l’Unità 7.1.14
La minoranza (divisa) cerca un nuovo leader
L’ex viceministro prova a organizzare l’opposizione a Renzi
Ma in campo anche Cuperlo e Zingaretti
Orfini critico: «Non serve un nuovo correntone»
di Andrea Carugati
l’Unità 7.1.14
Lavoro, riforme e unioni civili, i nodi al tavolo di Palazzo Chigi
Su diritti e immigrazione il premier invita a non rifare «guerre di trincea»
Forse un’apertura anche per le coppie gay
E sull’art 18 si aspetta la direzione Pd
di Natalia Lombardo
La Stampa 7.1.14
Lo strano bivio del Pd
di Marcello Sorgi
Sospesa temporaneamente e opportunamente per l’ondata di commozione che
ha accompagnato il malore di Bersani, la polemica tra Fassina e Renzi è tutt’altro che risolta.
In discussione, infatti, non è il rapporto personale tra i due esponenti della nuova generazione del Pd, schierati su sponde opposte anche alle primarie. Piuttosto, quello tra il Pd e il governo: una turbolenza da tempo nell’aria, sotto forma di sorda opposizione alle larghe intese, manifestatasi anche prima, nei giorni terribili dell’affossamento, ad opera dei franchi tiratori, delle candidature di Marini e Prodi alla presidenza della Repubblica. E che il passaggio di Berlusconi all’opposizione e l’arrivo di Renzi alla guida del Pd hanno oltremodo aggravato, fino a farne il tormento quotidiano del premier Letta e una questione che la direzione del partito, convocata per il 16, dovrà in qualche modo dirimere.
È abbastanza illusoria, va detto, l’idea di venirne fuori calmierando il movimentismo del nuovo segretario e convincendolo a rispettare le regole (quali regole, poi?) della politica romana, contro cui manifestamente morde il freno. Perché anche qui, non si tratta dell’amicizia o meno tra il leader e il presidente del Consiglio, o del rispetto, che per altro non ha mai fatto mancare, al Capo dello Stato. Il punto è un altro: l’elezione del nuovo segretario del Pd da parte di una base di circa tre milioni di cittadini, che lo ha plebiscitato nel nuovo ruolo con il sessanta per cento dei voti, ha riproposto, anche a chi se n’era dimenticato, la caratteristica tipica della Seconda Repubblica, per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi vent’anni. E cioè il rapporto diretto tra i cittadini elettori e la scelta dei governi, prima, e adesso anche del segretario del maggior partito di governo.
Fino alle elezioni del 2013 con la brusca eccezione dell’ultimo, imprevedibile risultato che ha suddiviso il campo politico in tre, e non in due, schieramenti il meccanismo aveva più o meno funzionato, per governi che poi, però, per varie ragioni, non erano riusciti a governare. Nel 1994, nel 2001 e nel 2008, vincitore e premier del centrodestra era stato Berlusconi. Nel 1996 e nel 2006 era toccato a Prodi e al centrosinistra.
I guai sono cominciati quando il Cavaliere, per incapacità di tenere insieme la sua larga maggioranza, di affrontare la crisi economica (o a sentir lui anche per un complotto consumato ai suoi danni), nel 2011 è stato costretto
a mollare. E diversamente da quanto era accaduto nel 2008, alla caduta del governo Prodi, il presidente Napolitano, considerata la gravità della situazione, e per evitare nuove elezioni, ha preferito insediare Monti e il suo esecutivo tecnico sostenuto da una larghissima maggioranza, con centrosinistra e centrodestra alleati.
Che dovesse trattarsi di una parentesi, non c’erano dubbi. L’indicazione per un nuovo governo politico, di lì a poco, sarebbe dovuta sortire dalle urne elettorali del 2013. Invece per la prima volta dopo vent’anni questo non è accaduto. Con le esorbitanti conseguenze degli ultimi mesi: il tentativo fallito, di Bersani, di mettere insieme un governo di centrosinistra alleandosi con il Movimento 5 stelle; il disastro della mancata elezione presidenziale; la conseguente, ancorché eccezionale, rielezione di Napolitano, chiesta, da destra e sinistra, da un larghissimo schieramento di forze che tentavano così di arginare la loro impotenza. Una rielezione subordinata, all’atto stesso della sua accettazione, dal candidato riluttante a succedere a se stesso, all’impegno degli stessi partiti che l’avevano voluta, di varare in tempi brevissimi un programma di riforme, per affrontare la crisi di sistema in cui l’Italia era caduta. Si trattava di scegliere, appunto, tra il modello di democrazia diretta, necessariamente da aggiornare dato il suo esaurimento, in cui sono i cittadini a scegliersi i governi, e quando cadono a sostituirli con una nuova tornata elettorale. O un altro diverso modello, tra quelli delle maggiori democrazie europee, inevitabilmente da adattare all’eterna specialità italiana. In questo quadro il governo Letta, sostenuto da un’altra maggioranza di larghe intese, doveva costituire una nuova eccezione, a garanzia di un processo riformatore e di una collaborazione politica che tutti si auguravano brevi tra schieramenti politici opposti che sarebbero tornati a contendersi la guida del Paese.
Quel che è seguito è stato purtroppo un ennesimo nulla di fatto. Il Pdl, di fronte alla condanna definitiva di Berlusconi in Cassazione e alla conseguente, seppure combattuta, decadenza da senatore, s’è diviso tra una maggioranza che ha preferito ritirare l’appoggio al governo, andando all’opposizione con il leader storico e rifondando Forza Italia, e una minoranza guidata da Alfano, che ha alzato le insegne del Nuovo centrodestra e ha deciso di mantenere il sostegno a Letta. Mentre il Pd, dopo le dimissioni di Bersani, ha puntato a risolvere i propri problemi interni con la scelta delle primarie e l’elezione popolare nel nuovo segretario. Quanto al processo della Grande Riforma, su cui tra molti sussulti la legislatura s’era avviata, è evidente che la fine delle larghe intese ne ha condizionato le prospettive e aumentato le difficoltà. Tal che lo stesso Capo dello Stato, nel suo messaggio di Capodanno, ha consigliato di concentrarsi sulla legge elettorale, indispensabile dopo la cancellazione del Porcellum operata nel frattempo dalla Corte Costituzionale.
Così l’Italia ancora una volta è ferma davanti al bivio della sua interminabile transizione: deve decidere se e come salvare la Seconda Repubblica morente, mantenendone gli elementi di democrazia diretta e riducendone le lungaggini parlamentari che s’è portata in eredità dalla Prima, o trovare un’altra strada per la Terza. Allo stesso bivio è fermo il Pd: che con Renzi ha fatto scegliere al popolo il proprio leader, ben sapendo che dopo l’8 dicembre le gerarchie di partito avrebbero contato meno. Ma un mese dopo, con Fassina (e non solo con lui), comincia incredibilmente a pentirsene.
La Stampa 7.1.14
Riforme, la pistola per Matteo è la legge elettorale
È il primo punto nell’agenda di Matteo Renzi, e proprio per questo Letta preferirebbe tenerlo fuori del patto di governo. Nello schema renziano la riforma della legge elettorale è la pistola da mette- re sul tavolo delle trattative, lo spartiacque della sua azione: tutti sanno che senza di essa il Capo dello Stato non dirà mai sì ad una richiesta di scioglimento anticipato delle Camere. Per superare il sistema partorito dalla sentenza della Corte Costituzionale (proporzionale puro con una preferenza), Renzi ha fatto tre proposte: un sistema spagnolo corretto (proporzionale ma con collegi piccolissimi), il ritorno all’uninominale maggioritario in vigore dopo il ’93 (il cosiddetto Mattarellum), una versione nazionale del sistema in vigore nei Comu- ni, ovvero proporzionale ma a due turni, con pre- mio di maggioranza da assegnare al ballottaggio. Tre soluzioni diverse per stanare i tre leader con i quali Renzi dovrà fare i conti: al M5S non dispiace lo spagnolo, Forza Italia ha sostenitori dello spagnolo e del Mattarellum, il Nuovo centro di Alfano tifa per il sistema dei sindaci. Grillo si è sfilato dalla trattativa, Forza Italia non ha ancora deciso che fare, dunque per ora l’unico che tratta apertamente è Alfano. Ma occorre tenere conto anche del quarto incomodo, ovvero Scelta Civica: il capo- gruppo alla Camera Andrea Romano ha detto di essere favorevole al Mattarellum corretto con un secondo turno che assegni un premio di maggio- ranza. «L’accordo non si fa necessariamente a colpi di maggioranza», dice la responsabile riforme del Pd Boschi. In quel «non necessariamente» c’è tutta la fretta dei renziani.
il Fatto 7.1.14
Letta e la sua agenda appesi alla trattativa tra Renzi e B.
Se i due si accordano sulla legge elettorale possibili elezioni a maggio
Se il governo resta, rischia comunque di andarsene Saccomanni
di Marco Palombi
Paolo Naccarato è uomo dalle multiformi e sempre brillanti carriere politiche: al governo col centrosinistra, parlamentare col centrodestra, ribaltonista qualche volta (ora è alfaniano), cossighiano (nel senso di Francesco Cossiga) sempre. Quel che non manca al nostro, insomma, è la pratica del mondo politico e dei suoi aspetti tattici. Detto questo, la sua spiegazione della fase attuale è la seguente: il nodo è la legge elettorale e “su questo mi sia consentito di dare un suggerimento: piaccia o no bisogna attendere senza innervosirsi l’esito della trattativa Renzi-Verdini-Berlusconi e se la pregiudiziale di election day posta dal grande Silvio viene accolta o meno”. Fino ad allora, al “governo Letta-Alfano conviene occuparsi d’altro”.
TRADOTTO: il governo è appeso alle discussioni già in corso tra il segretario del Pd e Denis Verdini sul cosiddetto modello spagnolo (Renato Brunetta, mediatore prima del banchiere-editore toscano, preferiva invece il Mattarellum corretto con premio di maggioranza). Se il sindaco di Firenze e il Cavaliere di Arcore trovano un accordo lo faranno nei prossimi giorni – anche se l’agenda ufficiale non è ancora fissata – in modo da avere un primo voto in commissione entro gennaio e l’approvazione definitiva della riforma entro marzo. Il motivo è semplice: ci sarebbe ancora il tempo per sciogliere le Camere e tenere le Politiche insieme alle Europee il 25 maggio (il tempo minimo è 45 giorni).
Enrico Letta – al contrario e non a caso – parla di un’intesa da raggiungere entro le Europee in modo proprio da impedire l’election day e rinviare il tutto a dopo il famoso – e presumibilmente inutile – semestre di presidenza italiana della Ue. Il premier, nel frattempo, è impegnato a stringere il cosiddetto “patto di coalizione” sul governo, ma è del tutto evidente – anche se Palazzo Chigi continua a spargere ottimismo ufficiale sulle intenzioni di Renzi – che si tratta di una partita secondaria rispetto a quel che è stato messo sul fuoco nella cucina del segretario Pd. Solo se andasse a vuoto l’intesa di quest’ultimo con Silvio Berlusconi – che infatti Letta tenta di contrastare chiedendo che tutto venga discusso nel perimetro della sua maggioranza –, il presidente del Consiglio potrebbe tornare al centro della scena ed essere sicuro di avere il suo anno alla guida del governo: “È chiaro – dice ancora Naccarato – che in quel caso bisognerà ripartire realisticamente da un altro lato dello scacchiere politico con altri interlocutori e altri modelli elettorali”. E allora potrebbe contare qualcosa anche il patto di coalizione di Letta, anche se i temi sensibili – come unioni civili e riforma della Bossi-Fini – ne rimarranno con ogni probabilità fuori grazie alla classica formula “se ne occuperà il Parlamento”. Nel caso il governo in carica dovesse rimanere al suo posto ancora per un anno, però, si potrebbe aprire il problema della guida del ministero dell’Economia: non tanto per la questione del rimpasto (Renzi non vuole nessuna poltrona, preferisce usare l’esecutivo come punching ball), ma per le posizioni di Saccomanni.
IERI L’EX BANKITALIA – in una fantasiosa intervista a Repubblica su azioni e risultati dell’esecutivo – ha anche liquidato in sostanza come un’uscita senza alcun legame con la realtà la proposta di Renzi di sforare il vincolo del 3 per cento sul deficit: “Le posso assicurare che non esiste una maggioranza di paesi dell’Ue che vada nella direzione di un allentamento dei vincoli del Patto di Stabilità. Ne dobbiamo prendere atto. Del resto noi stessi abbiamo introdotto in Costituzione il pareggio di bilancio”. Come dire: altro che 3, dobbiamo arrivare a zero. Non è detto, insomma, sempre che il governo sopravviva, che Saccomanni non debba lasciare la poltrona di via XX Settembre, visto che già ieri, pure in un giorno festivo, non gli sono mancati gli attacchi di area renziana: “La stabilità non basta – ha sostenuto Sandro Gozi –. Senza un piano serio di riforme istituzionali, economiche e sociali, la crescita non arriverà”. Per ora comunque, e fino alla stesura dell’Agenda 2014, è tutto fermo: pure le sostituzione di Fassina e degli altri dimissionari prima di lui.
Corriere 7.1.14
La barriera di Cuperlo: il Pd è per il doppio turno
Il presidente e le mosse del segretario: non si può terremotare l’esecutivo
La frase e le dimissioni
di Monica Guerzoni
«Fassina chi?», ha risposto sabato Matteo Renzi al termine della conferenza stampa dopo la segreteria del Pd a Firenze. Offeso dalla frase del segretario del suo partito, il viceministro dell’Economia si è dimesso dal governo: «Il sindaco ha un’idea padronale del Pd»
La spaccatura
Il caso ha aperto un nuovo fronte nei rapporti tra Pd ed esecutivo. E ha riaperto le divisioni, dopo la battaglia del congresso, all’interno del partito, dove c’è chi ha difeso e chi invece ha criticato il segretario. Renzi, il giorno dopo, non è arretrato sulla sua frase e ha rilanciato: «Se si è dimesso per motivi politici ce li spiegherà. Non diventerò un grigio burocrate»
ROMA — La tregua apparente nel nome di Pier Luigi Bersani regge, il viaggio di Matteo Renzi a Parma per portare all’ex segretario l’affetto di tutto il partito impedisce ai toni di deflagrare. Ma le dimissioni di Stefano Fassina dal governo hanno scosso il Pd, riacceso lo scontro tra renziani e governativi e scatenato, a sinistra, la battaglia per la leadership. La tensione resta alta. I cuperliani sono divisi. Da una parte chi, come Fassina, vuole dar vita a un correntone che ridimensioni lo strapotere del «capo» e, dall’altra, i Giovani turchi come Orfini, più dialoganti nei confronti del leader.
Renzi si è convinto che l’ex viceministro non abbia lasciato l’esecutivo per la sua uscita «Fassina, chi?», bensì abbia trovato una «scusa» per candidarsi a guidare l’opposizione interna. Un sospetto al quale, uno dopo l’altro, danno voce Deborah Serracchiani, Angelo Rughetti e, a sera, Maria Elena Boschi: «Un viceministro all’Economia si dimette se ha motivi di dissenso forte e non per cercare di fare il leader di una opposizione interna». Un attacco politico al quale Fassina, che aspetta ancora le scuse di Renzi, replica senza cercare polemiche ulteriori, ma confermando di essere in campo. Per sostenere il governo e tenere alti i vessilli della sinistra: «È evidente che non vado a casa. Darò il mio contributo al Pd, che ha bisogno di una radicale costruzione culturale e politica. Va sciolto il nodo dei rapporti tra Pd e governo». Farà il controcanto a Renzi? «Mi confronterò con lui nel merito delle questioni. Non si può andare avanti col prendere o lasciare, sul job act come sulla legge elettorale il segretario deve dirci qual è la linea. Basta ambiguità sul governo». Pensa che Renzi voglia andare a votare? «Non lo so,è complicato... Però è preoccupante la strategia del logoramento. Lui dice no al rimpasto per tenersi le mani libere, così se il governo va bene è merito suo, se invece va male...». Il rimpasto, ecco un altro fronte di lotta tra i blocchi contrapposti. Gianni Cuperlo resta convinto che l’esecutivo di Enrico Letta abbia bisogno di nuovi innesti, «personalità importanti» che diano il senso di un governo determinato a rimettere in cammino il Paese. Per aver proposto qualche aggiustamento alla squadra Fassina è finito nel mirino di Renzi e Cuperlo lo difende: «Rispetto la scelta di Stefano, ha ragione quando dice che il governo dobbiamo sostenerlo tutti assieme, altrimenti meglio lasciar perdere». Il presidente del Pd evita i toni bellicosi, però non fa sconti a Renzi. Gli chiede di stimolare Letta senza sparare sull’esecutivo tutti i giorni, senza terremotarlo, depotenziarlo o accusarlo di far «marchette». Gli ricorda, sulla legge elettorale, che il Pd «si è impegnato per il doppio turno». E sul lavoro chiede al segretario che di temi così importanti si discuta nel partito, in modo collegiale: «Il job act? Non possiamo limitarci a scongelare vecchie ricette».
Stasera Matteo Renzi sarà intervistato da Lilli Gruber e chiarirà le sue proposte. E il 16 gennaio le varie anime si confronteranno in Direzione. Ma prima di quella data la sinistra cercherà un chiarimento al suo interno. Cuperlo smentisce l’idea di una sfida tra lui e Fassina: «Non mi sono mai posto il problema di gareggiare con qualcuno». Però il presidente dell’Assemblea conferma che a fine mese terrà una convention «per dare vita a un’area che proietti nel Pd il patrimonio di idee che abbiamo portato alle primarie». Non per discutere di equilibri interni, quanto «per rilanciare quelle proposte».
