitolato “Suicidi in Fiat”, nel quale accusava che «l’intero quadro politico-istituzionale, che da sinistra a destra ha coperto le insane politiche della Fiat, è corresponsabile di questi morti insieme alle centrali confederali». Inoltre accusava Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, che «chiude e ridimensiona le fabbriche italiane e delocalizza la produzione all’estero per fare profitti letteralmente sulla pelle dei lavoratori». Infine ricordava che, prima del tentato suicidio diCarmine, c’era stato il suicidio di un altro collega, Agostino Bova, a Termini Imerese. E oggi lo Slai Cobas, nel definire lo scritto di Maria «un lucido testamento politico e sindacale, la nitida rappresentazione dell’attuale condizione e solitudine operaia fotografata dall’interno», ricorda anche l’ultimo suicidio di un operaio di Nola, a febbraio scorso, quello di Giuseppe De Crescenzo, che si è impiccato in casa.
Lo scenario è quello del famoso referendum del 2010. Ma una delle prime cause della tensione che avrebbe raggiunto l’apice al referendum si era sviluppata un paio di anni prima, quando Fiat dispose il trasferimento di 316 operai a un nuovo reparto, il Wcl (Wordl class logistic) di Nola. Vicenda annosa, con la cassa integrazione tuttora operante, in scadenza a luglio, tanto che gli operai di Nola hanno chiesto ancora un mese fa di ritornare alla casa base di Pomigliano. E una manifestazione sul cosiddetto “reparto logistico fantasma” era già stata indetta, prima del suicidio di Maria, per il 28 maggio, presso la Regione, convocata dagli autonomi di Slai Cobas, ma alla quale ha aderito anche la Fiom-Cgil di Napoli. Anche Maria, come Carmine, come Giuseppe, era in forza a quel reparto logistico di Nola.
Corriere 26.5.14
«Non si può vivere nel baratro»
Si uccide l’operaia anti-suicidi
di Fulvio Bufi
NAPOLI — Il 22 agosto del 2012, il sito comitatomoglioperai.it pubblicava un articolo scritto un anno prima dall’operaia Fiat in cassa integrazione Maria Baratto, intitolato «Suicidi in Fiat», che iniziava così: «Non si può continuare a vivere per anni sul ciglio del burrone dei licenziamenti».
Non era un modo di dire: nel 2011 Maria aveva scritto quell’articolo perché un suo collega aveva appena tentato di uccidersi, e nel testo parlava anche di un altro che solo pochi giorni prima, dopo aver ricevuto la lettera di licenziamento, uccise la moglie, tentò di ammazzare la figlia e poi si suicidò. E non era un modo di dire nemmeno per quanto la riguardava direttamente, perché martedì scorso Maria si è ammazzata. Si è piantata una coltellata nello stomaco e poi un’altra e un’altra ancora, finché ne ha avuto la forza. L’hanno trovata i carabinieri dopo quattro giorni, quando i vicini di casa di Maria li hanno chiamati perché lei non rispondeva al telefono e loro avvertivano un odore troppo sospetto venire da dietro la porta del suo appartamento, in una piccola palazzina di Acerra. Era stesa sul letto, e prima di farla finita aveva chiuso la porta a chiave dall’interno.
Dei suoi 47 anni, Maria gli ultimi sei li aveva passati in cassa integrazione. In fabbrica il suo posto era al reparto logistico della Fiat di Nola. E quale effetto avessero avuto su di lei le conseguenze della politica aziendale lo aveva raccontato nella testimonianza resa al regista Luca Russomando per il film La fabbrica incerta , del 2009: «A 22 anni montavo il tergilunotto sull’Alfa 33 da sola, oggi prendo psicofarmaci».
Era depressa, dunque, e sarebbe stato sorprendente il contrario, nella sua posizione. Ma era anche una che nel suo lavoro ci credeva, e sperava «che la figura dell’operaio torni a essere quella di una volta». Perché, diceva, «noi abbiamo sostenuto una nazione».
Le parole usate in quell’articolo che ancora oggi è reperibile in Rete, però, dimostrano che con il passare del tempo era diminuita la speranza e aumentata la frustrazione. «L’intero quadro politico-istituzionale che, da sinistra a destra, ha coperto le insane politiche della Fiat è corresponsabile di questi morti insieme alle centrali confederali», scriveva. Sottolineando poi la drammatica situazione di tanti lavoratori Fiat che «sono costretti ormai da anni alla miseria di una cassa integrazione senza fine e a un futuro di disoccupazione».
La sua cassa integrazione sarebbe scaduta nel prossimo luglio. Ma lei, evidentemente, non ce l’ha fatta a fidarsi.
l’Unità 26.5.14
Eutanasia, sulla legge colpevoli ritardi
di Carlo Troilo
Associazione Luca Coscioni
SONO PASSATI QUASI 250 GIORNI DAL DEPOSITO IN PARLAMENTO DELLA PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE sulla legalizzazione della eutanasia presentata dalla Associazione Luca Coscioni e da altre associazioni con 65mila firme di cittadini/elettori e sette mesi dall’incontro con la presidente della Camera Laura Boldrini, che promise ai dirigenti dell’Associazione di impegnarsi per la modifica dei regolamenti parlamentari per rendere certo l’esame delle leggi di iniziativa popolare. Infine, sono trascorsi due mesi dal giorno in cui il presidente Napolitano, in una lettera indirizzata a me con l’invito a renderla pubblica, ha richiamato l’attenzione del Parlamento sulla necessità di «non eludere un sereno e approfondito confronto di idee su questo argomento».
Dopo l’intervento del Capo dello Stato decine di deputati e senatori hanno risposto alla lettera che avevo inviato, a nome dell’Associazione, a tutti i parlamentari. Molti per dirsi d’accordo con la legalizzazione della eutanasia, altri per sostenere l’opportunità di mirare, in questa fase, ad una buona legge sul testamento biologico: tutte posizioni apprezzabili, cui però non ha fatto seguito alcuna iniziativa concreta, così che la proposta di legge attende ancora di essere calendarizzata dalla Camera o dal Senato.
Intendo denunciare questa inerzia del Parlamento. E lo faccio assieme a Chiara Rapaccini, compagna di Mario Monicelli, Luciana Castellina, compagna di Lucio Magri ed al figlio di Carlo Lizzani, Francesco: tre persone che hanno vissuto come me il dramma del suicidio di un familiare e che hanno voluto, in una conferenza stampa tenuta il 18 marzo, denunciare la impossibilità, in Italia, di ottenere una morte dignitosa abbattendo il tabù della eutanasia, reso ancora più intoccabile dai veti delle alte gerarchie vaticane e dai politici clericali che fanno il loro gioco. In quella conferenza stampa ho reso noti i dati sui malati che ogni anno si suicidano (circa mille) o tentano di farlo senza riuscirvi (più di mille) ed il numero incredibile dei malati terminali che ogni anno, nei reparti di terapia intensiva degli ospedali e delle cliniche italiani, muoiono con l’aiuto attivo di medici pietosi e coraggiosi: ventimila.
Chiara, Luciana, Francesco ed io vogliamo richiamare l’attenzione dei nostri parlamentari su questi dati, che nessuno ha potuto smentire perché purtroppo rispecchiano la vergognosa realtà del nostro Paese. Chiediamo a deputati e senatori di riflettere su questo: nei due mesi trascorsi dal sereno ma fermo appello del capo dello Stato oltre 300 malati si sono suicidati o hanno tento di farlo e per oltre 3.000 malati terminali si è fatto ancora una volta ricorso alla eutanasia clandestina: una situazione – la clandestinità - che si presta proprio a quelle «derive eutanasiche» tanto paventate, a parole, dai cattolici oltranzisti. La Costituzione garantisce ed anzi impone ai parlamentari – agli «eletti del popolo» – di seguire solo la propria coscienza. Lo facciano ed introducano finalmente nel nostro ordinamento quelle norme di civiltà senza le quali continuerà senza fine la «strage degli innocenti» ed il dolore inestinguibile dei loro congiunti.
Repubblica 26.5.14
Addio a Jaruzelski, generale “dai due volti” il dittatore che aprì la strada a Solidarnosc
È morto a 90 anni l’ultimo “uomo forte” del regime polacco. Ma guidò anche la transizione di Varsavia alla democrazia
di Andrea Tarquini
BERLINO. C’ERA anche sua figlia, la bella Monika, accanto a un eroe dell’opposizione,
a quella strana festa nella tarda primavera dell’89. Generali e Solidarnosc negoziavano nella Tavola rotonda la transizione non violenta della Polonia alla democrazia e all’indipendenza. L’”Impero del Male” e il Muro di Berlino qui stavano già cadendo, ma non se n’era accorto quasi nessuno. L’oppositore e un alto ufficiale proposero un brindisi: «Cari giornalisti dei paesi Nato, brindate a noi polacchi: se vinceremo ci divideremo in democrazia, se perderemo ci spartiremo una baracca del Gulag». Il clima, tra speranza e festa sul Titanic, era quello, dove lui governava già sconfitto, e trattava coi rivoluzionari non violenti la cessione del potere. «Addio, ultimo dittatore e primo presidente della Polonia libera», lo saluta Gazeta Wyborcza, il primo quotidiano libero dell’allora Impero, fondato da Adam Michnik.
Fu una figura tragica come tante nella Storia della Polonia, costretto a seguire Mosca ma poi capace di riscattarsi. Il generale Wojciech Jaruzelski - l’uomo che con un golpe cercò di stroncare Solidarnosc e che però poi si piegò al dialogo con Lech Walesa, e che con l’aiuto di papa Wojtyla arrivò alla resa con onore e aprì a Varsavia la prima breccia nel Muro di Berlino - ha perso contro il cancro la sua ultima battaglia. L’amore nell’ospedale militare con un’infermiera, che ha spinto la moglie Barbara verso il divorzio, è stato il suo scatto estremo di voglia di vivere.
Fu un lungo cammino, la sua vita. In lui, generale di un golpe voluto per evitare (disse lui) l’invasione russa, molti videro un misto strano tra il padre della Polonia moderna, maresciallo Pilsudski, e il proconsole dell’Armata rossa Konstanty Rokossowski. Molti grandi polacchi, scrisse lo storico britannico Norman Davies, incarnarono le quattro anime dei drammi nazionali d’un paese occidentale nato nel luogo sbagliato: collaborazionismo (rarissimo, e mai con Hitler) o resistenza (prevalente), compromessi o emigrazione. Jaruzelski collaborò ma cercò compromessi, e trattò sapendosi sconfitto con resistenti ed emigrati. Nato nel 1923 da una famiglia della piccola nobiltà, crebbe in Siberia dove fu deportato con i suoi, dopo che Stalin attaccando la Polonia insieme a Hitler aveva scatenato la seconda guerra mondiale. Milioni di polacchi finirono nel Gulag, 1,2 milioni non tornarono. Là il riflesso solare sulla neve gli lese gli occhi: ecco perché portava sempre quegli occhiali neri, delizia dei vignettisti.
