il Fatto 28.12.13
Quando diventa italiano un immigrato
Furio Colombo
CARO FURIO COLOMBO, c’è stata una gran discussione sulla cittadinanza immediata ai bambini degli immigrati nati in Italia. E poi silenzio. Quella proposta è rinviata o affondata?
Emma
NO, NON SE NE PARLA ancora. Naturalmente ci sono le urla di Borghezio e di Salvini, che si sentono “razza pura”. Però vi sono anche voci autorevoli e credibili che mostrano o diffidenza o netta avversità. Non capisco e cerco di ricapitolare. Ovviamente prendo come esempio gli Stati Uniti, e il presidente Obama, che è il simbolo di un Paese che si integra fin dall’origine. La compattezza del tessuto nazionale americano viene proprio dal fatto che ogni persona che nasce negli Stati Uniti è subito cittadino degli Stati Uniti. Questo fatto non ha portato a ondate spaventose e incontrollabili di immigrazione. La pressione migratoria è sempre molto forte verso ogni Paese in grado di promettere lavoro e vita migliore. Ma non è più grande verso gli Usa, dove quando nasci sei cittadino, che verso il Regno Unito, dove invece non c’è questo privilegio. Quanto all’Italia la pressione è alta, data anche la nostra posizione geografica, ma la capacità sia organizzativa, sia politica e culturale del Paese, è molto bassa, devastata dai cattivi sentimenti leghisti e bloccata dalla legge Bossi-Fini che impedisce a un Paese di essere normale e moderno. Una cosa viene spesso ignorata oppure occultata: i milioni di affamati continuamente annunciati e portatori di un pericolo per questo ordinato Paese, non sono mai arrivati. Nonostante le coste, la nostra immigrazione è molto più bassa del resto d’Europa, e non ha portato alcuna conseguenza sull’ordine pubblico o la criminalità, nonostante il diffuso senso di repulsione predicato dai peggiori politici in tutto il Paese. In ogni caso finora due cose sono apparse chiare: persone e famiglie si sradicano dalla propria terra solo per disperazione (le guerre, le persecuzioni) e per ragioni economiche, nel senso di vivere un po’ meglio. Per queste due ragioni rischiano la vita (e spesso la perdono) le donne incinte che attraversano il mare. Non lo fanno per un premio anagrafico, ma per il tentativo disperato di non fare di quel bambino che sta per nascere un soldato. D’altra parte l’Italia continua a restare separata dai suoi immigrati, benché qualunque economista (conservatori inclusi) abbia dimostrato che l’immigrazione non resta a carico del Paese in cui arriva, ma lo arricchisce. Che senso ha confrontarsi con il problema di giovani che conoscono solo l’Italia e la lingua italiana, ma rischiano di essere espulsi e inviati in Paesi che non conoscono, proprio mentre sono pronti a essere utili nella sola cultura che li ha formati? Perché privarsi della quota di talento che ciascun gruppo porta con sé, dopo avergli dato ospitalità così a lungo? Perché lasciare in sospeso le vite di tante giovani persone invece di garantirsi il loro legame con l’Italia che produrrà per forza lealtà come cittadini? Perché dimenticare che siamo, anche dal punto di vista previdenziale, un Paese con molti anziani, pochi giovani e scarse nascite? Se la cittadinanza alla nascita è vietata da Borghezio e Matteo Salvini, è chiaro che si tratta di una cosa buona, da fare subito.
Repubblica 28.12.13
Rappresentanza e governabilità
di Stefano Rodotà
Vi sono temi che, tra bilancio e prospettive, consentono di gettare un primo sguardo sull’anno che verrà. Si può cominciare dalla riforma della legge elettorale, per la quale si parla di una proposta condivisa da presentare alla Camera, o addirittura da approvare in commissione, prima che siano pubblicate le motivazioni con le quali la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime alcune norme del cosiddetto Porcellum. Ipotesi assai bizzarra, poiché potrebbe accadere che, una volta note le motivazioni, si riscontri qualche divergenza tra queste e il testo all’esame del Parlamento. Con evidente e immediato effetto di delegittimazione della riforma o, comunque, dando argomenti per comprensibili polemiche su una questione così controversa. Nella materia istituzionale è sempre pessima la tentazione di creare fatti compiuti, di pensare che si possa impunemente fare un uso congiunturale delle istituzioni, perché queste hanno un più profondo spessore, che fa poi riemergere la loro logica e rivela la debolezza di una politica frettolosa.
Non ci si può semplicisticamente trincerare dietro il fatto che il comunicato della Corte costituzionale ricorda che il Parlamento è legittimato a legiferare in materia elettorale. Un riconoscimento, peraltro ovvio, che tuttavia si trova in un contesto che ha messo in evidenza i due vizi di illegittimità accertati dalla Corte, riguardanti il premio di maggioranza, punto centrale delle discussioni in corso, e le liste bloccate. Questo vuol dire, per chiunque abbia la competenza linguistica minima per leggere un testo così chiaro, che il Parlamento deve rispettare i criteri che la Corte specificherà per evitare che la legge elettorale determini una distorsione inammissibile tra voti e seggi e faccia scomparire ogni possibilità per i cittadini di scegliere i loro rappresentanti. La legalità costituzionale vale a tutto campo, e la legge elettorale non può fare eccezione.
Le ragioni del fastidio verso la decisione della Corte sono due, ed è bene parlarne con chiarezza. Da anni ha finito con il prevalere una pericolosa forzatura culturale riassunta nella formula secondo la quale le elezioni servono ad investire il governo, respingendo sullo sfondo la loro funzione di dare rappresentanza aicittadini, sì che è sembrata e sembra ancora legittima qualsiasi manipolazione delle leggi elettorali per assicurare il primo obiettivo. Quando leggeremo le motivazioni della Corte, è presumibile che ci troveremo di fronte ad argomentazioni che, ripristinando la legalità costituzionale, indicheranno il corretto equilibrio tra rappresentanza e governabilità, mentre oggi l’attenzione è spasmodicamente volta solo a quest’ultimo fine.
Vi è poi l’insofferenza determinata dal timore che il sistema elettorale determinato dall’intervento della Corte ci riporti ad un inaccettabile proporzionalismo. Di nuovo una confusione tra questioni diverse. La Corte ha fatto il suo dovere, eliminando vizi di incostituzionalità determinati da una inammissibile prepotenza politica. Spetta ora alla politica trovare la corretta via d’uscita da una situazione di cui essa porta tutta la responsabilità. E deve farlo senza adoperare argomenti tipo «torneremo alla Prima Repubblica», che sottintendono un giudizio sulla cosiddetta Seconda come una fase di cui dovrebbero essere salvaguardati non si sa quali meravigliosi benefici, mentre è davanti agli occhi di tutti il disastro politico, culturale e sociale con il quale si sta concludendo. Un osservatore acuto come Carlo Galli ha messo in guardia contro questa rimozione del recentissimo passato, ricordando che «non sta scritto danessuna parte che un sistema bipo-lare, forzato dalla legge elettorale, garantisca stabilità. Anzi, i nostri ultimi venti anni dimostrano il contrario ».
Nessuna seria politica può essere disgiunta dalla consapevolezza storica e culturale, di cui bisogna dar prova discutendo anche di un’altra questione che già divide e suscita polemiche, quella riguardante un riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso. Il punto di riferimento, pure questa volta, ci porta verso la Corte costituzionale, che nel 2010 ha sottolineato la necessità di riconoscere i “diritti fondamentali” che spettano a quanti si trovano in questa condizione. Non è ammissibile, allora, che si rifiuti di affrontare questo tema chiedendo una moratoria su tutte le questioni “eticamente sensibili”. Questo è un altro retaggio della sciagurata stagione che abbiamo dietro le spalle, di cui dobbiamo liberarci senza ricorrere all’argomento sostanzialmente ingannevole del gradualismo — facciamo oggi un piccolo passo e poi si vedrà. Una linea che potrebbe essere considerata accettabile se un primo provvedimento facesse esplicitamente parte di una strategia più generale. Oggi, invece, vi è il concreto rischio che, in questo modo, si finisca con il certificare l’esistenza di una condizione italiana che preclude la possibilità di vere politiche dei diritti civili, sì che potremmo permetterci solo iniziative al ribasso, nelle quali si riflettono le impotenze della politica e non le dinamiche reali della nostra società. Che cosa sarebbe avvenuto se questa logica riduzionista e minimalista fosse stata adottata al tempo del divorzio e dell’aborto?
Un ingannevole gradualismo, infatti, sarebbe oggi pagato con il rifiuto di considerare il fatto che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea ha previsto che le scelte riguardanti la costituzione di una famiglia non sono più dipendenti dalla diversità di sesso, che la Corte europea dei diritti dell’uomo si muove in questa direzione e che la nostra Corte di Cassazione, nel 2012, ha riconosciuto alle coppie omosessuali il diritto alle stesse tutele previste per quelle eterosessuali. Questo è ormai il contesto all’interno del quale considerare il problema, come confermano significativi dati di realtà, come quelli riguardanti le adozioni e l’omogenitorialità, di cui una seria discussione parlamentare deve tener conto.
Temi come questo non possono più essere affrontati in maniera reticente, perché riguardano il modo in cui si stabiliscono i rapporti tra istituzioni e società. E, visto che tanto si parla della necessità di riforme, invece di pensare solo a norme che limitano la rappresentanza, sarebbe il caso di occuparsi delle leggi di iniziativa popolare, per le quali è tempo di prevedere l’obbligo dell’esame da parte delle Camere. Sono già state presentate proposte in questo senso, vi è un cenno alla fine della relazione dei Saggi, e basterebbero modifiche dei regolamenti parlamentari. Si aprirebbe così un importante canale di comunicazione tra cittadini e Parlamento, dando un segnale concreto di attenzione per la volontà popolare, che troppe volte si cerca di azzerare anche quando si è espressa attraverso un referendum, come si è appena cercato di fare in Parlamento con il tentativo, per fortuna respinto, di imporre al Comune di Roma la privatizzazione del servizio idrico in contrasto con i risultati del referendum sull’acqua. Possibile che non ci si renda conto che al rifiuto della politica, sempre più marcato, si debba rispondere proprio progettando forme di coinvolgimento più diretto, che diano ai cittadini la consapevolezza che dalla politica possa venire un valore aggiunto che incontra i loro diritti e i loro bisogni?
il Fatto 28.12.13
Grillo, all’assalto dei giornali “Aumentati i fondi pubblici”
“Da 137 a 175 milioni nel 2014”
Il sottosegretario Legnini: ridotti a 60 milioni
di Emmanuele Lentini
Prima il “giornalista del giorno”, ora “l’elemosina di Stato” all’editoria. Beppe Grillo sul suo blog ha deciso di spulciare i “bilanci dei giornali assistiti” e denunciare i finanziamenti destinati all’editoria. Già nel 2008, secondo V-Day, si scagliava contro i soldi pubblici ai giornali. Da allora la situazione per il leader del M5S è cambiata in peggio: lui calcola che i contributi sono aumentati, “dai 137 milioni di euro del 2013 ai 175 del 2014”.