Sul caso Fassina la minoranza si è spaccata. Matteo Orfini critica sia il segretario sia l’ex viceministro, al primo dice di «non fare il guascone» e al secondo di non aver capito né le dimissioni né la sua posizione sul rimpasto. Orfini, che alcuni danno in corsa per la guida della sinistra, contesta la «falsa partenza» del segretario, ma non condivide la suggestione di un correntone di bersaniani e dalemiani uniti contro Renzi: «Non confiniamoci in una ridotta, come ha sempre detto Bersani la sinistra è il lievito del Pd e non può essere una corrente del Pd. Gli italiani ci chiedono di risolvere i loro problemi e non il problema di chi guida la minoranza... Evitiamo i tempi supplementari del congresso».
La polemica innescata da Fassina sulla «logica padronale» con cui Renzi gestirebbe il Pd, ancora non si spegne. Su L’Unità Claudio Sardo ha firmato un’analisi acuminata, in cui giudica la battuta del segretario «una ferita» arrecata alla sinistra, gli rimprovera di non volersi sporcare le mani col governo e paventa il rischio di una degenerazione populista: «L’aver vinto le primarie così nettamente non legittima un potere assoluto». Dove il sospetto dell’ex direttore è che il segretario voglia tirare la corda, «fino a costringere Alfano a spezzarla».
Repubblica 7.1.14
Cuperlo si schiera con Fassina “Tutto il Pd deve sostenere Letta oppure stop e andiamo a votare”
E a Renzi: basta dividersi tra chi critica e chi prende sputi
di Giovanna Casadio
ROMA — «O sosteniamo un’altra fase del governo fino in fondo, e lo facciamo tutti, oppure si dice basta e si va a votare». Gianni Cuperlo è appena tornato dall’ospedale di Parma, dove è ricoverato Bersani. Per il presidente del partito, e sfidante di Renzi alle primarie, è tempo di chiarezza nel Pd e va aperta la “fase 2” nel governo: «Se il patto di governo non è solo propaganda, allora si cambi marcia davvero».
Cuperlo, le condizioni di salute di Bersani fanno momentaneamente deporre al Pd le armi?
«Lasciamo perdere le armi. Adesso la cosa importante è la salute di Pierluigi e la sua ripresa. Attorno a lui c’è una cintura di affetto e stima che riempie il cuore, rivolta a un leader che della politica ha sempre mostrato il volto buono».
Torniamo allo scontro nel partito e con il governo. Il vice ministro Fassina ha fatto bene a dimettersi solo per una battuta di Renzi?
«La battuta era sgraziata. Il rispetto per gli altri riflette l’idea di partito e del rapporto tra le persone: una cosa è discutere, altra smarrire la distanza tra comandare e dirigere. Spero Renzi capisca che questa differenza passa anche da stile e linguaggio della leadership. Se il modello è il sindaco di New York, De Blasio, quale senso ha riprodurre l’ironia muscolare della stagione che vorremmo chiudere?».
Le dimissioni del vice ministro pongono un problema?
«Un problema che non c’entra nulla con le correnti del Pd, ma c’entra con il patto di governo annunciato da Letta e da Renzi e che deve fondarsi sulla chiarezza per due buone ragioni».
Quali sono le ragioni?
«La prima sta nel sentimento di pancia che ci cresce attorno e dice semplicemente “io soffro, voi non fate nulla, andate tutti al diavolo”. A chi ha questo stato d’animo non interessano le schermaglie tra Palazzo Vecchio e Palazzo Chigi. La sola cosa che gli interessa è capire se il governo e la politica sono in grado di arrivare anche alle loro vite impoverite. La seconda ragione riguarda le cose da fare. Renzi dice che finora si è perso tempo e adesso l’Italia cambia verso. Bene. Ma lui è il leader del Pd e Letta il capo del governo. Allora si mettano le cose nero su bianco, ciascuno si assuma le sue responsabilità per quelle scelte e si agisca».
Quindi Fassina ha avuto ragione o torto a lasciare?
«È una scelta da rispettare anche se spero possa ripensarci dopo un confronto franco. Perché su un punto ha ragione: una divisione delle parti dove chi sta fuori dal governo parla di marchette, chi è al governo piglia gli sputi e poi ci sono anche i furbi che, stando al governo, applaudono agli insulti, non può funzionare. Non si salva così il paese. La parola rimpasto sotterriamola pure, ma io insisto nel dire che saperrebbe saggio chiedere a personalità del civismo e della sinistra, della lotta per la legalità e per il solidarismo, di fare un passo avanti per scavare assieme le fondamenta della ricostruzione».
Per coinvolgere Renzi, sarebbe il caso di proporgli di entrare nel governo come ministro o vicepremier?
«Io sono convinto che si debba fare un mestiere per volta: se uno è il segretario del più grande partito del paese, non ha tempo e modo di fare altro».
Le priorità sono riforma elettorale, diritti civili, piano per il lavoro. Quale modello elettorale lei vorrebbe?
«Sulla legge elettorale si parta dalla maggioranza, poi è doveroso sulle regole trovare un consenso ampio. Se non vuoi morire di larghe intese, la via da seguire è il doppio turno. L’altra urgenza è passare a un monocameralismo, evitando due ballottaggi tra Camera e Senato. Per quanto riguarda il lavoro questa crisi non si aggredisce con le ricette di prima scongelate dal freezer. Né basta agire solo sulle regole. Il tema quanto difficile è redistribuire una quota di risorse e ricchezza, parlare di salario minimo e dell’universalità degli ammortizzatori, di tutela previdenziale per i lavoratori discontinui. Ma soprattutto per rilanciare la crescita devi creare lavoro, su questo fronte l’azione pubblica è decisiva».
Alfano non vuole norme sulle unioni civili. La maggioranza di governo rischia di saltare su questo?
«La cronistoria di una legge sulle unioni civili che tutta Europa considera scontata è la fotografia del ritardo delle classi dirigenti e mostra che la società è più avanti delle sue istituzioni. La destra resiste su posizioni ostili al riconoscimento della dignità per milioni di persone? Se ne assumano il peso. Io dico calendarizziamo la materia alla Camera da subito. Mentre chi insiste a dire che viene prima il lavoro e dopo i diritti, in realtà boicotta entrambi, perché ampliare i secondi mai come oggi equivale a creare nuova ricchezza morale e materiale».
Repubblica 7.1.14
I renziani attaccano l’ex viceministro “Via per guidare l’opposizione interna”
Ma l’Unità critica il leader: non ha avuto cambiali in bianco
di G. C.
ROMA — «Il pressing sul governo per il nuovo patto di coalizione sta prendendo piede in tutto il Pd». Dopo lo scivolone su “Fassina chi?”, Matteo Renzi ragiona a mente fredda. Smaltita l’irritazione per le dimissioni che il viceministro ha attribuito proprio alla sua battuta, il segretario incassa un appoggio di fatto dei “giovani turchi” e di altri pezzi della minoranza del partito. L’incontro con il premier Letta è previsto a Palazzo Chigi in settimana. Ma da domani sono in calendario anche i colloqui con i leader politici sulla legge elettorale. Un’agenda fitta, quella di Renzi. Mentre la segreteria potrebbe slittare al 15 gennaio, alla vigilia della direzione in cui i Democratici terranno la prima resa dei conti dell’era renziana. E entro venerdì Renzi dovrà decidere se ricandidarsi a primo cittadino di Firenze.
Il segretario non parla di rimpasto, giudicandolo parola e pratica della vecchia politica, però è evidente che se Letta pensa a un cambiamento della squadra e lo coinvolge, il segretario è pronto a dire la sua, a indicare le persone che meglio porterebbero avanti le priorità, a cominciare dal Job Act e dalle questioni cruciali dello sviluppo economico. Fuori dal patto di governo vuole invece che resti la riforma della legge elettorale. «La debolezza dell’esecutivo è sotto gli occhi di tutti», ripetono i renziani. L’intervista al ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomani su Repubblica viene giudicata eccessivamente ottimista. Sandro Gozi, renziano, dice che la visione è troppo rosea e afferma che la stabilità da sola non basta e «senza un piano serio di riforme istituzionali, economiche e sociali, la crescita non arriverà». Il Pd di Renzi batte sempre sullo stesso tasto, che è quello del cambiamento e dell’ammodernamento del paese. Apprezza i tentativi del governo Davide Zoggia, ex responsabile dell’organizzazione nella segreteria di Epifani: «Se meno tasse sono l’obiettivo del governo, il Pd non può che sostenerlo per consolidare la ripresa».
Ma sul segretario continuano a piovere critiche per il “caso Fassina”. L’Unità attacca Renzi con durezza e sarcasmo. Una vignetta di Staino riproduce la battutaccia renziana per tutti i membri della segreteria: “Morani chi?”; “Bonaccini chi?”... per dire che nessuno li conosce. E in un commento di Claudio Sardo, ex direttore del quotidiano, il neo segretario è sotto tiro: «Avere vinto le primarie così nettamente non legittima un potere assoluto né autorizza a interpretare il mandato come una cambiale in bianco». Contrattacca Maria Elena Boschi, alla quale in segreteria Renzi haaffidato la partita cruciale delle riforme: «Un viceministro all’Economia si dimette per motivi di dissenso forte con il governo, se non riesce a portare a casa i risultati che vorrebbe nell’interesse dei cittadini. Non per cercare di fare il leader di un’opposizione interna». La questione Fassina comunque — sottolinea — «penso sia più un problema per Cuperlo e per Orfini». Prende le distanze sia da Renzi ma anche da Fassina, Matteo Orfini, portavoce dei “turchi”: «Hanno torto tutti e due», perché il segretario si è comportato «da guascone» ma il vice ministro non doveva mollare.
il Fatto 7.1.14
Post Fassina
L’Eni e le altre, gli ex Ds non peseranno più
di Ma. Pa.
Per i renziani della prima e dell’ultima ora il suo obiettivo è chiaro: “Vuole fare il leader della minoranza interna”, dicono in coro – ad esempio – Angelo Rughetti e Debora Serracchiani. Non si sa se pensare che l’atteggiamento di indifferenza in privato e le mezze difese pubbliche degli esponenti politici che dovrebbero guidare siano da considerarsi una smentita o una conferma della cosa.
IN REALTÀ il gioco innescato dalle dimissioni di Stefano Fassina è ancora più complicato di così. Le linee di faglia sono tre: quella più ovvia è la tenuta del governo; poi ci sono le tensioni interne all’area d’appartenenza dell’ex viceministro (quella – per i distratti – che sosteneva Gianni Cuperlo alle primarie) ; infine c’è il problema del ruolo di Fassina al Tesoro e in particolare di un paio di deleghe parecchio rilevanti che ora rimangono scoperte. Partiamo da quest’ultima. Una delle voci più ricorrenti nella litigiosa comunità ex Ds, infatti, è che parecchio del malumore che si registra nei confronti del dimissionario tra i suoi stessi sodali (“la permalosità non è una categoria politica” di Matteo Orfini, ad esempio, o il meno polemico Flavio Zanonato, secondo cui “un esponente dell’esecutivo non risponde a un segretario di partito, ma al Parlamento e al presidente del Consiglio. E quindi sarebbe stata più auspicabile una discussione”) abbia una spiegazione, per così dire, più terragna: sarebbe cioè dovuta al fatto che Fassina ha riconsegnato nelle mani di Fabrizio Saccomanni, tra le altre, le deleghe sulle società partecipate, su Cassa depositi e prestiti e sul Cipe. Tradotto: i rinnovi nel 2014 dei vertici di Eni, Enel, Terna e altre aziende partecipate qui e là; le privatizzazioni (anche immobiliari) e gli investimenti industriali e nella banda larga; i soldi per le infrastrutture. Insomma quel poco di politica che ancora resta in mano ad un governo come quello di Enrico Letta e da cui la sinistra del Pd - o meglio gli ex Ds, abituati a dare le carte fino a ieri - rischiano di rimanere del tutto esclusi.
POI, CERTO, c’è una questione di rapporti interni alla minoranza del Pd. Massimo D’Alema lo aveva quasi predetto quando - in camera caritatis - aveva consigliato a Gianni Cuperlo di non accettare la presidenza del partito e rimanere invece un capo-corrente: la sua ascesa, per così dire, ad un ruolo di garanzia nel Pd ha aperto la questione di chi comanda su quel 18 per cento rimediato alle primarie e quel quasi quaranta incassato al congresso degli iscritti. Non è detto che Stefano Fassina si sia posto il problema, anzi chi lo conosce e lavora con lui esclude che ci siano tatticismi di questo tipo dietro quello che l’ex viceministro considera una questione politica di primo piano, anzi decisiva: qual è, in sostanza, il rapporto fra il nuovo Partito democratico di Matteo Renzi e il governo in carica. Detto questo, quando si dice – come ha fatto il nostro – che “lavorerò come deputato e dentro il partito: la sinistra ha bisogno di un lavoro profondo di ricostruzione culturale e politica”, il sospetto che ci si voglia mettere alla guida del processo è sensato. La divisione in tribù della zona non è delle più facili. L’ala bersaniana, a cui Fassina appartiene, ha appoggiato Cuperlo solo dopo un lungo travaglio interno e l’infruttuosa ricerca di altri candidati, mentre gli ex giovani turchi – diciamo i dalemiani se l’espressione non contempla l’adesione di Massimo D’Alema – avevano puntato per tempo sull’attuale presidente Pd per occupare lo spazio anti-Renzi. Un primo incontro/scontro tra le due minoranze della minoranza avverrà nei prossimi giorni: devono decidere che posizione adottare nella direzione del 16 gennaio. In sostanza: si difende il governo o si lascia fare a Renzi?
La Stampa 7.1.14
La leader della Cgil
Camusso: tutele per tutti i lavori compresi i precari
di Roberto Giovannini
qui
l’Unità 7.1.14
La sfida di Francesco
Il Papa e le ombre cinesi della politica
di Michele Ciliberto
La Stampa 7.1.14
Il “sequestratore” dei camilliani e quei dossier su politici e manager
Padre Oliverio è in carcere da novembre, ora spuntano tracce di ricatti e logge massoniche
Agli investigatori disse: «Non aprite i miei computer altrimenti vien giù l’Italia»
di Guido Ruotolo
qui
Corriere 7.1.14
Parlamentari, boss e prelati nell’archivio segreto del fiscalista
di Fiorenza Sarzanini
ROMA — Il suo archivio svela i rapporti riservati con alti prelati, funzionari dell’ intelligence , militari della Guardia di Finanza, imprenditori e politici. Perché Paolo Oliverio, arrestato agli inizi di novembre con l’accusa di aver pilotato nomine e affari dell’ordine religioso dei Camilliani, era in realtà il commercialista di fiducia di esponenti delle istituzioni e uomini d’affari. Ma anche — dice l’accusa — il «riciclatore» dei soldi della ‘ndrangheta e di alcuni esponenti della criminalità romana. Custode di numerosi segreti, come dimostrano le migliaia di file trovati nei suoi computer e nelle chiavette Usb sequestrate al momento dell’arresto. E adesso sono in molti a temere quello che ne verrà fuori. Anche perché il giudice delle indagini preliminari gli ha negato la scarcerazione proprio in attesa «dell’esito delle verifiche su questi legami» affidate dal pubblico ministero Giuseppe Cascini agli investigatori delle Fiamme Gialle guidati dal colonnello Cosimo De Gesù. Del resto lui stesso, ostentando spavalderia al momento della cattura, lo aveva anticipato ai militari che portavano via le apparecchiature informatiche: «Se li aprite viene giù l’Italia».
Da Squatriti a Finmeccanica
Ci sono nomi noti come quelli di Paolo Berlusconi e Claudio Lotito nella lista delle frequentazioni del commercialista, ma anche quello di Marco Squatriti l’avvocato di affari ex marito di Afef Jnifen, coinvolto in numerosi scandali finanziari e tuttora latitante per una bancarotta da oltre 90 milioni di euro. Con loro Oliverio avrebbe tentato alcune operazioni finanziarie e in alcuni casi sarebbe riuscito a piazzare anche alcuni «colpi» da milioni di euro.
È lo stesso meccanismo utilizzato nei rapporti con Lorenzo Borgogni, ex manager di primo livello di Finmeccanica con il quale condivideva alcune quote societarie e sarebbe riuscito ad orientare appalti gestiti da imprese del Gruppo. Tutto passava da decine di aziende, nella maggior parte dei casi intestate a prestanome, che il professionista avrebbe utilizzato per «ripulire» fondi di provenienza illecita.
I boss e i politici
I magistrati lo accusano di aver determinato un «forte condizionamento della Pubblica amministrazione attraverso ricatti, attività di dossieraggio e finanziamento illecito della politica, grazie alla partecipazione nelle attività criminali dell’organizzazione di esponenti della ’ndrangheta calabrese della banda della Magliana e di personaggi facenti parte di logge massoniche coperte oltre ad autorevoli prelati». Il riferimento è ai contatti con il faccendiere Flavio Carboni e con il boss Ernesto Diotallevi che avrebbe concluso con il commercialista affari immobiliari da centinaia di migliaia di euro.