Nel dicembre 1981, contro la rivoluzione non violenta di Solidarnosc, Jaruzelski scelse «col cuore pesante» di tradire la patria per salvarla: legge marziale, oppositori in prigione, ogni diritto sospeso. «Mi spiace ancora oggi per chi feci soffrire, soprattutto per Adam Michnik», mi confessò. Mi mostrò il motivo: i piani segreti della Volksarmee di Berlino Est, la “Wehrmacht rossa” di Honecker, per un Blitzkrieg in Polonia contro i “controrivoluzionari”: sarebbe stata una strage. Vennero anni bui, l’élite militare si accorse che il socialismo reale non era riformabile. «Da dopo le purghe antisemite del ‘68 qui non funziona più nulla, nemmeno la censura», disse una volta. Ma anche anni di spiragli. La giunta cominciò a riabilitare le glorie militari polacche della seconda guerra mondiale, eroismi contro Hitler e Stalin e poi nella Royal Air Force o a Cassino. Poi, con l’aiuto di papa Wojtyla, pian piano si rassegnò al dialogo con Walesa e i suoi quattro strateghi (Kuron, Geremek, Mazowiecki, Michnik). Obiettivo: cambio di regime senza sangue. Nel giugno 1989 vennero le prime elezioni semilibere, Solidarnosc stravinse. Il generale, scavalcando il Partito comunista, nominò Mazowiecki - cattolico liberal, amico del Pontefice - nuovo premier.
La caduta dei Muri cominciò dalla rivoluzione soft di cui il generale dalle quattro anime divenne complice. Berlino est, Ceausescu, i neostalinisti di Praga chiesero invano a Gorbaciov una reazione “stile Tienanmen”. Jaruzelski lasciò governare gli ex nemici. Da un’inflazione al 2200 per cento con miseria diffusa, la Polonia divenne solida democrazia e “tigre” economica della Ue, valuta agganciata al marco e poi all’euro, crescita economica quasi cinese: tornò prospera società con un vasto ceto medio senza caccia alle streghe. Accusato dai Kaczynski, Jaruzelski fu poi riabilitato dal nuovo premier liberal Tusk, come consigliere speciale per i rapporti con la Russia.
Un ritorno sul viale del Tramonto. Lo rincontrai pochi anni fa, sereno e curioso del mondo, nel suo salottino sommerso da libri, stampe militari, longplaying di musica classica, tra una telefonata e l’altra dall’estero di Monika, operatrice di moda. L’ex nemico Lech Walesa andò a volte a trovarlo al capezzale: sorridendo, ricordavano quegli anni sul Titanic polacco. Momenti sereni tra patrioti, al termine di una delle due vite.
il Fatto 26.5.14
L’onnivoro dragone
Dentro le miniere cinesi dove vivere è un miracolo
di Cecilia Attanasio Ghezzi
Pechino. C’è un detto cinese sui lavoratori delle miniere di carbone: “tornano umani solo quando risalgono in superficie”. L'immagine dei loro volti neri di fuliggine è quella che più colpisce. Anche nel documentario di Yuanchen Liu: To the Light (2011). Segue i minatori che si infilano nei budelli della terra senza maschere protettive. Non usano martelli pneumatici, ma attrezzi rudimentali più simili ad asce. Il fascio di luce che proviene dall'elmetto, fa brillare le polveri mortali che sollevano e inalano in gallerie non abbastanza ventilate. Lavorano stesi o accovacciati in tunnel alti meno di un metro, tagliando quella pietra che gli dà da vivere e che, fin troppo spesso, è causa della loro morte. Chi rimane ammirato dallo scintillante skyline di Shanghai, difficilmente si ferma a riflettere che le luci della città sono accese dai milioni di lavoratori che lavorano in queste condizioni per una cifra che va dai dieci ai venti euro al giorno. L'energia che serve a quella che si appresta a diventare la prima economia mondiale è prodotta dal carbone per oltre il 65 per cento. Si tratta di circa 3,8 miliardi di tonnellate all'anno, un ammontare quasi pari a quello consumato in tutto il resto del mondo. E lavorare nelle miniere è spesso l'unica forma di sostentamento per le famiglie di contadini che non vogliono trasferirsi nelle lontane metropoli.
Ci sono famiglie in cui tre generazioni di maschi hanno lavorato negli stessi cunicoli. Uno dei protagonisti del documentario, il signor Luo, ha cominciato ad estrarre carbone per pagare la multa sul secondo figlio. Oggi è paralizzato a causa di un incidente. È costretto a letto, lavato e accudito da sua moglie, una donna esausta. Suo figlio ha preferito guidare i carrelli nella stessa miniera piuttosto che lasciarlo per cercare fortuna in una lontana città. I minatori conoscono i rischi per la salute e la frequenza degli incidenti sul lavoro. Persino nel film si assiste al crollo improvviso di una galleria. Uno di quei minatori non vedrà più la luce.
Di padre in figlio
Anche la televisione di Stato Cctv, quando racconta per immagini la vita di un operaio del carbone si sofferma sul rapporto padre-figlio: “quando ti vedo in salute, papà si dimentica immediatamente della fatica”. Documenta la prima volta che un bambino vede suo padre uscire alla luce dopo il turno notturno. È un tuffo al cuore. E il giorno dopo il piccolo lo aspetta ancora lì, lo porta ai bagni pubblici per lavargli delicatamente la faccia. Propaganda? La miniera nella regione settentrionale dello Shanxi scelta dalla Cctv, ovviamente, è completamente a norma. Gli operai, tutti nati negli anni Ottanta, indossano maschere e protezioni. L'ambiente è asettico, la produzione meccanizzata. Si tratta di una miniera che da sola produce 4,5 milioni di tonnellate di carbone, paga gli operai una cifra onesta, che si aggira sui 900 euro mensili per otto ore di lavoro al giorno. Insomma, alcuni virtuosi esempi ci sono.
Ma per molti anni le miniere cinesi hanno mantenuto un primato negativo. Negli anni Novanta facevano intorno ai seimila morti all'anno, ovvero cinque vite stroncate ogni tonnellata di carbone prodotta. E non si contano gli operai affetti da malattie polmonari. Secondo un rapporto del China Labour Bullettin (Clb)– ong di Hong Kong impegnata in difesa dei diritti dei lavoratori– la pneumoconiosi ha ormai colpito un numero di lavoratori compreso tra il milione (fonti ufficiali) e i sei milioni (stima del Clb). Si tratta di una malattia professionale che comporta reazioni fibrose croniche polmonari ed è provocata dalla prolungata inalazione di quantità eccessive di polveri. È incurabile. “Se fossi rimasto un contadino – spiega un miniatore della provincia sud occidentale del Guizhou all'Afp – avrei impiegato un anno per guadagnare quello che oggi è il mio salario mensile”. I suoi polmoni “non fanno così male”. E in ogni caso non avrebbe il denaro sufficiente per affrontare le cure mediche. Quest'anno, in occasione del Congresso del popolo, il premier Li Keqiang ha “dichiarato guerra all'inquinamento”. Il governo ha annunciato di voler porre un tetto massimo al consumo energetico, chiudere 50mila fornaci, riconvertire le più grandi fabbriche a carbone e togliere dalle strade sei milioni di veicoli altamente inquinanti. Sono state varate nuove leggi sulla sicurezza sul lavoro e chiuse almeno 5mila gallerie considerate a rischio. Ma le difficoltà a monitorare tutte le miniere presenti sul territorio cinese sono evidenti. La Cina detiene il primato mondiale per numero di miniere (circa 12mila) e per consumo di carbone. Molte misure di sicurezza erano già cominciate all'inizio degli anni Duemila. Specialmente in aree di recente sviluppo, come la regione della Mongolia interna, dove si sono cominciate a preferire le estrazioni a cielo aperto e si sono costrette le aziende impegnate nelle miniere a investire i tecnologie atte a ridurre il gas che si sprigiona dal carbone e che troppo spesso provoca le esplosioni mortali. Al tempo stesso sono aumentati i risarcimenti che le aziende avrebbero dovuto pagare per gli incidenti sul lavoro. Gli sforzi sono stati premiati da una sensibile diminuzione dei morti sul lavoro che nel 2013 si sono attestati a poco più di mille. Ma secondo alcuni il calo delle morti in miniera non è dovuto al buon lavoro del governo. O almeno non solo. Nel 2013 i prezzi del carbone sono continuati a scendere per il sesto anno di fila. La crescita economica è rallentata e la domanda è diminuita. Così la pressione sui lavoratori e gli obiettivi di produzione si sono mantenuti entro limiti di sicurezza. Ma se la domanda tornerà a crescere, i lavoratori saranno costretti a turni massacranti e ad aprire nuove gallerie in fretta, senza per forza rispettare la legislazione sulla sicurezza sul lavoro.
Il caso del Guizhou
Questo è precisamente quello che è accaduto in una miniera della regione occidentale dello Xinjiang. Il 14 dicembre scorso un'esplosione ha provocato la morte di 22 persone. La miniera era stata chiusa dalle autorità nel giugno dello stesso anno per problemi di sicurezza. Ha riaperto appena ha potuto, con questo macabro risultato. Speriamo non accadrà lo steso nella regione sudoccidentale del Guizhou. Qui il governo ha promesso chiudere quasi la metà delle miniere attive, circa 800, entro la metà di quest'anno. Una botta per l'economia locale perché l'estrazione del carbone garantiva salari dieci volte più alti rispetto al lavoro nei campi. Ma non tutto il male viene per nuocere. Ormai l'alto rischio per la vita dei lavoratori del carbone è noto: frequenti esplosioni, malattie polmonari e carenza di acqua nelle regioni sfruttate e maggiore possibilità di frane e smottamenti. “I benefici dell'industria sono temporanei”, confessa un altro minatore al giornalista dell'Afp. “A lungo termine non c'è vantaggio”.
il Fatto 26.5.14
Energia gialla
L’atomica per sfamare Pechino
di Stefano Citati
La Cina ha fame di tutto. E per tutto quello di cui ha fame - di produrre e consumare - ha bisogno di energia. Da qualunque fonte provenga. Dunque anche dal nucleare. La moratoria del post-Fukushima, soprassalto morale dovuto alla paura per l’incidente al reattore giapponese dopo lo tsunami del 2011, è durata un anno. Dalla fine del 2012 il piano quinquennale 2010-2015 ha ripreso dal punto in cui si era fermato. Ovvero, la costruzione di decine di centrali nucleari che dovrebbero essere ultimate e allacciate alla rete elettrica del paese da un miliardo e 300 milioni di abitanti va avanti a ritmo serrato.
Gran parte delle nuove centrali nucleari, la cui costruzione è stata confermata lungo le coste, dove vive gran parte della popolazione, vengono sviluppate con tecnologia cinese. La Areva, la compagnia d’Oltralpe che ha vinto la mega-commessa prima del disastro nipponico, ha creato dei reattori apposta per la Cina, superando la concorrenza mondiale (del resto la Francia è il paese che più usa l’energia elettrica prodotta dal nucleare, esportandola anche nel resto d’Europa, Italia compresa).
