l’Unità 4.4.12
Ora il Pd scelga il Pse
di Sergio Cofferati
È arrivato il momento per il Pd di organizzare la sua adesione al Partito Socialista Europeo. Le ragioni che sollecitano l’ingresso nella famiglia socialista sono molteplici. Al momento delle ultime elezioni per il Parlamento europeo il partito socialista accolse la richiesta del Pd di accoglierlo nel gruppo parlamentare cambiando il profilo e la denominazione di quello precedente. Il nuovo gruppo è diventato quello dei Socialisti e Democratici e a distanza oramai di tre anni si può dire che la contaminazione ha prodotto effetti importanti sia sul piano delle politiche del gruppo che delle responsabilità assunte e risolte dagli italiani.
Il dibattito che si sta sviluppando nella gran parte delle forze socialiste e socialdemocratiche europee è di grande interesse e delicatezza, potrebbe sfociare nella riproposizione di vecchi e consolatori modelli laburisti oppure in nuovi progetti di sinistra dinamica e capace di coniugare diritti di cittadinanza e diritti del lavoro con una economia sostenibile. Molto dipende dalle volontà nazionali ma la seconda ipotesi, quella che anche noi cerchiamo di proporre, sta guadagnando consensi. Per il suo sviluppo, fino a diventare maggioritaria, sarà decisivo il congresso del Pse in autunno, quello che dovrà sostituire nel ruolo del presidente Rasmussen ma che in particolare dovrà fissare la nuova rotta socialista.
Assistere dall’esterno a questo dibattito, come sarà inevitabile se la nostra collocazione attuale non muterà, diventerà un errore rilevante per l’oggi e per il domani. Sarebbe ben più utile porre in essere contemporaneamente la richiesta di ingresso e quella, al Pse, di trovare insieme le modalità per rendere visibile e potenzialmente produttiva la novità politica, esattamente come si fece per la costituzione del gruppo S&D.
Il lavoro di questi mesi, utilissimo, per individuare un progetto comune tra Bersani, Holland e Gabriel cammina in quella direzione. Non è un caso che i tre leader abbiano avvertito l’esigenza, nel mezzo d una durissima crisi finanziaria, economica e sociale che investe l’Europa di costruire un progetto comune per la crescita e lo sviluppo che contrasti efficacemente la linea della destra ancorata alla sola stabilità e alle presunte funzioni taumaturgiche del mercato.
Il lavoro dei tre è ovviamente mirato alle consultazioni elettorali future ma si basa anche su una condivisione di valori e non solo di azioni politiche. Dunque può consolidarsi in una comune casa che rafforzi quei valori e ne estenda l’efficacia e l’importanza. Nello stesso tempo è ripresa nel Parlamento europeo la discussione su come rinforzare la struttura delle istituzioni europee avvicinandole nel contempo ai cittadini. Si è fatta l’idea di un «ministro dell’Economia» con funzioni simili a quelle del commissario alle Politiche estere per dare uniformità e coerenza all’azione fiscale e a quella economica. Ancora più importante è arrivare all’ipotesi dell’elezione diretta del Presidente della Commissione e della presentazione di liste transnazionali alle prossime lezioni europee.
Queste ipotesi, delle quali si discute seriamente, sono attivabili con efficacia da partiti europei, che devono avere ampia rappresentanza e massa critica in tutto il Continente. Anche questo treno non può essere lasciato passare con indifferenza o distrazione.
Nelle ultime settimane, infine, è stato scritto e reso pubblico un appello per il rilancio del socialismo in Europa, lo ha redatto Harlem Desir, il segretario reggente del partito socialista francese. La proposta è stata firmata da molti di diversa provenienza e responsabilità. È l’ulteriore conferma di quanto siano condivise alcune esigenze e di quanto sia largo l’orizzonte delle sensibilità che convergono verso i valori ai quali il documento si ispira. Lo ha autorevolmente ricordato Jacques Delors nel suo intervento a sostegno del manifesto la scorsa settimana a Bruxelles.
Il rafforzamento della rappresentanza sovranazionale, quella politica, quella economica e quella sociale è indispensabile per uscire dalla crisi rilanciando l’Europa. È una sfida per tutti. I grandi cambiamenti si realizzano attraverso il confronto esplicito e leale all’interno di una struttura e non guardando con distacco il lavoro e il travaglio degli altri.
l’Unità 4.4.12
Una Repubblica fondata sui partiti personali
di Michele Ciliberto
Fino a quando abuserai, Catilina, della pazienza nostra?», esclama Marco Tullio Cicerone in una delle sue più famose arringhe, rivolgendosi a quello che egli riteneva uno dei più efferati nemici della Repubblica romana. «Fino a quando abuserete della pazienza nostra?», verrebbe da esclamare vedendo in quale abisso sia piombata la Lega Nord.
Vale a dire il partito che dell’estraneità ai vizi della «politica romana» aveva fatto la sua insegna e la sua principale arma di combattimento. Fino a quando continueranno ad abusare della nostra pazienza i faccendieri che hanno devastato la vita pubblica della Seconda Repubblica?
Giorno dopo giorno vengono alla luce, sistemandosi in un quadro unitario, vicende che senza risparmiare nessuno dei protagonisti di una stagione ventennale mostrano a quale livello di degenerazione etica, civile, morale, fosse arrivata, sotto di loro, l’Italia. Occorre però individuare i moventi profondi che hanno portato a questi processi di disgregazione e corruzione dei vincoli che sono alla base di ogni vivere civile.
Se c’è una cosa che appare chiara e definitiva dal complesso di questi fenomeni è questa: la cosiddetta Seconda Repubblica è finita. Ma non è un caso se siamo arrivati a questo punto, e in questo modo: sono le conseguenze del regime che è stato instaurato in Italia in questi venti anni; di quella particolare forma di dispotismo democratico che viene catalogato con il termine berlusconismo. Da qui bisogna partire, se si vuole capire la profondità della crisi; dalle scelte e dalle decisioni di carattere legislativo, giuridico, politico (e anche etico) che hanno condotto l’Italia a una situazione dalla quale solo ora sta cominciando a uscire, a prezzo di lacrime e sangue, e a spese dei più deboli, vecchi o giovani che siano.
Un presidenzialismo parlamentare, un maggioritario di coalizione in chiave personalistica, una sistematica rottura degli equilibri fra i poteri repubblicani, un uso privatistico dello Stato, dei partiti e della giustizia, la distruzione dei corpi intermedi, un individualismo sfrenato, una rottura dei vincoli di solidarietà: sono stati questi i caratteri del dispotismo che si è imposto in Italia e che stavano portando il Paese alla catastrofe al ritmo di un demenziale ballo Excelsior.
Ma occorre interrogarsi a fondo sulle cause di tutto questo, ed esse risiedono anche in processi di degenerazione che possono aprirsi, e si sono in effetti aperti, anche dentro la democrazia. Bisogna ricordarselo specialmente ora: Berlusconi è andato al potere sulla base di un consenso popolare assai vasto, talvolta vastissimo. Non serve imprecare contro il destino cinico e baro, se questo è accaduto. C’e stata una responsabilità anche dei partiti democratici, che non hanno saputo riformarsi e mettersi al passo dei tempi, stabilendo un nuovo legame tra governanti e governati, ricucendo la rottura profonda che aveva cominciato a prodursi negli anni Ottanta del secolo scorso, radicalizzandosi nei decenni successivi fino al trionfo di Berlusconi. Anzi, i partiti democratici hanno talvolta giocato col fuoco scendendo sul suo terreno, senza rendersi conto che rischiavano di imboccare una strada senza uscita per la vita della nazione.
Se si volesse trovare qualcosa di utile in quello che sta accadendo in queste settimane, in queste ore, si potrebbe vederlo solo in questo: mostra a tutti a quale corruzione l’Italia fosse precipitata; quanto fosse necessaria la scelta di un governo come quello di Monti per cominciare a uscire dalla palude; come sia necessario ricostituire, nel nostro Paese, una democrazia parlamentare di tipo rappresentativo, varando leggi elettorali adeguate allo scopo. Ma per far questo l’Italia ha bisogno di combattere i denigratori della politica; gli artefici di vecchie e nuove forme di qualunquismo e populismo; e anche i sostenitori di un primato dei «tecnici» senza se e senza ma, perché i tecnici sarebbero seri, obiettivi, al di sopra delle parti, gli unici custodi del bene pubblico. Come diceva il vecchio Croce, in situazioni eccezionali i farmaci anche amari possono essere necessari, a patto di essere temporanei. Altrimenti si trasformano in malattia.
il Fatto 4.4.12
I soldi della Margherita
Dopo Rutelli dai Pm arriva la moglie di Lusi
“Mio marito ha agito per il partito”
di Rita Di Giovacchino
Quella tra Francesco Rutelli e l'ex tesoriere è la guerra dei Roses all'interno dei Dl e come ogni divorzio che si rispetti prosegue tra comunicati, istanze, querele, interviste, perizie, controperizie e, naturalmente, interrogatori. Nessuno indietreggia.
Ieri al terzo piano della procura è comparsa Giovanna Petricone, 46 anni, moglie di Luigi Lusi. Pallida, occhialini tondi, aria smarrita, la signora, accompagnata dall'avvocato Renato Archidiacono, è rimasta due ore nella stanza del sostituto Stefano Pesci, è parsa consapevole della gravità delle accuse - intestazione fittizia, riciclaggio e ricettazione - e si è subito sottratta al cliché della signora inconsapevole descritta dal marito. “Forse si trattava di operazioni spericolate - ha detto - ma io sapevo che mio marito adottava queste soluzioni nell'ambito della sua attività di tesoriere della Margherita, nell'interesse del partito, dunque non c'era nulla di veramente illegale. Sono qui anche per rendere disponibili le quote della società Luigia ltd a me intestate. Del resto lo avrei dovuto fare allo scioglimento del partito”.
L'AVVOCATO Archidiacono sintetizza così: “Non è affatto vero che i beni sono sottoposti a sequestro, quello dei pm è un atto cautelativo, ma poiché fanno capo a una società canadese la titolarità è nelle mani degli indagati che semplicemente li restituiscono avendone disponibilità”. Prima dell'interrogatorio la difesa aveva depositato un'istanza di incidente probatorio finalizzata a ottenere una “superperizia” sulle movimentazioni finanziarie compiute sul conto corrente 7975 intestato alla Margherita. Un'altra perizia? Ebbene sì, finalizzata dicono a stabilire se si è davvero trattato di operazioni truffaldine. In gioco anche le carte di credito, come Lusi aveva annunciato: “Chi le ha usate al posto mio? ”.
Nel cuore della notte Rutelli aveva definito “ridicolo e provocatorio” il tentativo di Lusi di rovesciare la verità dei fatti. Quando lunedì sera è piombato a piazzale Clodio, evitando i giornalisti che lo aspettavano per il giorno dopo, ai pm ha ribadito: “Lusi ha agito al dì fuori di ogni mandato, a totale insaputa dell'intero gruppo dirigente della Margherita e con modalità accuratamente nascoste rispetto alla contabilità ufficiale".