Ma dagli atti processuali emergono pure i suoi legami con il parlamentare del Nuovo centrodestra Alessandro Pagano e con l’ex senatore pdl Sergio De Gregorio, sotto processo a Napoli per la compravendita dei parlamentari insieme a Silvio Berlusconi. Uomo di collegamento fra i due era Giuseppe Joppolo che curava i rapporti di De Gregorio con forze dell’ordine e forze armate e proprio per questo sarebbe entrato in contatto con Oliverio.
Generali e 007
Capitolo certamente da esplorare riguarda le frequentazioni di Oliverio con esponenti dei servizi segreti, non escludendo la possibilità che il professionista possa essere stato «fonte» degli 007 in alcune occasioni. Anche perché, come svela proprio il gip motivando la scelta di lasciarlo in cella, «l’indagato disponeva di un sistema software per le intercettazioni illegali». Nel suo computer sono stati trovati numerosi «report» su personalità e affari. Sono resoconti su incontri avuti con personalità e sulla gestione di affari: quanto basta per alimentare l’ipotesi che in alcuni casi Oliverio si sia prestato a svolgere il ruolo di informatore.
L’inchiesta sui Camilliani che fece finire in carcere il superiore generale Renato Salvatore aveva svelato i suoi rapporti con sottufficiali della Finanza. I documenti custoditi nell’archivio svelerebbero però che di ben altro calibro erano i suoi referenti nelle Fiamme Gialle tanto da poter orientare verifiche fiscali su imprenditori e grandi società. Ma anche poter influire sull’attività di ispettori di Equitalia.
I legami in Vaticano
Dai Camilliani il professionista aveva ottenuto una procura speciale per la gestione degli appalti in Campania, Calabria e Sicilia. Si occupava delle commesse e sarebbe riuscito a trasferire fondi all’estero, in particolare in Romania, attraverso un meccanismo che — accusa il Gico della Guardia di Finanza — prevedeva «l’effettuazione di bonifici giustificati da una causale fittizia, compatibile con il mondo camilliano, in modo che il beneficiario, ottenuta la disponibilità in conto, poteva prelevare il contante accreditato all’estero e ottenere in Italia la consegna contante di pari importo attraverso una sorta di compensazione».
Appunti e documenti contenuti nei suoi computer rivelano che non erano soltanto i vertici dell’ordine religioso i suoi referenti in Vaticano. Le informative allegate all’ordinanza rivelano che avrebbe «risolto» un caso di violenza sessuale che vedeva coinvolto un religioso convincendo la vittima a non presentare denuncia. I documenti acquisiti in seguito proverebbero che pure altre questioni delicate — economiche e personali — sarebbe riuscito a governare così favorendo alcuni alti prelati che avrebbero poi ricambiato questa disponibilità.
l’Unità 7.1.14
Musei, che affare... Solo per i privati. Allo Stato briciole
Le società concessionarie di servizi aggiuntivi guadagnano grazie a concessioni opache
Il caso del Colosseo e i silenzi del Mibact
70% è la percentuale che le società private spesso incassano sui biglietti
30% quella che dovrebbero invece riscuotere
di Vittorio Emiliani
l’Unità 7.1.14
A proposito dell’inchiesta de l’Unità sui paesaggi
di Salvatore Settis
Corriere 7.1.14
La Villa Adriana in tre dimensioni: un prodigio, purtroppo non italiano
di Edoardo Segantini
Chi visita Villa Adriana a Tivoli, la residenza imperiale del secondo secolo d.C. a trenta chilometri da Roma, non può fare a meno di sognare la vita eccitante e fastosa alla corte di Adriano, che la fece costruire. Con gli occhi dell’immaginazione, vedrà i senatori aggirarsi complottando intorno al bacino d’acqua ornato dalle statue e dominato dal ninfeo, o le più belle danzatrici allietare le feste dell’aristocrazia, oppure gli schiavi intenti a lavorare nella via sotterranea di trasporto, vera e propria «metropolitana» di duemila anni fa.
Oggi questo prodigioso viaggio nel tempo, in uno dei siti archeologici più affascinanti del pianeta, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità, è reso possibile dalla tecnologia. Come riporta la Repubblica sulle pagine romane, una ricostruzione tridimensionale permetterà al pubblico non solo di visitare la Hollywood dell’antichità ma anche di spostarsi interattivamente con un proprio avatar (un’immagine virtuale che rappresenta l’utente) vivendo, come in un’antica Downton Abbey, la vita dei piani alti e quella dei piani bassi al tempo dell’imperatore Adriano. È una bellissima simulazione in 3D, di cui è già visibile una parte sul sito vwhl.clas.virginia.edu/villa e su YouTube.
Il solo rammarico è che questa «magia» non sia stata realizzata da ricercatori italiani ma da un team di due istituti universitari americani — il Virtual World Heritage Laboratory dell’Università dell’Indiana, diretto da Bernard Frischer, e l’Idia Lab della Ball State University, guidato da John Fillwalk — che da cinque anni lavorano al progetto. È legittimo chiedersi se il nostro Paese, che ha ricevuto in eredità i beni culturali più preziosi del mondo, abbia la voglia e la capacità di valorizzarli, e non solo tutelarli, concentrando risorse in questo ambito. Le forze intellettuali e tecnologiche non ci mancano, dalle università ai professionisti alle start-up. Quella che arriva dall’America — che ha finanziato il progetto Villa Adriana con capitali pubblici e privati — è un’implicita sfida a fare meglio e di più.
Repubblica 7.1.14
L’ascensore e Ponzio Pilato
di Salvatore Settis
La (sempre meno) Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano non demorde: nulla di meglio si può fare di quell’insigne cattedrale che salirvi sopra con apposito ascensore, e guardare il panorama prendendo l’aperitivo su una comoda terrazza- bar. Alla lettera aperta sul tema indirizzatagli da queste colonne (14 novembre), il cardinale Angelo Scola ha risposto lavandosene le mani: «il padrone di casa è la Veneranda Fabbrica» (Repubblica Milano, 16 novembre). Parole che si stenta a immaginare in bocca ai suoi predecessori Carlo e Federico Borromeo, Giovanni Battista Montini, Carlo M. Martini; per non dire di sant’Ambrogio, che nella sua chiesa si sentiva tanto padrone da negarvi l’accesso all’imperatore Teodosio. Ma secondo la Fabbrica l’ascensore (una torre d’acciaio alta 70 metri) è «necessario per garantire la fruibilità del monumento da parte dei turisti», evidentemente assai restii a entrare in chiesa ma pronti a passeggiare sul tetto. Anche il ministro Lupi, che ha notoriamente un debole per cementificazioni d’ogni sorta, è convinto che l’ascensore renda il Duomo «più attrattivo e visitabile».
Come ha scritto Giulia Maria Crespi in una lettera aperta al ministro Bray, il Duomo «è il luogo più sacro della città, un luogo di preghiera», mentre «l’ascensore è un’operazione di marketing che prevede il trasferimento del 20% dei biglietti a uno sponsor privato». E la lettera continua: «Chiedo a lei, signor ministro, se intende appoggiare il parere negativo del direttore regionale dei Beni culturali Caterina Bon, del soprintendente ai Beni architettonici Alberto Artioli e della soprintendente archeologa Raffaella Poggiani. O se li smentirà, togliendo autorità e competenza al suo ministero, già in passato volutamente ignorato, indebolito, svilito e sottovalutato dai governi». Per non dire della miserevole architettura del progettato montacarichi, con ridicole guglie che scimmiottano, invano, la nobile architettura del Duomo.
Alla (non poi tanto) Veneranda Fabbrica farebbero bene a ripassarsi non solo il Codice dei Beni Culturali, ma anche il Codice di Diritto Canonico. Nel testo del 1983, i canoni 1216 e 1220 prescrivono che «nelle chiese si osservino i principi e le norme della liturgia e dell’arte sacra», e che «tutti coloro a cui spetta abbiano cura che nella chiesa si mantenga il decoro che si addice alla casa di Dio, e tengano lontano da essa tutto ciò che è estraneo alla santità del luogo». Nella versione del 1917, il cui dettato è assorbito (non superato) dal testo in vigore, il Diritto Canonico è ancor più esplicito: «nelle chiese non si apra mai alcun ingresso o finestra verso case di laici; e in caso vi siano ambienti (loca) sotto il pavimento di una chiesa o sopra il suo tetto, non vengano mai adibiti ad uso meramente profano:ad usum mere profanum ne adhibeantur» (canone 1164). Su queste norme si basa il documento della Pontificia Commissione dei Beni Culturali (1995), indirizzato ai presidenti delle Conferenze episcopali, secondo cui «la chiesa-edificio dev’esser capace di esprimere, attraverso la bellezza estetica, il valore dell’elevazione spirituale», concetto ribadito da Giovanni Paolo II : «templi che sono insieme luoghi di preghiera e autentiche opere d’arte», pensati per «stimolare i credenti onde crescano nella loro fede e la testimonino con rinnovato vigore».
Pietro Bucalossi, sindaco di Milano e poi ministro dei Lavori pubblici, chiamava “rito ambrosiano” quel cedere ai privati, anche contro la legge, «che rappresenta il male dell'urbanistica milanese». Dobbiamo prendere la metafora alla lettera, e credere che i riti edilizi della chiesa ambrosiana sfuggano al magistero della Chiesa di Roma? Militante di Comunione e Liberazione, Maurizio Lupi ci spiegherà che la terrazza-bar non ha un uso meramente profano, o che l’elevazione spirituale ha bisogno di ascensori? La Veneranda Fabbrica e lo stesso cardinale arcivescovo hanno in serbo un’interpretazione alternativa del Codice di Diritto Canonico? Da come finirà questa vicenda almeno una cosa capiremo: seintendono imitare Cristo o Pilato.
il Fatto 7.1.14
Trattativa
Di Matteo isolato. La colpa è di tutti
di Angelo Cannatà
Il convegno di Palermo, “A che punto sono la mafia e l’antimafia” (12 gennaio 2014), si presenta come un momento importante di riflessione che la società civile non può – non deve – sottovalutare. Viviamo giorni difficili, simili ai più bui del Paese.
UN MAGISTRATO è condannato a morte dalla mafia, e nei grandi giornali quasi non se ne parla: poche informazioni, zero volontà di mobilitare l’opinione pubblica. È bene fermarci a ragionare. Quando Giorgio Bocca intervistò Carlo Alberto dalla Chiesa, meno di un mese prima della morte, ne evidenziò l’isolamento e lasciò intendere: è un servitore dello Stato, isolato, prima o poi verrà ucciso. È quel che accadde.
In Italia, chi indaga sui mandanti di un crimine e – ancor di più – sul legame mafia-politica è in grave pericolo, da sempre. Falcone e Borsellino, le vittime più illustri. Oggi è nel mirino Nino Di Matteo. Lavora con scrupolo e onestà e porta avanti – guarda un po’ che coincidenza – l’indagine sulla Trattativa Stato-mafia. È in trincea e rischia la vita: ogni giorno. Un uomo così dovrebbe essere protetto dallo Stato. Non accade. Gli si frappongono ostacoli e finisce per essere, paradossalmente, inviso alla mafia e allo Stato. Mi basta per capire da che parte stare.
Gran parte dell’opinione pubblica, tuttavia, è come narcotizzata da notizie (e azioni) tese a confondere le acque. In troppi – giornalisti, avvocati, politici – come azzeccagarbugli sguazzano nel formalismo della legge: “Di Matteo non poteva rilasciare quell’intervista”... (si è visto che poteva) ; in verità: non vogliono vedere la sostanza e sono parte, consapevoli o meno, del tentativo di fermare l’inchiesta sulla Trattativa Stato-mafia. Si delegittima il magistrato, lo si isola, col rischio che si avveri – spero non accada mai – la volontà criminale di Totò Riina. Ciò che stupisce è la capacità di dimenticare.
Parliamo da decenni del legame mafia-politica. Non abbiamo avuto bisogno del film di Sorrentino (bellissimo), per sapere. Sapevamo già. E ancor di più sapeva Pasolini: “Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. (…) Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato disposizioni e assicurato la protezione politica (…) Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”. La letteratura vede, intuisce, ciò che la magistratura dimostrerà nei processi. Ma bisogna istruirli i processi e consentire alle indagini di andare avanti. Invece. Si frappongono ostacoli. Capaci è un ostacolo. Via D’Amelio è un ostacolo. Essere morto nel cuore di Riina (caso Di Matteo) è un ostacolo. E ancora, ma per altri motivi, distruggere le intercettazioni Napolitano-Mancino... è un ostacolo. Mi fermo. Per dire che se la società civile non si stringe intorno ai magistrati coraggiosi mentre indagano, è inutile (e ipocrita) che pianga quando vengono uccisi. Insomma, di formalismo si può morire: lo ricordino gli azzeccagarbugli se ancora sanno cos’è il senso di colpa. Una “serena paura”, solo un ossimoro può spiegare la condizione psicologica di Di Matteo, fermamente determinato ad andare avanti nel suo lavoro e umanamente preoccupato per sé e i suoi familiari. Ha validi sostenitori il magistrato, Antonio Padellaro, Marco Travaglio, Dario Fo, Furio Colombo, Gianni Vattimo, Franco Cordero, Barbara Spinelli, Salvatore Borsellino, Paolo Flores d’Arcais, eccetera; adesso, però, è arrivato il momento – di nuovo – di ragionare “con la gente e tra la gente”, di partecipare ai dibattiti e parlare di questi temi per le strade, a casa, nei luoghi di lavoro. Il titolo del convegno di Palermo è significativo: “A che punto sono la mafia e l’antimafia”.
VIVIAMO UNA nuova fase della storia d’Italia. Non è più il tempo dei dubbi e delle perplessità intellettuali di Sciascia (“Nulla vale di più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prendere parte a processi di stampo mafioso” 10 gennaio 1987) ; è passato un quarto di secolo e troppi magistrati sono morti perché quelle parole abbiano ancora senso. Semmai ne ebbero uno, visto il clima che contribuirono a creare intorno alla magistratura.
Oggi si tratta di capire che, come per Falcone e Borsellino, è in atto nei confronti di Di Matteo un processo di delegittimazione e isolamento: quanto? Come? Fino a che punto è esteso questo processo? Si può fare qualcosa per fermarlo? Non è una questione di poco conto. Dobbiamo sapere in che Paese viviamo. Se necessario scendere in piazza. Lo esigono la memoria dei magistrati uccisi e il ricordo di Pier Paolo Pasolini che per primo – con estrema chiarezza – capì come vanno le cose in Italia: Io so i nomi di coloro che hanno dato disposizioni e assicurato la protezione politica. Oggi, in difesa di Di Matteo scriverebbe uno dei suoi testi illuminanti. Ma non sul Corriere: da tempo, su quelle pagine, non si respira più il clima creato da Ottone. Niente “scritti corsari”, solo moniti e commenti (ossequiosi) ai moniti. Bandito il dissenso, domina il pensiero unico: sopire, troncare, attutire.
il Fatto 7.1.14
Risponde Furio Colombo
Che scuola volete? Dite e sarà fatta
CARO COLOMBO, vorrei un commento o una spiegazione sul referendum “Che scuola volete”, che il ministro Carrozza intende lanciare. “Famiglie e associazioni” potranno rispondere, fa sapere la signora Carrozza, così potrò capire che scuola vogliono gli italiani.
Filippo
È UNA PROPOSTA stravagante e cercherò di spiegare il perché. La scuola, come le tasse e la Giustizia (per non parlare delle leggi e regole sanitarie) sono i punti alti ed esclusivi di una politica di Stato, regolati, per la parte fondamentale dalla Costituzione (diritto-dovere dello Stato di provvedere, e linee di orientamento ) e organizzati secondo criteri di buon governo che, di volta in volta, i cittadini approveranno o no in tempo di elezioni. Faccio un esempio. Se la “riforma Gentile” (quella che - ai tempi del fascismo - ha creato la scuola media unica, ha messo il liceo classico al vertice della “formazione perfetta”, e ha impostato tutti i programmi sulla visione della storia come unico comune punto di vista) fosse stata concepita e discussa in una Italia democratica, avrebbe mai potuto essere soggetta al giudizio di un referendum? E lo potrebbe una legge sanitaria che impone le vaccinazioni? La situazione è molto simile all’impossibile referendum sulle tasse: tocca al governo decidere, e ai cittadini bocciare o approvare il governo che ha deciso. La scuola richiede una visione che è allo stesso tempo, storica (in che epoca viviamo), culturale (chi siamo e che cosa vogliamo dalle generazioni che ci seguiranno), internazionale (che cosa fanno gli altri, e che cosa vogliamo dare e avere nella nostra relazione con gli altri), organizzativa (dove e perché vogliamo cambiare), realistica (anche se vedo la strada giusta, che cosa posso fare, adesso, dati i mezzi limitati; o che cosa devo fare comunque, nell’ambito dei limiti, data l’urgenza?). Se queste fossero le domande del questionario, ai cittadini (salvo Tullio De Mauro e Umberto Eco) sarebbe impossibile rispondere. Ma temo anche di peggio. Temo che si chieda (senza averlo capito e deciso al vertice) se ci vuole, secondo i cittadini, più o meno specializzazione (liceo della Tv, liceo della Rete, liceo del Made in Italy), più o meno rapporto con le aziende dove “si impara davvero il lavoro”, più o meno scienza o Dante a memoria. Rispondere a queste domande è ancora più difficile, sarebbe come essere visitati dal medico in caso di influenza, e invece di ricevere le immediate istruzioni utili ti sentissi domandare: “Lei è a favore degli antibiotici, benché questa sia solo una forma virale, o vorrebbe che le prescriva Tachipirina?”. Spero che l’esempio non sembri forzato. Ma il suggerimento al ministro Carrozza ci sembra chiaro e inevitabile: Ci dica ministro, lei - l’esperta - quale riforma propone? E perché?
