l’Unità 12.4.12
L’Europa critica il sistema italiano: «Vanno introdotti controlli severi»
Presentata una proposta comune di Pd, Pdl e Terzo Polo. Rinviati a settembre i rimborsi
La certificazione sarà obbligatoria. Per i bilanci non in regola interventi dei presidenti della Camera
Nuove regole per i soldi ai partiti. Authority, sanzioni, trasparenza
Finanziamento ai partiti, messe nero su bianco le nuove norme su controlli, trasparenza e sanzioni. Il testo verrà presentato come emendamento al decreto fiscale. Entro aprile l’approvazione
di Simone Collini
La discussione è andata avanti per tre ore, poi gli sherpa di Pd, Pdl e Terzo polo sono andati a riferire ai vertici dei propri partiti. Si sono rivisti dopo un’ora e hanno continuato a limare il testo. E solo in tarda serata sono stati resi noti i termini dell’intesa, tradotta in un emendamento che verrà presentato al decreto legge di semplificazione fiscale, ora in discussione alla Camera, per arrivare entro una decina di giorni all’approvazione definitivia.
APPROVAZIONE ENTRO APRILE
Il testo per introdurre maggiori controlli e una reale trasparenza sull’utilizzo dei rimborsi elettorali ai partiti ora c’è. A metterlo nero su bianco, dopo che nei giorni scorsi ne avevano discusso i punti cardine Pier Luigi Bersani, Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini, sono stati Antonio Misiani e Gianclaudio Bressa per il Pd, Massimo Corsaro, Rocco Crimi e Donato Bruno per il Pdl, Benedetto Della Vedova, Pino Pisicchio e Gianpiero D’Alia per il Terzo polo.
Ad allungare i tempi della discussione è stato soprattutto il punto riguardante l’organismo a cui affidare i controlli. Pd e Udc hanno proposto la Corte dei conti, ma si sono scontrati con il niet del Pdl. Alla fine l’accordo è stato trovato su un’Authority composta dai presidenti (o loro delegati) di Corte dei conti, Corte di cassazione e Consiglio di Stato e presieduta dal presidente della Corte dei conti. Sarà questo ente terzo (i cui componenti non percepiranno alcun compenso per questa nuova attività) a controllare che i bilanci dei partiti siano regolari.
CERTIFICAZIONE OBBLIGATORIA
È stata accolta la proposta del Pd di rendere obbligatoria la certificazione dei rendiconti da parte di società esterne iscritte nell’albo della
Consob (i Democratici da tempo si affidano alla Pricewaterhouse Coopers e ora Lega e Udc hanno annunciato analoga decisione) e anche quella (condivisa dall’Udc), di pubblicare sui siti internet dei partiti stessi e anche su quello della Camera i bilanci, nonché quella di abbassareda50milaa5milaeurolasoglia per le donazioni anonime.
Avanzata dai centristi, e accolta, è stata invece la proposta di prevedere la possibilità di investire i fondi a disposizione dei partiti soltanto in titoli di Stato italiani (una norma utile ad evitare speculazioni immobiliari o l’approdo dei rimborsi elettorali verso fondi finanziari stile Tanzania).
SANZIONI DA PRESIDENTI CAMERE
L’intesa è stata raggiunta anche sul sistema di sanzioni per i partiti che non rispettino le nuove norme. La nuova Authority, denominata «Commissione per la trasparenza ed il controllo dei bilanci dei partiti politici», dovrà accertare se i bilanci siano in regola o se presentino irregolarità penali o civili. In questo caso, secondo quel che prevede l’intesa tra i partiti di maggioranza, il materiale sarà trasmesso alla magistratura direttamente, altrimenti la sanzione verrà comminata dai presidenti delle Camere. Si legge nel testo diffuso in tarda serata che qualora la nuova Commissione rilevi «irregolarità, i Presidenti della Camera e del Senato provvederanno ad applicare, su proposta della Commissione, sanzioni amministrative pecuniarie pari a tre volte le irregolarità commesse». È inoltre previsto che le contribuzioni dei partiti politici a fondazioni, enti e istituzioni o società eccedenti i 50 mila euro annui comportino l’obbligo per questi ultimi di sottoporsi ai controlli della «Commissione per la trasparenza e il controllo dei bilanci dei partiti».
Durante gli incontri di ieri si è anche deciso di far slittare da luglio a settembre l’ultima rata di 100 milioni dei rimborsi elettorali, mentre il più ampio argomento di una riforma del sistema di finanziamento pubblico sarà affrontata nel corso dell’esame delle proposte sull’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione.
PRIMO PASSO
Le nuove regole vengono commentate con soddisfazione da Misiani: «Si tratta di un testo molto positivo, di una svolta vera sul terreno della trasparenza, dei controlli e delle sanzioni». Quello raggiunto ieri, per il tesoriere del Pd, è «un primo passo molto importante nella direzione di una più complessiva revisione del finanziamento pubblico». Il modello di controllo adottato, spiega Bressa, è «ispirato all’Europa»: «La Commissione per il controllo e la trasparenza è come quella che c’è in Francia e le sanzioni sono quelle della Germania, ma più severe». Il capogruppo del Pd in commissione Affari costituzionali della Camera ammette che «è stato un lavoro duro» ma quello raggiunto alla fine delle lunghe riunioni con i tecnici di Pdl e Terzo polo lo definisce «un punto di equilibrio giusto ed efficace».
L’Europa boccia senza appello l’Italia per le attuali regole sul sistema di finanziamento pubblico ai partiti, caratterizzato da controlli insufficienti, e punta il dito contro tempi per la prescrizione dei reati legati alla corruzione talmente brevi da rischiare di vanificare l’opera meritoria svolta dai giudici.
Il giudizio è contenuto in un rapporto reso noto ieri da Greco (Grupe d’Etats Contre la Corruptions), il braccio anti-corruzione del Consiglio d’Europa. Con un tempismo legato all’attualità politica nazionale davvero sorprendente, il documento di 68 pagine è diviso in due parti. In quella sul finanziamento pubblico della politica si sottolineano le carenze «importanti» e le sanzioni «inefficaci» del sistema. Ma soprattutto si evidenzia la mancanza di adeguati controlli e l’urgenza di intervenire per sanare una situazione insostenibile. Che, grazie al meccanismo attuale, avrebbe portato i partiti a incassare tra il ‘94 e il 2008 il triplo delle spese sostenute (2,25 miliardi di euro contro 570 milioni). Si esortano quindi i partiti a «sviluppare propri sistemi di controllo interno e sottoporre i conti a revisione contabile indipendente». Sette le «raccomandazioni» rivolte all’Italia da Greco su cui Roma dovrà riferire entro il 30 settembre del prossimo anno. Tra queste spiccano lo status legale dei partiti, l’introduzione di adeguati controlli pubblici, il divieto di donazioni anonime.
Ma anche per quanto riguarda la lotta alla corruzione il rapporto Greco lancia un allarme importante sulle «tante lacune» rilevate e l’inadeguatezza delle sanzioni previste. Nonostante ciò, «in Italia sono stati perseguiti un numero considerevole di casi di corruzione grazie al lavoro dei giudici che hanno sviluppato la giurisprudenza in questa area». Gli sforzi che rischiano però di essere vanificati da tempi di prescrizione «troppo brevi» per i reati legati alla corruzione.
l’Unità 12.4.12
Bersani: «Questa non è una riformina. E basta gettare fango su tutti»
Bersani respinge la campagna contro il finanziamento pubblico: «Non accetto che si getti fango su tutto, non tutti i partiti utilizzano i rimborsi per ristrutturare case». Si discute sull’ultima tranche di 100 milioni.
di S.C.
