martedì 10 aprile 2012

l’Unità 10.4.12
Il Pd in Europa. Un fronte più ampio dei progressisti
di Luciano Vecchi


Bene ha fatto il responsabile della politica estera del Partito democratico, Lapo Pistelli, a puntualizzare – su l’Unità del 5 aprile – come l’iniziativa internazionale ed europea del Partito democratico stia riscontrando un grande e generale apprezzamento da parte delle forze progressiste proprio perché si pone l’obiettivo di contribuire a costruire una agenda per il nuovo mondo, allargando il fronte delle forze che possono, se alleate e convergenti, disegnare un nuovo ordine internazionale. D’altronde è questo un elemento costitutivo e, persino, identitario del Partito democratico. «Il processo di unificazione europeo è ancora frenato dalle forti resistenze degli egoismi nazionalistici, che il Partito democratico vuole contrastare per realizzare una compiuta integrazione politica e democratica: tale processo va accelerato, rafforzando la legittimazione e le basi democratiche dell’Unione. Il Partito democratico intende contribuire a costruire e consolidare, in Europa e nel mondo, un ampio campo riformista, europeista e di centrosinistra, operando in un rapporto organico con le principali forze socialiste, democratiche e progressiste e promuovendone l’azione comune». Si tratta di uno dei passaggi più significativi del “Manifesto dei valori del Partito democratico” che rappresenta sia il «patto costituente» tra coloro che hanno dato vita al Pd, che la definizione di alcuni degli obiettivi strategici della nostra azione. La proiezione internazionale del Partito democratico – mi pare – si è sempre attenuta a questa sorta di «mandato» e, proprio in questi mesi di crisi europea, sta mostrando tutte le sue potenzialità. L’incontro dei leader progressisti a Parigi, la fitta rete di incontri bilaterali in Europa, la costruzione di un network a livello extracontinentale con i principali partiti progressisti dei «paesi-continente» (dai democratici statunitensi al Pt brasiliano, ecc.) sono la dimostrazione plastica di come il Partito democratico sia oggi al centro di un sistema di relazioni internazionali quanto mai ricco e articolato. L’urgenza «storica» di promuovere una nuova piattaforma ideale e programmatica dei progressisti europei e su scala globale è stata, giustamente e finalmente, collocata dal segretario del Pd al centro dell’iniziativa del partito, non solo – e questa è la vera novità – come «appendice esterna» del lavoro dei democratici ma come «elemento essenziale» della credibilità della nostra proposta politica.
Se questa è la sfida credo che la cosa peggiore che potremmo fare sarebbe quella di piegare riflessione e iniziativa internazionale del Pd alle esigenze della dialettica interna al partito. Lo voglio dire con grande nettezza: chi sostiene una delle due posizioni speculari «mai nel Pse» o «solo nel Pse» non contribuisce alla qualità della nostra proiezione esterna e rischia di condurci ad un cul de sac ideologico di cui certo non abbiamo bisogno. Di tutto abbiamo bisogno fuorché di aut aut paralizzanti ed autoreferenziali. Non vi è alcun dubbio che quando si parla, almeno in Europa, di «campo progressista» ci si riferisce innanzitutto ai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti, in gran parte rappresentati dal Pse. È sulla base di questa evidenza che il Pd – assieme al Pse ha saputo costruire l’innovazione più significativa nello scenario politico delle istituzioni europee, con la costruzione del Gruppo dell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici (S&D) al Parlamento europeo, che ha dimostrato di saper essere (pur in una situazione di rapporti di forza non favorevoli ai progressisti) il punto di riferimento per l’aggregazione di un’area di centro-sinistra che, al Parlamento europeo, è riuscita a creare convergenze, spesso vincenti, sulle principali politiche europee. Il Pd ha, in questi anni, costruito un rapporto organico – nel rispetto delle reciproche autonomie ma anche nella costante ricerca di una positiva interazione – con il Pse anche in quanto partito politico europeo, nel reciproco riconoscimento che, in un quadro politico plurale ed in evoluzione in Europa e nel mondo, il Pse è il partito politico di rilevanza fondamentale per i progressisti in Europa e che il Pd (partito sorto dalla convergenza delle diverse culture riformiste italiane) è il riferimento fondamentale del campo progressista in Italia. Oggi il Pd partecipa quindi a tutte le attività ed iniziative del Pse pur senza esserne membro effettivo così come, a livello internazionale, anche considerata la profonda crisi in cui versa l’Internazionale Socialista, opera, spesso in convergenza con i principali partiti europei, per la costruzione di un nuovo ed ampio quadro progressista. In questo importante lavoro di costruzione di convergenze, in cui è impegnato il Pd, la definizione condivisa di un’idea democratica e progressista di Europa è il tema centrale. Oggi spetta a noi – cioè a quell’ampio nucleo costituitosi nell’Alleanza S&D al Parlamento europeo – costruire quel fronte che sappia dire con chiarezza che non ci serve un’Europa intergovernativa, mercantilista, che cerca il suo equilibrio finanziario nella riduzione del modello sociale ma che serve invece un’Europa federale, con istituzioni pienamente democratiche, orientate alla crescita, al lavoro e ai diritti, con un adeguato sviluppo del mercato interno. I Partiti socialisti e democratici europei devono comprendere che nel ripiegamento nazionale vince la destra e che le forze progressiste possono trovare una vera funzione solo portando i problemi e le soluzioni alla loro vera dimensione che è quella sovranazionale. Questa sfida troverà uno snodo importante attorno alle prossime elezioni europee del 2014 dove i nostri partiti dovranno saper mobilitare i cittadini sull’idea di un’Europa democratica e di progresso, anche indicando per la prima volta il candidato progressista alla Presidenza della Commissione europea, magari scelto attraverso meccanismi partecipativi, sul modello delle primarie italiane.

l’Unità 10.4.12
Post-capitalismo
Crisi del liberismo. Ripensare Pd e sinistra
di Vincenzo Vita


Qualche anno fa, nel corso di un seminario promosso da «il manifesto» sul marxismo, a domanda Etienne Balibar rispose di ritenere possibile immaginare ancora attuale il comunismo, pur in forme non marxiste. Non fu e non è una grida provocatoria. Anche se l'uso del termine è forse improponibile. Come il latino, è una lingua non più in uso. Lo ha sottolineato opportunamente Rossana Rossanda. Tuttavia, separiamo la sostanza dall'accidente.
La crisi economica ha tali e tante conseguenze Grecia docet da non permettere risposte frettolose o visibilmente inadeguate. Se è vero che si tratta quella di oggi di una chiusura del ciclo di sviluppo degli ultimi sessant’anni, dell’esaurimento di un modello centrato sulla produzione intensiva dei beni materiali, della caduta neanche tanto tendenziale del saggio di profitto, allora vanno riviste completamente le medicine per la cura. Pensare di risolvere il problema reso esplosivo dall’indebitamento incontrollato delle banche a loro volta fagocitate dalla scommessa su di un consumismo facile con un taglio virulento di salari, stipendi e pensioni significa evocare le forze autodistruttive del capitale.
Perché qualche forma di post-capitalismo può evocarsi all’orizzonte? Per il semplice motivo che liberalismo-liberismo e (in misura diversa, ovviamente) socialdemocrazia hanno fallito. La sconfitta è stata sul campo, non solo nella teoria. Il liberismo (l’espressione autentica del fariseismo liberal) ha condotto le armate capitaliste nelle secche dei figli degenerati delle finanze e della speculazione borsistica; il progetto socialdemocratico, pur grandioso nella capacità di introdurre i correttivi del welfare e flussi redistributivi più equi, ha sbattuto la testa contro la crisi dell’accumulazione e quella fiscale. La novità clamorosa di questa stagione sta proprio qui: simul stabunt, simul cadent: vecchi poteri e vecchi contropoteri non ce l’hanno fatta. Non si riesce a uscire dalla voragine senza cambiare il punto di vista. Non mancano i riferimenti di una ricerca che esca
dai confini dello stesso marxismo classico, fondato sulla contraddizione e sulla classe generale, sul rovesciamento dei gruppi dirigenti, sul superamento dell’alienazione. A partire dai due capisaldi della «decrescita» e dei «beni comuni». Il primo rimanda all’idea di una scelta ecologica e rispettosa della terra, di uno sviluppo qualitativo centrato sulla filiera dei saperi e dei beni immateriali; il secondo ci interpella sui fondamenti del vivere collettivo, introducendo un «tertium genus» tra l’accezione individualistica della proprietà privata e l’intervento pubblico della stagione del riformismo dello Stato sociale.
La polemica nel Pd sul suo essere o meno parte della sinistra europea (certo che è doveroso starci dentro) è ingiallita, ma sottolinea l’urgenza di un cambiamento. È il concetto stesso di sinistra europea che merita di essere ridefinito. È difficile, ma né impossibile né utopistico. Anzi. È impraticabile il contrario: accettare l’agonia come ineluttabile sperando che l’inerzia premi o tuteli una tradizione gloriosa. Senza il coraggio di un’alternativa al e del sistema si prepara la strada al superamento a destra del ciclo berlusconiano, lasciando la critica nelle mani del populismo tribunizio. Serve, insomma, una rifondazione aperta del Pd. Come di tutto il resto. E ci riflettano, se credono, gli stessi estensori del «Manifesto per un soggetto politico nuovo», di notevole interesse, chiarendo un punto essenziale: è la premessa per un partito o materia per un ripensamento generale?