Come era già accaduto per la rubrica dedicata ai giornalisti giudicati ostili dal Movimento 5 Stelle, anche in questo caso Grillo comincia con L’Unità. Grillo stila la classifica dei giornali che nel 2012 hanno ricevuto i finanziamenti pubblici.
AL PRIMO POSTO c’è Avvenire (4,3 milioni di euro), seguito da Italia Oggi (3,9 milioni). Chiude il podio L’Unità (3,6 milioni). La società che la edita, Nuova iniziativa editoriale, ha un nuovo azionista di riferimento, Matteo Fago, uno dei fondatori del portale di viaggi Venere. Sul blog ieri Grillo contesta i bilanci del quotidiano fondato da Antonio Gramsci: “La media vendite del 2012 sul 2011 è diminuita del 19 per cento, con una perdita di 7.529 copie. La perdita, a livello di risultato netto dopo le imposte, nonostante i generosi finanziamenti pubblici, è stata di 4.637.124”. L’Unità è un calabrone, “non si sa come faccia a volare, ma non fallisce mai”.
Giovanni Legnini, sottosegretario all’Informazione e all’Editoria, risponde a Grillo: “I fondi sono stati drasticamente ridotti negli ultimi anni. I contributi diretti sono calati. Nel 2008 erano 243 milioni, l’anno prossimo non raggiungeranno i 60 milioni. La Guardia di Finanza svolge controlli rigorosi per evitare imbrogli”.
Nel 2008 Grillo aveva raccolto le firme per un referendum abrogativo dei contributi per l’editoria, poi naufragato a causa del mancato raggiungimento di quota 500 mila. All’epoca i contributi diretti sfioravano i 250 milioni di euro, senza contare i contributi postali e altre agevolazioni. Nel 2010 vengono aboliti i contributi indiretti (agevolazioni telefoniche, spedizioni postali, rimborsi per la carta o spedizione degli abbonamenti). Nel 2012 il governo Monti lega i contributi per le imprese e le cooperative editrici alle copie effettivamente vendute – invece che alle tirature – e al livello occupazionale. Con rimborsi delle spese per il personale e per l’acquisto della carta. Nonostante l’allarme di Grillo, le risorse dello Stato destinate al settore dal Dipartimento per l’informazione e l’editoria di Palazzo Chigi, sono drasticamente calate: dai 506 milioni di euro del 2007 ai 185 milioni del 2012. La somma comprende i contributi diretti e altri interventi, come le convenzioni (Rai e agenzie italiane per i servizi esteri). Fino al 2010 erano comprese le agevolazioni postali, poi sospese. Ma lo Stato è in arretrato e continua a pagare 50 milioni l’anno.
PER QUANTO riguarda i contributi diretti, si è passati dai 280 milioni del 2006 ai 58 previsti per il 2014. Il 2 ottobre la presidenza del Consiglio dei ministri ha corretto al ribasso i sostegni diretti all’editoria per il 2012, decurtando quasi 12 milioni, e facendo calare la somma complessiva a 83 milioni.
Sono 45 le testate che hanno diritto ai contributi diretti, dai quotidiani a diffusione nazionale come L’Unità o Il Foglio (1,5 milioni) alle testate locali come Il Giornale dell’Umbria (1 milione) e il Quotidiano di Sicilia (899 mila euro). Non mancano le riviste di settore, come Motocross (272 mila euro), Sprint e Sport (332 mila euro), Il Corriere mercantile (1,4 milioni di euro) e quotidiani in lingua straniera, come Dolomiten (1,1 milioni). La legge di stabilità appena approvata prevede un fondo straordinario per l’editoria: 120 milioni nel triennio 2014-2016 legati alle ristrutturazioni aziendali e agli ammortizzatori sociali. Il sottosegretario Legnini precisa: “Quei 120 milioni sono destinati ai lavoratori e servono ad arginare la gravissima crisi del settore. Non vanno agli editori, quelle norme sono pensate per aiutare i dipendenti, in entrata e in uscita”. Di quei 120 milioni, la metà è destinata alle ristrutturazioni aziendali e agli ammortizzatori sociali, alleggerendo quindi gli editori di una parte dei costi per i pensionamenti e le nuove assunzioni.
il Fatto 28.12.13
Unità. Dell’Erario, il socio che arriva da Confindustria
Nuova sorpresa all’Unità. Nella proprietà del quotidiano fondato da Antonio Gramsci c’è infatti anche uno spicchio di Confindustria. Dal 15 novembre scorso, Alfonso Dell’Erario, responsabile della comunicazione del Sole 24 Ore - edito dall’associazione degli industriali - e direttore generale della System24 è azionista con poco meno del 14 per cento della Nuova iniziativa editoriale Spa, che pubblica il giornale, attraverso la società Partecipazioni editoriali integrate. Non si sa cosa abbia spinto il manager a investire in un’impresa che non gode di grande salute, anche se da tempo indiscrezioni di stampa lo danno in uscita dal Sole 24 Ore, dove il mancato raddrizzamento dei conti ha creato non pochi grattacapi alla dirigenza. Interpellato dal Fatto, Dell'Erario tiene a precisare che “la quota è di proprietà della mia ex moglie Maria Claudia Ioannucci e io ne sono solo un temporaneo intestatario”. La Partecipazioni editoriali integrate, ha come amministratore unico Fabrizio Meli, che è allo stesso tempo amministratore delegato dell’Unità, dopo la ricapitalizzazione da 5 milioni di euro che ha portato Matteo Fago a diventare (col 51 per cento) il nuovo socio di riferimento del quotidiano diretto da Luca Landò. L’imprenditore online e creatore di Venere.com ha scalzato come socio di maggioranza Renato Soru, fondatore e ad di Tiscali, già presidente del centrosinistra in Sardegna, che si era preso in carico l’Unità sperando in un ruolo sempre più importante nel Pd.
Il Fatto on line 28.12.13
Lo “zampino” di Confindustria nell’Unità. Manager investe nonostante i conti in rosso
Alfonso Dell’Erario, responsabile della comunicazione del Sole 24 Ore e direttore generale della System24 è azionista con poco meno del 14% della Nuova iniziativa editoriale Spa, che pubblica il giornale fondato da Gramsci, attraverso la società Partecipazioni editoriali integrate
di Camillo Dimitri
qui, segnalazione di Monica Angelini, Francesco Maiorano, Franco Pantalei
il Fatto 28.12.13
I consumatori: nel 2014 batosta da 1.384 euro
UN’ENNESIMA stangata di prezzi e tariffe si abbatterà sulle famiglie italiane dal 1 gennaio 2014. Secondo Adusbef e Federconsumatori l’aggravio sarà di 1.384 euro a famiglia. Le due associazioni spiegano che le ragioni di questi aumenti “non sono solo legate alle solite volontà speculative, ma anche a nodi irrisolti della nostra struttura economica, in tema di competitività e di oppressione burocratica” e ai “servizi pubblici che scaricano sprechi, inefficienze e clientelismo su prezzi e tariffe”. Ecco nel dettaglio gli aumenti previsti: Alimentazione (+5%): 327 euro. Trasporti (Treni e servizi locali): 81 euro. Servizi bancari + mutui + bolli + tasse: 61 euro. Carburanti (comprese accise regionali): 108 euro. Derivati del Petrolio, detersivi, plastiche: 118 euro. Assicurazione auto (+5%): 53 euro. Tariffe autostradali (+3%): 57 euro. Tariffe gas: -55 euro. Tariffe elettricità: -21 euro. Tariffe acqua (+5-6%): 22 euro. Iuc (Tari-Tasi-Differenziale Imu): 195 euro. Riscaldamento (+4%): 44 euro. Addizionali territoriali: 156 euro. Scuola (mense-libri): 74 euro. Tariffe professionali-artigianali: 116 euro. Tariffe postali: 48 euro. Totale: 1.384 euro.
Corriere 28.12.13
Il piano di Renzi sulla legge elettorale
A gennaio il testo per un’intesa ampia
L’idea di un’iniziativa forte. Si lavora sul Mattarellum «rafforzato»
di Maria Teresa Meli
ROMA — Renzi morde il freno. Non ama i tempi lenti e tanto meno quelli morti. Ma Letta, nell’incontro che hanno avuto dopo l’elezione del sindaco a segretario del Pd, gli aveva chiesto di non muoversi sino alla fine dell’anno per consentire al governo di mandare in porto la legge di Stabilità e gli altri provvedimenti urgenti.
Ma ora che il tempo sta per scadere Renzi si prepara a sferrare la sua iniziativa. È prevista per i primi dieci giorni di gennaio. E riguarderà la riforma del Porcellum. Sarà un’iniziativa importante, promette il segretario ai pochissimi con cui ne parla. Ma la verità è che sono solo in quattro o cinque a sapere di che cosa si tratti. C’è un indizio, però. Ossia il lavorio incessante sulla materia della legge elettorale. E allora, visto che sanno tutti che il segretario ha fretta, non è poi così difficile capire di che si tratti: Renzi a gennaio presenterà la proposta di riforma elettorale del Pd. Sarà una proposta che andrà oltre l’ambito della sola maggioranza. Perché, come ha sempre detto il sindaco di Firenze, «non possiamo ripetere l’errore che venne commesso con il Porcellum. La revisione dei sistemi elettorali non si può fare a colpi di maggioranza».
Perciò in fondo in fondo questi tempi morti e la pausa festiva non sono dispiaciuti a Renzi: gli sono serviti per lavorare al suo obiettivo. Nel quartier generale del segretario le bocche sono cucite. Anzi cucitissime. Il Pd, come si sa, preferirebbe il doppio turno. E giusto l’altro giorno Alfano ha ribadito che il Nuovo centrodestra è dispostissimo a confrontarsi su questo terreno. Ma è un sistema elettorale che non piace nè a Forza Italia nè ai grillini. Gli unici fuori dell’ambito della maggioranza che potrebbero accettare il doppio turno sono i parlamentari di Sel. Anche se uno di loro, uno di quelli che sta seguendo le trattative sulla riforma, spiega: «Secondo me è un errore perché tiene in vita i partitini, però è sempre meglio di schifezze come lo spagnolo o altri pasticci proporzionalisti, quindi ci possiamo accontentare».
Il Pd versione Renzi crede che quando si cambiano le regole del gioco bisogna coinvolgere più forze possibile. E non importa se il centrodestra a suo tempo non lo fece. Non è certo un buon motivo per seguire quell’esempio, per imporre alle opposizioni un cambiamento su una materia così delicata. È per questa ragione che si sta continuando a lavorare sul «Mattarellum rafforzato», studiandone tutte le possibili varianti per riuscire a raggiungere un’intesa la più larga possibile.