«Non accetto che venga gettato fango su tutti». Pier Luigi Bersani vede montare attorno ai partiti una campagna dai contenuti tutt’altro che inediti e dagli esiti ampiamente prevedibili. Grandi gruppi editoriali che mettono in discussione l’opportunità del finanziamento pubblico ai partiti, forze politiche (dall’Idv a Fli, dai grillini a pezzi del Pdl) che ne chiedono la cancellazione. «Non tutti i partiti utilizzano i fondi pubblici per ristrutturare case si sfoga il leader del Pd con chi lo avvicina mentre è in corso la riunione degli sherpa per disegnare le nuove regole serve qualsiasi forma la più stringente per controllare i bilanci ma non accetto che la Lega riesca a distruggere il sistema della democrazia, come era nella sua intenzione originaria. Dai tempi di Pericle, la democrazia ha sempre funzionato con il sostegno pubblico per evitare che il più ricco e il più forte facesse il burattinaio e governasse la città».
Il leader del Pd guarda con attenzione agli attacchi sferrati da più parti al sistema dei rimborsi elettorali, alle proposte di ridurli, abrogarli, alla richiesta di non erogare ai partiti l’ultima tranche di 100 milioni, prevista per luglio. E conversando con i cronisti alla Camera un po’ ricorda che i rimborsi già hanno subìto significativi tagli (erano 289 milioni di euro nel 2010, 189 nel 2011 e ora sono destinati a ridursi a 143), un po’ rivendica le scelte fatte dal suo partito prima che scoppiasse il caso Lusi e lo scandalo dei fondi leghisti («non dicano a noi che ci svegliamo ora, i conti del Pd sono certificati da una società esterna e abbiamo inventato le primarie e i codici etici») e un po’ difende il testo che in quegli stessi minuti stanno scrivendo gli sherpa di Pd, Pdl e Terzo polo per garantire maggior controllo e trasparenza sui bilanci dei partiti. «Non chiamatela riformina», dice a chi riporta le parole di qualche commentatore. E poi: «Non accetto che si butti fango su tutto, mica tutti i partiti ristrutturano le case con i soldi pubblici».
Una riforma del sistema dei finanziamenti pubblici si deve fare, per Bersani, che è primo firmatario di una proposta di legge su questo argomento depositata in commissione Affari costituzionali. Ma la discussione che va avanti da mesi sull’applicazione dell’articolo 49 della Costituzione dimostra (al di là del fatto che ieri il relatore del provvedimento, l’ex Pdl e oggi Popolo e territorio Andrea Orsini, non si è fatto vedere e ne è scoppiata una polemica) che bisogna estrapolare poche norme da approvare in tempi rapidi. «Per fare le cose per bene bisogna riflettere, bisogna ragionare. Ma da subito si possono aumentare i controlli su come vengono gestiti i soldi», è il ragionamento. Il Pd, dice Bersani, è pronto ad usare «qualsiasi strumento», anche il decreto, pur di intervenire rapidamente per rafforzare i controlli. E se qualcuno chiede di diminuire ancora il finanziamento pubblico, dice che il Pd è pronto a discutere, «purché sia chiaro che l'attività politica è stata finanziata fin dai tempi di Clistene, altrimenti si dica che diamo il bastone del comando al più ricco della città e abbiamo risolto».
L’ULTIMA TRANCHE DEI RIMBORSI
Ora entra nel dibattito pubblico la possibilità di non far entrare nelle casse dei partiti l’ultima tranche dei rimborsi. Non c’è solo chi, come Vannino Chiti, propone di sospenderne l’erogazione «fino a quando non verrà approvata la nuova legge» (che è un modo per sollecitare tutte le forze politiche a chiudere in fretta). Ci sono le Acli che chiedono di devolvere quei 100 milioni di euro per finanziare la partenza di 27mila ragazzi per il servizio civile nazionale e chi, come Antonio Di Pietro, propone di dare quei soldi «alla Fornero perché possa pensare alle parti sociali più deboli». Dice Bersani mentre gli sherpa concordano lo slittamento a dopo luglio: «Parliamo anche di quello. Ma occupiamoci anche di controllare come vengono spesi i soldi che sono stati già erogati».
l’Unità 12.4.12
Democrazia aziendalista
Niente fondi ai partiti. Così i conflitti d’interessi diventano la regola
La campagna contro i finanziamenti pubblici lascia intravedere un panorama desolante di banchieri, tecnici e imprenditori ciascuno col suo movimento
di Michele Prospero
L ‘obiettivo reale della furibonda campagna contro i costi della politica lo ha esplicitato candidamente Pierluigi Battista che, al Tg3, ha evocato una Repubblica senza partiti e addirittura senza politica. Sono del resto molti i commentatori del Corriere della Sera che cavalcano con spregiudicatezza la dolce ebbrezza di una deriva populistica.
La rimozione dei partiti è invocata per spianare la strada a una gestione del potere affidata a componenti tecniche e imprenditoriali che operano oltre i partiti. Il sogno antico è quello di una democrazia aziendalista capace di togliere il disturbo dei partiti per lasciare alle forze economiche dominanti il pieno potere di legiferare.
In discussione oggi, con il finanziamento pubblico, non è una spicciola questione monetaria, così urticante in tempi di risorse scarse, ma il fondamento stesso della democrazia moderna, vista come una forma storica di compromesso tra le immani potenze del mercato e le istanze residuali di eguaglianza dei cittadini.
È palese che la disparità eccessiva delle risorse economiche e mediatiche rende in sé distorta la competizione tra i partiti e affida al peso del denaro una sovranità reale rispetto alla evanescenza della singola espressione di consenso. Non esiste un voto eguale se non si garantiscono delle condizioni tendenzialmente equilibrate (nella disponibilità di risorse) tra gli attori. Nel ventennio berlusconiano, una gara elettorale regolare senza il finanziamento pubblico sarebbe stata del tutto disperata. Anche in tempi meno eccezionali, però, il nodo della castrazione dell’impatto che ha il possesso diseguale di beni (mediatici, economici) rimane aperto. Per questo bisogna guardare all’Europa, l’America è troppo lontana.
Negli Stati Uniti solo chi rinuncia ai finanziamenti pubblici (che sono previsti anche lì, ma sono molto limitati e quindi poco appetibili) può rifarsi con i generosi soldi messi a disposizione dai voraci gruppi privati di pressione. Dopo la sentenza del 2010, la Corte suprema non pone più limiti alle dorate elargizioni dei ricchi che esercitano la loro splendida libertà di annegare nell’oro il candidato di più stretta fiducia. La corruzione diventa così legge, nel senso che i gruppi, le lobby, gli interessi più forti determinano come vogliono il contenuto effettivo della legge. Il processo legislativo risponde terribilmente alla parabola del denaro, i marginali non contano proprio. Il condizionamento economico delle decisioni in America è organico a un sistema edificato sul continuum molto scivoloso denaro-politica.