Repubblica 7.1.14
I mille primari spariti dagli ospedali “Così i reparti restano senza guida”
Dal 2009 concorsi bloccati: ne manca uno su sei. L’allarme: “Troppi tagli”
di Michele Bocci
L’INCARICO medico che suscita ancora il maggior rispetto e continua, a torto o a ragione, ad avere una certa aura di infallibilità è in crisi. Almeno dal punto di vista dei numeri. In Italia ci sono sempre meno primari. La riduzione avviene in un’epoca di tagli alla sanità ma anche di sprechi difficili da cancellare. Dal 2009 al 2012 sono spariti quasi il 15% dei direttori di unità operativa.
IN ASSOLUTO se ne sono persi 1.300, passando da 9.500 a 8.200. Questo mentre il numero totale dei dottori assunti negli ospedali è rimasto più o meno stabile. È inoltre un segno dei tempi che nell’arco degli stessi tre anni i primari donna sia rimasti gli stessi, intorno ai 1.240. È come se fossero usciti dal sistema sanitario soltanto direttori di unità operativa uomini. Del resto nelle corsie la componente femminile è sempre più importante numericamente (sono 43mila su 109mila), anche se i medici donna hanno più difficoltà dei colleghi a ottenere incarichi dirigenziali.
In media sono scomparsi 430 direttori di reparto all’anno. Per avere un’idea del dato, è come se in quel lasso di tempo fossero stati chiusi dalle Regioni almeno una ventina di ospedali e circa la metà di policlinici. Il ritmo sembra destinato a restare lo stesso anche nei prossimi anni. «Tra i motivi di questo calo c’è il taglio delle risorse al sistema sanitario, che incide su queste figure perché hanno un costo più alto delle altre — spiega Massimo Cozza, segretario della Cgil medici — E poi spesso i direttori vengono surrogati da colleghi che hanno le stesse mansioni ma un inquadramento contrattuale diverso». Si tratta dei cosiddetti “facenti funzioni”, cioè professionisti che sostituiscono primari quando vanno in pensione o si trasferiscono in attesa che vengano fatti i concorsi. In un periodo di blocco delle assunzioni e di generale crisi economica per il sistema sanitario, in molte aziende si fa largo uso di queste figure, che costano ovviamente meno di un responsabile nominato dopo una selezione. Qualcuno resta anche anni a svolgere questo ruolo. «E a noi non va bene — dice sempre Cozza — Queste figure dovrebbero essere a termine. Si tratta di professionisti che non hanno le garanzie di un primario, vivono nell’incertezza della conferma. I reparti hanno invece bisogno di una guida stabile per funzionare bene».
Il fenomeno della riduzione dei primari è legato anche ai tagli fatti per razionalizzare il sistema. In questi anni in alcune Regioni si sono eliminati reparti doppione, in particolare nei policlinici dove ancora oggi non è raro trovare tre o quattro reparti di medicina o di neurologia, giusto per fare un paio di esempi. «E questa è un’operazione positiva, siamo sempre d’accordo con la riorganizzazione del sistema sanitario», dice ancora Cozza. C’è stato anche un lavoro per chiudere i piccoli ospedali. Queste strutture tra l’altro saranno al centro del Patto per la salute tra le Regioni e il ministero che dovrebbe essere approvato nel giro di qualche settimana. Si chiederà alle amministrazioni locali di intervenire sugli “ospedalini” con meno di 80 posti letto, pericolosi perché di dimensioni ridotte, per chiuderli o riconvertirli, magari specializzandoli in una particolare disciplina medica. Se si andrà avanti nel progetto i primari sono destinati a diminuire ancora. Nei tre anni tra il 2009 e il 2012 è calato anche il numero dei direttori delle strutture cosiddette “semplici”, cioè delle sotto divisioni che spesso si trovano dentro i reparti. Un altro ruolo di vertice che ha visto una riduzione, da 18.500 a 16.800 unità. Per queste figure non è previsto un facente funzioni nel caso l’incarico resti vacante. «Credo che il dato sia legato alle razionalizzazioni e al tentativo di contenere i costi — dice anche Valerio Fabio Alberti, al vertice di Fiaso, la federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere — Il numero delle strutture semplici, che dovrebbero essere in mano solo a medici particolarmente bravi nel loro settore, negli anni è cresciuto anche al di là delle reali esigenze degli ospedali».
Repubblica 7.1.14
Sicilia, rimborsi d’oro ai forestali l’Europa vuole bloccare i fondi
Venti milioni in un anno per le spese di benzina
di Emanuele Lauria
PALERMO — Ne hanno fatta di strada i forestali siciliani. Hanno girato l’Isola in lungo e in largo sino ad accumulare il diritto a rimborsi chilometrici da record: venti milioni di euro l’anno. È la cifra che, l’anno scorso, la Regione ha dovuto garantire per le trasferte dell’esercito di dipendenti dell’Azienda foreste: 15 mila, cui va aggiunto il nutrito plotone degli operai antincendio, per un totale di 26 mila addetti. Ora che, sfinita dai problemi di cassa, la giunta Crocetta sta tentando di farsi finanziare dall’Europa almeno una parte dei salari — impiegando i forestali nella realizzazione di sentieri e percorsi naturalistici —la risposta è stata inevitabile: «O tagliate la spesa per i rimborsi chilometrici o niente fondi», hanno detto i funzionari di Stato e Ue agli imbarazzati emissari dell’amministrazione di Rosario Crocetta.
Doveva per forza finire così. Decenni di politiche clientelari, nell’Isola, hanno allargato gli organici sino a un livello che non teme confronti: in Piemonte, per dire, i forestali sono 406, meno del piccoloComune di Solarino in provincia di Siracusa. E alla fine la cassa della Regione siciliana si è svuotata. Anche perché si scopre ora, con una denuncia dell’assessore alle Risorse Agricole Dario Cartabellotta, che i salari sono stati irrobustiti in virtù di benefici concessi allegramente: basti pensare che, in media, al costo di ogni lavoratore (82 euro) la Regione somma ogni giorno altri 12 euro di rimborsi chilometrici.
Com’è possibile tutto ciò, alla luce dell’alto numero di addetti in servizio in ogni angolo dell’Isola? «Cattiva organizzazione», osservano in Regione, ma il sospetto è che dietro ci sia del metodo: i forestali sarebbero inviati, in modo incrociato, in luoghi lontani dalla propria sede di lavoro per creare i bonus in busta paga. Nugoli di forestali, per dire, avrebbero viaggiato in questi mesi sulla dorsale tirrenica del Palermitano, 70 chilometri da Pioppo sino a Cefalù, dove altri addetti non sarebbero stati utilizzati. Tutto, appunto, per accumulare rimborsi.
Di “furbizie” parla proprio il governatore Crocetta che ora — davanti al disco rosso alzato da Bruxelles — ha deciso di inserire nella legge finanziaria in discussione all’Ars un taglio agli appannaggi di forestali. Ponendo un limite di 15 chilometri alle trasferte rimborsabili, bloccando il turn-over e i rinnovi contrattuali. I sindacati sono in rivolta e oggi manifesteranno in piazza. Ma l’opposizione più dura Crocetta l’ha trovata nel Pd. Il segretario regionale Giuseppe Lupo si è schierato a difesa dei forestali: «Se c’è una cattiva organizzazione la responsabilità è del governo. Giusto abolire i privilegi, ma se ci sono diritti contrattuali quelli vanno rispettati. Così dovrebbe ragionare un’amministrazione di sinistra». «Essere di sinistra non significa essere illegali e parassitari», la risposta di Crocetta. Uno scontro che scava ancor di più il solco, nell’Isola, fra il presidente e il suo partito.
Repubblica 7.1.14
Lombardia, il renziano Tomasi si schiera per la mozione della Lega
“Facilitare la vendita di armi” consigliere imbarazza i dem
MILANO — La Lega in Lombardia chiede di rendere più facile la vendita delle armi. È il contenuto di una mozione oggi al voto del Consiglio regionale della Lombardia che chiede di sollecitare il governo «a ridurre il gravame burocratico sulle imprese armiere che sta ostacolando l’export». In parziale deroga alle normative europee in vigore. Primo firmatario il consigliere regionale leghista bresciano Fabio Rolfi, ma la proposta è stata condivisa anche dal Pd Corrado Tomasi. Renziano della prima ora, autore, tra l’altro, del seggio nell’igloo alle scorse primarie del Pd con la statua di ghiaccio con l’effigie dell’allora candidato alla segreteria Matteo Renzi. L’iniziativa imbarazza il resto del partito che voterà contro la mozione. Come conferma il capogruppo del Pd in Lombardia Alessandro Alfieri: «È un argomento troppo delicato, non siamo d’accordo». Tomasi, però, insiste: «Sono bresciano e oltre il cinquanta per cento del fatturato italiano del settore dipende dalla mia zona. Io non cambio idea. Chiediamo solo di ridurre la burocrazia sulla vendita delle armi civili e sportive». Fuori dal Pirellone questa mattina il movimento contro la guerra manifesterà contro la mozione. «Mobilitiamoci contro questa iniziativa criminale della Lega. Sono gli stessi che poi la domenica vanno in chiesa a scambiarsi il segno della pace».
(a. m.)
Corriere 7.1.14
L’odio sul web
di Stefano Bartezzaghi
FINALMENTE una bella notizia». La notizia è l’ictus che ha colpito Pierluigi Bersani e questo è il più soave e frequente fra i commenti malevoli che la notizia stessa ha ricevuto in rete ancora prima che l’ex segretario Pd fosse sotto i ferri, per un intervento chirurgico dagli esiti oltremodo incerti. Ad Angela Merkel, vittima di un incidente sciistico non gravissimo, è ancora andata bene: ma qualcuno ha rimpianto che non le sia toccata la sorte di Michael Schumacher. Per l’ischemia di Bersani si sono invece registrati messaggi di esultanza, insulti, auguri di morte lenta, incitamenti al male pari a quelli al Vesuvio e all’Etna quando minacciano eruzioni. Commenti apparsi dappertutto, sul blog di Beppe Grillo, sulla pagina Facebook del Fatto quotidiano, ma anche su quelle di altri giornali, fra cui Repubblica: atrocità.
Dopo l’esperimento che fece Radio Radicale mandando in onda i messaggi ricevuti nella sua segreteria telefonica (nel 1986 e poi nel 1993) ogni sgomento su quanto un cittadino possa dire, quando sente di poter parlare liberamente e avere ascolto, risulterebbe se non ipocrita almeno di maniera. Le interpretazioni possibili sono variegate: volontà di sfregio, goliardia, satira, occasione di dirla grossa, sfogo di «vera rabbia» (da comprendere, se non giustificare), fino all’ovvio«colpa di Internet».
Ma il problema non è Internet, per quanto la rete dia visibilità immediata e a fare notizia sia ovviamente solo la categoria dei messaggi estremi (in verità molti altri grillini hanno contestato gli sciacalli, e ieri mattina anche Beppe Grillo ha scritto un post di auguri). La rete è semplicemente sempre aperta e sempre visibile, i controlli e la moderazione non sono facili e a volte sembrano maliziosamente tardivi. Il vero salto di qualità, però, consiste nel coro di invocazioni di morte su un avversario, nel momento in cui egli rischia effettivamente la vita. Lì siamo arrivati, qualche gradino sopra ai «devi morire» per il centravanti che mugola in area falciato da un difensore, o ai cappi sventolati in Parlamento. Oggi siamo alla morte augurata a chi la sta effettivamente rischiando, e il fatto è che il caso di Bersani non è neppure il primo. Di poco lo ha preceduto, ed è forse ancora più impressionante, quello di Caterina Simonsen, la giovane studentessa di veterinaria che una settimana fa ha difeso le ragioni di una corretta sperimentazione animale (a cui, malata, deve personalmente svariati anni di vita) e di conseguenza ha ricevuto insulti e soprattutto schiette dichiarazioni il cui senso era: meglio che morissi tu, piuttosto che innocenti cavie di laboratorio. In questo caso opera un rancore puro e impersonale. Questo significa che oggi, in Italia, l’augurio di morte può saettare, e da un numero significativo di tastiere, in maniera paradossalmente spassionata.
Siamo puri nomi, o nomignoli. Molti di questi commenti sono tranquillamente firmati: non ci curiamo di nasconderci dietro all’anonimato perché non vediamo più la persona, la carne e la vita, dietro ad alcun nome proprio. Non l’altrui ma neppure il nostro. Bersani, anzi “Gargamella”: una parola. Angela Merkel, due parole. Schumacher, un brand. Il nostro nome-e-cognome, un account. Inventare la battuta più efficace, o l’insulto, vale al massimo come sfogo, non ci si preoccupa neppure delle conseguenze penali che possono derivarne. Nell’epoca che magnifica l’empatia come suprema qualità umana, cosa davvero sia il dolore a cui alludono con precisione le parole di una diagnosi, o quelle di una maledizione (comunque, di una condanna), non pare interessante né pertinente.
In un immaginario spaventosamente monocorde siamo tutti vittime di soprusi, il potente che cade ha finalmente avuto il fatto suo. «Anche mio nonno è stato in ospedale ma nessuno se n’è fregato», ha scritto un tizio a proposito di Bersani. Nel suo pauroso candore, la protesta indica la soglia che si è varcata, anno 2014. La nostra morte sarebbe indifferente a chiunque e quindi la morte di chiunque ci è indifferente, anzi ben venga. Questo è il limite che abbiamo raggiunto oggi. Il prossimo?
Repubblica 7.1.14
Il presidente del Censis: esaltano la Rete pensando che sia una zona franca, per questo infieriscono su chi è in difficoltà
De Rita: “Degrado provocato dalla rabbia anticasta”
di Maria Novella de Luca
ROMA — «Gli insulti ad un leader malato? Figli della sopravvalutazione della Rete e di quattro anni di rabbia anticasta. Non importa che politico sei, in quanto politico meriti insulti. Oggi chiunque si sente in diritto di rovesciare la propria rabbia contro chi comanda. Ma comodamente protetto dalla realtà virtuale». Giuseppe De Rita, presidente del Censis, legge così il diluvio di funebri volgarità che hanno accompagnato sul web l’operazione al cervello dell’ex segretario del Pd Bersani o la caduta sugli sci della cancelliera Merkel. Ma anche le minacce di morte a Caterina, giovane e coraggiosa ragazza ammalata, “rea” di difendere la sperimentazione sugli animali.
De Rita, è la rabbia di un paese impoverito che cerca bersagli?
«No, è la manifestazione di undegrado antropologico che si manifesta attraverso l’anonimato. Del resto era già accaduto alcuni anni fa con i famosi microfoni aperti di Radio Radicale».
Furono riempiti di insulti e di volgarità...
«Invece di approfittare diquello spazio libero gli ascoltatori tirarono fuori la parte peggiore di sé».
Però qui la gente firma con nome e cognome.
«Si vive la Rete come una zona franca, ci si può nascondere in molti modi, avere una sorta di impunità».
Ma perché augurare la morte ad un leader in ospedale? In questi casi anche i nemici depongono le armi.
«Perché quel leader agli occhi del popolo del web fa parte della casta. E se sei un potente, come dicono allo stadio “devi morì”. Con la differenza però che il tifoso in curva ci mette la faccia e se ne assume le conseguenze. La Rete invece protegge e permette ogni nefandezza verbale».
Lei fa un parallelo tra la Rete, la casta e la rabbia popolare.
«L’esaltazione della prima e la demonizzazione grillina della seconda hanno dato luogo alla terza, cioè la rabbia non costruttiva, non politica, mera espressione di una pulsione profonda. Pensiamo ai Forconi, esempio di spontaneismo fine a se stesso. Ma nel caso di Bersani c’è anche un altro elemento».
Odio politico?
«No, il vizio italiano di infierire su chi perde. E Bersani come leader del Pd ha fallito la sua partita. In calcio o in politica è la stessa cosa».
E allora in questo diluvio Caterina cosa c’entra? È una ragazza ammalata che ha soltanto espresso il proprio punto di vista.
«Caterina difende la scienza e la medicina, anch’esse vissute come poteri, come casta. Guardiamo Stamina: la gente scende in piazza per difendere i diritti dei propri figli malati, ma identifica in chi fa ricerca e pone dubbi, l’emissario di un sistema da abbattere. E a cui attribuire ogni disgrazia personale».
Ritiene pericolosa questa rabbia che si nasconde nel web?
«Francamente no. Sono eventi che si spengono da soli, ma non per questo meno dolorosi. Quello mi preoccupa invece è l’incapacità della attuale classe dirigente di leggere e contestualizzare questi fenomeni».
La Stampa 7.1.14
In Spagna lo scudo anti femminicidio
Il tasto sul cellulare che ferma gli uomini violenti
Smartphone con gps, squadre speciali, cambi di identità: così si difendono le donne
di Gian Antonio Orighi
MADRID Uno scudo fatto di tecnologia, coraggio legislativo e un senso di «solidarietà collettivo» di fronte all’emergenza. È quello che ha costruito la Spagna negli ultimi dieci anni attorno alle donne vittime di violenza, con i governi di destra e di sinistra. Uno scudo che ha quasi fermato i femminicidi.
La tecnologia è, per esempio, quella degli smartphone di ultima generazione messi a disposizione delle vittime a più alto rischio.