Dai renziani non trapela nulla. Certo, però, è che chi conosce il segretario del Pd , dubita che un tipo come lui possa presentare una proposta senza avere in tasca già un accordo ampio. E, comunque, alla peggio, alla commissione Affari costituzionali della Camera è stato già depositato il ddl Nicoletti, firmato dai rappresentanti di tutte le diverse anime del Partito democratico, e anche da deputati di Sel.
Finisca come finisca, quello che Renzi ha capito, e non certo da ora, è che lui ha a disposizione «due, tre mesi di tempo» per «segnare una svolta nel Pd», «per imprimere un cambiamento», altrimenti «rischio di fare la fine di Walter, che con tutto che aveva stravinto le primarie, ha subìto un logoramento quotidiano». Quindi bisogna muoversi adesso. Anche sul Job act. Perciò Renzi non vuole assolutamente che il ministro Quagliariello metta bocca sui sistemi elettorali: «Lui una legge non la farebbe mai». Meglio che il governo si occupi del lavoro, «trasferendo in un decreto il Job act» che lo staff del Pd sta scrivendo.
Già con il Ncd Renzi e i suoi continuano a mantenere le distanze. Come dimostra l’ironia con cui Maria Elena Boschi commenta le aperture di Alfano a un confronto sulla riforma elettorale: «Noto che ha avuto quello che noi avvocati chiameremmo un ravvedimento operoso rispetto al Porcellum...».
Corriere 28.12.13
Effetto sindaco: «fuga» da destra, Monti e 5 Stelle verso il Pd
di Renato Benedetto
MILANO — Elettori infedeli, pronti al tradimento o all’abbandono. Solo il 41% rivoterebbe adesso lo stesso partito scelto a febbraio alle Politiche. Poco di più, il 55%, la stessa coalizione. Il resto, in caso di elezioni, è pronto a cambiare partito o preferire l’astensione. E chi ci guadagnerebbe, da questa situazione, è il centrosinistra, soprattutto il Pd a guida Renzi. Verso cui si indirizzano, più che per altri, le intenzioni di voto degli infedeli che non intendono confermare la scelta di febbraio. La ricerca di Lorenzo De Sio e Aldo Paparo del Cise (rilevazioni dal 16 al 22 dicembre) parla di «una grande turbolenza delle intenzioni di voto», con «una mobilità significativa». Pur nella turbolenza, il vento soffia a vantaggio del Pd: in maniera così marcata da spingere, per la prima volta, i ricercatori a non presentare i risultati delle rilevazioni sulle intenzioni di voto (comunque «ben oltre quei sei punti di “effetto Renzi” individuati da vari istituti nelle ultime settimane»). Si trovano nel centrosinistra gli elettori più fedeli: l’80% rivoterebbe la coalizione. Inoltre, un decimo di quanti si sono astenuti a febbraio dichiara che, se si votasse adesso, sceglierebbe Pd. Stessa scelta che farebbe un elettore su 4 dei montiani, il 15% di chi ha votato Cinquestelle e il 13% del centrodestra. Il Movimento di Grillo e Forza Italia registrano tassi bassi di fedeltà: meno della metà dell’elettorato confermerebbe ora la preferenza di febbraio. Altri due aspetti, per i ricercatori, accomunano le due forze ora all’opposizione: un flusso verso l’astensione superiore a un terzo del proprio elettorato e rilevanti passaggi verso il centrosinistra. Peggiori i dati del centro: un elettore su tre che a febbraio si era affidato alla coalizione di Monti cambierà scelta. C’è da essere prudenti, trattandosi di intenzioni di voto. Eppure «appare sorprendente», spiegano i ricercatori del centro diretto da Roberto D’Alimonte, che a pochi mesi dalle Politiche quote molto importanti di elettori riferiscano che cambierebbero voto: «A nostro parere è difficile non mettere i dati osservati in relazione con l’emersione nel centrosinistra della leadership di Renzi. Si sa da tempo che il sindaco ha una capacità di comunicazione che va oltre il bacino tradizionale del centrosinistra e i dati sembrano confermare questa ipotesi». Giorni fa proprio uno studio del Cise spiegava come Renzi, alle primarie, abbia conquistato gli elettori di sinistra, trovandosi ora di fronte alla vera sfida: allargare la base. Ovvero, confermare questi dati alle prossime elezioni.
il Fatto 28.12.13
Dopo le primarie
Sorpresa, l’elettore di Renzi è di sinistra
Meno interessato alla politica della media, più operaio che pensionato, praticante anche se con moderazione ma, soprattutto, di sinistra. Il profilo dell’elettore renziano tratteggiato dall’Osservatorio politico Cise sulla base dei dati delle ultime primarie conferma alcune caratteristiche dell’'appeal' elettorale del segretario del Pd, ma indica un dato per certi versi inatteso: Renzi ha sfondato a sinistra. Le conclusioni dello studio del Centro italiano studi elettorali parlano chiaro: “Il profilo degli elettori di Renzi presenta delle specificità che lo discostano da quello dell’elettore medio delle primarie” e “si caratterizza per una maggiore trasversalità politica e ideologica e per un minore grado di coinvolgimento politico in termini motivazionali. Tuttavia, rispetto alle precedenti primarie, la trasversalità politica di Renzi è meno marcata, anche a causa di un evidente sfondamento elettorale a sinistra”. Inoltre, si spiega ancora, “le caratteristiche sociodemografiche dell’elettore di Renzi sono simili a quelle dell’elettore medio delle primarie, se si eccettua il fatto che Renzi mostra una presa maggiore sugli operai e sui cattolici praticanti saltuari, mentre ha una minore capacità di attrazione verso i pensionati e i non praticanti”.
SECONDO IL CISE, quindi, “Renzi ha vinto perché è riuscito a imporsi nella tradizionale constituency del Pd, quella che aveva incoronato Bersani candidato premier”. I dati analizzati dal Ci-se, comunque, confermano il profilo elettorale trasversale del rottamatore. “Renzi ottiene consensi superiori alla media generale dei votanti alle primarie tra chi aveva votato il M5S, il centrodestra e, soprattutto, la coalizione di Monti – si spiega –. In quest’ultimo caso gli elettori centristi di Renzi costituiscono il 14% del suo elettorato, ossia 4,4 punti percentuali in più rispetto agli elettori di Monti nel totale dei votanti alle primarie”. Per il resto, “gli elettori di Renzi sono composti per il 61% da intervistati che si collocano a sinistra, per il 16,6% da intervistati che si collocano al centro e per il 18,6% da intervistati che si collocano a destra (i non collocati infine sono il 3,8%). Pur essendo nettamente la maggioranza assoluta, gli elettori di Renzi di sinistra sono sotto-rappresentati di 6,5 punti percentuali rispetto a coloro che si collocano a sinistra nel totale dei votanti alle primarie. Al contrario, rispetto alla media, tra gli elettori di Renzi gli intervistati di centro e di destra sono sovra-rappresentati”.
Repubblica 28.12.13
Landini: “Non si tratta di sospendere l’articolo 18, ma solo di allungare il periodo di prova”
“Dico sì al contratto unico di Matteo ma il cambiamento non si fa con Ncd”
di Roberto Mania
ROMA — Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, dice sì al contratto unico proposto da Matteo Renzi, leader del Pd. «Quella del contratto unico – spiega il sindacalista – può essere la strada per ridurre la precarietà. E allora bisogna avere il coraggio di confrontarsi con una dimensione nuova».
Perché dice sì al contratto unico? La Cgil è finora stata prudente, se non contraria, a questa proposta.
«Dico sì al contratto unico se vuol dire cancellare una serie di forme contrattuali inutili che hanno soltanto precarizzato il mondo del lavoro. Dico basta ai contratti di collaborazione, alle false partite Iva, al lavoro interinale, a quello a progetto. Bisogna guardare in faccia la realtà e smetterla di fingere: sono contratti che non servono né alle imprese né ai lavoratori. Penso che Renzi voglia aprire una fase nuova ».
Quali forme contrattuali salverebbe?
«Il contratto a tempo indeterminato, l’apprendistato, il contratto a termine e il part time. Con il contratto unico a tempo indeterminato verrebbe allungato solo il periodo di prova ».
Nei fatti significherebbe una sospensione temporale dell’articolo 18 per i nuovi assunti. La Fiom rinuncia all’articolo 18 dopo le battaglie che sono state fatte in questi anni?
«Ma no, non è così. Vorrei far notare, intanto, che tutti quei lavoratori precari non hanno né diritti né tutele. Aggiungo che l’articolo 18 è stato modificato e non ha creato più occupazione bensì più licenziamenti per ragioni economiche. Il contratto unico a tempo indeterminato avrebbe tutte le tutele, si tratterebbe solo di allungare ilperiodo di prova».
Di quanto?
«Se ne dovrà discutere. Mi limito a ricordare che nel settore metalmeccanico la prova dura da due a tre mesi per la basse qualifiche e fino a sei mesi per quelle più alte».
Un anno andrebbe bene?
«Sarà oggetto della discussione. Servirà un periodo congruo durante il quale verificare gli interessi delle imprese e dei lavoratori ».
È di questo che ha parlato con Renzi quando lo ha incontrato?
«Per ora ho capito che Renzi vuole ridurre la precarietà e che condivide la necessità di una legge sulla rappresentanza sindacale».
Di questa sua posizione ha
discusso con il segretario della Cgil, Susanna Camusso?
«C’è un’idea generale della Cgil di estendere le tutele a tutti i lavoratori. Dal mio punto di vista quella prospettata da Renzi può essere una strada».
Quindi è la posizione della Fiom, non della Cgil?
«È in corso il congresso della Cgil. Avremo modo di discuterne ».
Dunque lo scambio tra lei e Renzi è il seguente: lei dice sì al contratto unico e Renzi sostiene la proposta della Fiom per una legge sulla rappresentanza sindacale. È così?
«Secondo me l’epoca degli scambi è finita. Io penso a problemi concreti: alla precarietà, da una parte, che mina la vita delle persone; alla necessità, dall’altra, che i lavoratori possano scegliere il sindacato al quale iscriversi e dire la loro sugli accordi che li riguardano. È un diritto di cittadinanza, non un interesse della Fiom».
Renzi propone anche un sussidio di disoccupazione per tutti coloro che perdono il lavoro in sostituzione dell’attuale cassa integrazione. Lei è d’accordo?
«No. Penso che la cassa integrazione vada estesa a tutti i settori e che vada finanziata con i contributi di imprese e lavoratori. Poi è necessario introdurre un reddito minimo garantito a carico della fiscalità generale. Non penso, però, che il governo Letta- Alfano sia in grado di farlo».