NELLA STANZA del procuratore aggiunto Caperna è rimasto fino a mezzanotte e ha riempito tre pagine di verbali. La sua verità contro quella di un “traditore, poi ha consegnato i verbali dell'assemblea federale e del comitato di tesoreria, copia del bilancio decennale, con l'indicazione di tutte le voci di spesa, anno per anno, e in particolare sull'ultimo quinquennio: “La storia della spartizione 40 e 60 tra popolari e rutelliani è una balla, mai discussa né stabilita in alcuna sede, impossibile da definire e realizzare. Lusi, ha agito nella piena autonomia giuridica, statutaria e politica del tesoriere, avevamo fiducia in lui invece ci ha fregato”. Rutelli ha un altro asso dalla manica: le due diligence della Kpmg, agenzia esperta in analisi dei bilanci, finalmente ultimate avrebbero portato alla luce 22 differenti voci a puro beneficio della Ttt attraverso “un sistema di falsificazione e travisamento che solo dopo settimane di incroci tra costi, fatture e bonifici sta emergendo compiutamente”. Delle 22 voci che confermerebbero la condotta di Lusi, un solo esempio: la 980 del 2008 racconta come una raccomandata da 3 euro e 40 centesimi nascondeva assegni in bianco per 630 mila euro. I risultati della “copiosa indagine interna”, oltre a essere trasmessi dagli inquirenti, saranno presentati all'Assemblea federale convocata dal presidente Enzo Bianco.
La Stampa 4.4.12
Da Roma ladrona a Padania ladrona
di Giovanni Cerruti
Il 16 marzo una mano e un pennello ignoti, forse ben informati, di sicuro preveggenti, avevano sfregiato l’enorme scritta che sta sullo sfondo del pratone di Pontida. Era bastata una lettera: da «Padroni in casa nostra» a «Ladroni in casa nostra».
Dei maneggi del tesoriere Francesco Belsito già si sapeva, già si temeva. Ma nessuno poteva immaginare che si arrivasse a tanto, a quest’inchiesta su otto anni di bilanci allegri, a questi sospetti, e pesanti, sui quattrini dirottati dalle casse del partito «alle esigenze personali di familiari del leader della Lega Nord». C’era una volta Roma Ladrona, ora tocca a Gemonio.
Basta leggere le pagine della Procura e si può capire l’impaccio della Lega. Otto anni di baldoria con la cassa, proprio da quel 2004 del coccolone, da quando Umberto Bossi non è più quell’Umberto Bossi. E, attorno, quella famiglia allargata che già un anno dopo era definita «Cerchio Magico». La moglie Manuela, i figli allora ragazzini, l’immancabile Rosi Mauro più un paio di favoriti di turno con relativi clienti. Bossi, in questo come Bettino Craxi, ha sempre avuto pochi spiccioli in tasca, ma qui torna buona una vecchia battuta del socialista Rino Formica: «Il convento è povero, ma i frati sono ricchi... ».
Raccontano che il vecchio Bossi abbia passato il pomeriggio di ieri a domandarsi cosa sia successo, o cosa gli sia successo. E’ dall’inizio dell’anno che Francesco Belsito è accompagnato da pessima fama. Il 22 gennaio, Milano, Piazza Duomo, al comizio di Bossi sventolavano bandiere della Tanzania, giusto per segnalare la rabbia dei leghisti dopo le notizie sugli investimenti dell’esperto e affidabile Belsito. Quel pomeriggio, in Consiglio Federale, Bobo Maroni aveva portato la voce della «Lega degli onesti». A Belsito, tempo una settimana, erano stati chiesti i conti. Niente. Son passati due mesi e sono arrivati i carabinieri.
Il martedì di imbarazzo tra Gemonio e via Bellerio, casa e bottega che per la famiglia Bossi (e le Procure) sono ormai la stessa cosa, segnala incubi per il futuro. Non era solo Maroni a chiedere pulizia e verità, era buona parte dei parlamentari, tanto che il nuovo capogruppo Gianpaolo Dozzo, come primo atto, aveva deciso lo sfratto dell’ufficio di Belsito a Montecitorio. Ma la Lega di Famiglia e di Gemonio aveva resistito. Di più, a difendere Belsito e i suoi investimenti tanzaniani avevano mandato allo scoperto proprio Bossi, uno che con i soldi ha sempre pasticciato, anche prima del coccolone. Bossi che salva Belsito. Ma perché?
Non c’è leghista che si permetta di prendersela con Bossi, nemmeno Maroni e i suoi «Barbari Sognanti». Però è l’ex ministro, in mattinata e per primo, a commentare le notizie di cronaca giudiziaria: «Una brutta vicenda iniziata tempo fa, con indiscrezioni su operazioni diciamo strane, ed è una conseguenza molto negativa su cui non si è fatta sufficiente chiarezza». Ora, mentre la Lega di Famiglia più che con Belsito vorrebbe prendersela con Maroni, si capisce qualcosa in più. Si aspettavano le dimissioni di Belsito, e sono arrivate. Ora si attendono conti e nomi. Chi si è arricchito con i soldi dei leghisti?
E rieccole, «le esigenze personali di familiari del leader della Lega Nord». E non solo, visto che le perquisizioni riguardano anche la sede del «Sin.Pa. », che dovrebbe essere un sindacato padano guidato da Rosi Mauro. Con i soldi della Lega, sostiene la Procura di Milano, non solo viaggi e cene e alberghi. Anche altro, ad esempio macchine. Come sanno i militanti, l’amministratore Belsito con loro ha il braccino corto, mancano i soldi per l’affitto di sedi, per i manifesti, perfino la mazzetta dei giornali a «Radio Padania», che ha dovuto saltare le rassegne stampa. Per i famigli, pronta la cassa della ditta «Bossi».
La Bmw di Renzo Bossi, chissà a chi è intestata. E un appartamento appena comprato a Milano, si dice in piazza Cinque Giornate, pieno centro, sempre per Renzo. Una cascina per Roberto Libertà, l’altro figlio che la Lega di Famiglia vorrebbe candidare alle prossime elezioni politiche. E una casa in Sardegna per Rosi Mauro, o almeno così sospettano in Procura. Insomma, otto anni di spese in conto Lega. Che potrebbero costare carissime, al futuro della Lega. O Bossi non ha capito, e sarebbe già grave; o Bossi sapeva, e sarebbe ancora peggio. E prima o poi rischia davvero di trovarsi quella scritta sul muro di casa: «Gemonio Ladrona».
La Stampa 4.4.12
La quaresima della classe politica
di Federico Geremicca
Sarà perché a volte le cose si vedono meglio stando lontano dal campo di battaglia, oppure sarà per la circostanza che il passo indietro fatto in autunno non ha appannato un certo fiuto politico. Fatto sta che ci ha dovuto pensare Silvio Berlusconi ieri - a raffreddare gli spiriti di rivalsa che vanno montando nel suo partito.
Il governo di Monti non si tocca fino a fine legislatura, ha ripetuto. E a chi considera questa scelta rinunciataria, ha spiegato: «La classe politica gode della fiducia del 4-5 per cento degli italiani. E una percentuale di elettori che sfiora il 60 per cento, oggi non saprebbe nemmeno per chi votare». Quindi, nervi a posto, sostegno a Monti e avanti sulla via delle riforme.
Si tratta di una presa d’atto assai realistica circa il clima che si respira nel Paese, e che restituisce tutt’altro peso e valore alla pur importante tornata elettorale del 6 e 7 maggio. In entrambi gli schieramenti, infatti, fino ad ancora un paio di settimane fa c’era chi attribuiva al prossimo voto amministrativo addirittura il valore di un giudizio sull’operato del governo, da mandare eventualmente a casa per accorciare la penitenza cui sono obbligati i partiti. Non ci voleva molto, in verità, a capire che le cose stavano in tutt’altro modo: e che a rischiare l’osso del collo - nel voto di maggio - saranno certo più i partiti che l’esecutivo tecnico di Mario Monti.
Lo “scandalo dei tesorieri” (prima Lusi, Margherita, e ora Belsito, Lega) ha soltanto aggravato una situazione di difficoltà che era già sotto gli occhi di tutti. Difficoltà che, in parte, sono addirittura oggettive: se solo si pensa, per esempio, alla complessità di condurre una campagna elettorale contro partiti che sono avversari magari a Palermo o a Verona - per dire ma alleati (seppur di malavoglia) a Roma. O, ancora, al fatto che nessun candidato - né di centro, né di destra e nemmeno di sinistra - potrà stavolta esser sostenuto da ministri e sottosegretari col solito corteo di auto blu (con tutto quel che significa in termini di clientela, promesse e consenso). Non è forse mai accaduto, in Italia, nemmeno ai tempi del governo «tecnico» di Ciampi. Il fatto è che la «classe politica» - per usare un termine che andrebbe cancellato - è in piena Quaresima: ma con una Pasqua che appare ancora lontanissima...
A queste difficoltà oggettive si sono via via aggiunti, nelle ultime settimane, problemi che hanno fiaccato ancor di più lo stato di salute di tutte le forze politiche, praticamente nessuna esclusa. Scandali a catena - da Sud a nord - con sindaci sotto tiro per regali a base di ostriche e prelibatezze di mare, e tesorieri indagati per spaghettini al caviale a spese del partito. Poi, naturalmente, le difficoltà politiche legate all’incalzante (e discussa) azione del governo: dall’alta tensione nel triangolo Pd-CgilFiom ai malumori nel Pdl, che ha visto colpita dal governo anche parte (piccola parte...) del proprio insediamento elettorale.
I partiti, insomma, arrivano senza potere e senza quasi più onore all’appuntamento elettorale che avrebbe dovuto invece decidere della durata del governo Monti e che - al contrario - si va caratterizzando come un esame delicatissimo circa le loro possibilità di ripresa e di rilancio. Il proliferare di liste civiche e l’enorme numero di candidati in campo, forse riuscirà a mascherare le difficoltà di questo o quel partito rendendo praticamente quasi impossibile separare vinti e vincitori. Ma c’è un dato che sarà difficilmente aggirabile: il livello crescente di disaffezione elettorale.
In calo ormai da anni, la partecipazione al voto rischia di essere ulteriormente depressa dalla presenza a Roma di un governo che rappresenta - per la sua stessa e sola presenza - un muto atto d’accusa verso i partiti. A fronte di questa novità, ben altro - si era detto - avrebbe dovuto essere l’azione dei partiti. E invece, dagli scandali a raffica fino all’efficacia dell’azione politica (si pensi alla palude in cui sembrano finite le riforme) si è continuato l’andazzo di prima. Si poteva far senz’altro meglio: e il rischio, adesso, è raccogliere frutti amarissimi nelle prime vere elezioni al tempo dei tecnici...
il Fatto 4.4.12
Tribunale di Milano: “La Fiat può escludere la Fiom dalle fabbriche”
A Milano sentenza favorevole alla Fiat sull’esclusione della Fiom dalle fabbriche. “Il giudice ha riconosciuto la correttezza del comportamento tenuto dall’azienda nell’applicazione dell’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori”. Lo dichiara la Fiat in una nota nella quale ricorda che “la Fiom chiedeva la condanna della società Sirio per non aver accettato la nomina della sua Rsa e non aver permesso l’assemblea sindacale retribuita”. “Secondo la pronuncia del Giudice - afferma il Lingotto - la norma dell’articolo è chiarissima: la legittimazione e l’attribuzione dei diritti sindacali si applica soltanto ai firmatari degli accordi aziendali. Ogni altra interpretazione è assolutamente contraria alla lettera e allo spirito della legge”. Il ricorso fa parte di una serie di azioni legali promosse dalla Fiom contro società di Fiat e di Fiat Industrial che, sulla base dell’articolo 19, non accettano la nomina di Rsa da parte di sindacati non firmatari degli accordi. La sentenza di Milano risulta però opposta a quella del tribunale di Bologna che il 27 marzo aveva giudicato l’esclusione della Fiom un comportamento antisindacale.