Il paradosso è che mentre la Francia, come praticamente tutti i paesi europei, ha deciso sul lungo periodo di disfarsi dei reattori nucleari, vende tecnologia atomica agli altri paesi, ottimizzando così l’uso del know how che ha permesso la costruzione di decine di impianti. Sempre più sicure, ma anche sempre più costose, le centrali atomiche sono ormai giganti tecnologici di un’epoca che sta passando, ma come dinosauri che resistono all’estinzione migrano altrove, nelle nuove economie in via di sviluppo, tra i nuovi giganti economici assetati di energia (non c’è solo la Cina, ma anche l’India, il Pakistan).
Ormai quasi improponibile nel Vecchio continente l’atomica spunta come un fungo nelle nazioni che pongono meno attenzione alla sicurezza dei cittadini, e dove i diritti e le libertà personali, sono meno garantiti e i regimi sono meno sensibili. Per ora.
il Fatto 26.5.14
Tragedie sottoterra
Non è un mestiere da europei e una vita vale sempre meno
di Alessio Schiesari
Un cortocircuito, un’esplosione, l’impianto di ventilazione bloccato e quasi seicento persone bloccate a 2 mila metri sotto terra, a quattro chilometri dalle uscite. Questa la sequenza che, il 13 maggio scorso, ha portato alla morte di 301 minatori turchi nella miniera carbonifera di Soma. Ad ammazzarne così tanti non sono state le fiamme, né le macerie conseguenti ai crolli, ma il monossido di carbonio che ha invaso il dedalo di cunicoli. Quello di Soma è stato il più grave incidente minerario della storia del Paese, ma certamente non il primo. E probabilmente nemmeno l’ultimo. Mille tonnellate di carbone turco costano 20 milioni di dollari e 7,22 vite umane. Questo dato diffuso dal think tank Tepav – si riferisce al 2010, l’ultimo disponibile – colloca Ankara al primo posto nella poco invidiabile classifica delle miniere di carbone più pericolose al mondo. In Turchia le probabilità di subire un incidente mortale sono cinque volte più alte rispetto alla Cina (che è in testa per numero assoluto di morti, ma estrae quasi la metà del carbone mondiale, 48,3 per cento, secondo l’ultimo rapporto diffuso dalla Conferenza mondiale dell’industria mineraria). Il paragone con gli Usa è ancora più impietoso: un minatore turco ha 361 possibilità di morire più di un suo collega yankee.
QUANTO VALE la vita di un minatore? I 301 cadaveri estratti da Soma avevano uno stipendio variabile dai 450 ai 670 euro al mese, a seconda dell’anzianità. È il 50 per cento in più dello stipendio di un operaio tradizionale, lo stesso salario di un’autista di autobus e meno della metà di quanto percepisce un medico. Osservando i volti dei minatori turchi muti di fronte alle bare dei loro colleghi, i loro abiti bisunti, le facce fuligginose e la barba incolta, sembra di fare un salto indietro di 130 anni, alle miniere di Montsou raccontate da Émile Zola in Germinale o alle cave di zolfo del Rosso Malpelo di Giovanni Verga. Le uniche differenze che saltano agli occhi sono i colori fluorescenti dei caschetti e, quando va bene, dei gilet catarinfrangenti. Ma ce n’è un’altra, meno evidente, che si evince dai dati: il minatore non è più un lavoro da europei. Se all’epoca di veristi e naturalisti oltre il 60 per cento delle materie prime estratte in miniera proveniva dal Vecchio Continente, oggi la questa quota è crollata intorno al 6 per cento (in larga misura proveniente dalle miniere di ferro grezzo di Dnipropetrovsk Oblast, in Ucraina). Il resto della produzione è suddivisa abbastanza equamente tra gli altri continenti se considera il valore in dollari delle estrazioni, ma con differenze significative per quanto riguarda i singoli materiali: la Cina è il primo produttore al mondo di carbone, oro, alluminio, materiali ferrosi e terre rare; il Messico è in testa per quanto riguarda l’argento; grazie ai 33 minatori intrappolati per 69 giorni nei cunicoli di Copiapó, in molti hanno scoperto che il Cile è di gran lunga la più grande riserva mondiale di rame; Filippine e Indonesia si contendono il primato per l’estrazione di nichel, Russia e Sudafrica quello del platino; ancora Mosca divide la produzione di diamanti con una sfilza di Stati africani (Congo, Botswana e Angola), mentre le miniere di manganese sono distribuite tra l’onnipresente Cina, il Sudafrica , l’Australia e il Brasile.
SE DAI DATI EMERGE in modo lampante il declino delle miniere europee, non si può dire lo stesso della proprietà dei giganti dell’estrazione. Delle prime dieci industrie minerarie al mondo, ben otto parlano inglese, almeno a livello di controllo azionario. Le uniche eccezioni sono la brasiliana Vale (quarta) e il colosso cinese a controllo statale Shenhua (quinta). Sul podio ci sono la britannica Glencore International, l’anglo-australiana Bhp Billiton e, sul gradino più basso, un nome che inganna: la Rio Tinto ha un nome spagnoleggiante, ma un azionariato anglo-australiano.
La federazione internazionali dei sindacati minerari, l’Icem, ha realizzato una serie di sondaggi che analizzano le maggiori preoccupazioni del management delle multinazionali delle miniere: nonostante il fatturato globale delle prime dieci aziende del settore nel 2013 abbia sfondato i 519 miliardi di dollari, peraltro con dei profitti impensabili in altri settori, il livello di tassazione è il primo cruccio dei dirigenti (31 per cento), mentre la sicurezza dei 10 milioni di lavoratori impiegati in miniera è solo al quinto posto (con uno striminzito 5 per cento). Stando ai pochi (e non del tutto affidabili) dati a disposizione, le morti in miniera sarebbero all’incirca 12 mila ogni anno ma – aggiungono i sindacati – un numero ancora più consistente non finirebbe nelle statistiche ufficiali. In Paesi come Cina e Russia qualcosa è stato fatto, ma per un minatore le possibilità di morire sul lavoro sono otto volte maggiori rispetto al resto della popolazione.
Corriere 26.5.14
Le sventure della Svizzera, un Paese un po’ meno felice
risponde Sergio Romano
Il 6 maggio, la Svizzera ha firmato a Parigi l’accordo, richiesto dall’Ocse, per lo scambio automatico di informazioni fiscali. Come conseguenza, le autorità italiane non avranno più bisogno di una richiesta della magistratura, per ottenere i dati degli evasori.
L’accordo prevede che, entro tre anni, verrà abolito il segreto bancario, la cui protezione risale addirittura al 1934.
Io avrei seri dubbi sull’effettiva esecuzione di tale provvedimento (in tre anni può succedere di tutto), considerando che il Paese è sempre stato il paradiso fiscale per eccellenza, forziere di capitali di ogni natura, provenienti da tutto il mondo. Probabilmente, questa è stata, anche, una delle ragioni perché il nazi-fascismo ne ha sempre rispettato la neutralità. Cosa avrebbe la Svizzera da guadagnare da un cambio così radicale della sua politica?
Arturo Passalacqua
Caro Passalacqua,
L’ accordo firmato dalla Svizzera (insieme a Singapore) è soltanto l’ultima sconfitta nella lunga battaglia di retroguardia che il Paese ha lungamente combattuto per la conservazione del segreto bancario. Si sta chiudendo, nel frattempo, il contenzioso di Crédit Suisse (Cs) con le autorità fiscali degli Stati Uniti. Mentre l’Union des Banques Suisses, nel 2009, chiuse la partita fornendo informazioni su circa 250 clienti americani e pagando la somma di 780 milioni di dollari, Cs potrebbe patteggiare con il pagamento di 2,5 miliardi di dollari di cui 1,7 per il Dipartimento di Giustizia e 600 milioni per il New York State Department of Financial Services (Corriere del Ticino del 17 maggio e Massimo Gaggi sul Corriere del 21 maggio).
Ma questi sono soltanto alcuni dei mali che affliggono ora il popolo che un saggista svizzero, Denis de Rougemont, aveva definito «felice» in un libro del 1965 («La Suisse ou l’histoire d’un peuple heureux»). La cartella clinica del Paese, a prima vista, è invidiabile. La disoccupazione è al 3%, il debito pubblico è grosso modo un quarto di quello della Repubblica italiana, la crescita annua del Pil (Prodotto interno lordo) è intorno al 3%, e il reddito medio dei suoi abitanti occupa il sesto posto nella categoria dei Paesi più ricchi. Ma esiste un populismo svizzero che sembra deciso ad eliminare, con i referendum e le iniziative popolari, alcune delle condizioni che hanno permesso alla Confederazione di creare ricchezza per la società nazionale. Qualcuno vorrebbe fissare una soglia per i salari dei dirigenti industriali e bancari. Altri vorrebbero un salario minimo mensile non inferiore ai 3270 euro (l’iniziativa è stata bocciata negli scorsi giorni). Altri ancora hanno chiesto e ottenuto l’introduzione delle quote per gli immigrati provenienti dai Paesi dell’Unione europea: una decisione adottata dalla maggioranza degli elettori svizzeri ma incompatibile con gli accordi bilaterali negoziati con l’Ue dalla Confederazione quando un referendum, nel 1992, aveva precluso al governo di Berna l’ingresso nell’Area economica europea.
Di tutte le iniziative popolari quest’utima è la più pericolosa. Gli accordi bilaterali concernono sette aree distinte, ma contengono una «clausola ghigliottina»: se una delle parti non osserva un impegno, l’altra può denunciare l’intero pacchetto. In altre parole, se la Svizzera introduce quote per i lavoratori provenienti dai membri dell’Unione, Bruxelles può revocare le altre concessioni e in particolare quelle che consentono alla Svizzera di collocare nell’Ue il 56% delle sue esportazioni. Vi saranno negoziati sulla base di proposte che la Svizzera avanzerà verso la fine di giugno. Ma Denis de Rougemont, scomparso nel 1985, sarebbe costretto a cambiare il titolo del suo libro.
Corriere 26.5.14
«Ammazzerò le donne»
Gli schemi e il delirio dell’assassino vergine
In 140 pagine «la rivoluzione di Elliot Rodger»
di Guido Olimpio
WASHINGTON — Nel mondo malato di Elliot Rodger non c’era spazio per le donne. Le voleva internare nel lager per farle morire di fame mentre lui osservava dall’alto di una torre. Ne avrebbe tenute in vita solo alcune per procreare attraverso l’inseminazione artificiale. Quanto al sesso, sarebbe stato vietato e chiunque lo avesse fatto sarebbe stato punito.
C’è questo e molto altro nel «manifesto» di 137 pagine lasciato dal killer responsabile della strage di Isla Vista, in California. Un attacco costato la vita a sei innocenti e conclusosi con il suicidio dell’assassino. Un ragazzo disturbato capace di redigere un programma dettagliato, dove spiega la sua vita complicata, piena di solitudine, tristezza, rabbia. Un’esistenza dove emerge il desiderio sessuale e nel contempo l’incapacità di avere delle ragazze. E per questo inizia a odiarle da quando aveva 17 anni. Al punto di volerle annientare. Rodger mette tutto nero su bianco, disegna dei grafici che illustrano come le cancellerà dalla faccia della terra.