Repubblica 10.4.12
La Repubblica provvisoria
di Ilvo Diamanti


È finita un´epoca. Ripeterlo, come un mantra, serve a evitare di appiattirsi sulla cronaca (giudiziaria o di colore). Che ogni giorno riserva novità. Ieri le dimissioni del figlio del Capo – Renzo Bossi – dal Consiglio regionale della Lombardia. Oggi chissà. Ma gli scandali che hanno travolto il milieu familiare – forse meglio: familista – di Bossi, insieme alla leadership della Lega (in parte coincidenti), rammentano quanto già si conosceva. Che la Lega è divenuta, da tempo, un partito come gli altri. Per alcuni versi: più esposto degli altri alle logiche di sotto-governo.
Perché ha occupato una catena infinita di posti di potere, centrale e locale, in tempi molto rapidi. E la sua classe politica è stata reclutata in base a criteri di fedeltà ai leader, non di coerenza con la "missione" del partito. Tanto meno di qualità. Tuttavia la Lega non è - o almeno: non era - un partito come gli altri. È il soggetto politico che ha rovesciato la "Questione nazionale", storicamente identificata con il Mezzogiorno - l´area dello "sviluppo dipendente". Ha, invece, interpretato la cosiddetta "Questione Settentrionale". Espressa dalle province pedemontane del Lombardo-Veneto. Protagoniste, dopo gli anni Settanta, della crescita impetuosa della piccola e media impresa. La Lega ne è divenuta portabandiera. Ha interpretato la domanda di rappresentanza dei lavoratori autonomi e dipendenti che popolano questo territorio di piccole città e di piccole aziende. La Pedemontania.
La crisi della Lega è avvenuta all´indomani delle dimissioni del Cavaliere. Non a caso. Perché Berlusconi ha rappresentato l´altra faccia della "Questione Settentrionale". Milano e il capitalismo dei "beni immateriali" (per citare Arnaldo Bagnasco): media, comunicazione, assicurazioni, finanza, servizi. Naturalmente complementare alla politica, per ragioni di "mercato", spazi, concessioni. Due Nord alternativi al capitalismo metropolitano della grande produzione di massa. Alla Fiat, insediata a Torino e alleata con Roma. Milano e la Pedemontania erano destinati a incontrarsi. A stabilire un rapporto di reciproco interesse, per quanto concorrenziale. Com´è avvenuto. Dal 1994 fino a ieri. Con alterne vicende. La vittoria e l´esperienza di governo, insieme, nel 1994 e, dopo pochi mesi, la rottura. Berlusconi all´opposizione e la Lega verso la secessione. In caduta: dal 10% nel 1996 a poco più del 4% nel 1999. Destinati, dunque, a tornare insieme. Per vincere, nel 2001, e governare per 10 anni, quasi ininterrotti. Insieme. Berlusconi e Bossi, l´Imprenditore e il Territorio. Milano e la Pedemontania: a Roma. Per cambiare l´Italia. Per riformarla a misura del loro popolo, dei loro elettori. Che chiedevano - e chiedono - di essere "liberati": dalle tasse, dalla burocrazia, dal peso del pubblico, dai privilegi della classe politica - "romana" e "meridionale". Dal centralismo. Nulla di tutto ciò si è avverato. La pressione fiscale è cresciuta. Il federalismo: approvato a parole. Mai tradotto in regole e strutture amministrative efficienti. I privilegi politici: mantenuti e moltiplicati. Insieme alla corruzione. Infine, la crisi globale - a lungo negata dal governo del Nord - ha colpito pesantemente l´Italia. Ma anche il Nord. Il piccolo Nord, il Nord dei piccoli: punteggiato dai suicidi di artigiani che non ce la fanno. Il Nord di Berlusconi, dei media e dei servizi: alla ricerca crescente di protezione politica. (Il leader: impegnato a proteggere se stesso e le proprie imprese.) Così la Lega, da Sindacato del Nord, si è trasformata in un partito come gli altri. Centralizzato e personalizzato. Senza più guida e senza controlli, dopo la malattia del Capo. In balia di colonnelli, caporali e parenti. Mentre il Pdl, ultima versione del partito personale di Berlusconi, si è meridionalizzato. Il declino del Capo l´ha lasciato senza identità e senza missione.
Così è s-finita l´avventura dei partiti del Nord alla conquista di Roma. Anche se la decomposizione della leadership leghista non significa, necessariamente, scomparsa della base elettorale. Fino a ieri era stimata intorno al 10%. E il suo elettorato più stabile e fedele, circa il 4%, dagli anni Novanta ad oggi appare insensibile a ogni rovescio. Né, d´altronde, le dimissioni di Berlusconi significano la scomparsa del suo elettorato. Quel 25% di elettori che l´hanno votato per oltre 15 anni dove e a chi si rivolgerà?
Il Centrosinistra, che pure ha governato per circa 7 anni, appare, da sempre, attraversato da profonde divisioni interne. In grado di competere, nel Nord, alle elezioni amministrative. Molto meno alle elezioni politiche. Tuttavia, la rappresentanza dei partiti del Nord oggi si presenta molto indebolita.
Così si chiude l´epoca del Grande Imprenditore e del Piccolo Nord. Senza riforme memorabili. Quelle promesse di vent´anni fa ce le siamo dimenticate. Questo "Paese eternamente provvisorio" (per citare Berselli) oggi è provvisoriamente affidato a un Grande Tecnico. Nominato dai partiti (maggiori) per garantire i mercati internazionali e l´opinione pubblica nazionale. Contro se stessi. Cioè: contro la minaccia dei partiti.
Tuttavia, è impossibile immaginare un futuro per questo Paese, senza riforme profonde. In grado non solo di controllare i "costi" della politica. Ma di ridisegnare lo Stato e le istituzioni. E di ricostruire la Politica e i Partiti. Perché senza Politica e senza Partiti non è possibile riformare lo Stato e le Istituzioni. Inutile illudersi che Monti e i suoi Tecnici (perlopiù del Nord) ce la possano fare, da soli. Basti pensare alle difficoltà incontrate nel modificare l´articolo 18. Figurarsi cosa avverrebbe se si affrontasse una revisione costituzionale sostanziale. Non è un caso che Monti continui a citare i sondaggi - per legittimarsi. Come un Berlusconi qualsiasi. Ma la democrazia rappresentativa non può fondarsi sul verdetto dei sondaggi. Sostituendo il corpo elettorale con un campione di persone intervistate dagli istituti demoscopici.
Così, la fine dell´epoca di Berlusconi e di Bossi non risolve i problemi di questa "Repubblica provvisoria". Li lascia sospesi. La "questione settentrionale": senza rappresentanza. E, prima ancora, la "questione nazionale". In attesa di riforme che il governo del Nord non è riuscito a fare. E che il governo dei Tecnici non è in grado di realizzare. Questo Parlamento non glielo permetterebbe. Appartiene al passato. Bisogna, per questo, attendere nuove elezioni. Un nuovo Parlamento. E, a mio avviso, una nuova "Assemblea costituente".

Repubblica 10.4.12
Il modello tedesco del riformismo
di Mario Pirani


Ogni qualvolta l´Italia svolta verso un nuovo corso, politici, filosofi, storici e studiosi si precipitano nel coniar definizioni adatte a delineare i contenuti del rinnovamento.
Il nominalismo, in queste fasi, contrappone ogni giudizio al suo contrario, lo scontento per la soluzione imboccata va di pari passo con la speranza che i ceti, appena affacciati al governare, sappiano raccogliere le speranze dei più.
In siffatti travagli si sperdono le capacità del giudicare e dell´agire empirico preferendo farsi trascinare dall´ideologia, come chiave esplicativa delle cose del mondo. Così oggi l´icona elegante di Mario Monti è soggetta a molteplici letture: ultimo campione della destra liberista, fortunosamente evocato dal presidente della Repubblica per riparare alle rovine di un regime populista, ormai incapace di reggersi sui propri piedi? Oppure via d´uscita delle sinistre per sgambettare un Berlusconi altrimenti intramontabile? Di qui lodi ed accuse in alternanza: parla a nome dei banchieri internazionali oppure dei disastrati interessi nazionali che è stato chiamato a salvare? Quanto all´uomo in questione si affida al sarcasmo icastico delle piccole frasi, dietro cui s´intravedono le rigidità di un integralismo accademico, smorzato da una congrua riserva di realpolitik. Impacci e doti che si sono alternati negli ultimi giorni attorno alla vicenda tormentata del possibile reintegro per il licenziamento economico in base all´articolo 18. Comprensibile la soddisfazione per la felice conclusione ma altrettanto assennata l´avvertenza del nostro Massimo Giannini a non caricare di eccessiva enfasi storica una via d´uscita che il buonsenso suggeriva. Bastava liberarla dallo sciocchezzaio ideologico che ne impediva la chiara percezione. L´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (la Legge 300 del 1970), infatti, né introduce né impedisce alcun licenziamento. La materia in questione era già disciplinata da una legge del 1966 che dispone l´inefficacia di un licenziamento senza giusta causa e la nullità di quello discriminatorio, stabilendo il diritto del lavoratore al ricorso all´Autorità giudiziaria. L´articolo 18, invece, introduce nei casi stabiliti dalla legge precedente, il principio del reintegro nel posto di lavoro. Intorno alle norme e ai casi che ne derivano si è combattuto in un infinito tira e molla per anni. Infine con l´avvento di Monti e Fornero si raggiunse un parziale equilibrio: gli esiti finali, a seconda dei casi (giusta causa, giustificato motivo, discriminazione, ecc.) sarebbero stati risolti dal giudice o con il reintegro o con il risarcimento in diversa misura. Un solo caso restava inopinatamente fuori: il licenziamento per cause economiche che aveva come unica sanatoria un diritto di buonuscita. Le proteste per l´eccezione ci sembrarono assolutamente valide. Perché, se la motivazione apportata dall´impresa appariva infondata, essa, a differenza di tutti gli altri casi, non doveva dar diritto al reintegro? Non si rasentava in tal modo addirittura una inadempienza costituzionale? Si può forse presumere che il governo volesse sancire con questo caso il principio che le leggi, una volta presentate e illustrate ai sindacati, vadano in sede definitiva approvate dal Parlamento e non da altri soggetti. È questo un dettame rispettabile del liberalismo e della separazione dei poteri, che, peraltro, la costituzione materiale, dagli anni Cinquanta in poi, aveva sacrificato in nome della coesione sociale, nata col suggello cattolico-comunista, fatto proprio dagli eredi. Toccarlo, come si è visto, non era cosa da poco.
Peraltro il caso è talmente specifico da ricadere in quello che gli inglesi chiamano common sense, cioè senso comune, considerato una delle fondamentali basi empiriche del diritto non scritto britannico. Or bene, nella vicenda della clausola economica dell´articolo 18, va tenuto presente che il licenziamento dovrebbe colpire una sola persona, non un reparto, una linea produttiva o altro. Come stabilire che quel singolo rappresenterebbe un danno oggettivo da rimuovere per ristabilire un normale funzionamento produttivo? Forse risulta ormai inservibile quel montatore, quel fresatore, quell´addetto al computer? D´altra parte non si potrebbe spostarlo? Può essere, ma va oggettivamente provato, con le normali garanzie giuridiche. Un sospetto, venato di perplessità, mi è sorto da una discussione con una autorevole e stimata economista, vicina alla Fornero, che mi ha fatto presente come sia facile misurare la differenza di produttività fra un ultracinquantenne e un giovane. Di qui l´oggettività del licenziamento. Ho trovato inaccettabile moralmente e giuridicamente l´idea stessa di una penalizzazione economica della anzianità, che, ove si presentasse sotto mentite spoglie, andrebbe cassata d´ufficio dal giudice. Epperò questa incidentale discussione, proprio perché in buona fede, non mi sembra inutile.
Essa prova come l´ideologia della deregolamentazione ad oltranza, oltre a devastare l´universo finanziario, abbia inaridito il pensiero economico, spogliandolo da ogni coefficiente etico e riducendolo a formula matematica, dove l´uomo, la sua vita, le sue attese, le sue tante paure e le residue speranze non abitano più. Uno sperdimento nell´inconscio reazionario, come se qualcuno, con qualche secolo di ritardo, si stesse reincarnando in un vecchio padrone delle ferriere senza neanche accorgersene.
Ma da ultimo vorrei cogliere un importante lascito positivo della discussione sull´articolo 18, quello che si riferisce all´inopinato accoglimento da parte della segreteria della Cgil del "modello tedesco". Non vorremmo con ciò dilatare oltre il lecito l´affermazione di Susanna Camusso che sicuramente voleva riferirsi al precedente tedesco del reintegro deciso dal giudice nel caso di un licenziamento economico, ritenuto invalido. Asserzione importante ma parziale nei confronti del significato globale del "modello tedesco". Questo è articolato su due pilastri, il primo è il Congresso di Bad Godesberg del 1958 in cui il partito socialdemocratico (Spd) proclamò il distacco dal marxismo ed avviò quella "economia sociale di mercato" o "modello renano", che costituirà la base ideale e pratica del riformismo europeo e la premessa per l´alternanza della sinistra democratica al governo della Germania. Bad Godesberg era stata preceduta, però, da una riforma anche più incisiva, l´introduzione della Mitbestimmung (cogestione in azienda), una serie di leggi varate dalla Repubblica di Weimar negli anni Venti, che sanciscono il diritto-dovere del sindacato a partecipare a livello aziendale alla gestione dell´economia in nome dell´interesse comune. Abrogata dal nazismo la Cogestione viene reintrodotta dagli eserciti alleati e, quindi, nel 1951-52, dal padre della nuova democrazia, Konrad Adenauer, che, col consenso pieno della Spd, la impose ovunque.
La fortuna della Mitbestimmung si spiega nell´aver reso compatibili le più avanzate rivendicazioni salariali e normative con gli equilibri economici settoriali e aziendali, in una dialettica declinata non sui paradigmi della lotta di classe ma sui calcoli macro economici di gruppi di "saggi" delle due parti, che studiano e prevedono i confini predettati dalle attese d´inflazione, entro cui flettere le rivendicazioni. Così le fasi di crisi, come quella del 2008, vengono affrontate assieme: i sindacati accettano riduzioni di salario e di orario e gli imprenditori s´impegnano a non delocalizzare le fabbriche. Quando le cose andranno meglio i salari saranno i più alti d´Europa e l´export tirerà l´economia. La paura dell´inflazione, terrificante retaggio storico, incide anche psicologicamente sulle scelte politiche dell´oggi. Tornando al discorso di partenza sarebbe davvero auspicabile se la casuale apertura della Cgil sul "modello tedesco" si allargasse a un nuovo discorso del riformismo italiano, capace di confrontare i propri risultati con quelli dei confratelli d´Oltralpe, lasciando finalmente alle spalle il magazzino di oggetti in disuso della lotta di classe e delle sue logore bandiere da sventolare quasi sempre sulle sconfitte.