Basta schiacciarlo e la più vicina centrale di polizia viene avvertita, rintraccia con il Gps l’esatta posizione della donna e può inviare una volante in pochi minuti.
È «l’arma segreta», per esempio, di Marta. Una mamma di 45 anni che le ha provate tutte per sfuggire al marito, appena uscito dal carcere dopo una condanna a sette anni per violenza di genere che in Spagna chiamano anche violenza machista o terrorismo domestico che ora ha giurato di farla fuori. Ma il suo «tasto de panico» (così viene chiamato» la fa sentire finalmente sicura.
La storia di Marta, classificata, insieme ad altre 5 donne, «a rischio estremo», spiega bene la determinazione del governo di centro-destra del premier Rajoy per frenare il flagello del femminicidio in Spagna.
Dal 2003, sono 700 le donne ammazzate e 37 i bambini trucidati da ex mariti, fidanzati o conviventi; 48 quelle uccise solo l’anno scorso, assieme a loro anche 5 bambini.
È una crociata bipartisan contro la violenza domestica (che in 10 anni ha fatto più vittime delle autobombe dei terroristi baschi dell’Eta), cominciata dall’ex premier socialista Zapatero nel 2004 con la legge sulle Misure di Protezione Integrale contro la Violenza di Genere. Da allora, in ogni commissariato della Polizia di Stato e della Guardia Civil esistono le Upap, Unità di Prevenzione, Assistenza e Protezione contro i Maltrattamenti alla Donna.
Dal 2007, per le donne «a rischio estremo», è possibile cambiare identità, figli compresi, per far perdere le proprie tracce. E dal 2008, le Viogen (squadre anti-violenza) delle forze dell’ordine classificano, dopo un test, 4 casi di pericolo: basso, medio, alto ed estremo.
Negli ultimi due casi, viene affidata alla vittima una scorta. Secondo gli ultimi dati del 2013, le denunce di «malos tratos» sono state 140 mila. La vigilanza dello Stato segue 63.497 vittime, tra cui 47.811 a basso pericolo, 2.812 a rischio medio, 134 a rischio alto.
Marta è rinata 7 anni fa, quando si è decisa a denunciare il marito dopo l’ennesimo massacro. La picchiava tutti i giorni e arrivava quasi a strozzarla ogni volta, con lacci e cinture. In un caso l’aveva trascinata in strada con un collare da cane.
Un giudice, con il vincolo del segreto, ha cambiato nome e cognome sia a lei che al figlio, i loro luoghi di nascita, persino le generalità dei genitori, e le ha consegnato nuovi documenti. Marta ha un nuovo numero della Previdenza Sociale, un nuovo conto bancario. Nessuno sa il suo passato nella città in cui si è trasferita.
All’inizio, una pattuglia la proteggeva sotto casa 24 ore su 24: il torturatore era appena uscito dalla galera e la stava cercando. «Per evitare che l’aggressore possa scoprire la sua nuove identità, si è deciso di iscriverla all’anagrafe con un nome falso», ha deciso il giudice.
Adesso Marta è rinata, anche se la paura non la abbandona mai: «Esco per strada e guardo dappertutto. Ci sono bimbi nella scuola di mio figlio che assomigliano al mio ex marito e quando li vedo mi vengono attacchi di panico. Ho dovuto cambiare casa, amici, la mia città, la mia vita. E continuo a temere che mi possa uccidere».
Nell’ultimo anno sono finiti in carcere 6 mila uomini violenti e, grazie alle massicce campagne su tv, giornali e Internet, sembra stia finalmente cambiando la cultura machista della Spagna. Tutti i media consigliano di denunciare già la prima aggressione e telefonare al numero verde contro il terrorismo domestico, gestito solo da donne, 24 ore su 24. Ogni giorno arrivano 200 telefonate.
L’Ine, l’Istat di Madrid, registra minuziosamente i casi di violenza, e recentemente pure gli orfani. E sembra funzionare anche il Prefetto per la Violenza di Genere: le donne sanno che basta chiamare la polizia e denunciare per far scattare l’arresto preventivo di 72 ore.
La Stampa 7.1.14
“La tecnologia non basta, partiamo dall’educazione”
Il viceministro Guerra: a marzo il Piano anti-violenza
di Flavia Amabile
qui
l’Unità 7.1.14
L’economia svizzera vuole gli immigrati
Il mondo produttivo elvetico si coalizza per il no al referendum della destra contro
i nuovi migranti
di Marco Tedeschi
Corriere 7.1.14
il destino della Gauche francese
Anche Hollande alla svolta liberale
di Stefano Montefiori
Nei momenti cruciali, François Hollande torna al modello di sempre. «Il socialismo alla francese non è una bibbia», disse François Mitterrand alla vigilia della svolta che salvò probabilmente la Francia e di sicuro la sua carriera politica.
Era la fine del 1982, la popolarità del primo presidente di sinistra della V Repubblica era bassissima e la politica del governo Mauroy — nazionalizzazioni e tasse — aveva condotto il Paese alla paralisi. Qualche imprenditore come per esempio il giovane Bernard Arnault, futuro uomo più ricco d’Europa, aveva lasciato la Francia per gli Stati Uniti, proprio come oggi molti varcano il confine con il Belgio fuggendo dalle imposte (aliquota media 46%, nell’Ue è al 40%) e dal clima inospitale per gli affari.
Il pragmatico Mitterrand decise in fretta che l’esperimento massimalista era finito, e nel celebre discorso di Figeac pronunciò per la prima volta parole di distensione nei confronti delle imprese, chiedendo al premier Mauroy di dare respiro a chi era in grado di creare posti di lavoro. Poco dopo venne l’addio alla scala mobile, e nel discorso di fine anno ai francesi Mitterrand annunciò minori oneri sociali per le aziende, affidandosi al giovanissimo ministro del Budget Laurent Fabius (oggi agli Esteri) e soprattutto dell’Economia Jacques Delors per raddrizzare una situazione che sembrava disperata. L’economia ripartì. Nel 1988 Mitterrand ottenne una rielezione che a 18 mesi dall’inizio del primo mandato sembrava impossibile.
«Il socialismo alla francese non è una bibbia», sembra ripetere oggi François Hollande, più o meno nella stessa fase della presidenza in cui si trovava il suo maestro. Nel discorso del 31 dicembre Hollande si è rivolto soprattutto agli imprenditori proponendo un «patto di responsabilità» — meno tasse a chi assume —, ha parlato di «politica economica dell’offerta» e annunciato misure da precisare meglio nella conferenza stampa del 14 gennaio, ma che già fanno parlare di «svolta liberal-socialista». La situazione è grave, l’ala sinistra del partito è stata assecondata abbastanza: Hollande oggi sterza al centro, proprio come fece il suo unico predecessore della gauche .
Repubblica 7.1.14
L’occidente in silenzio sui peccati del Cremlino
di Viktor Erofeev
I prossimi Giochi olimpici invernali di Sochi si sono già resi responsabili di molti peccati: ecologici, morali, politici. Questi peccati annulleranno il significato del progetto, o la festa sportiva si svolgerà in tutto il suo splendore? È con questa domanda che recentemente sono stato a Sochi. «Adesso le nostre gallerie e i nostri ponti sono migliori di quelli italiani e canadesi!» ha detto il sindaco di Sochi, battendo il pugno sul tavolo in un ristorante sul lungomare. Ho avuto l’impressione che ora saremmo saliti sul tavolo e, volgendoci verso il tramonto, avremmo reso onore alla Russia. Invece ho detto: «Ma perché migliori, se sono stati gli italiani e i canadesi a costruirli, quei ponti e quelle gallerie?» «All’inizio loro costruivano e noi aiutavamo, ma alla fin fine abbiamo costruito noi, e loro hanno solo aiutato». «Ah, ecco com’è!», ho detto io.
E dunque, le Olimpiadi. Nulla le ostacolerà. Né le leggi anti-gay della Duma, né l’atteggiamento lascivamente imperiale della Russia verso l’Ucraina, né il fatto che lo zar delle Olimpiadi sarà proprio Putin, e che questi sono ormai da tempo chiamati i “suoi” Giochi.
L’Occidente preferirà non avvelenare la festa a centinaia di atleti di tutto il mondo (la maggioranza di loro se ne infischia della politica!), e abbozzerà in silenzio dinanzi alla necessità di avere a che fare con la Russia. Il nostro eroe a Sochi reciterà la parte dello zar generoso e modesto. Non lo emozioneranno troppo le vittorie degli atleti russi. Lui stesso infatti sarà il principale vincitore delle Olimpiadi. Insieme ai Giochi invernali e alla città di Sochi, trasfigurata grazie a lui, entrerà nella storia della Russia.
Quando Anatolij Pakhomov, il sindaco di Sochi dallo sguardo volitivo, mi ha mostrato con amore quegli impianti olimpici di dimensioni ciclopiche, non credevo ai miei occhi. Ma il contesto era amichevole, non ufficiale: il sindaco mostrava i cantieri al figlio, al nipote e già che c’era a me. Particolarmente carino era suo nipote Ljokha, un ragazzino di cinque anni con un giubbotto di pelle da chekista. Teneva in mano delle manette giocattolo e una piccola pistola a ventosa–rallegrava tutti con i suoi ammennicoli, e metteva in imbarazzo le guardie addette alla sorveglianza degli impianti. Oh, questi simboli del tempo russo!
Le Olimpiadi di Sochi rimandano a Pietroburgo. In entrambi i casi si è costruito con molte sofferenze sulle paludi. Solo che là c’erano abeti, e qui bambù. A Sochi gli abitanti gemevano per i disagi provocati dai cantieri, per le pretese che traslocassero dalle loro case o rimettessero in ordine le abitazioni fatiscenti… Sono stato a Krasnaja Poljana (sulle montagne sopra Sochi) due anni fa. Davanti alle mie finestre sulla strada polverosa correvano camion impazziti. Ero sicuro che non ce l’avrebbero mai fatta per le Olimpiadi! Abbattevano alberi, prendevano d’assalto montagne che franavano – una tragedia per l’ecologia. Ma com’erano le paludi finniche prima della costruzione di Pietroburgo?
Quando domando delle somme pazzesche spese per le Olimpiadi, mi dicono che si è dovuto costruire sul nulla, che è stato investito molto denaro dei privati… «Aspettate! Non più del 10 per cento!». E a questo punto sento che mi sto sdoppiando. In me si ridesta la voce del critico della nostra realtà: «Secondo i dati di una perizia indipendente un metro quadrato di autostrada in montagna è costato diecimila dollari! Non sarebbe stato meglio impiegarli per la sanità pubblica?». Pakhomov a cena mi ha detto così: «Per ottenere qualsiasi risultato ci vogliono uno scopo, una squadra e una motivazione. E questa triade non si estende alla nostra sanità pubblica. Tutto il denaro sparirebbe sicuramente in varie tasche».
«Il sole della Russia - dico al sindaco - adesso sorge a Sochi». Lui annuisce contento. Ma la voce critica dentro di me obietta: «Un’altra operazione dimostrativa: invitano i gay alla pari di tutti gli altri. Benvenuti! Ma intanto danno un altro giro di vite. Lo sa a che cosa somiglia? Alle Olimpiadi di Berlino! Là per la durata delle gare i nazisti ordinarono di non perseguitare gli ebrei e gli omosessuali, vietarono gli articoli antisemiti!».
«Però, sa, non si può comunque paragonare… Chi è adesso Stalin e chi Hitler? E poi: Pietroburgo è rimasta nella storia come la capitale europea della Russia. Anche Sochi servirà alla nostra europeizzazione».
Gli abitanti di Sochi hanno attaccato delle scritte sui bagagliai delle macchine: «Questa è la mia terra, e voi andate tutti affanculo!» Come andrà a finire? Dopo le Olimpiadi tutti questi palazzetti dello sport marciranno inutilizzati! Ecco il circolo vizioso della storia della Russia. Eppure io, nonostante tutti i “ma”, sono per la Pietroburgo europea e, comprendendo che il potere di oggi ha deciso di creare la sua splendida Pietroburgo nella Sochi olimpica,dico: grazie ai costruttori! Auguro felicità ai tifosi! Fortuna agli atleti! E non strappatevi i capelli, se perderete. Sono solo giochi. Per quanto Olimpici».
(Traduzione di Emanuela Guercetti)
l’Unità 7.1.14
Tunisi, uomo e donna pari per legge
Lo prevede la bozza della nuova Costituzione
Gli islamisti erano per la complementarietà
di Virginia Lori
il Fatto 7.1.14
Israele, proteste degli immigrati neri
Continua a Tel Aviv la protesta di migliaia di immigrati africani. Dopo aver vissuto per anni ai margini della società, in circa 30 mila si sono organizzati e hanno indetto uno sciopero generale di tre giorni. “Vogliamo la libertà, non il carcere”, “Siamo profughi, non criminali, non è giusto incarcerarci”. Ansa
La Stampa 7.1.14
Al Qaeda mette le mani sulle armi Usa
Falluja: gli jihadisti si riforniscono nei depositi lasciati dopo il ritiro
di Paolo Mastrolilli
qui
Corriere 7.1.14
Khaled Hosseini: «Temiamo il ritorno all’anarchia»
di Farian Sabahi
«Gli afghani sono preoccupati per il ritiro delle truppe statunitensi e dell’Onu, previsto per il 2014, temono il ritorno all’anarchia degli anni Novanta», osserva il romanziere afghano, naturalizzato americano, Khaled Hosseini di cui Piemme ha recentemente pubblicato E l’eco rispose . «Nella tradizione afghana la sovranità e l’indipendenza sono fondamentali: la popolazione non voleva i militari stranieri ma alcuni ne hanno accettato la presenza, seppur con riluttanza, perché hanno compreso che solo la presenza internazionale avrebbe impedito al Paese di sprofondare nel caos».
Che cosa succederà dopo il ritiro?
«Non lo sappiamo, ma la sicurezza resterà critica. La speranza è che le milizie e i gruppi etnici abbiano imparato a comportarsi con saggezza e autocontrollo».
Qual è la situazione?
«La popolazione è delusa. C’è libertà di stampa, maggiore accesso alla tecnologia (12 milioni di telefoni cellulari), migliaia di scuole con più di 7 milioni di bimbi iscritti, la mortalità infantile è diminuita e l’aspettativa di vita aumentata di vent’anni. Ma restano troppe sfide in termini di sicurezza, governance, produzione di oppio, disoccupazione e mancanza di risorse di base».
Come giudica le organizzazioni non governative, la cui presenza fa impennare il mercato immobiliare di Kabul?
«Per molti sono una benedizione, per altri il capro espiatorio di tante inefficienze: il denaro non arriva nelle mani degli afghani ma serve a pagare i subappaltatori stranieri senza beneficio per la popolazione. Lo stesso governo afghano viene scavalcato, diventando un testimone inerte».
Il suo ultimo libro «E l’eco rispose» si allontana dallo scenario afghano. Come mai?
«Volevo uno scenario differente, personaggi diversi. Ho scelto un assistente sociale che lavora in Afghanistan per rendere omaggio ai tanti espatriati che lasciano il loro Paese per lavorare a Kabul. Sebbene un capitolo sia ambientato a Parigi e un altro in un’isola greca, è comunque un libro sull’Afghanistan».
Quanto è autobiografico il personaggio del dottor Idris?
«La sua esperienza è un po’ la mia: va in Afghanistan e pensa di tornare “a casa” ma in realtà si sente un estraneo, nulla condivide con gli altri afghani che incontra. Come me, è mosso dai sensi di colpa, un sentimento tipico di chi vive fuori dall’Afghanistan: è sopravvissuto ma sente di non meritare la fortuna e il benessere che ha accumulato. Per me è stato uno shock culturale, non tanto andare in Afghanistan quanto tornare in California. Per chi vive nella diaspora c’è sempre la sensazione di essere stati fortunati ad andarsene, mentre tanti altri non hanno la stessa fortuna».
Per questo ha costituito una fondazione?
«Sì, sono stato mosso dal senso di colpa dell’espatriato, mi sono sentito moralmente obbligato a fare qualcosa, perché ho scritto libri sugli afghani e tratto beneficio. Non voglio trarne vantaggio, così ho pensato di condividere la mia fortuna».
Di che cosa si occupa la fondazione Khaled Hosseini?
«Finanzia progetti implementati da altre organizzazioni o dall’Onu: la costruzione di abitazioni per i rifugiati rimpatriati dall’Iran dove avevano trovato scampo al tempo dei talebani, l’istruzione femminile fino alla laurea in medicina, l’industria dei tappeti, i centri di formazione professionale, l’acquisto di macchinari medici, i reparti di maternità. Ci siamo concentrati sui più svantaggiati: donne e bambini».
Che rapporto ha con la religione e le etnie che tanto hanno lacerato l’Afghanistan e sono protagoniste del suo bestseller «Il cacciatore di aquiloni»?
«I miei genitori sono entrambi sunniti, dal punto di vista etnico in famiglia ci sono pashtun e tagiki. Sono cresciuto in una famiglia liberale, i miei erano musulmani devoti ma non particolarmente praticanti, lo sono diventati con il passare degli anni. La fede non ci è stata imposta, sono cresciuto in un ambiente laico, sono di cultura musulmana ma non praticante».
Nei suoi romanzi ricorre spesso l’immagine dell’albero, anche in «E l’eco rispose» dove dopo un’esperienza difficile un personaggio prende l’ascia e abbatte l’albero millenario, come se quel gesto potesse risolvere quel dolore e cancellarne la memoria. Che cosa rappresenta?
