Corriere 21.12.13
Quindici anni fa la Camera stipulò senza gara una serie di contratti con la società Milano 90, che metteva a disposizione di Montecitorio quattro immobili
Soppresso in soli sei giorni l’emendamento del deputato del M5S Fraccaro
Gli affitti intoccabili dei palazzi del potere
Il Senato cancella il recesso a tempo di record
di Sergio Rizzo
qui
Repubblica 21.10.13
L’inganno mediatico sui soldi ai partiti
di Giovanni Valentini
IN UNA società invasa dalla menzogna (…), giornali, tv, internet, dovrebbero sempre essere filtrati dal dubbio, e a questo dovrebbe far seguito se non una verifica personale, almeno la domanda: è vero ciò che si afferma?
(da “Il potere della menzogna” di Mario Guarino – Dedalo, 2013 – pag. 47)
Ha annunciato il 13 dicembre in un tweet il presidente del Consiglio, Enrico Letta: “Avevo promesso ad aprile l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti entro l’anno. L’ho confermato mercoledì. Ora in Cdm abbiamo mantenuto la promessa”. E poi, l’ha ribadito lui stesso alle agenzie di stampa e ai giornali.
Non è vero. L’affermazione di Letta è falsa. Introdotto quarant’anni fa dopo lo scandalo dei petroli, bocciato vent’anni fa a stragrande maggioranza da un referendum popolare e poi riesumato dalla partitocrazia sotto forma di rimborsi elettorali, il finanziamento pubblico non è stato ancora abolito con questo decreto legge. Al più, si potrebbe dire semmai che sarà abolito fra tre anni, nel 2017.
Ma, purtroppo, non è soltanto una questione di tempi verbali. L’inganno mediatico sui soldi ai partiti è un’operazione più sofisticata di disinformazione governativa. Nella sostanza, rischia di diventare una nuova beffa ai danni dei cittadini, elettori e contribuenti.Un caso di scuola, per chi si occupa di comunicazione politica; una “truffa”, per il sito economico lavoce.info.
In realtà, sarebbe più corretto dire che cambia il sistema, ma il finanziamento resta e costerà dai 30 ai 60 milioni di euro. Un meccanismo in base a cui i contribuenti possono alimentare fondi da destinare ai partiti attraverso il 2 per mille dell’imposta sul reddito, non può che essere considerato “pubblico” a tutti gli effetti. Tant’è che si prevede anche la possibilità di finanziamenti privati, con una detrazione che sale dal 26 al 37%, scaricando così ulteriori oneri sullo Stato.
Nel concreto, il contribuente avrà tre alternative: destinare il 2 per mille a un partito politico; affidarlo allo Stato o non assegnarlo. Nel caso in cui la scelta non sia stata espressa, il 2 per mille confluirà appunto in un fondo che verrà suddiviso fra i partiti in base ai voti rispettivamente ottenuti. Ma, com’è noto, in questi casi la maggior parte dei contribuenti non indica una destinazione e così “i pochi che scelgono, di fatto scelgono anche per tutti gli altri”.
È falsa pure l’affermazione secondo la quale l’attuale sistema di finanziamento pubblico scomparirà gradualmente nei prossimi tre anni, per cessare nel 2017. In effetti, mentre partirà dal 2014 una riduzione progressiva dei contributi ai partiti (-25% il primo anno, -50% il secondo e -70% il terzo), verrà istituito parallelamente il fondo previsto dal decreto legge a copertura del 2 per mille: la spesa autorizzata è di 7,75 milioni di euro per il 2014, di 9,6 per il 2015 e di 27,7 per il 2016. Poi, dal 2017, si arriverà a un massimo di 45,1 milioni all’anno.
Può anche darsi che alla fine i finanziamenti si riducano rispetto a quelli attuali. Ma, alla luce degli abusi e degli scandali avvenuti in passato, già questo sarà eventualmente un buon risultato.
Quando Renzi sfida Grillo a votare le riforme, in cambio della rinuncia immediata del Pd ai contributi pubblici, commette perciò un doppio errore. Da una parte, propone una sorta di “voto di scambio” inaccettabile. Dall’altra, ammette implicitamente che il finanziamento può essere abolito anche subito, senza attendere il 2017. Ma è dal referendum del ’93 che gli italiani stanno aspettando.
Corriere 21.12.13
Renzi e le alleanze variabili
Doppio gioco del leader di Fi sui tempi per andare al voto
di Francesco Verderami
qui
Repubblica 21.12.13
Riforma elettorale. Offerta di Renzi alla destra
Pronto un Mattarellum corretto per convincere Forza Italia e Ncd trattativa sull’offerta di Renzi
Premio a chi vince 200 collegi, resta la proporzionale
di Francesco Bei
L’IRCOCERVO non ha ancora un nome. E tuttavia inizia a prendere forma nelle conversazioni riservate tra esponenti del Partito democratico e di Forza Italia sulla legge elettorale. È un modellodel tutto nuovo.
È UN ibrido che prende la struttura del vecchio Mattarellum e ci innesta sopra un doppio turno (eventuale) di coalizione. Il composto alchemico è l’ultimo prodotto della fucina renziana e, secondo chi lo ha potuto leggere, sarebbe «l’uovo di Colombo». Berlusconi vuole il Mattarellum? Il Pd vuole il doppio turno? Che problema c’è, basta mischiarli insieme ed ecco il risultato. Anche i partiti minori, come Ncd, non verrebbe soffocati in culla grazie al fatto che la quota proporzionale rimarrebbe intatta.
La proposta parte infatti dal mantenimento delle vecchie quote del Mattarellum: 75% di maggioritario e 25% di proporzionale. Alla Camera significa 475 seggi maggioritari e 155 seggi proporzionali. Dalla quota maggioritaria sarebbe ritagliato un tesoretto di 75 seggi, un «premio di governabilità» da assegnare a quel partito che abbia superato una certa soglia. L’idea è fissare l’asticella a un’altezza congrua, non semplice da raggiungere: 200 seggi. Chi li dovesse conquistare con i propri voti, collegio per collegio, vincerebbe anche il premio di governabilità di ulteriori 75 seggi (pari a quasi il 12 per cento dell’assemblea). A questi 275 andrebbero poi aggiunti i seggi ottenuti dal partito nella quota proporzionale perarrivare — auspicabilmente — alla maggioranza assoluta di 315 deputati. E se nessuno dovesse superare l’asticella dei 200 collegi vinti? Allora e solo allora scatterebbe un ballottaggio tra le prime due coalizioni per aggiudicarsi il premietto di 75 seggi. Questo è lo schema su cui si sta ragionando. Un cocktail di elementi diversi messo a punto, pare, dal renziano Matteo Richetti. «È fattibile», sentenzia Lorenzo Cesa, il segretario dell’Udc che nella scorsa legislatura trattò con Verdini e Migliavacca una nuova legge elettorale. Per Paolo Gentiloni, renziano doc, il doppio turno sarebbe quasi inevitabile «visto che la presenza di Grillo come terzo incomodo nei collegi renderà difficile che qualcuno arrivi alla soglia dei 200 seggi». E così sarebbe accontentata anche l’ala sinistra del Pd, che continua a reclamare il doppio turno. Come ha ricordato ieri l’ex segretario Pierluigi Bersani: «In questa situazione solo il doppio turno ti può garantire la governabilità. Le altre soluzioni, compreso il Mattarellum, non lo garantiscono». Peraltro, ha aggiunto, «Berlusconi vuole il turno unico perché è il modo per tenere ancora tutti sotto di lui, per riuscire a fare ancora un’ammucchiata di cui lui è il capo. Con il doppio turno si dà un po’ più di spazio di manovra anche ad Alfano. E non mi pare il caso di fare regali a Berlusconi».
Il caso Alfano, al di là dei toni ruvidi con cui Renzi ha strapazzato in pubblico il leader Ncd, è stato a lungo discusso nella segreteria Pd. Maria Elena Boschi, addetta alle riforme, ha già incontrato informalmente diversi esponenti del nuovo centrodestra. Del resto Napolitano, nell’incontro di due giorni fa al Colle, avrebbe chiesto alla Boschi proprio questo, di partire da una prima consultazione interna alla maggioranza. «Ci sono alcuni gruppi che sostengono il governo — ha insistito ieri il ministro dell’Interno — quindi la nostra ipotesi è: intendiamoci su unabase comune nelle maggioranza e poi parliamo con gli altri, anche con Forza Italia».
Il ministro Graziano Del Rio e lo stesso Richetti tengono aperto il dialogo con gli alfaniani. Da queste conversazioni è emerso un paletto insormontabile: «Alfano — spiega uno dei renziani — ci ha chiesto di non arrivare all’approvazione definitiva della riforma fino ad aprile, in modo da avere la garanzia che non si voti a maggio ma si arrivi al 2015. Su tutto il resto, persino sul Mattarellum, è disposto a discutere». Per venire incontro al Ncd, l’approvazione della riforma al-la Camera avverrà nei tempi stabiliti — la prima settimana di febbraio — come annunciato da Renzi. Mentre il passaggio del Senato sarà più al rallentatore, proprio per evitare fughe verso le elezioni anticipate.
L’idea di arrivare a un Mattarellum-bis, che prevede un eventuale doppio turno ma lascia inalterate le quote del 75-25 per cento, è dovuta anche a un’altra preoccupazione circolata nell’inner circle renziano. L’incubo di dover ridisegnare tutti i collegi d’Italia. «Se si tocca il 75% bisogna aggiornare la mappa — osserva il renziano Ernesto Carbone — e allora campa cavallo, ci potrebbe volere anche un anno di tempo!». Senza contare che sarebbe il Viminale a dover ridisegnare i collegi. Proprio il ministero in mano all’uomo che ha meno fretta di andare a votare. A questo punto l’unico ostacolo al Mattarellum-bis potrebbe essere Denis Verdini — a cui il Cavaliere ha delegato la trattativa — che è da sempre favorevole al sistema spagnolo (proporzionale con collegi piccoli e liste bloccate). «Ma Verdini — riflette Paolo Gentiloni — dice spagnolo per trattare meglio sul Mattarellum».
Corriere 21.12.13
Le «larghe intese» ora sembrano due e assediano il governo
di Massimo Franco
L a fretta con la quale Forza Italia chiede a Matteo Renzi di chiudere la trattativa sulla riforma elettorale fa sorgere qualche sospetto. Non si capisce se il maggior partito d’opposizione voglia un’intesa per riempire il vuoto legislativo creato dalla sentenza della Corte costituzionale; o perché punta a elezioni anticipate a maggio del prossimo anno. In modo un po’ provocatorio, il capogruppo berlusconiano alla Camera, Renato Brunetta, accredita una consuetudine quotidiana con l’emissario renziano, Dario Nardella. E assicura che il leader del Pd sarebbe d’accordo con Berlusconi per andare alle urne per la data del 25 maggio, abbinando politiche ed europee. È una strategia tesa a far saltare i nervi al centrosinistra, mettendo in tensione sia il premier Enrico Letta, sia il suo principale alleato, Angelino Alfano: sebbene non si capisca quanto davvero Berlusconi punti davvero sulle urne.
La pressione viene esercitata raffigurando il Pd di Renzi e FI come i partiti che hanno dietro di sé «il popolo», e dunque il diritto di chiedere lo scioglimento di Camere ormai delegittimate dalla Consulta; mentre davanti ci sarebbero solo istituzioni chiuse nei loro giochi parlamentari. Insomma, si stanno delineando non una maggioranza e un’opposizione, ma due coalizioni parallele di «larghe intese». C’è quella governativa, formata dal presidente del Consiglio, da Alfano e il Nuovo centrodestra e da Scelta civica e Udc. E c’è quella fredda o ostile nei confronti dell’esecutivo, che ha nel nuovo vertice del Pd e in Fi i due interlocutori principali. Tanto che tra i Democratici c’è chi comincia a chiedere a Renzi perché abbia cominciato a trattare sul sistema di voto con i berlusconiani e non con gli alleati di Letta.