Repubblica 4.4.12
Insulti nel giorno dell’addio l’oltraggio della destra al partigiano Bentivegna
Storace: assassino. Napolitano: uomo di valore
di Elsa Vinci
Roma, i consiglieri di circoscrizione Pdl lasciano l´aula al momento della commemorazione
In un altro municipio il minuto di silenzio alla memoria spartito con Chinaglia
ROMA - L´odio non si placa. Il sindaco Alemanno aveva promesso «tutti gli onori» al partigiano di via Rasella. Invece in più di un municipio a Roma, la stessa città che Rosario Bentivegna ha difeso dall´occupazione nazista a rischio della vita, la sua memoria è stata contestata. Oggi la camera ardente nel palazzo della Provincia, una cerimonia laica per l´addio a uno dei simboli dell´antifascimo italiano, a un eroe della Resistenza. «Protagonista di una delle più audaci azioni gappiste contro l´occupazione tedesca - ricorda il presidente Napolitano - Sempre ne difese le ragioni nel vivo delle polemiche e delle contestazioni che si succedettero. Resta indiscutibile il suo valore». Bentivegna, morto a novant´anni per le conseguenze di un ictus che lo ha colpito a gennaio, ha sempre difeso quell´azione di guerra, nonostante il peso della rappresaglia nazista alle fosse Ardeatine. Sfidò Kappler ma non si disse eroe. «Senza fare di necessità virtù», il titolo del suo ultimo libro, rende il timbro di una vita.
«Quando muore una persona, un credente prega. Ma non è obbligatorio piangere se si tratta di un assassino. Non verserò una lacrima», dice Francesco Storace, leader de La Destra. L´odio non si placa. Al diciassettesimo municipio c´è stato un episodio di contestazione, i consiglieri di centrodestra Aubert, Casano e D´Alessandro si sono allontanati polemizzando pur di non osservare un minuto di silenzio. «Assassino», hanno gridato. Li ha difesi Fabio Sabbatani Schiuma, dell´esecutivo romano del Pdl. Al quinto municipio la commemorazione, anche qui sessanta secondi, è stata addirittura spartita con Giorgio Chinaglia. Un minuto di raccoglimento per il partigiano e per il calciatore. Su facebook è volato qualche insulto. Ma sui social network, sul sito dell´Anpi è stato un diluvio di addii e commozione. Cordoglio dal vicepresidente del Senato, Vannino Chiti, dal Governatore del Lazio, Renata Polverini.
Bentivegna era stato scelto per il ruolo più rischioso nell´attentato fissato il 23 marzo 1944, anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento. Studente di medicina, aveva ereditato il coraggio da una famiglia di siciliani impegnati nelle lotte per il Risorgimento, un bisnonno era con Garibaldi in Aspromonte. Quel giorno il ragazzo si era travestito da spazzino, su un carretto nascondeva 18 chili di tritolo e pezzi di ferro. L´obiettivo era il battaglione Bozen, formato da altoatesini tra i 26 e i 43 anni che avevano optato per la nazionalità germanica scegliendo di far parte delle SS. Quando i soldati si fecero vicini, il ragazzo accese la miccia e a passo sostenuto raggiunge via del Tritone dove lo aspettava la sua compagna, Carla Capponi, poi diventata sua moglie. Morirono 33 militari e due civili, uno dei quali Pietro Zuccheretti, aveva solo 13 anni.
La fine accidentale del bambino fu una delle colpe imputate a Bentivegna nel dopoguerra, oggetto di processi giudiziari tutti conclusi con il proscioglimento dei partigiani. Ma l´accusa più feroce fu quella di non essersi consegnato ai tedeschi dopo l´attacco. «Non vi sarebbe stato neppure il tempo di farlo», ricorda l´Anpi in una nota. Kappler reagì immediatamente, trucidando 335 civili e militari alle Fosse Ardeatine. «È morto un eroe, soprattutto per noi ebrei di seconda generazione, scampati alla shoah», incalza Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma. «È triste che la sua figura in tutti questi anni sia stata associata a quella dei vigliacchi. La verità è che la furia nazista colpì a caso e tempestivamente». Per ricordare Bentivegna sarà piantato un albero in Israele, come da tradizione. «Incarnava i valori fondativi della Repubblica», sottolinea Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd. Oggi a Palazzo Valentini fazzoletti tricolore.
Repubblica 4.4.12
La scacchiera di Adam Smith
di Barbara Spinelli
Oltre un decennio è passato, e ancora in Italia si inveisce contro un articolo dello Statuto dei lavoratori che incendia gli animi come se possedesse vizi ferali, da cui deriverebbero tutti i mali.
Possibile che in piena recessione, con la disoccupazione giovanile salita al 32 per cento, l´infelicità e il malessere dipendano in modo così totale dalla tutela giuridica del lavoratore allontanato per falsi motivi economici, contemplata nell´articolo 18? Possibile che i pochi casi di reintegrazione dei licenziati (un migliaio in 10 anni) siano a tal punto distruttivi della ripresa, della stabilità economica, della reputazione esterna, dell´interesse di investitori stranieri? Neppure la Confindustria pare crederci, tanto che il nuovo presidente, Squinzi, considera la burocrazia ben più devastante dell´articolo 18 («Non è l´articolo a fermare lo sviluppo»). Né si può abusare dell´Europa: la lettera della Bce non parla nei dettagli dell´articolo, ma di una «revisione delle norme che regolano assunzione e licenziamento (...), stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro». Le autorità europee sono «indifferenti alle classi» (class-indifferent), ha detto un economista greco, Yanis Varoufakis: fissano obiettivi, non come raggiungerli.
Se i detrattori dell´articolo 18 sono così rigidi vuol dire che dietro la loro battaglia c´è un´ideologia forte, restia alle confutazioni. C´era in Berlusconi, ma c´è anche in quello che Ezio Mauro chiama «integralismo accademico». Una norma dello Statuto diventa sineddoche, cioè la parte che spiega il tutto: come quando si dice vela e s´intende nave. Si dice articolo 18 ma s´intende la filosofia, la genealogia, la storia dell´incandescente articolo. Con questa filosofia e questa storia si regolano i conti, e più precisamente con alcuni principi base della socialdemocrazia: lo Statuto dei lavoratori del ´70, e la concertazione praticata nei primi ´90 tra governi, imprenditori, sindacati.
Ambedue sono la riposta che la nostra classe dirigente seppe dare al ribellismo sociale, nonché al terrorismo. Ambedue generarono un Patto sociale permanente che in Italia era inconsueto, che consentì ai sindacati di preferire le riforme alla rivoluzione o ai particolarismi rivendicativi. Che li spinse a unirsi, a rendersi autonomi dai partiti. Che diede loro un´inedita padronanza di sé, del destino nazionale (Amartya Sen parla di empowerment, di potere su di sé dato agli emarginati, perché diventino cittadini responsabili).
Tutto questo è socialdemocrazia, non comunismo o consociativismo: anche se da noi il nome era altro. Chi se la prende con tale patrimonio trucca un po´ le carte. La crisi del 2007-2008 non sembra passata da queste parti, intaccando vecchi dogmi e anatemi: per molti resta una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che prodigiosamente colpevolizza non i mercati poco imbrigliati, ma le riforme socialdemocratiche e la carta d´identità dell´Europa postbellica che è stata la creazione (non a caso concepita durante la guerra) del Welfare. È così che alcune parole decadono, annerite: la concertazione, il consenso o dialogo sociale. Perfino dialettica è parola invisa a chi, certo d´avere scienza infusa, non vede che il conflitto di idee e progetti è sale della democrazia.
Vale dunque la pena ripensare gli anni ´70-´90, che produssero la variante socialdemocratica italiana che è il patto sociale permanente. Lo Statuto dei lavoratori, divenuto legge nel ‘70, viene approvato dal Senato il giorno dopo Piazza Fontana. La concertazione e la politica dei redditi furono perfezionate da Amato e Ciampi nel ´92 e ´93, quando un sistema politico infettato dalla corruzione e tanto più vulnerabile al terrorismo venne messo in riga da Mani Pulite. Salvaguardare la coesione sociale d´un Paese così provato era prioritario, e per ottenerla fu inventata non una democrazia più autoritaria ma più plurale, che del conflitto sapesse far tesoro «coinvolgendo (sono parole di Gino Giugni, ministro del lavoro di Ciampi) una platea di soggetti assai più ampia di quella uscita dal voto».
Sin dal ‘94 Berlusconi mise in questione tale eredità. La concertazione divenne il nemico, come testimonia il Libro Bianco sul lavoro presentato nel 2001 dal ministro del Welfare Maroni: la codecisione doveva finire, soppiantata da mere consultazioni. Che il bersaglio non fosse il comunismo ma la socialdemocrazia è attestato dalla biografia di Giugni: è nel partito socialdemocratico di Saragat che il padre della concertazione si fece le ossa. In un libro-intervista del 2003, Giugni disse che con lo Statuto dei lavoratori «la Costituzione entrò in fabbrica», e che la concertazione rese la democrazia più plurale, efficace: «Perché ci sia intesa bisogna partire dalla diversità», scrisse, aggiungendo che la critica della concertazione in nome delle prerogative sovrane del Parlamento era infondata, anche quando veniva da economisti illustri come Mario Monti (Giugni, La lunga marcia della concertazione, Mulino).
Gino Giugni fu gambizzato nell´83 dalle Br. Altri economisti a lui vicini, riformatori del diritto del lavoro, furono assassinati (Tarantelli, D´Antona, Biagi). Tutti erano fautori della concertazione. Ricordiamo quel che disse D´Antona, sull´articolo 18 e la reintegrazione dell´operaio licenziato per fittizi motivi economici: «Il superamento delle forme più rigide di garantismo può portare a rivedere in cosa consiste un licenziamento legittimo, ma non a sottoporre a revisione i rimedi che si offrono nei confronti dei licenziamenti non rispondenti a tale requisito». Il regolamento dei conti non è finito, con un´epoca che vide congiungersi concertazione, lotta alla corruzione, antimafia. Noi commemoriamo Falcone e Borsellino, e Tarantelli, D´Antona, Biagi. Ma volentieri ne dimentichiamo i metodi e le fedi.
Dicono che l´articolo 18 non ha da essere tabù, e certo i difetti non mancano: i processi sterminati sono fonte d´incertezza. Ma i tabù sono materia combustibile, non si spengono senza pericolo. Ci deve essere una ragione per cui all´articolo s´aggrappa anche chi - precario, disoccupato - non ne usufruisce. Anche chi, col tristo nome di esodato, non ha più lavoro e non ancora pensione. Esistono tabù civilizzatori, eretti contro future derive. I tabù non sono idoli, feticci. È colma di tabù, l´Europa uscita da guerre e dittature che fecero strame di antichi divieti (non ucciderai, non negherai giustizia alla vedova e all´orfano, ai deboli e diversi). Per Hitler era tabù intollerabile anche il Decalogo.