Il libro di Elliot è un viaggio non solo attraverso la mente malata ma anche la marcia progressiva verso l’esplosione. Il ragazzo soffre il trauma della separazione dei suoi — allora aveva solo 7 anni — poi è costretto a cambiare spesso casa e scuola. Ogni nuova classe è per lui un dramma. Non ha amici, non riesce a costruire un rapporto umano con nessuno. E le cose non vanno meglio quando il padre ha una nuova compagna. Il rapporto con la matrigna è devastante. Elliot è insicuro. Vorrebbe essere figo, però fallisce sempre. Arriva a tingersi i capelli quando ha appena 9 anni solo per attirare l’attenzione. Non funziona. Il futuro assassino ripete all’infinito la difficoltà di inserirsi in qualsiasi realtà, si definisce «un nomade» mai all’altezza delle situazioni.
Rodger è razzista e si stupisce di come i suoi coetanei possano avere una ragazza mentre lui è sempre solo. Con il passare del tempo l’unico passatempo sono i videogiochi, in particolare «World of Warcraft», che riempie «il mio vuoto sociale». Poi le fantasie. D’ogni tipo. Erotiche, distruttive, di successo: «Volevo eliminare tutte le ingiustizie. Bruciavo dal desiderio di vendicarmi contro chi invidiavo e detestavo. Puntavo a imporre la mia ideologia nel mondo». Ha da parte dei risparmi e tenta la fortuna con la superlotteria. Anche quella diventa una mania. A 22 anni è vergine e non è stato mai baciato. Quando un amico gli mostra un video porno resta scioccato. Si infuria se qualcuno si vanta delle conquiste sentimentali. E la sua malattia cresce a dismisura insieme al suo ego finendo per trasformarsi in una miscela velenosa. I genitori, nella speranza di un cambio, lo mandano al college di Santa Barbara. Lui la prende male. La cittadina è luogo di divertimento e lui non può godere di quel «clima», con corpi abbronzati e ragazze bellissime. Così prepara quella che chiama la «soluzione finale» da eseguire con il «giorno della punizione». Per tappe.
La «prima fase» prevede l’eliminazione dei suoi compagni di stanza al college. Promessa che mantiene: i primi tre a cadere solo loro, pugnalati a morte. Poi c’è «seconda fase», «la guerra alle donne» che «mi hanno privato del sesso». Ed ecco che Elliot uccide due ragazze in strada, a Isla Vista. Poi prosegue sparando su un universitario in un negozio e travolge una mezza dozzina di persone con la sua Bmw. Lo ferma solo un doppio scontro a fuoco con la polizia, durante il quale probabilmente si uccide. Altrimenti avrebbe fatto fuori anche la matrigna e il fratellastro, nemici all’interno di un quadro familiare complesso. Ieri il padre, Peter, già aiuto regista di Hunger games , ha espresso il suo dolore mentre la nonna dell’assassino ha ammesso che il nipote «ha sempre avuto guai mentali».
Forse il ragazzo poteva essere fermato se la polizia avesse perquisito la sua camera alla fine di aprile. Era stata la famiglia ad avvisare le autorità dopo aver visto alcuni video inquietanti. Ma gli agenti sono stati frettolosi. Nel suo manifesto Elliot ha descritto il timore di essere scoperto: «Il mio piano sarebbe saltato perché avrebbero trovato le tre pistole e centinaia di munizioni». Armi acquistate regolarmente nonostante fosse sotto cura degli psichiatri. Invece nessuno ha capito cosa nascondesse la mente del giovane, quei propositi così ben descritti nel documento autobiografico. Elliot ne ha spedito diverse copie via email. La madre ha ricevuto la sua alle 21.17 di venerdì. Ha letto poche righe e ha compreso. Ha chiamato l’ex marito e la polizia. Troppo tardi. Il figlio era già in strada a consumare la sua «vendetta» contro l’umanità.
Repubblica 26.5.14
Numeri, teoremi ed enigmi ecco il codice dei Simpson
Da Fermat al Googolplex, Simon Singh raccoglie in un saggio i riferimenti matematici disseminati dagli autori della serie televisiva lungo seicento puntate
di Piergiorgio Odifreddi
I Simpson sono un serial televisivo di animazione per adulti, che con i suoi venticinque anni e le sue quasi seicento puntate detiene il record di longevità in quella categoria di intrattenimento. Già nel 2000 la rivista Time, nel suo numero di fine secolo, lo definiva il miglior serial televisivo, e il programma ha fatto incetta di premi. E anche di spettatori, ovviamente, che negli Stati Uniti a milioni abbandonano la domenica sera le tre grandi reti nazionali per seguire le vicende della famiglia di Springfield: genitori (Homer e Marge), tre figli (Bart, Lisa e Margie), un cane e un gatto.
Nel mondo del piccolo schermo, infestato dal trash soprattutto in prima serata, che è appunto il momento in cui I Simpson vanno in onda, il serial si distingue per una certa dose di intelligenza e arguzia. E anche, udite udite, per vari riferimenti colti e culturali, oltre a sporadiche “ospitate” di personaggi che raramente si vedono nella tivù generalista: da Isaac Newton a Stephen Hawking. Per rendersi conto della popolarità della trasmissione, basta ricordare cosa mi disse dieci anni fa, in un’intervista per Repubblica, il premio Nobel per la chimica Dudley Herschbach: «Fino a qualche tempo fa la cosa che impressionava di più la gente con cui parlavo, molto più del premio Nobel, era che fossi stato visionato da giovane dalla squadra di football americano dei Los Angeles Ram. Ma poi ho fatto una cosa che impressiona ancora di più: ho doppiato un personaggio dei Simpson. Ho detto in tutto quattordici parole, pensi un po’. Anche se mi sono impegnato molto, e ho registrato circa venti versioni: allegra, accondiscendente, arrabbiata… Quando il programma è andato in onda, non sa quanti messaggi ho ricevuto! L’anno prima l’ospite era lo scrittore John Updike, che ha detto solo due parole, ma l’effetto è stato lo stesso. Altro che premio Nobel!» Il fatto che, dopo aver invitato uno scienziato di tal stazzanel programma, gli si facciano dire quattordici parole, e a un letterato due, dimostra che lo scopo principale dei Simpson non è certo l’intrattenimento culturale, neppure in puntate speciali. Ma lascia anche immaginare che, tra gli autori del programma, ci sia comunque un interesse per certi argomenti. E infatti, alcuni di loro hanno addirittura dottorati in matematica, e si divertono ogni tanto a lasciar cadere qua e là, a beneficio di coloro che possono raccoglierli, spunti di vario genere. Niente di paragonabile a ciò che succedeva nell’altro serial televisivo Numb3rs, dunque, in ciascuna puntata del quale i modelli matematici contribuivano in maniera essenziale alla soluzione del caso poliziesco, oltre che allo scarso successo tra il pubblico generalista. I Simpson riescono invece a rimanere a un livello sufficientemente basso per mantenere sufficientemente alta l’attenzione dello spettatore che non ne ha a sufficienza, ma i “riferimenti in codice” sulla matematica sono abbastanza numerosi da aver permesso a Simon Singh di scrivere un intero libro per enumerarli e spiegarli.
La formula segreta dei Simpson (Rizzoli, 2014) naviga dunque in acque perigliose, soprattutto per lo spettatore medio del programma. E cerca di ingraziarselo come potenziale lettore inserendo lungo tutto il libro una serie di barzellette, ovviamente di natura matematica. Molte, a onor del vero, più adatte a un oratorio che a un’aula di scuola, come quella in cui lo 0 dice all’8: «Bella cintura! ».
A volte la matematica interviene nei Simpson in maniera indiretta. Nell’episodio Il colonnello Homer ( 1992) il cinema di Springfield si chiama Googolplex, che è il nome del numero 10 elevato a Googol, che è il nome del numero 10 elevato a 100, da cui ha preso il nome il motore di ricerca Google. Altre volte i riferimenti matematici dei Simpson vengono lasciati cadere con nonchalance, come nell’episodio Marge e Homer fanno un gioco di coppia (2006). Agli spettatori dello stadio di Springfield viene infatti chiesto di indovinare quanti sono, e si offrono loro sullo schermo gigante tre scelte di numeri: 8191, 8128 e 8208. Il primo è un numero primo di Mersenne, nel senso che si ottiene sottraendo 1 da una potenza di 2 (la tredicesima). Il secondo è un numero perfetto, nel senso che è uguale alla somma dei suoi divisori propri, nello stesso modo in cui 6 è la somma di 1, 2 e 3. E il terzo è un numero narcisista, perché è uguale alla somma delle sue cifre elevate al numero delle sue cifre (quattro). Essendo autore di un precedente e fortunatissimo libro su L’ultimo teorema di Fermat ( Rizzoli, 1997), Singh dà il suo meglio quando spiega una formula che compare su una lavagna nell’episodio L’ultima tentazione di Homer (1993). Per chi l’avesse dimenticato, la storia del teorema di Fermat parte dall’osservazione che 9 più 16 fa 25: cioè, 3 al quadrato più 4 al quadrato fa 5 al quadrato. Fermat si domandò nel 1637 se ci fossero altre potenze, oltre ai quadrati, per cui la somma di due interi elevati a quella potenza facesse un intero elevato alla stessa potenza, e affermò di no. Ci aveva visto giusto, ma per dimostrarlo ci vollero trecentocinquant’anni, e un famoso teorema di Andrew Wiles del 1995. Ora, la formula dell’episodio citato dice semplicemente che la somma di 3987 alla dodici e di 4365 alla dodici fa 4472 alla dodici: dunque, va contro il teorema di Fermat, e dev’essere sbagliata. Ma se uno si prende la briga di metterla alla prova con una calcolatrice tascabile, che mostra al massimo dieci cifre, si accorge che invece è corretta! Il trucco sta nel fatto che i due addendi sono quasi uguali, e differiscono soltanto a partire dall’undicesima cifra. Gli autori dell’episodio devono dunque averci pensato un attimo, prima di riuscire a fare questo scherzo da preti matematico. Anzi, hanno addirittura scritto un programma di computer per trovare questo genere di anomalia.
I Simpson fanno dunque del loro meglio per stimolare, nei limiti del possibile, lo spettatore televisivo a non subire passivamente le storie, e a saper cogliere al volo gli spunti occasionali di varia natura che gli vengono offerti. Singh fa un ottimo lavoro nel cucire e organizzare organicamente questo materiale sparso, fornendo nel contempo il background per capirlo e apprezzarlo. E insieme essi mostrano come la televisione non debba essere necessariamente solo trash, benché purtroppo quasi sempre lo sia.
l’Unità 26.5.14
Intervista su due ruote
Paolo Conte a una tappa del Giro d’Italia racconta di Bartali, gelati, donne e baobab
intervista di Andrea Satta
FRIZZANTE? FACCIO LEGANDOLA BICI A UN TAVOLINO BAGNATO. «Questa è la domanda? Frizzante? No, liscia, liscia». Pioviggina in Piazza Alfieri. Mi sono fatto la cronometro al contrario, da Barolo a Barbaresco. Paolo Conte sorride sorpreso.