l’Unità 10.4.12
Ratzinger si sofferma sul tema femminile: «In tutti i Vangeli ha un grande spazio»
Appello per la pace e la libertà religiosa in Africa e in Medio Oriente
Il Papa: «Valorizzare il ruolo delle donne nella Chiesa»
Il ruolo delle donne nella Chiesa va valorizzato, ha affermato il Papa nel «Regina Coeli» del Lunedì santo. Nella preghiera di Pasqua il pontefice ha invocato pace e libertà religiosa per l’Africa e il Medio Oriente
di Roberto Monteforte


«In tutti i Vangeli, le donne hanno un grande spazio nei racconti delle apparizioni di Gesù risorto, come del resto è anche in quelli della passione e della morte di Gesù». È alla donna e al suo ruolo «centrale» nella Chiesa, malgrado i manca-
ti riconoscimenti che Benedetto XVI dedica il suo breve discorso che ha preceduto il Regina Coeli pronunciato nel «Lunedì dell’Angelo» a Castel Gandolfo, dove sta trascorrendo un breve periodo di riposo.
«A quei tempi, in Israele, spiega il pontefice la testimonianza delle donne non poteva avere valore ufficiale, giuridico, ma le donne hanno vissuto un'esperienza di legame speciale con il Signore, che è fondamentale per la vita concreta della comunità cristiana, e questo sempre, in ogni epoca, non solo all'inizio del cammino della Chiesa». È con questo riconoscimento importante al ruolo delle donne nella Chiesa che il
pontefice ha concluso le celebrazioni pasquali. Solo giovedì scorso, nell’omelia per la «Messa del crisma», in risposta all’appello al «dissenso» di un gruppo di sacerdoti austriaci che ha trovato consensi anche in Germania, Irlanda, Belgio e Svizzera che chiedevano, tra l’altro l’istituzione del sacerdozio femminile, il pontefice aveva ribadito il cate-
gorico no della Chiesa alle «donne-prete». Lo ha fatto facendo proprie le parole del suo predecessore, Giovanni Paolo II. No al sacerdozio per le donne, ma piena valorizzazione del ruolo svolto nella Chiesa. Ieri lo ha ribadito con forza, partendo proprio dal riconoscimento che nel Vangelo hanno le donne vicine a Gesù.
Ma ieri nel messaggio che ha preceduto il «Regina Coeli» ha soprattutto insistito sul senso del mistero della Resurrezione, con «Cristo vivo che ha spezzato il potere del peccato e della morte» e che ha cambiato la Storia. Una riflessione che era già stata al centro del messaggio pasquale al mondo, pronunciato domenica mattina dalla Loggia centrale della Basilica di san Pietro, prima della solenne benedizione Urbi et Orbi e dei tradizionali auguri pronunciati in 65 lingue.
È stato partendo dal «Cristo risorto che spezza gli intrecci del male» che Papa Ratzinger ha invocato pace e libertà per l’uomo, in particolare per le comunità cristiane perseguitate in Asia e in Africa. «La speranza, in questo mondo, non può non fare i conti con la durezza del male ha spiegato -. Non è soltanto il muro della morte a ostacolarla, ma più ancora sono le punte acuminate dell'invidia e dell'orgoglio, della menzogna e della violenza». Il pontefice richiama la speranza cristiana e la necessità di un cambiamento radicale. Quella appena trascorsa è stata una Pasqua insanguinata. Lo stesso pontefice ha condannato «il barbaro atto terroristico» perpetrato in Nigeria contro alcune chiese che ha causato 38 morti.
PASQUA INSANGUINATA
Ha auspicato la fine delle violenze e la realizzazione di «una società pacifica e rispettosa della libertà religiosa dei suoi cittadini». Così pure per il Sudan e il Sud-Sudan, per la regione dei Laghi e per il Mali. E poi la Siria martoriata per quale il pontefice invoca la fine delle carneficine e l’avvio «senza indugio» di un percosro di rispetto, dialogo e riconciliazione. Prega per la pacificazione in Iraq e per il riavvio dei negoziati tra israeliani e palestinesi. «Cristo risorto afferma doni speranza al Medio Oriente, affinché tutte le componenti etniche, culturali e religiose di quella Regione collaborino per il bene comune e il rispetto dei diritti umani».
Il Medio Oriente resta il cuore della crisi internazionale. Ieri è arrivato l’annuncio ufficiale della visita di Benedetto XVI in Libano, Paese «testimone della libertà e della convivenza» ed emblematico della presenza cristiana in quell’area. Dal 14 al 16 settembre il pontefice sarà quindi nel «Paese dei Cedri». A Beirut parteciperà a un raduno di giovani e incontrerà le autorità libanesi. L’annuncio ufficiale è venuto dai vescovi libanesi e dalle autorità libanesi. Durante la visita il Papa consegnerà le sue «esortazioni apostoliche» a conclusione del Sinodo sul Medio Oriente dell’ottobre 2010.

il Fatto 10.4.12
Esorcismi pasquali
di Fulvio Abbate


Pasqua. È bene dunque che i turiboli della passione di Cristo occupino buona parte i palinsesti, per l’occasione segnati da bollino viola, sia pure invisibile, della dolente pervasività religiosa. Intendiamoci, nulla a che vedere con la buia settimana armata di violoncelli del tempo della Rai di Bernabei, eppure quanto basta per avviare una riflessione sull’abisso, sull’afflizione imposta. Personalmente, in questo senso, la scoperta su TV2000 – Canale 28 del digitale terrestre, emittente della Conferenza Episcopale Italiana – meglio, di un suo programma-fiore all’occhiello in onda tutti i sabati intitolato, Vade Retro, un “settimanale di inchiesta su sétte e satanismo con storie, testimonianze e i numerosi fatti di cronaca legati all’occulto e all’esoterismo”, proprio tale rivelazione è stata folgorante. Nulla, pensandoci bene, appare più avvincente per l’immaginazione del tema dell’esorcismo, e del suo tecnico, cioè l’Esorcista propriamente detto, non proprio quello del film di William Friedkin che seppe terrorizzare i ragazzi di quasi quarant’anni fa, bensì un riconosciuto operatore del ramo, Padre Amorth, lo stesso che ha ufficio in Roma, non lontano dalla basilica di San Giovanni in Laterano, anzi, dov’è la Scala Santa.
Di Padre Gabriele Amorth, sia detto per inciso, va detto che, diciottenne, fece parte del movimento partigiano cattolico della Brigata Italia col soprannome “Alberto” e divenne presto vice comandante della piazza di Modena. Cosa che gli rende onore. Più crudelmente, posso però aggiungere che non sono mai riuscito, da laico, a prendere sul serio le sue parole, il suo mestiere, la sua missione. E purtroppo ciò che egli diceva nell’intervista in questione non mi ha rassicurato. Dice Amorth “che il diavolo diventa un pazzo quando viene nominato Wojtyla o Padre Pio”. La ragione? Semplicissima, dipenderebbe dal fatto che il papa polacco sarebbe “responsabile” di avergli “portato via il comunismo”. Dimenticavo, lì in studio, accanto al conduttore David Murgia, autore fra l’altro del volume Satana in Tribunale, c’era modo di apprezzare la presenza di Paolo Rodari, vaticanista de Il Foglio di Giuliano Ferrara, pronto a dare manforte agli argomenti più spettrali che il giorno di Pasqua possa offrire ai suoi utenti televisivi. Non vorrei sembrare adesso infame come Franti, ma la visione di Va-de Retro l’ho vissuta in dissolvenza incrociata con alcuni racconti dell’attualità politica-giudiziaria che inquadrano la Lega Nord, con il volto segreto di Manuela Marrone, moglie di Umberto Bossi, cui viene attribuita un’autentica passione proprio per la magia nera, soprapposta a quella di Padre Amorth, e già che ci siamo dello stesso pacioso conduttore Murgia e del vaticanista Rodari.
E tutto ciò mentre in contemporanea a Domenica In, su Rai 1, il pio Pierluigi Diaco definiva “il Lou Reed della santità” il già citato Padre Pio. In attesa che un redivivo Bobby Solo narrasse di una sua corda vocale infine miracolata dalla Madonna di Lourdes. Qualche tempo fa, Gianni Gipi Pacinotti, grande disegnatore, accennando al proprio film sul tema delle creature extraterrestri dichiarò testualmente “se credi ai marziani è naturale votare Berlusconi”. Un distico che mi sembra perfetto, ottimale, anche per Vade Retro.

l’Unità 10.4.12
Medio Oriente e Italia
Equivicinanza. Vuol dire saper essere solidali e partecipi restando autonomi
Il premier loda l’Unifil. E c’è chi pensa a una missione simile a Gaza
di Umberto De Giovannangeli


Discontinuità ed equivicinanza. Sono i tratti politici che hanno caratterizzato la delicatissima missione in Medio Oriente di Mario Monti. Delicatissima, perché mai come oggi il Medio Oriente vive sospeso tra speranze di cambiamento generate dalle Primavere arabe e crescenti inquietudini per nuove, devastanti avventuremilitari.
In questo scenario in continuo movimento, l’Italia intende giocare un ruolo attivo, da protagonista, e questo in una chiave europea.
Come lo è stato in Libano, con la missione Unifil fortemente voluta dall’allora governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi e con Massimo D’Alema a ministro degli Esteri. Un impegno, quello nel Sud Libano, che Monti ha ribadito con forza nei suoi incontri politici a Beirut e parlando ai nostri soldati impegnati nella stabilizzazione del Paese dei cedri e nel mantenere la sicurezza ai confini con Israele. Un impegno che è già in discontinuità con la più volta manifestata volontà del precedente governo Berlusconi, di ridurre quanto più possibile l’impegno italiano in Libano. Richiesta perorata in particolare dalla Lega di Bossi e Calderoli. Ma la discontinuità più forte manifestata dal Monti mediorientale è nell’aver riproposto la questione israelo-palestinese come chiave di volta per un Medio Oriente pacificato.
Non una delle tante, ma la “Questione”. La credibilità e la forza della posizione espressa da Monti sta nell’altro tratto politico fondamentale della sua missione: l’equivicinanza alle due parti.
A differenza del Cavaliere, suo predecessore a Palazzo Chigi, il Professore non ha indossato la “kefiah” o la “kippah” a secondo dell’interlocutore che aveva di fronte a sé.
E, altrettanto importante, non si è limitato a declamare il principio di “due popoli, due Stati” come fondamento di una pace giusta e duratura tra Israeliani e Palestinesi. Insomma, Monti non ha svolto il solito compitino. Ha calato quel principio nella realtà, lo ha coniugato politicamente, quando ha affermato, sia nell’incontro con il presidente palestinese Abu Mazen che in quello con il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che l’Italia non riconosce alcuna modifica dei confini del 1967 (quelli antecedenti alla Guerra dei Sei giorni) salvo intese tra le parti.
Si tratta di un punto cruciale, che fa dell’equivicinanza con le due parti qualcosa di ben diverso, e nobile, di un cerchiobottismo in salsa mediorientale. Quella sottolineatura indica un percorso negoziale serio, impegnativo, che non ammette furberie, doppi giochi, scorciatoie militariste o pratiche unilaterali.
Equivicinaza significa anche dire verità scomode ma con uno spirito costruttivo. E nel far questo si pratica un’idea alta e nobile di amicizia con Israele, non coprendo, opportunisticamente, scelte sbagliate ma indicando possibili vie di uscita che, assieme al diritto alla sicurezza per lo Stato ebraico, sappiano garantire un diritto altrettanto fondato e inalienabile: quello del popolo palestinese ad uno Stato indipendente, con una piena sovranità su tutto il suo territorio.
Dire e fare. Facendo seguito con i fatti alle dichiarazioni, agli appelli, alle parole. Come fu in quella calda estate di guerra del 2006. Allora, schierando tremila soldati nel Sud Libano, l’Italia seppe giocare un ruolo decisivo, di traino nei confronti di recalcitranti partner europei e degli stessi Usa, contribuendo in misura decisiva alla nascita di Unifil 2, un modello che in molti, sullo scenario mediorientale, vorrebbero vedere all’opera su altri fronti caldi, a cominciare da Gaza.
La missione in Medio Oriente di Mario Monti è anche il segnale, tangibile, della volontà italiana di fare del Mediterraneo il centro della propria politica estera, in visione geopolitica, e dei nostri interessi nazionali, che rompe con i vizi del passato governo berlusconiano: il gigantismo velleitario e la sua altra faccia: quella della marginalità internazionale.
La discontinuità inizia da qui.

l’Unità 10.4.12
Terminata in Egitto la missione del primo ministro che ha attraversato Libano e Israele
Negli incontri con Abu Mazen e Netanyahu l’invito a riprendere il negoziato con reciprocità
La linea italiana. Il Professore: «Due Stati per due popoli nei confini del 1967»
Israele-Palestina, con Monti torna la politica italiana
di Umberto De Giovannangeli


Si è conclusa ieri in Egitto la missione del premier italiano che insiste sull’ipotesi «Due Stati, due popoli». Profonda commozione allo Yad Vashem. «Tenere alta la guardia contro ogni forma di anti semitismo».