Gli economisti neo-liberali che denunciano mercati troppo regolati hanno forse in mente una società perfetta, che funziona senza lentezze né dubbi. Si dicono ispirati da Adam Smith. Ma Smith teorizzò la mano invisibile che in un libero mercato trasforma l´interesse egoista in pubblica virtù, restando il filosofo morale che era. In quanto tale se la prese con gli ideologi, chiamati «uomini animati da spirito di sistema». L´uomo di sistema, scrive nella Teoria dei sentimenti morali, «tende a essere molto saggio nel suo giudizio e spesso è talmente innamorato della presunta bellezza del suo progetto ideale di governo, che non riesce a tollerare la minima deviazione da esso. Sembra ritenere di poter sistemare i membri di una grande società con la stessa facilità con cui sistema i pezzi su una scacchiera.(...) Nella grande scacchiera della società umana ogni singolo pezzo ha un principio di moto autonomo, del tutto diverso da quello che la legislazione può decidere di imporgli».
Forse vale la pena rileggere Smith il moralizzatore, oltre che l´economista: l´avversario di tutti coloro che «inebriati dalla bellezza immaginaria di sistemi ideali» si lasciano ingannare dai loro stessi sofismi, e alla società chiedono troppo, non ottenendo nulla.
Corriere della Sera 4.4.12
Prezzi bassi e alta qualità non bastano, l’ambiguità cinese spaventa i mercati
di Edoardo Segantini
Il mondo cambia in fretta e non è sempre facile adattarsi ai cambiamenti: neanche per i campioni. Prendete quello che accade intorno a Huawei, azienda simbolo del miracolo cinese, che in pochi anni è diventata il numero due mondiale nelle tecnologie di comunicazione.
In Australia è stata clamorosamente esclusa da una maxi gara pubblica da 33 miliardi di euro per la rete ultraveloce perché sospetta di intrattenere legami strutturali e sotterranei con le forze armate di Pechino. Negli Stati Uniti, poi, da tempo alle gare pubbliche non può nemmeno avvicinarsi: contro di lei si sono schierati autorevoli membri del Congresso e influenti lobby avversarie. La controffensiva diplomatica della multinazionale, fino ad oggi, è stata quella di fornire le garanzie tecniche richieste, in certi casi con una precisione superiore ai concorrenti occidentali. Ciò le ha permesso di aggiudicarsi gare importanti in Europa — anche in Italia, dove ha fatto centinaia di assunzioni di medio e alto livello — offrendo prezzi bassi e alta qualità.
Ma nel mondo di oggi queste garanzie non bastano più. Troppa nebbia avvolge ancora la sua struttura societaria. La scarsa visibilità alimenta le voci sui legami tra il fondatore Ren Zhengfei, la presidente Sun Yafang, i generali e i servizi segreti. Legami che sono sempre stati negati ma mai con una vera iniziativa di apertura come quella che la politica e i mercati si aspettano. Inoltre neppure il contesto giova a Huawei, perché al centro della crescente diffidenza politica dell'Occidente, o almeno di una parte decisiva, c'è l'intera Cina.
La tigre asiatica è sospettata di tollerare, se non proprio di allevare nel suo seno, una nidiata di tigrotti del crimine informatico: e questo proprio nel momento in cui l'obiettivo di Pechino è potenziare le esportazioni. In Huawei probabilmente queste cose le sanno benissimo. Sanno che bassi costi e alta qualità non sono sufficienti, serve la glasnost, la trasparenza: ma di un intero Paese.
Repubblica 4.4.12
Lo scrittore difende l’Iran con una poesia. "Die Zeit" non la pubblica
Manifesto in versi contro Israele l’ultima provocazione di Grass
"Le sue atomiche una minaccia"
Lo scrittore tedesco: controlli internazionali come per l´Iran
di Andrea Tarquini
Il testo del Nobel per la letteratura rifiutato dal settimanale di Amburgo "Die Zeit"
Attacco anche alla Germania per la fornitura di sottomarini allo Stato ebraico
BERLINO - Torna in campo Günter Grass. E lo fa con testo poetico destinato a suscitare polemica. Il Nobel della letteratura sostiene che il vero pericolo per la pace è Israele e non l´Iran, il deterrente nucleare israeliano e non l´arsenale che Ahmadinejad starebbe costruendo.
Rieccolo in campo, torna come sempre, da intellettuale impegnato di tutto il lungo dopoguerra, a lanciare le provocazioni più scomode possibili. Decenni fa in campagna elettorale per Brandt cancelliere della pace, questa volta sul tema caldo mondiale del momento, i piani atomici iraniani: secondo lui il vero pericolo per la pace è Israele e non l´Iran, il deterrente nucleare israeliano e non l´arsenale che Ahmadinejad sta costruendo. Di chi parliamo? Di Guenter Grass. Il Nobel per la letteratura, il massimo scrittore tedesco vivente, con la poesia che pubblichiamo vuole aprire un dibattito che si annuncia confronto lacerante, a livello globale.
"Quel che deve essere detto", s´intitola la lirica. In uno stile politico-didattico che ricorda il Brecht più impegnato e aggressivo, Grass lancia un attacco durissimo contro la politica dello Stato d´Israele, e contro la Repubblica federale. Perché, in nome della responsabilità per il passato chiamato Olocausto e del nuovo ruolo di potenza-leader di Berlino, la Germania di Angela Merkel ha fornito a prezzi stracciati sei sottomarini ultramoderni alla Hel ha´Halama le Israel, la Marina israeliana. Sottomarini che possono sparare missili da crociera.
Un´arma made in Germany per l´ultima difesa, deterrente da minacciare di usare per non usarlo, come fu con le atomiche tra Usa e Urss nella guerra fredda. In tecnica e strategia militari moderne, spieghiamolo al lettore, i missili lanciati da sottomarini servono a una risposta nucleare a un attacco nucleare subìto, non a un primo colpo. Il primo colpo atomico lo spari con i missili terrestri, come quelli che Teheran acquista in Corea del Nord. E non Gerusalemme e Washington, bensì l´Agenzia internazionale per l´energia atomica (Aiea) che fu guidata dal grande politico egiziano Mohammed el Baradei, denuncia per prima il programma atomico iraniano.
Grass non è d´accordo, non ci sta. Nel poema parla del deterrente israeliano come "minaccia alla pace". Una minaccia, si potrebbe sottintendere, va eliminata. Parla degli U-Boot tedeschi per Gerusalemme scrivendo di "crimine prevedibile, e nessuna delle nostre scuse cancellerebbe la nostra complicità". E denuncia "l´ipocrisia dell´Occidente". Tirades non nuove: da sempre Grass è un grande polemista, non solo un grande letterato. Anni fa, in "im Krebsgang", raccontando del piroscafo Wulhelm Gustloff carico di civili e silurato dai russi nel Baltico, dipinse i tedeschi in qualche modo come vittima della Seconda guerra mondiale. Più tardi, dopo un lunghissimo silenzio, in "Sbucciando la cipolla", confessò di aver prestato servizio nelle SS da giovane, credendoci. Passato e presente si confondono nell´eterno dramma tedesco. Ma questa volta è anche diverso. Die Zeit, l´illustre settimanale di Amburgo, ha rifiutato di pubblicare la poesia. La pubblicherà invece oggi (insieme a Repubblica, El Paìs, e a Politiken in Danimarca) la liberal Sueddeutsche Zeitung. «Grass è il più noto e massimo scrittore tedesco vivente, un Nobel, è sempre stato nel dibattito politico non si censura, si pubblica, in una certa misura i media sono anche bacheche, e Grass è uno dei tedeschi più famosi nel mondo», mi dice Heribert Prantl, direttore nella direzione collegiale della Sueddeutsche.
«Non si può censurare Grass, anche se si ritengono fuorvianti alcune sue opinioni», continua Prantl. «Forse riceverà applausi da una parte, interviene con una poesia nel dibattito, posso solo accettare l´intervento come contributo lirico al dibattito». Non si censurano i grandi intellettuali, insomma, neanche quando possono violare gravi tabù della Memoria o travisano la realtà odierna. La discussione è lanciata.
Repubblica 4.4.12
Quello che deve essere detto"
di Günter Grass
Perché taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo
quanto è palese e si è praticato
in giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti,
noi siamo tutt´al più le note a margine.
E´ l´affermato diritto al decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano
soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo organizzato,
perché nella sfera di sua competenza si presume
la costruzione di un´atomica.
E allora perché mi proibisco
di chiamare per nome l´altro paese,
in cui da anni - anche se coperto da segreto -
si dispone di un crescente potenziale nucleare,
però fuori controllo, perché inaccessibile
a qualsiasi ispezione?
Il silenzio di tutti su questo stato di cose,
a cui si è assoggettato il mio silenzio,
lo sento come opprimente menzogna
e inibizione che prospetta punizioni
appena non se ne tenga conto;
il verdetto «antisemitismo» è d´uso corrente.
Ora però, poiché dal mio paese,
di volta in volta toccato da crimini esclusivi
che non hanno paragone e costretto a giustificarsi,
di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se
con lingua svelta la si dichiara «riparazione»,
dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sommergibile, la cui specialità
consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove
l´esistenza di un´unica bomba atomica non è provata
ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,
dico quello che deve essere detto.
Perché ho taciuto finora?
Perché pensavo che la mia origine,
gravata da una macchia incancellabile,
impedisse di aspettarsi questo dato di fatto
come verità dichiarata dallo Stato d´Israele
al quale sono e voglio restare legato
Perché dico solo adesso,
da vecchio e con l´ultimo inchiostro:
La potenza nucleare di Israele minaccia
la così fragile pace mondiale?
Perché deve essere detto
quello che già domani potrebbe essere troppo tardi;
anche perché noi - come tedeschi con sufficienti colpe a carico -
potremmo diventare fornitori di un crimine
prevedibile, e nessuna delle solite scuse
cancellerebbe la nostra complicità.
E lo ammetto: non taccio più
perché dell´ipocrisia dell´Occidente
ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile
che molti vogliano affrancarsi dal silenzio,
esortino alla rinuncia il promotore
del pericolo riconoscibile e
altrettanto insistano perché
un controllo libero e permanente
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
sia consentito dai governi di entrambi i paesi
tramite un´istanza internazionale.
Solo così per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora, per tutti gli uomini che vivono
ostilmente fianco a fianco in quella
regione occupata dalla follia ci sarà una via d´uscita,
e in fin dei conti anche per noi.
(Traduzione di Claudio Groff)
Repubblica 4.4.12
Se la storia viene capovolta in un brusìo di responsabilità
di Adriano Prosperi
Günter Grass ha preso la parola per rompere – dice – un silenzio che gli pesa.