Vino bianco? Rosso? aggiungo mentre mi siedo
«Ma, i bianchi è molto più difficile trovarli buoni, i rossi si difendono ancora un po', ma non si tratta più dei vini di una volta. Fumi? I taste vin di oggi hanno nozioni che imparano nelle università del vino, sono giovani e non hanno mai bevuto davvero e quindi non potrai mai spiegare loro che il vino ha un altro gusto».
Notte o giorno?
«Sono stato sempre ... come metabolismo, per la notte».
Sereno o nuvoloso?
«Da giovane preferivo il nuvoloso, adesso il sereno».
Torino o Genova?
«Alla pari, sennò qua...»
Miles Davis o Chet Baker?
«Chet Baker».
Anch'io. Topolino o macchina americana?
«Anche questa è una bella partita, perché le macchine americane erano belle, però direi Topolino ».
Due gusti di gelato, oltre al limone?
«Mirtillo e mela». Beh, Coppio Bartali?
«Ti devo dire Bartali».
Per contratto?
«Per contratto, per abitudine e per tutto. Ma il Campionissimo era il Campionissimo».
Bartali o non Bartali, tuo papà ti portava ad aspettare il Giro?
«Qualche volta, ma raramente il Giro passava di qui. E noi si faceva il tifo solo per radio».
Bartali, invece…non l'hai mai incontrato.
«No, no, io l'ho incontrato. Una prima volta in una trasmissione televisiva ed era un po' sulle sue. Nella mia canzone, che lui conosceva nella versione di Jannacci, c'erano parole malandrine» Poi ci siam fatti una bella chiacchierata. Venne ad un mio concerto in Toscana in compagnia di un cantante anni cinquanta, molto all'italiana, ma simpaticissimo, un bell'uomo, grande e grosso, come si chiamava...».
Tu gli hai dato molto, lo hai rinfrescato ...
«Una bella riverniciata».
Perché Marina era una ragazza mora, ma carina?
«E questo me son chiesto, anch'io! Probabilmente lì era questione di metrica». Certo, questo “ma” negli anni ha preso un peso ...
«Ha preso un peso, come a dire “Viva le bionde a tutti costi”! Anche se poi mi pare che la salvi verso la fine ... “O mia bella mora ...” e lì la recupera ».
Quando hai capito che le tue canzoni erano qualcosa di vicino alla poesia?
«Se ti dico che non l'ho capito ancora adesso … ma qualche volta mi sono detto che un pochino di poesia c'è, anche se non hai la libertà della pagina bianca, c'è la metrica della musica da rispettare e io scrivo sempre prima la musica».
Tre cose dalle quali ti allontani istintivamente?
«Le malattie, il cretinismo, la slealtà».
E una che ti attrae nonostante tutto?
«Il fascino». Già il fascino. Hai mai conosciuto Leo Ferré?
«Di persona, mai».
Dimmi una cosa che ti è piaciuta di lui?
«Avec le Temp, è una gran canzone».
Ce la farai una tua versione di «Avec leTemp»?
«Ma con la voce che ho, non mi permetterei mai di toccare materiale altrui … però me la posso canticchiare in bagno...».
Dei grandi francesi scegli?
«Aznavour. Piaf era una grandissima cantante con un bellissimo repertorio. Poi c'erano gli antichi, i primitivi, Vincent Scotto di Marsiglia era un compositore degli anni venti, la musica del popolo, l'essenza della Francia, quella che Ravel Stravinsky andavano a cercare».
Hai paura del mare…a Genova?
«Mi piace molto nuotare, star dentro l'acqua, no non ne ho paura».
Quando dipingi hai voglia di far vedere alle persone che ami quello che hai fatto?
«Non faccio vedere proprio niente, viene tutto messo in fascicoli e non se ne parla più, a parte che mi sono lasciato andare con Razmataz … neanche le canzoni faccio sentire. Lì poi c'è la seconda crisi, l'imprimatur e mille pentimenti, mille errori che girano per la testa».
Sai che Sergio Staino fa la vignetta per L'Unità e tutti i giorni la sottopone a Bruna…
«Ecco anche io di queste bocciature familiari ho paura, capito? Perché le donne son terribili...». È difficile pensare all'estate senza «Azzurro».
Ma l'oleandro e il baobab ce l'avevi davvero nel giardino di casa?
«No. Il mio giardino c'entra per modo di dire … cioè sono immagini ...». Perché, l'oleandro può essere, Paolo, ma il Baobab... Facciamo che è stato un volo? «Un bellissimo volo estivo, Andrea».
E il prete per chiacchierare?
«Quello c'era, anche se non è che frequentassi l'oratorio».
Senti, non ti sorprende il successo che ha la bicicletta nelle nuove generazioni?
Dopo che era stata definita come lo strumento dell'Italia povera, adesso è ripartita… «Bella questa osservazione, mi stupisce perché non è più la bicicletta di allora che aveva un altra sagoma, però oggi viene comodo. La bicicletta è ecologica ed economica».
Qual era la favola con cui ti addormentavi da piccolo?
«Il Gatto con gli Stivali».
Ma è quella che io racconto a mia figlia Gea che ha tre anni!
«Che bel personaggio è il Gatto, con quegli stivali, un po' guasconi!».
Ti piacerebbe disegnarlo?
«Ma io so fare bene i cavalli e ho sempre fatto tanti cavalli. Mi vengon bene le case e faccio case. Non affronto mai il paesaggio esterno perché è una cosa intoccabile che non riuscirei a fissare. Poi ho disegnato molti suonatori, perché, mi piace. Però la musica la trovo molto meno colorata. E lì dipende sempre dal tavolo che hai davanti, se hai tanto spazio e hai a disposizione tanti colori...».
L'arte nasce dalla necessità?
«Già». Paolo, non so come dirtelo, ci siamo messi, qua ad Asti, al bar come fossimo in cima a un paracarro e ci siamo sbagliati. Ci siamo sbagliati, perché il Giro non passa di qua, e l'ho capito solo ora.Mail temporale se ne è andato e le nubi sono già più in là.
il Fatto 26.5.14
Il paradiso svedese è un inferno di follia
di Fabrizio D’Esposito
Daniel riceve una telefonata dal papà. La madre è malata. Meglio, è diventata pazza e farnetica di complotti. I genitori di Dan, gay che convive a Londra con Mark ma non ha il coraggio di dirlo alla famiglia, si chiamano Tilde e Chris. Esperti di giardinaggio hanno scelto di godersi la pensione in Svezia. Hanno comprato, a un prezzo incredibilmente basso, una casa in un paradiso apparente. Il bosco, il fiume, gli alci, la campagna, i salmoni. In pratica, la Scandinavia. Tilde è svedese ma è andata via quando aveva sedici anni. Fuggita dal padre: “A sedici anni era scappata di casa e aveva continuato a scappare attraverso la Germania, la Svizzera e l’Olanda, lavorando come bambinaia e cameriera, dormendo in letti di fortuna o a volte sul pavimento, finché era arrivata in Inghilterra dove aveva conosciuto mio padre”.
Stavolta però la mamma fugge anche dal marito. Crede che Chris sia stato manipolato dal loro potente vicino di casa, Håkan, e sia entrato in una rete mostruosa di predatori sessuali. Attorno a Mia, sedicenne figlia adottiva di Håkan, nera e bella nella Svezia profonda e conservatrice, c’è un desiderio pericoloso. Tilde lo capta e raccoglie indizi su indizi. Poi Mia scompare. Tilde scappa dal manicomio, dove è stata fatta rinchiudere dal marito e dal vicino, e si rifugia a Londra dal figlio. Il nuovo thriller del giovane Tob Rob Smith, talentuoso di successo, ha un codice classico ed efficace. La verità attraverso i singoli punti di vista. Il racconto di un fatto, soprattutto se tragico, dipende dalla visuale scelta. Qui domina quella di Tilde che, capitolo dopo capitolo, offre la sua versione a un attonito Daniel. Anche il figlio, allo stesso tempo, come il papà Chris, s’interroga sulla salute mentale della mamma. La narrazione è serrata e avvincente e la donna sviscera in modo coerente le sue tesi, in un ferreo ordine cronologico per non apparire confusionaria e matta. Poi a Londra piomba Chris, accompagnato dal medico che ha rinchiuso Tilde. Il giallo sulla sorte di Mia consente alla famiglia di fare i conti con il passato e il presente. E la soluzione conduce alla vita, non alla morte.
(La casa, Tom Rob Smith, Sperling & Kupfer, pagg. 339, € 18,90)
Corriere 26.5.14
Il saggio di Claudia Mancina
Per Berlinguer nessuna nostalgia
di Ernesto Galli della Loggia
Per fortuna c’è chi a sinistra si rifiuta di sorseggiare il bicchierino di rosolio servito da Walter Veltroni nel suo film Quando c’era Berlinguer per i nostalgici del tempo che fu. Non c’è proprio nulla di cui avere nostalgia, tra l’altro: e se avevamo qualche dubbio (ma non l’avevamo…) ce lo conferma Claudia Mancina in questo intelligente, spigoloso pamphlet, che si legge d’un fiato (Berlinguer in questione , Laterza, pagine 113, e 12; titolo volutamente soporifero: sospetto per la volontà addomesticatrice di un editore molto politicamente corretto).
Si tratta, più che del racconto, della lucida dissezione della parabola politica della segreteria di Berlinguer, delle categorie della sua azione politica e del loro sfondo ideologico. Dissezione condotta da una studiosa che attualmente è nella Direzione del Partito democratico, dopo essersi iscritta — sentendosi, come ella stessa ci dice, «rigorosamente marxista» — al Partito comunista nell’ormai lontano 1973. Cioè quando quel partito era in rapida ascesa e nelle piazze d’Italia risuonava alto lo slogan «È ora, è ora, è ora di cambiare! Il Pci deve governare!». Non si rendeva conto, chi dava voce a quel grido, che in realtà, però, il primo che avrebbe dovuto cambiare era proprio il Pci. Non aver colto l’opportunità di farlo, anzi aver in un certo senso mantenuto ancor di più il partito sulla strada togliattiana, rappresenta agli occhi dell’autrice l’imperdonabile errore commesso da Berlinguer. Errore che alla fine doveva condurre lui e il comunismo italiano in un vicolo cieco.
Berlinguer, infatti, si guardò bene dallo spezzare la catena che teneva imprigionato il Partito comunista, e i cui anelli, collegati l’un l’altro da ineludibili vincoli logici di causa-effetto, si chiamavano legame con l’Unione Sovietica, delegittimazione a governare in Occidente, e infine tentativo di eludere tale vincolo ricorrendo alle supposte virtù magiche del binomio antifascismo/Costituzione. Il quale, secondo la lezione togliattiana, avrebbe dovuto portare, non si sa come, alla famosa «democrazia progressiva». Cioè a quella cosa, come scrive argutamente Claudia Mancina, che sarebbe diventata socialismo senza però smettere di essere democrazia. Ultimo anello della micidiale catena suddetta, un punto strategico decisivo: la convinzione circa l’impossibilità per la sinistra (di cui il Pci era ormai magna pars) di governare da sola; anche se fosse riuscita a ottenere il 51 per cento dei voti. Da qui la proposta di «Compromesso storico» avanzata da Berlinguer alla Democrazia cristiana nel 1973, e destinata a sancire l’impossibilità che nella Prima Repubblica si affermasse mai un’effettiva alternanza di governi. La conclusione dell’autrice è senz’appello: «Il Pci era di fatto irriducibile alla fisiologica vita democratica (…). Quella che Berlinguer vedeva come una debolezza democratica del paese era in realtà la debolezza democratica del Pci».