Il ricordo sconvolgente di una tragedia senza eguali: la Shoah. Un presente segnato da un negoziato, quello israelo-palestinese, in stallo permanente, e da nuovi venti di guerra che dalla Siria si propagano oltre i confini con Libano e Turchia. Un futuro che sembra mettere in discussione le speranze di cambiamento suscitate dalle Primavere arabe.
Si è mossa su questi crinali la missione mediorientale di Mario Monti, iniziata alla vigilia di Pasqua in Libano, proseguita in Israele e nei Territori palestinesi e conclusasi ieri in Egitto. Al Cairo, il premier italiano ha affermato che il trattato di pace con Israele «deve rimanere un pilastro» per «la difficile costruzione di un Medio Oriente pacifico: è una grande priorità che quel trattato di pace sia tenuto fermo».
«Vengo al Cairo dopo essere stato il  Libano, aver visitato il contingente italiano Unifil, essere stato in Israele e nell'Autorità nazionale palestinese», ha aggiunto Monti sottolineando, al termine dell'incontro con il primo ministro egiziano Kamal El Gazuri, di aver parlato con lui «delle impressioni raccolte in questi fitti e serrati contatti». «Gli ho trasmesso la forte convinzione del governo italiano» che «la grande priorità è che il trattato di pace con Israele sia tenuto come punto fermo». Il primo ministro egiziano, ha proseguito Monti, «mi ha confortato» anche rispetto ad alcune indicazioni e mozioni del Parlamento egiziano che non sembrerebbero in linea con questa posizione. «Quel trattato deve invece rimanere un pilastro per la difficile costruzione di un Medio Oriente pacifico». Al contempo, l'Italia ribadisce all'Egitto la «volontà di accompagnare il Paese nel tormentato percorso di transizione democratica» perché «si possa affermare un nuovo Paese, espressione dei diritti umani, del rispetto delle libertà civili e religiose e della moderazione», afferma Monti congedandosi dal suo omologo egiziano. L'Egitto, aggiunge, ha «capacità di sorprendere», come dimostrato dall'organizzazione pacifica delle ultime elezioni.
SCELTA STRATEGICA
Ma un Medio Oriente pacifico passa inevitabilmente per una soluzione condivisa del conflitto israelo-palestinese. Tema che è stato al centro degli incontri che Monti ha avuto l’altro ieri, con il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Mahmud Abbas (Abu Mazen) e con il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
«Due Stati per due popoli, israeliani e palestinesi, che vivano in pace l'uno accanto all'altro entro i confini del 1967. È questa la linea italiana che Monti illustra ai suoi interlocutori israeliani e palestinesi. A questa prospettiva non ci sono «alternative» e il «negoziato» è l'unica via per «raggiungere» l'obiettivo, spiega il Professore in Israele e nei Territori Palestinesi di fronte ai due protagonisti del confronto: prima il presidente dell'Anp, Abu Mazen, poi il primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu. La posizione di Roma è «inequivocabile» e strettamente «ancorata» a quella dell'Ue, rimarca Monti: l’Italia, in buona sostanza, non riconosce alcuna modifica della Linea del ’67, salvo intese tra le parti.
IL NEGOZIATORE
«Si tratta di una presa di posizione importante – dice a l’Unità il capo negoziatore palestinese, Saeb Erekat – perché rimanda ad una trattativa tra le parti qualsiasi modifica dei confini». «Il premier italiano – aggiunge Erekat – ha in questo modo censurato qualsiasi scelta unilateralista, quali quelle compiute sugli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est da Israele, e fissato un principio cardine di un serio negoziato: quello della reciprocità, che sulla questione dei confini significa che a territori, limitati, palestinesi inglobati da Israele devono corrisponderne altri ceduti allo Stato di Palestina».
«Una visita commovente e sconvolgente». Il premier pronuncia questa parole al termine della sua visita, con a fianco la moglie Elsa, allo Yad Vashem. «L'Italia rinnova il suo impegno a tener viva, nella società civile, la consapevolezza contro ogni insorgere di antisemitismo». È un passaggio di quanto il Monti ha lasciato scritto sul libro d'onore degli ospiti nel museo memoriale per ricordare i sei milioni di ebrei vittime dell'Olocausto. «Ho reso omaggio con profonda emozione e rispetto alla forza e al coraggio del popolo ebraico e alla sua storia millenaria. E in particolare ha aggiunto il premier alla tragedia inumana dell'Olocausto»: «la memoria parli anche alle nuove generazioni affinché tragedie di questo tipo non si ripetano mai più».

l’Unità 10.4.12
Israele sbarrata per Grass
Israele sbarra le porte a Guenter Grass e lo dichiara «persona non grata». Dopo le polemiche e le accuse di filo-nazismo mascherato, scatta la punizione contro lo scrittore premio Nobel tedesco per la pubblicazione di un contestato poema fresco di stampa, dal titolo “Le cose che vanno dette”, sferzante sulla politica israeliana verso l'Iran.


La frontiera sbarrata dal governo Netnayahu lascia perplessi molti: può uno Stato democratico bandire un'opinione, per quanto insostenibile? Reazione «profondamente esagerata», la definisce un ministro tedesco, Daniel Bahr. «Basso livello di tolleranza», dice lo storico israeliano della Shoah, Tom Segev: «Delegittimare chi critica è una tendenza molto pericolosa, autocratica e demagogica. Netanyahu e Lieberman sono bravissimi, in questo. Ogni voce contraria è subito indicata come un segnale d'antisemitismo. Ma se davvero ci mettiamo a distribuire i permessi d'ingresso secondo le opinioni politiche delle persone, finiamo in compagnia di Siria e dello stesso Iran». Dalla sinistra israeliana, si schierano contro il boicottaggio altri intellettuali: gli scrittori Ronit Matalon e Yoram Kaniuk («il prossimo passo è bruciare i libri»), il pittore Yair Garbuz («e allora che dovremmo fare coi libri di quel rabbino che propone d'uccidere i non ebrei?»), il Nobel per la chimica Aaron Ciechanover («non si risponde alla follia con una follia»)... Il dibattito, c'è da giurare, continuerà. E sbucciando le cipolle, per dirla con un titolo di Gunni, alla fine s'arriverà al cuore della questione. Riassunta dalla cancelliera Angela Merkel: «C'è la libertà d'espressione artistica. E per fortuna c'è la libertà d'un governo, il mio, di non doversi per forza esprimere su ogni manifestazione dell'arte».
Francesco Battistini sul Corsera di oggi

l’Unità 10.4.12
Psicofarmaci e anfetamine
«droghe» in forte aumento fra le truppe statunitensi
L’uso di farmaci è aumentato dell’800 per cento tra i soldati dal 2005 a oggi Inchiesta del Los Angeles Times: la maggior parte dei militari è «addicted»
di Martino Mazzonis


Centodiecimila soldati in attività prendono narcotici, anfetamine, anti-depressivi per tenere a bada gli effetti che la guerra ha lasciato nella loro testa. Ieri il Los Angeles Times dava conto di uno studio per cui l’8 per cento dei militari in servizio ha bisogno di sedativi, il 6 per cento di antidepressivi e i medici militari prescrivono ai loro pazienti le pillole come se fossero mentine per rinfrescare l’alito.
La diffusione di psicofarmaci è aumentata dell’800 per cento dal 2005 a oggi nell’esercito americano. Ai piloti servono le anfetamine per mantenere viva l’attenzione durante le missioni di volo da dodici ore. Una volta al campo serve qualcosa per dormire. Dopo dieci anni di guerra, dopo che la maggior parte dei militari – l’età media di chi va in missione è di 24 anni – ha fatto tre turni di combattimento, il tasso di dipendenza da psicofarmaci aumenta in maniera esponenziale.
Un caso recente riportato dal L.A. Times è quello di Jason Burke, pilota imbottito di anfetamine, che dopo diciannove ore di volo, tornato a nel suo South Dakota, è uscito con degli amici. Sulla strada del ritorno a casa, dopo qualche birra, Burke ha cominciato a delirare: «Jack Bauer mi aveva avvisato, siete qui per rapirmi perché io do la caccia ai terroristi», lo hanno sentito dire.
Per chi non lo sapesse, Jack Bauer non poteva avvisare nessuno, perché non esiste: è un agente antiterrorismo sì, ma protagonista della serie televisiva «24». Eppure Burke, messo sull’avviso dal suo amico immaginario, ha aggredito gli amici ed è scappato con l’auto. Al processo è stato assolto. E questo è un bene: la corte militare ha riconosciuto l’effetto delle anfetamine sulla sua condotta.
Un precedente e un caso che forse produrrà qualche attenzione in più da parte dei medici nel prescrivere psicofarmaci. E qualche visita in più prima di dichiarare un ragazzo abile da spedire al fronte: dal 2005 al 2008 (ultimi dati disponibili) i militari che si sono uccisi sono aumentati dell’80 per cento.
Gli ufficiali medici sostengono l’uso di psicofarmaci tra i militari è più o meno identico a quello della società americana in generale. Già, e anche nella società americana nel suo complesso il numero di persone che prendono medicine per curare una qualche forma di disturbo psichiatrico è in aumento costante.
Dal 2001 al 2010 i ragazzi i giovani sotto i 40 anni che prendono medicine per disturbi dell’attenzione sono triplicati e – più in generale – le persone che prendono psicofarmaci sono aumentate del 22 per cento.
Ogni militare riceve, alla partenza per una missione, medicine per 180 giorni, che può scambiare con i commilitoni o ingurgitare dopo aver sparato o aver assistito alla ferimento di un compagno di stanza. Le reazioni all’uso di queste medicine non sono monitorate come sarebbe necessario. Non in Afghanistan. E siccome le medicine psichiatriche possono far aumentare gli istinti suicidi o omicidi, produrre crisi e allucinazioni come quella capitata a Burke, quando a portata di mano ci sono le armi automatiche le reazioni possono essere le più diverse.
Ci sono diversi casi recenti di eccesso di uso della forza in cui non è da escludere l’uso di psicofarmaci, il mix con l’ubriachezza o lo stress non curato.
Perché c’è anche chi sta male e non viene rispedito a casa. O non parla dei suoi incubi per paura di non ottenere la promozione che aspetta. Come forse è il caso di Robert Bales, il sergente uscito ubriaco dalla sua base lo scorso 11 marzo e tornato al suo posto dopo aver ucciso 16 civili afghani. Il sergente Bales si sveglia urlando, suda, ha incubi. Ma non ne parla con sua moglie né con i medici. Il risultato è la carneficina in un villaggio e un’ulteriore complicazione nella relazione tra afghani e americani.
In altri casi i medicinali producono pulsioni omicide. David Lawrence un anno fa si è dichiarato colpevole di aver ucciso un detenuto talebano a sangue freddo. È stato condannato, ma la sua pena è stata dimezzata dopo che si è scoperto che non aveva parlato ai medici delle allucinazioni che aveva. Con lo psichiatra militare aveva parlato solo di depressione. Gli avevano prescritto un antidepressivo che aveva peggiorato la sua malattia. Chad Oligschlaeger, invece, è proprio morto a causa della quantità di pillole che gli avevano prescritto. La madre lo descrive come apatico, incapace di articolare le parole. Ma sicuro delle pillole che prendeva dopo essere tornato dall’Iraq nel 2007. Quelle che lo hanno ucciso.

il Fatto 10.4.12
Stati Uniti. Tre neri uccisi in Oklahoma


Dopo Trayvon Martin, altri 3 afroamericani innocenti sono stati uccisi per strada, a caso, solo perchè neri. E il Washington Post titola in prima pagina: “Torna la tensione razziale: ora chi sarà il prossimo?”. È accaduto venerdì notte a Tulsa, in Oklahoma: due giovani bianchi hanno sparato a caso ad alcuni passanti, a due riprese, in due luoghi a pochi chilometri di distanza: 3 morti e 2 feriti. Dopo una caccia all’uomo alla quale ha partecipato anche l’Fbi, grazie a una soffiata, sono stati fermati due bianchi: Jack England, di 19 anni, e Alvin Watts, di 32, e ora su di loro pende l’accusa di omicidio volontario di primo grado. Chiaro il movente razzista: meno di 24 ore prima della strage i due hanno lasciato tracce chiare, postando messaggi di stampo razzista sulle loro pagine di Facebook. Il 19enne pare volesse vendicare la morte del padre, ucciso in una sparatoria due anni fa, per la quale era stato accusato un afroamericano.