Il silenzio che circonderebbe l´intenzione di Israele di sferrare un attacco preventivo che "potrebbe cancellare il popolo iraniano". Ma il risultato della sua poesia è solo quello di creare un brusio confuso, un´impossibile equiparazione tra Israele e Iran, un´incredibile rimozione della minaccia che il regime di Teheran rappresenta per Gerusalemme. Günter Grass è stato a lungo un noto e importante scrittore europeo, cultore ammirato della concezione della letteratura come strumento di esercizio di una responsabilità civile verso la società e verso la storia. Oggi quello scrittore ritorna a battere sul suo tamburo di latta: dice che deve farlo specialmente perché scrittore tedesco, erede di una storia di tragedie nibelungiche. Non lo ha fatto quando doveva, ma non per questo tacerà adesso né lo frenerà il senso di colpa verso il popolo ebraico, né l´accusa di antisemitismo che sarebbe - sostiene - pronta a colpire chi non tace. E così capovolge la storia: accusa Israele (e non Teheran) di minacciare la fragile pace mondiale. E incolpa la Germania risorta dalla guerra di esserne complice per la fornitura di armi, frutto di ipocrita riparazione e di voglia di fare buoni affari. Ipocrisia non solo tedesca: di tutto l´Occidente. Punta il dito sulle testate israeliane e non sulla bomba di Teheran che per lui è "presunta", (Grass dimentica che è l´Aiea a sospettare che Ahmadinejad stia lavorando ad un ordigno nucleare). La proposta? Si chieda con voce collettiva all´Iran di rinunciare a quello che è un pericolo ipotetico, non provato, la costruzione di una bomba che per ora non c´è e che sarebbe comunque unica e sola: e si chieda a Israele di mettere sotto controllo internazionale le parecchie "testate annientanti" di cui segretamente disporrebbe. Insomma, Israele è l´aggressore, l´Iran il popolo minacciato.
È un rovesciamento della realtà che è tutto fuorché nuovo: il pericolo ebraico che l´altro ieri fu strombazzato dalla propaganda nazista e poi da quella fascista oggi è diventato il collante propagandistico che tiene insieme le masse del mondo islamico e vi consolida regimi tirannici. Responsabilità tutta europea, quella dell´avere infettato il mondo arabo col virus dell´antisemitismo, per secoli del tutto assente in quella cultura e in quella parte del mondo.
Di fatto, lo Stato di Israele si è trovato fin dalla sua nascita esposto al costante pericolo e alla continua minaccia di essere spazzato via dal mondo che lo circonda. Il rifiuto arabo e islamico dell´esistenza dello Stato d´Israele ha fatto gravare su di esso una condizione di guerra costante dagli effetti disastrosi, spingendolo anche a scelte sbagliate. Solo una pacificazione israelo-palestinese potrebbe avviare una nuova stagione in Medio Oriente. In questo contesto la scena pubblica è dominata da minacce di guerra e contro-minacce di azioni muscolose.
Le bombe, appunto: quelle vere di cui poco si sa e quelle che si possono immaginare dietro un confronto diplomatico e politico che dura da tempo. Da quando l´agenzia internazionale Aiea ha messo nero su bianco i sospetti di un ordigno nucleare in preparazione in Iran si è avviato uno scontro a più voci sulla questione: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha minacciato di agire contro la Repubblica Islamica anche senza il permesso degli Stati Uniti. Obama lo ha corretto garantendo ancora protezione ma facendo sentire tutto il suo peso. Ma nessuno ha riconosciuto allo Stato d´Israele il diritto di schiacciare con una preventiva aggressione il popolo iraniano. Quello che si è avviato è il meccanismo della grande politica internazionale dove più delle bombe vere dominano quelle immaginate. Ma resta il pericolo che, mentre «si parla fin troppo di guerra» - come ha detto Obama nell´incontro recente con Netanyahu - qualcuno decida di usare davvero il "grosso bastone". In tutto questo il silenzio dell´Europa è assordante. l´Europa a misura tedesca di oggi è un nano politico, una spettatrice silenziosa. Ma non sarà una poesia a farla uscire dall´angolo: certo, non questa poesia.
l’Unità 4.4.12
La sfida morale della Pasqua
La festa della Resurrezione può essere l’occasione perché la Chiesa si apra ai fedeli omosessuali. Questo comporterebbe anche per loro la fatica di assumere il Vangelo nel mentre diventa storia
di Filippo Di Giacomo
Per quasi quattro secoli, pasqua ebraica e pasqua cristiana hanno camminato insieme. Poi, con la creazione dei grandi patriarcati apostolici e con la necessità di tradurre il vangelo in tutte le culture che incontravano Cristo, la Chiesa ha avuto bisogno di cercare nuovi segni. Ma il ciclo di una settimana, tipico della pasqua ebraica, è rimasto anche in quella cristiana, iniziando con la domenica delle palme.
Di sette giorni è il ciclo che la Bibbia indica come necessario alla creazione del mondo, e in sette giorni anche la Chiesa ricrea simbolicamente l’alfabeto che permette ai credenti di riconoscere Cristo Risorto. Mediante simboli semplici e universali: la folla con i rami di ulivo che acclama la pace, il pane condiviso, il vino che rallegra cuori e menti, il servizio per il bene comune, l’acqua e la luce indispensabili a ogni forma di vita, i patiboli a cui inchiodare gli sconfitti di tutti i tempi, senza che la vittoria temporanea di un uomo o di un sistema sociale o politico annulli il senso di un’umanità che può essere umiliata ma certo non sconfitta.
Dunque, aria, acqua, pane, vino, luce, ovunque sulla terra e per ogni creatura. Non a caso, la domenica delle Palme, inizia ad essere festeggiata alla fine delle grandi persecuzioni del II e III secolo. Con il Messia portato in trionfo su di un asino, cavalcatura disprezzata dai potenti e dai guerrieri del tempo, i cristiani introducono così la coscienza che Pessah, Pasqua (che significa “passaggio”) poteva permettere anche una fantasia creatrice per costruire società slegate dalle ragioni della forza e della violenza.
E questo, partendo dal suo interno, da quelle “società” strutturate entro paradigmi culturali e interpretativi (magari, gestiti dai chierici), è ciò che il Vangelo, soprattutto oggi, sembra di nuovo drasticamente porre sotto esame. Durante questa settimana santa, un omosessuale che partecipi ai riti della Passione, come ogni credente, si ritroverà solo in compagnia di quegli «ammalati e peccatori» che il Cristo ha detto di essere venuto a chiamare. Ebbene, quando si affrontano scelte squisitamente individuali, bisognerebbe liberarsi dall’ossessione che tutto debba essere sempre regolato da norme generali. Un consiglio questo, che per la Chiesa comporta l’impegno di un’esegesi critica dei testi biblici sull’omosessualità, la demolizione di pregiudizi secolari sul diritto naturale, la riflessione profonda sul quadro biblico e antropologico dell’uomo, l’ammissione delle più vaste conoscenze fornite dalle scienze sperimentali, la fraterna considerazione della natura concreta e unica dei fedeli omosessuali, un maggiore rispetto delle loro coscienze.
Ovviamente, anche per gli omosessuali questo comporta l’onere di assumere la fatica che il Vangelo impone quando diventa storia. E magari anche il peso di ricordare, come ha scritto Stefano Rodotà, un laico a prova di bomba, che quando si sceglie come e con chi vivere, bisogna liberarsi dal pregiudizio che tutto debba essere regolato dal diritto. Perché la luce di Pessah, Pasqua, così come ha fatto con i cristiani dell’età post-apostolica, non riesce a dare alle comunità cattoliche istituzionali la fantasia di comprendere (e di far comprendere) cosa è (o può essere) “mutevole” e cosa è (o può essere) “intoccabile” nella morale cattolica?
Racconta Andrea Tornielli nel suo ultimo articolo: «Un giovane austriaco che convive con il proprio compagno e ha registrato la sua convivenza come previsto dalle leggi del suo Paese, è stato eletto a gran maggioranza nel consiglio pastorale della parrocchia di Stützenhofen, a nord di Vienna. E il cardinale Cristoph Schönborn ha ratificato la sua elezione contro il parere del parroco... Il giovane ha chiesto udienza al cardinale Schönborn, che ha invitato a pranzo lui e il suo convivente. ... (Dopo l’incontro)... Il cardinale racconta... di essere rimasto «profondamente impressionato» dalla fede di Stangl, «dalla sua umiltà, e dal modo in cui egli concepisce il suo servizio», affermando di aver capito perché i parrocchiani «hanno votato in modo così deciso per la sua partecipazione al consiglio pastorale».
Dopo il Gay Pride del 2000, e le polemiche che lo accompagnarono, don Luigi Ciotti scrisse a uno dei principali quotidiani nazionali per raccontare come, a Milano, Torino, Lecce, Bologna e in altre diverse città, le realtà ecclesiali stavano costruendo la Chiesa senza erigere muri e barriere. E a Roma, per decenni, don Luigi Di Liegro ha testimoniato un sacerdozio moralmente intransigente, ma capace di aprire braccia e cuore alle ragioni di qualunque diversità morale e sociale. Iniziando questa Pasqua, domenica scorsa, il Papa ha detto: «Lo sguardo che il credente riceve da Cristo è lo sguardo della benedizione: uno sguardo sapiente e amorevole, capace di cogliere la bellezza del mondo e di compatirne la fragilità». In Austria, in Italia, ovunque, sempre, per chiunque...
Corriere della Sera 4.4.12
Analogie e misteri delle stragi italiane
di Giovanni Bianconi
Quello che va in scena a Brescia non è un romanzo, è un processo. Ieri s'è celebrata l'ultima udienza del giudizio d'appello, a breve arriverà la sentenza. E comunque andrà sarà una conclusione controversa, che si trascinerà in Cassazione. Si cercano brandelli di realtà per provare a costruire una verità giudiziaria a trentotto anni dai fatti, strage di piazza della Loggia 28 maggio 1974. Con quali difficoltà è facile intuire. È un processo indiziario, dunque gli elementi raccolti non sono di per sé decisivi: in primo grado una corte d'assise li ha ritenuti insufficienti, in secondo si vedrà.
Otto morti e oltre cento feriti non sono un romanzo, come non lo erano i diciassette cadaveri di piazza Fontana (diciotto con quello di Pinelli, «vittima collaterale» postuma). Ma spesso la realtà assomiglia ai romanzi. Soprattutto nelle indagini sulle stragi, e soprattutto quanto a depistaggi. A piazza Fontana, a piazza della Loggia, e non solo.
Le analogie di quel che è accaduto all'indomani della bomba di piazza della Loggia con ciò che s'è verificato dopo l'esplosione alla Banca dell'Agricoltura sono impressionanti. Per esempio le perquisizioni nelle case di attivisti di sinistra conosciuti, sospetto remake della pista anarchica confezionata subito dopo l'attentato di Milano. O la distruzione delle prove. Alla Banca commerciale, poco dopo l'esplosione di piazza Fontana, fu trovata una bomba integra che con ogni probabilità faceva parte dello stesso piano stragista: il perito, anziché salvaguardarla per analizzarla e ricavarne elementi utili alle indagini, la fece brillare. A Brescia, quattro anni e mezzo dopo, appena rimossi i corpi delle vittime un vicequestore diede ordine di ripulire la piazza con gli idranti, cancellando ogni possibilità di raccogliere frammenti che potevano servire a ricostruire l'accaduto. Poi, nel cuore della notte, arrivò un perito a esaminare i luoghi, lo stesso che aveva dato ordine di far esplodere l'ordigno della Commerciale.