«Il problema è dove si finisce», avverte Alfano. «Il nostro obiettivo è stabilizzare il governo, non destabilizzare. Prima dobbiamo intenderci all’interno della maggioranza, poi si parla con tutti». L’asse fiorentino tra Renzi e Denis Verdini, plenipotenziario di Berlusconi su questo tema, getta invece un’ombra sul «patto per il 2014» che il leader della sinistra vuole formalizzare con Palazzo Chigi. Il tentativo di Fi è di convincere il neosegretario del Pd che, se non rompe in fretta, rischia di perdere la spinta propulsiva iniziale e l’occasione di diventare premier. La condizione per il «placet» berlusconiano alla riforma elettorale sarebbe, dunque, la crisi del governo. Una fine della legislatura di qui a pochi mesi schiaccerebbe infatti il Nuovo centrodestra sul Cavaliere, azzerando i margini di crescita del gruppo di Alfano. La scelta finale toccherebbe al vertice del Pd, però, costretto ad abbattere un governo guidato da un suo uomo.
Per questo, l’atteggiamento di Berlusconi appare tattico: quello che gli interessa è logorare il fronte avversario. Per il resto, ritiene di poter reggere all’opposizione per un altro anno: quello che gli serve per tentare di ridisegnare l’intero centrodestra e soprattutto per rifare il proprio partito. L’insistenza degli uomini del Cavaliere su un asse con Renzi promette dunque di alimentare i sospetti e i malumori nel Pd; e di danneggiare politicamente il segretario, oltre che Enrico Letta. Evoca infatti un’alleanza extraparlamentare proprio con quell’avversario storico della sinistra che il partito non ha mai digerito come parte dello stesso governo: neppure in nome dell’emergenza economica e istituzionale. Il paradosso sarebbe che, proprio nel momento in cui il Pdl si è spaccato e Berlusconi è passato all’opposizione, la sponda del Pd per la riforma elettorale torna a essere lui.
Renzi, tuttavia, ha buon gioco quando chiede più dinamismo al governo e critica la politica di solo rigore dell’Ue. Letta ieri da Bruxelles ha spiegato che se facesse «il Babbo Natale che cede a ogni richiesta», manderebbe «l’Italia in bancarotta. Tutti chiedono, ma la somma del tutti chiedono» sarebbe il disastro dei conti pubblici. Eppure, più l’Europa si mostra in affanno, più diventa difficile fare accettare all’opinione pubblica alcuni provvedimenti solo perché altrimenti Bruxelles bacchetta l’Italia e i mercati la puniscono. Per quanto possa essere vero, non basta più. Di qui a fine gennaio, dunque, bisognerà capire se e quanto il dinamismo aggressivo di Renzi si amalgamerà con la prudenza «da buon padre di famiglia» rivendicata da Letta. Il premier è convinto che lavoreranno bene insieme. Per farlo, però, sicuramente dovranno sacrificarsi molto entrambi.
Corriere 21.12.13
L’economista del Pd «bocciato» in Ateneo: «Sì, è imbarazzante»
Niente abilitazione a docente per Taddei
intervista di Fabrizio Roncone
qui
l'imprenditore renziano: «Io non sono l’eminenza grigia di Matteo»
«Ci vuole un organo di partito. L’Unità ormai vende meno della Gazzetta
di Alba. La puoi trasformare in settimanale o mensile e inviarla agli
abbonati, che poi sono gli iscritti»
«Il sindacato Cgil e l’articolo 18 sono un ostacolo, hanno
protetto i loro interessi e basta»
il Fatto 21.12.13
Oscar Farinetti Il “ministro” di Eataly
“L’art. 18? Basta garanzie a chi non vuole lavorare”
di Carlo Tecce
Eataly e Italia, secondo Natale detto Oscar Farinetti: “Io guardo il bello, voi il brutto. Io fatico e costruisco, voi denunciate e distruggete. Questa è la differenza”.
Otto euro lordi per un’ora di lavoro, ci colpiva.
Se mi vuole giudicare, la finiamo qua. Se mi vuole far passare per un idiota, la querelo. Mi lasci parlare. Ci ha dipinto come banditi e sfruttatori.
Otto euro sono giusti o no?
Giusti! Non mi sembrano pochi, il costo aziendale è pazzesco! Quanto vi pagano per un articolo? Ma sono infuriato perché a Eataly non si guadagna meno di 1.000 euro per 40 ore settimanali e le domeniche.
I ragazzi dicevano: “I festivi non ti fanno svoltare il mese”.
Noi non chiudiamo mai, siamo accoglienti per la clientela e i dipendenti. I nostri ragazzi possono mangiare gratis. Ci costa un milione di euro e diamo pure la quindicesima. Siamo rivoluzionari: esportiamo il marchio italiano nel mondo, dove ci rispettano e dove non ci trattano così.
La stampa italiana vi è ostile?
Ci hanno celebrato, correttamente. Ma voi sbagliate i calcoli. Qualcuno può avere uno stipendio di 800 euro o 500 se fa poche ore, tre o quattro al giorno, però a pieno regime nessuno va sotto i mille netti, circa.
E i contratti mensili?
Entro due anni assumiamo tutti. Abbiamo dato un’occupazione a 3000 persone. Io non voglio creare un’azienda, fallire e mettere la gente in cassa integrazione. Non ci prendiamo dividendi, investiamo i nostri soldi e lo Stato non ci dà nulla. E voi, che buttate fango, ci fate passare per banditi.
Un giorno, disse: “Grazie a Eataly, i ragazzi possono mettere su famiglia”. Possono, con mille euro?
No, certo che no. Devono fare dei sacrifici. Se una coppia incassa duemila, però, ce la può fare. Se lo Stato ci toglie un po’ di tasse e rende sexy assumere, allora possiamo anche aumentare gli stipendi.
Quando staccano l’ultimo turno di mezzanotte, le commesse vengono perquisite. Perché?
Ha centrato un punto, devo ammettere.
Cioè?
Mi ha fatto riflettere per un’intera giornata. Lo facciamo a Roma perché gli spogliatoi sono vicini ai magazzini.
Anche a Bari accade.
Sì. Il problema è il senso civico: manca. E pure l’esempio, la politica che esempio mostra? Controllare le borsette è da barbari, ma rubare non è più barbaro? Non mi dica il contrario.
Perché lo fate?
Non possiamo correre questi rischi, sappiamo che sono concreti. Li abbiamo beccati, ma non voglio rendere pubbliche queste cose.
Perché succede?
Hanno un reddito basso. E chi ha un reddito basso e non ha coscienza civica è spinto a rubare. I giapponesi e gli americani non rubano. Ma io ci rifletto, davvero.
Vuole rimediare?
Sì, potremmo fare dei controlli a campione e poi arrivare a zero. Non siamo criminali, non siamo come dite voi. La carne, conosce il settore?
No. Mi spieghi.
La carne la prendiamo direttamente dal contadino, e lo paghiamo bene, tanto. Le mozzarelle, come si chiama?
Cosa?
Un produttore di Caserta fa ottime mozzarelle. Ha pure fatto i nomi dei camorristi che lo minacciavano. La sua mozzarella è più buona, due volte. Facciamo i corsi per i ragazzi e gli anziani: gratis! Questo è servizio pubblico. Le sapete queste cose? Gli imprenditori italiani scappano, noi il denaro lo facciamo girare. E lo Stato non fa nulla.
Matteo Renzi vuole rivedere l’articolo 18, d’accordo?
Certo, ci mancherebbe. Ma toccare un argomento così delicato, per come funziona l’Italia, ti costringe a parlare e parlare per sei mesi. Una roba che stanca: inutile. La questione è il lavoro garantito.
Si chiamano tutele.
Non mi comprende. Voglio dire che il lavoro garantito per chi non ha voglia di lavorare è un delitto perché i ragazzi che vogliono, e non possono, restano a casa.
Il sindacato Cgil e l’articolo 18 sono un ostacolo?
Sono un impedimento, di sicuro. E non voglio criticare la Cgil, o la Cisl o la Uil. Ma voglio dire chiaro, e mi ascolti, che le corporazioni hanno protetto i loro interessi e basta. Compresi Confindustria, artigiani, commercianti, associazioni varie. Gli italiani non si fidano più. Io non ci andrei in piazza, non mi faccia questa domanda cretina. Però li capisco. La gente si organizza da sola. Ha notato che non ci sono più bandiere di partito o di sindacati?
Farinetti è di sinistra?
Un compagno, da sempre. Figlio di un partigiano.
Renzi vuole rinunciare al finanziamento pubblico ai partiti, Eataly è pronta a sostenere il Pd?
Sì, per quel che possiamo perché noi dobbiamo investire. Ma il vecchio modello va rivisto. Il Pd deve essere un club.
Sarebbe?
Non servono i militanti che danno 10 o 20 euro ogni anno. Ci vogliono poche centinaia di migliaia di iscritti che pagano 100 o 200 o anche 300 euro e in cambio ricevono dei servizi.
Tipo?
Ci vuole un organo di partito. L’Unità ormai vende meno della Gazzetta di Alba. La puoi trasformare in settimanale o mensile e inviarla agli abbonati, che poi sono gli iscritti.
Come valuta Enrico Letta?
Bene, fa quel che può. Letta, Renzi, l’intellettuale Cuperlo e lo smart Civati possono guidare il paese.
Renzi a Palazzo Chigi?
Accadrà. Ha le qualità e l’onestà. Ma deve agire con questo gruppo. Una precisazione: io non sono l’eminenza grigia di Matteo. A volte non ci sentiamo per un mese.
La prima riforma di Farinetti?
L’Italia non ha tempo. Deve ridurre la spesa, eliminare studi e ricerche inutili, anche l’esercito, e incentivare il lavoro. Io dico che lo Stato, l’informazione, la magistratura, la tassazione e pure Equitalia non agevolano gli imprenditori.
Grazie, arrivederci.
Aspetti. Lo scriva, mi raccomando.
Cosa?
Non fate un titolo del cazzo a questa intervista.
L’INCHIESTA Sul Fatto di giovedì l’inchiesta sulle condizioni di lavoro dei precari di Eataly
La Stampa 21.12.13
Renzi, le due anime del Pd e il mistero dell’articolo 18
Cofferati: «Quella norma ormai non esiste più, sarebbe surreale volerla togliere»
di Federico Geremicca
Marianna Madia, che pure è la responsabile Pd per il lavoro, allarga le braccia sconsolata.
«Guardi, abbiamo fatto una riunione di segreteria ancora giovedì, l’altro ieri, proprio su questo: il piano-lavoro, che Renzi vorrebbe pronto entro un mese. E naturalmente di tutto abbiamo discusso meno che dell’abolizione dell’articolo 18. Ancora mi chiedo, anzi, chi ha messo in giro la notizia che noi si starebbe ragionando su questo: probabilmente, qualcuno che vuol mandare tutto a gambe all’aria». Ora, dunque, la questione sarebbe addirittura il chi: cioè, chi è che nel Pd ha parlato dell’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori? «Non Renzi spiega Marianna Madia che probabilmente non sarebbe contrario, ma ha chiaro che non è questo il tempo per una simile discussione, e infatti l’ha ripetuto anche alla presentazione del libro di Vespa». E se non Renzi, chi allora? Gutgeld, forse, solitamente definito consigliere economico del neosegretario Pd? «Magari ne ha scritto dice la Madia -. Ma naturalmente una cosa è quello che scrive Gutgeld e altra quello che decidiamo noi».
Ma tant’è: è bastato perché Stefano Fassina viceministro all’Economia prendesse il bastone e randellasse: il piano lavoro di Renzi «è inutile, se non dannoso», ed è «deprimente il ritorno dell’ossessione sull’articolo 18 e sulle regole, dopo i conclamati fallimenti della ricetta neoliberista». Che Matteo Renzi lo abbia detto oppure lo abbia soltanto pensato, non è
granché importante in questo caso: perché - al di là della polemica a “uso interno” quel che riemerge in queste ore con disarmante nettezza è uno dei tabù (forse il più solido e attuale) che da anni divide la sinistra italiana.