Proprio in questo abbraccio mortale tra gli interessi privati ristretti e la legge risiede la fondazione teorica della necessità di un finanziamento pubblico della politica. Dove manca un sostegno pubblico, chi foraggia i candidati decide anche la norma giuridica e la politica è in gran parte l’autolegislazione degli interessi economici più aggressivi. Il tragitto europeo è per fortuna diverso. L’autonomia della politica è preservata anche grazie all’adozione del contributo pubblico. Persino nell’Inghilterra dagli anni Trenta vige un peculiare finanziamento che va però solo all’opposizione di sua Maestà, ritenuta svantaggiata rispetto al partito di governo che controlla l’amministrazione pubblica e opera quindi in condizioni di privilegio competitivo.
In un’Italia, dove i media agitano gli inquietanti spettri di una «partitopoli» per solleticare gli umori più regressivi, il proposito di togliere il finanziamento pubblico equivarrebbe di fatto a rendere strutturale il conflitto di interessi. Si avrebbe cioè un panorama pubblico desolante nel quale le fondazioni di imprenditori, tecnici, banchieri entrano nell’agone politico per ampliare l’influenza dell’azienda privata che ambisce a gestire direttamente gli affari generali.
Al posto dei partiti che mediano tra i diversi interessi, e danno voce ai ceti più deboli, sorgerebbe un seguito personale-patrimoniale garantito da fedeltà oblique che solo il denaro mantiene nel tempo. Quando al partito subentra il denaro si determina una completa opacità di ogni orizzonte statuale.
Per bloccare l’onda antipolitica, i partiti oggi giustamente scelgono la strada dell’autoriforma, non la delegano ai giudici (che scottanti problemi con escort, corruzioni, rapporti opachi con il denaro, inciampi con gli arbitrati, le consulenze, gli incarichi extragiudiziali, li hanno eccome in casa loro) o ai media vocianti che suonano il piffero per i grandi interessi economico-finanziari che vorrebbero una politica ancor più debole e sempre obbediente. Una filosofia della riforma del regime dei rimborsi elettorali dovrebbe muovere dall’idea di partito quale sede della rappresentanza sociale e costruttore di eguaglianza.
I partiti hanno il diritto a un finanziamento non in quanto gestiscono le pubbliche risorse e pertanto, coprendo un servizio, meritano l’elargizione di sostegni in denaro. Questa è la giustificazione debole dei costi della politica. I partiti diventano delle agenzie di rango semiamministrativo cui, per una prestazione fornita, è dovuto un compenso che viene monitorato.
I partiti però non sono delle strutture burocratiche che offrono un servizio alla società, ma sono la società stessa che organizza la propria differenza e impone confini, avanza pretese di identità. Bisogna perciò rovesciare l’ottica corrente: siamo agenzie iper-regolate e quindi copriteci d’oro. E imporre l’altra veduta: siamo la società che organizza la sua parzialità e quindi ci spettano i fondi pubblici, sulla cui destinazione controllateci pure con la severità che credete.
l’Unità 12.4.12
I giovani e l’alcol. Sbronza a digiuno per sentirsi del gruppo
Il report Istat su uso e abuso registra l’aumento del “Binge Drinking” ovvero dell’abitudine di bere fuori pasto con lo scopo di «sballare» Anziani e donne fra gli otto milioni di italiani con comportamenti a rischio
di Jolanda Bufalini
Solitudine-gruppo, malinconia-stare insieme, sono binomi da tenere presenti nel cercare una spiegazione del cambiamento di abitudini nel rapporto con l’alcol. L’indagine Istat su “uso e abuso dell’alcol” ci dice che otto milioni di italiani bevono in modo rischioso e, fra questi otto milioni, i gruppi più a rischio sono i giovani e giovanissimi e gli anziani. I parametri sono quelli dell’Oms e delle tabelle appese nei ristoranti e nei bar per evitare di incorrere nei rigori del codice della strada. Gli anziani bevono troppo anche semplicemente perché non sanno che dopo i 65 anni i 2-3 bicchieri al giorno, considerati la quantità moderata di consumo di vino, dovrebbero essere ridotti a uno. Quello che più colpisce è invece il gran numero di ragazzi e ragazzini che bevono fuori pasto, in discoteca o nei locali dove si fa l’happy hour, e bevono strane bevande dai colori fluorescenti, cocktail e amaro, superalcolici e birra a fiumi. Sono quasi il 19% i teenager (14-17 anni) che bevono fuori pasto (erano il 15,5 nel 2001). È una fascia di età particolarmente delicata, spiega l’indagine Istat, «perché non si è ancora in grado di metabolizzare adeguatamente l’alcol».
E ci sono «ragazze racconta Gustavo Pietropolli Charmet che mangiano lattuga dal lunedì al venerdì» poi ingollano una bomba caraibica e «vanno in coma etilico». È il fenomeno del Binge Drinking, più volgarmente detta la sbronza, una tantum «6 o più bicchieri di alcol in un’unica occasione». Anche fra le ragazze e i ragazzi dagli 11 ai 15 anni la percentuale dei comportamenti a rischio è alta (12%) e, dice il rapporto Istat, «è grave perché è un comportamento che pone le basi per possibili consumi non moderati nel corso della vita».
Gustavo Pietropolli Charmet ha appena pubblicato un libro, Cosa farò da grande? Il futuro come lo vedono i nostri figli (Laterza, 15 euro), è uno psicoterapeuta di formazione psicoanalitica e docente all’Università Milano-Bicocca. Tutti i suoi libri sono dedicati all’adolescenza. «C’è un motivo certo dice per spiegare l’uso e l’abuso dell’alcol non individuale come dello spinello o delle droghe leggere», lasciando da parte il disagio individuale che non ha a che fare con le statistiche. Questo motivo è un «nuovo soggetto antropologico, il gruppo». Nel gruppo si definiscono gli obiettivi: «ridere, facilitare la comunicazione, la confusione che fa stare assieme». Stare assieme, non necessariamente stare bene assieme. «Si abbassa il livello del pudore, si stabilisce una maggiore confidenza che sembra amicizia, si ha così l’impressione di avere passato una bella serata».
La domanda meno ovvia da porsi, invece, è perché il gruppo sia diventato così importante nella vita degli adolescenti. La spiegazione dello psichiatra è che i ragazzi sono già «immersi nella gruppalità da 0 a 15 anni, nella vita con i coetanei dal nido alla scuola superiore non hanno solo compagnia» formano anche le loro categorie di fondo, «cosa è giusto e cosa è ingiusto, cosa è bello e cosa no». È in questa dimensione che nasce la dipendenza, la disponibilità anche a «fare sacrifici». È il gruppo che beve troppo, senza distinzione di maschi e femmine, infatti la percentuale delle ragazze che beve è più alta di quella delle donne adulte. Magari al singolo non piace tanto o non è convinto, ma insieme «si supera la solitudine, la malinconia, la noia». In una periferia degradata, una banda di maschi può scegliere la violenza o la droga pesante, fra i ragazzi del centro, di buona famiglia si usa «l’alcol o la droga leggera per ottenere un effetto stupefacente blando che ti fa superare il rischio di sentirti solo». E infatti l’abitudine del Binge Drinking è più diffusa fra chi va in discoteca oppure in occasione di concerti e di spettacoli sportivi. Si sbronza di più chi va a ballare o alla partita (18%) di chi non ci va (6%) e in questo caso l’adolescenza si prolunga fino ai 44 anni (però forse quel 6% che beve troppo da solo sta peggio di chi si ubriaca in gruppo, è una percentuale che potrebbe denunciare disagio individuale).