«L’albero serve a capire te stesso e il posto che occupi nel mondo. È metafora del ricordo, simbolo della memoria, al tempo stesso bella e dolorosa. Quell’albero è il simbolo del mio Paese lacerato».
La Stampa 7.1.14
Cina, la città dell’anfetamina “riconquistata” dalla polizia
Da Boshe, 140mila abitanti, veniva un terzo di tutta la droga sintetica
di Ilaria Maria Sala
qui
il Fatto 7.1.14
Blair sempre più ricco: vale 15 milioni Il 2013 anno d’oro
DA QUANDO non è più primo ministro, cioè da 7 anni, Tony Blair ha accumulato una vera e propria fortuna. Il 2013 è stato il suo anno d’oro. Una delle due società per servizi di management da lui fondate, Windrush Ventures, quest’anno ha raddoppiato l’introito, garantendogli 2 milioni di sterline . Blair ha guadagnato milioni di sterline, il suo patrimonio ammonterebbe a 13 milioni (circa 15 milioni di euro), da un mix di interessi che includono consulenze ai governi, alla banca d'investimento statunitense JP Morgan ma anche a regimi come quello kazako. Blair ha risposto alle critiche di avidità e cinismo, sostenendo di “non voler diventare super-ricco” ma di fare soldi per devolverli in attività di beneficenza e di aiutare i regimi a mettere a punto riforme politiche. Resta il fatto che ha acquistato due grandi ville a Londra e nella brughiera inglese e si sposta con un jet privato.
il Fatto 7.1.14
Jahi. Un nuovo caso Terri Schiavo scuote gli Usa
di A. V.
Non c’è quantità di preghiere, quantità di speranza o quantità di cure mediche che potrebbero riportarla in vita. La condizione è che Jahi McMath è morta diverse settimane fa”. Non lascia spazi al dubbio Sam Singer, portavoce del Children’s Hospital di Oakland, nel commentare le notizie relative al caso della 13enne morta per arresto cardiaco, dopo un’operazione di tonsille e adenoidi, effettuata il 9 dicembre.Un nuovo caso Terri Schiavo, la ragazza della Florida morta nel 2005. Jahi, il cui viso sorridente ha commosso il paese, era in pieno recupero post operatorio quando qualcosa è andato storto. Dal 12 dicembre è stata dichiarata cerebralmente morta ma il cuore continua a battere: è attaccata ad un respiratore per volontà dei genitori che non vogliono arrendersi al responso dei medici. Perciò un giudice, il 23 dicembre, aveva anche nominato un medico esterno affinché verificasse la situazione e, ancor una volta, il responso era stato negativo. Il 24 dicembre era stata dichiarata cerebralmente morta anche dal giudice Evelio Grillo della corte Suprema che aveva anche ordinato fosse la famiglia a decidere il momento per il distacco del respiratore. Ieri, per decisione dei genitori Jahi è stata trasportata in un altro ospedale, forse a NY, che si è detto disponibile a mantenerla in vita, grazie a un respiratore. “Nella nuova struttura – ha spiegato Christopher Dolan, avvocato di famiglia – si riferiranno a lei come “Jahi” e non come “il corpo di Jahi”.
il Fatto 7.1.14
L’onda delle canne libere unisce destra e sinistra
Verso la fine del proibizionismo?
In Uruguay il guerrigliero Josè Mujica s’inventa la “marijuana di Stato”
Dal Guatemala arrivano gli elogi del generale Molina
Come cambia la lotta al narcotraffico
Gli Usa legalizzano da Seattle a New York
di Diego Enrique Osorno
L’Avana (Cuba). È stato un dicembre raro per le droghe leggere e il 2014 comincia nello stesso modo. Negli Usa la legalizzazione in Colorado e Washington per scopi ricreativi e adesso New York, con il governatore Andrew Cuomo pronto a far approvare una legge che consentirebbe l’uso per scopi terapeutici. Dicembre raro, però, soprattutto in Sudamerica, per il fatto che si sono trovati d’accordo su qualcosa un guerrigliero di razza come il presidente dell’Uruguay, José Mujica, e un kaibil (soldati di élite dell’esercito) come il presidente del Guatemala, Otto Perez Molina.
Vincent Fox: “In meno di 10 anni si troverà nei supermercati”
Pur partendo da punti di vista ideologicamente molto distanti, entrambi sono del parere che la marijuana debba essere venduta e consumata legalmente nei loro Paesi. L’Uruguay è il primo Paese al mondo dove produzione e distribuzione sono controllate dallo Stato; e presto il Guatemala farà la stessa scelta. Diversi esperti hanno già fiutato il vento: il regime di proibizionismo della marijuana ha i giorni contati. In Messico tra meno di dieci anni si comprerà la marijuana nei supermercati, ha augurato il loquace ex presidente Vicente Fox dal suo limbo ideologico. Altrettanto interessante quanto la depenalizzazione della marijuana è il fatto che finalmente si affronta il problema delle droghe illegali da una prospettiva autenticamente latinoamericana e non sotto la lente di ingrandimento della Dea, l’agenzia statunitense che ha perso l’influenza che in passato aveva nella regione. Con l’eccezione del Messico durante il governo di Felipe Calderon, gli Stati Uniti non possono più trattare i presidenti latinoamericani come loro personali ispettori di polizia in territori remoti e selvaggi. Il modello di guerra contro la droga messo in atto in Messico negli ultimi sei anni, sebbene all’inizio abbia aiutato l’ex presidente Calderon a risolvere la crisi di governabilità del Paese, era assurdo: in tutto il mondo i Paesi più avanzati mirano a disciplinare economicamente il mercato nero e ad attuare politiche di salute pubblica volte a combattere la dipendenza, non a produrre macchine da guerra e a seminare morte. Tuttavia il mercato nero della droga è alimentato non solo dalla marijuana, ma anche dalla cocaina che negli anni 30, quando era legale, veniva offerta come ”forma inoffensiva per curare la malinconia”. Questo rimedio che un tempo combatteva la tristezza, oggi è diventato uno stimolante perfettamente in linea con la frenesia della vita contemporanea e con l’ansia quotidiana di chi ha messo il denaro al centro dell’esistenza. Una frase della popstar Robbie Williams riassume questa sensazione: ”La cocaina è il modo che Dio ha inventato per dirti che hai troppo denaro”.
Solo polvere bianca a San Pedro e chi sgarra viene squartato
Carlos Ledher, trafficante colombiano e socio di Pablo Escobar a Tranquilandia – uno dei principali centri di produzione di cocaina mai esistiti – negli anni 80 tentò di trasformare la cocaina in un’arma rivoluzionaria contro l’imperialismo nord-americano. “Il tallone d’Achille dell’imperialismo sono le droghe colombiane”, era solito dire Ledher che propose ai capi guerriglieri di diversi Paesi di stringere un’alleanza rivoluzionaria contro il comune nemico a partire dalla cocaina. Oggi Ledher sconta una pena detentiva in un carcere della Florida, proprio negli Stati Uniti che rimangono il primo consumatore di cocaina del mondo. La città più ricca dell’America Latina si trova nel nord-est del Messico e si chiama San Pedro Garza Garcia. Lì, da tempo, la cocaina è una droga che si consuma in grandi quantità. Nel 2010 la mafia locale pensò di estendere il consumo di massa della cocaina alle città vicine meno ricche dell’area metropolitana di Monterrey dove la droga più consumata era la marijuana. In quel periodo nel Barrio Antiguo della capitale dello Stato di Nuevo Leon gli spacciatori di marijuana venivano puniti con la pena di morte. Una notte un commando fece irruzione nel “Garage”, un bar nel quale si riuniva la piccola comunità hipster di quella terra di mandriani. Entrando un pistolero mostrò l’arma e gridò: ”Ora sì, razza di sguatteri, che faremo i conti una volta per tutte”. I mafiosi presero un paio di giovani che dividevano la marijuana con i pochi clienti del posto. Non erano veri spacciatori, però furono ”arrestati” con l’accusa di aver commerciato marijuana in una zona della città nella quale si poteva vendere solo cocaina. Un amico di questi ragazzi mi raccontò che alcune settimane dopo, i corpi dei due furono rinvenuti squartati. Il progetto economico per diffondere il consumo di cocaina non durò a lungo. Oggi in questa disastrata zona di Monterrey non hanno abbastanza coraggio nemmeno per vendere l’alcol, sebbene per fortuna ce ne sia a sufficienza per altri tipi di iniziative comunitarie. Un dicembre raro, dicevamo. Nel bel mezzo delle feste dedicate al Natale abbiamo visto come la marijuana unisca due uomini, Perez Molina del Guatemala e Mujica dell’Uruguay, ideologicamente agli estremi opposti. È cominciato un anno nuovo. In questo 2014, grazie alla strada già aperta della liberalizzazione della marijuana, è probabile che inizi un lento conto alla rovescia per la depenalizzazione della cocaina.
L’autore ha scritto “Z, la guerra dei narcos” (la Nuova frontiera)
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
l’Unità 7.1.14
La divina bellezza da sempre racchiusa nel mostruoso
Sirene, gorgoni, grifi minotauri: creature mitologiche in mostra al Palazzo Massimo di Roma
di Maria Pia Guermandi
l’Unità 7.1.14
Scientology e l’anti filosofia
I venditori di dogmi e la confusione endemica sull’idea di conoscenza
di Nicla Vassallo
La Stampa 7.1.14
Barba e sorriso smagliante
Ecco il divo di Stonehenge
Ricostruito il volto di un uomo del Neolitico. Tra mille sorprese
di Stefano Rizzato
qui
Corriere 7.1.14
D’Annunzio scosse l’albero e Mussolini raccolse i frutti
Un lungo duello sotterraneo tra personalità debordanti
di Paolo Mieli
L’estate del 1919 segnò il culmine del successo politico di Gabriele d’Annunzio. Sembrò in quei mesi che l’Italia intera stesse per cadere tra le braccia del poeta. Poco tempo prima, a Parigi, il presidente del Consiglio italiano, Vittorio Emanuele Orlando, aveva confidato ai partecipanti alla conferenza di pace che avvertiva, non senza un’evidente apprensione, qualche scricchiolio della sua poltrona, al punto da intravedere la propria, imminente caduta, vuoi per una congiura parlamentare, vuoi per una sollevazione di piazza o per tutte e due le cose insieme. Il suo omologo inglese David Lloyd George gli aveva chiesto chi, in quella eventualità, avrebbe potuto prendere il suo posto. E Orlando, sorprendendo l’interlocutore, non aveva avuto dubbi nell’indicare un solo e unico nome, quello di d’Annunzio.
Anche Benito Mussolini la pensava allo stesso modo e, con un quasi esplicito riferimento al poeta, scriveva: «Il popolo italiano è un masso di minerale prezioso. Bisogna fonderlo, pulirlo dalle scorie, lavorarlo. È ancora possibile un’opera d’arte. Ci vuole un governo, un uomo, un uomo che abbia, quando occorra, la mano dal tocco delicato dell’artista, il pugno pesante del guerriero… un uomo che conosca il popolo, ami il popolo, indirizzi e pieghi — anche con la violenza — il popolo». In quel momento non gli passava per la testa che, nel giro di tre anni, quell’uomo sarebbe potuto essere lui stesso. Del resto ancora nel 1923, un anno dopo la marcia su Roma, Ernest Hemingway avrà modo di scrivere: «In Italia sorgerà una nuova opposizione, anzi si sta già formando, e sarà guidata da quel rodomonte vecchio e calvo, forse un po’ matto, ma profondamente sincero e divinamente coraggioso, che è Gabriele D’Annunzio».
Lucy Hughes-Hallett in Gabriele D’Annunzio. L’uomo, il poeta, il sogno di una vita come opera d’arte (di imminente pubblicazione per i tipi Rizzoli nell’eccellente traduzione di Roberta Zuppet) torna su quel frangente cruciale della storia italiana del Novecento per mettere sapientemente in luce la sottile schermaglia che portò il Duce nel breve corso di quegli anni dapprima a lusingare, poi a imbrigliare, soppiantare e, infine — di fatto — a tener prigioniero il Vate sul lago di Garda, prendendo il posto nella storia del nostro Paese che in molti pensavano dovesse o potesse spettare a lui.
I due si erano idealmente scontrati nel 1911, ai tempi della guerra di Libia, allorché un Mussolini ancora socialista scriveva: «Sorga dalle moltitudini del proletariato un grido solo… “Abbasso la guerra!”». E finiva in carcere per aver denunciato prima, aggredito poi, i «guerrafondai di professione». All’epoca d’Annunzio probabilmente non aveva alcuna contezza di chi fosse quell’irrequieto direttore dell’«Avanti!», che aveva vent’anni meno di lui. Poi era stato Mussolini a cambiare posizione, diventando interventista, e nel marzo del 1915, alla vigilia della Grande guerra, si era rivolto all’autore de Il piacere chiamandolo «Maestro» per chiedergli, con una lettera dai toni spagnoleschi, un articolo da pubblicare sul suo nuovo giornale, «Il Popolo d’Italia». Senza ottenere risposta. Così come senza reazione alcuna restò una seconda missiva di Mussolini a d’Annunzio, scritta, a guerra finita, per fissare un incontro al fine di stabilire un’agenda politica comune. Nel mezzo c’era stata, da parte di d’Annunzio, la sottoscrizione di un abbonamento al «Popolo d’Italia» (solo per il 1916).
Renzo De Felice, però, nel suo D’Annunzio politico (Laterza) la considera una traccia dell’interesse dell’autore delle Laudi nei confronti di Mussolini, «labilissima, per non dire priva di significato». Era venuta poi la primavera del 1919, nel corso della quale d’Annunzio si era lasciato trascinare in una serie di cospirazioni (alquanto velleitarie) che, sia pure marginalmente, avevano coinvolto anche il capo del fascismo. E una sera di giugno (poco dopo le dimissioni di Orlando e l’avvento alla presidenza del Consiglio di Francesco Saverio Nitti) d’Annunzio aveva accettato di incontrare il direttore del «Popolo d’Italia»: a Roma, al Grand Hotel. Sedevano uno di fronte all’altro, il più rinomato poeta italiano dell’epoca e l’agitatore ansioso di mettersi a sua disposizione. L’autore della Francesca da Rimini all’epoca era così autorevole che gli bastava una telefonata per farsi ricevere dal re nel giro di qualche minuto e una volta Vittorio Emanuele III, nell’accomiatarsi, gli aveva fatto uno strano discorso sui limiti che gli imponeva la Costituzione. Parole che il poeta aveva inteso come un’investitura morale, da parte del sovrano, a prossimo «condottiero dell’Italia tutta». Guardava perciò a Mussolini come al capo di una delle fazioni che potevano tornargli utili da un momento all’altro. Ma non faceva mistero di considerarlo una figura tutto sommato marginale.
Poi in settembre d’Annunzio, alla guida di 2.500 uomini, aveva occupato Fiume, proclamandone l’annessione all’Italia. L’11 settembre, prima di dirigersi su Ronchi, aveva scritto a Mussolini una lettera assai generica. E, secondo De Felice, non si può dire che lo avesse informato appieno delle sue intenzioni. L’impresa di Fiume poteva apparire ed essere (secondo le successive rivelazioni del leader del Partito autonomista, Riccardo Zanella) la prova generale della conquista del potere in tutto il Paese. Mussolini nell’occasione era stato prodigo di elogi, ma avaro di iniziative. E a questo punto ci fu una terza lettera, stavolta indirizzata da d’Annunzio al capo dei fascisti, nella quale i toni furono quasi offensivi: «Mi stupisco di voi… tremate di paura… state lì a cianciare mentre noi lottiamo… E le vostre promesse? Bucate almeno la pancia che vi opprime e sgonfiatela».
Dopodiché tra i due erano stati sospetti, quando non polemiche aperte, in almeno tre occasioni: quando Mussolini aveva tenuto per il suo movimento i soldi raccolti con la sottoscrizione per l’impresa di Fiume; quando il 12 novembre del 1920 fu firmato il trattato di Rapallo tra Italia e Jugoslavia, in virtù del quale Fiume sarebbe stata una città autonoma, ma non italiana (Mussolini in sostanza lo approvò, d’Annunzio lo avversò); in occasione del «Natale di sangue», cioè quando, tra il 24 e il 29 dicembre del 1920, i militari italiani attaccarono i legionari dannunziani e Mussolini in buona sostanza accettò il fatto compiuto.
Il calcolo di Mussolini era azzeccato. Così che fu lui a raccogliere l’eredità di Fiume, impossessandosene. Tra gennaio e maggio del 1921, oltre duecento persone furono uccise e circa mille restarono ferite negli scontri che opposero squadre fasciste e socialiste. E però i fascisti avevano un enorme vantaggio: molto spesso, quasi sempre, i carabinieri solidarizzavano con loro, l’esercito forniva gli autocarri per gli spostamenti, gli ufficiali li affiancavano, i giudici assolvevano le camicie nere accusate di omicidio e affibbiavano il massimo della pena ai socialisti imputati per lo stesso reato. D’Annunzio manteneva le distanze ed esortava la Federazione nazionale dei legionari fiumani, creata da Alceste De Ambris, a non lasciarsi «contagiare» da nessun’altra organizzazione: «Non c’è oggi in Italia» sosteneva, «nessun movimento politico sincero». Affermazione generica, ma riferita con ogni evidenza al partito fascista.