Proprio Alfano, intervistato daRepubblica, ha proposto di superare i contratti nazionali a vantaggio di quelli aziendali e individuali. Che ne pensa?
«Che mentre Renzi prova a immaginare cosa possa essere l’Italia tra vent’anni, Alfano propone una logica che ci riporterebbe all’Ottocento. Mi domando come possano stare insieme il piano per il lavoro di Renzi e le idee ottocentesche di Alfano. Questo è il governo che può realizzare il cambiamento nel mercato del lavoro che indica il segretario del Pd?».
C’è un’alternativa?
«Non sarebbe meglio approvare una legge elettorale seria e andare a votare per avere poi un governo in grado davvero di cambiare questo Paese?»
il Fatto 28.12.13
L’affaire kazako
La Shalabayeva è tornata in Italia, ma Alfano non ha pagato
di Valeria Pacelli
La
giornata in Italia di Alma Shalabayeva è iniziata alle 12.10 di ieri
quando l’aereo di linea da Francoforte è atterrato a Fiumicino. Ad
aspettarla, c’erano gli altri due figli Madina e Madiyar, arrivati da
Ginevra. La moglie del dissidente kazako Mukthar Ablyazov è felice di
ritornare nel Paese che, il 30 maggio scorso, ha firmato l’espulsione
“illegittima” per lei e la figlia Alua e l’ha rispedita in patria. Alma
ha tenuto una conferenza stampa in un hotel di via Veneto, a Roma, senza
chiarire ai giornalisti se avesse avuto contatti con il Viminale,
tantomeno ha fornito una spiegazione per ciò che le è accaduto quando,
dopo aver subito un blitz nella villa a Casalpalocco, è stata messa su
un aereo per il Kazakistan. Anzi, Alma ringrazia l’Italia,
l’informazione “indipendente”, i “bambini e i genitori della scuola di
Casalpalocco” che frequentava la figlia per “quei video messaggi che mi
hanno veramente toccata”. E ringrazia Emma Bonino, “una donna coraggiosa
che mi ha aiutato in questa situazione”. Ed è proprio al ministro degli
Esteri che dedica la sua prima visita dopo la conferenza stampa. “Mi ha
fatto piacere condividere con la signora Shalabayeva e i suoi figli la
gioia di essere di nuovo qui – ha commentato la Bonino – All’inizio di
giugno sembrava impensabile ottenere questo risultato, ma ci siamo
riusciti”. Così Alma Shalabayeva fa il suo ritorno in Italia, dopo i
mesi trascorsi in Kazakistan, in una casa dove – ha raccontato ieri –
lei e la figlia erano “costantemente controllate. C’erano persone che ci
facevano foto e video. Ho temuto per la vita di mia figlia”. L’unica
spiegazione dell’accaduto fornita dalla Shalabayeva riguarda il marito:
“Hanno rapito me e mia figlia a causa di mio marito. Ci hanno lasciate
andare sempre a causa di mio marito: i kazaki sperano ora che apparire
civili li aiuterà a ottenere la sua estradizione dalla Francia”. Uno
scambio che – aggiunge l’avvocato dei figli, Peter Sahlas – Astana sta
ancora tentando: “La libertà di Alma è solo temporanea. Non esiteranno a
cercare di arrestarla se non ritornerà. Il loro piano è di
trasformarla, se necessario, da ostaggio in latitante. Tutto dipende da
cosa succederà ad Ablyazov.” La donna ha un premesso di espatrio di soli
90 giorni.
NESSUNA PAROLA sul presunto coinvolgimento dell’Eni,
attivo in Kazakistan (ma su questo indaga la Procura di Roma, dopo le
notizie date da un anonimo a Report). Il deputato Cinque Stelle,
Alessandro Di Battista, arrivando d’improvviso in conferenza stampa, ha
assicurato: “Adesso ci occuperemo noi, come opposizione, di capire se
l’Eni è coinvolta nella sua espulsione”.
I prossimi non saranno
giorni facili per Alma Shalabayeva. A gennaio verrà interrogata dal pm
Eugenio Albamonte che l’ha indagata per detenzione di un passaporto
falso. Al magistrato Alma dovrà raccontare anche le modalità del
rimpatrio in Kazakistan. Per le presunte irregolarità legate
all’espulsione, infatti, sono indagati per sequestro di persona
l’ambasciatore del Kazakistan in Italia, Andrian Yelemessov, il
consigliere per gli affari politici e l’addetto agli affari consolari.
Nei prossimi giorni la donna andrà dal marito Ablyazov e poi
probabilmente lascerà l’Italia, anche se non ha ancora deciso la
destinazione. “La maggiore preoccupazione – spiega la Shalabayeva – era
quella di ricevere una provocazione, e soprattutto temevamo per i nostri
figli”. Ad essere deportata in Kazakistan, infatti, c’era anche una
bambina di 6 anni. Sono susseguiti imbarazzi generali: il “non sapevo”
del ministro dell’Interno Angelino Alfano, le dimissioni del suo capo di
gabinetto Giuseppe Procaccini, le inchieste giudiziarie e i sospetti
per gli interessi economici che potrebbero celarsi dietro questa storia.
il Fatto 28.12.13
Il capro espiatorio Giuseppe Procaccini
“Anche lei deve chiarire i suoi troppi silenzi”
di Marco Lillo
Giuseppe
Procaccini è in campagna con la sua famiglia nel giorno in cui Alma
Shalabayeva torna in Italia con la figlia Alua. L’ex capo di gabinetto
di Alfano è l’unico che si è dimesso a luglio. Mentre il ministro Alfano
è rimasto al suo posto. “Per me un uomo di Stato si prende la
responsabilità anche quando non è sua”, dice al Fatto .
Procaccini dopo le dimissioni disse che non dormiva al pensiero di Alma e Alua. Oggi cosa direbbe alla signora?
Sul
piano umano sono più sereno ora che è tornata. Mi dispiaceva pensare a
una donna trattenuta contro la sua volontà. Però le chiederei anche
perché non ha detto nulla in quelle ore sulla sua condizione. E perché
non hanno detto nulla i suoi avvocati. Qualcosa non mi convince ancora
oggi in questa storia.
Certo è stato anomalo anche il comportamento della Polizia
Anche
io oggi mi chiedo, di fronte a un attivismo così esaperato ed
esasperante dell’ambasciatore del Kazakistan, di fronte all’eccesso di
zelo e alla presenza di un’agenzia investigativa sul posto, come mai non
sia scattata una lampadina in chi agiva, anche se all’inizio Ablyazov
era stato presentato come un grande criminale.
Ma non sarà che
quella lampadina non scattò proprio perché la Polizia era stata
avvertita che quell’operazione interessava al ministro dell’interno
Alfano?
Non penso. Quando c’è una segnalazione di un pericoloso
ricercato, come quella dell’Interpol, con l’ambasciata del Kazakistan
che dice che possono esserci uomini armati nella villa, è ovvio che si
agisca così.
Quindi non c'è stata un'anomalia?
L’anomalia è
sicuramente un ambasciatore che si presenta a notte fonda al ministero.
Ma è un’anomalia relativa perchè prima era stato negli uffici della
Polizia.
É una doppia anomalia se è preceduto dalla telefonata del ministro dell’interno al capo di gabinetto. Cosa le disse Alfano?
Mi
disse “io non so come fare, c’è l'ambasciatore kazako che mi vuole
vedere per una vicenda che può interessare, per la sua pericolosità, la
pubblica sicurezza”. Il ministro mi disse di riceverlo ma non mi parlò
di Ablyazov. Allora io andai nell’ufficio a incontrarlo. Certo è una
cosa molto singolare. Ma bisogna vedere il contesto: non c’era il Capo
della Polizia. Era notte. L’ambasciatore è venuto nel mio ufficio alle
nove e mezza di sera.
Alfano non le ha mai detto come entrò in
contatto con l'ambasciatore kazako. Qualcuno lo racomandò? Magari il
collaboratore di Berlusconi, Valentino Valentini, o l'Eni come ha
sostenuto un testimone anonimo in un’intervista a Report?
Io
Valentini non lo conosco nemmeno e non so chi avesse interessi in questa
storia. Una cosa è certa: non c’è stata alcuna connivenza degli
apparati del ministero dell’interno.
Nessuna telefonata dall’Eni o da altri politici?
Magari. Mi sarei insospettito.
Davvero nessuno le disse nulla del rimpatrio con un volo privato di madre e figlia?
Io
non sapevo nulla del rimpatrio della signora. Quando la vicenda è
uscita io ho chiesto una relazione. Molti giorni dopo il blitz nella
villa di Casal Palocco, solo quando è esploso il caso sulla stampa, ho
riletto un messaggio inviatomi dal capo della segreteria del
Dipartimento, Alessandro Valeri, sul mio telefonino, il giorno dopo la
venuta dell’ambasciatore kazako.
E cosa c’era scritto?
Il
prefetto Valeri mi informava che era stato effettuato quell’intervento
per quel ricercato dall'Interpol. Aveva dato esito negativo e lui
avrebbe avvertito l'ambasciatore Kazako. Punto.
Non una parola sull'espatrio della moglie e della figlia?
Nulla.
Eppure si è dovuto dimettere.
Non
volevo si dicesse che nessuno pagava. Allora ho detto: ’Mi prendo la
responsabilità e vi do un segnale: nella vita un uomo di Stato è
responsabile anche quando non lo è'. Se uno avverte il peso della
funzione esercitata deve essere pronto anche a dimettersi.
Alfano e il ministro Cancellieri, invece, restano al loro posto.
Ognuno
è fabbro della propria fortuna. Se si fa qualcosa per gli altri si è
fatto per sé stessi. Il mio gesto è servito a mettere al riparo la
Polizia e a dimostrare che non siamo gli utili idioti della politica.
Ma almeno Alfano l’ha chiamata dopo?
Mi
ha fatto più di una telefonata. Un giorno sono tornato al ministero per
alcune pratiche, lui l’ha saputo e ha voluto incontrarmi perché era
dispiaciuto. Si è reso conto che le istituzioni vanno coltivate e
bisogna ridare fiducia.
Ma Alfano lì per lì non mi pare che abbia preso male le sue dimissioni. Non disse una parola in sua difesa.
Io sono più anziano e l’esperienza conta in queste cose.
il Fatto 28.12.13
Ragion di Stato. Il ministro dello scandalo
Alfano si sente ancora intoccabile e non spiega
di Marco Lillo
Quante
cose sono cambiate dal luglio scorso. Alma Shalabayeva e la figlia Alua
sono tornate dal Kazakistan. Matteo Renzi è diventato segretario del
Pd; Silvio Berlusconi non è più l’azionista di maggioranza del governo
di Enrico Letta. Un po’ di teste sono rotolate giù dal Viminale per
salvare la dignità del Palazzo: il capo di gabinetto del ministro,
Giuseppe Procaccini, si è dimesso e il capo della segreteria del
Dipartimento, il prefetto Alessandro Valeri, è stato sostituito.