Il cambiamento del modello di consumo tradizionale, basato sulla consuetudine di bere durante i pasti, è particolarmente evidente fra le donne. Diminuisce infatti il numero delle consumatrici giornaliere da 5 a 4 milioni (l’ossessione delle diete), ma aumenta da 3,3 a 4,5 milioni quello delle donne che bevono fuori pasto. Il 90% delle giovani fra i 16 e i 29 anni beve così mentre sulla sbronza più o meno a digiuno incide per il 65% la fascia degli adolescenti.
Il fenomeno del Binge Drinking che fa assomigliare il comportamento dei ragazzi italiani a quello dei loro coetanei del Nord Europa è in crescita ma non ha scalzato le consuetudini: in testa ai consumi di alcolici c’è sempre il Nord Est seguito a ruota dall’Italia Nord occidentale, e il vino è la bevanda preferita. Questo fa dire all’Osservatorio giovani che l’Italia resta un paese in cui c’è «maturità nel rapporto con le bevande alcoliche», mentre Cia e Confagricoltura ricordano che è importante l’educazione a bere bene.
il Fatto 12.4.12
Il primario di Vendola
Il leader di Sel indagato per aver favorito una nomina al San Paolo di Bari. “Volevo il migliore”
di Antonio Massari
Quel concorso deve vincerlo Sardelli. Non ti preoccupare, ti copro io”: c’era chi, come Nichi Vendola, “istigava” a far vincere il migliore. E si ritrova indagato nello scandalo Sanità. E c’era chi, come Lea Cosentino, per far vincere il migliore doveva realizzare una “forzatura”. Il fatto più strano, poi, è che negli atti si legge: in quel concorso fu “omessa la nomina della commissione per la valutazione tecnica”. È davvero dura, in Puglia, la vita dei luminari della scienza. Prendiamo il caso del primario Paolo Sardelli. Dice Vendola che è “il migliore”, una “vera promessa della scienza medica”, che “l’'inchiesta non mette in dubbio le sue qualità”. Dice Lea Cosentino – ex direttore generale della Asl – che era il “più titolato” e per questo motivo vinse il concorso. Eppure, proprio per la nomina di Sardelli, Vendola è indagato per concorso in abuso d’ufficio con la Cosentino.
SEGNO che il caos, nella Sanità pugliese, è giunto al suo paradosso: un luminare della chirurgia, per diventare primario, dev’essere raccomandato dal Governatore. Non solo. Il punto è che, secondo l’accusa, è stata necessaria la “forzatura” di Vendola che, per Sardelli, chiese di riaprire un concorso ormai chiuso e rassicurò il direttore generale della Asl: “Ti copro io”. Il punto - stando all’accusa - è che a Sardelli fu “intenzionalmente provocato un ingiusto vantaggio patrimoniale”. E fu invece “arrecato una danno ingiusto a Luigi Cisternino, Achille Lococo e Gaetrano Napoli: forse non saranno più “titolati” di Sardelli, ma almeno, la domanda per diventare primario, l’avevano presentata nei tempi giusti. Riaperti i termini, invece, vinse il Sardelli “raccomandato” dal Governatore.
Ma in Puglia la “raccomandazione” - a voler sentire le giustificazioni di Vendola, ieri, in conferenza stampa - si trasforma in una sorta di atto dovuto: “L’unica mia raccomandazione era che vincesse il migliore. A questo concorso, come a tutti i concorsi, mi sono interessato perché fossero concorsi veri, che avessero una platea credibile di partecipanti, che potesse vincere il migliore. Chiunque, qualunque direttore generale sa che i miei unici interventi, rari, relativamente ai concorsi sono stati sempre mirati alla raccomandazione che potesse vincere il migliore. E l’indagine non mette in dubbio la qualità del professor Sardelli che non è coinvolto nell’indagine”. L’indagine mette a fuoco, però, il sistema che Lea Cosentino - nota anche come Lady Asl - ha descritto ai pm Desirée Di Geronimo e Francesco Bretone. E la Cosentino, che parla di una sorta di “manuale Cencelli” per lottizzare la Sanità, descrive la nomina di Sardelli come il frutto di una vera e propria “pressione”.
“Un’altra pressione - racconta Lady Asl - riguarda la nomina di un primario per l’unità operativa di chirurgia toracica del presidio ospedaliero San Paolo. Nel 2008 era andato in pensione il professor Carpagnano (…) Bandimmo il concorso, Vendola mi chiese di procedere velocemente e sponsorizzò la nomina di Sardelli al policlinico di Foggia, suo amico e secondo lui molto bravo”.
SARDELLI, però, non si candidò: “Espletai il concorso - continua la Cosentino - ma il dottor Sardelli non presentò la domanda, confidando di poter essere collocato presso il Di Venere (un altro ospedale, ndr) ”. Ma al Di Venere non fu bandito alcun concorso. Ed ecco come riprende il racconto della Cosentino: “Vendola mi chiese insistentemente di riaprire il concorso (all'ospedale San Paolo, ndr) per consentire al dottor Sardelli di parteciparvi. Io, a fronte di tali richieste, e nonostante fosse stata già composta la commissione, che non si era ancora riunita, riaprii i termini del concorso, anche se non ero d’accordo, con la scusa di consentire il massimo accesso a tutte le professionalità. Era chiaramente una forzatura ma Vendola mi disse di farlo perché mi avrebbe tutelata. Vinse il dottor Sardelli poiché era effettivamente il più titolato”. “L’ho licenziata – ribatte Vendola alle parole della Cosentino - ed è animata da risentimento nei miei confronti. Ci sono soltanto le sue parole: senza le sue frasi non si sarebbe potuto prefigurare un capo d’imputazione nei miei confronti”. Lady Asl raccontò alla procura anche il sistema della lottizzazione, a partire dal 2005, parlando di applicazione del “manuale Cencelli”: “Il manuale Cencelli si applicava in questo modo: quando una Asl andava in quota Ds con il direttore generale, poi il direttore amministrativo e il direttore sanitario dovevano essere di area o della Margherita, o socialista, o di Rifondazione e viceversa. Vendola e Tedesco ci chiamavano e ci dicevano chi nominare. Non conoscevamo le persone che nominavamo, né la loro professionalità, se non dai curricula”.
La Stampa 12.4.12
Vendola indagato “Favorito un primario”
Accusato da “Lady Asl”. L’ipotesi di reato: abuso di ufficio
di Carmine Festa
BARI Stavolta Nichi Vendola ha giocato d’anticipo. Ha convocato i giornalisti ieri pomeriggio per comunicare di aver ricevuto un avviso di conclusione delle indagini dalla Procura di Bari. L’ipotesi di reato per il governatore della Puglia è concorso in abuso d’ufficio. L’accusatrice è Lea Cosentino, indagata nello stesso procedimento. Vendola, secondo la Procura, avrebbe spinto per la nomina del professor Paolo Sardelli a primario di chirurgia toracica dell’ospedale San Paolo di Bari.
Vendola si difende. Prima di andare dai magistrati in Procura, il governatore della Puglia racconta la sua versione ai cronisti: «Mi dichiaro assolutamente sereno, come sempre in passato. Perché ogni mia azione è stata sempre improntata a garantire la trasparenza». E poi ha aggiunto: «L’accusa nasce solo e soltanto dalle dichiarazioni della dottoressa Lea Cosentino». Questo nome non è nuovo alle cronache giudiziarie baresi che riguardano gli scandali della sanità pugliese. Lea Cosentino, soprannominata «Lady Asl» è stata fino a poco tempo fa un potentissimo manager della sanità pugliese. Poi fu arrestata nell’ambito delle inchieste su Gianpi Tarantini e il suo «sistema» di corruzione dei medici in tutta la regione convinti - secondo l’accusa della Procura - ad acquistare protesi e apparecchiature mediche in cambio di regali e favori di ogni genere.