Il 5 aprile del 1921 Mussolini fa visita a d’Annunzio per farsi aiutare da lui in vista delle imminenti elezioni. Gli propone di candidarsi per Zara e di scrivere qualcosa — «un proclama, un programma» — che i fascisti possano usare nel corso della campagna elettorale. D’Annunzio respinge entrambe le offerte. Il 24 aprile si tengono le elezioni a Fiume. Vince il Partito autonomista di Riccardo Zanella. Fascisti e nazionalisti invadono gli uffici governativi, fracassano le urne e tentano un putsch. D’Annunzio invia telegrammi di incoraggiamento e congratulazioni, ma non raccoglie l’invito dei legionari a tornare a Fiume. Di lì a breve, il 15 maggio, si tengono le elezioni politiche in tutta Italia. Mussolini accoglie l’esortazione di Giovanni Giolitti ed entra nei cosiddetti «blocchi nazionali». Giolitti spera così di imbrigliarlo, ma, appena passate le elezioni, Mussolini, eletto, si divincola e procede per la sua strada. D’Annunzio pensa invece a costruire il mito di sé. Collabora attivamente, posando anche di persona, alla realizzazione di un documentario sulla sua figura. E ancora una volta prende le distanze dal fascismo: il 19 giugno spedisce un messaggio agli Arditi, radunati a Roma, per esortarli a «mantenere le distanze da qualsiasi formazione politica esistente». Anche stavolta non è un mistero a quale fra le tante intenda riferirsi.
Quando poi Mussolini, per consolidare il proprio movimento, propone ai socialisti un patto di pacificazione, due suoi seguaci tra i più illustri, Dino Grandi e Italo Balbo, fanno visita a d’Annunzio al Vittoriale per chiedergli di prendere il posto del Duce. D’Annunzio tentenna, chiede tempo per consultare le stelle e, dal momento che il cielo è coperto, annuncia ai due che si dovrà attendere. Grandi e Balbo a questo punto trovano il modo di ritirare l’offerta e non se ne farà nulla.
Si arriva così al dicembre del 1921, allorché viene dato alle stampe il programma del Partito nazionale fascista, che Mussolini ha infarcito di idee per così dire dannunziane: la nazione come «organismo» capace di resistere attraverso la storia, e dunque assai più grande della somma dei suoi membri viventi; le corporazioni come adeguata unità di organizzazione sociale; l’Italia come «baluardo della civiltà latina»; l’esigenza imprescindibile che il Paese raggiunga l’«unità geografica» e che difenda i diritti degli italiani all’estero; la necessità di addestrare i giovani a essere sempre pronti per il «pericolo» e per la «gloria». Si tratta, per quel che riguarda quest’ultimo punto, dell’incitamento ad arruolarsi nelle «squadre», le cui pratiche violente sono considerate «la forza viva in cui l’Idea Fascista si incarna e con cui si difende». In questo periodo d’Annunzio sostiene che i legionari gli «danno il tormento» perché assuma nuovamente la loro leadership e ci sono innumerevoli prove che la sua non è una millanteria. Ma lui insiste che non vuole più dedicarsi alla vita pubblica. Anche se, nell’agosto del 1921, confida all’amico Marcel Boulanger: «Mi auguro di essere la persona alla quale un giorno si penserà dicendo: Avanti! Non resta che lui! Ma se pretendo di essere utile un giorno, se si ricorrerà a me, ho bisogno di un’autorità illimitata». Parole che, ha osservato con acutezza Giordano Bruno Guerri — autore del documentatissimo D’Annunzio, l’amante guerriero (Mondadori) — «la dicono lunga sull’ingenuità e sulla scarsa chiaroveggenza del d’Annunzio politico». Anche se i capi della Cgl Ludovico D’Aragona e Gino Baldesi, ancora tra l’aprile e il maggio del 1922, coltivano il sogno di mettere il movimento sindacale sotto la protezione di d’Annunzio.
Nel maggio del 1922, il poeta riceve Georgij Cicerin, il commissario sovietico agli Affari esteri, che alloggia al Vittoriale per qualche giorno. «Mostrate molto più coraggio voi nel ricevermi di quanto non ne mostri io nel farvi visita», gli dice il russo. «Io non ho mai temuto i contagi», gli risponde il Vate, fraintendendo volutamente, secondo Hughes-Hallett, l’osservazione. Però d’Annunzio se la prende con i «demagoghi che credono di aderire alla realtà e non aderiscono se non alla loro camicia sordida». I comunisti italiani per un momento pensano che sia un segnale di disponibilità nei loro confronti. Lenin li esorta a non trascurare quell’uomo che vive sul lago di Garda. Antonio Gramsci gli chiede un abboccamento. Ma d’Annunzio lascia cadere la richiesta. E il fondatore del Partito comunista Amadeo Bordiga, addirittura un anno e mezzo dopo la marcia su Roma, invierà nel gennaio del 1924 espliciti messaggi al Vate (con due articoli pubblicati su «Prometeo») per ottenere da lui una presa di distanze da Mussolini e un ricongiungimento con la sinistra.
Ma gli eventi prendono una direzione diversa. Ai primi di agosto del 1922 d’Annunzio va a Milano per incontrare Eleonora Duse e per convincere l’editore Treves a pubblicare la sua Opera Omnia. Alcuni suoi ex commilitoni gli fanno visita all’Hotel Cavour e di lì lo trascinano a Palazzo Marino, che è stato appena assaltato ed espugnato dagli squadristi. Dopo lo conducono su un balcone e quasi lo costringono a prendere la parola. È la prima volta che il Vate parla in pubblico dopo venti mesi. «Oggi non v’è salute fuori della nazione, non v’è salute contro la nazione», afferma con voce stentorea. Evita di pronunciare la parola fascismo e di esprimersi su Mussolini. Ma non conosce le nuove regole della comunicazione politica ed è come se si fosse espresso a favore del Duce. Secondo Lucy Hughes-Hallett, invece, d’Annunzio quelle regole le conosce benissimo, ma «forse ha paura di rifiutare l’invito delle camicie nere». In ogni caso il capo del Partito fascista sfrutta l’episodio e gli invia questo telegramma: «Il Pnf raccoglie il vostro altissimo monito e ricambia il grido di Viva il fascismo». Parole che il poeta non aveva mai pronunciato. Ma intanto il telegramma è già in prima pagina sul «Popolo d’Italia».
Nell’agosto del 1922, d’Annunzio è in procinto di svolgere un ruolo diplomatico molto particolare, quello di far incontrare al Vittoriale Francesco Saverio Nitti (che gli ha chiesto di prendere l’iniziativa) e Benito Mussolini. Ma il giorno 13 cade da una finestra da un’altezza di quattro metri, per quello che definirà «volo dell’arcangelo», e si ferisce gravemente. Gli è vicino Aldo Finzi, uno dei piloti che nel 1918 avevano volato con lui su Vienna e che ora è un membro influente del Pnf. Secondo gli antifascisti, è lui che ha tentato di ucciderlo. In ogni caso l’incontro con Nitti e Mussolini salta. Secondo Giordano Bruno Guerri, che ne ha scritto nel bel libro La mia vita carnale (Mondadori), l’accaduto è da ricondurre a un’amante gelosa.
Nell’autunno del 1922 i fascisti si ispirano sempre più ostentatamente a colui che, però, in privato Mussolini definisce il «vecchio bardo decrepito». La rivista «Gerarchia» descrive quelli che saranno i tratti distintivi della vita pubblica sotto il fascismo: «I vessilli che si agitano nel vento, le camicie nere, i caschi, i canti, l’urlo “Eia, eia, eia, alalà!”, il saluto romano, l’enumerazione dei nomi dei morti, i banchetti ufficiali, i giuramenti solenni, le parate in stile militare». Sarebbe potuta essere, scrive Hughes-Hallett, «una descrizione della Fiume dannunziana». Margherita Sarfatti, direttrice di «Gerarchia», attribuisce al Vate «il merito di aver creato riti che sotto il fascismo sarebbero diventati una forma d’arte e uno stile di vita, insieme allegri e austeri, spensierati, ma anche densi di significato religioso e morale». Angelo Tasca, tra i fondatori del Partito comunista d’Italia, è il primo a notare che l’impresa di Fiume dà al fascismo «un modello per la milizia e per le uniformi, per i nomi delle squadre, per gli slogan e per la liturgia». In effetti Mussolini imitò in tutto e per tutto lo stile di comunicazione dannunziano, a partire dai dialoghi con la folla. Ne fece propria la mentalità. Secondo Angelo Tasca, ai tempi del fascismo d’Annunzio fu vittima di «uno dei più clamorosi casi di plagio della storia».
In quelle settimane dell’autunno 1922 Mussolini fa visita a d’Annunzio per trattare la questione delle defezioni verso il sindacato fascista da parte di iscritti alla Federazione dei lavoratori del mare di Giuseppe Giulietti, che sta molto a cuore al poeta. Mussolini in questa occasione cede a d’Annunzio. È il 13 ottobre, ha in serbo progetti ben più importanti: la spallata al traballante governo Facta. Il 28 ottobre 1922, giorno della marcia su Roma, Mussolini scrive a d’Annunzio: «Non vi chiedo di schierarvi al nostro fianco, il che ci gioverebbe infinitamente; ma siamo sicuri che non vi metterete contro questa meravigliosa gioventù che si batte per la nostra e vostra Italia». A quel punto, d’Annunzio, che mai si sarebbe schierato a fianco di Mussolini (così come, probabilmente, mai avrebbe «affiancato» nessun altro essere umano), cerca rifugio «nell’incoerenza». La sua risposta accenna alla «tristezza» e al «disagio spirituale» che ha provato nell’udire la notizia dell’accaduto, ma promette di dare al fascismo un «colpo di spalla risoluto e robusto». Si impegna inoltre («come se si stesse rivolgendo a un criminale», fa notare Lucy Hughes-Hallett) a «non veder, non udir». E spedisce al capo del Partito fascista un volume dei propri discorsi di guerra, con uno strano ammonimento: «La vittoria ha gli occhi chiari di Pallade. Non la bendate».
Il 2 novembre pubblica una dichiarazione sulla rivista dell’associazione dei legionari, in cui sostiene che bisogna «tollerare» il «governo esperimentale» di Mussolini. E, rivolgendosi al proprio braccio destro Tom Antongini, deplora che i fascisti si servano del suo nome. In un’altra lettera, al direttore del «Corriere della Sera» Luigi Albertini, riferendosi a Mussolini, si lamenta di veder «ogni giorno miseramente sperperato e falsato il mio mondo ideale».
Da quell’autunno del 1922 d’Annunzio si apparta. E ne dà formale annuncio al capo del governo in una lettera del 16 dicembre. Mussolini, per niente rassicurato, leggeva con particolare interesse i rapporti di polizia sulle attività e le frequentazioni del Vate. Al Duce «tornava utile che il popolo italiano credesse nel pieno appoggio del poeta al nuovo regime… in realtà i due continuarono a diffidare uno dell’altro». D’Annunzio evitò qualsiasi manifestazione pubblica di sostegno al fascismo. In alcune occasioni, assunse un atteggiamento paternalistico, sottolineando quanto Mussolini e i suoi adepti avessero «imparato» da lui. E Mussolini mai lo smentì. Anzi. Lo considerava «inaffidabile», temeva che potesse avere un’«influenza pericolosa», perciò — ripeteva — occorreva «ingraziarselo». Soprattutto quando, nelle oscillazioni successive all’uccisione di Giacomo Matteotti, d’Annunzio definì la situazione del momento una «fetida ruina». Meglio non correre il rischio che potesse soffiare ulteriormente sul fuoco.
A tal fine, Mussolini acconsentì a tutte le sue richieste, con una sola eccezione: gli negò il permesso di costruire un campo d’aviazione vicino alla villa. Nel caso avesse avuto intenzione di fare al regime qualche sorpresa o fosse stato tentato da un colpo di testa, non doveva avere una via di fuga. E bisognava che di ciò fosse consapevole. Per il resto gli fece regali di ogni genere — somme vertiginose, la ristrutturazione del Vittoriale a carico dello Stato, l’aereo con cui il poeta aveva volato su Vienna nell’agosto del 1918, il Mas della beffa di Buccari, l’iper retribuita destinazione alla Mondadori della sua Opera Omnia (44 volumi, «una gratificazione immensa per la sua vanità», scrive Lucy Hughes-Hallett), un idrovolante, la prua della nave da guerra «Puglia» — e lo nominò principe di Montenevoso (davvero incredibile che d’Annunzio non solo abbia accettato, ma si sia fatto disegnare uno stemma con tanto di corona d’alloro, montagna e sette stelle!).
Gli storici si sono posti il problema se d’Annunzio andasse considerato come corrotto da Mussolini. Alcuni dei suoi più importanti biografi, Guglielmo Gatti in Vita di Gabriele d’Annunzio (Sansoni) e Nino Valeri in D’Annunzio davanti al fascismo (Le Monnier), hanno negato che si potesse usare quel termine. Mussolini, ha scritto Gatti, «senza dubbio andò incontro ai bisogni di d’Annunzio, ma questi, poiché riteneva che, qualunque larghezza gli si usasse, si fosse sempre lontani da quanto l’Italia gli doveva, non si sentì mai, e in nessun caso, vincolato». Valeri ha riconosciuto che le donazioni di Mussolini «possono sembrare un tentativo di corruzione del poeta perplesso», ma — ha subito precisato — «non lo sono, quando si consideri il superomismo di fondo in lui, ondeggiante tra il bisogno di denaro e il disprezzo per chi glielo forniva».
Più politico il giudizio di Renzo De Felice, nella prefazione al Carteggio d’Annunzio-Mussolini (Mondadori): «Il problema della corruzione non si pone, al massimo si può parlare di “senso degli affari” (poco poetico, forse, ma molto umano), di una notevole abilità cioè a non far scadere l’interesse della controparte a dimostrarsi condiscendente e munifica; tanto più che, così facendo, d’Annunzio segnava anche un altro importante punto al suo attivo: evitava di riconoscere e di rendere palese la propria sconfitta politica». Perché di questo si trattava: fin dall’inizio degli anni Venti, d’Annunzio aveva perso la partita senza neanche accorgersi di averla giocata. E la storia non gli avrebbe concesso la rivincita.
Nel 1925, dopo il discorso mussoliniano del 3 gennaio, inizia il regime vero e proprio. D’Annunzio è assalito dalla malinconia. Pensa alla morte. Scrive al Duce proponendo una spedizione di sola andata in aeronave al Polo Nord: «Pensa, piantare la nostra bandiera nel luogo inaccesso, e rimaner là, a piè dell’astile, guardando con occhio fermo il dirigibile vittorioso partire verso la Patria!». Lucy Hughes-Hallett nota come Mussolini ignori «le connotazioni suicide del messaggio» e, quasi a prenderlo in giro, inviti il poeta a Roma per discutere del progetto. Ovviamente d’Annunzio non andrà quella volta nella capitale. Anzi, non ci andrà mai più.
Si sveglierà dal torpore politico solo per esprimere dissenso nei confronti dei Patti lateranensi, da lui definiti un «accordo con la pretaglia». E per orientare il Duce contro Adolf Hitler: «Un marrano dall’ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce di colla», scrive nel giugno del 1934. E al Duce, dopo il fallimento del putsch hitleriano di quell’anno a Vienna, propone di annettere l’Austria in funzione antitedesca. Mai in ogni caso d’Annunzio si sottrarrà ai vituperii contro Hitler da lui definito volta a volta «Attila imbianchino» o «ridicolo Nibelungo truccato alla Charlot». Anche se un biografo non certo antipatizzante qual è Guerri ha prestato fede al racconto secondo cui il poeta nel 1935 avrebbe affidato al germanista cattolico Guido Manacorda un portasigarette e una medaglia d’Africa perché li portasse in dono a Hitler. «Può essere che in quel periodo d’Annunzio apprezzasse l’appoggio dato dalla Germania alla guerra d’Etiopia», ha scritto Guerri.
Ai tempi della guerra d’Etiopia, d’Annunzio si lascia andare ad una serie di incredibili e magniloquenti esaltazioni del Duce. Espressioni «ditirambiche» le definisce Paolo Alatri, che però, sottolinea, «erano rivolte soltanto alla figura di Mussolini, non al regime da lui fondato e gestito». Il 19 agosto 1935 gli telegrafa: «Da questa notte sono il tuo luogotenente pronto agli ordini più perigliosi». Il 1° marzo del 1936 svillaneggia il negus Hailé Selassié, definendolo «villoso fantoccio»: «La barba sembra incorniciarlo come una volgare oleografia di un caffè di provincia». Poi torna a lodare Mussolini. Il 10 maggio del 1936 (in occasione della proclamazione dell’impero) afferma: «Penso che si addica al nostro Capo imperterrito il soprannome di Africano maggiore, se viga il fasto di Roma». E il 26 settembre dello stesso anno gli scrive: «Ti ho ammirato e ti ammiro in ogni tuo atto e in ogni tua parola; ti sei mostrato e ti mostri sempre pari al destino che tu medesimo rendi invitto e immoto come una legge, come un decreto, non come un nuovo ordine, ma come un ordine eterno».