E mentre questo era il livello di conduzione delle indagini tecniche — con i servizi segreti che anziché collaborare si mettevano di traverso, accuseranno i magistrati — Il secolo d'Italia, giornale del Movimento sociale italiano, ammoniva che «le trame nere sono rosse»; quasi un controcanto ai fogli dell'opposta sponda politica dove si sosteneva che le Brigate rosse erano nere. Qualcuno si spinse a sostenere di aver riconosciuto Renato Curcio, il fondatore delle Br, sul luogo della strage, sebbene dopo il fatto.
Ma poiché era difficile addossare la strage agli anarchici o alle formazioni clandestine dell'ultrasinistra, si prese un'altra strada: nel giro di pochi mesi fu offerto agli inquirenti il colpevole perfetto, l'estremista di tendenze neo-naziste Ermanno Buzzi, che poteva tranquillamente circoscrivere il progetto della strage alle sue tendenze dinamitarde. Venne arrestato, e su di lui si concentrarono dichiarazioni tanto precise e concordanti quanto traballanti, per via dell'instabilità di chi le rese a investigatori e inquirenti. Di lui parlarono presunti testimoni o complici che poi ritrattarono a intermittenza. Buzzi venne comunque condannato all'ergastolo in primo grado, ma in attesa dell'appello — dove avrebbe potuto fornire la sua versione dei fatti, tanto che negli ambienti neofascisti lo individuarono come un potenziale pericolo — fu inspiegabilmente trasferito nel carcere dove lo aspettavano due killer neofascisti di provata esperienza: Pierluigi Concutelli e Mario Tuti, che lo strangolarono alla prima occasione. Anche a causa di quell'omicidio più che annunciato, a trentotto anni dai fatti, ci ritroviamo in attesa di una sentenza d'appello che in ogni caso non scriverà la parola fine.
E a proposito di questo aspetto della vicenda bresciana, l'ultima indagine di Caltanissetta sulla strage di via D'Amelio (19 luglio 1992, uccisione del giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta) a vent'anni dai fatti ha svelato un retroscena simile e ugualmente allarmante. Anche lì, nell'immediatezza dei fatti o quasi, fu imboccata una pista mafiosa sulla base di testimonianze a dir poco equivoche: fornivano un quadro di colpevolezza tutto mafioso senza immaginare altre ragioni o eventuali complicità, che già si profilavano allora e trovano oggi ulteriori indizi. C'è voluto un nuovo pentito che s'è autoaccusato dando prova di aver confezionato l'autobomba per scoprire il depistaggio, e difficilmente si riuscirà ad arrivare oltre ipotesi e congetture. Come nelle stragi dei decenni precedenti.
Ci sono troppe cose che non tornano e molte che invece — in maniera inquietante — ritornano. Non è un romanzo, né un'artificiosa costruzione dietrologica. Sono pezzetti di realtà che aspettano spiegazioni, se mai ne arriveranno.
Corriere della Sera 4.4.12
Piacere e conoscenza: la poesia per Aristotele
Così esaltò il talento personale degli autori
di Ida Bozzi
La Poetica di Aristotele, in cui il filosofo spiega «come debbano comporsi i racconti perché la poesia riesca ben fatta», è una delle opere più importanti della cultura di tutti i tempi, poiché introduce temi e categorie su cui tuttora ci interroghiamo: mimesi e rappresentazione, catarsi, ispirazione, predominio del racconto su altri elementi («racconto» in greco è mythos, parola assai densa). È un testo breve eppure ricchissimo di definizioni, affermazioni intorno alla poesia (cioè su «l'epica, la poesia tragica, nonché la commedia, la composizione di ditirambi e la maggior parte dell'auletica e della citaristica») e prescrizioni oggi discusse e sviluppate in altro modo, ma la cui formulazione resta imprescindibile e il cui atto di nascita si trova proprio in queste pagine. Ed è il testo che piombò nel mondo culturale europeo (tradotto nel 1498 da Lorenzo Valla), con un effetto incalcolabile sullo sviluppo del teatro e della letteratura moderna, cui si aggiunse l'effetto moltiplicatore generato dai contrasti che sollevava (ad esempio sull'unità d'azione, o sulla verosimiglianza). Innumerevoli autori ne hanno scritto pagine di plauso o critica, o hanno invitato a leggerlo in controluce, da Goethe a Hegel, da Leopardi a Croce. E perfino le ipotesi sull'esistenza di un secondo libro del trattato, dedicato alla commedia, hanno affascinato studiosi e scrittori: il fantomatico libro proibito ne Il nome della rosa di Umberto Eco è proprio l'ipotetico seguito della Poetica.
I motivi per cui il testo (scritto intorno al 330 a. C.) è fondamentale, sono molti e non solo storico-documentari. Ad esempio, il fatto che la poesia vi appaia come elemento di piacere e insieme di conoscenza: forse la miglior cosa che se ne possa dire, tuttora. Ma non così ovvia, specie ai tempi di Aristotele.
L'orizzonte su cui si apre il testo, infatti, è proprio il rovesciamento dell'opinione platonica sull'arte del poeta. Per Platone, il poeta è un posseduto dal dio, ma nel senso più passivo, di strumento cavo che scrive sotto dettatura della divinità, privo di consapevolezza e di secondaria importanza nell'assetto sociale. Aristotele invece osserva che i poeti sono «coloro che per natura erano portati a questo genere di cose». Il fatto che il carattere del poeta sia rilevante scopre nell'attività poetica un individuo: non più un semplice strumento. Semmai, lo strumento intelligente della mediazione tra mondo e uomo. In più, il filosofo scrive che epica, poesia tragica e commedia sono forme di mimesi: il concetto di mimesi, il cui significato oscilla tra «imitazione» e «rappresentazione», è nodale nella storia dell'estetica e si estende — anche tra fruttuosi fraintendimenti — ad altri ambiti del sapere. Il meglio però deve ancora arrivare, per i poeti. Per Aristotele infatti «da una parte l'imitare è connaturato agli uomini (e in ciò l'uomo si differenzia dagli altri animali, nell'essere il più portato a imitare e nel procurarsi attraverso l'imitazione le nozioni fondamentali), dall'altra tutti traggono piacere dalle imitazioni». La poesia dunque consente di «procurarsi attraverso l'imitazione le nozioni», fa imparare divertendo. Inoltre, le è riconosciuto un ruolo «più importante della storia, perché la poesia dice piuttosto gli universali, la storia i particolari».
Se si considera che tali contributi occupano solo la prima cinquantina di righe del libro, ci si può ben figurare il resto. Appena «nato», per così dire, il poeta, ecco che nasce anche il critico letterario. E da critico e teorico letterario, Aristotele ci guida nella classificazione, tra forme, parti, caratteri, linguaggio, offrendo esempi concretissimi: Omero, Sofocle, Eschilo, Aristofane e così via. Affronta Edipo o Ulisse, Ifigenia o Medea. Apprezza l'Odissea, critica l'Oreste di Euripide, distingue il modo in cui le macchine (il deus ex machina), il coro, i personaggi sono usati dai vari tragici, mette in guardia sulla sciatteria del linguaggio o sul ridicolo uso di ornamenti e orpelli (a meno che siano usati, avverte, «puntando apposta al ridicolo»).
Oggi non giudichiamo più come Aristotele l'armonia dell'unità d'azione in Pynchon o DeLillo, e non ci curiamo delle sue prescrizioni sull'uso di traslati o barbarismi in un Pasolini o un Gadda. Tuttavia «schernite Aristotele quanto volete», scriveva Leopardi: è difficile pensare che cosa sarebbe oggi la teoria letteraria, o la letteratura stessa, se Aristotele non ne avesse con tale piglio sancita l'importanza.
Corriere della Sera 4.4.12
L'invenzione della mimesi
Primo e più importante testo di teoria letteraria dell'antichità, la Poetica di Aristotele, in edicola domani con il «Corriere», è qui presentata con la prefazione inedita di Guido Paduano, che illustra approfonditamente un testo densissimo, fondamentale per la critica e la letteratura di ogni tempo. Perfino la sua natura di «corpus di appunti» breve e incompiuto, come spiega Paduano, «esalta il carattere euristico del discorso, le sue punte di folgorante penetrazione». La letteratura com'era conosciuta da Aristotele, dalla tragedia all'epica fino ai ditirambi, trova nell'opera la prima vera organizzazione critica della storia, e introduce concetti come mimesi, catarsi, universalità dell'arte poetica, oltre ad analizzare ritmi e linguaggio e a distinguere categorie e forme letterarie: la modernità della riflessione di Aristotele resta, tuttora, sorprendente. Ma la Poetica è soprattutto il testo in cui si sancisce per la prima volta che la poesia è un «formidabile edificio — scrive Paduano — della ragione umana», e non soltanto opera e ispirazione degli dèi. (i.b.)
Corriere della Sera 4.4.12
Tucidide, il disincanto di fronte alla guerra
«Onore, timore e utile governano l'uomo»
di Antonio Carioti
S in dalle prime pagine della Guerra del Peloponneso, si avverte che Tucidide rompe con la tradizione, inaugura un nuovo modo di pensare la storia. Infatti le considerazioni che dedica alla guerra di Troia, in quanto precedente del conflitto tra Sparta e Atene che si accinge a narrare, ignorano ogni elemento mitico o anche solo prodigioso. Del tutto assenti sono gli dei dell'Olimpo e gli stessi eroi della saga omerica: Agamennone è a malapena citato e il prolungarsi dell'assedio viene prosaicamente attribuito alla «mancanza di denaro» e al conseguente «difetto di vettovagliamento» degli achei.
Così è Tucidide: un autore che ricostruisce le vicende storiche badando solo ai fatti accertabili e prescindendo da ogni influenza divina, perché ritiene che le scelte umane siano dominate da tre fattori fondamentali, «l'onore, il timore e l'utilità». È un ateniese, fiero dell'apertura mentale e dell'intraprendenza che distinguono i suoi concittadini, ma critico verso il regime democratico, che giudica possa ben funzionare solo in presenza di un saggio capo carismatico come Pericle. Ha combattuto con un incarico militare importante (ma senza fortuna) nella guerra cui dedica la sua opera, che si svolge tra il 431 e il 404 a. C., ma non prende le parti di Atene, né mostra risentimento per l'esilio cui pare sia stato condannato (il punto è controverso) dai suoi compatrioti. Gli è estraneo il concetto di guerra giusta: non incolpa nessuna delle due parti per lo scoppio delle ostilità, la cui causa è a suo avviso «il crescere della potenza ateniese e il suo incutere timore ai lacedemoni» (gli spartani).
Insomma, Tucidide non scrive per difendere la patria, né allo scopo di intrattenere il lettore o elevarne lo spirito rievocando gesta eroiche. Il suo intento è invece, diremmo oggi, di natura scientifica: indagare sugli eventi del passato e individuare le cause che li hanno determinati, in modo che diventino «un possesso che vale per l'eternità», cioè che servano per comprendere anche gli avvenimenti futuri, nella convinzione che la natura umana sia nel complesso immutabile.