La Stampa 10.4.12
Weekend di paura afroamericani
Tre neri uccisi a Tulsa. L’America riscopre la violenza razziale
Presi i due killer che giravano per le strade sparando a passanti di colore
di Glauco Maggi


Un tragico weekend di fuoco a Tulsa, in Oklahoma, ha lasciato sul terreno tre cadaveri, tutti afro-americani, mentre due altre persone sono rimaste ferite. Su indicazioni anonime la polizia ha arrestato sabato mattina i presunti colpevoli, che venerdì avevano battuto le strade del quartiere a Nord della città, a popolazione prevalentemente di colore, sparando all’impazzata sui passanti da un furgoncino bianco, rintracciato poi semibruciato. I due, Jake England, 19 anni, americano nativo Cherokee, e Alvin Watts, 32 anni, bianco, vivevano insieme in una casa prefabbricata nella campagna di Tulsa e sono già apparsi in tribunale ieri mattina, senza avvocati e con una cauzione fissata per entrambi a 9,2 milioni di dollari.
Sulla loro colpevolezza non ci sarebbero dubbi, anche se non si sa se abbiano confessato e accettato di collaborare con lo sceriffo Shannon Clark e gli agenti Fbi che stanno conducendo l’inchiesta balistica per ricostruire la dinamica dei fatti e capire se la coppia abbia agito da sola o con dei complici.
Sui due, oltre alla incriminazione per i tre omicidi di primo grado e per i due tentati omicidi, pesa il sospetto d’aver agito per motivi di odio razziale. L’agente speciale dell’Fbi che guida l’inchiesta, James Finch, ha dichiarato però che «è molto prematuro parlare di crimine basato sull’odio. Ci sono troppe domande senza risposta a questo stadio dell’indagine, e troppe prove ancora da analizzare».
Sicuramente, il punto di partenza è ciò che lo stesso England ha messo su Facebook giovedì scorso, il giorno prima della follia assassina. «Oggi sono due anni che mio padre se n’è andato», ha scritto esprimendo dolore e rabbia in riferimento alla morte del papà, Carl, ucciso il 5 aprile 2010. Un afro-americano, Pernell Jefferson, 39 anni, indicato come persona di interesse nel caso, è ora in una galera di Stato. Per descriverlo, nel suo messaggio England ha usato un epiteto razzista. Suo padre era stato colpito da uno sparo a poca distanza da dove è stata ritrovata una vittima del venerdì di fuoco. Jefferson non è mai stato accusato di averlo ucciso, anche se ha ammesso di aver avuto con lui un diverbio quella stessa sera. «E’ dura non uscire di testa pensando a questo e a Sheran», ha continuato a scrivere il killer, alludendo al recente suicidio della sua fidanzata Sheran Hart Wilde, 24 anni.
Le tre vittime Dannaer Fields, 49 anni, Bobby Clark, 54, e William Allen, 31, non si conoscevano tra di loro e non avevano mai avuto nulla a che spartire con i loro giustizieri; il loro unico punto in comune era il colore della pelle. Quando venerdì, a Tulsa, si sono propagate in pochi attimi le drammatiche notizie, nella comunità di colore, 62 mila persone su 392mila abitanti, è scoppiato il panico. Un consigliere comunale afroamericano, Jack Henderson, ha raccontato di aver ricevuto molte telefonate dalla gente che aveva paura a uscire di casa. «Ora, con questi due in custodia, tutta la città si sente più al sicuro».

Corriere della Sera 10.4.12
La strage dei neri che scuote l’America
Tiro al bersaglio a Tulsa: tre vittime. Confessano due bianchi L'omicidio simbolo
di Alessandra Farkas


NEW YORK — All'inizio, complici le festività pasquali che hanno diradato la copertura delle news e distratto l'attenzione del Paese, i tre morti e i due feriti afroamericani dell'Oklahoma sembravano crimini slegati tra loro. Mere schegge nell'inarrestabile scia di omicidi che ogni giorno insanguinano l'America a causa delle troppe armi.
Ma ieri mattina, quando un giudice del tribunale di Tulsa ha posto una cauzione da quasi 10 milioni di dollari ciascuno al 19enne Jacob England e al 32enne Alvin Watts — entrambi bianchi su cui adesso pende l'accusa di omicidio plurimo volontario di primo grado — l'America di Twitter e Facebook si è raccolta intorno ad un unico, terribile incubo che l'ha fatta ripiombare indietro al tempo dei linciaggi del KKK e delle famigerate «cacce al nero». Nella notte tra giovedì e venerdì i due assassini, a bordo di un pickup, si sono fermati nel quartiere di North Tulsa, abitato in maggioranza da neri, con la scusa di chiedere informazioni ai passanti, prima di estrarre una pistola e sparare a casaccio per poi fuggire a tutta velocità. Un episodio ripetutosi a due riprese, in due luoghi a pochi chilometri di distanza.
Alla fine della mattanza il bilancio è agghiacciante: tre morti — Dannaer Field, 49 anni, Bobby Clark, 54, e William Allen, 31 — e due feriti gravi. Dopo un'impressionante caccia all'uomo che ha visto la mobilitazione della polizia e dell'Fbi, grazie a una soffiata sono stati fermati i due sospettati che ieri sera hanno confessato. E con il provvidenziale aiuto degli onnipresenti social media gli inquirenti hanno capito subito la natura del crimine che stavano investigando.
Meno di 24 ore prima della strage i due avevano infatti postato messaggi e insulti apertamente razzisti sulle loro pagine di Facebook. Si è così scoperto che England, il più giovane, progettava da tempo un'azione punitiva contro i neri per vendicarsi della morte del padre, ucciso in una sparatoria avvenuta due anni fa, per la quale è stato incriminato un afroamericano. La modalità degli omicidi (vittime a caso) conferma che il folle piano di «dare una lezione alla comunità nera» è andato tragicamente in porto.
Quest'ultima, terrificante tragedia arriva a sole sei settimane dalla morte di Trayvon Martin, il 17enne nero ucciso in Florida da un vigilante volontario bianco che ha affermato di «sentirsi minacciato» dal ragazzo, disarmato, solo perché indossava un cappuccio. Dalle prime pagine dei grandi quotidiani e dei Tg, noti editorialisti si attendono nuovi episodi di violenza a sfondo razzista: «Chi sarà il prossimo?».
Nel lontano 1921 Tulsa è stata teatro di uno dei più brutali disordini razziali della storia americana durante i quali dozzine di neri innocenti furono trucidati e il quartiere afroamericano più prospero degli Stati Uniti (il Greenwood District, noto come The Negro Wall Street) fu dato alle fiamme e raso al suolo. Il timore, per la comunità nera che non ha mai dimenticano quella ferita, è un ritorno al passato.
A sei mesi dalle presidenziali di novembre le tensioni razziali sembrano destinate a svolgere un ruolo significativo nella prossima corsa per la Casa Bianca. In un sondaggio pubblicato tre giorni fa da Newsweek/Daily Beast, il 72% dei bianchi e l'89% dei neri pensa che il Paese sia spaccato in due sul tema della razza. E a quasi quattro anni dall'elezione del primo presidente afroamericano della storia, la maggioranza degli americani (neri e bianchi) ritiene che i rapporti inter-razziali non siamo migliorati o siano addirittura peggiorati. E se il 51% dei bianchi boccia il modo in cui Barack Obama ha gestito i rapporti inter-razziali, l'84% dei neri lo applaude.

l’Unità 10.4.12
Intervista a Samia Walid
«I talebani sdoganati contro il volere del popolo afghano»
La femminista araba: «Karzai per ingraziarsi i fondamentalisti e mantenere un ruolo ha varato un Codice di condotta retrogrado per le sciite»
di Cristiana Cella


Samia Walid è un’attivista di Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) che, per le sue posizioni radicali, è ancora costretta alla clandestinità in Afghanistan. Rawa è la più antica organizzazione di donne afghane, nata nel ‘77. Da 35 anni si batte per una democrazia laica, contro tutte le occupazioni e contro il fondamentalismo islamico, con progetti sull’istruzione, i diritti delle donne e la salute. Samia ne fa parte da quando aveva 14 anni nei campi profughi in Pakistan. Secondo lei «la guerra è sempre più impopolare e costosa e la strategia americana è cambiata, da almeno tre anni. Gli americani devono sganciarsi dal disastro afghano ma non senza aver raggiunto il loro scopo: restare a tempo indeterminato nelle loro basi, una sorta di occupazione legalizzata, il cosiddetto Patto strategico. E quindi bisogna trattare con i talebani. È un contratto politico, un compromesso funzionale a questa strategia che fa anche il gioco dei Paesi islamici dell’area». In questo quadro, a detta si Samia «i talebani certamente otterranno dei posti di potere, arriveranno al governo. In cambio gli americani otterranno di restare nelle loro basi senza essere attaccati e controlleranno il Paese attraverso i talebani».
Cosa pensa la popolazione afghana della trattativa con i talebani?
«Gli afghani non ne possono più di questa orribile guerra ma conoscono bene i crimini dei talebani, passati e presenti, e non vogliono rivederli al governo. Ma la popolazione e la società civile non sono mai stati consultati. Gli Usa hanno sempre usato diverse pedine, a seconda delle necessità. I warlords contro i russi, i talebani contro i warlords, l’Alleanza del Nord contro i talebani. Adesso servono i talebani che sono diventati “moderati”. Perfino il mullah Omar non è più nella loro lista nera. Mostrare la loro forza, ora, fa parte del nuovo gioco».
In che modo può essere utile agli Usa?
«Da una parte, se i talebani continuano a essere un pericolo per la sicurezza del Paese il loro lavoro in Afghanistan non è finito. Devono restare a tempo indeterminato per garantire gli accordi e tenerli a bada. Dall’altra, se i talebani sono ancora forti, dopo dieci anni di guerra, allora devono essere accettati come una parte della società afghana e con loro è giusto trattare. Anche la popolazione li deve accettare. Credo che anche l’incidente del Corano bruciato sia da leggere in quest’ottica».
Cioè?
«Gli americani non sono stupidi e conoscono bene l’effetto delle loro azioni. Non credo alla casualità del gesto. A mio parere è stata una provocazione per scatenare fondamentalisti e mullah, rafforzando il carattere islamico della nazione». Pensa che le manifestazioni di piazza siano solo opera di talebani e mullah? «I talebani e gli altri islamisti monopolizzano la protesta. Ma è certamente anche espressione della rabbia popolare. Il popolo afghano subisce umiliazioni e violenze da parte delle truppe straniere da dieci anni, bombardamenti, raid notturni, uccisioni. Le vittime civili aumentano ogni anno. La gente è schiacciata tra la violenza talebana e quella delle truppe Isaf, e sono sempre loro a pagare, com’ è successo a Khandahar. Non si può più vivere così, tra due fuochi, ostaggi dell’orrore e subendo il potere brutale dei warlords che siedono nel Parlamento di Karzai». Con la prospettiva del ritorno talebano al potere cosa succederà ai diritti delle donne?
«La violenza contro le donne continua ad aumentare, 5mila casi lo scorso anno, solo quelli denunciati, anche senza i talebani. Probabilmente se fossero legittimati al potere, insieme magari a personaggi come Gulbuddin Hecmatyar, sarebbe ancora peggio. Ma è sbagliato attribuire solo a loro la responsabilità di questo disastro, come si fa in Europa. Purtroppo la violenza contro le donne è uguale dappertutto in Afghanistan, al sud e al Nord, nelle province controllate dai talebani come in quelle controllate dagli altri gruppi come l’Alleanza del Nord. E adesso vediamo anche l’attacco di Karzai ai diritti delle donne, il Codice di comportamento, proposto dal Consiglio degli Ulema e approvato recentemente dal Governo: le donne non possono più uscire senza mahram (accompagnatore maschio della famiglia ndr), né parlare con uomini nei luoghi pubblici, la violenza del marito è condannabile solo se non conforme alla sharia. Non vi ricorda niente?»
Che valore ha questo codice?
«Per ora prevede un’adesione spontanea delle donne rispettose della religione. Non è ancora legge, ma può diventarlo. Intanto legittima una situazione all’interno della società più vicina alla mentalità talebana. Karzai cerca il suo ruolo e mostra la sua disponibilità verso di loro e la sua autonomia verso agli americani. In Europa credete che sia un problema culturale, non è vero: è politico».