Non l’unico, naturalmente. Qualcuno, per esempio, ricorda le spaccature orizzontali all’interno del centrosinistra ad ogni voto parlamentare per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero? E le polemiche durissime in materia di bioetica o fine vita? Per non dire anche questa questione ancora parzialmente irrisolta dei duelli rusticani in materia di unioni civili, adozioni e matrimoni gay. Ogni volta che la cronaca rende necessario affrontare queste e alcune altre questioni, il solo parlarne spacca il centrosinistra e il Pd quasi precisamente a metà. Come sta puntualmente accadendo in questi giorni di fine anno in materia di abolizione dell’articolo 18: faccenda che, come detto, nessuno né Renzi né membri della sua segretaria ha per ora più o meno ufficialmente posto.
«E sarebbe anche singolare che qualcuno la ponesse annota da Strasburgo Sergio Cofferati, che della difesa dei diritti in senso lato ha fatto per anni una bandiera -. Parlare di come licenziare mentre le aziende non assumono a causa della crisi, è un esercizio di ottimismo o di cinismo, non saprei dire. Senza contare che, in larga misura, l’articolo 18 già non esiste più: visto che la riforma Fornero in matelare che qualcuno la ponesse annota da Strasburgo Sergio Cofferati, che della difesa dei diritti in senso lato ha fatto per anni una bandiera -. Parlare di come licenziare mentre le aziende non assumono a causa della crisi, è un esercizio di ottimismo o di cinismo, non saprei dire. Senza contare che, in larga misura, l’articolo 18 già non esiste più: visto che la riforma Fornero in materia di mercato del lavorolo ha di fatto surrogato, lasciando alle aziende grandi e piccole la possibilità di licenziare per ragioni economiche. E infatti reintegri per giusta causa non se ne vedono più...».
Questo naturalmente non vuol dire che la questione non sia più sul tavolo e che di articolo 18 non si tornerà a parlare (e probabilmente anche non troppo in là nel tempo) Ma il problema, per il Pd, è appunto riuscire almeno a parlarne, evitando che attorno a questo totem (è Matteo Renzi ad averlo definito così) si ricreino schieramenti automatici che piuttosto che guardare alla sostanza del problema guardino ad altro: all’utilità elettorale, alla convenienza di parte, al “ricavo politico” che se ne potrebbe avere alla luce degli equilibri interni.
«Noi non partiremo certo da lì ripete Marianna Madia perché partire da lì vuol dire fermarsi subito». Partire no, va bene. Ma c’è chi spera e il numero di chi lo spera cresce che almeno ci si arrivi. A crisi superata, naturalmente. Perché discutere di come licenziare oggi, a molti appare vagamente surreale...
Corriere 21.12.13
Renzi e la lezione sul lavoro
di Maurizio Ferrera
Il cosiddetto Job Act sarà un importante banco di prova per Matteo Renzi. Si tratterà del primo esercizio programmatico concreto, dal quale potremo farci un’idea più precisa del «riformismo» renziano sia nei metodi sia nei contenuti. Data la drammatica situazione economica, il tema dell’occupazione era quasi obbligato. Ma fare proposte ambiziose, originali e insieme dotate di un certo grado di praticabilità politica non sarà certo facile. Avendo scelto di usare un’espressione inglese, Renzi farebbe bene a tener ben presente proprio l’esperienza anglosassone. Gli Stati Uniti di Obama e il governo Cameron offrono infatti due modelli quasi speculari di come affrontare la sfida dell’occupazione dal punto di vista politico-strategico.
Nel settembre 2011, Obama annunciò con la grancassa un piano molto ambizioso (chiamato, appunto, American Jobs Act : attenzione al plurale) per creare milioni di nuovi posti di lavoro. I piatti forti del pacchetto erano la riforma dell’assicurazione contro la disoccupazione, crediti d’imposta per le nuove assunzioni, riduzione dei contributi sociali, un programma di investimenti straordinari in infrastrutture, incentivi per le piccole imprese. Il provvedimento sarebbe costato circa 450 miliardi di dollari: una cifra molto elevata, ma grazie alla quale, secondo il presidente, «milioni di americani sarebbero tornati al lavoro e sarebbero arrivati più soldi nelle tasche di tutti i lavoratori». Proprio per i suoi costi e per le sue eccessive ambizioni il progetto si impantanò immediatamente all’interno del Congresso e alla fine Obama si è dovuto accontentare di poco: qualche incentivo fiscale per i nuovi assunti e un nuovo schema per finanziare le piccole imprese. Il Regno Unito ha seguito un metodo diverso per affrontare il tema lavoro: non un «Masterplan» onnicomprensivo e radicale, ma una serie di Employment Reviews (revisioni delle politiche per l’impiego), volte a realizzare concretamente tre obiettivi strategici fissati da un conciso documento ad inizio legislatura: flessibilità, efficienza, equità. In questo modo sono state però introdotte varie misure innovative. Muovendosi in largo anticipo rispetto alle raccomandazioni Ue, lo Youth Contract («contratto giovani») ha ad esempio offerto in due anni 500 mila opportunità di lavoro o formazione a giovani fra i 18 e i 24 anni, mentre il Workprogramme («Programma lavoro»), introdotto nel 2011, ha aiutato oltre 200 mila disoccupati di lungo corso a ritrovare lavoro. Sul piano della strategia politica, la differenza fra il modello americano e quello inglese è chiarissima. Obama voleva far colpo con un progetto «di rottura», in vista della campagna per la rielezione che avrebbe preso avvio all’inizio del 2012. Il Congresso ha bocciato gran parte del Jobs Act , ma Obama ha vinto le elezioni, anche grazie ai suoi annunci sul fronte del lavoro. Forte del successo elettorale e del patto di coalizione, il governo Cameron-Clegg ha scelto un approccio meno roboante, ma più efficace in termini di risultati, ponendosi in un orizzonte di legislatura. Le revisioni annuali sono un importante momento di confronto politico sulle riforme fatte e su quelle annunciate, ma nessun leader si presenta come taumaturgo. Che formula adotterà Renzi per sottoporsi al giudizio degli elettori? La tentazione di far colpo con proposte di rottura e provocazione sarà forte: il neosegretario è in cerca di visibilità e popolarità, nel prossimo anno ci sarà almeno una conta elettorale (rinnovo del Parlamento europeo) e la disoccupazione è una delle prime preoccupazioni delle famiglie italiane. In questo momento al nostro Paese sarebbe tuttavia più utile una strategia all’inglese. Facciamo bene il punto sulla riforma Fornero, realizziamo al meglio la garanzia-giovani, attuiamo pienamente l’Aspi, interroghiamoci su come promuovere nuove attività economiche ad alta intensità di lavoro. E definiamo su questa base un’agenda di cambiamenti pragmatici e realistici. Invece di un «Act» alla Obama, Renzi elabori insieme alla sua squadra un più modesto, ma molto concreto policy paper in stile inglese. Con un orizzonte temporale disteso e credibile, confermando così il suo impegno non solo per le riforme, ma anche per la governabilità.
La Stampa 21.12.13
“L’articolo 18? Dibattito inutile. L’abbiamo modificato noi”
di Elsa Fornero
Caro Direttore,
la discussione di questi giorni intorno all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori ha qualcosa di surreale, in quanto condotta in termini totalmente scollegati dalla realtà e, come troppo spesso capita nel nostro Paese, intrisi di contenuto ideologico.
Vorrei ricordare che il vecchio articolo 18, piaccia o no, è stato profondamente modificato con la legge di riforma del mercato del lavoro 92/2012. Si vuole sostenere che i cambiamenti sono stati irrilevanti, inefficaci o, peggio, sbagliati? Lo si dica, ma non si faccia finta di parlare dell’articolo 18 prescindendo dalle modifiche introdotte, che qualche parte politica definì addirittura un «massacro», al punto da proporre un referendum per abolirle. Né si deve dimenticare quanto «sofferte» siano state quelle modifiche, quale linciaggio esse comportarono per il ministro allora in carica. Al di là degli aspetti personali, comunque non rilevanti nel dibattito, trascurare ciò che è stato in ogni caso acquisito avalla l’idea che in Italia si preferisca discutere dei problemi per dividersi, piuttosto che per cercare di risolverli.
Forse è il caso di ricordare succintamente come l’articolo 18 è stato modificato. Anzitutto, la reintegrazione del lavoratore – il nucleo centrale dell’articolo – è stata modificata, non eliminata, perché ciò avrebbe di fatto aperto la strada a licenziamenti discriminatori, inaccettabili in un Paese civile. E’ stata però aperta un’altra strada, quella del risarcimento economico in caso di licenziamento ingiustificato. La scelta – che rappresentò un difficile equilibrio tra posizioni e interessi fortemente contrapposti – dello «spacchettamento» delle tutele e del regime sanzionatorio del licenziamento ingiustificato non soltanto era l’unica soluzione possibile in quel contesto politico, ma rappresenta un equilibrio basato sul buon senso e sul corretto comportamento delle parti.
Se un’impresa ha un fondato motivo economico o disciplinare per licenziare un lavoratore, non deve essere costretta da un giudice a riassumerlo, ma il lavoratore deve essere congruamente indennizzato. E’ invece corretto che il lavoratore sia reintegrato e non soltanto indennizzato se il motivo economico o quello disciplinare sono manifestamente infondati. Molti hanno criticato la norma perché lascerebbe ancora eccessiva discrezionalità al giudice, quasi che questi non sia, per definizione, imparziale. La presunta parzialità dei giudici non può, ovviamente, rappresentare il presupposto per scrivere una legge. Senza contare che la legge prevede una procedura di conciliazione obbligatoria che dovrebbe sanare, senza ricorso al giudice, almeno tutti i casi in cui le parti agiscono in buona fede.
Funziona questa nuova regolazione? La risposta non può venire da giudizi aprioristici, come sembrano essere quelli di coloro i quali, pur avendola approvata un anno fa, la criticano oggi senza adeguata conoscenza dei dati di fatto. E’ invece necessario ricorrere a un’analisi spassionata e obiettiva di questi dati. Da ministro avevo istituito una commissione per il monitoraggio e la valutazione dei vari aspetti della riforma, incluso, appunto, il nuovo articolo 18. Non mi risulta che siano stati ancora resi noti i risultati di questa analisi empirica. Quante procedure di conciliazione ci sono state? Quante cause sono arrivate ai tribunali? Come si sono pronunciati e si stanno pronunciano i tribunali stessi? Le risposte a questi e ad altri interrogativi non sono ancora note. Eppure è proprio da qui che, in un approccio costruttivo, occorre partire per decidere eventuali modifiche alla legge.
il Fatto 21.12.13
Pd, ad Asti sezioni “congelate”
Dopo le accuse di truppe cammellate di albanesi e islamici, il voto è rimandato
di Andrea Giambartolomei
Boom di iscrizioni, tessere sottratte da un onorevole e “truppe cammellate” con masse di cittadini stranieri iscritti all’ultimo momento. Ad Asti dopo i veleni il Partito democratico ha raggiunto un accordo per eleggere il segretario provinciale, mentre è stato rinviato di nuovo il voto di quattro sezioni, “congelate” dopo gli scandali del 6 novembre. Giovedì sera i due candidati, il renziano Giorgio Ferrero e la cuperliana Francesca Ferraris, hanno siglato un accordo: “Alla luce dei risultati dell’8 dicembre”, quelli delle primarie che hanno incoronato Matteo Renzi segretario del Pd, il nuovo segretario provinciale sarà Ferrero, mentre la sfidante sarà la presidente dell’assemblea provinciale. I dissidi restano e lo dimostrano i rinvii del voto nelle sezioni contestate: la commissione regionale ha deciso che si sarebbe dovuto votare giovedì, poi è stato stabilito di votare oggi, ma alla fine ha rinviato alla prossima settimana. Perché tante ‘cautele’? Perché i cuperliani, guidati dal deputato Massimo Fiorio, hanno accusato i concorrenti (capeggiati dal sindaco di Asti Fabrizio Brignolo e dalla consigliera regionale Angela Motta) di aver sfruttato i voti di centinaia di cittadini albanesi, diventati la maggior parte dei nuovi iscritti.