Tutto
bene quel che finisce bene? Non proprio. Il ministro dell’Interno
Angelino Alfano resta al suo posto, più saldo che a luglio. Le ragioni
politiche che ne hanno permesso la sopravvivenza oggi sono ancora più
forti di allora: l’esile filo che tiene in vita il governo è passato
dalle mani di Berlusconi alle sue. Anche le ragioni di opportunità che
avrebbero consigliato le dimissioni però si sono rafforzate. Non a caso
ieri ha preferito parlare di altro invece che salutare il rientro della
signora Ablyazov e di sua figlia. Per capire perché Alfano non dovrebbe
stare più in quel posto bisogna ascoltare le parole dette dal prefetto
Procaccini al Fatto : “Un uomo di Stato è responsabile anche quando non
lo è. Se si avverte il peso della funzione esercitata, bisogna essere
pronti a dare le dimissioni come ho fatto io”. Ecco perché Alfano non è
un uomo di Stato. Le dimissioni del responsabile politico tutelano la
dignità di un’istituzione che fallisce i suoi obiettivi primari e
garantiscono che i diritti fondamentali saranno tutelati al massimo
livello proprio perché, in caso di violazione, a rimetterci sarà il
responsabile a livello politico.Ecco perché, come spiega il prefetto
Procaccini nell’intervista al Fatto , i suoi colleghi al ministero sono
rimasti sgomenti nel vedere come sia stato abbandonato al suo destino. I
prefetti del ministero, dopo il suo addio, hanno scoperto di non avere
alcuna copertura politica. Pensavano di essere funzionari dello Stato e
invece si ritrovano nel ruolo di burattini. Devono scattare come servi
quando bussa l’ambasciatore amico ma poi, quando scoppia lo scandalo,
devono comportarsi come i fusibili in un circuito, che saltano per
salvare il sistema.
il Fatto 28.12.13
L’ex delfino: “Il futuro è l’alleanza con Berlusconi”
PER
DODICI MESI noi vogliamo realizzare delle cose importanti per l’Italia e
per gli italiani con questo governo dopodiché, siccome la legge sarà
bipolare, o si starà di qui o si starà di lì, noi intendiamo stare nel
centrodestra e realizzare la profonda innovazione del centrodestra
attraverso le primarie, dunque crediamo che sarà possibile una nuova
alleanza con Forza Italia”. Lo afferma il vicepremier e leader di Ncd,
Angelino Alfano al Tg1 delle venti. E così dopo poco più di un mese
dalla drammatica scissione col suo padre politico, il vicepremier è
pronto ad ammetterlo: il suo futuro è con loro, con gli ex colleghi di
partito. E il governo è solo una parentesi. Evidentemente sempre più
breve.
il Fatto 28.12.13
Roma vicina al collasso: Comune col buco intorno
La prima legge salva-Capitale arrivò cent’anni fa, l’ultima ieri
Perché? Semplice: 10 miliardi di debito storico, un altro miliardo dal 2008 a oggi
di Narco Palombi
Il buco nei conti del Comune di Roma – di per certo la più sottofinanziata tra le capitali occidentali – è vecchio come l’Italia: basti pensare che una prima legge straordinaria per ripianarlo arrivò addirittura ai tempi del sindaco Natan, cent’anni fa, e l’ultima ieri, col decreto Milleproroghe. L’era contemporanea di questo eterno pasticcio inizia invece in una giornata di giugno del 2008 nello studio del presidente della Camera, che all’epoca era Gianfranco Fini. All’interno, oltre al padrone di casa, i ministri Giulio Tremonti e Roberto Calderoli più Gianni Alemanno, da pochi giorni – a sorpresa – sindaco di Roma. Presente in spirito il gran visir del Cavaliere, Gianni Letta, ufficiale di collegamento con Walter Veltroni e il Pd. Fu quel giorno che il quartetto individuò la fantasiosa soluzione per il disastrato bilancio della Capitale con cui facciamo i conti oggi: invece di aprire la procedura di dissesto, se davvero serviva, si decise di creare una sorta di bad company. In sostanza una struttura commissariale governativa – guidata inizialmente dallo stesso Alemanno – che avrebbe dovuto accertare l'entità del debito del comune al 24 aprile 2008 e programmarne l'estinzione con cospicui finanziamenti statali, lasciando la gestione ordinaria libera da vincoli (in realtà oggi al comune tocca partecipare all'estinzione del pregresso con una rata da 200 milioni l'anno).
FINCHÉ C'È IL COMMISSARIO, dice poi il decreto, si agisce in deroga alla legge: solo che il commissario non ha una data di scadenza e infatti è ancora lì, anche se nel frattempo è cambiato il sindaco e pure un paio di commissari (dal 2010 è Massimo Varazzani, un tempo vicino a Giulio Tremonti, che è pure amministratore delegato di Fintecna).
Stabilito questo, si aprono due ordini di problemi. Primo: quant’è il debito storico? Per anni non si è avuta una stima ufficiale. Alemanno lo quantificò inizialmente in 8,6 miliardi di euro: 6,8 di debito storico, spesso risalente al contenzioso urbanistico degli anni Cinquanta o ai mancati trasferimenti per il trasporto locale, il resto “extra” (cioè nascosto da Veltroni, dice il centrodestra). Poco dopo, il sindaco cambiò idea: il buco è di 9,6 miliardi sostenne – nel dicembre 2008 – l’allora assessore al Bilancio Castiglione; nel 2010 il suo sostituto Maurizio Leo (che poi perse il posto pure lui) lo quantificò addirittura in 12,3 miliardi. Quando quest’anno è finalmente arrivata in Parlamento la relazione ufficiale del commissario Varazzani, il quadro era questo: un debito complessivo di 22,4 miliardi di euro a fronte di crediti per 5,7, cioè un buco di 16,7 miliardi compresi gli oneri finanziari. Per i numeri che ci interessano, insomma, il debito vero – cioè netto – del comune di Roma si aggirava sui dieci miliardi di euro, oggi ridotti a otto e mezzo, e il suo ammortamento ai ritmi attuali è garantito solo fino al 2017, dopo bisognerà aumentare le rate (ma ancora non si sa come).
MA ALLORA perché c’è bisogno di “salvare” Roma subito? Semplice: perché il debito non ha smesso di accumularsi nemmeno in quella che doveva essere la good company, cioè nella gestione ordinaria dal 2008 in poi. Secondo l’agenzia di rating Ficht, durante i cinque anni della giunta Alemanno i deficit annuali complessivi ammontano a oltre un miliardo di euro e questo nonostante i romani paghino da tempo un’addizionale Irpef doppia rispetto a prima (dallo 0,5 allo 0,9 per cento), un bel po’ di Imu sulla casa e una tassa di imbarco aeroportuale da un euro che colpisce chiunque passi dalla Capitale. Per Ignazio Marino, invece, il debito attuale è un po’ inferiore: 867 milioni, che comunque mettono a rischio la capacità del Comune di pagare gli stipendi e garantire i servizi. Tradotto: default e commissariamento.
La risposta è, appunto, il Salva Roma, oggi Milleproroghe. Che cosa fa questo magico decreto? Si limita a spostare oltre 400 milioni di debiti dal bilancio del comune a quello della gestione commissariale, a stanziare – se saranno confermate le indiscrezioni – circa 20 milioni per la raccolta differenziata nella Capitale e oltre un centinaio per il trasporto pubblico locale (senza contare i 100 milioni per finire la famigerata Nuvola di Fuksas all’Eur). A spanne, in ogni caso, mancano almeno 300 milioni sullo stock degli ultimi cinque anni e va appianato un deficit annuale che al 2013 si aggirava sui 250 milioni di euro (sempre dati Ficht) al netto delle municipalizzate.
Come si fa? Le risposte sono diverse: un ulteriore aumento dell’addizionale Irpef all’1,2 per cento è stato bocciato dal sindaco nonostante l’assessore al Bilancio, Daniela Morgante, lo giudichi quasi obbligatorio; quasi certamente invece le aliquote della nuova Iuc sulla casa saranno ai massimi in tutte le categorie; c’è poi il capitolo – ambizioso quanto incerto – dismissioni immobiliari e risparmi sugli affitti; infine il grande tema delle azioni Acea, che Marino vuole tenere, e dei pessimi bilanci delle municipalizzate come Atac o Ama (con relativa necessità di sfoltire il personale in eccesso con circa 4 mila prepensionamenti). Idee che hanno tutte un loro senso, tanto che erano state avanzate già negli anni scorsi senza che nessuno le abbia mai messe in pratica. Ne discuteremo nel 2014, al prossimo decreto Salva-Roma.
il Fatto 28.12.13
Dissesti
Atac, tre mesi posson bastare
Il leghista Massimo Bitonci la descrive così: “Buonuscita milionaria a dirigenti incapaci. 12.000 dipendenti. 1,6 miliardi di perdite in 10 anni, peggio di Alitalia”. È l’Atac, l’azienda di trasporto pubblico romano, sul quale il Carroccio lancia l’altolà: badi il governo a non finanziare ulteriormente questo carrozzone. Guido Improta, assessore alla Mobilità del Comune di Roma, nel medesimo giorno, lancia la mini-proroga Atac-Campidoglio: “Abbiamo prorogato il contratto di servizio di Atac che affida all’azienda il trasporto pubblico fino al 31 marzo 2014”. Tre mesi soltanto. “Il tempo che ci prendiamo da oggi al 31 marzo – spiega – ci serve per raggiungere due obiettivi”. Il primo dei quali è: “Ottenere dal governo nazionale, attraverso i decreti attuativi Roma Capitale e con il concorso della Regione Lazio, le risorse indispensabili per un servizio di qualità”. Lega avvisata.
Repubblica 28.12.13
L’intervista
Il sindaco di Roma, Marino: “Non aumento l’Irpef, centro unico di spesa per risparmiare”
“La Capitale respira, ora rigore risanerò le aziende senza privati”
di Paolo Boccacci
Sindaco Marino, Roma ha ricevuto la possibilità di recuperare dalla gestione commissariale circa 400 milioni. E l’Italia è insorta, da De Magistris alla Lega. Parlano di “figli e figliastri”.
«La vicenda va spiegata con estrema chiarezza. Nel 2008 il debito di Roma Capitale di circa 12 miliardi è stato trasferito alla gestione commissariale. E Roma Capitale ha avuto dal governo un gettito in più di 500 milioni di euro all’anno».
Poi cosa è successo?