il Fatto 10.4.12
Anche il Cina affari e politica
Molti dei leader politici controllano di fatto le grandi aziende statali
di Simone Pieranni


Pechino Lo sanno tutti, ma non si dice: Wen Jiabao, il premier, pare addirittura che abbia espresso “disgusto” per la moglie e per il figlio che si spendono il suo nome per affari economici. Business mica da poco: la moglie di Wen è la regina dei diamanti, ne controlla l'intero mercato, il figlio sta facendosi strada nel mondo in espansione delle telecomunicazioni. Il figlio di Hu Jintao (presidente della Repubblica) anche, dopo essere finito in mezzo a uno scandalo africano, in Namibia. La famiglia di Li Peng, il “macellaio” di Tian'anmen, controlla tutto il settore energetico. La famiglia di Jia Qinglin, numero 4 del Politburo - il cui figlio illegittimo pare si sia schiantato a bordo di una Ferrari qualche settimana fa a Pechino, con immediata censura del termine Ferrari su internet - tiene in mano tutto il real estate, il mercato immobiliare altro business miliardario.
LA FAMIGLIA di Chen Yun, uno degli 8 immortali, anch'egli falco nell'89 controlla tutto il settore bancario, mentre il petrolio sarebbe affare di Zhou Yongkang, attuale numero 9 del Poltiburo e protagonista degli ultimi tempi: secondo i rumors, sarebbe lui lo stretto alleato di Bo Xilai nel tanto chiacchierato tentativo di golpe, mai confermato e costato il posto a Bo Xilai.
Una catena che lega i destini delle famiglie al comando: una casta in cui il potere economico e quello politico coincidono, tanto che secondo un cable del luglio 2009 rilasciato da Wikileaks, i destini economici della nazione sarebbero decisi proprio dai diritti acquisti in termini monetari, da parte dei leader politici e le loro famiglie. La Cina sarebbe quindi in mano a gruppi diversi, a capo di imperi economici nei settori chiave, spesso in competizione e in scontro aperto tra loro. Una situazione talmente palese, che grazie allo sviluppo di internet e la corsa del paese verso il progresso economico, ha finito per arrivare all'orecchio del popolo. La scorsa settimana a Canton c'è stata una protesta particolare: alcune persone sono scese per strada con cartelli, nei quali chiedevano che i politici cinesi svelassero i propri patrimoni economici. Sei persone sono state arrestate, la comunicazione ufficiale è giunta solo ieri: la protesta ha però rappresentato l'acme di alcune sensazioni che cominciano a serpeggiare nella complessa e frastagliata società civile cinese. Tra le scritte proposte dai pochi scesi in strada c'erano: “Nessun voto, nessun futuro” e “uguaglianza, giustizia, libertà, diritti umani, Stato di diritto, democrazia”.
L'attuale meccanismo di comunicazione esistente in Cina circa le attività dei funzionari, consente di mantenere il più stretto riserbo sui propri patrimoni economici personali, nonché sulla propria famiglia: “Anche se il premier Wen Jiabao ha chiesto esplicitamente lo scorso anno che venisse portata avanti la possibilità di conoscere le dichiarazioni patrimoniali, l'invito non è finito in nessun calendario di azioni del governo”, secondo quanto dichiarato da Wu Yuliang, vicesegretario di un organismo anti-corruzione del Partito Comunista. Le proteste si basano sul potere economico dei leader cinesi e delle loro famiglie e sullo sfoggio di ricchezza fatto da alcuni dei politici locali in occasione della recente Assemblea Nazionale. È il caso di Li Xiaolin, classe 1961, figlia di quel Li Peng che ebbe un ruolo primario nel decidere la repressione degli studenti a Tian'anmen nel 1989. Oggi è a capo della China Power International Development e di fatto controlla tutto il mercato energetico cinese. All'Assemblea Nazionale era stata fotografata con un costoso vestito, attirando su di sé molte critiche da parte del pubblico locale. Nelle settimane scorse circa 180 utenti di Internet hanno firmato una petizione invitando il governo a rendere pubblici i patrimoni dei leader. La risposta delle autorità è stato un invito a bere una tazza di tè - un eufemismo per indicare una convocazione in un posto di polizia per un interrogatorio - secondo quanto affermato da uno dei firmatari, Guo Yongfeng, blogger di Shenzhen.

La Stampa 10.4.12
Caraibi, la Cina nel cortile di casa Usa
Investimenti miliardari per scuole, strade e impianti sportivi: così Pechino conquista nuovi alleati
di Maurizio Molinari


Turismo, finanza e canna da zucchero Un porticciolo turistico alle Bahamas: i piccoli Stati dei Caraibi vivono di turismo e di servizi finanziari, ma hanno bisogno di investimenti nelle infrastrutture. I cinesi puntano sulle materie prime agricole, come zucchero e caffè
Stadi, resort turistici, ospedali, scuole, aeroporti, porti, ponti e perfino la nuova residenza di un premier: la Cina sbarca nei Caraibi accompagnata da una pioggia di investimenti che cela la strategia di insediarsi nel cortile di Washington.
Nel 2011 il governo di Pechino ha garantito, in forma diretta o tramite aziende pubbliche, prestiti agevolati e aiuti per almeno 6,3 miliardi di dollari a più nazioni dei Caraibi portando a 75 miliardi il totale degli investimenti compiuti in America Latina dal 2005. A documentare l’offensiva è il rapporto The New Bank in Town, redatto da una task force del Dialogo inter-americano di Washington, nel quale si sottolinea la differenza fra quanto avvenuto fino al 2010, con la Cina impegnata a investire in America del Sud per ottenere materie prime in maniera analoga all’Africa, e la svolta del 2011 nei Caraibi dove tali ricchezze naturali sono assenti, ad esclusione del greggio nelle acque di Trinidad e Tobago.
Nell’arco di pochi mesi c’è stata un’accelerazione nella determinazione di Pechino di insediarsi nei Caraibi. Il maggiore slancio è verso le Bahamas, con la costruzione di uno stadio, porti, ponti e un megaresort, subito dopo viene la Repubblica Dominicana dove sono state realizzate scuole e ospedali, seguita da Grenada, Giamaica e anche da Trinidad e Tobago dove gli ingegneri di Pechino hanno ristrutturato la residenza del primo ministro. «Dobbiamo chiederci il perché di uno sforzo così massiccio in una regione per loro non di primario interesse sul piano delle risorse», osserva Dennis Shea, presidente della Commissione economica e sicurezza creata dal governo Usa per monitorare i rapporti con la Cina.
Le risposte che arrivano da economisti e politologi vanno in tre direzioni. Per Zhinqun Zhu, docente di Scienza della politica alla Bucknell University in Pennsylvania, l’intento di Pechino è anzitutto «isolare Taiwan» in quanto Taipei è riconosciuta solo da 23 nazioni al mondo e ben 12di queste si trovano in America Centrale e nei Caraibi. Sebbene la competizione internazionale fra Pechino e Taipei sia diminuita dal 2008, quando a Taiwan è stato eletto presidente Ma Yung-jeou con un’agenda di collaborazione con la Cina, nell’establishment della Repubblica popolare vi sarebbe chi vuole utilizzare l’accresciuta potenza economica per chiudere la gara sui riconoscimenti diplomatici. E per mettere in ginocchio Taipei bisogna strappargli le simpatie dei Caraibi, dove in effetti gli investimenti cinesi sono arrivati spesso - per esempio alle Bahamas - a seguito della rottura dei rapporti con Taipei, che al momento sta riuscendo a difendere solo le roccaforti di St. Kitts e Nevis, St. Lucia e del Belize.
Ma un veterano dei Caraibi come Ronald Sanders, ex diplomatico a Antigua e Barbuda, spiega a lNewYorkTimes che l’obiettivo di Pechino è assai più ambizioso perché «continuando a investire a questi ritmi in nazioni così povere e indebitate, soprattutto nel settore delle infrastrutture, la Cina renderà presto gli Stati Uniti irrilevanti in questa regione». Si tratterebbe dunque di una ripetizione in grande stile della strategia tentata dal Venezuela di Hugo Chavez negli ultimi dieci anni di ricorrere agli investimenti per strappare i Caraibi all’influenza americana. Poiché le Bahamas sono ad appena 305 km dalle coste degli Stati Uniti, Pechino potrebbe essere impegnata in una «mossa strategica» tesa, come suggerì un cablogramma Usa del 2003 rivelato da Wikileaks, a prepararsi alla fine dell’era di Fidel Castro a Cuba, quando l’Avana potrebbe tornare a guardare verso Washington privando la Cina di un solido alleato.
Visto dai Caraibi, lo sbarco di Pechino è accompagnano dal proliferare di aziende private create da immigrati cinesi con l’intento di rimanere in loco nel prossimo futuro importando manodopera dalla madrepatria per sviluppare ogni sorta di commerci così come per esportare beni alimentari dalla frutta allo zucchero al caffè - di cui la Repubblica popolare è destinata ad aver crescente bisogno per sfamare una popolazione con un progressivo aumento del tenore di vita. L’acquisto in agosto di tre piantagioni di canna da zucchero in Giamaica, come l’inizio dell’importazione del caffè, lasciano dunque supporre che la materia prima che abbonda nei Caraibi a cui Pechino sia più interessata possa essere il cibo.

Repubblica 10.4.12
Marine, la pasionaria nera
Ha preso il posto del padre Jean-Marie nel Front National. La pasionaria nera è in corsa per l’Eliseo. Per lei è un miraggio. Ma non si dà per vinta
di Bernardo Valli

È staccata dai principali rivali ma resta la preferita dei giovani Sicurezza, chiusura delle frontiere e disoccupazione sono i temi della sua campagna elettorale: così la Le Pen è diventata l´ago della bilancia delle presidenziali francesi al via il 22 aprile
Dieci anni fa il padre riuscì a raggiungere il ballottaggio. Fu sconfitto da Chirac
Nel suo comizio di Lione la leader del Front National ha attaccato l´euro: "Va abolito"