I RENZIANI però hanno presentato alla direzione nazionale e regionale un dossier con prove e testimonianze per “liberare il Partito dalla cappa di malcostume che ha ridotto il dibattito politico a violenza e minaccia verbale”. Partono dalle primarie e dalle parlamentarie del 2012 al seggio di Asti est dove “il risultato venne falsato dall’accesso ai seggi di due gruppi organizzati”. Uno guidato dal capo di un’associazione islamica “che ha personalmente accompagnato al seggio circacento persone”, l’altro coordinato da tre capibastone, attivi pure nel 2013: Vincenzo Sangiovanni, ex consigliere comunale di Forza Italia, pregiudicato per rapina e porto d’armi; Antonio Casaburi, un ex rappresentante sindacale di una fabbrica del quartiere; e Antonietta Scazzeri, imputata al Tribunale di Asti per aver truffato quattro marocchini irregolari con la promessa di un impiego. Secondo i denuncianti sarebbe stato Fiorio a reclutare i due gruppi. Nel documento ci sono pure le testimonianze di persone che hanno ricevuto promesse di lavoro o aiuti, ma anche quella di un’impiegata del Pd che ha raccontato come il deputato Fiorio si sarebbe appropriato di 200 moduli delle tessere, riconsegnandone alcune solo dopo le proteste di Brignolo, che voleva denunciare il fatto alla Digos e alla procura, ma è stato fermato dal segretario regionale Gianfranco Morgando, che ha spinto verso l’accordo di giovedì sera.
La Stampa 21.12.13
Metodo Stamina. “Vi spiego il grande inganno”
La genetista (e senatrice a vita) Elena Cattaneo dialoga con l’astrofisico Giovanni Bignami
E gli confessa la sua preoccupazione: “Gesti estremi, quasi eversivi, dietro il grande inganno”
di Giovanni Bignami
qui
La Stampa 21.12.13
Associazione Coscioni: «Ora intervenga il Parlamento»
«Bandire le infusioni» con il metodo Stamina ideato dal presidente di Stamina Foundation, Davide Vannoni, «da tutto il territorio nazionale». Lo chiede Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni per la liberta di ricerca scientifica. «La storia Stamina afferma Gallo in una nota sta acquisendo sempre più contorni preoccupanti». Ciò che «conta è che a breve il Parlamento blocchi le infusioni di Stamina sul nostro territorio e chiuda le porta a qualsiasi forma di dialogo per una eventuale sperimentazione con la Stamina Foundation».
Arrestato il killer uscito in permesso per buona condotta
Corriere 21.12.13
L’accusa di Vittorino Andreoli
“Questi permessi servono solo a svuotare le prigioni strapiene”
Lo psichiatra: “Le perizie oggi sono superficiali”
La critica a Basaglia: La legge Basaglia dimentica che in alcune patologiepsichiatriche uno dei sintomi principali è proprio la pericolosità
Gli istituti psichiatrici giudiziari: Oggi i sei che esistono in Italia sono vecchi e inadeguati. Ma se devono chiuderli per non sostituirli con niente, è meglio che non li chiudano
di Michele Brambilla
qui
Corriere 21.12.13
Le alternative al carcere sono giuste non per buonismo ma per i risultati
di Luigi Ferrarella
Nel 1999 a Milano ci furono 9 omicidi nei primi 9 giorni di gennaio: ma gli incendiari aedi del presunto Far West sotto il Duomo dovettero andare a nascondersi a fine dicembre quando l’annata statistica mostrò una diminuzione del numero di delitti. Ora siccome in due giorni si sono concentrate due evasioni da permessi premio, ecco i lucratori di disgrazie speculare di nuovo sull’amnesia della realtà. La quale da un lato vede la sicurezza dei cittadini incontestabilmente incrementata dal fatto che la recidiva di chi è progressivamente ammesso a misure alternative al carcere sia tre volte più bassa di chi torna in libertà dopo aver scontato l’intera pena in carcere; e dall’altro ricorda anche ai finti sordi che negli ultimi 3 anni le evasioni da permessi premio sono state 133 su 66.859. Una percentuale da prefisso telefonico.
Di questo «zero virgola» mantengono il diritto di dolersi le vittime dei reati vecchi o nuovi, non certo gli avvoltoi politici che oggi irridono gli esiti delle valutazioni psicologiche e comportamentali dei detenuti evasi dal permesso, ma che mai risultano aver presentato in Parlamento un qualche emendamento volto a destinare maggiore spesa pubblica (bestemmia!) ad esempio agli organici spaventosamente vuoti di psicologi, educatori, assistenti sociali e agenti penitenziari.
Vale però anche per l’ultimo decreto legge del governo. Alzare a 75 giorni la liberazione anticipata per ogni 6 mesi di pena ha ad esempio senso solo se il beneficio è dato a chi in cella davvero partecipa a un percorso di rieducazione, ma per capirlo occorre appunto una adeguata (per numeri e per qualità) struttura di valutazione nel carcere. Se invece la liberazione anticipata continuerà a essere concessa come oggi in maniera sostanzialmente automatica per il solo fatto che un detenuto non abbia creato problemi, al punto che le informative ai magistrati si limitano ad attestare l’assenza di contestazioni disciplinari al detenuto, allora lo sconto di 75 giorni ogni semestre produrrà solo l’assurda trasformazione di 1 anno teorico di pena in 7 mesi reali. E anche le norme sul maggiore accesso per i tossicodipendenti-piccoli spacciatori alle comunità di recupero, quale pena alternativa, restano carta straccia se, come accade oggi in molte sedi, il budget disponibile per le comunità terapeutiche accreditate lascia scoperti fino al 60% dei posti letto.
il Fatto 21.12.13
Attenti all’icona
Benvenuti al circo dell’antimafia
di Nando dalla Chiesa
E allora facciamolo scoppiare, il bubbone. E parliamo del variopinto circo che vorrebbe prendere le bandiere dell’antimafia. La Calabria ci ha offerto di recente due casi inquietanti. Quello del sindaco antimafia di Isola di Capo Rizzuto Carolina Girasole, accusata dai magistrati di rapporti (da definire) con il potente clan degli Arena. E quello di Rosy Canale, scrittrice e attrice teatrale, rappresentante delle “donne di San Luca”, che avrebbe intascato per privatissime finalità fondi pubblici ottenuti per contrastare la cultura mafiosa a San Luca. Ed è appunto da questo secondo caso che vorrei partire.
Rosy Canale è stata infatti di recente ospite del teatro Franco Parenti di Milano, storicamente impegnato contro la mafia, sin da quando (allora si chiamava Pier Lombardo) lo dirigeva Franco Parenti. Vi ha portato uno spettacolo autobiografico musicato da Battiato, che apriva un ciclo di tre serate – ‘ndrangheta, camorra, mafia ma ciascuna delle quali mi era stato richiesto di intervenire. Non la conoscevo. Mi bastavano la serietà del teatro e quel che di lei si diceva. Poiché il movimento antimafia ha ancora una sua serietà, amici calabresi mi avevano tuttavia avvisato all’ultimo momento dei dubbi che avevano sulla persona.
Per questo ho evitato di spendere anche una sola parola su di lei, riservandomi di giudicare sul campo. Non c’è voluto molto. Al dibattito che precedeva lo spettacolo Malaluna ci siamo trovati la sociologa Ombretta Ingrascì, Gianni Barbacetto e io. Sono bastati pochi minuti per guardarci negli occhi con imbarazzo e poi per replicare: i bersagli di Rosy Canale erano solo lo Stato (tutto) e il movimento antimafia (tutto). Quanto allo spettacolo, aveva una sua forza suggestiva (Battiato…) ; ma anche una grande carica equivoca, per chi masticasse qualcosa della materia. Per chi ne masticasse, appunto.
COSÌ IL PUBBLICO milanese (benché non novizio) quella sera si è convinto di trovarsi davanti a un’eroina dell’antimafia. Perché se qualcuno viene accreditato, senza mai un controllo, da un intero circuito di giornalisti, premi, artisti o associazioni, la gente alla fine è pronta a farne un’icona. E a farsi compartecipe di una truffa. Pochi giorni dopo la stessa Rosy Canale avrebbe ricevuto il premio Borsellino (non promosso dalla famiglia o da un’istituzione) alla presenza di alte autorità dell’antimafia.
E arrivo al salto di qualità. Che è avvenuto sulla rete. Dove qualche giorno dopo è stato segnalato che l’indagata si era esibita al Parenti con il sottoscritto (solo io…), omettendo il contesto. E siccome qualcuno ha precisato, qualcun altro è intervenuto per ammonire, testualmente, “le cose si raccontano tutte e bene, andrebbe detto a un certo signor Nando”. E qui si apre l’ulteriore, e più grottesco, capitolo. Chi è infatti questo censore? È un killer pluriomicida, ex boss di ‘ndrangheta, diventato sette anni fa collaboratore di giustizia, di nome Luigi Bonaventura. Per spiegare che cosa intenda un mafioso quando dice “signor Nando”, e quanto questo sia tipico del linguaggio della delegittimazione mafiosa, basta rileggersi il Falcone di Cose di Cosa nostra. Ma il fatto è un altro. Questo boss che da me pretende chiarimenti, da un lato protesta ovunque per non essere protetto dallo Stato (che lo lascerebbe in pericolo) dall’altro gira l’Italia a far dibattiti sulla mafia, invitato da ineffabili associazioni antimafia (come se ai tempi si fosse invitato Buscetta o Contorno…). Ed è pure lo stesso che ha raccontato non ai magistrati ma a un giornale telematico che la ‘ndrangheta aveva deciso di uccidere Giulio Cavalli.
Una rivelazione decisamente anomala, se solo si riflette sulle date. Il primo spettacolo antimafia di Cavalli è infatti dell’autunno 2008, mentre Bonaventura si pente nel 2007. Ora, fra tante centinaia di “pentiti”, non se ne è mai visto uno, uno solo, che invece di fuggire rigorosamente dai clan che ha tradito, ne riceva poi informazioni confidenziali sui delitti in cantiere. Informazioni anomale su progetti omicidi rocamboleschi (camion che investono, overdose di droga) acquisite in modo altrettanto rocambolesco (vennero in cinque nel 2011 offrendomi denaro per raccontare...) che dovrebbero fare rizzare le antenne proprio come quando si sente parlare Rosy Canale. Morale: il pentito sparge rivelazioni sui rischi mortali che corre Cavalli e Cavalli dichiara ovunque che il pentito è credibilissimo. Uno riceve la scorta e l’altro viene invitato ai dibattiti e scrive perfino editoriali.