È una conclusione a parere di chi scrive esattissima. Così come esattissimo appare l’elenco dei frutti avvelenati dell’eredità berlingueriana trasmessi secondo queste pagine alle formazioni politiche succedute al Pci. Detti in breve: l’idea che il comunismo italiano fosse un comunismo «diverso» perché «democratico» (quindi bisognoso di un minor grado di ripudio); l’idea fino a tempi recenti che la Sinistra non può governare con il 51%; la questione morale come surrogato della politica, e infine il tabù della Costituzione, ostinatamente creduta come «la più bella del mondo».
Ripeto il mio giudizio: non si può che essere interamente d’accordo su tutto. Ma sorge inevitabilmente una domanda: perché le cose che Claudia Mancina scrive oggi non le ha scritte venti o ancora meglio venticinque anni fa? Quando forse avrebbero potuto avere un peso non solo storiografico? Dico ciò non per sterile spirito polemico, ma perché serve a mettere in luce una pagina importante che l’autore ha lasciato in bianco di questo pur ottimo lavoro: la pagina delle responsabilità che ebbe un vasto e autorevole stuolo di intellettuali, in tutti quegli anni schierati con il Pci, nell’accreditare in vari modi la parabola del berlinguerismo. Quanti furono allora, per esempio, dentro il Pci, a reclamare a voce alta — alta ripeto, non tra le righe di un saggio o a mezza bocca in un Comitato centrale — una definitiva rottura con l’Unione Sovietica e con il malefico lascito (anche lessicale) del leninismo? Quanti furono per esempio ad avere il coraggio intellettuale di un Lucio Colletti? Pochissimi, forse nessuno. E allora non è un po’ troppo facile, mi chiedo, prendersela solo con Berlinguer?
Corriere 26.5.14
Ma liberaci dall’ombra del Padre
Il viaggio dei bambini nelle tenebre
di Ranieri Polese
Sandrone Dazieri mescola thriller, horror e mostri psicopatici «L’orrore cominciò alle cinque del pomeriggio di un sabato d’inizio settembre»: benvenuti nel mondo di Sandrone Dazieri, un grande incubo costruito come le scatole cinesi, quando ne apri una scopri che ce n’è un’altra dentro. E che un’ossessione — è la parola prediletta da Dazieri — rimanda a un’altra, che la spirale del male è senza fine. Anche il nuovo romanzo, Uccidi il padre (Mondadori), ha infatti un finale aperto, e anche quando tutto sembra aver trovato la conclusiva spiegazione e soluzione, un telefono suona, tutto forse ricomincerà...
Denso di fatti e di colpi di scena, il poderoso racconto — 562 pagine — parte come un thriller, con la polizia che indaga su un bambino scomparso. Ma subito la scena si complica: la madre viene trovata decapitata, il padre è accusato di omicidio. Sul luogo, la campagna vicino a Velletri, boscaglia e sterpi intorno ai resti di un antico santuario pagano, si ritrovano strani segni, le due scarpe del bambino legate a un albero, un fischietto da boy scout che si usava trent’anni prima. Il magistrato e i poliziotti pensano subito che il padre, alcolista manesco, sia il colpevole: avrebbe lui ucciso la moglie e il bambino, occultandone il corpo. Ma il capo della Squadra Mobile, Rovere, non ci crede. Per questo dà il via a un’indagine parallela e poco ortodossa, incaricando due strani personaggi: la sua ex assistente, Colomba Caselli, messa a riposo dopo essersi salvata da un attentato, a Parigi, a cui aveva assistito senza poter fare niente; e un sensitivo, Dante Torre, che era stato sequestrato da bambino vivendo per tredici anni in un silo, «educato» e torturato da un misterioso Padre. Liberatosi, Dante ha in parte riacquistato una vita passabilmente normale, anche se solo il ricorso ad alcol, psicofarmaci e caffè in grandi dosi gli consentono di far fronte alle sue fobie. Anche Colomba, sofferente di una sindrome post-trauma, presenta vistosi disturbi di comportamento, soggetta com’è a ricorrenti crisi di panico. Dante, fino da subito, sente che dietro la sparizione del bambino c’è, di nuovo, l’opera del Padre, ma intuizioni e coincidenze non bastano a fornire una prova. Che Colomba, correndo sul filo della legalità, cerca di trovare.
In questo trittico di personaggi psichicamente instabili (i due detective tormentati dalle ombre del passato, il misterioso mostro che rapisce i bambini) si vede il marchio di fabbrica di Dazieri. Affascinato dal lato oscuro della realtà, là dove fatti e allucinazioni si confondono, Dazieri passa dalle fortunata serie del Gorilla, il detective dalla scissa personalità (il Socio è il suo doppio), a un intrigo complesso che via via rivela aspetti sempre più inquietanti. Riportandoci indietro ai tempi della Guerra fredda, degli esperimenti di lavaggio del cervello (si cita ovviamente The Manchurian Candidate ), e poi frugando tra servizi deviati, scorie radioattive, test omicidi pagati dalle multinazionali farmaceutiche, «i diecimila segreti italiani», l’orrendo mercato dei video pedopornografici. Un mondo, appunto, a misura di incubo, territorio ideale per i due investigatori che la vita ha spinto a muoversi oltre i confini della realtà.
Romanzo massimalista, Uccidi il padre regala una miriade di percorsi di lettura. Come quella del recupero della cultura pop occidentale degli anni Settata e Ottanta, gli anni rubati di Dante. E che lui, con ricerche compulsive e frenesia classificatoria, rintraccia e raccoglie: dalle carte telefoniche ai Puffi, dalle serie dimenticate della tv («Supercar») a spettacoli Rai di varia comicità («Non Stop», con Jack La Cayenne!). E poi ci sono canzoni, film come «Alba rossa» di John Milius, «L’uomo che cadde sulla terra» con David Bowie, «Zardoz» e il telefilm poliziesco «Quincy». Dazieri ama molto le citazioni, a volte le usa in tono elogiativo come quando rende omaggio al romanzo di Jeffery Deaver Il collezionista di ossa ; a volte, invece, lo fa con divertita cattiveria: il nuovo capo della Mobile, appena arrivato a Roma, si accorge di aver dimenticato di portare con sé il sonnifero, ovvero il libro di Coelho che teneva sul comodino. Non mancano i riferimenti, ironici, alle serie poliziesche all’italiana, a cui pure («Squadra Antimafia» e «R.I.S.») Dazieri collabora: «Non chiamarla Squadra Omicidi» dice Colomba al giovane autista, «Quello è nei telefilm». C’è poi l’omaggio a un gruppo punk-rock italiano, Cattive abitudini, con la canzone «Cosa sei disposto a perdere», le cui parole servono a Dante a cogliere un dettaglio fino ad allora rimasto oscuro.
Mescola, il libro, pagine di estrema precisione realistica (l’esplosione del locale giapponese a Parigi da cui Colomba si è salvata è un vero pezzo di bravura) con la trascrizione degli incubi che perseguitano l’insolita coppia di detective. Ma ciò che tiene unito e compatto il racconto è la percezione che dietro a quello che accade c’è una organizzazione, un potere più forte di tutto e di tutti. Romanzo a sfondo nerissimo, Uccidi il padre è un viaggio all’inferno. Dove a un certo punto si viene a scoprire che, negli anni, i bambini rapiti e mai più tornati a casa sono tanti, troppi. Che spesso le famiglie dei piccoli scomparsi non sono proprio un nido accogliente e pieno d’amore, ma solo nuclei malsani popolati da padri violenti e madri alcolizzate. E Dazieri ci dice che la centrale del male ha quasi sempre connotati politici: i servizi segreti, le trame occulte che hanno insanguinato l’Italia (c’è pure, di passaggio, un accenno alle violenze del G8 di Genova). Del resto il Padre non ha agito da solo, ma si è servito di ex militari e ha potuto contare su molte complicità. Sotto questa buia costellazione nessuno si salva. Anche perché su tutto e tutti grava un segreto, una colpa non detta. Una smagliatura di cui il Padre malvagio sa approfittarsi. Ogni personaggio ha qualcosa da nascondere, sono (siamo?) tutti vulnerabili. Rendersene conto può dare molto dolore. Per questo, alla fine, Dazieri ringrazia i lettori che avranno deciso di fare con lui questo viaggio nelle tenebre.
La Stampa 26.5.14
L’uomo ha vinto perché sa immaginare ciò che non si vede
Incontro con Yaval Noah Harari, autore di una “breve storia dell’umanità” che da tre anni è un bestseller in Israele. E ora arriva in Italia
di Maurizio Molinari
Insegna Storia medievale, commenta in tv la crisi ucraina, è lo scrittore più amato dai ventenni e il Museo d’Israele gli dedicherà una mostra ad personam: all’età di 38 anni Yuval Noah Harari deve la popolarità a Sapiens, un libro scritto quasi per caso che da tre anni è un bestseller e ora arriva in Italia per i tipi di Bompiani con il titolo Da animali a dèi.
Per esplorare il fenomeno Yuval siamo entrati nella sua casa di Mesilat Zion, un moshav immerso nel verde a 30 minuti di auto da Gerusalemme, dove vive con il compagno Itzik Yahav e tre cani, preparando le lezioni sul Medioevo per i suoi studenti dell’Università ebraica sul Monte Scopus. «È successo tutto quasi per caso - esordisce - perché Sapiens doveva essere un volume di corso per i miei studenti, ma appena arrivato in commercio si è trasformato in qualcosa capace di attrarre un pubblico più vasto». Il motivo è che si tratta di una «breve storia dell’umanità», dalla comparsa dell’uomo sulla Terra fino alla rivoluzione digitale, adoperando come chiave di lettura dei mutamenti intervenuti «la forza dell’immaginazione».
Harari la spiega così: «All’inizio l’Homo sapiens non era un vincente, quando si affacciò per la prima volta in Medio Oriente venne sconfitto e dovette tornare indietro in Africa, ma poi sviluppò la capacità di operare assieme, in gruppo, e prevalse velocemente sulle altre cinque specie umane esistenti». Disegnare graffiti nelle caverne, andare a caccia e muoversi assieme furono i primi indicatori di una «capacità di immaginarsi come collettività» che fece la differenza, diventando il primo esempio di una «qualità che distingue l’uomo dall’animale perché una scimmia capisce solo ciò che vede, come una banana o un leone, mentre un uomo riesce a immaginare il Paradiso o la felicità». Da qui una storia dell’umanità descritta attraverso le «creazioni immaginarie»: dalla fede alla moneta, dalla giustizia alla libertà, dai diritti umani a Google.