«Nel 2011 il governo Monti, per evitare una catastrofe simile a quella della Grecia, decise di ridurre il danaro a tutti gli enti locali e a Roma operò tagli per circa 500 milioni. Quello che è accaduto dopo è che Roma ha continuato a spendere come se quei soldi li avesse».
Si riferisce alla giunta Alemanno?
«Esattamente, nel 2012 e nel 2013. E così si è creato un disavanzo, che abbiamo trovato, di 816 milioni di euro. A fronte di questo disavanzo Roma non sta chiedendo soldi aggiuntivi, ma di sistemare il proprio debito con accordi con la gestione commissariale. Quindi non costerà un euro in più agli italiani».
È stata negata però la possibilità di aumentare l’Irpef dello 0.3%. Un macigno sul bilancio di Roma del 2014, già in rosso per circa un miliardo.
«Proprio perché col trasferimento del debito e altre norme, come la possibilità di rinegoziare i contratti di servizio con le municipalizzate, Roma tornerà nei binari della trasparenza e del rigore amministrativo, abbiamo già iniziatoa razionalizzare le spese, enon aumenteremo l’Irpef».
Tanti invocano l’ingresso dei privati in Atac e Ama, lei che ne pensa?
«Sto facendo con i miei assessori ogni sforzo perché queste due aziende vengano risanate, funzionino bene come aziende pubbliche e non siano invece svendute ai privati come vorrebbero altri. Per questo serve una discontinuità, che stiamo realizzando, nel gruppo dirigente delle aziende».
Anche per Acea si chiede una maggiore partecipazione azionaria di privati.
«Sono totalmente in disaccordo perché al momento la parte pubblica conta per il 51%, al di sotto del quale non si deve scendere, anche per non disattendere la volontà popolare espressa al referendum sull’acqua pubblica».
Come pensa di riuscire a pareggiare il bilancio del 2014 senza vendere quote di aziende e senza aumentare l’Irpef?
«Tagliando tutti i costi inutili, introducendo un centro unico di acquisti per tutta l’attività del Comune che ridurrà drasticamente le spese e portando Roma in un’area di vero rigore».
La legge di stabilità ha concesso un prestito di cento milioni all’Ente Eur per completare i lavori della Nuvola di Fuksas. C’è chi ha accusato il governo di un ulteriore regalo anche perché a Roma i cantieri infiniti sono molti.
«Quell’edificio è completo al 76%, non è un problema ma una straordinaria opportunità, con diecimila posti a sedere in diciannove sale diverse, che potrebbe diventare, e diventerà, il motore di un turismo congressuale che porterà straordinarie risorse economiche alla nostra città».
Corriere 28.12.13
«Vivo grazie ai test sulle cavie». Sul web: devi morire
di Elena Tebano
«Meglio se morivi, mi hanno scritto. Io ho risposto: aspettate un attimo, vi faccio vedere come vivo, quanto devo vivere». Caterina Simonsen ha 25 anni, ne aveva nove la prima volta che è finita in rianimazione perché non respirava. «Non posso uscire di casa, devo passare 16 ore al giorno attaccata a un respiratore e farne tre di fisioterapia per i polmoni. Ho fatto più ricoveri io che un vecchio di 110 anni», spiega. Due settimane fa, «scandalizzata» dopo che il fondatore di Stamina Davide Vannoni aveva strizzato l’occhio agli animalisti (sostenendo di non aver bisogno di testare il suo metodo sugli animali), Caterina ha girato un video in difesa della ricerca scientifica e lo ha postato online. Le reazioni sono state violentissime: «Per me puoi morire pure domani, non sacrificherei nemmeno il mio pesce rosso per te», «Magari fosse morta a 9 anni», le hanno scritto sul profilo Facebook. Ha replicato con un altro video, in cui spiegava perché le persone come lei hanno bisogno che la medicina possa testare nuove cure e con un messaggio pro-scienza. Anche quelli presi d’assalto dagli animalisti radicali.
Caterina soffre di 4 malattie rare, deficit di Alfa 1 Antitripsina, deficit di proteina C ed S anticoagulanti, immunodeficienza primaria, mononeuropatia assonopatica bilaterale dei nervi frenici. Tra le altre cose le riducono la funzionalità polmonare e la rendono vulnerabile a qualsiasi infezione. Ieri sera era ricoverata in ospedale a Padova, per una polmonite: «Quando ho la polmonite semplice mi sento fortunata, ne faccio almeno sette all’anno. Venti giorni fa tossendo mi si è bucato un polmone: è marcio. Mi hanno dovuto mettere un drenaggio di 15 centimetri. Volendo, di particolari splatter ne ho un po’», ride. Parla con precisione e senso dell’umorismo (nero, nerissimo). Poi però torna subito seria: «Chiedo che Lega antivivisezione, Enpa, l’onorevole Michela Brambilla e il Partito animalista europeo si dissocino da questi estremisti», è il suo appello. «La mia unica colpa è essermi curata: non ho sgozzato animali, ho solo preso farmaci a norma di legge, non bile di orso. Lo faranno anche loro, no?». Intanto ha chiamato il 113 per denunciare i commenti online: «Mi hanno detto che sarebbero venuti per prendere l’esposto, li sto ancora spettando».
Solo una volta si è arresa, aveva 15 anni: «Non respiravo da 4 giorni, ogni respiro mi faceva un male cane. Allora per un attimo ho deciso di non respirare. Mi sono addormentata e sono andata in arresto respiratorio. Quando mi hanno rianimata ho visto la faccia dei miei genitori e ho deciso che non avrei mollato mai più».
A Caterina gli animali piacciono e si è iscritta a veterinaria a Bologna, anche se non può frequentare. «Sono cresciuta in ospedale, in pediatria, ho visto bimbi malati con una gran voglia di vivere: correvano in corridoio con 4 flebo attaccate tre giorni dopo il terzo intervento al cuore — racconta —. Non potrei curare dei bambini. Ma gli animali sono innocenti come i bambini». Ha scelto anche di non mangiare carne: «Ci penso alla vita degli animali. Quanti animali vengono macellati ogni anno? Quanti usati per la sperimentazione? — domanda —. Milioni contro migliaia. Ci sono cose di cui possiamo fare a meno: infatti non mangio carne. Della ricerca non possiamo fare a meno».
Caterina si è esposta, ma non per sé: «Spero che i bambini che nascono oggi sappiano che in futuro potranno curarsi. So che la ricerca non potrà aiutare me: le mie malattie sono troppo rare e se anche adesso sviluppassero un farmaco, ci vogliono almeno dieci anni per poterlo usare. Io dieci anni non ce li ho».
«L’Iran, a differenza di Israele, ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, e ha accettato le ispezioni dell’Aiea»
il Fatto 28.12.13
Siamo sicuri di essere superiori all’Iran?
di Massimo Fini
NELLA conferenza stampa di fine anno, un giornalista d’area radicale ha chiesto al presidente del Consiglio se l’Italia non fosse troppo morbida con l’Iran. Letta ha risposto in diplomatichese, ma una cosa interessante l’ha detta: “L’Italia può essere un buon mediatore con l’Iran perché entrambi veniamo da grandi culture millenarie e possiamo quindi intenderci”. L’Iran è infatti l’antica Persia. E le vestigia di questa cultura si possono trovare nella plurimillenaria città di Isfahan o a Qom (non a Teheran che, come Tel Aviv, è di costruzione recente). Ma a parte questo, epperò in sua stretta correlazione, gli iraniani, almeno a partire da un certo livello sociale, sono delle persone colte che non si limitano a sapere a memoria i versetti del Corano. Me ne resi conto quando stavo da quelle parti: la piccola borghesia di Teheran non solo conosceva i nostri maggiori (Dante, Petrarca, Boccaccio) ma in quel periodo (siamo negli anni 80, in pieno khomeinismo) leggeva Moravia e Calvino. Noi della loro cultura letteraria conosciamo, quando va bene, solo Omar Khayyam. È questa supponenza della “cultura superiore” (che Letta, gli va dato atto, ha dimostrato di non avere) che infastidisce, soprattutto nel momento in cui questa cultura dovrebbe fare un po’ i conti con se stessa e con la lunga striscia di sangue e di violenze, militari, politiche, economiche , che ha alle spalle e non solo alle spalle. Io non riesco a capire su quali basi giuridiche e morali capi di Stato (Obama, Hollande, Cameron) che sono seduti su giganteschi arsenali atomici si possano permettere di impedire all’Iran di farsi il nucleare civile perché da qui potrebbe, in teoria, arrivare all’Atomica (passare dal 20% di arricchimento dell’uranio, che è quanto serve per il nucleare a usi civili e medici, al 90% della Bomba è cosa che richiede anni).
L’IRAN, si dice, fa parte dell’“asse del Male”. E perché mai? L’Iran khomeinista non ha mai aggredito nessuno , semmai è stato aggredito, dall’Iraq di Saddam Hussein che gli occidentali hanno sostenuto finché gli faceva comodo, scippando a Teheran una vittoria che si era legittimamente conquistata sul campo di battaglia. L’Iran, si dice ancora, fomenta il terrorismo internazionale. Non se ne ha alcuna prova. Mentre è certo che il Mossad ha assassinato, in Iran, quattro scienziati che si stavano occupando del nucleare (immaginiamoci cosa sarebbe successo a parti invertite). L’Iran è una teocrazia. Embè? Non tutti i Paesi sono obbligati a essere delle democrazie. In ogni caso, la teocrazia se non è una democrazia non è nemmeno il governo di un solo uomo, è un regime molto più articolato che non può essere messo sullo stesso piano delle dittature dei Somoza, dei Pinochet, dello stesso Saddam che l’Occidente, americani in testa, ha vergognosamente sostenuto e a volte imposto (vero mr. Kissinger?).
L’Iran, a differenza di Israele, ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, ha accettato le ispezioni dell’Aiea e, nelle trattative in corso, si dimostra disponibile a subirne altre ancora più intrusive e capillari, purché sia salvaguardato il suo elementare e sacrosanto diritto a farsi il nucleare per usi civili.
Cosa vogliamo ancora? Forse se la smettessimo di considerarci il Bene anche il Male sarebbe meno aggressivo e diffidente nei nostri confronti.
Corriere 28.12.13
Il conflitto tra le due anime dell’islam dietro quell’attentato in Libano
di Antonio Ferrari
È una storia di ordinaria ferocia. Ogni attentato libanese sembra infatti seguire la perversa logica di una continua ritorsione. Quindi, di una prevedibile catena di vendette senza fine. Era quasi scontato l’attentato compiuto ieri in una via del centro finanziario della capitale, fra i grandi alberghi della ricostruita Beirut, che è costato la vita a otto persone, tra cui l’ex ministro sunnita Mohammed Shattah, consigliere politico ed economico di Saad Hariri. Cioè del figlio di Rafic, lo storico premier protagonista della ricostruzione della capitale dopo gli anni della guerra civile, che fu ammazzato nel febbraio del 2005, nella strage di San Valentino. Anche Saad, raccolta l’eredità del padre, ha ricoperto la carica di capo del governo libanese. Carica che, per prassi costituzionale, tocca sempre a un musulmano sunnita.