CHE COSA sta succedendo? Qualcosa di ampio e di inquietante. Il movimento antimafia si è infatti per fortuna molto allargato. Vi sono entrate persone generose ma sprovviste di un’accettabile metro di misura, di un alfabeto culturale. Laddove negli anni più duri la formazione antimafia ce la si faceva sul campo (e costava), ora ce la si fa molto spesso nel mondo virtuale e la propria battaglia diventa un “mi piace”. Il successo di Saviano, mentre dava un forte impulso al contrasto della camorra, ha purtroppo incoraggiato anche una mitologia/martirologia della lotta alla mafia che è l’esatto contrario di ciò per cui si sono battuti gli eroi (veri) dell’antimafia, sempre attenti a tenere un bassissimo profilo sui rischi che correvano, a rassicurare i cittadini, a marcare una distanza tra il proprio mondo e quello mafioso, anche quando raccoglievano le confessioni dei pentiti più affidabili. I riflettori che essi invocavano avevano – come oggi per Di Matteo – la funzione di “difendere”, non di “promuovere”. Qui tutto si rovescia invece in un tripudio di soubrette e saltimbanchi, narcisi e veterani senza storia (o dalla storia taroccata). Senza più alcuna remora morale. Al punto che il pluriassassino trasformato in antimafioso doc esorta sprezzante il figlio della vittima di mafia a dire la verità. Quando invece è arrivato il momento di dire basta.
il Fatto 21.12.13
Lettera al Presidente
Di Matteo, nemico della mafia e inviso allo Stato
di Angelo Cannattà
Ci sono cose che si sanno ma delle quali non si ha piena consapevolezza. Un esempio: a) Sappiamo che Totò Riina “vuole la morte” di Nino Di Matteo; b) Sappiamo che lo stesso magistrato è sotto procedimento disciplinare al Csm; c) Abbiamo capito (anche) l’indecenza della coesistenza di questi fatti? L’intervista di Travaglio a Di Matteo evidenzia la dimensione umana del magistrato: “Se mi guardo intorno e rifletto, mi dico che non vale la pena sacrificare tanti momenti di libertà miei e delle persone che mi stanno accanto. Poi però prevale la passione per la bellezza del lavoro di magistrato”. La bellezza. È la parola che mi ha colpito di più. Siamo di fronte a un uomo minacciato di morte. Eppure parla della bellezza del suo lavoro. Si può sorvolare su una frase così? Soprattutto: si può non capire (ancora) che un uomo così è sotto procedimento disciplinare al Csm? Il Presidente della Repubblica è contestato da tempo – anche da chi scrive – per molte prese di posizione. Improvvisamente mi è apparso chiaro, tuttavia, che la sua colpa maggiore è diametralmente opposta: il silenzio. Non mi riferisco alla Trattativa Stato-mafia. Penso al silenzio, assordante, sulla tragica situazione vissuta da Di Matteo.
Insomma, non c’è dubbio che Di Matteo debba sottostare alla legge scritta (e al procedimento disciplinare del Csm) ; è altrettanto vero, però, che questo procedimento è vissuto come ingiusto dall’affetto e dal cuore (dal diritto naturale) di milioni di italiani.
Che cosa ha fatto di così grave Di Matteo? Nulla. Mi si “accusa di aver leso le prerogative del capo dello Stato con un’intervista in cui spiegavo le procedure per la distruzione delle telefonate… fra lui e Mancino. È la prima volta che si esercita l’azione disciplinare contro un magistrato per un’intervista”. La prima volta. E la si esercita, pensate un po’, contro chi da vent’anni lotta la mafia, rischia la vita, è al primo posto nelle premurose attenzioni di Toto Riina. Situazione tragica e assurda. Perché il magistrato espone se stesso al pericolo per difendere la legge; e la legge – un certo modo da azzeccagarbugli – lo persegue, delegittimandolo.
Presidente Napolitano – lo dico col massimo rispetto – è sicuro che non possa far nulla per sanare una situazione così anomala? Pensa davvero che tenere “sotto procedimento disciplinare” (per un’intervista), un magistrato che Riina vuole uccidere, dia lustro allo Stato? Ritiene che i fatti qui evidenziati aumentino la fiducia nelle Istituzioni? E sicuro, Signor Presidente, che Lei non debba adesso, subito, senza indugio, far ritirare quell’“atto di incolpazione”? Si può servire lo Stato in mille modi, anche favorendo le non condivisibili larghe intese. Ciò che non è possibile è chiudere gli occhi di fronte all’evidenza: e l’evidenza qui è la “non colpevolezza” di Di Matteo. Quale “colpe” si vogliono trovare, da parte di quali giudici, di quale corte, se – in realtà – l’imputato è innamorato della “bellezza del suo lavoro” nonostante la condanna a morte decretata da Riina. Ci pensi, Presidente. Eviti che il magistrato Di Matteo venga percepito da tutti – con plastica evidenza – come perseguito, contemporaneamente, dalla mafia e dallo Stato.
Repubblica 21.12.13
Il Csm a Palermo snobba Di Matteo, l’ira del pm
Niente incontro col magistrato sotto scorta. “Ma il sostegno della gente conta più di certi silenzi”
di Salvo Palazzolo
PALERMO — Doveva essere il giorno della solidarietà per i magistrati del processo sulla trattativa Stato-mafia minacciati di morte dal boss Totò Riina, per questa ragione una delegazione del Consiglio superiore della magistratura era arrivata al palazzo di giustizia di Palermo. Ma non c’è stata alcuna convocazione per i pubblici ministeri citati a gran voce dal capo di Cosa nostra: i sostituti procuratori Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e il procuratore aggiunto Vittorio Teresi. La delegazione del Csm presieduta dal vice presidente Michele Vietti ha scelto di ascoltare solo i vertici degli uffici giudiziari e poi anche il presidente dell’Ordine degli avvocati. Ma non i pm del processo “trattativa”, che sono rimasti in ufficio tutta la mattina, in attesa di una convocazione che non è mai arrivata. Eppure, quella missione del Csm era proprio per «manifestare la presenza solidale nei confronti dei magistrati oggetto delle gravi intimidazioni», era stato scritto in una delibera dell’organo di autogoverno deigiudici.
«Io e i miei colleghi siamo molto amareggiati — dice Nino Di Matteo — ma non mi sorprendo. Un nostro incontrocon la delegazione non era neppure previsto nella delibera con cui èstata decisa la visita a Palermo».
Vietti cerca di gettare acqua sul fuoco. «Siamo venuti per esprimere solidarietàa tutti i magistrati vittime di intimidazione, noti e meno noti — dice il vicepresidente del Csm — Se Nino Di Matteo fosse stato qui, sarei stato pronto a testimoniargli con un abbraccio la mia vicinanza, ma non lo vedo». Vietti rilancia, con un tono di polemica: «Noi non dobbiamo fare chiacchiere, ma fatti. E cercare di capire se possiamo fare qualcosa per migliorare l’organizzazione del lavoro». Però, poi, alla fine, allarga le braccia: «La cosa non è stata organizzata dal Csm». E si sfiora un’altra polemica. Ma il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato precisa in modo netto: «La lista delle audizioni la decide il Consiglio superiore».
Intanto, l’allarme per le dichiarazioni di Totò Riina in carcere non è ancora cessato. Mercoledì, i pm di Palermo hanno inviato ai colleghi di Caltanissetta un’altra preoccupante esternazione del padrino di Corleone rinchiuso al 41 bis. «Sti giudici sono vigliacchi e vili — ha detto il boss — ecco perché in questi giorni incominciamo da Di Matteo. Perché Di Matteo tutte le cose leimpupalui».
Ieri, in varie parti d’Italia, si sono tenute manifestazioni di solidarietà per i magistrati minacciati da Riina. AdAgrigento, l’arcivescovo Francesco Montenegro si è fatto fotografare con il manifesto “Noi stiamo con Di Matteo”. A Palermo, il sit-in delle Agende Rosse è arrivato davanti al palazzo di giustizia. E Di Matteo è sceso in piazza per ringraziare i 500 palermitani che manifestavano. «Noi cercheremo di continuare a fare il nostro dovere consapevoli che il nostro è un ruolo di servizio — dice il magistrato — Queste manifestazioni spontanee sono importanti anche più di certi silenzi». Silenzi che Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo, definisce «agghiaccianti».
Prosegue Di Matteo: «È importante il sostegno che in questi mesi abbiamo ricevuto da gente comune che evidentemente ha solo sete di verità». Prima di ritornare nel suo ufficio bunker, scortato dai carabinieri del Gis, il pm tiene a precisare: «Qualcuno non ha capito proprio niente. Il magistrato politicizzato è un altro tipo di magistrato, non quello che sente il bisogno di venire tra la folla per ringraziare di fronte a queste manifestazioni».
Repubblica 21.12.13
La crisi e la disuguaglianza
di Paul Krugman
Il film di Oliver StoneWall Street, ritratto di plutocrati in ascesa secondo i quali l’avidità è un bene, è uscito nelle sale nel 1987. I politici, però, intimoriti da chi grida alla “lotta di classe”, hanno fatto il possibile per evitare di fare del sempre crescente divario tra i benestanti e il resto della popolazione una questione di primaria importanza.
Le cose, tuttavia, potrebbero cambiare. Possiamo anche parlare del significato della vittoria di Bill de Blasio nella corsa a sindaco di New York o della convalida da parte di Elizabeth Warren dell’espansione di Social Security. E resta ancora da vedere se la dichiarazione del presidente Barack Obama secondo cui la disuguaglianza è «la sfida che definisce la nostra epoca» si tradurrà in qualche cambiamento politico. In ogni caso, la discussione si è già spostata al punto da suscitare una reazione eccessiva da parte degli esperti che sostengono che la disuguaglianza non è poi chissà che grande problema.
Hanno torto.
L’argomentazione migliore per dare alla disuguaglianza una bassa priorità è lo stato depresso dell’economia. Non è forse più importante ripristinare la crescita economica invece di preoccuparsi di come sono distribuiti gli utili della crescita?
Beh, no. Prima di tutto, anche solo guardando all’impatto diretto che ha l’aumento delle disuguaglianze sulla classe media americana ci si accorge che di fatto esso crea davvero un grosso problema. Oltre a ciò, molto probabilmente la disuguaglianza ha rivestito un ruolo fondamentale nel provocare il caos economico nel quale ci ritroviamo, e ne ha rivestito uno cruciale nel nostro dimostrarci incapaci di mettere a posto le cose.
Ma partiamo dalle cifre. In media, gli americani oggi continuano a essere molto più poveri di quanto fossero prima della crisi economica. Per il 90 per cento delle famiglie che guadagnano meno, questo impoverimento riflette sia un restringimento della torta economica, sia una percentuale in calo di quella torta. Che cosa ha avuto maggiore importanza? La risposta, sbalorditiva, è che le due sono più o meno equivalenti. In altri termini, la disuguaglianza è aumentata così rapidamente negli ultimi sei anni da fungere da enorme peso morto per i redditi dei normali americani, tanto quanto una mediocre performance economica, anche se questi anni comprendono quelli della peggiore recessione economica che ci sia stata dagli anni Trenta.
Se poi si assume una prospettiva sul più lungo periodo, l’aumento della disuguaglianza sta diventando di gran lunga il singolo fattore più importante dietro alla stagnazione dei redditi della classe media.
Oltre a ciò, se si cerca di comprendere sia la Grande Recessione sia la non così grande ripresa che le ha fatto seguito, gli impatti economici e soprattutto politici della disuguaglianza incombono minacciosi all’orizzonte.
È ormai comunemente riconosciuto che l’indebitamento in forte aumento dei nuclei famigliari ha contribuito a spianare la strada alla nostra crisi economica. Questa impennata del debito è coincisa con l’aumento della disuguaglianza, e i due fenomeni probabilmente sono correlati (sebbene ciò non sia inoppugnabile). Dopo che la crisi ha colpito, il continuo spostamento dei redditi dalla classe media verso una piccola élite è stato di ostacolo per la domanda dei consumatori, e di conseguenza la disuguaglianza è collegata sia alla crisi economica sia alla debolezza della ripresa che le ha fatto seguito.
Dal mio punto di vista, tuttavia, il ruolo veramente cruciale rivestito dalla disuguaglianza nella catastrofe economica è stato di natura politica.
Negli anni prima della crisi, a Washington prevaleva un notevole consenso bipartisan a favore della deregulation finanziaria, consenso non giustificato dalla teoria né dalla storia. Quando è subentrata la crisi, c’èstata una corsa a salvare le banche. Ma, non appena si è conclusa questa fase, si è affermato un nuovo consenso, che ha comportato di lasciar perdere la creazione di nuovi posti di lavoro e di concentrarsi sulla presunta minaccia derivante dai deficit di bilancio.