Per molti versi questo geniale greco, vissuto nella seconda metà del V secolo a. C., anticipa non soltanto la storiografia moderna, ma anche la politologia e la scienza delle relazioni internazionali. Quasi duemila anni prima di Niccolò Machiavelli, Tucidide non mostra dubbi circa la distinzione tra etica e politica. «Vive nella maggior sicurezza — scrive — colui che più raramente si pente di aver fatto del bene ai suoi nemici». E più avanti aggiunge che «nessuno mai, quando gli si offriva l'occasione di ottenere qualcosa con la forza» ha tenuto in maggior conto il richiamo alla giustizia «sì da rinunciare al guadagno».
Queste citazioni sono tratte dal Libro I dell'opera di Tucidide, che esce in edicola sabato con il «Corriere». Esso comprende alcune considerazioni preliminari circa il metodo storico, poi ripercorre le vicende che portarono al conflitto generalizzato, con i primi focolai a Corcira (l'odierna Corfù) e Potidea, i vani negoziati diplomatici e un'ampia digressione sul cinquantennio trascorso dalle guerre persiane allo scontro aperto tra Sparta e Atene. Chiude il discorso in cui Pericle, leader verso il quale Tucidide non nasconde la sua ammirazione, giudica inevitabile la guerra e invita i concittadini ateniesi ad affrontarla senza indugi, confidando nel dominio del mare e nella maggiore ricchezza che deriva loro dai commerci.
I fatti successivi s'incaricheranno di smentire l'ottimismo di Pericle (morto peraltro di peste già nel 429 a. C.), poiché Atene, al termine di terribili vicissitudini, verrà sconfitta e dovrà rinunciare al fiorente impero, la Lega delio-attica, costruito dopo la vittoria greca sui persiani. Addirittura gli spartani imporranno ai rivali di rinunciare al regime democratico e di adottarne uno oligarchico, quello dei Trenta tiranni, che però verrà presto rovesciato.
Infatti l'urto tra Sparta e Atene non è mosso soltanto da una logica di potenza, ma ha anche un forte risvolto ideologico, poiché contrappone una rigida aristocrazia guerriera a un sistema politico aperto alla partecipazione di tutti gli abitanti (purché maschi, non soggetti a schiavitù e di stirpe ateniese). Anche da qui deriva la modernità del lavoro di Tucidide, la cui ambizione di lasciare un patrimonio destinato a durare per sempre non ci appare affatto, tanti secoli dopo, una pia illusione.
Corriere della Sera 4.4.12
Un reportage ante litteram
Come sottolinea Sergio Romano nella prefazione, La guerra del Peloponneso di Tucidide, il cui libro I esce sabato con il «Corriere», va letta considerando la vicenda dello storico: coltissimo, ricchissimo, Tucidide si dedicò alla descrizione minuziosa, quasi un reportage ante litteram, delle due grandi potenze del mondo ellenico, Atene e Sparta, nel conflitto in cui si confrontarono. Ma soprattutto «volle spiegare al lettore — illustra Romano — l'antefatto economico e sociale di quegli eventi»: diversa natura dei territori, opposte reti di alleanze, analisi delle economie e dei mercati cui facevano capo, rapporti diplomatici, personalità militari e usi civili. Per scoprire che, mentre «ogni iniziativa di grande importanza è preceduta dalla consultazione di un oracolo», la sorte della guerra è attribuita a un insieme di circostanze umane, a cominciare dall'ansia di potere. La settimana prossima saranno in edicola il 12 aprile La Repubblica (V libro) di Platone, con prefazione di Pierluigi Battista, e il 14 aprile Medea di Euripide con prefazione di Ranieri Polese. (i.b.)
Corriere della Sera 4.4.12
Scrittori a pagamento, è polemica
Contestate le quote d'iscrizione al «Festival dell'inedito»
di Cristina Taglietti
Parte con una polemica il primo Festival dell'inedito previsto a Firenze dal 26 al 28 ottobre. «Si vuole fare cassa sui sogni degli aspiranti scrittori» accusa una lettera al sindaco di Firenze Matteo Renzi, nata in prima battuta dal blog «Scrittori in causa» e sottoscritta da molti altri, fiorentini e non, tra cui Marco Vichi, Michela Murgia, Vincenzo Ostuni, Marco Mancassola, Andrea Cortellessa, Giorgio Vasta. Un'iniziativa che, secondo i firmatari, conferma «la dismissione della selezione intellettuale intesa come valore e l'ostracizzazione della scelta critica in favore di pratiche di valutazione, promozione e pubblicazione a pagamento».
L'iniziativa prevede infatti che gli aspiranti scrittori paghino una preiscrizione di 130 euro più Iva per avere una scheda di valutazione del manoscritto. In caso di selezione poi dovranno versare altri 400 euro (sempre più Iva) che permetteranno loro di avere «uno spazio espositivo alla Stazione Leopolda di Firenze, avere la preview della propria opera sul sito di excalibooks, essere pubblicato, ed eventualmente venduto, online per un anno intero sul sito di excalibooks, partecipare al contest per avere un contratto di pubblicazione con una importante casa editrice italiana». Una serie di vantaggi piuttosto vaghi, ha scritto Carolina Cutolo su «Scrittori in causa», anche perché tutti gli altri servizi andrebbero pagati a parte per cui, per esempio, una presentazione di mezz'ora in una saletta costa 100 euro, la lettura da parte di un attore 150 e via dicendo.
Il festival è organizzato da Acciari Consulting, società di comunicazione di proprietà di Alberto Acciari, e ha il patrocinio del comune di Firenze e della Siae. Il «Comitato dei lettori», che ha il compito di valutare tutte le opere, è presieduto da Antonio Scurati e comprende molti professionisti nel campo della narrativa, del cinema, della tv, tra cui gli scrittori Giuseppe Antonelli, Carlo D'Amicis, Chiara Valerio. I «degni di pubblicazione e produzione» saranno selezionati da Scurati assieme ai membri del Comitato dei garanti, del quale fanno parte, tra gli altri, Matteo Renzi, sindaco di Firenze, Nicoletta Maraschio, presidente dell'Accademia della Crusca, Gaetano Blandini, direttore generale della Siae. «Non mi sembra un'operazione diversa da quelle di molte agenzie ed editori che sfruttano la vanità delle persone per fare soldi — dice il fiorentino Marco Vichi che ha aderito all'appello —. Sicuramente nel patrocinio del Comune di Firenze non c'è nessuna malafede, però avrebbero potuto valutare meglio l'iniziativa». «Un capolavoro di cinismo chiamato festival — lo ha definito Michela Murgia sul suo sito — che ha coinvolto nella più completa buona fede anche persone insospettabili, che con la loro popolarità e credibilità contribuiscono a indurre nei partecipanti la convinzione di iscriversi davvero a un laboratorio dove si selezionano talenti, e non invece a una macchina per spennare speranze».
Il presidente del comitato dei lettori, Antonio Scurati, sembra avere le idee chiare, ma è all'estero e ne parlerà in modo dettagliato soltanto oggi, al suo ritorno. Il linguista Giuseppe Antonelli dice che nessuno della giuria è stato coinvolto nella parte economica e che ora aspetta di confrontarsi con gli altri. Carlo D'Amicis ammette di non essersi troppo interessato all'aspetto imprenditoriale: «Ho risposto a un invito di Acciari, che conosco da tanto tempo come una persona corretta e leale, per dargli qualche consiglio sulla parte degli appuntamenti culturali. Forse ho sbagliato a non interessarmi di più alle condizioni economiche. Certo, quando ho saputo i prezzi io stesso ho detto ad Acciari che erano troppo alti».
Il sito del Festival ieri risultava bloccato. Alberto Acciari si difende: «Questa è un'iniziativa mai fatta prima né in Italia né in Europa e forse per capirla ci vorrebbe una maggiore apertura mentale. È un festival che nasce perché negli ultimi tempi ho sentito molte lamentele sul fatto che il sistema editoriale italiano è bloccato. Non solo è difficile essere pubblicati, ma è quasi impossibile essere letti, capire se un manoscritto vale qualcosa o è da buttare. Oltretutto gli editori con cui ho parlato sono tutti concordi nel dire che tra i materiali che arrivano solo il 5-6 per cento è degno di essere pubblicato. Molti però hanno idee, storie, punti di vista interessanti, spesso scritti in modo rozzo, non rifiniti. L'obiettivo è organizzare qualcosa che possa dare questo servizio, permettere a tutti i partecipanti di trovare spazio e visibilità, a prescindere da una eventuale pubblicazione, per conoscere editori, farsi leggere dalla gente, avere un giudizio critico dei manoscritti da professionisti. Qui non c'è nessun contributo pubblico, ci sono io e qualche sponsor privato. Non si tratta di un premio dove le spese si riducono alla spedizione dei volumi. C'è lo spazio da affittare, le persone che lavorano da pagare, una macchina complessa. Io sono un imprenditore, non un mecenate. Le iscrizioni avrebbero coperto solo il 20, 25 per cento delle spese».
Certo, tutta la polemica ha fatto capire ad Acciari che effettivamente 600 euro sono troppi. «Al di là di questa lettera, anche altri mi avevano fatto notare che i costi erano eccessivi, soprattutto in un momento di crisi. Per cui li abbiamo dimezzati. Domani (oggi per chi legge ndr) sul sito pubblicheremo le nuove condizioni. Io comunque rispetto tutti i punti di vista, ho dato anche la mia disponibilità al Comune a confrontarmi con i firmatari dell'appello in un incontro pubblico».
La Stampa TuttoScienze 4.4.12
Chi inganna le trappole dell’infinito
di Francesco Vaccarino, Politecnico di Torino
L’ infinità del finito: questo è l’abisso in cui precipita chi si occupa di combinatoria. Come Alice nel pozzo si precipita insieme a oggetti facili da descrivere, la cui natura profonda ci sfugge. Alcuni, però, trovano il bianconiglio e tornano per dirci cosa c’era dietro lo specchio.
La combinatoria è quella parte della matematica che si occupa dello studio di strutture discrete, finite o al più numerabili, i cui elementi possono essere messi in corrispondenza biunivoca con i numeri naturali. Un esempio famoso è il «problema del commesso viaggiatore»: «Data una rete di città, connesse tramite alcune strade, trovare il percorso di minore lunghezza che l’uomo deve seguire per visitare tutte le città una e una sola volta per poi tornare alla città di partenza».
Problemi come questo sfidano l’intuizione, poiché, per quanto semplici da formulare, sono spesso difficilissimi da risolvere. Le loro dimensioni diventano immense, sebbene finite, già in casi iniziali, con poche città, per esempio. La natura discreta degli insiemi studiati non permette di avvalersi di tecniche quali la «potenza del continuo», disponibile per insiemi infiniti che possono essere messi in corrispondenza con una retta e che hanno il vantaggio di poter avvicinarsi ai punti «per vedere cosa capita lì intorno». Per questi motivi i problemi che coinvolgono insiemi discreti molto grandi hanno spesso richiesto soluzioni geniali costruite ad hoc. Dalla seconda metà del XX secolo, tuttavia, sono state sviluppate teorie e tecniche più generali che hanno consentito, ibridando il linguaggio del discreto con quello della probabilità, dell’algebra, della geometria e della teoria dei sistemi dinamici, il raggiungimento di risultati considerati fino ad allora impensabili. Uno dei massimi protagonisti di questa rivoluzione è il matematico ungherese Endre Szemerédi, fresco vincitore del Premio Abel 2012, il Nobel per la matematica. Szemerédi, nato nel 1940, allievo di Israel Gelfand ed epigono di Paul Erdos, ha dato enormi contributi a questa area della matematica.