Lea Cosentino ora attacca Nichi Vendola. E nell’interrogatorio dell’8 aprile scorso ricostruisce i passaggi che poi ha tradotto in accuse: «Nel 2008 era andato in pensione il professor Carpagnano, molto bravo, e infatti quel presidio andava molto bene. Bandimmo il concorso e Vendola mi chiese di procedere velocemente e sponsorizzò la nomina del dottor Sardelli del Policlinico di Foggia, suo amico e, secondo lui, molto bravo». Poi Cosentino aggiunge: «Espletai il concorso ma il dottor Sardelli non presentò la domanda confidando di poter essere collocato presso il Di Venere (altro ospedale di Bari) in una istituenda unità complessa». E conclude: «Quando Sardelli appurò attraverso Francesco Manna (capo di gabinetto di Vendola) che l’unità non si sarebbe realizzata, Vendola mi chiese di insistentemente di riaprire il concorso per consentire al dottor Sardelli di parteciparvi». E quel concorso fu riaperto? Lea Cosentino ammette: «A fronte di tali richieste (...) lo riaprii».
Ed è proprio contro Lady Asl che Nichi Vendola si è scagliato ieri: «Cosentino asserisce che all’origine di questa mia veemente interferenza ci sarebbe la mia amicizia con il professor Paolo Sardelli, elemento questo che è già stato smentito nei mesi scorsi dal professor Sardelli che ho conosciuto per essere una vera promessa della scienza medica. Ma io a questo concorso, come a tutti i concorsi mi sono interessato nella misura di chiedere che fossero concorsi veri, che avessero una platea credibile di partecipanti e che potesse vincere il migliore».
I toni del presidente e leader di Sinistra Ecologia e Libertà tradiscono l’irritazione per essere finito ancora al centro di indagini giudiziarie sulla sanità pugliese. La prima volta fu nei primi mesi del 2009 quando - sempre per presunte pressioni per la nomina di un primario all’ospedale «Miulli» ad Acquaviva delle Fonti nel barese - Vendola fu iscritto nel registro degli indagati della procura di Bari. L’assessore in carica era il senatore Pd Alberto Tedesco, poi dimessosi dall’incarico in polemica con il Pd. Anche allora Vendola prese un’iniziativa che fece discutere. Prima dell’estate inviò una lettera aperta al magistrato Desirèe Digeronimo, accennando alla sua difesa, che poi sostenne durante l’interrogatorio in procura. La bufera giudiziaria sul governatore fu arricchita da intercettazioni telefoniche di colloqui tra lui e Tedesco nei quali - per l’accusa - proprio il presidente si sarebbe informato sulle nomine ospedaliere e avrebbe spinto qualche nome. L’inchiesta finì con l’archiviazione della posizione di Vendola.
Corriere della Sera 12.4.12
La chimera del rinnovamento Rai. I veti dei partiti vincono ancora
di Paolo Conti
Viale Mazzini, ovvero della Grande Rimozione Collettiva. Il Consiglio di amministrazione presieduto da Paolo Garimberti ha ormai girato la boa dei tre anni di incarico previsti dalla legge Gasparri, ha approvato il bilancio 2011 che l'assemblea degli azionisti (il ministero del Tesoro) licenzierà al più tardi l'8 maggio. Una storia finita, insomma. La massima azienda editoriale di questo Paese, lo strumento mediatico che continua a unire l'Italia avrebbe gran bisogno di vertici nuovi, motivati, intellettualmente preparati, doverosamente lontani da legami con la politica. E se li meriterebbe, poiché gran parte dei dipendenti è formata da professionisti appassionati e di ottimo livello.
E invece già si sopravvive nell'inevitabile morta gora di una proroga di fatto, con lo stanco rito di un Consiglio di amministrazione già convocato per giovedì 19 aprile: con la sicura prospettiva che nulla di editorialmente rilevante potrà essere varato. Perché è tutto fermo? Semplicemente perché nessuno parla più di Rai, nodo sul quale Pd e Pdl ancora confliggono. Mario Monti, l'8 gennaio, intervistato da Fabio Fazio in «Che tempo che fa», aveva promesso soluzioni «entro qualche settimana». Ma maggio è a un passo e i veti incrociati hanno per ora vinto. Il Pd è fermo sulla posizione del segretario Pier Luigi Bersani (non parteciperemo a un rinnovo dei vertici con la legge Gasparri). Il Pdl si è opposto fieramente a qualsiasi revisione dei criteri di nomina.
L'ultima voce di un ipotetico accordo risale al 20 marzo, quando si immaginò un Cda nominato con la Gasparri ma senza esponenti legati ai partiti. Poi, silenzio. La tv pubblica rischia di annegare nella melma creata dagli stessi partiti che, a colpi di facili slogan, per la Rai fantasticano un futuro solo manageriale. Ma così si rischia la paralisi. O si profila il ricorso a nomine dell'ultimo momento, in puro stile Primissima Repubblica, dettate dalla furia delle scadenze di legge e non da una doverosa strategia. Quanto di peggio per una Rai che avrebbe la massima urgenza di girare pagina, al passo con ciò che sta avvenendo nel Paese.
Corriere della Sera 12.4.12
Perché aumentano le diseguaglianze
di Francesco Saraceno
Caro direttore, i dati sui salari diffusi da Eurostat hanno suscitato un'accesa discussione sulla performance italiana rispetto agli altri Paesi europei. Il dibattito ha fatto ombra ad un altro aspetto dello studio, recentemente certificato anche dall'Ocse: la crisi ha esacerbato un trend decennale di aumento della diseguaglianza. L'allargamento della forbice ha preso forme diverse. In alcuni Paesi, ad impoverirsi sono state le classi medie, mentre in altri (la Cina) sono stati i poverissimi. Ma ovunque la redistribuzione ha avvantaggiato i ricchi e soprattutto i ricchissimi. Ci sono ovviamente molti motivi di ordine etico e sociale per preoccuparsi di una società dove le diseguaglianze crescono in maniera costante. Ma questo crea problemi anche dal punto di vista dell'economia. La tendenza verso una maggiore disparità è come un movimento carsico, che negli scorsi decenni ha reso più fragili le nostre economie, causando l'accumularsi di squilibri globali: eccesso di risparmio in alcuni Paesi (Germania, Est asiatico), ed eccesso di domanda in alcuni altri (Stati Uniti, periferia della zona euro). Il trasferimento di risorse da poveri e classi medie, che spendevano in consumi la quasi totalità del proprio reddito, a quelle più agiate, che invece ne risparmiano una parte consistente, ha avuto due effetti: da un lato la riduzione della propensione media al consumo, e conseguentemente una tendenza al ristagno della domanda aggregata; dall'altro, l'aumento del risparmio che ha alimentato bolle speculative in serie.