Che cosa hanno in comune i consensi pre-crisi e quelli post-crisi? Entrambi sono stati devastanti dal punto di vista economico: la deregulation ha contribuito a rendere possibile la crisi, e la precipitosa svolta verso l’austerità fiscale ha fatto più di qualsiasi altra cosa per intralciare la ripresa. Entrambi i consensi, tuttavia, corrispondevano agli interessi e ai pregiudizi di una élite economica la cui influenza politica è balzata alle stelle in parallelo con la sua ricchezza.
Ciò diventa quanto mai chiaro se cerchiamo di capire perché Washington, nel bel mezzo di una crisi dell’occupazione che si protrae, per taluni aspetti è ormai ossessionata dalla presunta necessità di tagliare Social Security e Medicare. Questa ossessione non ha mai avuto senso, dal punto di vista economico: in un’economia depressa con tassi di interesse bassi quasi da record, il governo dovrebbe spendere di più e non di meno. Oltre a ciò un’epoca di disoccupazione di massa non è certo il momento più opportuno per concentrarsi sugli eventuali problemi fiscali nei quali ci imbatteremo a qualche decennio di distanza. L’attacco a questi programmi, per altro, non è avvenuto su richiesta dell’opinione pubblica.
I sondaggi condotti presso i soggetti molto facoltosi, tuttavia, hanno messo in evidenza che — a differenza dell’opinione pubblica in generale — essi considerano i deficit di bilancio una questione cruciale e sono favorevoli quindi a ingenti tagli nei programmi assistenziali e alle reti di sicurezza. Indubbiamente, le prioritàdi quelle élite hanno il sopravvento sul nostro discorso politico.
Ciò mi porta al mio punto finale. Dietro a una parte delle reazioni eccessive contro il dibattito sulla disuguaglianza credo che c’è il desiderio di alcuni grossi esperti di depoliticizzare il nostro discorso economico, di renderlo tecnocratico, non di parte. Ma questo è un sogno impossibile. La classe sociale e l’ineguaglianza finiranno sempre coll’influenzare — e distorcere — il dibattito perfino in relazione a quelle che possono apparire questioni puramente tecnocratiche. Il presidente, dunque, aveva ragione. La disuguaglianza è davvero la sfida che definisce la nostra epoca. Faremo qualcosa per raccogliere tale sfida e reagire adeguatamente?
Repubblica 21.12.13
La destra anti-europea
di Nadia Urbinati
L’Europa ha una relazione difficile con i diritti di libertà: solida nelle stagioni di crescita economica, incerta nelle fasi critiche. Un andamento ciclico legato a doppio filo con il benessere diffuso, che è il vero pilastro della democrazia europea. Questo rende il vecchio continente a permanente rischio autoritario e illiberale. I recentissimi dati sul gradimento dei movimenti di destra dal Nord scandinavo al Sud mediterraneo confermano questa lettura. Due argomenti unificano i vari movimenti, più o meno settari e a vocazione nazional-protezionista: la disoccupazione e l’immigrazione. La responsabilità dei quali è imputata alla tolleranza nei confronti delle minoranze, ovvero all’Europa della carta dei diritti. La rinascita della destra marcia quindi insieme all’accusa populista rivolta alla dirigenza europea di chiedere sacrifici agli stati membri senza un piano preciso oltre alla salvaguardia dell’Euro, un obiettivo che non solo non è avvertito dall’opinione pubblica come giustificabile ma è inoltre associato agli interessi dell’élite economica e finanziaria.
Si tratta di ingredienti esplosivi che hanno mostrato i loro effetti devastanti altre volte in passato. Tra i temi che uniscono i vari movimenti di destra insieme a quello anti-immigranti e anti-Euro vi è quello antisemita, celato dietro l’identificazione non nuova tra l’alta finanza globale e la lobby ebraica. In un volume uscito pochi anni fa per Bollati Boringhieri e che prendeva il titolo da un’espressione di August Bebel,Il Socialismo degli imbecilli,Michele Battini spiegava l’uso antisemita dell’argomento anticapitalista, forte soprattutto nei periodi di crisi economica. Del resto, in Europa il regime dei diritti è sorto sul tronco della nazione; ciò ha fatto della cittadinanza una condizione associabile da un lato all’identità etnica e dall’altro al benessere economico. La democrazia che è nata dopo la Seconda Guerra ha conquistato credibilità sancendo un compromesso di ferro tra la libertà e il lavoro con l’esito che i molti sono diventati per la prima volta i rappresentanti dell’interesse generale della società.
Sconfiggere la povertà eliminando la disoccupazione: questo fu il presupposto sociale della democrazia europea. Il cambiamento fu epocale e coinvolse anche la scienza economica che passò dal mito del laissez faire alle politiche programmatiche dei governi centrali. Il keynesianesimo ha dato i fondamenti ideologici e politici di questo cambiamento vincendo la guerra contro il liberismo sulle barricate della crisi del 1929, che lasciò sul tappeto una disoccupazione tremenda, un nazionalismo rampante e regimi totalitari. Disoccupazione/ reazione autoritaria, occupazione/ democrazia: per quanto semplicistiche, queste due coppie hanno segnato il ritmo della storia politica europea del ventesimo e, a quanto pare, del ventunesimo secolo.
L’Europa che si prepara alle elezioni per il rinnovo del suo Parlamento rischia di diventare il capro espiatorio delle sofferenze sociali ed economiche causate da questa lunga crisi recessiva e non lenite dal patto di stabilità che sembra parlare una sola lingua: quella dei sacrifici, della riduzione delle politiche sociali, dell’aumento delle tasse, del contenimento dell’occupazione. Un ciclo perverso di costi senza benefici palpabili che ha minato il nobile compromesso di lavoro e democrazia. La nuova destra che cresce nei consensi in tutti gli stati membri dell’Unione, da Nord a Sud, va letta come l’esito della conversione al liberismo dell’Unione europea, nonostante la retorica dell’Europa sociale che appartiene a tutti gli effetti a un progetto defunto, abbandonato insieme alla volontà di unificazione politica dell’Unione. La diseguaglianza sociale ha seguito questo percorso, aumentando insieme alla conversione neo-liberista. Abbiamo assistito in questi anni ad una redistribuzione delle risorse e delle opportunità a favore dei percettori dei profitti e delle rendite senza che a ciò seguisse uno stimolo degli investimenti. Il costo per la democrazia è sempre più alto anche perché la crescita della diseguaglianza materiale rende i più abbienti insofferenti verso i bisogni di chi ha sempre meno e i meno abbienti insofferenti verso i nuovi poveri e gli immigrati. Inimicizie di classe a scalare: segno della paura generale di impoverimento e di sfiducia nelle capacità della democrazia di mantenere la sua promessa. Da qui occorre partire per comprendere le ragioni e i programmi della nuova destra europea.
Nel programma del Freedom Party olandese che ha siglato poche settimane fa l’alleanza elettorale con il Fronte Nazionale di Marine Le Pen la retorica protezionistica e anti-universalista (i diritti ai “nostri” contro gli “altri”) ha trovato largo spazio. L’attacco alle lobby ebraiche e della finanza si è combinato a quello contro la dirigenza burocratica europea e soprattutto la tolleranza verso gli immigrati. La retorica autoritaria si è tinta anche di un linguaggio cristiano nel nome del quale la lotta contro l’immigrazione diventa lotta contro la cultura islamica, scontro di civiltà e valori dai toni cupi e, purtroppo, facili. Se la sinistra non ha più un’ideologia, la destra ne ha una potente. L’alleanza tra destra olandese e francese, salutata dai rispettivi leader come “storica”, si è data l’obiettivo di «liberare l’Europa dal mostro di Bruxelles» e ha incassato in pochi giorni l’adesione di altri partiti xenofobi: il Freedom Party austriaco, la Lega Nord, il People’s Party danese e il movimento svedese di destra. Così la leader Le Pen nella conferenza dell’Aia che ha siglato il patto tra il suo partito e quello olandese: «Il tempo in cui i movimenti patriottici erano divisi, oggetto di paura e demonizzati, è finito». La destra europea è organizzata e unita e si appresta a conquistare l’Europa, detronizzando i mistici dell’Euro e, insieme a loro, la cultura e la pratica dei diritti per cui l’Europa è andata fiera nel mondo.
Un’Unione europea fortemente sbilanciata a destra è un obiettivo purtroppo non irrealistico in questa età di impoverimento e di malcontento. Anche perché le forze socialiste e democratiche non sanno opporre con la necessaria determinazione proposte capaci di rilanciare il connubio lavoro-diritti. E così si ipotizza che il 30% dei seggi parlamentari verrà occupato dai partiti anti-europei. Il presidente della Commissione José Manuel Barroso ha messo in guardia nei confronti di questa retorica populista e xenofoba. Ma il lamento non sortisce effetto se l’Europa non sa mantenere la promessa di costruire e difendere una cittadinanza democratica sociale.
il Fatto 21.12.13
“Aborto criminale” Rajoy cancella Zapatero
A Madrid prova di forza del Parito Popolare: voterà da solo la riforma in Parlamento
I socialisti alle deputate PP: Pensate alle donne
di Alessandro Oppes
Madrid Con la destra al governo, la Spagna torna a criminalizzare l’aborto. Come trent’anni fa, ma anche peggio. Perché almeno, nella prima legge del post-franchismo che regolava l’interruzione della gravidanza – quella varata da Felipe González nel 1985 – si ammettevano tre eccezioni al divieto: nei casi di violenza sessuale, di grave pericolo per la salute fisica o psichica della madre, o quando fosse accertata una malformazione del feto. Ora cade quest’ultimo presupposto, che può essere tenuto in considerazione solo se i medici valutano che, una volta diagnosticata una malattia invalidante del nascituro, anche la madre può subire nefaste conseguenze dal punto di vista psicologico.
Dopo tante promesse non mantenute – soprattutto nel campo della politica economica – Mariano Rajoy rispetta così uno dei suoi impegni elettorali. E si tratta probabilmente di quello che aveva assunto con maggiore solennità. Cede alle pressioni dell’ultradestra e spazza via la riforma voluta appena tre anni fa da José Luis Rodríguez Zapatero, con la quale la Spagna si allineava alla maggior parte dei paesi dell’Unione Europea, riconoscendo alle donne il diritto di abortire senza limitazioni nelle prime 14 settimane di gestazione. Una libertà di scelta che veniva estesa anche alle minorenni, a partire dai 16 anni, senza l'obbligo di richiedere l’autorizzazione dei genitori. Quella legge provocò una levata di scudi dei settori più conservatori del mondo cattolico, in testa i vertici della Conferenza episcopale guidata dall’arcivescovo di Madrid, Antonio Maria Rouco Varela (oggi probabile pensionando, all'età di 77 anni, dopo aver goduto della grande amicizia di Joseph Ratzinger, che non sembra essergli stata rinnovata da Papa Bergoglio).
I movimenti “pro life” scendevano in piazza contro Zapatero, animati proprio dalla Curia. Ora si rovesciano i ruoli. E sono i socialisti e le associazioni femministe a scendere sul piede di guerra. Pronti a protestare con grande intensità dal momento in cui il disegno di legge, annunciato ieri dal ministro della Giustizia Alberto Ruiz Gallardón, arriverà all’esame del Parlamento, dove il Partito Popolare, forte della maggioranza assoluta, ha i numeri per approvarlo anche in perfetta solitudine. E' per questo che il Psoe ha già fatto sapere che chiederà il voto segreto su una normativa che ritiene “non necessaria, cinica e ingiusta”. E la vice-segretaria generale socialista, Elena Valenciano, lancia un appello alle dirigenti e alle deputate popolari perché “pensino come donne” al momento di decidere. Le norme restrittive, fa notare la sinistra, non portano a una riduzione del numero di aborti. Al contrario, favoriscono la clandestinità e creano condizioni sanitarie di rischio estremo.