In particolare è famoso per aver dimostrato la congettura di Erdos–Turan sulle successioni aritmetiche e nel farlo ha provato anche il celeberrimo «Lemma di Regolarità» che porta il suo nome, secondo il quale ogni grafo abbastanza grande può essere suddiviso in sottoinsiemi all’incirca grandi uguali e connessi in modo aleatorio.
Il lavoro di Szemerédi ha avuto enormi applicazioni, ad esempio alla teoria dei numeri, grazie ai colleghi Green a Tao. Ma ciò che forse gli dobbiamo di più è aver posto alcune fondamenta di quella matematica discreta che influenzerà la nostra era fatta di supercomputer e «Big data».
La Stampa TuttoScienze 4.4.12
Quei contatti così intimi e così imprevedibili
Addio alle vecchie idee sull’attrito: ora è uno dei settori “cool”
Nell’infinitamente piccolo si spalancano straordinarie possibilità
di Erio Tosatti, Sissa Trieste
L’invisibile. I contatti tra gli atomi di due superfici osservati nella dimensione «mini» delle nanotecnologie
Il visibile. Le spaventose forze scatenate dallo sfregamento delle placche tettoniche: un esempio estremo di attrito
Chi avesse fatto alle superiori studi scientifici o (come me) studi tecnici ricorderà, probabilmente senza rimpianto, le lezioni di fisica dedicate all'attrito: corpi scivolanti su piani inclinati e un elenco arido di leggi. Una barba insostenibile. Difficile anticipare, allora, che proprio l'attrito sarebbe un giorno diventato oggetto di palpitante ricerca in fisica. Intendiamoci: per gli ingegneri, i sismologi, i tecnici delle più svariate aree, l'attrito era, è e rimarrà pane quotidiano. Ma che cosa è cambiato agli occhi del fisico, tanto da far diventare di nuovo interessante l'attrito, cinque secoli dopo Leonardo? Sono avvenute tre importanti rivoluzioni.
La rivoluzione «nano»: iniziata con l'invenzione dei microscopi a punta da parte di Gerd Binnig e Heinrich Rohrer, nei laboratori Ibm nel 1981. Strumenti che hanno reso per la prima volta visibili le superfici su una scala tanto fine da rendere riconoscibili perfino i singoli atomi, le molecole superficiali, il loro moto; e misurabile l'attrito per trascinamento della punta.
La seconda rivoluzione è legata alla simulazione numerica del moto degli atomi nei solidi. L'attività di simulazione, iniziata già negli Anni 50 anche con il contributo di Fermi, con i calcolatori sviluppati per il progetto Manhattan, è cresciuta grazie allo sviluppo esponenziale della potenza di calcolo e alla fioritura della fisica computazionale, che ora si affianca alla fisica sperimentale e a quella teorica.
La terza rivoluzione deriva dagli approcci basati sulla fisica statistica e sulla complessità. Cruciale è la consapevolezza che «more is different», dal titolo di un articolo di Philip Anderson, una delle menti scientifiche più brillanti del 900. Secondo questa filosofia, è sbagliato cercare di ricondurre in modo riduzionistico il comportamento dei sistemi complicati alla somma dei comportamenti individuali dei componenti elementari.
Che cosa c'entra la complessità con l'attrito, che nella versione più semplice è banale energia meccanica dissipata in calore a seguito dello sfregamento dei corpi? In realtà, il contatto fra corpi di dimensioni ordinarie e non troppo piccole ha una natura complessa e irregolare, descrivibile solo attraverso approcci statistici. Lo scivolamento di un corpo sull'altro implica la stiramento, la rottura, il riassestamento di una miriade di contatti incontrollati e incontrollabili. La lubrificazione implica lo scorrimento di molecole che rivestono intercapedini rugose, impossibili da descrivere individualmente. La rottura di un materiale sotto stress avviene attraverso la formazione e la propagazione di cricche, il cui meccanismo fisico è collettivo ed è governato da una dinamica che appare sempre più complessa man mano che la si studia. Nello scorrimento delle placche tettoniche nei terremoti, un po' come in quello di un gesso sulla lavagna, il moto consiste in una sequenza di accelerazioni e arresti («stick-slip»), dove si associano la complessità dei contatti all’imprevedibilità della dinamica non lineare. Fatte le dovute semplificazioni, fenomeni complessi di questo tipo si prestano alla modellizzazione matematica, che è il piatto forte della fisica statistica.
Dalla rivoluzione nano è nato il nanoattrito. Lo si misura con il microscopio a forza atomica, dove una punta, sfregando su una superficie solida od oscillando in prossimità, dissipa energia: al contrario dell'attrito macroscopico, in condizioni controllate. Si esplorano così anche nuovi meccanismi di attrito, che arrivano fino a nuove possibilità di attrito magnetico ed elettronico. Si è scoperto, per esempio, che una punta oscillante in prossimità di un metallo riduce la sua dissipazione di un fattore due, quando il metallo diventa superconduttore, in assenza di attrito elettronico. Oppure che una punta oscillante può essere in grado di «leggere» attraverso l'attrito il verso in cui le catene di atomi in un nanotubo di carbonio si «arrotolano» - la cosiddetta «chiarità» - meglio di ogni altra tecnica disponibile. La quantità di dati cresce in questo campo più velocemente della nostra capacità teorica. E qui casca l'asino: perché la teoria non c'è.
Le teorie in fisica si basano su un «principio variazionale»: una quantità, per esempio l'energia libera o l'entropia, dev’essere minimizzata o massimizzata dal comportamento del sistema fisico. Un secondo armamentario standard del teorico è la riposta lineare: se agiamo su un sistema fisico con una perturbazione di infinita leggerezza, l'effetto sarà proporzionale - lineare - alla leggerezza della perturbazione. In attrito non esiste un principio variazionale, o almeno non ne esiste uno che sia utilizzabile su scala non atomica. Peggio ancora, poi, lo «stick-slip» dell'attrito, anche di quello nano, è violento e non lineare. In conclusione, se togliamo la modellazione complessa di cui abbiamo detto, non c'è in attrito una teoria che sia degna di questo nome.
E qui viene in aiuto l'altra rivoluzione, la simulazione al calcolatore. Descrive benissimo la dinamica di sistemi come quelli nano, con qualche decina o centinaio di migliaia di atomi. Nemmeno la non-leggerezza dell'attrito, compresa la non-linearità dello «stickslip», è un problema. Si è affermato, quindi, nel nanoattrito un binomio esperimento-simulazione, che sta dando ottimi frutti. E in qualche caso, al nostro gruppo di ricerca, sta generando sufficiente baldanza da spingere la simulazione oltre i dati esistenti, proponendo inediti «esperimenti mentali» alla comunità sperimentale.
Una volta tanto, se saremo abbastanza bravi, ma soprattutto fortunati, potrebbe capitare anche a noi teorici quello che di regola succede solo ai colleghi sperimentali: fare come loro, per bravura o serendipity, una qualche vera scoperta.
Erio Tosatti Fisico E’ PROFESSORE DI FISICA DELLA MATERIA CONDENSATA ALLA SCUOLA INTERNAZIONALE SUPERIORE DI STUDI AVANZATI (SISSA) DI TRIESTE ED È MEMBRO DELLA NATIONAL ACADEMY OF SCIENCES AMERICANA"
La Stampa TuttoScienze 4.4.12
Misteri L’antico Egitto
“Cerco la Venezia perduta sul grande Nilo dei faraoni”
“A Tebe una rete di canali collegava le città dei vivi e dei morti”
di Gabriele Beccaria
Angus Graham non è l’archeologo tradizionale che scava nella sabbia per portare alla luce l’Egitto dei morti immortali. Lui indaga l’Egitto anfibio dei faraoni, quando terra e acqua erano intrecciati, proprio come negli antichi miti della creazione.
A Tebe i turisti vedono la sottile striscia del Nilo e i consumati colossi di Memnone a guardia della Valle dei Re. Il professore inglese, invece, guarda oltre e sta cercando un intero mondo perduto, che immagina come una Venezia di oltre 3 mila anni fa. L’arido paesaggio del XXI secolo - è convinto - è irriconoscibile rispetto a quello che contemplavano i signori dell’Alto e del Basso regno: dall’una e dall’altra riva del Nilo dovevano innervarsi una serie di canali che collegavano la città dei sacerdoti con la città delle mummie. Dove oggi si allarga un patchwork di deserto e di campi coltivati, allora si estendeva una rete di fiumi artificiali, su cui scorrevano barche, derrate di cibo, blocchi calcarei e perfino dei.
A credere a molte storie incise sui monumenti e a leggere tanti papiri sopravvissuti Tebe era davvero un’arcaica Venezia, anche se priva della sua grazia rinascimentale e appesantita dalla mole di monumenti fuori scala. Alcune narrazioni raccontano come interi set di statue del pantheon egizio venissero caricate nel Tempio di Karnak e portate in processione sulla riva Ovest, in simbolici incontri, forse esoterici, con le anime dei re defunti. Le vie d’acqua - sostiene Graham - avevano quindi una funzione religiosa, oltre a molti utilizzi pratici. Erano il sistema circolatorio che dava energia a un gigantesco centro capace di rivaleggiare con le meraviglie settentrionali della piana di Giza.
Per scoprire la verità e provare a ricostruire la metropoli scomparsa Graham ha deciso di ricorrere a una tecnologia nota come «electrical resistivity tomography»: ha sparso gruppi di sonde nella piana davanti alla Valle ai Re e ha cominciato a indagare i profili della realtà sotterranea. Le sequenze di deboli impulsi elettrici emesse dai suoi stumenti leggono la resistenza del sottosuolo, distinguendo tra i basamenti di roccia, i sedimenti accumulatisi nei secoli e le aree archeologiche ancora sepolte. L’obiettivo è trasformare il codice delle onde in mappe coerenti e queste in immagini capaci di restituire l’antica topografia, quella fatta plasmare dai predecessori e dai successori di Ramses II (il suo Ramesseum - si sa - è una delle rovine che costellano il panorama).
L’iniziativa, finanziata dall’« Egypt Exploration Society», è considerata molto promettente. Una star dell’archeologia come Kent Weeks l’ha definita addirittura «rivoluzionaria»: «Si tratta - ha dichiarato - di un progetto visionario. Se si individueranno i canali, si getteranno le basi per gli scavi delle prossime generazioni». E in effetti il «metodo Graham» ha già dimostrato la propria efficacia con un’indagine virtuale a Karnak. Ha svelato che il Nilo di oggi non è quello del passato. All’epoca degli adoratori di Iside e Osiride scorreva intorno al tempio, cingendolo di limo. L’isola veniva allagata a ogni piena e lo spettacolo emozionava ogni egizio, commosso dalla visione del simbolo della montagna primigenia emergere dalle acque della creazione.