Prevedibile, l’attentato di ieri, non tanto per l’obiettivo, appunto Shattah, quanto per la sua appartenenza al vertice sunnita della Repubblica dei cedri. Infatti, l’attentato non è altro che la sanguinaria risposta alla strage del 19 novembre scorso, che aveva come obiettivo l’ambasciata dell’Iran: 25 morti e centinaia di feriti. In quel caso le vittime appartenevano alla componente sciita, che in Libano è maggioritaria, che guarda a Teheran, che è in lotta contro i sunniti, ma che è essenziale agli equilibri politici del Paese. Quell’attentato fu rivendicato da un gruppo estremista sunnita, espressione regionale di Al Qaeda. L’autobomba di ieri, secondo l’ex premier Saad Hariri, potrebbe portare la firma di elementi collegati all’Hezbollah, cioè la potente milizia sciita. Saad accusa il «partito di Dio» di sottrarsi alla giustizia e alle risultanze del tribunale internazionale, che avrebbe appunto indicato in elementi dell’Hezbollah gli autori della strage del 2005 in cui morì suo padre.
È chiaro quindi che anche l’attentato di ieri rientra nel conflitto, sempre più cruento, tra le due anime dell’Islam. Conflitto esasperato dalla guerra di Siria, dove il potere di Bashar Assad è espressione della minoranza alauita, che è una setta sciita; mentre l’opposizione, soprattutto sunnita, è ormai condizionata da gruppi fanatici di Al Qaeda. Il rischio adesso è che la guerra esondi, come nel passato, tornando a insanguinare il Libano.
La Stampa 28.12.13
Le banche cinesi costrette a fare i conti con la realtà
di Neil Unmack
Nel 2013, le banche cinesi all’estero si sono limitate a fare quello che fanno di solito – servire le aziende cinesi. Tuttavia, non sono mancate alcune novità. Nel Regno Unito, ad esempio, Agricultural Bank of China ha iniziato a liquidare transazioni in yuan, mentre Industrial and Commercial Bank of China ha emesso bond denominati in yuan. Questi mercati di nicchia possono crescere molto velocemente: lo yuan, infatti, è la divisa più utilizzata nel commercio mondiale dopo il dollaro.
Le acquisizioni rappresentano il passo successivo più logico. L’unione da sogno tra Icbc e Standard Chartered, società finanziaria con sede a Londra molto attiva nei mercati emergenti, potrebbe tuttavia rivelarsi troppo complessa. L’acquisto di quote di maggioranza in mercati nei quali le aziende cinesi commerciano e investono è una mossa sensata. Lo scorso novembre, China Construction Bank ha aperto la strada acquistando una quota nella brasiliana BicBanco. Ora, Africa ed Europa orientale potrebbero vedere accordi simili. Perfino l’Iran, ricco di petrolio, in un futuro libero da sanzioni potrebbe entrare a far parte di questo mercato.
La sfida è non commettere gli stessi errori fatti dal Giappone degli anni ’80. Spinte da una valuta in ascesa e da una normativa nazionale troppo restrittiva, le banche giapponesi hanno cominciato a espandersi all’estero. Secondo The Banker, nel 1988, sei tra i 10 istituti di credito più importanti del mondo erano nipponici. Quando in patria i crediti inesigibili sono aumentati, le banche giapponesi hanno inserito la retromarcia, lasciandosi dietro una scia di problemi. La salvezza della Cina potrebbe essere l’inesperienza delle sue banche e la microgestione statale. L’affare Ccb/BicBanco ha richiesto due anni di contrattazioni; Icbc sta ronzando attorno alle attività britanniche di Standard Bank da più di un anno. Questo limita lo spazio per affari sciocchi e impulsivi. I controlli sul capitale impediscono inoltre alle banche cinesi di passare con facilità dallo yuan al dollaro o all’euro, e questo ne limita la capacità di agire all’estero.
Corriere 28.12.13
Crisi, gli Atenei Usa riducono le rette
Ma l’eccellenza si paga ancora cara
di Ennio Caretto
Nello stabilire le rette per l’anno accademico, le piccole e medie università private americane s’erano sinora attenute a quello che i giornali chiamano «il principio del whisky». Le avevano cioè quasi sempre alzate per indurre le famiglie a pensare che, come in genere il whisky più caro è il migliore, così in genere lo è l’università più costosa. Ma dall’anno prossimo, molte delle piccole e medie università private americane, se non tutte, cambieranno strategia: o ridurranno drasticamente le rette o le congeleranno fino al 2018 – 2020. Il New York Times , che ha svolto un’inchiesta al riguardo, ha citato un caso esemplare: la retta del Converse college della Carolina del sud, che ospita appena 700 studenti, scenderà da 29 mila a 16.500 dollari annui, un taglio del 43 per cento.
L’improvvisa inversione di tendenza è l’effetto della crisi finanziaria ed economica che dal 2008 ha impoverito il ceto medio americano. Nel Paese, paradiso dell’istruzione privata, sempre più famiglie si vedono costrette a iscrivere i figli alle scuole e alle università pubbliche, che peraltro non sono del tutto gratuite. L’agenzia di rating Moody’s ha accertato che con il calo dei loro corpi studenteschi oltre il 40 per cento delle piccole e medie università private americane si sono trovate alle prese con seri problemi di bilancio. Negli scorsi anni, esse avevano tentato di frenare l’emorragia delle iscrizioni distribuendo più borse di studio e fornendo più prestiti agli studenti che in passato, ma le loro misure si erano rivelate insufficienti. Di qui i «saldi», per così dire, dei loro corsi.
È un segnale che a poco a poco le famiglie americane privilegeranno l’istruzione pubblica, sia pure malvolentieri? Probabilmente no. Le più prestigiose università private, quelle della «Ivy League» o Lega dell’edera, come Harvard e Yale, non hanno sofferto minimamente della crisi. E a Manhattan c’è chi paga volentieri 30 mila dollari annui non per il college ma per l’asilo nido privato e 40 mila dollari per la scuola dalle elementari al liceo. L’America inoltre è in ripresa a differenza dell’Europa. Le rette scontate potrebbero scomparire entro un quinquennio, una meteora nel firmamento sociale americano.
il Fatto 28.12.13
Auguri Fm: la Radio moderna compie 80 anni
di Alessio Schiesari
L’INVENTORE EDWIN ARMSTRONG, DERUBATO DEL BREVETTO DOPO UNA LUNGA BATTAGLIA LEGALE, È MORTO SUICIDA. LA SUA CREATURA INVECE È ANCORA VIVA
Il brevetto Us1941066 è stato approvato il 26 dicembre del 1933. Dietro a un codice da burocrati si cela una delle invenzioni più importanti del 20imo secolo: la modulazione di frequenza, ovvero la radio Fm. L’inventore è Edwin Howard Armstrong, nato nel 1890 a New York e morto 64 anni dopo, schiantato sul balcone di un palazzo a Manhattan dopo un volo di dieci piani.
Dalla radio ai telefoni cellulari, la maggior parte degli strumenti oggi utilizzati per comunicare sono debitori delle sue invenzioni. Armstrong si appassiona all’elettromagnetismo fin da piccolo e nel 1913, ancora prima di laurearsi alla Columbia, ha già pronta la prima invenzione: un amplificatore di onde elettromagnetiche che permette di amplificare il segnale radio e migliorarne la qualità. Per pagare il brevetto, vende la moto da corsa. L’investimento è azzeccato: appena laureato, l’università gli offre un posto da assistente. Poco dopo, viene invitato dal ramo Usa della Compagnia telegrafica Marconi a presentare la sua scoperta.
Qui conosce David Sarnoff, l’incarnazione del sogno americano: l’immigrato che comincia come strillone di giornali e diventa uno degli uomini più ricchi del pianeta. Se l’invenzione della radio si deve a Marconi, Sarnoff è il primo a capire che non serve solo a comunicare dal porto alle navi, ma può portare nelle case degli americani la musica. Dopo un’ascesa inarrestabile raggiungerà il vertice della Compagnia telegrafica Marconi, nel frattempo ribattezzata Rca - Radio Corporation of America – e la guiderà per quarant’anni.
DURANTE la prima guerra mondiale, Armstrong inventa l’eterodina, un sistema che migliora la ricezione delle frequenze e riduce il rumore di fondo. Finita la guerra, l’Rca ne acquista il brevetto e Armstrong, durante il boom della radio degli anni ’20, diventa ricco. Sposa la segretaria di Sarnoff, Marion MacInnis, e lavora al suo progetto più ambizioso: la modulazione di frequenza. Rispetto alle tradizionali radio Am, quelle in Fm emettono un suono centinaia di volte più pulito, senza interferenze. Ottiene il brevetto nel ’33 e due anni dopo mostra la nuova invenzione a un convegno di ingegneri. In sala il silenzio è interrotto dal rumore di un foglio prima accartocciato, poi strappato. Segue un bicchiere d’acqua rovesciato a terra. Poi una marcia militare di John Philip Sousa, un assolo di piano e uno di chitarra. Ogni rumore è nitido e sembra originare dentro l’aula del convegno. Quella sera nasce la tecnologia delle radio che hanno diffuso il rock alternativo negli Usa, quelle libere degli anni ’70, il Goodmorning Vietnam di Adrian Cronauer. Eppure Sarnoff lo attacca: si aspettava un’invenzione per migliorare la qualità delle trasmissioni Am, non per sostituirle. Tutti gli sforzi dell’azienda erano concentrati su un nuovo congegno che avrebbe cambiato il mondo: la televisione. Sarnoff sfratta Armstrong dall’Empire State Building, dove gli aveva permesso di installare delle antenne per i suoi esperimenti.
IL RICERCATORE non si dà per vinto: nel ’39, pagando tutto di tasca sua ottiene il permesso di creare la prima radio Fm. Altri network locali lo seguono. Ma al termine della guerra, Sarnoff convince l’autorità per le comunicazioni a cambiare limiti e frequenze dell’Fm. Tutti gli impianti che Armstrong ha costruito non servono più a nulla. La modulazione di frequenza ora comincia a essere utilizzata dall’Rca che però rifiuta di pagare le royalty sul brevetto.
Comincia l’ennesima battaglia legale, stavolta contro un gigante. Sei anni dopo, il tribunale di primo grado dà ragione a Sarnoff: Armstrong è in miseria. Il giorno del ringraziamento del 1953 Marion lo lascia. Passano tre mesi. La mattina seguente il corpo senza vita di Armstrong viene ritrovato avvolto da guanti, sciarpa e impermeabile. Si è gettato dal 13imo piano del suo appartamento sulla 52ima strada. Dopo la morte, la moglie trova un accordo con Sarnoff e diventa milionaria. Nel 1978 l’Fm supera negli ascolti l’Am. Armstrong non lo saprà mai: la sua storia si è fermata molto prima. Quella della sua invenzione, invece, continua da 80 anni.