Poi però, nel settembre 1937, incontra un’ultima volta, alla stazione di Verona, Mussolini che sta tornando dall’incontro in cui ha definito i termini della sua alleanza con Hitler. Quell’Hitler che il Vate ha definito «pagliaccio feroce». Ne scrive il suo biografo Philippe Jullian: «D’Annunzio, al braccio dell’architetto Maroni, percorre a passo strascicato il tappeto rosso fino al finestrino del vagone da cui si affaccia il Duce. Con il sorriso di un orco, Mussolini gli prende la mano». Sceso dal treno il capo del regime fascista si avvia ad un balcone da cui terrà un discorso. «Il vecchietto lo segue a fatica, chiacchierando e agitando le mani avvizzite; Mussolini, senza rallentare, gli sorride di tanto in tanto, ma le ovazioni della moltitudine gli impediscono di udire anche una sola parola di ciò che d’Annunzio sta dicendo». Comunque gli storici dibatteranno a lungo se il poeta si sia limitato a esprimergli i sensi della sua ammirazione (come sostenne Giovanni Rizzo, il funzionario del ministero dell’Interno messogli al fianco dal Duce) o abbia pronunciato anche parole antihitleriane (come attestò Maroni).
Nei suoi ultimi mesi di vita, Mussolini gli propone di succedere a Guglielmo Marconi come presidente dell’Accademia d’Italia. Il Vate sorprendentemente accetta quell’incarico, che fino a poco tempo prima avrebbe respinto con sdegno e, anzi, medita di farsi fare una dentiera per andare a tenere il discorso inaugurale. La morte lo coglie il 2 marzo del 1938.
Annota Galeazzo Ciano nel diario che quel giorno Mussolini gli avrebbe detto del senso di «vuoto» che sentiva per la scomparsa del poeta: «Ormai significava ben poco», avrebbe aggiunto, «ma era là, quel vecchio, e ogni tanto giungeva un suo messaggio». Avrebbe anche riconosciuto che «aveva rappresentato molto nella sua vita». Espressioni da cui si avverte (non si sa bene se da parte di Ciano o di Mussolini) un che di insincero. Nel dopoguerra, Ernesto Cabruna, suo braccio destro a Fiume, avrebbe rivelato come Mussolini lo aveva tenuto prigioniero al Vittoriale mettendo al suo servizio 21 persone tra cui sei membri della polizia politica fascista. Da morto, d’Annunzio continua a estorcere quattrini tramite il suo collaboratore Giancarlo Maroni, a cui è affidato il compito di dirigere la Fondazione del Vittoriale. Maroni sostiene di comunicare con il Vate tramite sedute spiritiche e trasmette al Duce i suoi messaggi postumi. I quali consistono in richieste di denaro per completare e abbellire l’anfiteatro e il mausoleo del Vittoriale. Mussolini acconsente. Ma riesce a far sì che il Vittoriale sia completato secondo i suoi gusti. Così, da morto, scrive Hughes-Hallett, d’Annunzio è costretto a «schierarsi»: «Il mausoleo è un monumento essenzialmente fascista». E questa può essere considerata la definitiva vittoria di Mussolini su d’Annunzio.
Repubblica 7.1.14
Mercato Vs. Stato
Moriremo neoliberisti, nonostante la crisi
Non è solo un pensiero egemone: le società sono ormai plasmate dalla logica del capitale puro Ma il dogma vacilla
di Roberto Esposito
Il neoliberismo è in ritirata o la sua egemonia resta intatta? È quanto è stato chiesto in una recente intervista a John Bellamy Foster, direttore della Monthly Review ed autore, con Robert McChesney, diEndless Crisis,edito dalle edizioni della rivista. Non si può dire che le sue risposte siano risolutive. Sostenere che l’attuale regime neoliberale è il prodotto del grande capitale, del grande governo e della grande finanza su scala globale è più che ragionevole, ma non sufficiente. Restano aperte molte domande. Il peso che ha assunto l’economia finanziaria è il frutto di un ritiro delle politiche governative o delle loro scelte? E i tentativi di regolamentazione dei mercati che già nel 2009 hanno fatto parlare di “ritorno dello Stato” come vanno intesi? Come riflusso del neoliberismo o come sua ristrutturazione sotto altre vesti?
Per orientarsi in questa selva di questioni bisogna intanto intendersi sul significato del termine. In proposito risulta assai utile l’ampia ricerca elaborata da Pierre Dardot e Christian Laval in un volume adesso tradotto da Derive Approdi col titoloLa nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, a cura di Paolo Napoli. La loro tesi di fondo è che la crisi in corso, lungi dal comportare un indebolimento delle politiche neoliberiste, ha portato al loro brutale rafforzamento attraverso forme di austerità incapaci di invertire la logica speculativa dei mercati finanziari. La falsa apparenza di una inversione di tendenza è nata da una interpretazione inadeguata del liberismo come semplice ritiro dello Stato davanti alla naturalità del mercato. In questo modo si è confusa l’ideologia della fase eroica del liberismo economico con il modo in cui esso si è concretamente realizzato.
Non solo quello che chiamiamo neoliberismo — sia nella sua versione austriaca alla Hayek sia in quella anglosassone alla Friedman — non ha mai immaginato di fare a meno dello Stato, ma ha prodotto esso stesso una pratica di governo. Come ha spiegato per primo Foucault nei suoi corsi ad essa dedicati, quella neoliberale è una razionalità eminentemente governamentale,volta alla direzione delle condotte degli uomini attraverso precise norme comportamentali. Anche secondo Greta Krippner (Capitalizing on crisis. Political origins of the rise of finance, Harvard University Press 2012) non sono i mercati ad aver conquistato dall’interno gli Stati, ma gli Stati ad aver introdotto il modello concorrenziale dell’impresa in tutte le dinamiche sociali. Da un lato il soggetto individuale è portato a vedere in se stesso un capitale umano; dall’altro gli Stati competono tra loro nell’attrarre gli investimenti delle multinazionali abbassando i livelli dei salari e della previdenza sociale.
Ciò — l’estendersi della competitività a principio generale di governo — spiega non soltanto la corsa, apparentemente suicida, alle politiche dell’austerità, ma anche loro accettazione rassegnata da parte dei Paesi che più ne hanno pagato le conseguenze, come la Grecia e il Portogallo. È l’esito del consenso creato dal governo neoliberista. Esso, tutt’altro che ridursi alla contestazione delle regole esistenti, è produzione attiva di norme di vita sul piano giuridico, etico e, prima ancora, antropologico. Nel giro di pochi decenni l’intera società ne è stata plasmata in una forma talmente generalizzata da non essere avvertita in quanto tale. Oggi tutti i rapporti, con gli altri e perfino con se stessi, sono orientati al principio mercantile del guadagno. Così, piuttosto che semplice modello economico, il neoliberalismo si configura come l’insieme degli atti e dei discorsi che governano gli uomini secondo il principio della loro concorrenza. Naturalmente se tale modello appare insuperabile quando l’economia tira, dimostra tutta la sua debolezza quando le cose cominciano a non funzionare. C’è un limite oltre il quale la forbice tra coloro che diventano sempre più ricchi e coloro che diventano sempre più poveri si divarica al punto di rompere la macchina del consenso sociale. In questo caso quella che ancora definiamo crisi monetaria assume i caratteri di una vera e propria crisi sistemica che coinvolge l’intero orizzonte dei rapporti umani.
Come contrastare questo stato di cose? Non sono pochi gli storici che ci ricordano come le grandi crisi abbiano sempre stimolato grandi idee. Come dopo il crack del 1929 è stato inventato il New Deal e il Welfare, così dal buco nero che si è aperto cinque anni orsono vanno nascendo nuove concezioni. Se economisti come Krugman, Stiglitz, Fitoussi, Boeri ritengono sbagliato pensare di ripianare i deficit pubblici a colpi di tagli della spesa sociale, altri arrivano a rovesciare radicalmente la prospettiva dell’austerity. Per esempio James W. Galbraith arriva ad assegnare un ruolo produttivo al debito pubblico, se finanziato da banche centrali disposte a comprare senza limiti i titoli di Stato emessi dai rispettivi governi. Ciò che tale concezione — derivata dalla modern monetary theory — manda in mille pezzi è la pretesa di un’impostazione economica, sposata da molti governi europei, che si presenta con la dogmaticità di una nuova religione.
Nel suo libro sul nuovo banditismo bancario (Banchieri, Mondadori 2013), Federico Rampini richiama quanto sostenuto dal filosofo Michael Sandel nel saggioQuello che i soldi non possono comprare, tradotto da Feltrinelli. Oggi la discussione sui danni sociali dell’alta finanza è circoscritta entro limiti troppo angusti. Quando si associa l’idea di mercato non solo a quella di benessere, ma anche a quella di libertà, non ci si accorge di rimanere subalterni al sistema di pensiero che ha prodotto la crisi. Criticare l’austerità perché crea più problemi di quanti ne risolva è giusto, ma non basta. Se non si aggiunge che essa tende a corrodere gli spazi pubblici e le basi delle istituzioni democratiche. Il punto che resta opaco è la differenza che passa tra la “governamentalità” neoliberale e la politica nel significato più intenso dell’espressione. Fare politica non vuol dire solo amministrare nella maniera più rimunerativa ciò che esiste, ma anche volgere lo sguardo alle possibilità contenute nel nostro futuro.
Repubblica 7.1.14
L’arte del crimine
Perché Tolstoj e Kafka sono “figli” di LomBroso
Così l’antropologo che individuava nelle caratteristiche fisiche degli uomini l’origine del male ha influenzato la grande letteratura europea
di Giuseppe Dierna
Lo Stato italiano si era solo da pochi mesi unificato quando nel dicembre del 1870 Cesare Lombroso, analizzando il cranio del brigante Villella, rinveniva nella parte posteriore – in luogo di una protuberanza – una concavità sospetta (la «fossa occipitale mediana»), che lo studioso subito associa ad analoghe presenze nei tori e in alcune scimmie. È il segno della regressione, di un blocco nello sviluppo, di atavismo. È il disvelamento dell’indole criminale del soggetto. Così si costruisce il discorso scientifico di Lombroso. Per intuizione e sommatoria di dati che esulano dalla norma, inanellando però come niente fosse anche incongruenze e contraddizioni. E allo stesso modo sarà scritto anche L’uomo delinquente, il testo che lo consegna a una discutibile eternità, ma soprattutto consegna all’eterno ludibrio lo stereotipo del criminale che, grazie a taluni facili dati esteriori («orecchi ad ansa, capelli abbondanti, scarsa la barba, mento quadro o sporgente…»), s’imprimerà nell’immaginario collettivo e diverrà poi difficile da estirpare. Uscito in cinque edizioni dal 1876 al ’96, passa dalle iniziali 250 pagine alle oltre 2000 dell’ultima, non venendo poi ristampato per oltre un secolo. E negli ultimi mesi, a poca distanza una dall’altra, sono state riproposte proprio la prima e l’ultima edizione di quel monumento alla Criminologia tardo ottocentesca. Prima è apparso
L’uomo delinquente studiato in rapporto all’antropologia, alla medicina legale ed alle discipline carcerarie (il Mulino, pagg. 437, euro 33) in un’edizione annotata da Lucia Rodler, raffinata studiosa di fisiognomica che nella bella introduzione legge il testo di Lombroso con gli strumenti dell’analisi letteraria. Poi Bompiani ha mandato in libreria L’uomo delinquente. Quinta edizione – 1897 (pagg. XXIII + 2138, euro 40, presentazione di Armando Torno), che riprende in anastatica l’imponente versione definitiva, originariamente in quattro tomi, l’ultimo dei quali costituito dal ricco Atlantecon grafici, disegni e foto dei diversi “tipi criminali”. Lombroso, il “fantasioso Lombroso” (così Sigmund Freud a Stefan Zweig), fu fin dall’inizio una figura controversa. Esaltato da un numero esiguo di allievi, autore di straripanti bestseller che «si vendono, ma in ragione inversa alla stima che ispira il suo autore» (parole sue), egli verrà infatti più spesso considerato «un anedoctier della scienza, un vivace confusionario intorno ad idee suggestive», come riassumerà feroce il duo Papini-Prezzolini.
In una delle Note azzurre Carlo Dossi, che fu con lui in sintonica corrispondenza, lo descrive – nel ruolo di direttore del Manicomio di Pavia – come una sorta di dottor Caligari che, «per mitigare la pazzia, si pensa di convertirla in pellagra», e spiega serio ai propri studenti che «la più parte dei matti lo è diventata per ambizione». E certo un caso un po’ patologico lui doveva anche esserlo se, durante il viaggio che fece a Mosca nel 1897, riuscì a perdere in pochi giorni il portafoglio, un treno, di nuovo il portafoglio, e poi gli occhiali e una valigia.
L’uomo delinquente, con la sua capillare diffusione, con la figura inappellabile del “delinquentenato”, col suo affastellare biografie criminali che sono già in séembrioni di romanzi muterà l’immagine del criminale già ben presente nella letteratura del tempo, tra miserabili e misteri di Parigi. Meritato, quindi, l’omaggio che Giovanni Papini gli renderà, in un racconto del ’51, ponendo il ponderoso trattato nella biblioteca dell’Università dell’Omicidio sita in Tangeri. E ci sarà ancora Lombroso dietro al modo in cui Breton e i surrealisti francesi dichiareranno orgogliosi il loro disprezzo per la società suLa révolution surréaliste nel ’24: come in una di quelle pagine dell’Atlante lombrosiano dove i criminali sono disposti uno accanto all’altro come in un crudele album di figurine, i membri del gruppo – compresi de Chirico e Savinio – circondano con le loro foto il volto deturpato dell’anarchica Germaine Berton che ha da poco assassinato il monarchico Plateau.
Dopo Lombroso la letteratura è tutto un pullulare di criminali di “scuola lombrosiana”. Come non riconoscere, infatti, nella descrizione del perfido Franti («ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi») in quel primo «manuale del giovane italiano» che fu il libroCuore, le caratteristiche che Lombroso attribuiva al «fanciullo delinquente»? Più sottile il caso dellaBestia umana di Émile Zola. Qui il protagonista Jacques Lantier, assassino dai reiterati impulsi omicidi, la sua «mascella troppo pronunciata» la occulta in un bel viso regolare dalla pelle delicata, per cui giudici e pubblica opinione riconosceranno il “vero” colpevole nella fronte bassa, nel collo robusto e nelle sopracciglia congiunte dell’innocente Cabuche e di Roubaud, marito della vittima.
Perché se il paradigma lombrosiano prende sempre più piede, per cui l’antropologo Paolo Mantegazza può pubblicare nel 1897 un romanzo utopistico (L’anno 3000. Sogno) che prevede l’eliminazione fisica dei neonati cui sia stata riscontrata nel cervello «una tendenza irresistibile al delitto», allo stesso tempo si sviluppa una critica di tale meccanicismo semplificatorio, come inResurrezione di Tolstoj (scritto peraltro subito dopo la visita di Lombroso allo scrittore), con la figura del sostituto procuratore che utilizzava «tutte le ultime teorie in voga nel suo ambiente» («un tremendo imbecille», commenta un giudice), o nell’Agente segreto (1907) di Joseph Conrad, dove Ossipon – anarchico e quindi, nell’ottica lombrosiana, egli stesso “degenerato” e “delinquente” – ragiona in banalizzanti termini assunti da Lombroso.
Lombrosiano di formazione è di sicuro lo spietato protagonista dellaVendetta di uno scienziato(1913) dell’inglese Richard Austin Freeman, un antropologo criminale a cui uccidono la moglie e che passerà la vita a sterminare criminali nell’East End londinese, riconoscendoli sulla base dei repertori editi da Lombroso e collezionando, accuratamente catalogati, i loro scheletri e i loro teschi nella propria casa-museo. Ma pure Kafka frequenterà all’Università di Praga lezioni di un giurista di formazione lombrosiana, e proprio da lì sembra discendere, nel Processo, l’attenzione agli sguardi e ai volti. Confida a Josef K. il commerciante Block: «molti pretendono di indovinare l’esito del processo dalla faccia dell’imputato, specialmente dalla forma delle labbra […] e a giudicare dalle sue labbra lei sarebbe stato di sicuro condannato e presto». E la sconfitta del procuratore K. dipenderà proprio dalla sua incapacità a leggere i segni che lo circondano. Ma cosa faceva in quegli anni il suo dirimpettaio boemo? Nel 1911 Jaroslav Hašek pubblica il racconto La giustizia trionferà su un povero merciaiuolo scambiato per un ladro e trascinato alla Centrale di Polizia «per essere sottoposto a misurazione e fotografato», ma «la misurazione del cranio mostrava l’evidente anormalità tipica dei criminali, come avevano verificato sulla base delle tabelle della teoria lombrosiana», così come «l’angolatura della fronte e la forma del naso indicavano, secondo un’altra tabella, evidente degenerazione». Con un inarrestabile crescendo di scambi d’identità. Non ci stupiamo poi se nello Švejk un giudice istruttore mostrerà «tratti di animalesca ferocia, come appena uscito fuori dall’Uomo delinquente di Lombroso». Del resto lo stesso Palazzeschi – inTre imperi... mancati(1945) – aveva rilevato in Mussolini «delinquenza manifesta all’angolo dell’occhio e nella sproporzione delle mandibole».
A proposito. Nella trattazione lombrosiana trovano spazio anche «gli uomini di governo e i ministri», i delinquenti legati alla politica che – a dire dello studioso – «fa più spesso da vernice alla tendenza criminosa, […] così si spiega come tipi assolutamente criminali con anomalie nevropatiche spiccatissime […] si siano con un’abnegazione straordinaria dati alle fazioni politiche». Perle di meditata saggezza. Così nasceva sulle pagine di Cesare Lombroso il Regno d’Italia, nostro progenitore.