Come si spiega tuttavia che lo stesso fenomeno, un aumento della diseguaglianza e la conseguente compressione della domanda aggregata, abbia portato in alcune zone ad eccessi di risparmio, e in altre ad eccessi di domanda? La risposta va ricercata nell'interazione di questa tendenza, comune a tutti i Paesi, con le differenze istituzionali, e con le risposte di politica economica che hanno invece preso forme estremamente diverse. Negli Usa la diminuzione del reddito è stata compensata dal ricorso all'indebitamento privato, favorito da un sistema finanziario sempre meno regolamentato. Conseguentemente la domanda aggregata (consumi e investimenti) è rimasta elevata, ma ad alimentarla era il debito e non i redditi. In Europa, regole più restrittive e politiche monetarie meno accomodanti hanno reso più difficile il ricorso all'indebitamento per famiglie e imprese, mentre i consumi pubblici erano vincolati da Maastricht e dal Patto di Stabilità; il risultato è stato un lungo periodo di crescita inferiore al potenziale. Per due decenni, la scelta è quindi stata tra la Scilla di una crescita drogata dal debito, e la Cariddi di un'economia stagnante o quasi.
Per ritornare a una crescita più bilanciata occorre incidere sulle cause profonde della crisi e cominciare a ridurre le diseguaglianze, invertendo la tendenza degli ultimi tre decenni. Si dovrebbe agire su più fronti: innanzitutto tornando a sistemi di tassazione più progressivi. In secondo luogo, a livello europeo, con un reale coordinamento delle politiche di tassazione, volto ad evitare la concorrenza fiscale, che sovente prendono la forma di forti riduzioni d'imposta sui redditi elevati. Occorrerebbe poi tornare a sviluppare il ruolo assicurativo dello stato sociale, con particolare attenzione agli ammortizzatori sociali. Infine, sarebbe auspicabile una rinnovata attenzione all'offerta di beni pubblici, in particolare quelli immateriali, come l'istruzione e la sanità. Nel loro insieme, queste misure ridurrebbero le diseguaglianze di reddito e di consumo, stabilizzando il ciclo economico e consentendo una crescita forse meno elevata, ma certamente più sostenibile ed equa.
Senior economist Ofce, Centro
di ricerche in economia, Parigi
La Stampa 12.4.12
Grass: Israele usa con me i metodi della Ddr
Il Nobel tedesco replica alle autorità di Tel Aviv che l’hanno dichiarato “persona non gradita”
di Alessandro Alviani
Berlino. L’ ondata di critiche che si è abbattuta su quei suoi versi in cui definiva Israele «una minaccia per la pace nel mondo» non ha scalfito la vena polemica di Günter Grass. Anzi: lo scrittore premio Nobel per la Letteratura rilancia e lo fa con un paragone «politicamente scorretto» nell’odierna Repubblica federale. La reazione di Israele, che lo ha dichiarato persona non grata, ricorda i metodi tipici della Ddr, la defunta Germania dell’Est, e soprattutto della Stasi, l’onnipresente polizia segreta tedesco-orientale, ha scritto Grass sulla Süddeutsche Zeitung . Il ministro degli Interni israeliano Eli Yishai sullo stesso piano di Erich Mielke, il famigerato numero uno della Stasi? «Finora - argomenta Grass nel commento, intitolato “Allora come oggi” - mi è stato vietato per tre volte l’ingresso in un Paese. Ha cominciato la Ddr, su ordine di Mielke, che alcuni anni dopo annullò sì il divieto, ma ordinò di intensificare le misure di spionaggio nei miei confronti, classificandomi come un “elemento sovversivo” La seconda volta è stata nel 1986, quando la Birmania vietò l’ingresso a me e a mia moglie, ritenendo la nostra visita “indesiderata”». «In entrambi i casi è stata seguita la prassi tipica nelle dittature», nota Grass. «Adesso è il ministro degli Interni di una democrazia, lo Stato d’Israele, che mi punisce col divieto d’ingresso e la motivazione addotta per la misura coercitiva da lui ordinata ricorda - nei toni - il verdetto del ministro Mielke». «Tuttavia - continua - così non potrà di certo impedirmi di tener vivo il ricordo dei miei numerosi viaggi in Israele, un Paese a cui mi sento ancora inscindibilmente legato». La Ddr non c’è più, conclude Grass, ma il governo israeliano, in quanto potenza atomica di dimensioni incontrollate, si sente arbitrario e non ha recepito finora nessun richiamo. «Soltanto la Birmania lascia germogliare una piccola speranza», è la sua caustica chiusura.
Si tratta della prima reazione di Grass alla decisione di Israele di vietargli l’ingresso sul proprio territorio. Ed è una reazione destinata a riaccendere le polemiche che vanno avanti incessanti da mercoledì scorso, da quando, cioè, l’autore del Tamburo di latta ha pubblicato su alcuni quotidiani europei la poesia Quello che deve essere detto , in cui accusava Israele di rappresentare con la sua potenza nucleare un pericolo per la pace nel mondo, in quanto prepara un attacco preventivo contro l’Iran, e criticava la vendita a Gerusalemme, da parte della Germania, di sottomarini capaci di trasportare missili nucleari. Immediato lo scontro tra Grass, accusato di antisemitismo, e Israele che non solo ha chiesto di ritirargli il Nobel (pronto il no dell’Accademia svedese), ma gli ha anche chiuso la porta. Una mossa, quest’ultima, biasimata persino da quanti non condividono una virgola della poesia: Grass «non ha capito niente», tuttavia il bando deciso da Gerusalemme «non va bene, assolutamente no», ha detto a La Stampa lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua.
Intanto il neopresidente tedesco Joachim Gauck prepara la sua prima visita ufficiale in Israele, su invito di Shimon Peres. Il viaggio, che si terrà a breve, sarebbe stato concordato prima delle polemiche suscitate da Quello che deve essere detto . Sarà un’occasione per far posare il polverone sollevato «con l’ultimo inchiostro» dall’ottantaquattrenne Grass.
Corriere della Sera 12.4.12
«I vostri privilegi? Eccessivi La Cina non investa in Italia»
L'economista Xie: gli aiuti non risolvono i problemi
di Andy Xie
La crisi del debito in Europa si protrarrà probabilmente per diversi anni a venire. Le possibili soluzioni richiedono un significativo ridimensionamento del tenore di vita per molti Paesi dell'Europa meridionale e radicali riforme del suo mercato del lavoro. Entrambi questi obiettivi hanno come presupposto il consenso e la collaborazione di cittadini, al momento assenti. L'aiuto esterno, attraverso salvataggi o investimenti, non farà che prolungare la crisi, dal momento che fornisce ai politici gli strumenti per mantenere lo status quo.
La Cina non deve cadere in questa trappola, specialmente nel caso dell'Italia. La crisi del debito nella zona euro riguarda fondamentalmente l'Italia, non la Grecia. L'attuale premier, che pure sta facendo un buon lavoro, difficilmente riuscirà a cambiare la società italiana, poiché non è stato eletto. Gli investimenti esteri in Italia rischiano di essere una forma di beneficenza. I lavoratori locali metterebbero probabilmente sul lastrico gli ignari investitori stranieri. L'economia italiana è organizzata in modo tale da massimizzare i salari e minimizzare l'attività lavorativa. Gli investimenti funzionano solo nel caso degli enti locali con agganci politici. Il diritto di proprietà, una volta passato in mani straniere, rischia di perdere sostanza.
La zona euro non abbandonerà il suo modello economico da un giorno all'altro. La crisi del debito si manifesterà attraverso un'espansione monetaria per mantenere i tassi d'interesse reali negativi. Probabilmente gli investimenti esteri nei titoli di Stato della zona-euro registreranno perdite a causa del deprezzamento della moneta unica.
Gli aiuti all'Italia potrebbero favorire gli scambi commerciali cinesi. Ma i benefici indiretti sono troppo ridotti. Inoltre, l'aiuto esterno serve solo a posticipare il giorno della resa dei conti. A prescindere dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio Mario Monti, Cina non dovrebbe investire in Italia.