«Sono tutte cose che concretamente non esistono - dice Harari, corpo esile e mani continuamente in movimento -, perché nessuno ha mai visto Dio, la moneta è un pezzo di carta che non vale nulla, i diritti umani sono un concetto vago e Google è l’esatto opposto di un oggetto, non ha fisicità». Ma «ciò non toglie che quando gli esseri umani credono in questi concetti li trasformano in fatti reali», mentre «quando non ci credono restano singoli accidenti di percorso, portando magari qualcuno a essere ricoverato in manicomio». La dinamica della storia dunque è segnata dai momenti in cui gli esseri umani si ritrovano attorno a «creazioni che interpretano le necessità del momento, incarnano i bisogni collettivi e consentono all’umanità di crescere, svilupparsi, rafforzarsi». Oltre al fatto di essere «la conseguenza di interazioni tra esseri umani, animali e habitat».
L’evoluzionismo di Darwin per Harari è dunque «solo uno dei tasselli che spiegano le trasformazioni avvenute» e deve essere esteso alle «interazioni tra biologia ed esseri umani». Il ragionamento dello scrittore non è solo all’indietro nel tempo, perché lo rilancia anche in avanti, come chiave interpretativa del prossimo futuro: «Oggi siamo esseri umani assai diversi da quelli che esistevano 200 anni fa e tra 200 anni i nostri discendenti saranno altrettanto differenti da noi», perché «potrebbero essere dei super-esseri umani, grazie all’incrocio tra biologia e alta tecnologia, oppure degli esseri artificiali». È questa la scelta che «spetta alla nostra generazione»: usare la tecnologia «per perfezionare l’uomo» o «sostituirlo con i robot». «Dobbiamo decidere cosa diventare».
La velocità del pensiero dell’autore di Sapiens e la sua capacità di leggere trasversalmente ere storiche lontanissime spiegano l’attrazione che esercita sulle nuove generazioni di una nazione come Israele, che descrive «in bilico». «Israele è un miracolo - spiega -, perché da un lato è all’avanguardia nella stagione delle nuove tecnologie, mentre dall’altro è imprigionata in odii e contese dei secoli passati, evidenziati dall’irrisolto conflitto con i palestinesi». Ciò significa che «rischiamo di rimanere intrappolati nell’era passata mentre il mondo accelera in un’altra direzione» ovvero «Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina guidano la rivoluzione digitale verso le prossime tappe e noi siamo ancora immersi in un Medio Oriente ottocentesco dove ciò che avviene in Egitto o Siria appartiene a un’altra epoca».
Per evidenziare questa «discrepanza di ere» Harari sottolinea il caso dell’Iran: «Il governo di Teheran afferma di volere il nucleare per raggiungere sviluppo e modernità, ma il nucleare rappresentava tutto ciò negli Anni Quaranta, quando a realizzarlo furono gli americani seguiti dai sovietici, oggi chi vuole davvero investire sul futuro e diventare una superpotenza mette i soldi in ben altri progetti, penso alle biotecnologie capaci di allungare la vita». Da qui il riferimento alla rivoluzione industriale: «Quando iniziò fu la Gran Bretagna a guidare la svolta, seguita dagli Stati Uniti, la Cina rimase indietro e ha avuto bisogno di due secoli per recuperare quel ritardo», dunque «ora siamo in un momento simile, la rivoluzione digitale è iniziata e dobbiamo immaginare nuove realtà per non essere risucchiati dal passato».
La Stampa 26.5.14
I tormenti dell’intellettuale olivettiano
di Massimiliano Panarari
C’era una volta la grande industria, che ha segnato in maniera indelebile il Novecento, prima che il postfordismo se la portasse via. Come testimonia anche L’amore mio italiano, romanzo del 1963 di Giancarlo Buzzi - ora ripubblicato in una nuova edizione da Avagliano (a cura di Silvia Cavalli, con una postfazione di Giuseppe Lupo; pp. 232, € 16) - che costituisce un vero e proprio manifesto letterario dell’olivettismo. L’autore («testa d’uovo» dell’editoria e della pubblicità) ha lavorato per il Saggiatore, ha realizzato le campagne di comunicazione delle Pagine Gialle, ma anche (e sopra ogni altra cosa) è stato il responsabile culturale, tra il 1955 e il 1959, dei «centri comunitari» del Movimento Comunità.
È innanzitutto sotto questa luce che vanno lette le vicende di Paolo, dirigente d’azienda diviso tra due amori (uno alla luce del sole e l’altro adulterino), sullo sfondo di una città, alla fine degli Anni Cinquanta, che assomiglia molto a Ivrea. E dentro la cornice del boom (tanto che il parallelismo tra soddisfazione materiale e sessuale vien naturale) e della nascente società del benessere. Narrativa, dunque, non di fabbrica, ma aziendale, e un apologo-romanzo di idee, zeppo di metafore religiose e «sapienziali», che ruota intorno all’interrogazione sulla «bontà» o meno per il corpo sociale del miracolo economico, descrivendo i tormenti (non solo erotici, ma soprattutto etici e «metapolitici») dell’intellettuale, a cui, nell’età dell’industrialismo eroico e trionfante, non resta che collaborare col nuovo e dirompente corso delle cose.
Quello che può (e deve) fare, tuttavia, è cercare di contaminarlo con l’umanesimo; e, difatti, il protagonista sceglierà infine la «conversione», partecipando all’elaborazione di un piano territoriale aziendale e contribuendo così, con un proprio tassello, alla creazione dell’utopia di un’«Italia un po’ svedese» (come scrisse a proposito di questo libro il suo grande sponsor Italo Calvino).
Un immaginario, giustappunto, nello stile più puro della «scuola olivettiana».
Corriere 26.5.14
Costi della politica: gli antichi greci non stavano meglio
di Armando Torno
Nell’antica Grecia c’erano banche. Non come le nostre, comunque di tre generi: private, pubbliche e sacre. Le prime due possiamo immaginarcele, per la terza dobbiamo recarci a Cos, all’inizio del I secolo prima di Cristo: tre chiavi erano necessarie per l’accesso al tesoro, due delle quali in mano religiosa. E le tasse locali? Anche in tal caso non si badava a delicatezze. Si aggiungevano ai contributi individuali e a una fiscalità capillare: vi erano imposte dirette sulla produzione agricola, sulle persone, sul commercio all’ingrosso e su quello minuto, sulle compravendite locali, sul culto. Inutile continuare, ché sembra di inventariare i balzelli dell’Italia odierna. Le notizie le abbiamo ricavate dal ponderoso volume Les finances des cités grecques , frutto di mezzo secolo di lavoro di Léopold Migeotte (professore all’Università Laval, in Québec), appena uscito da Les Belles Lettres (pp. 778, e 59).
Mettendo a profitto i testi di filosofi, letterati e storici greci, soprattutto la documentazione epigrafica, Migeotte ha scritto un libro rivelatore di un mondo avvolto dal mito, in cui si formano i nostri modelli. Ricalcola, tra l’altro, quali erano i costi di una festa o quelli per un concorso o per la celebrazione dei culti (acquisti di animali e loro nutrizione sino al sacrificio), le cifre necessarie per affrontare una guerra o per difendersi da un attacco nemico (tra l’altro i casi di Sparta e Siracusa); né manca un capitolo sui costi della politica. Per esempio, ci fu un aumento retributivo per i cittadini ateniesi che svolgevano funzioni civiche all’inizio della guerra del Peloponneso (anni dal 431 al 404 a.C. circa) che restò valido sino ai tempi di Aristotele (morto nel 322 a.C.): Migeotte ricorda che la spesa annuale dovette essere tra i 22 e i 37 talenti. In quel periodo un talento equivaleva alla quantità di argento necessaria per pagare l’equipaggio di una trireme per un mese.
Sono inoltre evidenziati i costi della democrazia ateniese. Il suo funzionamento esigeva spese regolari, «per l’acquisto del materiale di scrittura, la remunerazione dei secretari, dei sotto secretari, degli araldi e di altri impiegati subalterni» (in buona parte schiavi). Senza contare i viaggi degli ambasciatori, arbitri e ispettori o, tra gli altri, i decreti onorifici. «Fabbricazione e incisione delle steli, salario degli addetti e onoreficenze concesse ai beneficiari — nota Migeotte — possono essere valutate a 10 o 20 talenti per anno nel IV secolo». E anche i lavori pubblici avevano un’incidenza a seconda delle tendenze, tenendo conto che iscrizioni e statue potevano subire variazioni o sostituzioni. Pericle ha stimato una spesa di 3.700 talenti per i Propilei, altri lavori dell’Acropoli e l’assedio di Potidea.
Lo studio di Migeotte assegna a ogni cosa il suo prezzo nell’ambito del «miracolo greco». Riesce a farci guardare nella tenuta dei libri dei conti o tra le spese di un processo. È un metodo quantitativo che fa capire come quegli antichi problemi siano simili ai nostri. Del resto, anche Peter Brown ha seguito analoga via per focalizzare con i parametri di ricchezza e povertà lo sviluppo del cristianesimo tra il 350 e il 550 della nostra era. La sua opera, pubblicata due anni fa da Princeton University Press, è ora tradotta da Einaudi: Per la cruna di un ago (pp. 894, e 36). In tal caso coloro che dispongono di mezzi finiscono sotto osservazione: è più facile al cammello passare per la cruna dell’ago che a un ricco entrare nel regno dei cieli. Ma sia nell’antica Grecia che con il cristianesimo i soldi recavano buon umore. E c’è stato sempre chi ha indicato al ricco scorciatoie per soggiornare benissimo anche nell’aldilà.
Corriere 26.5.14
Nevrotica, bollente, unica Duras
La scrittrice sempre «oltre il limite» secondo Sandra Petrignani
di Pierluigi Battista
La vita di Marguerite Duras è stata tempestosa, appassionata, segnata dall’eccesso. Raccontarla è impresa spericolata. Un impegno che però si è sobbarcato Sandra Petrignani, che con questo Marguerite (Neri Pozza) ha restituito nella sua pienezza letteraria ma soprattutto esistenziale la figura di una scrittrice che è stata un pilastro del mondo intellettuale francese del dopoguerra. Una presenza irregolare e mercuriale, un uragano di idee e di emozioni che hanno fatto irruzione nella vita di uomini condannati a perdere la testa per la Duras, di cineasti e scrittori che sono stati travolti da collaborazioni impossibili, di una madre complicata che non le ha mai perdonato di averla maltrattata nelle pagine di un romanzo, sminuendo l’eroismo di una donna restata vedova e costretta a resistere alla forza di un destino ingrato e di un oceano, il Pacifico, inarginabile.