LIONE Se la personalità dei candidati contasse, sul serio, come molti credono, più del loro programma, Marine Le Pen avrebbe più probabilità di quelle attribuitele. Ma non è così e lei non sarà eletta settimo presidente della Quinta repubblica. La Francia e l´Europa sono ben lontane dal correre quel pericolo. Non conosceranno la sciagura di vedere l´estrema destra xenofoba installata nel parigino Palazzo dell´Eliseo. Non pochi elettori, circa quindici su cento, si ripromettono di votare per Marine Le Pen, il 22 aprile, al primo turno delle presidenziali. Il patrimonio di consensi virtuali della candidata del Front National è dunque consistente, ma insufficiente, nonostante l´inevitabile margine d´errore delle indagini d´opinione, anche per accedere al secondo e definitivo turno del 6 maggio.
Dieci anni fa, nel 2002, però è accaduto proprio questo. Il candidato della sinistra, il primo ministro socialista Lionel Jospin, fu superato da Jean-Marie Le Pen, il padre di Marine, ed escluso dalla gara finale. Il vecchio Le Pen affrontò al ballottaggio Jacques Chirac, il campione della destra repubblicana. Era scontato che venisse sconfitto e infatti Chirac fu ampiamente riconfermato alla presidenza. Per la sinistra fu una pagina tragica. Fu umiliante essere messa fuori gioco dal leader xenofobo e assistere al confronto tra due destre, quella democratica e quella estrema. La sinistra votò, "turandosi il naso", per quello che doveva essere il suo naturale avversario.
Marine Le Pen vorrebbe ripetere l´impresa paterna. Lo spera e lo dice. Ma il fattaccio non dovrebbe ripetersi nel 2012. Al contrario di dieci anni or sono, la sia pur imprecisa, fallace matematica dei sondaggi lo esclude.
rançois Hollande, il campione socialista, quasi alla pari col rivale Nicolas Sarkozy, raccoglie in queste ore poco meno del doppio dei consensi di Marine Le Pen. Lo stacco appare incolmabile. Anche se i Le Pen, padre e figlia, non si danno mai per vinti. Sanno subire il ripudio ideologico che sbarra loro la strada al potere; ma sono anche convinti di interpretare i sentimenti nascosti di tanti loro connazionali. E questo, almeno per loro, lascia uno spiraglio alle sorprese.
L´influenza della candidata del Front National sulla campagna elettorale è in effetti più forte di quello che annunciano le cifre. Aggiustati, adeguati ai principi a cui si ispirano i candidati di estrema sinistra, della sinistra socialdemocratica, della destra liberale, ripuliti dalle scorie razziste e dal populismo sfrenato, gli slogan di Marine Le Pen sono reperibili in forma più o meno edulcorata in molti dei discorsi, negli innumerevoli comizi che si tengono in tutti gli angoli di Francia, a dodici giorni dal primo voto. I candidati, quasi tutti, danno insomma l´impressione di riciclare quegli slogan, come si fa quando si rimette in circolazione il denaro sporco. Essi sono efficaci, colpiscono il ventre della società, arrivano alle trippe, ma perché vengano accettati dai cervelli democratici hanno bisogno di una revisione.
Ma che sacrée femme! mi vien appunto voglia di dire mentre ascolto Marine Le Pen nel grande anfiteatro della Cité internationale di Lione, in cui i giovani, tra i quali non pochi operai, sono forse più numerosi dei pensionati e degli appartenenti alle classi medio basse ancora attivi nel piccolo commercio, nelle piccole e medie imprese, e probabilmente anche negli uffici pubblici. È un bel campionario della Francia ossessionata dalla mondializzazione, dall´euro e dall´Europa che spalanca le frontiere agli immigrati. Vale a dire all´Islam. Mi colpisce la presenza dei giovani. Stando a un sondaggio del Csa, apparso su Le Monde, Marine Le Pen è la candidata più popolare tra gli elettori da 18 a 24 anni. Più di uno su quattro, il 26 per cento, preferisce lei a François Hollande, 25 per cento, al candidato del Front de Gauche (la sinistra della sinistra) Jean-Luc Mélenchon, 18 per cento, e a Nicolas Sarkozy, 17 per cento.
La voce ha accenti maschili, ma non troppo. Marine Le Pen è stata un buon avvocato, sa dosare i toni. E usare gli argomenti. Il padre aveva grinta, era un tribuno capace di intrattenere ed esaltare il suo pubblico. Ma era pesante. Era insultante, provocatore, antisemita. Marine, con il benevolo disappunto del padre, evita quegli eccessi. E´ persino andata in Israele a cercare invano appoggi. L´anti-islamismo, sul quale contava, non le è servito. Lei si presenta adesso come la «candidata della rivolta popolare». La sola. L´unica. Lo dice e lo ripete alla folla che la vorrebbe presidente subito. Denuncia cifre agghiaccianti: cinque milioni di disoccupati, otto milioni di poveri. Denuncia l´Europa che in trent´anni ha aggravato la situazione. Denuncia anche l´industria del lusso, prova dell´abisso tra ricchi e poveri. Perché, ad esempio, non tassare come gli altri beni le opere d´arte riservate agli investimenti delle classi privilegiate? Perché moltiplicare le grandi aree commerciali che uccidono i piccoli negozi? In quanto all´euro è stata una farsa devastante. È lo strumento dei mercati finanziari, delle banche, è anche all´origine del debito pubblico. Si guardi la povera Spagna, che fabbrica duecentomila disoccupati al mese, vittima com´è dell´euro, dell´Europa. L´euro? Va abolito. E´ la moneta del «fascismo dorato» dei ricchi e delle banche. E che dire di Sarkozy il quale disperde nel mondo soldati francesi per favorire i fondamentalisti islamici ansiosi di imporre la sharia. Sempre Sarkozy paga l´assistenza medica agli immigrati clandestini: quelli che violentano, che rubano, che saccheggiano. L´anfiteatro esplode ad ogni frase.
Ascoltandola, penso appunto: «Che donna!». Non è un esclamativo d´ammirazione. Non sono affascinato dalla persona, la quale non ha per la verità, nell´aspetto, la pesantezza delle parole che riversa sulla folla. Colpisce la passione e il modo in cui la manifesta. E´ una passionaria borghese e populista. E´ una "sciura" che ce l´ha coi suoi e coi poveracci, gli immigrati. Curioso miscuglio. La dizione attenua la grintosità del discorso. Che del resto è scucito. Frammentario. Un rosario di slogan, che sono per lo più battute. A volte sberleffi. Uno psichiatra, Boris Cyrulnik, identifica in lei «un carattere tipo Zorro». È diventata un´abitudine sottoporre a sommarie analisi i candidati. Il principio è appunto che la personalità conta per l´elettore più o quanto le promesse enfatizzate e i programmi generosi e non sempre credibili. La civiltà delle immagini appanna le idee.
Marine Le Pen - 44 anni; professione avvocato prima di dedicarsi al partito; due matrimoni seguiti da divorzi con militanti del Front National; tre figli; un rapporto dichiarato sempre con un dirigente (un marcantonio) del FN - è per lo psichiatra già citato una persona con un´attività psichica inconscia sfaldata, come capita spesso a chi ha subito forti traumi. Da un lato è espansiva, in apparenza gioviale, e questo le permette di lasciare nell´ombra l´altro lato, quello doloroso e muto. Nella famiglia Le Pen non si piange. Quando si soffre si fa festa. Marine ha seguito l´agitata vita del padre. Bambina è stata svegliata dall´esplosione di una bomba destinata al padre; poi l´abbandono della madre; da ragazza, da studente, ha via via sentito il peso del cognome che porta; si è sentita solidale col padre «escluso», «perseguitato» ai suoi occhi per le idee che difendeva; al tempo stesso è sempre stata un´assidua frequentatrice di locali dove si balla e per questo chiamata la «night-clubbeuse»; un´altra passione sono le sfilate del 14 luglio, la festa nazionale, con gli annessi inni militari. Che conosce a memoria e sa cantare.
Nell´elezione presidenziale Marine Le Pen ha un ruolo rilevante perché, pur non potendo pretendere al titolo, i voti che riuscirà a raccogliere peseranno sul risultato. Anzitutto ruba consensi a Nicolas Sarkozy, che è il gran riciclatore dei suoi slogan. Lei cerca di recuperare quelli che appartenevano al Front National, e che cinque anni fa hanno contribuito all´elezione del presidente oggi candidato alla propria rielezione. Sarkozy ha deluso e quindi dovrebbe subirne le conseguenze. Questo è il provvisorio verdetto dei sondaggi. I quali al primo turno attribuiscono alla sinistra (sommando i voti del candidato socialista, del candidato dell´estrema sinistra e della candidata dei Verdi, Eva Joly) il 45-46 per cento e forse più. Aggiungendo il riporto dei voti centristi e quelli popolari del Front National, François Hollande dovrebbe essere eletto il 6 maggio. Questo è l´effimero, virtuale, risultato a dodici giorni dal primo turno, e a ventisei dal secondo e definitivo.

Repubblica 10.4.12
Il politologo Roland Cayrol: "Alta astensione nelle banlieue"
"Raccoglie il voto di protesta dei giovani senza futuro"
di Giampiero Martinotti


PARIGI Roland Cayrol è uno dei più sottili analisti dei comportamenti elettorali dei francesi. E la crescita di Marine Le Pen nell´elettorato giovanile non lo sorprende: «Non si votano i partiti estremisti quando si è vecchi. Il voto estremista è spesso una caratteristica della gioventù».
D´accordo, ma siamo abituati a pensare il voto giovanile come progressista, anche se radicale, ed è più difficile capire l´adesione dei giovani a un partito xenofobo: come lo spiega?
«Il solo momento in cui i giovani hanno negato di aver scelto Le Pen è stato dopo il voto del 2002, quando il padre eliminò il socialista Jospin e si qualificò per il ballottaggio. Prima di quel voto, nei sondaggi c´era il 25% dei giovani che preferivano Le Pen, anche se poi non li abbiamo ritrovati dopo il voto: c´è stata una specie di vergogna, perché l´ideologia di tutta la società era antifascista. Oggi che i giovani non hanno una coscienza storica forte, non hanno motivo di avere reticenze particolari nei confronti di un partito banalizzato. Si assiste così a un´ascesa costante».
A votare Marine Le Pen sono soprattutto i giovani e le classi popolari e queste ultime hanno da tempo voltato le spalle alla sinistra moderata: com´è stato possibile?
«Le stesse cause producono gli stessi effetti, cioè il voto Le Pen e l´astensione. Fra i giovani, in particolare fra quelli delle classi popolari, c´è una specie di certezza: il governo non cambia niente della nostra situazione, non abbiamo niente da sperare dalla politica. Di conseguenza, o si diserta il voto o si lancia un messaggio d´insoddisfazione forte nei confronti del sistema politico. L´astensione sarà considerevole fra i giovani, ancor più fra quelli dei ceti popolari e ancora di più nelle banlieue: ci saranno borgate in cui il tasso di astensione dei 18-25enni sarà superiore al 50 per cento. E´ un modo per dire: non vi crediamo più».
Si sente uno smarrimento dell´elettorato rispetto ai principali candidati, come lo interpreta?
«Da 25 anni c´è un´ascesa dell´insoddisfazione rispetto alla politica e un aumento dell´astensionismo. Cinque anni dopo le presidenziali del 2007 i conti non tornano, la gente è ancor più delusa, ce l´ha con i partiti a vocazione governativa, li accusa di aver mentito e si dice: stavolta non ci casco».

il Fatto 10.4.12
L’economista Tomas Sedlacek
“Il frutto avvelenato dell’avidità”
di Romain Leick