Partecipando a una conferenza in una città dell'Italia del Nord, le difficoltà dell'economia del Paese appaiono evidenti.
È affascinante osservare come un dipendente di una società di traghetti riesca a rallentare sistematicamente la vendita di biglietti a una lunga fila di turisti in attesa che guardano sbigottiti le imbarcazioni semivuote che partono lasciandoli a terra. Nelle stazioni ferroviarie e nei treni ad alta velocità i lavoratori in esubero sono la normalità. I problemi del settore pubblico in Italia sono simili a quelli sperimentati dalla Cina con le aziende a proprietà statale negli anni Novanta, ma molto più gravi.
In Italia il settore privato funziona meglio di quello pubblico, ma non più di tanto. Numerose attività appaiono soggette a restrizioni da parte del governo e dei sindacati. La risposta all'offerta è praticamente inesistente. L'economia italiana privilegia il tempo libero più di quanto avvenga in molti altri Paesi, come dimostra il settore del commercio al dettaglio. L'orientamento al mercato, in ogni caso, è decisamente più scarso di quanto dicano il governo e i sindacati. L'economia italiana è in stagnazione da circa dieci anni. E le leggi che vanno contro il mercato costituiscono un grave problema.
Con una deregolamentazione tale da rendere possibile una rapida risposta all'offerta, l'economia italiana potrebbe conoscere una crescita vivace e pluriennale. L'economia potrebbe crescere del 20-30% rispetto alle sue dimensioni attuali. Il debito pubblico italiano oggi è pari al 120% del Pil. Un incremento dell'efficienza permetterebbe di ripagarlo interamente in meno di dieci anni. L'inefficienza autoinflitta è sicuramente il più importante fattore all'origine della crisi italiana. È per questo che l'aiuto esterno non rappresenta in alcun modo la soluzione. Quest'ultimo serve solo a dare a economie in difficoltà gli strumenti per evitare di affrontare i propri problemi.
Una problema che incontro spesso in Europa è il nesso tra condizioni di lavoro e diritti umani. Il messaggio implicito è che la Cina fa concorrenza sleale negando ai suoi lavoratori i diritti umani fondamentali. Credo fermamente nei diritti umani e nella necessità di condizioni di lavoro dignitose. Ma dov'è che finiscono le condizioni di lavoro eque e cominciano le forze di mercato?
Limitare il potere di azione di altri individui sembra il principio cardine dell'attuale modello di giustizia europeo.
Il fatto che gli europei non possono limitare le ore di lavoro in altri Paesi è fonte per gli stessi di frustrazione. Lamentarsi delle condizioni di lavoro in Cina, per esempio, è diventato il modo più comune per giustificare le difficoltà economiche del Vecchio Continente. Le politiche europee che limitano le ore di lavoro equiparano gli esseri umani a specie a rischio come i panda. A ben vedere, molti europei sembrano comportarsi come questi animali, dal momento che considerano i privilegi alla stregua di diritti. La sindrome del panda è la causa di fondo della crisi del debito in Europa. Se questa forma mentis non verrà superata, la crisi della zona euro non accennerà a scomparire.
Andy Xie, Economista indipendente
La Stampa 12.4.12
Nadine Gordimer
Sudafrica, non ci resta che resistere
Nel nuovo romanzo la scrittrice racconta la difficile normalità nel suo Paese, nonostante la fine dell’apartheid
di Paolo Mastrolilli
La grande delusione Abbiamo la costituzione, lo Stato di diritto e molta più libertà. Però sarebbe ipocrita nascondere il 25% di disoccupazione, il gap crescente tra ricchi e poveri, la criminalità C’è la corruzione, di Zuma e di molti altri. Non mi aspettavo che il lusso e le spese pazze diventassero così importanti da renderci tanto materialisti Premio Nobel nel 1991 Nadine Gordimer ha 88 anni, essendo nata a Johannesburg il 20 novembre 1923. Ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1991 e il Booker Prize nel 1974. In Italia i suoi romanzi sono pubblicati da Feltrinelli; in Usa, Gran Bretagna e Sudafrica è appena uscito l’ultimo, No Time Like The Present
E quando hai vinto, quando hai realizzato il sogno della tua vita, ma non somiglia a quello che avevi immaginato, cosa resta da fare? «Resistere», risponde senza esitazione Nadine Gordimer. «Abbiamo resistito durante gli anni dell’apartheid, continueremo a farlo adesso».
Raggiungiamo la premio Nobel per la letteratura al telefono nella sua casa di Johannesburg, perché in libreria è appena arrivato No Time Like The Present, il romanzo che vale un’esistenza. Racconta la storia di Steven Reed, bianco di madre ebrea, e Jabulile Gumede, nera e figlia di un pastore metodista, che si erano sposati nella clandestinità mentre lottavano contro l’apartheid, ma adesso faticano a godersi la normalità del Sudafrica liberato. Al punto che pensano di emigrare, in Australia.
«È una storia d’amore. Racconta il viaggio di una coppia, attraverso le difficoltà che si incontrano quando si passa da una vita eccezionale alla normalità».
Non è anche una metafora del Sudafrica di oggi?
«Certo, anche se non l’avevo pensato come un romanzo politico».
Lei ha mai considerato di emigrare?
«No, mai. Ho resistito alle difficoltà dell’apartheid, resisterò alla disillusione di oggi, proprio per cambiare le cose».
È delusa?
«Lo siamo tutti, era logico sperare in qualcosa di meglio».
Il Sudafrica è tornato in uno stato d’emergenza?
«Non come all’epoca dell’apartheid, perché adesso abbiamo una costituzione, lo Stato di diritto e molta più libertà. Però sarebbe ipocrita nascondere problemi come il 25% di disoccupazione, il gap crescente tra ricchi e poveri, le tensioni per l’immigrazione, la criminalità».
Perché siete finiti così?
«Mentre lottavano per la libertà, Steven e Jabulile non avevano avuto il tempo di pensare a come sarebbero state le loro vite, una volta ottenuto l’obiettivo. Così il Sudafrica, mentre combatteva contro l’apartheid, non poteva prevedere anche la necessità di fronteggiare l’emergenza di tre milioni di immigrati da un paese fallito come lo Zimbabwe. Però ci potevamo preparare meglio, e non è stato fatto».
Cosa l’ha delusa di più?
«La corruzione, del presidente Zuma e di molti altri. Capisco che abbiamo sofferto durante gli anni della lotta, e quindi adesso vogliamo tutti una vita più agiata, ma non mi aspettavo che il lusso e le spese pazze diventassero così importanti da renderci tanto materialisti».
L’African National Congress rischia di perdere la leadership del Paese?
«Sarebbe una tragedia. Mi auguro di no, anche perché non credo che i partiti di opposizione siano pronti. Però a dicembre avremo un grande congresso per scegliere il successore di Zuma: spero che riusciremo a individuare la persona giusta, altrimenti rischiamo di giocarci tutto».
È solo un problema di leadership?
«Camminare nelle orme di Nelson Mandela non era facile, bisognava aspettarsi un calo della qualità nella nostra dirigenza. Il problema, però, è soprattutto avviare in fretta le riforme di cui il Paese ha bisogno».
Lei quali vorrebbe?
«Io credo che tutto sia riconducibile alla povertà, alla promessa mancata di offrire a ognuno pari opportunità. Quando non hai da mangiare, quando devi lottare per la sopravvivenza, tutto diventa più difficile e violento».