Repubblica 28.12.13
I segreti di Proust
Quella volta a cena con Joyce, senza avere nulla da dirsi
Esce in Francia un Dizionario dedicato all’autore della “Recherche”
Amori, gusti pittorici e sessuali E l’incontro con lo scrittore irlandese
di Bernardo Valli
PARIGI AL CONTRARIO di Sainte- Beuve, Proust sostiene che l’opera di uno scrittore deve essere giudicata senza preoccuparsi della vita del suo autore. Dall’aldilà Sainte-Beuve, complice degli indiscreti, si vendica alla grande poiché Proust è la vittima esemplare del metodo critico che cerca di squalificare. Col tempo molti saintebeuviani e altrettanti proustiani scoprono che in fondo la verità sta nel mezzo. Ma una muta, sapiente o poliziesca, di ricercatori è sempre lanciata all’inseguimento dei segreti di un artista che pensava di aver creato un paravento con i sette volumi della Recherche.L’interesse per la sua vita può slittare nel feticismo, arrivare a qualcosa di simile a una perversione in cui si raggiunge la voluttà imitandolo, ricercando i suoi oggetti o ricalcando lesue orme.
Il museo dell’Aja, in cui si trova laVista di Delft di Vermeer, davanti alla quale nella Recherche muore lo scrittore Bergotte, è da anni un luogo di pellegrinaggio per un buon numero di proustiani. Un particolare appena visibile del quadro, «il pezzetto di muro giallo» (le petit pan de mur jaune)attira l’attenzione di Bergotte poco prima di crollare stecchito, durante una mostra parigina di Vermeer. Quella macchia sul famoso dipinto (che a me non sembra gialla, ma piuttosto rosa) è per i proustiani doc una reliquia, sulla quale sono stati scritti saggi e guide per i pellegrini.
I gusti pittorici, musicali, gastronomici, floreali, letterari, sessuali, come l’asma, gli amici, gli amanti reali o presunti, la corrispondenza, le pellicce, le inalazioni, insomma tutto quel che riguarda Proust è oggetto di analisi e interpretazioni, nelle università e nei salotti. Fatta questa premessa - che ho appena riferito quasi alla lettera - Jean-Paul e Raphaël Enthoven, padre e figlio, il primo scrittore-editore il secondo professore di filosofia, hanno deciso di dedicare un libro all’autore che frequentano per abitudine e passione. E alle liturgie autorizzate e alle perizie sapienti, che per loro oscurano spesso la limpida figura di Proust, hanno opposto il capriccio e la semplicità.
Ne è risultata un’opera (Dictionnaire amoureux de Marcel Proust, editore Plon-Grasset), «parziale, incompleta, disinvolta, seria, canzonatoria, “innamorata”», come la definiscono gli stessi autori. Ma le settecento pagine degli Enthoven possono essere lette anche come un breviario in cui (grazie a un velato snobismo) è escluso il banale, è premiata la leggerezza e quindi consentita l’ironia. Un’ironia affettuosa in costante equilibrio, come un acrobata. Un passo falso e si cade nel cattivo gusto.
Il Dizionario comincia con la «a», agonia, quella di sabato 18 novembre 1922. L’ordine alfabetico esige paradossalmente che l’incipit sia la morte di Marcel Proust. Il quale nelle ultime pagine dellaRecherche fa dire al Narratore che diventando scrittore sarebbe morto di meno. Sarebbe sopravvissuto con la sua opera. Ma quel giorno, in rue Hamelin, quando è già sera, la morte non fa della letteratura. La letteratura prenderà poi la sua rivincita nei mesi, negli anni, nei decenni, nei secoli che seguiranno. Sono cent’anni che il primo volume, Dalla parte di Swann, è stato pubblicato dall’editore Grasset. Al momento, quel giorno di tardo autunno nella fredda casa parigina del sedicesimo arrondissement, Proust cessa di respirare sotto gli occhi del fratello Robert e di Céleste, la governante. Il fratello l’ha costretto a cambiar posizione nel letto per praticare ormai inutili cure, e gli chiede se quel movimento l’ha affaticato. Proust risponde: «Oh! Oui mon cher Robert…». Saranno le ultime parole, di cui la leggenda affamata di solennità potrà fare scarso uso, se non per sottolineare un’estrema, dolce fragilità.
Prima, nel delirio, Proust ha indicato a Céleste una «grande donna nera» che si muove nella stanza e gli fa paura. Era la madre, sempre vestita a lutto dopo la morte del marito? Oppure la donna «con gli occhi tristi, nei veli neri» che aveva visto nelle Scene della vita di Sant’Orsola del Carpaccio, all’Accademia, a Venezia ? Era probabilmente soltanto la morte, sul cui volto erano riassunti tanti altri volti. Prima di entrare in agonia, Proust ha avuto un pensiero gentile per l’amico Léon Daudet e per il dottor Bize. Ha fatto mandare a entrambi un mazzo di fiori. Con il medico che lo cura è stato sgarbato e vuole scusarsi. Gli Enthoven, padre e figlio, pensano a Socrate che prima di morire manda un gallo a Esculapio. Ma il filosofo saldava un debito, mentre il gesto dello scrittore era dettato da un sentimento elegante.
Sulle lettere dell’alfabeto, cosi come è scandito il Dizionario, scorrono spesso con humour rispettoso la vita di Proust e le sue opere. Le voci sono tante, centinaia: Agostinelli (l’autista e aviatore ammirato da Proust), l’amore, l’asma, il bacio (della sera), Bergson, catleya (l’orchidea di Odette), Céleste, Cocteau, il desiderio, i duelli, Gide, l’omosessualità, le scarpe (nere o rosse), Schopenhauer, Spinoza, la cattiveria, la menzogna (per omissione)… C’è persino una voce dedicataa Curzio Malaparte, autore di un atto unico intitolato Du côté de chez Proust, rappresentato nel ’48 a Parigi, con Pierre Fresnay nel ruolo dello scrittore. Non era materia per l’autore diLa pelle e fu un fiasco. Lo meritava.
Luchino Visconti è invece ricordato come il regista del miglior film sulla Recherche.
Un film virtuale, perché mai realizzato. Con Suso Cecchi D’Amico, il regista ha scritto la sceneggiatura di À la recherche du temps perdu, ha visitato i luoghi, ha scelto gli attori (Marlon Brando, Greta Garbo, Alain Delon, Helmut Berger…), ma poi ha rinunciato all’impresa. Era troppo proustiano per tentarla. Ed ora si pensa che il suo film sia comunque il migliore, appunto perché non realizzato. Lo si può sognare.
Alla lettera «j» del Dizionario è raccontato l’incontro del 18 maggio 1922, al quale da decenni i biografi dedicano spazio per dire che è stato un fallimento. Marcel Proust e James Joyce, i due più grandi romanzieri del secolo, si trovano quel giorno faccia a faccia ma non hanno nulla da dirsi. Si osservano con distacco, con reciproca antipatia. La cronaca è imprecisa. I testimoni si contraddicono. Inventano. L’evento sollecita l’immaginazione. Ma tutti sono concordi nell’affermare che Joyce e Proust non si sono piaciuti. Secondo George D.Painter (Chatto & Windus, 1959; Feltrinelli 1963) il fatto che due scrittori di genio non siano riusciti ad apprezzarsi, né ad apprezzare l’uno l’opera dell’altro, è un fenomeno comune, istintivo, prodotto da un bisogno di autodifesa. Secondo Jean-Yves Tadié (Gallimard, 1996) i due non si sono capiti. In una lettera all’amica Sylvia Beach, Joyce chiama laRecherche: «La ricerca di Ombrelle perdute da numerose ragazze in fiore … ». E invece di Marcel Proust scrive «Marcelle Proyst».
Quel giorno il ricco, mondano scrittore inglese Sydney Schiff, e la moglie Violet, danno un ricevimento all’Hotel Majestic, in avenue Kleber, in occasione della prima diRenard, l’opera-balletto di Igor Stravinsky. Non lontano dall’Arco di Trionfo, nella grande hall dell’albergo, un annexe del Ritz dove l’orchestra non è ammessa dopo mezzanotte, Sydney e Violet hanno riunito i più grandi nomi di tutte le arti presenti a Parigi. Ci sono Picasso, Chaplin, Diaghilev, Léon-Paul Fargue, Cocteau e, ben inteso, Stravinsky. Non mancano finanza e industria. Ci sono alcuni Rothschild, una Singer (macchine per cucire), e nobili, come i Noailles e i Beaumont. È una ritrovata società della Recherche.
Sydney e Violet Schiff considerano soprattutto un vero successo l’avere tra gli invitati Marcel Proust e James Joyce. Non si conoscono. Il loro incontro è l’avvenimento della serata. Dopo il premio Goncourt, Proust è un ospite ambito, averlo al ricevimento per Schiff è una consacrazione mondana ed anche un occasione per diventare il suo ambasciatore letterario a Londra. Oltre che il traduttore in inglese di parte della sua opera.
Proust è malandato, ha bevuto per distrazione un flacone di adrenalina pura e ha lo stomaco che brucia. Sidney Schiff gli fa trovare bottiglie di birra ghiacciata. Sa che è la sua bevanda preferita. Proust non si toglie i mantelli foderati di pelliccia in cui è avvolto. Cocteau dice che sembra «un Cristo armeno». Meno elegante, un altro invitato dice che è venuto al ricevimento «con la bara» perché ripete di essere moribondo. Proust ha ancora sei mesi esatti di vita.
Joyce arriva a mezzanotte. Barcolla, inciampa nei tappeti, prende un vaso di gladioli per un cameriere. L’altro genio del secolo, l’autore diUlisse, l’Omero irlandese, è vestito come un barbone e si lamenta per la cattiva vista. Sydney Schiff punta su un colpo mondano e letterario: vuole mettere faccia a faccia Swann e Leopold Bloom. Ma i due non si piacciono. Secondo un’invitata, la duchessa de Clermont- Tonnerre, la conversazione sarebbe stata asciutta. «Non ho mai letto le sue opere, caro Joyce». «Neppure io, caro Proust ». Le testimonianze non sono attendibili. Di fatto non c’è stato un colloquio. Qualche battuta. Poi però prendono lo stesso taxi, quello di Odilon Albaret, il marito di Céleste, la governante di Proust. Ma Joyce scende quasi subito dall’automobile perché accende una sigaretta e Proust con l’asma non sopporta il fumo. La cronaca resta incerta.