L’economista ceco Tomas Sedlacek, autore de “L’economia del bene e del male”, è convinto che una politica economica che ha come unico obiettivo la crescita è destinata a produrre debito. Ancora giovanissimo è stato consigliere economico del presidente Vaclav Havel. La Yale Economic Review lo ha definito “uno dei 5 economisti più promettenti del mondo”.
Nel film Wall Street di Oliver Stone nel 1987, il finanziere Gekko (Michael Douglas), enuncia il credo del neoliberalismo: “L’avidità è un bene”. La crisi ha rimesso l’avidità nel posto che occupava, cioé tra i 7 peccati capitali?
Gekko grazie all’avidità si arricchisce, ma poi ne rimane vittima. Nella storia del genere umano l’avidità è sempre stata un Giano bifronte: motore del progresso e causa della nostra sciagura. Il peccato originale nel giardino dell’Eden fu in fondo un peccato di avidità.
Il male è la conseguenza dell’insaziabilità?
Le richieste degli uomini sono la maledizione degli dei. Basti pensare a Pandora nella mitologia greca e a Gilgamesh nella mitologia mesopotamica per capire che il desiderio rompe l’armonia dell’uomo con la natura.
In sostanza l’uomo vive in una condizione di insoddisfazione esistenziale?
Non si tocca mai il punto di saturazione. Il consumo è come una droga. Per dirla con le parole del filosofo marxista Slavoj Zizek: “Ragion d’essere del desiderio non è soddisfare un bisogno, ma riprodurre sé stesso”. Nel film Fight Club, tratto dal romanzo di Chuck Palahniuk, il protagonista, Tyler Durden, dice all’amico che disprezza il suo lavoro: “Facciamo lavori che odiamo per comprare merda che non ci serve”. È la cacciata dal Paradiso trasferita nell’epoca moderna.
Eppure l’uomo, come se non riuscisse a dimenticare il paradiso perduto, continua a sognare l’armonia dell’equilibrio.
Il dilemma della condizione umana è sempre lo stesso: progresso o soddisfazione? Non possiamo averli entrambi. Due sono le strade per ridurre il divario tra desiderio e soddisfazione, tra domanda e offerta: possiamo produrre più beni e incrementare il potere di acquisto della gente. Questa è la ricetta edonistica scelta sin dal tempo dei greci e dei romani. Poi c’è il programma opposto, quello degli antichi Stoici. Ridurre la domanda in modo che coincida con l’offerta. Diogene, chiuso nella botte, era convinto che meno si ha più si è liberi. Per molti aspetti è un pensatore moderno, il prototipo della critica alla civiltà contemporanea e alla tecnologia. L’equazione “più è meglio” non funziona più e questo fa di Dio-gene un contemporaneo.
È facile consumare di più, molto più difficile accettare di consumare di meno.
Sì, la scala sociale quando si debbono scendere i gradini è sgradevole, dolorosa. La realtà è che i nostri desideri quando vanno al di là dei nostri bisogni biologici fondamentali sono determinati dalla cultura. Vogliamo vivere come attori che interpretano sé stessi. Aristotele riteneva l’eccesso la più grande debolezza dell’uomo e considerava la moderazione il solo modo per evitare l’eccesso.
L’economia è come andare in bicicletta: se non pedali cadi?
È più come camminare: si rimane in piedi anche restando fermi. Il settimo giorno Dio si riposò non perché fosse stanco, ma perché era soddisfatto della sua creazione. Secondo la Bibbia i debiti dopo 49 anni venivano dimenticati e rimessi. Il meglio è il peggior nemico del bene.
In oltre mezzo secolo il comunismo non è riuscito a conseguire questa forma di autosufficienza. Come mai?
In realtà non è il comunismo, ma il capitalismo a comportare una rivoluzione permanente che spinge la gente a lavorare sempre di più con il miraggio del successo.
Karl Marx scrisse “Il Capitale” nel mondo di Oliver Twist. Oggi probabilmente non penserebbe che c’è bisogno di una rivoluzione. Non si tratta di essere comunisti, ma di avere il senso della comunità. Solo un folle egocentrico può essere felice in una società in cui è il solo a esser ricco. Ne “La teoria dei sentimenti morali”, Adam Smith, fondatore della moderna economia, considera la simpatia fondamento della moralità e forza trainante dell’attività umana. Smith prende le distanze dal contemporaneo Bernard Mandeville secondo cui i vizi privati generano le virtù pubbliche. Smith ci ha insegnato che non esiste economia senza valori morali. Una società funziona se poggia su tre pilastri: moralità, concorrenza e regole. Una società fondata sull’egoismo amorale sprofonda nell’anarchia.
Ma non è compito degli economisti stabilire quali sono i criteri etici.
E invece sì. L’etica è il fulcro dell’economia. Una economia senza valori non esiste. Affermare il contrario è un giudizio di valore e, in quanto tale, una posizione ideologica. Una decisione economica è sempre una decisione morale.
Come la pensa sulla crisi del debito?
Una vita avida è una bella vita? È questo che vogliamo? L’economia deve essere la scienza della felicità. So che mi danno dell’ingenuo e del moralista, ma molti cominciano a capire cosa intendo dire. In una democrazia con una economia di libero mercato, bisognerebbe privare i politici del diritto di fare debiti. Dobbiamo liberarci dell’ossessione della crescita economica. Ma queste cose le ha dette in maniera brillante il poeta inglese John Milton: “Chi è padrone di sé stesso e governa passioni, desideri e paure, è più di un re”.
© 2012, Der Spiegel, distribuito da The New York Times Syndicate Traduzione di Carlo

Corriere della Sera 10.4.12
Primo Levi, cadere e rialzarsi è la lezione di Auschwitz
di Frediano Sessi


A venticinque anni dalla morte, due convegni internazionali (uno si è svolto a Roma, il secondo inizia domani a Parigi) e due libri recenti ci restituiscono un ritratto di Primo Levi che per molti lettori italiani risulterà sorprendente.
Philippe Mesnard, professore di letteratura comparata (con il suo Primo Levi, le passage d'un témoin, Fayard, pp. 500, 25,40) rilegge Levi cercando di mettere in tensione la scrittura e la vita, per indagarne i punti di rottura, sottolinearne i momenti di contatto o di frizione, fino a tracciare quel ponte che spesso ha trasformato lo scrivere e il testimoniare di Levi in una modalità che gli ha consentito di vivere, accogliendo dentro di sé l'umanità dopo Auschwitz. La sua forza era proprio questa: essere uomo tra gli uomini ad ogni costo, anche quando l'essere uomo (come gli accadde nel lager, o nelle poche settimane vissute in montagna tra i partigiani) doveva sembrargli impresa quasi impossibile. Fino al punto estremo di rottura, sottolinea Mesnard: la caduta. L'uomo che ha sofferto l'esperienza del lager racchiude in sé, inscritto nel suo corpo e nello spirito, la traccia del degrado, di cui abitualmente facciamo esperienza solo (e non sempre) a tarda età, avvicinandoci alla morte.
Il sopravvissuto, continua Mesnard, non ha soltanto attraversato un mondo di morti viventi da cui è uscito, forse per sola fortuna, ma ha potuto fare, in modo insolito, l'esperienza della fine fisica dell'essere umano, del degrado del suo corpo, insieme dell'invecchiamento e della regressione. Ha visto la fine davanti a sé prima che il tempo lo accompagnasse gradualmente alla caduta. E, al di là e al di sopra d'ogni progetto di vita, come un «musulmano» redento (musulmani erano gli uomini e le donne del lager, vivi ma senza più vita), incapace di reagire, ha scelto.
La caduta, appunto. Il vuoto che lo ha rincorso dal momento del suo arresto ad Aosta, del suo trasporto a Fossoli, del suo lungo viaggio verso Auschwitz, del ritorno a Torino e dei suoi tanti viaggi da scrittore (l'ultimo importante negli Stati Uniti).
La caduta: un togliersi dal mondo, che non è contro la vita e il mondo ma che sembra piuttosto un cedere al vuoto, come tante volte aveva fatto ad Auschwitz, reagendo ogni volta; uno scendere in basso, per poi risalire ancora e vivere da uomo la tragedia di essere uomo dopo Auschwitz.
Questo «distaccarsi dalla negatività» che imprime alla scrittura di Levi i lineamenti di una «salvazione», collocando la sua prima opera narrativa e testimoniale «verso l'estremo di segno positivo, pur sapendo che nel migliore dei casi riuscirà soltanto a sfiorarlo», è punto di partenza anche del lungo e ricco commento che Alberto Cavaglion ci propone alla nuova edizione, a cura del Centro Internazionale di studi Primo Levi, di Se questo è un uomo (Einaudi, pp. XVI-264, € 20). Tra l'altro, la ricerca ventennale di Cavaglion ci mostra come sia insostenibile la leggenda della «spontaneità» che avrebbe guidato Levi nella stesura del suo primo libro. E scavando «dentro la ricca miniera letteraria dalla quale provengono molte parole» ed espressioni del racconto leviano; riscoprendo la fitta trama delle citazioni implicite ed esplicite e degli autori che il giovane chimico, di ritorno dal lager, nasconde nel suo scrivere, ritroviamo un testo dove la scoperta delle profondità dell'animo umano passa anche attraverso la mediazione dei classici e della grande letteratura.
Come se per dire la vergogna e l'orgoglio di essere uomo dopo Auschwitz, come se per raccontare la «zona grigia» in cui vivono i sommersi e i salvati, si dovesse per forza ricorrere al pensiero più alto, al gesto di riscossa che passa dalla civiltà dell'Occidente. Una sorta di riscatto di quella stessa civiltà dalla quale avevano pur trovato origine i centri di sterminio e i lager. Che uomini come lui, scrive Todorov, abbiano abitato questa terra, che abbiano saputo resistere alla contaminazione del male, «ecco ciò che diventa a sua volta una fonte di incoraggiamento per gli altri».

il Fatto 10.4.12
Miriam, ragazza libera
di Angelo d’Orsi


La giornalista e scrittrice Miriam Mafai è morta ieri a Roma dopo lunga malattia. Il 2 febbraio aveva compiuto 86 anni.

“Ragazza rossa”: così i primi commenti, appena si è diffusa la notizia della scomparsa di Miriam Mafai, una ottantaseienne rocciosa, ma capace di sorridere e, come sanno coloro che l’hanno conosciuta da vicino, anche di ridere, fragorosamente. Non sono poi così numerose le donne che hanno lasciato un segno di rilievo nella vicenda dell’Italia degli ultimi decenni, dalla Resistenza storica alla nuova resistenza contro il tirannello di Arcore: la Mafai è stata una di quelle poche, che ha attraversato la storia italiana, imprimendo la sua orma specialmente nel giornalismo. Forse la sua stagione più felice è stata quella della direzione del settimanale Noi Donne, dalla 1965 al 1970: nel suo partito, il Pci, in cui ancora esercitava un ruolo eminente il suo compagno, Gian Carlo Pajetta, il femminismo non era merce comune, e a lei spetta l’indubbio merito di averlo fatto circolare. Il sodalizio con Pajetta – oltre che l’incontro e l’incrocio tra due grandi famiglie della sinistra storica italiana: da un canto gli eroici Gaspare e Giuliano Pajetta, e d’altro canto, la tuttora viva e vegeta Simona Mafai, icona della lotta alla mafia in Sicilia, con alle spalle genitori quali Mario Mafai e Antonietta Raphael – credo che, almeno visto dall’esterno, non avrebbe potuto essere più felice: due figure di “indipendenti nel partito”, vigorose, ironiche, a tratti sarcastiche, capaci di scarti improvvisi. Lui, Pajetta, rimase davvero, pur brontolando, “il ragazzo rosso” – come si intitolò efficacemente la sua autobiografia –; lei, invece, il colore rosso parve volerlo buttare nel dimenticatoio, fin dagli anni Settanta, passando da Paese Sera alla nascente Repubblica, dunque assai prima della occhettiana svolta della Bolognina del 1989, che, nella analisi della Ma-fai, in qualche modo, confermava il suo giudizio ipercritico su tutta la storia del comunismo italiano, di cui ella era stata militante fin dai tempi gloriosi della lotta di Liberazione.
NON EBBE mai funzioni direttive in seno al Partito di Togliatti, Longo e Berlinguer, ma neppure in seguito tra PdS e PD, ma fu, in queste ultime formazioni, sempre un’anima critica. Mi capitò qualche anno fa di partecipare a un dibattito con lei e Rossana Rossanda, due grandi donne della sinistra italiana: provenienti da un passato comune, le vedevo lontanissime, nelle analisi del presente, e dei suoi possibili sviluppi. Mi colpiva nella Mafai – donna di grande vigore intellettuale, dalle analisi forse troppo sicure, al punto da far velo, quella sicurezza, alla comprensione dei fenomeni – proprio quella sua energia volta a gettare via il bambino con l’acqua sporca, come se il comunismo italiano avesse talmente tante responsabilità – di tragici errori o di scelte sbagliate –, da costringere tutti coloro che, come lei, l’avevano percorso, a tradurre in abiura la “colpa”. Insomma, all’opposto di Rossana, che pure di autocritiche ne ha fatte (talora anche qualcuna di troppo), la quale cercava di distinguere, analizzare, tenendo alta la bandiera di un altro comunismo – o socialismo – possibile, lei, Miriam, era dura nel suo voltar le spalle a un’intera tradizione. Il “cupio dissolvi”, tuttavia, mai in lei raggiunse le forme grottesche di cui abbiamo visto tante prove: dal “non sono mai stato comunista” al “fingevamo di essere comunisti”, di molti dirigenti attuali del Partito Democratico... E che dire della posizione della Mafai sulle guerre post’ 89? Sempre il paradigma della “guerra antifascista” usato per giustificare gli americani e le loro bombe, dal Kosovo all’Iraq. Queste posizioni la Mafai le ha espresse nei suoi editoriali – di grande efficacia –, specie per il quotidiano di Scalfari, ma anche in una vasta produzione saggistica, di piacevole lettura, ma in cui, bisogna dirlo, si trovano sovente analisi discutibili e giudizi perentori, non suffragati dai documenti. Del resto, il testimone non è lo storico. E lei è stata, comunque, una grande, vivida testimone di tempi difficili. Così dobbiamo ricordarla e renderle omaggio.