Come si combatte la povertà in Sudafrica?
«Cominciamo eliminando la corruzione, perché vedere vecchi leader rivoluzionari che navigano nel lusso non aiuta il Paese. Poi bisogna dare opportunità a tutti: sul piano legale l’eguaglianza esiste, ma se non c’è un sistema scolastico adeguato a far crescere ogni segmento della popolazione, il problema non si risolve. Del resto abbiamo bisogno proprio di lavoratori specializzati, per rilanciare la nostra economia, e quindi questo diventa un cane che si morde la coda».
Nel 2006 lei è stata assalita dai rapinatori in casa sua: da cosa dipende questa esplosione della criminalità?
«Dalla povertà, ancora una volta. È un problema che si risolve solo creando lavoro, non costruendo prigioni».
Anche i milioni di immigrati che arrivano dallo Zimbabwe e da altri Paesi africani sono un’emergenza, ma lei non vuole usare a parola «xenofobia» per descrivere la reazione dei sudafricani. Perché?
«È un errore parlare di fobia verso lo straniero, il diverso, perché non siamo diversi. Gli immigrati che provocano tanta tensione, portando via il lavoro ai sudafricani, vengono dal nostro continente, hanno lo stesso colore della pelle, e purtroppo hanno alle spalle lo stesso problema che ora minaccia anche noi: Stati falliti, incapaci di garantire la loro sopravvivenza. Paradossalmente, sono le nostre similitudini che ci allontano, non le diversità».
Nel romanzo Steven è ebreo e Jabulile cristiana: ora vi divide anche la religione, oltre al colore della pelle?
«Ma il loro credo comune era la libertà. Quello ha fallito. E non si riaggiusta il Paese, se non troviamo il modo di mantenere le promesse della rivoluzione».
Lei ha ottantotto anni e parla di resistere. Dove la trova la forza?
«Questa è la mia vita. Voi europei, però, andateci piano con i giudizi. Noi siamo liberi da 19 anni, nemmeno una generazione. Siamo partiti senza istituzioni democratiche, senza cultura, con una popolazione nera abbandonata e estremamente arretrata. Era irrealistico aspettarsi un pieno successo, con opportunità uguali per tutti, in così poco tempo. Ma anche voi europei, per quanto io ami l’Italia, siete affogati nella corruzione e nella crisi economica. Non cerco scuse, ma ho le mie ragioni per resistere».
Corriere della Sera 12.4.12
I segreti dei grandi maestri: gesti, sguardi, telepatia
Gergiev: meglio senza bacchetta. Maazel «psicologico»
di Matteo Persivale
Tecnicamente, i gesti della mano tramite i quali è possibile dirigere un'orchestra sono semplici, al punto che per impararli basta studiare una semplice brochure (o, in questi tempi tecnologici, guardare un corso apposito sui video di YouTube). Ma è come dire che basta passare l'esame della patente B per essere in grado di vincere un Gran Premio di Formula 1: per arrivare sul podio di una sala da concerto o di un teatro d'opera ci vogliono talento, sensibilità d'interprete, la determinazione di una vita di studio e un fattore misterioso, difficilmente definibile anche da parte degli stessi direttori. Per cercare di dare una risposta giocosa a questo quesito impossibile da risolvere — qual è il segreto dei grandi direttori? — il New York Times ha appena fatto un esperimento.
Con uno scanner speciale, ha provato a registrare i movimenti delle braccia di Alan Gilbert, direttore musicale della gloriosa filarmonica newyorchese, cercando di scomporre ogni gesto di una sua performance e carpirne i segreti. E il giornale ha intervistato un gruppo di direttori d'orchestra tra quelli che più spesso dirigono in città tra Metropolitan Opera e New York Philharmonic: Gilbert, Yannick Nézet-Séguin, Valery Gergiev, Xian Zhang, James Conlon.
Il russo Gergiev, che non usa quasi mai la bacchetta, ha spiegato che «la parte più difficile del dirigere un'orchestra è farla cantare: è qui che c'è bisogno di usare entrambe le mani. Per aiutare gli strumenti a cantare». Usare la bacchetta, secondo Gergiev, «non aiuta il suono». E secondo Nézet-Séguin, altrettanto importanti sono gli occhi del direttore: «È come se la mia faccia cantasse insieme con la musica».
D'accordo anche Zhang, direttore musicale dell'Orchestra Verdi di Milano, una delle pochissime donne in quello che rimane un «club» quasi esclusivamente maschile, quello dei direttori al top della professione: «Gli occhi sono la parte del corpo più importante in assoluto quando si dirige un'orchestra. Gli occhi dovrebbero essere quelli che rivelano nel modo più chiaro l'intento del direttore. Mostrano quello che noi direttori sentiamo dentro». Uno dei trucchi del mestiere, confermano Gergiev e Nézet-Séguin, è quello di non scambiare sguardi soltanto con le prime parti dell'orchestra ma anche con i professori nelle file più lontane dal podio: «Così li fai sentire parte del gioco», conferma Nézet-Séguin. E Gergiev: «Se guardo un musicista, vuol dire che mi interesso a lui. E questo lo fa interessare a me. In tutto quel che faccio, cerco di affidarmi all'espressione e al contatto visivo». Ma davvero l'essenza del mestiere — Riccardo Muti ama ripetere il paradosso per il quale «il direttore deve fare musica pur essendo l'unico a non suonare uno strumento» — resta impossibile da scansionare con un computer o spiegare a un cronista: una delle lezioni più importanti che Zhang ha imparato dal suo maestro, Lorin Maazel, è la telepatia. «Una proiezione mentale, un'immagine mentale del suono che si vuole produrre. È la mente a dirigere le mani».
Specialmente se si considera come i più grandi di sempre abbiano quasi costantemente infranto le regole classiche raccomandate dai libri di testo: Hans von Bülow, il primo direttore superstar della storia (e primo marito di Cosima Wagner) utilizzava il podio durante le prove per fare criptici commenti su letteratura e politica apparentemente privi di legami con la composizione che stava dirigendo. Herbert von Karajan dirigeva spessissimo a occhi chiusi (e addio contatto tra sguardi). I bizzarri movimenti sul podio del corpo di Wilhelm Furtwängler, un altro dei sommi, idolo di Claudio Abbado e primo maestro di Daniel Barenboim, vennero paragonati da un celebre violinista agli «spasmi di un burattino». Carlo Maria Giulini aveva l'abitudine di sillabare la melodia con le labbra, cosa sconsigliata da qualunque insegnante in Conservatorio.
Computer a parte, un dato curioso è che tra i direttori d'orchestra ci sono diverse abitudini (dirigono con o senza bacchetta; con o senza un forte coinvolgimento della mano che non tiene la bacchetta per articolare le dinamiche) ma un dato costante. Dirigono praticamente tutti con la mano destra (quella che, bacchetta o no, segna i tempi). Nella serie A globale del podio ce n'è uno soltanto, lo scozzese Donald Runnicles, che tiene la bacchetta nella sinistra. Perché anche i direttori mancini — a parte Runnicles — sanno che i professori d'orchestra sono abituati a guardare soprattutto quella mano, dominante. Così tanti direttori mancini tengono la bacchetta nella destra, per tradizione, per facilitare i professori e anche perché in Conservatorio gli è stato consigliato così. Runnicles invece rovescia in senso speculare lo schieramento di tutta l'orchestra. Per chiarire prima ancora del suo ingresso in sala chi comanda.