Corriere 21.12.13
La crudeltà dimenticata
di Sergio Romano
Accade agli Stati ciò che accade a una personalità politica quando è colpita da un ictus o da un infarto. Finché vi è speranza di salvarlo, i dottori descrivono in un bollettino medico le sue condizioni di salute. Quando si accorgono che le cure non hanno effetto e che il malato è incurabile, i bollettini diventano sempre più rari. La stampa internazionale avrebbe materia per dedicare ogni giorno una buona parte della prima pagina alla guerra civile siriana.
Due rapporti recenti — uno di agenti delle Nazioni Unite, l’altro di Amnesty International — dimostrano che ciascuna delle due parti, per fare il vuoto intorno al nemico, colpisce sempre più crudelmente la popolazione civile. Gli uomini, le donne, i bambini, vengono arrestati, imprigionati, torturati. Molti, soprattutto nelle zone controllate dal governo, scompaiono. Ciascuna delle due parti si accanisce soprattutto su coloro che possono, sia pure indirettamente, servire all’altra. Tutti obbediscono alla regola secondo cui «è mio nemico anche il medico che cura le ferite dei miei nemici».
Le responsabilità maggiori, dal punto di vista del diritto internazionale, sono del governo di Bashar Al Assad, colpevole di quella che appare sempre di più una guerra a oltranza dello Stato siriano contro i propri cittadini; ma quelle morali sono equamente distribuite. Abbiamo denunciato l’uso delle armi chimiche perché erano state lungamente sul banco degli accusati e avevano provocato interminabili dibattiti internazionali. Ma questo stillicidio di violenze quotidiane persino peggio. Perché i bollettini medici sono diventati sempre più rari? Conviene ricordare che non tutti i medici erano d’accordo sulla diagnosi e sulle cure. I principali dottori accorsi al capezzale del malato — Arabia Saudita, Iran, Qatar, Russia, Stati Uniti, Francia, Turchia, per non parlare della Cina e di altre potenze europee — volevano la guarigione del proprio paziente e la morte dell’altro. Non somministravano medicine, ma armi, intelligence, sostegno logistico. Non lavoravano per la pace, ma per la vittoria del loro rispettivo pupillo. Poi, gradualmente, ogni dottore ha capito che il suo paziente gli stava scappando di mano, non accettava consigli e si rimetteva alla strategia della sua fazione più radicale. È accaduto nel campo del regime, ma anche in quello della resistenza, sempre più soggetta alle infiltrazioni di Al Qaeda.
Nessuno lo ammette esplicitamente e qualcuno, come un principe saudita, ventiduesimo figlio del fondatore del Regno, ha scritto recentemente su un giornale americano, che il suo Paese, se necessario, farà da sé, anche se la sua politica sarà radicalmente diversa da quella degli Stati Uniti.
Ma tutti sanno che da una guerra come questa uscirà vincitore soltanto quello che sarà riuscito ad annientare spietatamente tutti i suoi nemici.
La conferenza di Ginevra sulla Siria, se verrà convocata, avrà un senso soltanto quando i Paesi coinvolti nella crisi (fra cui finalmente anche l’Italia) si saranno accordati su due misure: la sospensione di qualsiasi assistenza che non sia strettamente umanitaria e la creazione di un cordone sanitario intorno al territorio siriano per impedire il passaggio di qualsiasi fornitura militare.
Non sarebbe la fine della guerra, ma potrebbe essere l’inizio di una fase nuova, il primo passo verso un reale negoziato.
Corriere 21.12.13
Rivalità e vendette tra due Islam dietro la tangentopoli della Turchia
di Antonio Ferrari
Nessuno sa prevedere come finirà, perché tutto è vischioso e complesso nella guerra strisciante che sta avvelenando la Turchia. L’arrogante ma vincente premier islamico moderato Recep Tayyip Erdogan ha trovato infatti l’avversario politico che può impensierirlo. Non un laico, espressione del vecchio establishment secolare, fedele alle idee di Ataturk. Quel che preoccupa Erdogan è un altro leader islamico-moderato, Fetullah Gulen, che partì per gli Usa nel 1999 perché inviso ai governi laici di allora.
Il predicatore Gulen sperava che con l’irresistibile ascesa di Erdogan, il suo movimento politico-religioso avrebbe avuto potere crescente. È stato così all’inizio. Ora tra Gulen e Erdogan è guerra. Da due anni, rapporti tesi. Poi, schermaglie sempre più velenose. Adesso il conflitto è aperto. Gulen non ha tollerato la decisione del governo di ridurre le scuole private, che sono le fondamenta sociali del predicatore.
La reazione allo sgarro (così viene ritenuto) è stata quindi durissima. In due giorni sono state arrestate — con pesanti accuse di corruzione — oltre 50 persone: tre figli di ministri in carica, cinque capi della polizia, alcuni uomini d’affari legati al partito di governo Akp. Un chiaro segnale di guerra aperta nel mondo islamico turco, diviso persino sull’aggettivo «moderato»: in quanto il movimento di Gulen si ritiene assai più tollerante e conciliante dell’intransigente Erdogan. Considerazioni e valutazioni discutibili, perché la rete del predicatore è una vera piovra: possiede e controlla scuole e università non solo in Turchia ma in tutti i Paesi turcofoni, nel Medio Oriente, in Asia e in Africa. Ha iniziato da anni una vincente operazione, conquistando seguaci in tutte le istituzioni della Repubblica, a cominciare dalla magistratura.
Erdogan, che all’inizio riteneva di aver trovato nel predicatore esiliato negli Usa un sostenitore, ora deve fare i conti con un avversario «interno» che, se potesse presentarsi come candidato alle elezioni, toglierebbe al premier una fetta dei suoi consensi. Il primo ministro, che già ha commesso gravi errori con la repressione avviata per il parco di Gazi e con il sostegno ai Fratelli musulmani egiziani, corre adesso il rischio più grave: ritrovarsi, nell’anno delle elezioni amministrative, ad affrontare l’incognita più insidiosa: una crisi tutta interna al suo stesso campo islamico-moderato.
Repubblica 21.12.13
L’edificio di Piacentini a Reggio Calabria è stato ampliato e rinnovato Il museo archeologico ospiterà le statue degli eroi e materiale mai visto prima
Lc casa dei Bronzi
Finalmente si rimettono in piedi i due guerrieri di Riace
di Francesco Erbani
È la casa dei Bronzi di Riace, ma non solo. Quello che si apre oggi a Reggio Calabria è un Museo archeologico restaurato e in gran parte nuovo. Il suo allestimento è ancora provvisorio: adesso si limita ad alloggiare i due guerrieri, forse eroi mitologici, di cui poco si sa, salvo che sono capolavoro di autori diversi e che risalgono al V secolo avanti Cristo. Ma quando fra sei mesi verrà completata, la sistemazione del Museo documenterà con tanti materiali inediti sia la stagione della Magna Grecia sia altre vicende della storia antica di quella regione. E diventerà un prezioso polo d’attrazione culturale, provando a rovesciare una storia spesso portata ad esempio di trascuratezza verso i beni culturali.
Giunge così a conclusione, conuna forte accelerazione finale, e dopo ripetuti stop and go,uno dei cantieri più impegnativi che investono tutela e valorizzazione del patrimonio artistico italiano. Il vecchio museo di Marcello Piacentini è stato integralmente e filologicamente restaurato dallo studio romano Abdr (Paolo Desideri e i suoi collaboratori), dotato di norme antisismiche e di moderni impianti di aerazione. Inoltre l’edificio, risalente al 1937, prima opera pubblica in cemento armato, è stato ampliato e potrà così ospitare reperti finora custoditi nei depositi.
Spiega Simonetta Bonomi, soprintendente archeologica della Calabria: «Con l’allestimento definitivo, mostreremo oggetti mai visti e anche oggetti già visibili, ma in maniera del tutto nuova, privilegiando il loro contesto storico e culturale. Inoltre daremo spazio ai fenomeni precedenti la colonizzazione greca, con materiali provenienti da Sibari e da Caulonia. E metteremo l’accento su fasi ancora in via di approfondimento, come l’età del bronzo e l’età del ferro, o quella dei contatti con i Micenei. Una sezione documenterà la presenza degli Enotri, l’antica popolazione presente in Calabria e in altre regioni meridionali nell’XI secolo avanti Cristo. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’ingrandimento degli spazi espositivi».
Intanto da oggi, con l’inaugurazione cui parteciperà anche il ministro Massimo Bray, il Museo esibisce i suoi pezzi più celebrati. I due Bronzi vennero recuperati nel tratto di Ionio davanti alla spiaggia di Riace nel 1972. Furono esposti alQuirinale nel 1981, suscitando una memorabile ondata di entusiasmo, con file chilometriche che si ripeterono per giorni e giorni. Da allora sono diventati un simbolo, ma la loro immagine è stata anchesvilita e deformata ad uso di spot pubblicitari. E tuttora si immagina di trasferirli un po’ dovunque, messaggeri di una malintesa eccellenza italiana. Ora le due statue, restaurate dall’Iscr (Istituto superiore di conservazione e restauro), sono tornate dov’erano, nel museo reggino, ma in sale integralmente nuove. I due guerrieri sono sistemati su piedistalli di marmo separati da un’intercapedine e da quattro sfere, sempre di marmo, che hanno il compito di assorbire le scosse sismiche (l’intervento è stato curato dall’Enea).
Ai due Bronzi fanno da cornice una serie di capolavori forse menonoti, ma di pregio indiscusso e già ospitati nel vecchio museo piacentiniano: le teste di uomini barbuti provenienti dal relitto di una nave affondata al largo di Porticello, a Villa San Giovanni, oppure la testa di Basilea e la testa del Filosofo (entrambe del V secolo a.C.), o, ancora, la testa in marmo di Apollo, il kouros (giovane) di Reggio Calabria. A contrasto con l’antico, nel grande cortile ora coperto da un’avveniristica copertura intensegrety («un insieme continuo di cavi e puntoni mai realizzato in queste dimensioni in Italia», sottolinea Desideri), le pareti sono impreziosite da un intervento dell’artista calabrese Alfredo Pirri che, sfruttando la luce proveniente dal soffitto, crea una serie di giochi d’ombra.
Il Museo ora avrà un proprio laboratorio di restauro, una biblioteca e, sul tetto, una caffetteria dalla quale l’occhio spazierà interamente sullo Stretto di Messina. Di un nuovo Museo archeologico a Reggio, che fosse all’altezza del grande patrimonio custodito, si parla dal 2006. Originariamente l’allora direttore regionale dei Beni culturali, Francesco Prosperetti, pensò che si potesse costruire un edificio sul lungomare. Ma l’idea venne accantonata e si optò per il restauro del palazzo piacentiniano. Fu sempre Prosperetti ad avviare lo studio preliminare, che venne poi ereditato da Desideri. Il progetto fu approvato da una commissione presieduta da Salvatore Settis e il cantiere venne avviato nel 2010 ad opera di un’impresa di Altamura, la Cobar. Nel giro di un anno e mezzo i lavori erano praticamente conclusi (nel frattempo Prosperetti era tornato a dirigere i Beni culturali in Calabria). Ma mancavano i finanziamenti per l’allestimento interno, sempre curato dallo studio Abdr. Sono stati prima Fabrizio Barca, ministro della Coesione territoriale nel governo Monti, e poi Massimo Bray, a imprimere una svolta. Che ora giunge al suo approdo.
Racconta Desideri: «Abbiamo curato con attenzione la pulizia dell’aria: di fatto i pochi visitatori che a turno entreranno nella sala dei Bronzi saranno puliti da tutte le contaminazioni chimiche e batteriche. Una specie di lavaggio. La parte impiantistica è stata realizzata rispettando la struttura di Piacentini. Abbiamo studiato a fondo i suoi disegni e abbiamo trovato anche le sue lettere a Mussolini nelle quali si lamentava che il ferro previsto per le finestre era stato dirottato per farne cannoni».