Come sa chi ha letto L’amante o visto il film che Jean-Jacques Annaud ne ha ricavato, Marguerite Duras ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza in Indocina, dal Vietnam alla Cambogia, portata da vicende familiari molto complesse e che comunque hanno depositato nella sua vita il senso di uno spaesamento mai più recuperato anche dopo decenni di «stanzialità» a Parigi. L’avventura della sua vita, raccontata dalla Petrignani in un romanzo che non esita a inserire i dettagli biografici della Duras nella cornice narrativa di un’emotività nevrotica e ribollente di colpi di scena e colpi di testa, fu anche il tentativo disperato e mai raggiunto di trovare un’àncora di salvezza e di stabilità. Tentativo frustrato nella letteratura, inseguendo un ideale di purezza che mise la Duras in conflitto con editori, recensori, registi che volevano tradurre sullo schermo le sue opere o collaborare con la scrittrice per imprese ardue, di difficilissima collocazione nel mercato. Tentativo frustrato nella sua vita sentimentale, burrascosa e volubile, e in quella sessuale, bulimica, furiosa, errabonda, traditrice. Tentativo frustrato nella politica. La Duras entrò nella Resistenza tardivamente, dopo aver accettato una posizione di acquiescenza durante l’occupazione nazista. Avrebbe potuto salvarla la militanza nella sinistra. Ma una libertaria indomabile e irriducibile come lei, che pure cercava nel Partito comunista quella che Sandra Petrignani chiama «una comunità zattera», non poteva respirare nell’atmosfera del Pcf della fine degli anni Quaranta, un partito «contro i “pederasti”, contro l’esistenzialismo, contro tutto ciò che nei comportamenti individuali minaccia la serietà, la centralità della famiglia. È contro per principio a quel che viene dall’America».
E perciò la Duras, insieme ai suoi amici e amanti più cari, venne accusata dal partito di ogni nefandezza, compresa l’«assiduità in locali notturni ove regna la corruzione politica, intellettuale e morale e si esibisce una nemica del popolo come Juliette Gréco», e infine radiata, costretta a lasciare quella comunità.
Marguerite Duras non voleva accettare compromessi, limitazioni, regole dettate dal buonsenso. Sandra Petrignani ci descrive una figura fragilissima ma dispotica, assediata dall’alcol ma sempre all’erta per restare lucida e non cedere al conformismo nemmeno un millimetro della sua esistenza. Una donna che sapeva distruggere relazioni con un autolesionismo patologico. Che conduceva una sua personale guerra con l’establishment culturale della Francia perbenista e accomodante, anche a costo di mettere in pericolo collaborazioni, progetti, sceneggiature, sicurezze editoriali. La Duras ha contato moltissimo nella vita culturale della Francia e dell’Europa, ma avrebbe potuto contare ancora di più se anche gli ambienti aperti e sofisticati dell’intellighentsjia non fossero stati intossicati da un convenzionale ossequio alle regole della superiorità maschile, arbitrarie e decisamente immeritate. Un’intellettuale vulcanica che ha scritto molto. Alcuni romanzi bellissimi, altri più segnati da un’ostinazione sperimentale che voleva essere una sfida al senso comune ma che qualche volta finiva per umiliare anche il lettore.
La Petrignani racconta bene il senso di un’ingiustizia, lo stato di minorità che la vicenda della Duras ancora soffre se confrontata con la fama di altri scrittori e filosofi suoi contemporanei di talento inferiore eppure premiati oltre misura. Non è un risarcimento postumo, ma la ricostruzione di un percorso esistenziale accidentato eppure affascinante, atipico, non rinchiuso nelle poche certezze di una vita borghese di routine anche se baciata dal successo letterario e dalle mitologie nate nei caffè e nei bistrot della rive gauche. Il romanzo di una vita, di una vita difficile e tumultuosa. E proprio per questo sempre eccessiva, nel bene come nel male.
La Stampa 26.5.14
Alla maniera di Rosso e Pontormo
A Palazzo Strozzi di Firenze un match sotto gli occhi del maestro Andrea del Sarto
di Marco Vallora
Si parte dalla costola centrata ed affrontata del serafico e fluviale affresco (staccato e accuratamente restaurato) del Viaggio dei Magi, di Andrea del Sarto, e a lato, con miracoloso transito dal Chiostrino dei Voti dell’Annunziata, si segue l’avvio di questo cammino divergente, di due geni coevi della pittura. Qui presenti, Pontormo con la maestosa Visitazione, memore degli echi romani delle Stanze raffaellesche, e Rosso, con la concitata scena drammaturgica dell’Assunzione, d’innanzi lo stupore rappreso e recitato degli Apostoli. Ma già nel suo Viaggio dei Magi, il tollerante maestro Andrea, ha permesso all’impertinente allievo dai capelli rossi di piazzare in prima fila la zampata vigorosa dell’uomo rabbuiato, con il solistico mantello arzigogolato, e il berrettaccio fulvo, che richiede sullo sfondo il riequilibrio rapinoso d’un cappellone Elsa Schiaparelli, di tre quarti, a tesa esasperata. Tutto quest’intrigo di storia religiosa e di prodigiosa pittura, nasce infatti in quel chiostrino, ove han lasciato traccia nobilissima anche il Baldovinetti, Cosimo Rosselli e i tre nostri protagonisti.
Perché certo Andrea non sfigura troppo, accanto ai due suoi creati, nati lo stesso anno 1494, in territori non troppo distanti. Entrambi (chi venendo dalla bottega di Fra’ Bartolomeo, chi del visionario Piero di Cosimo) passati poi per la sua officina, di tenero-complice maestro, non molto più anziano di loro e diverso però per indole stilistica. Più pacioso, e più armonioso, meno inquieto, pur nella sua genialità. Che qui riluce nella folgorante Madonna delle Arpie, datata 1517, manifesto di congedo da un irrequietissimo periodo di lotte politiche e religiose medicee, seguito alle vicissitudini dell’espugnata Repubblica e alle prediche apocalittiche di Savonarola (sullo sfondo il Sacco di Roma, la pubblicazione delle tesi di Lutero, la rivalutazione di San Francesco, proprio come oggi. Ma, soprattutto, la proibizione, da parte del Concilio fiorentino del 1517, delle prediche di tono apocalittico).
Andrea, invece, parte proprio dall’Apocalissi, vergata sulla tela da un Giovanni ancora troppo giovane, e fa planare la sua febbrile, raffaellesca Vergine, su una sorta di basamento all’antica, che fumiga però di nuvole sinistre. È il sinistro «pozzo d’abisso», da cui fuoriescono le cementificate arpie-cavallette, equivocate dal Vasari, che perseguitano i «non sigillati» da Dio. E quegli apparentemente serafici angioletti, che paion giocare a nascondino tra i panneggi dell’issata, in realtà la premono, serrando a pressione una sorta di temibile barattolo di Pandora, per evitare la dispersione dei pestilenziali malanni.
Da quelle nuvole del Maestro «senza errori» ecco che fuoriescono le due «erranze» divergenti, che si fronteggiano nelle stanze. Pontormo, più legato ai Medici e durante la peste eremita alla Certosa del Galluzzo, trova uno stile «di maggior perfezione» e dolcezza, segnato dall’influenza michelangiolesca. Che talvolta s’arrotonda e commuove, pasolinianamente, nei colori aspri, sciropposi ed inventati, dialogando con le «stranezze salvatiche» di Piero di Cosimo e lasciandosi invadere dalla «maniera stietta tedesca» di Dürer, pur demonizzato da Michelangelo.
Rosso nella peste s’incista, ma poi, troppo repubblicano e savonaroliano, deve lasciar il campo. Volando etereo e feroce, verso l’ornamentata Fontainebleau di Francesco I. Con quel suo modo arcaicista e neo-masaccesco di stipare insieme «senza aria» i corpi e le immedesimate recitazioni retoriche, ciceroniane, di spiritati santi-demoni (molto metodo Strasberg-Stanislavskij). Posture attorcigliate, violentemente esibite, quasi ginnastiche, tra Pollaiolo e Donatello. Via però quella scolastica usurata dell’eccentrismo anarchico, con la caricatura del Pontormo, tutto «cacarella e du’ ovetti», storpiata dal suo Diari, in formato Baj o Fo. Qui si scontrano due stili e due mondi, mentre ti par di udire scricchiolar la Storia, e Andrea che imbastisce con loro il fatale, probabile viaggio nella Roma michelangiolesca, e ha l’accondiscendenza di saggiare i loro idioletti: «ma sì, provatevi qui, a mostrarmi di che pasta siete capaci. Stupitemi!».
il manifesto 24.5.14
«L’Unità non si spegne». La rivolta della redazione
di E. Ma.
Editoria. Da dieci giorni senza firme, sciopero il 27 maggio. Il 5 giugno l’assemblea dei soci dell’editrice Nie deciderà il futuro del quotidiano. Il Cdr: «Il Pd prenda posizione»
«Non vogliamo passare dal novantesimo compleanno al funerale nello stesso anno». E il rischio per l’Unità c’è. La vertenza della testata, che almeno da un decennio è segnata da una serie di stati di crisi, con riduzioni del personale consistenti (30 prepensionamenti dal 2005 ad oggi) malgrado gli accordi di solidarietà sottoscritti dalla redazione, ha subito un’accelerazione drammatica a maggio. Mercoledì prossimo, per la quarta volta questo mese, l’Unità non sarà in edicola e lo sciopero delle firme — oggi al decimo giorno — proseguirà almeno fino al 5 giugno, giorno in cui si riunirà, dopo due rinvii, l’assemblea dei soci per decidere le sorti dello storico quotidiano fondato da Antonio Gramsci.
Il Cdr, che ieri ha indetto una conferenza stampa nella sede romana dell’Fnsi per annunciare le nuove iniziative di lotta, teme «decisioni traumatiche, unidirezionali e non concordate», da parte della casa editrice Nie (Nuova iniziativa editoriale) che, «dopo aver fatto scadere anche l’ultimo accordo di solidarietà» e «senza aver mai aperto un tavolo di trattativa con la redazione», sembra ora orientata a scegliere la via della liquidazione. Coatta o concordata, non è dato saperlo. Ma i giornalisti e i poligrafici, che da due mesi sono senza stipendio e da un anno si sono visti tagliare tutti i benefit concordati, denunciano l’«incapacità dell’azienda a gestire la crisi» e una «dismissione sotterranea» a suon di tagli che «impoverisce, oltre che i lavoratori, anche il prodotto». La Nie (il 51% di proprietà di Matteo Fago, fondatore del sito di viaggi Venere.com, e tra gli altri azionisti anche Renato Soru, fondatore di Tiscali ed ex governatore Pd della Sardegna, e la società Soped controllata dall’ex senatrice di Forza Italia, Maria Claudia Ioannucci) «ha tagliato prima le cronache locali di Bologna e Firenze e ora la distribuzione in Sicilia, Sardegna e Calabria», spiega il Cdr. L’unico piano di rilancio che aveva fatto capolino puntava sul web ma «è rimasto sulla carta perché senza finanziamenti».
Ma «se non ci sarà accordo sulle problematiche di gestione del personale, si andrà allo scontro», promette Giovanni Rossi, presidente dell’Fnsi. Mentre Paolo Butturini, segretario di Stampa romana, considera la questione una «vertenza nazionale» da risolvere attraverso «finanziamenti pubblici mirati», a «sostegno del pluralismo» e per la «ripresa del concetto democratico di informazione». Nota Butturini il triste silenzio del Pd, proprio nel giorno in cui l’apertura del giornale è affidata a Matteo Renzi che fa appello al voto utile. «Voglio una posizione ufficiale del partito — si accalora il sindacalista — che deve avere il coraggio di dire che l’Unità si deve salvare». Da domani, forse. Sempre che il salvatore sia stato salvato.