Repubblica 21.12.13
A Natale e Capodanno oltre 250 siti d’arte aperti
ROMA — Il ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo ha fatto sapere che il 25 dicembre e il 1° gennaio oltre 250 tra musei, aree e parchi archeologici statali osserveranno l’apertura straordinaria. In molti dei musei sarà possibile partecipare a eventi e iniziative come visite guidate, esposizioni speciali, concerti e accessi a luoghi solitamente chiusi al pubblico. Sabato 28 dicembre tutti i musei statali saranno aperti gratuitamente per l’intera giornata. Inoltre, in occasione della VI edizione di “Una notte al museo”, la gratuità sarà estesa anche alle aperture straordinarie serali dei luoghi d’eccellenza del patrimonio dalle 20 alle 24. «Insieme all’ingresso gratuito del 28 – ha dichiarato il ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Massimo Bray, in una nota – l’apertura straordinaria a Natale e Capodanno di molti musei e siti archeologici permetterà a cittadini e turisti di godere pienamente nel corso delle festività del nostro straordinario patrimonio culturale».
Per l’elenco completo dei siti aperti, orari e costo del biglietto si può consultare il sitowww.beniculturali.it o chiamare il numero verde gratuito 800991199.
Repubblica 21.12.13
Il ministero taglia gli Istituti di cultura
Prevista una riduzione del dieci per cento tra le prime proteste
di Raffaella De Sanctis
La spending review non risparmia neanche gli Istituti culturali italiani nel mondo. In tempi di tagli il ministero degli Affari Esteri ha annunciato la chiusura di una serie di Istituti (prima si era detto undici, poi sono diventati dieci, ora – notizia di ieri – pare siano scesi a otto), motivando il provvedimento, che comprende anche quattordici sedi fra consolati e ambasciate, con il bisogno di “riorganizzare la rete diplomatica-consolare”. Di certo nella lista degli Istituti compaiono soprattutto paesi europei: Lione, Lussemburgo, Stoccarda, Wolfsburg, Francoforte, Salonicco. A cui si aggiungono Ankara e Vancouver, mentre le basi di Grenoble e Innsbruck di fatto già non sono più operative. E Strasburgo, snodo essenziale in Europa, che fino a qualche giorno fa era tra i sommersi, oggi invece passa tra i salvati, insieme a Washington e Copenhagen. Ma l’elenco non è ancora ufficiale e chissà non ci siano altri ripensamenti.
Colpisce il fatto che il provvedimento arrivi proprio alla vigilia della presidenza del Consigliodell’Unione europea, prevista nel secondo semestre del 2014. Eppure il ministero sembra proprio in questa fase orientarsi verso est e, interpellato da Repubblica, fa sapere di voler aprire un’ambasciata d’Italia in Turkmenistan e consolati generali in Cina e Vietnam e di puntare sui paesi del Golfo e in generale sull’Asia centrale. Mercati considerati evidentemente più interessanti di quello europeo. Il vice ministro per gli Affari Esteri Marta Dassù ci anticipa quanto troveremo scritto per esteso nel documento “Farnesina 2015” di prossima pubblicazione: «Premetto che la diplomazia culturale è decisiva, come strumento di politica estera. Una serie di leggi ci impongono di razionalizzare la rete delle ambasciate, dei consolati e degli istituti di cultura, riducendo il numero degli uffici esteri. Il risparmio esiste, naturalmente. Ma non è l'unica motivazione. Questa razionalizzazione permette di concentrare le risorse degli Esteri, in assoluto ormai molto scarse, su un numero di sedi strategiche». Ma cosa accadrà nel nostro continente? La prima funzione di un istituto culturale è diffondere la cultura italiana all’estero, aiutare a farla conoscere. Il vice ministro Dassù difende la razionalità economica e politica del provvedimento: «Il principio è quello delle economie di scala. In prospettiva, meglio avere un solo, grande istituto di cultura per paese che una miriade di piccoli centri senza mezzi».
Ai direttori degli Istituti in via di sparizione, la questione risulta però meno chiara. I costi innanzitutto: i tagli degli Istituti assicurerebbero un risparmio totale di meno di un milione di euro l’anno, costando ognuno una media di 100 mila (Lussemburgo ne costa 80 ma riesce a guadagnare tra corsi sponsor e concerti 25 mila euro, Copenhagen riceve 132 mila euro di contributi statali, Salonicco 18, Stoccarda circa 100, Francoforte 110, Wolfsburg 100, Vancouver 142, Strasburgo sui 100, Ankara 192, Lione 122, dati del 2012). Certo, forse è vero che non tutti gli Istituti riescono a impiegare al meglio le loro risorse. Alcuni non hanno un edificio proprio e, dovendo pagare l’af-fitto, hanno un budget minore da investire, come Wolfsburg (70 mila euro annui di pigione e 30 mila per le spese di gestione nel 2012), Ankara (che però dichiara un tasso di autofinanziamento del 34% nel 2012) o Lione (nel 2013 un guadagno, nonostante le spese, intorno ai 25 mila euro e 90 eventi organizzati). Tanti Istituti hanno prodotto eventi interessanti, ospitando mostre d’arte e rassegne culturali di libri, cinema, teatro e organizzando corsi di lingua italiana, fonti effettive di guadagno. Stefano Benni, che è stato spesso invitato da molti Istituti di cultura italiana, li difende: «Posso ricordarne alcuni mal diretti, con direttori scelti per motivi politici e non per competenza. Altri gestiti in modo mondano e clientelare per pubblicizzare e far lavorare mogli e mariti e parenti. Ma nella maggior parte dei casi ho incontrato persone appassionate, che con pochi soldi cercano di raccontare la cultura italiana al mondo, combattendo i luoghi comuni che solo in parte meritiamo».
Nel mondo ci sono in tutto novanta Istituti Italiani di Cultura (IIC), che costano allo Stato intorno ai 10 milioni di euro annui (a cui vanno aggiunti i costi del personale, circa 200 mila euro a Istituto). Fra un po’ di giorni saranno ottantadue. Fino a ieri pareva dovesse finire al macero perfino Bruxelles, sede delle più importanti istituzioni dell’Unione Europea. Poi il pericolo è rientrato, anche se pare che ci sia in ballo il progetto di vendere l’edificio in cui l’Istituto ha sede e nelle cui aule si tengono circa 106 corsi l’anno per un totale di 3 mila ore di lezione e più di 1.100 studenti. Corsi che rendono 180 mila euro annui, a cui ne vanno aggiunti 20 mila guadagnati con gli eventi (179 nel 2013) e 100 mila ottenuti dagli sponsor. Bruxelles riceve dallo Stato poco più di 200 mila euro l’anno.
Nel frattempo iniziano a reagire scrittori e intellettuali. In difesa dell’Istituto di Lussemburgo è stata scritta una lettera al presidente del Consiglio Enrico Letta da parte dello scrittore Jean Portante, insieme a Claude Frisoni ed Enrico Lunghi, direttore del Museo d’Arte Moderna. E in soccorso di Copenhagen hanno scritto una lettera a Napolitano i docenti di Italianistica dell’università cittadina. Forse, cifre alla mano, bisognerebbe valutare bene il rapporto costi benefici di ogni Istituto e salvare quelli che rendono, con in mente tre parametri chiari: eventi organizzati, iscritti ai corsi e profitti.
il Fatto 21.12.13
Il saggio
Schnitzler. L’indagatore dei sogni
di Caterina Bonvicini
SOGNI Arthur Schnitzler Il Saggiatore pagg. 437 © € 35
SE PER NATALE volete stupire un lettore raffinato, che ama frugare nella vita privata degli scrittori, regalategli “Sogni” di Arthur Schnitzler (Il Saggiatore): è il diario più curioso che si possa trovare. Perché è un’autobiografia dell’inconscio. Per 56 anni, dal 1875 al 1931, cioè dal ginnasio fino alla morte, Schnitzler ha annotato metodicamente i suoi sogni (e a volte anche quelli degli altri). Possono assomigliare agli incubi di Kokoschka provocati da Alma Mahler, quindi ai suoi quadri, come essere inquietanti prefigurazioni del nazismo. La Vienna di quel periodo compare tutta, al risveglio. Il bellissimo saggio di Vittorio Lingiardi e Agnese Grieco spiega bene questa ossessione dell’autore di “Doppio sogno”: Freud, che naturalmente conosce, c’entra e non c’e n t ra . Il vero doppio è lui. Negli stessi anni, Schnitzler arriva a uguali conclusioni, ma per vie intuitive e letterarie, e riesce addirittura a percepire, con lungimirante chiarezza, i limiti della psicoanalisi appena nata.
l’Unità 21.12.13
I consigli di Fresu
A Natale Bach e Coltrane
«Goldberg Variations» e le «Ballads» ma anche De Moraes cantato da Bethânia
di Paolo Odello
UNA TROMBA CHE NON HA BISOGNO DI PRESENTAZIONI. COMPOSITORE E MUSICISTA JAZZ, docente, direttore artistico di osannati festival, appassionato e instancabile animatore culturale, costringere tutta la storia di Paolo Fresu dentro una sola definizione è impossibile. La sua Tuk Music, l’etichetta fondata nel 2010, si è imposta di diritto sulla scena italiana come garanzia di una qualità costruita con passione e curiosità verso altre esperienze. La stessa con cui guarda al mondo.
Una colonna sonora per le festività, quale musica regalare, o regalarsi, a Natale? «Non andrei a cercare chissà quale ultima novità. A costo di apparire noioso consiglierei di tornare a frequentare il già conosciuto, quel patrimonio inossidabile di musica senza tempo. Il Bach delle Variazioni Goldberg per esempio, nella versione di Glenn Gould oppure nella trascrizione per archi di Dimitry Sitkovestky, Goldberg Variations Nonesuch records. Natale, le sue feste, sono sinonimo di ritorno a casa, di voglia di ritrovare la sicurezza avvolgente dell’intimità familiare e allora cosa c’è di meglio di riscoprire colori e sapori già frequentati? Consiglierei anche qualcosa di autenticamente brasiliano come Que falta você me faz, un omaggio al poeta Vinicius de Moraes cantato da Maria Bethânia, lo acquistai anni fa a Bahia, lo ascolto spesso e non delude mai. E non mi farei mancare un buon Coltrane d’annata, Ballads, avvolgente e caldo come una serata fra amici».
E il jazz italiano, qual è il suo stato salute?
«Verrebbe da dire ottimo se a fare da contrappeso a una qualità ormai riconosciuta a livello mondiale non ci fosse il disinteresse di una classe dirigente che da troppi anni guarda alla cultura tutta come a un qualcosa di superfluo. L’Italia è un Paese che ha nelle sue diversità la sua più grande ricchezza. Una ricchezza che nella musica, nella creatività tutta, è un valore aggiunto che non tutti possono vantare. Ci permette di essere ricettivi, di guardare a ogni esperienza, dall’Opera al jazz americano degli anni ’50, dalla musica popolare a quella colta, il jazz poi, musica spugnosa per sua natura, si nutre e vive di contaminazioni. Così ci ritroviamo ad avere un gran numero di giovani musicisti di grande talento, artisti di spessore che però sono abbandonati a loro stessi, costretti a fare i conti con un mercato asfittico e con spazi live ridotti all’osso dai continui tagli. Però qualcosa si sta muovendo e, nonostante la crisi continui a mordere, oggi le istituzioni sembrano essere decisamente meno sorde di ieri».
Continuare a fare musica in tempo di crisi, perché?
«Perché per capire le cose, la realtà che viviamo, è fondamentale imparare a guardarle da più punti di vista, e la musica questo insegna e aiuta a fare. È la forma di arte che forse più di ogni altra invita all’incontro con l’altro inteso come persona e non più come straniero o peggio che mai nemico. Nei momenti di crisi il rischio che corre una comunità è quello di implodere dentro migliaia di solitudini individuali, un concerto è un buon lasciapassare verso la riscoperta di una necessaria socialità».